IL SISTEMA CONTRO LE ANOMALIE BILDERBERG – PRODI: CRISI E M5S DALLA PADELLA ALLA BRACE ——- ONG: HONG KONG, MOSCA, LAMPEDUSA ———– L’ANOMALIA CONTRO IL SISTEMA———ARGENTINA: EL PUEBLO UNIDO TERZA PARTE

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/08/il-sistema-contro-le-anomalie.html

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 21 AGOSTO 2019

“Ridicolo andare a votare a ottobre, ma come si può fare un accordo insieme ai Democratici, cioè il partito più a destra d’Italia?” (Alessandro Di Battista)

I laboratori della Cupola: Italia

Anticipando lo sconquasso civile, culturale, politico e sociale che il salviniano Russiagate – che resta lo strumento strategico della Cupola per volgere a suo favore turbolenze e anomalie – sta gestendo, a controllo della crisi, c’è solo da ribadire con Trapattoni “non dire gatto se non l’hai nel sacco”. Perché, finchè le Ong globaliste, collise-colluse con Salvini, operano in maniera talmente smaccata, da deportatori, pirati, provocatori, sequestratori di deportati, contro esclusivamente il nostro paese, è ancora il panzone da Pieni Poteri nel Papeete a tenere in mano la carta moschicida su cui far appiccicare consensi. Se la Cupola gli permette di andare a elezioni. Ma anche no. Un Salvini mandato all’opposizione dall’ircocervo PD-5Stelle (coalizione che osano chiamare giallo-rossa, mentre non arriva neanche al giallo-rosé), sai come si diverte a vedere sminuzzare la maggioranza degli opposti e contrari in vista della Finanziaria, dell’Iva e dell’arrivo della recessione che già lumeggia dagli Stati Uniti!.

Per il resto, lo spettacolo in Chigi, Senato, Camera, è da Antellane di Plauto. Ne ricordate i personaggi? Maccus (mangione sciocco), Pappus (vecchio stupido), Bucco (il fanfarone e parlatore petulante) e Dossennus (gobbo astuto). Ne riconoscete gli interpreti attuali?

Per sommi capi, ecco gli schieramenti l’un contro l’altro armato: di qua rosari, sangue di San Gennaro, santini di Padre Pio, di là il papa. Nel segno delle più inoppugnabili delle superstizioni. Stato laico!  E poi i borborigmi nelle Camere: una congerie parlamentare che non ci si fa capaci di come possa essere arrivata su quegli scranni. Gente che urla quattro belinate e poi viene abbracciata come fosse Cicerone; una corporazione di cicisbei, toy-boy, pupazzi  che scattano ai fili di capibanda e, pestando da settimane acqua marcia nel mortaio dei talkshow e tg, si fa passare per giornalisti.

Colpo finale all’anomalia

Dal Colle alla Suburra e dal Colle all’Olimpo, dai cripto destri imperiali della “sinistra” (centro-ultra-“manifesto”) ai destri confessi global-papisti, la spinta è una sola: all’inciucio! all’inciucio! Ridotta in briciole dalla Lega l’anomalia 5 Stelle, con le sue fisime sociali e ambientali (insopportabili in particolare ai “sinistri”, con tale Roberto Ciccarelli,“il manifesto”, coerentemente da sempre fustigatore degli obiettori di coscienza sull’11 settembre), si tratta ora di ruminarne i resti nel più storicamente collaudato tritacarne PD.

E quali sono i nomi più significativi che galleggiano su questa morta gora? Nientemeno che quello del Grande Vecchio, l’uomo del “governo Ursula” con qualche detrito berlusconiano (in nome dell’accoppiata Von der Leyen-Lagarde, cui gli sciagurati di Di Maio hanno insufflato la vita), il traghettatore del nostro paese nella Vergine di Norimberga rinominata UE-Euro, colui cui era stato affidato il patrimonio produttivo italiano (IRI, cosa buona fatta dal fascismo: E che ora gli imbecilli finti-antifascisti mi sbranino) e che se l’è giocato alla roulette delle privatizzazioni. E poi addirittura il presidentello della Camera, a rinnovare i fasti acculturati e di spessore intellettuale del vicepremier grillino, “di sinistra” come lo è il giornale che predilige. Uno a cui i dati granitici su migrazioni e Giulio Regeni, che gli ho elencato in una lettera aperta, hanno fatto un baffo, polverizzando una mia fiducia nella sua buonafede che a tutti i 5 Stelle per definizione riservavo. Galleggia anche, più ai margini, l’ormai ex-presidente del Consiglio. Lo tengono in superficie i suoi Si Tav, Si Guaidò, Si Nato, Si Ursula, Si Padre Pio.

Programma PD-M5S? Quale programma?

Programma? “Io credo che dobbiamo entrare in una stagione nella quale dobbiamo avere il coraggio di riaprire stagioni di innovazioni  delle politiche senza nessuna paura di aprire una discussione su dove questo paese debba andare” (Nicola Zingaretti, fine luglio, mentre regalava coste ai balneari e centri storici ai palazzinari)). Ma, secondo voi, uno che si esprime così ha un programma? C’è da rivalutare il livello intellettuale di Antonio Razzi. Sono tutti così da quelle parti. La linea politica gli arriva da gente come Jeffrey Sachs, economista  post-Friedman della Columbia University, dal partito di Repubblica, o, nel suo piccolo, da Stefano Feltri, vicedirettore del FQ e reduce dall’ultima cupolata di Bilderberg: governo PD-M5S e fate quel che volete, purchè si prosegua a prosciugare il sotto e impinguare il sopra. Dunque migrazioni, Grandi Opere, innovazione, Green New Economy rigorosamente turbocapitalista.

Di Russia si tratta

Il tutto nel quadro geopolitico che ha per punto d’arrivo il mondialismo, passando per la conquista dell’Eurasia che esige la distruzione di Russia e Cina. Quindi, Russiagate a più non posso. Chi, per quanto si professi amerikkkano, si avvicina al Metropol di Mosca, è perduto. Chi poi azzarda, illudendosi di piacere contemporaneamente a Trump e Putin, di dire no alla stella polare della Cupola, von der Leyen, quella che vede la Russia come i filistei vedevano Sansone e rimprovera alla sua Merkel il Nord Stream, vede il futuro come Armstrong diceva di vedere la Terra. Vero Salvini?

Hong Kong, mission impossibile di far sparire gli angloamerikani

  

Degli arcobalenghi (copyright Cesare Allara)  di Mosca, Hong Kong, Lampedusa, articolati in battaglioni di milizie di terra, mare e aria, a seconda dei fronti scelti dal mondialismo per togliere di mezzo le anomalie, s’è detto nelle due precedenti parti del “trittico”. Dopo che mezzo mondo s’è dovuto accorgere che gli arcobalenghi di Hong Kong, con le loro esplicite bandiere coloniali e l’inno americano, erano manovrati dal consolato Usa, il “manifesto”, con una paginata del sinofobo Pieranni, e le piattaforme high tech, sono corsi ai ripari: hanno fatto strage di account disobbedienti, ovviamente “vicini a Pechino”, che avevano “osato diffamare i manifestanti pro-democrazia”, hanno ripiegato negli armadietti Cia le bandiere UK e USA fatte svettare dai manifestanti, a ragazzotti sfascia parlamento e aeroporto di HK hanno fatto giurare “Noi gestiti dagli americani? Ma quando mai! La nostra libera stampa plaude. Lo chiamate paradosso? Orwell ci prospettava un Ministero della Verità che, al confronto, è Pulitzer.

Chi l’ha visto?

Basti aggiungere che la logora ripetizione della contestazione pre- e post-elettorale in Russia, è cozzata contro il dato che non esiste nazione in Occidente  il cui governo abbia il collaudato, reiterato, documentato consenso  per colui che ha riscattato il paese dall’ignominia e devastazione (lo dice uno che sulle posizioni di Putin in materia di Medioriente ha qualche riserva). E anche di rilevare una volta di più lo squallore deontologico, morale, e di grammatica politica, di un coacervo mediatico, tutto dello stesso segno reazionario, servilmente atlantista, quando assume e rilancia da Hong Kong la propaganda dei virgulti del consolato Usa che, alla manifestazione filocinese e anti-colonialista di mezzo milione, ha provato a opporre l’indomani il milione e mezzo della risposta arcobalenga. Dal bollettino parrocchiale del TG3 fino allo Spectre televisivo di Murdoch valevano le cifre degli organizzatori, non i 170mila delle autorità, per definizione cinesemente false e bugiarde. Ovviamente nelle cronache che difende la nostra FNSI e cui sovrintende l’OdG, con i No Tav o i Gilet Gialli vale il contrario. Noblesse oblige.

Argentina, un tango per l’America Latina?

Nell’articolo precedente avevamo chiuso così:

La derrota, el fracaso della controffensiva imperialista in Argentina potrebbe indicare un cambio del vento. Fra poco si voterà in Bolivia e Uruguay. Il Venezuela resiste. Il Nicaragua, a dispetto di Cia e “manifesto”, ha vinto, tra alti e bassi Cuba sta lì, il Messico avanza, nel Brasile e nel Honduras degli epigoni dell’Operazione Condor e dei narcogoverni golpisti la terra si scuote sotto il passo di popoli de piè.

 L’Argentina, che nelle elezioni del 12 agosto ha frantumato l’illusione turbo-neoliberista di Mauricio Macri,  epigono dei generali e nuovo Carlo Menem, inventato da Usa, FMI, BM e sponsorizzato dall’UE, ha deciso che 4 anni di interruzione neoliberista e compradora del processo di riscatto, iniziato con la rivolta del 2001, possono bastare. Dal 75% della produzione destinata ai bisogni interni, si era passati a una cifra quasi uguale riservata alle esportazioni e al lucro delle imprese. Macri ha fatto agli argentini, indebitandoli per altri miliardi FMI, quello che Eltsin  aveva fatto ai russi, la Repubblica Federale alla DDR, la Troika alla Grecia, Clinton a Haiti, le Ong al Sud del mondo. Un rinnovato dilagare della povertà, la ricolonizzazione a basso costo da parte delle multinazionali Usa e UE, l’aumento vertiginoso dell’economia informale e della disoccupazione, micidiali aggiustamenti fiscali a favore dei ricchi, investimenti predatori di vampiri domestici ed esteri con conseguente totale svendita di sovranità. E, ciliegina, tentativi alla Bolsonaro e Temer, di incastrare Cristina con golpe giudiziari.

Col popolo de piè hai voglia a mettere in campo Ong e media

De piè, vuol dire “in  piedi”

Ma nè le Ong della colonizzazione, nè la guerra mediatica che, qui come in tutto l’Occidente, si conduce contro il popolo, hanno potuto niente contro una mobilitazione di popolo dalle radici profonde e dalla presenza quotidiana in piazza, in fabbrica, nei campi, nell’istruzione. Né è venuto lo schianto  del macrismo, con quasi il 48% al peronismo del “Frente de Todos”, dell’accoppiata per presidenza e vicepresidenza, Alberto Fernandez e Cristina Fernandez Kirchner, contro il 33% di “Juntos por el Cambio” di Macri. Oltre 15 punti. E la vittoria, per la prima volta nella provincia di Buenos Aires di un peronista nettamente  antiliberista, Alex Kicillof, sulla macrista storica, Maria Eugenia Vidal. A Macri, emulo dello svenditore Carlos Menem nel dissanguamento del paese a beneficio di un crocchio di licantropi addestrati nei soliti campi-scuola bancari del Nord, a malapena sono rimaste le roccaforti reazionarie della capitale e di Cordoba. Gli ci sono voluti  meno di 4 anni  per demolire quanto due mandati Kirchner erano riusciti a ricostruire e per  riprecipitare il paese  nella catastrofe menemiana. Un capolavoro FMI-BM-CIA.

Carota e bastone

Erano le primarie dei candidati alle elezioni generali del 27 ottobre. In vista delle quali  ora si tenta un trafelato ricupero con i bonus che Macri, monetizzando la disfatta, distribuisce sotto forma di aumenti salariali, sussidi, tagli di tasse (ricavati da nuovi debiti con il prontissimo FMI: 50 miliardi da spremere poi dalle vene dei cittadini) e con la rappresaglie intimidatrici di un inferocito sistema finanziario internazionale (fuga di capitali, terrorismo mediatico, svalutazione galoppante del peso a vantaggio del dollaro, ovviamente a spese della ricchezza nazionale e dei salari e risparmi dei cittadini che si ritrovano con un 60% di beni in meno).

L’accoppiata peronista di sinistra (Cristina)-peronista “moderato” (Alberto) è stata imposta dalla necessità di costituire un fronte il più ampio possibile per sconfiggere la potenza globalista che ha espresso Macri. Non per nulla gli integerrimi della sinistra non hanno superato il 3%. E’ dovuta anche agli intrighi giudiziari, tipo Sergio Moro (giudice che ha incastrato Lula ed è stato premiato da Bolsonaro con il ministero della Giustizia), con cui Macri ha provato a neutralizzare quelli che molti chiamano la “nuova Evita”:  Come presidente non sarebbe immune da procedimenti giudiziari, da vice sì. C’è da sperare che nella rimessa de piè dell’Argentina, sostenuta dalla mobilitazione popolare (qualcosa che vede paralleli in Brasile, Venezuela e Honduras), possa riaffermarsi quanto Cristina ha saputo fare nei suoi mandati precedenti.

Patria Grande, cambia il vento?

Intanto dovrebbe ricostituirsi quella solidarietà da Patria Grandedell’America Latina che Hugo Chavez aveva innescato e che Cristina aveva sostenuto. L’effetto Argentina non si potrà non far sentire nei confinanti Bolivia di Evo Morales, presidente sempre in cima ai sondaggi, e Uruguay, dove la spinta popolare dovrebbe sostituire le mistificazioni Pepe Mujica (finto sinistro, neoliberista e alleato militare degli Usa) e Tabarè Vasquez, finalmente con una svolta autenticamente antimperialista.  Ci sono paesi latinoamericani nuovamente percorsi da rivolte popolari di grande forza e lunga durata, che nulla hanno da invidiare, tantomeno le ragioni spurie, a quelle di Hong Kong. Ve ne hanno parlato il vostro “manifesto”, il vostro Corriere, il vostro FQ?

Berta Caceres

Il narco-hub di Hillary

In Honduras, l’hub bananiero e narcos imposto col golpe di Obama e Hillary nel 2009 contro Manuel Zelaya (il mio documentario “IL RITORNO DEL CONDOR” lo racconta, insieme a una fantastica resistenza popolare che, in dieci anni, non si è mai intererotta) è messo in crisi fortissima dalla mobilitazione sempre più di massa, a cui il movimento studentesco dell’Università Autonoma (UNAH) ha dato forza fisica, organizzativa e direzione politica. Eletto con brogli scandalosamente scoperti , il presidente, fantoccio Usa, Juan Orlando Hernandez, cerca di tenere un paese che gli sfugge attraverso una repressione militare e assassini in serie di attivisti, sindacalisti, difensori dei veri diritti umani. Ricordo la mia amica Berta Caceres, leader della resistenza indigena e antimperialista, assassinata da sicari delle multinazionali il 2 marzo del 2016. Ne potete ritrovare la bella figura nel mio documentario.

Non sono da meno le manifestazioni contro il deforestatore e genocida fascistoide Bolsonaro in Brasile, mentre in Venezuela siamo a otto mesi dal fallito golpe di Trump, rivelatore essenzialmente solo dell’infimo servilismo della cancellerie europee al pur evidente gangsterismo dei fuoriditesta di Washington. I rapporti di forza non sono cambiati e il presidente Maduro si avvia all’elezione della nuova assemblea nazionale potendo contare su un paese compatto, al di  là delle incredibili sofferenze inflitte con le sanzioni, a un’opposizione smarrita, divisa, in disarmo. Ma anche sulla forse decisiva alleanza militare con la Russia, sancita nei giorni scorsi a Mosca dai rispettivi ministri della Difesa, Padrino e Shoigu, e che sancisce mutua assistenza e l’ospitalità nei rispettivi porti di navi da guerra. Un accordo che dovrebbe far riflettere Trump, quando medita il blocco navale del Venezuela. Le cui motivazioni si collegano però all’altro blocco, che va costruendo nel Golfo Arabo-Persico.

Devastando il sottosuolo e le acque statunitensi con il metodo del frackingper cavare petrolio, gli Usa sono riusciti a diventare autosufficienti sul piano energetico e, addirittura, a permettersi dell’export. Il fracking è la procedura d’estrazione più costosa, per cui occorre che restino artificialmente alti i prezzi di un petrolio che, in altri paesi, emerge quasi spontaneamente dal terreno. Quindi grandi produttori  amici, come sauditi ed emiratini, sapranno conformarsi, mentre quelli non sottoposti, Iran e Venezuela, dovranno smettere di produrre ed esportare. Una delle meno esaminate ragioni dell’aggressione Usa è questa.

Nave da guerra russa in porto venezuelano

Aggressioni, colpi di Stato, guerre, sanzioni che, tutto sommato, non è che gli vadano tanto bene. Anzi, sono tutti falliti, o in corso di fallimento, anche se i nostri informatori  provano a distrarci con Hong Kong. Venezuela, Corea del Nord, Iraq, Siria, Egitto, Afghanistan, Yemen, Georgia e dai e dai….. Ovunque gli è andata buca. Forse il vento sta davvero cambiando.

Ma stiamo calmi.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:48

alberto ha lasciato un nuovo commento sul tuo postIL SISTEMA CONTRO LE ANOMALIE Bilderberg – P…“:

I governi cadono perché l’interesse nazionale non conta più nulla. Ormai siamo in piena crisi a causa della insignificante strategia politica dei nostri rappresentanti. Non abbiamo personale politico che venga dalla cultura, ma solo portaordini di cupole economico finanziarie extra nazionali. I paesi che resistono, come spiega Fulvio sono sotto feroci attacchi mediatici come fossero recalcitranti adolescenti non curanti dell’educazione; invece sono essi che con la loro resistenza mettono in luce la contraddizione tra il fine del benessere diffuso e l’oligarchia che dirige le sorti del mondo globalizzato, cioè impoverito e ricondotto a un servilismo di impronta terzomondista. In fondo la diagnosi di Fulvio giganteggia su tutti i commenti a latere di questa crisi in quanto la sua visione allargata al “mondo” evidenzia correttamente i collegamenti necessari tra i sommovimenti dei vari Popoli contrari ed oppositivi rispetto al programma di tirannia definitiva da parte della parte più ricca del pianeta. Ciò che appare comunque più originale è il fatto che le sinistre mondiali si prestino nevroticamente al servizio di questi poteri transnazionali utilizzando un lessico appropriato e propedeutico alla cattura del consenso di molta parte del proprio elettorato, il quale sembra inconsapevole dell’inganno di cui saranno meritevoli protagonisti. Termino, riportandomi in Italia, che per quanto riguarda il governo fatto saltare da Salvini si può riassumere nel fatto che il Salvini stesso ha dato la misura di cosa è il personale politico oggi, cioè quale sia il contenuto della visione politica della società oggi, una visione puramente vista in termini meccanicisti ove qualsiasi problema può essere affrontato solo attraverso un semplice autoscatto da parte di un dispositivo tecnologico che annulla le connessioni logico-emotive ed esacerba le parti più nobili di noi stessi: la sua povertà culturale non ha retto, qualsivoglia ne sia la motivazione o il pretesto, alla pressione di un incarico che sottintende una preparazione non solo sotto l’aspetto mediatico bensì sotto l’aspetto eminentemente politico-culturale. Senza capacità specifiche la politica non è solo un supplizio di tantalo ma si rischia la fine di Sansone. Ma gli italiani non sono Filistei, a meno che egli lo creda.

Le riforme bloccate, dai cantieri alla Pa mancano 278 decreti

https://www.ilmessaggero.it/pay/edicola/riforme_bloccate_cantieri_pa_mancano_decreti-4678942.html?fbclid=IwAR03vOhWhGk602hi2UIwMN-iBF692Hfv1bz89l-Lq-jSDuEUaCqMuvzd-G8

Sabato 17 Agosto 2019 di Michele Di Branco

La lotta alla mafia non si ferma. Ma certo rallenta un po’. La crisi di governo inceppa la macchina burocratica al punto tale da bloccare un mucchio di provvedimenti che aspettavano solo l’input politico per andare in porto. Sono ben 278 i decreti attuativi da adottare per rendere esecutive le leggi e le riforme dell’esecutivo Conte. Ma ora, senza una guida, i funzionari fanno cadere le penne e i ministeri si fermano. Tanto che, appunto, chissà quando arriveranno i criteri che servono all’Agenzia nazionale per stabilire la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Anche la lotta all’immigrazione clandestina, tanto cara al ministro degli Interni, Matteo Salvini, rischia di incassare una pesante battuta d’arresto. Gli uffici del Viminale e degli Affari Esteri, tanto per fare un esempio, devono ancora stendere l’elenco dei Paesi di origine sicuri sulla base di criteri definiti dalla legge per la valutazione delle domande di protezione internazionale. Una carta senza la quale l’Italia non ha una bussola in materia di accoglienza.

E che dire della legge di Bilancio? Il Paese si chiede cosa ne sarà dell’Iva, visto che non c’è un governo pronto a bloccarne l’aumento nel 2020. Ma poi leggi le carte del ministero del Tesoro e scopri che in Via XX Settembre sono ancora alle prese con vecchie gatte da pelare visto che ben 76 provvedimenti collegati alla manovra dello scorso anno devono ancora trovare attuazione attraverso i decreti. Tra le riforme a serio rischio palude c’è anche quota 100. Sia chiaro: si può andare in pensione anticipata ma torna in discussione una delle agevolazioni collegate al provvedimento, quella che riguarda la liquidazione anticipata gli statali. Palazzo Chigi aveva trovato un accordo con le banche per anticipare, entro 75 giorni, fino a 45 mila euro di Tfr. Ma ora rischia di saltare tutto.

Che ne sarà dei rider? L’ultimo Cdm prima della crisi, aveva dato il via libera al decreto legge che prevedeva l’introduzione della nuova normativa sulle tutele per i rider. Ma Il provvedimento era stato varato “salvo intese”: una formulazione che mette a rischio la legge prevede che le piattaforme digitali che affidano ai fattorini la consegna dei pasti si debbano occupare della copertura assicurativa obbligatoria per i lavoratori, per la tutela in caso di malattia e infortuni sul lavoro. Il dispositivo di legge inoltre stabilisce che il pagamento a cottimo non deve essere quello prevalente, ma che va compensato con quello a tempo. Ed era stata stabilita anche una retribuzione oraria base, che prevedeva come obbligo per il lavoratore di rispondere ad almeno una chiamata all’ora. Addio alla chiusura domenicale dei negozi. 

IL CAVALLO DI BATTAGLIA
Il cavallo di battaglia dei 5 Stelle, già pesantemente azzoppato dalla Lega, langue in Commissione Attività produttive. Altra grana in arrivo per i pentastellati: la crisi inceppa la macchina del Reddito di Cittadinanza in quanto blocca una decina di decreti attuativi che, nello specifico, dovrebbero stabilire le modalità operative dei navigator assunti fino al 2021. Sono circa 50, invece, i decreti attuativi del Decreto crescita che aspettano il nulla osta, mentre in materia di Pubblico impiego la lotta ai “furbetti del cartellino” potrebbe rallentare. Servono 7 decreti attuativi per completare la riforma che punta ad introdurre i controlli “biometrici” negli uffici della Pa. I termini sono scaduti la scorsa settimana ed ora l’iter rischia di dover ricominciare da capo

TAV, «non dire gatto se non l’hai nel sacco»

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/08/19/tav-non-dire-gatto-se-non-lhai-nel-sacco/?fbclid=IwAR00X_YxgHQcxWBGa86uyn6ewp8hkDCrQyRHWbiTM7DI5yj63ARFuAfq5mU

Il TAV, apparentemente sdoganato da una patetica dichiarazione di un presidente del Consiglio in caduta libera e da uno scontato e inutile voto parlamentare multipartisan, resta più che mai una questione aperta. Per intanto ha colpito ancora dando la spallata finale alla crisi annunciata del Governo giallo-verde. E, poi, è assai probabile che i suoi prossimi passaggi si riaffacceranno nelle complesse trattative per uscire dalla crisi posto che, anche sotto il profilo giuridico, il via libera ai lavori del tunnel di base è tuttora controverso (cfr. l’intervista a Sergio Foà «TAV, il governo sfiduciato non può dare il via», il Manifesto dell’11 agosto 2019). Che la partita sia tutta da giocare – e che valga più che mai il detto trapattoniano «non dire gatto se non l’hai nel sacco» – lo hanno sottolineato, su queste pagine, Angelo Tartaglia, che ha dimostrato come essa sia ancora al calcio d’inizio, Giovanni Vighetti, che ha spiegato come il Parlamento, a ben guardare, abbia votato sul nulla, e Luca Giunti, che ha chiarito come nella storia e in natura non c’è nulla (o, almeno, nulla di positivo) che si possa considerare irreversibile. Per questo è utile fermarsi su alcuni dei passaggi più recenti della querelle, relativi al passato ma utili per definire scelte e obiettivi futuri.

Primo. Il cedimento del (defunto) Governo Conte al partito degli affari ha aperto sui media e sui social un dibattito sintetizzabile nell’alternativa se i 5Stelle siano traditori o sconfitti. Non so dire quale tra queste qualità sia prevalente ma so per certo che a sopravanzarle entrambe è stata una incapacità politica smisurata o, forse più esattamente, una stupidità per la quale è difficile trovare uguali. Questa – non la mancanza della maggioranza assoluta in Parlamento (evocata come scusante dal redivivo Beppe Grillo) – è, e resterà, la colpa storica del M5Stelle, una colpa tanto accentuata da sconfinare nel dolo. Che cosa poteva/doveva fare una forza genuinamente No TAV dopo la definizione di un contratto di governo in cui stava scritto che «con riguardo alla Linea al Alta Velocità Torino-Lione ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia»? Molte cose, alcune delle quali di un’evidenza solare:
– anzitutto bisognava collocare ai vertici di TELT (la società italo-francese preposta alla Nuova linea ferroviaria), alla presidenza dell’Osservatorio Val Susa e nel ruolo di Commissario di Governo, in sostituzione dei sempiterni pasdarandell’opera Virano e Foietta, tecnici convinti della necessità – appunto – di una “ridiscussione del progetto”. Non per occupare poltrone ma per dare concretezza e coerenza all’azione di governo portandone le convinzioni e i dubbi nelle sedi operative e traducendoli lì in proposte, atti amministrativi, interlocuzioni con le altre parti interessate, presenza mediatica alternativa. Non averlo fatto – nonostante le molte sollecitazioni di un territorio ostentatamente inascoltato – ed essere rimasti inerti in attesa degli eventi ha prodotto, com’era facile prevedere, un’assoluta continuità amministrativa e contribuito a determinare la vittoria dell’establishment;
– poi era necessario predisporre, coinvolgendo geologi e tecnici di primo piano, un progetto di interventi di difesa, manutenzione e risanamento del territorio (un progetto concreto, comprensivo di un’opera per ogni regione e con l’indicazione di finanziamento, tempi di esecuzione e ricadute sull’occupazione) su cui aprire un dibattito nel Paese per valutare l’opportunità di destinare a tali opere o al TAV le (poche) risorse disponibili. Non averlo fatto ha rafforzato le posizioni di chi – interessatamente – ha presentato il TAV come (sola o principale) occasione di rilancio dell’economia e dell’occupazione, così mettendo in secondo piano la stessa analisi costi-benefici richiesta dal ministro delle infrastrutture, univoca nell’evidenziare l’insostenibilità economica della Nuova linea Torino-Lyon;
– ancora, andava aperto con il Governo francese un confronto pubblico e non subalterno sulle rispettive posizioni in punto effettivo interesse all’opera, tempi della sua realizzazione (rinviata in Francia, per la tratta nazionale, a dopo il 2038 e salve ulteriori valutazioni…), costi a carico di ciascuna delle parti (in ogni caso da ridiscutere per l’irrazionale accollamento all’Italia della loro parte maggiore). Se lo si fosse fatto, anziché limitarsi a colloqui di vertice su chi doveva restare “con il cerino in mano”, sarebbe rimasta chiara, quantomeno, l’opportunità di un rinvio sine die o comunque a (improbabili) tempi migliori.
Le battaglie politiche (l’insegnamento vale per il futuro) si fanno non con sparate propagandistiche ma con atti coerenti, che – soli – possono produrre nuovi equilibri pur partendo da posizioni di minoranza.

Secondo. La lezione di questi anni è che il partito degli affari ha una capacità attrattiva senza uguali. Erano originariamente No TAV – come noto e come ricordano libri e fotografie – finanche Renzi e Salvini. Era No TAV, come ha tenuto a precisare nel dare il via agli appalti per il tunnel di base, il presidente del Consiglio Conte. E lo era, ancora pochi mesi fa, prima di diventare segretario generale della Cgil, Maurizio Landini che ora, dopo avere bizantinamente distinto la sua posizione personale da quella dell’organizzazione, ha commentato la decisione del Governo con un eloquente «bene!». Perché questa attrazione fatale, per di più immotivata o giustificata con slogan e frasi fatte, al momento della assunzione di ruoli di governo o, comunque, di rilievo pubblico di primo piano? La domanda è tanto più necessaria per chi – tutti, escluso Salvini – inneggia contemporaneamente a Greta e alla necessità di salvare ambiente e clima, all’evidenza compromessi dallo scavo di una montagna piena non solo di falde acquifere ma anche di amianto con immissione nell’atmosfera di almeno dieci milioni di tonnellate di CO2. La corruzione ideale ed etica prodotta dal potere (o anche solo dalle sue briciole) non è certo una novità del nuovo millennio e la legge del consenso nell’età dei social fa spesso perdere l’anima. Ma non c’è solo questo. C’è la mancanza nella cultura politica e sindacale – con poche eccezioni – di un pensiero lungo e, in esso, di un’attenzione reale all’ambiente, sempre soccombente di fronte al lavoro, all’economia, allo sviluppo. Non sono casuali l’inconsistenza e l’inconcludenza nel nostro Paese dei movimenti verdi (che, spesso, di verde hanno solo il nome). Un cambio di paradigma è, peraltro, imposto dal collasso climatico in atto. Ora, non domani. Con una conseguente priorità politica: trasformare l’opposizione alle grandi opere in parola d’ordine della modernità, su cui costruire alleanze e conversioni.

Terzo. Nel (breve) momento in cui la decisione del Governo sul TAV è stata in bilico le punte di diamante dello schieramento del Sì (a partire dalla strana coppia Salvini-Chiamparino), oltre a mobilitare le “madamine” sabaude, hanno invocato all’unisono un referendum per dare la parola ai cittadini o – come va di moda dire – al “popolo”. La proposta era evidentemente impraticabile e del tutto strumentale, tanto da essere immediatamente ritirata al cambiar del vento, ma contiene un nucleo forte che, sette anni fa, era stato indicato sulle pagine di La Repubblica da Adriano Sofri, subito silenziato dalla direzione del giornale (cfr. www.volerelaluna.it/wp-content/uploads/2019/05/TALPA-3pepino.pdf p. 3). In caso di chiusura, con il suicidio annunciato del M5S, di ogni spazio di discussione parlamentare, la richiesta di una consultazione popolare nazionale (l’unica ad avere senso e legittimazione) può diventare una prospettiva da coltivare, seppur nel medio periodo (se non altro perché la realizzazione di un referendum consultivo nazionale richiede una legge ad hoc). La proposta può sembrare azzardata ma lo è meno di quanto appaia se è vero che l’ultimo sondaggio serio al riguardo, condotto da Mannheimer per il Corriere della Sera nel 2012, segnalava che le rivendicazioni del Movimento No TAV erano condivise dal 44% degli italiani e che tuttora, nonostante la criminalizzazione del movimento e la canea mediatica a favore dell’opera, i contrari restano – secondo gli stessi giornali mainstream – uno su tre. Nel referendum per l’acqua pubblica e per il nucleare si partiva da numeri simili…

Stipendi da fame per produrre i nostri vestiti: la LISTA dei marchi che non garantiscono salari dignitosi

https://www.greenme.it/consumare/mode-e-abbigliamento/salari-abbigliamento-abiti-puliti-2019/?fbclid=IwAR1teGqaOZm6XgljsWSZFt7uArhHkHpftybal9Sj_Tn5XJiDjw7uFH4UEqI

salari abbigliamento abiti puliti 2019

I salari in Etiopia e Bangladesh sono meno 1/4 di un salario dignitoso. In Romania ancora peggio…

grandi marchi di abbigliamento non sono in grado di garantire salari minimi adeguati ai lavoratori: è quanto emerge dal nuovo rapporto sulle retribuzioni dell’industria dell’abbigliamento, pubblicato da Clean Clothes Campaign.

I maggiori marchi di abbigliamento non garantiscono salari dignitosi

Sono venti i marchi di abbigliamento intervistati in merito ai salari percepiti dai loro lavoratori. Le risposte sono state analizzate e riportate nel rapporto “Tailored Wages 2019: The state of pay in the global garment industry” (Salari su misura 2019: Lo stato delle retribuzioni nell’industria globale dell’abbigliamento), pubblicato dalla Clean Clothes Campaign.

Sebbene l’85% dei marchi abbia dichiarato di volersi impegnare a garantire salari che consentano ai lavoratori il soddisfacimento delle esigenze minime, nessuna delle aziende intervistate ha saputo dimostrare di aver portato avanti azioni concrete per raggiungere l’obiettivo.

Nessuno dei marchi intervistati è riuscito infatti a provare che la retribuzione dei lavoratori sia adeguata e sufficiente a garantire loro una vita dignitosa.

“A cinque anni dalla nostra precedente indagine, nessun marchio è stato in grado di mostrare alcun progresso rispetto ai salari. La povertà nel settore dell’abbigliamento anziché migliorare sta peggiorando. La questione è urgente. Il nostro messaggio ai marchi è che i diritti umani non possono più aspettare e i lavoratori che fanno i vestiti venduti nei nostri negozi devono essere pagati abbastanza da poter vivere con dignità”, spiega Anna Bryher, autrice del rapporto.

Per Debora Lucchetti, della sezione italiana Clean Clothes Campaign, le iniziative volontarie non sono riuscite a garantire i diritti umani dei lavoratori a causa anche di una eccessiva competizione nel settore:

“È un dato di fatto che i lavoratori che producono quasi tutti gli abiti che compriamo vivono in povertà, mentre le grandi marche si arricchiscono grazie al loro lavoro. È tempo che i marchi adottino misure efficaci di contrasto al sistema di sfruttamento che hanno creato e da cui traggono profitto”, ha aggiunto.

Le retribuzioni nell’industria dell’abbigliamento

In Bangladesh i salari minimi sono meno di un quarto del salario che consente la sussistenza. La situazione appare simile in Etiopia e addirittura peggiore in Romania e in numerosi altri paesi dell’Europa orientale, dove gli stipendi sono pari a un sesto del salario di sussistenza. Retribuzioni così basse non sono assolutamente in grado di coprire le esigenze minime di una persona o di una famiglia e non consentono una vita dignitosa.

I lavoratori che confezionano gli abiti che ogni giorno compriamo e indossiamo non hanno di fatto accesso a cibo, alloggi, istruzione e cure primarie.

Tra le aziende coinvolte in quella che è una vera e propria violazione dei diritti umani Adidas, Nike, Amazon, Fruit of the Loom, GAP, Puma, H&M, Primark, Zalando.

La lista dei marchi che non garantiscono salari minimi:

  • Adidas,
  • Amazon,
  • C&A,
  • Decathlon,
  • Fruit of the Loom,
  • Gap,
  • G-Star RAW,
  • H&M,
  • Hugo Boss,
  • Inditex,
  • Levi’s,
  • Nike,
  • Primark,
  • Puma,
  • PVH,
  • Tchibo,
  • Under Armour,
  • Uniqlo (Fast retailing),
  • Zalando

Unica eccezione è rappresentata da Gucci: un lavoratore presso questo marchio può permettersi di vivere in alcune aree del Sud e del Centro grazie allo stipendio percepito.

Tatiana Maselli

TAV: LA VERITÀ DEI FATTI

https://www.agi.it/saperetutto/tav_torino_lione_costi_effetti-4451507/longform/2018-10-12/?fbclid=IwAR0y4-M-9dTaykV2uDyb0Jip1iZ9XqldiwqDXie2f_X27l1nUM3eEGGh8IM

Un super fact-checking in 35 domande e risposte sul più importante progetto infrastrutturale in Italia

di PAGELLA POLITICA 

25 luglio 2019,11:24

NO TAV

«Non esiste il partito delle grandi opere.

Non credo a quei movimenti di protesta che considerano dannose iniziative come la Torino-Lione. Per me è quasi peggio: non sono dannose, sono inutili. Sono soldi impiegati male».

Matteo Renzi, 2013

Articolo originale del 12 ottobre 2018 aggiornato l’ultima volta il 25 luglio 2019.

Si discute di Tav da quasi trent’anni. La sigla indica, in generale, le ferrovie ad alta velocità, ma nel dibattito pubblico italiano vuol dire una cosa sola: il progetto che coinvolge il nuovo asse ferroviario tra Italia e Francia e, più nello specifico, tra Torino e Lione. Per questo, nelle pagine che seguiranno, con “Tav” si intenderà di solito “la linea Torino-Lione”.

A partire almeno dal 1991 – anno in cui la stampa parlava già dell’opera come particolarmente urgente – il progetto è stato al centro di un acceso dibattito tra chi ritiene l’opera una necessaria opportunità di sviluppo per il Paese[1] e chi la reputa inutile, costosa e dannosa.

Nello specifico, i principali obiettivi dei promotori della Tav sono economici, per rendere più competitivo il treno per il trasporto di persone e merci; ambientali, per ridurre il numero di Tir dalle strade; sociali, per connettere meglio e valorizzare aree diverse. I contrari all’opera pensano che questi obiettivi, seppur validi, non siano realizzabili con il progetto proposto, che viene visto inoltre come uno spreco di soldi pubblici.

In realtà, la divisione tra sostenitori e critici della linea – i cui lavori sono già iniziati da almeno dieci anni – è assai complessa. Come vedremo nel corso del testo, le posizioni sono molteplici, e non riconducibili a un solo dibattito polarizzato tra due schieramenti.

In queste pagine si proverà a fare il punto sul progetto, il suo stato di avanzamento, la sua storia, i pareri degli esponenti politici e le ragioni dei favorevoli e dei contrari. L’obiettivo è fornire un punto di vista il più possibile chiaro e imparziale sul tema della nuova linea ferroviaria Torino-Lione.

Una vera e propria “storia nella storia” è quella dei movimenti di protesta alla costruzione dell’infrastruttura, della risposta delle autorità, delle misure di sicurezza intorno ai cantieri e delle vicende giudiziarie che hanno coinvolto molte persone negli ultimi vent’anni: per esigenze di spazio, questi temi saranno trattati solo in modo molto sintetico, preferendo concentrarsi sugli aspetti più legati al progetto in senso stretto.

1. Che cos’è (e che cosa non è) la Tav?

La sigla Tav sta per “Treno ad alta velocità”. Secondo un parere linguistico pubblicato nel 2015 dall’Accademia della Crusca, sarebbe corretto utilizzare l’articolo maschile, visto che la prima lettera della sigla sta per “treno”. L’articolo femminile fa riferimento alla linea ad alta velocità (“la linea del Tav”).

Il nome, però, è fuorviante. Anche se “Tav” – maschile o femminile – ricorre sempre nel dibattito e in quasi tutti gli articoli di giornale, la linea Torino-Lione di cui si discute, infatti, non è in senso stretto una linea ad alta velocità (Av).[2]

Lo ha confermato anche Paolo Foietta – attuale commissario di governo per il progetto – durante un’audizione alla Commissione Affari esteri della Camera dei Deputati nel dicembre 2016.

L’opera è tecnicamente definita come «una linea mista con specifiche tecniche d’interoperabilità», specifiche conformi alle rete centrale europea di cui è parte: questo significa che permette il passaggio di treni passeggeri a una velocità massima di circa 220 km/h e treni merci a una velocità massima di circa 120 km/h.

Come già avviene per diversi importanti tunnel realizzati o in fase di realizzazione in Svizzera e in Austria, la linea di valico in progetto al confine tra Francia e Italia non consente di raggiungere la velocità di punta dell’Av propriamente detta per il trasporto viaggiatori, che è di 250 km/h, secondo le definizioni contenute nelle normative Ue.

A oggi le velocità consentite dall’attuale linea Torino-Modane variano a seconda delle tratte, ma sono comunque in generale inferiori, raggiungendo un massimo di 120-140 km/h per i passeggeri.

Per i promotori – che ritengono la riduzione dei tempi di percorrenza uno dei principali vantaggi ottenuti dalla realizzazione del progetto – l’opera proposta è comunque più concorrenziale e conveniente del trasporto su gomma, soprattutto per quanto riguarda le merci, anche senza raggiungere le velocità superiori a quelle dei treni ordinari.

La giustificazione: il traffico ferroviario delle merci non ha bisogno per forza di velocità elevate, ma di maggiori capacità di trasporto, ossia di treni più lunghi – oltre 750 metri – e pesanti – almeno 2 mila tonnellate. Secondo i promotori, il progetto della nuova linea Torino-Lione garantirà proprio queste caratteristiche, che invece non sono soddisfatte dalle infrastrutture attuali.

Il beneficio principale, in questo caso, si ottiene anche grazie a una riduzione sostanziale delle pendenze sulle Alpi: nella nuova tratta le pendenze sarebbero inferiori al 12 per mille, rispetto all’oltre 30 per mille di quella attuale, che richiede un utilizzo di trazioni doppie o triple per i vagoni.

Critici come Marco Ponti – professore ordinario, oggi in pensione, di Economia e pianificazione dei trasporti al Politecnico di Milano, nominato a luglio 2018 dal ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli consulente per la valutazione delle grandi opere – restano comunque dubbiosi sulla maggior convenienza dei treni rispetto alla strada, indipendentemente dalle questioni di velocità e capacità di una linea

L’analisi costi-benefici sulla Tav pubblicata il 12 febbraio 2019 dalla commissione del Ministero presieduta da Ponti – fortemente criticata dai favorevoli all’opera – arriva a una conclusione simile: a fronte dei costi per lo Stato, la ferrovia (in questo caso la Torino-Lione) non ha nel complesso un vantaggio competitivo favorevole rispetto alla strada.
2. Dove dovrebbe passare la Tav?

Il punto di partenza di ogni dibattito informato è il tracciato della nuova opera ferroviaria, da Torino a Lione. Quello di cui si discute oggi è stato definito il 30 gennaio 2012 a Roma, in un accordo tra Francia e Italia, con alcune modifiche successive. In precedenza, il tracciato prevedeva un percorso parecchio diverso, per esempio passando sulla riva sinistra del fiume Dora (quello attuale passa sulla riva destra).

Nella sua versione attuale il progetto parte dal nodo di Lione e arriva al nodo ferroviario di Torino in Piemonte. La tratta è suddivisa in tre parti: quella italiana – tra Susa/Bussoleno e Torino – è di competenza della società Rete Ferroviaria Italiana (Rfi); quella francese – tra Lione e Saint-Jean-de-Maurienne – è di competenza della società che gestisce la rete ferroviaria francese (Société Nationale des Chemins de fer Français, Sncf); quella transfrontaliera – tra Saint-Jean-de-Maurienne e Susa/Bussoleno – è di competenza di Telt (Tunnel Euralpin Lyon-Turin).

Telt è la società che nel 2015 ha sostituito Ltf (Lyon-Turin Ferroviaire) come promotrice pubblica dell’opera. È responsabile della realizzazione e della gestione della parte tra Francia e Italia, e le sue quote di partecipazione sono divise a metà tra i due Paesi.[3]

La parte di tracciato in comune – quella gestita da Telt, appunto – è lunga circa 65 chilometri e per l’89 per cento passa sotto terra. Comprende la realizzazione di diverse opere: quella più imponente e discussa è un tunnel a due canne – ossia con due fori separati per i binari – lungo 57,5 chilometri, tra le stazioni internazionali di Saint-Jean de Maurienne in Francia e Susa/Bussoleno in Italia.

L’imbocco del tunnel si trova al termine della Val Susa: dal punto di vista industriale, si tratta di una delle valli più sviluppate dell’intero arco alpino, già attraversata dall’autostrada A32 e da due strade principali che conducono ai valichi del Monginevro e del Moncenisio.

Rispetto alla tratta ferroviaria già esistente, il nuovo percorso della sezione transfrontaliera si presenta come più breve (circa 60 chilometri rispetto a 90), pianeggiante (con un risparmio di oltre 500 metri di dislivello) e rettilineo.

La linea ferroviaria attuale compie infatti un’ampia curva verso Oulx, per poi risalire verso nord e il traforo del Frejus. Questa curva verrebbe “tagliata” dal nuovo percorso, che a partire da Susa punterebbe direttamente verso il Moncenisio.

Se venisse realizzato, il traforo – noto con il nome ditunnel di base del Moncenisio”, perché passa appunto alla base del colle – sarebbe uno dei tunnel ferroviari più lunghi al mondo, insieme a quello del Gottardo, per una curiosa coincidenza lungo anch’esso circa 57 km e inaugurato nel 2016 in Svizzera.

Scavato interamente sotto le Alpi e alla quota di pianura, il progetto del tunnel di base del Moncenisio – diviso tra 45 km in Francia e 12,5 km in Italia – comprende anche tre aree di sicurezza a La Praz, Modane e Clarea.

3. Quando e come è nato il progetto?

La storia della Torino-Lione è iniziata circa trent’anni fa. È scandita da numerosi vertici e accordi tra Francia e Italia, ratificati dai rispettivi parlamenti nazionali e supportati per anni da schieramenti politici lungo tutto l’arco parlamentare. Allo stesso tempo, ci sono da altrettanti anni proteste nei due Paesi, nelle zone di confine e non solo, e si sono susseguite numerose revisioni del progetto.[4]

Nel 1990, nasce il Comitato promotore per l’Av sulla direttrice est-ovest (Trieste-Torino-Lione) – presieduto per la parte privata da Umberto Agnelli, poi succeduto l’anno dopo da Sergio Pininfarina, e per quella pubblica dall’allora presidente della Regione Piemonte Vittorio Beltrami, della Democrazia Cristiana – che con il supporto delle ferrovie italiane e francesi inizia a promuovere l’opera come una scelta strategica per il Paese.

Nel 1991, il Comitato realizza i primi studi di fattibilità per la nuova linea e, contemporaneamente, la notizia arriva sui giornali: nascono così i primi movimenti di protesta nelle zone coinvolte, come il Comitato Habitat, composto da medici, tecnici, professionisti e docenti del Politecnico di Torino.

Tre anni più tardi, l’opera ottiene il sostegno ufficiale dell’Unione europea: nel Consiglio europeo di Essen (9-10 dicembre 1994) la Tav Torino-Lione è inserita nell’elenco dei 14 «progetti prioritari nel settore dei trasporti e dell’energia», peraltro con l’indicazione: «lavori già iniziati o che dovrebbero iniziare entro la fine del 1996».

Il 15 gennaio 1996, a Parigi, Giovanni Caravale – economista e ministro dei Trasporti del governo tecnico Dini – firma il primo accordo con la Francia, creando una Commissione intergovernativa, ossia un negoziato tra rappresentanti dei due Stati membri dell’Unione europea per gettare le basi della realizzazione della grande opera.

Cinque anni più tardi, il 29 gennaio 2001, con la firma del ministro dei Trasporti Pier Luigi Bersani, un vertice italo-francese propone la prima idea di tracciato della linea: l’ambizione generale del progetto era un nuovo percorso ferroviario che mettesse in comunicazione la larga vallata francese che corre per una sessantina di chilometri tra Albertville e Grenoble, il cosiddetto Sillon alpin, e il nodo ferroviario di Torino.

4. Che cosa c’entra la saturazione della linea?

Uno dei punti intorno a cui ruota il dibattito, ancora oggi, è una formulazione contenuta nel primo articolo dell’accordo italo-francese del 2001. I due governi, infatti, si impegnavano a costruire «le opere necessarie alla realizzazione di un nuovo collegamento ferroviario misto merci-viaggiatori», la cui «entrata in vigore dovrebbe aver luogo alla data di saturazione delle opere esistenti».

Veniva insomma collegata esplicitamente la nuova linea alla «saturazione» della precedente. Come analizzeremo nel dettaglio in seguito, il tema della saturazione della linea storica e delle previsioni di crescita dei traffici merci è da sempre uno dei punti centrali del dibattito sull’opera.

I promotori, nelle primissime fasi, davano quella saturazione come imminente e attesa al più tardi alla metà degli anni Novanta; in realtà, quelle previsioni iniziali si sono rivelate assai infondate. Alcune ragioni degli oppositori sono state in parte confermate dal governo negli ultimi anni, come avvenuto di recente in un documento del 2017.

Nel 2003, Ltf – società partecipata da Francia e Italia – iniziò le fasi di esplorazione, con i primi scavi ricognitivi. Nel frattempo, il movimento di protesta “No Tav” della Val di Susa otteneva sempre più attenzione a livello mediatico.

5. Perché le proteste del 2005 sono così importanti?

I movimenti di opposizione contro la Torino-Lione avevano già iniziato a contestare l’opera in manifestazioni pubbliche negli anni Novanta. La prima grande protesta avvenne infatti il 2 marzo 1996, nel paese di Sant’Ambrogio di Torino, quando – secondo i No Tav – sfilarono per le strade oltre 3 mila manifestanti. Negli anni seguenti arrivarono i primi arresti e le prime condanne contro gli attivisti.[5]

Ma è negli anni Duemila che gli oppositori alla grande opera aumentarono i loro consensi, soprattutto a causa dell’inizio vero e proprio dei lavori, con gli scavi e i conseguenti espropri dei terreni.

L’8 dicembre 2005, decine di migliaia di persone occuparono il cantiere di Venaus – nella Val Cenischia, in provincia di Torino – la cui realizzazione aveva richiesto l’intervento delle forze dell’ordine. È una delle svolte più importanti nella storia dell’opera.

I lavori, di fatto, furono congelati. Così, il 1° marzo 2006, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi istituì l’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione. Questo organismo tecnico – con presidente Mario Virano, poi diventato nel 2015 direttore generale di Telt – si insediò ad aprile, con il nuovo governo presieduto da Romano Prodi, e diventò operativo a dicembre 2006.

6. Che cos’è l’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione?

L’obiettivo dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione – o più comunemente Osservatorio Torino-Lione – è quello di accompagnare «l’intero percorso di definizione, condivisione e realizzazione degli interventi di adeguamento» della linea.

L’Osservatorio non è un ente deliberativo, ovvero non prende decisioni vincolanti o con forza di legge, ma ha tra i suoi compiti – che sono stati definiti in una lunga serie di decreti a partire dal 2006 – quello di indicare linee di indirizzo per la realizzazione dell’opera.

Dopo l’istituzione, la sua composizione è stata modificata due volte, nel 2010 e nel 2017. Negli anni, all’Osservatorio hanno partecipato, tra gli altri, i comuni interessati dal tracciato – ma non tutti –, i ministeri di competenza, la città e la provincia di Torino, la regione Piemonte, il promotore pubblico Telt, Rete Ferroviaria Italiana, sindacati, associazioni professionali, oltre ad altri numerosi enti ed esperti.

Descritto dai suoi partecipanti come «un’esperienza di confronto unica e straordinaria nel panorama italiano», l’Osservatorio – la cui attività tecnica e di confronto tra le parti è raccolta nella pubblicazione di, finora, dieci «Quaderni» – è in realtà oggetto di forti critiche, ritenuto da alcuni una “trappola”, e non un vero luogo di condivisione e decisione comune sulla Tav.

Più in generale, l’operato di questo organismo è diventato un altro terreno di scontro. Per esempio, nel giugno 2008, l’Osservatorio sembrò raggiungere un importante traguardo grazie al cosiddetto “accordo” di Prà Catinat, con i quali i partecipanti dell’organismo tecnico trovarono un’intesa sulla fase di valutazione di nuovi tracciati e alternative progettuali.

Secondo i critici, questo accordo – definito «solo una relazione finale firmata dal commissario del governo» – contiene auspici e generiche indicazioni e non ha evitato l’esclusione dall’Osservatorio – considerata un’«autoesclusione» dal governo – di alcune amministrazioni locali non favorevoli all’opera – 17 sulle 50 aventi diritto a essere rappresentati nell’Osservatorio – avvenuta nel 2010.

Nello stesso 2010 arrivò al termine il lungo processo di revisione del tracciato della linea, deciso dopo le grandi proteste di fine 2005 e mediato dall’Osservatorio. Il 30 gennaio 2012, a Roma, le autorità politiche italiane e francesi ratificarono l’accordo sul progetto di adeguamento della Torino-Lione, con il tracciato che, al netto di qualche modifica di dettaglio, rimane quello di cui si discute ancora oggi.

7. Che cos’è il fasaggio dell’opera?

Oltre alle modifiche in seguito alle proteste, l’accordo del 2012 introduceva un’altra importante novità. L’articolo 4, infatti, diceva che le opere «saranno realizzate in diverse fasi funzionali».

Si inizia così a parlare di “fasaggio” dell’opera – termine fino ad allora inesistente nel vocabolario italiano, ma calco della parola francese phasage al posto della versione alternativa “fasizzazione”. In concreto, questo significa che la linea Torino-Lione non verrà costruita tutta insieme, ma in quattro tappe, con la Tappa 1 che prevede appunto la realizzazione e messa in opera del tunnel del Moncenisio e – per il lato Italia –  il potenziamento della linea storica fra Bussoleno e Avigliana e la realizzazione della variante Avigliana-Orbassano.

Gli interventi delle tappe successive (1 bis, 2 e 3) non hanno una programmazione temporale definita, ma saranno attivati alle condizioni di “saturazione” della linea.

Il senso di questa suddivisione in fasi è dunque economico e funzionale, ossia punta ad abbassare i costi dell’opera anticipando la realizzazione delle componenti indispensabili per ottenere i benefici più significativi e rinviando le parti meno urgenti.[6]

Il 24 febbraio 2015 venne firmato a Parigi l’accordo per «l’avvio dei lavori definitivi della sezione transfrontaliera della nuova linea ferroviaria Torino-Lione», integrato con un protocollo addizionale – per l’aggiornamento del piano finanziario, la certificazione dei costi e il contrasto alle infiltrazioni della criminalità organizzata –, fatto a Venezia l’8 marzo 2016 tra l’allora presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi e l’allora presidente della Repubblica francese François Hollande.

8. Qual è lo stato di avanzamento dei lavori?

In totale, le tre parti della linea ferroviaria Torino-Lione compongono un tracciato lungo circa 270 km – di cui il 70 per cento (189 km) in territorio francese e il 30 per cento (81 km) in territorio italiano – che interessa complessivamente 112 comuni. Come abbiamo visto, quest’opera comporta molti interventi, sia sulle ferrovie nazionali sia in scavi geognostici, quest’ultimi fatti per analizzare il terreno e preparare i tunnel utilizzati per la manutenzione e la sicurezza a opera ultimata.

Lo stato di avanzamento dei lavori dipende dalla parte della linea di cui si sta parlando.

Una “tappa” preliminare e limitata, detta “Tappa 0”, già conclusa, ha previsto la messa in servizio della gronda merci Cfal Nord di Lione (Contournement Ferroviaire de l’Agglomération Lyonnaise), in Francia; in Italia, la realizzazione di interventi di potenziamento tecnologico nella tratta italiana tra Avigliana e il nodo di Torino, il quadruplicamento tra le stazioni Torino Porta Susa e Torino Stura e il potenziamento del servizio ferroviario metropolitano.

Prendiamo in considerazione ora la sezione transfrontaliera, la cui realizzazione, come abbiamo visto, costituisce la Tappa 1 dell’intera linea. Secondo i dati ufficiali di Telt, a luglio 2019 è stato scavato «oltre il 18 per cento dei 164 km di gallerie previste per l’opera». Su un totale di circa 160 chilometri, si tratta di quasi 30 chilometri già realizzati.

Gli scavi ultimati comprendono, tra gli altri, la discenderia di  Villarodin-Bourget-Modane in Francia (iniziata nel 2002 e completata nel 2007); quella di Saint-Martin-la-Porte in Francia (iniziata nel 2003 e completata nel 2010); il cunicolo esplorativo della Maddalena di Chiomonte in Italia (iniziato nel novembre 2012 e terminato a febbraio 2017).

La prima funzione di queste discenderie è quella geognostica: cioè sono scavate per capire quali sono le caratteristiche del terreno e individuare i potenziali problemi di meccanica. Terminato questo scopo, questi tunnel costituiranno parte delle infrastrutture di supporto del tunnel di base, «in quanto essenziali alla sua ventilazione, a interventi di manutenzione e come uscite di sicurezza».

Tra i cantieri ancora in corso tra Francia e Italia, risulta invece ancora in costruzione il tunnel geognostico di Saint-Martin-La-Porte. Qui, al 14 luglio 2019, sono stati scavati quasi 8,3 km sui circa 9 km complessivi.

Sebbene questa galleria sia in asse e nel diametro del futuro tunnel di base, da un punto di vista formale non è il tunnel vero e proprio, i cui bandi per l’inizio ufficiale degli scavi sono stati rimandati. La funzione dichiarata di questa galleria è quella di conoscere un’area dalla «geologia particolarmente delicata», spiega Telt, in vista della realizzazione definitiva del tunnel di base e il passaggio dei primi treni (nel 2030, se saranno rispettati i tempi previsti).

Da un punto di vista sostanziale però, se il tunnel di base sarà costruito, i 9 chilometri scavati della galleria di Saint-Martin-La-Porte ne diventeranno una parte effettiva, dopo alcuni interventi.

A luglio 2017, è stato pubblicato un progetto di variante – poi approvato dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) a marzo 2018 – che prevede, tra le altre cose, lo spostamento per ragioni di sicurezza dell’area principale dei lavori da Susa al cantiere di Chiomonte, invertendo il senso di scavo rispetto a quello inizialmente previsto. 

Il cantiere di Chiomonte, quindi, è diventato la sede dell’inizio degli scavi definitivi per il tunnel di base, per i quali nel 2017 Telt aveva annunciato l’apertura di 81 bandi di gara su 12 cantieri operativi – 9 per i lavori dell’attraversamento alpino; due per la valorizzazione dei materiali di scavo e uno per gli impianti tecnologici e di sicurezza.

I lavori per le due canne del tunnel di base – inizialmente previsti da Telt per il 2018, ma ancora da avviare, se non si conta il tunnel di Saint-Martin-La-Porte  – dovrebbero finire entro il 2029, con la messa in servizio pianificata per il 2030. Ma i ritardi dovuti all’incertezza sul futuro dell’opera causeranno probabilmente un spostamento in là di queste scadenze (sempre che si decida di fare la Tav).

Il 9 marzo 2019, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha scritto a Telt, chiedendo di non procedere con la pubblicazione dei bandi di gara (con un valore di circa 2,3 miliardi di euro) per la realizzazione del tunnel di base.

La società responsabile della realizzazione della sezione transfrontaliera della Tav ha però risposto che «in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario» entro marzo 2019 avrebbe pubblicato i cosiddetti avis de marchés (avvisi di interesse) relativi ai lotti francesi del tunnel di base (circa 45 chilometri di scavi).

Secondo la legge francese, questi avvisi sono inviti alle aziende interessate a presentare le proprie candidature: dopo un periodo di sei mesi – con l’avallo dei governi italiano e francese, scrive Telt – saranno inviati ai vincitori i capitolati con le specifiche tecniche dei lavori.

In sostanza, a inizio marzo 2019 l’esecutivo a guida Lega e M5s ha preso ancora tempo sulla realizzazione effettiva dell’opera, per ridiscuterne i termini con la Francia, ma dando comunque seguito a una procedura già prevista.

Come specifica Telt nella sua risposta a Conte, dopo i sei mesi la stazione appaltante – ossia chi affida i bandi – potrà decidere di non procedere con le gare, senza oneri per nessuno. In questo modo, sono state rispettate le scadenze poste dalla Commissione europea, che aveva “minacciato” una riduzione di 300 milioni di euro al contributo per l’Italia in caso di non avanzamento della pubblicazione dei bandi entro il 31 marzo 2019.

Il 25 giugno 2019 – come spiega Telt – il consiglio di amministrazione della società «ha deliberato l’autorizzazione all’avvio delle procedure di gara per l’affidamento dei lavori del tunnel di base della Torino-Lione, lato Italia, per un importo stimato complessivo di circa 1 miliardo di euro».

In sostanza, si tratta dell’equivalente sul fronte italiano degli avvisi di interesse pubblicati a marzo 2019, che come abbiamo visto sono cosa diversa dai bandi di gara veri e propri.

Ad agosto 2018 – a due mesi dalla formazione del nuovo esecutivo – il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli (M5S) aveva dichiarato che sarebbe stato considerato «atto ostile» ogni avanzamento dei lavori prima delle decisioni del governo sul proseguimento della Tav.

9. Quali sono le infrastrutture esistenti?

Esistono già alcune infrastrutture che mettono in comunicazione le città di Torino e Lione, o più in generale che attraversano il confine alpino tra Francia e Italia.

Nel dibattito pluriennale tra promotori e contrari alla Tav, i primi sostengono che i collegamenti attuali sono insufficienti, antiquati e inefficienti dal punto di vista economico e ambientale; i secondi, invece, ritengono che le linee presenti sono adeguate per gli obiettivi fissati dalle politiche infrastrutturali e per i volumi di traffico, e che – con cifre minori a quelle stanziate per la grande opera – possono essere potenziate e ammodernate.

Prima di analizzare nel Capitolo 3 le posizioni nel dettaglio, cerchiamo di capire quali sono le infrastrutture già esistenti.

Per quanto riguarda i treni, Torino è collegata al confine con la Francia dalla ferrovia del Frejus – o linea Torino-Modane-Chambéry-Culoz. Da quest’ultimo comune transalpino è possibile raggiungere Lione con una linea gestita dalle ferrovie francesi.

Questo tratto ferroviario è anche chiamato “linea storica” perché la prima tratta, tra Susa e Torino, è stata inaugurata nel 1854, e il traforo ferroviario del Frejus – lungo oltre 13,5 km e con un’altitudine massima di 1.324 m sul livello del mare – è stato aperto nel 1871: la sua costruzione ebbe il sostegno, tra gli altri, di Camillo Benso, conte di Cavour.

Durante tutto il Novecento, la tratta è stata oggetto di numerosi lavori di potenziamento e ammodernamento. Gli interventi recenti più importanti sono stati fatti tra il 2003 e il 2011, quando le pareti e il fondo del tunnel sono stati scavati per permettere il passaggio di treni con carichi e semirimorchi più alti (fino a 3,75 metri).

Dal 2003, sulla linea storica Torino-Lione è anche attiva l’autostrada ferroviaria alpina (Afa), che permette, su un percorso di 175 km, il trasporto combinato delle merci, che vengono spostate in un container, posizionato prima su camion e poi su rotaia.

Secondo i critici della Tav, i lavori di ammodernamento – uniti ai dati sui traffici delle merci e dei passeggeri – dimostrano che la linea storica «non è vecchia», cioè non è ancora superata, e consente il passaggio della maggior parte degli autocarri e dei container.

Viceversa, i sostenitori della Tav criticano come non sufficiente per gli standard europei la nuova sagoma del traforo ferroviario del Frejus, definita P/C45 – una sigla che indica il trasporto intermodale di casse mobili e semirimorchi con un’altezza massima di 3.750 mm. Secondo il commissario Foietta,[7] «la vecchia tratta di valico» non sarebbe adeguata al trasporto moderno ed «è oggi considerata fuori dagli standard moderni di sicurezza dei tunnel ferroviari».

Per quanto riguarda il trasporto su gomma al confine alpino, in questa zona Italia e Francia sono collegate dall’autostrada A32, che – con una lunghezza di oltre 70 km – attraversa la Val di Susa e arriva al traforo autostradale del Frejus. Quest’area è attraversata anche da due strade statali che arrivano ai valichi del Monginevro e del Moncenisio.

Note

[1] Nel 1990, come vedremo, era nato il Comitato promotore per l’Alta velocità sulla direttrice est-ovest (Trieste-Torino-Lione).

[2] Per questo testo, abbiamo deciso di continuare a usare l’articolo femminile “la Tav” – anche se impreciso – perché a oggi resta di gran lunga quello più comune nell’uso.

[3] Il promotore pubblico Ltf era invece responsabile degli studi per i progetti preliminari dell’opera, terminati nel 2015. 

[4] Rispetto all’Italia, il progetto della Torino-Lione resta comunque un tema meno presente nel dibattito pubblico francese. Nonostante la presenza di gruppi di protesta locali, questi non hanno raggiunto dimensioni e visibilità pari a quelli italiani.

[5] Una delle vicende più note riguarda gli arresti di Maria Soledad Rosa (“Sole”), Edoardo Massari (“Baleno”) e Silvano Pellissero avvenuti a inizio marzo 1998. I tre anarchici erano accusati di associazione sovversiva e terrorismo. Il 28 marzo dello stesso anno, Baleno si suicidò in carcere, e l’11 luglio la sua compagna Sole si tolse la vita in una comunità dove era tenuta agli arresti domiciliari. Nonostante i dissidi dell’epoca tra gli ambienti anarchici e una parte dei No Tav, oggi la storia viene ricordata dagli attivisti come esempio di «montatura» organizzata da media e magistratura per screditare i movimenti di protesta.

[6] Secondo il Controsservatorio della Valsusa – un’associazione nata nel 2013 – questa strategia è invece «palesemente non-funzionale», perché la capacità della sezione transfrontaliera – in assenza del resto della nuova linea – resterebbe comunque quella attuale.

[7] Paolo Foietta – nominato il 20 aprile 2015 commissario straordinario per l’asse ferroviario Torino-Lione – è anche presidente dell’Osservatorio per l’asse ferroviario Torino-Lione e ricopre l’incarico di capo delegazione per l’Italia della Conferenza intergovernativa per la nuova linea. 

CUPOLA: I FRONTI DELLE MILIZIE ARCOBALENGHE —– MOSCA-HONGKONG-LAMPEDUSA —– CONTROCANTO IN ARGENTINA —– PARTE SECONDA (SEGUE TERZA)

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/08/cupola-i-fronti-delle-milizie.html

MONDOCANE

SABATO 17 AGOSTO 2019

 

Basta questo

“Io sono convinto che è dovere di uno Stato proteggere i confini, espellere chi è irregolare e porre un freno all’immigrazione clandestina che puzza tanto di deportazione di massa a vantaggio del grande capitale” (Alessandro Di Battista, “Politicamente scorretto”, Paper First)

https://twitter.com/i/status/1160153238823247872  Come sottofondo a Hong Kong e Mosca suggerisco questo canto dell’inno nazionale Usa dalle vibranti gole dei manifestanti anticinesi.

Media italiani? In geopolitica stiamo dove dobbiamo stare

La parte prima di questo dittico si chiudeva con il doveroso accenno al ruolo della nostra stampa: Sappiamo tutti, quei 13 gatti spelacchiati che leggono il manifesto, ora che è diventato enigmistico e offre fumetti agli analfabeti, che nel quotidiano comunista c’è chi è deputato dall’alto a picchiare la Russia e Putin, chi a spernacchiare la Resistenza afghana, chi a scatenare la foia razzista contro Gheddafi e Assad e chi a fare della Cina il Regno di Mordor. Offrono a costoro ampi spazi di empietà giornalistica le manifestazioni di questi giorni a Mosca e a Hong Kong, epicentri della guerra globalista contro le due nazioni che viaggiano in direzione ostinata e contraria sui binari del diritto internazionale e, quanto a bottino di devastazioni e morti inflitti, stanno a chi li avversa come i blob della Solfatara stanno all’eruzione del Vesuvio nel 79 dC. Ma tant’è, su Mosca e Hong Kong dove torme di violenti armati vengono contenuti con mezzi che rispetto a quelli di Macron sui Gilet Gialli sono da esercitazione di boyscout, con pochissimi feriti (molti di più tra gli agenti) e nessun morto, ci si stracciano le vesti. Sugli oltre 300 inermi o lanciatori di sassi fucilati e gli oltre 7000 mutilati e feriti di Gaza ci si straccia la coscienza.

Il fronte nostrano: etero-schiavismo per agevolare l’auto-schiavismo

Non ci volevano i tonitruanti proclami a vuoto dell’energumeno dei “pieni poteri”, finalizzati unicamente alla rabdomanzia dell’Italia liquida dei voti, perché gli italiani capissero, più o meno lucidamente, che cosa si nascondesse dietro a questa Grande Armada che invade l’Italia con bombe umane, fornitegli da altri cooperanti all’ultima fase del colonialismo a fini di globalizzazione militar-neoliberista. Mica  hanno scritto S. Egidio in fronte a credere ai sicofanti mediatici progressisti umanitaristi che ogni due per tre c’è gente su un gommone che si sgonfia e, puntuale sul posto, just in timenell’immenso mare, ecco la potente corazzata Ong (Organizzazione Navette Governative) da trasbordo, con i suoi elicotteri, i suoi mezzi da sbarco, i suoi medici, preti, parlamentari, celebrità tibetane, agenti di Soros e, purtroppo, mai – guai! –l’ufficiale giudiziario che tra questi operatori privati della tratta voleva inserire il pazzariello Minniti.

Ci si telefona, ci si incontra, si traghetta, si celebra il salvataggio di naufraghi, si provoca, si scarica. L’Africa perde altri pezzi di sè. Campi e mafie prosperano.

Mica ai suoi potenti mezzi di comunicazione era arrivata, dalle migliaia di cellulari in mano ai migranti e ai loro tour operator, un invito all’appuntamento. Sacrilegio a solo sospettarlo! Hanno fatto a botte tra etnie nei luoghi di raccolta, si sono pestati a sangue per salire sul barcone, quelli di Open Arms (provata di Soros, se ce n’è una) ammettono che si sono scazzottati anche sul vascello umanitario. Li si tiene nel lager di bordo finchè si possono esibire stremati. Il colonialismo in tutte le sue più nefande forme, benedetto dalle Chiese di ogni setta, ha ricuperato il sistema mattatoio. Poi ci dicono che portano i segni della tortura. E chi le ha ingravidate tutte queste donne all’ottavo mese? Gli stupratori libici, ovvio, tra una battaglia e l’altra per Tripoli. Non c’erano, secondo Save the Children, anche i soldati di Gheddafi, alimentati a Viagra, a violentare le donne libiche per render loro più simpatico il Leader? Saranno quelle che si portano al naufragio sicuro i figlioletti di otto anni. Ma com’è che, se i libici della Tripolitania sono bianchi,  i bimbetti sono neri?

Qualcuno qui ha capito che, se lui non ce la fa, viziato com’è dal conforto consumista del neoliberismo, a piegarsi su pomodori 10 ore per 10 euro e una vita sotto la plastica, ecco che ci pensa l’esercito di riserva dalla Grande Distribuzione. Qualcuno, malizioso assai, pensa che per lasciare mafia, camorra e ‘ndrangheta ai grandi affari del Nord industriale e grandioperista e al narcotraffico internazionale, lo spaccio, il caporalato, la prostituzione li si potevano anche cedere a nigeriani e albanesi. Molti si sono sentiti turlupinati da un critico d’arte,Tommaso Montanari, di  manifesto acume politico (ricordate la coppietta rivoluzionaria Montanari-Falcone, per un pezzo poi confluita nel PD e per l’altro in Caravaggio?) che, con  le meglio teste d’uovo umanitarie, firma appelli alla preservazione dell’identità culturale, territoriale, comunitaria, archeologica, storica, del belpaese e poi ne firma altre che invocano ripopolazione multiculturalista tramite Hausa e Tuareg.

O cristiano o niente

Alcuni di costoro riescono perfino a capire, in parallelo, come si stia preservando il patrimonio umano, culturale, comunitario, storico, territoriale, dell’Africa e di altri paesi del Sud, deportandone le generazioni della continuità, della creazione, della difesa, dell’identità, per far imperversare al loro posto multinazionali ed eserciti stranieri. E qualcuno, riesce addirittura a intravvedere, tra le fumigazioni d’incenso che annebbiano   le parole del papa, quell’enorme croce sulla quale la di lui impresa ha inchiodato, da un millennio e mezzo, coloro che ben si facevano i fatti loro.

Sono tornato sull’argomento, sia perché è uno dei nodi intorno ai quali si sta svolgendo lo sculettante meretricimonio ai piedi del Colle tra chi finge di voler bloccare la degenerazione del paese in discarica umana e chi sostiene suicidariamente l’operazione nord-globalista che, oltre ai travasi di sangue dal Sud al Nord, comprende finalmente la riduzione dell’Italia alla mera espressione geografica –ma meravigliosamente papeetiana – dell’amico Metternich. E tanto è diventato consociativo umanitarista anche Di Maio che, alla vista della strizzatina d’occhio del PD, trasforma i sacrosanti “taxi del mare”, che l’anticolonialista Di Battista, uno dei pochi geopolitici del MoVimento, gli aveva fatto denunciare, in “apriamo i porti” a Soros e stracci. Del resto, che bello, come dicono tanti, dal Grillo Straparlante al vice della Raggi, Bergamo, passare da quelli verdi della “zingaraccia” a quelli dello Zingaretti verde, dell’accoglienza di migranti, UE, euro, Nato, cemento, trivelle, Grandi Opere, Tav, Tap (la “Green New Economy” di Greta) vaccini, mafie e mafiette, autonomie perché no, basta che siano all’emiliana….Chiamasi la definitiva normalizzazione, opacizzazione, delle 5 Stelle.

Sovranisti di cartone, nazionalisti coloniali

Comunque ci sarà da ridere  a vedere le facce dei vari secessionisti, Zaia, Fontana, Bonaccini & Co, poi Toti e Fedriga, ora che si ferma la locomotiva tedesca che doveva camminare  con le loro melanzane e sui loro assemblaggi. Finisce nel ridicolo il teatrino dei sovranisti cartonati e dei manichini nazionalisti di mascherare, sotto vesti patriottiche e anti-europee, la loro libidine di impinguirsi  trasferendo al servizio franco-tedesco il comparto industriale-manifatturiero italiano, da Trieste a Savona, da Torino a Bologna.  I detriti rimasti dopo l’orgia di svendite e dilapidazioni innescate da Soros-Draghi (1992) ed eseguite da Amato, Prodi, D’Alema, Bersani, Renzi. Altro che tradimento dei 5 Stelle! Alto tradimento del paese intero. Ce lo chiedeva l’Europa. O, per dirla tutta, lo compensava con qualche cadrega ai proconsoli l’imperatore finanzcapitalista. E cv’è ancora chi s’appassiona, come fosse Wimbledon, alla combine di ping-pong, tuttora produttiva di voti, del noi entriamo, voi non entrate, ma poi entrate, ma solo grazie a un magistrato simpatico alla Merkel.

ONG dal fronte piccolo al fronte grosso. Mosca, se son russi son brogli

 Mosca e Parigi

Tutto questo fa di noi anche un’espressione della guerra mondiale che, oltre all’intralcio dei piccoli posti di blocco, deve togliere di mezzo anche le grandi barriere. Andiamo a Mosca, dove occupa le nostre prime pagine e i nostri primi schermi gente che in libere e internazionalmente corroborate elezioni vale meno del 4%, mentre ha un presidente eletto con il 75% dei voti e dal consenso  doppio di quello di Theresa May, o Emanuel Macron, o The Donald Trump (a garanzia di qualità è rispuntato pure quel gentile arnese Cia che sono le Pussy Riot e il leader carismatico, Navalny, è un pregiudicato plurimo per malversazione e appropriazione indebita). Trovandoci in Russia, è uno scandalo che dalle prossime amministrative di settembre siano state escluse una trentina di candidature dei partiti liberisti filoccidentali, per firme false, irregolari, o non raccolte. Una trentina su 800 ammesse. Anche qui, naturalmente, manipolazioni d eliminazione per motivi puramente politici. Zitti tutti sulle esclusioni per gli stessi motivi dei candidati dei partiti di maggioranza. In tutte le elezioni italiane, dal nuovo millennio in poi, la magistratura ha confermato l’esclusione di candidati  di tutti i partiti, sempre per firme false e irregolari. Ricordate quelle del M5S in Sicilia? Da noi, sa va sans dire, esclusioni legittime. Mica siamo nella dittatura dello Zar.

Hong Kong: il capitale, le mafie e le loro brigate

Poi andiamo a Hong Kong  dove i colorati con Croce di S.Andrea fanno le zanzare nello stormo di avvoltoi che si ingolosiscono su una Cina  che vorrebbero vedere come una tavolata di carcasse. Tipo l’America Latina d’antan. Una Cina come quella ridotta dai britannici all’imbecillimento da oppio (da cui Hong Kong), non più padrona di fare quel che fa, di essere la più grande industria manifatturiera, di esportare più di chiunque, di fare la Via della Seta, di stare a fianco di Siria, Venezuela, Pakistan,  di comprare petrolio dall’Iran, di costruire mezza Africa con gli africani, di sostenere la Corea del Nord atomica.

Le nuove Maidan

Fionde dei diritti umani

I segni delle rivoluzioni colorate, partite da Belgrado nel 1991 e ripetute, invano o con successo, in America Latina, Asia centrale e Medioriente, sono tutti in gloriosa evidenza. Per non vederli, come in effetti li hanno visti mai, quelli dei giornaloni in stampa o schermo, con il giornaletto-soffietto “il manifesto” venenum in cauda, hanno il permesso e plauso del loro organo sindacale e di quello di autogoverno.  E così, che manifestanti, che non vengono ostacolati quando l’iniziativa è organizzata, ma vengono bloccati e respinti a acqua e gas (i poveracci non hanno nemmeno i Taser da esecuzione elettrica, o i bonbon d’acciaio e gomma), se non autorizzata (succede così anche da noi), è l’indice di una dittatura che reprime ferocemente dimostranti, per definizione giovani inermi, pacifici , levissimi e purissimi Certo, al confronto la polizia di Macron, che da quasi un anno spara granate e mutila e acceca, non vale più neanche un trafiletto.

Qui, qualcosa non torna sempre, perché i video-operatori sul posto, con la migliore buona volontà non riescono a non riprendere quanto succede da mesi, dappertutto, negli scontri: l’assalto di manifestanti con caschi, maschere antigas  e mazze di ferro, che sparano gas urticante e bombe incendiarie, fiondano biglie grosse come arance, usano pistoloni ad aria compressa, occupano e devastano il parlamento (neanche Mussolini, neanche Hitler), sede della democrazia, distruggendone gli arredi, insozzandone finestre e pareti, spaccano tutto, occupano per giorni l’aeroporto, arteria di comunicazione per il mondo e del mondo. Decine di migliaia, tutti uniformati, identici, riforniti dalla stessa centrale. Tutta roba comprata allo spaccio?

Basta questo

Dicono che non gradissero una legge che permetteva di estradare in Cina, ma anche a Taiwan e altrove perseguiti dalla giustizia per crimini commessi in Cina e fuggiti a Hong Kong. Un centro di malaffare finanziario  da sempre, come egregiamente ci illustra l’ex-vice segretario dell’ONU e straordinario analista, Pino Arlacchi, covo della peggiore criminalità mafiosa di mezzo mondo. Lascito della colonia britannica, sottratta all’impero cinese nel 1842 grazie alla guerra dell’oppio, e che il ritorno alla Cina nel 1997, sul principio di uno Stato due sistemi, non ha saputo eliminare. Poi, congelata la legge dalla leader di HK, Carrie Lam, le richieste si sono allargate, inchiesta e condanna delle violenze della polizia, democrazia (?) e partono le vere parole d’ordine: non più autonomia nello stesso Stato, ma indipendenza. Cioè rientro nel dolce lager coloniale anglosassone. E rottura di palle alla Cina.

Chi li equipaggia?

Da Maidan a Hong Kong/ bastano le ONG

Si ripetono pedissequamente gli stessi moduli del regime change. Si individua un motivo di scontento di parte della popolazione, prezzi, inflazione, lavoro, se ne incaricano le Ong occidentali con le relative filiali, si reclutano o mandano organizzatori, arrivano fondi, la protesta fa contagio, fino a diventare di massa. Di massa per dire, venti-trentamila-cinquantamila su 7 milioni e mezzo, di cui migliaia pure manifestano per la Cina, ma non se ne parla. Descritta come protesta pacifica, ma via via più violenta. E manca un Decreto Sicurezza Bis di Salvini per fronteggiarli. L’obiettivo è quello di provocare il governo a intervenire con sempre maggiore durezza, tanto da far esplodere una ben mediatizzata indignazione nelle opinioni pubbliche. Poi si vedrà che fare. Magari si manda un po’ di Al Qaida.

Ma non è questo il punto. Il punto sono le prove dei magheggi Usa-Uk. Media e organi governativi a Londra e Washington appoggiano la protesta senza riserve. I manifestanti dimostrano le loro posizioni sventolando bandiere britanniche e americane, arrivando a cantare l’inno statunitense, come da link nel titolo. Al  solito,  partono le fake news video: un’esercitazione di polizia sudcoreana antiprotesta viene fatta passare per intervento dell’esercito cinese.

 Proprio come a Belgrado

E già una bella indicazione. Ma andiamo al sodo. La foto mostra l’incontro a HK tra la diplomatica Julie Eadeh, capo dell’unità politica del consolato Usa, e un gruppo di leader del movimento del partito Demosisto, legato al Partito Democratico Usa, capeggiati da Joshua Wong Chi-fung, segretario generale del partito. Uno che si è vantato con i giornali di essere stato più volte a Washington. Ricevono auguri per il capodanno cinese, o istruzioni? Indovinate. Immaginiamo cosa succederebbe se un console cinese incontrasse i capi, mettiamo, del movimento Usa Occupy Wall Street, o di manifestanti anti-Trump.

Chi paga

Un esercito equipaggiato

I  sediziosi di HK sono appoggiati e finanziati, come tutti i loro predecessori qua e là, da NED, USAID, National Democratic Institute (NDI). Una settantina di Ong  del complesso umanitar-spionistico hanno diffuso una lettera firmata dai direttori di Amnesty International, Human Rights Watch e dalla Ong Hong Kong Human Rights Monitor. Il NED (National Endowment for Democracy), creato dalla Cia per operazioni di cui non poteva intestarsi la paternità dopo lo scandalo Iran-Contras, ha dal 1997 due filiali attive a HK. Ma fin dal 1994 la NED finanzia i gruppi apparsi sulla scena nel 2014 nella “rivoluzione degli ombrelli”. L’anno scorso ha dato al Solidarity Center (SC) di HK $155.000, $200.000 al NDI per lavoro a HK e $90.000 alla sua branca di HK, Hong Kong Human Rights Monitor (HKHRM), a cui sono arrivati $ 1, 9 milioni tra il 1995 e il 2013. Sempre sostenuti dal NED sono nell’ex-colonia L’Associazione dei Giornalisti, il Partito Civico, il Partito Laburista e il Partito Democratico di HK. Non potevano mancare, nella panoramica che ricorda il nostro scenario, i sindacati, beneficiari in 7 anni di $540.000. Tutti operatori presenti nelle manifestazioni di queste settimane. All’emittente Voice of America, pagata anche da Soros (che sui nazi di Maidan si è vantato di aver fatto piovere 5 milioni di euro), Il dirigente NED, Greve, lamenta che gli attivisti che lavorano con il NED ora rischiano di brutto, ma che non cedono.

Serve altro per riscoprire la manina artigliata comparsa a Kiev, il Cairo, Bengasi, Beirut, Caracas, Kirghizistan, Algeri, Khartum? La stessa che, guardando bene, si può intravvedere come polena sulla prua delle navi Ong?

Al rapimento orgasmatico con cui i media atlantisti seguono le turbolenze di Mosca e Hong Kong, svaporate quelle delle “primavere” in Algeria e Sudan e finita nel ridicolo la sollevazione in Venezuela di quattro scapestrati, tre generali in panzuta pensione, mezza assemblea parlamentare delegittimata, una dozzina di spie Usa, è seguito l’anticlimax, il down, dell’Argentina.

E anche qui si evidenzia la proterva sciatteria di una stampa che cita fonti, o anonime, o col marchio made in USA nel colletto. Impressionanti la dovizia di ignoranza faziosa nel “Fatto Quotidiano” e i trafelati tentativi del “manifesto” di democratizzare da sinistra la sedizione angloamericana di Hong Kong e  Mosca, o, in perfetto parallelo strategico, le deportazioni di cittadini africani sulle nuove navi negriere. E’ rivelatrice l’assonanza e il sincronismo col quale esattamente gli stessi reportage, tema per tema, parola pere parola, escono sui  main stream media di qua e di là dall’Atlantico. Tipo, il NYT lancia dagli Usa la candidatura presidenziale di Michelle Obama contro l’obbrobrio Trump e il giorno dopo la rilancia Guido Moltedo del “manifesto”.

Controcanto  al ritmo di tango

In Argentina niente spazio per le Ong e, dunque, controcanto al ritmo di un bellissimo tango. Ci ho girato un documentario, dopo il default e la rivolta popolare del 2001, quando  un popolo cacciato al 60% nella miseria nera, passato dalle case alle baracche nel fango , nella fame e la mortalità infantile aveva superato quella di inizio ‘900. Lì si è vista la tempra di questa gente e lo scenario era stato occupato da una danza rivoluzionaria che ha smosso l’intero paese. Mense sociali, unità di medici per i poveri, fabbriche espropriate, o da cui i padroni erano fuggite, prese e rimesse al lavoro, banche assaltate e costrette a restituire, terre requisite ai latifondisti, scuole inventate nelle bidonville spuntate ai bordi delle metropoli, milioni di giovani fattisi militanti del riscatto sociale e politico, le Madri di Plaza de Majo all’avanguardia di tutto, l’inizio della caccia ai generali della dittatura e alla banda dei vampiri di Menem, presidente che si era venduto pure i cimiteri. Mobilitazione permanente dalla terra del fuoco al confine con la Bolivia. E’ l’Argentina  in cui poi seppe istituzionalizzare la rivolta il peronismo di sinistra del Kirchnerismo, con Nestor Kirchner e, dopo la morte del marito, Cristina Fernandez.

Macrì si era preparato a queste primarie politiche. Ong, intimidazioni, repressione, terrorismo FMI. Ma né le Ong della colonizzazione Usa, nè la corazzata mediatica del regime, hanno retto contro una mobilitazione di popolo dalle radici profonde e dalla presenza quotidiana. Né è venuta il crollo del macrismo, al di là di ogni speranza, con il quasi 48% al peronismo del “Frente de Todos”, dell’accoppiata per presidenza e vicepresidenza, Alberto Fernandez e Cristina Fernandez Kirchner, contro il 33% di “Juntos por el Cambio” di Macrì. E la vittoria, per la prima volta nella provincia di Buenos Aires di un candidato nettamente di sinistra Alex Kicillof, sulla macrista storica Maria Eugenia Vidal. A Macrì resta la consolazione della capitale e di Cordoba.

Si chiamava “Americas Reaparecidas” quel documentario, seguito poi da un altro, “L’Asse del Bene” su quanto seguì in Venezuela, Bolivia, Ecuador, l’A.L.B.A. E anche stavolta la derrota, el fracaso della controffensiva imperialista potrebbe indicare un camio del vento. Fra poco si voterà in Bolivia e Uruguay. Il Venezuela resiste. Il Nicaragua ha vinto, il Messico avanza. Vedremo nella Terza Parte. 

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:51

ROMA-MOSCA-HONGKONG: IN CAMPO I COLORATI (ARCOBALENGHI) —– CONTROCANTO ARGENTINO, DOVE LE ONG DEL CORTILE DI CASA NON BASTANO PIÙ —- PARTE PRIMA

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MONDOCANE

MERCOLEDÌ 14 AGOSTO 2019

Le mani sul bottino

Un breve giro sul carnevale estivo nostrano, in cui tutti paiono subire gli effetti fantasmagorici della canicola regalataci dei poteri politici ed economici del Sovramondo (con l’aiuto del famoso “mondo di mezzo” di Carminati, Buzzi e Al Capone). Un brano in coda sull’armageddon 5 Stelle dal solito pezzo analitico decisivo di Mario Monforte. E fari accesi, nella seconda parte, su un’America Latina, Argentina e Venezuela, dove la controffensiva imperialista si va arenando e su Hong Kong, dove la si prova con l’ennesima Maidan nazi-colonialista, alimentata dai soliti  mezzi messi in campo da Cia, NED e, immancabile, il re dei regime change, delle deportazioni  Ong dei popoli da disperdere e delle speculazioni ammazza popoli, George Soros.

Essi – i media – vivono (Carpenter)

Quel gioiello di stampa libera, coraggiosa e sdegnata negatrice di condizionamenti esterni o interni, che sono i nostri media, risplende di luce riflessa dall’alto su tutti i fronti. Da quelli in mano a imprenditori, finanzieri, bancarottieri, cementificatori, nulla ci aspettavamo e nulla di diverso dal solito coro unanime degli scherani del sistema abbiamo visto. Dai “sinistri” neppure nulla ci aspettavamo, ma fa impressione il Fatto Quotidiano per il ciarpame degli “esteri” rispetto allo spesso discutibile, ma dignitoso “interni” di Travaglio, Scanzi, Lillo, Caporale, Daniela Ranieri, Marco Palombi, l’eterodosso taliban Massimo Fini…

 Un’invenzione Dada, alla Duchamp, è sempre più “il manifesto” con la sua testatina “comunista” su un organo della Cupola, ma il dadaismo è fuori moda da cent’anni e così la bacheca Usa in Italia si è messa a rimpinzare il magro seguito, accalappiando enigmisti da Terza elementare e fumettari semi-analfabeti dell’horror.

Fumetto pedagogico del “manifesto”

Il Manifesto: fumetti e cruciverba per chi non sopporta più gli articoli?

Sarò arrogantemente intellettualoide, ma ai miei tempi i ragazzetti, superati i libri di fiabe alla Pinocchio (mai superabile) dove, alla mano delle figure, si imparava a leggere e a ripensare, leggevano Topolino, Tex Viller, Bracciodiferro, fino ai 10 anni. Poi, nei primi turbini ormonali, passavano a Satanik e Diabolik. Dai 14 anni in poi, parlo della metà del secolo scorso, si arrivava a leggere Balzac, Dostoievsky, Svevo, Pavese, Calvino, Fenoglio, Simenon, Faulkner, Pound, Montale, T.S.Eliott. Qualcuno, non sbagliando, proseguiva sui fumetti, ma su quelli dei grandi artisti, alla Bilal., alla Pazienza, o sulle graphic novel alla Buzzati. Dagli anni ’80 in poi, sempre più libri pubblicati, sempre meno letti. Invece grande ritorno del fumetto e “il manifesto”, conscio di mercati, come dimostra nella sua esaltazione dei videogiochi più trucidi, l’ha capito. Cultura yankee, per ridurre lo sforzo, per semplificare, per semplificarci. Non ci possono essere nel fumetto più di una dozzina di parole. Come nei tweet.

Pur impegnandosi con zelo a eseguire gli ordini di servizio dello Stato Profondo Usa, fino a ventilare un governo “comunista” di Draghi, oggi ci mostra come pure una formazione così compatta di giannizzeri della Sublime Porta possa smarrirsi nell’interpretarne i voleri. La direttrice con la soluzione Renzi: sacra unità PD-5Stelle contro il buzzurro fascista, tutti gli altri più in linea con la tradizione e quindi che accada il patatrac spaventoso, ma alla urne subito. Chiunque, pure Draghi secondo l’autorevole editorialista Villone. In fondo, quel giornale ce l’ha nel DNA dalla nascita. Salvini, seppure in mutande da Trump e Netaniahu, ha brigato con i russi, cercando di spillare sostegni nientemeno che dallo zar di tutte le nequizie! Certo, c’è il paradosso, valevole per tutta la stampa imperiale, di chi solleva scandalo per gli affari Lega-Mosca, quando non starebbe in piedi, da sempre, senza i tacchi ortopedici amerikani. Come può una congrega di interconfessionali votatisi alla guerra della civiltà occidentale contro la Russia, staliniana o putiniana che sia (quella suicida di Elsin e Gorbaciov l’arrapava), non votarsi con tutti gli strumenti del caso al compito della mostrificazione dei russi e loro alleati, da Rossanda a Macaluso a Obama ai Clinton (Epstein o non Epstein)? E al vignettista dei “naufraghi salvati” Biani?

 

Al governo tecnico, di unità nazionale, di scopo, di accozzaglia, di salute, di Alzheimer, con Briatore, di Al Capone, di chi ci sa fare, di chi sa disfare, neocrispino, bergogliano, del presidente (e qui siamo fritti)

A questo punto non siamo più alla battaglia delle idee, di quelle poche emerse dai 5 Stelle (vedi Monforte in calce) e di quelle porche che frullano in testa a tutti gli altri che di stelle ne portano tante, insieme a strisce e con una stella polare a sei punte, ma corsa per o contro il tempo. Chi vuole raccogliere subito le mele bacate, prima che marcino del tutto e chi vuole che cadano a terra e se le pappino le cornacchie. Tutte le ipotesi messe in campo, ognuna che si pretende favorita dall’oracolo sul Colle che, peraltro, medita solo su chi eleverebbe le migliori preci nel tempio Nato-UE, fanno davvero schifo. Far ammazzare i 5 Stelle dal plebiscito pro-Salvini, auspicio di chi nel sistema si occupa più di interessi nei caveau che di poltrone nella giostra del “calcio in culo” parlamentare, dalla Banca d’Italia alla Confindustria, dai furbetti del quartierino ai furboni del quartierone, a quelli che si affidano al sovranista di pongo per succhiare il sangue al Sud e poi godersi il morso sul collo dai tedeschi, fino al Vaticano da sempre fedele al sistema che accoppia i  “pieni poteri” di Salvini ai propri pieni poteri spirituali (non solo) e che funziona al meglio dopo la messa di mezzanotte.

L’Union Sacrée di tutti contro Salvini, oltre che dalle appendici locali deiliberal clintoniani e sorosiani, è propugnata dal settore che, quanto ad affidabilità si fida più del PD e codazzo sinistro, politico, mediatico, sindacale, per quel che riguarda un neoliberismo meno spocchiosamente arraffone e trasparente, ma più turbofinanziario, di maggiore tenuta grazie a modi più opachi e urbani e con l’indisturbato apporto degli schiavi da tratta, deportati dai paesi delle risorse da recuperare. Ha per riferimento i guerrafondai e ricolonizzatori del Partito Democratico americano. E qui potrebbe rispuntare un Giuseppe Conte di transizione, uno che ha già dato buona prova di sé con Washington, Bruxelles, Guaidò e Nato e che si trascinerebbe qualcuno della non sempre limpida miscellanea eletta, un po’ per celia e un po’ per non morire, nelle ultime politiche.

C’è poi la soluzione Monti, pardon Draghi che, dopo aver fatto per le banche tedesche e francesi quanto è culminato con il matricidio della Grecia, ora potrebbe sistemare definitivamente al carretto italiano il traino dei più belli spiriti animali del capitalismo neocarolingio. Ha dietro Goldman Sachs, come si sa, il che comporta anche la benevolenza di Rothschild, IOR, banche private tutte e Federal Usa, nonché l’operatività discreta del già citato mondo di mezzo, ormai globalizzato.

Lucia Annunziata, la mia ex-direttrice, respinta da una redazione TG3 non ancora normalizzata da suor Paterniti, ci comunica invece i desiderata dello spicchio atlantosionista della Cupola: tutto fuorchè i 5 Stelle, in qualsiasi combinazione. Stessa matrice per Stampubblica di DeBenedetti-Elkan, che arriva a suggerire all’amico sul Colle, alla cui giacchetta, del resto, si appendono tutti, compreso lex-impeachmentista Di Maio, colossi della modernità progressista e verde, come Sabino Cassese, Walter Veltroni o Enrico Letta. E Andreotti, non lo potremmo clonare a partire da un po’ di DNA dalle orecchie?

E quelli della palingenesi?

In tutto questo, dove si pongono i portatori della grandi speranze di riscatto e catarsi della parte sana del nostro popolo? Anche qui c’è grande marasma con chi ne vuole una di quelle elencate sopra e chi l’altra. Tutti uniti, però, nel giurare che se ne esce unicamente facendo passare il taglio dei 345 parlamentari. Con il quale cambierebbe tutto, perfino il firmamento, altro che solo cinque di stelle. Un trucchetto clamorosamente demagogico, col quale si vorrebbe rapire a Salvini il primato della cazzata che portavoti. Non so se il taglio sia giusto, cosa cambi di sostanziale tra 1000 e 500, se sia meglio tagliare gli emolumenti,  so che 60 milioni non ci stanno nell’agorà di Atene, ma so che la democrazia migliora con la proporzionale e i referendum. So anche che se è a questa ciambella di salvataggio che si affidano, rischiano di trovarsela al collo piena di piombo. Piombo messoci dai nuovi soci, Zingaretti o Renzi che siano, più bravi di Salvini a rubare, sotto coperta mediatica, suolo ai viventi, futuro a giovani e vecchi, salute e beni a tutti e a vendere pace e sovranità agli istruttori che li tengono in sella.

L’intelligente Andrea Scanzi (FQ) parla di governicchio Zinga-Maio, invece da tempo il sogno del suo direttore, come di “un orrore inaudito e un regalo al Salvini, infatti è l’ennesima idea abbietta dello sciagurato Renzi”. Ha ragione.  Ragione di più per dimenticare Di Maio. O ora, o mai più. Lo si mandi alle serali a leggere un po’ di geografia, storia, Aristotele, Schopenhauer, Hegel, Kant, Balzac, Gramsci, Calvino. E figuriamoci se non almeno “Il Manifesto”, quello con la M maiuscola.….  Di Battista, Paragone, Morra,Taverna, Bugani, Ruocco,  base dalle idee chiare, non siete bolscevichi, ma un colpo lo potete battere. Sul tema dice meglio il molto severo Mario Monforte, qui in fondo.

Media italiani? In geopolitica stiamo dove dobbiamo stare

Sappiamo tutti, quei 13 gatti spelacchiati che leggono il manifesto, ora che è diventato enigmistico e offre fumetti agli analfabeti, che nel quotidiano comunista c’è chi è deputato dall’alto a picchiare la Russia e Putin, chi a spernacchiare la Resistenza afghana, chi a scatenare la foia razzista contro Gheddafi e Assad e chi a fare della Cina il Regno di Mordor. Offrono a costoro ampi spazi di empietà giornalistica le manifestazioni di questi giorni a Mosca e a Hong Kong, epicentri della guerra globalista contro le due nazioni che viaggiano in direzione ostinata e contraria sui binari del diritto internazionale e, quanto a bottino di devastazioni e morti inflitti, stanno a chi li avversa come i blob della Solfatara stanno all’eruzione del Vesuvio nel 79 dC. Nella SECONDA PARTE il seguito.

Hong Kong, nostalgie

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MARIO MONFORTE, estratto da “Salvezza dai nuovi barbari?

E i 5S? Anche loro hanno tradito, come Salvini-Lega, e nei fatti, ciò era primario. Non era nella loro testa, né propositi, per mancanza di analisi, di progetto conseguente, di strategia e tattica adeguate. L’“impianto” resta quello loro consueto: con onestà (è solo un pre-requisito, mentre con le regole e con il loro rispetto va sempre insieme la tendenza alla violazione, organica all’oligarchia e alle regole liberali, né la «legge spazzacorrotti» impedisce di escogitare altre forme di violazione) porre correzioni o misure specifiche dove occorre, e cosí far “andare bene” le “cose”. Ma proprio questo è impossibile! Il “sistema” non è “neutro”, né l’apparato statual-burocratico è astratto: è funzionale alla perpetuazione dei rapporti di produzione e sociali vigenti (ossia al capitalismo), mantenendoli nelle sue fasi successive.

Tradimento, dunque, oggettivodelle possibilitàdelle potenzialità. Della Lega, del M5S, del governo giallo-verde – e dell’ulteriore interno gravame del cuneo inserito da Mattarella, Tria, Moavero e poi lo stesso Conte, a difesa del mantenimento della fase in crisi, ma sempre in atto, della globalizzazione. Esaminando gli “impianti” della Lega e del M5S, in fondo e infine era difficile attendersi esiti altri. Si può solo aggiungere che, mentre la Lega è sicuramente poco penetrabile da idee, analisi e prospettive di “altro” e “oltre” (è forza “di sistema” e di qualche mutamento, ma nel e per il “sistema”), cosí lo sono stati anche i 5S (con le lodevoli eccezioni di coloro che sono molto critici o perfino in rottura – bisognerà però vedere se, al momento opportuno, seguiranno o meno il richiamo a stringersi nella “casa comune”). E, nel loro “grosso” e nei loro esponenti, appaiono attestati su poche convinzioni parziali e, al piú, analisi settoriali – le idee dominanti sono quelle dei dominanti, nella generale penetrazione dell’ideologia dominante, il liberalismo (e i 5S non affermano “siamo non-ideologici e post-ideologici”? Come si vuole il liberalismo per escludere ogni visione e comprensione del mondo “altra”).

Anche se i 5S danno la colpa a Salvini, al “sistema”, etc. – e ci manca solo il «destino cinico baro -, l’iter della loro opera nel governo e la sua fine ingloriosa è una dimostrazione inconfutabile (ma già lo era la perdita delle gestioni comunali nella scadenza seguente all’averle conquistate) che intendere e dare a intendere che si possa attuare il «cambiamento» senza comprendere il “sistema” e mirare a romperlo significa solo illudere e auto-illudersi – e fallire. In questo contesto è avvenuto qualcosa di imperdonabile: invece di spingere avanti, formare una comprensione di massa della realtà e degli ostacoli da superare, potenziare il movimento popolare e costruire – appunto – un blocco sociale effettivo e soggettivo, si è determinato l’opposto, ossia lo scoraggiamento, il riflusso di quel movimento che, pur confusamente, si era levato, alimentando la convinzione che non si può fare niente di decisivo, che bisogna rassegnarsi e accettare “ciò che c’è”, al piú puntare sul “meno peggio” – che fa comunque parte del peggio.

E ora? Io non intervengo oltre su ciò che ho scritto e detto in vari interventi, ribadendo solo che è necessario ostacolare il riflusso, costruire il movimento democratico popolare diretto a riprendere in mano il paese, perciò mirante a riacquisire indipendenza e autonomia, il che può procedere solo in intreccio con comprensione e la messa in atto, volta all’imposizione, della vera democrazia. Certo, questo è ancora piú arduo nelle condizioni presenti, perché ha di fronte davvero tanti, troppi ostacoli. Ma dovrebbe essere ancora tentato. Nonostante quanto non vuol capire o fuorvia, o nega, e blocca.

Mario Monforte

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:52

Comunicato Stampa – Una Nota al presidente Conte e al suo ministro Toninelli

Comunicato Stampa

PresidioEuropa

Movimento No TAV

13 agosto 2019

www.presidioeuropa.net/blog/?p=20680

Una Nota al presidente Conte e al suo ministro Toninelli

Perché un Governo sfiduciato non può dare il via al progetto Torino-Lione

13 agosto 2019

Invitiamo il Presidente Giuseppe Conte e il suo ministro Danilo Toninelli a leggere il Comunicato Stampa di PresidioEuropa del 10 agosto e l’intervista de il manifesto dello stesso giorno al prof. Sergio Foà, Ordinario di Diritto amministrativo all’Università di Torino.

Apprenderebbero perché un Governo sfiduciato non può dare il via al progetto Torino-Lione.

Per mantenere la loro autonomia decisionale, di fronte alle smanie cementificatrici di TELT, Conte e Toninelli dovrebbero intanto impedire che “gli uffici” gestiscano in modo solitario e “burocratico” la relazione del MIT con INEA, ossia del Governo italiano con la Commissione europea.

Per rendere più chiara la questione citiamo un passo della lettera degli uffici del MIT del 26 luglio 2019 all’INEA, firmata dalla dr.ssa Bernadette Veca, Direttore della Direzione Generale per lo Sviluppo del territorio del MIT: “the Government expressed favor for the confirmation of the project – il Governo si è dichiarato favorevole alla conferma del progetto”. Questa frase così esplicita non è mai stata pronunciata dal Presidente Conte.

Prima che l’Italia (il MIT) comunichi all’Europa (INEA) la posizione definitiva dello Stato sul futuro della Torino-Lione dovranno passare molti atti politici: non può una Direzione generale di un Ministero fare proprie diverse mozioni contraddittorie approvate dal Senato.

Il MIT dovrebbe attendere l’approvazione di un atto politico sulla Torino-Lione da parte di un Consiglio dei Ministri.

Fino ad allora lo Stato italiano non potrà essere rappresentato da un livello burocratico ministeriale rendendo irreversibile, con la benedizione di TELT, una decisione che il potere esecutivo non ha ancora espresso con la sua approvazione politica pubblica.

In questo contesto appare evidente che il MIT non potrà comunicare all’INEA la “posizione definitiva delle Stato italiano”, in quanto mancano i presupposti.

«Salvezza dai nuovi barbari»?

  La “cosa” ha avuto un precedente disastroso e derisorio: dopo che i 5S (che hanno via via ceduto su tutti i “nodi” qualificanti, o realizzandoli al minimo strozzato, vedi «reddito» e «pensioni» di cittadinanza) hanno acconsentito al «sí» di Conte all’opera inutile e dannosa del Tav TO-Lione per evitare la crisi del governo, e per non “perdere la faccia” hanno imbastito la pantomima del «no» in parlamento al loro stesso governo, di scontata bocciatura … ebbene, hanno perso la faccia e hanno avuto la caduta del governo. Ben diverso sarebbe stato, in dignità e consensi, puntare i piedi nel governo di cui erano “soci di maggioranza” sui troppi impegni (con l’elettorato) disattesi o attuati al minimo, sfidando Salvini a rompere e accettando la crisi. Ma già il voto alla Von der Leyen (decisivo per l’elezione alla Commissione Ue dell’esponente della peggiore austerity liberal-capitalistica Ue, motivato con discorsi puerili: “ha promesso punti del nostro programma …”) era stato lo sbocco della loro integrazione nel “sistema” e politicantismo corrente, in coerenza con il “siamo nell’Ue, euro, Nato” del «contratto di governo»; dei viaggi in Usa di Di Maio, Conte, Salvini; del tatuaggio in fronte a Di Maio: “sto nell’euro”.

Ma Salvini ha rotto sul Tav? No, aveva già il «sí». Ha preso l’escamotage 5S come ultimo pretesto. Il segnale, sull’onda dei successi elettorali leghisti, veniva dallo sfascio della berlusconiana FI, con uscita di Toti (e afflusso di esponenti FI) e sua formazione di «Cambiamo». Berlusconi potrà solo affiancarsi a Salvini, la Meloni è sua alleata (né ha altre chances) e Toti & Co. sono la “ciliegina sulla torta”: si staglia la potenzialità della maggioranza di voti e seggi, e Salvini presidente del Consiglio. E Salvini ha deciso di non traccheggiare – se poi ha scelto bene i tempi resta da vedere.

Nello schiamazzo seguente sono evidenti i tentativi per ritardare nuove elezioni, con ridda di ipotesi sul governo intermedio (tecnico, di garanzia, elettorale) e con Grillo che invita i 5S a fare un governo perfino con il Pd come «salvezza dai nuovi barbari» (e mantenimento del posto a governanti ed eletti): ma non si erano accorti della «barbarie» quando erano insieme al governo? E va bene il Pd massima formazione di messa in atto delle sciagurate politiche respinte dalla maggioranza della popolazione e contro cui si è levato l’attacco annoso dei 5S? E vanno bene i renziani, con il codazzo della Bonino, LeU, SI? – ma il Pd di Renzi è spaccato da quello di Zingaretti, che non vuole tale accordo, e allora basterebbero i seggi? Comunque questo governo salverebbe il paese «dai nuovi barbari»? E in adesione totale ai dettami Ue e del capitale transnazionale non attuerebbe un’ulteriore barbarie? E un accordo del genere non sarebbe la fine dei 5S? Che gridano al tradimento, vogliono il taglio dei parlamentari – per votare l’estate prossima – e chiamano a stringersi: ma i sondaggi danno piú che dimezzati i voti del 4 marzo 2018 e già ora il discredito non è facilmente rimediabile.

A ogni modo il quadro della propaganda è questo: Salvini che vuole il governo per sé, senza impacci, denuncia “inciuci” e manovre, e attacca accordi 5S-Pd; Pd e “sinistrismo” levano appelli contro i «barbari», il “colpo di Stato”, l’avvento del neo-fascismo (leit motiv in corso da tempo). Intanto infuriano discorsi parziali quando non fuorvianti: “sono stati i poteri forti” (en passant: quali sono i “poteri deboli”?), “Salvini ha sbagliato i tempi”, “no li ha colti bene”; “è colpa di Salvini”, “è dei 5S”, etc. Il frastuono silenzia la sostanza della questione – come sempre, mai si va alle “radici”.

Le elezioni del 4 marzo hanno portato allo sbocco au sommet delle reattività della maggioranza della popolazione italiana alle politiche (su tutti i piani) del liberal-capitalismo globalizzato-globalizzante attuate dai suoi «organismi» come l’Ue/euro e gli Stati inglobati in tale contesto e «organismi». E hanno segnato l’emersione oggettiva di un fronte sociale: dai lavoratori, inoccupati, sottoccupati, disoccupati, soprattutto del Sud, ma non solo (anche al Centro e al Nord), al tessuto produttivo (medie, piccole, piccolissime imprese e artigianato residuo, e agro-alimentare) del Nord, ma non solo (anche il Centro è pervaso dall’incrocio delle due componenti); insomma, lavoratori e classi (comunque) subalterne, i due terzi e piú della popolazione, con voti raccolti da M5S e Lega: perciò il solo governo possibile era il loro.

Quale avrebbe dovuto essere l’asse primario del governo «giallo-verde»? Tradurre il fronte sociale in blocco sociale effettivo e anche soggettivo, consolidato con misure adeguate (da un piano ampio di investimenti il piú possibile auto-centrato, all’impegno agro-alimentare e ambientale, all’incastonamento del tessuto produttivo, alla messa sotto controllo dei capitali, fino agli accordi esteri, oltre che al blocco del flusso migratorio – unito all’azione nei paesi d’origine, sul principio del «diritto di stare a casa propria»). Il che va contro lo “stiamo nell’Ue, euro, Nato”, e richiede di agire per la ri-acquisizione di indipendenza e autonomia del nostro paese (è questa la «sovranità»), senza di che non si può costruire una reale democrazia né attuare le efficaci misure connesse.

Niente di tutto ciò era nella testa e nei piani della Lega. La sua linea è piuttosto chiara: gestire il paese in base a uno pseudo-nazionalismo (con sovranismo a chiacchiere, e neanche insistite) perché resta, certo “criticamente”, nell’Ue mentre subordina ancora piú l’Italia agli Usa (al versante “trumpiano”), e sempre in base a un indirizzo liberal-capitalista, con un’apertura piena al capitalismo (compreso quello grande, transnazionale) e ai suoi imperativi su tutti i piani (compreso l’afflusso “regolare” di forza-lavoro di pressione e di riserva), ma situando il tutto nell’alveo del “governo nazionale che vigila e decide” – e intanto attua tramite l’«autonomia differenziata» la “navigazione” del Nord nella «macro regione alpina» (franco-tedesca), con il Centro in rincorsa e il Sud sganciato. Insieme condito da un neo-bacchettonismo perbenistico (rosario e vangeli di Salvini, “grazie alla beata vergine Maria nel giorno della sua nascita” – questa figura inventata dai neo-esseni, alias cristiani, nel II sec. d. C. “è nata” il 5 agosto?), il che serve per contrastare la Chiesa di Bergoglio sparata sul «sí» a globalizzazione e immigrazione, ma ribadisce un “clima” di ipocrita conformismo.

Salvini, che ha portato la Lega a consensi enormi (grazie a tentennamenti e cedimenti 5S), ha infine “fatto il suo” sul piano politico, per assumere “in proprio” il governo. Ha tradito? Sí. Che cosa? Lui e la Lega hanno tradito ciò che sarebbe stato necessario: la traduzione del fronte sociale in blocco sociale. E ora cancelleranno questa possibilità, posta “nelle cose”, riportando tutto nell’alveo “usuale” del “sistema”: destra che va al governo, sinistra all’opposizione, con modifiche (di maggiore, o minore, o minima entità) però volte alla perpetuazione del “sistema” stesso nella sua ricerca di mutamento di assetto: è l’«alternativa unica» di “sistema”. Ma che «barbarie» e neo-fascismo! È questa propaganda occhiuta di comparti di dominanti (pro fase presente della globalizzazione e suzzunzone totale all’Ue), buona per babbei frastornati. E le opposizioni, Pd & Co., sono le forze della reazione volta alla perpetuazione di questa fase, che è in crisi e rispetto a cui il capitalismo è in cerca di un diverso assetto (e non parlo dei vari “sinistri”, che arrivano magari a dire no Ue/euro/Nato, ma senza via praticabili e in contraddizione plateale con la loro accoglienza “senza se e senza ma” del flusso migratorio voluto dal capitalismo globalizzante della fase ancora attuale, e volto a colpire sia la condizione dei lavoratori e dipendenti, sia il residuo assetto sociale, culturale, urbano del nostro paese – e anche loro ancor piú scatenati sulla fantasmagoria del «barbaro» Salvini “neo-duce”).

E i 5S? Anche loro hanno tradito, come Salvini-Lega, e nei fatti, ciò era primario. Non era nella loro testa, né propositi, per mancanza di analisi, di progetto conseguente, di strategia e tattica adeguate. L’“impianto” resta quello loro consueto: con onestà (è solo un pre-requisito, mentre con le regole e con il loro rispetto va sempre insieme la tendenza alla violazione, organica all’oligarchia e alle regole liberali, né la «legge spazzacorrotti» impedisce di escogitare altre forme di violazione) porre correzioni o misure specifiche dove occorre, e cosí far “andare bene” le “cose”. Ma proprio questo è impossibile! Il “sistema” non è “neutro”, né l’apparato statual-burocratico è astratto: è funzionale alla perpetuazione dei rapporti di produzione e sociali vigenti (ossia al capitalismo), mantenendoli nelle sue fasi successive.

Tradimento, dunque, oggettivo: delle possibilità, delle potenzialità. Della Lega, del M5S, del governo giallo-verde – e dell’ulteriore interno gravame del cuneo inserito da Mattarella, Tria, Moavero e poi lo stesso Conte, a difesa del mantenimento della fase in crisi, ma sempre in atto, della globalizzazione. Esaminando gli “impianti” della Lega e del M5S, in fondo e infine era difficile attendersi esiti altri. Si può solo aggiungere che, mentre la Lega è sicuramente poco penetrabile da idee, analisi e prospettive di “altro” e “oltre” (è forza “di sistema” e di qualche mutamento, ma nel e per il “sistema”), cosí lo sono stati anche i 5S (con le lodevoli eccezioni di coloro che sono molto critici o perfino in rottura – bisognerà però vedere se, al momento opportuno, seguiranno o meno il richiamo a stringersi nella “casa comune”). E, nel loro “grosso” e nei loro esponenti, appaiono attestati su poche convinzioni parziali e, al piú, analisi settoriali – le idee dominanti sono quelle dei dominanti, nella generale penetrazione dell’ideologia dominante, il liberalismo (e i 5S non affermano “siamo non-ideologici e post-ideologici”? Come si vuole il liberalismo per escludere ogni visione e comprensione del mondo “altra”).

Anche se i 5S danno la colpa a Salvini, al “sistema”, etc. – e ci manca solo il «destino cinico baro -, l’iter della loro opera nel governo e la sua fine ingloriosa è una dimostrazione inconfutabile (ma già lo era la perdita delle gestioni comunali nella scadenza seguente all’averle conquistate) che intendere e dare a intendere che si possa attuare il «cambiamento» senza comprendere il “sistema” e mirare a romperlo significa solo illudere e auto-illudersi – e fallire. In questo contesto è avvenuto qualcosa di imperdonabile: invece di spingere avanti, formare una comprensione di massa della realtà e degli ostacoli da superare, potenziare il movimento popolare e costruire – appunto – un blocco sociale effettivo e soggettivo, si è determinato l’opposto, ossia lo scoraggiamento, il riflusso di quel movimento che, pur confusamente, si era levato, alimentando la convinzione che non si può fare niente di decisivo, che bisogna rassegnarsi e accettare “ciò che c’è”, al piú puntare sul “meno peggio” – che fa comunque parte del peggio.

E ora? Io non intervengo oltre su ciò che ho scritto e detto in vari interventi, ribadendo solo che è necessario ostacolare il riflusso, costruire il movimento democratico popolare diretto a riprendere in mano il paese, perciò mirante a riacquisire indipendenza e autonomia, il che può procedere solo in intreccio con comprensione e la messa in atto, volta all’imposizione, della vera democrazia. Certo, questo è ancora piú arduo nelle condizioni presenti, perché ha di fronte davvero tanti, troppi ostacoli. Ma dovrebbe essere ancora tentato. Nonostante quanto non vuol capire o fuorvia, o nega, e blocca.

Mario Monforte

I No Tav bruciano i fogli di via

Serata dei pintoni attivi
 Serata dei pintoni attivi

A seguito delle manifestazioni No Tav delle scorse settimane sono state denunciate 82 persone dalla Digos, mentre 28 “fogli di via” sono partiti dalla Questura di Torino. Questi ultimi hanno raggiunto anche alcuni appartenenti allo storico, e molto noto, gruppo dei “Pintoni attivi”: uomini e donne anche non più giovani ma molto determinate, che si danno appuntamento da anni, con qualsiasi condizione climatica, fuori dal cantiere di Chiomonte per un rituale aperitivo-cena molesto e dissacratorio.

I fogli di via della durata tre anni con divieto di soggiorno e transito nei comuni di Chiomonte e Giaglione sono stati emessi «a causa della pericolosità sociale espressa e per le oggettive azioni di turbativa dell’ordine pubblico ed alla sicurezza pubblica».

Venerdì sera i fogli di via sono stati portati da alcuni No Tav presso il cancello del cantiere di Chiomonte, dove era in corso l’usuale aperitivo-cena, e lì sono stati inceneriti dalle fiamme.