SIRIA, CURDI, TRUMP-PUTIN, NOI——– DIMMI CON CHI VAI…..

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GIOVEDÌ 17 OTTOBRE 2019

 Manbij liberata

https://youtu.be/mHLp6U-xWzE Soldati siriani tra la folla a Manbij

Alle scomposte geremiadi delle prefiche imperialiste sul ritiro delle truppe Usa dalla Siria e sull’ “abbandono” della loro fanteria curda, hanno risposto correttamente, tra poche altre iniziative, una mobilitazione del Comitato contro la guerra di Milano, un articolo di Pino Arlacchi, uno di Mauro Gemma (Marx XXI) e un ottimo comunicato stilato dall’amico Enzo Brandi, poi leggermene modificato da altre mani della rete No War. Lo riporto in calce, dopo una serie di mie considerazioni.

Intanto una precisazione in riferimento alla «maggiore autonomia ai curdi» inserita ex-post nel comunicato e, a mio parere, spuria e inopportuna, tale da costeggiare pericolosamente la forsennata campagna di sostegno ai curdi. Sostegno a prescindere. C’è il rischio che venga interpretato dai curdi e dai curdomaniaci come avallo alle prestazioni e pulizie etniche che le Forze Democratiche Siriane (etichetta che maschera il mono-etnicismo curdo del YPG) hanno operato su un terzo della Siria araba, protetti dagli Usa e armati e finanziari da Israele e Arabia Saudita.
E siccome non perde mai validità il detto “Dimmi con chi vai…”, la presunta nobiltà politica dei curdi autodefinitisi e riconosciuti dall’Occidente “democratici, ecologici, femministi, multiculturali e confederativi” si risolve in un ignobile mercenariato al servizio degli sbranatori della libera, laica, pacifica e socialista Siria. Ricordino i fustigatori del “traditore” Trump, come fosse Obama, nel 2010, a lanciare le guerre per procura contro la Siria con l’utilizzo di gruppi terroristici mercenari, cominciando con Al Qaida e concludendo con l’Isis, chiamando il tutto “guerra al terrorismo”. Da noi, inveterati colonialisti, si cianciava di “opposizione democratica”, di “moderati” dell’Esercito Siriano Libero, lo stesso ora utilizzato da Erdogan per l’ennesima invasione.

Area storicamente a maggioranza 

curda in verde scuro; area occupata insieme agli Usa in verde chiaro.

I curdi in Siria erano un milione su 25 e occupavano una striscia di territorio sul confine. La Siria ne ha poi accolti centinaia di migliaia, insieme a Ocalan, in fuga dalla repressione turca. In compenso i curdi si sono fatti aiutare dagli assassini della Siria a rubare terre, case, paesi, giacimenti, industrie. Una Premia Nobel statunitense del 1997, Jody Williams, del genere Obama, si straccia le vesti sulla “pulizia etnica” compiuta dai turchi nei confronti dei curdi. Abbiamo mai udito suoi lamenti per la pulizia etnica degli squartatori della Siria in cantoni mono-etnici, monoconfessionali, monotribali, come previsto dal Piano Yinon israeliano fin dagli anni ’80?

”Fascia di sicurezza” progettata da turchi e Usa in grigio, area siriana occupata da Usa e curdi in giallo.

Chi ha alzato un sopracciglio quando i curdi, usciti dal loro enclave siriano, si sono fatti mercenari dell’imperialismo e avventati su terre arabe, occupando un terzo della Siria, comprendente le migliori terre agricole e quasi tutte le ricchezze petrolifere, da spartire con gli Usa e altri rapinatori? Migliaia di arabi siriani sono stati cacciati dai loro villaggi, dalle loro case, le loro istituzioni sono passate sotto controllo curdo, le loro scuole sono state chiuse. Una pulizia etnica, se mai ce n’è stata una, ma di cui gli amici dei curdi (“dimmi con chi vai”) non pare abbiano mai saputo nulla.

Superando ogni vetta dell’ipocrisia, gli amici del giaguaro politici e mediatici d’Occidente, con al seguito masse di utili idioti, attribuiscono ai curdi del SDF il merito di aver debellato da soli l’orrore dello Stato Islamico. Di aver salvato il mondo dal terrorismo jihadista. Loro che si sono fatti affittare dagli Usa, padrini e padri del terrorismo universale, come fanteria della guerra alla Siria. Il colmo dei paradossi. E’ un giudizio falso e strumentale, teso a

oscurare l’eroismo di un popolo, quello siriano, che, tra indicibili sofferenze e privazioni, con il suo esercito e i suoi volontari delle unità popolari, da otto anni regge – e vince, con l’aiuto di russi, iraniani e hezbollah – lo spaventoso urto della potenza militare (aeronautica, forze speciali e sanzioni genocide) di mezzo mondo (Nato). Una potenza integrata da decine di migliaia di bruti mercenari addestrati da Usa, Regno Unito, Israele, dalle oscene dittature del Golfo, a compiere atrocità che neanche nella Seconda Guerra Mondiale, o nello sterminio dei nativi d’America.

Raqqa dopo i bombardamenti Nato

Sia chiaro poi che ad aprire e spianare la strada ai combattenti YPG sono stati i bombardamenti a tappeto della Coalizione, tesi a polverizzare la Siria, i suoi beni, i suoi esseri viventi, più che a far fuori i propri clandestini mercenari dell’Isis (regolarmente salvati da Raqqa e altre città e assegnati a unità curde). Sono i combattenti patrioti della Siria ad aver indicato al mondo come si possa debellare il mostro imperialista. La nostra riconoscenza non sarà mai all’altezza di quel merito. Ed è merito di queste ragazze e questi ragazzi combattenti se oggi possiamo gioire come mai prima, nella storia terribile e gloriosa di questa guerra, alla vista della bandiera siriana su Kobane e Manbij, affiancata da quella russa, di nuovo al suo fianco, esplicita e senza le ambiguità compromissorie che hanno accompagnato molte furbizie turche, tipo tregue, demilitarizzazioni, zone di de-escalation.
I curdi hanno molto da farsi perdonare dal popolo siriano tradito e accoltellato alla schiena. E anche dagli ingenui loro sostenitori suggestionati da una propaganda assordante che presentava al mondo l’area abusivamente da loro occupata e straziata come una specie di repubblica di Platone. Ora i curdi rientrino nella loro zona originaria, facciano ammenda, si riconoscano nella Siria multiculturale, multiconfessionale, multietnica, tollerante e progressista, antimperialista, restituiscano quanto hanno predato e lucrato e difendano la Siria unita, integra. laica e libera.

Rispetto alle forze in campo e al loro peso nel quadro geopolitico, si ha a che fare con un ginepraio difficilmente districabile. Quanto a Erdogan, è trasparente l’obiettivo del suo imperialismo neo-ottomano di ingrandirsi attraverso l’annessione dei pezzi più ricchi di Siria nel Nord della cosiddetta “Striscia di Sicurezza” e oltre. Ma è anche quello di neutralizzare la minaccia storica dell’irredentismo curdo in casa, costringendo i curdi legati al PKK ad accontentarsi di una ridotta da qualche parte nella Siria orientale e in Iraq, ma fuori e oltre le aree di interesse turco, così confermando l’impegno strategico della frantumazione dei grandi Stati arabi della regione, comune a Turchia, Nato, Israele e ai suoi alleati del Golfo.
Trump, al contrario dei democratici clintoniani e neocon nello Stato Profondo Usa, con i loro tentacoli nei regimi UE, pare disposto a lasciarlo fare. Anche perchè sa bene che un conflitto diretto con la Turchia porterebbe alla disgregazione della Nato, organizzazione a cui lui tiene poco, ma la cui distruzione quale braccio armato per il dominio globale fornirebbe nuovi armi propagandistiche agli avversari che da sempre, a dispetto dell’immane flop del Russiagate, lo denunciano come traditore e terminale di Putin.
Con il quale Trump potrebbe davvero avere un’intesa segreta, visto l’evidente via libera che gli ha dato con il ritiro dei Marines dalla Siria occupata e l’implicito arrivo nelle maggiori città di confine delle truppe di Assad accompagnate dai russi. Forse, vista la buona accoglienza elettorale che gli ha dato il suo appeasement con Mosca nella campagna di 4 anni fa,Trump cerca di sottrarsi alla morsa bellicistica dei suoi avversari Democratici e falchi vari (alla Bolton) e presentarsi al secondo mandato come uomo che, rispetto alle sette guerre di Obama, è consapevole della volontà di pace espressa nei sondaggi dalla maggioranza dei suoi cittadini e di quelli dei paesi alleati.
Tutte queste, badate bene, sono parole scritte sulla sabbia e dette al vento. Domani potrebbero succedere cose che mi renderebbero un fantasioso sparaballe. Con Trump non si sa mai. Ma ancora più non si sa mai come reagirà il drago nel profondo della caverna Usa, il complesso militar-industrial-securitario, il suo corollario dell’Intelligence e la sua espressione politica nel Partito Democratico, quello del complotto Russiagate. Per cui, ripeto, peggio di Trump non ci sono che gli anti-Trump.

 La Siria si riprende Manbij

Comunicato Stampa 15.10.2019.

NO ALL’INVASIONE DELLA SIRIA E AL GENOCIDIO DEI CURDI.

La Rete NO WAR condanna fermamente l’invasione della Siria a opera dell’esercito turco come crimine di guerra. Rischia di provocare ulteriori disastri e sofferenze per tutte le popolazioni di quel paese, e per tutte le popolazioni del Medio Oriente già cosí gravemente provate.

Plaude la decisione della comunità curda siriana di riunirsi agli altri popoli della Siria, lottando a fianco dell’esercito nazionale per respingere l’invasione delle truppe turche, invece di continuare a rincorrere l’illusoria “protezione” degli Stati Uniti, la cui stessa presenza in Siria è comunque illegittima.

I siriani di tutte le etnie e confessioni – arabi, curdi, armeni, assiri, sunniti, sciiti, alawiti, drusi, cristiani, yazidi – sono convissuti insieme pacificamente e proficuamente da generazioni e potranno farlo in futuro, se lasciati in pace.

La sconfitta dell’invasore turco ed il ritiro di tutte le forze straniere e delle formazioni jihadiste e terroriste presenti nel paese è premessa indispensabile per l’apertura di una trattativa per una maggiore autonomia dei curdi-siriani nel quadro di una Siria multietnica, integra, indipendente, laica e socialista.

Chiediamo al Governo italiano di adottare tutte le misure necessarie, non solo per porre un embargo totale su tutte le forniture di armi alla Turchia, ma anche per sottoporla se necessario a sanzioni, e – contemporaneamente – chiediamo di annullare le sanzioni alla Siria, che causano enormi sofferenze alla sua popolazione, e riallacciare normali relazioni con il Governo di Damasco.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 12:41

Per una giusta Resistenza. Libertà per i No Tav!

http://www.notav.info/post/per-una-giusta-resistenza-liberta-per-i-no-tav/

notav.info

post — 16 Ottobre 2019 at 12:59

Rimbalza sui giornali da alcuni giorni la notizia della notifica di anni di reclusione per 12 attivisti che a vario titolo parteciparono alla giornata di mobilitazione del 3 marzo 2012 organizzata dal movimento No Tav.

Ricordiamo i fatti. A seguito di una partecipatissima assemblea in piazza del mercato a Bussoleno, il 3 marzo 2012, si decise di dividersi in due gruppi: uno si mosse in corteo a Bussoleno, un altro si diresse ad Avigliana per contestare le dichiarazioni provocatorie dell’allora premier Monti e liberare i caselli di una delle autostrade più care d’Italia, la Torino Bardonecchia, che dal lunedì della stessa settimana fino al giovedì era già stata occupata in maniera permanente dal movimento.
Erano giorni di intensa mobilitazione: Luca Abbà pochi giorni prima era stato fatto cadere dal traliccio e lottava tra la vita e morte. Le mobilitazioni coinvolsero migliaia di persone in tutta la valle, scontri ed occupazioni si susseguivano per lanciare al paese intero un messaggio di determinazione contro il sistema del Tav e le forze dell’ordine che con violenza continuavano ad imporre la loro presenza.

In questo procedimento giunto oramai a conclusione la società concessionaria dell’autostrada A32 la Sitaf (da sempre parte attiva nei lavori per la Torino-Lione), si era costituita parte civile chiedendo un risarcimento di 25.ooo euro per mancati pedaggi e danno di immagine, poiché secondo loro le mobilitazioni del Movimento No Tav avrebbero fatto crollare in quei giorni il “turismo” in Val di Susa.
Ipocrita affermazione, già sappiamo, nel momento in cui è chiaro a tutti che il vero nemico del turismo in Val di Susa sarebbe l’avvio del cantiere definitivo della Torino- Lione, con le sue ricadute concrete, l’inquinamento e la militarizzazione del territorio.
Di questo processo non dimenticheremo le domande ai testimoni sui toni e le posture dei soggetti processati, i riconoscimenti non effettuati o errati da parte del personale di polizia (con in mano annotazioni, foto e di fronte al video) sollecitati e suggeriti dal pm e, nell’incapacità di farli, rinviati all’udienza successiva, il tentativo di ricondurre un clima nella realtà disteso (tutti gli automobilisti citati come testimoni dall’accusa si sono dichiarati tranquilli e per nulla minacciati) ad una dimensione di pericolo e violenza.

Non dimenticheremo, soprattutto, come secondo la polizia  la caduta di Luca dal traliccio sia stato un evento “romanzato” dal movimento No Tav, trattandosi semplicemente di un gesto sconsiderato da parte dell’attivista (il poliziotto rocciatore, sempre secondo loro, non seguiva Luca mettendolo in pericolo, ma lo voleva solamente invitare a scendere).

Il 9 marzo 2017, 5 anni dopo i fatti, il pm con l’elmetto Rinaudo chiese circa 40 anni di carcere complessivi, con pene dai 3 ai 4 anni che il tribunale poi trasformò in 1 o 2 anni a seconda dei casi, per reati talmente irrilevanti (blocco del traffico, violenza privata ma soprattutto il famigerato concorso) da sembrare sin dal primo grado una chiara condanna politica, in continuità con gli intenti persecutori più volte avvallati e palesati dai giudici torinesi.

Oggi i vari gradi di processo sono giunti al termine e con il ricorso respinto da parte della Cassazione inizia un conto alla rovescia prima che le misure diventino esecutive (c’è possibilità entro 30 giorni di fare richiesta di misure alternative, poi si attenderà l’udienza del tribunale di sorveglianza ecc…). A diversi No Tav, è bene sottolinearlo, oltre a questa condanna hanno sospeso precedenti condizionali, facendo aumentare il periodo di reclusione ben oltre i due anni. Per altri invece è la prima condanna in assoluto e dovrà essere scontata poiché i giudici hanno ritenuto non meritassero la sospensione della pena con la condizionale (il blocco stradale evidentemente è un reato che indispone per la sue efferatezza, sic!)

Tornando a noi, nonostante il tribunale di Torino, insieme alla procura e la questura, cerchi di riscrivere la storia di quegli anni a colpi di sentenze e regalando anni di carcere come se fossero noccioline, chiara è la percezione di vendetta da parte di uno Stato che non si rassegna al fatto che esista, ancora oggi, un popolo indomabile e sordo alla sua retorica e alle sue bugie.
Come scrivemmo anni fa proprio a commento di un’udienza di questo processo, noi e i tantissimi No Tav di tutta Italia siamo invece l’esempio e la memoria vivente di quei giorni in cui la Val di Susa rimase bloccata per giorni interi, in cui da Bussoleno a Palermo, passando per decine città d’Italia, migliaia di persone scesero in piazza con blocchi e cortei, arrivando addirittura a scontrarsi con la polizia a difesa di stazioni ed istituzioni, e denunciando a gran voce l’ingiustizia subita dagli abitanti della valle.
Noi in quei giorni non denunciammo nessun tradimento di Monti e del governo tecnico, poiché le carte erano state svelate da tempo,  bensì agimmo una rottura, insanabile, con un sistema che aveva quasi ucciso Luca e che con immenso sdegno aveva continuato a muovere le ruspe a pochi metri dal suo corpo gravemente ferito. Oggi Luca sempre per colpa di questo tribunale sta scontando un’assurda pena di un anno in regime di semilibertà, facendo dentro e fuori dal carcere.
In attesa di ulteriori indicazioni su come intenderemo muoverci nei prossimi mesi a sostegno dei condannati No Tav, non possiamo che rimarcare la distanza etica, morale e politica tra chi pratica una giusta resistenza e chi invece prova a riprodurre un sistema di sfruttamento. La storia, lo sappiamo, ci darà ragione.
Solidarietà ai coraggiosi della Valsusa ed un ringraziamento ai numerosi No Tav da tutta Italia che ci stanno inviando attestati di solidarietà.
Libertà per Nicoletta, Dana, Francesca, Stella, Mattia, Maurizio, Aurelio, Fabiola, Michele, Mattia, Paolo, Massimo!
Libertà per la Val di Susa!

Ordini di carcerazione per Nicoletta ed altri notav

http://www.notav.info/post/ordini-di-carcerazione-per-nicoletta-ed-altri-notav/

notav.info

post — 15 Ottobre 2019 at 13:57

Diversi ordine di carcerazione sono stati notificati ad alcuni notav per la manifestazione “Oggi paga Monti”  del 2012 al casello di Avigliana (Torino) dell’autostrada del Frejus. L’ordine di carcerazione è sospeso per trenta giorni per dare modo di chiedere misure alternative alla detenzione e per alcuni la richiesta di carcerazione si somma ad altri processi definitivi.

L’ennesimo attacco vendicativo e sproporzionato nei confronti di un movimento che non si arrende e che non si è mai arreso.

Aggiorneremo in seguito sulle varie situazioni che ci coinvolgono ma vogliamo intanto pubblicare e fare nostre le parole di Nicoletta Dosio, anch’essa sottoposta alla richiesta di carcerazione “Contro il breve tempo dei loro profitti, il lungo tempo della nostra lotta.”

Scrive Nicoletta: “Ma che cosa pensano di fare con i loro muri e le loro manette? E che ne sanno di questa nostra vita che con un colpo d’ala sa liberarsi dalle loro trappole che si chiamano resa e rassegnazione?
Nulla conoscono dell’amore che ci lega a questa terra e alle sue creature fragili, tenaci e belle.
Né immaginano la forza dell’ ostinata dignità di chi non si piega ai loro giochi di potere né alle loro minacce.
L’erba sa rompere anche il cemento delle prigioni e l’acqua, a lungo andare, scava la pietra tenace. Chi la dura, la vince, e noi lo sappiamo….
Contro il breve tempo dei loro profitti, il lungo tempo della nostra lotta.”

COMMENTI: LA QUESTIONE IMMORALE

http://cubferrovie.altervista.org/commenti-la-questione-immorale/

La velina sta correndo velocemente nei palazzi dei cortigiani. Mauro Moretti, ex Ad della holding FSI e di RFI -giudicato colpevole in primo e secondo grado per la strage di Viareggio (dove sono morte 32 persone e altre 100 sono rimaste ferite con lesioni gravissime) e condannato a 7 anni di reclusione- ha avuto una promozione. Il dicastero dei trasporti (nella persona della neo ministra Paola De Micheli) ha infatti pensato bene di avvalersi dei “consigli” di Moretti, considerato da qualche pennivendolo come “il super manager” e “gigante” in tema di gestione dei trasporti. Peccato che in questa vicenda di gigante si vedano solo le condanne ricevute (Viareggio) e quelle mancate (Crevalcore). Se invece vogliamo parlare di gestione dei trasporti risulta paradossale considerare Moretti come qualcosa vicino alla logica e alla lungimiranza. Cosa ci può essere, infatti, di sensato nell’aver ottenuto l’agente solo sui treni, fonte giornaliera di ansia per molti lavoratori (e i loro familiari) che, in caso di malore, molto probabilmente non torneranno a casa? Dove sono i meriti nella folle corsa ad alta velocità in un paese come il nostro, ricco di rilievi montuosi e falde acquifere che sono state stravolte dai tunnel AV? Per non parlare della montagna di denaro pubblico drenato dall’AV (60 milioni di euro al KM!) alle altre divisioni, quali il trasporto pendolare e quello merci, relegato sempre di più verso la privatizzazione, per non parlare del taglio ai servizi IC, lunga percorrenza e internazionali. D’altronde si sa, in Italia la memoria è corta. Dante De Angelis prima, e Riccardo Antonini dopo, hanno pagato con i licenziamenti la loro lotta per la sicurezza ferroviaria e per essere stati al fianco dei familiari della strage di Viareggio. Questi licenziamenti politici sono serviti a Moretti, perché doveva far capire chi “comandava”. Doveva essere il capo, qualsiasi cosa avrebbe dovuto fare, a costo di non darsi pace. Intanto chi non si da pace ad assistere a questo penoso teatrino politico sono i familiari della strage, sempre pronti a lottare perché non accada più un’altra Viareggio. A loro, ed ai ferrovieri di Assemblea 29 giugno, dobbiamo la tracciabilità degli assili dei carri; a loro dobbiamo la tenacia per quel riguarda il miglioramento della sicurezza in ambito ferroviario. Non certo all’agenzia europea della sicurezza ferroviaria ERA (sia un ‘eccesso di sicurezza’, biglietti e costi di accesso più alti, che una ‘carenza di sicurezza’ potrebbero spingere i clienti a cambiare modo di trasporto), o alle lobby del trasporto merci su ferro che costringono le agenzie della sicurezza ferroviaria a non imporre il dispositivo antisvio su carri merci e vetture viaggiatori (troppo costoso). Quanto “costano”, al contrario, le vittime del disastro di Pioltello? Se il dispositivo antisvio fosse stato installato sul regionale Trenord quella mattina non avremo parlato di morte, di dolore. Qual’è l’importo, secondo l’ERA, per il disastro di Corato? Non c’è dubbio che se i lor signori fossero lasciati liberi di agire come vogliono, stragi e disastri sarebbero cronaca quotidiana. Ma Viareggio ci insegna: i perseguitati sono loro. E chi ha coscienza non può non prendere posizione, perchè la responsabilità sarebbe altissima. Chi ha coscienza continuerà a perseguitarli.                                                            

Mauro Moretti, 30.06.2009 (il giorno dopo la strage): “Voglio tranquillizzare gli italiani. Tutto ha funzionato. La rete italiana è la più sicura d’Europa. Non sono io a dirlo, ma le statistiche”

Ferrovieri Cub Rail

12 OTTOBRE: LIBERIAMO L’ITALIA

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MONDOCANE

MERCOLEDÌ 9 OTTOBRE 2019

Roma-Napoli: tra stelle e bandiere cadute

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello! (Dante Alighieri)

Il 12 ottobre a Roma manifestazione nazionale per la liberazione dell’Italia dalla colonizzazione UE, Nato e Usa. Manifestazione che io vorrei definire, con consapevole soddisfazione e alla faccia dei vendipatria, sovranista e populista, due aggettivi qualificativi  la cui radice sta in sovranità e popolo, concetti-principi fondanti della libertà e autodeterminazione di individui, comunità e popoli. E necessariamente detestati dall’establishment globalista perché percepiti, a ragione, agli antipodi del suo progetto di livellamento oligarchico mondiale. La manifestazione è la prima del suo genere e arriva tardi, se pensiamo alle spaventose manomissioni e devastazioni operate sul nostro territorio, sulla nostra storia, sulla nostra identità e, dunque sul futuro dei nostri figli (come su quelli dei popoli sradicati e poi schiavizzati dove conviene al capitale) dal progetto antinazionale, antidemocratico, antiumano, della globalizzazione capitalista travestita da progressismo. Ma, per fortuna, la mobilitazione arriva e io le auguro ogni successo e ne sono partecipe per l’auspicio e la determinazione che esprime nella sua parola d’ordine “Liberiamo l’Italia”: riaffermare sovranità popolare e nazionale, indipendenza, autodeterminazione, uguaglianza e socialismo.

Non sarò presente perché non mi trovo in sintonia con quella parte dell’organizzazione  che ho conosciuto a Roma e nel Lazio e che ritengo spuria, indistinta, con presenze che non corrispondono ai criteri per me essenziali nella lotta per gli obiettivi sopra elencati. Per semplificare: mi sta bene la nazione sovrana, ma non coloro che si fermano lì senza condizionarla a una precisa organizzazione della società in termini di rivoluzione sociale. Sono d’accordo con Fusaro, ma non con le sue frequentazioni di Casa Pound. Apprezzo il lavoro di Maurizio Blondet per smascherare l’inganno della “guerra al terrorismo”, ma dal suo cattolicesimo integralista e dal suo sostrato fascista mi dividono oceani di ripulsa dell’atroce pensiero unico cristiano, cattolico o altro, matrice di ogni infelicità e ingiustizia umana, e di rifiuto del gerarchismo totalitario, fascista o altro.

Kermesse 5 Stelle: vedi Napoli e muori?

Negli stessi giorni, ho preferito dare un’occhiata alla festa nazionale del Movimento 5 Stelle a Napoli, nel decimo anniversario della sua esistenza e nelle temperie, tra tragiche, grottesche e rivoltanti, della sua metempsicosi. Kermesse che ci presenta un MoVimento che ha subito una metamorfosi del tutto analoga a quella del romanzo di Kafka: da essere umano a scarafaggio, da uomo contrassegnato da nome e cognome, a insetto senza nome, identico a miliardi di altri nella categoria globale degli scarafaggi. Non credo che mi capiterà l’occasione per un’invettiva nei confronti del “capo politico”, responsabile primo di un’operazione che ha i tempi brevi e miopi della scaltrezza e smarrisce completamente i tempi lunghi e lungimiranti dell’intelligenza. Ma, dal momento che non sarebbe il primo incontro con lui, potrò forse formulare una domanda ad Alessandro Di Battista, sempre che presenzi, sortito dalla marginalità in cui certamente gli eventi, probabilmente il volere del “capo” e, magari, lui stesso, lo hanno relegato.

La domanda è semplice: “E ora cosa farai? L’Alessandro Di Battista, o lo scarafaggio anche tu? Ripieghi sul giornalismo e ci regali altri splendidi racconti sulla condizione di uomini e cose nel tempo della dittatura del capitale imperiale e della lotta e sofferenza dei dominati, come hai egregiamente saputo fare dall’America Latina? O fai appello al corpo sano del MoVimento che rifiuta la metamorfosi e si rifà alle ragioni per le quali milioni hanno rotto il sonno ipnotico indotto dai trasformatori di uomini in insetti, si sono incontrati, si sono organizzati (poco), e hanno sfondato la porta del Truman Show? Milioni che oggi rumoreggiano, si agitano, ma sono fermi al turbamento e che potrebbero avere da te, e da molti altri vicini a te, l’innesco, l’indirizzo, la via”.

Ben venga perciò la prima manifestazione nazionale per la lotta di liberazione anticoloniale dell’Italia. Ma ben venga anche la rottura dell’omertà, o la frantumazione di quel T.I.N.A. a 5 Stelle (“Non c’è alternativa”) che passivizza iscritti, elettori, sostenitori, “grillini” veri, rispetto ai taumaturghi fedifraghi, Di Maio e Grillo e i loro giannizzeri da poltrona. L’uno azzerato dall’opportunismo di corto respiro, l’altro dalla fregola del paradosso bizzarro che, a forza di “épater le bourgeois” con focarelli d’artificio verbale, finisce col normalizzare ogni cosa. Fatemi sognare e credere che il presente si salvi e salvi il futuro con l’incontro tra queste due realtà, prospettive, volontà. Tra chi, nel MoVimento, non si rassegna a vedersi ucciso da bambino, come implicito nel meretricio PD-Di Maio-Renzi, e chi ha capito che lo sfondamento del Truman Show sta nell’uscita dal reality UE, Euro, Nato e nel recupero di identità e sovranità. E della Storia.

Senza Storia non c’è storia

https://www.youtube.com/watch?v=ZJFF0f8geaE , canzone per Anita

Diceva Cicerone: “La storia è testimonianza del passato, luce di verità, vita della memoriamaestra di vita, annunciatrice dei tempi antichi.” E’ dunque, la Storia, da cancellare per coloro che ci vorrebbero anonimi, acefali, amorali cartacce al vento. Come tanti ragazzi a cui si vorrebbe, in omaggio alla demagogia gretiana, dare il voto a 16 anni, ma che, in stragrande maggioranza, non sanno minimamente da dove vengono e, quindi, non dovrebbero turbarsi eccessivamente per non sapere dove sono e dove vanno, essendo dopati dal cellulare nel cui nulla affondano. E quindi sono proficuamente manipolabili. A scuola la Storia, la Geografia, la Storia dell’arte vanno esalando l’ultimo respiro. Per duemila anni non erano riusciti a far vincere la bibbia su Omero e, per mille, San Tommaso su Aristotele, ma oggi un liceale non sa chi era Garibaldi e perché Mameli scriveva fratelli d’Italia e come gli rispondeva Radetzky e cosa è successo tra Cimabue e Caravaggio. Ripete a manetta l’annuncio di apocalisse di Greta Thunberg e degli speculatori della Green New Economy, ma non conosce la differenza tra governo e parlamento. Che dunque voti.

Per dire che, se si vuole liberare l’Italia, bisogna anche sapere che cosa si sta liberando e da cosa e chi ce l’ha insegnato dai tempi dei tempi. Banalmente: senza radici niente tronco e niente fioritura. Se togli una creatura vivente dal suo contesto, storia, comunità, ambiente, che sia lupo, cammello, rondine, o essere umano, ne fai un apolide perenne. Ne hai reso vane le zanne, la gobba, le ali. Fatelo sapere ai naives che si sono fatti abbindolare dalle Ong della tratta. E ciò per cui si è combattuto per secoli, scrivendo, dipingendo, scolpendo, costruendo, difendendo, versando lacrime e sangue, ciò che già Raffaello, esigendo dai papi devastatori la custodia dei suoi beni storici e naturali, chiamava “Italia”, che spiega perchè ora tocca a noi e come farlo. Altrimenti sembriamo solo dei bambini che invocano la giostra. La canzone di cui vi ho scritto il link onora una donna che ci ha insegnato quello e anche come si conquista la parità di genere.

Qualcuno, forse, si aspettava da me qualche commento sul trapasso di Conte, vero uomo per tutte le stagioni, come Agostino Depetris, funambolo tra destra e sinistra, e sulla bilderberghizzazione dell’ometto svelto di Pomigliano d’Arco. Ma confesso che per ora non me la sento, al solo pensiero di quanto ora dopo ora, giorno dopo giorno, quelli di Di Maio vanno rovesciando nel contrario dell’assunto originale, mi esplode l’orticaria. Su ogni atto compiuto, o da compiere, fanno svettare la demagogia come fosse il vessillo di Napoleone ad Austerlitz. Il taglio di 345 parlamentari come fosse la presa della Bastiglia e non l’ulteriore oligarchizzazione delle istituzioni. L’eliminazione del contante, che confonde la maggioranza anziana della popolazione, ma fa prosperare le banche e la sorveglianza sui dominati, come fosse il trionfo sul criminale evasore. Che sarebbe l’idraulico dei 20 euro e mica i signori Caltagirone (Cementir), Agnelli-Elkann (Fiati, ora FCA), o Berlusconi (Mediaset), che spostano la sede e il pagamento delle tasse (quasi niente) in Olanda e, insieme a delocalizzatori e precarizzatori vari, sottraggono al paese ogni anno sui 18 miliardi, un punto di PIL. Cosa che, avendo ognuno di questi signorotti a disposizione un potente mezzo di comunicazione, al volgo non risulta.

Pochi, ma eunuchi

Con meno commensali a tavola, dice il miniquisling giallo, si fa prima e si spende meno. E i media di cui sopra non vi diranno che, come mi hanno spiegato Sandra e Mario, più perspicaci di me che un po’, al taglio, ci avevo creduto, se calano i rappresentanti rispetto a quanti li eleggono, e non calano le lobby, la scelta dell’elettore si riduce e il potere delle lobby (mafia, palazzinari, massoni, Nato, Monsanto, Soros, UE, clero…. ) cresce. La meta è fare di quello europeo il modello di tutti i parlamenti: un’assemblea di eunuchi, tutti chiacchiere e distintivo, nell’harem dove altri si divertono.

Del resto, a sentire parlare il povero Bonafede di “carcere ai grandi evasori”, il ministro giallo-nero dell’economia, Gualtieri, ha avuto la reazione di Ercole davanti all’Idra. La stessa manifestata dai caritatevoli, umanissimi giudici della Corte Europea dei Diritti Umani, quando hanno deciso che ai boss mafiosi, seppure mai pentiti e mai parlanti, per quanto stragisti e incistati in politica ed economia, vanno concesso i permessi, le libertà provvisorie, i domiciliari e ogni altro strumento che possa permetterne il “recupero morale e la riabilitazione!”. Altro modo per dire: l’operatività. Come farebbero gli Stati capitalisti senza la mafia?

Del resto, avete visto che maggioranza intruppata appresso a quei provvedimenti che, come il, peraltro benemerito, reddito di cittadinanza che aveva “sconfitto la povertà”, inaugurano l’era delle riforme costituzionali (ancora!) ? Il taglio dei propri zebedei l’ha votato tutto l’arco anticostituzionale. Dalla destra sorosiana dei naviganti per grazia Ong, alla destra delle mezze misure di Articolo 1, alla destra papalina e grandoperista del PD, alla destra dalle mani leste renziana, alla destra mafiosona di sappiamo chi, alla destra alla Bava Beccaris di FdI. Stranamente, ma per pura fregola di dare visibilità all’atomo (peraltro di uranio sorosiano anch’esso), ha votato contro l’ultradestra di +Europa.

Bravi e pravi, a seconda

Nel frattempo il mondo va avanti. A forti scossoni. Il manuale di un monaco cistercense scismatico del ‘200, ritrovato nel baule del trisavolo in soffitta, mi indica un criterio semplice semplice per capire chi bravo e chi è pravo nelle contese. Dice che, se i papi o imperatorti plaudono, si tratta di pravi, se deprecano, lamentano, o minimizzano e occultano, abbiamo a che fare con i bravi. E allora ecco un viatico per guardare, senza occhiali mediatici, agli eventi in corso.

Ecuador: un popolo di lavoratori, donne, studenti, indigeni, in rivolta contro un presidente fellone, Lenin(!) Moreno, che s’è venduto il paese (e Assange) agli Usa e all’FMI in cambio di prestiti miliardari e misure che radono al suolo ogni prospettiva di benessere dei tanti. Hanno occupato il parlamento e proclamato “L’Assemblea del Popolo”, il governo è scappato dalla capitale Quito a Guayaquil, seconda città del paese e feudo dei signorotti suoi complici. Era già successo ed è andata bene: presidente Rafael Correa, uno dell’A.L.B.A. bolivariana. Il suo vice, questo Moreno, aveva finto di assecondare l’emancipazione del paese e del suo popolo, di liberarlo dalle manomissioni e devastazioni delle multinazionali del petrolio. Una volta eletto, ha gettato la maschera.  Un auto-regime change.

Quito, Ecuador

http://www.resumenlatinoamericano.org/2019/10/08/ecuador-todas-las-imagenes-de-la-lucha-popular-en-quito-la-policia-de-moreno-tiro-a-matar/

Accadimenti analoghi nella martoriata, da terremoti, dall’ONU e dai Clinton, Haiti, contro un altro presidente ladro e venduto, Moise, installato da Washington. In Grecia, nuove massicce manifestazioni contro il governo che, d’accordo con Tsipras (del quale ancora formicolano alcuni detriti in Italia), ha concesso agli Usa tre nuove basi militari, tra le quali una sul Mar Nero, chiaramente puntata contro la Russia. L’inversione della tradizionale politica estera filorussa e filopalestinese della Grecia era già stata anticipata dagli accordi tra Tsipras e Netaniahu per la completa messa a disposizione del paese alle forze armate israeliane. Per essersi calata ogni indumento davanti a UE e Nato e aver ridotto così la sua gente allo stato naturale della povertà, la Grecia oltre alle basi Usa, che ne fanno obiettivo di guerra, ha anche il privilegio di ospitare più profughi di ogni altro paese europeo. In compenso guai se non sta ai memorandum e al fiscal compact.

Brevi cenni sull’universo

Israele e curdi

Dall’altra parte, tra bravi e pravi, ecco l’angoscioso tumulto anti-Trump dei curdi di Siria, abbandonati da colui del quale si erano fatti mercenari per strappare, con la scusa dell’Isis (sgominato dalle bombe Usa, più che dai combattenti curdi), vasti territori alla Siria abitati da arabi. I meriti per la sconfitta dell’Isis, attribuiti dai fautori della frantumazione della Siria ai combattenti curdi, sono piuttosto delle bombe a tappeto Usa, tese più a distruggere la Siria che a eliminare i jihadisti, ma soprattutto sono al 90% delle forze di Assad. Minacciati dai turchi di Erdogan e non più protetti più dagli ufficiali pagatori e armieri americani, i curdi gridano al tradimento e finiscono addirittura a chiedere soccorso al governo di Damasco, dopo averne cacciato di casa i cittadini nelle zone occupate abusivamente, con una pulizia etnica applaudita da sauditi e israeliani. Al netto dei curdi onesti, di cui non si ha notizia, ma che sicuramente esistono, questi fottitori fottuti, celebrati dai conniventi come femministi, democratici, ecologisti, federalisti e dunque santi, sono quanto di peggio è stato fatto scaturire in Medioriente dall’interessamento occidentale.

Comunque, tutta l’operazione ha per obiettivo quello di garantire a Erdogan il famigerato cuscinetto di 30 km all’interno della Siria, dal quale avere mano libera soprattutto per rilanciare, quando del caso, i suoi miliziani Isis e Al Qaida contro la Siria. Infatti il ritiro Usa si limita per ora ai pochi militari presenti in quella striscia, e lo sbattimento di sciabole di Erdogan cesserà una volta guadagnato il controllo di questa “zona di sicurezza”. Gli “aita aita!” dei valorosi curdi non sono che fuffa. La strategia dei triplici squartatori della Siria, Usa, turchi e curdi, con a fianco Israele, Nato e petromonarchi, non ne subirà riflessi negativi. Si tratta soltanto di dividersi le porzioni, a seconda dei rapporti di forza.

 Iraq: Unità di Mobilitazione Popolare

In Iraq, sollevazione contro il governo nel Sud del paese, dopo che il premier Abdel Mahdi aveva denunciato Israele per i bombardamenti effettuati in giorni recenti e le Unità di Mobilitazione Popolare, decisive nella sconfitta dell’Isis e nella liberazione di Mosul, avevano chiesto la fine dell’occupazione Usa e si erano schierati in appoggio alle forze governative siriane. Sostanzialmente la grande vendetta Usa-Nato, tramite insurrezione colorata, per la sconfitta inflitta agli ascari Isis, quasi simultanea anche in Sudan e Algeria, finalizzata a regime change che riordinino la regione del petrolio. Di quel petrolio che, con Greta, si giura di voler abolire.

Regime change a Washington

Così anche per quanto concerne gli sconquassi a Washington. Lì un autentico golpe dello Stato Profondo Usa, guidato dall’Intelligence, con cui i Democratici nostalgici della Gorgone Hillary, dopo il gigantesco flop del Russiagate, e ora l’altrettanto fasullo Ucrainagate, stanno facendo pagare all’uomo dalla cotenna arancione i suoi tentativi di abboccarsi con russi e nordcoreani e i suoi reiterati tentativi di ritirare truppe Usa qua e là. Non per nulla Stefano Feltri, del Fatto Quotidiano e di Bilderberg, avalla una congiura di Trump contro Biden, candidato democratico alla presidenza, già di suo parecchio rincoglionito, per occultare lo scandalo vero.

Quello grazie al quale, dopochè i Democratici di Obama e Hillary Clinton avevano allestito il colpo di Stato a Maidan, con relative vittime, e le multinazionali Usa avevano saccheggiato il paese come la Russia sotto Eltsin, il sodale Biden aveva piazzato il figlio Hunter nel CDA dell’ucraina Burisma Holdings, malfamatissima società del gas. Hunter, non sapendo una cippa di gas,non appariva mai, ma prendeva 50.000 dollari al mese. Per cui fu indagato, insieme a tutta la direzione, da un temerario procuratore, Victor Shokin. Che fece allora papà Biden? Minacciò di non far arrivare a Kiev i miliardi di aiuti stanziati se il presidente, Poroshenko, non avesse cacciato Shokin e posto fine alla seccatura.

Ve l’hanno raccontato questo i giornali e gli schermi? Non ve l’hanno raccontato, ma vi hanno sbaragliato i neuroni con la fola che Conte e Trump hanno collaborato a fare del male a Biden. Semplicemente  perché un ministro statunitense è venuto qui per accertarsi di quali mene fossero complici i servizi italiani. Roba che, dal 1945, non c’è governo Usa che non l’abbia fatta.  Perché se è vero che peggio di Trump ci sono solo gli anti-Trump, e peggio di Salvini ci sono solo gli anti-Salvini, peggio dei nostri editori e redattori non c’è proprio niente.

Piccoli, miseri cenni dell’universo. Valutate voi. Basta che i vostri voti, per essere giusti, siano il contrario di quelli dei media.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:41

Il traffico di rifiuti è meglio della droga: 690 roghi in 3 anni. Ecco perché

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/inceneritori-termovalorizzatori-roghi-incendi-traffico-rifiuti-meglio-droga-690-roghi-3-anni-ecco-perche/1539f45c-e846-11e9-959d-8634d2ae544d-va.shtml

Da pochi giorni si sono spente le ceneri dell’ultimo deposito di rifiuti andato a fuoco. Quello di Codogno, in provincia di Lodi, è il rogo di rifiuti numero 690 negli ultimi tre anni. L’emergenza è nazionale, e l’imperativo del governo è prevenire nuovi incendi. Si pongono però tre domande:

1) per evitare incendi occorre impedire lo stoccaggio nei capannoni e discariche abusive?

2) dove porti i rifiuti non riciclabili?

3) i danni prodotti dai roghi chi li paga?

Chi paga i danni?

Il 14 ottobre dell’anno scorso prese fuoco un deposito alla periferia di Milano, e la puzza si sentì fino a piazza Duomo. La «terra dei fuochi» si era definitivamente estesa anche al Nord, con discariche e depositi ricolmi di scorie distrutti da autocombustione o incendi dolosi. La legge prevede che a far fronte alle spese di bonifica sia il proprietario dell’immobile. Ma se non lo fa, interviene la pubblica amministrazione, con i fondi di una fideiussione bancaria. Negli ultimi anni sono state queste garanzie obbligatorie a mitigare i danni. Anche nel caso milanese, la titolare dell’impianto di via Chiasserini aveva presentato una garanzia finanziaria di un milione di euro, ma poco prima del rogo era subentrata un’altra società, che non avendo presentato la fideiussione non aveva titolo ad operare. Quando la Città Metropolitana ha escusso la polizza, è arrivato il ricorso davanti al Tribunale Civile di Milano, che ha bloccato tutto. Ma la bonifica non può attendere i tempi dei tribunali, e per il momento deve pensarci la Città metropolitana di Milano che ha dato inizio ai lavori stanziando 2 milioni di euro.

I responsabili irreperibili o falliti

La bonifica di roghi e rifiuti abbandonati sta diventando un corposo capitolo di spesa. Solo la Regione Lombardia negli ultimi anni ha sborsato 12,4 milioni per quattro siti dei quali non è stato possibile risalire al responsabile della contaminazione. Altri 13,5 milioni sono andati a coprire le spese di bonifica di 13 depositi pericolosi per la comunità: in questi casi i responsabili sono falliti o irreperibili, e sarà necessario affrontare un processo per il risarcimento delle spese. Secondo l’ Ispra, ogni tonnellata di rifiuti data alle fiamme produce 1,8 tonnellate di anidride carbonica. Il rogo di via Chiasserini ne ha bruciate oltre 5.000 tonnellate. Quasi tutti questi impianti contenevano scarto non riciclabile del trattamento dei rifiuti, definito in gergo «sovvallo». Nel 2017 ne sono state prodotte 37,6 milioni di tonnellate. I volumi aumentano sempre di più così come i prezzi di conferimento all’inceneritore. Secondo Borsino dei rifiuti, società di servizi specializzata, ogni tonnellata smaltita costa in media 160 euro, con picchi di 240. Cinque anni fa il costo non superava gli 80 euro.

È più conveniente trafficare in rifiuti che in droga

La filiera illegale nata nelle pieghe di quest’emergenza è descritta negli atti dell’inchiesta condotta dalla pm Donata Costa sul rogo milanese del 14 ottobre, il cui processo è alle battute finali: «I produttori di rifiuti li conferiscono ad aziende formalmente munite di autorizzazioni ma in realtà operanti in un regime di illegalità». In questa fase entrano in gioco i broker specializzati in capannoni industriali dismessi che, come annotano gli investigatori, «vengono stipati di rifiuti senza alcuna precauzione per l’incolumità pubblica». Secondo la legge se lo spacciatore di droga rischia non meno di 10 anni di carcere, per il trafficante di rifiuti la pena prevede da uno a sei anni. Per il gestore della discarica non autorizzata di via Chiasserini, accusato anche di calunnia, il pm non ha potuto chiederne più di 6 anni e 8 mesi. In sei mesi aveva fatturato 1,4 milioni di euro. Per gli altri imputati, accusati di aver trasportato illegalmente dalla Campania migliaia di tonnellate di scorie plastiche, le pene richieste si aggirano tra i 3 e i 4 anni.

La miniera dei capannoni dismessi

I capannoni industriali dismessi sono le praterie su cui scorrazzano i trafficanti. In Veneto sono quasi 11mila, e il Veneto importa oltre 4,3 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno da altre regioni. La Lombardia 11,7. Insieme all’Emilia Romagna, attraggono il maggior numero di scorie prodotte in Italia, poiché qui si concentra il maggior numero di impianti di smaltimento, e di capannoni, dove abbondano roghi e abbandoni di enormi cumuli di rifiuti. Nel solo nord Italia, il Noe dei Carabinieri ne ha scoperti 34 in sei mesi. Quasi tutti erano stipati di materiale plastico. Il solito sovvallo. Un tipo di rifiuti non riutilizzabile, e che secondo le aziende di rigenerazione costituisce il 30% del totale.

La paura degli inceneritori

L’unica possibile destinazione finale per questa tipologia di scorie è l’inceneritore, o il termovalorizzatore, che bruciando i rifiuti produce anche energia: Brescia alimenta così l’80% del riscaldamento di tutta la città. In Italia ne sono attivi complessivamente 40, contro i 96 della Germania e i 126 della Francia. Nel nostro Paese i timori legati alle emissioni ne ritardano la diffusione. Ma anche le paure andrebbero aggiornate ai nuovi traguardi della tecnologia. Sul tetto del nuovissimo inceneritore di Copenaghen, si potrà sciare: è alto 85 metri, con emissioni molto al di sotto dei limiti di legge.

A Bolzano emissioni quasi a zero

Sulle emissioni in Italia abbiamo fatto di meglio con l’impianto di Bolzano, controllato al 100% da una società pubblica, la Eco-center. Utilizza una delle tecnologie più all’avanguardia nel mondo, e l’obiettivo è la copertura dei costi e gli eventuali utili interamente reinvestiti nel sistema. Produce energia elettrica e termica che viene immessa nella rete di teleriscaldamento, ed è in grado di riscaldare 10 mila alloggi e illuminarne 20 mila. Dal camino dell’impianto di Bolzano escono emissioni di gas, idrocarburi e metalli molto al di sotto dei limiti europei. La media dei valori delle polveri sottili totali sono di 0,05 milligrammi per metrocubo, a fronte di un limite europeo di 10. Ugualmente per la diossina: 0,00003 nanogrammi nel 2018, meglio dell’inarrivabile impianto di Copenaghen, che si ferma a 0,002. Il limite europeo è di 0,1.

 
EMISSIONI IMPIANTO DI BOLZANO+
 
I roghi: diossine fino a 100 volte i limiti

Nei giorni successivi al rogo di via Chiasserini nell’aria si è diffusa una quantità di diossina fino a 100 volte il limite europeo, con un picco 22 volte superiore il valore guida fissato dall’Oms (0,3). «Andrebbe verificato l’impatto epidemiologico di una simile catastrofe», dichiara Alberto Zolezzi, medico e deputato M5S. «Oltre ai problemi respiratori, a lunga scadenza ci potrebbe essere un picco di malformazioni congenite». Quindi in attesa che si differenzi di più e meglio, e prima che l’economia circolare diventi una realtà, che si fa? È meglio che i territori sprovvisti adottino qualche impianto modello Bolzano, oppure dobbiamo continuare ad intossicarci di roghi, discariche abusive e camion che vanno su e già per l’Italia? Con buona pace per i trafficanti visto che a nessuno viene in mente di aumentare le pene.

Frigo e tv non più usa & getta: l’Europa riduce l’obsolescenza

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2019/10/07/frigo-e-tv-non-piu-usa-getta-leuropa-riduce-lobsolescenza/5500740/

Frigo e tv non più usa & getta: l’Europa riduce l’obsolescenza

Dal 2021 maggiori garanzie sugli interventi in caso di guasto e sulla durata degli apparecchi

Come per il conteggio degli anni dei cani, anche gli elettrodomestici e i dispositivi elettronici hanno un loro calcolo particolare, tutto a svantaggio dei consumatori. Le aziende creano smartphone, stampanti, lavatrici, frigoriferi e in generale tutti i prodotti tecnologici pianificandone l’obsolescenza, ovvero la perdita di valore nel mercato sfruttando le carenze di alcuni componenti per ridurre nel tempo le prestazioni dei prodotti e indurre così i clienti ad acquistarne nuove versioni.

Un meccanismo che non è più una sorta di leggenda da quando lo scorso ottobre l’Antitrust ha multato Apple e Samsung, rispettive per 10 e 5 milioni di euro, “per aver realizzato pratiche commerciali scorrette in relazione al rilascio di alcuni aggiornamenti del firmware dei cellulari che hanno provocato gravi disfunzioni e ridotto in modo significativo le prestazioni, in tal modo accelerando il processo di sostituzione degli stessi”.

Così c’è poco da stupirsi se anche la lavatrice, il frigo o il forno si rompono sempre qualche mese dopo la scadenza della garanzia, per scoprire quando si chiama il centro assistenza-clienti che il pezzo di ricambio non c’è, non si sa quando arriverà e, dopo settimane di attesa, essere costretti a comprare un elettrodomestico nuovo, perché aggiustare il vecchio costerebbe di più.

Una pratica che entro i prossimi due anni verrà messa al bando grazie alle nuove regole elaborate dalla Commissione europea che, in tema di sostenibilità ambientale degli elettrodomestici e dell’elettronica di casa, ha previsto che a partire dal 2021 i produttori di televisori, frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie e prodotti per l’illuminazione saranno obbligate a mantenerne in commercio tutte le parti di ricambio necessarie dai 7 ai 10 anni dal momento della messa in vendita, a seconda della tipologia di componente in questione.

I pezzi inoltre non dovranno solamente restare in produzione, ma anche rimanere a disposizione del canale di assistenza, che dovrà garantirne la disponibilità su richiesta entro 15 giorni lavorativi. Inoltre, il processo di riparazione da parte di aziende terze non dovrà neanche essere ostacolato in nessun modo: i produttori saranno costretti a progettare i propri elettrodomestici in modo che siano riparabili con strumenti comunemente diffusi e non con attrezzatura specifica, e a fornire pezzi e documentazione per la sostituzione ai tecnici professionisti che li richiedono, anche se questi non fanno parte della rete di distribuzione e assistenza dell’azienda produttrice. Ma secondo Il Salvagente,vanno comunque ancora chiariti alcuni passaggi importanti della direttiva. “Le parti di ricambio, per esempio, saranno rese disponibili solo a riparatori professionisti. Questo significa che – spiega la rivista mensile – la riparazione per ora resterà nelle mani delle grandi azienda, e rischia di limitare fortemente lo scopo e la disponibilità dei centri di riparazioni, dal momento che solo un numero ristretto di persone avrà accesso a queste parti di ricambio e ad eventuali manuali”.

A guadagnarci, spiega intanto l’Ue, saranno il portafogli e il pianeta.

Stando alle stime fornite, grazie alle misure varate e alle nuove etichette energetiche previste per il 2021 i consumatori risparmieranno 150 euro ogni anno e si consumerà meno energia che corrisponde al fabbisogno della Danimarca entro il 2030 alleggerendo il mondo di una buona dose di rifiuti ingombranti, pari a 46 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 in meno ogni anno.

Per la gioia del movimento studentesco Fridays for Future guidato da Greta Thunberg.

Molto, però, resta da fare. Secondo uno studio commissionato dall’European Environmental Bureau, se si allungasse anche di un solo anno la vita degli smarphone (esclusi dalle regole), si otterrebbe in Europa una riduzione delle emissioni pari a 4 milioni di tonnellate di C02 annuali, corrispondenti, tanto per farsi un’idea, a circa 2 milioni di auto in meno sulle strade.

Mentre oggi, in media, laptop e smartphone durano fra i 3 e 4 anni, le lavatrici 11 anni, l’aspirapolvere 4 anni.

Tanto che l’ammontare di rifiuti di questi elettrodomestici varia tra le 10 e 12 tonnellate.

Solo l’intero ciclo di vita degli smartphone europei è responsabile di 14 milioni di tonnellate di emissioni CO2 ogni anno.

Sicuramente numeri importanti nell’ottica del Green new deal, capace di fermare la crisi climatica e rilanciare l’economia, al centro dell’agenda della nuova Commissione europea e degli impegni del governo Conte 2.

I cavalli di Troia dello 0,01% – DA GESU’, PASSANDO PER T.I.N.A, A GRETA – Segui i soldi e trovi Goldman Sachs

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 2 OTTOBRE 2019

 “Noi non dovremmo mai accettare il linguaggio dei nostri nemici” (P.P.Pasolini “Petrolio”)

Giovanni Falcone: “Segui i soldi e troverai la mafia”.

Qui, seguendo i soldi che sostengono, propagano e pubblicizzano l’ondata ecogretista, troveremo Soros, NED, Amnesty, Goldman Sachs & Co. Ma di questo dopo, al capitolo “Segui Greta e trovi Paperone”.

Torno in pista dopo quasi un mese di assenza impostami dalla rottura del hard disk del mio computer con relativa perdita di tutti i dati. Rimedio alla bell’e meglio perché il recupero dati per ora non è ancora riuscito.  Comunque, ben trovati!

Giuramento ecologista

Metto subito le mani avanti rispetto a chi, e sono turbe smisurate, mi salterebbe addosso non appena mettessi in dubbio – e lo farò, ah, se lo farò! – il verbo del culto di Greta e dei suoi seguaci. Follower, come dicono gli aggiornati (che non distinguono il singolare inglese dal plurale), che si contano a milioni e sono tutti belli, forti, fichi, biondi, con gli occhi azzurri e popolano quartieri perbene, parlamenti, governi, consigli d’amministrazione e redazioni affiliate. E ricordo a tutti che da decenni mi occupo di ambiente, nel senso che combatto chi lo invade, disturba, sconvolge, sporca, avvelena e ne massacra gli abitanti (allora, secolo scorso, si poteva). Tanto che, tra l’altro, per tre lustri, prima al TG1 e poi al TG3, ero il riferimento mediatico delle migliori associazioni ambientaliste italiane e perfino del, dai devastatori oggi tolto di mezzo, Corpo Nazionale della Guardia Forestale. E anche da inviato di guerra mi sono premurato – cosa del tutto anomala per i colleghi del settore – di evidenziare come bruciare petrolio e spargere chimica bombarola per distruggere popoli e paesi costituisca un’impronta ecologica più disastrosa di quella di ciminiere, marmitte, caldaie e allevamenti. Ma di questo né Greta, né i suoi infervorati chierici parlano.

Eterni ritorni e corsi e ricorsi, tutti del padrone

Gli eterni ritorni di Nietzsche e i corsi e ricorsi di Giambattista Vico pare riguardino essenzialmente chi comanda e spadroneggia. Molto meno chi è sottomesso, subisce e, ogni tanto, si oppone. Ieri eravamo quelli che, per 10 anni, nella seconda metà del secolo scorso abbiamo spiaccicato i dominanti contro il muro. Poi siamo finiti a stare, con Ungaretti, “come d’autunno sugli alberi le foglie”. Oggi ci vedo, e non credo di essere il solo, come pesci rossi nella boccia a girare in tondo, mentre quello che c’è al di là del vetro ci appare deformato e incomprensibile.

La boccia è il Grande Inganno, via via articolato in tante versioni, nel quale l’umanità fa il pesce rosso da quando, a mio avviso, i monoteismi e, con particolare virulenza quello cristiano, hanno spazzato via il mondo classico, espressione massima dell’evoluzione umana, lasciandocene, tra massacri e distruzioni di monumenti e testimonianze, appena l’uno percento. Poco più di un’ombra, come Palmira dopo il passaggio dell’Isis. Eppure ancora talmente potente da vichianamente riemergere e caratterizzare intere ere nel Rinascimento, nell’Illuminismo, nell’anticlericalissimo Risorgimento (niente crocefisso in aula dopo l’unità d’Italia), nel tentativo comunista originario, nell’anticolonialismo socialista e laico. Poi basta. Poi i famosi “ritorni” sono stati tutti padronali e clericali.

Un’ecologia peggio del tornado Katrina

Come quello che sta percorrendo il mondo intero, fatti salvi popoli scampati alla boccia in Asia, Latinoamerica e Africa, sotto forma di uragano ecologico con davanti, col piffero, la ragazzetta svedese che schifa l’aereo e trasvola a vela e, dietro, milioni di pesciolini rossi. Pesciolini con la conoscenza scientifica dei fenomeni naturali e corrispondente antropia che si può avere dall’interno di una boccia, ma certissimi del verbo della guru e di tutto l’augusto notabilato politico-scientifico-mediatico che ne incensa i riti. Terrorizzati da un’apocalisse, pompata al di là di ogni evidenza scientifica con un bombardamento di catastrofi incombenti che ridicolizza Hiroshima, perfetto ricorso vichiano del Giudizio Universale col quale ci ricattano da 2000 anni, milioni di pesciolini rossi intanto se la godono per essere acclamati, vezzeggiati, coccolati, additati a esempio ai turpi adulti tutti.

Chi sta a tavola, chi sul menu

Cose mai viste. Alice nel paese delle meraviglie. Scioperano, si fa per dire, con l’entusiastico consenso della controparte.Si confortano degli abbracci e tappeti rossi, come fossero per loro, che alla somma sacerdotessa offrono i potenti, megapotenti, ultrapotenti, da Macron e Merkel, al papa, al segretario ONU, ai filantropi di Davos e a quella della BCE, Lagarde, ai parlamenti e ai presidenti. A tutti quelli che, dietro al fumogeno ecologico, affamano miliardi, disintegrano Stati, disseminano deserti, svuotano continenti dei loro titolari, che poi scaricano dove meglio conviene, in quel gioco di spostamento delle merci e delle persone-merci che richiede la globalizzazione neoliberista. Sono coloro che gli sprovveduti in lotta contro tali loro pratiche li affrontano in modo diverso dai bravi militanti di Greta: a gas asfissianti, mazzate, pallottole flashball, accecamenti, mutilazioni, galera. Vedi i Gilet Gialli. Oppure a fucilate in testa, o al basso ventre ai Friday for NO Future di Gaza. Greta e i suoi chierici stanno a tavola e, si sa, coloro che a tavola non stanno, li trovi sul menu.

Per annunciarci “la fine è vicina”, nel vecchio Medioevo si aggiravano torme di straccioni invasati che, guidati dal magniloquente santone, ci inducevano a flagellarci e a salire scale in ginocchio. E se ne avvantaggiavano cattedrali e feudi. In quello nuovo, i followers della piccola santa – per quanto in sbigottita buona fede – come “Fridays for Future”, o “Extinction Rebellion”, tutti ampiamente sostenuti anche in termini economici dagli stessi, Soros e NED in testa, che finanziano le “rivoluzioni colorate” tipo Hong Kong dove gli Usa sono impegnati contro la terrificante  Cina della Via della Seta, ci avvertono che “il mondo brucia!”

Belli i cartelli, belli i vestiti

I loro “stracci”, però, sono made in India e Tailandia, perlopiù con tessuti sintetici derivati dal petrolio, da schiavi che sguazzano in acque avvelenate dai coloranti, i loro pensieri si perdono nei cellulari alimentati dal sangue di chi estrae coltan per le multinazionali, i loro spray e colliri sono testati su animali accecati, se non gli fai il motorino perché viaggino sul bus ti tengono il muso fino a Natale e se gli chiedi dove hanno mangiato con gli amici, la risposta è da McDonald’s. E dei videogiochi che ne modellano la visione delle cose, sempre attraverso il vetro della boccia, non ce n’è uno, salvo quelli sportivi, che non premi chi ammazza, brucia, distrugge, fa saltare in aria, scuoia, sventri di più. E’ per queste virtù che li esalta sistematicamente tale Federico Ercole sul “manifesto”. A vederli esibiti nelle vetrine del potere, sugli schermi di tg e talk-show, nelle pagine dei fautori di tutti gli armageddon “contro le dittature e per i diritti umani”, non mi sembrano diversi dai bimbetti violentati da agenti e parenti prosseneti, indotti in tv a magnificare quell’auto, o quella merendina (tranquilli, poi la tassiamo).

Eterogenesi dei fini adolescenziali

Nessuno dubita dell’onestà dei loro intenti. Ciò di cui neppure si deve dubitare è la disonestà, lo spaventoso cinismo di chi li fa zampettare allegri, appesi ai fili del burattinaio. Ma domani, secondo molti studiosi, delusi e depressi, zeppi di sindromi post-traumatiche, a seguito del terrorismo da futuro negato e pianeta in coma. Chi è della mia generazione ancora porta il peso di una rivoluzione finita nella Milano da bere, nella “marcia dei quarantamila” agnelliani e in una lotta persa dopo l’altra, con il suo corredo di droga, nichilismo, Sofri e suicidio.

Già perché non è detto che il loro mondo si salverà semplicemente facendo andare i motori ad acqua. Sempre che l’acqua ci sia. Qualche correttivo, forse, ma sempre – e ne sono garanti i potenti che pettinano le treccette a Greta – nell’ambito del Sistema. Che è quello capitalista, quello del There Is No Alternative (T.I.N.A.), o così o pomì, quello dell’estrazione del plus-valore che non può in nessun modo fare a meno di sfruttamento, disoccupazione, precariato, autoritarismo, controllo, manipolazione e guerre. E sai quanta sorveglianza su ogni cellula del tuo essere e fare assicurerà a quei potenti la “Green New Economy”, quando criminalizzerà ogni tua deviazione dal dettato ecologico. Basta lo Stato d’Emergenza invocato, nel plauso dei burattini politici, da Greta e dai venti milioni di suoi corifei per i quali, sempre secondo la profetessa svedese, “nella casa che brucia non si tratta di nutrire speranze, ma di essere terrorizzati” (sic!). E per sapere a cosa apre lo Stato d’Emergenza, basta riandare agli “anni di piombo” e alla Legge Reale, o all’11 settembre e al Patriot Act.

Per il controllo: dopo il terrorismo, l’emergenza climatica

Non ci sono riusciti con la guerra alla droga? E con quella al terrorismo? Prima il male lo si produce e diffonde. Poi, con la scusa di combatterlo, se ne fa pretesto per “normalizzare” ogni cosa. Pensate all’Afghanistan dell’oppio, cresciuto sotto occupazione Usa del mille per mille. Pensate all’11/9, o all’Isis. Così col Co2 e i gas climalternati. L’inquinamento di terra, acqua, aria, cibo, che il pianeta lo rovina cento volte di più e mille di più ne ammazza che quel grado di calore in più, nessuno se lo fila. Vuoi vedere perché? Dalla conversione in energie rinnovabili ci si guadagna. Dalla riduzione della chimica ci si rimette. E allora vai con gli scenari da apocalisse,con i ghiacciai che si sciolgono, con la pianura padana che diventa il deserto del Gobi, con i mari che ti sommergono, con le banane, la cioccolata, la soia, il caffè, che scompaiono, con te che a soli trent’anni sarai già una caldarrosta.

Vuoi non accettare qualche intrusione nella tua privacy, qualche mordacchia alla tua voce, qualche freno alla tua libertà per salvare l’umanità dalla fine del mondo? E allora immagina quali forzieri di beni e denari pubblici la combinazione tra “Green New Economy”, la “casa che brucia” e lo Stato d’Emergenza vorrà aprire agli artigli dell’economia privata, sotto forma di tasse, balzelli, investimenti “ecologici” e misure atte a neutralizzare chi contesta. Tutto verrà imposto come “strategico”, legibus solutus, militarizzato. Tipo le trivelle e gli inceneritori al tempo dello “Sblocca Cantieri” del saltimbanco di Rignano.

Business contro business

Nello schieramento di coloro con cui Greta e il suo movimento dicono di confrontarsi già serpeggia una contraddizione. Contraddizione  tra coloro, petrolieri impegnati in guerre per gli idrocarburi e nella ricerca, affamata di investimenti, di sempre nuove risorse e infrastrutture fossili, o l’industria delle armi a cui l’ecologia è puro anatema, o quella agro-chimica che campa di veleni e OGM, da una parte, e finanza e multinazionali, dall’altra. Malavita capitalistica entrambi, ma più lungimiranti i secondi affidano alla “Green New Economy” la nuova rivoluzione industriale, lo scatto innovativo tecnologico e culturale che prometta una nuova spanna di vita all’estrazione di valore e unifichi costumi e consumi a ulteriore accelerazione della globalizzazione e del dominio unico.

Segui Greta e trovi Paperone

A precedere Greta sono stati, nel 2013, i primi Titoli di Credito Verdi privati emessi dall’Immobiliare svedese Vasakronan. Seguirono obbligazioni di Apple, delle Ferrovie francesi e della banca Credit Agricole. Oggi girano titoli verdi per 500 miliardi di dollari. L’obiettivo è di arrivare a 45 trilioni in tutto il mondo, ora che sono coinvolte anche la Banca Mondiale, la City di Londra, la Bank of England, la Banca degli Insediamenti Internazionali con il neo-istituito Gruppo di Consulenza a banche centrali, investitori, assicurazioni circa rischi e opportunità legate al clima. Insieme al governo britannico e alla City, questa struttura ha dato vita alla “Green Finance Initiative” che, sotto la presidenza del miliardario Bloomberg, punta a investire migliaia di miliardi in progetti “verdi”. Di questa eccellenza finanziaria, impegnata a superare la ciclica crisi del capitalismo, fanno parte i fuoriclasse della globalizzazione neoliberista e della relativa devastazione socio-ambientale  fatta di predazioni, speculazione, migrazioni, guerre, sanzioni e spostamenti di soldi dal basso in alto. Tra le eccellenze del ramo ecco JP Morgan, Barclays Bank, i pregiudicati per riciclaggio da droga di HSBC basata a Hong Kong (quella che ha scatenato un po’ di ragazzi per impedire l’estradizione dei suoi in Cina), Black Rock, l’ENI e le più grosse multinazionali di acciaio, petrolio, chimica, industria estrattiva.

Una bella compagnia sul cui blasone verde svettano Al Gore e la sua “Generation Investment LLC”. Tra coloro che, insieme a mamma e papà di Greta e il loro apparato PR, hanno creato il fenomeno e le sue ripercussioni di massa, Al Gore, già vicepresidente del rimpianto Clinton, di jugoslava memoria, è il nume tutelare e da tempo il fornitore delle più impeccabili credenziali verdi. Non per nulla a Kyoto, al vertice del clima del 1997, dove ero inviato del Tg3, ho potuto accarezzarne il pastore tedesco. Propagandosi da irriducibile eco-animalista, Gore l’aveva portato appresso al summit. Per avere a Kyoto azzerato, con il No americano, tutti i termini del protocollo che avrebbe fin da allora dato una scossa alla (in)coscienza climatica universale, per la solita eterogenesi dei fini e gli scherzi che fanno a Stoccolma, Gore è poi assurto ad antagonista ecologico di Bush e, nel 2007, consacrato Nobel della Pace per meriti ambientalisti. Poi gli spiritosi dell’accademia svedese si sono ripetuti con il comandante in capo di sette guerre, Obama.

Da Al Gore a Goldman Sachs, per Greta la créme de la créme ecologista

Non poteva mancare, nel ruolo di protagonista assoluto, quella che alla globalizzazione e all’UE ha donato Mario Draghi e il capo della Bank of England, Mark Carney: Goldman Sachs, fornendo la cornice all’affresco verde che salverà il mondo nell’occasione dell’epifania di Greta al Palazzo di vetro, ha rivelato al mondo il primo Indice Globale dei più validi titoli ambientali. Vi figurano la molto peccaminosa HSBC, JP Morgan Chase, ma anche Merrill Lynch, American International Group e altri. Nell’indice, intitolato CDP Environment EW, che punta ad attirare fondi di investimento, fondi pensionistici e altri verso obiettivi meticolosamente selezionati, figurano anche Google, Microsoft, Philips, Danone, Diageo e, ovviamente, Goldman Sachs.

E da questo retroterra che fiorisce il Green New Deal  con le sue sibille oracolanti, Greta Thunberg e Alexandria Ocasio-Cortez, sotto diretto padrinato di Al Gore e del suo partner David Blood, ex-Goldman Sachs. Ocasio-Cortez, uno degli idoli della sinistra imperialista, alla “manifesto”, ha elaborato una trasformazione in verde dell’intera economia statunitense al costo di 100 trilioni di dollari. In Svezia la piccola Greta è Consulente e Fiduciaria Speciale  dell’ Ong “We don’t have time” (Non ci rimane tempo), fondata dal suo Amministratore Delegato Ingmar Rentzhog. Il quale Rentzhog è socio dell’associazione di Gore “Leader dell’Organizzazione per la Realtà Climatica”, a sua volta affiliata a “We don’t have time” di Greta Thunberg. Quanto a Ocasio-Cortez, madrina dell’operazione negli Usa, è stata sostenuta nella sua candidatura al Congresso da un gruppo chiamato “Justice Democrats”. Ora che è deputata, Ocasio-Cortez vanta un collaboratore parlamentare di primissimo piano: Zack Exley, Dirigente di “Open Society Foundation”, da questa finanziato,  come anche dalla Ford Foundation, proprio per dar vita a “Justice Democrats”, gli sponsor di Ocasio-Cortez. Non credo di dirvi alcunchè di sorprendente se ricordo che “Open Society Foundation” è l’organizzazione con la quale George Soros finanzia mezzo mondo. Quello impegnato in tutti regime change, colorati o meno, e nella deportazione via Ong di popolazioni dalle terre fertili e ricche di risorse in Africa, Asia e America Latina.

Juncker: baci ed euro sonanti per il nuovo Sessantotto del “manifesto”

Bel campionario di miliardari, già carnefici dell’ambiente e ora tutti climatologi. Poteva mancare l’imperatore dell’austerity europea e principe del paradiso fiscale lussemburghese? Baciata galantemente la mano alla signorina Thunberg a febbraio, l’ancora capo della Commissione Europea, Juncker, promise solennemente che ogni quarto euro dell’eurobilancio sarebbe stato d’ora in poi dedicato al cambiamento climatico. Chi ne sarebbe stato il ricevente e gestore? Ma ovviamente il nuovo ente “Breakthrough Energy-Europe”. E chi fa parte del nuovo ente? Ma ovviamente tanti bravi filantropi già con l’acquolina in bocca per le tante opportunità che l’esercito della piccola pifferaia gli rimedierà in termini di rilancio capitalistico: Aerolinea Virgin, Bill Gates, Alibaba (l’equivalente cinese di Amazon), Zuckerberg (Facebook), il principe saudita Al Walid bin Talal, David Rubenstein (Carlyle Group), Softbank di Tokio, il gigante dei fondi di investimento a rischio, Julian Robertson, l’immancabile George Soros con il suo Soros Fund Management, per citare solo alcuni del Gotha dell’ambientalismo mondiale.

Il cerchio si chiude. Magari si chiude  su alcuni milioni di ragazzi che, grazie alla loro perspicacia politica, ora devono essere abilitati a contribuire al governo del mondo votando fin dai 16 anni, quelli di Greta. Come propone il noto ambientalista Enrico Letta e come corrobora, superando con ben sette paginoni di impazzimento redazionale gli orgasmi mediatici di tutte le altre voci del neoliberismo di guerra e di governo, il “manifesto”. Impazzimento addirittura commovente quando, nell’editoriale d’apertura, la direttrice Rangeri traveste l’operazione Al Gore-Greta Thunberg da “Nuovo Sessantotto”.  Il che ci dà l’idea di cose intendesse per Sessantotto il “manifesto”. Avendo cavalcato a briglia sciolte tre dei cavalli dell’Apocalisse, migranti, femminismo – LGBTQI, guerra dei diritti umani ai nemici degli Usa , il “manifesto” ora vola, criniera al vento, sul quarto: il clima.

P.S. Ideuzza che Greta, di ritorno a casa sul panfilo di Montecarlo, sicuramente farà sua: taglia le spese del Pentagono, converti le industrie militari alla bonifica ambientale decuplicando i posti di lavoro e riduci danni ambiente- vita- e clima-alteranti a vantaggio di alcune centinaia di milioni di ragazzi che non si sono visti nei cortei di Friday for Future dacchè, da sotto le macerie e le cataste di cadaveri delle sette guerre di Obama-Trump, il futuro proprio non riescono a vederlo.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 23:24

Foietta torna al vertice della commissione Italia-francia

https://www.pressreader.com/italy/corriere-torino/20191001/281586652333135

L’ok del governo a convocare il summit a novembre. Il Mit invia in Europa la lettera del Sì alla Tav Foietta torna al vertice della commissione Italia-francia

Corriere Torino · 1 ott. 2019 · C. B.

L’arcinemico dei grillini torna a correre (da protagonista) lungo i binari della Torinolione. Paolo Foietta, ex commissario straordinario di governo della Tav, estromesso dall’ex ministro Danilo Toninelli, ha avuto il via libera dall’esecutivo Conte Bis per convocare la prossima riunione intergovernativa tra Italia e Francia. Che si terrà nei primi giorni di novembre, per discutere dello stato di avanzamento del tracciato.foietta, dopo 15 mesi di braccio di ferro con l’ex titolare dei Trasporti, senza mai riuscire a incontrarlo è stato ricevuto dal capo gabinetto del Mit, oggi guidato dal ministro Paola De Micheli. L’architetto torinese è decaduto da tutte le sue cariche, non rinnovato ma neppure è stato sostituito. Non è più commissario di governo e non è presidente dell’osservatorio Torino Lione. Ma non avendo ricevuto alcuna comunicazione è rimasto in sella alla commissione intergovernativa. Commissione internazionale che, per questioni di opportunità politica, viste le frizioni che dividevano Lega e 5S sulla grande opera, non è stata più convocata da oltre un anno. Ieri intanto è partita la lettera del ministero all’inea, l’agenzia esecutiva Ue per le infrastrutture, con cui l’italia spiega che, dopo i tentennamenti, riprende la rotta del Sì Tav. I destini del tracciato più combattuto d’italia rimetteranno Foietta di fronte ai suoi ex avversari. Alla commissione intergovernativa partecipano come capi delegazione anche i ministeri degli esteri (quindi Luigi Di Maio o suoi collaboratori), dei Trasporti e degli Interni. «Dopo 15 mesi di richieste, nalmente sono stato ascoltato dal governo — racconta Foietta — È un segnale che stiamo tornando sui binari della normalità. Ma non basta. Ci sono nomine che vanno fatte. L’ho scritto e ribadito anche al nuovo ministro dei Trasporti». Perché se l’alta velocità riprende la sua corsa va ristabilita la struttura di accompagnamento alla grande opera. Ne è convinto Paolo Foietta. «La richiesta non è vincolata al mio nome. Da funzionario dello Stato ho il dovere di richiamare il governo alle sue responsabilità». Sul tappeto c’è l’agenda delle compensazioni: quasi 100 milioni di euro da destinare ai comuni dove passerà la Tav. Ma si tratta di risorse che sono state congelate durante il governo giallo-verde.«il nuovo esecutivo ha cambiato atteggiamento. Ora mi auguro che si possa riprendere il discorso interrotto 15 mesi fa — dice Foietta — Oggi sono portavoce dell’osservatorio Torino Lione ma c’è bisogno di un presidente autorizzato dal governo per poter avviare ogni procedura: dalle compensazioni all’ascolto del territorio». Dopo 15 mesi di richieste nalmente sono stato ascoltato dall’esecutivo, siamo di nuovo sui binari della normalità

COME CON L’EDITTO DI CARACALLA

Il governo «giallo-grigio», servo di Ue, globalismo, liberalismo sfrenati, punta a velocizzare ed estendere la «cittadinanza» (che è già conseguibile nella legislazione attuale) tramite lo ius culturae (quale cultura? Ma questo è un altro discorso…) donde poi passare allo ius soli (da contrapporre all’“ovviamente” – secondo il «politicamente corretto» – xenofobo, razzista, fascista e salmo cantando, ius sanguinis, relativo alla perpetuazione di realtà storiche e socio-culturali autoctone). È evidente – contro la reazione che sta restaurando l’abietta subordinazione ai diktat altrui (centrali del capitale transnazionale e Ue), ossia il governo e le sue forze costituive: M5S, Pd, Renzi, LeU, Autonomie e Italiani all’estero, con accordo entusiasta della Chiesa di Bergoglio – che si tratta della piena apertura al flusso migratorio, contro il nostro paese e la sua popolazione, e contro i paesi di origine dei migranti: colpi a questi ultimi paesi e tratta neo-negreria, “da noi” forza lavoro disponibile a tutto, pressione di «esercito di riserva», ulteriore dissoluzione del tessuto sociale e culturale. E voglio riproporre una rielaborazione di un mio vecchio intervento, relativo a come si vanifica il diritto di cittadinanza, riducendolo a mera statuizione di sudditanza, in base a un parallelo storico.

Come con l’editto di Caracalla.  Nell’Impero romano avviato al declino (nel III sec. d. C.: eliminata ogni vitalità autonoma delle città, radici fondamentali dell’Impero stesso, nella seconda metà del secolo sarebbe caduto nella crisi da cui sarebbe uscito come Stato dispotico, burocratico-militare, di tipo orientale – e la sua parte occidentale si dissolverà nel 476), nel 212 d. C. l’imperatore Marco Aurelio Antonino Bassiano (dinastia dei Severi), detto Caracalla (dalla tunica con cappuccio che usava mettersi), concesse lo status di civis romanus a tutti gli abitanti dell’Impero. “Era l’ora!”, in consonanza all’odierno liberalismo, si avverte nella maggior parte delle spiegazioni dell’evento. Gran passo avanti! Sí? Verso dove? La cittadinanza fu generalizzata perché essere civis romanus non significava piú nulla in sé, mentre le differenze erano di intralcio al trattamento uniforme dei sudditi, sul piano militare e fiscale, sociale e culturale. La contrapposizione era fra honestiores (autodichiarati) – l’oligarchia dominante (esercito e burocrazia, interconnesse proprietà agrarie e cittadine, e lavorazioni collegate) – e umiliores (cosiddetti) – le classi subalterne, di città e campagne. Non è simile all’oggi? «Cittadinanza» significa avere i «diritti» liberali, che comprendono quello di elettorato, e «doveri» – tasse, leggi, decisioni “dall’alto” – in un regime che si ammanta del termine «democrazia», ma che è il potere dell’oligarchia (statuale, politica, economica, sociale, culturale) con i suoi seguiti di addetti e interessati. Quindi, avere la «cittadinanza» significa solo essere un suddito regolare. Per il resto, anche gli irregolari (migranti) hanno gli stessi diritti, escluso quello elettorale – anzi, qualche vantaggio in piú (sovvenzioni, alloggi, esenzioni, etc.). E dare a tutti la «cittadinanza» significa annoverare tutti alla condizione di sudditi, senza che cessino gli impegni di «accoglienza» e «integrazione», e segni vari di «rispetto culturale».

Nel Mondo antico, pre-dominio romano, specie nelle póleis elleniche dove era stata creata la democrazia, quelli che, da fuori, volevano andare a stabilirvisi, dovevano chiedere e ricevere il permesso – se no, giungendo in massa senza richiesta e permesso, si trovavano le triremi da guerra in mare e gli opliti su molo e approdi, e vie di accesso. Se il permesso c’era (in quanti, dove, come, a far che …), avevano tutele e  diritti (esclusi quelli politici) come i cittadini di quelle città, ma erano métoikoi (meteci: «abitanti fuori casa») e potevano poi, sí, ottenere la cittadinanza (e completi diritti), ma in base a una lunga, avvenuta e soprattutto comprovata assimilazione (culturale, politica, sociale) ai cittadini stessi (con assunzione e rispetto dei loro usi e costumi).

Nel regime oligarchico liberale, e con governi come altri del passato e come quello presente, si tende a conferire la «cittadinanza» a tutti per avere un informe “mescolone” su cui comandare. Ciò che “conta” e “basta” sono il mercato (= il capitalismo) e le stabilite statuizioni (= lo Stato), con uso ad hoc della scienza (= la tecnologia scatenata – vedi quanto si ventila sui pagamenti via carta postale, verso l’eliminazione del contante e il controllo di tutto, ovviamente “sul basso”). A ciò serve l’estensione sempre piú para-automatica della «cittadinanza»: tutti sono sudditi – ufficiali, legali, approvati. In un magma informe e senza senso, su cui il governo passacarte (come simili precedenti) per conto delle potenze della «globalizzazione» e dell’Ue (franco-tedesca) può comandare. Con le felicitazioni per il «progresso» dei non pochi buffoni solenni, a petto in fuori e sguardo acceso, fieri “antidiscriminazionisti”, valorosi antifascisti senza fascismo, «anime belle» liberali, decisi “rivoluzionari” pro-accoglienza, umanitaristi ottusi (a tutto), e fissati religiosi: tutti alfieri del declino nel dissolvimento.

Mario Monforte