ASSANGE AL PATIBOLO, CORREA A ROMA, I BARBARI NEL PALAZZO — JE SUIS JULIAN ASSANGE – SIAMO TUTTI ASSANGE

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2018/05/assange-al-patibolo-correa-roma-i.html

MONDOCANE

SABATO 19 MAGGIO 2018

Comunque meglio i barbari
Premetto una nota domestica. Il fatto che a tutti coloro che a me, a noi, suscitano ribrezzo e sacrosanto odio (quanto temono i giustissimi haters!), danno le convulsioni quelli che stanno provando a fare un governo, che, comunque, sarà diverso da tutti i suoi fetidi predecessori, ci fanno superare ansie e perplessità. I nemici dei tuoi nemici non saranno tuoi amici, ma di certo sono una chance migliore di quelli che ci strangolano. Sono saltati alcuni punti che per noi e i 5 Stelle erano cruciali (Jobs Act, Sblocca Italia, Tav, Tap), ma ne basterebbe uno dei tanti altri (Fornero, politica agricola europea; una banca nazionale, revisione missioni internazionali, antiprescrizione, anticorruzione, acqua pubblica, no sanzioni alla Russia, no “Buona Scuola”, no fossili, …..) per rendere le premesse di questo governo il migliore di tutti quelli dagli anni ’80 in qua.

O promettevano e poi facevano meglio i Monti, Renzi, Alfano, Boschi, Lotti, Rosato, Verdini, Madia? Costoro sono stati fregati dal popolo derubato e minchionato e ora tremano all’idea che quelli dal popolo eletti li freghino anche loro.Ne è riprova il sincronico assalto al fosforo bianco che, con bava di fiele alle fauci, destre, centrini, presunte sinistre, dal sorosiano “manifesto”, alle trombe del giudizio di DeBenedetti, Berlusconi e Cairo, al robotino Rothschild Macron, all’élite mondialista del Financial Times, alla lobby con stella di David, hanno scatenato contro i “nuovi barbari”. Fosse vero! E fossero le larve imperiali alla Romulo Augustolo deposte dal barbaro Odoacre, che poi resse un regno finalmente tranquillo, prospero e pacificato, o le scimitarre ottomane che cacciarono gli ultimi Paleologhi, gli ultimi Focas, con i loro transgender eunuchi. A scanso di essere fulminati dagli anatemi dei politically correct al piano di sopra, dei pretoriani di questo imperiuccio d’Occidente o d’Oriente che sprofonda nella palude, noi ci riserviamo di stare con i barbari. Poi si vedrà quel che sarà.

https://www.newsy.com/stories/ecuador-removing-extra-security-at-embassy-assange-lives/ Un breve video su Julian Assange, prima rifugiato ora rinchiuso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, in attesa di estradizione negli Usa e di pena di morte.

Rafael Correa a Roma contro i rigurgiti
Abbiamo incontrato, il 17 maggio a Roma, l’ex-presidente per due mandati dell’Ecuador, per una conferenza stampa dedicata alla sorte del vicepresidente ecuadoriano Jorge Glas, imprigionato dall’attuale presidente Lenin Moreno. Correa, uno dei leader latinoamericani della linea socialista e antimperialista bolivariano-chavista, è stato il protagonista di quella che fu chiamata “revolucion ciudadana” che cambiò in profondità l’assetto sociale, economico e la politica estera di un paese poverissimo, da sempre colonia spietatamente sfruttata dagli Usa grazie ai proconsoli fornitigli dalla borghesia compradora. Il giro che Correa, al quale è succeduto alle ultime presidenziali, il proprio vice, Moreno, va compiendo in Europa e nel mondo, è per denunciare il vergognoso tradimento del suo ex-compagno rispetto alla politica di emancipazione degli strati popolari e indigeni e di liberazione dalla morsa militare ed economica di Washington. Uno dei più avanzati paesi della famiglia dell’A.L.B.A. (Cuba, Venezuela, Bolivia, Nicaragua, Ecuador e Honduras prima del colpo di Stato di Obama-Clinton del 2009), ha dovuto subire la feroce controffensiva dell’Impero Al pari di Argentina, Brasile, Venezuela e, ora, il Nicaragua, con la solita “rivoluzione colorata” portata avanti dai settori reazionari interni, dalle Ong sorosiane e dagli studenti delle università private e cattoliche.

Decapitare i semilavorati latinoamericani
Simbolo del ritorno del fedifrago Moreno alle politiche di predecessori che avevano venduto l’indipendenza e le risorse del paese alle basi Usa e alle multinazionali del petrolio, è appunto l’arresto del vicepresidente Jorge Glas che tale carica occupava anche con Correa., insieme a Moreno. Come successo con Lula e Dilma Rousseff, con Cristina Kirchner e Maduro, contro Glas è stata allestita una macchina del fango, basata su false accuse di corruzione. Si vuole spazzare via un altro ostacolo alla ripresa del controllo sul paese da parte del padrone e aguzzino yankee.

I tempi della conferenza stampa di Correa, in gran parte centrata su un sistema mediatico dalla potenza di fuoco senza precedenti storici, non mi hanno permesso di sollevare un’altra drammatica e rilevantissima questione relativa ai complotti che l’imperialismo conduce contro Stati, popoli e individui che ne ostacolano la marcia verso un totalitarismo finanzmilitarista mondiale. Un tema sul quale Correa si va pure impegnando nel corso delle sue visite. E’ la fine che minaccia di subire Julian Assange, insieme a Chelsea Manning e David Snowden uno dei whistle blowers, suonatori di fischietto come vengono chiamati in inglese, che al re nudo americano e ai suoi tanti cortigiani e lacchè ha strappato buona parte dei vestiti.

Un destino che ci riporta all’attualità nostrana, segnata dalla totale scomparsa di una stampa libera, pluralista, onesta e dalla sua compattamento sotto proprietari-editori e finanziatori espressione di una configurazione di interessi che, pur a volte in competizione tra loro, sono indissolubilmente uniti nella guerra dall’alto contro il basso e nella difesa e promozione dello status quo turbocapitalista e antisovranista. Oggi il loro bersaglio, dal “manifesto” ai giornaloni e a tutte le emittenti tv, sono i “barbari” che rischiano di aprire qualche crepa nelle mura che ne proteggono fortilizi, banchetti e caveau.

Julian Assange, inventore e direttore di Wikileaks ha violato per anni l’omertà che i dominanti hanno ottenuto dai loro servi mediatici. A partire dalle rivelazioni sugli orrori delle guerre Usa e Nato, in particolare in Iraq, fino alla pubblicazione di centinaia di migliaia di documenti e dispacci segreti intercorsi tra cancellerie complici in complotti contro governi, classi e popoli da sedurre, soggiogare, o distruggere, Wikileaks ha il torto imperdonabile di non aver potuto essere silenziata. Per il flusso potente e inarrestabile delle sue notizie, la portata delle proprie rivelazioni, il rilievo delle fonti, Wikileaks è stata l’estremo e massimo argine alla definitiva “normalizzazione” dell’informazione. Da inflessibile sacerdote della verità, nessuna delle notizie di Assange ha mai potuto essere provata falsa, da resistente della libertà di stampa, nessuno è mai riuscito a fargli tradire una gola profonda.

Quando i media fanno i cani da guardia della menzogna
Dal 2012, inseguito da una falsa imputazione di stupro mossagli in Svezia e mai fornita di prove o testimoni, ridicolizzata dal rifiuto dei magistrati svedesi di interrogarlo in tutti questi anni, fino alla totale caduta dell’accusa, Julian si è rifugiato nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, protetto dall’asilo politico assicuratogli da Rafael Correa. Da quasi tre mesi, con al potere a Quito il rinnegato fantoccio Usa, Moreno, gli è stata tagliata la connessione internet e all’edificio dell’ambasciata è stata tolta la protezione contro eventuali tentativi di incursione di Scotland Yard, che Correa aveva fatto allestire. Confinato in una stanza senza luce esterna, malato e sotto enorme pressione psicofisica, con la vista deteriorata, impedito da ogni contatto esterno, Assange rischia l’estradizione.

La stanno negoziando Moreno con Londra e Washington. Una volta estromesso dall’ambasciata, l’uomo che ha messo il più grosso bastione tra le ruote della mafia mediatica occidentale e della politica di morte da questa servita, verrà consegnato agli americani, andrà sotto processo, finirà in carcere e rischierà la pena di morte per “collaborazione con servizi di intelligence ostili” e “alto tradimento”. Glielo hanno assicurato ceffi come Mike Pompeo, Segretario di Stato, e Gina Haspel, la torturatrice vicecapo della Cia, ora nominata da Trump a direttore della stessa.



Gli infiltrati a sinistra

Tra gli organi di stampa che si fanno passare per “liberal”, di sinistra, il più stimato rimane inspiegabilmente il “Guardian”, da lungo tempo distante anni luce dalle sue origini progressiste. Nelle ultime settimane, contro Assange, il quotidiano londinese ha tirato ben tre cannonate. Tutte basate su logore e già smentite fandonie, come la violenza sessuale, i miliardi accumulati da spia con la sottrazione di documenti, l’indubbio lavoro al servizio di Putin, immancabile. Il “Guardian”, che si può definire fratello e corrispettivo inglese del “manifesto”, come l’ultrà sionista “Liberation” lo è in Francia, compone quel trio “di sinistra” della stampa europea che ai politici e agli organi dell’imperialismo fornisce i puntelli morali per le loro operazioni. Che siano la necessità di liberare i paesi dai dittatori, l’obbligo di accogliere milioni di emigranti costretti a lasciare i loro paesi alla mercè delle multinazionali e basi imperiali, o la criminalizzazione di Assange figlio di buona donna russa.

Il trattamento riservato ad Assange, uno dei sempre più rari eroi dell’informazione non coartata e manipolata, è un crimine contro quel diritto di tutti noi che viene dopo il diritto alla vita, il diritto alla verità. Senza quello noi “stiamo come d’autunno sugli alberi le foglie”. Morituri.

Beppe Giulietti , Regeni, Assange
Ricordate con che impeto e compiaciuta rettitudine i nostri giornalisti, dall’organo sindacale, la FNSI presieduta dal cavaliere senza macchia e paura, Beppe Giulietti, ad Articolo 21 e all’ultimo ragazzo di bottega redazionale nel “manifesto” o in “Repubblica”, o quei vindici della deontologia e classificatori dei buoni e cattivi che sono Reporters Sans Frontieres, stipendiati dalla Cia, si sono impegnati per cause umane nobilissime? Ricordate gli stracciamenti di vesti per il collaboratore del masskiller John Negroponte in Oxford Analytica, Giulio Regeni, per la martire che si leva il velo a Tehran, contro il “bavaglio turco”, per i giornalisti uccisi a Kabul dai cattivi Taliban (giornalisti siriani, honduregni o messicani non pervenuti,se la saranno cercata), l’emergenza mondiale del precariato giornalistico, quelli che rompono il naso ai colleghi a Ostia…? Li avete visti in piazza, nei salotti, nelle aule, a ergersi a difesa della vita, libertà e incolumità di chi più di tutti ha fatto per ricuperare credibilità all’informazione e per la libertà di stampa ha sacrificato tutto? Che lo considerino un nemico? E noi? Noi, a cui i primatisti mondiale del falso danno del fake news, seduti sulla riva a vedere passare cadaveri di notizie morte o false, noi che facciamo?

Con Correa abbiamo parlato degli sconvolgimenti in atto nel suo paese e in tutto il continente latinoamericano. Gli abbiamo chiesto se, quando al potere, non si sarebbe potuto andare più avanti, come invocavano tanti militanti, sul cammino dell’indipendenza, della lotta al capitale, delle nazionalizzazioni, della mobilitazione e organizzazione delle masse, per tagliare a imperialismo e relativi ceti proconsolari le gambe prima che potessero rimettersi in marcia. “Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto”, ha risposto, “abbiamo tolto dalla povertà milioni di persone, abbiamo avuto poco tempo e avevamo contro i più cinici e forti poteri della Storia. Compreso quello dei media”. Di cui qui abbiamo trattato.

TORINO-LIONE IN PAUSA, COME IN FRANCIA ! UN PASSO IN AVANTI

http://www.presidioeuropa.net/blog/la-pausa-italiana/

Il contratto Lega – M5S mette in pausa la Torino-Lione

La Francia ringrazia

La Commissione europea è già pronta a ritirare il finanziamento

Una dichiarazione dell’opposizione francese

version française en bas


Nel contratto Lega – M5S vi è scritto a pagina 50 che “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”.

Utilizzando la terminologia francese la Torino-Lione è in pausa.

La Grande Opera Inutile e Imposta è stata dunque per il momento fermata, come ha fatto la Francia 10 mesi fa confermando il suo disinteresse annunciato fin dal 1998 attraverso numerose dichiarazioni dell’Alta Amministrazione francese, compresa la Corte dei conti.

Ma non sono solo le dichiarazioni di pausa italiana e francese che fermano i lavori. Infatti i lavori definitivi non possono in alcuna maniera essere avviati a causa della mancanza dei fondi dei soci finanziatori, Italia, Francia e Unione Europea. E ciò al di là della volontà e delle dichiarazioni di TELT.

Infatti, per avviare i lavori definitivi del tunnel di base, occorre rispettare l’art. 16 del trattato con la Francia del 2012 che impone ai tre soci questa clausola: “La disponibilità del finanziamento sarà una condizione preliminare per l’avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale”. Ossia l’obbligo di garantire con atti formali (leggi dello Stato) tutti i fondi necessari all’intera realizzazione dell’opera.

A questo proposito Daniel Ibanez, portavoce dell’opposizione francese alla Torino-Lione ha dichiarato:  “Né la Francia, né l’Italia, e nemmeno l’Europa possono dimostrare la disponibilità di finanziamenti per il tunnel transfrontaliero, per non parlare delle linee di accesso al tunnel. Coloro che affermano il contrario devono portare delle prove.  Vi è quindi la necessità di ridiscutere l’intero progetto” che tutti hanno giustificato solo grazie a false previsioni “

Intanto i promotori si affannano a invocare le penali europee. Siamo alle solite, questo è il terrorismo delle cifre. Qui spieghiamo perché non vi saranno penali.

Inoltre, nella sua lettera del 17 gennaio 2018 la Commissaria europea ai Trasporti Violeta Bulc, in risposta alla richiesta di chiarimenti del 22 novembre 2017 di un gruppo di eurodeputati, ha riconosciuto che “il finanziamento europeo per la Torino-Lione è stato deciso ed è assicurato solo per il periodo 2016-2019  … e alla fine potrebbe essere riallocato ad altri progetti in base al principio “usalo o perdilo”.

In realtà, evitare la realizzazione dell’inutile progetto Torino-Lione farà risparmiare un sacco di soldi all’Italia.

Avendo sottoscritto con la Francia un contratto capestro, l’Italia dovrebbe pagare per il tunnel di base una fattura di almeno 3,6 miliardi di €, dei quali 2,3 miliardi di € solo per coprire la maggior parte dei costi della Francia.

Domani il Movimento No TAV sfilerà in bassa Valle Susa da Rosta ad Avigliana per riaffermare le ragioni del NO: Italia, Francia e Europa sono avvisate.

Qui una documentazione approfondita Torino-Lione – Un aggiornamento sulla “cantierabilità” del progetto in Italia e in Francia


LA PAUSE ITALIENNE DU LYON TURIN

Le contrat Lega – M5S prévoit la pause du Lyon Turin

La France remercie

La Commission européenne est prête à retirer le financement

Une déclaration de l’opposition française


Dans le Contrat Lega – M5S qui permettra la formation du nouveau gouvernement italien, il est écrit à la page 50 que : « Concernant la Ligne à Grande Vitesse Turin-Lyon, nous nous engageons à rediscuter intégralement le projet en application de l’accord entre l’Italie et la France »

En utilisant la terminologie française, le Lyon- Turin est en pause.

Le Grand Projet Inutile et Imposé a donc été stoppé, comme la France l’a fait il y a 10 mois confirmant sa contrariété annoncée depuis 1998 à travers de nombreuses déclarations de la Haute Administration française, dont la Cour des comptes.

Mais ce ne sont pas seulement les déclarations de la pause italienne et françaises qui arrêtent les travaux. En effet, les travaux définitifs ne peuvent en aucun cas être initiés en raison du manque de fonds des partenaires financiers, Italie, France et Union européenne. Et cela au-delà de la volonté et des déclarations de TELT.

En effet, pour commencer les travaux définitifs du tunnel de base, il faut respecter l’art. 16 de l’Accord de Rome entre la France et l’Italie de 2012 qui impose aux trois partenaires: « La disponibilité du financement sera un préalable au lancement des travaux des différentes phases de la partie commune franco-italienne de la section internationale » C’est l’obligation de garantir, par des actes formels (lois de l’État), tous les fonds nécessaires à la réalisation complète du projet.

À cet égard, Daniel Ibanez, porte-parole de l’opposition française au Lyon-Turin a déclaré: « Ni la France, ni l’Italie, ni même l’Europe ne peuvent afficher la disponibilité des financements du tunnel transfrontalier et encore moins celle des accès au tunnel. Ceux qui prétendent le contraire doivent en rapporter la preuve. » Il y a donc nécessité de rediscuter intégralement le projet « dont tout le monde a reconnu qu’il a été justifié par des prévisions fausses ».

Pendant ce temps, les promoteurs se démènent pour rappeler que la pause peut déclencher les sanctions européennes. Comme d’habitude, c’est le terrorisme des chiffres. Ici, nous expliquons pourquoi il n’y aura pas de pénalité.

Par ailleurs, dans sa lettre du 17 janvier 2018 la Commissaire européenne aux transports, Violeta Bulc, a répondu, en réponse à une demande d’éclaircissement du 22 novembre 2017 émanant d’un groupe de députés européens, que “le financement européen du Lyon Turin a été décidé mais il est assuré uniquement pour la période 2016-2019 … et à terme, il pourrait être réaffecté à d’autres projets selon le principe «use it or lose it »

En fait, en évitant la réalisation de l’inutile projet Lyon-Turin l’Italie pourra économiser beaucoup d’argent, beaucoup plus que la France.

En ayant signé un contrat étouffant avec la France, l’Italie devrait payer pour le tunnel de base une facture d’au moins 3,6 milliards d’euros, dont 2,3 milliards d’euros seulement pour couvrir la plupart des coûts de la France « toujours à court d’argent ».

Demain, le Mouvement No TAV défilera en Val de Suse de Rosta à Avigliana pour réaffirmer les raisons du No au TAV : l’Italie, la France et de l’Europe sont prévenues.

SMETTETELA CON LE FALSITA’ DELLE PENALI !

http://www.presidioeuropa.net/blog/smettetela-con-le-falsita-delle-penali/

Se la Torino-Lione sarà fermata, non vi sarà alcuna penale da pagare !

In queste ore alcune agenzie battono le dichiarazioni di Commissari Governativi, Promotori della Torino-Lione e Presidenti di Regione che, terrorizzati per la possibile sospensione/cancellazione del progetto Torino-Lione, si affannano a dire che in questo sciagurato caso l’Italia dovrebbe pagare 2 miliardi di Euro di penalità.

Questa affermazione è FALSA, chiediamo a chi la fa di portare le prove.

Ricordiamo che i Trattati con la Francia del 2001, del 2012 e del 2015 e con la Ue del 2015 :

– non prevedono una data di avvio e di completamento delle opere geognostiche e/o definitive della tratta transfrontaliera,

– non prevedono alcuna penalità in caso di sospensione e/o risoluzione degli accordi.

Ricordiamo invece che l’Accordo con la Francia del 2012 prevede, all’Art. 16, che “La disponibilità del finanziamento sarà una condizione preliminare per l’avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale”.

I suddetti accordi possono invece essere emendati.

In realtà i lavori definitivi della Torino-Lione non sono mai partiti perché è la Francia che ha messo in pausa la Torino-Lione dal mese di luglio 2017 dato che non dispone dei fondi necessari per l’avviamento dei cantieri relativi alle opere definitive.

Analogamente in Italia deve ancora completarsi l’iter di pubblicazione della delibera Cipe che ha sancito l’ennesima variante del progetto (con lo scavo del Tunnel da Chiomonte anziché da Susa).

Questa situazione è stata resa nota dalla Ministra dei Trasporti francese Elisabeth Borne, e lo ha confermato il Presidente della CADA Marc Dendelot (Commissione di Accesso ai Documenti Amministrativi – http://www.cada.fr/) che nellAvviso n. 20173469 del 4 dicembre 2017 ha scritto: «La Ministre chargée des transports ayant informé la Commission qu’à ce jour les travaux définitifs de la section transfrontalière n’avaient pas été lancés et que les engagements financiers de l’Etat correspondants à ces travaux n’avaient donc pas encore engagés» («La Ministra incaricata dei trasporti ha informato la Commissione che fino ad oggi i lavori definitivi della sezione transfrontaliera non sono stati avviati e che gli stanziamenti finanziari dello Stato (francese, N.d.T.) corrispondenti a questi lavori non sono ancora stati decisi», nostra traduzione).

Inoltre, nella sua lettera del 17 gennaio 2018 la Commissaria europea ai Trasporti Violeta Bulc, in risposta alla richiesta di chiarimenti del 22 novembre 2017 di un gruppo di eurodeputati, ha riconosciuto che «il finanziamento europeo per la Torino-Lione è stato deciso ed è assicurato solo per il periodo 2016-2019  … e alla fine potrebbe essere riallocato ad altri progetti in base al principio “usalo o perdilo”» (nostra traduzione, testo originale: «The EU co-funding of the Lyon-Turin project has been agreed and is secured for the period 2016-2019 …  it may ultimately lead to a reallocation to other projects pursuant to the “use-it-or-lose-it” principle»).

Le attività in corso dal 2002 sono praticamente tutte inerenti lavori propedeutici (studi, progetti, sondaggi, lavori preliminari) che rientrano nel programma già di LTF. Ammontano complessivamente a 1,6 miliardi di euro, di cui a fine 2016 risultavano pagati o impegnati  1,4 miliardi.

Nessuno degli appalti attualmente in completamento riguarda lavori definitivi. Questo comprende ovviamente anche le attività in corso in Francia a San Martin La Porte, che non sono qualificate come lavori definitivi ma come sondaggio geognostico.

Gli appalti finora assegnati da Telt (di cui la società stessa ha dato notizia con propri comunicati il 17 gennaio e il 1 febbraio 2018) sui lavori definitivi ammontano a 91,4 milioni di euro, meno dell’1% di quanto affermato da fonti governative. Di questi gli unici lavori reali ammontano all’ “astronomica” cifra di 800.000 € (meno dello 0,1%).

Non risultano altri appalti assegnati, pertanto risulta estremamente difficile comprendere come sia possibile affermare che sussistano impegni e/o penali cogenti. Qualora questi fossero effettivi, dovrebbero essere obbligatoriamente scritti a bilancio di Telt. Invitiamo gli operatori dell’informazione a chiedere questi elementi a chi ha rilasciato tali dichiarazioni.

In conclusione, e alla luce di quanto sopra, riteniamo opportuno che TELT non lanci gare di appalto e contragga qualunque impegno con chiunque fino al momento in cui, nel rispetto dell’Art. 16 dell’Accordo di Roma del 2012, i tre soci finanziatori del progetto Torino-Lione (Ue, Francia e Italia) non abbiano garantito con atti formali (leggi dello Stato) tutti i fondi necessari all’intera realizzazione dell’opera.

Qui una documentazione approfondita Torino-Lione – Un aggiornamento sulla “cantierabilità” del progetto in Italia e in Francia

COMUNICATO STAMPA NO TAV 17 MAGGIO 2018

http://www.presidioeuropa.net/blog/comunicato-stampa-tav-17-maggio-2018/

Di nuovo in marcia con un’idea chiara:

NO TAV

Manifestazione sabato 19 maggio 2018 da Rosta ad Avigliana

Sabato 19 maggio ci rimetteremo in marcia con una manifestazione da Rosta ad Avigliana, alle porte della Valle di Susa e al centro della tratta italiana dei progetti TAV Torino Lione.

Non ci siamo mai fermati a dire il vero, da ormai 30 anni, contrastiamo quest’opera inutile, devastante e finora mai cominciata sul serio.

Ragioni supportate da studi, dati e analisi che hanno dovuto far ammettere, persino alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che le previsioni sulle quali si è fondato il progetto erano sbagliate (consapevolmente?!): il traffico di merci non è cresciuto e non crescerà, la linea esistente già ci collega con la Francia ed è in grado di funzionare anche in futuro.

Ragioni portate avanti con una lotta popolare che ci ha visti divenire nemico pubblico numero uno perché non abbiamo mai abbassato la testa di fronte a nessuna imposizione.

Oggi più che mai il nostro NO TAV è attuale e motivato perché basterebbe avere un po’ di buon senso per capire che si deve investire il denaro pubblico sulle vere priorità del Paese, anziché in grandi opere utili solo a chi specula sulla loro costruzione.

In questi giorni che si discute di un “governo del cambiamento” vogliamo ribadire, a tutti gli schieramenti politici, con forza, che i soldi pubblici per rispondere alle esigenze del Paese ci sono, basta chiudere subito con la Torino Lione e le altre opere inutili!

Abbiamo edifici scolastici da mettere in sicurezza per i nostri figli, ospedali da potenziare (e non da chiudere) per la nostra salute, case e comunità colpite da terremoti da ricostruire. E abbiamo incendi senza Canadair, la paura di frane e inondazioni a ogni pioggia più intensa, intere aree del Paese ammorbate dall’inquinamento. Gli investimenti devono essere indirizzati alla difesa, alla bonifica e alla valorizzazione dei nostri territori, affinché possano finalmente offrire vere opportunità di dignità, diritti e lavoro per tutti.

Poche ore fa l’Italia è stata deferita alla Corte di Giustizia europea per il superamento dei limiti di inquinamento dell’aria per le polveri fini (PM10), rischiamo di dover pagare sanzioni di milioni di euro per svariati anni. Le risorse servono per il trasporto pubblico locale e la mobilità sostenibile, non per chimere ad alta velocità.

Auspichiamo che la fine della Torino-Lione, esempio di tutte le grandi opere inutili,  non venga sacrificata sull’altare di un contratto di governo, ma al contrario, sia la prima spinta verso un futuro diverso.

Da parte nostra, “spingeremo” per tutto il tempo necessario per vincere questa battaglia, consapevoli di essere della parte della ragione, convinti di incarnare un interesse collettivo che va ben fuori dai confini della nostra Valle, ma che qui, con questo progetto scellerato, trova il suo centro.

CONFERENZA STAMPA NO TAV 17 MAGGIO 2018 – CARTELLINA PER I MEDIA

http://www.presidioeuropa.net/blog/confernza-stampa-tav-17-maggio-2018-cartellina-media/

DA GAZA AL QUIRINALE POPOLI FAI DA NOI, CACICCHI FAI DA ME. E I ROTHSCHILD

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2018/05/da-gaza-al-quirinale-popoli-fai-da-noi.html

MARTEDÌ 15 MAGGIO 2018

“Ogni volta che siamo testimoni di un’ingiustizia e non reagiamo, addestriamo il nostro carattere ad essere passivi di fronte all’ingiustizia , così, a perdere ogni capacità di difendernoi stessi e coloro che amiamo”. (Julian Assange)

“Si parva licet componere magnis”, premettevano i latini a un azzardato paragone che conducevano tra cose piccole grandi. Procedimento che adotto per passare dalle nostre squallide, ma non del tutto irrilevanti, piccinerie, alle immensità, per una parte orrendamente efferate e, per l’altra, eroiche, di quanto va succedendo in queste settimane e ore tra i palestinesi di Gaza e gli emuli israeliani dei macellai del ghetto di Varsavia.

Cosa ci accomuna, cosa li accomuna

Altra premessa al discorso di oggi è la constatazione di cosa abbiano in comune coloro che hanno portato alla novità di due fenomeni di massa che, fino all’altro ieri, parevano patrimonio di altri, migliori, tempi. E, per converso,  a cosa ci porta l’esame epistemologico circa la natura logica dei comportamenti di contrasto a questi fenomeni. Parlo della rivolta di masse popolari a Gaza impegnate in un movimento, la Grande Marcia del Ritorno, che, dopo anni di delega a rappresentanti inetti, inefficaci, rinnegati, divisi e divisivi, si appropria del tema che fu loro fin dal rifiuto della colonizzazione degli anni ’40 e poi nelle due Intifade degli anni ’80 e ’90. E parlo della cacciata, in Italia, dal proprio orizzonte politico di coloro, la coalizione di destra variamente denominata Ulivo, governo tecnico, larghe intese, renzusconismo. Usurpatori  che dalla fine del secolo scorso, eletti rappresentanti dei bisogni collettivi, queste masse le hanno conculcate, deprivate, escluse.

Avventandosi settimana dopo settimana contro i reticolati dei campi di concentramento in cui un olocausto strisciante li ha rinchiusi, finendo col sottrarre alla passività anche i fratelli in Cisgiordania, tornando ad essere protagonisti del proprio destino, i morituri di Gaza hanno sconfitto i propri carcerieri mostrando come la via della libertà di un popolo passa anche per la morte. Quando un popolo è conscio di sé e non ha più nulla da perdere, la sicurezza del suo oppressore non troverà mai misure sufficienti per garantirne il dominio.

E’ quel popolo, inteso in senso gramsciano che, da noi, non avrà dovuto pagare con una carneficina la propria autonomizzazione nella lotta di liberazione, la sua riappropriazione delle scelte fondamentali, ma, riducendo a brandelli  elettorali i dominanti e decidendo di rovesciare il tavolo sopra il quale banchettavano i propri “delegati”, politici, sindacali, mediatici, se non la morte ha dovuto affrontare (per ora), ma un fronte che nulla ha da invidiare alla mancanza di scrupoli democratici e alla protervia impositiva di Israele e della sua  lobby globale.

De minimis non curat praetor

Mi pare riduttivo, a questo punto, intrugliarmi nelle diatribe, intensificatesi in questi giorni, sul mio sostegno ai 5 Stelle, perlopiù scatenate da rabdomanti frustrati che andavano in cerca di responsabilità altrui per il disfacimento delle sinistre. Lasciatemi precisare ai grilli parlanti che mi attribuiscono, a volte apoditticamente, posizioni e schieramenti, che qui non è in gioco una valutazione di cosa i vincitori delle elezioni sono o faranno. Anzi, da convinto condivisore degli obiettivi dell’originale vaffa, come li ho visti praticare da militanti 5 Stelle sul territorio, come potrei negare perplessità e sconcerto su quanto il loro gruppo dirigente, oggi gravemente personalizzato, va dicendo e annunciando. Il pensiero corre angosciato alla parabola catastrofica di Tsipras. Ma tra le ricorrenze storiche c’è anche quella che ci riconduce al Berlinguer della scelta pro-Nato e pro-compromesso storico. Nessun dubbio che la parabola, chiusasi sulle maleodoranti scorie del PD, se non un inizio, lì ebbe un’accelerazione significativa. Quelli che ne auspicano una ripetizione, stanno tutti in alto e sono tutti nostri nemici, più di Di Maio.

Popoli fai da noi

Conta invece la fenomenale mossa con cui 17 milioni di dominati si sono scrollati dal groppone briglie e morsi che gli imponevano di trascinare  carri e carrozze. Conta che l’hanno fatto contro una coalizione di potenti inferociti e  di certi “oppositori” (detti di sinistra), alla vaniglia per quelli in alto, alla vasellina per quelli in basso. E le bordate sparategli contro hanno tutta la carica di ferocia, odio, frustrazione, dei Radetzki  e dei Bava Beccaris negli albori milanesi del movimento operaio. E, di là dal mare, i masnadieri invasori, nascosti dietro ai loro terrapieni e resi impuniti e invulnerabili perché protetti dalla divisa dell’ esercito “più morale del mondo” e dal silenzio sulle criminali pallottole e bombe a espansione, a farfalla, a freccette, chimiche, finalizzate a uccidere facendo soffrire il massimo, sono i guardiani di una Fortezza Bastiani terrorizzati dai tartari (che in questo caso, però, ci sono e arrivano a decine di migliaia, domani a milioni). I maggiordomi, mercenari in marsina e Acqua di Colonia che, a Bruxelles, Washington, Londra,  Parigi, a Berlino, Roma, eseguono gli ordini di servizio degli stessi mandanti, con o senza kippà, puntano allo stesso effetto invalidante, di coma cerebrale, mediante le armi della menzogna, delle false notizie sparate contro quelle vere, della diffamazione, della pioggia di cavallette se solo apri bocca.

Voto disobbediente e bullismo presidenziale

Sono a pari merito stupri della libertà e assassinii della democrazia. Milioni di italiani si vedono posti sul banco degli imputati per aver votato in modo difforme dai gusti dell’establishment, populista, cioè per se stessi. Per aver pensato che non sia né bene né giusto deregolamentare, privatizzare, militarizzare, inquinare, distruggere ambiente, salute, lavoro, istruzione, condurre guerre, corrompere tutto e ogni cosa, governare insieme a mafia, massoneria e Nato. E subire tutto questo a beneficio di pochi eletti incistati in banche e oasi di lusso su diktat di una manica di abusivi che brucano gli ubertosi prati pasciuti dalle nostre tasse a Bruxelles e Francoforte. I quali, da Moscovici al cenobio ormai catacombale del Nazareno, dai soloni del principato mediatico delle fake news agli sguatteri buonisti che, per confonderci e alienarci tutti quanti, strappano e alienano popolazioni alle proprie radici e a un degno futuro, hanno sollecitato Mattarella a farsi Napolitano Tris. Anzi, ad allungare il passo: dalla repubblica parlamentare alla repubblica presidenziale.

Tentato l’affondo di un suo governo, con proterva ipocrisia definito “neutrale” (alla maniera degli arbitri di Moggi), beccato con le mani nella marmellata, l’ex-ministro della Difesa che ci difendeva massacrando la Serbia di bombe, il presidente che ha firmato tutte le malefatte PD, incluso il Rosatellum, che non si è fatto scrupolo di ricevere, anche a quattr’occhi, nel supremo palazzo della Repubblica il delinquente Berlusconi, si è permesso di porre “dei paletti”. Paletti come saracinesche nelle quali rinserrare fino all’estinzione, o alla resa, chi non si fa tappeto rosso per le scarpe laccate dell’evasore Juncker, per le marce contro Putin e tutti i nemici degli Stati terroristi, chi non rifornisce di munizioni e patte sulle spalle i valorosi antisemiti che in Medioriente eliminano dalla faccia della Terra i semiti (intesi come arabi, gli unici che semiti sono).

A questo punto, visto che, o si corre in tradotte “austerity” di terza classe, sui binari imposti dai buro-despoti di Bruxelles, dallo sradicatore di popoli Soros e dai tagliagole della Nato, per completare la spoliazione e sottomissione dei popoli, o Mattarella ti cancella, cosa cazzo si vota a fare?

Davide e Golia

C’è uno che, per come fustiga i falsari dei grandi media, si erge a vessillo della libertà di stampa, dell’indipendenza dei giornalisti, della deontologia nella professione. Nel giorno in cui uno Stato, che per tasso di criminalità e sadismo non ha precedenti su questo e sicuramente su altri pianeti, celebra un genocidio che su quello nazista ha il vantaggio di durare sette volte tanto, titola: “Così il piccolo Davide si salvò dal Golia arabo e fu Israele”. Le due pagine che seguono e con cui Travaglio definitivamente disonora le parti e le firme rispettabili del Fatto Quotidiano (nessuna delle quali presenti nelle pagine di esteri, appaltate alla lobby), sono alla bassezza di questo sciagurato rovesciamento della verità.

Dalla fola del “ritorno alla terra degli avi” di genti  eurocaucasiche che, da quando esistono,  da quelle parti non ci avevano mai messo il naso, alle falsità sui dati demografici alla base dell’iniqua spartizione dell’ONU, dal silenziatore sugli inventori ebrei dello stragismo terrorista con le bande Stern, Irgun e Haganah, che poi spurgarono primi ministri assassini seriali di massa, al piagnucolìo sui poveri e deboli scampati all’olocausto (garantiti diplomaticamente e riforniti di ogni bene militare da tutte le grandi potenze) che dovevano vedersela con l’immane forza degli eserciti arabi. Con questi, infatti, sbrindellati, armati alla ‘800, da poco usciti dallo scontro con l’impero ottomano e dalle guerre di liberazione anticoloniali, per il “Davide” israeliano, sostenuto da Mosca, Washington, Londra e vassalli vari, come da un’opinione pubblica decerebrata da quella che l’ebreo Finkelstein chiama “L’industria dell’olocausto”, la partita era vinta prima di incominciare.

Israele: Il troppo stroppia

Obnubilazione che durava ancora nel 1967 quando, da inviato di Paese Sera alla “Guerra dei Sei Giorni”, a raccontare le atrocità di Tsahal sui villaggi palestinesi che vedevo, mi dovetti scontrare, non solo con la censura israeliana, anche con un direttore fedele alla linea del PCI che la vedeva come Travaglio oggi. Come sul Vietnam, un’altra verità emerse allora da un giornalismo ancora relativamente libero, il PCI cambiò posizione, il direttore di Paese Sera venne sostituito e, nel mondo, iniziò una lenta, progressiva presa di coscienza per cui l’arcaica equazione dei pifferai sionisti alla Travaglio andava invertita. Oggi la trafelata corsa alla compattezza filosionista dei media è, per converso, il segno del timore che quella coscienza possa minare alla base uno dei pilastri che sorreggono la cupola del finanzmilitarismo mondiale. Ne è dimostrazione la furibonda campagna di Israele e della  lobby contro il movimento BDS: boicottare, disinvestire, sabotare.

Gli oltre cento morti dell’orrenda carneficina di Gaza, gli oltre 10mila feriti e perlopiù mutilati, le migliaia di morti da Piombo Fuso del 2008 e successive, le centinaia di migliaia di seviziati, incarcerati, torturati, i milioni di sradicati, le decisioni dell’ONU tutte ignorate e sbeffeggiate, l’ininterrotta, feroce aggressività nei confronti di chi resiste, di chi si oppone, di chi critica, di chi non plaude, i ricatti che sfruttano le vittime dei nazifascismi, le 400 bombe atomiche agitate per ridurre all’impotenza  chiunque si trovi nel mirino dello Stato Gangster e della sua lobby, il cannibalismo nei confronti dei popoli vicini.

E dall’altra parte un popolo intero, privato di cibo, acqua, energia, salute, rinchiuso in una Auschwitz tra deserto e mare. E i suoi ragazzi, le sue donne, con fionde e pietre rubate ai secoli della Bibbia, contro il quarto più potente esercito del mondo, il più immorale, il più vile. Nella Storia, domani, rimarrà un’orma a distinguere dal subumano israeliano l’umano palestinese: quella di un popolo, abbandonato, tradito, tormentato oltre ogni limite, che a decine di migliaia cammina verso la libertà, inerme, sapendo di morire, morendo per la libertà. Purchè in piedi. Non s’è mai visto niente di simile, un tale tributo al valore supremo di ogni creatura. Grazie, palestinesi. Impossibile che non vinciate.

Hic sunt leones

scrivevano i romani sulle aree delle loro carte geografiche dove non c’era altro interesse che quello per le battute di caccia e la cattura di animali selvaggi. Netaniahu vede così i territori oltre i propri mai stabiliti confini: quelli della Grande Israele dove gli animali da uccidere o catturare camminano eretti su due gambe e dove si trovano acqua, petrolio, quelle ricchezze che a Israele e alla comunità che lo sostiene servono per il raggiungimento degli obiettivi storici. Guerra dopo guerra. Possibilmente combattute per conto suo da terzi: Usa, Nato, jihadisti, curdi, sauditi. Non sarebbe la prima volta.

Le guerre Rothschild per Israele

 Churchill e Rothschild

Le due guerre mondiali sono state scatenate per una varietà di motivi e interessi. Egemonia in Europa, primato coloniale, competizioni sociali,  potere e ricchezza degli industriali a partire dalla produzione di armi. Ma, forse, nella tormenta che ha insanguinato l’Europa con due guerre mondiali, Israele c’entra. O, quanto meno, il piano per porre in essere uno Stato ebraico ha goduto dei finanziamenti della famiglia Rothschild e affini. Ed è un piano che si è valso di guerre. Non solo quelle del 1948, 1956, 1967 e 2003. Il crollo dell’impero ottomano al termine del primo conflitto consegnò alla Gran Bretagna il controllo totale sulle terre palestinesi. E’ del 1926 la dichiarazione di Balfour che istituì il “focolare ebraico” in Palestina. Ma è del 2 novembre  1917, con sconfitta ottomana in vista, che lord Balfour, massone, ministro degli esteri e già primo ministro, scrive al capo di quella che da secoli è la più potente banca del mondo:

Caro Lord Rothschild, ho grande piacere a comunicarle, a nome del governo di Sua Maestà, la seguente dichiarazione di sostegno alle aspirazioni sioniste che sono state sottoposte e approvate dal Gabinetto. Il governo di Sua Maestà vede con favore lo stabilimento in Palestina di una patria nazionale per il popolo ebreo e farà del suo meglio per raggiungere questo obiettivo…”

Grazie alla prima guerra mondiale gli ebrei si assicurarono quella terra.  Alla vigilia della seconda, si realizza “L’Accordo di Trasferimento”, concluso tra i sionisti del Bund e il governo di Hitler per lo spostamento degli ebrei in Palestina. Si può dire che se la prima guerra mondiale preparò la terra per gli ebrei, la seconda preparò gli ebrei per quella terra. A Monaco Chamberlain volle evitare lo scontro, ma Churchill lo liquidò e scatenò la reazione anglosassone all’invasione della Polonia. La famiglia di Churchill era legatissima ai Rothschild, il padre di Winston fu amico intimo di Nathaniel, primo Lord Rothschild. Il figlio ne seguì le orme e rafforzò il sodalizio (vedi foto). Poi bombardò l’Iraq, sottomise l’Egitto e colonizzò la Palestina. I denari dei Rothschild non gli vennero negati.  Sono i Rothschild i genitori dello Stato che da 70 anni sconvolge e minaccia il mondo.  Sono i Rothschild che tracciano il solco, sono Bilderberg, Open Society di Soros e Trilateral che lo difendono. Si chiama mondialismo.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 21:05

IRAN, CHI SEI ? VIVO, SONO PARTIGIANO. PERCIÒ ODIO CHI NON PARTEGGIA, ODIO GLI INDIFFERENTI”. (ANTONIO GRAMSCI)

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2018/05/iran-chi-sei-vivo-sono-partigiano.html

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 9 MAGGIO 2018

https://www.youtube.com/watch?v=ZeVYbTw6omE&t=336s  Selezione dal docufilm di Fulvio Grimaldi “TARGET IRAN”, l’unico racconto dell’Iran vero, non inquinato dai politicamente corretti di destra e “sinistra”. DVD di 85’, acquistabile per posta:visionando@virgilio.it

Il burattino Trump esegue

Lo Stato Canaglia, Stato del terrorismo, Stato dell’aggressione perpetua, Stato del genocidio strisciante, lo Stato che s’è comprato i politici, i media, gli italiani passivizzati o complici e a cui l’Italia dei politici, media, italiani passivizzati o complici ha venduto la sua massima manifestazione dello sport ciclistico, insieme alla sua dignità e integrità, ha intimato al suo burattino, presidente degli USA, di attaccare il libero, sovrano e pacifico Iran. Nel frattempo bombarda e uccide impunemente in Siria difensori iraniani della libertà del popolo siriano e del diritto internazionale, salvaguardia delle nazioni e della pace.

Ha attaccato l’Iran insieme al suo sodale arabo, lo Stato più retrogrado, oscurantista, repressivo, predatore e, nell’indifferenza delle altrimenti (Iran, Russia) indignate presunte sinistre, misogeno e omofobo in chiave lapidatoria, esclusivista, razzista, monoetnico e teocratico quanto lui. Lo ha attaccato sotto ricatto di un carcinoma dalla metastasi mondialista chiamato Stato Profondo, i cui cingoli, nella marcia sulla Russia, hanno già polverizzato la Jugoslavia, raso al suolo la Libia, squartato la Siria, devastato l’Afghanistan, frantumato l’Iraq. Si sono lasciati alle spalle il proprio paese impoverito, spolpato da banche e spese militari, ridotto a Stato di polizia dalla sorveglianza universale e, con il terrore della “guerra al terrorismo” e con il traffico di stupefacenti della “guerra alla droga”, 50 milioni di morti dal 1950, perlopiù musulmani.

La triplice Usa-Israele-Arabia Saudita, la coalizione a più alto tasso criminale e di sangue versato della Storia umana, dopo aver impunemente colpito, distrutto e ucciso cose e vite iraniane, impegnate nella difesa dell’umanità in Siria, ha stracciato un accordo per la denuclearizzazione dell’Iran concluso tra le maggiori potenze dell’Uccidente e un neopresidente iraniano rassegnato a farsi dettare l’agenda dell’economia e dello sviluppo del proprio paese. Un accordo rifiutato da Mahmud Ahmadinejad, grande e laico presidente espresso da quel popolo e, soprattutto, dal suo proletariato riscattato, ma poi accettato da dirigenti espressi da una borghesia ansiosa di galleggiare e prosperare nel liberismo importato dai Rothschild-Goldman Sachs. Smantellamento di tutte le sue centrali di ricerca e produzione nucleare, nonostante si limitassero a un arricchimento del 20% dell’uranio, utile solo a scopi medici ed energetici (per la bomba ci vuole il 90%).

Ai detentori di 7000 testate nucleari, di cui due già sperimentate su esseri umani, a coloro che tengono sotto scacco i vicini in Medioriente con le proprie 200-400 bombe termonucleari, a un clan famigliare proprietario di tutto un paese grazie alla ferula del terrore religioso, non  interessava bloccare un uranio innocuo, arricchito al 20%. Interessava bloccare lo sviluppo, il benessere, il ruolo di una nazione quinta nel mondo per produzione di petrolio e seconda per il gas. Interessava sabotare ogni rifornimento di energia al mondo, in prima linea all’Europa, che non fosse americano o sotto controllo americano. Vedi TAP. Vedi Regeni. Vedi i marciatori contro l’ENI. Interessava applicare, rinnovare, aumentare le sanzioni.

Qualcuno marcia per conto terzi contro l’ENI, qualcuno si prepara a una marcia sacrosanta per la Palestina occupata e seviziata, qualcun altro assiste dal proprio divano allo sterminio di popoli tra i più nobili e giusti, bofonchiando a difesa della propria miseria morale e intellettuale scellerate idiozie su “dittatori”, burka e veli. Chi si arroga il diritto di infliggere sanzioni per portare alla disperazione un popolo nella speranza che poi se la prenda, non cono i suoi aguzzini, ma con i propri dirigenti, non ha la più pallida idea di chi sono gli iraniani.

A chi  non percepisce la grottesca aberrazione di Stati che basano il proprio ruolo nel mondo sull’invenzione e promozione del terrorismo in casa e fuori, sullo stragismo jihadista, brigatista, dell’intelligence, dei vari Gladio, e che poi azzardano l’accusa all’Iran di massimo promotore del terrorismo nel mondo, va messo in mano il filo che congiunge Piazza Fontana e Bologna’80, Via d’Amelio e Italicus, l’11 settembre e Bataclan. L’abbattimento delle Torri Gemelle è passato da Osama, nella sua grotta a Tora Tora, ai Taliban, dai Taliban a Saddam, da Saddam ai sauditi. La proclamazione dell’Iran “sponsor massimo del terrorismo” prelude a un nuovo cambio di paternità. E, a sinistra, il coro dei reggipalle, prosseneti, escort, annuisce.

Sanzioni che, per effetto collaterale rigorosamente voluto, colpiscono l’Europa, come quelle contro la Russia. Corrono parallele alle migrazioni indotte e coatte. Sanzioni all’Iran come svuotamento di Siria o Eritrea; ricadute delle sanzioni sui paesi europei come destabilizzazioni e dumping sociale nei paesi d’arrivo. E’ il mondialismo, bellezza. E’ la criminalizzazione della sovranità, baby.

Target Iran, un documentario per rovesciare la narrazione di destre e sinistre

Mi permetto, nella congiuntura, di riproporre ai non indifferenti la conoscenza onesta e vera dell’Iran, come abbiamo cercato di offrirla con il nostro docufilm “TARGET IRAN”, girato durante l’ultimo mandato di Mahmud Ahmadinejad, alla vigilia dell’arretramento compiuto dal neopresidente Rouhani, espressione di quella borghesia dei quartieri alti di Tehran che rimpiange i fasti goduti sotto lo Shah, la sua capacità di mettere in riga oppositori e ribelli grazie alle carceri e alle torture della Savak, maestra del Mossad, e che sogna le gozzoviglie neoliberiste dell’Uccidente.

Il film resta di assoluta attualità, sia per il contesto geopolitico che vede un Iran assediato dalle stesse forze di allora, ora con aggressività potenziata dagli psicopatocrati al potere negli Stati aggressori, sia perché proietta una verità dell’Iran che continua a essere occultata, mistificata, deformata da falsità e calunnie. Per non restare indifferenti alla tentata distruzione di una nazione, che ha alle spalle 3000 anni di civiltà e che le sue giovani e colte generazioni proiettano in un futuro di sovranità, autodeterminazione, libertà, un paese con all’avanguardia le donne che rappresentano il 64% dei laureati e sono in prima fila nelle professioni qualificate e nelle funzioni dirigenziali, è necessario prima conoscere. Per far conoscere l’Iran vero abbiamo ascoltato operai e studenti, donne e commercianti, esponenti del governo ed artisti della musica, delle arti figurative e del grande cinema persiano. Abbiamo visitato le tante vittime del terrorismo del Mossad e della sua articolazione iraniana, la setta dei Mujahedin del Popolo (MEK), che ha il suo quartier generale all’ombra del Dipartimento di Stato.

Ai confini con l’Afghanistan abbiamo incontrato i militari che difendono la loro società dall’offensiva dei trafficanti di droga manovrati dagli occupanti Usa. Mentre a sud e a ovest, controllano lo strumento imperialista della destabilizzazione secessionista, la quinta colonna curda e del Balucistan.  Abbiamo visitato il grandioso patrimonio archeologico di Persepoli, le meravigliose città, le moschee, i giardini e i parchi di un’impostazione urbanistica ad alto impegno ecologico. Abbiamo potuto smontare tutti gli stereotipi sulle libertà individuali, sui rapporti tra i sessi. Abbiamo constatato l’effetto funesto sulla vita collettiva, a volte tragico, di sanzioni  che arrivano a vietare farmaci fondamentali e abbiamo potuto ammirare l’orgoglio, l’ingegno e la forza di chi resiste e rimedia.

Grazie a documenti che in Occidente sono stati soppressi abbiamo potuto illustrare le provocazioni e le frodi messe in atto durante la fallita “rivoluzione colorata” contro Ahmadinejad del 2011, con i suoi finti martiri, le sue finte esecuzioni.

Il popolo che abbiamo conosciuto non si farà intimidire. E’ da secoli che resiste a invasori, è dal colpo di Stato angloamericano contro il premier Mossadeq, che aveva nazionalizzato il petrolio e sconfitto la tirannia monarchica, che l’Iran ha imparato a conoscere l’imperialismo e i suoi metodi. Una volta di più, come in Libia, Siria, Iraq, Yemen, Somalia, Afghanistan, America Latina, sono in gioco i destini dell’umanità e del suo pianeta, la scelta tra vita e morte. Avendo a disposizione la conoscenza, l’indifferenza non è più consentita.

Il docufilm “TARGET IRAN” può essere ordinato a visionando@virgilio.it.

Nel blog www.fulviogrimaldicontroblog.info se ne trovano il trailer e una breve selezione.

A ogni richiesta si illustreranno i termini di acquisto e spedizione del dvd. L’autore è disponibile per presentazioni ovunque.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:56

ARMI PROIBITE: QUANDO UCCIDERE NON BASTA – PALESTINA: GIRI DELLA MORTE (E CRONACHE SPORTIVE)

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2018/05/armi-proibite-quando-uccidere-non-basta.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 7 MAGGIO 2018

“il manifesto”: ma che belle cronache!

Qualcuno potrà dirmi che me la prendo sempre con il giornale che si sfregia del vezzeggiativo “quotidiano comunista”. Che tanto è inutile, che è come prendere a cannonate un cagnetto di compagnia (quello di Soros e Hillary), che comunque quei quattro lettori, sopravvissuti al disvelamento ormai scontatissimo della sua missione di megafono delle buone ragioni imperialiste, non li schiodi neanche se gli dimostri che Chiara Cruciati è sposata con un boss curdo di Kobane e passa le ferie tra l’Isis del Sinai, o che Norma Rangeri, Laura Boldrini, Asia Argento, Emma Bonino  succhiano sangue di bambini maschi dopo mezzanotte.

Tutto vero, ma tant’è. La smetterò, ma non stavolta. Stavolta, intendo il numero del  5 maggio del “manifesto”, ne ha fatto una più raggelante del solito. Come del sistematico sostegno alle buone ragioni dell’occupazione Usa-Nato dell’Afghanistan, della trasformazione di un regime change amerikano in rivoluzione democratica (ultima quella in Armenia del mercenario Cia Pashinyan), della santificazione di curdi venduti a Usa, Israele e Sauditi, della balla Regeni, della bufala Russiagate, dello sfegatato sostegno alla killer Hillary come ai nani di giardino LeU, dell’avallo a ogni False Flag che passi per la mente a Mossad, Cia, MI6 e altre conventicole della buona morte di massa, della vilificazione in dittatori di chiunque vada col suo popolo in direzione ostinata e contraria all’Uccidente,  dello scudo finto buonista e vero malista con cui copre i facilitatori Ong, in mare e in terra, della spoliazione del Sud del mondo…

Sapete tutti che potrei non finirla per ore e ore, ripercorrendo i quarant’anni del giornale, a rischio di motivare ulteriormente chi, amante di twit, sms e instagram, mi accusa di prolissità. Ma continuo a credere che, scontato il ruolo dei media di De Benedetti, Agnelli, Cairo e Caltagirone agli occhi di chi non si droga di crack renzusconiano-bergogliano, vada denunciato chi ti fa le fusa davanti (“quotidiano comunista”, diritti civili, precariato), mentre in effetti fa da palo al brigante che ti infila la siringa di nervino tra le sinapsi. Veniamo al dunque. In prima pagina quel “manifesto” ha il buon gusto di onorare con un’asettica cronaca sportiva la corsa ciclistica che Israele va facendo passare con i cingoli sui corpi vivi e morti dei palestinesi.

Nell’ultima dell’inserto “Alias”, su tutta pagina, arriva a consolare quei frantumatori di ossa e anime con il sereno titolo, come se niente fosse, “Un giro dedicato a Gino Bartali” e sottotitolo ancora più festante: “Al campione nominato “giusto tra le nazioni” la cittadinanza onoraria israeliana”. Pensate che Pasquale Coccia, autore dell’ignominia, percepisca un qualche sussulto dalla tomba di uno che ora vi si volta furibondo dato che, non avendo mai tollerato che qualcuno gli mettesse i piedi in testa, o lo manipolasse, si vede degradato a strumento di propaganda del regime più sanguinario e terrorista del mondo? Lui che, a costo della carriera, libertà e vita, aveva sottratto ai carnefici le vite di chi rischiava la sorte che, ora e da settant’anni, martirizza e falcidia il popolo sulle cui tombe si vorrebbe far correre il suo spirito.

Bartali, appropriazione indebita

C’è qualcuno che possa davvero pensare che uno come Gino – “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” – Bartali (quelli che non c’erano, ne studino la rivolta contro soprusi, mistificazioni, frodi) sopporterebbe l’oscenità , da parte di chi poi!, di essere preso, esanime e incosciente, cadavere, e manovrato a vessillo e apripista di un genocidio strisciante?  Di fare da spirito-guida per un’operazione pagata a RCS e Gazzetta dello Sport 16 milioni di euro, i classici trenta denari (ma più sporchi di quelli del povero Giuda, predeterminato da Dio), per coprire di rosa la realtà cancerosa di uno Stato che sostiene i suoi crimini contro l’umanità con gli scheletri dei suoi correligionari periti nel nazismo.

Antisemita è chi perseguita gli arabi

Abu Mazen, presidente ANP abusivo, rintronato e da anni venduto a un nemico a cui fa reprimere, incarcerare, torturare e uccidere i propri cittadini, ha detto cose stupide e importune. Ha dato ai suoi padroni veleno kosher da sputare  sugli “antisemiti”. In qualche modo, pur deprecandolo, lo corrobora Michele Giorgio, colui che per il “manifesto” dovrebbe sostenere le ragioni dei palestinesi, quando deplora i “danni d’immagine” inflitti dal discorso di Abu Mazen sugli ebrei che “se la sono voluta perché usurai e banchieri” . In sintonia con Netaniahu, il cronista che, da anni da quelle parti, dovrebbe saperla più lunga, parla di “antisemitismo”, aggiungendo la sua alla mistificazione sulla quale campano l’universo israelo-sionista e si fanno passare i suoi abusi. Giorgio non contrasta neanche l’accusa di negazionista sparata da Netaniahu, lui sì negazionista di tutto un popolo, addirittura parzialmente ancora vivo, non spiegando che il logoro capo dell’ANP non ha mai negato l’olocausto.

Ci saremmo aspettati la demolizione dell’appropriazione indebita  della qualifica di “semita”, arma principe del regime e della sua lobby: semiti sono gli arabi, tutti e solo loro. Semiti non sono gli ebrei, salvo qualche arabo convertito, ma come dimostrato dall’ebreo Shlomo Sand (L’Origine del popolo ebraico), genti di origine eurocaucasica spostate in terra altrui, semita (con il concorso anche dei nazisti) per arginare e poi annientare il nascente movimento arabo anticoloniale e di ricomposizione nazionale che minacciava di sottrarre all’Occidente le piastrine di petrolio che il capitalismo si inietta in vena per mantenersi in vita.

Il “manifesto” non è l’unico che, con resoconti tecnico-turistici in tracimante salsa propagandistica, ha voluto dare dignità a un’operazione indegna. L’altro giornale “di opposizione”, ma sintonicamente atlantista come tutti, “Il Fatto Quotidiano” che, inflessibile censore, con ogni riga ci avverte delle nefandezze falsarie dell’altra stampa, ha affidato a Leonardo Coen il compito di illustrarci le tre tappe dell’ignominia aggirandosi un mondo tra l’arcadia e i campi elisi. A loro volta i cronisti Rai riesumavano lo stereotipo coloniale del “deserto fiorito” nel Negev, dei Kibbutz piscinati e delle coltivazioni irrigate, sorvolando leggiadri sulle acque palestinesi predate e sui villaggi beduini rasi al suolo. Ma da Debenedetti e Monica-Bilderberg-Maggioni te lo aspetti. Dal “manifesto” invece, a non essere boccaloni …pure.

Ebrei altri

Chiudo il penoso affare “manifesto” con qualcosa che, purtroppo, non salva capra e cavoli, l’indecenza dell’articolo e delle foto che violentano un grande campione e un nobile uomo, ma che onora il coraggio e l’onestà di tanti ebrei. Quelli che, sempre sul “manifesto”, hanno provato a controbilanciare la vergogna delle cronache eulogiche con il ricordo di quanto di orribile è stato inflitto ai palestinesi, la denuncia di cosa vi si nasconde di feroce e ingiusto e di coloro che, da noi, ne traggono profitti e benevolenze. “La commissione giustizia  della Knesset sottoporrà al parlamento un pacchetto di leggi che trasformano definitivamente Israele in uno “stato ebraico”, abolendo così una volta per tutte la tanto fastidiosa parola “democrazia” dal suo statuto e facendo così chiarezza sulla propria natura”. Grazie, Paola Catarutta e le decine che hanno firmato il testo di “Ebrei contro l’occupazione”.

A colorare di sangue le serene immagini storico-tecniche con cui il “manifesto” ci ha illustrato il Giro nello Stato fuorilegge sono poi venute, nella stessa giornata, le ennesime vittime che a Gaza pagano per aver inalberato ai limiti della loro gabbia un semplice simbolo, quello del ritorno a casa. Altri 500 feriti e mutilati, per un totale, dopo cinque venerdì, di quasi 50 morti e 8000 feriti. In una dimostrazione di forza, determinazione, coraggio, di donne, uomini, bambini, di cui non riesco a trovare paragoni storici. Ma di cui ci annichilisce la fiducia nell’essere umano quanto alberga nella parte opposta, quella dal “lato buono” di muro e gabbia. Non ci fossero  palestinesi come quelli, siriani con Assad, libici con Gheddafi, venezuelani con Maduro, a sostenerci l’anima sbrindellata…. Correggiamo Brecht: beato il popolo che produce simili eroi.

Armi proibite: far più male della morte

Forse negli ampi spazi che i giornalisti hanno dedicato dal dopato corridore Froome, in un Giro nel più dopato Stato del mondo, avrebbero dovuto, all’evidenza dello straordinario peso della notizia, raccontarci anche altro di quei giorni. Se fossero giornalisti… Proviamo a colmare un tantino la “dimenticanza”.

Non è roba di oggi. Qualcuno cui sia capitato di vedere il mio documentario sulla guerra del Libano nel 2006, “Delitto e Castigo”, che narra l’invasione dei fucilatori di bimbi con sassi e il trionfo delle sgarrupate milizie di Hezbollah, ricorderà con discreto raccapriccio quanto mi venne illustrato dai medici libanesi nelle loro cliniche: combattenti e civili feriti, meglio, squartati, trapanati, tritati dentro, dalle armi segrete e proibite di Israele. Ebbene, non soddisfatto dagli umani corrosi vivi dalle fiamme che, a Gaza durante “Piombo Fuso”, gli incollava il fosforo bianco, Tsahal, “il più morale esercito del mondo”, ha perfezionato quelle armi. Visto che nessuno (tipo Amnesty, o HRW, o Boldrini) ha avuto niente da dire, neanche tra quelli che, con scandalo al fulmicotone, attribuivano armi al cloro ad Assad e gli facevano pagare le loro fake news a forza di inferni missilistici, Israele ha modo, ogni venerdì “del ritorno”, di fare nuovi esperimenti.

Di quegli 8000 feriti molti restano mutilati, molti mutilati marciscono e muoiono.  Ma nessuno aggiornerà le cifre degli uccisi del venerdì. Le pallottole dei cecchini aprono ferite grandi come pugni, poi esplodono dentro. Sono le vecchie Dum-Dum, ma migliorate con qualcosa di chimico che attacca carne, ossa e organi e li fa imputridire. Molto apprezzate sono le bombe a freccette, che, una volta esplose a mezz’aria, liberano decine di frecce d’acciaio mirate, indovinate dove, umanamente su persone. Magari bambini. Intelligentissime. Poi ci sono le simpatiche bombette a farfalla: più veloci del suono, colpiscono con la punta che poi dentro, si apre come le ali della farfalla e…macina. Altra meraviglia è la pallottola a espansione che polverizza quanto incontra nel suo percorso nel corpo. Dice la dottoressa Ingres, dopo il primo venerdì del ritorno: “Più di metà dei primi 500 feriti ricoverati nei nostri presidi sono stati colpiti da pallottole che hanno letteralmente distrutto tutti i tessuti e polverizzato le ossa. Chi sopravvive resta menomato a vita”.

 bombe a farfalla e a freccette

Gaza e i territori occupati,  laboratorio di Israele, hanno il pregio di fornire cavie per il progresso scientifico e tecnologico del più grande esportatore di armi pro capita del mondo. Uccidere, incapacitare a tempo o a vita, è un vezzo che non si limita al proprio ambito statale. Molto popolare sul mercato è il bombardamento da elicotteri e droni con gas tossici, praticato con successo sui manifestanti a Gaza: una sostanza chimica giallognola che porovoca vomito, convulsioni, asfissia, collassi, incontrollati tremiti degli arti e tachicardie, coma. Ne ho avuto un assaggio anch’io dalle parti dell’università di  Bir el Zeit. Si sta male da morire e chissà cosa ci si porta dietro.

Tutte queste sono armi internazionalmente proibite. Avete sentito un mormorìo di riprovazione? O anche solo visto un trafiletto di cronaca nelle colorire corrispondenze dei nostri inviati al seguito del Giro? Seguendo i corridori nel Negev, bastava buttare uno sguardo a destra. Ma si rischiava il torcicollo da antisemitismo.

Israele fugge, ma lascia il segno

Come quando si percorrono i villaggi libanesi per raccontarci le elezioni in Libano. Chi ha visto Rasha, giovane donna con le stampelle? Rasha aveva 15 anni nel 2008 quando una bombetta raccolta tra i cavoli nel campo le troncò una gamba. Allora ne erano stati colpiti 500 civili, perlopiù contadini. Sono passati altri 10 anni e le bombe a grappolo lanciate da Israele nel 2006 sul Sud agricolo del Libano continuano a spargere dolore e sangue. Su un territorio che, dopo la cacciata di Tsahal, avrebbe dovuto conoscere pace e lavoro, furono lanciati 4 milioni di munizioni cluster che lasciarono sul terreno altri milioni di sottomunizioni inesplose. Che continuano a troncare arti, sfondare organi, bruciare occhi. Un crimine di Israele è per sempre.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:53

QUANDO SI RISCHIA DI FAR MALE FACENDO BENE

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MONDOCANE

SABATO 5 MAGGIO 2018

Oggi a Milano corteo anarchici contro “l’Eni e le sue guerre”

Ecco un tipico esempio di qualcosa su cui tutti dovrebbero concordare, senza dubbi.

Invece i dubbi ci vogliono, data anche l’imperizia e la dabbenaggine di alcune forze partecipanti.

Nessuno mi potrà mai accusare di essere tenero con l’ENI e gli inquinatori fossili. Li combatto con il mio lavoro da decenni, in Rai, con il blog, le conferenze in giro per l’Europa e i miei documentari, ultimi sulla devastazione della Basilicata, sui gasdotti in Puglia, sulla passione fossile del regime Renzi, sulle piattaforme che distruggono Adriatico e Ionio, sulla proliferazione di serbatoi e scavi in zone sismiche  nel Nord Italia (vedi “Fronte Italia, partigiani del 2000”, “L’Italia al tempo della peste”, “O la Troika o la vita – Epicentro Sud”)….

Ma so anche che gli attacchi all’ENI (vedi Regeni, provocazione finalizzata a boicottare gli accordi ENI-Cairo sul giacimento di gas più grande del Mediterraneo, vedi la guerra alla Libia)  e alle sue tangenti ai governi produttori, sono qualcosa che piace moltissimo a coloro, tutti tangentari ben oltre l’ENI,  che ammazzarono Mattei e da allora conducono una lotta senza quartiere a un ente petrolifero che si permette di rompere le palle ai grandi dell’Occidente, a commerciare con la Russia, a pretendere spazi in Libia, Iran, Algeria, Egitto, Indonesia, Africa, a provare a sottrarre l’Italia al dominio delle multinazionali anglo-franco-americane e a impedirle di rifornirsi dal gas, più conveniente e vicino, della Russia. E un’operazione anti-Putin. Alla luce dell’Ucraina, del Donbass, della Siria, del Medioriente, è forse cosa buona, amici anarchici???…

Anche la parola d’ordine “l’ENI e le sue guerre”, è sbagliata, falsa e tendenziosa. Scagiona gli altri, dato che finora chi gli effetti nefasti delle guerre altrui ha subito è l’ENI, oltre in prima istanza, i popoli e gli Stati annientati. Preoccupante anche trovarsi nella stessa trincea di Milena Gabanelli, grande mistificatrice di regime, protagonista, con Report, di favori alle multinazionali e alle banche con trasmissioni contro l’ENI, ma mai contro l’Exxon o la BP, contro la Russia, per le banche con gli attacchi al contante e oggi, sul “Corriere”, istigatrice di guerre e delirante ripetitrice delle peggiori calunnie e falsità contro la Siria.

Quello che sfugge alle brave persone che vanno a questo corteo sono i due piani della questione, per cui occorrerebbe un po’ meno sicumera di posizioni impeccabili,un po’ più di attenzione alla complessità geopolitica della questione. Geopolitica di cui alcuni aspetti, quelli strategici e determinanti per rapporti di forza che non possono non interessarci, a molte brave persone sfugge, anche se poi gridano cose sacrosante contro imperialismo e colonialismo. L’incombenza della cosa buona, ma utile al nemico è sempre pericolo da considerare.

E’ lo stesso discorso che andrebbe fatto sulla complessità delle migrazioni, non esauribile nel buonismo dell’accoglienza, tanto gradita a Soros, al NordEuropa e agli Usa, compiaciuti di indebolire e mandare a ramengo i piccoli competitori del Sud, ma da esaminare nei suoi aspetti strategici di grande operazione neocolonialista di svuotamento di paesi da rapinare, di deidentificazione di popoli da disperdere nel vento e di destabilizzazione di paesi da mandare alla deriva: in una parola, distruzione di tutte le sovranità sociali, produttive, ambientali, alimentari, popolari, nazionali.

Suona bene oggi , a sinistra, dare del “sovranista” a chi mette in discussione l’UE, l’Euro, il dominio delle multinazionali, l’appartenenza all’Occidente. Ma utilizzando il termine “sovranista” in senso spregiativo, come insulto, è la sovranità del capitale finanziar-mafioso-miltare e dei potenti Stati, strumenti e armi di quel capitale, che si difende.

Fulvio

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:34

 

SIRIA –PALESTINA: CURDI IN SOCCORSO A JACK LO SQUARTATORE

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MONDOCANE

MERCOLEDÌ 2 MAGGIO 2018

Sincronismi e sintonie

L’angolazione a cui dovrebbe interessare particolarmente guardare non è solo la natura delle azioni condotte dalle potenze uccidentali, dai loro protagonisti e dai gruppi di potere che li sostengono. Non è neanche in prima istanza il giudizio da dare sulla classe politica italiana, sulle forze economiche che ne determinano il comportamento e sui media che ne sostengono la linea. E’ la sostanziale omologazione che unisce e confonde tutti questi soggetti. Basta un minimo di maieutica per estrarre dal sincronismo  con cui operano, da Renzi o Orlando a Di Maio attraverso Bersani, Fratoianni, sociali avvizziti in basso a sinistra, da Repubblica e l’Espresso a il manifesto o il Fatto Quotidiano, da Mattarella a Bergoglio, da Confindustria ai sindacati, la constatazione di una sintonia strategica. Quella della visione del mondo atlantico-israeliana: i buoni in questa metà dell’emisfero Nord, tutti i cattivi concentrati nell’altra metà e, disseminata  in tutto l’emisfero Sud, una mescolanza di brutti, sporchi, cattivi da abbattere, e poveracci disperati da soccorrere a proprio merito e profitto.

Chi tra i nostri gazzettieri fa caso a quanti venerdì di morte all’orlo del Lager Gaza sono trascorsi dal primo, con i relativi eccidi di innocenti inermi, a dispetto delle cifre agghiaccianti ( andiamo verso la cinquantina di morti e ai 5000 feriti? Vedi https://www.mintpressnews.com/video-israeli-soldiers-shoot-unarmed-protesters-celebrate-on-camera/241137/  https://youtu.be/UhCUBcLWlWU

Gaza o Homs come Derry? Altri tempi

Il 30 gennaio del 1972 ero a Derry e vidi 14 giovani e vecchi falciati dai parà della Regina senza che ci fosse stata, tra 20mila famiglie manifestanti per elementari diritti civili, sociali, nazionali, un’ombra delle provocazioni poi attribuite da Londra e media a fantasmatici “terroristi dell’IRA”. L’unico fastidio che ai vecchi lupi mannari colonialisti poterono dare quei “terroristi” fu quando il loro capo a Derry, il 19enne Martin McGuinness, mio amico per una vita, mi trafugò verso Dublino e poi  Roma, consentendo così al mio materiale audiovisivo della strage di mostrarla al mondo e sbugiardare assassini e mandanti.

Chi mi  è compagno nella Terza Età e chi le si avvicina ricorderà come quella  carneficina, di “appena” 14 persone, gelò, commosse e infuriò l’opinione pubblica nel mondo, come suscitò riprovazione e condanna in tutti gli ambienti politici e mediatici, come strappò alla “madre della democrazia moderna” il velo di una probità presuntamente acquisita dopo i secoli del più feroce colonialismo della Storia, di cui Churchill, spargitore di sangue e macerie in quattro continenti, fu degnissimo e fiero epigono. Altro che Hitler.

Con Gaza e i cecchini di Tsahal, educati da una società degenerata ad esultare per il gol della pallottola che spacca il cranio a un ragazzetto, non c’è stato niente del genere. Ed è cento volte peggio di Derry, per dimensioni e continuità di genocidio strisciante. Ma niente del genere si vede da 17 anni per  una brutale occupazione degli uccidentali in Afghanistan (ora, per distrarre dalla  lotta di liberazione dei Taliban, diretta contro occupanti e loro sguatteri  hanno infiltrato anche qui i loro mercenari jihadisti facendone il pretesto per continuare a stare addosso all’Iran e al Pachistan e a ingigantire con l’oppio i profitti dei loro mandanti). Ci pensano i Giordana e Battiston, del manifesto,  a dare la linea al resto della compagnia a forza di donne oppresse dal burka e di società civile che vuole la pace (mica la liberazione nazionale) e per la quale invasori e guerriglia sono tutti uguali. I taliban un po’ meno.

Niente di paragonabile alla risposta ai bruti di Londra del 1972 s’è neanche visto per i giochi di guerra con cui anglo-franco-americani e razzisti monetnici israeliani garantiscono la loro bonanza futura, con vie del gas e del petrolio e trampolini geostrategici per ulteriori macelli militari, nella regione mediorientale. Missili  contro centri di ricerca si antidoti ai veleni di rettili, apocalisse di missili su centri militari di Aleppo e Homs per insegnare agli iraniani che vadano a fare solidarietà internazionalista da un’altra parte. Pirateria di una protervia senza precedenti, in violazione urlante del diritto internazionale, della Carta dell’ONU, di ogni convenzione ginevrina sui diritti umani e sulla conduzione di guerre e occupazioni.

Bufale disintegrate? Disintegriamo siriani

Viene alla luce del sole la bufala dell’avvelenamento degli Skipras a Salisbury, i due si riprendono (probabilmente era tutta una finta), ma vengono sequestrati e negati ai contatti esterni, il gas nervino risulta ignoto ai russi, ma famigliare ai britannici, è sempre più evidente che l’operazione è da attribuire ai servizi uccidentali per l’ennesima provocazione anti-russa. Tonfo colossale, ma la vicenda sparisce dai radar. Sempre di veleni farlocchi, o caricabili su altri da quelli indicati, si tratta a Douma. Ormai è un rosario di verità la successione di testimonianze di giornalisti, cittadini del luogo, ispettori dell’organizzazione ONU per le armi chimiche: la pantomima per cui si è andati a bombardare la Siria, prima che i controllori arrivassero per controllare (ovviamente), valeva quella che ha fatto passare per ribelli democratici e pacifici, i manifestanti made in Usa, Turchia, Cecenia, Marocco, della “primavera siriana” nel 2011 e seguenti.

O quella che ha voluto fare dell’agente in servizio permanente effettivo del Mossad-Cia, Al Baghdadi, il nuovo Osama, minaccia mortale dell’Occidente e, come il precedente, destinato a eliminazione finta sicura, vera di una sua comparsa, come quella di Abottabad, Pakistan, nel momento in cui, come Obama col vecchio socio Osama, Trump, o chi per lui, decidesse che sia arrivato il tempo per fregiarsi di una medaglia. Tutti questi sono crimini di guerra, contro l’umanità, megagalattiche prese per il culo della gente nel mondo intero, mostruosità di ferocia, cinismo, passi demenziali verso il baratro, ma chi se ne cale?

Socrate senza interlocutori

La maieutica di cui sopra è la tecnica socratica che consiste nel mettere il soggetto di fronte in condizione di scoprire la verità. Siccome il soggetto di fronte, diciamo l’interlocutore di sinistra, o comunque fuori dal coro, da qualche lustro si è dato al golf, il procedimento lo dobbiamo applicare a noi stessi: estrarre la verità dalla dissipazione delle nebbie nelle quali, da tutti i lati e da mane a sera, tutti siamo avvolti. E’ il sincronismo perfetto con il quale i media tutti, all’apparire dell’ordine di servizio, o, figuratamente, al fischio del pecoraro, si manifestano sintonici nella distrazione di  massa.

Il primo meccanismo del depistaggio è il silenziatore. Pensate che qualcuno si sia attenuto al principio di causa ed effetto, al più elementare cui prodest, a qualche motivo per cui, improvvisamente, la trimurti Usa, UK, Francia, più il licantropo israeliano, si siano lanciati con i missili sulla Siria, abbiano rinfocolato, con le grottesca esibizione del saltimbanco Netaniahu sull’imminente atomica iraniana, la prospettiva di guerra generale? Che abbia preso in considerazione motivazione interne? Esterne?

Chi glielo fa fare

A dispetto del crollo dell’enorme montatura del Russiagate, demolito dalla scoperta, da parte del Comitato Intelligence del Congresso, di un’operazione dei servizi britannici e del FBI, messa in atto con il contributo di 50 milioni di dollari del noto George Soros e di altri 7 tycoon miliardari di New York e California, Trump a casa sua è nelle pesti. Gli danno giù tutti: FBI, Cia e le altre agenzie, la cupola finanz-militare, i media, la conventicola hillariana e neocon, potente più che mai. La May non sta meglio: ridicolizzata dalla cantonata Skipras-gas nervino, in difficoltà tra i suoi e odiata in Europa per la Brexit, è messa all’angolo da un rinato Labour con Corbyn che promette di scompaginare gli assetti istituzionali, economici, sociali e…militari. A Macron, gioiellino atlantico-sionista confezionato dalla Cia su ordine della Cupola, brucia l’intera terra francese sotto ai piedi con la rivolta di quasi ogni categoria sociale, le università, i trasporti, le fabbriche e l’incubo maggio-De Gaulle all’orizzonte.

La regola del diversivo esterno, in termini di qualche crisi possibilmente bellica, fatto passare per minaccia alla collettività, è in casi come questi quasi l’unica via d’uscita dall’impasse.  Diverso è il discorso per Netaniahu che può, sì, contare sulla compattezza della sua base sociale per le imprese criminali che va compiendo senza soluzione di continuità. Ma, a casa sua, si trova braccato da una magistratura abbastanza indipendente che non esonererà né lui, nè la virago con cui ha commesso una sfilza di reati di corruzione e ladrocinio che gli fanno intravvedere il gabbio. Mentre fuori, c’è da stornare l’attenzione dalle periodiche  battute di caccia ai civili palestinesi  che turbano quel settore dell’opinione mondiale che sfugge  alle manipolazioni propagandistiche iniettate dallo Stato più terrorista del mondo e perfino l’ONU e, strumentalmente, la solitamente complice Amnesty International (c’è un limite al proprio discredito).

Palestinesi sparati, sport offeso, Bartali infangato

Non contenti di infierire sui vivi, gli israeliani riescono a violentare anche i cadaveri. Nella fattispecie quello di Gino Bartali, di cui mi vanto essere stato tifoso, anche perché staffetta partigiana che, tra i tanti nascosti e salvati grazie ai messaggi da lui trafugati in bicicletta, ha salvato anche ebrei. Ne hanno fatto, a sua insaputa (e avrebbe reagito con sdegno), cittadino onorario dello Stato terrorista e infanticida, a ulteriore scherno della morale e della dignità umana, come traditi dai miserabili che da quel Mordor hanno voluto far partire il Giro d’Italia. Ai lati della strada, con i volti girati dall’altra parte, gli uomini, le donne, i ragazzi uccisi a Gaza. Bartali non è riuscito a salvarli.

Vittoria? Occhio a Pirro

Gli obiettivi esterni della rinnovata e più diretta aggressione di questi tentacoli della piovra mondialista non hanno bisogno di essere ricordati. E chi si illudeva di poter cantare vittoria, insieme ad Assad e al più valoroso popolo del mondo in questo momento, per via di alcune riconquiste territoriali, dovrebbe  constatare che Nike ha, sì, le ali, ma, priva di testa, non si può sapere dove guarda e verso dove vola. Quello che vediamo nelle lande devastate che sorvola è un paese a pezzi che, incredibilmente, dopo 7 anni, non si rassegna e arrende, sul quale aumenta a dismisura il carico di morte e distruzione da parte di una coalizione, Usa-UK-Francia-Nato-Petromonarchie-Israele, sempre più salda e determinata a ottenere lo squartamento di questo formidabile caposaldo antireazionario e antimperialista. L’obiettivo finale resta la Russia, massima barriera al mondialismo e, come conferma l’ennesima buffonesca sceneggiata di Netaniahu, la Siria deve morire per sgomberare la strada verso Libano e Tehran.

Come coprire Mr. Hyde? Silenzio e curdi

Torniamo alla premessa iniziale: il sincronismo-sintonia dei media di destra e sinistra. Cosa ha prevalso su schermi e paginoni in queste temperie che travolgono la vita di vasti strati di umanità e pianeta? Di ogni. Dallo sfessante chiacchiericcio sui destini governativi della nazione, al bullismo cyber e no, alla minaccia del rinascente fascismo, dall’uragano anti-maschio “metoo”, alla nobiltà solidaristica dei trafficanti Ong nel Mediterraneo. Ma soprattutto concorde è stato l’utilizzo dello schermo curdo su carneficine a Gaza, spropositi anti-iraniani di Trump e Netaniahu, apocalissi missilistiche, genocidio in Yemen, schianto definitivo delle bufale chimiche in Inghilterra e Siria.

Paginoni curdi di Chiara Cruciati (”il manifesto”) di esaltazione di una nazione negata, per quanto modello di ogni virtù, di cui questa apologeta si affanna a rivendicare una vittoria sull’Isis semmai attribuibile a siriani e bombe Usa, e a metterne in vetrina fantasiosi multinazionalità, femminismi, ecologismi, democraticismi. Narrazioni sui giornaloni di volontari italiani, tipo brigate di Spagna, reduci dagli eroici combattimenti con i curdi. Trasmissioni come quelle sugli angeli curdi del buonista sorosiano di prima classe Diego Bianchi, detto Zoro, quello dall’insopportabile faccione eternamente in primo piano, in virtù di una perversa concezione estetico-narcisista.

Alla distrazione di massa dalle nequizie sopra elencate di chi ci governa e di chi li fa governare, si aggiunge, secondo i canoni della deontologia giornalistica italiota, l’occultamento di alcuni dettagli. Che il Kurdistan iracheno, già tranquillo, benestante e autonomo sotto Saddam, è un patriarcale feudo di narcos e contrabbandieri sotto totale controllo israeliano. Che dei curdi si vanta un valore combattente che alla prova dei fatti si è sciolto come neve al sole nella fuga da Afrin e nella battaglia per Kobane e Raqqa si è fatto fanteria mercenaria degli Usa, per poi ritrovarsi congiunta ai resti dell’Isis recuperati dagli americani e uniti alle milizie di ventura curde nella feroce pulizia etnica di terre siriane. Che i curdi hanno dichiarato ufficialmente la loro alleanza con Israele e l’Arabia Saudita. Vera e propria marmaglia al soldo dei nazionicidi che imperversano in Medioriente e nel mondo.

Facciamo gli “antisemiti”: sbugiardiamo Netaniahu

Resta da dire della commedia del tagliagole israeliano sull’atomica iraniana in progress.C’è qualche giornalista che, fregiandosi a ragione della qualifica, vi abbia detto che i documenti esibiti in tv dall’inquisito per ruberie Netaniahu e che vorrebbero dimostrare come Tehran stia di nascosto preparando l’atomica, risalgano in effetti a prima del 2003? E che si tratti di vecchi documenti sottratti all’AIEA?E che quei disegni di razzi in grado di trasportare ordigni nucleari furono fatti da scienziati, in termini puramente di ricerca, prima di quell’anno e prima che l’Iran firmasse, diversamente dal golem nucleare Israeliano, il trattato di non proliferazione? C’è soprattutto qualche Leonardo Coen, Furio Colombo, Chiara Cruciati, Guido Calderon, il russofobo di sinistra Yuri Colombo (vedi l’egemonia della lobby tra Fatto Quotidiano e manifesto) che vi abbia ricordato come da allora l’agenzia per il controllo del nucleare AIEA abbia ininterrottamente visitato i siti iraniani e confermato che l’uranio veniva arricchito solo al 20%, per fini energetici e medici (per l’atomica serve al 90%). E che, poi, dopo il trattato JCPOA con Usa e UE, ora morituro per volere israelo-saudita-Usa, l’Iran ha demolito la massima parte delle sue centrifughe e dei suoi siti (purtroppo, Ahmadinejad non l’avrebbe mai permesso) E, infine, che mezza dozzina di scienziati del nucleare civile iraniani sono stati assassinati dal Mossad?

Sarebbe stato giornalismo. Che non c’è. Elementare, Watson.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:10