GOLPE FALLITO? I MEDIA GLI FANNO LA RESPIRAZIONE ARTIFICIALE…….. VENEZUELA, SI ROMPE L’OSSO O SI ROMPONO I DENTI ?

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/05/golpe-fallito-i-media-gli-fanno-la.html

MONDOCANE

SABATO 4 MAGGIO 2019

Manifestazione chavista il giorno del golpe

 “Noi resteremo fermi in difesa dell’ordine costituzionale e della pace della Repubblica, assistiti come siamo da legge, ragione e storia. Leali sempre, traditori mai!” (Vladimiro Padrino, Ministero della Difesa della Repubblica Bolivariana del Venezuela)

https://www.youtube.com/watch?v=a8wdxj0PUZE  Alì Primera, da ascoltare, volendo, in sottofondo.

Com’è che diceva Emilio Fede?

La figura di merda in questione si dà per scontato sia quella dell’ennesimo gaglioffo da avanspettacolo inventato dai servizi Usa su mandato dell’Universal P2, S.p.A., per sostituire a un governo democratico e, magari, emancipatore e sovranista, un fantoccio duro e puro, addestrato al servo encomio alla Cupola e al suo braccio armato statunitense. Già perché, dopo il cazzuto, affidabile e durevole Fuehrer cileno, non si è verificato che un sequel di catastrofici pirla, buoni solo ad accaparrare mazzette imperiali sulla parola. Honduras, Ucraina, Ecuador, Haiti, Afghanistan, Libia, Yemen: reggono solo perché puntellati dall’Impero con le sue basi. Livelli intermedi li conosciamo in Europa. Scelte al massimo ribasso che riflettono fedelmente spessore e qualità dei mandanti.

Più esilarante, per quanto non meno scontata, la figura in oggetto inflittasi dai media, come al solito più italiani che quelli, un tantino avveduti, esteri. Ci si arrampica sugli specchi per mantenere ancora per un po’, almeno a livello mediatico, l’attenzione sul “dittatore” Maduro, sulla disperazione del popolo affamato e sul sacrificio di un’opposizione democratica massacrata. Proprio come si era tentato dopo il megaflop del procuratore Mueller per tenere a galla la ciambella del Russiagate. Uno specchio, liscio quanto può esserlo un vetro smerigliato, è la fola diffusa da Pompeo (uno fuggito dal set di “Gomorra”, o del “Padrino” e sostituito malamente da Marlon Brando) secondo cui i vertici delle Forze Armate avrebbero deciso di deporre Maduro, con tanto di “dimissioni onorevoli”, già pronte, ma poi ci avrebbero ripensato. Chissà, forse per cuocerlo ancora a fuoco lento in attesa di una maggiore reviviscenza del teppismo terrorista alla Lopez, oppure in attesa di una maggiorazione di quell’offerta di 20mila dollari da testa che il tagliagole Elliott Abrams avrebbe fatto a qualunque militare avesse disertato. Vecchia, consunta tattica per seminare sospetti intorno al controllo della situazione da parte del presidente.

Media: respirazione artificiale al golpe

Si parte dal sinistro Tommaso Di Francesco, “il manifesto” cerchiobottista strutturale dai tempi di “Nato cattiva-Milosevic pulitore etnico”,fino all’oggi del “Guaidò burattino Usa-Maduro disastroso”. Disinvolto immemore, questo TdF, quando lamenta il caos Nato in Libia, della sua guru Rossanda che, all’epoca, lanciava contro Gheddafi i terroristi dell’Isis, da lei fatti passare per “rivoluzionari democratici come le brigate di Spagna”. Gli lavora a fianco il prestigiosissimo Alberto Negri, pratico di capre e cavoli, quando, trova la pietra filosofale mettendo sullo stesso piano fallimenti economici e corruzione dei pre-Chavez, dei Chavez e dei post-Chavez. E si completa un giro larghissimo di rampichini con Giovanna Botteri, giunta al vertice Rai a New York per meriti kosovari e iracheni, che, non stufa di aver inventato le fughe di Milosevic e Saddam, a golpe venezuelano finito in sibilo di palloncino bucato, ancora accreditava lo statista Pompeo nella frescaccia di un Maduro in fuga, ma bloccato all’aereo dai russi e rimandato a palazzo.

 Superman e Capitan America

C’è chi riduce a barzelletta di chi non ne sa raccontare, l’episodio del duomilites gloriosi, Guaidò e Lopez che, circondati da quattro scombussolati militari e mezza dozzina di teppisti civili, da un luogo deserto, fatto passare per base aerea, proclamano “L’operazione Libertà”, invitano all’ammutinamento militare e all’insurrezione popolare.  Ammutinamento poi eseguito da una decina di marmittoni e graduati, tosto fuggiti in Brasile, e insurrezione risoltasi in una scaramuccia sul cavalcavia autostradale dove Guardia Nazionale e polizia tiravano lacrimogeni e i teppisti addestrati dal Lopez dei quasi 50 morti (in maggioranza poliziotti e chavisti) nelle sueguarimbas (2014-2017) sparavano pallottole. Risultato 4 morti. Poca cosa a confronto con qualche migliaio che gli sponsor di Guaidò-Lopez giustiziano ogni giorno con bombe e altro in giro per le loro guerre e sanzioni (40mila vittime solo da sanzioni al Venezuela). Facezia che parrebbe confermata dall’esito di un Lopez rifugiato nell’ambasciata del Cile, da lì cacciato, scappato in quella spagnola, a imbarazzare l’incerto premier Sanchez; e da un Guaidò, virgulto addestrato dai regime changers patentati di Otpor a Belgrado e dalla Cia a Washington,  vox clamantis in deserto, che proclama mobilitazioni di masse che non avvengono perché la maggior parte di quelle masse preferisce sostenere Maduro e la rivoluzione bolivariana da sotto il Palazzo di Miraflores.

Tutto vero, ma semplificazione dettata dall’ottimismo della volontà.

Tutto un trucco, o  si sacrifica il capro espiatorio?

Altri, come l’ottimo Chossudovski di Global Research, rivanno col ricordo al giugno del 1973 a Santiago del Cile, dove avvenne un simile golpe alla fuffa, che tutti fece ridere, ma che poi, il successivo 11 settembre, si rivelò il prodromo del golpe duro e puro di Kissinger-Pinochet. Ne deducono la possibilità della riproduzione del modulo, con il putsch vero e ben preparato da far seguire al balon d’essai di questi giorni.

Altri ancora ipotizzano, a mio avviso con maggiori ragioni,  la consapevolezza del Trio della Bella Morte Pompeo-Bolton-Rubio circa l’inadeguatezza dei putschisti. Avrebbero però confidato  in una risposta governativa ben più brutale di quei quattro candelotti e in una strage assai più sanguinaria degli altrettanti morti (probabilmente colpiti, come nel 2002, da infiltrati dei golpisti, dato che i governativi avevano l’ordine di non usare armi da fuoco), che avrebbe suscitato un’ìndignazione internazionale tale da assicurare sufficiente consenso all’invasione. Fake news, come le bombe di Gheddafi sulla propria gente, o il massacro di Racak in Kosovo, o i gas di Assad. Invasione non certo di truppe Usa, che da tempo non vengono messe a rischio, dopo il contraccolpo dei  caduti in Vietnam e Iraq, ma di mercenariati latinoamericani vari, su modello Al Qaida-Isis-curdi, e perfino dei 5000 gangster delle milizie Blackwater (ora Academy) promessi, e forse già infiltrati (spera La Repubblica) da Eric Prince, ai quali aprirebbero la strada i bombardamenti Usa-Nato tipo Siria.

Infine c’è chi si avventura in ipotesi diaboliche, come quella che il lungamente addestrato, curato, finanziato, coccolato Guaidò risultasse agli stessi mastini dello Stato Profondo Usa investimento dagli scarsi ritorni. Il fallimento al limite del grottesco dei suoi appelli alla defezione di militari, assolutamente granitici nel loro sostegno al governo Maduro e alla rivoluzione bolivariana, delle sue invocazioni a masse in piazza che non si presentano, lo ha reso obsoleto e ormai spendibile solo… da morto. Considerazione che, fatta dai primatisti delle esecuzioni extragiudiziarie, dovrebbe preoccupare l’autoproclamato saltimbanco non poco: avrà qualche ricordo di come gli Usa sanno volgere in martirio il fallimento dei loro eroi. Cosa di cui era sicuramente consapevole il terrorista Leopoldo Lopez quando è corso di ambasciata in ambasciata per sfuggire al ruolo di agnello sacrificale per la guerra dei suoi padrini.

Lopez e le sue guarimbas

Come dal Soglio si guarda  al Sud del mondo

Nei suoi contorcimenti tra versioni Cia dei pogrom catto-fascisti in Nicaragua e sostegno al Venezuela legale (se vuole mantenere qualcuno dei suoi già deperiti lettori), “il manifesto” barcolla sul filo del rasoio anche per quanto riguarda la posizione della Chiesa. Pencola tra un venerato Bergoglio, che dice di sperare nel dialogo, e un episcopato da cocktail in residenza, storicamente il continente cappellano dei ricchi e dei despoti in tutto il continente, e dunque da sempre virulentemente pro-golpe e anti-chavista (agghiacciante il Woytila sul balcone a fianco di Pinochet; la linea non cambia mai) I pii proponimenti del papa all’Angelus hanno il suono della neolingua di Orwell, per cui guerra è pace, dissidenza è psicoreato, cattivo è sbuono.

Del resto chi può ipotizzare che in un sistema globale e imprescindibile da millenni di monarchia assoluta e infallibile, i sottoposti possano divergere dal sovrano?  Come per l’Africa, giornalmente rievocata dall’erede di Paolo perché attraverso le migrazioni si faccia posto alle multinazionali dell’Occidente cristiano, il progetto vale per l’America Latina: Ne viene invocata l’accoglienza  da parte degli Usa, visto che quelle torme sbrindellate da Honduras, Guatemala e altri paesi gestiti dagli Usa, è meglio che, o si rassegnino cristianamente alla povertà, assicurazione sulla vita eterna, o si levino dall’occupare spazi e risorse spettanti  a chi li sa far fruttare meglio.

Una rivoluzione niente male

Sulla base di quanto ho visto e vissuto all’indomani dei tre giorni  di golpe del 2012 e nel corso del lungo “paro” (serrata) padronale per mettere il paese in ginocchio, come stanno provando di fare ora con le sanzioni, mi pare di poter dire che chi ha sconfitto questo aborto di putsch, come quello di febbraio dell’introduzione forzata di aiuti, politicamente tossici, da Colombia e Brasile, siano state la forza e l’intelligenza del popolovenezuelano. Hugo Chavez e Nicolàs Maduro avranno mancato in un compito importante: quello della diversificazione della produzione venezuelana, via dal solo petrolio, giustificati anche dall’urgenza dei bisogni di una popolazione ridotta allo stremo dai precedenti palafrenieri dei gringos. Ma, pergiove, se non hanno saputo iniettare il virus dell’autodeterminazione socialista, antimperialista e anticapitalista in milioni e milioni di venezuelani ! Tutti quelli fuori dalle mura con alti reticolati che nascondono le ville, i parchi, i lussi e le ruberie di una ristretta cerchia di grassatori, tra qui la maggioranza degli italiani. Si chiama sovranità e loro sono “sporchi sovranisti”.

Con Manuel e Alì Primera attraverso il Venezuela del primo golpe

Tanti di quelli che ho incontrato percorrendo tutto il paese, dalle Ande all’Amazzonia, sul trabiccolo di un impiegato della Mision Vivendas, quella delle case. Dall’incontro con Chavez, che mi spiegava la questione della terra mentre andava a distribuirne ai contadini (vedi il mio documentario “Americas Reaparecidas”), al passaggio per il mercato dove i produttori si organizzavano per la distribuzione diretta al consumatore, alla casetta della nonna che aveva dovuto bruciare parte della sua mobilia per cucinare, fino a quando la Guardia Nazionale non impose la riapertura dei distributori di combustibile, ma che faceva sventolare dal tetto il tricolore bolivariano. Navigai sull’Orinoco incontrando indigeni che si erano visti proporre per la prima volta una scuola e che, nel 2005, avrebbero festeggiato la fine dell’analfabetismo in Venezuela. Nelle favelas sui colli di Caracas (qui detti “ranchos”) Hugo Chavez veniva sbaciucchiato da donne di ogni età mentre gli consegnava il titolo di proprietà della casa. Cooperative di operai fabbricavano scarpe in stabilimenti abbandonati dai padroni dislocati a Miami. Medici cubani assistevano quelli locali a raggiungere un presidio per ogni minima frazione del paese. Nel quartiere carachegno  del 17 Jenero, fucina rivoluzionaria da decenni, un tripudio di murales rivoluzionari, si aggrottavano le ciglia sul non sufficientemente rapido e deciso passo anticapitalista del governo (vedi il documentario “L’Asse del bene”).

E Manuel, l’autista ultrachavista dalle mille risate e mille arrabbiature sui misfatti dei padroni vinti e non rassegnati, non aveva che una musica nell’autoradio: quella di Alì Primera, amatissmo cantore rivoluzionario che, per un incidente automobilistico assai sospetto, sotto la tirannia di Lusinchi, al trionfo di Chavez nel 1999 non c’era arrivato. Ma la rivoluzione l’aveva preparata e cantata e oggi l’accompagna ancora. Come in “Techos de carton”, Tetti di cartone, dedicata agli ultimi del suo paese e continente. https://www.youtube.com/watch?v=a8wdxj0PUZE 

Poi, a far venire il latte alle ginocchia e un po’ di nausea alla bocca dello stomaco arriva uno che, alla faccia dei colleghi 5 Stelle che, pur pilatescamente (Di Battista, tu che la sai lunga, batti un colpo) s’erano astenuti, gasato dal Guaidò al comando di un’armata di 12 militari, sbotta che si devono rifare le elezioni presidenziali, dato che quelle che hanno eletto Maduro non erano regolari. Dal 1999 hanno votato 25 volte in Venezuela, voto cartaceo ed elettronico insieme, giudicato dagli osservatori internazionali, ex-presidente Usa Carter incluso, il migliore sistema al mondo. 23 volte hanno vinto i chavisti, due no, ed è sempre stato tutto accettato. Da chi devi accreditarti, Enzo Moavero Milanesi? Ministro  degli Esteri di schiatta montiano-mattarelliana, con quel nome di chi coltiva orchidee a stelle e strisce nella residenza dell’antenato Bocconi (quello dell’ateneo di chi può) e la faccia  di chi è sfuggito al regista di “Frankenstein Jr.” ?

El pueblo unido e l’avvoltoio


Sarebbe illusorio pensare che ora il Condor molli la presa. Come quando si inneggia alla vittoria di una Siria per tre quarti sotto curdi amerikani, un quinto in mano ai turco-jihadisti e un territorio bombardato ogni due per tre dagli israeliani, senza che il famoso S-300 dei russi gli faccia mai un baffo. E mentre in Siria di petrolio ce n’è quanto basterebbe appena per Manhattan, in Venezuela ce n’è da mettere fuori mercato tutti gli altri. E poi c’è il fattore contagio di un modello che, allargato, porterebbe alla fine dell’Impero e dei suoi strumenti letali. L’esperienza insegna che gli yankee, quando non riescono ad addomesticare un popolo e il suo governo, come minimo lo frullano in un caos che li dissangui. E se prima c’era una cintura di sicurezza di paesi amici e indisposti al nuovo colonialismo del “Patio Trasero”,, l’Unasur, il Mercosur, l’ALBA, il CELAC, passi verso l’integrazione emancipatrice, oggi sono rimasti Nicaragua, Cuba e Bolivia, non proprio una Grande Armada.

Però vedersela con Russia e Cina, come ora appare inevitabile, neanche per dei fuoriditesta come quelli di Washington risulterebbe appetibile. Fattore significativo, quello russo-cinese, ma in seconda battuta rispetto a quella che forse oggi è la massa di popolo dalla coscienza e determinazione più evoluti e robusti del mondo. Finchè i Guaidò raccattano ad Altamira, nella piazza della Créme, a 10 km dal palazzo del presidente, qualche decina di subalterni, tra badanti, madamine, fattorini, fighi  e colonelli rintronati in pensione, mentre a Miraflores Maduro saluta, dopo appena un fischio, centomila chavisti in rosso, il cielo sopra Caracas rimane sereno.

Quella volta c’ero e l’ho filmato che cantava (vedi “L’Asse del Bene“)

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:54

PRIMO MAGGIO: VERSO UNA NUOVA IDEA DI FESTA DELLE LAVORATRICI E DEI LAVORATORI

Valentina Sganga 

https://www.facebook.com/valentina.mug/posts/10219409475376206

Questa mattina, insieme alla Senatrice Elisa Pirro e al Deputato Maurizio Cattoi, ho incontrato il Questore di Torino, Giuseppe De Matteis, che ringrazio.

Siamo stati ricevuti negli uffici della Questura per un confronto su quanto avvenuto ieri durante il corteo del primo maggio. 
Lo ribadiamo ora, dopo aver potuto comprendere le ragioni delle scelte operate dalle Forze dell’Ordine ieri mattina: la festa dei lavoratori dev’essere di tutte e tutti, di quelli iscritti ai sindacati confederali, di chi fa parte di partiti e movimenti e di chi, in questo momento, non riesce a veder tutelati i propri diritti da nessuna organizzazione.

Troviamo incomprensibile ad esempio la posizione nel corteo del Partito Democratico, subito davanti allo spezzone sociale, animato da tante di quelle persone che in questi anni di crisi sono state colpite dai provvedimenti dei governi che quel partito ha sostenuto. E anche la scelta degli organizzatori, di non volere in piazza gruppi che potessero manifestare dissenso durante i loro comizi.

Il Questore De Matteis ci ha ribadito come il compito delle Forze dell’Ordine, durante una manifestazione organizzata e autorizzata, sia quello di garantire che la riuscita dell’appuntamento e la partecipazione di quei soggetti che gli organizzatori considerano parte integrante dell’evento.

Un ragionamento che rispettiamo ma che fa chiaramente capire come l’accesso alla piazza del Primo Maggio, così come è pensato oggi, non sia garantito a tutti allo stesso modo.

Da quando siamo al governo, della Città prima e del Paese poi, ci siamo resi conto di come tanti non riescano a far sentire la propria voce, non trovino più negli strumenti tradizionali – quelli che si chiamavano un tempo “corpi intermedi” – i rappresentati adatti a far valere le proprie istanze. Una distanza tra rappresentati e rappresentanti che come Movimento 5 Stelle ci siamo prefissati di colmare.
Non sempre ci riusciamo e spesso la tensione per i nostri fallimenti è ancora più alta che con altri interlocutori, ma non per questo smetteremo di dialogare e di volerci confrontare con i cittadini.

Per questo pensiamo che se la piazza del Primo Maggio di Torino non deve essere uno spazio condiviso in pari maniera da tutte e tutti, forse sarebbe più opportuno, per evitare di alimentare conflitti che si esauriscono in tensioni inutili e polemiche sterili, rivederne la forma. 
Ad esempio, il tentativo di strumentalizzare e criminalizzare il movimento No TAV è inaccettabile e va respinto al mittente. E cogliamo ancora una volta l’occasione per ribadire come le responsabilità delle azioni sono sempre individuali.

Chi non si sente rappresentato dagli organizzatori di piazza San Carlo è giusto che trovi il suo modo di celebrare comunque la festa dei lavoratori, in un Primo Maggio alternativo, ed è questa l’idea che vogliamo lanciare.

Non è certo un movimento politico come il nostro a dover organizzare un momento di quel tipo, ma vogliamo dire fin d’ora che se nel 2020 qualcuno deciderà di realizzare una manifestazione dove tutti siano ammessi, dove il dissenso abbia la sua agibilità e possibilità di far sentire la sua voce e dove nessuno sia escluso, noi del Movimento 5 Stelle ci saremo e faremo la nostra parte perché l’appuntamento sia pacifico e partecipato.

Marco Revelli “Scontri del 1°Maggio. Il Pd vuole la polizia per dividere i NoTav”

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/05/03/scontri-del-1maggio-il-pd-vuole-la-polizia-per-dividere-i-notav/5150359/

Lo storico: “Io c’ero. Erano le forze dell’ordine che volevano i movimenti fuori dalla piazza per sterilizzare il corteo dai suoi simboli”

“Scontri del 1°Maggio. Il Pd vuole la polizia per dividere i NoTav”

“Guardando il corteo si vedeva l’Italia di oggi. E davvero credo che la sinistra tradizionale non abbia un gran futuro se ha bisogno di un cordone di polizia per farsi separare dai movimenti e dai territori dove invece dovrebbe affondare le proprie radici”.

Marco Revelli, lei è storico, sociologo, ma anche protagonista delle battaglie contro il Tav. Come vede gli scontri del Primo Maggio a Torino?

Io c’ero. Prima della partenza hanno costruito un tappo di polizia che sembrava volesse tener fermo metà corteo, quello con i movimenti. Hanno bloccato la gente con le bandiere No Tav come se volessero sterilizzare il corteo dai suoi simboli.

Del corteo per il Primo Maggio a Torino restano soprattutto le botte. Adesso c’è chi punta il dito contro la polizia e magari il Pd. E chi invece se la prende con i No Tav che, si dice, avrebbero provocato gli incidenti.

Ripeto, ho visto. Sono un testimone. Sentivo gli altoparlanti dei movimenti urlare “non reagite”.

E credo non serva molta malizia per pensare che anche nel Pd qualcuno volesse creare tensione. Alla fine, dopo un percorso tranquillo, la polizia ha caricato a freddo per ritardare l’ingresso in piazza San Carlo di metà corteo, come se il Primo Maggio fosse proprietà di qualcuno. Ho letto sui giornali una frase che mi ha colpito: ‘I No Tav vogliono prendersi il Primo Maggio’. Come se questa festa fosse di qualcuno.

Alla fine, c’è chi obietta, del corteo restano solo le cariche della polizia…

In passato, come quando c’è stata la guerra in Serbia, avevo visto ben di peggio. Volavano i tavoli dei bar.

Non crede che gli incidenti possano giocare contro la battaglia No Tav?

Dai movimenti non ho visto né violenza né provocazioni. Sono arrivati slogan anche duri per esempio verso il Pd. Ma questa non è violenza, è polemica politica. È vita.

Due cortei anche per il Primo Maggio…

Io ho visto un solo corteo con due segmenti totalmente diversi.

Che cosa, secondo lei, li divideva?

Il primo confine era quello tra passato e futuro. Ma c’era anche quello tra le istituzioni – e ci metto dentro anche le rappresentanze sindacali – e i movimenti. Compresa quella parte dei Cinque Stelle che si sente ancora movimento.

Parliamo della prima parte del corteo. C’erano il Pd e i sindacati. È tutto ‘passato’?

Il Pd torinese è particolarmente contaminato dal Tav che gli ha mangiato l’anima e ha compattato un establishment di destra e di sinistra che non riesce a trovare nel territorio la capacità di risollervarsi. Che non ha trovato un’alternativa vera al modello fordista, ma solo olimpiadi e grandi opere. Il Tav non è solo treno e rotaie, è un paradigma dove si immagina un mondo invivibile con una crescita esponenziale di merci e trasporti a beneficio dei soliti imprenditori e delle banche.

Ma nella prima parte del corteo c’erano anche i sindacati, come la Cgil di Maurizio Landini. Anche questo è passato?

Nella prima parte del corteo non ho visto migranti, giovani, precari. Non ho sentito slogan nuovi, non hanno mai pronunciato parole come ‘sfruttamento’. Ho molta stima di Landini, ma temo che l’inerzia dell’apparato sia troppo forte. C’è un corpaccione di funzionari che fa da zavorra e temo che per essere segretario generale ti tocchi annacquare troppo il tuo messaggio.

E il M5S che nel corteo era insieme con i centri sociali?

In Piemonte se non tengono il punto sul Tav possono chiudere baracca e burattini. Ma finora mi pare che a Roma si sia solo preso tempo per permettere a chi è favorevole e a chi è contrario di dire che hanno vinto.

Lei dice che nel corteo torinese del Primo Maggio si potevano vedere l’Italia e la sinistra di oggi…

Quel tappo della polizia è un pessimo segno di caduta per la sinistra tradizionale. Dobbiamo attrezzarci per un periodo duro. Dopo quello che ho visto a Torino sono molto pessimista. Alla fine ‘l’utilizzatore finale’ di tutto questo è soltanto Matteo Salvini.

“La cinghiata? Volevo difendere solo un amico”

3 maggio 19 Stampa 

Lodovico Poletto

Signor Gianluca, è lei che ha dato una cinghiata in testa ad un No Tav l’altra mattina durante il corteo del Primo Maggio? 
«No guardi io non ho fatto assolutamente nulla».
Eppure dicono così, tanto che poi l’hanno presa a pugni, non è vero?
«Ancora con sta storia delle botte? Guardi non voglio dire nulla. Non è successo nulla. Eventualmente parlate con i responsabili del servizio di sicurezza del Pd».

Gianluca Guglielminotti è valsusino, democratico da sempre, e spesso nel circuito del servizio di sicurezza del partito durante i cortei. E tutte queste parole sul suo ruolo durante la manifestazione un po’ lo hanno infastidito. Si sente – giustamente – sovraesposto. 
Ma lei era lì come addetto al servizio di sicurezza del partito?
«No, guardi, ero lì al corteo del Primo maggio e basta: ci vado da una vita. La mia colpa è di essere passato a salutare alcuni amici del servizio. Insomma è gente che conosco da tanti anni. Mi sono fermato qualche minuto con loro e poi c’è stata un’aggressione».
In che senso, scusi?
«Ho visto gente avventarsi contro un mio amico. Lo hanno preso per il collo». 
Addirittura?
«Certo, lo hanno afferrato per il collo e lei che farebbe se vedesse un amico preso il collo? Interverrebbe, giusto? E così ho fatto io».
E allora ha dato una cinghiata?
«Io volevo soltanto difendere quella persona. Non era un’aggressione come hanno detto».
E poi si è anche preso dei pugni, giusto?
«Sì, ma niente di grave.In fondo le dinamiche di piazza sono sempre le stesse. Se le dai le prendi. Io volevo soltanto andare in soccorso ad una persona che era in difficoltà».
Sta male adesso?
«Ma no, dai. Ha mai preso un pugno? Lì per lì ti fa male, ma poi passa, non è mica morto nessuno». 
Ci sono state provocazioni?
«Si vede dalle immagini che eravamo provocati. Hanno aggredito delle perone mie amiche. E così ho fatto quella stupidaggine lì. Beh, sì, insomma ci siamo capiti».
Lo rifarebbe?
«Ma dai, lasciamo perdere. Ci siamo chiariti. È finito tutto bene. La piazza a volte ti porta a fare delle cose un po’ così». —

Dirigente Pd di Torino su scontri No Tav: ‘Hanno assaggiato manganelli’. Poi scuse. I dem anche contro M5s: “Voltastomaco”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/02/1-maggio-dirigente-pd-di-torino-ai-no-tav-dopo-gli-scontri-la-polizia-gli-ha-fatto-assaggiare-i-manganelli-finalmente/5149094/amp/

Joseph Gianferrini in rete commenta il corteo del primo maggio: “I soliti teppisti, ci hanno riempito di insulti e sono arrivati anche alle mani; ovviamente noi abbiamo risposto”. Intanto il dem Carretta ha chiesto le dimissioni della vicepresidente M5s in consiglio perché era presente al fianco dei manifestanti: “Vederla lì in mezzo fa venire il voltastomaco”. I pentastellati: “Nessuno di noi ha aggredito”

di F. Q. 2 Maggio 2019

Un dirigente del Partito democratico di Torino che si felicita perché “finalmente” la “polizia ha fatto assaggiare i manganelli” agli attivisti No Tav. Protagonista Joseph Gianferrini che figura tra i membri dell’Ufficio di presidenza del Pd nel capoluogo piemontese e sui suoi profili si qualifica come “vice-Presidente Pd Torino Urbanistica, Infrastrutture, Trasporti”. Dopo le sue parole è arrivata la nota dei segretari democratici di Piemonte e Torino, Paolo Furia e Mimmo Carretta: “Il Pd non gioisce per manganellate, repressioni o altre forme di violenza“. Poi sono arrivate le scuse dello stesso Gianferrini all’Ansa: “Vorrei chiarire che sono una persona contraria a ogni tipo di violenza e antifascista convinto”. “Ciò che ho scritto – ha aggiunto – è legato all’emotività e alla tensione accumulata dopo avere trascorso tre ore fra insulti, sputi e spintoni, in certi momenti sentendoci accerchiati e quasi in balia degli antagonisti. Noi eravamo pochi e loro tanti, c’era da avere paura“. “Sono contro la violenza – ha concluso – ma la legalità dovrebbe essere un punto fermo. I No Tav ci hanno spintonati chiamandoci mafiosi e corrotti: non è giusto aggredire e non è giusto scambiare il Primo maggio per manifestazione pro o contro l’alta velocità”. Parole che non bastano al senatore di LeU Francesco Laforgia: “Questo signore andrebbe allontanato dalle Istituzioni. E mi aspetto che il suo partito lo faccia velocemente. Combattere i fascisti con i fascismi è molto complicato. Anzi, impossibile”, ha scritto su Facebook.

Mercoledì, dopo gli scontri al corteo del Primo Maggio tra i manifestanti No Tav e la delegazione del Partito democratico, ha scritto il seguente Tweet: “I soliti teppisti Notav con Askatasuna accompagnati da una nutrita flotta di consiglieri 5 stelle hanno partecipato al corteo del Primo Maggio con un unico scopo: far abbandonare il corteo al Pd Piemonte. Poi la polizia gli ha fatto assaggiare i manganelli…finalmente!“.
Un concetto ribadito anche in un post su Facebook in cui Gianferrini ha aggiunto: “Ci hanno urlato di tutto, ci hanno tolto le nostre bandiere, ci hanno riempito di insulti e sono arrivati anche alle mani; ovviamente noi abbiamo risposto! Siamo rimasti lì, non ci siamo spostati di un centimetro!”. I No Tav mercoledì hanno sostenuto di essere stati feriti a cinghiate dal servizio d’ordine del Pd: “Ci hanno preso a cinghiate, pugni e bastonate. Il Pd ha assoldato i picchiatori“. Opposta la versione dei dem, che con Diego Simioli – responsabile sicurezza del partito torinese – avevano replicato di essere stati “aggrediti vilmente alle spalle da facinorosi che hanno spaventato a morte i più piccoli e i più anziani. Incursioni fatte mentre noi sfilavamo pacificamente”. Poi, per separare i due gruppi e impedire ai No Tav di raggiungere la testa del corteo, era intervenuta la polizia con una carica.

“Joseph ha fatto una cazzata. Ma bisogna capire che da quando siamo arrivati siamo stati fatti oggetto continuo di insulti, spintoni e cori da parte degli antagonisti. C’è chi come me ha una certa età e queste cose le ha già viste e c’è chi è più giovane e in un momento di forte tensione può dire una sciocchezza. Parliamo comunque una persona di cui ho grande stima e fiducia, le cui motivazioni vanno inquadrate in questo contesto”, ha commentato il consigliere regionale Pd Luca Cassiani, del quale Joseph Gianferrini è collaboratore.

Polemica tra Pd e M5s
“I presenti – prosegua la nota dei segretari dem di Piemonte e Torino – possono confermare che il nostro spezzone era pacifico, mite, composto da persone che non avrebbero potuto fare del male ad alcuni”. “Nessuno di noi ha preso un megafono per rispondere alle continue provocazioni dello spezzone No Tav. Nessuno di noi ha auspicato che la polizia facesse ‘assaggiare i manganelli’ a nessuno. Ci aspettavamo, questo sì, che venisse riconosciuto il nostro diritto a manifestare in pace”, concludono Furia e Carretta tornando su quanto successo al corteo.
Intanto Carretta ha chiesto le dimissioni della vicepresidente del Consiglio comunale Viviana Ferrero (M5s). “Ok abbiamo la scorza dura”, ha scritto su Facebook, “ma una cosa, tra le tante, non riesco a mandare giù: vedere consiglieri pentastellati spalleggiare questi delinquenti è davvero troppo. Ma soprattutto vedere la vice presidente del consiglio comunale Ferrero in mezzo a questi esaltati fa venire il voltastomaco“. Da qui la richiesta: “Si dimetta e vada a casa e continui da lì la sua becera rivoluzione”.

A lui ha replicato la vicepresidente Ferrero: “Chi manifesta ha il diritto di farlo, anche il Pd. Il pugno me lo son preso, nel dirimere con i consiglieri comunali Lavolta e Lo Russo un tafferuglio. La rivoluzione la fai nelle piccole cose come i comportamenti e nel cambiare il modello intaccando un sistema ingiusto che apre sempre di più la forbice sociale. In piazza ci sarò sempre per salvaguardare i diritti affinché nessun cittadino debba mai più essere picchiato alle manifestazioni“.
Sul tema torna anche il consigliere M5S Damiano Carretto che, sempre sul social, evidenzia che “in diversi momenti io e altri colleghi consiglieri (M5S e Pd) ci siamo trovati a frapporci tra i manifestanti No Tav e militanti e servizio d’ordine Pd per cercare di calmare gli animi. E posso affermare che nessun esponente o militante 5 Stelle ha aggredito, né verbalmente men che meno fisicamente, esponenti o militanti del Pd. Chiunque affermi il contrario mente spudoratamente“.

Intanto però alcuni deputati del Pd hanno chiesto al ministro dell’Intero Matteo Salvini di riferire in Parlamento sugli scontri perché “tra i rappresentanti dei No Tav erano presenti numerosi consiglieri comunali del M5S” e ritengono quindi “opportuno che il ministro appuri le responsabilità dirette negli scontri da parte di eletti nelle amministrazioni pubbliche ed assuma iniziative, per quanto di sua competenza per censurare, stigmatizzare e punire tali comportamenti”.

1 maggio, le immagini della cinghiata dell’attivista Pd ai No Tav. Lui: “Volevo difendere un amico. Se le dai le prendi”

Se le dai le prendi. Io volevo soltanto andare in soccorso a una persona che era in difficoltà”. Incastrato dalle immagini (che vi proponiamo), Gianluca Guglielminotti ammette in un’intervista a La Stampa di essere stato lui a tirare una cinghiata contro i manifestanti No Tav durante gli scontri avvenuti nel corso del corteo del Primo Maggio a Torino. Guglielminotti, noto militante democratico della Val Susa, fa spesso parte del servizio d’ordine del Pd durante le manifestazioni. Mercoledì però era solo “passato a salutare alcuni amici”, quando sono cominciate le botte.

Gli scontri sono cominciati per via di alcuni insulti tra i due spezzoni del corteo, No Tav e delegazione Pd: poi si è passati alle mani. Finita la rissa, i No Tav hanno sostenuto di essere stati feriti a cinghiate dal servizio d’ordine dei dem: “Ci hanno preso a cinghiate, pugni e bastonate. Il Pd ha assoldato i picchiatori“. Opposta la versione del Pd che con Diego Simioli – responsabile sicurezza del partito torinese – avevano replicato di essere stati “aggrediti vilmente alle spalle da facinorosi che hanno spaventato a morte i più piccoli e i più anziani. Incursioni fatte mentre noi sfilavamo pacificamente”.

Di fronte alle immagini che mostrano Guglielminotti con la cintura in mano, il protagonista ha dovuto però ammettere il gesto. “Ho visto gente avventarsi contro un mio amico – racconta a La Stampa – lo hanno preso per il collo e io sono intervenuto”. La sua, sostiene, “non era un’aggressione”. Poi l’attivista Pd è rimasto a sua volta ferito nella rissa: “Niente di grave – dice – se le dai le prendi. In fondo le dinamiche di piazza sono sempre le stesse”.

Video Youtube/Roberto Chiazza

ABBANDONARE ASSANGE SIGNIFICA ABBANDONARE LA VERITA’ IN MANO AI MENTITORI E PRECLUDERLA A TUTTI NOI

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/05/abbandonare-assange-significa.html

MONDOCANE

GIOVEDÌ 2 MAGGIO 2019

(Qui si parrà la nobilitade di Google, della sua libertà d’informazione. Vediamo un po’)

Petizione da firmare di protesta per il sequestro forzato di Julian Assange dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra, di richiesta di immediata liberazione dalla prigione a cui il regime britannico lo ha condannato per 50 settimane e di opposizione all’estradizione negli Stati Uniti di cui Assange su Wikileaks ha rivelato legittimamente, da giornalista, i crimini perpetrati in Iraq, Afghanistan e in altri scenari di guerre d’aggressione Usa e Nato. Negli Usa, Assange rischia la pena di morte per “spionaggio”. L’arresto di Assange è stato la vendetta del presidente Moreno dell’Ecuador per le rivelazioni di Wikileaks sulle sue ruberie e i suoi nascondimenti nei paradisi fiscali ed è stato premiato dall’FMI  con un prestito di 1,3 miliardi di dollari al regime ecuadoriano in bancarotta, prestito fino a quel momento trattenuto.

Lo stesso discorso vale per la transgender Chelsea Manning, che, da soldato in Iraq, quando era analista dell’Intelligence del Pentagono, passò a Wikileaks la documentazione delle atrocità perpetrata in Iraq e documenti sulle cospirazioni di Pentagono e Dipartimento di Stato contro i governi sgraditi. Dopo 6 anni di prigione, Chelsea è stata di nuovo carcerata e posta in isolamento per essersi, da autentica eroina, rifiutata di testimoniare contro Assange davanti a un Gran Giurì segreto, autentico tribunale speciale.

Che cosa vi sareste immaginato su come si sarebbero scatenati tutti coloro che sui loro vessilli inalberano, lucente su tutte, la precedenza sulle vecchie fumisterie operaie e antimperialiste della battaglia in difesa e per la promozione dei LGBTIQ (e chi più ne ha più ne metta)? Ebbene, avete immaginato male. Su Chelsea nemmeno un inarcamento del ciglio.

Ci riflettano coloro che, nel nome di questa democrazia, si infervorano con coloro che hanno il compito di depistare, blaterando da mane a sera del pericolo di fascismo incombente, come rappresentato dai cimiteriali di Predappio, dalle stupide mazzate distraenti tra fasci e antifa, o dagli striscioni antistorici e perciò sterili qua e là.

La presunta minaccia neofascista, come ogni fenomeno terroristico provocato o consentito ad arte, deve distogliere la vista e la coscienza di quanto ci viene rivelato da guerre, sanzioni, colpi di Stato, punizioni e repressione di giornalisti (mutilati e accecati nella repressione dei Gilet Gialli), impoverimento guidato e campagne propagandistiche di diffamazione di chi, individuo, comunità o governo, dissenta.

Assange è la vittima materiale e simbolica di una strategia di negazione della libertà di comunicare al pubblico quanto questo ha il sacrosanto diritto di essere informato su azioni, provocazioni, complotti, dei regimi che curano gli interessi dell’1% dell’Umanità. Con la neutralizzazione di Assange e di Wikileaks muore, insieme alla libertà di stampa, la libertà di tutti noi di esprimere il nostro pensiero. Quello divergente dall’unico che, da duemila anni e oggi, confortato, oltreché dalla religione, dalle armi e dai persuasori aperti e occulti, pretende di governare il mondo.

Di fronte al caso Assange, i nostri giornali, editori, le nostre emittenti, i nostri organi di rappresentanza Federazione della Stampa (FNSI) e Ordine dei Giornalisti, restano muti e indifferenti, in tacita complicità, reattivi solo quando qualcuno si azzarda a denunciare l’evidentissima abbandono da parte della maggioranza dei media dei minimi principi di deontologia, onestà, coraggio, indipendenza.

Dall’Australia agli Usa, da Londra a Berlino, da Caracas a Parigi si manifesta contro la persecuzione di Assange. Qui ci si mobilita contro Di Battista che ha dato dei cortigiani a certi giornalisti, quando il sinonimo “embedded” è di sacrosanto uso corrente dalla guerra all’Iraq dato che vale per il 90% della professione.

Sign the Petition

Free Julian Assange, before it’s too late. Sign to STOP the USA Extradition

change.org

http://canempechepasnicolas.over-blog.com/2019/05/petition-internationale-pour-la-liberation-de-julian-assange.html?utm_source=_ob_email&utm_medium=_ob_notification&utm_campaign=_ob_pushmail

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 15:03

Torino, chiuse le indagini sul pm Padalino, nel mirino per 4 episodi

https://torino.repubblica.it/cronaca/2019/04/30/news/torino_chiuse_le_indagini_sul_pm_padalino_nel_mirino_per_4_episodi-225164514/

Il gip di Mani Pulite e poi pm nei processi No Tav accusato di abuso

di OTTAVIA GIUSTETTI E JACOPO RICCA

 

30 aprile 2019

Maledetto questo vizio dei carabinieri di farsi togliere le multe dicendo di averle prese in servizio. Il gip di Mani Pulite, poi pm No Tav, Andrea Padalino, finisce nei guai anche per un piccolo caso del genere, per una chiamata di troppo all’ufficio contenzioso della polizia municipale. Primo di quattro episodi di abuso d’ufficio che la procura di Milano gli contesta nella chiusura indagini notificata ieri.
Alle 7.53 di un sabato mattina l’appuntato dei carabinieri Renato Dematteis, a bordo della sua auto, si faceva pizzicare dalle telecamere mentre passava in via Pietro Micca nella corsia riservata ai mezzi pubblici. Doveva entrare in servizio alle 8. Ma quando gli veniva notificata la multa a settembre 2016, si rivolgeva al magistrato in servizio alla procura di Torino, il quale personalmente garantiva per lui: la multa doveva essere annullata perché Demaitteis stava svolgendo attività di polizia giudiziaria.
L’appuntato ancora un volta protagonista. Anche i magistrati milanesi che per competenza indagano sul pm torinese Padalino, fanno ruotare il centro delle accuse intorno al carabiniere sotto processo a Torino per corruzione in atti giudiziari. Gli abusi d’ufficio del pm sarebbero stati commessi per «procurare un ingiusto vantaggio patrimoniale» soprattutto a Dematteis, in seconda battuta all’avvocato Pierfranco Bertolino e al brigadiere della guardia di Finanza, Fabio Pettinicchio, finito a processo a Novara e sospeso dal servizio per un giro di escort sul lago Maggiore. Un caso spinoso. Dopo la condanna in primo grado, il finanziere, che Padalino, Bertolino e Dematteis frequentavano abitualmente a cena, si era rivolto al gruppo di amici per avere dei consulenti d’eccezione. Gli investigatori li hanno immortalati il 13 settembre 2017 mentre si trovavano tutti insieme, nello studio dell’avvocato Bertolino, suo difensore, per scrivere l’arringa da portare in aula. Solo che al banco della pubblica accusa di quel processo sedevano il pm di Novara Ciro Caramore e il procuratore generale in persona, Francesco Saluzzo. Che comunque hanno ottenuto la condanna a 5 anni, un mese e 15 giorni. Andrea Padalino in quella circostanza avrebbe commesso per la seconda volta il reato d’abuso d’ufficio: «Procurando un vantaggio patrimoniale a Pettinicchio, prestandogli aiuto e dandogli consigli legali nel corso di incontri presso lo studio dell’avvocato Bertolino, in prossimità del giudizio di appello» scrivono i pm milanesi Eugenio Fusco e Laura Pedio.
Ci sono altri due episodi. Identici a quelli contestati alla “cricca” a Torino, che hanno al centro due inchieste che Padalino si sarebbe fatto assegnare, forzando le normali regole della procura di Torino, appositamente per procurare un vantaggio patrimoniale a Renato Dematteis che cerva raccomandazioni per il lavoro dei figli. Intorno al mese di ottobre 2017 l’occasione la forniva un caso di estorsione ai danni della figlia di un noto imprenditore Torinese il quale si era rivolto direttamente all’appuntato – secondo la ricostruzione dell’accusa – per denunciare. Padalino «faceva in modo che, contrariamente alle regole dell’ufficio, il fascicolo nel quale erano parti offese Machelli Benito e sua figlia Barbara fosse a lui assegnato, così da consentire all’appuntato di presentare a Marchelli il curriculum di suo figlio Matteo per ottenere un posto di lavoro». Stesso schema nel caso di maggio 2017: vittima era il carrozziere di lusso e gestore della Bocciofila Crimea. Anche con lui Dematteis otteneva un ingiusto vantaggio patrimoniale (l’auto in prestito) dopo che il pm Padalino si accaparrava l’indagine contro le regole di assegnazione dei fascicoli. Padalino, difeso dall’avvocato Massimo Dinoia è stato convocato ad aprile per l’interrogatorio ma non si è presentato, preferendo per il momento avvalersi della facoltà di non rispondere.

XI ET POUTINE : UN ‘AXE ROUGE’ EURASIATIQUE ANTI-AMÉRICAIN QUI EST PARTI POUR DURER … (SOMMET BIENNAL ‘BELT AND ROAD’ A BEIJING CES 26-27 AVRIL – IV)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 04 30/

LM.GEOPOL - Pékin sommet obor IV (2019 04 30) FR (5)

“Vers une Coordination Russie-Chine au-delà de la péninsule coréenne ? Poutine a rencontré aujourd’hui le président chinois Xi Jinping en marge du deuxième Forum route et ceinture. Selon le ministère chinois des Affaires étrangères, Xi a appelé la Russie à fusionner efficacement les projets d’infrastructure de l’Union économique eurasienne, dirigés par Moscou, avec ceux de l’Initiative Ceintures et routes. Jeudi, Pékin a clairement exprimé son soutien à la position de la Russie sur une question brûlante: un émissaire chinois aux Nations Unies a répété que Pékin s’opposait à toute ingérence extérieure dans l’est de l’Ukraine”

– Geopolitical Futures (“Daily Memo,

Russia-China Coordination”, 26 avril 2019).

“La Russie ne voit pas l’avenir du partenariat eurasiatique comme un simple établissement de nouveaux liens entre Etats et économies. Ce partenariat doit aussi modifier le paysage politique et économique du continent, apporter la paix, la stabilité, la prospérité et une nouvelle qualité de vie”

– Vladimir Poutine (1er ‘Sommet One Road and Belt’, mai 2017).

“Du point de vue politique, il est important que la Russie participe au projet chinois non pas comme un Etat de plus, mais comme le leader de l’Union économique eurasiatique”

– Vitali Mankievitch, président de l’Union russo-asiatique des

industriels et entrepreneurs (Nezavissamaïa Gazeta, ce 22 avril).

DU FANTASME AMERICAIN D’UNE CONFRONTATION SINO-RUSSE A LA REALITE DE L’AXE GEOPOLITIQUE, DOS-A-DOS, MOSCOU-PEKIN

Il y a un vieux fantasme de la géopolitique américaine, celui d’une Russie alliée du Bloc américano-occidental et affrontant la Chine, pour le contrôle de la Sibérie. Le tout sur fond de réminiscences du “péril jaune” des Années 1900-1950. C’est la trame des uchronies géopolitiques du romancier auteur de best-sellers Tom Clancy (notamment son livre “L’ours et le dragon”), souvent adapté par Hollywood. Ne riez pas des romans géopolitiques. Certains ont une grande influence. Ainsi la vision du monde de Trump et de ses généraux, issus de ce “Club de 121 généraux et amiraux” (1) qui l’ont porté à la présidence, est un curieux mélange de la géopolitique réaliste de Georges Friedman (ex boss de ‘Stratfor’, qui dirige ‘Geopolitical Futures’) et des uchronies géopolitiques de Clancy (dont aucune ne s’est réalisée en 25 ans). Voir par exemple les interviews du Général Michael Flynn (2), figure de proue éphémère des premiers jours de la présidence Trump.

LA GRANDE PEUR DES GEOPOLITICIENS ANGLO-SAXONS

* Voir la Partie III de mon analyse :

LA REALITE GEOPOLITIQUE AU COEUR DE L’UNIFICATION DE L’EURASIE : VERTEBREE PAR L’AXE MOSCOU-PEKIN, AVEC LA RUSSIE COMME PIVOT …

(SOMMET BIENNAL ‘BELT AND ROAD’ A BEIJING CES 26-27 AVRIL – III)

sur https://www.facebook.com/Pcn.luc.Michel/posts/1556069454527467

La peur de voir la puissance du “Heartland” se renforcer avec l’adjonction d’une puissance du “Rimland” – Alliance de type “orientation à l’Est” (ou “nationale-bolchévique”) entre Berlin et Moscou (3), ou Axe Moscou-Pékin” – est une constante chez les géopoliticiens anglo-saxons de la Puissance maritime (ou “amphibie). Déjà en 1918, l’amiral Mackinder écrivait : ” la Chine serait à même de devenir un péril pour le monde (the yellow peril) si d’aventure il venait à dominer, à vassaliser la Russie. Mais Pékin a bien d’autres ambitions que de prendre le chemin du Nord, au-delà de l’Amour, ce fleuve-frontière de 4 400 kilomètres”. Avec l’Axe Moscou-Pékin, alliance géopolitique durable, dos-à-dos, c’est le cauchemar de Mackinder et de ses successeurs qui a pris forme …

ESQUISSE RAPIDE DES EVOLUTIONS DE LA GEOPOLITIQUE CHINOISE

Ce n’est pas mon sujet du jour, mais je renvoie mon lecteur à deux analyses réalisées en video sur la géopolitique chinoise :

Tout d’abord une analyse prospective de 2013, où j’analyse la géopolitique traditionnelle de Pékin et son évolution possible. Je ne me suis pas trompé dans l’évolution de cette-ci. A  une époque où on n’évoquait pas encore les “Nouvelles routes de la soie”, j’analysais “la position de la Chine et l’avenir de l’Eurasie” et j’insistais sur la nécessité d’une alliance dos-à-dos entre Pékin et Moscou … Nous y sommes !

* Voir sur PCN-TV /

Luc MICHEL : GÉOPOLITIQUE.

QUEL AVENIR POUR LA CHINE AU XXIe SIÈCLE ?

sur https://vimeo.com/57313705

Ma seconde analyse de 2017 étudie les évolutions de la géopolitique chinoise. De l’alliance de Mao avec Nixon et Kissinger en 1972, condition essentielle de la victoire américaine dans la Guerre Froide (on a tendance à l’oublier) à l’actuel Axe Moscou-Pékin, en passant par Tienanmen …

* Voir sur EODE-TV & AFRIQUE MEDIA WEBTV/

LE GRAND JEU AVEC LUC MICHEL:

LA CHINE ENTRE ANCIENNE ET NOUVELLE GEOPOLITIQUE

sur https://vimeo.com/227722961

“XI ET POUTINE, L’AXE ROUGE ANTI-TRUMP” (LE POINT)

Avoir un ennemi commun, çà rapproche, en Géopolitique plus que tout ailleurs. Ce sont les USA qui ont forgé l’alliance russo-chinoise ! “Pour faire face à la diplomatie hostile de Washington (sanctions et tarifs commerciaux), la Chine et la Russie se sont rapprochées de manière spectaculaire”, commente ‘Le Point’ (Paris, 18 sept. 2018), qui parle avec raison du fait que “Vladimir Poutine et Xi Jinping ont scelle un rapprochement historique”: “Donald Trump ouvre une confrontation frontale avec la Chine rouge. La nouvelle batterie de tarifs commerciaux ciblant 200 milliards de dollars de produits chinois lance un bras de fer de longue haleine entre les deux premières puissances mondiales. « Bienvenue au club », peut dire Vladimir Poutine à son homologue chinois Xi Jinping. La pression américaine rapproche inexorablement les deux hommes forts, accouchant d’un nouvel axe anti-Trump s’appuyant sur un modèle politique autoritaire et une économie étroitement contrôlée par l’État. Un contre-modèle à l’Occident déboussolé”.

“Washington a provoqué le mariage de raison entre l’Ours et le Dragon, voisins pourtant méfiants et souvent rivaux à travers l’histoire”, ajoute ‘Le Point’. Les sanctions américaines contre la Russie, en réplique à la crise ukrainienne, ont jeté le tsar dans les bras de l’oncle Xi, en quête d’un appui économique et financier. La guerre commerciale menée par Trump pousse aujourd’hui Pékin à serrer les rangs avec son allié. Le numéro un chinois a affiché son entente avec Poutine en prenant part au Forum économique de Vladivostok” (en septembre 2018). Aujourd’hui Poutine est l’invité principal du 2e “Sommet Road and Belt” à Pékin.

C’est une alliance à double volet : “derrière l’économie pointe le rapprochement géo-stratégique. Les militaires chinois ont participé à l’exercice Vostok, les plus grandes manœuvres conduites par l’armée russe depuis la guerre froide (4). Un message musclé à destination du Pentagone qui tente d’enrayer la montée en puissance chinoise en Asie-Pacifique. Il est loin le temps où l’URSS et la Chine rouge étaient au bord de la guerre et où Nixon avait pu enfoncer un coin dans le bloc communiste en séduisant Mao” (5). “Vladimir Poutine offre de nombreux avantages à Pékin”, précise ‘Le Point” : “un allié sûr à l’ONU face à l’Occident sur les questions des droits de l’homme comme du commerce et les grands dossiers internationaux, ainsi qu’une approche autoritaire du pouvoir (…) Le match du siècle entre la puissance américaine et la Chine renaissante vient de commencer en Asie, et Pékin parfait son réseau d’alliances pendant que Trump joue la carte unilatérale. Ce nouvel axe rouge (est) parti pour durer”.

CONVERGENCE DES ACTIONS POUR L’UNIFICATION DE L’EURASIE : POUTINE AU 2e SOMMET ‘BELT AND ROAD’ A BEIJING

Invité d’honneur du 2e ‘Sommet des Nouvelles routes de la soie’ ces 25-27 avril à Pékin, Vladimir Poutine devrait plaider pour que “le projet d’infrastructure serve l’unification de l’Espace eurasiatique de l’Europe orientale à l’Océan pacifique”. Le 21 avril dernier, Li Hui ambassadeur de Chine en Russie écrivait dans le quotidien officiel du gouvernement russe, ‘Rossiïskaïa gazeta’ et annonçait la participation de Vladimir Poutine, en tant qu’invité d’honneur, au ‘2e Sommet Road and Belt’. L’ambassadeur chinois déclarait aussi que “La Russie est un allié et un partenaire important de la Chine concernant la promotion de la coopération internationale dans le cadre de l’initiative ‘Une ceinture, une route’. Elle a été portée par l’approfondissement constant des relations sino-russes et a renforcé la structure de coopération existante entre les deux pays”.

Le président russe avait déjà participé en mai 2017 à la première édition de ce Sommet qui a rassemblé cette année près de 5 000 représentants de 150 pays parmi lesquels une quarantaine de chefs d’Etats déjà associés au projet d’infrastructure (6). Lors de sa première intervention au forum, le 14 mai 2017, Vladimir Poutine avait tout particulièrement insisté sur deux points: “l’intégration des routes de la soie dans le système de coopération eurasiatique” et “la place stratégique de la Russie dans le projet d’infrastructure chinois”.

UNION ECONOMIQUE EURASIATIQUE (UEE) – ORGANISATION DE COOPERATION DE SHANGHAI (OCS) – ORGANISATION DU TRAITÉ DE SÉCURITÉ COLLECTIVE (OTSC) ONE ROAD AND BELT (OBOR) : ETABLIR LA CONNECTION ENTRE LES INTIATIVES RUSSE ET CHINOISE

Dès 2015, la Chine et l’Union économique eurasiatique (UEE) – qui rassemble l’Arménie, la Biélorussie, le Kazakhstan, le Kirghizistan et la Russie (7) – sont convenus “d’harmoniser le projet d’infrastructures internationales que constituent les nouvelles routes de la soie au niveau du continent eurasiatique”. La première étape de ce processus a été la signature, en mai 2018, d’un accord de coopération commerciale et économique entre l’UEE et la Chine qui entre en vigueur cette année.

La coopération économique et politique de la zone eurasiatique repose aussi sur l’Organisation de coopération de Shangai (OCS) qui regroupe aujourd’hui, en plus de la Chine, de la Russie et de quatre Etats d’Asie centrale (Kazakhstan, Ouzbekistan, Kirghizistan et Tadjikistan) l’Inde et le Pakistan eut l’Iran comme candidate. Cette structure est également liée à l’Organisation du traité de sécurité collective (OTSC) qui s’étend jusqu’au Caucase et aux portes de l’Union européenne en associant la Biélorussie, l’Arménie à la Russie et à trois Etats d’Asie centrale.

Dans son discours au 1er ‘Sommet One road and Belt’, Vladimir Poutine avait plaidé pour que cette “chaîne de partenariats acquière une dimension la plus large possible” et avait expliqué : “La Russie ne voit pas l’avenir du partenariat eurasiatique comme un simple établissement de nouveaux liens entre Etats et économies. Ce partenariat doit aussi modifier le paysage politique et économique du continent, apporter la paix, la stabilité, la prospérité et une nouvelle qualité de vie” (mai 2017). Il avait aussi rappelé “la place de la Russie dans cet ensemble” – le pivot géopolitique de l’Eurasie, le “Heartland” – en déclarant : “Il faut lever les restrictions aux infrastructures dans une perspective d’intégration et créer un système de corridors de transports interconnectés. La Russie avec sa situation géographique exceptionnelle est prête à cette entreprise commune”.

NOTES ET RENVOIS :

(1) Cfr. Luc MICHEL, EODE THINK TANK (2016 12 04)/ LA PRESIDENCE TRUMP : VERS UN NOUVEAU STADE DE L’IMPERIALISME AMERICAIN …

sur http://www.eode.org/eode-think-tank-la-presidence-trump-vers-un-nouveau-stade-de-limperialisme-americain/

Et PCN-TV/ PURGE A LA MAISON BLANCHE: LES GENERAUX REMPLACENT LES CONSEILLERS DE TRUMP

sur http://www.lucmichel.net/2017/08/19/pcn-tv-purge-a-la-maison-blanche-les-generaux-remplacent-les-conseillers-de-trump-2/

(2) Cfr. “Trump: Les généraux au pouvoir”, ‘Le Vif-L’Express’, 19 janvier 2017.

(3) Cfr. LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

L’ORIENTATION A L’EST OU LA TENTATION DE LA GEOPOLITIQUE ALLEMANDE DEPUIS PRES D’UN SIÈCLE

sur http://www.lucmichel.net/2017/10/26/luc-michels-geopolitical-daily-lorientation-a-lest-ou-la-tentation-de-la-geopolitique-allemande-depuis-pres-dun-siecle/

(4) Voir sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

* L’EMISSION QUI COMPLETE L’ANALYSE :

EXERCICE ‘VOSTOK’ 2018 : LES PLUS GRANDES MANEUVRES RUSSES DEPUIS L’URSS EN 1981 !

sur http://www.lucmichel.net/2018/09/01/luc-michels-geopolitical-daily-lemission-qui-complete-lanalyse-exercice-vostok-2018-les-plus-grandes-maneuvres-russes-depuis-lurss-en-1981/

* Et VOICI L’ARMEE RUSSE DU FUTUR (I) :

LA MONTEE EN PUISSANCE DE L’ARMEE RUSSE

sur http://www.lucmichel.net/2018/09/01/luc-michels-geopolitical-daily-voici-larmee-russe-du-futur-i-la-montee-en-puissance-de-larmee-russe/

(5) Voir sur EODE-TV & AFRIQUE MEDIA WEBTV/

LE GRAND JEU AVEC LUC MICHEL:

LA CHINE ENTRE ANCIENNE ET NOUVELLE GEOPOLITIQUE

sur https://vimeo.com/227722961

(6) Face à Vladimir Poutine et une quarantaine de dirigeants mondiaux réunis en sommet à Pékin, le président chinois, confronté à une guerre commerciale avec les Etats-Unis, a fustigé le protectionnisme. Il n’y avait dans la salle aucun représentant américain. Mais une quarantaine de chefs d’Etat et de gouvernement et des représentants de 150 pays. Sans oublier les organisations intergouvernementales comme le Fonds monétaire international, la Banque mondiale et autres banques et organisations de développement ! Parmi les dirigeants de l’UE,

l’exception est notable de l’Italie, premier pays du G7 à avoir rejoint l’initiative en mars. Le chef du gouvernement italien, Giuseppe Conte, était ce 26 avril présent à Pékin, aux côtés du président égyptien Abdel Fattah al-Sissi, de Mahathir Mohamad, le Premier ministre malaisien, du Président serbe Aleksandar Vucic, du Premier ministre grec Alexis Tsipras, du premier ministre hongrois Orban, du président du Kenya, ou encore du président suisse Ueli Maurer. La France était représentée par son chef de la diplomatie Jean-Yves Le Drian. Les

Etats-Unis, eux, n’ont pas envoyé de délégation.

Mais des pays comme l’Espagne, la Turquie, le Sri Lanka ou encore l’Argentine ont préféré s’abstenir, alors qu’ils avaient assisté à la première édition, en 2017, de ce grand raout à la gloire du vaste programme d’investissement dans les infrastructures hors de Chine. En Europe, on observe une diversité de position vis-à-vis du projet chinois. Certains pays, tels que la Hongrie, la Grèce, la Roumanie, la République Tchèque ou plus récemment l’Italie, ont signé des accords-cadres sur les nouvelles routes de la soie. D’autres pays, tels que la France, le Royaume-Uni ou l’Allemagne n’en ont pas signé.

(7) Cfr. Luc MICHEL, sur EODE THINK TANK/

GEOPOLITIQUE / THESES SUR LA « SECONDE EUROPE » UNIFIEE PAR MOSCOU

sur http://www.eode.org/eode-think-tank-geopolitique-theses-sur-la-seconde-europe-unifiee-par-moscou/

(Sources: Geopolitical Futures – Interfax – Le Quotidien du Peuple – Le Point – PCN-TV  – EODE-TV – EODE Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire –

Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme

(Vu de Moscou et Malabo) :

PAGE SPECIALE Luc MICHEL’s Geopolitical Daily

https://www.facebook.com/LucMICHELgeopoliticalDaily/

________________

* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

WEBSITE http://www.lucmichel.net/

PAGE OFFICIELLE III – GEOPOLITIQUE

https://www.facebook.com/Pcn.luc.Michel.3.Geopolitique/

TWITTER https://twitter.com/LucMichelPCN

* EODE :

EODE-TV https://vimeo.com/eodetv

WEBSITE http://www.eode.org/

LINKEDIN https://www.linkedin.com/in/luc-michel-eode-600661163/

Dalla Francia: Bilancio CO2 della Torino-Lione, la dimostrazione delle cifre false di LTF/TELT

 Ciao, la versione pubblicata da Jerome Rebourg (presidente di ATDC www.adtc.savoie.free.fr/, N.d.T.) è la versione ufficiale della LTF, quella sbagliata.

Questo è ciò che Chantal ha rilevato e ricalcolato a fronte delle incongruenze tra i vari documenti delle indagini pubbliche LTF del 2006, 2012, le dichiarazioni del sito La Transalpine e del sito TELT.

Rebourg riprende la menzogna, non rispondiamo a Rebourg che ha solo 31 abbonati su twitter, e agisce come la voce del suo “padrone” (La Transalpine).

I documenti utilizzati sono i documenti ufficiali del Ministero, metodologia GHG, per i quali ho allegato il titolo del documento e la pagina per gli autocarri da 40 tonnellate  (PL) e il link:

https://www.ecologique-solidaire.gouv.fr/sites/default/files/Info%20GES_Guide%20m%C3%A9thodo.pdf

Usando il calcolo ufficiale:

  • 300 km di percorso,
  • carico utile di 16 tonnellate (questa è la cifra ufficiale del comitato nazionale delle strade a lunga percorrenza, gli svizzeri considerano 13,7 tonnellate),
  • e 86 g di CO2 / t / km.

il risultato è:

  • 300 km x 16 x 86/1000 = 412,8 Kg per autocarro che fa Lione-Torino (è poco meno di 300 km, si arrotonda).
  • Per il solo tunnel, l’Indagine pubblica dà 360.000 autocarri (PL) trasferiti dalla strada al sistema ferroviario.
  • 360.000 autocarri x 412,8 = 148.608 tonnellate di CO2 = 20 volte meno dei 3 milioni di tonnellate del sito TELT.

Per l’intero progetto (26 miliardi, 270 km di linea ferroviaria), è di 1 milione di autocarri (PL, indagine 2012).

1 milione di autocarri x 412,8 = 412.800 tonnellate e non 3 milioni di tonnellate, anche se si tiene conto di TUTTO, ma 7 volte di meno, circa.

È necessario conoscere le cifre già presentate, per poterle comunicare nuovamente, ma Rebourg e i suoi 31 abbonati alla FB non hanno alcun interesse.

Cordiali saluti,

Francois

 Da Daniel:

In allegato e al link c’è la dimostrazione della palese menzogna di questo documento.

https://www.ecologique-solidaire.gouv.fr/sites/default/files/Info%20GES_Guide%20m%C3%A9thodo.pdf

Tuttavia, sarebbe bene sapere che stiamo svolgendo questo lavoro su base volontaria e che sarebbe opportuno che altre forze si unissero a noi.

E il principio fondamentale è che dobbiamo dubitare delle informazioni dei promotori dei progetti perché credo che per quasi dieci anni abbiamo dimostrato l’inesattezza delle loro dichiarazioni.

Non è necessario avere grandi capacità per rispondere a queste sciocchezze, solo un buon senso di perseveranza e un po’ di tempo.

La conclusione del nostro lavoro è che ancora una volta LTF/TELT mentono e presentano dati fantasiosi.

Daniel

En pièce jointe la démonstration du mensonge éhonté de ce document

https://www.ecologique-solidaire.gouv.fr/sites/default/files/Info%20GES_Guide%20m%C3%A9thodo.pdf

Toutefois il serait bon de savoir que nous faisons ce travail bénévolement et qu’il serait bon que quelques forces se joignent à nous.

Et le principe de base est qu’il faut douter des informations des promoteurs du projet car je crois que depuis près d’une dizaine d’années nous avons fait la PREUVE de l’inexactitude de leurs déclarations.

Il n’est pas nécessaire d’avoir de grandes compétences pour répondre à ces âneries il faut juste du bon sens de la persévérance et un peu de temps.

La conclusion de notre travail c’est qu’une fois de plus ils mentent et affichent des chiffres fantaisistes

 Da: mauduit francois <francois.mauduit@laposte.net>
Inviato: martedì 30 aprile 2019 09:49
Oggetto: Re: bilan carbone Lyon Turin

Bonjour

la version publiée par Rebourg est la version officielle de LTF, celle qui est fausse justement
c’est ce que Chantal a détecté et recalculé devant les incohérences entre les différents documents des enquêtes publiques 2006, 2012 de LTF, des déclarations de la Transalpine et du site de TELT
Rebourg reprend le mensonge, on ne répond pas à Rebourg qui n’a que 31 abonnés sur twitter, et agit comme la voix de son maitre (La transalpine)
les documents qu’on a utilisé sont ceux officiels du ministère, méthodologie GES, dont j’ai joint le titre du document et la page pour les PL de 40T
et le lien:

https://www.ecologique-solidaire.gouv.fr/sites/default/files/Info%20GES_Guide%20m%C3%A9thodo.pdf
reprenant le calcul officiel:
300 km
charge utile 16 tonnes (c’est le chiffre officiel du comité national routier longue distance, les suisses prennent 13.7 tonnes)
et 86 g de CO2 / t.km

ça donne:
300 x 16 x 86/1000 = 412.8 Kg par PL qui fait Lyon-Turin (ça fait un peu moins de 300 km, on arrondit)

pour le tunnel seul, l’enquête publique donne 360 000 PL de reporté sur le rail
360 000 x 412.8 = 148 608 tonnes de CO2, 20 fois moins que les 3 millions du site de TELT
pour le projet complet (26 milliards, 270 km de voie), c’est 1 million de PL (enquete de 2012)
1 million x 412.8 = 412 800 tonnes et pas 3 millions meme si on tient compte de TOUT, mais 7 fois moins

Il faut connaitre ces chiffres déjà présentés, pour les communiquer à nouveau, mais Rebourg et ses 31 abonnés FB n’ont pas d’intérêt

cordialement

Francois