IL MIO REGALO PER FERRAGOSTO

Si tratta di un racconto. Parla dei miei amici, quelli che hanno finora fermato la Grande Opera, la Torino – Lyon, quella che noi abbiamo imparato a conoscere come “la Grande Truffa”.
Ho riletto recentemente questo racconto che ho scritto 12 anni fa scoprendo che per molti aspetti il tempo si è fermato qui in Valle di Susa. Noi però come la maggioranza degli italiani siamo andati avanti, invecchiando e rendendoci conto di come ci volessero prendere in giro, di come probabilmente volessero impadronirsi delle poche risorse di questo Paese. 
Chi leggerà per la prima volta queste pagine o le rileggerà scoprirà che in Valle è avvenuto un miracolo, qualcosa di incredibile, che può far paura a molti di quelli che vorrebbero decidere passando sopra alle nostre teste. Paura perché il nostro “esempio” può dare speranza anche ad altri che si sentono sopraffatti, derisi, insultati, maltrattati, non rispettati.
Leggendo provate anche ad immaginare i 1000 indagati di questi lunghi anni, le detenzioni, le perquisizioni, le migliaia di metri di recinzioni e filo spinato per difendere il “fortino del cantiere”. Pensate alle enormi spese per mantenere un apparato militare lassù in quel cantiere fantoccio fin dal luglio 2011. Neanche una centrale nucleare francese o tedesca è difesa in modo tanto accanito e puntiglioso, nemmeno una base militare americana, neppure i palazzi del potere. Poi pensate ai progetti ancora oggi indefiniti, lacunosi, alle parole spese sui giornali, alle prese di posizione dei “pasdaran del TAV” ed infine provate a pensare quante volte avete sentito parlare di dati di traffico reali da un fautore dell’opera. 
Leggete e trasferite anche ai vostri amici i post contenenti i vari capitoli, e non stupitevi se alla fine di questa bella storia scritta tanti anni fa troverete un doveroso aggiornamento utile forse a capire perché in valle si usa dire che non ci sono governi amici e non ci servono i “capipololo”.
Eccovi la presentazione.

Oscar Margaira

Una Bella Storia
Volevano fare in fretta, ma non potevano riuscirci.
Più passava il tempo più noi capivamo…

Dedicato alle prime vittime
dell’alta velocità ferroviaria italiana: quelli che la stavano costruendo.
Giovanni Damiano, 42 anni Pasquale Costanzo, 23 anni Giorgio Larcianelli, 53 anni Pietro Giampaolo, 58 anni Pasquale Adamo, 55 anni Francesco Minervino, 57 anni Biagio Paglia, 34 anni Kristian Hauber 23 anni Mario Laurenza, 37 anni
Dedicato a tutte le vittime degli incidenti ferroviari ed ai ferrovieri che da anni denunciano il generale stato di abbandono delle linee ferroviarie utilizzate
dai pendolari.
Dedicato ai cittadini che continuano ancora a sperare

Presentazione

Una brutta vicenda può diventare una bella storia

Queste pagine raccontano dell’opposizione al TAV in valle di Susa. Le vicende narrate sono avvenute in un periodo ben preciso: tra il 19 marzo 2005 ed il gennaio 2006. Ho già raccontato la mia versione di alcuni fatti avvenuti precedentemente al marzo 2005 e, devo ammetterlo, ricominciare a scrivere potrebbe servire almeno a sfogarmi. Ma non solo. Ciò che vorrei comunicare è anche la sensazione che ho avuto in questi mesi, quando una brutta storia, almeno per me e molti altri valsusini, si è improvvisamente trasformata in un’altra, parallela e popolare. Una vicenda cresciuta giorno per giorno, questa volta una storia bella, coinvolgente, sentita intensamente da una miriade di persone semplici: giovani, insegnanti, anziani, agricoltori, metalmeccanici, artigiani, medici, professionisti, pensionati, ammi- nistratori, persone che hanno alzato la testa in una valle da sempre restia a mettersi in mostra.
Proverò a fare un piccolo salto di qualità, alternando alla cronaca di parte degli avvenimenti che ho vissuto, alcuni dati tecnici sull’opera che ne chiariranno la grandiosità. Cercherò inoltre, senza velleità, di trarre conclusioni, di analizzare economicamente la questione, sperando di stimolare nel lettore qualche curiosità sulle origini dell’opera, sull’interesse politico che la circonda e sulla probabile con clusione della vicenda.
Il racconto prova a tracciare una sorta di diario degli avvenimenti e a narrare le peripezie mie e di una gran fetta della popolazione che si oppone ad opere grandiose, ritenute inutili, faraoniche e devastanti per l’ambiente e l’economia. Il filo conduttore sarà l’attività incessante, prorompente e decisa dei valsusini e di tanti nuovi amici che insieme, ancora una volta, vollero “resistere per esistere” con l’unico intento di voler continuare ad incidere sul proprio futuro e su quello dei loro figli.
Qualcuno potrà pensare che l’agitarsi dei nostri valligiani sia inutile, altri penseranno che “tanto è tutto deciso”. Altri ancora affer meranno che forse dovrebbero agitarsi ancora di più. Io non saprei dire chi ha la verità in tasca, di certo ho capito in questi anni che l’ingiustizia, la mancanza di rispetto, causano più danni di ciò che si crede, che “la nostra gente” sente col cuore, ma agisce con la testa. I fatti lo dimostrano. Di tutto si potrà dire, giudicando “da fuori” i fatti che racconterò, ma certo ognuno dovrà riconoscere la determinazione delle azioni e la contemporanea misura negli atteggiamenti dei valsusini. Non era facile trasformare un simile conflitto sociale in un’occasione d’incontro e di cultura, di conoscenza reciproca. Qui da noi è successo.
Tutto ciò non è un miracolo e può capitare anche altrove. Questa è la storia bella che vorrei raccontare, magari con la pretesa di far dimenticare quella brutta, che come un Blob colossale rischiava di spalmarsi su di noi. Un primo successo lo abbiamo dunque già raggiunto: non farci invischiare in quella catramosa, schifida, attaccaticcia emanazione strisciante che ha nella propaganda uno dei motori. Tralascio per pietà di nominare gli altri, credo che chiunque li potrà facilmente individuare leggendo queste pagine.

Prefazione di Diego Novelli

TAV: un problema nazionale
di Diego Novelli
ex sindaco di Torino

Detesto i tuttologi, coloro che ostentano e sfoggiano competenze su tutto, che presumono di sapere tutto e di poter discorrere e scrive- re con cognizione di causa su qualsiasi argomento.
Ho accettato l’invito di Oscar a scrivere questa breve nota perché leggendo il suo testo ho arricchito la mia conoscenza sulla vicenda TAV e anche perché mi è piaciuto il suo modo di narrare, qualità che si è un po’ persa, e che, per un vecchio cronista come me, rimane fondamentale per chi vuole comunicare.
Ho incontrato l’Alta Velocità per la prima volta nella mia attività giornalistica, 35 anni fa, nel luglio del 1971. Mi trovavo in Giappone per un’inchiesta sui sopravvissuti ai bombardamenti atomici a Hiroshima e Nagasaki, nell’anniversario del grande macello. I colleghi del quotidiano “Akata”, al quale mi appoggiavo, mi invitarono all’inaugurazione della linea ferroviaria ad Alta Velocità Tokyo-Osaka. Seicento chilometri, tempo di percorrenza, due ore ed un quarto. Stupendo!
Queste le mie conoscenze sul TAV sino ad un anno fa, quando alla redazione di “Narcomafie” (il mensile pubblicato dal gruppo Abele al quale collaboro) è giunto un ampio servizio sulle battaglie in corso da 15 anni nella Valle di Susa. L’antica curiosità del cronista mi ha spinto a cercare di ricostruire tutta la storia dell’Alta Velocità in Italia; non da un punto di vista tecnico e scientifico, ma politico, amministrativo, legale, etico.
Sono partito dai primi atti compiuti dal governo Craxi (ministro dei trasporti Signorile, presidente delle ferrovie dello Stato, Ligato) per giungere ai giorni nostri. Ne ho scoperte di tutti i colori. Qualcuno mi accuserà di essere rimasto un inguaribile”berlingueriano”, un “cretino moralista”, non importa, ma come scriveva il compianto Paolo Sylos Labini “non ci può essere separazione tra etica e politica”.
Leggendo montagne di carte per documentarmi mi sono fatto
questa convinzione: la storia dell’Alta Velocità in Italia è molto più affine ad una associazione a delinquere, piuttosto che ad un’impresa che interessa lo Stato. Ecco perché mi permetto di suggerire, non solo ai Comitati No TAV, ma a tutte le persone pulite (favorevoli o contrarie alla nuova ferrovia), una petizione popolare per chiedere alle nuove Camere una Commissione d’inchiesta parlamentare, per smascherare tutti coloro che in questi ultimi 15 anni hanno parteci- pato alla grande abbuffata TAV. Si tratta di un problema nazionale, non solo della Valle di Susa.

Seguirà il primo capitolo con la prefazione al racconto di Claudio Giorno. ecco il link per chi non lo avesse visto sul suo profilo:https://www.facebook.com/omargaira/posts/10215047457093123

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

I BEI CORPI E LE BELLE MENTI ALLA SALVEZZA DELL’ITALIA — SAVIANO &CO CONTRO L’ABOMINIO GIALLOVERDE (C’È ANCHE LAGA..CHI?)

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/08/i-bei-corpi-e-le-belle-menti-alla.html

MONDOCANE

VENERDÌ 17 AGOSTO 2018

Ragazzi, ci ho messo tre giorni a scriverlo, non ci volete mettere 20 minuti per leggerlo? Del resto è solo una comica.

http://www.neldeliriononeromaisola.it/2018/08/236853/ (appello di Cacciari)

http://www.repubblica.it/cronaca/2018/07/21/news/rompiamo_il_silenzio_contro_la_menzogna-202372216/  (appello di Saviano)

Tempi di caldo rovente, tempo di colpi di sole, tempo di appelli.  Dicono le statistiche che col caldo aumentano i delitti.  C’è quello di Veronesi, di appelli dico, quello di Cacciari, quello, enciclopedico, di Saviano. E c’è una buona fetta della nostra intellighenzia che si è mossa per la salvezza del paese. Tutti giù dagli attici, fuori dalle ville e dalle spiagge di Capalbio, a brandire penne e precipitarsi a firmare. Un’avanguardia civile e culturale contro una maggioranza populista, razzista, sovranista, contro l’inverno nucleare che, calando da Montecitorio e Palazzo Madama, gelerà il paese da Trento a Capo Passero.

Dell’appello di Sandro Veronesi è presto detto. La sua proposta chiedeva agli esponenti della bella gente, i combattenti VIP, di mettere “ i propri corpi” a disposizione della lotta ai razzisti: “Imbarchiamoci su una nave Ong per salvare i migranti”… “pensa se su una di quelle navi ci fosse Totti, o Checco Zalone, o Claudio Baglioni, Federica Pellegrini, Jovanotti, Monica Bellucci, Sofia Goggia,  Chiara Ferragni, o Giorgio Armani…”  Un concentrato di estetica e di soldi da sbaragliare qualunque razzista che intendesse bloccare barconi, raccoglitori di pomodori e cococò di Amazon.

Correggendo il tiro, via dai flutti comunque fastidiosi, Saviano ha suggerito  di lasciar perdere i corpi e far invece sentire le voci negate dalla più agevole terra, per “una grande insurrezione civile e democratica”. Per i naviganti è morta lì e il bel corpo del povero Fratoianni, alla pesca di migranti dei VIP insieme ai medici dell’lsis (MSF), è rimasto solo.

Rimasti a terra i bei corpi, ecco le belle menti

Non presentandosi i bei corpi, ecco che si sono presentate le belle menti. E quale prima, tra tutte, se non quella del filosofo-sindaco per tutte le stagioni, quelle senza Mose, quella del Mose, ma soprattutto quelle del tutto e del contrario di tutto purchè espresse con l’iraconda e impaziente grazia del maitre à penser? Maestro del pensiero squash (lo sport in cui puoi tirare la pallina contro qualsiasi muro, basta che ti rimbalzi), Massimo Cacciari, ci conferma che quanto dicono i nuovi barbari al governo è lontano dalla cultura europea e occidentale (ma non dovevamo essere “multiculturalisti?). Che è tutta un sorriso mentre questi sono intrisi di  “inaccettabile disumanità”. Scombinano il buon ordine sociale “contrapponendo il popolo alla casta”. Scongiurare “il pericolo mortale per l’Europa di una deriva sovranista” Cacciari sa che l’ha già detto Socrate. La sovranità è meglio che rimanga dove sta. Da Juncker.

Le ragioni degli appellanti

Il TAV e TAP, pilastri dell’economia italiana e occidentale, messi in forse per demagogicamente esaminarne i bassi costi e alti benefici; Un ministro, che si pretende dell’Ambiente, rivede il gasdotto appenninico solo perché privo di VAS (Valutazione Ambientale Strategica); Vaccini irresponsabilmente rinviati al 2019per compiacere i No Vax; pensioni d’oro, classisticamente tagliate sopra i 4000 euro; decreto Dignità pro riders, precari e licenziati ingiustamente, pro imprese che assumono a tempo indeterminato e contro delocalizzatori, biscazzieri, precarizzatori: una rovina dell’apparato produttivo; migranti risorsa di cui privare l’Italia per regalarla agli imprenditori europei e Ong che spostano la miserabile Africa nella ricca Europa bloccate; sospesa l’operazione salva-ILVA benchè razionalizzata grazie a 4000 lavoratori in meno e avvelenamenti pubblici solo fino al 1923; stop al CETA, trattato con il Canada (e gli USA)  e quindi al ricco mercato nordamericano; via libera alla stampa sulle intercettazioni con tanti saluti alla privacy di delinquenti solo presunti; alla RAI un incontrollabile candidato alla presidenza, senza nulla osta di Nato, Israele e Mattarella; via dalle FFSS coloro che ci hanno regalato l’alta velocità  e ridimensionato un trasporto regionale obsoleto e stop al matrimonio ANAS – FFSS  che avrebbe messo i viaggiatori italiani sotto protezione di un unico gestore (magari Benetton); pace con lo zar Putin a dispetto dell’invasione della Crimea e disconoscimento della democrazia di Kiev; a settembre reddito di cittadinanza, legge anticorruzione, Alitalia torna di bandiera: tutto con i soldi di Babbo Natale; 150mila metri quadrati di costa sottratti agli stabilimenti e restituiti al popolino che non si può neanche permettere 50 euro/giorno per cabina, lettino e ombrellone; Autostrade tolte ai Benetton, che da decenni fanno viaggiare sicuri e a basso costo gli italiani; e, colmo dei colmi, il ministro dell’Ambiente, contro le delibere di alcune province alpine assediate da animali feroci, decide che i lupi non saranno abbattuti, ma difesi e preservati.

In bocca al lupo

Quando gli hate speech vanno bene

Sono queste scelleratezze del regime razzista, xenofobo, demagogo, incompetente, fascistoide, nemico dell’impresa e degli investitori (detti mercati), sovranista, anti-europeo, che hanno fatto imbufalire un padre della patria che è al contempo il perseguitato numero uno d’Italia. Le nequizie del governo del cambiamento bastano e avanzano per uno che ha ispirato filmati e serie televisive pedagogiche con cui ai giovani, specie napoletani, ha fatto capire che per uscire dalla fogna tocca fare come gli eroi di quei lavori. Da cui l’urlo savianeo “Rompiamo il silenzio contro la menzogna”. E, a parte il contenuto, degno di Pericle, è la forma una figata. Saviano ha fatta sua quella degli haters, odiatori, proprio per dimostrarne la perniciosa forza quando rivolta contro gli amici di Washington, il papa, Mattarella, Soros, Boldrini, Bonino, lo stipendio di Fazio, i salvatori di migranti, i datori di lavoro…

Saviano si indirizza ai suoi “amici cari”: scrittori, medici, attori, youtuber, cantanti, filosofi, cuochi, produttori, tutte le persone pubbliche. Quelle non pubbliche, tipo licenziati di Alcoa, operai dell’Ilva, maestre d’asilo, precari di Amazon, laureati in fuga, sono date per perdute. Affranto, chiede a questi suoi amici cari: “perché vi nascondete?” Il che, visto a chi si rivolge, ti lascia un po’ basito: l’uragano  contro coloro che distruggono “70 anni di pace e prosperità”,  a El Niño dei tropici gli fa un baffoI “decenni di pace e prosperità”, assicurati anche da Berlusconi che, in fondo era solo un’innocua “macchietta italica” estratta dalla commedia dell’arte, li hanno garantiti anche i nostri soldati, in difesa della “nostra storia e dei nostri valori di democrazia giovane e fragile, ma prima di tutto antifascista e antirazzista”. E a chi  antirazzisticamente li hanno garantiti? Un po’ a tutti: serbi, afghani, iracheni, libici, siriani. Quanto alla prosperità, garantita è stata soprattutto ai quasi 18 milioni di italiani che, a partire dall’abolizione della scala mobile, si ostinano a non fare gli start up e si crogiolano nella miseria.

Un governo che “usa come arma di distrazione di massa l’attacco ai migranti e alle Ong”, è arrivato “all’orrore” di far credere a quasi 60 milioni di italiani “che il nostro problema siano i migranti”. Vuoi non concluderne, con Saviano, che “le cose si stanno mettendo male, male per tutti”? “Male per tutti”, mica negli Stati africani o mediorientali, che deperiscono visto che li bombardano, o gli tirano via le generazioni migliori. Niente paura, saranno sostituite da missionari, Ong e manager Monsanto.

Con. S’Agostino all’ultima crociata

Saviano il furioso non le manda a dire. E non le si poteva dire in modo più sacro einoppugnabileviste  che sono di S. Agostino. I gialloverdi? “ Associazione di ladri, bande funeste, briganti”. E, superando addirittura il santo caro ai picchiatori morali, “potere iniquo… ingiusto incapace…criminale-.. colpi mortali che questo governo sta infliggendo allo Stato di Diritto…”

Vicino a Boldrini, Bonino, Mattarella e altri galantuomini e filantropi come Soros, agli Elmetti Bianchi, cari all’ISIS, alla Nato e a Israeledemocrazie come “l’unica del Medioriente”, specie quando la promuove tra i bambini di Gaza, giustiziere di  brutta gente come Gramsci, Gheddafi, Castro feroce dittatore che “non ha mai realizzato i suoi ideali”, Assad, Chavez, Putin l’omicida che ispira il “ministro della malavita”, Milosevic, Galasso (del pool di Falcone), o di criminali come Hezbollah o Hamas, Saviano, parla ex cathedra.Il suo appello è una lectio magistralis.

Ci rassicura che l’immigrazione “non può essere bloccata” (in Africa la chiamano spopolamento), che è “una risorsa” (specie per terratenientes e Grande Distribuzione) e niente affatto “un pericolo per la tenuta sociale del nostro paese, che è un paese multietnico, fieramente multietnico” . Chi nega che i migranti siano una risorsa “non capisce niente di politica ed economia”, aggiunge e credo che si riferisca a chi non gioisce del senegalese integrato che butta il camiciotto colorato e mette la cravatta, della sudanese che dall’hijab passa al perizoma, dell’iracheno che anziché Avicenna e Averroè studia Alberoni, della somala che, per campare, cede il figlioletto per i pappa degli spotantifame, del chirurgo siriano che anziché ad Aleppo opera al Bambin Gesù. Che bello un multietnicismo così.

Il finale dell’appello è da tempesta wagneriana. Fa impallidire il Catone che rade al suolo Cartagine, o il Cicerone che manda al patibolo Catilina: “Mobilitatevi per diritti che a breve non ricorderete nemmeno più di aver avuto … truppe cammellate di bugiardi di professione al cospetto dei quali gli scherani di Berlusconi erano dilettanti… era così che Mussolini trattava Matteotti prima che venisse ammazzato…comunicazione criminale …

Comunicazione a sostegno di chi “delegittima dall’occuparsi del sociale figli di benestanti”, chi applica la “deriva autoritaria per disconoscere la fatica intellettuale”, “chi ci offende dicendo che criticare questo governo sia un favore a qualche potente” (fareste male a pensare a code di paglia, o a Soros, De Benedetti, Elkann, Cairo, Boccia, UBI, le lobby di Bruxelles). Qui si tratta di essere “o complici o ribelli”. Perché, come dice Grossman, “è la lotta del grande male che cerca di macinare il piccolo seme dell’umanità. Voi siete il piccolo seme dell’umanità, senza di voi l’Italia è perduta”. Ma, coraggio, c’è chi questo piccolo seme lo sa far germogliare. “Sono io, Roberto Saviano”, e qui la si vede tutta, la tempra dell’uomo:  “Non mi fa paura la querela, non mi fa paura la solitudine… non vi ho chiamato per difendere me…”  

Roberto, non sei solo. Siamo con te, tutti. Il Corriere, il Tg1, il Tg5, il manifesto più di tutti,La Stampa, La Repubblica, la “comunità internazionale”, la Nato, Juncker e tutta la UE, Soros, gli Usa che si apprestano alla battaglia finale con Mordor-Russia, gente che sa di avere ragione oggi, come aveva ragione quando ci avvertì che con il No al referendum saremmo precipitati in Grecia, che Saddam aveva le armi di distruzione di Massa, che un paio di aerei avevano fatto crollare tre torri, una senza neanche sfiorarla, che la guerra alla Jugoslavia era per i diritti umani, che Mario Draghi vuol bene non alle banche ma ai loro clienti, che con Renzi stavamo entrando nell’Eldorado, che i russi assediano l’Occidente e non viceversa, che non c’è elezione andata male che non sia stata manipolata da loro,  che andare da Torino a Lione 10 minuti più veloci unisce l’Europa, che l’euro ci avrebbe reso tutti signori con piscina…

Il “manifesto”: la pistola giocattolo ferisce. Solo se sei nero

E che se si spara con una scacciacane a salve si ferisce il colpito. Solo se è un migrante. E questa non è di Saviano, bensì del giornale che ne ha intessuto la corona d’alloro. Il “manifesto” riprende la vicenda dei cretinetti tredicenni che con una scacciacani a salve hanno fatto bang contro un immigrato. Però ci mette del suo, in prima pagina e nel paginone interno: vittima del razzismo sparato e… ferito. Nel testo ovviamente niente: illeso. E alloraE’ il razzismo che li ha lanciati contro il “negro”. E la lotta al razzismo consente certe licenze. Non sarà mica la solita deformazione complottista sospettare che i ragazzetti siano stati invece ispirati da quegli affascinanti videogiochi americani dove vince chi più spara, incendia, devasta, ammazza. Quei videogiochi che, ogni due per tre, il “manifesto”, con Federico Ercole, promuove ed esalta nei suoi inserti Alias. Ma questo il “manifesto” lo esclude. Il quotidiano Piddin-Sorosian-savianeo, da sempre antirazzista, con i bimbetti neri, gialli e bianchi dell’United Colors of Benetton, sa come schierarsi sui cattivi e buoni del Ponte Morandi crollato. A quegli sciacalli di Di Maio e compagni, irriconoscenti verso una famiglia sostenitrice di cause buone, mediatiche e politiche, per le quali tosava pecore e Mapuche, non la manda a dire con Michele Prospero: “Il governo,che ha osato annunciare revoche di concessioni ai Benetton autostradali, approfitta dei cadaveri e delle macerie ancora calde per sperimentare gli effetti del populismo penale e per scatenare le reazioni più regressive”:  “la vendetta contro i Benetton”.  Gente che si è acconciata a contenere i pedaggi e a limitare i profitti netti a1 miliardo all’anno.

Poltrone in vista

E’ una pura malignità dei soliti barbari vedere sullo sfondo di queste intemerate alcune mete dorate. Che so, una bella candidatura alle prossime europee, o capitanare la nave della prossima “sinistra” che saprà finalmente, spiaggiata la carretta renziana, fare da Arca e traghettare il suo popolo riunito al di là del cataclisma gialloverde in un’Italia desovranizzata, tutta europea e atlantica. Oppure, hai visto mai, una bella presidenza RAI? Non ce lo vedreste bene un filosofo in vetta alla RAI? O un perseguitato dalle mafia e alleato dei “produttori” e VIP contro i barbari? O, ancora meglio, chi in Rai ci sta dentro e, scoprendo le magagne di tutti, s’è conquistato la fama di cavaliere senza macchia e paura, a cavallo di un bianco destriero chiamato “Rai bene comune-Indignerai”?

L’asso nella manica e i “raccomandati e parassiti”

Riccardo Laganà, perito industriale e tecnico Rai, non aveva finito di denunciare al capo dello Stato la scandalosa proposta pentaleghista di un giornalista indipendente, Marcello Foa,  a presidente Rai  che un coro di followers in Rai ha rimediato candidando proprio lui. La consigliera Rita Borioni, renziana  e addirittura orfiniana del PD, tutta Forza Italia nel CDA e il giornalista Peter Gomez.Insieme alle grandi firme, pesanti argomenti a suo favore. Si era erto contro il di Di Maio dei “ parassiti e raccomandati” in Rai, individuandovi una “minaccia di rastrellamenti contro chissà quale razza di delinquenti tra i dipendenti RAI”.

Mentre 13mila dipendenti RAI facevano l’ola, io mi sono dovuto convincere che avevo visto male quando, mentre gracchiando in Rai per una ventina d’anni, m’era parso di averne pur visti di “parassiti e raccomandati”. Titoli per aspirare degnamente all’alta carica, Laganà ne ha tanti e, tra questi, oltre alla lettera contro Foa a Mattarella, la proposta di intitolare al buon Fabrizio Frizzi, scomparso simbolo di una Rai “massima istituzione culturale del paese”, gli studi televisivi DEAR. A seguire, Via Teulada potrebbe essere dedicata a Mara Venier.

Laganà e Saviano: un duo da RAI liberata

Ma dove Laganà s’è guadagnato un primato assoluto su candidati presenti e presidenti passati è stato il suo schierarsi accanto a Roberto Saviano senza se e senza ma contro i nuovi barbari, rieccheggiandone le ragioni e addirittura il lessico: fascismo, atteggiamento mafioso, orrore… Al becero Salvini, che aveva ventilato la sospensione di qualche scorta,ecco  la sfida dello scudiero di Saviano: “Noi vogliamo celebrare oggi Roberto Saviano  e il suo coraggio… sosteniamo oggi più che mai Roberto Saviano giornalista coraggioso e libero… la Rai è la casa di Saviano…ci batteremo perché nessuno possa sfiorarti”….

Una candidatura alla presidenza Rai al posto della sua, svanita? In questa sua accorata savianeide, il Laganà ha affiancato al martire ancora vivo, altri che non lo sono più: Impastato, Siani, Tobagi, Spampinato, Falcone e Borsellino. Solo un maligno potrebbe parlare di cattivo gusto. Per Laganà lottano mica solo Lopez, Borioni e i nazareni di PD e FI. Al suo fianco c’è anche MoveOnMica bruscolini. MoveOnvicina al Partito Democratico, è la più grande operazione online americana, ora estesa nel mondo,formatasi per contrastare l’impeachment di Bill Clinton per aver mentito al Congresso e al popolo americano. Oggi è il”portale di pressione” (lobby) che diffonde ai quattro punti cardinali tutto ciò che frulla in testa ai cosiddetti “liberal progressisti”. A suo tempo sostenne che Bernie Sanders era simpatico, ma che era meglio candidare Hillary. Il direttore è Ilya Sheyman, ebreo russo, figlio di una famiglia di dissidenti fuggiti dall’URSS negli anni ’70. Che altro?

Concludendo non possiamo che rendere grazie a Saviano, Cacciari, Laganà, manifesto: I vostri appelli ci hanno convinto: piuttosto spediti alla Cajenna da facebook, che con gli oppositori di questo governo.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:56

LE TCHAD DU PRESIDENT IDRISS DEBY ITNO ENTRE PANAFRICANISME ET REALITES PRAGMATIQUES GEOPOLITIQUES

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Flash Vidéo Géopolitique/ Geopolitical Flash Video/

2018 08 14/

Vignette PANAF-TV deby leader

Le Flash Vidéo du jour …

Le géopoliticien Luc MICHEL dans le ZOOM AFRIQUE du 14 août 2018 sur PRESS TV (Iran)

Le géopoliticien esquisse la géopolitique pragmatique et réaliste du président tchadien Idriss Deby Itno, devenu « par le sang versé » le leader de la lutte panafricaine anti-djihadiste. Et comment il louvoie entre l’interventionnisme occidental et sa volonté panafricaniste d’émancipation africaine, notamment vers la constitution d’une force transnationale, noyau d’une future Armée africaine …

Sources :

* Video sur PANAFRICOM-TV/

LE TCHAD LEADER PANAFRICAIN DE LA LUTTE ANTI-TERRORISTE (ZOOM AFRIQUE, PRESS TV, 14.08.2018- AVEC LUC MICHEL)

sur https://vimeo.com/284989976

* L’article sur

https://www.presstv.com/DetailFr/2018/08/14/571149/G5-Sahel-le-Tchad-doubleratil-la-France

* Que dit Press TV :

Interview express du géopoliticien Luc MICHEL depuis Bruxelles … « G5 Sahel: le Tchad doublera-t-il la France ?

Tchad/sécurité : Un nouveau centre des opérations au Tchad, un nouveau « G5 » mais sans la France ? »

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

(Flash Vidéo Géopolitique/

Complément aux analyses quotidiennes de Luc Michel)

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire – Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme (Vu de Moscou et Malabo) :

PAGE SPECIALE Luc MICHEL’s Geopolitical Daily https://www.facebook.com/LucMICHELgeopoliticalDaily/

________________

* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

WEBSITE http://www.lucmichel.net/

PAGE OFFICIELLE III – GEOPOLITIQUE

https://www.facebook.com/Pcn.luc.Michel.3.Geopolitique/

TWITTER https://twitter.com/LucMichelPCN

* EODE :

EODE-TV https://vimeo.com/eodetv

WEBSITE http://www.eode.org/

DE LA GUINEE CONAKRY AU CONGO, LA ‘NOUVELLE GUERRE DES MINES’ AU CŒUR DE LA GEOPOLITIQUE AFRICAINE

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2018 08 15/

LM.PRESS TV - ZOOM AFRO guerre des mines II (2018 03 08)

Une bataille hautement stratégique est menée à Kinshasa. Le président Kabila continue son combat pour que les richesses du sous-sol de RDC reviennent au peuple congolais. Le gouvernement est bien décidé à renforcer l’ITIE (la norme internationale de « transparence » dans le domaine minier) … Et derrière cette bataille, qui explique l’hostilité des occidentaux contre Kabila, une réalité : la « nouvelle guerre des mines » : où l’on retrouve les grands groupes miniers comme Rio Tinto, Chinalco, mais aussi Bouyges et surtout Georges Sorös et Steinmetz (qui se livrent une guerre sans merci en Afrique, prolongée en Israël et en Hongrie, précisément), les « Panama papers », le scandale Glencore et les nouveaux dossiers de « Bien (dits) mal acquis » montés en Suisse … »

Dans la guerre des mines, comment s’est préparée la RDC ?

Le cobalt a été au cœur du combat de Kinsha, qui a imposé qu’il soit désormais considéré comme un minerai stratégique. Comment la RDC (qui en possède la moitié des réserves mondiales) s’est organisée pour en conserver le contrôle ? Le géopoliticien Luc MICHEL explique comment le président Kabila a organisé la résistance aux multinationales occidentales …

Les Analyses de Luc MICHEL en videos :

* Voir sur PANAFRICOM-TV/

LUC MICHEL SUR ZOOM AFRIQUE (PRESSTV):

LA GUERRE DES MINES EN AFRIQUE II.

KABILA & LE NOUVEAU CODE MINIER EN RDC

sur https://vimeo.com/259365870

* Et sur PANAFRICOM-TV/

LA GUERRE DES MINES EN AFRIQUE III.

RDC. KABILA ET LE NOUVEAU CODE MINIER. SUITE (PRESS TV, 14.08.2018)

sur https://vimeo.com/284998102

* Voir aussi la Partie I :

sur PANAFRICOM-TV/

LUC MICHEL SUR ‘ZOOM AFRIQUE’ (PRESS TV, 19 DEC. 2017):

LA GUERRE DES MINES EN AFRIQUE ET SON EPICENTRE LA GUINEE CONAKRY sur https://vimeo.com/248505756

# L’ANALYSE DE REFERENCE SUR LA ‘GUERRE DES MINES’ :

COMMENT LA GUERRE DES MINES S’INVITE DANS LA POLITIQUE INTERNATIONALE !?

* Lire LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

REVUE DE PRESSE : LE DESSOUS DES CARTES DE L’ALLIANCE GÉOPOLITIQUE ENTRE LE RÉGIME ORBAN (HONGRIE) ET LE LIKOUD ISRAELIEN (NETANYAHU) sur http://www.lucmichel.net/2018/07/23/luc-michels-geopolitical-daily-revue-de-presse-le-dessous-des-cartes-de-lalliance-geopolitique-entre-le-regime-orban-hongrie-et-le-likoud-israelien-netanyahu/

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* PAGE SPECIALE Luc MICHEL’s Geopolitical Daily https://www.facebook.com/LucMICHELgeopoliticalDaily/

________________

* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

WEBSITE http://www.lucmichel.net/

PAGE OFFICIELLE III – GEOPOLITIQUE

https://www.facebook.com/Pcn.luc.Michel.3.Geopolitique/

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* EODE :

EODE-TV https://vimeo.com/eodetv

WEBSITE http://www.eode.org/

L’ALGERIE CIBLEE ? (LES USA ENTENDENT REDEPLOYER LES DJIHADISTES AU PROCHE-ORIENT II)

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Flash Vidéo Géopolitique/ Geopolitical Flash Video/

2018 08 17/

vignette-djihadistes II

Le Flash Vidéo du jour …

Le géopoliticien Luc MICHEL dans REPORTAGE du 15 août 2018 sur PRESS TV (Iran)

Sources :

* La video sur PCN-TV/

LUC MICHEL: L’ALGERIE CIBLEE ?

(LES USA ENTENDENT REDEPLOYER LES DJIHADISTES AU PROCHE-ORIENT II – SUR PRESS TV)

sur https://vimeo.com/285184413

* L’article sur :

https://www.presstv.com/DetailFr/2018/08/15/571296/Les-Algriens-vontils-tre-pargns

* Press TV :

« USA : les Algériens vont-ils être épargnés ?

Quel pays pourrait être la prochaine cible des pions US ?

Alors que les pions des États-Unis que sont les groupes terroristes de tendance frériste, qaïdiste ou encore takfiriste ont échoué en Syrie, l’armée américaine les a aidés à rejoindre des « camps spéciaux » en Arabie saoudite et aux Émirats arabes unis, a écrit le quotidien palestinien Al-Manar dans son numéro du mardi 14 août. Si cette information est vraie, quel pays pourrait être la prochaine cible des pions US ? » Le géopoliticien Luc MICHEL répond à ces questions …

# L’ANALYSE DE REFERENCE :

* Lire pour comprendre l’interview de Luc MICHEL pour SITA … INTERVIEW DE LUC MICHEL PAR LE SITE ARABE ‘SITA INSTITUTE’ :

DJIHADISMES – TERRORISME – IMMIGRATION. QUAND L’AGENDA PROCHE-ORIENTAL S’IMPOSE EN EUROPE … La grande interview du géopoliticien Luc MICHEL par Jan Vanzeebroeck et Samar Radwan (Beyrouth), pour le site arabe libanais ‘SITA INSTITUTE’

sur http://www.eode.org/eode-think-tank-interview-de-luc-michel-par-le-site-arabe-sita-institute-djihadismes-terrorisme-immigration-quand-lagenda-proche-oriental-s/

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

(Flash Vidéo Géopolitique/

Complément aux analyses quotidiennes de Luc Michel)

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire – Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme (Vu de Moscou et Malabo) :

PAGE SPECIALE Luc MICHEL’s Geopolitical Daily https://www.facebook.com/LucMICHELgeopoliticalDaily/

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TOUJOURS ET ENCORE LE ‘SCENARIO DU DIABLE’: LES USA ENTENDENT REDEPLOYER LES DJIHADISTES AU PROCHE-ORIENT

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Flash Vidéo Géopolitique/ Geopolitical Flash Video/

2018 08 16/

vignette-djihadistes I

Le Flash Vidéo du jour …

Le géopoliticien Luc MICHEL dans LE DEBAT du 15 août 2018 sur PRESS TV (Iran)

Sources :

* La video sur PCN-TV/

LUC MICHEL:

LES USA ENTENDENT REDEPLOYER LES DJIHADISTES AU PROCHE-ORIENT DEPUIS LA SYRIE (DEBAT SUR PRESS TV)

sur https://vimeo.com/285179819

* L’article sur :

https://www.presstv.com/DetailFr/2018/08/15/571292/Les-Amricains-recyclent-leurs-agents

* Press TV :

« Syrie: le nouveau plan US.

Les Américains recyclent leurs agents en Syrie.

Retour à la case départ: après avoir perdu la guerre en Syrie et en Irak, les Américains recyclent leurs agents et ce, aux frais des Saoudiens et des Émiratis. Un vaste mouvement de transfert des terroristes takfiristes actifs dans la région s’effectue en ce moment par l’Arabie saoudite et les Émirats arabes sous les auspices américaines.

Luc Michel, géopoliticien, intervient à ce sujet. »

# L’ANALYSE DE REFERENCE :

* Lire pour comprendre l’interview de Luc MICHEL pour SITA … INTERVIEW DE LUC MICHEL PAR LE SITE ARABE ‘SITA INSTITUTE’ :

DJIHADISMES – TERRORISME – IMMIGRATION. QUAND L’AGENDA PROCHE-ORIENTAL S’IMPOSE EN EUROPE … La grande interview du géopoliticien Luc MICHEL par Jan Vanzeebroeck et Samar Radwan (Beyrouth), pour le site arabe libanais ‘SITA INSTITUTE’

sur http://www.eode.org/eode-think-tank-interview-de-luc-michel-par-le-site-arabe-sita-institute-djihadismes-terrorisme-immigration-quand-lagenda-proche-oriental-s/

 

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Complément aux analyses quotidiennes de Luc Michel)

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LE CANTONATE DEI GRANDI

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/08/le-cantonate-dei-grandi.html

MONDOCANE

GIOVEDÌ 16 AGOSTO 2018

SAMIR AMIN CONTRO GHEDDAFI


In merito ai giusti tributi riservati al grande marxista e combattente antimperialista, Samir Amin, scomparso giorni fa, che mi regalò alcune perle di saggezza arabo-marxista in un caffè del Cairo nell’estate 1967, in vacanza da Parigi, mi sembra giusto evitare il vezzo italiano per cui del morto non va detto mai niente di critico. Ecco, per esempio, una citazione di Samir che rappresenta superficialità e supponenza spesso rilevabili nei marxisti duri e puri e che Marx avrebbe redarguito, un giudizio abnorme su uno dei più grandi combattenti per l’unità e il riscatto arabi e africani e colui che al suo popolo aveva dato il più alto livello di vita dell’intero continente. Macchia nera e gdiudizio non circumnavigabile.

Gheddafi non è stato altro che un pulcinella di cui il vuoto di pensiero trova il suo riflesso nel suo famoso “Libro verde”. Operando in una società ancora arcaica, Gheddafi ha potuto permettersi di tenere in successione discorsi – privi di portata reale – “nazionalisti e socialisti”, per poi orientarli il giorno dopo verso il “liberismo”. Ha fatto questo “per fare piacere agli Occidentali”!, come se la scelta del liberismo non producesse effetti sulla società. Tuttavia, ne ha prodotti, e molto banalmente, per la maggior parte ha aggravato i problemi sociali.


E sarebbe per questi meriti occidentali che l’Occidente avrebbe squartato lui e raso al suolo il suo paese? Aggiungerei, sempre sullo sfondo di un marxismo da comunista iperteorico e poco pragmatico, la sua avversione, dopo un’iniziale adesione, al panarabismo, forza motrice strategica del risveglio di una grande nazione e per questo aggredita con tutti i mezzi dall’imperialismo; il sostegno al recente intervento colonialista francese in Mali e in tutta la regione del Sahel, giustificato con l’intento di evitare che la colonizzazione e la rapina dei beni minerari fossero compiute da Usa, UK e Germania; l’ambiguità poco lucida, per un attentissimo studioso delle tecniche provocatorie dell’imperialismo, sugli attentati dell’11 settembre, sì, secondo lui, sfruttati dagli Usa per guerre d’aggressione, ma compiuti dagli immaginari dirottatori di Bin Laden mentre Cia e Mossad si sarebbero limitati a lasciar fare; l’accredito di altri attentati, come Charlie Hebdo o Bataclan, a radicali jihadisti ed estemisti locali per costringere la Francia a mollare il Sud della Libia; la scelta maoista, legittima, accompagnata dalla feroce critica, ingiustificata, a un presunto espansionismo sovietico; l’appassionata adesione ai movimenti dei Forum Sociali di Porto Alegre, con gli esiti che conosciamo; il passaggio dal maoismo spinto alla difesa dell’attuale modello cinese, definito con l’ossimoro “socialismo di mercato”, alternativa alla globalizzazione neoliberista.

Avendo capito benissimo come l’accumulazione capitalista e il mondialismo si stavano concentrando sulla spoliazione dei paesi dalle ricche risorse attraverso lo sradicamento delle loro popolazioni e sulla destabilizzazione degli Stati nazionali (sparò a zero contro i secessionisti catalani), la sua autorevole voce avrebbe potuto con forza e chiarezza denunciare l’operazione migranti e i suoi manutengoli Ong.

Mi pare giusto accompagnare ricordi e apprezzamenti con riserve riguardanti questi e altri punti, giusto per non indurre chi si fida a fare l’eterno errore dei fideisti di accettare tutto tout court. Sempre meglio distinguere, no? Del resto, “nessuno è perfetto”, come si conclude in “A qualcuno piace caldo”.

 

Sotto i ponti

15 agosto 18 

di Marco Travaglio 

http://www.ilbenecomunenewsletter.it/le-news-in-tempo-reale/37-mediafriends/38730-sotto-i-ponti-editoriale-di-marco-travaglio-sul-fatto-quotidiano-del-15-agosto-2018.html

Quando un viadotto autostradale si sbriciola in un secondo seppellendo morti e feriti, tutte le parole sono inutili.

Ma quelle di chi incolpa la pioggia, il fulmine, il cedimento strutturale, la tragica fatalità imprevedibile, il destino più cinico e più baro della “costante manutenzione”, sono offensive.

Se l’ennesima catastrofe da cemento disarmato si potesse prevedere, lo accerteranno i tecnici e i giudici. Ma che si potesse prevenire già lo sappiamo, visto che il ponte Morandi aveva due gemelli italiani, di cui uno già a pezzi e l’altro in manutenzione: per tenere sotto osservazione il terzo non occorreva uno scienziato, bastava il proverbio “non c’è il 2 senza il 3”.

Se “il monitoraggio era costante”, allora faceva schifo.

Se non c’erano “avvisaglie”, è perché non erano state rilevate. Ora, come dopo ogni terremoto o alluvione di media entità e di enorme tragicità, rieccoci a far la conta dei morti e dei danni, mentre le “autorità” giocano allo scaricabarile. E i palazzinari e i macroeconomisti si fregano le mani per gli affari e gli effetti sul Pil della ricostruzione.

Se il “governo del cambiamento” vuole cambiare qualcosa, deve partire proprio di qui.

Cioè da zero. Con scelte di drastica discontinuità col passato: rivedere le concessioni ai privati che lucrano sui continui aumenti delle tariffe in cambio di manutenzioni finte o deficitarie; e annullare le grandi opere inutili, dal Tav Torino-Lione in giù, per dirottare le enormi risorse (anche ridiscutendone la destinazione con l’Ue) su piccole e medie opere di manutenzione, prevenzione e ammodernamento delle infrastrutture esistenti (finora ignorate perché la grandezza dei lavori e delle spese è direttamente proporzionale a quella delle mazzette).

Da quando i partiti che hanno sgovernato finora hanno perso le elezioni e il potere, non fanno che esortare i successori a non disperdere il grande patrimonio ereditato.

Invece proprio questo un “governo del cambiamento” deve fare: buttare a mare la pseudocultura dello “sviluppo” gigantista e della “crescita” faraonica; e invertire la scala dei valori e delle priorità.

Il crollo di ieri ci dice che un ponte pericolante, figlio di un sistema marcio e corrotto, fa più danni di tutti i terroristi islamici, i migranti clandestini, le epidemie di morbillo e le altre “emergenze” farlocche o gonfiate che occupano l’agenda industrial-politico-mediatica.

Se vuole cambiare seriamente, il governo si occupi di cose serie con politiche serie.

Confindustria, Confcommercio, Confquesta, Confquellaltra e i loro giornaloni si metteranno a strillare? Buon segno: è a furia di dar retta a lorsignori che siamo finiti tutti sotto quel ponte.

L’articolo completo sul Fatto Quotidiano oggi In Edicola.
https://www.ilfattoquotidiano.it/il-fatto-quotidiano-prima…/

Ultimi Articoli

Crollo del ponte Morandi, no fatalità ma precise responsabilità!

http://www.notav.info/post/crollo-del-ponte-morandi-no-fatalita-ma-precise-responsabilita/

post14 agosto 2018 at 17:14

Arrivano come un pugno nello stomaco le immagini del crollo del ponte Morandi a Genova, mentre i soccorritori scavano tra le macerie cercando le persone scomparse e si spera che la conta delle vittime non salga ulteriormente.
Una tragedia che colpisce ancora una volta il nostro paese, lasciando dietro di se morti e devastazione e tante domande che rimangono senza risposta.
Alcune cose però le sappiamo, una di queste è che le fatalità non esistono.
Le cose accadono perchè sussistono le condizioni affinchè si realizzino e ciò che è reale e determinante in questa tragica storia sono le priorità politiche che questo paese si è sempre dato e la messa in sicurezza dei territori non è mai stata una di queste.
Prioritario, e lo dimostra la tarantella sulle grandi opere che 5 stelle, leghisti e pd stanno facendo da quando questo governo è stato eletto, è l’equilibrismo politico, quello dei grandi interessi, il business delle grandi opere inutili figlie degli interessi dei soliti noti. Il denaro è ciò che muove il business delle grandi opere, non la sicurezza dei cittadini, un sistema che il governo “del cambiamento” aveva detto avrebbe disarticolato ma noi lo vediamo ancora vivo e vegeto, pronto a drenare altri soldi pubblici ed indirettamente sottrarre a tutti noi il denaro necessario per vivere senza rischiare di morire nei nostri territori.
Non c’è solo qualcosa che non funziona, non si tratta di fare tarantelle polemiche, è un sistema marcio che continua a vivere e rinnovarsi, nonostante le roboanti dichiarazioni dei volti politici della tv.
I politici nostrani tramite tweet e brevi dichiarazioni si accusano a vicenda, provando a tenere per ora bassi i toni nonostante la campagna elettorale perenne e convergendo su un generico “le responsabilità verranno accertate dalla magistratura”.
Abbiamo sperimentato in questo ultimo anno sulla nostra pelle cosa vuol dire svegliarsi in mezzo alle fiamme o avere la montagna che ti crolla sulla testa, pensiamo a quello che accade nel nostro paese ogni volta che piove un po’ più del dovuto, quando la terra trema, quando i treni deragliano. Tutti questi morti sono nostri, sono famiglie, gente comune, persone che vanno a lavorare, che portano i figli a scuola, che tirano avanti per come si può.
Per questo oggi pretendere che vengano bloccate le opere inutili e dannose non è una battaglia di parte, ma è punto di partenza se si vuole davvero dare le giuste priorità a questo paese. Con pochi centimetri di Tav quanti chilometri di strade e autostrade potrebbero essere messe in sicurezza? Questa domanda oggi pesa come un macigno e andrebbe posta a tutti coloro che occupano poltrone nelle istituzioni e che in questi minuti hanno il coraggio di mostrarsi in tv.
Siamo vicini a tutte le famiglie colpite da questa ennesima tragedia.
Anche per loro continueremo a lottare.

SULLA DIATRIBA LEVA SÌ LEVA NO—– CITTADINI AL SERVIZIO, MILITARE O CIVILE, DELLA COLLETTIVITA’, O MERCENARI AL SERVIZIO DEI SIGNORI DELLA GUERRA?

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/08/sulla-diatriba-leva-si-leva-no.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 14 AGOSTO 2018

La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica. (Costituzione, art.52)

A dispetto che me ne verranno alcune ragionate obiezioni e un mucchio di biecamente strumentali anatemi (reazionario, nazionalista, sovranista, populista, rossobruno e via nella scia del sinistro sinistrismo), sento l’urgenza di inserirmi con due parole nella diatriba scatenata da Salvini con la proposta di tornare al servizio di leva obbligatorio, militare o civile. Per otto mesi. Io ne feci 18 e se parto da me non è per il narcisismo di coloro che trattano il mondo come se fosse una giostra di calcio in culo dove tutto è mosso dal perno centrale e gli ruota intorno  e quel perno sarebbero loro. Avete presente Luciana Castellina, Furio Colombo, Roberto Saviano, Mattia Feltri, Eugenio Scalfari, per restare sul ramo della comunicazione?

Dal Parnaso alle stalle di Augia

Diciotto mesi sul finire degli anni 50, appena finita l’università, quando avevo ancora poca barba, tantissimo testosterone e lavoravo a Milano all’ufficio Stampa della Mondadori, frequentando e promovendo la creme de la creme (la tastiera non ha l’accento grave) della migliore intellettualità che l’Italia abbia avuto da allora: Montale, Quasimodo, Moretti, Vittorini, Calvino, Fenoglio, Palazzeschi, Bacchelli, Sereni, Arpino, Rea, Pratolini, Buzzati, Moravia… Li elenco e richiamo l’aria che in quelle temperie respirava un giovinastro appassionato di penna e lettura, per paragonarla a quella rancida e pervasa da sudori e disinfettante che girava per le camerate di una caserma. Si può immaginare il trauma. Superato  quello già non lieve della visita medica, tutti nudi con le mani incrociate sul bene prezioso e il maresciallo della Sanità che ti tastava le gonadi per vedere se eri affetto da qualcosa. I primi tempi di caserma erano da depressione. Ma non si finiva depressi. Proprio perché si era in tanti e la comunanza dava forza. Incazzati, magari, ma è diverso, è positivo. A me il militare ha fatto capire che ero parte di qualcosa.

Prima i fatti, poi la morale

La prima caserma era quella di Ascoli Piceno e la libera uscita, rigorosamente in divisa, ci vedeva a Piazza del Popolo, inguattati nei portici a occhieggiare ragazze i cui sguardi ci attraversavano come fossimo trasparenti. Il massimo dei massimi era la cena-baraonda nella bettola del vicolo che ci costava un terzo del soldo mensile. La seconda caserma, sempre da allievo ufficiale, era a Caserta, allora mica la scintillante città di oggi, più un borgo espanso e polveroso dove, per la libera uscita, c’era la reggia e una ragazza che ti faceva la prestazione su un lettone dietro a una tenda sorvegliata dall’anziana madre che faceva la maglia e dondolava una culla. Poi vennero, per il comando di un plotone e poi di una compagnia, Roma e quello che allora era il buco di culo del Nord Est e oggi una “ridente cittadina”: Sacile del Friuli, Brigata Corazzata Garibaldi. Infine, il ritorno da Mondadori: allora ai militari si conservava il posto.

Alla scuola allievi di Ascoli dopo i tre mesi, si poteva volontariare per un’arma: cavalleria, fanteria, alpini, commissariato, genio… Di solito, prese le tue misure, venivi accontentati. Ma per i bersaglieri c’erano da superare alcune prove, durette: percorso di guerra, salto mortale, arrampicate e soprattutto una mezza maratona. Arrivai terzo, stremato, strisciando. Il colonello selezionatore per questo decise di ammettermi, nonostante l’handicap inibitore degli occhiali: “Sei un bersagliere”, disse. Scelsi i bersaglieri perché mi piaceva correre e ne avevo letto le imprese nelle guerre d’indipendenza, soprattutto la breccia di Porta Pia e, con quella, la fine dello Stato della Chiesa e, si pensava, la fine del potere temporale del papa. Eppoi li circondava quell’aura da tardo ottocento della Scapigliatura, irriverente e antibigotta, e da primo novecento futurista, intriso di libertà di movimento, velocità, canzoni sbarazzine e ragazze. Tutto questo simboleggiato dalle piume di gallo cedrone (poi di cappone), “l’ala del bersagliere”, che doveva nella formula moderna, con la corsa, spazzare la via ai mezzi corazzati.

Lamarmora, come salvare la pelle

Del generale Lamarmora, il fondatore, non gradito ai Savoia, ma giudicato tra i migliori strateghi della storia militare, mi aveva colpito un cambiamento dell’arte della guerra. Con i suoi bersaglieri aveva posto fine all’avanzata compatta di schiere di soldati, agevolmente falcidiati in massa dal nemico, le “onde umane” usate da secoli con sommo disprezzo per le vite degli uomini. Aveva inventato il metodo di far muovere i bersaglieri sul campo di battaglia in unità di tre, sparpagliate, con sapiente uso dei ripari forniti dal terreno. Grande risparmio di vite. Conservo ancora il cappello piumato, ma di tutto questo non ho la minima nostalgia, anche perché è mescolato alla stupidità intrinseca della gerarchia, a certe violenze implicite in chi si approfittava dell’essere titolare di un rapporto dall’alto in basso, a fatiche immonde, a punizioni immeritate, a un sottile, sempre presente, senso carcerario, del sentirsi alla mercè di una volontà arbitraria. E quello che ai bersaglieri professionisti, insieme alle altre specialità, vien fatto fare da comandi obbedienti a decisori esterni al mio paese, non mi riguarda e mi ripugna.

C’era comunque il buono e il cattivo. C’era il colonello che ti perseguitava con le punizioni e la negazione dei permessi perché, con la tua confidenza data alla truppa da ufficiale giustificavi gravi ma inconsistenti sospetti di omosessualità; e c’era il capitano pittore che ti invitava nella sua stanza  a scoprire sul registratore Miles Davis, Brassens e Paul Anka. C’erano le esercitazioni a fuoco in cui qualcuno ci poteva rimettere l’incolumità di un braccio, o peggio, e c’era la soddisfazione per aver passato la prova grazie a un coraggio e una lucidità che pensavi di non avere.

E, per chiudere sul piano personale, di molto buono per me c’è stato che, arrivato in caserma da mangiapreti, sì, visto che venivo da un collegio di frati (per cui Porta Pia), ma anche da destro dichiarato e convinto, e ne uscii da convinto comunista. La prima condizione veniva da un passato infantile e adolescenziale tra Figli della lupa e camicie brune in Germania, la seconda dall’incontro con il carrista Marcello, universitario fiorentino (come me), figlio di ferroviere comunista, comunista saggio ed elastico anche lui. A forza di libere uscite sulla mia moto Zigolo, vane cacce comuni all’entità femminile, estenuanti discussioni e il fatto che lui, nonostante mie ostinate stupidaggini, non mi ha mai mandato a fare in culo, ho attraversato il rubicone.

La morale

Ritorno dalla Somalia

Quello che ho, abbiamo, hanno vissuto nei 18, poi 12, mesi di leva militare, mi fanno dire che Salvini, per una volta, ha ragione. E’ un forte sostegno alla sua ragione gli danno coloro che il servizio di leva lo abolirono: D’Alema, caporale Nato in Jugoslavia, nel 1999 ne ventilò la fine, Berlusconi nel 2004 la sancì. Bei tipetti, ottimamente motivati. Dalla Nato. Che tutto propone, pone e dispone nel nostro paese. Un processo avviato e poi imposto a tutti i paesi del giro che aveva iniziato a muoversi verso la fine della sovranità popolare, della democrazia, della pace. Quelli di Stay Behind, Gladio, che avevano mosso le pedine De Lorenzo, Borghese, Gelli e stragisti vari, per un “regime change” in salsa yankee, che allontanasse il PCI dal potere, si erano resi conto che con quattro guardie forestali, un manipolo di ufficiali di medio rango, qualche poliziotto e qualche Delle Chiaie, si andava per fichi. Che ci sarebbe voluto l’esercito, l’aeronautica, la marina, o almeno grossi pezzi di questi.

Ma con un esercito di leva, cioè di cittadini di tutti i colori, perlopiù portati alla pace e alla vita senza avventurismi di sapore fascista, ovviamente niente da fare. E neanche per mandare Giulio il bracciante, Oreste lo studente di architettura, Mario l’operaio Fiat, Riccardo l’infermiere, Palmiro il giornalista di Paese Sera a sparare e farsi sparare in Russia, Serbia, Iraq, Sud Tirolo. Ci sarebbero voluti i volontari, i professionisti, i mercenari. Quale mamma avrebbe potuto presentarsi all’ufficio di leva per strappare il figlio, autodeterminato a fare la guerra, dalle grinfie del maresciallo reclutatore?

Questa è la considerazione basilare per porre fine al turpe allevamento di carne da cannone e di combattenti, in casa e fuori, per il Nuovo Ordine Mondiale dell’élite dollarocratica, a difesa dei confini della patria tra Herat, Mogadiscio, Baghdad, Tripoli e dove cazzo la famiglia Rothschild e il suoi salottini Trilateral, Bilderberg decidono di avanzare verso quel nuovo ordine. Poi ce ne sono altre che con le guerre e armi c’entrano poco o punto. Pensate a otto mesi in cui ragazzi tra i 18 e i 25 anni possono tirare fuori lo smartphone solo la sera, in libera uscita. A questi giovanotti coccolati e rimpinzati dalla famiglia fino a 40 anni (mica per colpa loro, s’intende) senza mai dover subire l’affronto di un monte fisico o psicologico da superare, una difficoltà da contenere o raggirare, un sopruso da subire senza farsene abbattere. Senza mai aver dovuto affrontare un forte disagio ambientale, umano, morale, costretti a convivere anche all’ingiustizia senza poterla scaricare su altri, ma dovendola condividere.

Fare comunità

Ecco condividere. Fare comunità. Da iperindividualisti che si era e come vorrebbero che fossi: mors tua vita mea, competere non cooperare. Ritrovarsi in un destino comune, anche se solo temporaneo. Con gente che altrimenti avresti incontrato mai, con la quale mai avresti pensato di dover, poter, condividere alcunché. Il siciliano e quello della Valsugana, l’umbro e il leccese, quello che rientra dal laboratorio genetico di Londra e quello del Rione Sanità. Il musicista e l’impiegato di banca, lo studente e il figlio del contadino lucano, lo stronzo e il simpatico. E dove tutto quello che hai alle spalle non conta nulla, e tocca remare: siete nella stessa barca, branda, taverna, camera di punizione, guardia alla polveriera, mangiate lo stesso rancio, condividete frustrazioni, attese e resistenze. L’uguaglianza sociale sta lì e si rivela ottima cosa. Stai lì per la collettività.

Dice che oggi l’esercizio delle armi è a livelli tecnologici tali che in otto o 10 mesi non si combina nulla. A parte il fatto che non è vero e che le tecnologie militari e militariste sarebbe bene riconvertirle, anziché misurare l’angolo di impatto del missile sulla base del frattale che si aggira tra il tuo schermo e il satellite, o piuttosto che bardarti di macchinari con cui colpire quella che sembra una famiglia al matrimonio, ma è un’accolita di terroristi, sarebbe bene imparare come intervenire su un argine rotto dall’esondazione. Su un terremoto.

Esercito di popolo

Un esercito di popolo non sarebbe neanche quello che abbiamo conosciuto nei decenni del dopoguerra, sempre intriso di quell’impostazione gerarchica senza basi valoriali civiche e  consenso legittimante. Noi di Lotta Continua, con l’organizzazione “Proletari in divisa”, ci impegnammo a fondo negli anni ’70 per strappare alla politica e all’apparato militare sclerotizzato su concetti addirittura pre-napoleonici, il diritto a spazi democratici e di autodeterminazione dei soldati. L’idea, da riproporre oggi per un’eventuale nuova leva, militare o civile, è quella dell’intima connessione tra forze armate e società civile, territorio, istanze e bisogni popolari. Un esercito scuola di costruzione della democrazia a partire dai suoi cittadini organizzati in servizio di leva, dalla compartecipazione di militari, comandi e politica nelle decisione riguardanti attività di difesa e di intervento nelle problematiche nazionali, nell’assoluto rispetto dell’art.11 della Costituzione.  Per cui missioni all’estero, che non siano per aiutare a estrarre persone da sotto le macerie del terremoto in Iran o nelle Filippine, neanche a sognarle.

 

Garibaldi e Anita

https://www.youtube.com/watch?v=ZJFF0f8geaE

Io che, per i casi della vita, avevo colorature e marcature tedesche profonde, da militare ho scoperto gli italiani e mi sono scoperto uno di loro. A livello personale avevo fatto come Garibaldi, l’unità d’Italia. E non salti ora fuori il solito rampognoso a parlarmi delle nequizie dei garibaldini, del Mazzini e del Garibaldi massoni (altra massoneria quella), magari pagati dagli inglesi (e bene fecero), dei Savoia chiaviche colonialiste, dei briganti del Sud e degli ottimi Borbone. Tutto giusto, ma l’unità d’Italia andava fatta, storicamente, moralmente, politicamente, economicamente, culturalmente. Lo chiedeva la sua lingua. L’avevano chiesto Dante e Leopardi. L’hanno chiesta quelli della repubbliche insorte da Roma a Napoli a Milano, a Venezia. E chiedono di conservarla, mantenerla, coltivarne le radici, senza le quali non si hanno fioriture e passa il glifosato mondialista. Quello che non fa prigionieri.

Un tempo la battaglia per l’esercito di popolo e contro il mercenariato dei professionisti la combattevano quelli che la pensavano come il mio compagno carrista Marcello. Quelli che sono contro l’esercito di popolo sono anche quelli che inneggiano alla cessione della sovranità di popolo a Juncker e a Draghi. Diceva Calamandrei, oggi ricordato dal “Fatto Quotidiano”: “L’esercito di popolo, questo è Garibaldi”.  La cui rivoluzione non poteva essere un pranzo di gala. Poteva essere fatta meglio. Come ogni cosa. Ma guai se non ci fosse stata.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:42