VALSUSA: HASTA LA VICTORIA SIEMPRE! CUBA: HASTA LA VICTORIA SIEMPRE?

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MONDOCANE

LUNEDÌ 22 DICEMBRE 2014

Cortesia di Marco Scibona, senatore 5Stelle
“La storia della nostra specie e l’esperienza di ogni individuo sono colmi di prove che non è difficile uccidere una verità e che una bugia ben raccontata è immortale” (Mark Twain)
Così la Procura di Torino, impostata da Giancarlo Caselli come missile Hellfire contro i No Tav e tutta la Valsusa, salvo che contro la piovra criminale che ci pascola, passata sotto i denti da Caselli affilati di Paladino e Rinaudo che per i gli autori dell’incendio di un compressore, Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia, avevano mosso  l’accusa di terrorismo, chiesto oltre 9 anni e li avevano tenuti in carcere duro per un anno, che manco Carminati, si sono trovati una tranvata in faccia. E ne siamo tutti felicissimi, come gli irriducibili cittadini della Valle, campioni e modello di resistenza, non solo  localistica ma di sistema, in Italia e nel mondo.
Hanno invece preso 3 anni e mezzo e qui l’incazzatura supera il giubilo. Perché consacra una legalità  illegittima, d’emergenza, di parte, un diritto penale “del nemico”, che vorrà continuare a imperversare contro la Valsusa da intimidire e sottomettere, ridotta (come anche altre enclaves del diritto speciale, vedi Niscemi, Sardegna, Friuli, Vicenza) a laboratorio di una militarizzazione che mira a un assetto da imporre a tutto il paese. E altri tre, Lucio, Graziano e Francesco, restano detenuti in isolamento con le stesse accuse di terrorismo che perfino questa Cassazione aveva respinto. Il teorema dei forcaioli, graditi agli speculatori predatori della Valle, è stato incrinato, ma qui ogni oggetto in mano a manifestanti sotto occupazione militare, capace di graffiare un compressore, sporcare le scarpe a un alpino reduce dai fasti afghani, o  rischiarare la notte, diventa “arma di guerra”. E delitto di lesa maestà, dal singolo gendarme al Capo dello Stato connivente, diventa ogni mano o voce che si levi a contrastare l’ecocidio e sociocidio del proprio territorio. E’ grazie a questo stato di cose che la gioia di riavere presto i quattro compagni seviziati e avere visto digrignare i denti agli accusatori, non può occultare la consapevolezza che la guerra a bassa intensità di regime continua.
 I No Tav assolti dall’accusa di terrorismo
I No Tav, No Muos, No Triv, No Tap, No TTIP, No Poligoni, No Mose e tutti gli altri, dalle Alpi al Lilibeo e oltre, guardando alla Val di Susa e al suo quarto di secolo di resistenza vincente (il Tav ha iniziato a spegnersi a Roma e a Parigi, e solo grazie ai valligiani), traggono consolazione, incoraggiamento, rabbia, tenacia e visione da quanto è uscito il 17 dicembre dal Tribunale “Speciale” di Torino. Con un particolare grazie a Chiara, Claudio, Niccolò e Mattia, a quelli che per i tribunali speciali ci stanno passando e quelli che ci passeranno, alla Valle che li ha sostenuti e li sosterrà con la lotta..
E ci offre un sorriso l’immediata risposta del regime, e dei suoi servizi di provocazione, alla disintegrazione dell’accusa di terrorismo ai No Tav, con il ritrovamento di bottiglie incendiarie sulla linea di alta velocità di Firenze. I due puntualissimi paginoni di Repubblica e degli altri giornali scandalistici, che si stracciano le vesti su Molotov e pronuncia della Corte d’Assisi torinese e s’inventano dichiarazioni anonime secondo cui l’assoluzione di Torino ora incoraggerebbe l’impunità di nuovi potenziali “terroristi”, integra la cosca di Stato addetta alle provocazioni. Questi patetici praticoni non sono che gli imbranati apprendisti dei signori di Piazza Fontana, dell’11 settembre e affini.
Patria o Muerte
Il commento grafico del vignettista Vauro è, in tutta la sarabanda dei festeggiamenti politici e mediatici per la “distensione” tra Cuba e Usa e il ritorno degli ultimi tre dei Cincos antiterroristi sequestrati negli Usa, è  l’uscita più squinternata. Colui che si definisce “l’Ur- comunista”, l’archetipo, è riuscito a celebrare l’evento con la boiata di una crasi tra il Che Guevara e Bergoglio: un tipo con la faccia e cotta del papa e con il basco e la barba del Che.  Del resto, quella che Cuba si sia liberata di un incubo e di una costrizione ottusa e inutile agli stessi Usa e che tutto ciò si debba ai meriti dei papi conciliatori, il polacco e l’equipollente argentino, è la vulgata narrata da ogni dove, a manca come a dritta. Un po’ più flebile è l’assicurazione che “Cuba proseguirà il cammino verso il socialismo”. Come lucidità e, forse inconsapevole chiaroveggenza, prevale su Vauro perfino il successore al “manifesto”, il solitamente ermetico Biani, con il suo omino con il sigaro che dice “Cuba ha tolto l’embargo agli Usa”….
Grandi pontefici, cioè costruttori di ponti! Quale, cavando dai caveau di Cia e mafia dobloni per costruire ponti tra banditi d’Occidente e Oriente, da Pinochet a Walesa, e smantellare quel poco o molto di giustizia sociale che c’era; quale, già fiorellino bianco delle pampas ammiccante tra i fiori neri carnivori della dittatura, lanciando appelli ai leader islamici che condannino il terrorismo, per costruire ponti tra noi tutti e chi il terrorismo lo produce e conduce. Ponti da farci correre sopra convogli di superstizioni, paure, illusioni, sottomissioni.  Grandi distruttori di ogni anelito teologico e sociale liberatorio delle loro chiese in America Latina, proprio mentre si facevano vedere accanto ai rivoluzionari cubani. Alla pari dei parenti coltelli delle sette evangeliche, che ho visto colmare moltitudini latinoamericane e cubane di risposte che nella rivoluzione non cercavano più.
 Mi ricordo, durante una visita a Cuba già qualche anno fa, le chiese nientemeno che dei Testimoni  di Jehova, le più controrivoluzionarie, zeppe di giovani e famigliole. In un incontro  con il leader dei Giovani Comunisti chiesi cosa cercassero quelle persone che la Rivoluzione non gli offriva e come mai il governo non ostacolasse quegli infiltrati Usa. Rispose piatto piatto: “A Cuba tutte le religioni sono rispettate”. Non potevano mancare ii peana dell’ultrà sionista Furio Colombo, compassionevole appassionato di Rom e migranti, ma non di palestinesi sminuzzati dai suoi, agli eccelsi Bergoglio e Obama, artefici di ogni fortuna del mondo. A quel punto, tra sette religiose e pontefici dilaganti, impoverimento e sconvolgimenti economici, ai Cubani erano restati l’amore per le loro sacre icone e, come forza cementificatrice della nazione, l’antimperialismo, la resistenza agli Stati Uniti. Sopravviverà alla frequentazione di milioni di turisti yankee con i dollaroni, al fast food, ai biscottini delle agenzie di cooperazione?
 Cambiare la data in 2014
E a Colombo vanno aggiunte le messe solenni celebrate a Raul Castro e a Obama in ben 10 paginoni di Repubblica, come da tutto il coro mediatico e politico della larghe intese. Dal che si potrebbe desumere chi abbia vinto e chi perso. Siamo tutti felicissimi che, in cambio della spia israelo-statunitense Alan Gross (definita dall’ormai obsoleta spia Yoani Sanchez onesto cittadino), che aveva portato alla comunità ebrea di Cuba strumenti per l’intelligence, gli Usa abbiano liberato dopo 15 anni di sevizie in carcere i patrioti antiterroristi cubani (definiti spie dalla Sanchez). Al netto del possibile sabotaggio della fine dell’embargo e di altri fatti distensivi da parte del Congresso a maggioranza repubblicana, auguriamo all’amato ed eroico popolo della rivoluzione che, qualunque siano gli sviluppi, possa uscire dall’insostenibile situazione di malessere che soffre da vari lustri, possa conservare le salvaguardie di istruzione, sanità, alimentazione e, soprattutto, patriottismo che fino ad oggi ha difeso al prezzo di tutto.
Un malessere, una povertà gravissima, determinata in buona parte dal bloqueo, seppure da tempo molto attenuato poiché. alla fin fine, erano rimasti solo gli Usa a imporlo, mentre crescevano gli scambi con l’America Latina, con Russia, Cina, India e perfino con paesi europei. Ma, come confermano alcuni tra i migliori esponenti del socialismo cubano e latinoamericano, malessere aggravato da una burocrazia ossificata, da una corruzione endemica, dai processi di liberalizzazione e privatizzazione che avevano allargato il varco tra tanti poverissimi e pochi privilegiati, specie quelli che ruotavano intorno al turismo e si avvalevano della moneta forte. Un malessere determinato da scelte economiche sbagliate e industriali inesistenti e che non avevano mai fatto superare la condizione di dipendenza dell’isola, anche in settori (industria di base, agricoltura, beni primari, utilenseria) che, come auspicava il Che, avrebbero dovuto essere sviluppati. A condizione che la divisone del lavoro imposta dall’URSS, non si fosse perpetuata anche dopo la fine del fornitore universale.
Prima di formulare ipotesi su cosa potrebbe accadere con le relazioni tra Cuba e Usa normalizzate, conviene, per capire il percorso, rifare al volo la cronistoria di quanto è successo – e di quanto abbia agevolato l’apertura di Obama, con dietro banche,  multinazionali, Pentagono e Cia – a partire dalla successione di Raul e dei suoi generali ottuagenari ai dirigenti giovani della seconda generazione post-rivoluzione del 1959. Rivado a quegli eventi con il rischio di essere additato dai “duri e puri”, quelli mummificati in una visione stereotipata e ormai arcaica dell’Isola, che è l’ultima cosa di cui i cubani hanno bisogno, come provocatore, infedele, revisionista e, peggio, infiltrato anticastrista. Pazienza. A me interessa essere solidale con il popolo cubano, o iracheno, o siriano, o vietnamita, e non necessariamente con le sue classi dirigenti. Che sono transeunti.
Mi era già successo quando, di ritorno dal Vietnam qualche anno fa, spiegai ai bravi compagni dell’Associazione Italia-Vietnam  che quel Vietnam, Giap o non Giap, non c’era più. Che erano arrivati gli americani con le multinazionali, le banche e i campi da golf, che erano ricomparse con violenza le classi, una estesa e deprivata, un’altra fiorita nel lusso dell’economia neoliberista. Di “comunista” rimaneva solo la denominazione del partito unico. E Cuba, ahinoi, da anni declama la sua identità di vedute con il modello di Hanoi (che manda i propri ufficiali a studiare nelle accademie militari Usa) e. giorni fa, i due governi, vietnamita e cubano, hanno potenziato le loro intese politiche ed economiche, ovviamente per “avanzare verso un socialismo moderno”. Il che non inficia minimamente il dato fondamentale che Cuba è stata per 66 anni il bastione dell’antimperialismo, di una via alternativa al capitalismo e il faro delle emancipazioni latinoamericane.
Le radici del percorso dei governo cubani affondano lontane, forse risalgono perfino ai tempi dei dissensi con Che Guevara. Ma la pianta è apparsa cresciuta quando, il 2 marzo del 2009, in un sol colpo, Raul ha decapitato la direzione politica del paese e del partito. 60 ministri e dirigenti sostituiti e poi scomparsi dai radar come detriti spiaggiati. Tra questi Felipe Perez Roque, già braccio destro di Fidel, poi eccezionale ministro degli esteri e dal popolo amatissimo e considerato il naturale successore del comandante. Insieme a lui, Carlos Lage, vicepresidente e, come Perez Roque, considerato un duro della rivoluzione. Il che non ha impedito che Fidel gli attribuisse oscuri maneggi economici e intese col nemico. Chi su queste sostituzioni, opportune o sbagliate che fossero, sta lavorando si vede bene ora. Per sei mesi al popolo della rivoluzione non è stato spiegato niente di questo colossale e traumatico evento. Poi si sono tirati fuori motivi tanto irrisori quanto infamanti. Durante un po’ di baldoria i reprobi avrebbero scherzato sulle condizioni psichiche di Fidel. Il che poteva forse significare decapitazione politica sotto Hitler, ma non nella società riscattata dalla rivoluzione socialista.
Alla rimozione forzata dei giovani postrivoluzionari, fidelisti più che chiunque altro, sono seguiti provvedimenti che difficilmente si sarebbero potuti interpretare come passi verso il socialismo. In Venezuela si procedeva con le nazionalizzazioni, con gli organismi di autodeterminazione (le Comuni), con lo smantellamento dei residui di neoliberismo, con la raccolta di paesi allo schieramento antimperialista. Così in Bolivia, Ecuador, Nicaragua, attirandosi le ire vieppiù violente, sul piano golpista, terroristico ed economico, degli Usa. A Cuba si rovesciava l’intero assetto nato dalla rivoluzione e difeso tenacemente per mezzo secolo e si privatizzava metà dell’economia, con mezzo milione di “statali” mandati a farsi imprenditori. E l’Avana si riempì di quelle bancarelle di biscotti, bibite e centrini fatti in casa che avevamo conosciuto nella desolazione delle metropoli centroamericane. L’altra metà restava allo Stato, in buona parte sotto controllo dei militari di Raul. Il superamento dell’inefficienza cronica dell’agricoltura di Stato veniva affidato a privati e a investitori stranieri. Ora, dopo gli ultimi episodi, l’agrobusiness statunitense sta affilando i denti.
Pur messi in guardia dal modello nostrano delle inversioni a U, PCI-PDS-DS-PD, vogliamo credere alle migliori intenzioni dei nuovi-vecchi dirigenti cubani. Qualcuno ha sottolineato il silenzio prolungato dell’ottantanovenne Fidel, interpretandolo vuoi come effetto di un’incapacitazione psicofisica, vuoi come dissenso. Cosa, quest’ultima, che mi convince se penso alla lucidità e acutezza con cui, negli anni dei rivolgimenti del fratello, Fidel si è espresso su questioni mondiali e contro le malefatte degli Usa.Tenderei invece verso la prima ipotesi se ricordo come Fidel abbia avallato la defenestrazione dei suoi più stretti collaboratori. In ogni caso, forse sta scritto nei manuali della Terza Via di Tony Blair, ma certamente non lo troverete in nessun testo di teoria e pratica rivoluzionaria, che privatizzare e sparrtire propositi economici con gli Usa significa procedere verso il socialismo. I miracoli sono sempre possibili, ma nel Vietnam non li ha fatti nessuno.
Nel mondo gli Stati Uniti sbranano un paese dopo l’altro, impestano il pianeta di terrorismo, si agitano sull’orlo di una guerra atomica mondiale. Sono  l’unica minaccia mondiale all’umanità. Giocoforza s’impone che si stringa un’alleanza con tutti quelli, Stati, popoli, cittadini, che gli si oppongono. Molti lo fanno, rischiando o perdendo l’esistenza. Per mesi nel 2014, dopo il fallito golpe del 2002, il tentativo di strangolare il Venezuela con la serrata padronale, gli attentati terroristici, i complotti contro la vita di Chavez (alla fine riusciti), gli Usa hanno fatto mettere il Venezuela a fuoco e sangue dai loro sussidiari del padronato. Per dire poco di un assedio costante, feroce, asfissiante, alimentato a livello internazionale da campagne di oscena diffamazione. Esattamente nei giorni delle “aperture” di Obama, lo stesso liquidatore dell’embargo ha imposto nuove pesanti sanzioni al Venezuela. Il Venezuela intimo amico e grande sostenitore dell’economia cubana.
Mentre a casa  loro praticano la più feroce violenza razzista e dal “Patriot Act” in poi costruiscono, tra repressione, assassini extragiudiziali autorizzati, forze di polizia equipaggiate e addestrate come Marines a Kandahar, campi di internamento per detenuti senza processo, droni di sorveglianza,  il più grande Stato di Polizia del mondo, come alleati, vassalli e sguatteri esteri hanno, tra Kiev e Riad, le più repressive tirannie del mondo.
In Honduras hanno cacciato un presidente renitente e hanno instaurato un regime del terrore e del narcotraffico, dove si muore (specie se giornalisti o attivisti dei diritti umani) più che in qualsiasi parte del mondo. Contro l’Argentina, che intende autodeterminarsi, hanno scatenato l’asfissia finanziaria. In Brasile si sono fatti scoprire scandalosi spioni delle stessa vita privata della presidente. In Ecuador gli è fallito un colpo di Stato della polizia. Dalla Bolivia, per stroncarne le mene, Evo ha dovuto cacciare diplomatici e sedicenti cooperanti. Nutrono le proprie banche con il narcotraffico di una Colombia in cui hanno installato 7 basi militari da cui controllare e destabilizzare il continente (o bombardare l’Ecuador). Il Messico è stato ridotto dal trattato NAFTA, equivalente del TTIP destinato al nostro disfacimento, a buco nero sociale, economico, ambientale, del pianeta, con i narcos al potere grazie alla cortesia dei governanti esecutori dei diktat yankee.
E tutto questo per imporre ovunque quelli che il “conciliatore” Obama ha chiamato gli interessi dei predatori Usa, che dovranno essere promossi ora anche a Cuba e ai quali l’embargo non ha prodotto alcun vantaggio. Già, ha detto proprio così: “gli interessi degli Stati Uniti” a cui l’embargo non è servito a nulla. Ora, dunque…. Sono questi interessi che dovranno essere soddisfatti dal nuovo stato di cose. Per vedere come sono difesi gli interessi degli Stati Uniti, basta riandare, alle dittature latinoamericane dell’Operazione Condor,  alle vecchie e nuove repubbliche delle banane, al genocidio nel Salvador e in Guatemala, all’occupazione e depredazione di Haiti e, se si vuole allungare lo sguardo, all’immane mattatoio allestito in Ucraina, Libia, Siria, Iraq, agli artigli del condor che si allungano su Iran, Russia, Cina, Africa, alle condizioni a cui ha ridotto buona parte dell’Europa la ricetta economico-politico-militare del padrino Usa.
Sui blocchi di partenza del Nord America e dell’Europa già stanno coloro che andranno a godere della fitness e della wellness offerte dagli stabilimenti del benessere che promettono di essere le nuove zone franche annunciate a Cuba. Sontuosi alberghi  delle grandi catene a 5 stelle, magari con qualche casinò della nostalgia, papponi del turismo sessuale, ma ora su scala industriale, hamburger e consolle, Hollywood a Varadero, banda larga e ascolto minuto per minuto, persona per persona, a cura della NSA. Monsanto, Coca Cola e Novartis. Se a Cuba devono arrivare, come prospettato, milioni di turisti americani e decine di migliaia di rimpatriati da Miami, cosa vuoi, tocca offrirgli un ambiente accogliente e famigliare. E la Cia, e le sue agenzie, NED, House of Freedom, USAID…? Hai voglia! Chi si lascerebbe sfuggire un tale mercato vergine, un tale paradiso di bellezze naturali, un tale presidio off-shore, una tale forza lavoro a basso prezzo?
Uno s’è già messo sulla buona strada. Con la motocicletta. Ernesto Guevara junior, figlio del Che, ha subito assorbito il soffio imprenditoriale che spira dal nuovo Zeitgeist.  Con l’agenzia turistica intitolata scaltramente al nome della motocicletta con cui il Che attraversò il Sud America, “La Poderosa”, il rampollo al passo con i nuovi tempi organizza tour su lussuose Harley Davidson tra l’Avana e Santa Clara per spendaccioni che per l’epica impresa possono spendere 5.800 dollari (non i pesos trasparenti del comune cittadino cubano) per 9 giorni di inebriamento rivoluzionario. Il Che, dall’alto della sua colonna, guarda oltre.
Quando Lambroso ha ragione.
Non si può essere certi di niente. E tutte le mie apprensioni potranno dissolversi al nuovo vento che contempererà aperture all’ex-nemico mortale, con la strenua difesa dei propri principi e assetti, come definiti dalle migliaia di caduti per la rivoluzione (3000 uccisi dal terrorismo Usa. Riparazioni in vista?). Che vada così, o, come molti temono, alla vietnamita, siamo stati con il popolo cubano quando si riconosceva nel suo regime. Lo saremo ancora di più, se tale riconoscimento dovesse venir meno.
TODOS SOMOS AMERIKKANOS
·         Dagli Usa giunge notizia che, caso più unico che raro, stavolta due neri hanno ucciso tre poliziotti. Potrebbero essere soddisfazioni, se non fosse che il fatto rischia di rovesciare nel suo contrario la collera antirazzista e contro la più feroce polizia del mondo, che ha acceso qualche luce in quel paese disastrato e violentato. Basta sentire il caporale di giornata di Obama, Giovanna Botteri, dagli schermi Rai. Il che suscita il sospetto di una provocazione. Poliziotti martiri che piangono gli eroici colleghi giustiziati e la nazione tutta che deve stringersi attorno ai custodi della sua sicurezza, scivolando via leggera dai fiumi di sangue di afroamericani decimati dai titolari di licenza di uccidere e diritto all’impunità. Roba seria, professionale. Questi, come Israele insegna, non ci mettono niente a sacrificare i loro, specie se è bassa forza pretoriana.
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Una volta di più, Svendola (vedi l’ottimo libro in basso, ottenibile dall’autore) si è confermato ruotino di scorta della carovana su cui ci fanno viaggiare verso il Paese dei Balocchi e dei ciuci. Non si è peritato, con una clamorosa uscita applaudita da Wall Street, Lockheed e Casa Rothschild, di nominare Prodi candidato alla presidenza della Repubblica. A parte le idiosincrasie epidermiche, quale Napolitano, JPMorgan, Goldman Sachs, Partito Unico Renzusconi, potrebbe non augurarsi sul Colle, a continuare a imperare contro la Costituzione e il suo popolo, il Grande Vecchio che ha inaugurato e gestito la stagione della disintegrazione dell’apparato produttivo nazionale, privatizzando, svendendo, disintegrando; che ha concorso, violentando un paese di pace, agli stermini bellici in mezzo mondo; che ha governato il degrado e la commercializzazione di scuola e sanità; che sguazza tra i banchetti degli eletti di Bilderberg? A proposito, la  “bomba” Svendola per Prodi è diventata sul “manifesto” due righe in fondo a un trafiletto sullo Svendola che sventra il PD.
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La nobilissima mamma di Ilaria Alpi, Luciana, un’amica,  indefessa combattente per la verità contro un regime di complici dell’assassinio di sua figlia, si è ritirata dal Premio Giornalistico “Ilaria Alpi”. Ha detto che, di fronte alla pervicace inerzia delle autorità deputate a stabilire le cause, circostanze e gli autori dell’assassinio a Mogadiscio di Alpi e Hrovatin, non vedeva alcun senso nel mantenere in piedi l’iniziativa, nata per sollecitare, denunciare, far conoscere, ma evolutasi nel segno della più vieta ritualità di regime. Ero stato inviato del TG3 in Somalia prima della mia collega al Tg3. Ilaria era giovane e alla sua prima esperienza e non condividevo la sua interpretazione della rivolta patriottica contro gli occupanti Nato come “estremismo integralista islamico”, né il suo silenzio sulle malefatte degli invasori. Ma il coraggio nell’andare a scoperchiare uno dei più infami crimini compiuti dai trafficanti italiani di armi e rifiuti tossici, ne ha fatto la legittima titolare di un premio dedicato ai giornalisti onesti. E chi è stato premiato? Christiane Amanpour (ferro di lancia bellico della CNN), Lucia Goracci, Maria Cuffaro, Amedeo Ricucci, Bernardo Valli, Toni Capuozzo, Corrado Formigli, Giovanna Botteri, Roberto Saviano, giornalisti siriani “perseguitati da Assad”. Gente che alla vittima dei nemici della verità, Ilaria, sta come l’avvoltoio alla colomba.
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 Bandiera messicana in faccia alla Nobel
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Sono state insignite del Nobel della Pace la pachistana Malala Yousafzai, che i Taliban veri hanno sempre negato di aver colpito e che la sua comunità ha respinto perché spia degli Usa, e Tawakkoi Karman, della Primavera Yemenita. Entrambe sono state festeggiate in tutto l’Occidente guerrafondaio e celebrate all’ONU, a Washington e in tour nelle capitali dell’emisfero. Entrambe si sono prodigate in espressioni di elogio per le democrazie occidentali e di anatema a chi ne sta fuori e contro. L’episodio più significativo è stato quando un giovane messicano ha fatto irruzione nella premiazione di Malala sventolando una bandiera del suo paese. A Malala chiedeva perché non denunciasse anche il massacro degli studenti messicani, vittime di un regime vassallo degli Usa. La ragazza ha risposto con il silenzio, allora e sempre. Todos somos amerikkkanos.
Pubblicato da alle ore 19:53
VALSUSA: HASTA LA VICTORIA SIEMPRE! CUBA: HASTA LA VICTORIA SIEMPRE?ultima modifica: 2014-12-23T22:44:14+01:00da davi-luciano
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