TIFARE DESTRA FINGENDOSI SINISTRA —- LA LA LAND USA, DOVE IL BANCO VINCE. SEMPRE.

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MONDOCANE

SABATO 10 NOVEMBRE 2018


“In America abbiamo realizzato la profezia di Orwell. Un popolo schiavizzato è stato programmato ad amare i propri ceppi, mentre guardano sullo schermo fiabe e finzioni di libertà. Non sono i corpi a essere imprigionati, ma le menti. I desideri delle persone sono programmati, i gusti manipolati, i valori stabiliti da altri” (
Gerry Spence, From Freedom to Slavery)

Dopo Saragat, Rossanda & Co?

Quando ti appioppano, come fosse una sberla, la qualifica di complottista, puoi essere certo che chi te la tira è un complottista. Come tante cose, quasi tutte, del nostro inverno dello scontento, il termine e il suo uso con intento di dileggio e irrisione ci arrivano dagli Usa: conspiracy theorist. Lì una classe dirigente al potere dai tempi della fondazione, dovendo imporre le sue ragioni dei pochi sulle ragioni e i bisogni dei più, è costretta di conseguenza a costantemente tramare nell’ombra: far passare per vero il falso, per giusto l’ingiusto, per bello il brutto, per morale l’immorale, per Valpreda Gladio. Regola del resto imprescindibile per qualunque minoranza che volesse mantenersi al comando a spese e a danno della maggioranza. Solo che nel cuore dell’Impero questo classico trucco del bue che dà del cornuto all’asino si è dato forma e potenza di uragano che travolga chiunque tenti di aprire uno spiraglio nelle quinte del teatrino e dare una sbirciatina di là.

Questa premessa a onore e difesa dei complottisti, intesi come disvelatori di complotti e, dunque, difensori della verità, mi serve per avanzare un azzardo che mi è balenato tanto tempo fa nel seguire le involuzioni verso destra, e anche estrema destra sul piano geopolitico, di certa “sinistra” italiana che si riconosce nel “manifesto”.  “Sinistra” e “manifesto”  che, nelle temperie delle recenti elezioni di midterm statunitensi, mi sono sembrati dare definitiva credibilità all’originale dubbio. Ricordate Saragat, la scissione socialdemocratica del suo PSLI, poi PDSI, dal PSI di Nenni nel 1947, notoriamente innescata dagli Usa e facilitata dai denari della Cia? Tolse ai socialisti, uniti al PCI nel Fronte Popolare, una cinquantina di parlamentari, contribuì alla sconfitta del 1948 e rappresentò per la DC il ruotino di scorta di consolidamento capitalista e atlanticista. Si rafforzò lo schieramento anti-operaio e antisovietico.

Moro, Saragat, Nenni, il generale Usa

A pensar male…

A pensar male, diceva uno che la sapeva lunga sul male, ci si azzecca. Ma è proprio pensar male vedere un parallelo tra quella spaccatura del fronte delle sinistre  e la dipartita dal PCI di quelli del “manifesto” nel 1969? Rossanda, Pintor, Magri, Parlato, incoraggiati e poi abbandonati dall’eternamente traccheggiante Ingrao, rifacendosi al revisionismo di Kruscev  e alle nefandezze attribuite a Mosca, a partire dall’Ungheria del 1956, fecero di tutto per farsi cacciare da un PCI che, privato di queste teste d’uovo, ci rimise in fatto di  egemonia culturale e anche un bel po’ di consenso.. Nel 1947 si trattò di fare arrivare alle elezioni decisive del ’48 una sinistra indebolita. Nel 1969 ci si trovava in piena guerra fredda (e caldissima in Vietnam e nelle decolonizzazioni appoggiate dall’URSS)  e quindi, di nuovo, nell’urgenza di infliggere un’altra mazzata al campo socialista. Inserendosi nell’ondata rivoluzionaria  del ’68 e seguenti, peraltro sempre da robusto calmiere rispetto alle altrui istanze rivoluzionarie, il “manifesto” ebbe modo di rendere credibile e anche di sinistra l’accodarsi alla guerra fredda e a una campagna anti-URSS sempre più virulenta.

Oggi quella campagna è diventata anti-russa , dopo la perdita di punti di riferimento come Gorbaciov e Eltsin e il “manifesto”, da piccino che è, le fa da mosca cocchiera, in piena adesione a operazioni subgiornalistiche e di intelligence come il Russiagate, le rivoluzioni colorate, le scelleratezze di Pechino, e nella piena condivisione di ogni singola iniziativa geopolitica dell’Impero neoliberista, in Cina come in Siria, in Libia come in Nicaragua, nell’immigrazione da sradicamento coatto come nel sostegno allo sgorbio europeo, come nel dirottamento dell’antagonismo sociale verso l’innocua battaglia per diritti civili, conflitti di genere e di minoranze. Per chi non fosse stato ottuso (part.pass. di ottundere) da testatine fuorvianti e nobili firme, i campanelli d’allarme sarebbero stati molti.

Hillary e Rossana, unite in Libia

Ma uno, addirittura una sirena d’allarme di quelle dei bombardamenti, non potrebbe non averlo percepito chi ha visto l’augusta Rossana Rossanda, madre nobile di tutta l’impresa, affiancarsi alla ghignante Hillary Clinton nel proporre, perorare, nel caso dell’americana anche condurre, la guerra contro la Libia, con esito finale di morte e orrore per il suo leader e il suo popolo. L’escalation è continuata e ha raggiunto vertici un tempo inimmaginabili sul Nicaragua, quando il pogrom sorosiano contro il governo sandinista è stato interpretato dal “manifesto”, al di là di ogni freno e pudore, con la stessa foga mistificatoria con cui tratta l’altra operazione del finanzcapitalismo totalitario, le migrazioni.

Non per nulla sono le immagini apologetiche di Emma Bonino che con frequenza adornano il quotidiano. Se ne dovrebbe dedurre che il filo rosso che ha tracciato l’itinerario di questa comunella, protetto dall’autotitolazione di “comunista”, era ieri ed è oggi l’opposizione alla Russia in sintonia con lo Stato profondo statunitense e con le forze che lo muovono. Il che non poteva non accompagnarsi , sempre in sintonia con i radicali, a una drastica revisione dell’idea di rivoluzione: da insurrezione proletaria, presa della Bastiglia o del Palazzo d’Inverno, Lunga Marcia, la Comune, lavoratori comunque al potere, alla guerra al velo, ai matrimoni e alle filiazioni gay.. A essere cattivi si parlerebbe di una Stay behind intellettuale.

Tutto questo ha portato a un rinsaldarsi sulle grandi questioni di un’unanimità di giudizio e di analisi tra tutti i media del paese, con il “manifesto” che vi figura irrisorio sul piano quantitativo, ma qualitativamente di grande interesse per il contributo a un antagonismo politico e sociale appariscente, ma innocuo. Una meringa di panna montata rosa. Ne è stato dimostrazione eclatante lo scomposto tifo con cui il giornale ha affrontato le elezioni di rinnovamento di Senato e Camera negli Stati Uniti. Nella sola giornata della vigilia sono stati ben 11 gli articoli, per 10 pagine su 16, e il fatto giornalisticamente grottesco che quasi tutte queste espressioni di forsennato tifo anti-Trump e pro-Partito Democratico, replica dell’appassionata campagna manifestista per la Clinton, dicano le stesse identiche cose. Un impegno spasmodico, su modestissimi soggetti e con concetti propagandistici uccisi dalla stereotipia, ma che il giornale dichiara decisivi per le sorti del mondo. Manco fossimo al 18 aprile, o al referendum su monarchia o repubblica.

E ci stupiamo che, in odio ai 5Stelle perché fanno cose che dovrebbero fare loro, questi del “manifesto” a casa nostra tifino addirittura Lagarde, Draghi, Moscovici?

Much ado about nothing, molto rumore per nulla

Fa suo, il “manifesto”, l’appello al voto costi quel che costi, rilanciato da quella bella schiera di progressisti liberal, perlopiù mercatisti accademici, sinergici con certe industrie, e trash hollywoodiano, che si sentono orfani di Obama e defraudati della Clinton, contro il Golem fascista che avanza dalle nere montagne di Mordor. E che da noi ha la faccia di Salvini, e ci sta, ma anche un po’ di Di Maio, anche un po’ di Melenchon, anche un po’ di Sahra Wagenknecht e perfino del poro Fassina, tutta pessima sinistra sovranista. Gente per la quale il cappio di Trump al collo dell’Iran e del Venezuela, la sua clava su Siria, Yemen e un sacco di altri posti, le crisi epilettiche guerrafondaie di Pompeo e Bolton, contano poco rispetto a quanto di progressista ci ha lasciato l’accoppiata nero-donna.

Tre colpi di Stato, Honduras, Paraguay, Ucraina, le stesse sette guerre di Bush, assassini seriali tramite droni, la militarizzazione della polizia con l’assegnazione di materiale bellico, primato di neri ammazzati da una polizia sempre più impunita, prigioni segrete della tortura e extraordinary rendition di sgraditi, forze speciali-squadroni della morte in 130 paesi, infrastrutture nazionali fatiscenti in un’economia allo sfascio e la delocalizzazione della produzione all’estero con conseguente impennata della disoccupazione, senzatetto a milioni in tendopoli e baracche, sorveglianza e spionaggio di ogni attimo di vita a raggio mondiale, il più alto numero di immigrati mai espulso dagli Usa, un Obamacare che ha messo la salute dei cittadini poveri tra le zanne delle assicurazioni…. Potrei andare avanti per altre dieci pagine. E si definiscono progressisti.

Anticlimax, quando l’orgasmo non arriva

A risultati elettorali acquisiti, l’organo  della sezione italiana dell’Asinello (simbolo del Partito Democratico per chi non  lo sapesse, quello dei Repubblicani essendo l’elefante), si è vagamente ricomposto. Il trionfo dei succedanei di Obama e Hillary non si è verificato, il Leviatano Trump ha tenuto botta e Senato, contrariamente a quanto è sempre capitato ai presidenti nelle mid term. Ha perso la Camera, ma i suoi governatori sono 25 contro i 23 dei Democratici. Con il Senato in mano, l’impeachment vagheggiato dai servizi segreti, Wall Street, Pentagono, e “manifesto” è diventato chimera. “L’onda rossa” (rossa?) si è arenata, a dispetto di sondaggi e appassionati vaticinii di tutto il main stream, “manifesto” in testa. E si è dissolta anche la fantastica architettura del Russiagate, le interferenze di Mosca, entusiasticamente condivise dal “manifesto” (mirabolanti rispetto a un paese come gli Usa che mette soldi, sicari e media in ogni benedetta elezione del mondo), che avrebbero fatto vincere Trump nel 2016: Al ministro della Giustizia Sessions, colluso con il procuratore Mueller, che non è riuscito in due anni a tirare fuori uno straccio di prova, è stato sostituito Matthew Whitaker, che da sempre qualifica di bufala l’operazione.

Donne, si cambia pagina

Il che non ha impedito al “quotidiano comunista” dell’obam-hillarismo nostrano di celebrare un’”America che volta pagina”. Anzi, addirittura di ricuperare le esultanze annichilite dal flop dei sedicenti progressisti, concentrandole sul gran numero di donne elette: per una Hillary trombata, 107 “giovani e di varie etnie” e, a questo punto, chissenefrega se sono xenofobe trumpiste, o benevole liberal-hillariane. A’ la guerre comme à la guerre e lì ci vanno tutte. Pure le comparielle, tutte donne, di Amnesty International e Human Rights Watch. Sulle 19 donne afroamericane il “manifesto” va in solluchero e titola “Abbiamo le Black Girl Magic”. Sono le nuove categorie politiche del “quotidiano comunista”: basta essere nera, o donna, o, meglio, nera e donna, o, perfetto, nera, donna e gay.

Al “manifesto”  questo fa sangue e ne siamo contenti anche noi, nella misura in cui abbiamo visto come basti essere donna e pure nera, per vedere il mondo colorarsi di amore, giustizia e pace: Madeleine Albright , Hillary Clinton, Condoleezza Rice, Samantha Power, Nikky Haley, Victoria Nuland, Susan Rice, Nancy Pelosi, Christine Lagarde E, si parva licet, Gelmini, Bernini, Pinotti, Santachè, Fedeli, Boschi, Madia… Una presenza femminile che ha fatto la differenza, soprattutto in politica estera. Le sono debitori tanti paesi, tanti popoli: Jugoslavia, Iraq, Libia, Siria, Ucraina, Honduras, Iran, Nordcorea, Yemen, Somalia, mezza Africa…Però,  vuoi mettere, tra i CEO delle multinazionali ci sono sempre più donne.

O no?

Alle voci del padrone, “manifesto” compreso, non importa nulla che, nella contesa elettorale, da nessuno dei contendenti, nemmeno da Bernie Sanders, finto socialista e autentico sostenitore delle guerre e di Israele, si sia andati oltre le questioni dei migranti, delle libere armi e delle donne. E nemmeno che l’asse attorno al quale tutto doveva girare, il Russiagate, era sparito dal dibattito per manifesta minchiata. Nulla cale del fatto che gli Usa siano coinvolti tuttora nelle sette guerre di Obama, tra cui quella dell’Afghanistan, la più lunga  della storia americana, che stia aiutando a cancellare lo Yemen dalla faccia della Terra, che stia assediando la Russia con eserciti alle sue frontiere minacciando guerre globali e nucleari, che il bilancio militare Usa sia più grande di quello di tutti gli altri messi insieme, a evidente vantaggio degli armaioli e detrimento del benessere planetario,  che Washington sostiene e glorifica, insieme all’obbrobrio saudita e a tutto il terrorismo jihadista, tutti i regimi dittatoriali e reazionari del mondo, che è in corso, tra sorveglianza parossistica e militarizzazione della società, un processo di dittatura plutocratica senza precedenti nella Storia….

Tutto questo bel panorama interno e geopolitico è sostenuto con uguale impegno dai due partitoni. La fallacia, con la quale si cerca di coglionare il volgo e  l’inclita, è che si confrontino uno buono e uno cattivo, l’uno del tutto alternativo all’altro. Mentre quello che succede sotto i nostri occhi e del tutto simile allo scontro finto, ma ben recitato, tra due lottatori di Catch che fingono di spezzarsi le ossa e strapparsi i muscoli. Solo che gli spettatori del wrestling sanno che si tratta di una messinscena. Quelli che negli Usa votano e che commentano il voto, no.

E’ solo catch

Portando al parossismo l’avallo della farsa su colui che comunque resta, volente (Obama) e nolente (Trump) un sicario della Cupola, promosso ”uomo più potente del mondo”,  in cui si sono impegnati i media di regime, il “manifesto” ha dato il suo contributo pestando l’acqua nel mortaio per dieci pagine alla vigilia e per cinque giorni dopo. Acqua marcia se si pensa a come si articola il sistema elettorale statunitense. A cominciare dai 50 milioni di cittadini esclusi dal voto perché non registrati (diversamente da tutti gli altri paesi, qui ci si deve registrare prima). Non registrati perché poveri, analfabeti, indifferenti, emarginati, senzatetto, sfiduciati. A continuare con la scelta del giorno lavorativo per il voto, tale da impedirlo a milioni di lavoratori e l’esclusione dal voto di 6,1 milioni di cittadini perché imputati di qualche reato, di cui uno su cinque afroamericano.

Poi il  gerrymandering, la definizione delle circoscrizioni elettorali tale da falsare completamente il rapporto tra votanti ed eletti: il piccolo Wyoming, 582mila abitanti, fornisce due senatori, quanti ne eleggono i 38,8 milioni della California.  La manipolazione del voto elettronico affidata a imprese vicine ai democratici, denunciata più volte. Una contesa presidenziale, Bush-Gore, decisa da un paio di giudici della Corte suprema, a dispetto del responso popolare. E, soprattutto, da cima a fondo, con raramente qualcuno che riesce a sgaiattolarne fuori, un sistema totalmente e da sempre manovrato dalla plutocrazia. Una gara riservata, l’ultima volta, al miliardario dell’immobiliare e a una parvenu arrampicatasi su una montagna d’oro erettale dai compari sauditi e delle multinazionali più necrofore. Montagna sotto la quale dovevano restare sepolti i trascorsi della erinni da segretaria di Stato.

E’ un gioco di ricchi,  arbitrato dai ricchi, giocato dai ricchi per i ricchi, sul quale agli altri è consentito di divertirsi scommettendo. E su tutto questo veglia il potere supremo, potere della moneta delegato dal pinnacolo della piramide alla Federal Reserve. Quella dei dollari, quanti ne servono. Il colpo di Stato strisciante che ha dissolto quel poco che c’era di democrazia americana ha portato a un regime in cui nulla si muoverà mai che non sia di profitto ai Rothschild, ai Bill Gates, Warren Buffett, Rockefeller, Bezos, Adelson, fratelli Koch e alle conventicole che si riuniscono attorno a questi nelle varie Trilateral, Bilderberg, Aspen Institute.

Dove il più pulito ha la rogna

Il “manifesto” si dia una calmata. Che ci siano gli amati Democratici, dalla pelle curata e dal cianuro col sorriso, o i detestati Repubblicani, dalla faccia truce e i modi sguaiati, tutto continuerà senza le scosse che non siano quelle che al popolino danno la soddisfazione di stare con l’uno o con l’altro clown del wrestling. Le mille basi Usa nel mondo, di cui un centinaio da noi, una guerra dopo l’altra per rimuovere ostacoli, installare tiranni amici o il caos, economie vampire, multinazionali ed eserciti che spostano di qua e di là popolazioni, chiamate profughi, sanzioni che strangolano popoli governati da chi non ci piace, nostrani paggetti che a Washington vanno per farsi investire delegati proconsolari, il travaso verso l’alto di quanto resta alle moltitudini in basso, detto neoliberismo. E il probabile figlio freak di questo: il pianeta arrosto. E’ “TINA”, There Is No Alternative, un pensiero unico che deve portarci da Gesù Cristo alla fine della Storia, facendoci tifare per l’uno o per l’altro tra brigante e brigante e mezzo. In compenso le coppie gay potranno far inseminare prestatrici di corpo e adottare bambini nell’universo tutto loro. Per la gioia del “manifesto”.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:17

TIFARE DESTRA FINGENDOSI SINISTRA —- LA LA LAND USA, DOVE IL BANCO VINCE. SEMPRE.ultima modifica: 2018-11-11T10:05:34+01:00da davi-luciano
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