INTERNAZIONALE FASCISTA E QUARTO POTERE ——- BOLIVIA, CHI, COME, PERCHE’ —— QUELLI CHE GRIDANO “AL LUPO FASCIORAZZISTA” E NON LO VEDONO QUANDO C’È.

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/11/internazionale-fascista-e-quarto-potere.htmlMONDOCANE

VENERDÌ 15 NOVEMBRE 2019

“Una stampa cinica, mercenaria, demagogica produrrà nel corso del tempo una società altrettanto spregevole”. (Joseph Pulitzer)

Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, sono come quelli che vorrebbero mangiare vitello senza uccidere il vitello” (Berthold Brecht)

Lo strabismo autoindotto dei media

La manipolazione-mistificazione-falsificazione dei media di regime, che ciarlano, a proposito di Bolivia, di un paese rivoltatosi in nome della democrazia contro il caudillo che non vuole mollare il potere, è scontata. Come lo è la demagogia e retorica progressisto-cerchiobottista che celebra la Bolivia di Evo Morales, ma con la riserva che era estrattivista e lui si ostinava a fare il presidente a vita. Sono gli stessi sedicenti progressisti che rimpiangono gli Usa multilateralisti di Obama e Hillary. Che poi sarebbero i due protagonisti delle sette guerre di sterminio, dei colpi di Stato in Honduras, Paraguay e Ucraina e di varie rivoluzioni colorate. Tra l’altro utilizzando le stesse manovalanze: terroristi islamici o pseudo-islamici in Oriente, ancora quelli, più lo squadrismo neonazista, in Europa, squadristi fascisti in America Latina dove islamisti non ce ne sono. Con la particolarità asiatica degli squadristi neocolonialisti, fascioteppisti quanto altri mai, sotto le bandiere britannica e statunitense a Hong Kong. E dunque amati dal “manifesto”.

Di queste manovalanze il nostro paese sa tutto, sulla base di dati processuali e d’inchiesta, fin da De Lorenzo, paragolpe Borghese, Piazza Fontana, terrorismo mafiostatale. Sa anche tutto, ma alla Pasolini, sui relativi mandanti, interni ed esteri. E’ assordante il coro dei chierichetti dell’establishment che, ogni due per tre, gridano al lupo, vale a dire alla minaccia del fascismo risorgente, sotto forma di Salvini, Casa Pound, o Le Pen, Orban, AFD tedesca. O dell’antisemitismo, o del bullismo, o dell’odio dilagante da ogni poro. Per poi vedere nei golpisti boliviani il bisogno di democrazia.

Fascismo operetta e fascismo che opera

Minacce inventate, o gonfiate all’inverosimile, o solo potenziali, o perfino supposte, che stanno a quanto davvero ci viene inflitto dal capitalismo, come i razzi di Gaza stanno ai missili di Israele, o come l’% della ricchezza planetaria in mano al 50% degli umani sta al 45% dell’1% degli umani. O come le buggerature della mia locale Cassa di risparmio stanno agli interventi del Fondo Monetario Internazionale. Chi è più fascista, l’ungherese Orban, che ha la migliore distribuzione della ricchezza di tutti i paesi dell’UE, o la famiglia Walton che, con i suoi supermarket Walmart, guadagna 70.000 dollari al minuto grazie alla dabbenaggine di consumatori decerebrati e il lavoro schiavistico degli addetti?

Quando parliamo di manovalanza fascista parliamo di delinquenza pura e semplice, o di cretinotti  nostalgici di quanto non conoscono. Ma che indossano roboanti “valori” e simboli detti fascisti, valori che, rispetto a quelli imposti oggi dall’élite, valgono quelli di un Carminati a paragone di Jack lo Squartatore. Delinquenza teppista che indossa la camicia nera, mentre persegue obiettivi che gli vengono dettati da razzisti molto in alto nella scala sociale e geopolitica, perlopiù attraverso i centri nevralgici del capitalismo imperialista, servizi segreti e Ong. Questo nella fase della propaganda eversiva e del reclutamento di inclini alla violenza. Quando poi si tratta di venire alla luce del sole, nella battaglia risolutiva, ecco che si tramutano in attivisti dei diritti umani e della democrazia contro un dittatore…. fascista.

Cosa vi ricorda questa immagine?

Così è in Bolivia, in Ucraina, Venezuela, Honduras. Questo serpeggia nelle “rivolte popolari” finalizzate al cambio di regime in Stati che non si fanno riassorbire dal colonialismo. Il colpo di Stato in Bolivia parte da lontano, con una prima fase nel 2008 e quella attuale attivata nel 2016, in occasione del referendum per un terzo mandato di Evo Morales. Ha subito un’accelerazione quest’anno, alla vista del vento contrario al revanscismo neoliberale e fascistoide di Duque in Colombia, Pinera in Cile, Bolsonaro in Brasile, Hernàndez in Honduras: la sollevazione di un intero popolo in Cile, la vittoria del peronismo di sinistra con Cristina Kirchner e Alberto Fernàndez, le proteste di massa in Honduras e Haiti, la vittoria di Obrador in Messico, la resistenza vittoriosa di Maduro in Venezuela e Ortega in Nicaragua.

La preda del capitalismo del terzo millennio: litio

E, sul piano strettamente economico, la messa in opera, con due società tedesche e una svizzera, dell’immensa ricchezza mineraria della Bolivia, paese che, insieme all’Argentina, vanta i più vasti giacimenti di litio nel mondo, il minerale necessaria alla terza rivoluzione industriale, quella degli smartphone, dei tablet, delle vetture elettriche, eccetera.

Hai visto mai che Morales avrebbe nazionalizzato quel popò di roba, indispensabile alla ripresa del profitto capitalista nel nome di Greta e con la supervisione delle piattaforme di Silicon Valley. Indispensabile anche alla prevalenza su Cina e Russia, come al controllo sugli esseri umani tutti? Molti, negli States, ricordano, con brividi lungo la schiena, la “Guerra del gas”  e poi quella dell’acqua in Bolivia, quando un intero popolo si ribellò alla svendita dei suoi beni maggiori alle multinazionali Usa e, guidato da Evo e dal partito Movimento al Socialismo (MAS), si liberò dell’ultimo dei suoi caudilli, Sanchez De Lozada. Costui, dopo aver massacrato 70 cittadini, se ne dovette fuggire. Dove? Indovinate un po’. Lo sostituì il suo vice, Carlos Mesa, poi sepolto, nel 2006, da una valanga di voti per Morales, a dispetto della sedizione dei separatisti fascisti di Santa Cruz, emersi in quell’occasione. Avevo intervistato Evo poche settimane prima. Potete vederlo nel mio “L’Asse del bene”.

Come falsare un referendum

In occasione del referendum sulla rielezione di Morales si è riattivata la piaga purulenta dei feudatari secessionisti di Santa Cruz, provincia del Sud, che Morales non è riuscito, nei suoi 13 anni, a ridurre alla ragione di un’equa distribuzione delle terre, fuori dalla logica del contadino indigeno servo della gleba e relegato ai margini della società da un razzismo più virulento di quello nostro, al quale dobbiamo lo sradicamento dei migranti africani, asiatici e mediorientali. Non mi riferisco alla vittoria di misura di Evo nelle ultime elezioni presidenziali, verificata da osservatori indipendenti, ma non dall’Organizzazione degli Stati Americani che, con il lacchè amerikano Luis Almagro, già sperimentato su Venezuela e Honduras, ha insinuato la probabilità di “inesattezze”.

Rivolta di un popolo, o pogrom di manovali fascioteppisti?

Abbiamo tutti potuto vedere il pogrom anti-indigeni di questi giorni che ha visto l’uscita di scena di Evo e del suo vice Linera e l’ingresso nel palazzo presidenziale dell’autoproclamata presidente Jeanine Anez, la Guaidò boliviana, subito riconosciuta da Washington, e del tribuno fascista dei Comitati di Santa Cruz, Luis Camacho. Entrambi hanno fatto ingresso in parlamento con in mano la bibbia e sulle labbra la maledizione alla pachamama, divinità degli indios Aymara e Quechua (“la pachamama non tornerà mai in questo palazzo, la Bolivia appartiene a Cristo”, così la signora presidente) e con sotto alle scarpe la wiphala, la loro bandiera, quella che, con l’indio Morales, sventolava insieme alla nazionale. Quando si parla di razzisti e fascisti a proposito. E di odio.

Parlo invece del 2016, referendum sulla rielezione di Morales, sancita dalla Corte Costituzionale e inizio della corsa al golpe. In un’atmosfera di pesantissime accuse di immoralità, irresponsabilità, frode e menzogna, Morales, che aveva trionfato con larghissimo margine in tutte le elezioni, perse il referendum per pochi voti. Sulla stampa che, come evidentemente l’esercito e la polizia, diversamente da Hugo Chavez in Venezuela, Evo non era riuscito a bonificare dal controllo dell’oligarchia della destra bianca, da sempre golpista e connessa agli Usa, si scatenò un urgano di atroci calunnie: Evo avrebbe avuto un figlio segreto da una relazione extraconiugale e poi avrebbe rinnegato il bambino e ripudiato la donna. Di cui, tuttavia, avrebbe favorito  una vertiginosa ascesa sociale e istituzionale.

Il presidente non negò la relazione e neanche la nascita del figlio, che però sarebbe quasi subito morto. Mentre della donna, convolata ad altri rapporti, non si sarebbe più occupato. Quella che una prestigiosa femminista aymara, Adriana Guzmàn, definisce una “élite bianca, razzista, patriarcale, clericale e padronale”, non si diede per vinta e, alla vigilia del voto, produsse un ragazzo di cui la presunta madre, passata all’opposizione, affermava essere il figlio di cui Evo si sarebbe disinteressato. Fu il fattore che probabilmente determinò disgusto e delusione in settori dell’elettorato e, quindi, determinò l’esito del voto in tal modo manipolato. Troppo tardi gli architetti del complotto rivelarono l’inganno, rifiutandosi di fare il confronto del DNA. Da allora il presunto figlio è svaporato nel nulla.

 13 anni di indipendenza ed emancipazione

Tuttavia, l’uomo che aveva cacciato l’FMI e le Ong colonialiste, che aveva ridotto la povertà dei boliviani dal 40 al 15%, garantito a tutti istruzione e sanità, aumentato l’aspettativa di vita dai 56 ai 72 anni, ridotto la disoccupazione al 4%, risultato migliore del subcontinente, ed elevato il tasso di crescita al quasi 7%, anche questo il più alto dell’America Latina, solidificato l’asse antimperialista ed emancipatorio, da quella campagna rimase indebolito. Al punto che a dargli la maggioranza di 10 punti alle recenti elezioni, evitando il ballottaggio, ci vollero i 600mila voti arrivati nelle ultime ore dai distretti più lontani, indigeni e contadini. Coloro sui quali in queste ore si abbatte la furia genocida degli squadristi del multimilionario Luis Camacho, detto, per la gioia di Adriana Guzmàn, “el macho Camacho”.

Se il cosiddetto Quarto Potere, quello che è passato da “cane da guardia contro il Potere” a “cane da guardia contro il popolo”, non fa trasparire, neanche fra le righe la definizione “colpo di Stato”, e si guarda bene di dare del fascista al carcinoma che punta a rimangiarsi la Bolivia, “el macho Camacho”, è il classico prodotto coltivato dalle Ong e dai servizi  di quei paesi che hanno dato vita all’orda Al Qaida e Isis, come a Ordine Nuovo e  succedanei da noi. Se noi abbiamo avuto Delle Chiaie (e poi, più raffinatamente, le finte BR), loro hanno Luis Fernando Camacho. El Macho era, fino a ieri, un oscuro squadrista di una famiglia arricchitasi col gas, poi nazionalizzato da Morales, a capo della fascistissima Uniòn Juvenil Crucenista, di Santa Cruz, affratellata al battaglione nazista Azov di Kiev, ai suprematisti indù della RSS e a quanto resta della Falange spagnola. Fino adesso si era fatta le ossa nei pestaggi di indigeni, contadini Semterra che lottano contro il latifondo, giornalisti non conformi, sostenitori di Evo, tv di Stato. Grazie alla benevolenza della CNN, del New York Times e dell’agenzia britannica Reuter, è assurta a popolarità internazionale e a vindice della democrazia boliviana. Ci fosse ancora Delle Chiaie, sarebbe lì.

Camacho con il presidente colombiano Duque

Sempre facenti parte della manovalanza fascio-teppista per i regime change imperiali, che poi diventano gli organizzatori del sostegno fascio-teppista ai regimi tirannici, grazie a loro dagli Usa installati ovunque possibile, sono i consiglieri ideologico-organizzativi della dimensione fascio-teppista internazionale, stavolta senza Otpor e pugno chiuso, ma con tanto di logo simil-SS e saluti romani.

 Fascisti della Unione Juvenil Crucenista

Washington e l’Internazionale nera

Padrino e maestro di Camacho è il fascistissimo oligarca e terrateniente croato Branko Markovic, erede di una famiglia legata agli Ustasha di Ante Pavelic, oggi fervente sostenitore di Bolsonaro e del terrorista venzuelano Leopoldo Lopez. Nel 2008 fu accusato di un tentativo di assassinio di Morales in combutta con elementi croati e ungheresi e un neofascista irlandese, Michael Dwyer. Ai cospiratori aveva fatto avere 200.000 dollari. In fuga, aveva ottenuto asilo politico negli Usa. Rientrato,  avendo avuto parte delle sue terre espropriate da Morales, ha creato e presieduto il Comitato Santa Cruz, punta di lancia di un separatismo che, adesso, punta al paese intero. La Federazione Internazionale dei Diritti Umani, pur tenera nei confronti degli abusi Usa, ha stigmatizzato il Comitato come “attore e promotore di razzismo e violenza in Bolivia”. Quella che si vede ora per le strade del paese, nella caccia all’indio e all’evista (fenomeno di cui i nostri media invertono cacciatori e prede). Il Comitato è il successore della Falange Socialista Boliviana, gruppo fascista, stavolta con precisa ideologia, che ospitò molti gerarchi nazisti, compreso Klaus Barbie.

Squadrismo internazionale: Dwyer e Rosza

Altro esponente dell’internazionale squadrista a disposizione del terrorismo Usa, protagonista della campagna golpista era Eduardo Rosza-Flores, che combinava la sua iscrizione all’Opus Dei, organizzazione cattolica cara al franchismo, con la maschera del giornalista sinistrorso. Protagonista del tentativo di assassinare il primo presidente indio dell’America Latina (Chavez era meticcio), aveva combattuto contro la Jugoslavia unita nella formazione neo-ustasha croata, “Primo Plotone Internazionale (PIV)”, un reparto tracimante elementi criminali, fascisti e nazisti, tedeschi e irlandesi. Rientrato in Bolivia, fu ucciso in un hotel di lusso di Santa Cruz. Il governo boliviano pubblicò una serie di messaggi email tra il terrorista e l’agente Cia ungherese Istvan Beloval.

Altro collegamento tra Washington e i cospiratori era costituito da Hugo Acha Melgar, fondatore della filiale boliviana dell’americana “Human Rights Foundation”, Ong che ospita una “Scuola della rivoluzione” per fascioteppisti disposti a impegnarsi in rivoluzioni colorate e regime change. Una dirigente di questa Ong, finanziata anche da Amnesty International, Jhanisse Vaca Daza, contribuì al lancio del Golpe, diffondendo accuse a Morales per gli incendi nell’Amazzonia boliviana. Un gruppo, questo, che si vanta di essere attivo anche nei pogrom di Hong Kong.

Verso la resistenza

Su questa manovalanza squadrista internazionale ci sarebbe ancora parecchio da aggiungere, tra nomi e fatti. Ora conta osservare cosa succede. Se la forza maggioritaria del popolo, che sono i sostenitori di Morales e del MAS, riesce a prevalere sulla sanguinaria repressione di polizia, militari e relative orde fascioteppisti. Se finisce in uno stallo, comunque fallimentare per i golpisti, come in Venezuela. O se i i feudatari razzisti bianchi, con la loro manovalanza, riescono a consolidarsi. Forse Evo Morales ha fatto un errore a rifugiarsi nel lontano Messico dell’ottimo Obrador. Semmai era più vicina la confinante Argentina, dove Kirchner e Fernandez stanno subentrando al virgulto Usa Macri. Forse avrebbe potuto restare tra i suoi sostenitori che, privati del leader, potrebbero sentirsi senza guida, addirittura abbandonati. Vai a sapere. Un grosso errore il presidente l’aveva già commesso, quando ha invitato l’OAS, ambasciata degli Usa pe l’America Latina, con il fantoccio dello Stato Profondo Almagro, a verificare i risultati elettorali. L’avevo definita, nel pezzo precedente, un’ ingenuità incomprensibile.

Tocca chiudere. E finisco con un riferimento alla recente votazione delle Nazioni Unite sulla condanna del nazismo e del fascismo. Una risoluzione presentata dalla Russia (oltre 20 milioni di morti nella guerra contro il nazismo) e votata da 121 Stati contro 2. Il resto, Italia compresa, ha ritenuto non valesse la pena pronunciarsi. A favore, oltre a Russia, Bielorussia, Cina, Cuba, La Repubblica Popolare di Corea, Nicaragua, Venezuela, Siria, Zimbabwe, tutti paesi sotto sanzioni decretate dagli Usa o dall’ONU. Contro, Stati Uniti e Ucraina. C’è coerenza tra quel voto degli Usa e quanto succede in Bolivia. E non solo in Bolivia.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:59

Sul Mose torna una marea di bugie

https://comune-info.net/sul-mose-torna-una-marea-di-menzogne/

Armando Danella

13 Novembre 2019

Venezia è travolta dalla marea. Le scuole sono chiuse, Conte va a “vedere da vicino”, il sindaco denuncia danni incalcolabili e invoca la messa in funzione della Grande Opera che costituisce il più grande episodio di malaffare e corruzione del dopoguerra italiano. Si ricomincia fingendo di non sapere, di non ricordare, di non approfondire, dimenticare o volutamente ignorare cos’è e cosa è stato tecnicamente il Mose. Un sistema di paratoie costato 6 miliardi, per il quale perfino la magistratura ha scritto una sentenza che non consentirebbe repliche. Cosa dirà il governo italiano, dopo aver “visto da vicino” quel che è stato chiarito da decenni?


Foto tratte da Pixabay

Il Mose è stato concepito come la costruzione di una grande opera per difendere Venezia dalle acque alte eccezionali. Essa si inquadra nel rapporto che Venezia ha con le acque alte che la inondano periodicamente e il cui fenomeno ha assunto rilevanza nazionale e internazionale dopo che una catastrofica mareggiata avvenuta nel novembre del 1966  ha completamente sommerso Venezia e gli altri centri abitati lagunari con una marea  eccezionale di 1,94 cm sul livello medio-mare. Risale a quell’evento calamitoso la consapevolezza che la salvaguardia di Venezia non sarà più certa se non si interverrà per difenderla.

Oggi si è ritenuto di risolvere la questione delle acque alte con questa grande opera contestata denominata Mose: 4 schiere di paratoie a ventola a spinta di galleggiamento; un sistema oscillante e a scomparsa: 78 paratoie che normalmente restano sul fondo piene d’acqua e in caso di alte maree eccezionali vengono sollevate, immettendo aria compressa, fino a farle emergere in modo da isolare la laguna dal mare.

Un percorso durato decenni in cui si partiva dalla necessità condivisa di dover affrontare in un contesto sistemico lagunare il fenomeno delle acque alte, la cui presenza periodica e con eventi eccezionali sempre più frequenti poteva pregiudicare la stessa esistenza di Venezia. L’interesse per la questione, a tutti i livelli istituzionali, è ricco di studi, ricerche, sperimentazioni, qualificate espressioni del mondo scientifico, dibattiti approfonditi e articolati, accompagnato da un nutrito corpo legislativo con specifiche leggi (speciali) per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna.

Il Mose è un’opera contrassegnata dallo scandalo che l’ha coinvolta, da quella realtà fatta di corruzioni, tangenti, rapporti tra controllati e controllori, fondi neri che la magistratura è riuscita a far emergere. Un inquietante sistema di potere malavitoso e criminale che coinvolge a vario titolo politici, amministratori, imprese, Magistrato alle Acque, Guardia di Finanza, Corte dei Conti. Sono emerse condotte illegittime di tanti personaggi coinvolti nella realizzazione del Mose che in una sorta di circuito protetto, oltre a perseguire arricchimenti illeciti personali, si costruivano pareri e approvazioni compiacenti remunerando tecnici e politici.

La meritevole azione collegiale degli organi preposti al ripristino della legalità, che tanta attenzione mediatica ha procurato e sta procurando, rischia però di relegare in secondo piano la sostanza del sistema che interessa il Mose. Si sta assistendo a un atteggiamento diffuso di non sapere, di non ricordare, di non approfondire, dimenticare o volutamente ignorare cos’è e cosa è stato tecnicamente il Mose. Ed è sulla base di questa, per alcuni versi morbosa, attenzione verso l’operato della magistratura che rimane sullo sfondo o addirittura scompare la contrarietà motivata a questa opera, alla sua natura, alla sua struttura, alla sua funzionalità; sembra quasi che un destino ineludibile debba far portare a compimento questa opera datata così come è stata ideata dai progettisti e da coloro che l’hanno approvata. Tutto procede senza ripensamenti: il rigore scientifico, le manifestazioni di contrasto, l’eustatismo incipiente che cancellerà definitivamente quest’opera non “rientrano “ nello stato di avanzamento dei lavori.

Eppure esiste una corposa documentazione sulle criticità che rendono quest’opera inutile e dannosa. Criticità scientificamente fondate e denunciate prima della costruzione del Mose, alcune delle quali peraltro si stanno dispendiosamente verificando e che lo stesso gli  organi decisori attuali sembrano ignorare.

Critiche di tipo progettuale, ambientale, procedurale, di cantierizzazione e gestione riferite al progetto e già contenute  nei voti del Consiglio Superiore dei LL.PP.  degli anni 1992 e 1990, nella valutazione di impatto ambientale negativa del 1998,  nella forte presa di posizione del Comune di Venezia nel 2006, che questa opera non solo avversava, ma si impegnava a dimostrare tecnicamente i suoi difetti, proponeva soluzioni alternative meno impattanti, più funzionali, meno costose e premonitrici dell’eustatismo in corso e più rispondenti al rispetto di quell’equilibrio idrogeologico ed eco sistemico che gli indirizzi della legislazione speciale indicano. Tutte criticità che non si è voluto mai riconoscere, ma con l’assurdo che potranno  rivelarsi sostanzialmente solo ad opera compiuta dimostrando sul campo la loro veridicità. Un cumulo di errori che sta volgendo al termine e che è già costato quasi 6.000 milioni di euro (sei miliardi). Tanto che viene da chiedersi se, qualora non si porrà più la legittima domanda se vale la pena bloccare i lavori di un’opera pressoché conclusa oppure se voler  ultimare  un’opera che si sa già  sbagliata per la conoscenza di critiche fondate e documentate, questo non rappresenti, in uno stato di diritto, un altro crimine punibile.

La risposta ormai  assume un ulteriore contorno di chiarezza.

E’ che in tale contesto il Mose dovrà fare i conti con l’emergenza climatica. Una variabile dagli effetti presunti che erano stati collocati in un futuro lontano e. non molto prossimo. Questo sistema economico globale, sostenuto da un capitalismo estrattivo e predatorio attraverso i suoi governi, sta dimostrando di non impegnarsi sufficientemente a ridurre l’emissione di gas serra per contenere il più presto possibile l’aumento dei livelli di riscaldamento del pianeta entro un massimo di 1,5 gradi, e il conseguente aumento dei livelli marini si sta presentando molto più rapido e ravvicinato anche nei nostri mari laddove le previsioni a fine secolo si potevano attestare sugli 80 cm come dato più attendibile. Vari autorevoli organismi  internazionali ( IPCC- gruppo intergovernativo di esperti su cambiamenti, WMO-organizzazione meteorologica mondiale, UNEP- programma ambientale dell’ONU) denunciano una abnorme concentrazione di CO2 nell’atmosfera con dati che si sono aggravati negli ultimi 3 anni, l’allarme degli scienziati è costante ed univoco avvertendo che i prossimi 12 anni saranno cruciali per un’inversione di tendenza.

Tale quadro di accelerazione dell’aumento dei livelli marini, per Venezia significa più eventi di alte maree e più numerose chiusure delle paratoie del Mose (ammesso che funzioni ). Ma questo comporterà che il più frequente isolamento della laguna dal mare impedirà il ricambio idraulico, con conseguente soffocamento della laguna (viene a mancare l’apporto di nutrienti, con riduzione delle capacità depurative e ossigenanti nonché di quelle di vivificazione delle parti più interne) oltre che con pesanti penalizzazioni per l’attività portuale.

Una situazione che dimostra, anche ai più scettici, che il Mose non rappresenta il metodo di difesa più idoneo: la chiusura delle bocche lagunari non può più rappresentare nel medio-lungo termine la soluzione per contrastare gli scenari di eustatismo attesi nel secolo.

Altre sono le soluzioni da adottare tra cui la principale è  quella di un recupero altimetrico rendendo possibili sollevamenti puntuali e di porzioni di territorio urbane e lagunari attraverso l’immissione di fluidi su strati geologici profondi del sottosuolo; e nel frattempo procedere con altri interventi che nell’immediato attenuano l’impatto delle maree medio-alte quali la riduzione delle sezioni alle bocche di porto con rialzo  dei fondali , opere trasversali fisse e removibili stagionalmente, opere di prolungamento dei moli, interventi nei centri abitati per “ macro insulae “, ecc.

Con questa emergenza climatica l’approccio sulla problematica veneziana relativa alle acque alte va radicalmente modificato e aggiornato con i tempi in essere, evitando nel concreto di rincorrere dispendiose azioni necessarie per l’ultimazione del Mose, fonte di esorbitanti costi di manutenzione e gestione,  provvedendo invece a trasferire tutti gli investimenti previsti, attuali e futuri, per il Mose, compresi quelli dello “sblocca cantieri”,  verso una grande “nuova opera” volta al recupero altimetrico di Venezia e della sua laguna modificando il rapporto altimetrico mare-suolo ( e avanzate ricerche in materia prevedono come farlo).

E per passare dalle parole ai fatti, bisognerebbe che fin dalla prossima Legge di bilancio i finanziamenti previsti per ultimare il Mose (compresi quelli per la sua manutenzione e gestione)  potessero venire  indirizzati  tutti verso la messa in sicurezza e l’adattamento del territorio veneziano ai cambiamenti climatici come sopra meglio argomentato.

Potrebbe apparire  singolare quale sarà verosimilmente la conclusione della  vicenda veneziana relativa al Mose. La sua storia descrive anni di mobilitazioni e manifestazioni contrarie all’opera, registra anche pesanti denunce per occupazioni dei cantieri e della sede del Magistrato alle Acque e del Consorzio Venezia Nuova, importanti soggetti anche istituzionali che si sono impegnati fino alla fine per dimostrarne la sua inaffidabilità. Migliaia di cittadini  (va ricordato lo slogan :” Il Mose: un’opera utile solo per chi la fa”),  un mondo scientifico formato da eminenti scienziati fuori dal libro paga del Consorzio Venezia Nuova, ministero dell’Ambiente, un sindaco del Comune di Venezia ( 1995-2000, 2005-2010 ), tantissimi  comitati e associazioni, non sono riusciti a bloccare  l’opera. Una battaglia persa visto che il Mose ormai lo stiamo  toccando con mano.

Oggi invece potremmo  assistere a una sorta di amara rivincita, anche se gli italiani  l’hanno  pagata a duro prezzo; quello che tanti di noi non sono riusciti ad ottenere, lo farà  “ l’emergenza climatica” che decreterà il riconoscimento della fine del Mose, la sua fine ingloriosa con lo sperpero di danaro e l’incremento di debito pubblico. Il Mose, con questo trend di aumento del livello del mare, rappresenterà infatti un elemento negativo alla  sopravvivenza di Venezia e della sua lagunaperciò è presumibile che dovrà essere rimosso, abbandonato, condannato.

Altro capitolo sarebbe quello di stabilire alla fine chi pagherà quando l’emergenza climatica (ed altri difetti strutturali) si incaricherà di dimostrare che l’opera che doveva durare 100 anni è invece inutile e dannosa e questo già nei prossimi anni.

Interessante in proposito è un esposto alla Corte dei Conti  svolto da una associazione veneziana (Ambiente Venezia) che, partendo dal fatto che la non funzionalità del Mose si verificherà ad opera ultimata e in condizioni meteo critiche,  chiede di prefigurare in via cautelativa un danno erariale a fecondità ripetuta, mettendo fin da subito sotto sequestro  il patrimonio di tutti quei soggetti, tecnici e politici che con la loro firma su specifici documenti hanno contribuito ad approvare il progetto Mose,  pur in presenza di soluzioni alternative presentate dall’’amministrazione Comunale nel 2006 , più funzionali, meno costose, con minore impatto ambientale e più consapevoli dell’evoluzione dell’aumento dei livelli del mare, dimostrando che quell’opera non si doveva eseguire.

Spetterà a tutti verificare come e se questo governo per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna dimostrerà di saper  affrontare la sfida dei cambiamenti climatici che annoverano il Mose come un ostacolo.

Fonte: Sbilanciamoci

Venezia – Acqua alta, MOSE e cambiamenti climatici

https://globalproject.info/it/in_movimento/venezia-acqua-alta-mose-e-cambiamenti-climatici/22371

cop_venezia_acqua alta

Sulle responsabilità del Sindaco Brugnaro, su chi appoggia le grandi opere e usa il clima come scusa.

13 / 11 / 2019

Una nota del Laboratorio Occupato Morion in seguito all’acqua alta eccezionale a Venezia. Questa notte ha raggiunto il livello più alto dopo l’alluvione del 1966: 187 centimetri, avvicinandosi ai livelli di quella più alta mai registrata (194cm).

«Sono evidentemente questi gli effetti dei cambiamenti climatici. Adesso si capisce che il MOSE serve». Sono le parole, pronunciate da una Piazza San Marco allagata, del sindaco Luigi Brugnaro. Parole che sintetizzano l’orrore politico di cui questa città è vittima, la lucida follia e la corruzione morale che il nostro primo cittadino incarna.

Follia lucida e corruzione vanno assieme perché ormai ogni persona di buon senso sa che:

1) Il MOSE non fa parte della soluzione, ma del problema. Un’opera nata vecchia, fatta approvare e parzialmente costruita a suon di corruttele, con in testa il profitto privato e non certo il bene comune. Ci è già costata 6 miliardi di euro, 1,5 se lo sono intascato i corrotti. A noi rimane la ruggine di un’opera che non funzionerà mai e la calamità dell’acqua alta. Parliamo di un progetto partorito nel 1989 e di una costruzione iniziata nel 2003. In trent’anni esatti il MOSE ha procurato solo danni alla città: ambientali, economici e politici. Non un solo beneficio. Chi ancora si ostina a presentarlo come la soluzione è uno stupido o un corrotto, oppure entrambe le cose.

Il MOSE non va terminato: non venga speso un euro in più per perpetrare l’orrore e il furto. Si pensi piuttosto a soluzioni efficaci e compatibili con l’ambiente per diminuire l’ingresso di acqua in Laguna. Le alternative esistono, a partire dall’innalzamento del livello delle bocche di porto.

2) Il nostro sindaco chiama in causa i cambiamenti climatici, è evidente che prova solamente ad allontanare le responsabilità politiche. Anche in questo caso, fare appello al MOSE è semplicemente grottesco. Qualche mese fa, la rivista Nature ha pubblicato uno studio che prende come premessa l’eventuale completamento (fanta-scientifico) del MOSE. Se, dicono gli studiosi, il MOSE dovesse trovarsi a funzionare in uno scenario realistico di drastico innalzamento del livello del mare (previsto nell’arco di pochi decenni), dovrebbe rimanere chiuso (ovvero a paratoie sollevate) per più di sei mesi l’anno. Il che significherebbe semplicemente la morte della laguna, incapace di provvedere al necessario scambio di ossigeno e nutrienti con il mare. Il MOSE, dunque, con tutta evidenza, non è un freno agli effetti del climate change, ma un’aggravante. Seconda questione, l’idea di indicare i cambiamenti climatici come qualcosa che assolva la politica è un segno di totale e completa inadeguatezza. Il clima non è una scusa, è la sfida. Se non lo si vuole capire, bisogna andarsene a casa. I cambiamenti climatici non hanno origine divina, non sono, come si dice a Venezia, una “fatalità”. Sono il frutto di un modello di sviluppo che gente come Brugnaro (e come Zaia in Regione) continua a sostenere, mentre i suoi cittadini muoiono o contano i danni in casa propria. Sono i risultati di un sistema economico basato su un’idea criminale di sviluppo illimitato; le grandi opere inutili e dannose sono al centro di questo modello di sviluppo. Dobbiamo pretendere la fine delle grandi opere, tanto quanto va pretesa la fuoriuscita dal fossile.

3) Brugnaro non è solo un grande sostenitore del MOSE, lo è anche delle grandi navi. Era quello che si faceva beffe del Comitato, sostenendo che un incidente sarebbe stato impossibile. Lo ha fatto fino allo schianto dello scorso 2 luglio, a pochi passi dalle affollatissime Zattere. Cosa affermano tutti i sostenitori delle navi in Laguna, anche quelli che le vorrebbero dirottare a Marghera? Ci dicono che bisogna scavare nuovi canali, che servono regole più lasche in merito e che bisogna allargare il Canale dei Petroli per permettere anche alle crociere di arrivare a Porto Marghera. Bene, a Venezia tutt* sanno che una delle cause dell’alluvione del 1966 (record di 1.94 m, sfiorato ieri sera con il picco ad 1.87 m) è stato lo scavo del Canale dei Petroli, vera e propria autostrada, incisa nel corpo vivo della laguna per permettere alle petroliere e ad altre imbarcazioni commerciali di raggiungere il polo chimico. Vogliamo perpetrare l’errore? Scavare ancora? Distruggere le poche difese naturali rimaste alla Laguna? Tutto ciò per salvare gli interessi delle compagnie e della società (quasi del tutto privata) che gestisce le banchine della Marittima?

Dobbiamo invece dire basta a nuovi scavi, fuori le grandi navi dalla Laguna. Lo scorso 8 luglio, eravamo in 10.000 ad urlarlo da Piazza S. Marco, zona colonizzata dai turisti e riconquistata dai e dalle veneziane, contro l’ordine del nostro ineffabile prefetto che avrebbe voluto negarcela.

Oggi, domani e dopodomani saranno ancora giorni di emergenza e di nuove acque alte. Come tutt* i veneziani e le veneziane ci rimbocchiamo le maniche, cerchiamo di tenere al sicuro le nostre case (o i nostri luoghi di lavoro), quelle dei vicini, degli amici e di chi ha bisogno. Venezia si risolleverà senza dubbio, ma casi del genere saranno sempre meno isolati.

Per salvare la città serve una vera rivoluzione del suo modello economico, sociale e politico. Chi incarna tutti i limiti di una gestione inadeguata, il nostro sindaco Brugnaro, dovrà avere la decenza di fare un passo indietro e di dimettersi. Non lo farà, certo, toccherà allora a tutta la città convincerlo. Certo, non è solo un cambio di nome che ci salverà, serve un cambio di marcia complessivo, ma le cose possono cominciare da lì.

#BrugnaroDimettiti

I Comuni della Valle Susa richiedono un incontro ai Ministri delle Infrastrutture e dell’Ambiente

nov – 15 – 2019

Nuova immagine (1)

Comuni di Almese, Avigliana, Borgone Susa, Bruzolo, Bussoleno, Caprie, Caselette, Chianocco, Chiusa di San Michele, Condove, Mattie, Mompantero, Novalesa, San Didero, San Giorio di Susa, Sant’Ambrogio di Torino, Sant’Antonino di Susa, Susa, Vaie, Venaus, Villar Dora, Villar Focchiardo

Prot. N. 0002769
Bussoleno, li 08/11/2019

Egregio Ministro delle Infrastrutture

Egregio Ministro dell’Ambiente

OGGETTO: Richiesta di incontro.

Vi scrivo a nome dei Sindaci dell’Unione Montana Valle Susa.

Il Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica ha assunto decisioni inerenti il progetto di nuova linea ferroviaria Torino-Lione in sintonia con gli accordi internazionali stipulati tra Italia e Francia e ratificati dai rispettivi Parlamenti. I programmi di realizzazione dell’opera stabiliti da tali decisioni prevedono un coinvolgimento estremamente significativo del territorio della Valle di Susa.

Pur essendo trascorsi molti anni dall’avvio dell’iter progettuale, l’attuazione concreta di tali programmi continua a presentare una lunga serie di criticità dal punto di vista procedurale progettuale e dell’impatto sulla vita e l’economia delle comunità locali, nonché sugli ecosistemi naturali.

In qualità di amministratori del territorio interessato, crediamo necessario un confronto di merito finalizzato a verificare, in termini concreti, quale sia lo stato effettivo dell’opera e quali siano le sue reali prospettive e ricadute future. Nello specifico, riteniamo debbano essere affrontati congiuntamente alcuni aspetti che riepiloghiamo brevemente:

  • l’attuazione degli accordi internazionali Italia-Francia, con particolare riferimento alle modalità di finanziamento dell’opera da parte dei due Stati;
  • la situazione dei contributi europei assegnati e in previsione, in base all’attuazione degli attuali programmi finanziati e alle disponibilità presenti nel Bilancio dell’Unione Europea;
  • la Sezione Transfrontaliera (Tunnel di Base), per quanto concerne l’aggiornamento delle tempistiche attualmente previste per l’avvio e il completamento dei lavori di realizzazione;
  • le due tratte nazionali di adduzione, in Italia e in Francia, con riferimento alle decisioni, alle modalità di finanziamento da parte dei due Stati e ai programmi e alle tempistiche inerenti la loro realizzazione;
  • le criticità procedurali inerenti le modalità e le tempistiche effettive per l’espletamento delle procedure di esproprio delle aree coinvolte dai cantieri, in larga parte appena avviate;
  • Le criticità progettuali inerenti la reale disponibilità dei siti di Salbertrand, Caprie e Torrazza per la gestione e il deposito definitivo dei materiali di scavo, nonché i rilevanti impatti determinati dal trasporto stradale di tali materiali.

Tanti cittadini e molte Amministrazioni locali della Valle di Susa negli anni hanno espresso ed esprimono tuttora critiche in merito all’utilità di quest’opera, motivate da argomentazioni tecniche che continuano a mantenere invariata la loro validità.

A prescindere da quali siano le posizioni reciproche, il confronto tra governo e amministrazioni locali è un’esigenza che riteniamo imprescindibile e urgente. Sulla base di questa convinzione, Vi chiediamo un incontro formale con una nostra delegazione, accompagnata dagli esperti che supportano, sul piano tecnico, le nostra valutazioni.

Cordiali saluti,

IL PRESIDENTE
PACIFICO BANCHIERI

Unione Montana Valle Susa – Via Carlo Trattenero 15 – 10053 – Bussoleno
Tel: 0122/642800 – Mail:
info@umvs.it  – PEC: info@pec.umvs.it
Sito internet:
www.unionemontanavallesusa.it
CF: 96035680014 – Codice Univoco Ufficio: UFLNAO

Quanto costa un caffè in piazza San Marco

https://www.lettera43.it/sanmarco-caffe-scontrino-venezia/?fbclid=IwAR3bfjXbiJb8Bet4L0GoLXAr3rXTJro52orcxJt5RPRfRqV8UT4koQXFYbs
scontrino

04 Agosto 2018

La coppia di turisti che voleva godersi un attimo di relax in piazza San Marco, la più suggestiva di Venezia, è rimasta letteralmente quando gli hanno portato il conto: due caffè e due bottigliette d’acqua son costati 43 euro. E lo scontrino fa il giro del web.

SEDERSI A SAN MARCO COSTA CARO

I gestori del locale si sono difesi, respingendo al mittente ogni tipo di accusa: «Si scandalizzano al momento del conto perchè non ci ascoltano quando consegniamo il menù. Eppure lo diciamo chiaro: i prezzi per chi si siede al tavolo sono maggiorati . Ma in tanti ci liquidano con un gesto e se insistiamo c’è anche chi si offende. Chi vuole semplicemente bere un caffè può farlo al banco e pagare solo un euro e venti centesimi. Se si decide di sedersi, godersi la musica dell’orchestra, guardare il campanile e la basilica di San Marco, si paga per un’esperienza diversa. E’ così ovunque, in tutte le città d’arte del mondo».

IL GONDOLIERE E IL BAGNANTE

Proprio ieri la pagina Facebook Venezia non è Disneyland aveva condiviso un video di due turisti che hanno deciso di farsi il bagno proprio nella stessa piazza. Un gondoliere li apostrofa ironicamente: «Buongiorno, sa che è in piazza San Marco, a Venezia?». I due capiscono l’errore ed escono subito dall’acqua. E il gondoliere saluta, ancora ironico, con un «Vive la France».

Regionali, Borgonzoni (Lega): “Con me l’Emilia-Romagna avrà due mari”

https://www.dire.it/15-11-2019/391352-regionali-borgonzoni-lega-con-me-lemilia-romagna-avra-due-mari/?fbclid=IwAR1IapEKV7sCYp8x0aY8HWcG8IjynUw6UCmOauC1O6GncIbltoDqc31e7UA

L’idea è di “aprire ai collegamenti che garantiranno uno sbocco anche sul mar Tirreno”: il progetto della senatrice della Lega candidata governatrice in Emilia-Romagna:

BOLOGNA – “Vogliamo fare dell’Emilia-Romagna la Regione dei due mari, aprendo ai collegamenti che garantiranno uno sbocco anche sul mar Tirreno, e lanciare il progetto della rete dei porti commerciali del nord Adriatico”. Lo scrive in una nota la senatrice della Lega Lucia Borgonzoni, candidata governatrice in Emilia-Romagna. “Bellissimo il Paladozza ieri, un’emozione indescrivibile”, scrive in una nota Borgonzoni ringraziando “chi c’era e tutti coloro che hanno dato e daranno il loro contributo costruttivo alla campagna per liberare la nostra regione da mezzo secolo di oppressione Pd”.

“L’Emilia-Romagna confina col Trentino”, la sorprendente gaffe di Lucia Borgonzoni (Lega)

“Spiace- prosegue Borgonzoni- per chi avrebbe voluto essere presente ma non ha potuto a causa delle azioni violente e prepotenti”, cioè il corteo dei centri sociali. “Il diritto di manifestare pacificamente è di tutti, sempre, quello antidemocratico e prepotente no”. In ogni caso “siamo in campo per rappresentare gli emiliano-romagnoli che vogliono tornare a vivere, investire e godere in libertà e sicurezza di questa splendida terra e per rivendicare, con forza, che l’Emilia Romagna è di tutti. Dopo il Paladozza, nella sfida tra idee e violenza, hanno vinto le prime 1 a 0. Avanti!”.

Un omaggio a Nicoletta Dosio, che ci ricorda come si fa

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/11/15/un-omaggio-a-nicoletta-dosio-che-ci-ricorda-come-si-fa/5564844/?fbclid=IwAR10rUc-tBlSj9eTyZ-bKQYeialM8WxknpUry1cY5iPbMeqBPx5oMQ6AH-s 

Non di rado rubriche simili a questa sui giornali sono dedicate a storie di persone che gli autori ritengono un esempio, storie di buone azioni e buoni sentimenti per lo più. Vorremmo farlo anche noi oggi e dacché i bravi ragazzi sono tutti occupati, dedicheremo la rubrica a una cattiva ragazza, per di più pregiudicata. 

 Nicoletta Dosio ha 73 anni, ha insegnato tutta la vita in Val di Susa e da sempre è parte del movimento No Tav. Nel 2012, con altri, per protesta aprì per un’ora il casello di Avigliana dietro lo striscione “Oggi paga Monti”. Le hanno dato un anno, la condanna è definitiva e mercoledì le hanno fatto visita i carabinieri: “Non era per accompagnarmi in carcere, ma per verificare l’idoneità della mia casa a diventare per un anno la mia prigione. Ho risposto che non ho chiesto misure alternative, quindi, ancora una volta, non sono disponibile a essere la carceriera di me stessa: i domiciliari non li rispetterò. Ma com’è che questa ‘giustizia forte con i deboli e debole con i forti’, pronta a mandare in carcere un povero diavolo che sottrae a un supermarket due scatolette di tonno, risoluta a randellare coi suoi tribunali ogni opposizione sociale, cerca di evitare nei miei confronti un provvedimento che la sua stessa legge le imporrebbe? Vedremo nei prossimi giorni. La partita a scacchi continua”. Qualche anno fa avremmo detto “testa e palle”, oggi che quel linguaggio non si porta più scriviamo “testa e coraggio”: e chi se l’aspettava che ce ne fosse ancora in giro? D’altronde, si sa, le cattive ragazze vanno dappertutto: pure in galera.

 

Grandi evasori e politici corrotti: ecco la lista veneta

http://espresso.repubblica.it/attualita/2019/04/26/news/grandi-evasori-e-politici-corrotti-ecco-la-lista-veneta-1.334244?fbclid=IwAR2cSdHhtLK5nim-8difV_LHFl4U6eXFKMp5KYYEH6Z7_POU-fgXPnm4WGc

Dalle tangenti del Mose ai conti esteri: scoperte oltre 200 offshore con più di 250 milioni nascosti dal fisco da imprenditori del nordest

DI PAOLO BIONDANI E LEO SISTI

26 aprile 2019

Grandi evasori e politici corrotti: ecco la lista veneta

Si chiama “lista De Boccard”. Dal computer del professionista svizzero Bruno De Boccard, sequestrato dai magistrati della Procura di Venezia, è emerso un elenco di dozzine di imprenditori, soprattutto veneti, protagonisti di una colossale evasione fiscale, celata all’ombra del super condono targato Berlusconi del 2009-2010. Un fiume di denaro di “oltre 250 milioni di euro”, finora mai completamente ricostruito, dove si mescolano le tangenti ai politici e i fondi neri degli stessi clienti. Soldi nascosti in scatole di scarpe. Pacchi di banconote consegnati ad anonimi autisti autostradali, in grandi alberghi o studi di commercialisti.

Lo rivela l’inchiesta su  Espresso+ . L’indagine della Guardia di Finanza, nata sulla scia dello scandalo del Mose di Venezia, ha già portato al sequestro di oltre 12 milioni di euro. E ha fatto scoprire un traffico di tangenti per 1,5 milioni nascoste prima in Svizzera e poi in Croazia da una prestanome di Giancarlo Galan, ex governatore veneto e ministro di Forza Italia, già condannato per le maxicorruzioni del Mose.

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Questa nuova indagine ha fatto emergere anche una serie di documenti informatici con i dati di centinaia di società offshore utilizzate da politici e imprenditori per nascondere nei paradisi fiscali più di 250 milioni di euro. Molti casi di evasione sono stati però cancellati dalla prescrizione o dallo scudo fiscale.

Dalle tangenti per il Mose ai conti esteri: scoperte oltre 200 offshore con soldi nascosti al fisco da imprenditori e politici

Secondo L’Espresso, il “re delle valigie” Giovanni Roncato ha ammesso di aver rimpatriato, grazie proprio allo scudo, 13,5 milioni di euro, detenuti all’estero e accumulati in passato “in seguito a minacce rivoltemi da un’organizzazione malavitosa…la Mala del Brenta…nel periodo in cui la banda di Felice Maniero operava molti sequestri di persona”. Ed ecco partire il carosello del denaro, affidato a “malavitosi ignoti, in due occasioni, circa 200 milioni di lire alla volta, in contanti, al casello di Padova Ovest”. Si chiama Alba Asset Inc, la offshore spuntata nei file di De Boccard, creati insieme al suo boss, il nobile italo-elvetico Filippo San Germano d’Aglié, nipote della regina del Belgio.

Un altro nome eccellente che compare nell’inchiesta ribattezzata Padova Papers, germinazione dei più famosi Panama Papers, è quello di René Caovilla, titolare di un famoso marchio di scarpe, e boutique in tutto il mondo. Anche lui, al quale faceva capo la offshore Serena Investors, riporta L’Espresso, si è avvalso dello scudo fiscale, facendo rientrare in Italia 2,2 milioni di euro, “somme non regolarizzate affidate a professionisti operanti con l’estero al fine di depositarle in Svizzera”.

Anche tre commercialisti di uno affermato studio di Padova, giù emersi nelle vicende del Mose, entrano qui in scena come presunti organizzatori del riciclaggio di denaro nero: Paolo Venuti, Guido e Christian Penso.

Tutti collegati al duo San Germano-De Boccard, punti di riferimento di proprietari di hotel, fabbriche di scarpe, imprese di costruzioni e, ancora, big delle calzature. Come Damiano Pipinato, che attiva lo spostamento dei soldi attraverso proprio Guido Penso: “Lui mi telefonava e, in codice, mi chiedeva se avessi due o tre campioni di scarpe. Io sapevo che mi stava chiedendo 100, 200 o 300 mila euro da portare fuori…Io predisponevo il contante all’interno di una scatola di cartone, in un sacchetto, e lo portavo in macchina nel suo studio a Padova”.

Il dottor Penso non contava il denaro, si fidava, si accontentava della cifra indicata da Pipinato e “rilasciava un post-it manoscritto, con data e importo. Dopo qualche giorno mi esibiva l’estratto di un conto corrente con la cifra da me versata.

A quel punto il post-it veniva stracciato”. Pipinato ha confessato di aver esportato all’estero 33 milioni di euro: 25 in Svizzera, 8 a Dubai.

Tangenti in Lombardia, il sistema Forza Italia-Lega è marcio

https://www.ilblogdellestelle.it/2019/11/tangenti-in-lombardia-il-sistema-forza-italia-lega-e-marcio.html?fbclid=IwAR1gfI16WiAzDIBOuspj9t4df-8E-rjZp1tX2Jt54Iybyn4P2MoCeoJbRVY

Tangenti in Lombardia, il sistema Forza Italia-Lega è marcio

Apriamo gli occhi!

Le accuse contestate all’ex europarlamentare Lara Comi, di Forza Italia, sono gravissime: corruzione, finanziamento illecito, truffa. È il nuovo tangentificio lombardo. Questo schifo di sistema di potere e gestione criminale del territorio è lontano anni luce da ciò che la politica dovrebbe essere, eppure certi politici agiscono con una noncuranza delle più elementari regole e un menefreghismo dei soldi dei cittadini che è imbarazzante.

Per anni Lara Comi è stata la pupilla di Roberto FormigoniPresidente della Regione Lombardia dal 1995 al 2013 e condannato con sentenza passata in giudicato a 5 anni e 10 mesi di reclusione per corruzione. Arrestato 1 e arrestato 2, ma non solo… perché le inchieste giudiziarie dimostrano che tutto il sistema lombardo è marcio. Per la stessa inchiesta ‘Mensa dei poveri’ è indagato per turbativa d’asta il sindaco leghista di Gallarate Andrea Cassani e poi ci sono dirigenti, funzionari, ras locali pronti a tutto pur di portare a casa il pezzetto di tangente.

Lara Comi deve anche rispondere di due imputazioni di truffa ai danni del Parlamento europeo. Per cinque anni è stata vicepresidente del gruppo parlamentare dei Popolari, la casa di Berlusconi e Forza Italia in Europa. Sorprende, e non poco, il silenzio del PPE su questa vicenda. Da gruppo di maggioranza relativa al Parlamento europeo ci saremmo aspettati parole chiare e forti di condanna contro simili pratiche. Non è mai troppo tardi.

S. Hersch, giornalista premio Pulitzer: Hillary Clinton approvò l’invio di gas sarin ai ribelli siriani per incastrare Assad

http://vocidallestero.it/2016/05/08/giornalista-premio-pulitzer-hillary-approvo-linvio-di-gas-sarin-ai-ribelli-siriani-per-incastrare-assad/?fbclid=IwAR0Y7aKXy9UOsk77z_Nizh-pP3Xl80Tx1xMDsL20u8ehFNn2PBS9xLYkBz4

Hillary-Clinton

Di Saint Simon – Maggio 8, 2016

Il sito Free Thought Project riporta un articolo sui legami di Hillary Clinton con l’attacco chimico al gas sarin a Ghouta, in Siria, nel 2013. Dalle relazioni tra USA e Siria (ne avevamo parlato qui), al ruolo della Clinton nella politica estera USA e nell’approvvigionamento di armi dalla Libia verso l’Isis (ne avevamo parlato qui e qui), alle dichiarazioni del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh su un accordo del 2012 tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad, tutte le prove punterebbero in una direzione: i precursori chimici del gas sarin sarebbero venuti dalla Libia, il sarin sarebbe stato “fatto in casa” e la colpa gettata sul governo siriano come pretesto perché gli Stati Uniti potessero finanziare e addestrare direttamente i ribelli siriani, come desideravano i sauditi intenzionati a rovesciare Assad. Responsabile della montatura l’allora Segretario di Stato USA e attuale candidata alla presidenza per i Democrat, Hillary Clinton.

di Matt Agorist, 2 maggio 2016

Nell’aprile del 2013, la Gran Bretagna e la Francia informarono le Nazioni Unite che c’erano prove credibili che la Siria avesse usato armi chimiche contro le forze ribelli. Solo due mesi più tardi, nel giugno del 2013, gli Stati Uniti conclusero che il governo siriano in effetti aveva usato armi chimiche nella sua lotta contro le forze di opposizione. Secondo la Casa Bianca, il presidente Obama ha subito usato l’attacco chimico di Ghouta come pretesto per l’invasione e il sostegno militare americano diretto e autorizzato ai ribelli.

Da quando gli Stati Uniti finanziano questi “ribelli moderati”, sono state uccise più di 250.000 persone, più di 7,6 milioni sono state sfollate all’interno dei confini siriani e altri 4.000.000 di esseri umani sono stati costretti a scappare dal paese.

Tutta questa morte e distruzione portata da un sadico esercito di ribelli finanziati e armati dal governo degli Stati Uniti era basata – è quello che ora ci viene detto – su una completa montatura.

Seymour Hersh, giornalista noto a livello mondiale, ha rivelato, in una serie di interviste e libri, che l’amministrazione Obama ha falsamente accusato il governo siriano di Bashar al-Assad per l’attacco con gas sarin e che Obama stava cercando di usarlo come scusa per invadere la Siria. Come ha spiegato Eric Zuesse in Strategic Culture, Hersh ha indicato un rapporto dell’intelligence britannica che sosteneva che il sarin non veniva dalle scorte di Assad. Hersh ha anche affermato che nel 2012 è stato raggiunto un accordo segreto tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad in modo che gli Stati Uniti potessero invadere e rovesciare Assad.

“In base ai termini dell’accordo, i finanziamenti venivano dalla Turchia, e parimenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar; la CIA, con il sostegno del MI6, aveva l’incarico di prendere armi dagli arsenali di Gheddafi in Siria. ”

Zuesse nel suo rapporto spiega che Hersh non ha detto se queste “armi” includevano i precursori chimici per la fabbricazione del sarin che erano immagazzinati in Libia. Ma ci sono stati molteplici rapporti indipendenti che sostengono che la Libia di Gheddafi possedeva tali scorte, e anche che il Consolato degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, controllava una “via di fuga” per le armi confiscate al regime di Gheddafi, verso la Siria attraverso la Turchia.

Anche se Hersch non ha specificamente detto che la “Clinton ha trasportato il gas”, l’ha implicata direttamente in questa”via di fuga” delle armi delle quale il gas sarin faceva parte.

Riguardo al coinvolgimento di Hillary Clinton, Hersh ha detto ad AlterNet che l’ambasciatore Christopher Stevens, morto nell’assalto dell’ambasciata Bengasi,

“L’unica cosa che sappiamo è che [la Clinton] era molto vicina a Petraeus che era il direttore della CIA in quel periodo… non è fuori dal giro, lei sa quando ci sono operazioni segrete. Dell’ambasciatore che è stato ucciso, [sappiamo che] era conosciuto come un ragazzo, da quanto ho capito, come qualcuno che non sarebbe stato coinvolto con la CIA. Ma come ho scritto, il giorno della missione si stava incontrando con il responsabile locale della CIA e la compagnia di navigazione. Egli era certamente coinvolto, consapevole e a conoscenza di tutto quello che stava succedendo. E non c’è modo che qualcuno in quella posizione così sensibile non stesse parlando col proprio capo [Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato, figura che nel governo statunitense ha la responsabilità della politica estera e del corpo consolare, NdVdE], attraverso qualche canale. “

 

A supportare Hersh nelle sue affermazioni è il giornalista investigativo Christof Lehmann, che dopo gli attacchi ha scoperto una pista di prove che riporta al Presidente dello Stato Maggiore Congiunto Martin Dempsey, al Direttore della CIA John Brennan [subentrato nella guida della CIA l’8 marzo 2013 dopo le dimissioni di Petraeus nel novembre 2012 e il successivo interim di Morell, NdVdE], al capo dell’intelligence saudita principe Bandar, e al Ministero degli Interni dell’Arabia Saudita.

Come ha spiegato Lehmann, i russi e altri esperti hanno più volte affermato che l’arma chimica non avrebbe potuto essere una dotazione standard dell’arsenale chimico siriano e che tutte le prove disponibili – tra cui il fatto che coloro che hanno offerto il primo soccorso alle vittime non sono stati lesionati – indicano l’uso di sarin liquido, fatto in casa. Questa informazione è avvalorata dal sequestro di tali sostanze chimiche in Siria e in Turchia.

Anche se non è la prova definitiva, non si deve glissare su questa implicazione. Come il Free Thought Project ha riferito ampiamente in passato, il candidato alla presidenza ha legami con i cartelli criminali internazionali che hanno finanziato lei e suo marito per decenni.

Quando Hillary Clinton divenne Segretario di Stato nel 2009, la Fondazione William J. Clinton ha accettato di rivelare l’identità dei suoi donatori, su richiesta della Casa Bianca. Secondo un protocollo d’intesa, rivelato da Politifact, la fondazione poteva continuare a raccogliere donazioni provenienti da paesi con i quali aveva rapporti esistenti o che stavano tenendo programmi di finanziamento.

Le registrazioni mostrerebbero che dei 25 donatori che hanno contribuito con più di 5 milioni di dollari alla Fondazione Clinton nel corso degli anni, sei sono governi stranieri, e il maggior contribuente è l’Arabia Saudita.

L’importanza del ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dei Clinton è enorme, così come il rapporto tra Siria e Arabia Saudita nel corso dell’ultimo mezzo secolo è tutto quello che concerne questa guerra civile.

Come Zuesse sottolinea nel suo articolo su Strategic Culture,

Quando l’intervistatore ha chiesto ad Hersh perché Obama sia così ossessionato dalla sostituzione di Assad in Siria, dal momento che “il vuoto di potere che ne deriverebbe avrebbe aperto la Siria a tutti i tipi di gruppi jihadisti”; e Hersh ha risposto che non solo lui, ma lo Stato Maggiore Congiunto, “nessuno riusciva a capire perché.” Ha detto, “La nostra politica è sempre stata contro di lui [Assad]. Punto.”

Questo è stato effettivamente il caso non solo da quando il partito che Assad guida, il partito Ba’ath, è stato oggetto di un piano della CIA poi accantonato per un colpo di stato finalizzato a rovesciarlo e sostituirlo nel 1957; ma, in realtà, il primo colpo di stato della CIA era stato non solo pianificato, ma anche effettuato nel 1949 in Siria, dove rovesciò un leader democraticamente eletto, con lo scopo di consentire la costruzione di un oleodotto per il petrolio dei Saud attraverso la Siria verso il più grande mercato del petrolio, l’Europa; e la costruzione del gasdotto iniziò l’anno successivo.

Ma poi c’è stato un susseguirsi di colpi di stato siriani (innescati dall’interno anziché da potenze straniere – nel 1954, 1963, 1966, e, infine, nel 1970), che si sono conclusi con l’ascesa al potere di Hafez al-Assad durante il colpo di stato del 1970. E l’oleodotto trans-arabico a lungo pianificato dai Saud non è ancora stato costruito. La famiglia reale saudita, che possiede la più grande azienda mondiale di petrolio, l’Aramco, non vuole più aspettare. Obama è il primo presidente degli Stati Uniti ad aver seriamente tentato di svolgere il loro tanto desiderato “cambio di regime” in Siria, in modo da consentire la costruzione attraverso la Siria non solo dell’oleodotto trans-arabico dei Saud, ma anche del gasdotto Qatar- Turchia che la famiglia reale Thani (amica dei Saud), che possiede il Qatar, vuole che sia costruita lì. Gli Stati Uniti sono alleati con la famiglia Saud (e con i loro amici, le famiglie reali del Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Oman). La Russia è alleata con i leader della Siria – così come in precedenza lo era stata con Mossadegh in Iran, Arbenz in Guatemala, Allende in Cile, Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, e Yanukovich in Ucraina (tutti rovesciati con successo dagli Stati Uniti, ad eccezione del partito Baath in Siria).

Matt Agorist è un veterano congedato con onore del Corpo degli US Marines ed ex operatore di intelligence direttamente incaricato dalla NSA. Questa precedente esperienza gli fornisce una visione unica nel mondo della corruzione del governo e dello stato di polizia americano. Agorist è stato un giornalista indipendente per oltre un decennio ed è apparso sulle reti tradizionali in tutto il mondo.