Greta e i suoi fratelli: ora basta moderazione

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sabato 20/04/2019
In 25 mila in piazza del Popolo con lei, che dice: “Vogliamo solo un futuro”
Greta e i suoi fratelli: ora basta moderazione

“Scusa, ti prego, mi dai un titolo? Non ho capito niente”. Il giornalista coi capelli bianchi è nel panico. Greta Thunberg ha appena parlato dal palco ecologico di piazza del Popolo a Roma, alimentato dalle pedalate di cento ciclisti accaldati, ma nessuno ha pensato di tradurre il suo breve discorso in inglese, come invece in inglese, come invece in Senato. E non ce n’è bisogno, infatti, perché le migliaia di ragazzini dei Fridays for Future nati dopo il 2000 che affollano questa piazza – 25.000, secondo gli organizzatori –, capiscono senza problemi e scandiscono le parole di Greta con scrosci di applausi.

Lei, sempre seguita dal padre Svante – baffi, capelli lunghi castani e sorriso perenne – riprende il discorso fatto in Parlamento giovedì. “Possiamo comprare tutto, ma ciò di cui abbiamo bisogno è un futuro. Milioni di studenti sono scesi in piazza, ma nessuno sta facendo niente e le emissioni aumentano. Però noi stiamo cambiando il mondo e continueremo a combattere”.
Sotto il palco, una piccola bambina tiene un cartello verde con una scritta tranchant: “Se moriremo, vi porteremo con noi”. Un altro cartello ironizza sui poteri forti – “Se il clima fosse stato una banca l’avrebbero salvato” – mentre qualcuno, su uno dei tanti foglietti appesi a un filo (una specie di “muro” dei pensieri sul clima), ha scritto col pennarello: “Ah regà, che caldo!”. Ben 14.455 gli euro raccolti in piazza – molte banconote da 50, dicono gli organizzatori – per coprire parte delle spese. E mentre gli interventi dai toni apocalittici si susseguono dal palco, alternati alla musica della band dei Têtes de Bois, c’è chi si abbraccia nello stand dedicato ai free hug, troupe di giornalisti sudati intervistano i partecipanti, con al collo solo un cordino e un cartoncino senza plastica con scritto “stampa”, che anche l’accredito è diventato ecologico.
Quando chiedi a chi è venuto in piazza – da Grottaferrata, Civitavecchia, Bracciano, Latina – se ha cambiato il suo stile di vita, la risposta è: differenziata sì, niente bottigliette di plastica, solo mezzi pubblici, anzi a piedi, che a Roma non funzionano. Ma sulla decisione di Greta di non prendere l’aereo vacillano: “Lei è il capo, deve farlo… Noi meglio che partiamo dalle piccole cose, tipo usare la bicicletta”. E ancor più sulla scelta vegana: “Le proteine animali ci servono per crescere!”. “Il problema sono i polli del supermercato, non la carne”, “Vegano è tosto, siamo umani”, dicono in coro. Filippo ha preso il pollo fritto da McDonald’s il giorno prima, anche se ammette “però mi vergogno”, mentre Francesca dice: “Da Mac non ci vado più. Ma perché sono a dieta”. Insomma, come grida qualcuno dal palco, “seguiamo Greta ma a modo nostro”.
Lei, timidissima, sorridente, forse stanca di questa tre giorni nella Città eterna e sicuramente ignara delle intercettazioni del sindaco e delle rogne dell’Ama, distribuisce, prima di andare via, rose rosse ai bambini. Ed è arduo, guardandola, credere alle tesi complottiste che hanno accompagnato il suo arrivo in Italia, dai legami con la massoneria e i poteri forti al presunto, sfrenato, marketing editoriale. I suoi coetanei, infatti, non hanno dubbi. “Greta manipolata? Anche se fosse, non cambierebbe nulla, quello che sta facendo è positivo”, dice una tredicenne, spazzando via ogni dietrologia.
Per loro, Greta Thunberg è semplicemente una persona con un “grandissimo coraggio”, che “si appoggia a fatti scientifici e dice cose vere”, come spiega, secco, Marco, quindici anni di Latina. Un aggettivo per definirla? “Carismatica”. “Intelligente”. “Rivoluzionaria”. “Radicale”. Troppo radicale? “Anche troppo poco per quello che ci vorrebbe. È finito il tempo della moderazione”, commenta Roberta. Mentre Francesco, brufoli e molta timidezza, chiosa: “Nonostante l’età e la complessità della situazione è riuscita a portare avanti un ideale. Che dire? Chapeau”.
di Elisabetta Ambrosi | 20 Aprile 2019

ALLIANCES HETERODOXES, ‘ALLEGEANCES OBLIQUES’ ET FRONTS RENVERSES: LE CHAOS GAGNE LES PUISSANCES ENGAGEES EN LIBYE !

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Flash Info Géopolitique/ Geopolitical Flash News/

2019 04 19/ #025-2018
FLASH.GEOPOL - 024 - Alliances obliques en libye (2019 04 19) FR 3

“Nous devons exploiter entièrement, soigneusement, attentivement et habilement les moindres brèches de nos ennemis”

  1. I. Lenine.

Au moment où la Libye glisse encore plus dans le chaos, il semble bien que cette maxime de Lenine, ait été méditée au Kremlin. Le chaos libyen lui gagne les puissances engagées en Libye. L’offensive d’Haftar sur Tripoli conduisant à d’inattendues alliances hétérodoxes et à des coalitions à fronts renversés.

ETAT DES LIEUX VU DES USA, PAR ‘GEOPOLITICAL FUTURES’ :

“ALLEGEANCES OBLIQUES EN LIBYE” …

“Jeudi soir, les bombardements (qui auraient été perpétrés par les forces loyales à l’Armée nationale libyenne de Khalifa Haftar) se seraient poursuivis dans plusieurs banlieues de Tripoli, portant à plus de 200 le nombre de morts au cours des deux dernières semaines. Et qui suggèrent que les combats pourraient ne pas se terminer de si tôt. Des responsables de l’ONU, qui reconnaissent officiellement le Gouvernement d’accord national (GNA) basé à Tripoli, ont déclaré jeudi que du matériel militaire, notamment des lance-roquettes et des avions, aurait afflué dans le pays depuis le début de l’offensive de l’ANL. Haftar (un ancien cadre de la CIA) aurait bénéficié d’un soutien de l’Égypte, des Émirats arabes unis, de l’Arabie saoudite et de la Russie.

La GNA a également accusé la France de soutenir Haftar et a suspendu la coopération avec Paris en matière de sécurité. Un responsable de l’Office du président Emmanuel Macron a déclaré jeudi que Paris soutenait le GNA. Dans le même temps, le Qatar et la Turquie semblent toujours soutenir le GNA, augmentant ainsi le risque d’un conflit indirect entre rivaux du Moyen-Orient, bien que les ministres des Affaires étrangères turc et russe aient discuté jeudi de la situation en Libye par téléphone. Dans le même temps, Moscou a bloqué une proposition britannique auprès du Conseil de sécurité américain demandant un cessez-le-feu au motif que le projet de résolution comportait un libellé critiquant Haftar”.

ROME VS PARIS … ET WASHINGTON QUI COMPTE LES POINTS !

Pendant ce temps, Washington compte les points, ravie de voir français et italiens se déchirer. Rome soutenant réellement le GNA et Paris armant Haftar en sous-main. Ce qui va encore fracturer l’UE à qui Trump fait la guerre commerciale (1). Français via Total et italiens via l’ENI se disputant le pétrole libyen. “Les États-Unis sont restés en grande partie sur le banc de touche cette fois-ci”, précise ‘Geopolitical Futures’.

NOTE :

(1) La collaboration militaire et politique euro-américaine se double d’une « CONTRADICTION INTERNE » (caractéristique du Bloc américano-occidental) : Alliés politico-militaires dans l’OTAN, les pays de l’UE sont opposés aux USA depuis les Années ’80 par la guerre économique USA vs UE et la guerre financière Dollar vs Euro. “Contradiction interne” occidentale que l’on retrouve en Afrique : l’allié militaire français est aussi le concurrent économique des USA, qu’il faut évincer des marchés africains. Autrement dit Paris tire les marrons du feu pour Washington en Afrique ! Mais Paris et ses multinationales, comme Total (ex Elf) pilier de la Françafrique depuis les Années 1960, a aussi son propre agenda, en particulier économique.

(Source : Geopolitical Futures – ELAC Website – EODE Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

(Infos géopolitiques en bref /

Complément aux analyses quotidiennes de Luc Michel)

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire –

Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme

(Vu de Moscou et Malabo) :

PAGE SPECIALE Luc MICHEL’s Geopolitical Daily

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* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

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ERA LA STAMPA, BELLEZZA. SI È UCCISA. DAL RUSSIAGATE AL RUSSIAFLOP E ALL’ARRESTO DI ASSANGE

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VENERDÌ 12 APRILE 2019

Ginevra: monumento a Snowden, Assange, Manning

“L’arresto di Julian Assange, il dissidente che ha segnato a livello planetario un’epoca nuova nella tensione fra lo scrutinio democratico delle decisioni dei poteri di governo e la Ragion di Stato, pone un problema drammatico alla coscienza politica di tutto l’Occidente”. (I parlamentari del Movimento 5 Stelle)
Un giornalista. Vero.

Dopo un accusa svedese di molestie sessuali, mossa da due collaboratrici Cia e poi archiviata, sul modello Brizzi e Argento; dopo sette anni di reclusione nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, prima da rifugiato, grazie a un presidente ecuadoriano perbene, Correa, e, poi, da ostaggio e prigioniero, per servilismo agli Usa di un presidente fellone, Moreno, Julian Assange, eroe e martire della libertà d’informazione, è stato arrestato da Scotland Yard. Lo aspetta l’estradizione negli Usa e un processo in base ad accuse segrete, formulate da un Gran Giurì segreto, che prospettano la condanna a morte.
Per essersi rifiutata di testimoniare contro Assange davanti al Gran Giurì segreto, Chelsea Manning, che fornì a Wikileaks i documenti attestanti i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dagli Usa in Iraq e Afghanistan e si è fatta 7 anni di carcere, è stata di nuovo imprigionata e posta in isolamento.  Assange e Manning sono i disvelatori e comunicatori di ciò che il potere fa di nascosto e ai danni dell’umanità. Sono ciò che dovrebbero essere i giornalisti e che nell’era della globalizzazione, cioè della presa di possesso di tutto, non esiste più. Salvo in qualche angolo della rete.
Gli unici, tra giornalisti e politici che hanno avuto la primordiale decenza di marchiare a fuoco la persecuzione di Assange, senza se e senza ma, sono stati i 5 Stelle, con Di Battista, Di Manlio, Morra. I migliori. Grazie e onore a loro.
Come va? Da noi tutto bene.
Il giornalismo italiano è approssimativo, sgrammaticato, forbito, pomposo, demagogico, disonesto, ipocrita, falsario, mistificatore, manipolatore, incompetente, protervo, pedestre, fazioso, ottuso, pedestremente bugiardo. Esibisce prosopopea e campa di servilismo. Un’ informazione corretta equivale a infliggere torto e offesa ai rispettivi padroni-editori, a loro volta obbligati nei confronti di padroni più grossi. Il sindacato, FNSI, e l’Ordine lo difendono con kermesse e piazzate dalle critiche. Non ne hanno mai pizzicarto uno per aver detto che Gheddafi imbottiva di Viagra i suoi soldati per agevolarne gli stupri, o che Milosevic pratica la pulizia etnica.
Il giornalismo Usa, trainato e sedotto dalle quattro corazzate Washington Post, New York Times, CNN e Fox, tutti in mano a miliardari, è anche peggio. Quello europeo, più esperto e furbo, cerca di galleggiare, inserendo nelle bordate di falsità all’uranio qualche mortaretto di verità. Per me, il peggio di questo giornalismo è quello che si nasconde sotto mentite spoglie e di conseguenza inganna il lettore inconsapevole, rifilandogli “verità” imperiali con la griffe di ”opposizione”.
Se la Federazione Nazionale della Stampa e l’Ordine Nazionale dei Giornalisti fossero quello che la loro denominazione afferma, avendo con tanto forza deprecato, perseguito, condannato, le intemperanze di alcuni 5 Stelle che consideravano certi organi e giornalisti né imparziali, né corretti, oggi come oggi dovrebbero impegnarsi per un caso che rappresenta simbolicamente la fine della libertà d’informazione. Non lo faranno.

Media monopolaristici: qualche caso 

non riescono a intaccare.

Limitiamoci a pochi punti. Quello che balza agli occhi nell’immediato e non ha bisogno di alcun esame epidittico è un lavoro sulla componente gialla di questo governo  talmente di squadra, che neanche il Real Madrid. Passate dal Corriere a Repubblica, dal manifesto alle beghine del TG3, da Floris a Formigli a Zoro, dall’Osservatore Romano all’Osservatore della Val Brembana e ne uscirete frastornati e assordati dalle mazzate inferte a Di Maio & Co. Come resterete abbagliati dalle passarelle offerte ai promotori dello svuotamento del Sud del mondo a scopo di rapina, chiamato “fenomeno migratorio”. E’ il mandato assegnato agli editori di riferimento della globalizzazione.

Il generale Haftar, dopo avere guadagnato il controllo e l’appoggio di quattro quinti della Libia nel nome della sua riunificazione, assedia Tripoli e Misurata, covi di integralisti islamici che, come in Siria e Iraq, rispondono ai quartieri generali geopolitici dell’Occidente e a capo dei quali è stato inventato un premier non legittimato da nessun voto popolare (diversamente da quello di Tobruq del quale è espressione Haftar). Haftar promette di spazzare via i jihadisti che da otto anni insanguinano il caos libico e, con loro. i campi di migranti che gestiscono e su cui tanto raccapriccio cala tutta la nostra stampa all’apparire di ogni barcone in presunto naufragio? . Ebbene, quali sono per i nostri MSM (Main Stream Media, giornaloni e televisionone) i buoni e i cattivi? A dispetto dei torturati, stuprati, uccisi nei lager, sui quali tanta tratta di schiavi e mafiosi era stata imbastita?. Avevate dubbi?  Meglio tenersi i lager che far vincere uno che passa i fine settimana a Mosca.

Il “fenomeno epocale migrazioni”, viene ora definito inarrestabile perfino da Beppe Grillo. Tra papa che, a proposito di mafia nigeriana, scarica su noi  – “La mafia è roba nostra” – la colpa che nell’Italia delle tre mafie storiche, più la quarta politico-economica, sia sbarcata, via gommoni e Ong, una quarta, e demagoghi  dei porti chiusi, ci si divide solo su un punto: parlarne o non parlarne. Se gli organi leghisti ne seminano il terrore, “il manifesto”  non sa nemmeno che una mafia nera c’è. Dove invece, da quelli dei porti chiusi a quelli di Mimmo Lucano, ci si ritrova concordi e compatti è l’assoluto silenzio sulla matrice del fenomeno. Fenomeno naturale quanto le frane dai declivi disboscati. Tre miei dvd gratis a colui che mi scopre, ovviamente nel monopolarismo del sistema mediatico nostrano (in rete è facile),  un’inchiesta di giornalone su come dall’Africa, fino al nuovo colonialismo, non arrivasse nessuno, anzi,  tutti si battessero a casa loro per la liberazione da britannici e francesi, e che solo ora, ripresentatisi missionari, Ong e manager multinazionali e impostosi, grazie alla crisi, un riesame del costo del lavoro, fossero partiti i barconi.

Russiagate: russi sotto il letto e Cia a capotavola. Fino all’obliterazione nucleare.

Tutto questo si può perfino definire una compagna di sbrindellati e sgangherati, rispetto alla falange d’acciaio mediatico-politica  che si è formata a sostegno della crociata anti-Putin del Russiagate e del suo alfiere, il procuratore Robert Mueller. Per quasi tre anni inarrestabile macchina del fumo, l’ex-Marine volontario in Vietnam, ex-direttore dell’FBI, era sostenuto nell’impresa da quello che chiamano Stato Profondo, invisibile, ma decisivo, tutti ex-FBI o Cia, la crème de la crème della Nazione Eccezionale, quella che governa davvero e rimuove chi non ci sta. Da Kennedy a Nixon a, tentativo fallito, Trump. Che poi è la stessa che s’è inventata la pulizia etnica di Milosevic, le armi di distruzione di massa di Saddam, i piloti sauditi contro le Torri Gemelle e, appunto, il Golem Russia.

Per oltre due anni i garzoni di bottega dell’informazione anglo-sassone, si sono rappresentati e profondamente sentiti l’armata di giannizzeri del sultano Mueller. E anche da noi il Russiagate era bibbia, codice d’onore, sfrenata passione. Non ha sgarrato nessuno. Mancava ogni minima prova o evidenza che Hillary Clinton fosse stata sabotata, non dalle proprie, diciamo, improprietà affaristiche, consociative, guerresche, golpiste, bensì dalla collusione tra Putin e il suo burattino a stelle e strisce. C’era solo un dossier di stronzate, redatto dalla spia britannica Christopher Steele, pagato con fondi del Partito Democratico e da Mueller  e svaporato nel nulla appena Mueller ha aperto la cartella.

Altro che buco nero!

Rasentando un surrealismo sublime, lo Stato, che non aveva mancato di interferire in ogni processo politico, in ogni elezione, in ogni economia, in ogni perversione culturale dal 1945 a stamattina, accusava i russi di essersi piazzati negli armadi e sotto il letto di Trump. Non solo, di tutti i suoi sostenitori, di tutti i governanti devianti, di tutti i cittadini inosservanti. Obiettivo: l’impeachment, la cacciata dell’imprevisto, incalcolato, mai visto al Circolo della Caccia. Magnifico assist, oltre a tutto, per scaricare sui maneggi e intrighi russi ogni fatto e vicenda non consoni alle aspettative dei regnanti in Occidente: dai Gilet Gialli, ai vittoriosi nel nostro referendum, da Salvini a Di Maio, dagli Skipral, avvelenati col Novichok (prodotto, peraltro, nel vicino stabilimento UK di Porton Down), alla Brexit, al morbillo e alla zanzara Tigre.

Milioni di articoli, tonnellate di inchiostro, milioni di chilometri di nastro, vignette a strafottere, per costruire un Orso Russo così mostruoso e Kolossal da meritarsi una gragnuola nucleare in testa. Senza di che, appunto, non sarebbe stato possibile convincere la gente che piuttosto di essere divorati da quell’orso, sarebbe stato meglio farsi incenerire dalle atomiche dei giusti. Che poi era l’obiettivo ultimo di tutto il can can.

Il rapporto con cui un pur volenteroso Mueller ha dovuto comunicare al ministro della Giustizia William Barr e al resto del mondo che tutto questo era stata una gigantesca fola, burla, frode, presa per il culo, minchiata, che non c’era la minima prova che i russi abbiano interferito nelle elezioni per favorire Trump (oltretutto spasmodicamente illogico, vista la qualità del soggetto) e che Trump non ha mai ostacolato la Giustizia, sta all’Everest di panna al cianuro costruito dai media, come il testè scoperto buco nero sta a inferno e paradiso, come rifilatici da precedenti persuasori manifesti.

Si tratta sicuramente del più grande flop, fiasco, smacco mai inflittosi  da una così sconfinata platea di frodatori. E del più grave insulto, inganno, imbroglio, circonvenzione, impostura, abbaglio inflitto a noi, disarmati utenti. La conclusione è univoca e inesorabile: questa gente, questo apparato, questo moloch d’Occidente, non ha più e non avrà più alcuna credibilità. Né su questo, né su alcun’altra nefandezza propagandistica e mistificatoria che vorranno servire ai loro manovratori.

Ingannati miliardi, rasentato la guerra totale? Non è successo niente.

Protervia e mancanza di alternativa (se non in rete, gli dei ce la salvino perché i demoni le daranno addosso, ora più che mai) gli permettono di nemmeno scusarsi con i miliardi di esseri umani che hanno turlupinato e agganciato al carro della guerra alla Russia. Non provano nemmeno a commettere un gesto di resipiscenza. Anzi. Del resto dov’ è la Procura che si azzarda a ipotizzare una sfilza di reati, tipo frode, falsa testimonianza, abuso di credulità, circonvenzione di incapace, falso in atto pubblico, concussione, corruzione, incitamento all’odio … per quanto grossi e operativi come squali? Una parte, quella degli ignavi, se ne sta zitta, facendo finta di niente. Non ne parla. Non è successo niente.

Un’altra si trasforma da vipera pestata in free-climber sugli specchi. E’ il caso, per esempio, di Guido Caldiron, firma della Comunità nel “manifesto”, che, fin dai suoi fasti in “liberazione”, si prodigava senza macchia e paura per qualsivoglia primavera di velluto che a Soros piacesse, in particolare quelle gradite a Israele. E se i media statunitensi si arrabattano tra richieste a Barr di rendere noto tutto il rapporto Mueller, che sicuramente qualcosa di russo ci si trova, e la ricerca di altre porcate di Trump, il nostro segugio si salva con la “Russia connection” che unirebbe tutta la destra, con Putin che, perso Trump, ora se la spassa sul lettone con le camicie brune e nere di tutta Europa. Come no, lo sospettano anche “Liberation”, “Le Monde”, la BBC. Gli stessi sinistri vedovi del Russiagate.

Sgonfiato il Russiagate, pompiamo il Cinagate, consoliamoci con le nuove “primavere arabe”

Altri ancora, cambiano bersaglio e, nell’impudenza  come marchio deontologico,  trovano altri servi encomi  e codarde ingiurie da praticare: migranti, Libia e, soprattutto, Cina, come ora vogliono il Pentagono e l’Intelligence. Tanto che, subito, la presunta alternativa di “manifesto “ e “Fatto Quotidiano” s’è impegnata nel fresco di giornata “Cinagate”: una campagna  che descrive quel paese come poco meno di un orrendo campo di concentramento dove si sorveglia, controlla e punisce perfino il respiro che non esca dritto dalla bocca formulando la scritta Xi Jinping. Descrizione che ovviamente fa da antidoto alla buona impressione di progresso, comunicazione, pace, che qualcuno ha potuto illudersi che fosse la nuova Via della Seta.

Primeggiano nella luce dell’informazione di servizio i depistatori che si gettano sulle “primavere arabe” dei paesi ostici da normalizzare: Sudan e Algeria. E qui grande è la delusione per il fatto che non tutto del classico programma Soros-Cia abbia funzionato, dato che i militari hanno sventato l’auspicata Maidan arabo-africana. Se ne rammaricano i media del colonialismo – “manifesto”, “Fatto quotidiano”, Tg, tutti – che già a suo tempo avevano operato per tagliare al Sudan il Sud petrolifero (Usa, Israele, Vaticano) e che poi avevano fatto passare una disputa per l’acqua tra agricoltori e allevatori del Darfur, altro pezzo da amputare al Sudan, come spietata caccia all’uomo dei governativi “diavoli a cavallo”, i “janjawid”. Li ritrovate tutti quanti a fianco dei “ribelli” siriani, mentre fanno finta che tra questi e quelli che bruciano o scorticano vivi civili e soldati, ci sia differenza.

Il contrapasso

Il ministro della Giustizia Barr annuncia un’inchiesta, non più sulle mene anti-Usa di Mosca, ma proprio su quelle anti-Mosca del Russiagate. Indagate alcune delle più pregiate agenzie di sicurezza e spionaggio americane. A partire dall’FBI  e dalla Cia, nel suo prestigioso ex-capo, nemico mortale di Trump, John Brennan. Sembra il contrappasso di Dante. Chissà che non gli venga voglia, visto che gli Usa rivendicano una giurisdizione su tutto il globo, di inquisire e inchiodare anche un po’ di fake giornalisti autori della fake news più grossa del secolo? Non ci opporremmo, visto che dalla Procura di Roma, se non c’è di mezzo Virginia Raggi, poco c’è da aspettarsi.

Assange: colpita al cuore la libertà. Non solo di stampa

Chelsea Manning

Infame e segno di arbitrio assoluto e di totale disprezzo del diritto e della democrazia sono l’arresto di Julian Assange e il rientro nel carcere, e addirittura in isolamento, di Chelsea (Bradley, quando era uomo) Manning. Chelsea, imprigionata per aver avuto la dignità e il coraggio di non testimoniare contro Assange davanti a una di quelle mostruosità giuridiche che sono i Gran Giurì segreti, veri tribunali speciali, è l’ex-analista dei servizi del Pentagono che a Wikileaks ha fornito molti dei dati che rivelano e denunciano i crimini contro l’umanità e di guerra delle truppe Nato e Usa nei vari teatri di guerra, come anche gli intrighi e i complotti e le operazioni terroristiche tessuti con governi complici a danni della pace, della legge, dei dissidenti. Un quadro raccapricciante basato su centinaia di migliaia di messaggi riservati passati tra governo Usa e sue ambasciate e governi alleati. Niente di sorprendente per chi ha presente quanto le operazioni segrete Usa, con Gladio, Stay Behind, mafia, terrorismo neofascista e rosso, hanno fatto in Italia e in altri paesi.

Assange al momento dell’arresto

Assange, una di quelle gole profonde (whistleblower), come Edward Snowden che ci ha rivelato come la NSA spiasse l’universo mondo, di cui tanto avremmo bisogno per infrangere occultamenti e inganni di regime e mediatici, viene non per caso stigmatizzato con particolare livore da coloro che coltivano il seme del tradimento e la proliferazione degli amici del giaguaro. In Europa eccellano giornali quinte colonne come il “manifesto”, “Liberation”, “Le Monde” e “The Guardian”, che è arrivato, poi costretto a ritrattare e a scusarsi, a inventare una visita di Paul Manaford, responsabile della campagna presidenziale di Trump, ad Assange, nell’ambasciata, per concordare con lui lanci di fango contro Hillary.

Ho incontrato Rafael Correa prima a Quito, alla vigilia della sua vittoria per la presidenza sull’onda della “revolucion ciudadana” che liberò il paese dai manutengoli degli Usa e la fece entrare nel consesso antimperialista dell’A.L.B.A. e, poi, a Roma, dove fece tappa per un tour di denuncia del cambio di rotta operato da Lenin Moreno e dei rischi ora corsi da Assange. Mi disse che Washington, i servizi americani, non avrebbero mollato l’osso e che occorreva con la massima urgenza una mobilitazione del giornalismo onesto e libero e dei cittadini che lo consideravano essenziale alla democrazia per salvare uno dei più validi assertori del diritto alla conoscenza di ciò che fanno i governanti. Scrissi qualcosa, mi guardai in giro, non si sentiva volare una mosca. Né, tanto meno, una parola in difesa di Assange. La FNSI  sparava ipocrito sdegno contro chi, nel mondo politico, osava criticare l’irreprensibile professione.  Amnesty, HRW e gli altri umanitari non assumono “prigionieri di coscienza” catturati dagli amici.

Oggi i poteri che mirano a stringere il mondo intero nella loro morsa a forza di menzogne, soffocamento, terrorismo e guerre, hanno trovato chi sacrificare al dio Mammone. Uno che gli ha dato davvero fastidio. Quanto resiste, a fatica, del giornalismo mondiale, da anni leva la sua voce in difesa di Wikileaks e del suo fondatore. Presidi e manifestazioni si sono tenuti ovunque. Non da noi. E cosa fanno i colleghi i italiani di Assange e Manning? Quando non sputano, guardano dall’altra parte. E mai nello specchio.

Concludo con queste parole di Alessandro Di Battista: “Il governo italiano ha il dovere di mettere in campo ogni iniziativa possibile a sostegno di Assange e di Wikileaks, un’organizzazione alla quale tutti quanti dobbiamo moltissimo. Se lo farà, bene, altrimenti non ci sarà alcuna differenza con gli scendiletto degli americani che ci hanno governato negli ultimi trent’anniCostoro non sono giornalisti, ma sicari della libertà d’informazione. Volete sapere chi sono? Volete i loro nomi e cognomi? Sono tutti coloro che non difendono un patriota dell’umanità come Assange”.

Patriota dell’umanità. Ben detto

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:48

 

Torino – Lione ? No, Torino-Digione

Comunicato Stampa

PresidioEuropa

Movimento No TAV

12 aprile 2019

www.presidioeuropa.net/blog/?p=19788

Torino – Lione ?

No, Torino-Digione

Questo il nuovo itinerario deciso dalla Francia per risparmiare 11 miliardi di euro di gallerie tra Lione e il tunnel di base di 57 km

Grandi manovre ferroviarie in Francia, la nuova linea Torino-Lione non passerà più da Lione, ma da … Digione, una città  200  chilometri a nord.

Questa novità l’ha rivelata Elisabeth Borne, Ministra dei Trasporti francesi, con una Lettera inviata al Prefetto di Lione lunedì 8 aprile 2019 (cfr. in basso), nella quale indica le prossime tappe per il trasporto ferroviario delle merci dal confine franco-italiano verso Parigi.

Ecco il programma dettagliato della ministra.

  • In primo luogo, in attesa della costruzione di nuove sezioni di linea, la linea ferroviaria in uso e modernizzata Digione-Modane costituirà la via d’accesso alla galleria di base al momento della sua entrata in servizio, prevista per il 2030.
  • … dare priorità al miglioramento dei trasporti quotidiani, … i grandi progetti infrastrutturali devono far parte di un approccio progressivo di realizzazione, a partire dalle necessarie ottimizzazioni della rete in cui sono integrati, prima della costruzione di sezioni di nuove linee che saranno quindi scaglionate nel tempo.
  • Per quanto riguarda le nuove sezioni di linea ferroviaria tra Lione e la sezione transfrontaliera del tunnel, le riflessioni proseguiranno per determinare gli investimenti opportuni allo scopo di far fronte nel tempo all’aumento del traffico”.

Spiegazione

Le nuove sezioni di linea ferroviaria tra “Lione e la sezione transfrontaliera del tunnel” comprendono 72,4 chilometri di gallerie (Sainte-Blandine 2,4 km, Dullin-L’Epine 15 km, Chartreuse 25 km, Belledonne 20 km e Glandon 10 km).

La Francia non ha nessuna intenzione di realizzare queste cinque gallerie, per lo meno  in questo secolo, perché richiedono un investimento di ben 11 miliardi di €.

La ministra ha confermato che l’interesse della Francia su questa itinerario è il trasporto delle merci e non dei passeggeri. La parola “merci” compare sette volte nella sua lettera, la parola passeggeri solo tre ma riferita in particolare ai treni dei pendolari.

L’obiettivo dichiarato dalla ministra è di “effettuare investimenti a breve termine nella linea in uso e aumentare la sua capacità fino a 10 milioni di tonnellate di merci, poi a 15 dopo il 2030.

Ma equipaggiare la  sezione transfrontaliera di un nuovo tunnel di base di 57 km, dotato di una capacità stimata tra 50 e 70 milioni di tonnellate/anno senza costruire nuove linee ferroviarie  di accesso al tunnel della stessa capacità tra Lione o Digione e il Tunnel di Base (ma anche tra Torino e il Tunnel) –  sarebbe un investimento inutile, come da tempo dimostrato dagli esperti ferroviari.

Trapela in questa lettera la preoccupazione della ministra Borne per la mancanza di sufficienti traffici merci e passeggeri su questo itinerario nel medio/lungo periodo e dei fondi per un’opera che le sta apparendo inutile.

La prova ? La ministra si guarda bene dall’informare come la Francia finanzierà la costruzione dei suoi 45 km della Torino-Lione. Forse si aspetta che l’Unione europea tenga a carico suo la costruzione delle linee di accesso?

E, per prudenza, vuole conoscere, attraverso l’istituzione di un osservatorio permanente, la saturazione ferroviaria sulle attuali vie di accesso e sul tunnel del Moncenisio.

Le decisioni della ministra francese dovrebbero far capire all’Italia che la Francia non è interessata (in questo secolo) al progetto Lyon-Turin, tanto da aver già modificato il suo itinerario in Dijon-Turin.

Ecco la lettera in italiano della ministra, qui il testo originale in  francese.

MINISTERO DELLA TRANSIZIONE ECOLOGICA E SOLIDALE

La Ministra incaricata dei trasporti presso il ministro di Stato

Hôtel Le Play-40, rue du Bac – 75007 Paris – Tél : 33 (0)1 40 81 21 21 22

Egregio signor Pascal MAHILOS

Prefetto della regione Auvergne – Rodano-Alpi,

Rue Pierre Corneille 69419 LYON

Parigi, 8 aprile 2019

Signor Prefetto,

      Il progetto di una nuova linea ferroviaria Lione-Torino deve  contribuire al trasferimento modale del traffico merci attraverso le Alpi franco-italiane dalla strada alla ferrovia e alla riduzione degli impatti ambientali dei flussi stradali nei territori attraversati, in particolare quelli legati alla qualità dell’aria. Fornendo un collegamento ferroviario efficiente tra la Francia e l’Italia, questo progetto, che costituisce il collegamento essenziale del corridoio mediterraneo nell’ambito della rete transeuropea di trasporto (TEN-T), migliorerà i collegamenti tra i grandi agglomerati urbani alpini.

     Il programma completo per la costruzione delle nuove linee di accesso francesi, che deve garantire la continuità tra il territorio lionese orientale e la sezione transfrontaliera di Saint-Jean-de-Maurienne, si compone di vari elementi: (i) una nuova linea mista merci e passeggeri tra Grenay e Chambéry; (ii) una linea a binario unico per il traffico merci tra Avressieux e Saint-Jean-de-Maurienne che prevede  la traversata in galleria dei massicci della Chartreuse, Belledonne e Glandon; (iii) il raddoppio della stessa tratta; (iv) una linea ad alta velocità tra Lione Saint Exupéry e Avressieux. Le prime due fasi di questi accessi sono state dichiarate di pubblica utilità il 23 agosto 2013.

    Il progetto di legge sull’orientamento della mobilità, presentato al Consiglio dei ministri il 26 novembre 2018, attualmente all’esame del Parlamento, intende dare priorità al miglioramento dei trasporti quotidiani, conformemente agli orientamenti stabiliti dal Presidente della Repubblica. In linea con questa priorità, i grandi progetti infrastrutturali devono far parte di un approccio progressivo di realizzazione, a partire dalle necessarie ottimizzazioni della rete in cui sono integrati, prima della costruzione di sezioni di nuove linee che saranno quindi scaglionate nel tempo.

     Per questo motivo, nella motivazione del progetto di legge si afferma che “l’ammodernamento dell’attuale linea Digione-Modane sarà realizzato in modo da consentirle di accogliere il traffico merci sull’asse internazionale Lione-Torino in buone condizioni al momento della messa in servizio della galleria di base e di far fronte all’aumento del trasporto ferroviario giornaliero. L’obiettivo è effettuare investimenti a breve termine nella linea convenzionale e aumentare la sua capacità fino a 10 milioni di tonnellate di merci all’anno al momento dell’apertura del tunnel transfrontaliero (2030), poi 15 milioni di tonnellate. Per quanto riguarda le nuove sezioni di linea tra Lione e la sezione transfrontaliera del tunnel, le riflessioni proseguiranno per determinare gli investimenti opportuni allo scopo di far fronte nel tempo all’aumento del traffico”.

      In questo contesto, ho chiesto a SNCF Réseau di avviare sin d’ora un programma di studi per precisare i diversi sviluppi infrastrutturali da realizzare sulle linee di accesso al tunnel di base franco-italiano, che si tratti della modernizzazione della rete esistente o della costruzione di nuove tratte, in funzione dell’aumento del traffico osservato e prevedibile sul tracciato. Questo programma di studio dovrebbe essere strutturato su due temi.

  1. In primo luogo, in attesa della costruzione di nuove sezioni di linea, la linea in uso modernizzata Digione-Modane sarà la via d’accesso alla galleria di base al momento della sua entrata in servizio, prevista per il 2030. SNCF Réseau elaborerà quindi un piano generale per questa linea classica, al fine di individuare gli investimenti necessari e definire il calendario per il suo completamento, al fine di trasportare un traffico merci di 10 Mt/anno prima della messa in servizio del tunnel transfrontaliero, ossia un livello comparabile a quello sostenuto da questo asse circa 20 anni fa, poi 15 Mt/anno dopo. Le soluzioni adottate dovrebbero inoltre consentire di rispondere all’aumento del traffico passeggeri, in particolare per i treni dei pendolari, che dovrebbe essere rafforzato in un contesto di saturazione degli assi stradali della Combe de Savoie.

Inoltre, vorrei che SNCF Réseau prestasse particolare attenzione alle misure di integrazione necessarie per sostenere il rilancio del traffico merci sulla linea Digione-Modane, nonché la continua crescita del traffico passeggeri, in particolare per quanto riguarda il controllo dell’inquinamento acustico e l’installazione di misure di prevenzione del deragliamento nel settore del Lac du Bourget.

  1. – Allo stesso tempo, SNCF Réseau riesaminerà la coerenza e la tempistica delle varie fasi dei nuovi tratti di linea, che consentiranno di offrire capacità di accesso supplementari alla galleria di base, per far fronte all’evoluzione del traffico dopo la messa in servizio della galleria e garantire così le prestazioni complessive del collegamento.

     Queste attività saranno l’occasione per esaminare le proposte presentate dagli eletti locali e, più in generale, cercheranno di individuare tutti i possibili modi per ottimizzare i costi e le fasi di attuazione al fine di garantire la sostenibilità finanziaria del programma. Sarà inoltre necessario esaminare le conseguenze dei vari scenari possibili sulla dichiarazione di pubblica utilità delle prime due fasi delle vie d’accesso francesi dell’agosto 2013. Infine, sarà necessario garantire che queste discussioni siano adeguatamente collegate alle varie ipotesi che saranno esaminate nel contesto del prossimo dibattito pubblico sullo sviluppo a lungo termine del nodo ferroviario di Lione. A questo proposito, mi auguro che si presti particolare attenzione al miglioramento della qualità delle relazioni tra Lione e la Savoia, nonché a garantire un buon coordinamento con il lavoro del comitato di consultazione interdipartimentale sui terreni agricoli e forestali, istituito nel 2014.

 *   *   *

     Vorrei che fosse istituito un comitato di pilotaggio, sotto la sua presidenza, per monitorare l’attuazione di questo programma di studi. Vi parteciperanno rappresentanti degli enti locali interessati, in particolare la regione, i dipartimenti, gli agglomerati e le principali città, SNCF Réseau, DGTIM e i servizi decentrati dello Stato. Sarete sostenuti da un rappresentante del Consiglio Generale per l’Ambiente e lo Sviluppo Sostenibile (CGEDD),

     Al termine di questo processo, le conclusioni degli studi, accompagnate dal parere del comitato di pilotaggio, mi consentiranno di elaborare il piano generale della linea classica Digione-Modane e gli orientamenti da adottare per la progressiva costruzione dei nuovi tratti di accesso alla galleria di base.

      Inoltre, ho deciso di istituire un osservatorio permanente della saturazione ferroviaria sulle attuali vie di accesso e sul tunnel del Moncenisio. Questo osservatorio, presieduto dal rappresentante del CGEDD, avrà il compito di oggettivare la realtà del traffico e le capacità disponibili consentite dalle infrastrutture e dalle regole operative attuali, al fine di anticipare eventuali fenomeni di saturazione o difficoltà operative e di effettuare investimenti per prevenirli. Comprenderà rappresentanti di SNCF Réseau, che fungerà da segretariato tecnico, società ferroviarie, autorità organizzatrici dei trasporti e, in generale, tutti gli attori che sembra opportuno coinvolgere.

      I lavori di questo osservatorio saranno ampiamente diffusi e regolarmente riferiti al comitato di cui sopra.

      Spero che la prima riunione del comitato direttivo si tenga quanto prima possibile, in particolare per avviare i primi scambi sulla precisa coerenza del programma di studio e per avviare in ogni caso le discussioni sul suo finanziamento, spero che una prima relazione sullo stato di avanzamento del programma e sul suo calendario di attuazione sia inviata nell’estate del 2019.

     Voglia gradire, Signor Prefetto, i migliori saluti.

Elisabeth Borne

Tav, il nì alla realizzazione della Torino-Lione cancella i grillini in Valsusa

https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2019/04/09/news/tav_m5s-223649169/?fbclid=IwAR0AAGxcfo8nsbmFP4tS_aLl08_yIbS3qyMVZl75KqVhUIMsk771TIt5fu4

Vanno al voto ventidue comuni, ma il simbolo del Movimento è presente solo due volte. I militanti, nonostante le percentuali bulgare ottenute alle politiche dell’anno scorso, preferiscono la via delle liste civiche
In Valsusa i 5 stelle non ci mettono la faccia. Nella terra dove è nata la loro battaglia contro la Tav si mimetizzano dietro il simbolo barrato del treno. In questa fetta di Piemonte il M5s alle elezioni amministrative di maggio sceglie di non usare il simbolo e confluire nelle liste civiche. Sono 20 i comuni al voto in bassa valle, più due luoghi simbolo: Chiomonte e Giaglione, che ospitano il cantiere dell’alta velocità. Ben 16 mila 720 voti, il 38,75 per cento p…

Appendino: “A Torino momento delicato per l’ordine pubblico, qualunque manifestazione può degenerare”

https://torino.repubblica.it/cronaca/2019/04/08/news/appendino_a_torino_momento_delicato_per_l_ordine_pubblico_qualunque_manifestazione_puo_degenerare_-223581562/
Appendino: "A Torino momento delicato per l'ordine pubblico, qualunque manifestazione può degenerare"

La sindaca in Consiglio sulla Critical Mass. Prefetto e questore lanciano l’allarme No Tav: “Rischio scontri in Valsusa”

08 aprile 2019

Torino sta vivendo, dopo lo sgombero del centro sociale Asilo, “un momento non ordinario nella gestione dell’ordine pubblico, un momento delicato in cui qualsiasi manifestazione può diventare diversa da quella che è sempre stata. E per questo la Città e tutte le istituzioni fanno e faranno di tutto per permettere ai cittadini di avere gli spazi per manifestare legittimamente in modo pacifico”. Così la sindaca Appendino nelle comunicazioni, in Consiglio comunale, sulle tensioni alla Critical Mass dei ciclisti il 21 marzo.

Che si rischi un aumento della tensione da ora e nei mesi a venire lo pensano anche questura e prefettura, soprattutto sul fronte No Tav: in Valle di Susa ci saranno contestazioni “tali da determinare un forte pericolo di compromissione dell’ordine e della sicurezza pubblica”. E’ per questo motivo che la prefettura di Torino ha ribadito il divieto di circolazione nelle ore notturne (dalle 20 alle 7) in alcune zone limitrofe al cantiere di Chiomonte.

L’ordinanza prefettizia richiama un rapporto della questura che evidenzia la possibilità di una crescita, in estate, delle dimostrazioni No Tav che fra l’altro “potrebbero costituire motivo di forte aggregazione” anche per l’appoggio del movimento alla campagna dei ‘no border’ che sostengono i “migranti che tentano di attraversare il confine”.

Il questore ha inviato alla prefettura una relazione tecnica il 25 marzo scorso. Vi si legge, fra l’altro, che “in seguito alla pubblicazione delle risultanze dell’analisi costi-benefici vi sarebbe l’intendimento degli aderenti al movimento di opposizione al Tav e al movimento antagonista di mettere in atto una ripresa di non meglio precisate iniziative contestative nei pressi del perimetro del sito”.

A luglio sono previsti, come ogni anno, il Campeggio di lotta popolare No Tav e un festival musicale. Le due iniziative dovrebbero essere ospitate nel ‘Presidio permanente’ di Venaus, in una zona “che costituisce una agevole base di partenza per avvicinamenti all’area di cantiere di gruppi di persone a piedi”. “Spesso” vi nascono “marce notturne dirette a raggiungere il sito per dare vita a estemporanee iniziative di lotta di carattere anche violento”. Ma soprattutto si tratta di manifestazioni che “potrebbero costituire motivo di forte aggregazione”.

Il rapporto osserva inoltre che “nei prossimi mesi cadono ricorrenze che rivestono un significato evocativo” per il movimento No Tav, come quelle del 14 maggio (“attentato al cantiere”), del 27 giugno (anniversario della liberazione di Chiomonte dalla ‘Libera Repubblica della Maddalena’) e del 3 luglio (‘anniversario degli scontri occorsi nel 2011’).

Barnard: Julian Assange verso la morte. E voi codardi, zitti

http://www.libreidee.org/2019/01/barnard-julian-assange-verso-la-morte-e-voi-codardi-zitti/?fbclid=IwAR2aq6AqwlZek3k95pnz1KeK0ebQpC-boe6_geBpWYZzf0adHv7bcMFTWRA

Ci ha rivelato verità indicibili, rendendoci più consapevoli e quindi più liberi. Ma ora Julian Assange può crepare, nella sua stanzetta-prigione, senza che nessuno muova un dito per salvarlo: giornali, attivisti, intellettuali, politici, governi. Si è immolato per tutti, con le esplosive rivelazioni affidate a WikiLekas. Sperava di suscitare un’ondata di protesta capace di scuotere il potere. E immaginava che l’indignazione lo avrebbe protetto dalla vendetta dell’establishment. Ma si sbagliava: Julian Assange sta morendo giorno per giorno: l’ambasciata ecuadoregna di Londra, che finora l’ha tenuto al riparo dall’estradizione, potrebbe non tutelarlo più. È così forte, la pressione degli Usa– sull’Ecuador, e sulle autorità britanniche – che le teste di cuoio inglesi potrebbero fare irruzione nella sede diplomatica e caricare Assange, il martire dell’informazione libera, sul primo volo per Washington. È sconvolgente il report che Paolo Barnard fornisce da Londra, dove ha trascorso le feste natalizie presidiando il “carcere” di Assange, agitando vistosi cartelli. Desolazione e solitudine. Peggio: i giornalisti del “Guardian”, i primi a presentare Assange come un eroe, ora confessano di essere intimiditi e ricattati. Per questo nessuno rimetterà in prima pagina il direttore di WikiLeaks. Julian Assange è praticamente già morto. Alla faccia dei diritti civili e dei diritti umani di cui l’Occidente si vanta.
Dopo aver fatto da sentinella per 11 giorni sotto la finestra dove il giornalista australiano è sostanzialmente detenuto, Paolo Barnard getta la spugna. La denuncia che affida al suo blog è tale da coprire di vergogna l’intera opinione pubblica mondiale, a cominciare da attivisti per molti aspetti valorosi – come lo stesso John Pilger – che, dopo aver santificato Assange, oggi (nel momento del bisogno) lo hanno di fatto abbandonato al suo destino. Nessuna seria mobilitazione è in corso – in nessun paese – per premere sui governi in modo da scongiurare il peggio, ovvero: evitare che sia sottoposto a un processo “medievale”, negli Stati Uniti, l’uomo che sperava di migliorare il mondo (per la maggior libertà di tutti noi) rischiando in prima persona pur di rendere pubblico il lato oscuro del potere. Dal 2007, WikiLeaks ha pubblicato oltre un milione e 200.000 documenti riservati: dalla guerra in Afghanistan fino alle rivelazioni sulla corruzione in Kenya. Grazie a WikiLeaks il mondo ha scoperto come vengono torturati i prigionieri catturati dagli Usa e detenuti a Guantanamo.
Nel 2010, il network di Assange ha svelato alla grande stampa (“New York Times”, “The Guardian”, “Der Spiegel”) il contenuto di alcuni documenti riservati, dai quali emergono aspetti nascosti della guerra in Afghanistan: l’uccisione di civili, l’occultamento dei cadaveri, l’esistenza di un’unità segreta americana dedita a «fermare o uccidere» i Talebani anche senza un regolare processo. Inevitabile che Julian Assange venisse perseguitato con il più ovvio dei pretesti, come l’accusa di “stupro” spiccata contro di lui nel 2010 dal tribunale di Stoccolma. Strano stupro: avrebbe avuto rapporti sessuali “non protetti”, ma con donne consenzienti. Il 7 dicembre 2010, Assange si presentò spontaneamente a Scotland Yard, dove venne arrestato (su mandato di cattura europeo). Dopo nove giorni di carcere venne rilasciato su cauzione. Il vero pericolo, fin da allora, è la possibile richiesta di estrazione negli Usa, una volta che Assange fosse trasferito in Svezia: l’accusa per spionaggio, negli Stati Uniti, può costare l’ergastolo e anche la pena di morte.
Il fondatore di WikiLeaks è segregato dal giugno del 2012 nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, paese a cui aveva chiesto asilo politico. Lo status di rifugiato gli è stato concesso il 16 agosto 2012 dal governo di Rafael Correa, temendo che la Gran Bretagna lo arrestasse per estradarlo a Stoccolma. Nel gennaio 2016, il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria ha decretato che la permanenza forzata di Assange nell’ambasciata è configurabile come “detenzione arbitraria e illegale” da parte di Gran Bretagna e Svezia. Anche per questo, l’11 gennaio 2018 l’Ecuador ha confermato di aver concesso ad Assange la propria cittadinanza. Ricapitolando: l’uomo che rappreasenta la miglior fonte giornalistica del mondo è costretto a vivere in una stanzetta, da sei anni, per sottrarsi al pericolo di subire un processo sommario e magari di essere condannato a morte, una volta estradato negli Usa dopo il trasferimento in Svezia. E intanto sta franando anche il fragile diaframma che finora lo ha protetto. Il problema? Non c’è più Rafael Correa, alla guida dell’Ecuador.
Il nuovo governo del paese centramericano è oggi totalmente pro-Usa, ricorda Paolo Barnard: e il neo-eletto presidente Lenìn Moreno ha definito il direttore di WikiLeaks «un sasso che mi sono ritrovato nella scarpa», e gli è totalmente ostile. Ormai la vita di Assange, nei pochi metri quadri in cui è ospitato, è diventata «un vero inferno di proibizioni e limiti». Assange è isolato dal mondo, senza cure, vessato dagli agenti interni. «Lo stanno demolendo nella psiche e nel corpo per costringerlo ad arrendersi e a uscire». L’autorevole “British Medical Journal” ha mandato uno specialista a visitarlo e ha denunciato come «drammatiche» le sue condizioni di salute, fisiche e mentali, dopo 6 anni di questo tipo di prigionia. E la situazione sta precipitando, avverte Barnard: «Da poche settimane si è venuto a sapere che ora esiste ufficialmente in America un’imputazione (cosiddetta segreta), cioè un capo d’accusa, contro Assange, cosa che prima mai era stata rivelata, ma che tutti temevano».
Ciò significa che ora «la Gran Bretagna è sotto un’enorme pressione per estradarlo», appena uscisse dall’ambasciata. Peggio: potrebbe essere addirittura «prelevato di forza, col permesso dell’Ecuador». Il timore dell’esistenza di questa imputazione tenuta nascosta aggiunge Barnard, è stato precisamente il motivo per cui Julian Assange da 6 anni è costretto a vivere segregato nell’unica ambasciata che gli ha dato asilo, ma che ora gli è nemica. Ce ne sarebbe abbastanza per mobilitare almeno l’opinione pubblica, attraverso la stampa. E invece, scrive Barnard, arriva un’altra amara sopresa: i giornali non parlano più di Assange, perché sono stati minacciati. «Il prestigiosissimo inglese “The Guardian” – scrive Barbard – è il quotidiano che sotto la direzione di Alan Rusbridger lanciò gli scoop di WikiLeaks nel mondo, vendendo oceani di copie e sventolando Assange come un eroe del giornalismo». Ma ora, aggiunge, accade qualcosa d’incredibile. «Dal 2013, il quotidiano adotta un altro “whistleblower” di fama mondiale, Edward Snowden, e inizia a mollare Assange».
In altre parole: si rischia di meno a parlare di Snowden, l’uomo che ha smascherato lo spionaggio di massa della Nsa, e che ora vive comunque al sicuro, a Mosca, protetto dalla Russia di Putin. È probabilissimo che, senza l’esempio di Assange, Snowden non avrebbe mai trovato il coraggio di uscire allo scoperto. Ma il “Guardian” sembra averlo dimenticato. E c’è di peggio: Barnard cita un editorialista del quotidiano inglese, Luke Harding, che si era lanciato in una crociata per tentare di dimostrare la presunta collusione di Putin con Trump nelle presidenziali 2016. Harding, che era già stato screditato per non aver prodotto praticamente una singola prova (ma solo illazioni), ora pubblica ora uno “scoop” proprio sul “Guardian”: Paul Manafort, il gran manager elettorale di Trump, secondo Harding avrebbe visitato Assange all’ambasciata diverse volte, e questo proverebbe che in realtà WikiLeaks ha davvero subdolamente pubblicato le nefandezze della Clinton per aiutare Donald, sotto ordini di Mosca. «La stampa mondiale riprende il cosiddetto scoop di Harding, e questo sembra essere il colpo di grazia per Julian. Ma in meno di 48 ore il tutto cade a pezzi», scrive Barnard. «In una settimana Harding viene demolito, al punto che il “Washington Post” scrive che il suo scoop sembra sempre più “una bufala”».
Il 1° gennaio, lo stesso Barnard ha piantonato la sede del “Guardian” con un cartello appeso al collo. Il testo: “Sono un giornalusta. Assange era l’eroe del Guardian. Ora lo hanno degradato a falsario. Perché?”. Il sit-in di Barnard, a tre metri dall’ingresso della redazione del giornale, non passa inosservato: reporter, segretarie e tecnici rallentano, per leggere il suo cartello. Il secondo giorno, scrive, le cose si mettono male: «La security diviene ostile (“abbiamo ordini”), i colleghi che entrano ed escono evitano il contatto visivo, vengo fotografato da una guardia “sotto richiesta della direzione”». Nonostante ciò, alcuni giornalisti inglesi si fermano a parlare con il collega italiano, co-fondatore di “Report” con Milena Gabanelli. Le loro ammissioni sono penose: «Sì, dicono, c’è un ordine di squadra di mollare e screditare Assange; è una questione decisa dal gruppo editoriale, al top; si parla di pressioni insostenibili da parte del ministero degli esteri britannico e degli Usa; c’è addirittura shock, fra i giornalisti del “Guardian”, per questa decisione».
Questo gli dicono, i cronisti inglesi. Uno di loro, Damien Gayle, addirittura rilancia su Twitter l’appello di Barnard per Assange, e giorni dopo gli confesserà: «Sono stato in ansia a twittarti, ma dovevo farlo perché la libertà di dissenso dovrebbe essere l’anima stessa del mio giornale. Spero non mi licenzino». È amaro, Barnard, dopo la sua generosa missione londinese: unico giornalista italiano (senza più giornali che lo pubblichino) a interessarsi della sorte del “prigioniero” più famoso del mondo. Osserva: «Sono convinto che tentare d’incriminare un direttore di testata, Julian Assange e WikiLeaks, per aver rivelato al mondo documenti riservati o dei servizi segreti su alcune nefandezze e crimini contro l’umanità di vari poteri attraverso l’uso delle “soffiate” (i “whistleblowers”), per poi punirlo con pene devastanti, può essere la fine del giornalismo». Infatti, aggiunge, «nessun “whistleblower” mai più avrà il coraggio di farsi avanti per svelare le porcherie segrete dei governi o delle corporations, e senza di loro il giornalista diviene al meglio un testimone di fatti, ma mai sarà in grado di rivelare la vere e profonde fonti degli eventi».
La verità sul motivo per cui oggi praticamente tutti i governi del mondo appoggiano l’estradizione di Assange negli Usa– dopo le rivelazioni di WikiLeaks sulle porcherie elettorali della Clinton, sulle stragi americane in Iraq e Afghanistan o sulle reti di spionaggio della Cia su civili e aziende – non è assolutamente quella che ci raccontano, cioè che WikiLeaks avrebbe irresponsabilmente pubblicato segreti di Stato e di fatto aiutato Trump o l’Isis. Macché: il vero motivo, sottolinea Barnard, è questo: «Il potere rimane forte quando resta nell’oscurità. Una volta esposto alla luce del sole, comincia a evaporare». La frase non è di Barnard, ma dall’insigne politologo americano Samuel Huntington, co-autore del famigerato saggio “La crisi della democrazia” con cui il committente, la Commissione Trilaterale, a metà degli anni Settanta detterà le regole per lo svuotamento delle nostre democrazie. La frase sul potere, che diventa fragile se viene fatto uscire allo scoperto, Huntington l’ha scritta nel libro “American Politics. The promise of disharmony”, uscito nel 1983. «E’ questo il peccato mortale per cui oggi stanno distruggendo Julian Assange», sottolinea Barnard. «E’ solo per questo».
Nonostante le imprecisioni di cui è responsabile, infatti, «WikiLeaks è l’unica pubblicazione al mondo che davvero ha devastato questo principio di dominio dei poteri, pubblicandone alla luce del sole le azioni più inconfessabili. E lo ha fatto grazie ai “whistleblowers”, e solo grazie a loro». Quindi, insiste Barnard, «se Assange sarà estradato negli Usa il paese che nel nome della Sicurezza Nazionale (sotto cui sarebbe processato Assange) tortura, stermina innocenti coi “drones”, nega ogni diritto di legge ai detenuti e straccia ogni singola convenzione Onu sui diritti umani – questo direttore di testata sarà macellato come nessun giornalista prima, secondo l’infame principio del “ne ammazzi uno per avvisarne cento”. Impossibile che riceva un giusto processo in America, oggi».
Inutilmente, Barnard ha fatto appello a tutti gli attivisti fino a ieri schierati con Assange, suggerendo loro di battere due strade di enorme peso, riguardo all’esilio coatto (e precario) del fondatore di Wikileaks. Primo atto d’accusa: la violazione, da parte della Gran Bretagna, dei princìpi della Magna Carta e dell’Habeas Corpus, cioè «i due pilastri della giurisprudenza mondiale, nati 800 anni fa proprio in Inghilterra». Seconda strada: la possibilità di accusare Londra in base alla Convenzione dell’Onu contro la Tortura, ratificata dagli inglesi nel 1987. Il trattato dice esplicitamente dice che tortura è “estrema sofferenza, sia fisica che mentale, inflitta di proposito a un individuo”. Il che è esattamente «ciò che i governi britannici stanno facendo ad Assange da 6 anni, confinato in semi-isolamento, privato di cure mediche, senza luce naturale e sorvegliato con ferocia a ogni mossa». Risposte? Nessuna. Salvo l’onesta e penosa ammissione di Damien Gayle, del “Guardian”: abbiamo paura di essere licenziati, se solo proviamo a riparlare di Assange.
Era il 2011 quando un parlamentare socialista norvegese, Snorre Valen, osò candidare Julian Assange al Premio Nobel per la Pace: «Wilikeaks – disse – è il paladino della libertà di espressione e della trasparenza nel XXI secolo». Parole oggi improponibili, impensabili. Lo conferma la costernazione di Paolo Barnard, dopo 11 giorni spesi a Londra nella solitaria difesa del “prigioniero”. «Torno a casa – scrive – con la conferma di ciò che ho sempre pensato: ha vinto la Commissione Trilaterale, quando nel 1975 decise che il popolo andava reso “apatico” con l’esplosione dei mass media sia ortodossi che “alternativi” (oggi i social), dove infuriano epiche leggende mentre nessuno davvero fa un cazzo nelle strade perché è fatica e rischio, dove si creano i miti Vip per il palcoscenico, e dove i veri eroi rimangono soli come cani». Ha vinto Huntington, ha perso Assange? Peggio: abbiamo perso tutti, in partenza, se non siamo capaci di muovere un dito per tutelare un campione dell’informazione. Ad Assange, peraltro, lo stesso Barnard non ha mai fatto sconti: certi “leak” possono davvero aver messo in pericolo alcuni esponenti dell’intelligence, violandone la segretezza. In cambio, però, il mondo ha potuto aprire gli occhi su realtà sconvolgenti. Non è strano che l’establishment tenti di soffocare Assange, in modo che la sua punizione sia d’esempio per chiunque altro volesse imitarlo. Lo scandalo vero è il silenzio assordante dell’opinione pubblica, per la quale Assage ha messo in gioco la sua vita.

Ci ha rivelato verità indicibili, rendendoci più consapevoli e quindi più liberi. Ma ora Julian Assange può crepare, nella sua stanzetta-prigione, senza che nessuno muova un dito per salvarlo: giornali, attivisti, intellettuali, politici, governi. Si è immolato per tutti, con le esplosive rivelazioni affidate a WikiLekas. Sperava di suscitare un’ondata di protesta capace di scuotere il potere. E immaginava che l’indignazione lo avrebbe protetto dalla vendetta dell’establishment. Ma si sbagliava: Julian Assange sta morendo giorno per giorno: l’ambasciata ecuadoregna di Londra, che finora l’ha tenuto al riparo dall’estradizione, potrebbe non tutelarlo più. È così forte, la pressione degli Usa – sull’Ecuador, e sulle autorità britanniche – che le teste di cuoio inglesi potrebbero fare irruzione nella sede diplomatica e caricare Assange, il martire dell’informazione libera, sul primo volo per Washington. È sconvolgente il report che Paolo Barnard fornisce da Londra, dove ha trascorso le feste natalizie presidiando il “carcere” di Assange, agitando vistosi cartelli. Desolazione e solitudine. Peggio: i giornalisti del “Guardian”, i primi a presentare Assange come un eroe, ora confessano di essere intimiditi e ricattati. Per questo nessuno rimetterà in prima pagina il direttore di WikiLeaks. Julian Assange è praticamente già morto. Alla faccia dei diritti civili e dei diritti umani di cui l’Occidente si vanta.

Dopo aver fatto da sentinella per 11 giorni sotto la finestra dove il giornalista australiano è sostanzialmente detenuto, Paolo Barnard getta la spugna. La denuncia che affida al suo blog è tale da coprire di vergogna l’intera opinione pubblica mondiale, a Paolo Barnardcominciare da attivisti per molti aspetti valorosi – come lo stesso John Pilger – che, dopo aver santificato Assange, oggi (nel momento del bisogno) lo hanno di fatto abbandonato al suo destino. Nessuna seria mobilitazione è in corso – in nessun paese – per premere sui governi in modo da scongiurare il peggio, ovvero: evitare che sia sottoposto a un processo “medievale”, negli Stati Uniti, l’uomo che sperava di migliorare il mondo (per la maggior libertà di tutti noi) rischiando in prima persona pur di rendere pubblico il lato oscuro del potere. Dal 2007, WikiLeaks ha pubblicato oltre un milione e 200.000 documenti riservati: dalla guerra in Afghanistan fino alle rivelazioni sulla corruzione in Kenya. Grazie a WikiLeaks il mondo ha scoperto come vengono torturati i prigionieri catturati dagli Usa e detenuti a Guantanamo.

Nel 2010, il network di Assange ha svelato alla grande stampa (“New York Times”, “The Guardian”, “Der Spiegel”) il contenuto di alcuni documenti riservati, dai quali emergono aspetti nascosti della guerra in Afghanistan: l’uccisione di civili, l’occultamento dei cadaveri, l’esistenza di un’unità segreta americana dedita a «fermare o uccidere» i Talebani anche senza un regolare processo. Inevitabile che Julian Assange venisse perseguitato con il più ovvio dei pretesti, come l’accusa di “stupro” spiccata contro di lui nel 2010 dal tribunale di Stoccolma. Strano stupro: avrebbe avuto rapporti sessuali “non protetti”, ma con donne consenzienti. Il 7 dicembre 2010, Assange si presentò spontaneamente a Scotland Yard, dove venne arrestato (su mandato di cattura europeo). Dopo nove giorni di carcere venne rilasciato su Julian Assangecauzione. Il vero pericolo, fin da allora, è la possibile richiesta di estrazione negli Usa, una volta che Assange fosse trasferito in Svezia: l’accusa per spionaggio, negli Stati Uniti, può costare l’ergastolo e anche la pena di morte.

Il fondatore di WikiLeaks è segregato dal giugno del 2012 nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, paese a cui aveva chiesto asilo politico. Lo status di rifugiato gli è stato concesso il 16 agosto 2012 dal governo di Rafael Correa, temendo che la Gran Bretagna lo arrestasse per estradarlo a Stoccolma. Nel gennaio 2016, il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria ha decretato che la permanenza forzata di Assange nell’ambasciata è configurabile come “detenzione arbitraria e illegale” da parte di Gran Bretagna e Svezia. Anche per questo, l’11 gennaio 2018 l’Ecuador ha confermato di aver concesso ad Assange la propria cittadinanza. Ricapitolando: l’uomo che rappreasenta la miglior fonte giornalistica del mondo è costretto a vivere in una stanzetta, da sei anni, per sottrarsi al pericolo di subire un processo sommario e magari di essere condannato a morte, una volta estradato negli Usa dopo il trasferimento in Svezia. E intanto sta franando anche il fragile diaframma che finora lo ha protetto. Il problema? Non c’è più Rafael Correa, alla guida dell’Ecuador.

Il nuovo governo del paese centramericano è oggi totalmente pro-Usa, ricorda Paolo Barnard: e il neo-eletto presidente Lenìn Moreno ha definito il direttore di WikiLeaks «un sasso che mi sono ritrovato nella scarpa», e gli è totalmente ostile. Ormai la vita di Assange, nei pochi metri quadri in cui è ospitato, è diventata «un vero inferno di proibizioni e limiti». Assange è isolato dal mondo, senza cure, vessato dagli agenti interni. «Lo stanno demolendo nella psiche e nel corpo per costringerlo ad arrendersi e a uscire». L’autorevole “British Medical Journal” ha mandato uno specialista a visitarlo e ha denunciato come «drammatiche» le sue condizioni di salute, fisiche e mentali, dopo 6 anni di questo tipo di prigionia. E la situazione sta Lenìn Morenoprecipitando, avverte Barnard: «Da poche settimane si è venuto a sapere che ora esiste ufficialmente in America un’imputazione (cosiddetta segreta), cioè un capo d’accusa, contro Assange, cosa che prima mai era stata rivelata, ma che tutti temevano».

Ciò significa che ora «la Gran Bretagna è sotto un’enorme pressione per estradarlo», appena uscisse dall’ambasciata. Peggio: potrebbe essere addirittura «prelevato di forza, col permesso dell’Ecuador». Il timore dell’esistenza di questa imputazione tenuta nascosta aggiunge Barnard, è stato precisamente il motivo per cui Julian Assange da 6 anni è costretto a vivere segregato nell’unica ambasciata che gli ha dato asilo, ma che ora gli è nemica. Ce ne sarebbe abbastanza per mobilitare almeno l’opinione pubblica, attraverso la stampa. E invece, scrive Barnard, arriva un’altra amara sopresa: i giornali non parlano più di Assange, perché sono stati minacciati. «Il prestigiosissimo inglese “The Guardian” – scrive Barbard – è il quotidiano che sotto la direzione di Alan Rusbridger lanciò gli scoop di WikiLeaks nel mondo, vendendo oceani di copie e sventolando Assange come un eroe del giornalismo». Ma ora, aggiunge, accade qualcosa d’incredibile. «Dal 2013, il quotidiano adotta un altro “whistleblower” di fama mondiale, Edward Snowden, e inizia a mollare Assange».

In altre parole: si rischia di meno a parlare di Snowden, l’uomo che ha smascherato lo spionaggio di massa della Nsa, e che ora vive comunque al sicuro, a Mosca, protetto dalla Russia di Putin. È probabilissimo che, senza l’esempio di Assange, Snowden non avrebbe mai trovato il coraggio di uscire allo scoperto. Ma il “Guardian” sembra averlo dimenticato. E c’è di peggio: Barnard cita un editorialista del quotidiano inglese, Luke Harding, che si era lanciato in una crociata per tentare di dimostrare la presunta collusione di Putin con Trump nelle presidenziali 2016. Harding, che era già stato screditato per non aver prodotto praticamente una singola prova (ma solo illazioni), ora pubblica ora uno “scoop” proprio sul “Guardian”: Paul Manafort, il gran manager elettorale di Trump, secondo Harding avrebbe visitato Assange all’ambasciata diverse volte, e questo proverebbe che in realtà WikiLeaks ha davvero subdolamente pubblicato le nefandezze della Clinton per aiutare Donald, sotto Luke Hardingordini di Mosca. «La stampa mondiale riprende il cosiddetto scoop di Harding, e questo sembra essere il colpo di grazia per Julian. Ma in meno di 48 ore il tutto cade a pezzi», scrive Barnard. «In una settimana Harding viene demolito, al punto che il “Washington Post” scrive che il suo scoop sembra sempre più “una bufala”».

Il 1° gennaio, lo stesso Barnard ha piantonato la sede del “Guardian” con un cartello appeso al collo. Il testo: “Sono un giornalista. Assange era l’eroe del Guardian. Ora lo hanno degradato a falsario. Perché?”. Il sit-in di Barnard, a tre metri dall’ingresso della redazione del giornale, non passa inosservato: reporter, segretarie e tecnici rallentano, per leggere il suo cartello. Il secondo giorno, scrive, le cose si mettono male: «La security diviene ostile (“abbiamo ordini”), i colleghi che entrano ed escono evitano il contatto visivo, vengo fotografato da una guardia “sotto richiesta della direzione”». Nonostante ciò, alcuni giornalisti inglesi si fermano a parlare con il collega italiano, co-fondatore di “Report” con Milena Gabanelli. Le loro ammissioni sono penose: «Sì, dicono, c’è un ordine di squadra di mollare e screditare Assange; è una questione decisa dal gruppo editoriale, al top; si parla di pressioni insostenibili da parte del ministero degli esteri britannico e degli Usa; c’è addirittura shock, fra i giornalisti del “Guardian”, per questa decisione».

Questo gli dicono, i cronisti inglesi. Uno di loro, Damien Gayle, addirittura rilancia su Twitter l’appello di Barnard per Assange, e giorni dopo gli confesserà: «Sono stato in ansia a twittarti, ma dovevo farlo perché la libertà di dissenso dovrebbe essere l’anima stessa del mio giornale. Spero non mi licenzino». È amaro, Barnard, dopo la sua generosa missione londinese: unico giornalista italiano (senza più giornali che lo pubblichino) a interessarsi della sorte del “prigioniero” più famoso del mondo. Osserva: «Sono convinto che tentare d’incriminare un direttore di testata, Julian Assange e WikiLeaks, per aver rivelato al mondo documenti riservati o dei servizi segreti su alcune nefandezze e crimini contro l’umanità di vari poteri attraverso l’uso delle “soffiate” (i “whistleblowers”), per poi punirlo con pene devastanti, può essere la fine del giornalismo». Damien GayleInfatti, aggiunge, «nessun “whistleblower” mai più avrà il coraggio di farsi avanti per svelare le porcherie segrete dei governi o delle corporations, e senza di loro il giornalista diviene al meglio un testimone di fatti, ma mai sarà in grado di rivelare la vere e profonde fonti degli eventi».

La verità sul motivo per cui oggi praticamente tutti i governi del mondo appoggiano l’estradizione di Assange negli Usa – dopo le rivelazioni di WikiLeaks sulle porcherie elettorali della Clinton, sulle stragi americane in Iraq e Afghanistan o sulle reti di spionaggio della Cia su civili e aziende – non è assolutamente quella che ci raccontano, cioè che WikiLeaks avrebbe irresponsabilmente pubblicato segreti di Stato e di fatto aiutato Trump o l’Isis. Macché: il vero motivo, sottolinea Barnard, è questo: «Il potere rimane forte quando resta nell’oscurità. Una volta esposto alla luce del sole, comincia a evaporare». La frase non è di Barnard, ma dall’insigne politologo americano Samuel Huntington, co-autore del famigerato saggio “La crisi della democrazia con cui il committente, la Commissione Trilaterale, a metà degli anni Settanta detterà le regole per lo svuotamento delle nostre democrazie. La frase sul potere, che diventa fragile se viene fatto uscire allo scoperto, Huntington l’ha scritta nel libro “American Politics. The promise of disharmony”, uscito nel 1983. «E’ questo il peccato mortale per cui oggi stanno distruggendo Julian Assange», sottolinea Barnard. «E’ solo per questo».

Nonostante le imprecisioni di cui è responsabile, infatti, «WikiLeaks è l’unica pubblicazione al mondo che davvero ha devastato questo principio di dominio dei poteri, pubblicandone alla luce del sole le azioni più inconfessabili. E lo ha fatto La prigionia di Assangegrazie ai “whistleblowers”, e solo grazie a loro». Quindi, insiste Barnard, «se Assange sarà estradato negli Usa – il paese che nel nome della Sicurezza Nazionale (sotto cui sarebbe processato Assange) tortura, stermina innocenti coi “drones”, nega ogni diritto di legge ai detenuti e straccia ogni singola convenzione Onu sui diritti umani – questo direttore di testata sarà macellato come nessun giornalista prima, secondo l’infame principio del “ne ammazzi uno per avvisarne cento”. Impossibile che riceva un giusto processo in America, oggi».

Inutilmente, Barnard ha fatto appello a tutti gli attivisti fino a ieri schierati con Assange, suggerendo loro di battere due strade di enorme peso, riguardo all’esilio coatto (e precario) del fondatore di Wikileaks. Primo atto d’accusa: la violazione, da parte della Gran Bretagna, dei princìpi della Magna Carta e dell’Habeas Corpus, cioè «i due pilastri della giurisprudenza mondiale, nati 800 anni fa proprio in Inghilterra». Seconda strada: la possibilità di accusare Londra in base alla Convenzione dell’Onu contro la Tortura, ratificata dagli inglesi nel 1987. Il trattato dice esplicitamente dice che tortura è “estrema sofferenza, sia fisica che mentale, inflitta di proposito a un individuo”. Il che è esattamente «ciò che i governi britannici stanno facendo ad Assange da 6 anni, confinato in semi-isolamento, privato di cure mediche, senza luce naturale e sorvegliato con ferocia a ogni mossa». Risposte? Nessuna. Salvo Snorre Valenl’onesta e penosa ammissione di Damien Gayle, del “Guardian”: abbiamo paura di essere licenziati, se solo proviamo a riparlare di Assange.

Era il 2011 quando un parlamentare socialista norvegese, Snorre Valen, osò candidare Julian Assange al Premio Nobel per la Pace: «Wilikeaks – disse – è il paladino della libertà di espressione e della trasparenza nel XXI secolo». Parole oggi improponibili, impensabili. Lo conferma la costernazione di Paolo Barnard, dopo 11 giorni spesi a Londra nella solitaria difesa del “prigioniero”. «Torno a casa – scrive – con la conferma di ciò che ho sempre pensato: ha vinto la Commissione Trilaterale, quando nel 1975 decise che il popolo andava reso “apatico” con l’esplosione dei mass media sia ortodossi che “alternativi” (oggi i social), dove infuriano epiche leggende mentre nessuno davvero fa un cazzo nelle strade perché è fatica e rischio, dove si creano i miti Vip per il palcoscenico, e dove i veri eroi rimangono soli come cani». Ha vinto Huntington, ha perso Assange? Peggio: abbiamo perso tutti, in partenza, se non siamo capaci di muovere un dito per tutelare un campione dell’informazione. Ad Assange, peraltro, lo stesso Barnard non ha mai fatto sconti: certi “leak” possono davvero aver messo in pericolo alcuni esponenti dell’intelligence, violandone la segretezza. In cambio, però, il mondo ha potuto aprire gli occhi su realtà sconvolgenti. Non è strano che l’establishment tenti di soffocare Assange, in modo che la sua punizione sia d’esempio per chiunque altro volesse imitarlo. Lo scandalo vero è il silenzio assordante dell’opinione pubblica, per la quale Assage ha messo in gioco la sua vita.

Travaglio: “Il Tav lo vuole il Sistema. Il M5S? È il voto utile contro Salvini”

http://temi.repubblica.it/micromega-online/travaglio-il-tav-lo-vuole-il-sistema-il-m5s-e-il-voto-utile-contro-salvini/

Un libro collettaneo – di cui è coautore – spiega le ragioni del No alla Torino-Lione: “È un’opera inutile, dannosa per il territorio e vantaggiosa solo per chi la costruisce”. Poi attacca il partito trasversale del cemento e le convergenze parallele, sulle grandi opere, tra Lega e Pd: “Quando il Pd – che ogni giorno grida al fascismo – si riduce ad implorare Salvini di regalargli il Tav, significa che è ad un punto di non ritorno”. E sulla crisi del M5S, ricorda che sono l’unica opposizione alla Lega: “Se cade questo governo si va a votare e il prossimo sarà di centrodestra. Meglio un Salvimaio oggi, con Conte a Palazzo Chigi, che un Salvisconi domani”.

intervista a Marco Travaglio di Giacomo Russo Spena
“I giornaloni raccontano troppe menzogne, si riempiono la bocca di parole come futuro e sviluppo mentre è palese che il Tav sia un’opera inutile, dannosa per il territorio e vantaggiosa soltanto per chi la costruisce, ovvero gli imprenditori che vanno a braccetto con politici e vecchie cariatidi di sistema interessate direttamente all’affare”. Marco Travaglio va subito a bersaglio. Diretto, senza troppi giri di parole.

Da sempre contrario all’alta velocità nel tratto Torino-Lione, già nel ’90 manifestava con la valle ribelle insieme a volti come Dario Fo e Franca Rame. Oggi si ritrova in un libro collettaneo “Perché No Tav” insieme ad altre autorevoli personalità schierate contro quest’opera: Erri De Luca, Marco Revelli, Tomaso Montanari, Luca Mercalli, Angelo Tartaglia, Livio Pepino, Alessandra Algostino, Claudio Giorno, Chiara Sasso e Luca Giunti. Un volume che smonta, punto per punto, le narrazioni tossiche dei media mainstream.

In sintesi, perché opporsi all’alta velocità Torino-Lione?

Seguo la questione da anni. Ero presente persino alla prima conferenza stampa del 1991: l’opera veniva annunciata in pompa magna sulla scorta di previsioni che, nel tempo, si sono rivelate sballate. Era pronosticato un aumento vertiginoso ed esponenziale del traffico passeggeri e merci, peccato che nel 2011 ci fu la famosa puntata di Report che mostrò la linea con i treni vuoti al 90%. Era già tutto chiaro: stavano mantenendo spudoratamente e volevano l’alta velocità per i loro profitti. Il Frejus ha un traffico merci ridicolo, quasi irrisorio, rispetto alle altre arterie perché non esiste domanda sufficiente.

Prima obiezione: se ci fosse l’opera si sfrutterebbe la Torino-Lione e non si passerebbe per le altre vie, no?

La maggioranza delle merci che passa per Ventimiglia è destinata in Spagna. Chi farebbe un tragitto verso nord per poi scendere a sud? Inizialmente l’opera era prevista per i treni passeggeri, poi scoprirono che il fabbisogno scendeva e bastava e avanzava il Tgv. Allora, dall’Alta Velocità, ripiegarono sull’Alta Capacità per le merci, solo per non rinunciare a un’opera che già sapevano inutile. Ora che il traffico merci e passeggeri si è ulteriormente ridotto, riparlano di passeggeri e merci. Sono quasi trent’anni che raccontano balle su balle, pur di non rinunciare all’affare.

Nel libro si sostiene che il dossier sui costi-benefici dell’ingegnere Marco Ponti abbia un saldo negativo di circa 7 miliardi di euro. Però, lo stesso Ponti, ha redatto un secondo dossier in cui il saldo negativo si dimezzerebbe a 3,5. Un ingegnere che, a distanza di poco tempo, spara numeri diversi è veramente affidabile?

I numeri sono gli stessi, non cediamo alla propaganda. All’inizio hanno chiesto a Ponti un’analisi costi-benefici sulla totalità dell’opera, mentre – in un secondo momento – Salvini (evidentemente allergico alle sottrazioni matematiche) ha voluto sapere l’ammontare specifico per l’Italia. Ponti ha preparato un secondo dossier escludendo le spese del governo francese e dell’Unione Europea. Tutto qui. Detto questo, per un buco che parte in Italia e finisce in Francia, non ha senso domandarsi quanto l’opera farebbe perdere a ciascuno Stato perché la perdita è complessiva. Ci rimettono sia gli italiani che i francesi. Anzi, noi ci rimettiamo di più avendo governanti irresponsabili che su un tunnel di 57 km e mezzo – che insiste per l’82% sul territorio francese e per il 28% su quello italiano – decidono di pagare i due terzi dell’opera, lasciando alla Francia solo un terzo delle spese, al netto di quelle europee.

Come si fa a considerare corretta un’analisi costi-benefici focalizzata sulle casse per lo Stato – che senza il Tav e grazie alla circolazione di merci su gomma continua ad incassare su accise, pedaggi e benzina – senza curarsi degli aspetti trasportistici ed ambientali?

Altra sciocchezza: nelle 80 pagine della costi-benefici c’è tutto, anche i costi ambientali e le previsioni del passaggio da gomma a rotaia. Se la richiesta è di calcolare i costi e i benefici di un’opera, è inevitabile che vadano inserite tutte le voci correlate. Fermo restando che, anche eliminando i mancati introiti per pedaggi e accise, il Tav rimarrebbe un’opera pesantemente in perdita per le casse dello Stato.

Sotto il profilo ambientale, non preferisce il ferro alla gomma?

Certo. Ma non è vero che la presenza dell’alta velocità tra Torino e Lione trasferirebbe miracolosamente i container dai tir ai treni, perché notoriamente è molto più pratico ed economico trasportare una merce su gomma dato che il tir si reca nell’azienda di partenza e consegna direttamente nell’azienda di destinazione. Con il treno l’iter è più complesso e sconveniente: bisogna prevedere un passaggio col tir dall’azienda alla stazione, caricare i container sul treno, poi mandare un altro tir alla stazione di arrivo e rilevare il carico per effettuare poi l’ultimo tratto su gomma. Del resto, già oggi esiste un treno merci, il Torino-Modane, che viaggia ampiamente inutilizzato perché le aziende continuano a preferire i tir. In ogni caso, 15-20 anni di cantiere per scavare il buco più lungo del mondo in una montagna ricca di amianto e materiali radioattivi inquinerebbe irrimediabilmente la valle, col surplus di smog e CO2 che produrrebbero il cantiere e i camion carichi di detriti.

Eppure sia la Lega che il Pd insistono per la costruzione del Tav e per lo sblocco di altri cantieri: esiste un partito trasversale che è il partito del cemento?

Sulle grandi opere siamo alle convergenze parallele tra Lega, Pd e quel che resta di FI. È una realtà tangibile: li abbiamo visti sfilare tutti insieme appassionatamente in piazza a Torino, prima nascosti dietro le madamine poi, più esplicitamente, con due marce bipartisan coi vari Chiamparino, Fassino, Toti, Gelmini, Martina, Molinari in prima fila. Maria Elena Boschi ha persino implorato la Lega di “passare dalle parole ai fatti”: come se fosse una sua alleata. Cos’altro aggiungere?

Non risparmia mai critiche al Pd, eh.

Quando il Pd – che ogni giorno grida al fascismo del governo e in particolare della Lega – si riduce ad implorare Salvini di regalargli il Tav, significa che quel partito è a un punto di non ritorno. D’altronde, l’ex segretario Martina aveva annunciato una mozione di sfiducia individuale contro Salvini poi – dopo la manifestazione congiunta a Torino – ha preferito farla contro il ministro Toninelli comunicandoci plasticamente chi è il nemico principale del Pd: il M5S.

Un Travaglio che non crede nemmeno nel nuovo ciclo del Pd zingarettiano. Nel Pd siamo, secondo lei, ad una rivoluzione gattopardesca?

Il Pd attuale è certo meglio o meno peggio di quello renziano, e non ci voleva molto. Ma, al momento, deve fare i conti con gruppi parlamentari con maggioranza renziana. Inoltre, la prima uscita pubblica di Zingaretti è stata una genuflessione ai cantieri della Torino-Lione insieme a Chiamparino. E la seconda una dichiarazione di rimpianto per la vittoria del No al referendum costituzionale. Se questo è il “nuovo Pd” zingarettiano… non vedo alcun rinnovamento contenutistico né politiche nuove rispetto al ciclo renziano.

Passiamo al M5S, quanto si è snaturato il Movimento una volta giunto al governo?

È sicuramente cambiato perché, non essendo autosufficiente, ha stretto una coalizione con un partito diverso, se non opposto, e ha dovuto inevitabilmente accettare compromessi. Sul Tav si è ritrovato, tra l’altro, un alleato sleale che dopo aver firmato un contratto di governo in cui si sanciva di ridiscutere integralmente l’opera secondo il metodo dell’analisi costi-benefici, ha cambiato posizione e sta insistendo, adesso, per la realizzazione dell’opera. Un atteggiamento scorretto da parte di Salvini.

Di Maio sembra accorgersi finalmente cosa sia la Lega di Salvini, recentemente ha parlato con preoccupazione delle alleanze del Carroccio in Europa. Non si è svegliato un po’ tardi?

Su molti punti programmatici, la Lega ha dovuto accettare le condizioni poste dal M5S. Penso al reddito di cittadinanza – che ha assorbito la gran parte dei fondi a disposizione proveniente dall’extradeficit – o al taglio dei vitalizi o, ancora, alla legge anticorruzione o allo stesso rinvio semestrale degli appalti del Tav. Sono tutti provvedimenti innaturali per la Lega che è stata costretta a votare ob torto collo.

Sì, ma quanti sono i bocconi amari ingoiati dal M5S tra decreto sicurezza, legittima difesa, Terzo Valico, Tap, condoni etc?

Il peggio, per i 5stelle, è stato il voto sulla Diciotti. In un governo formato tra forze diverse, è logico scendere a compromessi: ma quello è stato uno scempio. Però, da un’analisi dettagliata dei provvedimenti, direi sono più i bocconi amari ingoiati dalla Lega mentre il M5S ha imposto la propria linea.
Allora perché la Lega ha raddoppiato i voti nell’ultimo anno mentre il M5S appare in crisi di consensi? Se veramente a comandare sono Di Maio & Co, come se lo spiega?

Salvini è un animale mediatico ed è molto abile nella propaganda. La Lega è la forza più vecchia presente in Parlamento ed ha un radicamento nel sistema di potere e un’esperienza politica che il M5S si sogna. Salvini fa politica da quando Di Maio aveva 5 anni, è ovvio che tra i due non ci sia partita quanto a esperienza e abilità manovriera e comunicativa.

È tutto riconducibile ad un gap comunicativo, non è riduttivo?

Dobbiamo intenderci su un punto nodale: dopo il voto del 4 marzo, l’apparato mediatico si è trovato spiazzato perché i due punti di riferimento classici di tutta la Seconda Repubblica – Forza Italia e Pd – sono stati entrambi sconfitti. Per spirito di sopravvivenza, dovendo puntare una forza di governo per non perdere tutti gli interlocutori, il Sistema ha optato per la Lega di Salvini che garantisce maggiormente il vecchio establishment facendone parte da 25 anni. Così i giornaloni hanno scelto, a tavolino, di enfatizzare il ruolo di Salvini e di minimizzare quello di Di Maio sperando che la paura per il mostro Salvini possa far tornare all’ovile gli elettori fuggiti dal Pd e far rinascere il vecchio centrosinistra.

Ciò sta già succedendo: il Pd di Zingaretti chiede il voto utile per fermare la peggior destra sovranista e xenofoba. Non ritiene che con questa strategia il centrosinistra possa superare il M5S già alle Europee accreditandosi come argine al salvinismo?

È una visione miope: Zingaretti è stato accolto come una novità e pompato da alcuni media, ma gli ultimi sondaggi hanno già invertito il trend: il M5S è in lieve risalita e il Pd vicino al 18% del 4 marzo 2018. D’altronde, le prime idee del nuovo Pd non sono state brillanti, mi riferisco alla proposta Zanda di ripristinare il finanziamento pubblico dei partiti e di aumentare gli stipendi dei parlamentari o il no del Pd alla patrimoniale proposta da Landini. Chi veramente ha paura di Salvini preferisce che a controllarlo siano i Cinquestelle dal governo che un inutile Pd senza strategia e condannato all’opposizione. Almeno finché non emergerà all’orizzonte un’alternativa seria a questo governo. 

Mi scusi Direttore, siamo al paradosso, come si fa ad essere contemporaneamente sia argine che alleato della Lega?

Se cade questo governo si va a votare e il prossimo governo sarà di centrodestra. Un esecutivo con Salvini, non al Viminale ma a Palazzo Chigi, e magari con Berlusconi al ministero della Giustizia. Lo dico sempre a chi si indigna per questo governo: conservate un po’ di indignazione per il prossimo, che sarà certamente peggio. Meglio un esecutivo Di Maio-Salvini con i 5Stelle partito di maggioranza relativa in Parlamento o un bel governo Salvini-Berlusconi-Meloni che fa il bello e il cattivo tempo con 5Stelle e Pd all’opposizione?

Ripeto, un movimento che ha consentito a Salvini di diventare ministro degli Interni e che ha votato insieme alla Lega provvedimenti infausti, come il decreto sicurezza, come fa a chiedere il “voto utile”? È un discorso senza un filo di coerenza, non trova?

Finché il salvinismo sarà così forte meglio che ci sia il M5S a tenerlo a bada, già da un anno è così: la disputa maggioranza/opposizione è tutta interna all’esecutivo. Mentre il Pd parla di un governo che sta portando il Paese al fallimento e al razzismo di Stato, M5S e Lega continuano a godere (insieme) di quasi il 60% del consenso popolare. Oggi, nel momento di massima dialettica e di massimo scontro tra i due alleati, Salvini non perde un voto e Di Maio ha interrotto la discesa e ricominciato una timida risalita. A questo schema non esiste un’alternativa credibile.

Spera, quindi, che il governo vada avanti fino alla fine della legislatura?

Un anno fa, subito dopo il voto, auspicai un contratto di governo su pochi punti, magari per pochi anni, fra il M5S e un centrosinistra rinnovato nei contenuti oltreché nelle facce. Ma quest’ultimo auspicio si rivelò una chimera. Quella formula continua a dipendere dal reale rinnovamento del centrosinistra, non tanto dai Cinquestelle, che sono quello che sono.

Anche il filosofo Massimo Cacciari, intervistato da noi, profila questa alleanza ma sembra irrealizzabile: il M5S è nato in antitesi al centrosinistra e lo stesso Pd considera il M5S come una costola della peggior destra. Non trova?
Siamo in attesa che il Pd torni ad essere un soggetto progressista, di sinistra e in difesa degli strati sociali più deboli. Ad oggi, sta facendo opposizione da destra a questo governo se pensiamo alle critiche rivolte contro il reddito di cittadinanza, il salario minimo, il decreto dignità e persino in difesa dell’austerità imposta dall’Europa. All’unisono con Forza Italia. Difendono ancora il Jobs Act e il precariato, Macron e Juncker! È paradossale perché il governo gialloverde sarà costretto, per far quadrare i conti, a proporre persino una patrimoniale: una tassa per i ricchi a cui una sinistra sensibile al tema della redistribuzione delle ricchezze dovrebbe essere favorevole, invece il Pd ha già detto che si opporrà. Non hanno ancora capito, dopo un anno, le ragioni della sconfitta: non si interrogano sul perché vincono soltanto ai Parioli e non nelle periferie. Pensano ancora di aver perso le elezioni a causa delle fake news diffuse da Putin, capisci? Finché non faranno una seria analisi sulla disfatta, non sarà possibile né rigenerare il centrosinistra né un’alleanza su temi sociali e ambientali fra M5S e centrosinistra. Nell’attesa che si sgonfi il pallone gonfiato di Salvini, meglio aspettare che norme come il reddito di cittadinanza facciano qualche effetto. Meglio un Salvimaio oggi, con Conte a Palazzo Chigi, che un Salvisconi domani. 
Twitter: @giakrussospena

(10 aprile 2019)

FABRICE BEAUR (EXPERT EODE) : POLEMIQUE SUR “LES RESEAUX DU KREMLIN EN FRANCE”

# EODE-TV/

(CORRESPONDANCE POUR AFRIQUE MEDIA RUSSIE, LE 07 AVRIL 2019, SOTCHI, RUSSIE)

sur https://vimeo.com/329284408

vignetteDEBATfbvassié

LE DIMANCHE 7 AVRIL 2019 SUR AFRIQUE MEDIA/ DANS LA SEQUENCE ‘CORRESPONDANTS INTERNATIONAUX’ DU ‘DEBAT PANAFRICAIN’ :

LES DESSOUS DE LA RUSSOPHOBIE DEVOILES !

Le livre «Les réseaux du Kremlin en France» au Tribunal de Paris

Fabrice Beaur, français vivant en Russie et marié à une Russe, qui est plusieurs fois cité dans ce livre, en compagnie du Géopoliticien Luc MICHEL (**), de manière inexacte et diffamatoire, comme administrateurs de l’Ong EODE (la mission de Monitoring du Référendum d’autodétermination de Crimée c’est Luc MICHEL en mars 2014, Fabrice BEAUR lui a participé au monitoring des élections législatives de novembre 2014 à Donetsk/DNR et Lugansk/LNR, ce qui lui a valu d’être le premier citoyen français sur la Liste noire d’interdiction d’entrée en Ukraine), connaît bien la Russophobie. ET pour cause !

CORRESPONDANTS INTERNATIONAUX

Dans la 2e partie de l’émission en direct Présentation Bachir Mohamed Ladan

Fabrice BEAUR (Sotchi, Russie) :

RUSSOPHOBIE.

UN PROCES EN FRANCE REVELE LES DESSOUS SALES DU LOBBY ANTI-RUSSE

Un procès de presse à Paris contre le livre « Les réseaux du Kremlin en France » révèle les dessous du Lobby anti-russe et anti-Poutine en France et ailleurs. « En 2016, au moment de sa parution, l’ouvrage avait été accueilli avec des réserves, notamment au sein du milieu académique. Un certain nombre de chercheurs spécialisés en études slaves avaient remis en cause la méthodologie, préférant se distancier d’une enquête manquant de rigueur, bâtie sur des suppositions plutôt que des faits avérés, par une universitaire respectée pour le sérieux de son travail ». Et c’est le procureur de la République qui le dit !

Les débats ont glissé vers la méthodologie de Cécile Vaissié. «Il n’y a pas eu d’enquête, qui suppose un minimum de recherches, de contradiction. Les faits mentionnés ne sont pas vérifiés. Elle s’appuie sur des blogs obscurs qui n’existent plus», s’acharne Me Assous, avocat des plaignants. « au-delà d’un classique procès en diffamation, avoue le très russophobe ‘Libération’, se jouait un bras de fer entre deux univers, deux manières d’appréhender la Russie de Vladimir Poutine, deux camps idéologiques profondément clivés, surtout depuis l’annexion de la Crimée et le début de la guerre en Ukraine, devenus aujourd’hui absolument irréconciliables. La confrontation qui, jusqu’à présent, se jouait sur les réseaux sociaux, par articles et blogs interposés, dans les couloirs des facs ou à l’occasion de manifestations internes à la communauté des Russes et russisants, s’est subitement déplacée dans un tribunal français, étonné par un duel aussi violent ». Une opinion que partage le procureur de la République : « C’est un procès politique. Un adversaire fait un procès à son adversaire politique pour des raisons idéologiques » …

(**) « Luc Michel est omniprésent dans la ‘russosphère’ internationale » dit Le Vif-L’Express (édition belge du magazine français), dans « Russie-Belgique : Moscou avance ses pions » (n° 3413, 2 au 8 décembre 2016).

Voir sur lucmichel.net/…/lucmichel-net-le-vif-lexpress-c…/

Avec FABRICE BEAUR :

sur AFRIQUE MEDIA

EXTRAIT DU ‘DEBAT PANAFRICAIN’

DU DIMANCHE 07 AVRIL 2019

Multiplex avec Douala-Yaoundé-

Ndjaména-Malabo-Bruxelles-Sochi

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MILOSEVIC, ULTIMA INTERVISTA PRIMA DELL’ARRESTO

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/04/milosevic-ultima-intervista-prima.html

MERCOLEDÌ 10 APRILE 2019

Molti, dopo l’ultimo mio post sul XX anniversario dell’aggressione Nato alla Serbia, mi chiedono di ripubblicare l’intervista che feci a Milosevic, nella sua abitazione, pochi giorni prima del suo arresto e del successivo trasferimento nel carcere dell’Aja. Eccola. 
L’intervista fu rifiutata da “Liberazione”, con il pretesto che avrebbe “appiattito il giornale e il partito(PRC) su Milosevic“. La pubblicò poi il Corriere della Sera. E’ lunga, ma ne vale la pena ed è  per la Storia.

MILOSEVIC, ULTIMA INTERVISTA PRIMA DELL’ARRESTO IL 29 MARZO 2001

(25 marzo 2001)

Di FULVIO GRIMALDI

L’appuntamento con Slobodan Milosevic ricorda quelli che ho avuto
ripetutamente con Yasser Arafat: assoluta incertezza sul luogo e sui
tempi dell’incontro fino alle 19 di venerdì sera, mentre mi accingevo a
partire per Kragujevac per intervistare i dirigenti del sindacato di
sinistra che hanno appena registrato una sorprendente, schiacciante
vittoria sul sindacato vicino al nuovo potere, nelle elezioni per il
rinnovo dei dirigenti sindacali della fabbrica automobilistica
Zastava.  In quel preciso momento arriva l’ex.ministro degli esteri e
oggi vicepresidente del Partito Socialista Serbo, Zivedin Jovanovic,
del quale pure era stato annunciato l’arresto, poi smentito, insieme a
quello, effettivo, di otto alti dirigenti del partito. Vengo portato di
gran carriera alla residenza dell’ex-presidente e nel tragitto
Jovanovic esprime il timore che tutti questi arresti e una feroce
campagna contro Milosevic, allestita dal movimento giovanile del
premier Zoran Djindjic, le “Camicie Nere”, insieme all’organizzazione
Otpor, rivendicata dagli USA come proprio strumento insurrezionale,
stiano cercando di fare il vuoto intorno a Milosevic, in vista
dell’arresto entro il 31 marzo, intimato da Washington pena il rifiuto
di qualsiasi finanziamento e il mantenimento delle sanzioni.
Passati per la cancellata  della residenza, nella periferia di
Belgrado, attraversiamo un ampio parco, fortemente illuminato e
presidiato da militari dell’esercito e da carri armati che mi  dicono
posti a difesa di Milosevic, contro un qualche colpo di mano che voglia
arrivare alla sua cattura.
Sull’uscio di un fabbricato a un piano, l’ex-presidente jugoslavo mi
viene incontro e mi saluta con cordialità. Vengo introdotto in un ampio
salone di stile neoclassico, con al centro tre divani a ferro di
cavallo. Milosevic si siede su quello centrale, con me e Jovanovic ai
due lati. Chiede di non utilizzare apparecchi di registrazione e
insiste che questa è una conversazione e non un’intervista. Ma mi
consente di pubblicarla.
Slobodan Milosevic, 60 anni, appare più giovane e più vigoroso di
quanto non risulti nelle foto o in televisione. Non da l’impressione di
un uomo sconfitto e piegato, magari impaurito. Si esprime con la stessa
spontanea e tranquilla sicurezza che lo avevano caratterizzato in altre
occasioni. Apparentemente animato da  ottimismo, esprime i suoi
ringraziamenti a tutti coloro che, nel mondo, manifestano solidarietà
alla Jugoslavia, ne sostengono la sovranità  e integrità e condannano
sia l’aggressione Nato, sia la richiesta di Carla del Ponte e degli USA
di consegnarlo al tribunale internazionale dell’Aja, da Milosevic
definito il “braccio illegale della Nato” e “uno strumento per
perpetuare il genocidio della Jugoslavia”. A questo proposito, l’ex-
ministro Jovanovic illustra un forte scontro in corso tra il premier
serbo Zoran Djindjic, definito l’uomo dei servizi tedesco-americani, e
il presidente Vojislav Kostunica. Verterebbe sui vertici delle forze
armate, apparentemente ancora fedeli all’ex-presidente (che però ne
avrebbe sempre voluto inibire l’intervento contro il nuovo potere), che
Djindjic starebbe sostiutuendo  con uomini di sua fiducia. Alla mia
prima domanda sulla possibilità di un arresto di Milosevic, sia
Jovanovic che l’ex-presidente si dicono fiduciosi in una risposta di
massa. Jovanovic parla addirittura di possibile guerra civile,
specialmente se Djindjic dovesse decidere di consegnare Milosevic nelle
mani del Tribunale dell’Aja, un tribunale squalificato non solo agli
occhi dei sostenitori del vecchio governo,  ma visibilmente
inaccettabile per gran parte della popolazione che, pur schierandosi
contro colui che per dieci anni è stato presidente della Serbia e della
Jugoslavia, resta critica dei bombardamenti Nato e di quello che viene
visto come uno strumento legale per rovesciare sui serbi la
responsabilità di quanto hanno subito, in termini di smembramento,
danni e uccisioni, i popoli jugoslavi, nonché per evitare qualsiasi
richiesta di risarcimento e di bonifica dei territori contaminati dalla
chimica e dall’uranio.
La conversazione, dominata da Milosevic e che mi lascia poco spazio per
le domande, scivola subito su quella che, non essendovi ancora state
avvisaglie di un tentativo di cattura del capo socialista, appare come
la questione più bruciante: gli attacchi dei “terroristi” UCK in
Macedonia e Serbia del Sud. “E’ in corso”, dice con gravità
Milosevic, “una enorme manovra di destabilizzazione del Sud-Est
europeo. I terroristi dell’UCK vengono utilizzati dagli USA in funzione
antieuropea ed antibalcanica con il miraggio della “Grande Albania”. In
stretta collaborazione con il regime turco, uno dei massimi
finanziatori degli albanesi, si stanno attivando, sotto la direzione
UCK e con la copertura politica di Rugova, tutte le minoranze albanesi
nei paesi balcanici: Serbia del Sud, l’intera Macedonia e presto anche
Bulgaria e Grecia, dove vivono forti comunità albanesi (800.000 in
Grecia). In Romania, invece, vengono istigate alla rivolta le minoranze
ungheresi. Lo scopo strategico è di mantenere in permanente subbuglio
l’intera area, contro l’interesse europeo ad una stabilizzazione, in
particolare per contrastare le tendenze anti-Nato forti in Grecia e in
crescita in Bulgaria e Romania e per assicurare ampi territorio al
controllo della criminalità narcotrafficante diretta dall’UCK.
L’approccio politico è ancora una volta inteso a sfruttare le
differenze etniche”.
Chiedo al mio interlocutore se non ritenga che anche il precedente
governo jugoslavo non abbia la sua parte di responsabilità in questa
frammentazione lungo linee etniche, religiose, linguistiche, culturali
e per il  controllo delle rotte delle risorse energetiche. Milosevic
risponde con fervore: “La Federazione jugoslava, con la sua convivenza
pacifica, era un modello di Unione Europea, fino a quando non sono
entrate in gioco le trame del’imperialismo tedesco ed americano Viveano
in pace  popoli di diversa cultura, storia, confessione. Vivevano in
armonia da 80 anni. In Jugoslavia non si chiedeva a nessuno di che
razza o nazionalità fosse. La rottura è venuta quando da fuori si sono
istigati gruppi di potere con la promessa di grandi privilegi personali
e di elite. Quanto alla popolazione croata, per esempio, come si
sarebbe potuto convincerla della bontà di una frantumazione, quando
tantissimi croati vivevano in Bosnia, in Serbia e in Kosovo? Lo stesso
valeva per i serbi, a cui invece è poi stata negata
l’autodeterminazione, e per i musulmani. Non era nell’interesse
nazionale di nessuna di queste comunità  arrivare a una divisione e
contrapposizione.”
“Anche la Germania e gli USA hanno un sistema federale”.
“Già, ma nessuno per ora ha cercato di mettere il dito in quei
matrimoni. Quello degli Stati Uniti, del resto, è un sistema federativo
obsoleto e che presto andrà in forte crisi perché riconosce solo
geometriche divisioni geografiche e non le diverse comunità etniche,
culturali, linguistiche, sociali. Di fatti è un sistema che non sa dare
risposta alle sacrosante richieste dei latinos, dei neri, dei nativi,
degli italiani, dei poveri. Si tratta di comunità emergenti che
vorranno essere riconosciute. Tanto che Bush ha sentito il bisogno di
rivolgersi in spagnolo agli immigrati latinos. Dovrebbe essere un
principio di riconoscimento delle comunità etniche e sociali. E’ la
dimostrazione che tutti esigono un nuovo codice, una nuova formula di
convivenza. E di questi la Jugoslavia era un esempio. Anche questo
spiega perché è vista come nemica dai poteri attuali”
A Belgrado, nei giorni precedenti, si era svolto un convegno
internazionale convocato dal Forum di Belgrado, una coalizione delle
sinistre jugoslave, nel secondo anniversario della guerra. Da molti
paesi, Stati Uniti, Germania, Russia, Palestina, Iraq, Libia, Grecia,
Italia e altri paesi erano venute delegazioni ad esprimere solidarietà
a questo paese. Milosevic ne è apparso molto incoraggiato: “Gli
italiani che ci hanno visitato durante la crisi, tra i quali Cossutta e
molti politici di paesi europei,  ci hanno fatti chiaramente capire che
i loro paesi non sono indipendenti. Al popolo italiano non è stato
neanche chiesto se volesse una guerra. Se ne è parlato informalmente in
Parlamento. E’ la prova che la Nato non è un’alleanza tra uguali, ma
una macchina da guerra che si trascina dietro tutto l’Occidente. I
popoli vengono sopraffatti e assistono inermi alla distruzione di
ospedali, scuole, treni e autobus pieni di civili in un paese amico e
inoffensivo”
Poco prima del mio arrivo, Milosevic aveva dato un’intervista al
quotidiano israeliano Haaretz. Ne cita qualche osservazione ribattendo
all’affermazione di Kostunica secondo cui ci sarebbero similarità tra
il Kosovo e Gerusalemme, entrambi aggrediti dai musulmani: ” E’
un’interpretazione aberrante e razzista. Le similarità sono altre, sono
quelle tra genocidio dei serbi e genocidio degli ebrei e, ora,
genocidio dei palestinesi. I mezzi sono differenti: non più camere a
gas, ma una scientifica satanizzazione dei nemici attraverso i media.
Si tratta di anestetizzare la sensibilità pubblica di fronte al
massacro di civili e all’embargo.” Nelle parole di Milosevic si
inserisce una punta di indignazione e il suo gesticolare si fa ampio e
veloce: “Ci hanno lasciato un esercito assolutamente integro, ma hanno
fatto stragi di civili, bambini, infrastrutture: 88mila tonnellate di
esplosivo e di uranio sulle teste degli jugoslavi. Siamo l’unico popolo
che sia stato bombardato in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E
con un’arma criminale e genocida come l’uranio. Queste sono le
analogie!”
Sottopongo a Milosevic una questione che dovrebbe risultare
inquietante: la mancata o debole solidarietà manifestatagli nel mondo
da parte della maggioranza delle sinistre, anche di quelle che si
dicono contrarie all’egemonia Nato. L’ex-presidente assume
un’espressione amareggiata e punta ancora una volta il dito sui mezzi
d’informazione che, in questa occasione, avrebbero perfezionato agli
ordini del supremo potere politico-economico-militare USA, salvo poche
eccezioni, un meccanismo quasi perfetto di narcotizzazione: “Un
meccanismo fondato sull’inganno che, dunque, ha abolito la democrazia
sostanziale in America e in Europa. Si sono vendute menzogne anziché
verità. E’ incredibile: adesso non hanno più nessuno scrupolo ad
ammettere di non aver trovato tracce di una pulizia etnica fatta dai
serbi in Kosovo (mentre loro ne hanno protetto una dell’UCK), che le
foto di presunti campi di concentramento serbi erano un fotomontaggio,
che i duecentomila stupri erano secondo l’.ONU, tra tutte le parti e in
tutta la guerra, solo 300, che non si sono trovate le fosse comuni. A
che servono le istituzioni democratiche e la libertà se tu, governo,
non diffondi che bugie? Una democrazia non è possibile senza la verità.
Le istituzioni diventerebbero delle  vuote quinte”.
Poi Milosevic mi ha invitato a confrontare il pluralismo dei media (e
dei partiti) esistenti in Jugoslavia, perfino durante la guerra , con
la granitica omologazione della stampa in Occidente.
“Ma voi alcuni dei media d’opposizione li avete chiusi.” A questo punto
si inserisce nella conversazione il vicepresidente del PSS, Jovanovic:
“Per brevissimo tempo, quando in piena aggressione incitavano il popolo
a liberarsi con la violenza del governo ed era stato provato che
venivano diretti e finanziati dalla CIA. Agivano da quinta colonna e
istigavano alla sovversione violenta. Qualsiasi governo avrebbe reagito
in quel modo. Anzi, da noi, pure in guerra, non c’era neanche la
censura e a Belgrado 4 quotidiani su 6 ci attaccavano
sistematicamente”.
“Presidente. Una domanda che molti dei suoi denigratori considereranno
provocatoria. Cuba, col suo partito unico resiste da oltre 40 anni. Non
c’è stato da voi un eccesso di democrazia, visto che l’opposizione se
la sono potuta comprare gli americani?”
“E chi lo può dire. Io alla democrazia ci tengo. Se non è democrazia il
fatto che ci fossero i partiti d’opposizione e il 95% dei mezzi
d’informazione erano in mano loro… Non hanno mai subito censure. In
Kosovo c’erano 20 giornali albanesi che tuonavano contro il governo.
Non sono mai stati chiusi. Da noi non c’è mai stato un priginiero
politico e ora questi concedono l’amnistia a terroristi, tagliagole,
infanticidi. E così che si difene il Sud della Serbia aggredito? Da noi
tutti potevanol avere il passaporto, Rugova teneva conferene stampa al
centro di Belgrado attaccandomi a morte. Mai nessuna vessazione,
nessuno ucciso. Eppure mi hanno accusato di omicidi quando in 12 anni
nessun oppositore è stato ucciso. Sono stati invece uccisi i miei
migliori amici. Se potessero mi darebbero anche la responsabilità
dell’uccisione di Moro o di Kennedy. Ma le bugie hanno le gambe corte.
Mi hanno accusato di crimini di guerra e il giorno prima hanno lanciato
le foto satellitari delle fosse comuni. C’è stata una rivolta di 22
mesi in Kosovo, e non hanno trovato che una fossa comune, piena di
serbi. Questo tribunale dell’Aja e le sue bugie non sono che una parte
del meccanismo di genocidio del popolo serbo, mascherato con una
spruzzata di croati e musulmani. Del resto, la Del Ponte era coinvolta,
nella Commissione Europea, in un gravissimo scandalo. Poi  l’hanno
fatta procuratore all’Aja”.
Sottopongo a Milosevic l’osservazione di molti, secondo cui lui sarebbe
stato a un certo punto “l’uomo degli americani”. L’ex-presidente
respinge con veemenza la definizione: “Mai. Semmai ho trattato con gli
americani finchè appariva che volessero salvaguardare l’unità della
Jugoslavia, o almeno di quanto rimaneva dopo le secessioni di Croazia
e  Bosnia. Del resto i continui ricatti e strangolamenti del FMI, cui
ci siamo dovuti piegare fino a un certo punto per le condizioni
terribili in cui le secessioni e le sanzioni avevano gettato il nostro
paese, raccontano un’altra storia. Gli USA devono rendersi conto che
non è possibile avere la democrazia in casa propria e sottomettere
altri popoli. E’ una contraddizione in termini. Posso capire che gli
Stati Uniti, il paese oggi più potente e ricco, abbia l’aspirazione a
fare da leader della squadra. Ma due anni fa ho detto a Holbrooke
(inviato di Clinton.Ndr.), quando ci minacciava: avete sbagliato
millennio, non il secolo. Potevate essere i capisquadra lanciando un
grande progresso per il benessere, la diffusione delle tecnologie,
della giustizia, della democrazia. La vostra ossessione di dominio e di
profitti vi  porta invece a uccidere gente e piccole nazioni, come
Giulio Cesare 2000 anni fa. Il vostro è un comportamento cesarista:
comico se non fosse tragico. Per voi esiste solo la vostra economia di
mercato che produce, accanto a straordinari profitti per pochi,
diseguaglianze e sfruttamento. La vostra massima legge nella conquista
del mondo è abbassare il costo del lavoro. Siete portatori di un nuovo
schiavismo.”
Chiedo a Milosevic se non abbia registrato, nei mesi dopo la sconfitta
e la pulizia etnica dell’UCK contro le minoranze in Kosovo ,
riconosciuta se non condannata da tutto il mondo, un mutamento
dell’opinione pubblica interna ed internazionale. “Per fortuna”,
risponde Milosevic, mentre sul tavolino si ammonticchiano caffè,
bibite, tè portati da un militante del partito, “non siamo in Uganda ma
in Europa, dove, nonostante la marcia blindata della stampa, si stanno
aprendo spiragli alla presa di coscienza. Lo noto soprattutto tra gli
albanesi che, in numero enorme, sono fuggiti dal Kosovo in Serbia.
Holbrooke mi disse chiaro e tondo: “Non ce ne importa niente degli
albanesi”. Ebbene, a noi serbi, gli albanesi stanno a cuore, sono
nostri cittadini. Gli ho anche posto una domanda cui non ha risposto:
quali interessi mai potete avere voi, USA, a un’alleanza con terroristi
e trafficanti di armi, droga, organi, che a un certo punto non saprete
più controllare?”
Faccio a Milosevic l’obiezione che tante volte è stata sollevata in
Occidente: l’abolizione dell’autonomia del Kosovo. La risposta è
tecnica. Non ci sarebbe mai stata una tale abolizione. Nel 1989, dopo
numerosi pogrom antiserbi, al Kosovo si sarebbe tolta la facoltà di
paralizzare la federazione con un diritto di veto che una provincia
poteva imporre alle altre provincie autonome,  alle repubbliche e,
addirittura, all’intera federazione. Nel discorso che Milosevic tenne a
Kosovo Polje, giudicato di un nazionalismo esasperato, l’allora
presidente avrebbe invece sollecitato all’uguaglianza  e al rispetto
tra tutti i popoli della federazione. E mi cita le parole testuali del
discorso.

Alla conversazione  non può sfuggire l’antefatto principale della
guerra: Rambouillet e un accordo che prevedeva, come ammesso dallo
stesso Dini più tardi, l’occupazione  dell’intera Jugoslavia da parte
delle forze Nato, a la loro sottrazione alla giurisdizione della
magistratura federale. Racconta Milosevic: “Durante i negoziati di
Rambouillet, il generale Wesley Clark  è andato ripetutamente con
Hashim Thaci, leader dell’UCK, nei ristoranti parigini. Eppure tutti
sapevano che Thaci aveva per ufficiali pagatori i narcotrafficanti
albanesi. Cosa ne poteva venire di positivo al popolo americano? Di
intese con la mafia si può avvantaggiare solo un profitto economico
senza scrupoli. Ma quell’intesa continua a funzionare e a produrre
disastri nei Balcani”.
Milosevic, sul quale di lì a poco si abbatterà la resa dei conti
finale, non da l’impressione di un uomo braccato, in cerca di una
qualsiasi via d’uscita per sé e per la famiglia. Anzi, del suo destino
personale non parla mai. Crede nella possibilità di una resistenza che
si svilupperà e che trarrà impulso dalle sempre più disastrose
condizioni della popolazione. In effetti, la Belgrado di oggi, tuttora
sottoposta ad embargo, salvo per il petrolio, appare più spenta, cupa,
desolata di quella del tempo di guerra e del dopoguerra. L’inflazione
galoppa al 100%. Secondo dati dei ricercatori scientifici, taciuti o
minimizzati dalle autorità, le patologie da contaminazione chimica e
radioattiva dilagano. A Pancevo, l’Istituto dell’Igiene del Lavoro
denuncia un  buon 80% della popolazione adulta affetta da tumori,
linfomi e malattie connesse all’inquinamento.

Su una possibile risposta di lotta ai vincitori delle elezioni
presidenziali, Milosevic dice:”Quella che conta, nella vita delle
nazioni, è resistere. Il complotto antijugoslavo sta diventando
visibile. Guardate ai fatti semplici della storia. Nell’ottobre del
1997 c’è il vertice sudeuropeo a Creta. C’eravamo tutti e tra tutti si
era stabilito un ottimo accordo. Avevo anche suggerito un’area di
libero scambio sudeuropea, senza dogane. In un’economia di mercato, pur
con le nostre irrinunciabili salvaguardie dei lavoratori (la legge che
garantiva ai lavoratori delle industrie privatizzate il 60% delle
quote. Ndr), ogni paese avrebbe avuto spazi più ampi di manovra,
mercati più vasti. Un’ottima soluzione anche prima di un ingresso
nell’UE. Per gli americani era una minaccia. Anche Fatos Nano, il
premier albanese, era d’accordo per l’apertura delle frontiere alle
persone, alle merci, alla normalizzazione. Mi disse: il Kosovo è un
problema interno della Jugoslavia, non negoziabile. Nel sud-est le cose
si sarebbero potute risolvere in pace e cooperazione. E’ stato un forte
segnale d’allarme per i destabilizzatori e un mese dopo il ministro
degli esteri francese, Hubert Vedrine, espresse gravi preoccupazioni
per la sorte del Kosovo. Perché, se non era preoccupato neppure Fatos
Nano? E subito dopo la Germania si mette ad organizzare e armare i
gruppi criminali. Nel 1988 iniziano a sparare a poliziotti, forestali,
magistrati, postini, bombe nei caffè, nei mercati. Abbiamo reagito come
tutti avrebbero fatto. Alla fine del ’98 l’UCK era finito. In TV si
vedevano camionate di armi UCK consegnate alla polizia. Ma arriva
Holbrooke e insiste sulla spedizione di personale armato. Rifiutai
ovviamente e ci accordammo sulla missione di osservatori dell’OSCE,
solo civili. Appena Holbrooke ametteva che il problema era risolto, il
giorno dopo lo riapriva: erano arrivate nuove istruzioni da Washington.
Ma in Kosovo tutto restava calmo, alla presenza di 2000 osservatori
Osce, centinaia di membri della Croce Rossa, giornalisti, diplomatici.
Poi il criminale William Walker (capo dell”OSCE. Ndr) si inventò la
strage di Racak, successivamente smentita da tutti gli investigatori.
Fu il pretesto per Rambouillet e per l’aggressione. Quando il nostro
giurista Radko Markovic definì il diktat “spazzatura”, James  O’Brian,
assistente della Albright, si inalberò: “Come può dirci questo? Non si
rende conto che il testo è stato preparato da colui che ha elaborato il
testo per l’indipendenza tibetana?” Ho detto tutto.”
Chiedo a Milosevic se anche la distruzione della Jugoslavia faccia
parte del processo di globalizzazione. “La distruzione del mio paese è
la dimostrazione che non esiste la globalizzazione, ma solo un nuovo
colonialismo. Se si trattasse di vera globalizzazione, cercherebbe
l’integrazione, su basi di parità, di popoli, culture, religioni. Si
sarebbe preservata la Jugoslavia, che aveva messo in atto la formula
migliore. Se le nazioni, gli stati, i popoli fossero trattati da
soggetti pari, non conquistati, stuprati, se il mondo non dovesse
appartenere a una minoranza ricca, che deve diventare più ricca mentre
i poveri diventano più poveri, si avrebbe la giusta globalizzazione.
Non si è ma vista una colonia svilupparsi e conquistare la felicità. Se
si perdono l’indipendenza e la libertà, tutte le altre battaglie sono
perse. Gli schiavi non prosperano”.
“Eppure a condurre la guerra sono stati i governi di sinistra,
socialdemocratici, europei”.
“La disinformazione e manipolazione sono purtroppo penetrati anche
nelle sinistre, dato che oggi in Europa abbiamo solo sinistre false.
Blair, Schoreder, Jospin, D’Alema sono forse di sinistra? Perché Kohl è
stata rimosso  con il solito sistema degli scandali? Perché rifiutava
di sottomettere la Germania totalmente al controllo USA. Questi qua,
invece, sono disposti a fare da sciuscià. Gli USA sono penetrati nelle
loro strutture politiche e dunque mediatiche. Sono state
paradossalmente le sinistre a bombardarci. Con i greci di Mitsotakis,
per esempio, c’era un’intesa più rispettosa che con l’amerikano
Papandreu. Quanto agli italiani, ho poco da dire. Non si sono molto
adoperati per avere un dialogo con noi. Sono rimasti nell’ombra”
Chiedo a Milosevic giudizi su paesi e personaggi in qualche misura
all’orizzonte della crisi jugoslava. “La Cina? Ci sostiene
discretamente e indirettamente, ma si occupa dei fatti suoi. I cinesi
sono calmi e pazienti. Dicono di aver bisogno di cent’anni per
competere con le potenze imperiali. La Russia è stata distrutta
dall’amerikano Gorbaciov. Ingenui i russi se pensavano che la
devastazione si sarebbe fermata ai loro confini. Ora, forse, c’è
qualche segnale di ripresa. Ramsey Clark, l’ex-ministro statunitense
della giustizia  e leader dei diritti civili, è un grande combattente
per la pace. Quando iniziò la guerra Iraq-Iran, la crisi degli ostaggi,
Clark chiese a Kissinger cosa si aspettasse da quella guerra. La
risposta fu “che si uccidano a vicenda”. La storia si ripete: guerra
tra slavi e tra slavi e musulmani perché si indeboliscano, si uccidano,
sgomberino il campo. Basta guardare al Kosovo, alla Cecenia, al
Daghestan, alla Macedonia. Ora gli USA si sentono minacciati da Putin
(sul nome del presidente russo Milosevic alza dubbiose sopracciglia.
Ndr), dalla Moldavia, dalla Bielorussia, dall’Ucraina. Li considerano
tutti minacce all’Occidente solo perché hanno iniziato a muoversi verso
sinistra e a curare con maggiore responsabilità i propri interessi.
Molte cose stanno cambiando. La gente si sveglia dall’ipnosi che gli
aveva fatto credere che il suo futuro dipendesse da FMI e Banca
Mondiale. Hanno rubato alla Russia centinaia di miliardi e poi
vorrebbero negoziare crediti a tassi d’interesse da strozzino. Questa
Russia ha un potenziale enorme. Deve liberarsi delle mafie nutrite
dall’Occidente che ne governano l’economia. Putin se ne rende conto e
questo spiega  tutte le sue recenti iniziative internazionali. La
Russia deve mandare al diavolo il Fondo Monetario i cui schemi servono
solo a distruggere quel paese”.
“Certa sinistra europea l’ha accusata per le privatizzazioni”.
Nella nostra costituzione tutte le proprietà sono garantite: statali,
sociali, cooperative, private. Il grado di privatizzazione dipende
dallo sviluppo dell’economia, dalle condizioni imposte dagli organismi
internazionali (che alla fine abbiamo rifiutato), dall’indebitamento e
dalla protezione sociale. Noi abbiamo cercato un equilibrio ottimale
nelle circostanze date. Abbiamo respinto una privatizzazione totale,
soprattutto dei settori strategici, per mantenerne il controllo
pubblico. Abbiamo assicurato ai nostri operai il 60% delle aziende
privatizzate e limitato al 40% i capitali nazionali o stranieri.
Nessuno in Europa lo ha fatto. Abbiamo dato molta terra ai contadini. I
10 ettari della precedente legge erano troppo pochi per una famiglia
nell’economia moderna. Ora gli ettari che si possono possedere  sono
160. Non è certo un latifondo.
Quanto alla Telekom, la mediazione di un miliardo e mezzo di un prezzo
che per noi era conveniente,  per gli italiani costoso, è andata per
metà a intermediari cechi. Noi non abbiamo visto un dinaro in termini
di mazzette. Quella somma ci occorreva per ricostruire un’economia
devastata dalle sanzioni che avevano determinato nel 1993 un’inflazione
del 350mila per cento. Entro il 1994 eravamo riusciti a ridurre
l’inflazione a zero. Il dinaro rimase stabile, l’inflazione sotto
controllo fino al l999. Eravamo in miseria, ma sani, e tra il 1994 e il
1998 il nostro PIL aumentò tra il 4 e l’8 per cento, più che in tutti i
paesi vicini, per quanto foraggiati. Ecco un’altra minaccia jugoslava:
non c’è un serbo che lavori in altri paesi, mentre qui vengono a
lavorare migliaia di rumeni e bulgari. Ne sono fiero.  Come sono fiero
della ricostruzione che in poco più di un anno questo paese ha saputo
fare. Oggi ci sono i black-out continui, allora neanche uno.

“Presidente, l’accusano spesso di aver accumulato tesori in banche
estere, anche se alcuni sospettano che si trattava di conti che
servivano ad aggirare l’embargo e nutrire la popolazione”.
“Già, due anni fa Holbrooke mi annuncia:”La Svizzera ha congelato i
suoi conti”. Gli risposi che gli avrei subito firmato la donazione di
tutti i miei fondi svizzeri. Del resto la massima autorità finanziaria
svizzera ha dichiarato di non aver trovato traccia di miei averi in
quel paese. L’unico conto che possiedo è qui in una banca e serve a
ricevere il mio stipendio. Ora si parla di Cipro, ma anche lì non hanno
trovato niente e hanno fatto arrabbiare molto i ciprioti”.
“Presidente, nutre fiducia nel futuro? Le circostanze sembrano a lei
molto sfavorevoli. Si parla di un arresto imminente. Lo hanno chiesto
gli USA.”
“Credo di poter nutrire fiducia. Tutto dipende dalla linea politica del
nuovo governo, da chi vi prevarrà e da come reagirà il popolo quando
capirà di essere stato ingannato e impoverito. Il gruppo dirigente è
molto diviso. Kostunica è meglio degli altri, pare voglia difendere gli
interessi nazionali, ma è debole e non ha la maggioranza nella
coalizione. Vedremo cosa ne verrà fuori. Noi intanto lavoriamo al
rafforzamento del partito, nostra unica difesa, e alla presa di
coscienza della gente. Sentiamo che il nostro punto di vista si sta
diffondendo tra operai, contadini, clero. Siamo invalidati dalla quasi
totale mancanza di mezzi d’informazione. Abbiamo un solo quotidiano.
Tutti i media sono controllati dalla DOS, altro che democrazia. Una
volta un giornalista in TV ha preso a criticare questa  blindatura
dell’informazione. Hanno immediatamente interrotto le trasmissioni. Con
noi non era mai successo”.
Milosevic mi congeda con calore. “Grazie per l’informazione corretta”.
E aggiunge con forza: “Never give up”, forse in inglese perché suocera
intenda: arrendersi mai. Poi mi richiama per una citazione di Madeleine
Albright, la segretaria di stato di Clinton, riferitagli dal
giornalista del New York Times, Steve Erlander. Esclamò Albright: “Ma
come, Milosevic ha accettato il risultato delle elezioni? E’ il colmo,
non è possibile! Lo avevamo incriminato apposta di tutti quei delitti,
per dieci ergastoli, onde non rinunciasse a nessun costo al potere. E
adesso questo se ne va… Non è una vittoria, questa”.  Poi, con un
sorriso amaro, mormora una raccomandazione: “Non è vero che avessimo
saputo del bombardamento della nostra televisione. Hanno incarcerato
Dragoljub Milanovic, l’ex-direttore, per questo. Proprio lui che era
rimasto fino a pochi minuti prima delle bombe. Come se uno potesse
sapere il minuto secondo del botto. E’ una delle tante infamie di Carla
del  Ponte per coprire il crimine del bombardamento sui giornalisti.
Non dovevano esserci? E lei in guerra non terrebbe presidiato il mezzo
di comunicazione più immediato per avvertire le popolazioni, chiamare
soccorsi, provvedere a  mantenere operativo il sistema di comunicazione
d’emergenza? Quei ragazzi erano tutti  volontari. Li ha uccisi la Nato.
Come ha fatto uccidere tutti i miei più cari e validi collaboratori
facendo passare gli omicidi come guerre di mafia”.
E qui Slobodan Milosevic abbassa gli occhi. Adesso pare un po’ piegato.

Fulvio Grimaldi

Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/878

Una versione abbreviata di questa intervista e’ stata pubblicata
sul “Corriere della Sera” dell’1/4/2001

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:27