Francia, il primo caso di coronavirus già a dicembre

https://www.repubblica.it/esteri/2020/05/04/news/francia_il_primo_caso_di_coronavirus_gia_a_dicembre-255626027/

Francia, il primo caso di coronavirus già a dicembre
(reuters)

Si tratta di un uomo che non aveva mai viaggiato in Cina. Sarebbe la conferma che il Covid 19 aveva cominciato a diffondersi in Europa prima dell’allerta di Pechino all’Oms

dalla nostra corrispondente ANAIS GINORI

04 maggio 2020

PARIGI – A poche ore dal nuovo affondo americano contro la Cina sull’origine del virus, arriva dalla Francia una notizia che potrebbe rafforzare i sospetti. È stato infatti accertato un caso di Covid 19 già il 27 dicembre, quasi un mese prima del primo contagio ufficiale (24 gennaio) registrato Oltralpe. L’ha scoperto l’ospedale Jean-Verdier di Bondy, nella banlieue di Parigi, dove sono stati riesaminati i tamponi di pazienti ricoverati con polmonite a dicembre. 

Andando a cercare negli archivi dei test fatti all’epoca per cercare altri virus, sono state trovate a sorpresa tracce del Covid 19“Abbiamo verificato a posteriori 24 pazienti affetti da polmonite ed è stato trovato un positivo” ha raccontato Yves Cohen, responsabile del reparto di terapia intensiva dell’ospedale della regione parigina e autore della ricerca che sarà pubblicata su una rivista scientifica.

Si tratta di un francese di cinquant’anni che non aveva mai viaggiato in Cina. Nel frattempo l’uomo è guarito e sta bene. “Ha contagiato i suoi due figli ma anche loro stanno bene” ha detto Cohen. La moglie non è stata malata, i medici ipotizzano che sia stata portatrice sana del virus. La donna lavora infatti in un supermercato accanto a un reparto sushi in cui sono presenti anche dipendenti cinesi.


Focus – Coronavirus, Fase 2 in Francia: perché la frenata su scuole e campionato di calcio

È da riscrivere dunque la cronologia dell’epidemia in Francia, primo Paese europeo a dichiarare il 24 gennaio il ricovero di pazienti Covid 19. All’epoca si trattava di cittadini cinesi: una coppia di turisti e un imprenditore curati tra Parigi e Bordeaux. Per molto tempo le ricerche del paziente zero si erano concentrate nell’Oise, a nord di Parigi, dove c’è stato uno dei primi focolai: l’inchiesta epidemiologica era risalita a casi fino a metà gennaio. Già l’Institut Pasteur aveva concluso da studi sulle caratteristiche genetiche del virus che la circolazione “silenziosa” era cominciata a gennaio. Ora la catena di trasmissione risale addirittura al mese di dicembre. Sarebbe la conferma che il virus aveva cominciato a diffondersi in Europa ben prima dell’allerta di Pechino all’Oms

Università obbligata a ritornare sui sui passi: reintegra il NOTAV licenziato

https://www.notav.info/post/universita-obbligata-a-ritornare-sui-sui-passi-reintegra-il-notav-licenziato/?fbclid=IwAR0PqiFydQRBU4BUlUxUbCOo-GHOFAi8IdllNXejEHOvfpHTzavorBA174M

notav.info

post — 19 Maggio 2020 at 17:25

 

Benché frutto di una mediazione e non di una sentenza questo il dato politico che se ne trae dall’accordo firmato oggi presso il tribunale di Torino.

Il licenziamento come “atto dovuto” a causa, lo ricordiamo, della sola sentenza in primo grado verso un proprio dipendente evidentemente non era così dovuto.

L’università accettando quanto disposto dal giudice dovrà reintegrare il lavoratore, di fatto rinnegando la linea della obbligatorietà della propria condotta sin qui mantenuta.

Avanti NoTav!!

Rimandiamo ai precedenti articoli sulla vicenda per  ripercorrere nei dettagli quanto avvenuto:

Se sei notav rischi di perdere il lavoro: sosteniamo Pier Paolo

Abbiamo ormai capito che essere notav significa avere un occhio di riguardo in questo Paese. Ma non per quello che dovrebbe essere, cioè un riconoscimento all’impegno sociale di ciascuno di … Leggi tuttoSe sei notav rischi di perdere il lavoro: sosteniamo Pier Paolo

 notav.info

Aggiornamenti: Pier Paolo, sospeso dal lavoro perché notav

Si è tenuto oggi (23/01/2019) presso l’ufficio della direttrice delle risorse Umane dell’Università degli Studi di Torino l’incontro in cui Pier Paolo, il tecnico informatico No Tav sospeso il 14 … Leggi tuttoAggiornamenti: Pier Paolo, sospeso dal lavoro perché notav

DALLA MORTE FISICA ALLA MORTE ECONOMICA, SOCIALE, CULTURALE —– FASE 2: LA COMMEDIA DELL’ASSURDO—– “(SE)TI CONOSCO MASCHERINA…..”

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/05/dalla-morte-fisica-alla-morte-economica.html

MONDOCANE

SABATO 16 MAGGIO 2020

 

Notizia porno e notizia sexy

Partiamo dalla notizia più scandalosa e, dunque, più rivelatrice della settimana (Scandalo: Turbamento della sensibilità morale e dell’innocenza altrui, provocato da quanto può offrire o costituire esempio di vizio e di colpa). Lo shock arriva da “Panorama”. Chi sono i nuovi semidei della propaganda olimpica mascherata da “giornalismo” che ogni giorno si perpetuano su schermi e giornali a impartirci virtù ed estrarci vizi? Li conosciamo meglio dei figli e di mamma e papà: Burioni, Ilaria Capua, Walter Ricciardi, Pierluigi Lopalco, Fabrizio Pregliasco, Massimo Galli…. Medici, virologi,.eroi salvavita nel tempo del Coronavirus. Sacerdoti che si spendono e a volte si sacrificano per la nostra salvezza. Altruisti per eccellenza. A tariffa oraria. Stabilita tra le tv e i loro agenti. Perché hanno gli agenti, come Fedez o Sophia Loren. La signora Capua, intima del divino Bill Gates, €2000.00 più Iva, per 10 minuti, sennò di più. Così Burioni Roberto. E vuoi che i colleghi siano, prendano, da meno?  E ora la notizia più edificante di tutta la stagione.

Finchè c’è Sara, c’è speranza, dignità, riscossa

https://youtu.be/mZ32rLrL2ag  Sara Cunial interviene alla Camera

Qualsiasi poster la vostra passione per kalos kai agathos, il buono e il bello dei greci, ha fatto attaccare alla parete della vostra stanza, ora mettetici accanto quello di Sara Cunial. Ci sta.

Questo è l’intervento di giorni fa della deputata Sara Cunial alla Camera dei deputati. Sara Cunial, dopo essere stata espulsa dal M5S, è oggi nel Gruppo Misto. Il suo è uno degli interventi più giusti e nobili, che siano stati pronunciati nel parlamento repubblicano. Ricorda quello contro la cricca Renzi di Paola Taverna, ormai ex-pasionaria dei 5Stelle. Oltre alla conoscenza più completa e profonda della criminale Operazione Coronavirus da noi e nel mondo e dei suoi massimi responsabili, Sara esprime una coscienza politica del più alto livello e una combattività sociale e culturale che una larga maggioranza aveva un tempo affidato alla rappresentanza parlamentare di quel movimento, ora sprofondato e auto-annientatosi nelle poltrone del suo inutile potere. C’è solo da augurarsi che le parole di Sara, come quelle dei migliori di quel movimento, Paragone, Barillari, Corrao, altri, susciti finalmente quel distacco radicale dalle sue macerie istituzionali e, riprendendo motivi, sentimenti, pensieri e obiettivi delle sue origini, occupi quell’immenso spazio politico che le malefatte e i tradimenti della consorteria bifronte hanno spalancato ai giusti e ai patrioti.

Finchè c’è Teresa, tu onore di pianti, migrante, avrai / ove fia santo e lagrimato il sangue per la Grande Distribuzione versato / e finchè il sole risplenderà sulle sciagure umano (Ugo, perdonami)

Ovviamente, avendo toccato il nervo più scoperto dell’orda barbarica all’assalto di civiltà, libertà, vita, Sara Cunial è stata fatta oggetto, sulla stampa di regime, di ogni sorta di contumelia, calunnia, invettiva: aveva colpito nel segno. Chi, invece è stato oggetto di incensamenti, elogi, felicitazioni, è la ministra Bellanova, ex-bracciante e oggi, in parlamento, abbagliante di haute couture e di haute parure ancora più preziosa. Dalla memoria della sua frequentazione con i campi concimati in natura, ha ricavato la passione per gli OGM e la Monsanto. Ha appena convogliato qualcosa come mezzo milione di sradicati e deportati da casa loro, con la promessa che avrebbero vissuto meglio qui, in campi, stabilimenti ed esercizi, dove gli ingrati autoctoni non sono più disposti a lavorare e morire da schiavi.  Gli africani, si sarà detta la Bellanova, a tutto questo sono già abituati, fin dal ‘700.

Un rasserenante senso di ritorno alla normalità, tanto sognato, ce l’ha dato proprio lei, Teresa, quando, al pari della Fornero dalle lacrime roventi sui pensionati, infierendo sui migranti, le si è spezzata la voce. Come dicono laggiù: chiagne e fotte. Un po’ come fanno i sedicenti intellettuali italiani che si sono precipitati a firmare l’appello del giornale del Deep State USA, “il manifesto”. Tante firme, madide delle calde lacrime di pietà per il bistrattato governo Conte, accerchiato e bersagliato di cattiverie, e di orgasmatico piacere per come questa squadra d’eccellenza ha saputo debellare la più letale pandemia da quella di Marc’Aurelio.

La Fase Due è la Fase Uno in forma di boomerang

Sembrerebbe che con il Decreto Rilancio si sia avviata la Fase 2, diversa dalla prima perché, se allora dovevamo morire di virus e di presunto virus, ora  ci accoppano miseria, inedia, suicidio e tutte le nostre malattie croniche che per quasi tre mesi non abbiamo potuto/dovuto curare (dati di pandemia non rilevati da commissari e Protezione Civile: mortalità per infarto triplicata per cure ritardate del 30% e riduzione dei ricoveri del 60%). Hanno chiagnuto e fottuto pure loro.

Comunque, qualche progresso lo dobbiamo registrare. Se nella Fase Uno si moriva come le mosche, anche perché nessuno sapeva come caspita affrontare questo virus del quale non si aveva la più pallida idea cosa fosse. Ma i luminari, illuminati da Bill Gates e altri frequentatori di Bilderberg e Davos, dicevano che sicuramente era polmonite e bisognava intubare e ventilare, chiudersi in ambienti ristretti dove fare circolare meglio il tipetto coronato, tanto da poterlo conoscere e acchiappare. Nella Fase Due, ugualmente si muore, ma di meno. Un po’ perché i ventilatori hanno smesso di disintegrare polmoni e un po’ perché a Mantova, Pavia e in giro per il mondo, gente meno illuminata, all’antica, s’era accorta che non di polmonite si trattava, bensì di malattia del sangue che provoca trombosi e uccide. E dunque ne trasse un insegnamento vecchio di cent’anni: il virus lo stronchiamo sparandogli contro sangue immunizzato donato. Aggratis! (leggi Maria Rita Gismondo, direttore virologia e microbiologia “Ospedale Sacco”, Milano).

Danza Macabra

E se si muore di meno di virus, tocca morire di più di altro, sennò che fine farebbe il grande piano della “Compagnia della bella morte”, di ridurre, come hanno detto, Rockefeller nel 2010 e Bill Gates nel 2015, la popolazione mondiale del 15% a forza di pandemie e vaccini? Ed ecco che arrivano i morti da arresto cardiaco per via di coprifuoco 24 ore su 24 e concentrazione della sanità nazionale sul solo coronavirus. Poi i suicidi, nel periodo pandemico 42, più 36 tentati, contro i 14 dell’anno scorso, più del 400%. I Servizi di Sanità Mentale? Fondamentali nella circostanza. Chiusi, o operanti online, da morir dal ridere. O d’altro. Mentana, Formigli, Gruber, Floris, tutti gli altri propagandisti della morte nera a forza di bombardamenti di numeri, tutti belli manipolati, ve ne hanno mai parlato?

Tagliare le unghie ai farmaceutici? Fermi tutti!

Vi hanno mai detto che l’ex-ministra della Salute, Giulia Grillo, 5Stelle d’antan, aveva approvato un provvedimento che avrebbe tagliato gli artigli ai big farmaceutici? Società che, nella complicità di governi corrotti, impongono alle popolazioni prodotti innovativi a prezzi pazzeschi, che nulla hanno a che fare con i costi della ricerca (del resto finanziati da soggetti come Bill Gates e affiliati)? Farmaci da 70mila a 100mila euro l’anno per paziente oncologico, prezzi assassini che Big Pharma avrebbe dovuto spiegare alla luce dei costi sostenuti. Dove è finito quel provvedimento di giustizia elementare? In Gazzetta Ufficiale subito subito, date le vite in gioco? Macchè, in un cassetto del ministro attuale, Roberto Speranza, appassionato di virus, vaccini e comitato tecnico-scientifico. E lì giace ancora, anche dopo che la Grillo ha presentato ora un ordine del giorno per riattivare il dispositivo, già ampiamente in vigore in altri paesi, tra cui Germania e Israele. Provvedimento salva-milioni, anche in vista di assalti all’arma bianca miliardaria del vaccino che Bill Gates e compari tireranno fuori contro Covid-19.

Respinta di parecchie leghe la signora nera con la falce, per merito sia della primavera inoltrata, quando le influenze si dileguano, sia del ritorno dei reclusi all’aria aperta e alla vita e sia dei sanitari non inquadrati di Pavia e Mantova, entra in crisi tutta l’operazione paura con, per fine, il vaccino universale obbligatorio. E, dunque, giù contumelie, irrisioni, sbertucciamenti per chi, con ‘sto sangue ricco di anticorpi, metteva i bastoni tra le ruote alla Scienza e, conseguentemente, alla Signora in nero. Dovendo, però, gli intubatori alla fine rassegnarsi all’evidenza e non rischiare l’accusa di sabotare l’unica diagnosi corretta e l’unica terapia efficace davvero, quella che oltre tutto non impone l’allontanamento dei cari dal malato perché non si veda cosa succede, l’offensiva anti-sangue iperimmune è cessata.

Cazzata nolente, o cazzata volente?

E allora la battaglia ha fatto nuovamente ricorso a un’arma di provata efficacia: il magico nonsenso. E così hanno messo insieme le loro sapienze, il governo, i tecnoscienziati, gli 800 delle taskforce, quasi altrettanti prelati al Concilio di Trento, qualche velina, i notabili appesi alle pareti, qualche tarlo negli antichi mobili. Quando le teste hanno iniziato a fumare, ecco che se ne sono sprigionate nuove cazzate, tanto da riempire un Decreto “Rilancio” forte di 460 pagine e 250 articoli. Un oceano di confusione da far invidia alla mitica pangea. Idiozie sempre lucidamente intese ad abituarci a ogni assurdità, dato che provengono da coloro cui inneggiano gli intellettuali del “manifesto”.Dovremmo mollare anche il nostro ultimo appiglio alla ciambella della razionalità e indurci a smarrire ogni via d’uscita dalla distopia e avviarci alla catastrofe economica individuale e collettiva.

Qui, però, tocca distinguere tra cazzata e cazzata. Abbiamo subito quelle incidentali, dovute a straconfermata incompetenza e incapacità, tipo i tamponi assolutamente da fare, ma assolutamente mancanti e che accertano solo al 60%, mollandoci un 40% di falsi positivi o negativi. Tipo la scomparsa dei reagenti, i congiunti che non si sa se comprendano anche l’amante Sofia e il cane Giulio, l’intera squadra che va in quarantena se un solo calciatore risulta positivo, l’impresa punita se un solo dipendente si ammala.

Poi ci sono le cazzate in bilico tra sevizia intenzionale o imbecillità. Quale dei due per il bagnino che può fare il massaggio cardiaco, ma non il bocca a bocca? Folgorante esempio, i distanziamenti. Il metro se si passeggia, i due metri se si corre, il metro sui mezzi pubblici, i due metri dal parrucchiere, il metro e mezzo sulla panchina e in chiesa, l’immaginazione al potere nelle distanze tra ombrelloni e lettini, due, quattro, cinque, chissà. E in acqua? E se l’onda ti sbatte addosso a un altro, ti multano? E sott’acqua? Al ristorante c’è il conflitto euclideo tra i due metri per persona e i quattro m2 per tavolino. Per i matrimoni e le comunioni si consiglia l’affitto di un hangar, o di Mirafiori. Infine, chiarissimo il sadismo: niente giochi di bambini nei parchi-gioco dei bambini. Fatti fuori gli anziani, per reclusione e mancanza di cure, tocca ai bambini: che crescano nevrotici, traumatizzati, asociali e depressi.

Esito previsto di tutto questo: la morte economica per perdita da metà a due terzi dei clienti/utenti. Dopodichè sarà solo multinazionali e mafie.

Mascherina, se la conosci…..

Ma restano tutti gli altri, troppi.  Per loro c’è un rimedio: le mascherine. E lì che possono ancora beccarti impunemente. Sia i gendarmi, privati della soddisfazione di buttare a terra e multare un runner, o un ragazzo in spiaggia; sia i produttori e rivenditori ringalluzziti dai prezzi determinati dalla perizia distributrice del commissario Arcuri, sia i delatori nati. Del compito di questo “dispositivo di protezione personale” di creare una società di nessuni, ignoti agli altri e, dunque, a sé, di eliminare la comunicazione più veritiera, quella facciale, di anonimizzarti, di privarti della tua identità, di massificarti pur isolandoti dagli altri, ho già scritto. Ora tocca agli effetti sanitari, come descritti da professionisti che non danno retta alla task force OMS-Big Pharma-Conte Pippo. Quale il Dr. Russell Blaylock, neurochirurgo già professore alla University of Mississippi Medical Center e noto nel mondo per aver perfezionato un intervento risolutore sui tumori del cervello. I suoi dati ci sono stati riferiti dal sito “Nogeoingegneria”..

Con la mascherina, che già raccoglie batteri, germi e polveri, nel caso fossi positivo, ma asintomatico, hai ottime probabilità di ammalarti sul serio: i virus espirati non si disperdono e si concentreranno nei passaggi nasali, entreranno nei nervi olfattivi e arriveranno nel cervello. 17 studi accademici confermano quanto l’OMS e la Scienza (S maiuscola) avevano affermato prima: “Non c’è nessuna relazione tra l’uso della maschera/respiratore e la protezione contro l’influenza”. E i cardinali del Concilio di Trento, Ricciardi, Fauci, l’ISS, ecc., lo sconsigliavano. Mai le mascherine erano state usate per contenere epidemie o pandemie.

Invece ci son i problemi, anche grossi. Dal mal di testa che si sviluppa in un terzo dei lavoratori esaminati, all’accumulo di anidride carbonica, all’ipossia (riduzione dell’ossigeno nel sangue), alla resistenza delle vie aeree, fino a complicazioni che mettono a rischio la vita. Pericoli che si accentuano negli anziani e in coloro che soffrono di malattie polmonari, enfisema, fibrosi, cancro. Il calo dell’ossigeno nel sangue è risultato vistoso tra i chirurghi che indossano la mascherina. Più  hai sulla faccia la maschera e più diminuisce l’ossigeno nel sangue e più si riduce la tua immunità e quindi il rischio di infezioni. Se poi il virus ce l’hai, lo espelli sulla mascherina a ogni respiro, aumentandone la concentrazione nelle vie nasali, nel cervello e nei polmoni.

Hai visto mai che sia un altro modo per eliminare l’eccesso di popolazione mondiale che tanto grava sulla coscienza di Bill Gates e soci? Cosa s’è chiesta Sara Cunial? Quand’è che arrestate quelli?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:59

En pleine crise sanitaire, l’Europe finance la LGV Lyon‐Turin comme si de rien n’était

https://www.mediacites.fr/complement-denquete/lyon/2020/04/07/en-pleine-crise-sanitaire-leurope-finance-la-lgv-lyon-turin-comme-si-de-rien-netait/?fbclid=IwAR1ZeCd5_GrWl0Bz29M0vCUWbAS3QGEQ2JxMhww3807t5CuPzlJ_0uZUPQA

La Commissaire aux Transports vient d’accorder une prorogation d’une subvention de 813,8 millions d’euros pour financer la ligne ferroviaire franco-italienne. Les détracteurs du Lyon-Turin s’insurgent contre une décision qui viole les règles internes de l’Europe et appellent à revisiter les priorités budgétaires européennes au profit de la santé publique et de la lutte contre le Covid-19.

 

Travaux_tunnel_Lyon-Turin

Vue du convoyeur à bande de la descenderie de Saint-Martin-de-la-Porte (Savoie) Photo Wikimedia Commons-Poudou99.

« Business as usual »… même en pleine crise du Covid‐19. Alors que le marasme économique guette l’Europe, le projet du Lyon‐Turin ferroviaire vient de bénéficier d’un piston financier de la part de Bruxelles. Le 31 mars, la Commission européenne a en effet accepté de proroger la subvention de 813,8 millions d’euros attribuée à la France et à l’Italie pour ce projet de ligne transalpine à grande vitesse. « En pleine crise de financement de l’urgence sanitaire », c’est « un gaspillage massif d’argent public », dénonce la délégation Europe‐Ecologie Les Verts au Parlement Européen.

Le groupe des eurodéputés écologistes, tout comme celui de La France Insoumise et du mouvement italien Cinq Etoiles, ont adressé chacun des courriers à la Commissaire européenne aux Transports, Adina Valean, afin que celle‐ci reconsidère ses priorités budgétaires. En vain. Le promoteur du Lyon‐Turin, la société franco‐italienne Telt, avait sollicité en septembre 2019 une extension de trois ans de l’aide européenne.

Accordée en 2014 pour la réalisation du tunnel transfrontalier entre Saint‐Jean‐de‐Maurienne et le Val de Suse, la subvention de 813,8 millions d’euros correspond à un programme de 2 milliards d’euros de travaux que Telt s’était engagé à achever fin 2019. Or ceux‐ci ne sont pas terminés. Bruxelles choisit donc de l’exonérer de sa propre règle du « use‐it‐or‐lose‐it », selon laquelle une subvention non entièrement consommée à la date‐butoir est perdue.

Une décision jugée opaque

En 2013 déjà, Telt avait obtenu une prorogation de deux ans de la première subvention versée par l’Europe (400 millions d’euros). La preuve d’un « favoritisme manifeste envers la France, l’Italie et Telt », estime Gwendoline Delbos‐Corfield, députée européenne et vice‐présidente du groupe Verts‐ALE. Les trois délégations (Verts, LFI et Cinq Etoiles) dénoncent en outre l’opacité qui entoure cette décision prise sans consultation du Parlement, ainsi que le manque de transparence sur la pertinence de l’utilisation des fonds publics.

Malgré leurs demandes répétées, aucun des trois groupes n’a pu obtenir de la Commissaire européenne aux Transports les copies des demandes de prorogation des deux Etats, ni le montant des subventions versées ou dues à Telt au 31 décembre dernier, pas plus que la liste des travaux accomplis à cette date. Il est donc impossible de savoir combien de centaines de millions d’euros de fonds publics échappent, avec cette nouvelle prorogation, aux mailles de la règle européenne.

Dans une réponse adressée aux Verts le 26 février 2020, Adina Valean confirme seulement que « les conditions d’une prolongation d’au moins un an sont réunies » sans en expliciter la nature. La Commissaire aux Transports n’a pas répondu aux questions de Mediacités. L’Inea, l’Agence exécutive inovation et réseaux qui gère les programmes transports de la Commission, nous a confirmé par mail qu’elle avait donné son aval pour « une extension d’utilisation de la subvention « d’au moins un an » au 31 mars, après avoir « étudié soigneusement la situation du projet, notamment ce qui a été accompli et ce qui reste à accomplir. » L’Inea précise juste que la crise du Covid‐19 pourrait entraîner « un léger retard de la signature de l’avenant » à la convention de subvention, en raison des « procédures de télétravail ».

« Mettre fin à ce gouffre financier »

Les eurodéputés Verts contestent depuis 2011 le bien fondé écologique et économique du Lyon Turin. Un « projet remis en cause par toutes les administrations centrales françaises et par la Cour des comptes européenne », dont le coût est jugé « pharaonique » (26 milliards d’euros valeur 2012). Ils appellent, à l’instar des eurodéputés italiens Cinq Etoiles, à « mettre fin à ce gouffre financier ». Pour Gwendoline Delbos‐Corfied,  il faut tirer au plus vite « les enseignements de la crise du Covid‐19 » et « modifier les priorités budgétaires européennes » au profit de la « santé publique » et de « projets écologiques nécessaires et pertinents ». Même préoccupation chez l’eurodéputée LFI Leila Chaibi : « Au moment où on s’interroge sur ”le jour d’après ”, le moindre euro d’argent public doit être utilisé pour financer des services publics et des projets d’intérêt général, viables écologiquement et économiquement. »

Sur le terrain, les chantiers du Lyon Turin sont soit suspendus soit fortement ralentis par mesure sanitaire. Mais sur son site web, Telt – qui n’a pas donné suite à nos questions – assure poursuivre ses activités administratives « grâce au télétravail » et « notamment le bon déroulement des appels d’offres en cours pour une valeur de plus de 3 milliards d’euros ».

”SILVIA ROMANO NON È UNA COOPERANTE E LA SUA NON ERA NEANCHE UNA ONG”.

https://m.dagospia.com/silvia-romano-non-e-una-cooperante-e-la-sua-non-era-neanche-una-ong-la-verita-236531?fbclid=IwAR2ZMdwJN0jJOy5jtD81-HFdBe_wCXMHQW2NLqzo63tWJaYDQr4hKdzAvLU

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LA VERITÀ È CHE IL SUO CASO DANNEGGIA IL VERO MONDO DELLA COOPERAZIONE, PER COLPA DI MICRO-ONLUS CHE FANNO ”VOLONTURISMO”. ERA LÌ ”CON VISTO TURISTICO, NEOLAUREATA, INESPERTA. IL SUO IMPEGNO ERA FAR GIOCARE I BAMBINI. I COOPERANTI SONO PROFESSIONISTI RETRIBUITI E ALTAMENTE SPECIALIZZATI. PENSARE CHE DEI VENTENNI IMPREPARATI POSSANO CONTRIBUIRE ALLO SVILUPPO DELL’AFRICA HA UN CHE DI PATERNALISTICO” – E’ STATA RAPITA DOPO DUE SETTIMANE DALL’ARRIVO


15.05.2020 15:28 

1. SILVIA ERA ARRIVATA IN AFRICA DA DUE SETTIMANE QUANDO E’ STATA RAPITA. ”NON AVEVAMO NEANCHE FATTO INTEMPO AD ATTIVARE L’ASSICURAZIONE. LA DIFENDEVANO DUE MASAI COL MACHETE”

Dall’articolo del ”Messaggero”

silvia romano 11SILVIA ROMANO 11

Silvia era reduce da un’esperienza come volontaria in Africa, aveva fatto un colloquio e un corso on line e successivamente è stata mandata nel villaggio in Kenya. Conosceva l’inglese e aveva la qualifica di referente con diverse responsabilità. «Non fu mai lasciata sola – ha detto la fondatrice della ong Lilian Sora sottolineando che per la sicurezza c’erano due «masai armati di machete» ma uno di loro «era al fiume» quando è stata rapita. Silvia era arrivata il 5 novembre: «Non avevamo fatto in tempo ad attivare l’assicurazione», ha concluso.

2. “SILVIA ROMANO NON È UNA COOPERANTE. LE ‘ONG’ FAI-DA-TE MANDANO GIOVANI COME LEI ALLO SBARAGLIO”

Lorenzo Tosa per www.tpi.it

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“Silvia Romano non era una cooperante e, tecnicamente, neppure una volontaria, ma una ragazza neolaureata, inesperta, che è stata incautamente esposta a rischi enormi da chi l’ha mandata in un villaggio sperduto del Kenya senza la minima sicurezza, né il rispetto dei più elementari protocolli di cooperazione internazionale. Silvia è vittima due volte: dei rapitori e di chi non l’ha protetta”.

Ogni parola è pesata, ogni virgola è frutto di anni di esperienza sul campo: dodici anni per l’esattezza – dal 2005 al 2017 – che Daniela Gelso, 43 anni, originaria di Saronno, ha trascorso in Africa occidentale e centrale, tra Guinea Bissau, Burundi e Costa d’Avorio, come Project manager per conto di alcune delle principali Ong italiane, francesi e portoghesi, prima di rientrare in Europa, in Francia, nel 2017, continuando a lavorare come manager in ambito sociale.

silvia romano 1SILVIA ROMANO 1

E, di fronte al clamore mediatico suscitato dal caso di Silvia Romano, offre una chiave di lettura nuova, fino ad oggi rimasta in sottofondo, coperta dalle urla da stadio, i commenti degli hater e le posizioni ideologiche su una vicenda in realtà molto complessa.”Facciamo subito una premessa” chiarisce Daniela. “A fronte della liberazione di una venticinquenne che per 18 mesi è stata tenuta in ostaggio da un gruppo armato, non posso che provare un profondo sentimento di gioia. Senza se e senza ma. A prescindere dall’abito indossato e dalla religione adottata e indipendentemente dal valore del riscatto pagato, perché la vita di un essere umano non ha prezzo”.

SILVIA ROMANO 2SILVIA ROMANO 2

Ma…

Ma sono rimasta colpita dall’estrema superficialità con cui, in questa delicata vicenda, è stato trattato il mondo della solidarietà internazionale, già vittima di una vera e propria campagna di delegittimazione nel nostro Paese. Tutti i mezzi d’informazione, nessuno escluso, definiscono Silvia “una giovane cooperante, in Kenya per conto di una ONG marchigiana”.

Cosa c’è di sbagliato in questa definizione?

SILVIA ROMANO 1SILVIA ROMANO 1

Più o meno tutto. 1) Silvia Romano non è una cooperante. Anzi, per essere precisi, non è nemmeno una volontaria, nell’accezione oggi in vigore nel mondo della cooperazione. Per intenderci, un Volontario delle Nazioni Unite beneficia di un contratto remunerato ed opera all’interno di uno specifico programma di sviluppo. 2) Africa Milele, la onlus con cui collaborava, non è una Ong.

D’accordo, fermiamoci per un attimo al ruolo di Silvia Romano. Chi era allora e cosa faceva questa giovane ragazza milanese nel villaggio di Chakama, dove il 20 novembre 2018 è stata rapita.

Se ci atteniamo ai fatti, Silvia è arrivata in Kenya a 23 anni, con un semplice visto turistico che non le consentiva di dedicarsi a nessuna attività di cooperazione internazionale. Neolaureata, inesperta, non aveva all’attivo nessuna esperienza professionale pertinente. Durante la sua permanenza a Chakama, il suo impegno umanitario consisteva semplicemente nel far giocare i bambini del villaggio.

silvia costanza romanoSILVIA COSTANZA ROMANO

Che differenza c’è esattamente con un cooperante internazionale?

La differenza è abissale. I cooperanti sono professionisti retribuiti e altamente specializzati. Hanno un contratto di lavoro e sono coperti da un’assicurazione internazionale. I programmi di sviluppo in cui sono inseriti non consistono in opere di carità o assistenzialismo. Si tratta di strategie con obiettivi ben precisi.

Lei, ad esempio, che mansioni ha svolto nei suoi 12 anni in Africa?

In qualità di capoprogetto, le mie competenze spaziavano dalla gestione di attività complesse alla scrittura progetti nell’ambito di bandi internazionali, dalla rendicontazione finanziaria alla gestione di partenariati strategici, dal team management al reporting ufficiale. Il mestiere di cooperante, insomma, non si improvvisa: sono richieste specifiche competenze, una formazione ad hoc, tra cui anche – come nel mio caso – un master di secondo livello in Cooperazione e sviluppo, oltre alle varie specializzazioni, e ovviamente tanta esperienza sul campo. Anche la mia esperienza è iniziata nell’ambito del volontariato internazionale, seppure con qualche anno in più rispetto a Silvia ed una prima, significativa esperienza professionale in Italia.

silvia romano 2SILVIA ROMANO 2

Quell’esperienza che a Silvia mancava…

Vede, l’Africa è piena di villaggi come Chakama. Le associazioni fai-da-te che pretendono di salvare il mondo proliferano in tutta Europa. Ed ogni anno sono centinaia i ventenni che si affidano a sedicenti “Ong” per vivere un’esperienza di solidarietà in un Paese in via di sviluppo. Questo fenomeno in rapida crescita ha addirittura un nome: “volonturismo”.

In pratica, sta dicendo che Silvia Romano si è affidata a un’organizzazione improvvisata che l’ha mandata in Africa a suo rischio e pericolo?

Purtroppo è esattamente ciò che è avvenuto. Africa Milele Onlus è un’associazione piccolissima, sconosciuta, non accreditata dall’AICS (Associazione Italiana per la Cooperazione e lo Sviluppo, ndr), non iscritta a nessuna delle federazioni che raggruppano la quasi totalità delle Ong italiane. L’organigramma consultabile sul sito dell’associazione fa pensare ad una struttura a gestione familiare. Ho notato che ricorrono gli stessi cognomi (un caso?) e che la persona indicata come referente dei progetti in Kenya è la stessa persona che, al momento del rapimento di Silvia, era stato indicato come il guardiano che avrebbe dovuto vegliare sulla guest house di Chakama.

silvia costanza romano 4SILVIA COSTANZA ROMANO 4

Com’è stato possibile?

L’anno di svolta, il “liberi tutti”, è arrivato nel 2014 con la riforma della legge sulla cooperazione internazionale che ha, di fatto, riunito Ong, Onlus, fondazioni, cooperative sociali e associazioni culturali sotto un’unica etichetta, quella di Enti del Terzo Settore. Col risultato che tutti, anche le associazioni di provincia sono abilitate ad operare nell’ambito della solidarietà internazionale, anche in continenti difficili e complessi come l’Africa, mettendo a rischio in primis le ragazze come Silvia che si avventurano con tanti sogni e nessuna esperienza.

Di quali numeri parliamo?

I numeri sono impressionanti. Oggi in Italia esistono 336mila enti di terzo settore. Di questi solo 233 sono registrati presso l’AICS e, dunque, riconosciuti idonei ad operare nel settore ed a ricevere finanziamenti pubblici.

Di cosa si occupa precisamente Africa Milele?

lilian soraLILIAN SORA

È difficile saperlo con certezza. Il sito dell’associazione menziona generiche azioni rivolte ai bambini, alludendo agli ambiti della salute, dell’istruzione, dell’igiene, dell’alimentazione. Nessun bilancio certificato che rendiconti la gestione dei fondi raccolti, nessun rapporto annuale delle attività, nessun indicatore quantitativo e qualitativo. Non conosco direttamente né l’associazione né i suoi operatori, ma l’assenza di un qualsiasi dato concreto inerente le attività realizzate ed i risultati raggiunti è un messaggio eloquente per chi lavora nel settore. La cosa più importante di cui si è occupata quest’associazione è il sostegno scolastico di qualche bambino e la costruzione di uno spazio giochi all’aperto costato poche centinaia di euro, anche se l’informazione non è più disponibile, perché dopo il rapimento di Silvia tutti i contenuti del sito sono stati rimossi.

lilian sora 1LILIAN SORA 1

Che misure di sicurezza sono state prese dalla onlus a Chakama per tutelare Silvia? C’è stata una valutazione dei rischi?

La Presidente di Africa Milele Onlus, Lilian Sora, ha dichiarato a più riprese che Chakama non si trova in una zona a rischio e che il rapimento di Silvia non ha precedenti. Tanto basta per trarre un giudizio. Il fatto che il panorama della solidarietà internazionale sia in gran parte costituito da piccole realtà associative non esenta queste ultime dall’obbligo di garantire la sicurezza dei suoi operatori. Qualsiasi Ong seria assicura il suo personale in missione all’estero, ne segnala la presenza all’Ambasciata italiana, applica scrupolosamente un piano di gestione dei rischi, partecipa ai cluster nazionali (comitati tecnici che identificano priorità d’azione e linee di condotta), concorda i propri programmi di sviluppo con le autorità locali.

AFRICA MILELEAFRICA MILELE

Cosa le ha dato più fastidio di tutta questa vicenda?

Il modo in cui è stata trattata dai media. Ogni volta che la stampa evoca i cooperanti italiani rapiti negli ultimi anni, dovrebbe citare Rossella Urru, capoprogetto del CISP sequestrata in Algeria nel 2011. Oppure Francesco Azzarà, operatore di Emergency, rapito in Darfur nello stesso anno. Dovrebbe parlare di Giovanni Lo Porto, cooperante in Pakistan per conto di una Ong tedesca, che purtroppo non ce l’ha fatta e non ha mai fatto ritorno in patria. Colleghi competenti e preparati, consapevoli dei rischi a cui andavano incontro e – soprattutto – inseriti in organizzazioni in cui il rispetto di norme e procedure di sicurezza è primordiale. La vicenda di Silvia Romano si avvicina piuttosto a quella di Greta e Vanessa, le due ragazze sequestrate (e poi liberate) in Siria qualche anno fa, che tanto clamore ha suscitato.

Cosa possiamo imparare dalla vicenda di Silvia Romano?

Lungi da me esprimere un giudizio di valore sulle motivazioni – certamente nobili – che hanno spinto questa ragazza a partire. Semplicemente, la convinzione erronea che dei ventenni privi di un’adeguata preparazione possano contribuire significativamente allo sviluppo locale sottende un atteggiamento paternalistico e perpetua gli stereotipi negativi legati al concetto di beneficenza. Idealizzare il loro impegno, anche se sincero, significa screditare il lavoro di chi opera sul campo con professionalità e abnegazione.

AFRICA MILELE SILVIA ROMANOAFRICA MILELE SILVIA ROMANO

In conclusione, cosa si sente di dire alle tante (o ai tanti) Silvia che sognano di andare in Africa o in zone remote del pianeta ad aiutare il prossimo?

Di unire sempre i propri sogni e il proprio sano altruismo a una buona dose di coscienza e competenza, fondamentale in situazioni del genere. Di appoggiarsi ad una struttura credibile, solida e ben organizzata, un punto sul quale hanno già insistito autorevoli esperti del settore. Facciamo in modo che la vicenda di Silvia Romano – conclusasi fortunatamente con un lieto fine – diventi spunto di riflessione costruttivo sull’argomento, affinché nessun giovane venga più mandato allo sbaraglio sotto il paravento del No Profit. Perché, se è vero che “si può fare del bene solo se lo si fa bene”, le buone intenzioni – ahimè – non bastano.

Lilian Sora della Onlus Africa MileleLILIAN SORA DELLA ONLUS AFRICA MILELE

Ronde anti pusher, gli attivisti di Askatasuna: “Fiction poliziesca. Ci dipingono come i cattivi, mentre gli spacciatori diventano i buoni”

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 Una «fiction poliziesca». Così viene definita dagli esponenti dello storico centro sociale dell’autonomia torinese Askastasuna la vicenda delle ronde antipusher,  in cui sette attivisti si ritrovano indagati per violenza.
Accusati da procura e Digos di aver picchiato due pusher per allontanarli da Santa Giulia ed evitare i così la presenza della polizia nel quartiere, esercitando un «controllo del territorio», si difendono dando una propria versione dei fatti.
«C’è il tentativo di imbastire – dicono gli attivisti – una vera e propria fiction poliziesca in cui i protagonisti, “i poveri spacciatori di crack cocaina e eroina”, vengono cacciati mentre svolgono il loro onesto e, a quanto pare legittimo lavoro, da un gruppo di persone, che in questo caso interpretano l’infausto ruolo di “cattivoni” dei centri sociali». E difendono il loro impegno sociale nel quartiere, verso i più bisognosi, anche nel periodo dell’epidemia.

Di Massimiliano Peggio

Recovery Plan – Piano di Rilancio e Torino-Lione

il Parlamento Europeo ha votato oggi a larga maggioranza le linee guida del Recovery Plan di circa €2000 miliardi che dovrà essere presentato (non vi è ancora la data) dalla Commissione Europea e successivamente approvato dal Consiglio europeo e dal Parlamento europeo.

Qui sotto il Comunicato stampa del Parlamento europeo. Allego anche il testo votato di 5 pagine in inglese.

Come sappiamo la realizzazione del progetto Torino-Lione prosegue lentamente (ad alcuni pare fermo) e i nostri nipoti e figli potranno forse assistere alla sua inaugurazione.

Il forse dipenderà in gran parte da quali poste saranno inserite nel Bilancio Pluriennale 2021-2027 e da come sarà scritto il Recovery Plan.

Gli argomenti individuali per sostenere l’opposizione all’opera non ci mancano, la convinzione e la forza collettiva, categorie decisive, sono in calo.

L’indifferenza di tutti i partiti politici e sindacati alla proroga del finanziamento europeo fino al 31.12.2022 non ci aiuta.  

La crisi climatica è certo molto peggio del COVID-19 e indica una strada obbligata.

Questa strada l’abbiamo già nominata: il progetto Torino-Lione è un Crimine Climatico.  

Lo scontro è fra coloro che lo affermano e i promotori che sostengono invece che la Torino-Lione aiuta la lotta al riscaldamento climatico, che le Grandi Opere in genere danno tutto il lavoro che manca e rilanciano il Paese.

Ho estratto due frasi dal testo approvato dal Parlamento europeo nelle quali ho sottolineato alcune parole relative all’Accordo di Parigi, alla neutralità climatica, alla sostenibilità, qualità che non appartengono per nulla al progetto Torino-Lione.

Riapriamo allora la riflessione collettiva, unitaria, allargata alle Grandi Opere su come fermare il progetto, facciamo No TAV Torino-Lione come una volta.

Insists that the revamped MFF and Europe’s recovery strategy should be based on the principles of economic and territorial cohesion, social dialogue and transformation towards a resilient, sustainable, socially just and competitive economy;

Il Parlamento europeo .. Sottolinea che questi fondi saranno destinati a progetti e beneficiari che rispettano i nostri valori fondamentali basati sul trattato, l’accordo di Parigi, gli obiettivi dell’UE in materia di neutralità climatica e biodiversità e la lotta contro l’evasione fiscale, l’elusione fiscale e il riciclaggio di denaro sporco; esorta la Commissione a garantire che le linee guida sugli aiuti di Stato siano compatibili con tali condizioni;

Stresses that these funds will be directed to projects and beneficiaries that comply with our Treaty-based fundamental values, the Paris Agreement, the EU’s climate neutrality and biodiversity objectives, and the fight against tax evasion, tax avoidance and money laundering; urges the Commission to ensure that State aid guidelines are compatible with such conditions;

Il Parlamento europeo ..  Insiste sul fatto che il rinnovato Bilancio Pluriennale e la strategia di ripresa dell’Europa dovrebbero essere basati sui principi della coesione economica e territoriale, del dialogo sociale e della trasformazione verso un’economia resiliente, sostenibile, socialmente giusta e competitiva;

Comunicati stampa  Sessione plenaria PE 15 maggio 2020  

Parlamento: L’UE-27 ha bisogno di un pacchetto di recupero di 2.000 miliardi di euro per affrontare le ricadute di COVID-19 https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20200512IPR78912/parliament-eu27-need-EU2-trillion-recovery-package-to-tackle-covid-19-fallout

La Commissione deve ancora presentare le proposte del Piano di Rilancio, sulle quali il Parlamento e il Consiglio devono trovare un accordo.

In una risoluzione sulla revisione del bilancio dell’UE dopo il 2020 e sui piani di ripresa economica, gli eurodeputati chiedono un pacchetto solido, incentrato sulle esigenze dei cittadini e basato sul bilancio dell’UE.

La risoluzione è stata adottata venerdì con 505 voti a favore, 119 contrari e 69 astensioni.

“I cittadini europei devono essere al centro della strategia di ripresa”, sottolineano gli eurodeputati, aggiungendo che il Parlamento sarà fermo nella difesa degli interessi dei cittadini. Gli sforzi di ripresa devono avere una forte dimensione sociale, affrontando le disuguaglianze sociali ed economiche e le esigenze di coloro che sono stati più duramente colpiti dalla crisi.

Il Parlamento insiste sul fatto che il nuovo “fondo di recupero e trasformazione” deve avere una dimensione di 2.000 miliardi di euro, essere finanziato “attraverso l’emissione di obbligazioni di recupero a lungo termine” ed essere “erogato attraverso prestiti e, soprattutto, attraverso sovvenzioni, pagamenti diretti per investimenti e capitale proprio”. Esortano la Commissione a non utilizzare “dubbi e moltiplicatori per pubblicizzare cifre ambiziose” e a non ricorrere alla “stregoneria finanziaria”, poiché è in gioco la credibilità dell’UE.

Gli investimenti per la ripresa devono essere aggiunti ai programmi finanziati dal QFP.

Il piano di ripresa deve essere fornito in aggiunta al prossimo quadro finanziario pluriennale (QFP), che è il bilancio a lungo termine dell’UE, non a scapito dei programmi UE esistenti e futuri, avvertono gli eurodeputati. Inoltre, essi insistono sulla necessità di aumentare il QFP e sottolineano che il Parlamento userà i suoi poteri di veto se le richieste del PE non saranno soddisfatte.

I fondi per il recupero “dovrebbero andare ai programmi all’interno del bilancio dell’UE”, per garantire il controllo e la partecipazione parlamentare. Il Parlamento deve anche essere pienamente coinvolto “nella definizione, adozione e attuazione del fondo di recupero”.

Avvertono la Commissione di astenersi da “qualsiasi tentativo di progettare una strategia europea di recupero che sia al di fuori del metodo comunitario e che ricorra a mezzi intergovernativi”.

Il piano deve concentrarsi sulle priorità del Green Deal e dell’agenda digitale

Il “massiccio pacchetto di ripresa”, che gli eurodeputati hanno chiesto già nella loro recente risoluzione di aprile, deve durare abbastanza a lungo per affrontare “l’atteso impatto profondo e duraturo della crisi attuale”. Deve “trasformare le nostre economie” sostenendo le PMI, e “aumentare le opportunità di lavoro e le competenze per mitigare l’impatto della crisi sui lavoratori, sui consumatori e sulle famiglie”. Chiedono di dare priorità agli investimenti secondo il Green Deal e l’agenda digitale e insistono sulla creazione di un nuovo programma sanitario europeo a sé stante.

La riforma delle entrate dell’UE diventa vitale.

Gli eurodeputati ribadiscono la loro richiesta di introdurre un paniere di nuove “risorse proprie” (fonti di entrate dell’UE), in modo da evitare un ulteriore aumento dei contributi diretti degli Stati membri al bilancio dell’UE per soddisfare le esigenze del QFP e del Fondo per la ripresa e la trasformazione. Poiché il massimale delle entrate dell’UE è espresso in una percentuale del PIL, che dovrebbe diminuire significativamente a causa della crisi, i deputati chiedono anche “un aumento immediato e permanente del massimale delle risorse proprie”.

Background

La Commissione europea dovrebbe presentare presto una proposta di revisione del QFP e del fondo di recupero per tenere conto della crisi sanitaria e delle sue conseguenze.

Poiché l’attuale bilancio a lungo termine dell’UE si esaurisce il 31 dicembre 2020, l’UE ha bisogno di un nuovo orizzonte di pianificazione di bilancio per i prossimi sette anni. La Commissione UE ha quindi presentato i piani per il prossimo QFP per il periodo 2021-2027 nel maggio 2018. Il Parlamento europeo ha adottato la sua posizione nel novembre 2018 e l’ha riconfermata nell’ottobre 2019. Il Consiglio non è ancora stato in grado di concordare una posizione.

Parliament: EU27 need €2 trillion recovery package to tackle COVID-19 fallout 

Press Releases 

Plenary session   BUDG  2 hours ago  

 The Commission still has to submit the recovery proposals, on which Parliament and Council need to agree © EU-EP 2020/DLL  

In a resolution on the post-2020 EU budget revision and economic recovery plans, MEPs demand a robust package, focused on citizens’ needs and building on the EU budget.

The resolution was adopted on Friday by 505 votes in favour, 119 against and 69 abstentions.

“European citizens must be at the heart of the recovery strategy”, MEPs stress, adding that Parliament will stand firm in defending citizens’ interests. The recovery efforts must have a strong social dimension, addressing social and economic inequalities and the needs of those hardest hit by the crisis.

Parliament insists that the new “recovery and transformation fund” must be of €2 trillion in size, be financed “through the issuance of long-dated recovery bonds” and be “disbursed through loans and, mostly, through grants, direct payments for investment and equity.” They urge the Commission not to use “dubious multipliers to advertise ambitious figures”, and not resort to “financial wizardry”, as the EU’s credibility is at stake.

Recovery investments must be added on top of MFF-financed programmes

The recovery plan must be provided on top of the next Multiannual Financial Framework (MFF), which is the EU’s long-term budget, not to the detriment of existing and upcoming EU programmes, MEPs warn. In addition, they insist that the MFF must be increased and underline that Parliament will use its veto powers if EP demands are not met.

The recovery money “should go to programmes within the EU budget”, to guarantee parliamentary oversight and participation. Parliament must also be fully involved “in the shaping, adoption and implementation of the recovery fund”. They warn the Commission to refrain from “any attempt to design a European recovery strategy that is outside the community method and resorts to intergovernmental means.”

Plan must focus on priorities under the Green Deal and digital agenda

The “massive recovery package”, which MEPs demanded already in their recent April resolution, must last long enough to tackle the “expected deep and long-lasting impact of the current crisis”. It must “transform our economies” by supporting SMEs, and “increase job opportunities and skills to mitigate the impact of the crisis on workers, consumers and families”. They call for investments to be prioritised according to the Green Deal and the digital agenda and insist on the creation of a new standalone European health programme.

EU revenue reform becomes vital

MEPs reiterate their call for the introduction of a basket of new “own resources” (sources of EU revenue), so as to prevent a further increase of member states’ direct contributions to the EU budget to meet the needs of the MFF and the Recovery and Transformation Fund. As the ceiling for the EU revenue is expressed in GNI, which is expected to drop significantly due to the crisis, MEPs also call “for an immediate and permanent increase of the Own Resources ceiling.”

Background

The European Commission is expected to submit soon a proposal for a revamped MFF and recovery fund to take account of the health crisis and its consequences.

As the current long-term EU budget runs out on 31 December 2020, the EU needs a new budgetary planning horizon for the next seven years. The EU Commission thus presented plans for the next MFF for 2021-2027 in May 2018. The European Parliament adopted its position in November 2018, and re-confirmed it in October 2019. The Council has not yet been able to agree on a position.

Monza, licenziati 76 ricercatori: «I laboratori non servono più»

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/20_maggio_10/07-milano-documentobcorriere-web-milano-0afc58f0-9231-11ea-9f60-1b8d14bed082.shtml

La Rottapharm Biotech rinuncia agli studi scientifici. «Nessun ritorno dai 100 milioni di investimento». I sindacati: le imprese hanno anche un dovere sociale

Monza, licenziati 76 ricercatori: «I laboratori non servono più»

I ricercatori non servono più: tutti a casa. Proprio nel momento storico in cui il tema della ricerca scientifica in campo medico-farmaceutico sta diventando strategica a livello geopolitico, a Monza c’è un caso che va decisamente in controtendenza. La Rottapharm Biotech ha ufficializzato la dismissione dei propri laboratori, e — soprattutto — la procedura di licenziamento collettivo per 76 ricercatori, colpiti anche da una duplice beffa: le lettere di benservito sono datate 19 febbraio, quindi non sono coperte dal blocco dei licenziamenti, che parte dal 24 febbraio, e a causa delle limitazioni imposte dall’emergenza sanitaria non possono organizzare alcuna manifestazione di protesta.

È un’agonia silenziosa, inghiottita dal «ben altro di cui parlare» di queste settimane epocali, quella che stanno vivendo 76 famiglie tra Milano e la Brianza. Ma, in effetti, il terremoto che li ha colpiti precede soltanto di pochi giorni l’esplosione dell’emergenza coronavirus che ha travolto la Lombardia e il mondo intero. La famiglia Rovati, proprietaria del centro di ricerca dal 2014, ha comunicato l’intenzione di dismettere i laboratori per concentrarsi «sull’individuazione e il finanziamento mirato di progetti di ricerca universitari o di piccole biotech innovative e altamente specializzate», perché la ricerca è passata da «un modello tradizionale al notevole incremento di piccolissime start up». E contestualmente ha informato i sindacati dell’avvio di una procedura di licenziamento dei 76 ricercatori alle proprie dipendenze. Tra l’altro fino a quel giorno i sindacalisti non avevano mai potuto varcare la soglia della Rottapharm Biotech, dove era stata attuata una puntuale politica di moral suasion nei confronti dei dipendenti. L’azienda fa sapere di aver investito 100 milioni in cinque anni «senza alcun ritorno» e di aver offerto incentivi di 12 mensilità più 400 euro per ogni anno di anzianità.

Ma, insieme con i lavoratori, i vertici briantei di Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil protestano: «Oltre al danno subiamo la beffa delle misure restrittive dei decreti governativi che impediscono ogni forma di protesta — spiegano i tre sindacati —, nessuna possibilità di gridare al mondo il proprio dramma». E, per esempio, raccontano di un annuncio del presidente Lucio Rovati a proposito «dell’avvio della ricerca del vaccino contro il Covid-19. Notizia poi fortemente ridimensionata al tavolo delle trattative».

La trattativa si trasferisce ora al ministero del lavoro, dove è previsto un Incontro il 14 maggio. I lavoratori ricordano che «la famiglia Rovati è al ventunesimo posto della classifica di Forbes dei più ricchi d’Italia» e che, in effetti, ha fatto donazioni anche durante questa emergenza, ma a loro ha offerto «un misero incentivo all’esodo. Ci sentiamo traditi», scrivono in una lettera aperta. «Come scarpe vecchie, non servono più, si buttano via — dicono i sindacati —. Ci è stato detto che coi suoi soldi fa ciò che vuole. Vero, ma riteniamo che abbia un obbligo morale con i suoi lavoratori che hanno un’anzianità media molto elevata». La richiesta, a questo punto, è una sola: «Un indennizzo che permetta loro di affrontare il futuro con più serenità e non con l’acqua alla gola».

Capitalismo all’italiana: “Dateci i soldi e fatevi i cazzi vostri”

https://contropiano.org/interventi/2020/05/14/capitalismo-allitaliana-dateci-i-soldi-e-fatevi-i-cazzi-vostri-0127921?fbclid=IwAR3IIKMNK3I3yAsQ1h7Ml5yD6a2mf8iHjqSqicMjnBo8-sYu-WWtLp0NE6Y

Abituati al piccolo cabotaggio, al chiacchiericcio politico fatto di sgambetti, ripicche e testacoda, ci sfugge forse un dettaglio che non è un dettaglio, anzi è il punto centrale: con 150 miliardi a disposizione (le cifre sui soldi disponibili per affrontare la crisi, in prospettiva sono più o meno queste) si potrebbe, volendo, cambiare il Paese.

Lo dico subito: all’ipotesi speranzosa – ai confini del misticismo – che dopo “saremo migliori” non do molto credito, e lascio a ognuno interpretare i numerosi segnali di incattivimento. E’ evidente a tutti, comunque, che la battaglia per chi gestirà quei soldi, come li distribuirà, con quali regole, con quali benefici, a chi, quando e in che misura, è più attiva che mai.

Si segnala per tigna e determinazione, il mondo delle imprese, insomma il non eccelso capitalismo italiano che rivendica un ruolo centrale, si oppone ai finanziamenti “a pioggia” (sugli altri), ancora mugugna sul reddito di cittadinanza (assistenzialismo!) e chiede valanghe di soldi a fondo perduto per sé (assistenzialismo, ma, sembrerebbe, più nobile perché invece dei poveracci riguarda gli imprenditori).

Insomma il ritornello è sempre quello: che se stanno bene gli imprenditori poi, a cascata, staremo meglio tutti, tesi smentita da almeno trent’anni di politiche sul lavoro, ma a ancora valida nella narrazione padronale.

La storiella si incrina un po’ quando si parla di regole e controlli. Esempio: se lo Stato “regala” una cascata di soldi a un’azienda, quali richieste di garanzia potrà mettere in atto?

Piccole cose elementari: niente aiuti a chi licenzia, per esempio (o divieto di licenziare per chi prende aiuti, fa lo stesso). Oppure un rappresentante pubblico nei CdA, giusto per controllare che i soldi di tutti non finiscano nell’acquisto di una barca nuova anziché andare alla produzione e ai salari per le famiglie.

O ancora: niente soldi a chi delocalizza, o ancora: niente soldi a chi ha situazioni fiscali non cristalline (tipo la residenza fiscale in Olanda, per dire). Tutte cose non così peregrine, insomma, davanti alle quali si è subito alzato un muro di granito.

Le giaculatorie padronali riguardano il vecchio intramontabile ritornello che lo Stato deve stare lontano dagli affari, il che però si incastra proprio male con la richiesta costante e pressante di soldi pubblici.

Traduco: il liberismo ama tanto quella manina invisibile del mercato che sistema tutto, ma poi capita che quella manina si presenti col cappello in mano a chiedere soldi, e allora tutte le belle teorie sul mercato che si autoregola vanno un po’ a farsi benedire.

Le obiezioni a qualunque possibile controllo statale sulle aziende che beneficerebbero di finanziamenti, insomma, sono di tipo ideologico. La prima, un po’ sorprendente, dice che mettendo qualcuno a controllare come le aziende spendono i soldi nostri aumenterebbe la corruzione. Come dire che, uff!, se mi mettete qui qualcuno a controllare, poi mi tocca corromperlo. Strana difesa.

Altri, più fantasiosi, gridano ai Soviet e all’economia di Stato, e si inalberano anche quando si chiede una partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche delle aziende. Vade retro, pussa via! Ma dove siamo, eh, a Mosca negli anni Trenta?

Sfugge a costoro, anche se lo sanno bene, che in Germania questo già succede, e anche con buoni risultati.

Insomma, il mood confindustrial-italico è “dateci i soldi e fatevi i cazzi vostri”, in pratica la richiesta di un capitalismo assistito ma senza contropartite. In questo modo, la cascata di miliardi in arrivo non solo non cambierà il Paese, ma finirà per perpetuare all’infinito il sistema delle diseguaglianze che la pandemia ha reso visibile a tutti.

E dopo, quando saremo peggiori, potrà continuare imperterrita la storiella che lo Stato deve stare alla larga dal mercato, salvo cacciare soldi a pioggia quando servono.

* da Il Fatto Quotidiano

TAV INUTILE, QUINDI VA FATTO. LE GRAVI COLPE DELLA UE

Quando entrammo nella sala della Commissione Petizioni del Parlamento Europeo a Bruxelles era già in attesa fuori dall’aula un altro gruppo di persone, mi dissero spagnoli, che dovevano presentare una petizione che cercava di ostacolare la realizzazione di una nuova strada di 20 km in una qualche riserva naturale spagnola. Erano le 11 del 17 febbraio 2004.

La porta dietro di noi si chiuse. Sui banchi di fronte si sedettero presidente, vicario, segretari ed altri componenti della Commissione per le Petizioni del parlamento Europeo; alcuni di loro cominciarono a redigere i verbali della seduta, i traduttori iniziarono il loro lavoro.

Ci dissero che avevamo 5 minuti di tempo per esporre il problema, guai a “sforare”. Se le questioni esposte (peraltro già illustrate nella lettera con cui chiedevamo di essere convocati e spedita 4 mesi prima) fossero state ritenute idonee e giustificabili, con documentazioni appropriate, sarebbero state successivamente trasferite a tutti membri delle Commissioni Ambiente e Trasporti, a seconda del tipo di criticità esposte.

Con Antonio Ferrentino che mi accompagnava a Bruxelles per esporre le nostre ragioni all’opposizione alla nuova linea ci eravamo accordati (a quei tempi Ferrentino era contrario ed anche un pò un “capopopolo” dei NO TAV): io avrei cominciato a parlare per primo e lui avrebbe concluso.

In questo modo Antonio avrebbe posto la questione istituzionale alla fine, in evidenza, concludendo magari la seduta, spiegando del mancato coinvolgimento degli enti locali da parte dei promotori, cercando di far capire ai parlamentari europei il livello di rischio sociale che ciò comportava sul nostro territorio.

Naturalmente, come spesso accade in questi casi, quando qualcuno fa il furbetto, ma lo compresi dolo dopo, l’accordo saltò subito perché voltandosi verso di me Antonio mi disse: “Comincio io…”

Vabbè pensai, speriamo di riuscire a dire qualcosa dopo tutta questa faticaccia… eravamo partiti alle 3 da casa, c’erano stati mesi di preparazione preparazione del dossier, contatti e accordi infiniti…

Conoscendo Ferrentino e la sua indole di gran parlatore, in verità pensai subito che avrei avuto poche speranze.

Antonio raccontò di anni di riunioni per noi improduttive con i messaggeri dei proponenti dell’opera, per lo più burocrati e politici che anche tecnicamente non sapevano granchè dell’opera, spiegò che la valle non poteva essere trasformata in un “corridoio di servizi”, parlò del rumore futuro dei treni veloci difficilmente mitigabile. Per 3 minuti e mezzo continuò, deciso, puntiglioso, attento a non andare oltre ma senza aver paura di arrivare al limite, facendo capire che la nostra sopportazione come amministratori stava veramente finendo.

Ad un certo punto si fermò, di colpo, improvvisamente, inaspettatamente, probabilmente pensando di aver preso chissà quanto tempo, invece erano passati solo 3 interminabili minuti e mezzo. Antonio si voltò verso di me e contemporaneamente il presidente della Commissione mi chiese di esporre quello che avevo da dire. Tutti i miei schemi mentali saltarono: in un minuto e mezzo era apparentemente impossibile spiegare questioni come l’amianto, il radon, l’uranio, i laghi sotterranei del Moncenisio, la montagna che è in continuo movimento, il calore che c’è là sotto, che i francesi, come noi, la gente, i comitati, non la vogliono quest’opera, spiegare di manifestazioni, di coinvolgimento popolare, di linee vendute come intasate che non lo sono, di consenso all’opera che non esiste, di case da spostare, di collegamenti su Torino, quelli che invece servivano, mancanti. Per un attimo, come in un flash arrivai a pensare: ma guarda che roba, io che devo spiegare a questi qua, che per lo più non sanno nemmeno dove sta la Valle di Susa, cose che dovrebbero conoscere a menadito, visto che vogliono finanziare, io che mi preoccupo di Torino isolata! Ma non dovrebbe esserci Chiamparino qui al posto mio? Chiampa era venuto quassù a Bruxelles decine di volte, così come la Bresso e tanti altri politicanti piemontesi strapagati, non poteva dirle lui queste cose? Nel frattempo parlavo, spiegavo, cercavo di fare in fretta per non perdere tempo, aprivo il dossier ed indicavo mano a mano i documenti a cui mi riferivo e di fronte a noi i parlamentari anche loro a girare pagine, soffermarsi, sgranare gli occhi sui dossier in inglese, francese e tedesco che avevo preparato e consegnato entrando nella sala.

Mi fermarono. Mi chiesero di parlare meno in fretta perché i traduttori avevano delle difficoltà a seguirmi, visti anche i numerosi termini tecnici e la complessità dell’argomento.

Realizzai che ormai i cinque minuti erano passati ma che dunque avevo ancora tempo. Rallentai perciò il ritmo della spiegazione, ma contemporaneamente riuscii evidentemente a essere più coinvolgente di prima, più preciso, anche più incazzato, diciamocelo. Qui si trattava di far vedere anche l’arrabbiatura che avevamo dentro, non soltanto parlare di cose tecniche che, come spiegai, erano tutte visibili sui vari siti internet degli oppositori e parzialmente perfino su quelli dei proponenti. Mentre parlavo notai che di fronte a me c’erano tre tipi di comportamenti diversi tra i nostri uditori: chi aveva quasi i capelli dritti e continuava a girare le pagine del dossier guardandomi sorpreso, chi stava attento a quello che dicevo e ogni tanto ripeteva nella sua lingua “ma queste cose non ce le hanno mai dette”, facendo magari domande sull’amianto e sull’uranio, aspetti che più colpirono l’immaginazione della controparte. Poi c’era chi sembrava tranquillo, uno almeno sembrava pensare più agli affari suoi che ad altro.

Il presidente imperterrito era l’unico che pareva difficile coinvolgere più di tanto.

Parlavo già da un bel po’. Risposi a qualche domanda, spiegai ancora che ogni chilometro di galleria sarebbe costato un’enormità: circa 100 milioni di euro. Spiegai che non c’è al momento la certezza che tecnicamente l’opera sia realizzabile, che la questione delle decine di discariche di smarino non poteva tranquillizzarci. Capii che, prima che mi fermassero loro, era meglio che mi stoppassi da solo.

Un poco per rabbia, come spesso mi accade quando parlo di questa opera, un poco per creare un effetto finale, chiusi il mio intervento rivolgendomi ai parlamentari con una domanda: “Chi siede in quest’aula e nel Parlamento Europeo sarà mai in grado di comprendere che tramite i finanziamenti europei a questo tipo di opere, alla Torino-Lyon in particolare, di cui sono evidenti gli eventuali aspetti, subiremo conseguenze ambientali e di vivibilità in Valle di Susa e nelle zone della Gronda che saranno insostenibili e che pagheranno soprattutto i nostri figli con gravi malattie ed inquinamenti delle

acque o addirittura con danni irreparabili al sistema acquifero della valle?” Continuai poi: ”Ci si rende conto che questa opera sarebbe realizzata in una valle alpina di origine glaciale soggetta a ripetute inondazioni? Che opere simili non sono mai state realizzate finora? Noi stiamo facendo tutto il possibile per trasferire le nostre certezze, auspico che anche i parlamentari presenti possano capire a cosa stiamo andando incontro ed evitino di finanziare opere di cui non si conoscono le ricadute ambientali e sociali! E sopratutto sappiate che questa opera è un modo certo per aumentare il debito pubblico italiano! E’ questo che vuole la UE?”.

Mi fermai di colpo. Qualche parlamentare fu particolarmente

sorpreso di quest’ultima domanda, che evidentemente come un’eco stava giungendo alle loro orecchie dalle cuffie in ritardo, dal tono e dall’atteggiamento probabilmente inconsueto per quei signori, abituati forse in quella sede a toni più moderati, più imploranti, che a richieste di assunzione di responsabilità dirette.

Mi girai, vidi la parlamentare dei Verdi Monica Frassoni (nostro prezioso contatto alla UE) poco dietro di noi che alzava il pollice in senso di approvazione, spostandosi nel frattempo a parlare con una parlamentare vicina. Poi guardai l’orologio.

Erano passati 18 minuti da quando Antonio aveva cominciato a parlare. Avevo dunque avuto la possibilità di parlare per circa un quarto d’ora; mi parve davvero tanto viste le premesse. Più tardi capii che era una cosa davvero inusuale.

Il presidente della Commissione ci ringraziò per l’esposizione, disse che sicuramente la situazione rappresentata era grave, che andavano fatte dunque delle verifiche, che molte delle cose raccontate non erano assolutamente conosciute, in particolare quelle collegate ad amianto, uranio ed acqua.

I membri della Commissione parlarono un poco tra di loro e giunsero alla conclusione che avrebbero esaminato approfonditamente la questione ed i documenti in sede di successiva discussione trasmettendo i dati e le loro conclusioni alle Commissioni ambiente e trasporti del Parlamento di Bruxelles. La Frassoni intervenne a sua volta spiegando che la situazione era davvero grave e che la mancanza di notizie su aspetti importanti da noi esposti obbligava ad un approfondimento serio. Poi intervenne un’altra parlamentare, era un’inglese, che riuscì a infilare nel suo intervento anche un paragone con l’Eurotunnel. Seguirono altri interventi in genere in inglese, tutti tradotti per noi in italiano in modo ineccepibile, con toni e pause giuste, insomma ben comprensibili, cosa non sempre facile, visto anche il tipo di argomento tecnico trattato.

La nostra audizione finì, gli spagnoli si sedettero al nostro posto. Avanti un altro! Salutammo tutti, ringraziai la parlamentare inglese che la Frassoni mi spiegò essere dei Verdi. Uscimmo dunque dall’aula.

Ferrentino stava parlando con Monica Frassoni nel corridoio. Non feci neppure in tempo a fare due passi che mi corse incontro un signore sconosciuto, scendeva dalla scala che portava ai sovrastanti uffici dei traduttori.

Mi si avvicinò e mi disse in perfetto italiano: “Complimenti, sono stato veramente felice di poter tradurre i vostri interventi in inglese. Raramente mi è capitato di vedere della gente così convinta, decisa, determinata, documentata! Volevo solo congratularmi con voi perché anche io sono italiano, vengo da Racconigi, conosco il vostro problema perché ho dei cari amici ad Almese, so tutto! Bravi! Li avete proprio convinti! Complimenti davvero,non ho mai visto in questa Commissione lasciare tanto spazio all’esposizione come nel vostro caso!”. Mi strinse la mano e mi disse che doveva subito ritornare in

cabina di traduzione per l’audizione seguente, sparendo all’istante su per le scale.

Restai stupito. In quell’istante realizzai che, probabilmente, in quella sede avevamo fatto davvero tutto il nostro dovere, rappresentando al meglio la questione, i comitati, le associazioni, gli enti, soprattutto la gente che cercavamo di difendere, i nostri figli. Anche Monica Frassoni era particolarmente contenta di come era andata, stupita anche lei del tempo concessoci.

Arrivò in quel momento un giornalista e la parlamentare spiegò le ragioni della nostra venuta a Bruxelles. Eravamo di fronte alla porta della Commissione, dall’altra parte del corridoio, davanti a me un paio di divani con un tavolino, gente seduta, chi leggeva, chi parlava. In quel momento, saranno passati cinque minuti dalla fine della nostra udienza, esce dall’aula un rappresentante della commissione conosciuto precedentemente, quello sbadato, ci passa davanti e si va a sedere di fronte, sui divani. Probabilmente c’era una persona che lo aspettava. Infatti, si siede di fianco ad un signore. Ma io quel signore l’ho già visto! Perbacco! Lo riconosco, è uno di quelli che c’erano

a Torino quando si parlava di alta velocità! Deve essere uno delle ferrovie o di Transpadana (Comitato promotore della Torino-Lyon), forse è un funzionario della Regione, magari di Alpetunnel, in ogni caso l’ho già visto, e non è qui per caso!

Mi avvicino con la scusa di salutare ancora il parlamentare, prima di andarmene, guardo il suo interlocutore, lo riconosco ancora meglio: è uno di quelli che hanno partecipato per la nostra controparte ad alcune delle riunioni sulla Torino-Lyon nel capoluogo piemontese!

Non so se le lobby funzionano così bene, ho ancora dei dubbi, certo è che la nostra presenza a Bruxelles non era passata inosservata, anzi. Evidentemente perciò i promotori in qualche modo, chissà come, seppero che anche noi eravamo capaci di farci sentire. Peccato che per ogni volta che noi siamo andati a Bruxelles per spiegare i pericoli della Torino- Lyon, i promotori hanno avuto decine di occasioni, mandando magari politici o funzionari, non so quanto convinti della cosa, a perorare la causa dell’alta velocità Torino-Lyon “irrinunciabile, ormai decisa”.

L’unica cosa che non devono mai aver detto a Bruxelles è che “i soldi ci sono” perché la loro venuta in Belgio era dettata proprio dall’unica necessità di trovarne una parte, almeno il 10% del costo dell’opera, meglio ancora il 20% come ad un certo punto si cominciò a vociferare.

Che ne mancasse ancora almeno l’ottanta per cento non era un problema, l’importante era innestare il “circolo virtuoso” da noi identificato come “vizioso”.

La giornata a Bruxelles era finita, ma non per il presidente della Comunità Montana. Infatti, il 16 pomeriggio, il giorno prima di partire per Bruxelles, Antonio Ferrentino aveva ricevuto una telefonata dal ministero delle infrastrutture con l’invito a recarsi a Roma il 18, per incontrare il ministro Pietro Lunardi. Manco a dirlo,io allora lo immaginavo ligio al suo dovere di rappresentante istituzionale, decise di andare a Roma. La cosa in realtà mi parve un pò strana già allora, oggi, dopo la sua conversione al si tav comprendo meglio il suo bisogno di trovarsi da solo faccia a faccia con i ministri, cosa che io allora gli sconsigliavo: stava semplicemente mettendo già allora il piede in tutte le scarpe disponibili per restare in politica, non perdere qualche privilegio e decidere come muoversi per ottenere i suoi scopi.

Per andare a Roma procurò un altro poco di lavoro ad Alberto Perino che al volo, dopo averci fornito i biglietti super scontati per Bruxelles, ne trovò un altro dello stesso tipo per Ferrentino da Bruxelles a Roma ore 15.

Io invece aspettai il mio volo delle 21,30. Infine giunto a Bergamo, presi la sua auto e finalmente alle 1.30 del 18 febbraio arrivai a casa in valle di Susa. Una missione di 23 ore per me, una ancora più lunga per Ferrentino. Mentre io ero già al lavoro

il giorno seguente, lui parlò col ministro Lunardi a Roma e tornò a Caselle, dove l’assessore Giorgio Vair era andato a prenderlo, recuperando prima Claudio Cancelli al Politecnico di Torino. Per andare dove? A Novara, per partecipare ad una delle solite serate di informazione, in questo caso collegamento, con i comitati ed associazioni contrari al TAV in tutta l’Italia.

All’appuntamento di Ferrentino col ministro si arrivò grazie ad una trasmissione televisiva avvenuta a Venaus il 15 febbraio precedente, si trattava della trasmissione di Fazio Il tempo che FA, quando ancora c’erano Mercalli e il geologo Tozzi e si faceva informazione e non gossip puro come invece avviene oggi. Qualche mese prima, alcuni di noi avevano di nuovo tempestato di e-mail alcune emittenti televisive ed alcune trasmissioni in particolare, per provare a portare la questione Torino-Lyon all’onore delle cronache. In fondo il progetto preliminare era ormai pronto, la recente Legge Obiettivo semplificava la strada per la realizzazione, il pericolo che cominciassero i sondaggi si avvicinava. Bisognava agire, difendersi.

Per molti anni abbiamo sostenuto ritmi incredibili per opporci all’opera documentando in ogni dove ed occasione le nostre argomentazioni. Abbiamo praticamente convinto milioni di persone grazie ai nostri documenti, analisi, libri, filmati, ma il nucleo affaristico e lobbistico che è la UE ed il Parlamento Europeo preso nel suo insieme evidentemente quello che vogliono è proprio che il nostro Paese si indebiti sempre più, questo ormai è evidente.. L’alternativa esiste, ma è anche peggio, ovvero, che la UE finanzi percentuali enormi di questa opera di cui ancora non si conosce nemmeno il costo finale. Praticamente l’alternativa è che sia la UE a buttare i nostri soldi.

Fa qualche differenza?

E’ dal 2004 che la UE ha i dati sull’inutilità della Torino-Lyon e se finanziano l’opera proprio lassù ci sono i principali e collusi colpevoli!

Testo tratto ed aggiornato dal capitolo X del racconto

“Adesso o Mai piu” pubblicato da Graffio nel 2005, autore Oscar Margaira.

Fate girare se potete…

P.S. Finanziare non vuol dire realizzare, se è una mammella non deve smettete di essere munta e lo sanno i predatori italiani ed i loro complici europei.