Quando la panacea si chiama capitale estero

Dobbiamo essere competitivi per indebitarci ancor di più.
DI KIRIOS DI SANTE · 14 FEBBRAIO 2014

Coniando il neologismo “esecutivo di servizio”, il Sindaco di Firenze ha attribuito al premier uscente la capacità di far rientrare l’Italia nei vincoli europei. Sotto sotto, quella specificazione che a molti è apparsa sprezzante, ha in sè una nota di verità: quando si presta un servizio, vi è sempre un destinatario. Nel caso del governo Letta, il destinatario non è stata la Repubblica Italiana, bensì i poteri stranieri e sovranazionali. I suoi meriti sono inesistenti: di fronte al trade off  fra il rispetto del vincolo del 3% , scelto da due economisti francesi in pausa caffè sulla base del loro spassionato amore verso la mistica numerologica pitagorica, ed un livello occupazionale decente, l’ex premier non ha avuto dubbi. Noi, di dubbi, ne abbiamo sempre avuti.

Nel suo canto del cigno, Letta  tornò dalla sua visita nell’universo finanziario arabo con 500 milioni di fondi racimolati in Kuwait. Capitali che verranno versati nel “Fondo strategico italiano”, detenuto per l’80% dalla Cassa Depositi e Prestiti e per la restante parte da Bankitalia. Il fondo, nato nel 2011 da un decreto legge, è aperto ad investitori istituzionali sia italiani che stranieri. Il Letta d’Arabia (ma non si chiamava Lawrence?) ha annunciato che a seguito dell’ingente pacchetto di privatizzazioni, l’Italia è tornata competitiva ed è pronta ad esser terra di investimenti. Più o meno lo stesso discorso fatto a Wall Street di fronte a persone più o meno raccomandabili, dietro le cui facce si celano i famosi artefici degli “attacchi speculativi”. Della serie: se non puoi combattere il tuo nemico, fai di lui un tuo alleato.

Oltre all’accordo Alitalia Ethiad, le quote di Eni detenute da investitori del Qatar raddoppieranno (dal 2% al 4%). Menomale che senza euro i nostri gioielli di famiglia sarebbero stati svenduti. Durante le escursioni del premier in latitudini assolate, le critiche di Condinfustria piovevano sull’operato dell’esecutivo: “dateci un paese normale, e vi dimostreremo il nostro valore” tuonava Squinzi. Già, perchè in un paese normale le successioni governative non avvengono durante congressi di partito, a meno che non vi sia un sistema a partito unico.

In un paese normale, poi, si cerca di tenere la situazione patrimoniale netta all’attivo. A giudicare dal sorriso dell’ex premier al ritorno dal viaggio  e dal clamore della stampa (nemmeno Scipione l’Africano godette di tali benemerenze), la bilancia dei pagamenti, il documento contabile che misura le transazioni economiche e finanziarie con i non residenti, è qualcosa di sconosciuto. La voce “capitale dall’estero”, è una passività finanziaria che va a gravare sulle attività finanziarie ( per esempio titoli di Stato di altri paese detenuti dai residenti). Naturalmente la cessione di aziende pubbliche è una passività esattamente come lo è la vendita di titoli di Stato italiani. Quindi, chi dice che da quei 500 milioni nasceranno nuovi posti di lavoro, non tiene conto che gli investimenti che abbiamo ricevuto non sono contabilizzati come unilaterali.

Del resto non occorre essere accaniti risolutori di algoritmi per capire la situazione: i soldi vengono investiti non come opera caritatevole, ma perchè gli investitori  hanno sondato possibilità di profitto. Prestereste dei soldi ad un altro Stato (in assenza di calamità naturali) senza stabilire degli interessi? Prestereste dei soldi ad un individuo che vi presenta un progetto produttivo più o meno allettante, senza ricevere indietro il capitale versato più gli interessi? Non credo. E anche se i creditori vengono da latitudini calde e assolate, il ragionamento economico alla base di queste operazioni non cambia. Nel frattempo, per accogliere al meglio i nostri amati creditori esteri, è meglio continuare a privatizzare altri assets strategici. Del resto si sa, l’ospite è sacro.
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Quando la panacea si chiama capitale esteroultima modifica: 2014-02-15T23:05:41+01:00da davi-luciano
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