Le Grandi opere, il TAV e Salbertrand, il paese di mezzo

https://volerelaluna.it/tav/2019/11/11/le-grandi-opere-il-tav-e-salbertrand-il-paese-di-mezzo/?fbclid=IwAR1EOGunMWWqNYUs-NbTlS2wXKdMnhq5l965GjQDwJK0Xx21BK7540TpCXM

11/11/2019 –  –

Per arrivare a Salbertrand, dove è in progetto la costruzione, su un’area di oltre 12 ettari di proprietà comunale, di un “impianto funzionale” per assemblare gli “spicchi” di cemento che serviranno a foderare il tunnel di base della Nuova linea ferroviaria Torino-Lione (https://video.lastampa.it/torino/il-deposito-di-rifiuti-d-amianto-che-blocca-l-apertura-del-cantiere-tav-torino-lione/105606/1056209), ci si deve arrampicare su quattro ripidi tornanti della statale 24 del Monginevro, due in salita e due in discesa: sono lì – provvisori – dal 1957 (anno della la grande alluvione)… Serre la Voute, è il punto più stretto della Valle di Susa; il versante nord (quello dei tornanti) è una paleofrana, che però non ha spaventato i progettisti dell’autostrada del Frejus che vi hanno scavato due gallerie senza seguire i consigli di chi studiava la geologia della valle fin dall’800 e che non a caso indicarono – oltre un secolo prima – il pur altrettanto ripido versante sud per realizzare la omonima ferrovia (allora a binario unico): altra lunga teoria di gallerie e arditi ponti in muratura fondati sui coni alluvionali che i torrenti scoscesi disegnano tra gli abeti e i pini del “Gran Bosco”.

Laggiù in fondo la Dora Riparia si allarga in una vasca di espansione saccheggiata da cave di ghiaia e dai relativi impianti di betonaggio, occupata dal lungo viadotto autostradale che prosegue le gallerie fino ad allargarsi, prima su due ampie aree di servizio, poi sul vasto piazzale realizzato per l’esazione di un pedaggio assai salato.

Il conto è ancora una volta a carico dei pochi abitanti e dell’esiguo territorio pianeggiante di un paese da cartolina, raccolto attorno alla sua chiesetta e sparso (per quanto possibile) su una cengia lunga e stretta che ospita il municipio, la scuola primaria, le vecchie case col tetto in lose e qualche brutto condominio ispirato a quelli della vallata olimpica di cui “Salabertano” (come nel ventennio ne avevano italianizzato grossolanamente l’elegante denominazione occitana) è la misconosciuta porta est. Nel residuo spazio pianeggiante ha trovato posto anche la sede del Parco, oggi riunificato in quello regionale delle Alpi Cozie, e il suo sorprendente eco-museo, ma anche alcuni milioni di metri cubi di rifiuti, mimetizzati tra ogni sorta di “inerti”, alcuni coperti da smisurati teli di plastica bianco-sporco e da decenni oggetto di sequestri e dissequestri da parte della magistratura.

TORO: «Eh ormai noi siamo diventati i mafiosi.., di… della zona.., no!?!… adesso gli portiamo via la fornitura a VALLE… Poi a ***gli portiamo via il frantoio…». […] I due indagati, alla luce degli evidenti vantaggi economici che potevano ottenere dalla locazione in corso in caso di svolgimento sul luogo di attività redditizia, hanno completamente mutato atteggiamento nei confronti di TORO, rendendosi compartecipi dello svolgimento dell’attività di illecito trattamento dei rifiuti: pacifico è invero, da un lato, che essi sapevano benissimo quale attività veniva svolta sul sito e, dall’altro, che essi si sono personalmente adoperati per ridurre i controlli da parte delle autorità pubbliche e consentire a TORO di proseguire nell’attività predetta.

 È un brevissimo estratto di oltre 650 pagine di una ordinanza del Tribunale di Torino di rinvio a giudizio di impresari edili-stradali che hanno molto a che fare con la Valle di Susa: l’inchiesta San Michele, un nome che riconduce alla Sacra, alla Polizia di Stato, ma anche alla ‘ndrangheta di cui l’Arcangelo con la spada è (suo malgrado) “santo protettore”. O, in modo più pertinente, alle cave che per decenni, nella più assoluta e colpevole indifferenza, hanno minato il monte Pirchiriano su cui sorge l’ultramillenario monumento-simbolo del Piemonte, e che sono usate oggi per depositarvi e riciclare materiali inquinanti troppo cari da smaltire correttamente. Sant’Ambrogio e Chiusa San Michele, il teatro di misfatti certificati dalle inequivocabili conversazioni intercettate degli “attori” di questa piccola terra dei fuochi del profondo nordovest. Ma forse anche Salbertrand, il suo esiguo fondovalle occupato e devastato da tutto un po’: da centinaia di migliaia di metri cubi di smarino provenienti dallo scavo di gallerie dell’ecologico raddoppio della ferrovia negli anni ’80, dalla realizzazione dell’autostrada, qualche anno dopo, dalla realizzazione (da cosa nasce cosa) di depositi di inerti che si sono rivelati non essere tali se è vero – come è vero – che quello in atto è l’ennesimo sequestro dell’area per il sospetto che sotto le colline artificiali, pudicamente coperte dai teli plastici, è stato rinvenuto amianto nei primi metri sondati, e nulla si sa ancora su cosa e quanto altro possa esservi sotto!

I terreni sono in parte del Comune (che affittandoli per anni ha potuto tenere “in nero” il precario bilancio) e in parte di uno dei tanti marchi di un gruppo finanziario e di impresa che aveva messo mano alla realizzazione del raddoppio ferroviario, ma soprattutto a quella dell’autostrada del Frejus, il Gruppo Gavio, secondo gestore privato dopo i Benetton della rete autostradale italiana (costruita, giova ricordare, interamente con soldi pubblici). Non sarebbe male occuparsene, visti gli intriganti intrecci tra ferro (TAV) e gomma (SITAF) che coinvolgono la valle, a cominciare dal fatto che l’attuale DG di TELT (Virano) è stato per anni AD di SITAF proprio su nomina del gruppo di Tortona.

Ma qui e ora la lente di ingrandimento va posata su un dettaglio, anzi su una “figura” che di quel dettaglio si è occupato ad alto livello, ma che risulta suo malgrado coinvolto nelle torbide faccende di competenza giudiziaria: il riferimento è a ITINERA, nome evocativo con cui è stata battezzata una delle imprese di costruzioni stradali (ma non solo) più importanti del Gruppo Gavio. Mentre la “figura” si chiama Manlio Moggia che di ITINERA è stato legale rappresentante per un tempo non trascurabile, in particolare nel periodo in cui “i nuovi mafiosi di zona” (come si autodefiniscono loro stessi) erano alle prese con appalti turbati e smaltimenti illegali! E mentre irrompeva sulla scena un nuovo e importantissimo attore protagonista impegnato nel TAV: TELT che, terminata la realizzazione del cunicolo di Chiomonte (ormai cerniera geografica e strategica tra alta e bassa valle), realizzato il collegamento geognostico (ma in asse tunnel ferroviario) tra le due discenderie in terra di Francia tra La Praz e Saint Martin La Porte ha fretta (è in abissale ritardo) di allargare il cantiere di Val Clarea; e soprattutto di impadronirsi di cosa rimane del piccolo ma strategico fondovalle di Salbertrand per realizzarvi la fabbrica dei conci di galleria da destinare al tratto italiano del Tunnel Euroalpin (quel che resta ‒ 57 Km in devastante ritardo ‒ dei farneticati 260 ad Alta Velocità che separano Torino da Lyon).

Ma che c’entra Moggia, l’ex dirigente di ITINERA? Probabilmente niente dato che dal Gruppo è stato nel frattempo liquidato. Sarà stato qualche suo successore (o ex subalterno) ad avere l’idea geniale di consegnare l’area a TELT senza pagare gli esorbitanti costi di bonifica che l’asportazione, il trattamento e il trasporto in discariche idonee di tutto il materiale accumulato da decenni comporterebbe: ci facciamo un Eliporto! Era già tutto concordato con l’eterno sindaco uscente (ma che mai si pensava potesse “uscire”): la motivazione socialmente utile e “irrinunciabile” a cominciare dall’offerta di un punto di atterraggio per il soccorso di vittime di incidenti stradali, ferroviari, domestici, come se le due aree di servizio e il vastissimo piazzale di esazione (illuminati a giorno) non potessero offrire lo stesso supporto a costo zero (o di un ordine di grandezza di molto inferiore). Ma così sarebbero state tombate sotto un sarcofago di calcestruzzo tutte le schifezze note (e soprattutto ignote) e magari i veleni che giacciono sotto il sudario dei teli plastici.

Già, ma come si fa a dire veleni? Intanto c’è la certificazione del materiale amiantifero e i sequestri (con intimazione di bonifica inosservata). E poi (a parlare è sempre la citata ordinanza del Tribunale di Torino):

Conversazione registrata il 28 maggio 2012. Nell’occasione, *** chiedeva a TORO, […], di dissuadere Moggia Manlio della ITINERA dal presentare offerte per l’appalto per lo sgombero neve bandito da ANAS per le strade statali […]. Si leggano, a tale proposito, le significative affermazioni di TORO: «ho dovuto minacciarlo non hai visto che ho dovuto andare lì col muso duro e farlo spaventare se no non riuscivo ad ottenere niente, e tu invece volevi, con le buone volevi risolvere i problemi, con quella gente lì non risolvi con le buone!». Le minacce, nello specifico erano consistite nel promettere l’invio di materiale compromettente raccolto sul conto ai suoi titolari Gavio, qualora non avesse accondisceso alle sue richieste […]. «Io c’ho dei documenti in mano sulla scrivania che se arrivano a Tortona… muore… muore lui la moglie tutti i suoi scagnozzi (…) a vedere le fotocopie gli viene gli viene il pelo tutto arricciato, visto che è pelato».

Non c’è bisogno di essere un investigatore o un magistrato inquirente per sospettare che il responsabile di un sito di discarica permanente assai poco visibile e per niente vigilata – se ricattabile – possa aver chiuso un occhio. E comunque se non è così (o non è dimostrabile che sia così) perché si è tardato tanto a intervenire in modo efficace?

Quando – poco meno di 30 anni fa – fondammo il “Comitato Habitat per la difesa della residua vivibilità della Val di Susa” ponevamo queste distonie al centro dell’attenzione. Eravamo uno sparuto gruppo di ambientalisti appena sconfitti dalla nomenklatura politico-speculativa che aveva imposto la realizzazione dell’autostrada Torino-Bardonecchia dopo aver perforato (a fianco della “storica” galleria ferroviaria) il tunnel autostradale del Frejus.

I TIR, nella bassa valle, tiravano giù i balconi dei paesi attraversati in pieno centro storico e i vecchi motori diesel rilasciavano polveri (niente affatto sottili, ma di spessa fuliggine) che si mescolavano con quelle delle allora numerose acciaierie di fusione di rottami provocando esasperazione (e giustificata paura di incidenti sempre più gravi) tra i cittadini. Affrontammo ugualmente una lotta evidentemente impopolare denunciando il rischio che la nostra valle divenisse «un corridoio plurimodale di transito» come lo battezzarono all’epoca i consulenti di SITAF assoldati per un progetto di “ottimizzazione ambientale”: la direttiva VIA della Unione Europea non era ancora stata adottata dall’Italia e di “compensazioni” c’era, se non altro, pudore a parlarne…

Di lì a poco sarebbe iniziata la campagna promozionale del TAV: gli stessi promotori dell’Autostrada (negazionisti ai tempi di Habitat) ci sarebbero venuti a dire che i camion erano inquinanti e il treno – ecologico per definizione – avrebbe salvato i nostri polmoni. Peccato che, sin dai primi studi, si ammettesse che non i treni, ma la costruzione della nuova ferrovia avrebbe aumentato l’incidenza delle malattie cardiovascolari del 15% (Fonte Alpetunnel, “nonno” di LTF a sua volta “madre” di TELT).

Pochi anni prima in Alta valle (quella che diventerà la valle olimpica) i torinesi si erano finalmente integrati coi calabresi (poco dopo aver tolto dai palazzi di città i cartelli “non si affitta ai meridionali”): il cemento unificante era stata la speculazione edilizia: si era messo mano ai primi piani regolatori: i pascoli erano diventati aree edificabili e i pendii, tagliate le piante, piste da sci. Pro Natura (con Mario Cavargna) denunciava coraggiosamente lo stato delle cose mentre quelli che sarebbero stati individuati come i mandanti organizzavano l’assassinio del capo della Procura Torinese Bruno Caccia. Chi sa se i ragazzini delle medie del quartiere Cit Turin che passano davanti al tribunale sanno chi fosse. E chi sa quanti neo-avvocati o giovanissimi magistrati sanno che l’impresa capofila che vinse l’appalto per la costruzione del Palazzo di Giustizia era finita sotto inchiesta in Sicilia per aver concordato gli appalti pubblici con il geometra Siino, meglio noto come il “ministro dei lavori pubblici di Totò Riina” (vedi, per tutti, La Repubblica, 25 giugno 1993)…

Intanto a Salbetrand si è votato e il sindaco uscente questa volta è uscito. Non dalle urne, ma dalla sala Giunta. E Roberto Pourpour, il nuovo primo cittadino, è “un uomo tranquillo”; non uno scatenato No TAV, non un antagonista. Si è candidato ed è stato votato contro il suo eterno predecessore perché ama il paese dove è nato. Proprio nei pressi dell’area contaminata ci sono le baite dei suoi nonni, attorno a cui vorrebbe tornare a fare agricoltura di qualità, ai piedi di un grande bosco dove anche fotografandoli d’inverno (o in bianco e nero!) gli abeti bianchi e i pini cembri riflettono mille tonalità di verde; con gli ungolati e i lupi (se si vuole) si può convivere e, se fanno danni, sono incomparabilmente meno devastanti delle discariche di veleni.

Il pericolo è che anche su Salbertrand, sul suo territorio offeso, prevalgano, con l’avvio del TAV gli interessi superiori (nonostante il nuovo sindaco e i suoi cittadini che quella “fabbrica” farà ammalare): quasi un milione di viaggi di camion previsti dagli stessi proponenti il TAV in aggiunta alle polveri dei frantoi e alle emissioni dei forni); per non dire della collocazione autorizzata in alveo fiume che potrebbe far allagare mezza valle. Sono quegli interessi che (sotto forma bancaria) hanno creato il mostruoso debito pubblico del nostro paese, che per “salvare” Venezia hanno autorizzato il Mose (che nemmeno La Stampa”, il cui editore ha avuto un ruolo chiave in progettazione e direzione lavori, difende più, mentre difende ancora la realizzazione del TAV!). Quel che risulta inaccettabile è l’attenzione vendicativa dedicata ai delitti di chi non vuole considerare “interessi superiori” le Grandi Opere imposte dai poteri forti “nell’interesse pubblico”, spesso accompagnate, nella loro realizzazione, da turbative d’asta, subappalti truccati, materiali scadenti pagati per buoni, tangenti alla politica etc. ma in favore delle quali sono schierate, con evidente sproporzione, battaglioni di forze dell’ordine, uffici giudiziari e una massiccia e costosa fabbrica del consenso (cfrhttps://volerelaluna.it/talpe/2019/05/07/linformazione-alla-prova-del-tav/).

Anche per questo è importante che il piccolo paese di Salbetrand ‒ né alta né bassa Valle di Susa, paese di mezzo ‒ vinca la sua piccola-grande battaglia. Paradossalmente, ma non troppo, a fare il tifo per i suoi cittadini e i suoi nuovi coraggiosi amministratori dovrebbero essere soprattutto quelli che il TAV dicono di volerlo, senza sapere né cosa è, né quanto costa, e sopratutto quali sarebbero (anche per loro) i costi nascosti.

Torino, la pasionaria No Tav a 73 anni accetta il carcere: “Voglio andarci, sono fiera della mia battaglia”

https://torino.repubblica.it/cronaca/2019/11/11/news/torino_la_pasionaria_no_tav_a_73_anni_accetta_il_carcere_voglio_andarci_sono_fiera_della_mia_battaglia_-240841051/?fbclid=IwAR0apkoYczfr05hr-E4sHGb8fjpABZDDrOgKpGgLEXjNyVFiKk1v0MPA2Vc

Torino, la pasionaria No Tav a 73 anni accetta il carcere: "Voglio andarci, sono fiera della mia battaglia"
Nicoletta Dosio durante la conferenza stampa davanti al tribunale di Torino 

Nicoletta Dosio avrebbe potuto chiedere misure alternative, ma non lo ha fatto: “Più forte del timore per la cella è la rabbia per l’ingiustizia”

di FEDERICA CRAVERO

 

11 novembre 2019

 
Avevano improvvisato una manifestazione in autostrada aprendo i caselli per fare in modo che gli automobilisti non pagassero il pedaggio della Torino-Bardonecchia, all’inno di “Oggi paga Monti”, causando un danno di 770 euro alla società autostradale. Per quel fatto del 3 marzo 2012, in dodici erano stati condannati per violenza privata e interruzione di pubblico servizio a pene tra uno e due anni. Tra loro Nicoletta Dosio, “pasionaria” attivista del movimento No Tav. La sentenza è diventata esecutiva e lei, a 73 anni, ha scelto di non chiedere misure alternative al carcere. Dunque è questione di ore prima che dalla procura generale arrivi l’ordine di carcerazione e venga portata in cella. Una scelta che ha spiegato in una conferenza stampa davanti al Palazzo di giustizia di Torino. “Il carcere non è uno luogo di riscatto ma di pena però più forte del timore del carcere è la rabbia per l’ingiustizia. Questa è una resistenza, perché sappiamo di essere dalla parte della ragione. Io potrei chiedere misure alternative ma ammetterei la mia colpa, invece io non sono pentita di quello che ho fatto, sono fiera che sulla battaglia No Tav si è ricomposta”.

La pasionaria no Tav sceglie il carcere a 73 anni: “Avrò tempo per partecipare ad altri fronti di lotta”

Un caso giudiziario quello dei No Tav secondo il movimento contro la Torino-Lione. “Sei degli imputati erano incensurati e nonostante ciò per nessuno ci fu la sospensione condizionale della pena. Non ci fu né violenza né minaccia che sono gli elementi caratterizzanti del reato di violenza privata – precisano gli avvocati Valentina Colletta ed Emanuele D’Amico – È stata una sentenza decisamente pesante, emblematica del trattamento riservato al movimento tanto più che per un reato con una pena minima di 15 giorni erano state fatte richieste di condanna a tre e quattro anni”.
“C’è stata dentro il tribunale di Torino una corsia preferenziale per i nostri processi, una celerità nell’arrivare alle sentenze, che non si vede in molti altri procedimenti che giacciono negli uffici e che meriterebbero un’attenzione è una rapidità diversa”, è il commento di Lele Rizzo, uno dei leader del movimento.

Nicoletta Dosio: «Andrò in carcere, senza chiedere sconti»

https://ilmanifesto.it/nicoletta-dosio-andro-in-carcere-senza-chiedere-sconti/

manifesto

 

Intervista . Settantatré anni, già docente di greco e latino presso il liceo Norberto Rosa di Susa, tra le fondatrici del movimento No Tav, sconterà la condanna per aver partecipato a una manifestazione nel 2012, «Il dovere che io sento è di non genuflettermi, per dignità e libertà»

Nicoletta Dosio

Nicoletta Dosio

Nella primavera del 2012, un’operazione di polizia portò allo sgombero della baita adiacente al cantiere della val Clarea: vi fu il ferimento grave dell’attivista NoTav Luca Abbà, rimasto folgorato su un traliccio dell’alta tensione. Mentre Abbà lottava tra la vita e la morte il movimento No Tav si riversava per due giorni lungo l’autostrada della val Susa; dapprima a Chianocco presso un svincolo strategico – da cui furono sgomberati con una violenta operazione notturna – e dopo presso il casello di Avigliana. Quaranta minuti in autostrada sotto l’occhio dei poliziotti che controllavano da vicino la manifestazione che ebbe anche un volantinaggio. I manifestanti alzarono la sbarra del casello per diversi minuti.

Tra i condannati per quell’episodio c’è Nicoletta Dosio, settant’anni passati, già docente di greco e latino presso il liceo Norberto Rosa di Susa, tra le fondatrici del movimento No Tav.

Dosio, lei andrà in carcere. È intimorita da questa prospettiva?

No, non lo sono. Ci sono dei passaggi che devono essere affrontati quando si porta avanti con coerenza una lotta come quella contro il Tav. Una lotta in cui noi abbiamo ragione, come per altro messo nero su bianco, numeri alla mano, perfino dallo stesso Stato solo pochi mesi fa. Il nodo morale delle minoranze che hanno ragione ma a cui viene imposta una realtà assurda rimane, intatto.

Ha la possibilità di chiedere pene alternative: lo farà?

Non lo farò e qualcuno, un giorno, verrà a prendermi per portarmi in carcere. Sono pronta, ci penso da molto tempo, è un prospettiva che nel tempo è entrata a far parte della mia vita.

Perché fa questo? Lei ha settantatré anni.

Voglio cercare di mettere il dito nella piaga, e ancora una volta dare visibilità a questa ingiustizia che perseguita chi lotta per il diritto di tutti. Inutile fare i neo ambientalisti che accolgono le richieste dei giovani quando si devono recuperare voti e poi, nella realtà, giustificare e avallare una devastazione perfino priva di senso economico. Questo mio gesto è contro i sepolcri imbiancati: per mettere in luce questo e riportare l’attenzione pubblica, che mi pare si stia adattando, agli orrori nei confronti di chi lotta, io andrò in carcere. Il dovere che io sento è di non genuflettermi: di non chiedere sconti o scuse. Per dignità e libertà. Sono convinta che quel mondo buono che ancora esiste intorno a me lo troverò anche in carcere, dove incontrerò gli ultimi degli ultimi. Farò esperienze che mi serviranno, sebbene io sia una donna anziana.

Chi la sostiene in questo momento?

Percepisco sulla mia pelle un grande calore e una grande vicinanza. Che poi è la stessa che provano i numerosi condannati di questa triste storia. Grande solidarietà e partecipazione di chi lotta da trenta anni e non si arrende. Uguaglianza, libertà, solidarietà. Il movimento No Tav non solo non è morto ma reagisce a una serie di provvedimenti restrittivi che stanno arrivando a diluvio sulla valle di Susa, sopratutto verso la parte attiva. Segno che si va verso un veloce allargamento dei cantieri. Solo ieri, altre due condanne. So di avere con me il sostegno delle mie sorelle e dei miei fratelli di una lotta bella e irriducibile, perché porta nelle sue mani la memoria del passato, l’indignazione per la precarietà presente, la necessità di un futuro più giusto e vivibile per tutti.
Se andrò in carcere, non me ne pentirò, perché, come scrisse Rosa Luxemburg, dalla cella dove scontava la sua ferma opposizione alla guerra, « mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nubi, e uccelli, e lacrime umane».

Una discarica di amianto blocca il cantiere della Tav

https://ilmanifesto.it/una-discarica-di-amianto-blocca-il-cantiere-della-tav/?fbclid=IwAR1K-zok7HE-tZRYnIoSsAhodtXAQ6b_ie4VpPMr6zeBjEVh2DCBLTPly3o

il manifesto - quotidiano comunista

Val di Susa. Sedicimila metri quadrati di roccia mai bonificata sequestrati dalla Guardia di finanza

La vicenda è nota ai pendolari della val Susa, che ogni giorno, da anni, vedono scorrere a pochi metri dal finestrino un’area di circa sedicimila metri quadri su cui si erge un cumulo di roccia contenente amianto che doveva essere bonificato. Di colore biancastro, ricoperta da teloni, rappresenta il concretizzarsi delle paure del movimento Notav legate alla gestione delle rocce amiantifere che un eventuale maxi tunnel dovrà dapprima scavare e poi gestire.

L’amianto, la sua volatilità, l’accertata presenza nelle montagne della val di Susa: tutto questo fu trenta anni fa tra le cause scatenanti della resistenza alla Torino – Lione. L’area che vede susseguirsi montagnole di rocce è stata data in concessione all’Itinera Spa, società che fa capo al Gruppo Gavio: qui si prevede la costruzione di capannoni dove il materiale di scavo estratto dal tunnel di base, verrà trasformato in “conci”, ovvero le volte in cemento armato che ricopriranno la galleria.

Dato che la montagna di amianto non è stata trattata, la costruzione della “fabbrica dei conci” non potrà iniziare quando si inizierà la nuova fase di scavo. Manca quindi un luogo fisico dove iniziare la produzione, data l’assenza della bonifica del materiale stoccato da anni.

E’ un piccolo ingranaggio che blocca l’intera mega macchina del Tav, perché altri luoghi dove produrre i conci non sono previsti dalla stessa Telt, la società incaricata di progettare e realizzare l’opera.

La complessa situazione assume contorni misteriosi se si pensa che il sito prescelto si trova a pochi metri dal greto del torrente Dora Riparia, già oggetto di esondazioni importanti in passato. Incongrua anche la dimensione economica del problema rispetto all’esiguità dei fondi necessari per la bonifica del sito. La Torino–Lione vale circa 8,6 miliardi di euro, mentre i lavori di bonifica non dovrebbero superare i quattro milioni.

Perché le opere di bonifica non siano mai state eseguite e si sia giunti a poco tempo dall’allargamento del cantiere è un enigma. Ma il problema non si limita al sito che dovrebbe essere coperto da capannoni: accanto vi è un secondo deposito, dalla composizione poco chiara, che occupa altri ventiduemila metri quadri di terreno. Mai bonificato anche quello, oggetto di una causa civile che ha intimato all’imprenditore che doveva “gestirla” di bonificarla. Il contenuto semi ignoto di quelle montagnole è ancora al suo posto.

Il sindaco di Slabertrand si chiama Roberto Pourpour, ed ha vinto inaspettatamente le recenti elezioni partendo da una raccolta firme sui cumuli amianto. Le sue posizioni sono contrarie al Tav: «Nell’area non è stato fatto nulla e non può essere un piccolo comune come il nostro a sobbarcarsi i costi di una impresa simile. Si tratta di lavori molto complessi, che necessitano di una fase preliminare per comprendere cosa sia stoccato. Al momento perfino i carotaggi sono risultati difficili data la franosità dei cumuli. Sopra quella montagna di amianto era calata una spessa coltre di silenzio da troppo tempo: eppure io credo che i rischi per la popolazione non debbano essere sottovalutati, sopratutto un presenza di materiali dalla provenienza poco chiara».

Bertolino l’avvocato anti-notav, coinvolto in un’inchiesta per mafia: passava informazioni alla ‘ndrangheta

http://www.notav.info/top/bertolino-lavvocato-anti-notav-coinvolto-in-uninchiesta-per-mafia-passava-informazioni-alla-ndrangheta/

notav.info

— 7 Novembre 2019 at 10:19

C’è anche lui, Pierfranco Bertolino, tra le decine di persone coinvolte in una maxi-operazione sulle ‘ndrine di Volpiano e San Giusto Canavese.

Il celebre penalista torinese è una figura ben nota ai notav. Non solo è stato legale di fiducia del giornalista Massimo Numa, uno dei più accaniti cronisti anti-notav de La Stampa, condannato poi per diffamazione proprio per i suoi articoli sul movimento. Bertolino è anche l’avvocato che regolarmente si costituisce come parte civile dei poliziotti e dei carabinieri nelle fantasiose ricostruzioni portate avanti nei processi contro i notav chiedendo agli imputati di pagare decine di migliaia di euro di risarcimenti alle truppe di occupazione inviate in Val Susa.

Il meccanismo, ben rodato, ha spesso assunto negli anni passati una vera e propria dimensione industriale. Celebre è il caso, rivelato dal gruppo hacker Anonymous, in cui agli agenti venivano inviate querele pre-stampate per riportare presunte ferite già PRIMA delle manifestazioni. In quel caso il servizio veniva svolto in joint venture con il SAP, il sindacato di polizia salviniano (il suo segretario generale, Gianni Tonelli, è oggi deputato della Lega) di cui Bertolino è simpatizzante. Quella dell’avocato contro i notav è d’altronde una vera e propria crociata. Proprio in occasione di uno dei congressi del SAP, nel 2014, aveva dichiarato alla platea “la Val Susa è un parco giochi per delinquenti”. Dopo aver insultato per anni la valle, è venuto fuori che i giochi coi delinquenti, dietro lauto compenso, li faceva lui. Già, nel giugno dell’anno scorso era trapelato il suo coinvolgimento nella famosa “cricca dei favori della procura di Torino che vede pesantemente implicato un’altra vecchia conoscenza del movimento notav, il PM Padalino, responsabile di decine di processi contro valligiani di ogni età. Già all’epoca si parlava di intercettazioni vendute da Bertolino per il modico prezzo di 20.000 euro. Ora viene confermato che l’avvocato anti-notav cedeva a vari ‘ndranghetisti informazioni sulle indagini in corso, fornendo le soffiate su chi era sotto intercettazione e addirittura copie delle registrazioni delle stesse.

Insomma, OGNI SINGOLA DENUNCIA che il movimento notav ha portato avanti per anni nel silenzio generale sulla trama che si andava intrecciando intorno alla nuova Torino-Lione congiungendo imprenditoria, mafia, informazione, polizia e magistratura si sta oggi rivelando esatta. Ma di questo, tutt’al più, si trova traccia in qualche trafiletto della cronaca locale.

Nicoletta Dosio andrà in carcere, a testa alta

http://contropiano.org/news/politica-news/2019/11/08/nicoletta-dosio-andra-in-carcere-a-testa-alta-0120505?fbclid=IwAR2UEOnzYcu_o6l2YWYfC-ysOGVBdVdp1BC_oea0YPmy3ZPz3Ko5oIUl6zQ

Nicoletta Dosio fa parte da sempre del movimento #notav. Non si è mai risparmiata, insieme alla gente della Valsusa e non solo, quando c’era da mobilitarsi per l’ambiente, la democrazia, il diritto di non vedere il proprio territorio, le montagne, la bellezza, scippata da mostruosità inutili, buone solo a far mangiare i grandi appaltatori, l’economia criminale. Nicoletta è una dei coordinatori nazionali di Potere al Popolo.
Per questo lo Stato italiano, in queste settimane, si vendica su Nicoletta e su altri 11 attivisti Notav.

Nicoletta è condannata a un anno di carcere, per aver portato uno striscione durante un blocco stradale nel 2012.

E’ uno Stato che sa rispondere alle domande di giustizia ambientale e sociale della popolazione sbattendo in galera le donne e gli uomini che se ne fanno portatori.

Noi non ci stiamo. Ovunque possibile ci mobiliteremo contro questo schifo, a cominciare dalla manifestazione nazionale di sabato 9 novembre a Roma per l’abrogazione dei Decreti Sicurezza. Giovedi sera a Torino si è svolta una assemblea di solidarietà con Nicoletta e le attiviste/i No Tav condannati. Libertà per Nicoletta, Dana, Francesca, Stella, Mattia, Maurizio, Aurelio, Fabiola, Michele, Mattia, Paolo, Massimo!

Libertà per la Val di Susa!

********

Qui di seguito una intervista a Nicoletta Dosio pubblicata su Il manifesto

Dodici condanne per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Questa la sentenza emessa dal Tribunale di Torino poche settimane fa, inerenti uno dei molti conflitti che hanno visto protagonista il movimento No Tav.  Condanne senza condizionale per sei persone, un aggravamento insolito per un reato di lieve entità.

Nella primavera del 2012, un’operazione di polizia portò allo sgombero della baita adiacente al cantiere della val Clarea: vi fu il ferimento grave dell’attivista NoTav Luca Abbà, rimasto folgorato su un traliccio dell’alta tensione. Mentre Abbà lottava tra la vita e la morte il movimento No Tav si riversava per due giorni lungo l’autostrada della val Susa; dapprima a Chianocco presso un svincolo strategico – da cui furono sgomberati con una violenta operazione notturna – e dopo presso il casello di Avigliana. Quaranta minuti in autostrada sotto l’occhio dei poliziotti che controllavano da vicino la manifestazione che ebbe anche un volantinaggio. I manifestanti alzarono la sbarra del casello per diversi minuti.

Tra i condannati per quell’episodio c’è Nicoletta Dosio, settant’anni passati, già docente di greco e latino presso il liceo Norberto Rosa di Susa, tra le fondatrici del movimento No Tav.

Nicoletta, lei andrà in carcere. È intimorita da questa prospettiva?

No, non lo sono. Ci sono dei passaggi che devono essere affrontati quando si porta avanti con coerenza una lotta come quella contro il Tav. Una lotta in cui noi abbiamo ragione, come per altro messo nero su bianco, numeri alla mano, perfino dallo stesso Stato solo pochi mesi fa. Il nodo morale delle minoranze che hanno ragione ma a cui viene imposta una realtà assurda rimane, intatto.

Ha la possibilità di chiedere pene alternative: lo farà?

Non lo farò e qualcuno, un giorno, verrà a prendermi per portarmi in carcere. Sono pronta, ci penso da molto tempo, è un prospettiva che nel tempo è entrata a far parte della mia vita.

Perché fa questo? Lei ha settantatré anni.

Voglio cercare di mettere il dito nella piaga, e ancora una volta dare visibilità a questa ingiustizia che perseguita chi lotta per il diritto di tutti. Inutile fare i neo ambientalisti che accolgono le richieste dei giovani quando si devono recuperare voti e poi, nella realtà, giustificare e avallare una devastazione perfino priva di senso economico. Questo mio gesto è contro i sepolcri imbiancati: per mettere in luce questo e riportare l’attenzione pubblica, che mi pare si stia adattando, agli orrori nei confronti di chi lotta, io andrò in carcere. Il dovere che io sento è di non genuflettermi: di non chiedere sconti o scuse. Per dignità e libertà. Sono convinta che quel mondo buono che ancora esiste intorno a me lo troverò anche in carcere, dove incontrerò gli ultimi degli ultimi. Farò esperienze che mi serviranno, sebbene io sia una donna anziana.

Chi la sostiene in questo momento?

Percepisco sulla mia pelle un grande calore e una grande vicinanza. Che poi è la stessa che provano i numerosi condannati di questa triste storia. Grande solidarietà e partecipazione di chi lotta da trenta anni e non si arrende. Uguaglianza, libertà, solidarietà. Il movimento No Tav non solo non è morto ma reagisce a una serie di provvedimenti restrittivi che stanno arrivando a diluvio sulla valle di Susa, soprattutto verso la parte attiva. Segno che si va verso un veloce allargamento dei cantieri. Solo ieri, altre due condanne. So di avere con me il sostegno delle mie sorelle e dei miei fratelli di una lotta bella e irriducibile, perché porta nelle sue mani la memoria del passato, l’indignazione per la precarietà presente, la necessità di un futuro più giusto e vivibile per tutti.
Se andrò in carcere, non me ne pentirò, perché, come scrisse Rosa Luxemburg, dalla cella dove scontava la sua ferma opposizione alla guerra, « mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nubi, e uccelli, e lacrime umane».

8 Novembre 2019 – 

TAV: GROSSO GUAIO A SALBERTRAND

http://www.notav.info/post/tav-grosso-guaio-a-salbertrand/?fbclid=IwAR05jvKWFlYmEXnF-cxnl79ZLKtZVeRW8JncNHahLZj1Whe9EYRuI-S491U#.XcU7bQ50yLQ.facebook

notav.info

post — 8 Novembre 2019 at 10:46


La sgangherata macchina della Torino Lione è già impantanata prima ancora di partire. Tutto bloccato a Salbertrand, fulcro del progetto. Succede così. Politica e media passano l’estate a cantare in coro che “ormai il TAV si fa…”. Poi, tutto di un tratto, i cartoni della scenografia crollano e dietro si scopre solo una montagna di chiacchiere.

Questa mattina nientepopodimeno che una Top News su La Stampa: articolo e video con dovizia di particolari. L’area dove dovrebbe sorgere la fabbrica dei conci per il tunnel di base è stata sequestrata dalla Guardia di finanza. Ma questa è una storia lunga che noi conosciamo molto bene. Ecco come stanno le cose.

Salbertrand sarebbe il sito scelto dal progetto TAV per la lavorazione del materiale di scavo del Tunnel di Base in Italia. Un’immensa area di oltre 120.000 metri quadrati, con un fronte continuo di capannoni lungo 1 km e alti 25-28 metri, dove arriveranno centinaia di migliaia di camion colmi di detriti da frantumare in nuvole di polvere. Un inferno dantesco che vorrebbero imporre nel bel mezzo della candida Alta Valle dello Sci Olimpico, con tutte le sue nefaste conseguenze sull’economia turistica, oltre che sulla salute, l’ambiente, la qualità della vita e le casse dello Stato.

Peccato che l’area non sia libera. 200.000 metri cubi di “materiali” (non meglio precisati…) occupano l’area. Tra questi una parte contaminata da amianto. Una grana colossale rimasta irrisolta da oltre dieci anni. E che al momento non ha alcuna ipotesi di soluzione. Uno stallo perfetto che rischia di bloccare sine die l’arrivo del cantiere industriale. Quindi potremmo dire no Salbertrand, no party. O meglio no TAV. Addio cronoprogramma della Torino Lione, sul quale il ritardo accumulato è già imbarazzante (basti pensare che i lavori avrebbero dovuto partire 2 anni fa…).

Per non parlare del rischio di esondazione: tutto il cantiere è in zona esondabile (la Dora la invase nel 1957). Infatti, nel progetto, i fabbricati non possono essere completamente chiusi per consentire il transito delle acque… e della polvere!

E inoltre che dire dei soggetti in qualche maniera coinvolti (anche se non indagati) nell’ultimo scandalo? La parte dei terreni appena sequestrata dalla GDF appartiene a Itinera spa (Gruppo Gavio), che ce l’ha in concessione fino al 2024 ed è accusata dai finanzieri di non aver svolto le bonifiche sui materiali pericolosi che dovevano essere terminate anni fa.  Questo campione di ambientalismo, cosi scrupoloso nel rispetto delle leggi di salvaguardia del paesaggio, è una delle imprese a cui è già stata affidata… parte del progetto tav, ovvero lo svincolo autostradale di Chiomonte.

Insomma, mentre TELT dice ai valsusini “circolate qui non c’è nulla da vedere”  mette la valle nelle mani di costruttori già coinvolti in scandali ambientali.

Al di là di una sfacciataggine che non smette mai di stupirci, questa volta i Signori del TAV si sono fregati da soli. Salbertrand era la migliore delle scelte per inchiodare la Torino Lione e ora rischia di tramutarsi nel peggiore dei loro incubi. Infatti pare che, da alcune settimane, i funzionari di Telt siano molto molto nervosi…

L’imbroglio del TAV continua a perdere pezzi ma purtroppo impegna ancora miliardi di euro. Risorse che oggi sarebbero utili per bonificare e riconvertire siti inquinati, come l’ILVA di Taranto. Il Movimento NO TAV lo dice da sempre.

La denuncia del M5s: “Un’impresa legata alla ‘ndrangheta nel cantiere della Tav”

https://torino.repubblica.it/cronaca/2019/10/03/news/la_denuncia_del_m5s_un_impresa_legata_alla_ndrangheta_nel_cantiere_della_tav_-237593442/?fbclid=IwAR0fmAxxXCBMn5FvQ9rV0-0iAc-SQW0LdS0n2Ssk_FEPGHpUdc9ELEI9Hnc&refresh_ce

L’accusa della deputata Jessica Costanzo: “La corte europea conferma che l’Italia non fa controlli antimafia”

di JACOPO RICCA

 

03 ottobre 2019 

“Un’impresa legata alla ‘ndrangheta è riuscita a infiltrarsi nei lavori per la Tav Torino-Lione”. E’ la pesantissima accusa che arriva dalla deputata del Movimento 5stelle, Jessica Costanzo, che avrebbe accertato come una delle aziende impiegate nel cantiere dell’alta velocità di Chiomonte abbia avuto problemi di mafia: “Il particolare a dir poco raccapricciante è che è stata addirittura impiegata nell’ambito della costruzione del tunnel geognostico della Maddalena il cui appalto è stato concesso senza l’esperimento di alcuna gara di appalto come, invece, previsto dalla normativa comunitaria e dallo stesso Cipe – denuncia la parlamentare piemontese – L’obbligatorietà della gara di appalto era proprio contenuta nella previsione dei controlli antimafia della medesima delibera del Cipe, previsione totalmente disattesa”.

La vicenda è tornata a galla in occasione della sentenza della Corte di giustizia europea del 26 settembre: “Ancora una volta viene accertata l’inefficienza dello Stato italiano per quel che riguarda i controlli contro le organizzazioni criminali, dalla mafia alla ‘ndrangheta, ai cartelli di potere – racconta Costanzo – Ed è lo Stato medesimo che, in un recente procedimento in via pregiudiziale avanti la Corte di Giustizia europea, ammette la propria inefficienza nella lotta contro le organizzazione criminali che penetrano negli appalti pubblici, come avvenuto più volte nei cantieri anche della Tav, Chiomonte compresa”. La parlamentare ha portato ad esempio la vicenda dell’azienda che aveva lavorato a Chiomonte con un subappalto e, secondo quanto accertato dal processo San Michele con la sentenza di primo grado, era legata alla ‘ndrangheta.

Mentre nel caso del pronunciamento dei giudici europei si parla di una controversia dove è parte Autostrade d’Italia spa che aveva bloccato una gara d’appalto adeguandosi alla legge italiana: “La corte ha dichiarato incompatibile la normativa italiana limita i sub appalti nella misura eccedente il 30 per cento (ora 40 per cento) con il diritto Comunitario – aggiunge la deputata – La Corte ha altresì ritenuto inconsistente l’argomento dedotto dal governo italiano, secondo cui i controlli di verifica che l’amministrazione aggiudicatrice deve effettuare in forza del diritto nazionale sarebbero inefficaci. Alla luce di quanto detto risulta pacifica ed ammessa dallo Stato italiano l’inefficienza della propria amministrazione nei controlli avverso le infiltrazioni criminose negli appalti pubblici. Denuncio tale circostanza anche per rendere evidente che, nel cantiere più controllato d’Italia, quello del Tav Torino Lione a Chiomonte, alla presenza di Prefettura e forze dell’ordine, i controlli sono ritenuti inesistenti”.

Il deposito di rifiuti d’amianto che blocca l’apertura del cantiere Tav Torino-Lione

https://video.lastampa.it/torino/il-deposito-di-rifiuti-d-amianto-che-blocca-l-apertura-del-cantiere-tav-torino-lione/105606/105620?fbclid=IwAR2wDJdLzVZnhpDM8OZQRy2kqXQD9PnWUMPO5wJb_j4f-iIZoFcrY2J5nRo
Salbertrand

A Salbertrand, piccolo centro della Val di Susa, in provincia di Torino, la società italofrancese Tunnel Euralpin Lyon Turin, incaricata di realizzare la linea ad Alta Velocità, dovrà costruire su un’area di oltre 12 ettari di proprietà comunale un “impianto funzionale” per assemblare gli “spicchi” di cemento che serviranno a foderare il tunnel ferroviario che collegherà l’Italia alla Francia. Quasi un terzo di quella superficie è occupata da due aree adibite a deposito: una di 16mila metri quadrati, affittata dalla società Itinera Spa, contenente terre di scavo contaminate da amianto, e l’altra di 22.444 metri quadrati, affittata da una piccola società edile non più attiva, occupata da rifiuti di cantiere e vecchie traversine ferroviarie. Per essere utilizzate le due aree vanno prima bonificate. Quella contenente amianto è stata posta sotto sequestro dalla Guardia Finanza a settembre 2019 a seguito di un esposto. Il destino dell’Alta Velocità e le tempistiche per la realizzazione del tunnel dipendono dalla soluzione dei problemi ambientali di quelle due aree. Stando ai piani internazionali del Tav, non esistono localizzazioni alternative per insediare “l’impianto funzionale”.

Video di Massimiliano Peggio

Il tribunale di Torino si accanisce sui No Tav più attivi. Domiciliari per Giorgio e Mattia

https://www.infoaut.org/no-tavbeni-comuni/il-tribunale-di-torino-si-accanisce-sui-no-tav-piu-attivi-domiciliari-per-giorgio-e-mattia?fbclid=IwAR2pfpS4zaNASuZe48Fe7UAtNvPbyx9iQ-mdwrTGmuQViomOfmvGs_PwTRA

logoinfoaut

Ulteriori persecuzioni da parte del tribunale di Torino contro i No Tav più attivi.

Il tribunale di Torino si accanisce sui No Tav più attivi. Domiciliari per Giorgio e Mattia
 

Questa mattina le forze dell’ordine hanno notificato a Mattia e a Giorgio un aggravamento delle misure cautelari legate alle iniziative di protesta contro il G7 sul lavoro di Venaria.

Entrambi, dopo un periodo passato ai domiciliari, avevano avuto la commutazione della misura cautelare in obbligo di firma. Adesso ritorneranno agli arresti domiciliari con le restrizioni.

L’aggravamento delle misure è stato giustificato dal GIP con la loro partecipazione alla marcia No Tav del 27 luglio nel contesto del Festival Alta Felicità.

In quell’occasione, a pochi giorni dalla comunicazione del premier Conte di voler andare avanti con i lavori di costruzione dell’Alta Velocità, il movimento No Tav aveva deciso di convocare una gita in Clarea per mostrare la devastazione ambientale provocata dal cantiere ai molti che erano giunti al Festival dalla valle e da tutta Italia. Il movimento aveva dichiarato limpidamente che sarebbe arrivato fino al cantiere e che non avrebbe accettato sbarramenti o zone rosse da parte della Prefettura e della Questura. In effetti è stato così, dopo aver abbattuto il cancello posizionato per impedire il transito sul sentiero verso la Clarea, un corteo tranquillo e determinato di decine di migliaia di persone ha sfilato fino a raggiungere il “mostro” e circondarlo.

Una giornata che ha dimostrato, ai molti che davano per sconfitto il movimento, la vivacità e la voglia di lottare dei No Tav, nel contesto di un Festival Alta Felicità che è stato un momento di dibattito e comunicazione importante su alcuni dei temi urgenti del nostro domani quali l’ambiente e la crisi climatica.

A migliaia dunque i No Tav si sono riversati su quei sentieri e a migliaia hanno condiviso quell’obbiettivo dichiarato e pubblico. Le telecamere della Digos e dei giornalisti però avevano già scelto (con il loro ridicolo atteggiamento persecutorio e la loro spasmodica ricerca della figura dei “cattivi”) su chi concentrarsi. Negli atti che sostengono l’aggravamento delle misure gli incitamenti che provenivano da tutto il corteo nei confronti di chi stava lavorando “alla moda No Tav” per tirare giù il cancello, diventano ordini se espressi dalla bocca di Mattia e Giorgio. Tutto questo è ridicolo, in una situazione in cui ancora una volta ad essere evidenziata non è la commissione materiale di un reato, ma l’atteggiamento di partecipazione alle sorti dell’iniziativa.

Se lo stato d’eccezione in cui operano i tribunali e la questura in Val Susa è fatto ormai acclarato da tempo, l’accanimento che viene messo in campo verso alcuni dei No Tav più attivi dimostra la volontà scientifica di provare a farne un esempio per chiunque non si attenga alla norma. Ma se pensano di ridurre all’ordine in tal modo un movimento che da trent’anni attraversa con la stessa determinazione e senza esitare i sentieri della valle si sbagliano di grosso.

C’eravamo, ci siamo e ci saremo!

Giorgio e Mattia liberi subito!