I cavalli di Troia dello 0,01% – DA GESU’, PASSANDO PER T.I.N.A, A GRETA – Segui i soldi e trovi Goldman Sachs

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 2 OTTOBRE 2019

 “Noi non dovremmo mai accettare il linguaggio dei nostri nemici” (P.P.Pasolini “Petrolio”)

Giovanni Falcone: “Segui i soldi e troverai la mafia”.

Qui, seguendo i soldi che sostengono, propagano e pubblicizzano l’ondata ecogretista, troveremo Soros, NED, Amnesty, Goldman Sachs & Co. Ma di questo dopo, al capitolo “Segui Greta e trovi Paperone”.

Torno in pista dopo quasi un mese di assenza impostami dalla rottura del hard disk del mio computer con relativa perdita di tutti i dati. Rimedio alla bell’e meglio perché il recupero dati per ora non è ancora riuscito.  Comunque, ben trovati!

Giuramento ecologista

Metto subito le mani avanti rispetto a chi, e sono turbe smisurate, mi salterebbe addosso non appena mettessi in dubbio – e lo farò, ah, se lo farò! – il verbo del culto di Greta e dei suoi seguaci. Follower, come dicono gli aggiornati (che non distinguono il singolare inglese dal plurale), che si contano a milioni e sono tutti belli, forti, fichi, biondi, con gli occhi azzurri e popolano quartieri perbene, parlamenti, governi, consigli d’amministrazione e redazioni affiliate. E ricordo a tutti che da decenni mi occupo di ambiente, nel senso che combatto chi lo invade, disturba, sconvolge, sporca, avvelena e ne massacra gli abitanti (allora, secolo scorso, si poteva). Tanto che, tra l’altro, per tre lustri, prima al TG1 e poi al TG3, ero il riferimento mediatico delle migliori associazioni ambientaliste italiane e perfino del, dai devastatori oggi tolto di mezzo, Corpo Nazionale della Guardia Forestale. E anche da inviato di guerra mi sono premurato – cosa del tutto anomala per i colleghi del settore – di evidenziare come bruciare petrolio e spargere chimica bombarola per distruggere popoli e paesi costituisca un’impronta ecologica più disastrosa di quella di ciminiere, marmitte, caldaie e allevamenti. Ma di questo né Greta, né i suoi infervorati chierici parlano.

Eterni ritorni e corsi e ricorsi, tutti del padrone

Gli eterni ritorni di Nietzsche e i corsi e ricorsi di Giambattista Vico pare riguardino essenzialmente chi comanda e spadroneggia. Molto meno chi è sottomesso, subisce e, ogni tanto, si oppone. Ieri eravamo quelli che, per 10 anni, nella seconda metà del secolo scorso abbiamo spiaccicato i dominanti contro il muro. Poi siamo finiti a stare, con Ungaretti, “come d’autunno sugli alberi le foglie”. Oggi ci vedo, e non credo di essere il solo, come pesci rossi nella boccia a girare in tondo, mentre quello che c’è al di là del vetro ci appare deformato e incomprensibile.

La boccia è il Grande Inganno, via via articolato in tante versioni, nel quale l’umanità fa il pesce rosso da quando, a mio avviso, i monoteismi e, con particolare virulenza quello cristiano, hanno spazzato via il mondo classico, espressione massima dell’evoluzione umana, lasciandocene, tra massacri e distruzioni di monumenti e testimonianze, appena l’uno percento. Poco più di un’ombra, come Palmira dopo il passaggio dell’Isis. Eppure ancora talmente potente da vichianamente riemergere e caratterizzare intere ere nel Rinascimento, nell’Illuminismo, nell’anticlericalissimo Risorgimento (niente crocefisso in aula dopo l’unità d’Italia), nel tentativo comunista originario, nell’anticolonialismo socialista e laico. Poi basta. Poi i famosi “ritorni” sono stati tutti padronali e clericali.

Un’ecologia peggio del tornado Katrina

Come quello che sta percorrendo il mondo intero, fatti salvi popoli scampati alla boccia in Asia, Latinoamerica e Africa, sotto forma di uragano ecologico con davanti, col piffero, la ragazzetta svedese che schifa l’aereo e trasvola a vela e, dietro, milioni di pesciolini rossi. Pesciolini con la conoscenza scientifica dei fenomeni naturali e corrispondente antropia che si può avere dall’interno di una boccia, ma certissimi del verbo della guru e di tutto l’augusto notabilato politico-scientifico-mediatico che ne incensa i riti. Terrorizzati da un’apocalisse, pompata al di là di ogni evidenza scientifica con un bombardamento di catastrofi incombenti che ridicolizza Hiroshima, perfetto ricorso vichiano del Giudizio Universale col quale ci ricattano da 2000 anni, milioni di pesciolini rossi intanto se la godono per essere acclamati, vezzeggiati, coccolati, additati a esempio ai turpi adulti tutti.

Chi sta a tavola, chi sul menu

Cose mai viste. Alice nel paese delle meraviglie. Scioperano, si fa per dire, con l’entusiastico consenso della controparte.Si confortano degli abbracci e tappeti rossi, come fossero per loro, che alla somma sacerdotessa offrono i potenti, megapotenti, ultrapotenti, da Macron e Merkel, al papa, al segretario ONU, ai filantropi di Davos e a quella della BCE, Lagarde, ai parlamenti e ai presidenti. A tutti quelli che, dietro al fumogeno ecologico, affamano miliardi, disintegrano Stati, disseminano deserti, svuotano continenti dei loro titolari, che poi scaricano dove meglio conviene, in quel gioco di spostamento delle merci e delle persone-merci che richiede la globalizzazione neoliberista. Sono coloro che gli sprovveduti in lotta contro tali loro pratiche li affrontano in modo diverso dai bravi militanti di Greta: a gas asfissianti, mazzate, pallottole flashball, accecamenti, mutilazioni, galera. Vedi i Gilet Gialli. Oppure a fucilate in testa, o al basso ventre ai Friday for NO Future di Gaza. Greta e i suoi chierici stanno a tavola e, si sa, coloro che a tavola non stanno, li trovi sul menu.

Per annunciarci “la fine è vicina”, nel vecchio Medioevo si aggiravano torme di straccioni invasati che, guidati dal magniloquente santone, ci inducevano a flagellarci e a salire scale in ginocchio. E se ne avvantaggiavano cattedrali e feudi. In quello nuovo, i followers della piccola santa – per quanto in sbigottita buona fede – come “Fridays for Future”, o “Extinction Rebellion”, tutti ampiamente sostenuti anche in termini economici dagli stessi, Soros e NED in testa, che finanziano le “rivoluzioni colorate” tipo Hong Kong dove gli Usa sono impegnati contro la terrificante  Cina della Via della Seta, ci avvertono che “il mondo brucia!”

Belli i cartelli, belli i vestiti

I loro “stracci”, però, sono made in India e Tailandia, perlopiù con tessuti sintetici derivati dal petrolio, da schiavi che sguazzano in acque avvelenate dai coloranti, i loro pensieri si perdono nei cellulari alimentati dal sangue di chi estrae coltan per le multinazionali, i loro spray e colliri sono testati su animali accecati, se non gli fai il motorino perché viaggino sul bus ti tengono il muso fino a Natale e se gli chiedi dove hanno mangiato con gli amici, la risposta è da McDonald’s. E dei videogiochi che ne modellano la visione delle cose, sempre attraverso il vetro della boccia, non ce n’è uno, salvo quelli sportivi, che non premi chi ammazza, brucia, distrugge, fa saltare in aria, scuoia, sventri di più. E’ per queste virtù che li esalta sistematicamente tale Federico Ercole sul “manifesto”. A vederli esibiti nelle vetrine del potere, sugli schermi di tg e talk-show, nelle pagine dei fautori di tutti gli armageddon “contro le dittature e per i diritti umani”, non mi sembrano diversi dai bimbetti violentati da agenti e parenti prosseneti, indotti in tv a magnificare quell’auto, o quella merendina (tranquilli, poi la tassiamo).

Eterogenesi dei fini adolescenziali

Nessuno dubita dell’onestà dei loro intenti. Ciò di cui neppure si deve dubitare è la disonestà, lo spaventoso cinismo di chi li fa zampettare allegri, appesi ai fili del burattinaio. Ma domani, secondo molti studiosi, delusi e depressi, zeppi di sindromi post-traumatiche, a seguito del terrorismo da futuro negato e pianeta in coma. Chi è della mia generazione ancora porta il peso di una rivoluzione finita nella Milano da bere, nella “marcia dei quarantamila” agnelliani e in una lotta persa dopo l’altra, con il suo corredo di droga, nichilismo, Sofri e suicidio.

Già perché non è detto che il loro mondo si salverà semplicemente facendo andare i motori ad acqua. Sempre che l’acqua ci sia. Qualche correttivo, forse, ma sempre – e ne sono garanti i potenti che pettinano le treccette a Greta – nell’ambito del Sistema. Che è quello capitalista, quello del There Is No Alternative (T.I.N.A.), o così o pomì, quello dell’estrazione del plus-valore che non può in nessun modo fare a meno di sfruttamento, disoccupazione, precariato, autoritarismo, controllo, manipolazione e guerre. E sai quanta sorveglianza su ogni cellula del tuo essere e fare assicurerà a quei potenti la “Green New Economy”, quando criminalizzerà ogni tua deviazione dal dettato ecologico. Basta lo Stato d’Emergenza invocato, nel plauso dei burattini politici, da Greta e dai venti milioni di suoi corifei per i quali, sempre secondo la profetessa svedese, “nella casa che brucia non si tratta di nutrire speranze, ma di essere terrorizzati” (sic!). E per sapere a cosa apre lo Stato d’Emergenza, basta riandare agli “anni di piombo” e alla Legge Reale, o all’11 settembre e al Patriot Act.

Per il controllo: dopo il terrorismo, l’emergenza climatica

Non ci sono riusciti con la guerra alla droga? E con quella al terrorismo? Prima il male lo si produce e diffonde. Poi, con la scusa di combatterlo, se ne fa pretesto per “normalizzare” ogni cosa. Pensate all’Afghanistan dell’oppio, cresciuto sotto occupazione Usa del mille per mille. Pensate all’11/9, o all’Isis. Così col Co2 e i gas climalternati. L’inquinamento di terra, acqua, aria, cibo, che il pianeta lo rovina cento volte di più e mille di più ne ammazza che quel grado di calore in più, nessuno se lo fila. Vuoi vedere perché? Dalla conversione in energie rinnovabili ci si guadagna. Dalla riduzione della chimica ci si rimette. E allora vai con gli scenari da apocalisse,con i ghiacciai che si sciolgono, con la pianura padana che diventa il deserto del Gobi, con i mari che ti sommergono, con le banane, la cioccolata, la soia, il caffè, che scompaiono, con te che a soli trent’anni sarai già una caldarrosta.

Vuoi non accettare qualche intrusione nella tua privacy, qualche mordacchia alla tua voce, qualche freno alla tua libertà per salvare l’umanità dalla fine del mondo? E allora immagina quali forzieri di beni e denari pubblici la combinazione tra “Green New Economy”, la “casa che brucia” e lo Stato d’Emergenza vorrà aprire agli artigli dell’economia privata, sotto forma di tasse, balzelli, investimenti “ecologici” e misure atte a neutralizzare chi contesta. Tutto verrà imposto come “strategico”, legibus solutus, militarizzato. Tipo le trivelle e gli inceneritori al tempo dello “Sblocca Cantieri” del saltimbanco di Rignano.

Business contro business

Nello schieramento di coloro con cui Greta e il suo movimento dicono di confrontarsi già serpeggia una contraddizione. Contraddizione  tra coloro, petrolieri impegnati in guerre per gli idrocarburi e nella ricerca, affamata di investimenti, di sempre nuove risorse e infrastrutture fossili, o l’industria delle armi a cui l’ecologia è puro anatema, o quella agro-chimica che campa di veleni e OGM, da una parte, e finanza e multinazionali, dall’altra. Malavita capitalistica entrambi, ma più lungimiranti i secondi affidano alla “Green New Economy” la nuova rivoluzione industriale, lo scatto innovativo tecnologico e culturale che prometta una nuova spanna di vita all’estrazione di valore e unifichi costumi e consumi a ulteriore accelerazione della globalizzazione e del dominio unico.

Segui Greta e trovi Paperone

A precedere Greta sono stati, nel 2013, i primi Titoli di Credito Verdi privati emessi dall’Immobiliare svedese Vasakronan. Seguirono obbligazioni di Apple, delle Ferrovie francesi e della banca Credit Agricole. Oggi girano titoli verdi per 500 miliardi di dollari. L’obiettivo è di arrivare a 45 trilioni in tutto il mondo, ora che sono coinvolte anche la Banca Mondiale, la City di Londra, la Bank of England, la Banca degli Insediamenti Internazionali con il neo-istituito Gruppo di Consulenza a banche centrali, investitori, assicurazioni circa rischi e opportunità legate al clima. Insieme al governo britannico e alla City, questa struttura ha dato vita alla “Green Finance Initiative” che, sotto la presidenza del miliardario Bloomberg, punta a investire migliaia di miliardi in progetti “verdi”. Di questa eccellenza finanziaria, impegnata a superare la ciclica crisi del capitalismo, fanno parte i fuoriclasse della globalizzazione neoliberista e della relativa devastazione socio-ambientale  fatta di predazioni, speculazione, migrazioni, guerre, sanzioni e spostamenti di soldi dal basso in alto. Tra le eccellenze del ramo ecco JP Morgan, Barclays Bank, i pregiudicati per riciclaggio da droga di HSBC basata a Hong Kong (quella che ha scatenato un po’ di ragazzi per impedire l’estradizione dei suoi in Cina), Black Rock, l’ENI e le più grosse multinazionali di acciaio, petrolio, chimica, industria estrattiva.

Una bella compagnia sul cui blasone verde svettano Al Gore e la sua “Generation Investment LLC”. Tra coloro che, insieme a mamma e papà di Greta e il loro apparato PR, hanno creato il fenomeno e le sue ripercussioni di massa, Al Gore, già vicepresidente del rimpianto Clinton, di jugoslava memoria, è il nume tutelare e da tempo il fornitore delle più impeccabili credenziali verdi. Non per nulla a Kyoto, al vertice del clima del 1997, dove ero inviato del Tg3, ho potuto accarezzarne il pastore tedesco. Propagandosi da irriducibile eco-animalista, Gore l’aveva portato appresso al summit. Per avere a Kyoto azzerato, con il No americano, tutti i termini del protocollo che avrebbe fin da allora dato una scossa alla (in)coscienza climatica universale, per la solita eterogenesi dei fini e gli scherzi che fanno a Stoccolma, Gore è poi assurto ad antagonista ecologico di Bush e, nel 2007, consacrato Nobel della Pace per meriti ambientalisti. Poi gli spiritosi dell’accademia svedese si sono ripetuti con il comandante in capo di sette guerre, Obama.

Da Al Gore a Goldman Sachs, per Greta la créme de la créme ecologista

Non poteva mancare, nel ruolo di protagonista assoluto, quella che alla globalizzazione e all’UE ha donato Mario Draghi e il capo della Bank of England, Mark Carney: Goldman Sachs, fornendo la cornice all’affresco verde che salverà il mondo nell’occasione dell’epifania di Greta al Palazzo di vetro, ha rivelato al mondo il primo Indice Globale dei più validi titoli ambientali. Vi figurano la molto peccaminosa HSBC, JP Morgan Chase, ma anche Merrill Lynch, American International Group e altri. Nell’indice, intitolato CDP Environment EW, che punta ad attirare fondi di investimento, fondi pensionistici e altri verso obiettivi meticolosamente selezionati, figurano anche Google, Microsoft, Philips, Danone, Diageo e, ovviamente, Goldman Sachs.

E da questo retroterra che fiorisce il Green New Deal  con le sue sibille oracolanti, Greta Thunberg e Alexandria Ocasio-Cortez, sotto diretto padrinato di Al Gore e del suo partner David Blood, ex-Goldman Sachs. Ocasio-Cortez, uno degli idoli della sinistra imperialista, alla “manifesto”, ha elaborato una trasformazione in verde dell’intera economia statunitense al costo di 100 trilioni di dollari. In Svezia la piccola Greta è Consulente e Fiduciaria Speciale  dell’ Ong “We don’t have time” (Non ci rimane tempo), fondata dal suo Amministratore Delegato Ingmar Rentzhog. Il quale Rentzhog è socio dell’associazione di Gore “Leader dell’Organizzazione per la Realtà Climatica”, a sua volta affiliata a “We don’t have time” di Greta Thunberg. Quanto a Ocasio-Cortez, madrina dell’operazione negli Usa, è stata sostenuta nella sua candidatura al Congresso da un gruppo chiamato “Justice Democrats”. Ora che è deputata, Ocasio-Cortez vanta un collaboratore parlamentare di primissimo piano: Zack Exley, Dirigente di “Open Society Foundation”, da questa finanziato,  come anche dalla Ford Foundation, proprio per dar vita a “Justice Democrats”, gli sponsor di Ocasio-Cortez. Non credo di dirvi alcunchè di sorprendente se ricordo che “Open Society Foundation” è l’organizzazione con la quale George Soros finanzia mezzo mondo. Quello impegnato in tutti regime change, colorati o meno, e nella deportazione via Ong di popolazioni dalle terre fertili e ricche di risorse in Africa, Asia e America Latina.

Juncker: baci ed euro sonanti per il nuovo Sessantotto del “manifesto”

Bel campionario di miliardari, già carnefici dell’ambiente e ora tutti climatologi. Poteva mancare l’imperatore dell’austerity europea e principe del paradiso fiscale lussemburghese? Baciata galantemente la mano alla signorina Thunberg a febbraio, l’ancora capo della Commissione Europea, Juncker, promise solennemente che ogni quarto euro dell’eurobilancio sarebbe stato d’ora in poi dedicato al cambiamento climatico. Chi ne sarebbe stato il ricevente e gestore? Ma ovviamente il nuovo ente “Breakthrough Energy-Europe”. E chi fa parte del nuovo ente? Ma ovviamente tanti bravi filantropi già con l’acquolina in bocca per le tante opportunità che l’esercito della piccola pifferaia gli rimedierà in termini di rilancio capitalistico: Aerolinea Virgin, Bill Gates, Alibaba (l’equivalente cinese di Amazon), Zuckerberg (Facebook), il principe saudita Al Walid bin Talal, David Rubenstein (Carlyle Group), Softbank di Tokio, il gigante dei fondi di investimento a rischio, Julian Robertson, l’immancabile George Soros con il suo Soros Fund Management, per citare solo alcuni del Gotha dell’ambientalismo mondiale.

Il cerchio si chiude. Magari si chiude  su alcuni milioni di ragazzi che, grazie alla loro perspicacia politica, ora devono essere abilitati a contribuire al governo del mondo votando fin dai 16 anni, quelli di Greta. Come propone il noto ambientalista Enrico Letta e come corrobora, superando con ben sette paginoni di impazzimento redazionale gli orgasmi mediatici di tutte le altre voci del neoliberismo di guerra e di governo, il “manifesto”. Impazzimento addirittura commovente quando, nell’editoriale d’apertura, la direttrice Rangeri traveste l’operazione Al Gore-Greta Thunberg da “Nuovo Sessantotto”.  Il che ci dà l’idea di cose intendesse per Sessantotto il “manifesto”. Avendo cavalcato a briglia sciolte tre dei cavalli dell’Apocalisse, migranti, femminismo – LGBTQI, guerra dei diritti umani ai nemici degli Usa , il “manifesto” ora vola, criniera al vento, sul quarto: il clima.

P.S. Ideuzza che Greta, di ritorno a casa sul panfilo di Montecarlo, sicuramente farà sua: taglia le spese del Pentagono, converti le industrie militari alla bonifica ambientale decuplicando i posti di lavoro e riduci danni ambiente- vita- e clima-alteranti a vantaggio di alcune centinaia di milioni di ragazzi che non si sono visti nei cortei di Friday for Future dacchè, da sotto le macerie e le cataste di cadaveri delle sette guerre di Obama-Trump, il futuro proprio non riescono a vederlo.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 23:24

Foietta torna al vertice della commissione Italia-francia

https://www.pressreader.com/italy/corriere-torino/20191001/281586652333135

L’ok del governo a convocare il summit a novembre. Il Mit invia in Europa la lettera del Sì alla Tav Foietta torna al vertice della commissione Italia-francia

Corriere Torino · 1 ott. 2019 · C. B.

L’arcinemico dei grillini torna a correre (da protagonista) lungo i binari della Torinolione. Paolo Foietta, ex commissario straordinario di governo della Tav, estromesso dall’ex ministro Danilo Toninelli, ha avuto il via libera dall’esecutivo Conte Bis per convocare la prossima riunione intergovernativa tra Italia e Francia. Che si terrà nei primi giorni di novembre, per discutere dello stato di avanzamento del tracciato.foietta, dopo 15 mesi di braccio di ferro con l’ex titolare dei Trasporti, senza mai riuscire a incontrarlo è stato ricevuto dal capo gabinetto del Mit, oggi guidato dal ministro Paola De Micheli. L’architetto torinese è decaduto da tutte le sue cariche, non rinnovato ma neppure è stato sostituito. Non è più commissario di governo e non è presidente dell’osservatorio Torino Lione. Ma non avendo ricevuto alcuna comunicazione è rimasto in sella alla commissione intergovernativa. Commissione internazionale che, per questioni di opportunità politica, viste le frizioni che dividevano Lega e 5S sulla grande opera, non è stata più convocata da oltre un anno. Ieri intanto è partita la lettera del ministero all’inea, l’agenzia esecutiva Ue per le infrastrutture, con cui l’italia spiega che, dopo i tentennamenti, riprende la rotta del Sì Tav. I destini del tracciato più combattuto d’italia rimetteranno Foietta di fronte ai suoi ex avversari. Alla commissione intergovernativa partecipano come capi delegazione anche i ministeri degli esteri (quindi Luigi Di Maio o suoi collaboratori), dei Trasporti e degli Interni. «Dopo 15 mesi di richieste, nalmente sono stato ascoltato dal governo — racconta Foietta — È un segnale che stiamo tornando sui binari della normalità. Ma non basta. Ci sono nomine che vanno fatte. L’ho scritto e ribadito anche al nuovo ministro dei Trasporti». Perché se l’alta velocità riprende la sua corsa va ristabilita la struttura di accompagnamento alla grande opera. Ne è convinto Paolo Foietta. «La richiesta non è vincolata al mio nome. Da funzionario dello Stato ho il dovere di richiamare il governo alle sue responsabilità». Sul tappeto c’è l’agenda delle compensazioni: quasi 100 milioni di euro da destinare ai comuni dove passerà la Tav. Ma si tratta di risorse che sono state congelate durante il governo giallo-verde.«il nuovo esecutivo ha cambiato atteggiamento. Ora mi auguro che si possa riprendere il discorso interrotto 15 mesi fa — dice Foietta — Oggi sono portavoce dell’osservatorio Torino Lione ma c’è bisogno di un presidente autorizzato dal governo per poter avviare ogni procedura: dalle compensazioni all’ascolto del territorio». Dopo 15 mesi di richieste nalmente sono stato ascoltato dall’esecutivo, siamo di nuovo sui binari della normalità

COME CON L’EDITTO DI CARACALLA

Il governo «giallo-grigio», servo di Ue, globalismo, liberalismo sfrenati, punta a velocizzare ed estendere la «cittadinanza» (che è già conseguibile nella legislazione attuale) tramite lo ius culturae (quale cultura? Ma questo è un altro discorso…) donde poi passare allo ius soli (da contrapporre all’“ovviamente” – secondo il «politicamente corretto» – xenofobo, razzista, fascista e salmo cantando, ius sanguinis, relativo alla perpetuazione di realtà storiche e socio-culturali autoctone). È evidente – contro la reazione che sta restaurando l’abietta subordinazione ai diktat altrui (centrali del capitale transnazionale e Ue), ossia il governo e le sue forze costituive: M5S, Pd, Renzi, LeU, Autonomie e Italiani all’estero, con accordo entusiasta della Chiesa di Bergoglio – che si tratta della piena apertura al flusso migratorio, contro il nostro paese e la sua popolazione, e contro i paesi di origine dei migranti: colpi a questi ultimi paesi e tratta neo-negreria, “da noi” forza lavoro disponibile a tutto, pressione di «esercito di riserva», ulteriore dissoluzione del tessuto sociale e culturale. E voglio riproporre una rielaborazione di un mio vecchio intervento, relativo a come si vanifica il diritto di cittadinanza, riducendolo a mera statuizione di sudditanza, in base a un parallelo storico.

Come con l’editto di Caracalla.  Nell’Impero romano avviato al declino (nel III sec. d. C.: eliminata ogni vitalità autonoma delle città, radici fondamentali dell’Impero stesso, nella seconda metà del secolo sarebbe caduto nella crisi da cui sarebbe uscito come Stato dispotico, burocratico-militare, di tipo orientale – e la sua parte occidentale si dissolverà nel 476), nel 212 d. C. l’imperatore Marco Aurelio Antonino Bassiano (dinastia dei Severi), detto Caracalla (dalla tunica con cappuccio che usava mettersi), concesse lo status di civis romanus a tutti gli abitanti dell’Impero. “Era l’ora!”, in consonanza all’odierno liberalismo, si avverte nella maggior parte delle spiegazioni dell’evento. Gran passo avanti! Sí? Verso dove? La cittadinanza fu generalizzata perché essere civis romanus non significava piú nulla in sé, mentre le differenze erano di intralcio al trattamento uniforme dei sudditi, sul piano militare e fiscale, sociale e culturale. La contrapposizione era fra honestiores (autodichiarati) – l’oligarchia dominante (esercito e burocrazia, interconnesse proprietà agrarie e cittadine, e lavorazioni collegate) – e umiliores (cosiddetti) – le classi subalterne, di città e campagne. Non è simile all’oggi? «Cittadinanza» significa avere i «diritti» liberali, che comprendono quello di elettorato, e «doveri» – tasse, leggi, decisioni “dall’alto” – in un regime che si ammanta del termine «democrazia», ma che è il potere dell’oligarchia (statuale, politica, economica, sociale, culturale) con i suoi seguiti di addetti e interessati. Quindi, avere la «cittadinanza» significa solo essere un suddito regolare. Per il resto, anche gli irregolari (migranti) hanno gli stessi diritti, escluso quello elettorale – anzi, qualche vantaggio in piú (sovvenzioni, alloggi, esenzioni, etc.). E dare a tutti la «cittadinanza» significa annoverare tutti alla condizione di sudditi, senza che cessino gli impegni di «accoglienza» e «integrazione», e segni vari di «rispetto culturale».

Nel Mondo antico, pre-dominio romano, specie nelle póleis elleniche dove era stata creata la democrazia, quelli che, da fuori, volevano andare a stabilirvisi, dovevano chiedere e ricevere il permesso – se no, giungendo in massa senza richiesta e permesso, si trovavano le triremi da guerra in mare e gli opliti su molo e approdi, e vie di accesso. Se il permesso c’era (in quanti, dove, come, a far che …), avevano tutele e  diritti (esclusi quelli politici) come i cittadini di quelle città, ma erano métoikoi (meteci: «abitanti fuori casa») e potevano poi, sí, ottenere la cittadinanza (e completi diritti), ma in base a una lunga, avvenuta e soprattutto comprovata assimilazione (culturale, politica, sociale) ai cittadini stessi (con assunzione e rispetto dei loro usi e costumi).

Nel regime oligarchico liberale, e con governi come altri del passato e come quello presente, si tende a conferire la «cittadinanza» a tutti per avere un informe “mescolone” su cui comandare. Ciò che “conta” e “basta” sono il mercato (= il capitalismo) e le stabilite statuizioni (= lo Stato), con uso ad hoc della scienza (= la tecnologia scatenata – vedi quanto si ventila sui pagamenti via carta postale, verso l’eliminazione del contante e il controllo di tutto, ovviamente “sul basso”). A ciò serve l’estensione sempre piú para-automatica della «cittadinanza»: tutti sono sudditi – ufficiali, legali, approvati. In un magma informe e senza senso, su cui il governo passacarte (come simili precedenti) per conto delle potenze della «globalizzazione» e dell’Ue (franco-tedesca) può comandare. Con le felicitazioni per il «progresso» dei non pochi buffoni solenni, a petto in fuori e sguardo acceso, fieri “antidiscriminazionisti”, valorosi antifascisti senza fascismo, «anime belle» liberali, decisi “rivoluzionari” pro-accoglienza, umanitaristi ottusi (a tutto), e fissati religiosi: tutti alfieri del declino nel dissolvimento.

Mario Monforte

No Tav, ordine di carcerazione per Nicoletta Dosio

https://torino.corriere.it/cronaca/19_ottobre_14/no-tav-ordine-carcerazione-nicoletta-dosio-6be95634-ee91-11e9-9f60-b6a35d70d218.shtml?fbclid=IwAR2wjoeUAAmMmNEMBmStSLKzkM_g9emiqtk0SqeSZqK2vo4WO0F08RukflY

La «pasionaria» della Valle di Susa condannata a un anno 

No Tav, ordine di carcerazione per Nicoletta DosioNicoletta Dosio, ph. Ansa
Un ordine di carcerazione è stato notificato a Nicoletta Dosio, 73 anni, storica esponente del movimento No Tav della Valle di Susa. Il provvedimento è la conseguenza di una condanna, diventata definitiva, a un anno di reclusione senza condizionale per una dimostrazione del 2012 al casello di Avigliana (Torino) sull’autostrada del Frejus.

L’ordine di carcerazione è sospeso per trenta giorni per dare modo di chiedere misure alternative alla detenzione. Ad altre persone imputate nel medesimo processo, secondo quanto si apprende, sono stati notificati provvedimenti analoghi.

Chi sono le donne kurde che difendono la democrazia e la libertà dagli islamisti dell’IS

http://www.greenreport.it/news/donne-kurde-difendono-democrazia-liberta-dagli-islamisti-dellis/?fbclid=IwAR3f6zE_JNyzu3WTJi5tQ0zAin2D7P0491NoUVX5EOJOYZddZ_876-qAusI

«Combattiamo per le donne del Medio Oriente e del mondo, difendiamo i valori dell’umanità»

Le Women’s Protection Units dal 2 luglio in trincea a Kobane contro i tagliagole fascisti islamisti

[6 Ottobre 2014]

di Umberto Mazzantini

Il Vicepresidente del Parlamento europeo Davide Sassolli scrive sulla sua pagina FacebooK. «Sono ore drammatiche, decisive. Nella città siriana di Kobane un manipolo di combattenti curdi, tra cui molte donne, si oppone casa per casa all’avanzata dei fanatici dell’Isis. Sanno benissimo che, se catturate, verranno torturate e decapitate. Ma combattono per la propria terra, per la libertà, per l’umanità. Il mondo si inchini di fronte a tanto coraggio». Quello che scrive l’esponente del PD è vero e giusto, ma da ex giornalista non può non sapere che quelle coraggiose donne Kurde appartengono alle  Women’s Protection Units delle forze di autodifesa dal Partito di Unione Democratica (PYD),  che ha instaurato un governo autonomo nel Rojava (o Kurdistan occidentale siriano), una forza politica di sinistra considerata molto vicina al Partîya Karkerén Kurdîstan  (PKK – Partito dei Lavoratori del Kurdistan), dichiarato organizzazione terroristica dalla Nato, dagli Usa e dall’Italia. Non dice che quelle donne che difendono la democrazia e la libertà di fronte ai tagliagole fascisti dello Stato Islamico (Daesh in arabo) hanno sulle divise la stella rossa comunista e che a fianco a loro ci sono i guerriglieri del PKK infiltratisi in Siria, mentre la Turchia (Paese Nato) impedisce ai kurdi di andare a dar manforte alle loro compagne e compagni assediati dagli islamisti tagliagole e misogini dell’Isis.

La comandante dell’unità  protezione delle donne del YPJ di Kobane, Meysa Ebdo, ha detto che «L’Isis sta cercando di massacrare i civili nella regione e il mondo intero sta guardando», poi ha a invitato tutte le forze politiche del Kurdistan a «mettere da parte le loro differenze e difendere il Kurdistan» ed ha invitato  i giovani a «stare dalla parte della resistenza a Kobane. Questa resistenza sta per demolire i confini».

In un programma andato in onda ieri sera su Med Nuce, la Ebdo ha detto che, dato che lei e le sue compagne sono «in trincea contro l’Isis dal 2 di luglio non siamo in grado di seguire la stampa ed i media, ma ringraziamo tutti coloro che hanno sostenuto la resistenza a Kobane. L’Isis spera di massacrare centinaia di migliaia di curdi nella regione di  Kobane. Stiamo resistendo contro questo. E il mondo tace. Le organizzazioni per i diritti umani sono rimaste silenti di fronte alle nostre richieste. Ciò dimostra che l’Isis non sta lavorando solo per se stesso. L’Isis viene utilizzato come strumento per fare in modo che i Kurdi rinuncino alla loro a volontà».

Questa coraggiosa comandante di un battaglione di eroiche donne musulmane e di alte religioni racconta cosa sta succedendo nella fascia di territorio kurdo che divide la Turchia dal proclamato Stato Islamico: «Molti dei nostri amici, maschi e femmine, sono stati martirizzati mentre resistevano contro questi attacchi. Attualmente, migliaia di nostri combattenti sono nei campi di battaglia dove fanno storia. Abbiamo evacuato i civili dai villaggi che erano sotto attacco. Chiunque sia abbastanza in forma per portare armi lo ha fatto per proteggere le nostre case e terre. Tutti dovrebbero sapere che non permetteremo a queste bande di avere successo. Chiunque sia dietro queste bande, qualsiasi arma tecnologica possiedano, non ci riusciranno. Da qui in poi, nessuno può far fare un passo indietro al  popolo kurdo».

Ebdo, prima di tornare a combattere i fascisti islamisti ha ricordato che «Questi attacchi non sono solo contro Kobane e la sua gente, ma contro la volontà del popolo kurdo. Vorremmo che tutti i partiti politici e le organizzazioni del Kurdistan capissero che questi attacchi sono contro di loro. Quella che viene attaccata a Kobane è l’idea del Kurdistan. Vorremmo invitare tutti i partiti politici a mettere da parte le loro differenze ed a proteggere il Kurdistan».  Intanto, il 26 settembre, un gruppo di anarchici turchi di Istanbul sarebbe riuscito a traversare la frontiera turca ed a raggiungere  Kobane, creando una sorta di battaglione internazionale che rimanda alla guerra civile spagnola, speriamo che anche questa volta non vincano i fascisti.

Jacques Berès, chirurgo e co-fondatore di Médecins Sans Frontières e Médecins du Monde, tornato da una missione umanitaria nell’area della  battaglia nel Rojava, ha detto: «Faccio questo lavoro da più di quarant’anni, ma quello che ho effettivamente visto nelle ultime settimane in Siria è peggio di qualsiasi cosa io abbia mai visto in tutta la mia vita. Se i paesi occidentali non agiscono immediatamente ci sarà  sicuramente un genocidio. La guerra in Siria è orribile.  Ho visto corpi bruciati, strappati a pezzi, senza braccia o gambe, la maggior parte dei quali civili. Il mio lavoro, durante una missione di due settimane, è inadeguato rispetto al lavoro richiesto. Non ho potuto effettuare più di 7 o 8 interventi chirurgici al giorno. Ma ogni attacco da parte dei  jihadisti dell’Isis causa decine di feriti. Ogni  giorno ci sono decine di questi attacchi.

E tra i combattenti uccisi o feriti per difendere il Rojava dalle orde barbariche dello Stato Islamico ci sono giovani e molte donne.  «La percentuale di donne che combattono nelle file dell’YPG / YPJ ( (People’s Protection Unit)  – ha detto  Berès – è molto alta.  Almeno il 40% dei combattenti gravemente feriti che ho medicato  sono donne. Questa è una caratteristica unica della regione. Le strutture della società curda sono laiche, il ruolo delle donne è molto importante, a capo di ogni istituzione di solito ci sono un uomo e una donna, una visione che è in contraddizione con la misoginia tipica di questa zona del Medio Oriente. Questo punto di vista si scontra anche con il fondamentalismo dogmatico dell’Isis. Ero solo un chilometro di distanza dal fronte di battaglia e ho visto le donne ed i giovani combattenti respingere gli assalti dei jihadisti con semplici fucili semplici e kalashnikov.  I combattenti  sono armati di coraggio e spesso provengono da Kurdistan turco per aiutare la resistenza nel Rojava. Ma sono dotati solo di vecchi  kalashnikov».

La questione delle armi, non è secondaria: le bande islamo-fasciste dell’Isis attaccano le milizie della sinistra kurda con  carri armati, lanciamissili, veicoli blindati e armi pesanti. D’altra parte le donne e gli uomini kurdi sono equipaggiati solo con kalashnikov e lanciarazzi. «Dove sono le armi che l’Occidente  (Italia compresa, ndr) ha promesso di consegnare? – si chiede Berès – Non abbiamo visto le armi occidentali qui ,  invece non  solo abbiamo visto jihadisti provenienti dalla Turchia, ma anche carri armati che passano attraverso il confine turco. La Turchia continua ad avere un comportamento ambiguo a causa degli interessi  strategici ed economici coinvolti».

Infatti il Rojava- Kurdistan Occidentale è una terra ricca di petrolio, cosa che attira l’interesse non solo dello Stato Islamico/Daesh, ma anche dela Turchia. «In questa regione – spiega Berès – ci sono 1.173 campi petroliferi. La maggior parte dei quali erano operativi prima della guerra civile. Più del 60% del petrolio siriano proveniva da questa regione. Oggi sono chiusi ma il loro potenziale energetico è molto alto. Prima della guerra civile, questa regione era tra le più prospere e tolleranti di tutta la Siria. Qui si trovano  moschee o sinagoghe. Se l’Isis prenderà il controllo del Rojava sarà la fine di tutto questo».

Ma Kobanê è completamente circondata «Ora è come un enclave. Nella regione abbiamo visto venire la FSA (Free Syrian Army), il Fronte Al Nusra, ora la città di Kobanê è assediata dalle squadracce dell’Isis. Il problema è che il confine con la Turchia rimane chiuso e la Turchia ha costruito un muro alto 5 metri. Niente armi, niente medicine, nemmeno un sacchetto di riso o un litro di latte passa attraverso il confine. La Turchia blocca ogni convoglio. Così i Kurdi combattono da soli, sono intrappolati tra soldati turchi e le bande dell’Isis  e non possono fuggire nessuna parte. Ma una cosa è certa: se la città di Kobane cadrà nelle mani dell’Isis, la Turchia avrà un’enorme responsabilità nel genocidio che ne seguirà». E con la Turchia la Nato e gli altri Paesi suoi alleati, compreso il nostro. Invece l’esercito turco impedisce a migliaia di giovani, socialisti, sindacalisti, comunisti, rivoluzionari, femministe, libertari, provenienti da tutta la Turchia, di passare il confine per andare a  Kobane a sostenere i rifugiati e le milizie kurde che difendono la città dai fascisti del Daesh.

Intervenendo al meeting  dell’International Political Women’s Council in Germania, la co-presidente dell’Assemblea popolare del Rojava, Sinem Muhammed, ha ricordato che «La YPJ (Woman’s Protection Units) sta lottando per conto di tutte le donne del Medio Oriente e del mondo. Ora io  sono qui, però nel mio paese le donne si trovano ad affrontare la minaccia di un massacro su larga scala. La Rivoluzione del Rojava, con le Assemblee delle sue donne, le accademie e le case delle donne è una rivoluzione delle donne. Insieme alle altre ragioni, questo è uno dei motivi principali per spiegare perché l’Isis  sta attaccando Rojava».

Muhammed, rivolgendosi alle democratiche donne occidentali ha ricordato  per cosa stanno combattendo le “comuniste” kurde: «Resistendo a questo attacco, l’YPJ combatte  contro l’Isis  per conto di tutte le donne del Medio Oriente e del mondo. I ranghi dell’YPJ sono costituiti da donne di diverse fedi ed etnie, tra cui curde, arabe, assire, Yezide e cristiane».

La Muhammed ha concluso: «Oggi si potrebbe pensare che l’Isis sia  lontano dall’Europa. Tuttavia, questa è una minaccia contro tutte le donne del mondo. Il silenzio deve essere rotto. Oggi, nel Rojava  l’YPG e il YPJ stanno difendendo i valori dell’umanità».

Appendino: «Il treno Hyperloop collegherà Torino a Milano in pochi minuti. La Tav? Partita chiusa, si fa»

https://torino.corriere.it/economia/19_settembre_30/appendino-sulla-tav-giochi-sono-fatti-ora-parliamo-hyperloop-43ddbca6-e36b-11e9-8ead-3e29b17af838.shtml?fbclid=IwAR01DfTPPDMCQS05IDAbKK-gevG3eHODSe0IxlecvMtVf45OiDbsMHP_f5E

«Un’infrastruttura futuristica metterà in contatto le due città»

Appendino: «Il treno Hyperloop collegherà Torino a Milano in pochi minuti. La Tav? Partita chiusa, si fa»

«Sulla Tav i giochi sono fatti. Ho già dichiarato che quella è una partita chiusa. E, nel frattempo, vi invito, iniziamo a parlare di Hyperloop. Una infrastruttura futuristica che collegherà Torino e Milano in una manciata di minuti, creando così le condizioni concrete per una reale macroregione. A questo stiamo già lavorando, in accordo con il sindaco Sala». Parole della sindaca Chiara Appendino nell’intervento all’assemblea dell’Unione Industriale di Torino nella nuova area Tne di Mirafiori.

La capogruppo M5s Frediani: «Partita chiusa solo per lei»

La capogruppo del M5S in Regione Piemonte e battagliera No Tav, Francesca Frediani, attacca sul punto la sindaca Appendino: «Ah quindi ora la nostra aspirazione è arrivare a Milano in pochi minuti? No grazie, non è questo che può rendere migliore la nostra vita, erano ben altri i sogni che mi hanno avvicinato al M5S. Dimenticavo: la partita del Tav è chiusa solo per chi non è mai stato veramente “della partita”». A Frediani e al consigliere comunale Aldo Curatella, pure molto critico con la sindaca sulla questione Tav, si è aggiunta anche la collega di Palazzo Civico Daniela Albano: «Ormai pare che i vertici del M5S facciano a gara per smarcarsi da posizioni No Tav. Vergognosi».

Tav, ordinanza del prefetto: via all’ampliamento del cantiere in val Susa

https://torino.repubblica.it/cronaca/2019/10/09/news/tav_ordinanza_del_prefetto_via_all_ampliamento_del_cantiere_in_val_susa-238067098/

Disposti divieti di circolazione in alcune strade della zona

09 ottobre 2019

 Tav, ordinanza del prefetto: via all'ampliamento del cantiere in val Susa

Il cantiere del Tav in Valle di Susa è sul punto di estendere il proprio perimetro. Lo si ricava dalla lettura di una ordinanza con cui la Prefettura di Torino, per scoraggiare o evitare iniziative di protesta del movimento No Tav, ha disposto il divieto di circolazione nelle ore notturne (dalle 20 alle 7) in un paio di strade che conducono verso le recinzioni. Il prefetto ha richiamato un rapporto della questura dove si fa presente che “i prossimi futuri sviluppi di espansione del cantiere” riguardano da un lato la Valle Clarea, nel territorio del Comune di Giaglione, e dall’altro la zona della centrale elettrica di Chiomonte. La “costante prosecuzione dei lavori”, secondo la questura, è destinata a mantenere “continuo” l’interessamento dei No Tav “così come degli aderenti a sodalizi di matrice antagonista”.

La questura, oltre ad affermare che nei prossimi mesi sono previsti “raduni” che potrebbero sfociare in “momenti di tensione tali da determinare un forte pericolo di compromissione del contesto dell’ordine e della sicurezza pubblica”, fa presente che in Valle Clarea è presente una “attendamento” dei No Tav, chiamato “Campo delle Bandiere”, dove “quotidianamente prendono posizione gruppi di persone ostili alla realizzazione dell’opera che pongono in essere condotte provocatorie e di disturbo all’indirizzo delle forze di polizia e degli stessi operai presenti all’interno del cantiere”.

Fine prima parte della galleria di servizio: 9.000 metri di galleria, 1,5 miliardi di euro di buco

http://www.notav.info/post/fine-prima-parte-della-galleria-di-servizio-la-reazione-dei-francesi-9-000-metri-di-galleria-15-miliardi-di-euro-di-buco/?fbclid=IwAR1Sk7vpzo5pyVhwAI6y27fyx3uIsA2lgTi0oz_XYckBTEohu94xNKg8E8E#.XYjXASVvkA4.facebook

notav.info

post — 23 Settembre 2019 at 16:28

Riportiamo di seguito la traduzione del comunicato dei notav francesi sul completamento dei primi 9 km di una delle due canne di servizio del TAV accolto in pompa magna dalla stampa italiana


Lunedì 23 settembre la società TELT  ha annunciato la fine dello scavo di una galleria di 9 km del tunnel transfrontaliero cominciato 3 anni fa e presentato come “studio preparatorio” del progetto della nuova linea ferroviaria Lione-Torino per ottenere maggiori finanziamenti dall’UE.

Il progetto è già costato un miliardo e mezzo per degli studi preparatori che erano stati preventivati a 371 milioni!!!

Tutto questo, nonostante da 20 anni le grandi amministrazioni hanno unanimemente cassato il progetto di una seconda linea tra Torino e Lione constatando che la ferrovia esistente permette di rispondere a tutti i bisogni.

– Dal 1998, il rapporto dell’Ingénieur Général des Ponts et Chaussées Christian Brossier (https://lyonturin.eu/documents/docs/Brossier%201998.pdf) : “cominciare con la realizzazione del tunnel di base, che avrebbe una capacità sarebbe di molto superiore a quella delle tratte a nord e a sud significherebbe mettere il carro davanti ai buoi

– Nel 2003, l’Inspection Générale des Finances (http://lyonturin.eu/documents/docs/ponts%20et%20chaussee.pdf): nonostante siano fondati su presupposti metodologici discutibili, i risultati attualmente disponibili mostrano chiaramente che non è la redditività socio-economica che può giustificare questo progetto” ed “è improbabile che le infrastrutture esistenti siano sature nel 2015 ed è ancora troppo presto per prevedere quando lo saranno

– A queste conclusioni negative sul progetto Lyon-Turin bisogna aggiungere quelle della Corte dei conti, dell’Autorità ambientale e, recentemente, nel febbraio del 2018, del Conseil d’Orientation des Infrastructures che scrive “le caratteristiche socio-economiche appaiono a questo stadio chiaramente sfavorevoli” e non iscrive il progetto Lyon-Turin nei suoi tre scenari di programmazione degli investimenti.

In tutta impunità, i responsabili politici hanno ignorato queste conclusioni e la popolazione non ne è stata informata nelle inchieste pubbliche in spregio alle regole di consultazione. (…)

Il Lyon-Turin è un FIASCO ANNUNCIATO:

– Un costo 10 volte più caro di quanto preventivato

– 20 anni di decisioni politiche contrarie a ogni raccomandazione che veniva dalle amministrazioni

– Un ritardo di diverse decine d’anni con la messa in servizio che era prevista nel 2012

– Un finanziamento sconosciuto a oggi

– Delle previsioni completamente falsate sull’andamento del traffico merci

A due anni dalla venuta di Elisabeth Borne a Chamonix nulla è stato fatto per portate le merci dalla gomma al ferro mentre gli studi dimostrano che è possibile, già da oggi, ridurre di centinaia di migliaia di unità il numero di camion sulle strade alpine, mentre la Federazione nazionale dei trasporti (FNTR) chiede delle navette ferroviarie tra la Francia e l’Italia. La linea esistente dal 2002 ha beneficiato di lavori per un miliardo di euro e il solo risultato di queste politiche è stato di far passare il numero di treni merci dai 120 di allora ai 20 di oggi. Invece di finanziare le navette ferroviarie et l’adattamento del parco veicoli degli autotrasportatori, il miglioramento delle qualità dell’aria della valle di Chamonix serve a finanziare un maggiore inquinamento della Valle della Maurienne e il raddoppio del tunnel del Frejus (promosso dagli stessi che spingono il progetto Torino-Lione).

Mentre i giovani prendono parola sul clima, e la siccità a effetti visibili sulle nostre montagne e i nostri fiumi, il Lyon-Turin è all’opposto della politica urgente che bisogna portare avanti e che bisogna urgentemente finanziare.

Oltre al disastro finanziario questo progetto è un disastro ambientale e niente giustifica l’estasi davanti alla “performance” come se fossimo nel XIX secolo.

23/09/2019 – http://lyonturin.eu/

 

Cade l’ultimo diaframma del primo tratto di Tav, ma alla cerimonia assente il governo italiano

https://torino.repubblica.it/cronaca/2019/09/23/news/tav_cade_l_ultimo_diaframma_del_primo_taratto_del_tunnel_della_torino-lione_ma_alla_cerimonia_assente_il_governo_italiano-236716316/?fbclid=IwAR3BCPb9Xfk3A-yO0zap91RA_4-FhUxyk01SS0t9MHqT481x0Xctfy0mE-g

Cade l'ultimo diaframma del primo tratto di Tav, ma alla cerimonia assente il governo italianoLa talpa Federica distrugge il diaframma nel tunnel Tav

Presente il ministro francese ai trasporti. L’assenza dell’esecutivo Conte spiegata con “problemi organizzativi”

di ALESSANDRO CONTALDO, PAOLO GRISERI e DIEGO LONGHIN

23 settembre 2019

Nessun rappresentante del nuovo governo oggi alla cerimonia per la caduta dell’ultimo diaframma dei primi nove chilometri della galleria transfrontaliera del futuro collegamento Torino- Lione. Si tratta dello scavo della galleria  di Saint-Martin-la-Porte in Savoia. Così nasce l’idea che come è già accaduto con il governo giallo-verde, anche quello giallo-rosso snobbi la Tav. Dopo 21 minuti di scavo è caduto l’ultimo strato di roccia che separa i primi 9 chilometri di scavo della maxi-galleria della Tav Torino-Lione dalla gigantesca camera sotterranea dove la fresa sarà smontata e da dove partiranno le altre frese per proseguire l’opera, la cui entrata in servizio è prevista nel 2030. I

La talpa Federica buca il primo tratto della Tav, ma il governo italiano non c’è

l pulsante che ha dato il via all’ultimo scavo è stato premuto dal ministro dei Trasporti francese Jean Baptiste Djebbari e dai sindaci dei Comuni francesi di Saint Martin de la Porte e Saint Jean de Maurienne.  Dopo la caduta della parete di roccia sono state sventolate le bandiere della Ue  della Francia e dell’Italia. Il ‘tunnel di base sarà realizzato per 45 chilometri in Francia e per i restanti 12,5 in Italia. Il costo dell’intera opera è di 8,6 miliardi di euro al 50% pagato dalla Ue.

 

Gli operai sono scesi dalla fresa Federica portando le bandiere d’Europa, di Francia e di Italia e sono stati accolti dalle autorità. Tra i lavoratori una sola donna, Cristina, a cui il presidente di Telt Hubert du Mesnil ha consegnato la chiave della fresa Federica in riconoscimento di tutto il lavoro fatto in questi anni. Il direttore generale di Telt Mario Virano ha ringraziato “lavoratori, imprese, ingegneri e maestranze per l’impegno collettivo straordinario che ci ha consentito di superare grandi difficoltà incredibili. Questo è stato uno dei lavori di scavo in galleria più complicati al mondo”.” E’ un grande risultato – ha aggiunto – I primi 9 chilometri dei 115 totali, la prima tappa per riuscire a completare l’opera che permetterà di lanciare il Corridoio Mediterraneo”.

Telt, la società che dovrà realizzare l’opera, prova a giustificare l’assenza di rappresentanti dell’esecutivo a causa dell’organizzazione all’ultimo dell’evento: “La progressione dello scavo di Federica non era certa – spiegano – per cui abbiamo dovuto vedere di giorno in giorno”

Le infrastrutture utili non sono le grandi opere care a Confindustria

https://ilmanifesto.it/le-infrastrutture-utili-non-sono-le-grandi-opere-care-a-confindustria/?utm_term=Autofeed&utm_medium=Social&utm_source=Facebook&fbclid=IwAR1-U6fuPNJ2tjetz21miihTsZoxMTfbRkuhmxVuBIxCogA4_qPErQmZmus

manifesto

Nuovo Governo. Non possiamo applaudire Greta Thunberg, riempirci il petto di slanci ambientalisti e poi ritornare alle vecchie politiche come se nulla fosse

Si tratta in genere di operazioni che a fronte di cospicui guadagni delle imprese, mobilitano alcuni settori economici come quelli del cemento e di materiali di costruzione, creano un certo stock di posti di lavoro temporaneo, soprattutto di bassa qualità, e sconvolgono per sempre pezzi di habitat della penisola. Se non rientra nella logica di questo business, l’opera in Italia, non si fa.

Non a caso il raccordo ferroviario che avrebbe connesso il porto di Gioia Tauro al resto della Penisola non è stato realizzato. Ora, poiché su questo terreno il Pd rischia di entrare in conflitto con l’alleato di governo, proviamo a indicare che cosa possono essere le infrastrutture in Italia nella fase attuale.

UNA FASE, LO RICORDIAMO agli uomini di Confindustria, ai dirigenti dei partiti, agli economisti e ai giornalisti, nella quale non si può fare più economia come un tempo, quando si consumava territorio, bene comune sempre più raro e prezioso, come se fosse infinito, come se il suo consumo non avesse influenza sul clima che deciderà della nostra vita a venire su questo pianeta.

E dunque devo ritornare su un vecchio tema, reso sempre più attuale e drammatico col passare degli anni e dei mesi. Nella più completa indifferenza generale, la penisola italiana sta precipitando in uno del più gravi squilibri demografico- territoriali della sua storia. Mentre la maggiornza della popolazione si addensa, con le sue economie, i servizi, i traffici, lungo i versanti costieri, creando un caotico inurbamento, l’Italia interna si va spopolando.

L’ITALIA TUTTA, non solo quella del Sud. (Si veda il vasto affresco a più mani, con luci e ombre, Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, a cura di A.De Rossi, Donzelli).

Si tratta di un paradosso grandioso per più versi. Dal punto di vista storico, perché per millenni la nostra economia preminente, quella agricolo- pastorale, si è svolta in queste aree, dal momento che le pianure erano impaludate e malariche. Dal punto di vista presente, perché lasciamo milioni di ettari di terra all’abbandono, agli incendi, alle frane, alla desertificazione mentre potrebbero costituire aree di nuova agricoltura, di economie forestali avanzate.

Senza dire che non si abbandonano solo terre, ma anche paesi interi, cittadine, patrimoni abitativi anche di pregio, con manufatti storici e archeologici talora importanti Una vastissima area del Paese in crescente abbandono mentre noi cacciamo via come criminali, abbandoniamo nelle nuove bidonville ignifughe delle periferie urbane, i giovani migranti che potrebbero riabitarle.

DAL PUNTO DI VISTA DEL FUTURO perché con l’avanzare del riscaldamento climatico i territori di altura dell’Appennino e del preappennino diventeranno preziosi per le nostre economie agricole e non solo. Ebbene, una delle ragioni alla base dello spopolamento e dell’abbandono è visibile da tempo: l’isolamento.

La distanza dai luoghi dove sono insediati i servizi, le scuole, i presidi sanitari, ecc. Le persone che vivono nell’Italia interna non lascerebbero per nulla al mondo i centri dove sono nati, ma devono farlo se manca il lavoro, l’ospedale, la scuola, i legami sociali.

Ebbene, è qui che le infrastrutture finalizzate non al mondo degli affari, alla «crescita» e al consumo di suolo, possono svolgere un ruolo strategico di riequilibrio demografico, economico e sociale dell’intera Penisola.

LA COSTRUZIONE DI UNA RETE di linee ferroviarie leggere, vere metropolitane extraurbane, capace di collegare almeno i centri più importanti, potrebbe costituire l’intelaiatura per rivitalizzare in poco tempo l’intero territorio dell’Italia interna. Essa – insieme alla diffusione della rete e al telelavoro, strumento di accorciamento degli spazi, risparmio di tempo, spostamenti, Co2- costituirebbe la base strutturale per avviare il ripopolamento e soprattutto la fioritura di economie «nuove», vale a dire di agricolture non inquinanti, artigianato e piccola industria di trasformazione, produzioni forestali, turismo, ecc.

Ma tanti nuclei urbani possono diventare sede di ricerca scientifica avanzata, valorizzando edifici storici. Tutte economie che producono nuova ricchezza e soprattutto risultano compatibili con l’imperativo inderogabile che abbiamo davanti: il riscaldamento climatico che avanza a ritmi imprevisti dagli stessi esperti.

Non possiamo applaudire Greta Thunberg, riempirci il petto di slanci ambientalisti e poi ritornare alle vecchie politiche come se nulla fosse.

Oggi la propaganda non funziona più. Non si può far finta che le scelte economiche non abbiano un effetto ambientale. All’ignoranza abissale di tutto ciò che riguarda il territorio, connotato storico dei ceti dominanti italiani, non può più essere consentito di imporre il proprio punto di vista, prigioniero di un paradigma economicistico ormai esaurito.

Di fronte all’allarme globale, che cresce di giorno in giorno, non si può più giocare alcuna partita con le vecchie carte.