IL PONTE DELL’ARNODERA

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L’importanza strategica della val Susa era legata principalmente alla sua posizione ed alla linea ferroviaria Torino-Modane, a doppio binario, che dopo l’8 settembre rappresentò per il comando germanico la più breve, comoda e sicura via di comunicazione tra le zone occupate dell’Italia settentrionale e della Francia sud-orientale e centrale. Per tale motivo i tedeschi si preoccuparono costantemente di mantenere in funzione questa ferrovia sulla quale ogni giorno facevano transitare più di 20 treni merci diretti in Francia, carichi di macchinari, bestiame e di quanto riuscivano a razziare nell’Italia occupata, ed altrettanti ne facevano arrivare, carichi di carri armati, cannoni e munizionii; anzi, per riattivare senza perdite di tempo la circolazione interrotta dai frequenti atti di sabotaggio tenevano sempre pronto a disposizione nel deposito ferroviario di Bussoleno un treno-cantiere, composto da tre carrozze destinate all’officina, alla cucina e all’alloggiamento di un gruppo di tecnici.
Poiché l’intenso traffico ferroviario nemico aggravava sempre più la situazione economica e militare italiana, era indispensabile interromperlo ad ogni costo.
La necessità di impedire al nemico l’uso della linea ferrata era già stata felicemente intuita da un ufficiale del Genio militare italiano il quale, di propria iniziativa, aveva fatto saltare un tratto della galleria del Frejus nei giorni che seguirono l’armistizio, bloccando per oltre un mese le comunicazioni ferroviarie del nemico, che lavorò febbrilmente per ripristinare l’uso della ferrovia al più presto possibile.
Quando i treni ripresero a viaggiare regolarmente, intervenne pure l’aviazione alleata che tentò di bloccare il traffico con violenti bombardamenti che danneggiarono enormemente la cittadina di Modane, provocando molte vittime e distruzioni, senza raggiungere però gli scopi prefissi. A questo punto allora il Comitato militare del C.L.N. piemontese, seriamente preoccupato per la situazione, convocò a Torino il Comando militare unificato della valle che ricevette dal generale Perotti le direttive e le istruzioni per l’organizzazione delle azioni di sabotaggio.
L’ordine del C.M.R.P. di interrompere a qualunque costo il traffico avversario sulla ferrovia di Modane venne eseguito in un primo tempo da un gruppetto di partigiani sotto la guida diretta dell’ing. Bellone: usando granate dell’artiglieria contraerea (unico esplosivo a disposizione in quel momento), nella prima quindicina di novembre fecero saltare continuamente i binari tra le stazioni di Rosta e Condove.
Dopo il «colpo di mano» alla polveriera del Villarfocchiardo tentarono di far saltare il ponte dell’Aquila di fronte ad Exilles, tra le stazioni di Chiomonte e Salbertrand. La notte stessa del colpo (18 novembre) una parte dell’esplosivo venne caricato su un camion che si diresse con un gruppo di partigiani nell’alta valle, dove raggiunse gli altri partigiani che avevano compiuto in due giorni di marce estenuanti il percorso in montagna, salendo verso il Frais da Bussoleno, da Meana e da Susa con Ugo Berga, Paolo Gobetti e il tenente Ferrero.
Al ponte dell’Aquila, quando le squadre giunte dai monti e dalla valle si congiunsero, il comando delle operazioni venne assunto dal colonnello Ratti.
L’inesperienza degli uomini e l’inclemenza del tempo fecero però fallire il colpo: le micce troppo lunghe vennero inumidite da un’abbondante nevicata e si spensero a metà cammino; furono commessi gravi atti di indisciplina e di imprudenza da parte di alcuni partigiani, che avrebbero potuto mettere a repentaglio la vita dei partecipanti alla spedizione.
L’insuccesso ebbe naturalmente sfavorevoli ripercussioni sul morale dei partigiani e della popolazione, tuttavia l’attività di sabotaggio non venne interrotta.
Nelle prime settimane di dicembre, mentre i partigiani erano stati costretti a disperdersi e a mimetizzarsi sotto la minaccia dei rastrellamenti che i tedeschi stavano effettuando ed organizzando, Guido (Bobba) aveva fatto saltare il ponte di San Valeriano, tra Borgone e Sant’Antonino, mentre nella notte 14/15 dicembre i partigiani Alessio Maffiodo e Remo Bugnone, con Don Foglia e l’ing. Bellone, attaccarono il ponte della Perosa, tra le stazioni di Rosta ed Alpignano. Giunti presso il ponte a notte inoltrata, scavarono due buche nella massicciata della ferrovia e vi collocarono due quintali di esplosivo che avevano nascosto in un carro agricolo trainato da un cavallo.
Lo scoppio delle due mine danneggiò seriamente il ponte e i tedeschi nei giorni seguenti dovettero demolirlo completamente per ricostruirlo; durante i lavori di riparazione – eseguiti in una quindicina di giorni – fecero transitare uomini e merci mediante facili trasbordi, poiché il ponte, non molto alto, era situato in una zona pianeggiante. Nonostante tutti questi sforzi non si era ancora raggiunto lo scopo che tanto stava a cuore al generale Perotti: tuttavia questi sforzi non furono vani, poiché da queste prime esperienze i partigiani trassero utili accorgimenti per le future azioni di sabotaggio. Infatti, la rapidità dei tedeschi nel riparare il ponte della Perosa e la facilità con la quale effettuarono i trasbordi, suggerirono al comando di valle di scegliere in alta valle il ponte da sabotare, «dove il terreno è più impervio, i trasbordi di materiale risultano impossibili, le riparazioni e le ricostruzioni si effettuano con difficoltà assai gravi».
Per il nuovo «colpo» venne quindi scelto, dopo parecchi giorni di sopralluoghi estenuanti e pericolosi effettuati dall’ing. Bellone e da Don Foglia, il viadotto dell’Arnodera, «costruito su un profondo torrente, all’uscita di una galleria poco a monte di Meana, con pianta leggermente in curva, ad unico binario, in muratura ben conservata, lungo circa 80 metri, a cinque arcate poggiate su quattro pilastri, dei quali, quello centrale alto quasi 30 metri». Inoltre, l’ing. Bellone compilò un vero e proprio progetto tecnico di distruzione, affinché nulla fosse abbandonato al caso o all’improvvisazione.
Quando il piano, scrupolosamente preparato, fu pronto, si passò alla sua attuazione. L’esplosivo, il TN, fu trasportato su un carro agricolo da Villardora a Mompantero, dove venne sistemato in otto cassette di peso variabile da 75 a 150 chilogrammi (otto quintali in tutto!), tutte innescate con doppio detonatore. Il 28 dicembre 1943 le cassette vennero trasportate nelle vicinanze del ponte (benché i tedeschi quel giorno rastrellassero la zona), dove giunsero circa venti partigiani della formazione di Ghiano, provenienti da Mompantero, per iniziare l’operazione.
Venne bloccato l’ingresso della galleria per proteggere gli uomini al lavoro dal probabile sopraggiungere di qualche pattuglia di sorveglianza ferroviaria, mentre un partigiano («Vittorio») aveva occupato il vicino casello ferroviario, interrompendo le comunicazioni telefoniche e bloccando i casellanti. Intanto gli altri partigiani, nonostante la rigidezza del clima e la fitta oscurità, lavorarono intensamente per tre ore per scavare le buche nelle quali collocare le cassette di esplosivo. «Sulla massicciata stradale furono aperte sette profonde camere, fino a scalfire la muratura del ponte, disposte nei punti prestabiliti delle quattro arcate a monte (l’ultima arcata, quella rivolta a valle, verso Meana, fu risparmiata); un’ottava camera, più profonda delle precedenti, fu ricavata al piede del pilastro centrale entro il greto del torrente gelato. In ogni camera fu deposta una carica di esplosivo, che venne poi intasata accuratamente con la terra mista a neve e pietrame».
Terminate le operazioni di scavo, i partigiani di Mompantero ritornarono alle loro basi, lasciando sul posto quattro uomini (Don Foglia, l’ing. Bellone, i partigiani «Remo» e «Vittorio») che dovevano far brillare le mine. Essi munirono ogni cassetta già innescata con due detonatori al fulminato di mercurio, di due spezzoni di miccia a lenta combustione della lunghezza di due metri e all’estremità di ciascuna miccia infilarono, per facilitare l’accensione, una bocchettina di balistite.
Quindi, all’una del 29 dicembre, accesero le sedici micce che esplosero tutte regolarmente a ritmo serrato, distruggendo il ponte per una lunghezza di oltre 62 metri, mentre il pilastro centrale venne letteralmente polverizzato. I materiali vennero lanciati a notevole distanza, mentre il rumore dell’esplosione si propagò nella valle fino a 15 chilometri di distanza.
Il risultato, ottenuto grazie alla scrupolosa organizzazione ed alla perfetta collaborazione tra esperti tecnici e gruppi di militari, fu davvero eccellente: il comando tedesco di Torino definì il colpo «opera d’arte», riconoscendolo come il più importante sabotaggio ferroviario fino allora compiuto dai partigiani nell’Europa occupata e l’eccezionale importanza di questa azione fu pienamente riconosciuta anche dagli alleati.
Per circa tre mesi tutto il traffico ferroviario dei tedeschi fu interrotto sulla linea Torino-Modane, perché la ricostruzione del ponte, pur essendo stata intrapresa dal Genio militare germanico pochi giorni dopo l’esplosione, si protrasse fino al mese di marzo 1944.

29-12-1943 29-12-2014

IL PONTE DELL’ARNODERAultima modifica: 2014-12-30T12:50:22+01:00da davi-luciano
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