Giorno della Memoria – Leggi Razziali

A proposito delle “Pietre ad inciampo” perchè non posarne qualcuna con i nomi di quei Prefetti, Questori, Magistrati e Funzionari vari che durante il fascismo si diedero da fare per fare rispettare ed applicare leggi infami.

Se Mussolini potette fare tutto quello che ha fatto, è perchè aveva molti collaboratori.

Leggi Razziali VIDEO 

leggi razziali

 Le leggi razziali. Ottant’anni. Perché tutti le approvarono. E perché contro gli ebrei.

leggi razziali Ottant'anni.

 

Giorno della Memoria – 1938 le Leggi Razziali – da Passato e Presente – RAI 3

Leggi Razziali

Il 16 ottobre 1938, in Italia, entrarono in vigore le Leggi Razziali (ancora non eravamo in guerra), VERGOGNA!

Leggendole oggi potrebbero addirittura sembrare ridicole ma le conseguenze furono TRAGICHE per milioni di esseri umani.

Le Prefetture avvalendosi della fattiva collaborazione delle Questure, notoriamente incapaci nel perseguire i veri criminali, dimostrarono in questo caso, una straordinaria efficienza, classificando, nell’arco di poche settimane, oltre 40 milioni di italiani in base agli ottavi di sangue ebraico e questi elenchi furono poi ovviamente consegnati agli occupanti nazional-socialisti Tedeschi che ebbero quindi facilitato il loro “lavoro”.

Da osservare il che se si fossero comportati “normalmente”, senza rischiare nulla, per una attività del genere avrebbero impiegato anni e si avrebbero avuti gli elenchi solo a guerra finita, quindi con tanti morti in meno.

Che la vergogna perenne cada sui responsabili di questa infamia, di questo crimine.

Da non dimenticare il che i solerti magistrati non si “tirarono” quasi mai indietro quando si trattava di applicare le Leggi fasciste, avrebbero potuto anche solo “tirarla un po’ alla lunga” come da loro normale abitudine, invece sovente lo fecero molto rapidamente e “volentieri “.

Gli attuali “occupanti” dei posti in Prefettura, in Questura ed in Magistratura, oggi si comporterebbero diversamente? Credo proprio di no, oggi come allora affermano di eseguire da solo ordini, e lo fanno sempre con scrupolo e “volentieri”.

BOGSIDE STORY A FIRENZE

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/

MONDOCANE

DOMENICA 30 SETTEMBRE 2018

Mia foto di Jack Duddy, 16 anni, ucciso dai parà britannici il 30 gennaio 1972, “Domenica di Sangue”. Un racconto dettagliato di “Bloody Sunday” è nel mio libro “UN SESSANTOTTO LUNGO UNA VITA”, seconda edizione, editore Zambon.

 Mia foto di Padre Edward Daly e soccorritori mentre cercano di sottrarre alle pallottole dei parà britannici il corpo senza vita di Jack Duddy


Il filmato mostra il mio incontro con Martin McGuinness, già comandante dell’IRA e poi vice primo ministro dell’Irlanda del Nord, morto pochi giorni dopo la commemorazione del 45° anniversario di Bloody Sunday. Martin, un grande e valoroso amico, salvò la mia pelle e il mio materiale audiovisivo la notte dopo la strage, sottraendomi alla caccia dei militari britannici e contrabbandandomi nella Repubblica, a Dublino.

https://www.comingsoon.it/film/bogside-story/54853/video/  Trailer del film “Bogside Story”

Dall’8 al 25 ottobre il docufilm “Bogside Story” verra proiettato a Firenze nello storico cinema “LA COMPAGNIA”, in Via Cavour 50, a due passi dal Duomo. Orari e date in calce a questo comunicato.

 Bogside story” verrà introdotto e commentato dal sottoscritto Fulvio Grimaldi che nel film rappresenta una specie di filo rosso tra gli eventi del 30 gennaio 1972, “Bloody Sunday”, e la Derry e l’Irlanda del Nord non pacificata di oggi, anche alla mano degli splendidi murales con cui un trio di artisti di Derry , a volte riproducendo  le fotografie di Grimaldi  del massacro di civili manifestanti, compiuti dai parà di Sua Maestà, hanno fatto di Derry un’impressionante e affascinante galleria d’arte e di storia della lotta contro  l’occupazione britannica e la repressione unionista. Una vicenda rivissuta al presente e splendidamente raccontata dagli autori del film, Forte e Laino. Un documento particolarmente prezioso e di grande drammaticità è la registrazione audio che ho potuto fare della quasi intera sparatoria, un elemento di prova decisivo della esclusiva responsabilità britannica della strage.

 La”Domenica di Sangue”, che ha visto trucidare 14 cittadini inermi che manifestavano pacificamente per elementari diritti civili – casa, lavoro, sanità, ambiente, scuola, libertà d’espressione – da sempre negati alla popolazione autoctona repubblicana, è stata una vera svolta nella mia vita di giornalista e di essere umano grazie alla rappresentazione emblematica della ferocia  del potere, del cinismo, della capacità di uccidere innocenti e di avvolgere tutto questo nella nebbia della menzogna. Ne trassi l’occasione, essendo l’unico giornalista, insieme a un fotografo francese, riuscito a superare le barriere militari con cui il governo di Londra aveva tentato di bloccare ogni sguardo e ogni udito sulla strage programmata, per uno scoop internazionale che annichilì le versioni ufficiali dell’accaduto e ristabilì la verità, poi confermata da una serie di inchieste giudiziarie a cui le testimonianze mie e dei cittadini di Derry costrinsero il governo. Ritorno oggi in una Derry che non dimentica.

 Il resto sul film ve lo dice la scheda qui sotto.

 Il link in testa porta a un trailer del film.

Bogside Story

Titolo originale: Bogside Story

Bogside Story è un film di genere documentario del 2017, diretto da Rocco Forte, Pietro Laino, con Fulvio Grimaldi e Tom Kelly. Uscita al cinema il 20 settembre 2018. Durata 75 minuti. Distribuito da Distribuzione Indipendente.

DATA USCITA: 20 settembre 2018

TRAMA BOGSIDE STORY:

Bogside Strory, il documentario diretto da Rocco Forte e Pietro Laino, narra la storia dell’autorevole giornalista Fulvio Grimaldi, unico foto-reporter italiano a documentare la pacifica Marcia per i diritti civili del 30 Gennaio 1972 a Derry, culminata con il massacro tristemente noto con il nome di Bloody Sunday.

Fulvio Grimaldi torna in Irlanda del Nord, 45 anni dopo, per testimoniare alla terza inchiesta sul Bloody Sunday.
A Derry scopre che sulle mura esterne delle case del Bogside, il più importante quartiere cattolico della città, sono dipinti dei murales che raccontano gli eventi più significativi della recente storia nordirlandese. Affascinato dalla potenza comunicativa dei murales, uno dei quali ispirato alla sua fotografia divenuta icona della “Domenica di Sangue”, Fulvio entra in contatto con The Bogside Artists, gli autori dei murales, e con le persone che furono coinvolte negli eventi dipinti.

Prende vita così un viaggio tra passato e presente intriso di arte, storia e profonde emozioni. Gli incontri, i ricordi e le testimonianze determinano una drammatica immersione nella realtà di quel luogo e ne raccontano la sua storia: Bogside Story.

SPETTACOLI | VAI AL PROGRAMMA

LUNEDI’ 8 OTTOBRE, ORE 17.00
MERCOLEDI’ 10 OTTOBRE, ORE 15.00
MARTEDI’ 16 OTTOBRE, ORE 19.00
SABATO 20 OTTOBRE, ORE 19.00
DOMENICA 21 OTTOBRE, ORE 17.00
LUNEDI’ 22 OTTOBRE, ORE 21.00
MARTEDI’ 23 OTTOBRE, ORE 15.00
GIOVEDI’ 25 OTTOBRE, ORE 17.00

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:58

TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE (II) : COMMENT LES FONDEMENTS DE LA GEOPOLITIQUE, SCIENCE DU XXIe SIECLE, VONT DETERMINER LES CENTS PROCHAINES ANNEES

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2018 09 22/

Voici la suite de mon analyse TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE … Je viens de traiter pour AFRIQUE MEDIA et EODE-TV une longue analyse video de 45 minutes(dont une partie a été diffusée sur la TV panafricaine), où je rappelle ces fondamentaux et de façon prospective, prévisionnelle, pourquoi ils vont déterminer le XXIe siècle. Commencez par visionner la seconde partie de cette video :

LM.GEOPOL - Terre et mer II fondements geopol (2018 09 22) FR (3)

* Voir sur EODE-TV/

LUC MICHEL: TERRE & MER AU XXIe SIÈCLE (II).

COMMENT LES FONDEMENTS DE LA GEOPOLITIQUE VONT DETERMINER LE XXIe SIECLE

Sur https://vimeo.com/290233798

# III- MAHAN – SPYKMAN – HAUSHOFER – THIRIART – BRZEZINSKI – VON LOHAUSEN :

LES GEOPOLITICIENS DE « LA TERRE VS LA MER »

La Géopolitique, conçue comme Science (suivant les thèses du général Haushofer, le théoricien des « Blocs continentaux »), utilise évidemment des concepts et des grilles d’analyse à valeur universelle.

Ce qui est particulier c’est la façon dont la Géopolitique est vue par chacun de ses acteurs ou de ses théoriciens. Visions particulières qui sous-tendent des façon d’envisager le monde et son organisation.

Lorsque cette vision s’appuie sur un projet idéologique, nous parlons alors de Géoidéologie (comme le Néoeurasisme ou le Néopanafricanisme).

Venus de camps opposés, radicalement ennemis, tous ces géopoliticiens sont pourtant les concepteurs de la « Géopolitique de la Terre contre la Mer » : l’amiral britannique MACKINDER, les américains MAHAN – SPYKMAN – BRZEZINSKI (la naissance de la Géopolitique est tout autant américaine qu’allemande), le général allemand HAUSHOFER et les européens Jean THIRIART et son disciple le général autrichien Jordis VON LOHAUSEN

LE FONDATEUR DE LA GEOPOLITIQUE CLASSIQUE :

L’AMIRAL BRITANNIQUE H.J. MACKINDER (1861-1947)

L’amiral britannique H.J. Mackinder (1861-1947), qui fut professeur de géographie à Oxford puis à la London School of Economics and Political Science, est le fondateur de la Géopolitique classique, celle qui oppose la terre et la mer. Il est connu notamment pour être l’auteur de la théorie selon laquelle il existerait au début du XXème siècle un “pivot géographique du monde”, le cœur du monde (heartland) protégé par des obstacles naturels (le croissant intérieur, inner crescent, composé de la Sibérie, du désert de Gobi, du Tibet, de l’Himalaya) et entouré par les océans et les terres littorales (coastlands).

Ce cœur du monde, c’est la Russie, la Russie qui est inaccessible à la puissance maritime qu’est la Grande-Bretagne. C’est pourquoi le cœur du monde doit être encerclé par les alliés terrestres de la Grande-Bretagne. La Grande-Bretagne doit contrôler les mers mais également les terres littorales qui encerclent la Russie, c’est à dire l’Europe de l’Ouest, le Moyen-Orient, l’Asie du sud et de l’Est. La Grande-Bretagne elle-même, avec les Etats-Unis et le Japon, constituent le dernier cercle qui entoure le cœur du monde.

Selon Mackinder ce qu’il faut absolument éviter c’est l’union de la Russie et de l’Allemagne, un concept que Thiriart modernisera en “Empire euro-soviétique”, la constitution de ce que Mackinder appelle « l’île mondiale » (world island), un puissant Etat ayant d’immenses ressources et de vastes étendues terrestres, ce qui permettrait à la fois d’avoir de grandes capacités territoriales de défense et de construire une flotte qui mettrait en péril l’Empire britannique.

AUX SOURCES DE LE THALASSOCRATIE AMERICAINE (1) :

L’AMIRAL ALFRED T. MAHAN (1840-1914)

Le premier grand théoricien de la vision impérialiste US qui vise à la domination mondiale est l’amiral Alfred T. Mahan, dont le livre principal “The influence of sea power upon history” est publié à Boston en 1890. Alfred T. Mahan (1840-1914) a construit une géopolitique destinée à justifier l’expansionnisme mondial des Etats-Unis à une époque où le monde est encore dominé par la Grande-Bretagne, un expansionnisme qui doit se fonder sur la puissance maritime (“sea power”). Mahan est convaincu que les Etats-Unis, puissance industrielle contrôlant les Amériques, peuvent, en imitant la stratégie maritime qui fut celle de l’Angleterre à partir du XVIème siècle, obtenir la domination mondiale grâce à la maîtrise des mers.

Il leur faut pour cela non seulement des bases, des ports, mais surtout des bâtiments, des navires, qui soient en permanence capables d’intervenir partout dans le monde, et donc constamment opérationnels.

Donc, en 1897, Mahan préconise la politique stratégique suivante : il faut s’allier à la Grande-Bretagne pour contrôler les mers, il faut maintenir l’Allemagne sur le continent européen et s’opposer à son développement maritime et colonial, il faut associer les Américains et les Européens pour combattre les ambitions des asiatiques et en particulier surveiller de près le développement du Japon.

Tous les grands thèmes du “grand échiquier” de Zbigniew Brzezinski sont déjà présents : stratégie planétaire, intervention en Europe, isolement de la puissance continentale (alors l’Allemagne). Mahan donne un corps idéologique à la vision américaine d’une mission prédestinée des USA dans le monde : la “manifest destiny”.

AUX SOURCES DE LE THALASSOCRATIE AMERICAINE (2) :

NICHOLAS J. SPYKMAN (1893-1943)

Son oeuvre est continuée par Nicholas J. Spykman (1893-1943), qui développe la notion de “containment”, consistant à organiser un système d’états-tampons destiné à briser la puissance russe. Après la victoire sur l’Allemagne il faut donc contrôler ces Etats tampons qui constituent le rimland, le pivot (une notion centrale de cette géopolitique), si l’on veut contrôler le cœur du monde. Cette nécessité conduira à la mise en place d’une politique d’endiguement

(containment) de par la constitution de l’Alliance atlantique dominée par les Etats-Unis, face au Pacte de Varsovie, dominé par la Russie soviétique. Notez que tout cela est pensé en 1941 et 42 – Spykman meurt en 1943 – c’est-à-dire au moment même ou l’URSS fait face aux armées nazies. Le discipline de Spykman est Georges F. Kennan, le principal théoricien américain de la guerre froide, auteur de “The sources of soviet conduct”.

AUX SOURCES DE LE THALASSOCRATIE AMERICAINE (3) :

JAMES BURNHAM (1905-1987)

Le plus brutal théoricien de l’impérialisme américain est James Burnham. Moins connu en dehors des spécialistes des sciences politiques (c’est le père des néo-machiavéliens américains), c’est un ancien trotskyste reconverti dans le néo-conservatisme et l’ancêtre idéologique des néoconservateurs de Bush II, les neocons). Il fonde notamment la “National Review”. En 1945, il publie un livre fondamental mais passé inaperçu en Europe dont le titre anglais est “The Struggle for the World”. Le titre de l’édition française (1947) est lui plus explicite encore : c’est “Pour la domination mondiale”.

Burnham y donne les conditions de la puissance destinée à assurer la domination planétaire des Etats-Unis.

LA GEOPOLITIQUE US A L’HEURE DE LA SUPERPUISSANCE (1) :

LE « NOUVEL ORDRE MONDIAL » (1991)

La victoire américaine de 1991, qui est largement surestimée dans les cercles conservateurs qui entourent le président Bush I, va donner lieu à une nouvelle théorisation de l’impérialisme yankee. Les proches conseillers de Bush en donnent immédiatement une nouvelle définition :

c’est le “Nouvel Ordre Mondial” au nom duquel les USA reçoivent la mission de “pacifier” le monde et d’y imposer les pseudo-valeurs du “libre commerce”. Les principaux théoriciens de l’impérialisme américain à l’aube du XXIeme siècle sont Francis Fukuyama, Samuel P.

Huntington et Zbigniew Brzezinski. Leurs théories, médiatisées par leurs livres et leurs articles dans les grandes revues américaines de politique internationale, prennent place dans un ensemble de recherches et d’activités liées directement au Pentagone et au State Department. En apparence, elles présentent des contradictions entre elles mais celles-ci ne sont qu’apparentes. Elles sont en effet plus liées qu’il n’y parait car elles représentent différents niveaux de la même pensée, notamment quand à leur projection dans le temps.

Fukuyama est le théoricien de la “fin de l’histoire” où il prophétise que le “dernier homme” sera celui de la vision idéologique américaine.

On présente souvent les thèses de Fukuyama comme une vision trop optimiste liée à la victoire de 1991 et donc dépassée. C’est ignorer les travaux ultérieurs de cet auteur. Fukuyama représente au contraire la vision à long terme de l’impérialisme yankee. Celle de ses buts ultimes.

Huntington théorise les justifications idéologiques de l’affrontement de Washington avec le reste du monde. C’est une oeuvre à moyenne vision – les trois ou quatre prochaines décennies – destinée bien plus aux alliés supposés de Washington qu’au public américain. Ses théories sur “le choc des civilisations” visent à dissimuler les pratiques cyniques de la politique internationale américaine et à fournir une justification à une nouvelle politique de “containment”, qui vise surtout la Russie et la Chine mais aussi l’Europe en voie d’unification, et à pérenniser celle-ci.

LA GEOPOLITIQUE US A L’HEURE DE LA SUPERPUISSANCE (2) :

ZBIGNIEW BRZEZINSKI (1928-2017) ET SON “GRAND ECHIQUIER”

Disciple de Henry Kissinger, souvent qualifié de “Richelieu américain”

pour sa politique cynique et réaliste, Brzezinski donne, lui, les conditions de la puissance américaine, destinées à assurer une domination planétaire durable. C’est la théorisation géopolitique de l’impérialisme américain.

Dans ces théories on trouve un curieux mélange de cynisme, de brutalité et de faux moralisme. C’est la traduction au XXIeme siècle de la “manifest destiny”. Les USA ont une mission à accomplir. Ce qui est bon pour eux est bon pour le monde. Et le “libre commerce”

assurera la paix mondiale. Chez Brzezinski cela frise parfois la caricature, les plus brutales théories géopolitiques voisinant avec des réflexions idéalisantes sur la paix et le bonheur des peuples.

Après l’idéologie avec Fukuyama et l’Histoire comme fondement opérationnel de l’action avec Huntington, le troisième grand théoricien de l’impérialisme américain au XXIeme siècle est Zbigniew Brzezinski dont le domaine est la géostratégie et la géopolitique et qui publie “The Grand Chessboard” en 1997, titré “Le grand échiquier.

L’Amérique et le reste du monde” pour son édition française. Disciple de Henry Kissinger et adepte de la “real politique” comme lui, Brzezinski, d’origine polonaise, est expert au Center for Strategic and International Studies (Washington DC) et professeur à l’Université Johns Hopkins de Baltimore. Il fut conseiller du président des Etats-Unis de 1977 à 1981, puis sous Obama en 2008.

La réflexion de Brzezinski est centrée sur les conditions géopolitiques de la puissance américaine et de son contrôle sur l’Eurasie, le “grand échiquier” où Washington doit éliminer tout rival potentiel ou réel. Nous avons vu que Huntington n’était pas le créateur du concept des “guerres civilisationnelles” emprunté à un professeur marocain. De même, Brzezinski s’inspire largement des Théories de Jean Thiriart.

KARL HAUSHOFER (1869-1946)   :

LE GEOPOLITICIEN DES « BLOCS CONTINENTAUX »

Influencé par les travaux de Friedrich Ratzel, Rudolf Kjellén (les pères de la Géopolitique en Allemagne) et Halford John Mackinder, Karl Haushofer (1869-1946) développe ses théories géopolitiques et fonde en

1924 la revue ‘Zeitschrift für Geopolitik’ (La Revue de Géopolitique).

« Ouverte aux chercheurs en géographie de nombreux pays, notamment l’Union soviétique, celle-ci obtient rapidement une audience internationale. S’adressant à un large public, la revue ne présente cependant que la position de la géopolitique allemande, les membres du comité de rédaction se montrant tous favorables à la révision des clauses territoriales des traités mettant un terme au Premier conflit mondial. Durant ces années, Haushofer souhaite faire de son approche « une science appliquée et opérationnelle ». »

Partisan d’une alliance avec l’Union soviétique, il la défend dans les colonnes de son journal; il réserve un accueil chaleureux au Pacte germano-soviétique (Août 1939), puis, cohérent, condamne le déclenchement de la guerre à l’Est, ce qui entraîne l’arrêt de la publication de son journal en 1941. Après la tentative d’assassinat de Hitler du 20 juillet 1944, la Gestapo fait interner Karl Haushofer à Dachau tandis qu’Albrecht Haushofer, son fils, lié aux conspirateurs, disparaît dans la clandestinité. Ce dernier est toutefois arrêté quatre mois plus tard. Deux semaines avant la fin du conflit, un commando SS l’exécute, de nuit en pleine rue. On retrouve sur lui le recueil de poèmes Les sonnets de Moabit — du nom de la prison berlinoise où il a été incarcéré — qui est considéré comme un témoignage important de la littérature résistante allemande.

Haushofer influencera directement Ernst Niekisch (1889-1967), le père du concept géopolitique dit du « Grand Espace continental de Vladivostok à Flessingue » (Pays-Bas). Un bloc continental germano-slave. Sa perspective est celle d’Haushofer, mais d’Est vers l’Ouest, depuis Vladivostok comme la nôtre ! Niekisch a été aussi le premier des résistant à Hitler, le théoricien du « National-bolchévisme allemand » et un des fondateurs de la DDR (1) …

JEAN THIRIART (1922-1992) :

LE THEORICIEN DE LA QUATRIEME ROME

D’origine belge, Thiriart est méconnu en Europe occidentale où l’impasse a été faite sur ses thèses (2). Il n’en va pas de même eu Russie où il inspire aussi bien les théories géopolitiques et économiques des nationaux-communistes de Ziouganov que les concepteurs des thèses eurasistes mises à l’honneur par le président Poutine. Le manuel d’instruction géopolitique pour les officiers russes lui consacre un long chapitre élogieux. Au début des Années 80, Thiriart fonde l’école “euro-soviétique” (3), où il prône une unification continentale de Vlazdivostok à Reykjavik sur le thème de “l’Empire euro-soviétique” et sur base de critères géopolitiques.

Théoricien de l’Europe unitaire, Thiriart a été largement étudié aux Etats-Unis, où des institutions universitaires comme le Hoover Institute ou l’Ambassador College (Pasadena) disposent de fonds d’archives le concernant. Ce sont ses thèses anti-américaines “retournées” que reprend largement Brzezinski, définissant au bénéfice des USA ce que Thiriart concevait pour l’unité continentale eurasienne. Le succès médiatique des emprunts de Huntington ou de Brzezinski comparé au silence pesant qui entoure en Occident des théoriciens comme Thiriart s’explique par le monopole médiatique américain. A l’antique “ex Oriente lux” a visiblement succédé un “Ex America lux”.

Géopoliticien de l’Empire européen, Jean THIRIART axe ses réflexions sur l’intégration de la Russie et de l’Europe occidentale dans un Etat continental eurasien unitaire. THIRIART insiste sur la nécessité de l’organisation économique de l’Europe sur une base autarcique, reprenant les théories de Friedrich LIST et du général Haushofer.

THIRIART qui conçoit l’Empire européen comme une nouvelle Rome, la quatrième Rome qui fait écho au concept messianique russe de la “troisième Rome” (Moscou après Rome et Byzanze), expose la nécessité de faire de la Méditerranée un Lac dont seront exclus les USA, une nouvelle “Mare nostrum”.

JORDIS VON LOHAUSEN(1907-2002) :

“PENSER EN CONTINENTS”

Le général et géopolitologue autrichien Von Lohausen (1907-2002), ancien membre de l’Etat major du Maréchal Rommel, proche des patriotes anti-nazis du 20 juillet 1944, s’inscrit dans la suite des thèses géopolitiques de Jean Thiriart sur « l’Europe de Vladivostok à Dublin ». Jordis VON LOHAUSEN a écrit des pages élogieuses sur le projet européen de THIRIART dans les Années 1960-75, sous le titre « REICH EUROPA », en Français « L’EMPIRE D’EUROPE ». Nous avons largement diffusé cette longue analyse publiée en Allemand et l’avons traduite en Français, Anglais, Italien, Espagnol et Russe.

Le livre principal de géopolitique du général, « MUT ZUR MACHT. DENKEN IN KONTINENTEN » (Vowinckel, Berg am See, 1979), traduit pour la petite histoire en Français par une des secrétaires de THIRIART, s’inscrit dans l’Ecole d’HAUSHOFER, mais reprend aussi de nombreuses conceptions de THIRIART.  LOHAUSEN parle notamment de « l’Europe de Madrid à Vladivostok ». Dans l’exemplaire offert par LOHAUSEN à THIRIART en 1983 (et qui m’a été légué avec sa bibliothèque en 1999) figure la dédicace suivante : « En respectueux hommage à un grand Européen ».

LOHAUSEN a aussi visiblement été influencé par le concept du « Grand Espace continental de Flessingue à Vladivostok » de Ernst NIEKISCH.

Dont on méconnaît profondément l’influence sur les jeunes officiers allemands des Années 1930-34, qui recherchaient une alternative au Nazisme (notamment avec les initiatives du Général SCHLEICHER, le « général rouge »  qui voulait barrer la route à HITLER avec un Front uni des syndicats, de la Reichwehr et des nationalistes à la gauche du NSDAP », le « Quer front », le Front Transversal).

Pour Lohausen, « l’Europe puissance passe par la réunion de la grande communauté de peuples européens au sein d’un espace continental allant de ‘Cadix à Vladivostok’, il s’agit donc de construire une ‘Europe grand-eurasienne’. »

LES THESES GEOPOLITIQUES DE MACKINDER, SPYKMAN ET THIRIART :

LA TERRE CONTRE LA MER

La géopolitique, science née en Allemagne à la fin du XIXeme siècle, doit beaucoup aux concepts de Mackinder et de Spykman. Dès la fin du XIXeme siècle, l’école géopolitique américaine, dont les têtes de file sont Mahan et Spykman, entendra substituer les Etats-Unis à la Grande-Bretagne en tant que puissance maritime hégémonique.

Disciple critique de Mahan, Nicholas J. Spykman est son continuateur en même temps que le continuateur partiel et dissident de Mackinder.

Comme le Britannique Mackinder, N.J. Spykman pense que le monde a un pivot. Mais ce pivot du monde n’est pas le heartland de Mackinder, la Russie. Le pivot du monde est composé des terres littorales (les coastlands de Mackinder) qu’il appelle le bord des terres, l’anneau des terres (rimland), ces terres constituant un anneau tampon entre le cœur, qui est soit la Russie soit l’Allemagne, et la puissance maritime britannique. Ces Etats tampons furent, par exemple, la Perse et l’Afghanistan utilisés par l’Angleterre contre la Russie entre le XIXème et le XXème siècle, comme la France fut utilisée contre l’Allemagne entre la deuxième moitié du XIXème siècle et la deuxième guerre mondiale.

Après la victoire sur l’Allemagne – Spykman écrit avant 1943 – il faut donc contrôler ces Etats tampons qui constituent le rimland, le pivot, si l’on veut contrôler le cœur du monde. Cette nécessité conduira à la mise en place d’une politique d’endiguement (containment) de la Russie soviétique, l’Europe de l’Ouest et la Turquie servant d’Etats tampons pour les Etats-Unis.

Fondateur de l'”Ecole euro-soviétique” au début des Années 80, Jean THIRIART développe le thème de la dimension vitale des Etats nécessaire pour garantir leur indépendance et qui requiert à l’époque moderne la taille des états continentaux. Théoricien de l’Etat unitaire paneuropéen, THIRIART étudie les causes de l’échec de l’Union Soviétique, qu’il pressent dès 1980 et dont il stigmatise le fédéralisme. Face à la superpuissance américaine, il plaide pour la fusion de la Russie (sur ses frontières sibériennes en Orient) avec l’Europe occidentale dans le cadre d’un Empire unitaire allant de Reykjavik à Vladivostok et du Groenland au Sahara.

LES FONDEMENTS GEOPOLITIQUES DE LA PUISSANCE AMERICAINE

Brzezinski s’inspire directement de ses théories pour définir les conditions de la puissance américaine au XXIeme siècle, la maintenir dans son rôle hégémonique de garants du “Nouvel Ordre Mondial” et pérenniser la sujétion de l’Europe occidentale. Pour maintenir leur leadership, qui n’est rien d’autre que la domination mondiale annoncée par Burnham, les USA doivent avant tout maîtriser le “grand échiquier”

que représente l’Eurasie, où se joue l’avenir du monde. Cette maîtrise repose sur la sujétion de l’Europe occidentale, étroitement liée aux USA dans un ensemble politico-économique occidental, la communauté atlantique cadenassée par l’OTAN. Thiriart parlait de l’OTAN non comme « d’un bouclier mais d’un harnais pour l’Europe ». Elle repose aussi sur l’isolement de la Russie qu’il faut affaiblir irrémédiablement et démembrer.

Le danger mortel pour les USA, puissance extra-européenne à l’origine de par sa situation même, serait d’être expulsée d’Europe occidentale, sa tête de pont en Europe. Dans cet objectif, tout rapprochement de l’Europe et de la Russie, toute union eurasienne, sans même parler de fusion comme l’évoquait Thiriart, doit être empêchée par tous les moyens.

Zbigniew Brzezinski écrit : “L’Europe est la tête de pont géostratégique fondamentale de l’Amérique. Pour l’Amérique, les enjeux géostratégiques sur le continent eurasien sont énormes. Plus précieuse encore que la relation avec l’archipel japonais, l’Alliance atlantique lui permet d’exercer une influence politique et d’avoir un poids militaire directement sur le continent. Au point où nous en sommes des relations américano-européennes, les nations européennes alliées dépendent des Etats-Unis pour leur sécurité. Si l’Europe s’élargissait, cela accroîtrait automatiquement l’influence directe des Etats-Unis. A l’inverse, si les liens transatlantiques se distendaient, c’en serait finit de la primauté de l’Amérique en Eurasie.”

LA BASE ESSENTIELLE D’UNE DEFAITE AMERICAINE :

ARRACHER L’EUROPE OCCIDENTALE DU BLOC AMERICAIN ET ARRETER LE NEOCOLONIALISME EN AFRIQUE

La Théorie léniniste de l’impérialisme, telle que nous l’avons révisée au milieu des Années ’60, reste un concept opérationnel pour l’organisation de la lutte mondiale. Mais elle n’explique plus le monde du XXIe siècle. Notre Ecole géopolitique a développé depuis les années 60 une autre théorie de l’impérialisme qui prend en compte la question ouest -européenne et qui prône donc non plus une tricontinentale mais un « front quadricontinental » contre l’impérialisme et l’exploitation.

La base de notre révision tient dans une analyse correcte de la subordination de l’Europe à l’impérialisme américain. L’Europe est « le deuxième poumon de l’impérialisme américain » et si on retire la puissance industrielle et militaire de l’Europe occidentale, on fait à nouveau des Etats-Unis une puissance régionale de second ordre. Notez que le géopoliticien américain, Zbigniew BRZEZINSKI développe exactement la même thèse dans LE GRAND ECHIQUIER (1997), mais à l’envers vue de Washington (comment assurer la superpuissance américaine).

Au début des années 80, nous animions l’ « Ecole euro-soviétique de géopolitique ». Nous voulions une « Grande-Europe de Vladivostok à Reikjavik » (en Islande, donc sur l’Atlantique), organisée autour de Moscou comme capitale et s’opposant à l’hégémonie atlantique de la grande puissance maritime que sont les USA, héritière de l’impérialisme anglo-saxon britannique. C’est cette idée qui est la base du Néoeurasisme actuel, tel qu’il existe en Russie. C’est un enfant naturel de notre théorie qui a été conçue au début des années 80. Nous avons depuis élargi notre vision avec « l’Axe Eurasie-Afrique », tout simplement parce que la caractéristique de la géopolitique c’est que la nécessité pour un état de rester indépendant requiert des dimensions de plus en plus grandes.

A la base de notre réflexion, il y a d’une part un axe géopolitique et d’autre part un axe idéologique :

Tout d’abord l’axe géopolitique. Nous pensons que la géopolitique est la base d’une véritable réflexion pour l’action politique lorsque l’on entend la mener au niveau transnational et international. Nous envisageons la géopolitique comme une science et la véritable manière de voir le monde, de lire l’actualité, mais aussi de lire le passé. On ne peut pas comprendre la géopolitique si on ne maîtrise pas l’Histoire. Ensuite la géopolitique n’existe pas dans le vide, mais vue de quelque part et défendant les intérêts d’un état ou d’un projet d’état. La géopolitique est une science dont le fondement, et on l’oublie trop souvent, c’est la puissance des états, leurs viabilité et leurs rapports de force. Il y a donc une géopolitique vue de Washington, une vue de Moscou, une autre de Pékin, ou encore d’Afrique. La nôtre est une géopolitique vue de Moscou, mais du futur de Moscou, parce que nous pensons que la Russie est le coeur de la résistance à l’impérialisme mondial et parce que aussi notre projet est un projet intégré à la fois eurasiatique et panafricain, articulé sur un « Axe Eurasie-Afrique » La géopolitique telle que nous l’appréhendons repose également sur la maxime du grand géopoliticien allemand, le général Karl Haushofer : il disait que « c’est un honneur de se faire enseigner par l’ennemi ». C’est ce que nous faisons. Ma réflexion géopolitique se base aussi sur une lecture quotidienne des géopoliticiens américains, de leur manière de voir le monde et de leur façon de concevoir le projet impérialiste américain dans le monde. »

NOTES ET RENVOIS :

(1) Cfr. Luc MICHEL, L’ALTERNATIVE NATIONAL-COMMUNISTE, MYTHES ET REALITES DU NATIONAL-BOLCHEVISME 1918-1993, Editions Machiavel, Bruxelles, 2e édition, 1995. Traductions en Anglais, Italien, Espagnol et Portuguais.

(2) Cfr. sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/ GEOIDEOLOGIE. AUX ORIGINES DU NEOEURASISME (I) : LES CONCEPTIONS GEOPOLITIQUES DE JEAN THIRIART, LE THEORICIEN DE LA ‘NOUVELLE ROME’

sur http://www.lucmichel.net/2018/03/28/luc-michels-geopolitical-daily-geoideologie-aux-origines-du-neoeurasisme-i-les-conceptions-geopolitiques-de-jean-thiriart-le-theoricien-de-la-nouvelle-rome/

(3) Au début des Années 80, THIRIART fonde avec José QUADRADO COSTA et moi-même l’Ecole de géopolitique « euro-soviétique » où nous prônions une unification continentale de Vladivostok à Reykjavik sur le thème de « l’Empire euro-soviétique » et sur base de critères géopolitiques.

Mes « Thèses sur la Seconde Europe » sont la continuation, actualisée, de nos positions géopolitiques des Années ’80.

Cfr. sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/ GEOIDEOLOGIE. AUX ORIGINES DU NEOEURASISME (II) : L’ECOLE EURO-SOVIETIQUE DE GEOPOLITIQUE (1982-1991)

sur http://www.lucmichel.net/2018/04/03/luc-michels-geopolitical-daily-geoideologie-aux-origines-du-neoeurasisme-ii-lecole-euro-sovietique-de-geopolitique-1982-1991/

(4) Sur les thèses du général Von Lohausen :

Cfr. sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/ GEOPOLITIQUE RETROSPECTIVE : LES GUERRES DES USA SONT DES GUERRES CONTRE LA ‘GRANDE-EUROPE’ ET POUR LA DOMINATION DE L’EURASIE AU XXIe SIECLE. OU COMMENT LES POLITICIENS DE L’UE ET DE L’OTAN FONT CES GUERRES CONTRE LES INTERETS VITAUX DE LEURS PEUPLES … (LES GUERRES DE YOUGOSLAVIE III) sur http://www.lucmichel.net/2017/11/26/luc-michels-geopolitical-daily-geopolitique-retrospective-les-guerres-des-usa-sont-des-guerres-contre-la-grande-europe-et-pour-la-domination-de-leurasie-au-xxi/

(Sources : EODE-TV, EODE Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire – Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme (Vu de Moscou et Malabo) :

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TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE (I) : AU CŒUR DE LA CONFRONTATION GEOPOLITIQUE FONDAMENTALE

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2018 09 21/

 

L’actualité, qui conduit sans cesse aux commentaires sur des événements éphémères, mais aussi le gouvernement par la « théâtralité » (Macron, Trump, Erdogan, etc), font oublier que la Géopolitique, conçue comme une science, LA science du XXIe siècle, n’a rien à voir avec une pseudo « géopolitique de l’émotion », mais repose sur des fondamentaux, des grilles d’analyses et des cycles longs.

Je viens de traiter pour AFRIQUE MEDIA et EODE-TV une longue analyse de 45 minutes, où je rappelle ces fondamentaux et de façon prospective, prévisionnelle, pourquoi ils vont déterminer le XXIe siècle …

* Voir sur EODE-TV/

LUC MICHEL: TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE (I).

L’AXE MOSCOU-PEKIN AU CŒUR DE LA CONFRONTATION GEOPOLITIQUE FONDAMENTALE

Sur https://vimeo.com/290231638

LM.GEOPOL - Terre et mer I carthage vs rome (2018 09 21) FR (2)

# I-ROME VS CARTHAGE OU LA GUERRE ETERNELLE :

POURQUOI LE CONFLIT EURASIE-USA, DEPUIS 1917, EST LA QUATRIEME GUERRE PUNIQUE ?

Je peste souvent depuis 35 ans, mes lecteurs le savent bien, contre une absurdité historique et géopolitique sans nom : assimiler les USA à l’Empire romain, stupidement appelé « l’empire », alors que Washington et Wall-street sont la version contemporaine de Carthage !

Beaucoup d’écrivains aujourd’hui à l’extrême-gauche commettent un contresens de même nature que celui des Spartakistes allemands en 1916-19, se déclarant « spartakistes », et qui relève de la même erreur d’analyse sur l’Empire romain. Parce qu’ils ne connaissent mal l’Histoire et la géopolitique. Et parce que le Gauchisme (d(où est issu cette vision idéologique et non géopolitique) développe, singulièrement depuis Mai 1968 en France, Italie ou Belgique, un discours anti-étatique et anti-jacobin. Notamment, des gens comme l’idéologue italien Toni NEGRI, qui parlent des Etats-Unis comme « d’un nouvel Empire romain » (sic). Contresens copié-collé, via les Altermondialistes par certains idéologues néofascistes ou pro islamistes français et italiens.

LES USA C’EST LA NOUVELLE CARTHAGE !

Les Américains, c’est Carthage !!! Avec l’impérialisme carthaginois, ils partagent le recours à des armées de mercenaires, la domination par une oligarchie, non pas politique, mais économique, et une vision qui consiste non pas à diffuser une culture, mais à piller la planète.

Cela n’a rien de nouveau.

Dès 1967, le géopoliticien de l’unification du continent eurasiatique THIRIART (1) pouvait déjà s’emporter: « Nous avons lu, sous la plume d’un journaliste du régime, que les Etats-Unis semblaient devenir la « nouvelle Rome ». C’est là un échantillon de l’inculture historique – crasse –. Les Etats-Unis sont essentiellement un Empire maritime, comme le fut longtemps l’Angleterre, comme tenta de l’être le Japon, entre Tsushima et Hiroshima. Le modèle parfait d’empire maritime demeure Carthage et le modèle parfait d’Empire continental reste Rome » … Sur ce sujet capital, Jean THIRIART écrivait encore (dans « USA : un empire de mercantis. Carthago delenda est », in LA NATION EUROPEENNE, n° 21, Bruxelles & Paris, octobre 1967) : « Actuellement la lutte titanesque qui se profile en filigrane et qui s’inscrira dans le siècle à venir, sera la lutte pour l’hégémonie, entre une puissance maritime étalée et une puissance terrestre compacte, entre les Etats-Unis et la Grande-Europe (ndla : on dit en 2018 : l’Eurasie).

Les conditions continentales et maritimes ont fait naître des styles extrêmement opposés. Rome a été, malgré ses duretés et ses cruautés

(…) une puissance civilisatrice tandis que Carthage n’a été qu’une puissance mercantile. De Rome partaient des hommes qui allaient pacifier, organiser, construire, unifier. De Carthage partaient des marchands, des représentants de commerce ; ils partaient pour aller rapidement s’enrichir (…) De Carthage, il ne reste rien : littérature, style architectural, pensée philosophique, pensée politique : c’est le vide. On ne peut s’empêcher de faire un rapprochement avec les Etats-Unis où s’observe aujourd’hui ce même phénomène d’une civilisation sans culture. Le navigateur revient toujours chez lui, le continental s’implante. On peut, sans exagération, affirmer que la géographie ou la géopolitique a créé un style politique ».

COMMENT LES JACOBINS DE FRANÇAIS DE 1792 FURENT PLUS LUCIDES QUE LES MARXISTES ALLEMANDS DE 1918

Les révolutionnaires allemands Karl LIEBKNECHT et Rosa LUXEMBOURG – dont LENINE jugeait les vues étroites, et qui ont politiquement échoué là où les Bolchéviques ont triomphé, ont eu une vision historique complètement faussée en choisissant Spartacus et la « Révolte des esclaves » pour emblème. Les esclaves révoltés n’étaient nullement le prolétariat antique. Celui-ci, c’est précisément la plèbe, dont les intérêts s’exprimaient dans le Parti populaire et qui formaient l’ossature des Légions de Marius à César. Le légionnaire est obligatoirement un citoyen romain sous la République, héritage de l’ancienne Démocratie directe des origines romaines. La vision des révolutionnaires français de 1789, imprégnés de l’Histoire romaine, a été plus claire. Ce n’est pas sans raison que BABEUF, le « premier communiste de l’Histoire moderne » selon Marx, avait choisi comme prénom révolutionnaire celui de « Gracchus » ! Précisément les Gracques, les deux leaders martyrs du parti populaire, les tribuns de la plèbe assassinés par l’oligarchie de la République romaine.

La Géopolitique néoeurasiste (2) (3) ne fait qu’exprimer une vision globale, politique, éthique, de civilisation que l’on peut résumer par la formule lapidaire « Rome contre Carthage » ! Une formule par laquelle les théoriciens du Jacobinisme dès 1792 – encore eux – exposaient déjà le combat – lui aussi de civilisation, celui de l’Europe révolutionnaire contre l’Ancien régime des Rois, et surtout contre leur ennemi principal : l’impérialisme anglo-saxon … Sur l’utilisation du thème « Rome contre Carthage » par la France jacobine de 1792 à 1815, à propos du conflit contre la Grande-Bretagne, illustration du conflit classique géopolitique typique de la Terre – Rome – contre la Mer – Carthage – , il faut lire Louis MADELIN et son remarquable livre LE CONSULAT ET L’EMPIRE ! (4)

DES TROIS GUERRES PUNIQUES A LA QUATRIEME …

Les trois guerres puniques opposèrent durant près d’un siècle la Rome antique et Carthage (civilisation punique et pas « africaine », les africains sont les voisins numides de Carthage, alliés de Rome). La cause initiale des guerres puniques fut le heurt des deux empires en Sicile, qui était en partie contrôlée par les Carthaginois. Au début de la première guerre punique, Carthage avait formé un vaste empire maritime (thalassocratie) et dominait la mer Méditerranée, alors que Rome avait conquis l’Italie péninsulaire (puissance continentale). À la fin de la troisième guerre punique, Rome parvint à conquérir les territoires carthaginois et à détruire Carthage, devenant ainsi la plus grande puissance de la Méditerranée.

En 1917, avec l’irruption des USA dans la première guerre mondiale (contre Berlin), puis de 1943 où Washington succède à Londres comme hégémon de la Thalassocratie dite anglo-saxonne (cette fois contre Moscou), nous sommes entré dans la 4e guerre punique. Qui est aujourd’hui comme jadis le conflit de la Mer (Washington) contre la Terre (en 2018, l’Axe Moscou-Pékin). Les deux Guerres froide, celle de 1943-1991, et la « nouvelle Guerre froide 2.0 », sont les deux épicentres modernes de ce conflit géopolitique classique …

LM.GEOPOL - Terre et mer I carthage vs rome (2018 09 21) FR (5)

# II-MOSCOU : DE LA « TROISIEME ROME » MESSIANIQUE A LA « QUATRIEME ROME » GEOIDEOLOGIQUE EURASIENNE …

Notre Ecole géopolitique conçoit l’Empire eurasiatique comme une nouvelle Rome, la « Quatrième Rome », qui fait écho au concept messianique russe de la « Troisième Rome » (Moscou après Rome et Byzanze) (5).

C’est avec le tsar Pierre le Grand, que la Russie est devenue une grande puissance intégrée dans le jeu des puissances européennes.

Jusqu’à devenir LA grande puissance continentale dominante entre 1941 et 1943 (sous sa forme de puissance maximale, la Soviétique de Staline, nouveau Pierre le Grand), qu’elle est toujours aujourd’hui, diminuée mais résiliente, malgré l’implosion de l’URSS …

Et le conflit de Cartage contre Rome reprend :

– Empire britannique vs Empire des Tsars (c’est le premier « Grand Jeu

») et Reich allemand (les deux empires se disputant le rôle géopolitique de la puissance continentale) de 1815 à 1942 (échec définitif du IIIe Reich devant Moscou et à Stalingrad).

– Plus loin encore dans le temps, Empire britannique vs France révolutionnaire et napoléonienne (1792-1815). Dans la Postface à la 3e édition de mon livre LE PARTI HISTORIQUE REVOLUTIONNAIRE (1993, 1ère ère édition en 1984), j’écrivais à propos de ce conflit gagné par la Thalassocratie anglo-saxonne : « Il y a peu de batailles décisives pour orienter le cours de l’Histoire. Moscou (fin 1941, début 1942), puis Stalingrad scellent la défaite du IIIe Reich et empêchent un XXe siècle dominé par Hitler. Waterloo consacre elle un siècle de domination britannique mondiale, celle de la Finance, suivi d’un siècle de domination américaine, celle de Wall-Street. Le règne géopolitique et économique des cousins néo-carthaginois anglo-saxons !

NOTES ET RENVOIS :

(1) Cfr. sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/ GEOIDEOLOGIE. AUX ORIGINES DU NEOEURASISME (I) :

LES CONCEPTIONS GEOPOLITIQUES DE JEAN THIRIART, LE THEORICIEN DE LA ‘NOUVELLE ROME’

sur http://www.lucmichel.net/2018/03/28/luc-michels-geopolitical-daily-geoideologie-aux-origines-du-neoeurasisme-i-les-conceptions-geopolitiques-de-jean-thiriart-le-theoricien-de-la-nouvelle-rome/

(2) Cfr. sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/ GEOIDEOLOGIE. AUX ORIGINES DU NEOEURASISME (II) :

L’ECOLE EURO-SOVIETIQUE DE GEOPOLITIQUE (1982-1991)

sur http://www.lucmichel.net/2018/04/03/luc-michels-geopolitical-daily-geoideologie-aux-origines-du-neoeurasisme-ii-lecole-euro-sovietique-de-geopolitique-1982-1991/

(3) Voir aussi sur EODE-TV & AFRIQUE MEDIA/ LE GRAND JEU (Saison I-3).

AU CŒUR DE LA GEOPOLITIQUE MONDIALE:

POUTINE A VALDAI DECRYPTE

sur https://vimeo.com/111845727

(4) Voir sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/ ENCORE ET TOUJOURS L’IMPERIALISME ANGLO-SAXON

sur http://www.lucmichel.net/2018/01/05/luc-michels-geopolitical-daily-encore-et-toujours-limperialisme-anglo-saxon/

(5) Sur ces thèmes et thèses géoidéologiques, lire les ouvrages précurseurs (et bien étouffés aujourd’hui par les mafias universitaires françaises) du professeur Agursky :

Cfr. M. Agursky , IDEOLOQIA NATSIONAL-BOLSHEVIZMA, Moscou, 1980; M. Agursky , L’IDEOLOQIE NATIONALE-BOLCHEVIQUE, Thèse, Ecole des Hautes Etudes, Paris, 1983; M. Agursky , THE THIRD ROME. NATIONAL BOLCHEVISM IN THE USSR, Westview Press, Boulder, 1987; M. Agursky , LA TERZA ROMA. IL NAZIONALBOLSCEVISMO IN UNIONE SOVIETICA, Il Mulino, Bologne, 1989.

  1. AGURSKY est le fils de Samuel AGURSKY (1889-1947) qui fut secrétaire général de la section juive du Parti Communiste de l’URSS, puis directeur de l’lntitut d’histoire de ce parti.

LA « TROISIENE ROME » : LE NATIONAL-BOLCHEVISNE EN UNION SOVIETIQUE , c’est sous ce titre de qu’ AGURSKY réunit les différentes formes de National-bolchevisme en Russie puis en Union soviétique, du milieu du XIXe siècle au triomphe du Stalinisme et du socialisme dans un seul pays en 1927. La thèse centrale d’ AGURSKY est que la Révolution d’octobre fut éminemment et principalement russe et nationaliste avant tout et qu’elle rejoignait ainsi la mission messianique de Moscou et de la Russie, se voulant la « Troisième Rome » succédant à Rome et à Constantinople et le centre d’unification du monde. La volonté de révolution mondiale et l’internationalisme du Komintern étant placés au service implicite de cette mission.

AGURSKY étudie longuement les fondements historiques et culturels en Russie de ceux qui attribuent à ce peuple un rôle salvateur et révolutionnaire dans le monde, notamment les courants panslaviste, populiste et socialiste-révolutionnaire. L’une des thèses d’ AGURSKY est que LENINE a révisé le Marxisme en le nationalisant et en le russifiant et que STALINE a accompli et porté à son terme ce processus. Avec la victoire des bolcheviques, Moscou, la « Troisième Rome », devient donc le centre du mouvement révolutionnaire mondial et rejoint par là la mission traditionnelle de la Russie. AGURSKY définit d’ailleurs le Bolchevisme comme l’ « association du Communisme et de la Nation russe ».

Son livre (non édité en français, alors que la thèse a été soutenue en français à Paris !), bien qu’hostile au National-bolchevisme et au Stalinisme, est aujourd’hui incontournable dans l’étude des différentes formes russes du National-bolchevisme et il est particulièrement dommage que les universitaires qui étudient le National-bolchevisme en France et en Allemagne lui attribuent, volontairement sans doute, peu d’intérêt. Il est vrai qu’il remet fondamentalement en cause leur thèse centrale qui fait du National-bolchevisme une excroissance de la « Révolution conservatrice » et de l’extrême-droite. Mettre en parallèle la thèse du professeur AGURSKY, qui présente un National-bolchevisme issu de la gauche la plus extrême, met évidemment à néant les thèses de DUPEUX (et de ses suiveurs français et britanniques) sur le National-bolchevisme germanique, qui lui est apparenté idéologiquement.

(Sources : EODE-TV – Eode Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

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AVION RUSSE ABATTU AU-DESSUS DE LATTAQUIE EN SYRIE: QUE SAIT-ON VRAIMENT ?

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Flash Vidéo Géopolitique/ Geopolitical Flash Video/

2018 09 20/

Capture

Le Flash Vidéo du jour …

La Conférence de presse de l’Etat-major russe sur l’avion abattu au-dessus de Lattaquié en Syrie, qui dénonce la responsabilité israélienne

Samedi 15 septembre, la défense antiaérienne syrienne a intercepté plusieurs missiles aux abords de l’aéroport international de Damas. Le raid a été effectué par deux avions israéliens depuis l’espace aérien libanais.

Seconde attaque deux jours plus tard sur Lattaquié (berceau de la famille Assad et voisine des bases russes de Tartous et Hmeimim). Lors de cette seconde attaque, un Il-20 de l’armée russe a été abattu dans la nuit de lundi à mardi à une trentaine de kilomètres des côtes syriennes alors qu’il retournait vers la base aérienne russe de Hmeimim, en Syrie, quelques minutes après une attaque aérienne menée par quatre chasseurs israéliens F-16. Les 15 membres d’équipage de cet avion de reconnaissance russe sont tous morts …

LA POSITION DE L’ETAT-MAJOR RUSSE

* Voir sur PCN-TV/

IL-20 RUSSE ABATTU :

LES F16 ISRAELIENS ONT DEVOYE LES S-200 SYRIENS A DESSIN

Sur https://vimeo.com/290469831

MAIS QUE SAIT-ON REELLEMENT (1) ?

POURQUOI IL FAUT ECARTER UNE IMPLICATION FRANCAISE

Des premières informations, en provenance de la Syrie, faisaint état « d’une attaque balistique conjuguée France/Israël contre des cibles russes à Lattaquié ». Et le ministère russe de la Défense mettait en cause la France, créant un véritable mouvement de panique à Paris, à l’Etat-major français.

Que disait Moscou :

Selon le ministère russe de la Défense, « peu après des frappes aux missiles, depuis quatre F-16 israéliens, contre la banlieue de Lattaquié, une frégate française a visé un avion russe au dessus de la Méditerranée avec 14 militaires à bord. L’appareil, un II-20 a perdu tout contact avec la base aérienne russe Hmeimim vers 00h23 (Heure locale) après que la frégate française Auvergne a tiré des missiles.

Il survolait la Méditerranée à 35 km de la côte syrienne ».  Le ministère russe de la Défense avait affirmé aussi dans ce communiqué, émis le 17 septembre, que « l’attaque de missiles sur la ville syrienne de Lattaquié a été réalisée depuis la mer parallèlement au tir de missiles israéliens contre des cibles russes à Lattaquié ». Et ajoutait que « L’avion a disparu des radars alors que des F-16 de la force aérienne israélienne visaient des cibles dans la province syrienne de Lattaquié (nord-ouest) ». Le ministère de la Défense russe précisait encore qu’ « au même moment, les radars russes ont enregistré des tirs de missiles depuis la frégate française Auvergne, présente dans cette zone ».

On sait maintenant que les avions israéliens se sont aussi servi de la présence de la Frégate Auvergne (qui fait partie des navires français croisant au large de la Syrie et du Liban, avec des navires britanniques et une flottille de la VIe Flotte US en Méditerranée) dans une posture hostile à Damas) pour lancer leurs missiles et dissimuler leur présence. Des méthodes de voyous envers un allié français traditionnel de Tel-Aviv. Maintenant que Moscou a déterminé les responsabilités israéliennes, Paris a été déchargée de toute implication.

MAIS QUE SAIT-ON REELLEMENT (2) ?

LES RESPONSABILITES ISRAELIENNES

L’ambassade de la Russie à Tel-Aviv s’en prend à Israël ce 20 septembre pour ses « actions irresponsables et hostiles », qui ont entraîné la mort de 15 militaires russes à bord d’un avion en Syrie, alors que le commandant de l’armée de l’air israélienne se rend en Russie. Dans un tweet (signe des temps), la mission diplomatique russe a blâmé l’aviation israélienne pour la destruction accidentelle de l’avion de surveillance russe dans la province syrienne de Lattaquié, qui menait des frappes aériennes contre les positions de l’armée syrienne. « Moscou considère comme irresponsables et hostiles les actions de l’armée de l’air israélienne, qui ont exposé l’avion russe Il-20 au danger et entraîné la mort de 15 soldats », a indiqué le tweet. « La Russie prendra toutes les mesures nécessaires pour éliminer la menace à la vie et à la sécurité de ses forces armées luttant contre le terrorisme », ajoute le communiqué.

L’II-20 russe a été abattu par erreur par les défenses aériennes syriennes alors qu’il se préparait à atterrir sur la base aérienne russe de Hmeimim en Lattaquié. Le système de défense antimissile syrien S-200 réagissait à une vague de frappes de quatre avions de combat israéliens. Moscou a critiqué Tel-Aviv pour cet incident, affirmant que ses avions militaires avaient délibérément « créé une situation dangereuse » qui a conduit au crash. L’armée russe a également déclaré que « l’aviation israélienne avait utilisé l’avion russe comme couverture » et que Moscou « se réservait le droit de donner une réponse appropriée ».

Le tweet de l’ambassade russe a coïncidé avec l’arrivée du commandant de l’armée de l’air israélienne, Amikam Norkin, à Moscou, où il doit informer les responsables russes de la façon dont l’incident s’est produit.

LA RUSSIE A AVERTI ISRAËL « DE POSSIBLES REPRESAILLES » (AFP)

Le ministre russe de la Défense Sergueï Choïgou a averti mardi son homologue israélien Avigdor Liberman que Moscou se réservait “le droit de riposter” après le crash d’un avion de reconnaissance russe au large de la Syrie, dont il juge Israël “totalement” responsable.

“Nous nous réservons le droit de riposter à l’avenir”, a déclaré M.

Choïgou à son homologue israélien par téléphone. Il a ajouté que la “faute” pour la mort des 15 soldats russes “repose entièrement sur Israël”.

Le président russe, Vladimir Poutine, a quant à lui condamné les raids aériens israéliens comme « une violation de la souveraineté syrienne », affirmant que le régime israélien n’avait « pas respecté les accords antérieurs sur la prévention de tels incidents dans le ciel syrien ». L’envoyé israélien à Moscou a également été convoqué au ministère russe des Affaires étrangères.

Alors que la Russie travaille à une « riposte » en bonne et due forme à la provocation israélienne en Méditerranée, un premier élément de cette même riposte tombe : le ministère russe de la Défense a annoncé ce jeudi 20 septembre au matin, la fermeture de l’est de la Méditerranée au trafic aérien et maritime en raison d’un nouvel « exercice militaire ». Cette mesure concerne une vaste région qui s’étend des côtes syriennes et libanaises à Chypre (la zone stratégique où sont exploitées de vastes réserves de gaz, objet d’une « guerre du gaz » entre le Liban, Israël et la Turquie – ces deux derniers agissant souvent de concert dans la coulisse). C’est dans cette même zone que les F-16 israéliens, en se servant d’un Il-20 comme bouclier, ont provoqué son crash. Selon Haaretz, qui rapporte cette information, de nouveaux exercices russes dans l’est de la Méditerranée dureront jusqu’à mercredi.

Ajoutons que Tel-Aviv, bien loin de faire profil bas, a répondu en invoquant des « responsabilités syriennes et iraniennes ». Et que la presse pro-israélienne proche du Likoud, notamment en France, salue et justifie la frappe avec arrogance. Ce qui ne fera qu’irriter encore plus Moscou 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

(Flash Vidéo Géopolitique/

Complément aux analyses quotidiennes de Luc Michel)

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire – Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme (Vu de Moscou et Malabo) :

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* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

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* EODE :

EODE-TV https://vimeo.com/eodetv

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Bogside Story, la strage di Derry e l’oggi dell’Irlanda del Nord

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/09/prima-mondiale-di-bogside-story-il-film.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 17 SETTEMBRE 2018

PRIMA MONDIALE DI “BOGSIDE STORY”, il film che racconta la storia di Derry (Irlanda del Nord) e mia dalla “Domenica di sangue” a oggi alla mano dei murales che della città resistente hanno fatto una galleria d’arte e di storia.

PRIMA MONDIALE DI “BOGSIDE STORY”
Il 20 settembre al nuovo cinema Aquila, Roma, Via l’Aquila 68 (Pigneto), alle ore 20, verrà presentato il film “Bogside story”.

Verrà introdotto e commentato dal sottoscritto che nel film rappresenta una specie di filo rosso che unisce gli eventi del 31 gennaio 1972, “Bloody Sunday”, alla Derry e all’Irlanda del Nord non pacificata di oggi, anche alla mano degli splendidi murales con cui un trio di artisti di Derry , a volte riproducendo  le mie fotografie del massacro di civili manifestanti, compiuti dai parà di Sua Maestà, hanno fatto di Derry un’impressionante e affascinante galleria d’arte e di storia della lotta contro  l’occupazione britannica e la repressione unionista.

 
La”Domenica di Sangue”, che ha visto trucidare 14 cittadini inermi che manifestavano pacificamente per elementari diritti civili – casa, lavoro, sanità, ambiente, scuola, libertà d’espressione – da sempre negati alla popolazione autoctona repubblicana, è stata una vera svolta nella mia vita di giornalista e di essere umano grazie alla rappresentazione emblematica della ferocia  del potere, del cinismo, della capacità di uccidere innocenti e di avvolgere tutto questo nella nebbia della menzogna. Ne trassi l’occasione, essendo l’unico giornalista, insieme a un fotografo francese, riuscito a superare le barriere militari con cui il governo di Londra aveva tentato di bloccare ogni sguardo e ogni udito sulla strage programmata, per uno scoop internazionale che annichilì le versioni ufficiali dell’accaduto e ristabilì la verità, poi confermata da una serie di inchieste giudiziarie a cui le testimonianze mie e dei cittadini di Derry costrinsero il governo. Ritorno oggi in una Derry che non dimentica.
 
Il resto sul film ve lo dice la scheda qui sotto.
 
Il link in testa porta a un trailer del film.
 
Spero che ci vedremo al cinema Aquila il 20 settembre.
 
Fulvio Grimaldi

Bogside Story

Titolo originale: Bogside Story
Bogside Story è un film di genere documentario del 2017, diretto da Rocco Forte, Pietro Laino, con Fulvio Grimaldi e Tom Kelly. Uscita al cinema il 20 settembre 2018. Durata 75 minuti. Distribuito da Distribuzione Indipendente.
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5 di 5 su 1 voti
Bogside Strory, il documentario diretto da Rocco Forte e Pietro Laino, narra la storia dell’autorevole giornalista Fulvio Grimaldi, unico foto-reporter italiano a documentare la pacifica Marcia per i diritti civili del 30 Gennaio 1972 a Derry, culminata con il massacro tristemente noto con il nome di Bloody Sunday. 

Fulvio Grimaldi torna in Irlanda del Nord, 45 anni dopo, per testimoniare alla terza inchiesta sul Bloody Sunday.
A Derry scopre che sulle mura esterne delle case del Bogside, il più importante quartiere cattolico della città, sono dipinti dei murales che raccontano gli eventi più significativi della recente storia nordirlandese. Affascinato dalla potenza comunicativa dei murales, uno dei quali ispirato alla sua fotografia divenuta icona della “Domenica di Sangue”, Fulvio entra in contatto con The Bogside Artists, gli autori dei murales, e con le persone che furono coinvolte negli eventi dipinti.

Prende vita così un viaggio tra passato e presente intriso di arte, storia e profonde emozioni. Gli incontri, i ricordi e le testimonianze determinano una drammatica immersione nella realtà di quel luogo e ne raccontano la sua storia: Bogside Story.

LIBIA-SIRIA——- PER CHI TIFANO, PER CHI TIFARE

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/09/libia-siria-per-chi-tifano-per-chi.html

MONDOCANE

SABATO 8 SETTEMBRE 2018

Amici, anche stavolta siamo lunghi. Perdono. Comunque per 15 giorni sono fuori e, dunque, c’è tempo per piano piano farcela. Se credete.

Diciamocelo: che bravi governanti sono quelli di Al Qaida e Isis!

Per chi tifano in Siria quelli là (non fatemeli nominare sennò Facebook mi banna e cancella il post) non è difficile saperlo: basta leggere il “New York Times”, standard aureo del giornalismo perennemente degno  dei riconoscimenti, se non di Pulitzer, di Reporters Sans Frontières (il corrispettivo mediatico di Medicins Sans Frontières e altrettanto cari a quelli là). Se pensavamo che nella provincia nord-occidentale di Idlib si fossero concentrati, accolti, nutriti e armati dai vecchi padrini turchi, tutti i tagliagole Isis e Al Qaida generosamente fatti evacuare dai territori e dalle città da loro abbellite con croci appesantite da infedeli, o con pelli di corpi scuoiati di dissidenti, la lettura del “New York Times” ci libera dall’intossicazione di simili fake news.

L’autorevole giornale che, se non fosse stato per l’assist della CNN, dei media di obbedienza atlantista con, nel nostro piccolo, il “manifesto”, ci avrebbe con le sue sole penne liberato da Milosevic, Saddam, Gheddafi, Assad e dai Taliban, rettifica quella che finora e per troppo tempo, quasi otto anni, è stata un’informazione falsa, bugiarda, truffaldina. Assad, con quegli hackers e troll delle ingerenze urbi et orbi russe, con quegli spiritati di flagellanti sciti, iraniani e hezbollah, voleva farci credere, col supporto di chilometri di audiovisivi fabbricati, raffiguranti giustizieri cha spellavano vivi innocenti, li incendiavano, o li annegavano in gabbie o li crocifiggevano, o ne sposavano a ore le donne, che il suo paese era stato invaaso, non da oppositori democratici assistiti dalla “comunità internazionale”, bensì da un branco di ossessi islamisti attivati da una “comunità internazionale” in preda a psicopatia stragista. Come pretendeva fosse successo in Libia e, poi di nuovo, in Iraq.

No, no, il NYT e i Pulitzer nostrani ci gratificano del privilegio della verità: E’ da far rabbrividire il destino “di combattenti ribelli e dei loro sostenitori civili che, oltre sette anni fa, si sollevarono per chiedere un cambio regime”. Deplorato che il vice primo ministro siriano si sia permesso di definire “terroristi” questi bravi combattenti, il giornale, al quale dobbiamo molto della credibilità delle armi di distruzione di massa di Saddam e del viagra fornito da Gheddafi ai suoi soldati perché stuprassero le connazionali, passa alla descrizione di come gli ingiustamente diffamati ribelli abbiano ben governato la provincia dai turchi loro affidata: “Si sono comportati da legittima autorità di governo e pubblica amministrazione, facilitando, tra l’altro, il commercio transfrontaliero con la Turchia e organizzando forniture di aiuti alla popolazione”. Visto che bravi, si preoccupano di nutrire la popolazione. Altro che Assad, che per principio l’affama.

Bambini Isis giustizieri

Coloro che il NYT, sempre attento a distinguere buoni e cattivi, all’indomani degli attentati dell’11 settembre, ottemperando ai suggerimenti di Bush, Cheney, Rumsfeld, neocon vari, FBI e CIA, aveva individuato come terroristi di Al Qaida che avevano dichiarato guerra all’America uccidendone subito 3000 cittadini, pur dichiarandosi sempre e con orgoglio membri di Al Qaida (Al Nusra, che è lo stesso), se non dell’ancora più terroristico Isis, ora per lo stesso giornale sono diventati “ribelli, oppositori, combattenti, ribelli combattenti, forze ribelli, la più forte fazione ribelle della Siria”. E neppure un’ombra di imbarazzo per il fatto che da Washington Al Qaida-Al Nusra continua ad essere bollata di “organizzazione terroristica”. E’ il NYT, con i suoi referenti tribali, che detta la linea: l’intendance suivra.

A questi limiti, che fanno del paradosso un termine obsoleto, si sono spinti molti altri. Da noi, particolarmente impressionante “Un Ponte per”, transitato dalla denuncia del genocidio iracheno, alla piena comprensione di ogni motivazione occidentale. Idem Assopace, storica organizzazione di sostegno ai palestinesi, che mesi fa si è avventurata in un’analisi del buon governo di Al Qaida nelle zone da loro amministrate, da lasciare a bocca aperta perfino John McCain che con questi bravi amministratori condivideva il kebab. E non solo quello.

L’ennesimo “spaventoso bagno di sangue di Assad”

Lo stesso lavoro a difesa e riabilitazione dei jihadisti lo fanno a edicole e schermi unificati, in armonica sintonia sinistri sinistri e destre, adoperando però criteri più sottili: non si arriva a nobilitare chi fino a ieri era il mercenario che polverizzava Palmira e scuoiava prigionieri. La nuova linea è “la popolazione vittima”. Vittima dell’imminente carneficina di Assad e dei suoi alleati. Scompare una provincia di un milione e mezzo di siriani sottoposti al regime dell’invasore turco e alle imposizioni e  comprovate sevizie di questa soldataglia d’accatto (si calcola in 50mila, compresi i famigliari) evacuata dalle zone liberate e compare sugli schermi, tra le macerie dei primi bombardamenti russi,  una popolazione terrorizzata, Elmetti Bianchi che corrono dappertutto facendo finta di soccorrere, ricomparsi sulla scena a dispetto dello sputtanamento seguito alle paghe ricevute dai governi aggressori e alla fuga in Israele. Avete fatto caso al silenzio che accompagnò e favorì l’obliterazione totale di Raqqa, ad opera dei missili Usa e dei cannoni curdi? Avete poi visto, molto più tardi, le immagini tipo Dresda di quella che era una delle maggiori e più prospere città siriane?

Si ripete il modello Aleppo, Homs, Deraa, Deir ez Zor. Ovunque uno Stato eserciti il proprio diritto, sancito dal diritto internazionale e dall’ONU (per quanto obliterato dall’attuale maggiordomo dei guerrafondai, Guterres), di liberare suoi territori invasi dall’aggressore, un coro smisurato di prefiche, di nuovo sincroniche sinistre sinistre e destre, clero ovviamente in testa, alza striduli lai e angosciate geremiadi sul genocidio che incombe sulla popolazione civile. Sembra quasi che le torme di Attila si stiano avventando su un asilo nido, anzichè l’esercito regolare di uno Stato sovrano, aggredito da mezzo mondo, che difende il proprio territorio liberando l’ultima provincia occupata da coloro che hanno sul proprio conto alcune centinaia di migliaia di civili e difensori massacrati e un paese devastato.

Una bimba, tre salvatori

Lontanissima da qualsiasi soluzione a vantaggio dell’incolumità dei siriani rinchiusi in Idlib, è per le fanfare dell’apocalisse di civili l’ovvia e unica ipotesi giusta e realistica. I governi che hanno alimentato l’assalto alla Siria reclutando in mezzo mondo briganti, Nato e Turchia in testa, se li riprendano e li rispediscano nei paesi d’origine: Tunisia, Marocco, Algeria, Egitto, Libia, Afghanistan, Qatar, Cecenia e paesi europei vari. Lo possono fare giacchè è dal loro soldo e dai loro armamenti che dipende questo mercenariato. E neanche a un bambino di Idlib verrebbe torto un capello. E agli Elmetti Bianchi la paga di  Londra gli toccherebbe spenderla alle slotmachine, anziché allestendo bimbetti verniciati di rosso. Purtroppo a questo osta la persistente volontà di Erdogan di congiungere Idlib all’altro enclave siriano occupato, Afrin, onde consolidare la sua presa sul questo territorio di confine siriano. L’altro essendo quello occupato dagli Usa con l’assistenza dei mercenari curdi.

Assad il chimico. Poteva mancare?

Immancabile, si risuscita lo screditatissimo stereotipo dell’attacco chimico da parte di un governo che di tutte le sue armi chimiche si è privato quattro anni fa, sotto sorveglianza internazionale, mentre armi chimiche in quantità si sono viste comparire tra i depositi e laboratori dei mercenari e quelle attribuite al governo sono risultate inesistenti. Attacco chimico ululato da tutte le bocche di vetriolo occidentali, alle quali si aggiunge, a rafforzamento della diabolizzazione dei russi, il rilancio della screditatissima farsa britannica dell’avvelenamento dei due Skipral, per mano di scriteriati agenti russi che l’altrettanto scriteriato Putin aveva spedito perché uccidessero vecchi spioni in pensione alla vigilia dei Mondiali di calcio in Russia. Tanto per suscitare più simpatia in Occidente.e vedersi appioppata qualche sanzione in più.

Un certo affievolimento dei latrati sui propositi chimici di Assad si è avuto quando l’intelligence siriana e russa sono riuscite ad anticipare il complotto e a documentare la fornitura di armi chimiche ai terroristi di Idlib tramite spedizioni organizzate dagli Elmetti Bianchi. Cosa che non ha scoraggiato Nicky Haley, la fuoriditesta ambasciatrice scassapaesi degli Usa all’Onu, che è andata avanti sulla minaccia chimica “indubbiamente di Assad” . Ma il più stolto e il più accanito della brigata non ha desistito. Un’eco, quella di Macron, che rimbalza tardiva e patetica, ma forse ancora funzionale alla provocazione. “Se usano le armi chimiche, interverremo”ha sparato a pancia in dentro e petto in fuori colui che “il manifesto” , gongolante per le ingiurie lanciate dal rothschildiano ai governanti italiani, ha nominato “leader del fronte progressista europeo”.

Concludiamo su Idlib, dove, al di là dell’amore litigarello tra Erdogan e Trump, si ricompongono gli interessi comuni degli sbranatori della Siria, titolari e surrogati. Nella provincia, strategicamente cruciale perchè sta a ridosso di Aleppo e Latakia, possiamo aspettarci l’ennesimo botto chimico, per poi farci lacerare il cuore dalle decine di bambini privi di vita, come quelli propinatici nel primo attacco chimico di Ghouta Est, con i bambini anche allora rapiti e sacrificati. Sarà una messinscena immonda, degna dei suoi manovali come dei mandanti, ma prima che un Ente ONU ne smascheri un’altra volta la falsità, i latrati dei bruti di guerra rischiano di essersi fatti sbranamenti e a tutti noi toccherà dire: non si poteva non farlo.

Sembrerà all’opinione pubblica  che le torme di Attila si stiano avventando su un asilo nido, anzichè l’esercito regolare di uno Stato sovrano aggredito da mezzo mondo, con l’uso della peggiore feccia terroristica rastrellata in giro, che difende il proprio territorio liberando l’ultima provincia occupata, con il sostegno di uno Stato vicino ostile, da chi ha sul proprio conto alcune centinaia di migliaia di civili e difensori massacrati e un paese devastato.

Comunque vada quella che sembra l’imminente battaglia di Idlib, e che potrebbe anche dimostrare che proprio per niente gli Usa e soci di minoranza si sono rassegnati ad abbandonare la partita per il cambio di regime e la disintegrazione dello Stato, non dovremmo dimenticare che un terzo della Siria resta sotto occupazione proprio degli Usa, facilitati  dagli invasori e pulitori etnici curdi e da quanti dell’Isis gli Usa hanno prelevato a Raqqa e rimesso in funzione contro la Siria.

Libia: o Haftar, o caos

Veniamo all’altro fronte che va riaprendosi alla grande. Quello della più riuscita applicazione della strategia imperialista del caos, adottata quando le soluzioni alla DDR, alla Honduras, alla Pinochet, o all’Ucraina, non riescono e ci si deve limitare a creare situazioni di disabilità permanente. E qui è ancora il “leader del Fronte Progressista Europeo” a dare la carte, stavolta con maggiore spazio concessogli dai fratelli maggiori, Usa e Regno Unito, come si fa col più piccolo quando pesta i piedi. Il quale, a sua volta, mette sotto quello ancora più piccolo, che neppure pesta i piedi, ma si rassegna a giocare col Lego.

Con una caterva di nomi di bande miliziane che, nella Libia lacera e insanguinata, si contendono fette di potere e territorio, ci hanno annebbiato la percezione di cosa succede nello Stato più avanzato, emancipato, prospero, giusto, dell’intero Continente (lo sancì l’ONU nel 2011, anno del risveglio dei mostri), quello di Muammar Gheddafi e della sua democrazia diretta e uguaglianza sociale. La situazione è più semplice e chiara di quanto gli sceneggiatori della crisi libica vogliano farci credere.

Haftar

Poker col morto

Mentre gli Usa e alleati maggiori stanno alla finestra, ma tengono pronte le proprie superiori forze d’intervento  militare ed economico, limitandosi sul terreno a operare con l’intelligence e le Forze Speciali, una formale delega alla ricolonizzazione del paese è stata data alla Francia e, come succedaneo ed eventuale strumento rivale in la minore, all’Italia. La prima, con la vera carta valida per un futuro unitario e di dignità nazionale, Egitto, governo di Tobruk e il generale Khalifa Belkasim Haftar, l’Italia con Fayez Mustafa Al Serraj e quel governo di Tripoli che assomiglia tanto al regimetto installato dagli Occidentali a Mogadiscio e il cui controllo non va al di là del cortile dei propri ministeri. Usa, Regno Unito, Francia. Tre giocatori e il morto. Noi.

Il governo di Tobruk è legittimato dall’ultimo voto popolare nell’intera Libia, quello di Tripoli dalle simpatie degli Usa e, quindi, di Onu e UE. Il primo controlla la più vasta  regione libica, la Cirenaica, con la maggioranza degli impianti e terminali petroliferi e del mare sotterraneo di acqua potabile, ed ha anche posizioni di forza nel meridione del Fezzan, dove gode dell’amicizia dei Tuareg, già sostenitori di Gheddafi, e in Tripolitani, a ovest, est e Sud di Tripoli. Intorno ad Haftar si sono raccolti coloro che non si sono rassegnati alla fine e alla demonizzazione della Libia di Gheddafi; l’ectoplasma Serraj si dice di poter contare su Fratelli Musulmani e integralisti Isis, suddivisi in bande concorrenti, che si disputano i quartieri di Tripoli e non hanno la minima prospettiva di poter avanzare pretese su territori più vasti.

Lasciando da parte le sedicenti brigate facenti capo a signorotti della guerra e boss locali, lo scontro in atto, al momento interrotto da una volatile tregua, è tra la Settima Brigata che avanza da Tahoura, area che personalmente constatammo essere, come Bani  Walid,  a Sud, roccaforte delle tribù maggioritarie in Libia, da sempre fedeli a Gheddafi, la Warfalla, e la Brigata Rivoluzionaria, definita Guardia Nazionale del governicchio di Serraj. Al soccorso di  questa, nelle ambasce per un’imminente presa di Tripoli da parte della Settima, Al Serraj, chiamò la Brigata di Misurata, unica forza militarmente credibile, composta dai capiclan della città che, nel dopoguerra, si rese responsabile delle peggiori atrocità contro i membri del precedente Stato e, soprattutto, contro la popolazione libica nera  e gli immigrati. I sopravvissuti alla caccia misuratina dei 2,5 milioni di lavoratori africani ospitati da Gheddafi, sono quelli che in gran parte stanno ora nei campi di raccolta, o ce l’hanno fatta ad arrivare da noi.

Il governo di Roma si ostina a voler apparire sostenitore di Serraj. Pare che al premier Conte Trump abbia promesso che, così facendo, l’Italia sarà sostenuta nella “speranza” di non dover cedere proprio tutto il petrolio ENI all’arrembante francese Total. Quella per il cui dominio sulle risorse del paese e, dunque, sulle sue istituzioni, due criminali di guerra, Sarkozy e Hollande scatenarono l’inferno. Confortati subito dalla vicina di casa e di salotto parigina, Rossana Rossanda, con la sua invocazione di una “guerra santa” “alla spagnola”, contro Gheddafi. Guerra santa poi allietata dallo sghignazzo della mancata (purtroppo per il “manifesto”) presidenta degli Usa, Hillary Clinton.

Fortunatamente non tutti sono creduloni a Roma e nei Cinque Stelle, specificamente con il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, si manovra discretamente anche in direzione di Tobruk, Haftar e dell’Egitto. A noi, per “tifare” l’unica forza che registri un vasto consenso popolare, che le elezioni  di dicembre vorranno sancire (se non sabotate dagli islamisti di Tripoli e loro sostenitori “progressisti” e ONU) basta il dato che tra le file di Haftar ci siano anche i gheddafiani, quelli dal parlamento di Tobruk riabilitati e da Tripoli condannati a morte e che si parli del figlio maggiore di Gheddafi, Saif al Islam, come possibile candidato alla presidenza. Ipotesi terrorizzante per i colonialisti, da cui il tentativo di rinviare le elezioni.

Macron in Mali

E non ci importa che Tobruk e Haftar siano anche tra le opzioni  di colui che il “manifesto”, di solito sostenitore di tutte le campagne lanciate dal Deep State Usa (Cia, FBI, Pentagono, Soros, neocon, media di guerra), definisce “leader del fronte progressista europeo”. Il “manifesto” sta con ciò che emana da Washington e liscia il pelo di Macron solo perché, alla luce dello scambio di contumelie tra Salvini e il rothschildiano di Parigi, lo individua come vero antagonista dei nostrani populisti xenofobi e fasciorazzisti. Lui, Macron, che sta mettendo a ferro e fuoco l’intera Africa settentrionale e subsahariana a forza di invasioni militari, innesto di terroristi da pretesto, depredazioni di risorse e impoverimento generale di milioni di africani; lui che con il CFA, la valuta coloniale grazie alla quale metà degli introiti di 14 paesi africani sono automaticamente trasferiti a Parigi, è riuscito a incrementare il flusso dei migranti per la maggiore soddisfazione di Ong, cooperative e mondialisti del meticciato. Migranti, peraltro, che il “leader del Fronte Progressista Europeo”, immobilizza a Ventimiglia e Calais, solo perché gli si eviti lo squallore dei fratelli nellebanlieu.

Lui, Macron, no. Lui non è né xenofobo, né fasciorazzista.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:47

MASSIMO FINI REPLICA —– UN UOMO DALLE FORTI CONVINZIONI E DALLE CONVINTE CANTONATE

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/09/massimo-fini-replica-un-uomo-dalle.html

MONDOCANE

GIOVEDÌ 6 SETTEMBRE 2018

 
 

Scopro con piacere che il Fatto Quotidiano di oggi, 6 settembre 2018, ha avuto la correttezza deontologica di pubblicare la mia lunga risposta a un articolo di Massimo Fini sul tema di Als Sisi, migranti, Fratelli Musulmani, Regeni, Isis, che ho diffuso a suo tempo a tutti i miei contatti e che potete ritrovare sia nel blog, sia su Facebook (se non ancora rimosso).

Grida al cielo il conflitto, da un lato, tra l’arte demistificatoria delle manipolazioni, falsità, servi encomii e codardi oltraggi, praticati da giornaloni e televisionone di regime in favore dei propri editori di riferimento, che va riconosciuta al direttore Marco Travaglio, e, sull’altro versante, la sua complicità con un trattamento della politica estera nel FQ che dei difetti, peccati, vergogne, menzogne, superficialità, da Travaglio attribuiti agli altri, rappresenta la più turpe convalida e ripetizione. Tanto più apprezzo la disponibilità a pubblicare una critica forte, ma documentata,a una delle firme che il giornale considera tra le sue più prestigiose.


Nella mia lettera avevo riconosciuto a Fini esperienza e libertà. Non gli nego la seconda, non avendo elementi per farlo e riconoscendo però la sua direzione spesso ostinata e contraria nei confronti dei colleghi che si occupano di questioni internazionali. Mi vengono invece fondati dubbi sulla prima, l’esperienza, dato che ciò che si può dare davvero per storicamente dimostrato – i Fratelli Musulmani fondati dai britannici negli anni ’20 del secolo scorso e carta di ricambio colonialista contro la risorgenza araba, e l’Isis dimostrato ricettore di guida, finanziamento, armamento e obiettivi delle potenze occidentali, del Golfo e della Turchia per liquidare Stati arabi sovrani – al giornalista Massimo Fini risultano “espressione di una mentalità complottista”. Peccato che un giornalista di lungo corso come il nostro abbia dovuto ricorrere allo stereotipo più logoro di tutti coloro che devono coprire malefatte di cospiratori. Quelle sì.

Ecco la replica di Massimo Fini alla mia risposta:

“Che i Fratelli Musulmani siano al servizio degli inglesi mi pare espressione di una mentalità complottista che ho sempre rifiutato. E che l’Isis sia al soldo dell’Occidente mi pare far parte della stessa mentalità”.

Osservo che è già molto che Fini non abbia avuto nulla da ridire a proposito della mia descrizione dei trascorsi e del ruolo di Giulio Regeni. Che qui si stia aprendo finalmente uno spiraglio di sconcerto e dubbio sulle tante panzane raccontate dai martirologhi di occidentali a prescindere, giustizieri di professione degli arabi quando non obbediscono?

 

PARTE SECONDA—– SULLO SFONDO DEL CORNO D’AFRICA NORMALIZZATO—– ORRORI ERITREI O ORRORI COLONIALISTI ?

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/09/parte-seconda-sullo-sfondo-del-corno.html

MONDOCANE

DOMENICA 2 SETTEMBRE 2018

Provo a postare su Facebook la seconda parte dell’articolo su Eritrea e cambiamenti strategici nel Corno d’Africa, con ripercussioni tragiche sullo Yemen. Vediamo se la rimuovono o se mi bannano. In ogni caso tutti questi materiali sono visibili su www.vk.com e su fulviogrimaldi.blogspot.com. I commenti si possono fare sia qui che sul blog.

Vedere cammello

L’Eritrea, come l’ho conosciuta io, frequentandola fin dalla trentennale lotta di liberazione dall’Etiopia e fino a oggi, non è questa. L’Eritrea per i colonialisti di ritorno ha gravi colpe che forse oggi va emendando. L’Eritrea era l’unico paese dei 52 africani che non ha mai accettato un presidio militare straniero, tantomeno statunitense o Nato. Sotto sanzioni, precisamente per questo, dall’inizio del secolo, ha dovuto cavarsela da sola, ma non ha mai chiesto l’assistenza del FMI o di altri organismi sovranazionali, ontologicamente ricattatori e giugulatori. Ripetutamente e in due guerre maggiori è stata aggredita dall’Etiopia (100 milioni di abitanti contro 4) su mandato delle sue potenze madrine: Usa e Regno Unito. Ha adottato un sistema a partito unico, che è quello che l’ha guidata nella lotta rivoluzionaria, Il Fronte Popolare per la Liberazione dell’Eritrea (FPLP). Sotto assedio economico, politico e militare del colonialismo di ritorno, ha saputo rendersi autosufficiente sul piano alimentare. Quella della spaventosa carestia, denunciata da “L’Avvenire”, è una bufala-pretesto per sollecitare un “intervento umanitario”. Con un sistema di dighe e bacini che raccolgono l’acqua piovana, l’Eritrea ha potuto salvarsi dalle ricorrenti siccità che affamano i popoli del Corno.

In ogni città eritrea, dove abbiamo visto vivere e lavorare una popolazione serena, libera di comunicare con lo straniero, di andare per le sue faccende, senza che vi si veda mai uno solo dei mille e mille poliziotti e soldati che presidiano le nostre democratiche strade,vi sono caffè internet aperti a tutti, frequentati anche da noi quando filmavamo per il nostro documentario. In ogni locale pubblico o albergo le menzogne dell’Avvenire sono smentite da televisori che trasmettono la BBC, la CNN, la CBS e altre emittenti delle presstitute occidentali. Quanto al famigerato servizio militare “a vita” , dura 18 mesi. I magliari dell’informazione includono in quel servizio perenne coloro che scelgono il militare come professione, che vengono richiamati per l’emergenza di una minaccia etiopica (per 25 anni l’Eritrea ha dovuto vivere in uno stato di no pace-no guerra) e che svolgono dopo il militare un servizio civile di alcuni mesi a sostegno dello sviluppo nazionale (scuole, edilizia, agricoltura, costruzione di infrastrutture, terrazzamenti, sistemi idrici).

visionando@virgilio.it

Tutto questo, con tante visite, tanti percorsi, tanti incontri, tante interviste, sempre liberi di parlare con chicchessia, studenti, operai, donne, intellettuali, artisti, baristi… Sandra Paganini e io lo abbiamo raccontato e fatto vedere nel nostro documentario: “Eritrea, una stella nella notte dell’Africa”. Una stella che il nuovo colonialismo, in sinergia con solidarismi buonisti degli accoglitori impegnati nella spoliazione dell’Africa, ha costantemente tentato di oscurare. Oggi non sappiamo se vi è riuscito. Ciò che pasolinianamente sappiamo è che la coordinata operazione Diciotti, eritrei, manifestazione milanese, orrori libici e relativo tsunami mediatico, sono l’ennesima offensiva delle forze colonialiste con le loro armi di distruzione di massa. Colonialisti che si trascinano dietro un sacco di gente in buonafede e ansiosa di compensare profondi sensi di colpa coloniali e razzisti, innestatagli dalla storia dei “valori euroccidentali”. Colonialisti che vedono crescere un fronte avverso che non solo conta di salvaguardare la propria sopravvivenza materiale e culturale, ma che inizia a rendersi conto come quegli africani in ininterrotto esodo sono destinati, insieme ai loro paesi d’origine che, prima di noi, con la loro agricoltura di sussistenza erano autosufficienti grazie ad autoproduzione e autoconsumo, a costituire con la propria manodopera schiavistica, la garanzia delle utilissime disoccupazione e povertà domestiche in Europa.

Caffè ad Asmara

Giro d’Eritrea internazionale con squadra italiana

Corno normalizzato. A vantaggio di chi?

Resta da dire dei clamorosi sviluppi che stanno cambiando la configurazione del Corno d’Africa e la sua collocazione geopolitica in una delle zone strategicamente più cruciali, militarmente ed economicamente, del pianeta, con tragici effetti sul vicino Yemen. C’è stata la sbalorditiva riconciliazione tra Etiopia ed Eritrea dopo quasi un secolo di conflitti intermittenti. E’ seguita nei giorni scorsi, l’altrettanto sorprendente accordo tra Asmara e il governo somalo, insediato dagli Usa, riconosciuto dall’ONU, ma non dalla popolazione somala, la cui resistenza (oggi sostenuta dagli islamisti di Shabaab) ne ha ristretto il potere su una ridotta parte della capitale Mogadiscio, mentre le aree staccatesi dal corpo centrale del paese, il Puntland  e il Somaliland, sono governate da autonominati autocrati di stretta osservanza occidentale.

Difficile dire in che direzione si muova il giovane premier etiope Abiy Ahmed. Ma osservatori esperti, come Finian Cunningham, danno meno peso ai suoi atti “liberali”, la scarcerazione dei prigionieri politici, la pacificazione delle tante minoranze, Oromo in testa, la pace, appunto, con Asmara, quanto a un apparente ritorno nella zona di influenza occidentale, in fattispecie americana. Non è che i suoi predecessori l’avessero antagonizzata, l’Etiopia era infestata da basi Usa e israeliane, ma poi ci sarebbe stato un rapporto sempre più stretto con la Cina, grande investitrice nelle infrastrutture e nell’agricoltura dell’immenso paese., soprattutto col precedente premier, Desalegn. Cosa sgraditissima a Usa e alleati europei e del Golfo, di cui avrebbe tenuto conto Abiy Ahmed raffreddando i rapporti con Pechino e tornando all’ovile. La situazione si chiarirà presto. Nel frattempo, però, a dispetto di quella che viene detta pacificazione interna, appaiono moti di rivolta sia in Tigray, il cui Fronte Popolare di Liberazione (FPLT) era al potere da decenni e si oppone alla pace con l’Eritrea, sia in Ogaden, regione al confine della Somalia, popolata da etnie somale e sottratta alla madrepatria da Menelik II nel 1897.

Nessun dubbio, invece, sul gradimento occidentale e dei paesi africani clienti, come Kenia, Uganda, Sud Sudan, per le recenti mosse del presidente eritreo Isaias Afewerki. Se si ricorda come le sanzioni all’Eritrea fossero state inflitte con il pretesto del suo appoggio alle milizie somale degli Shabaab, fa colpo, dopo la ricomposizione con Addis Abeba, anche l’amicizia tra Eritrea e regimetto somalo, sancito il 28 luglio scorso ad Asmara, dagli abbracci tra Isaias e il presidente-fantoccio somalo Mohamed Abdullah detto “Formajo”.

Somalia libera? Mai!

Sono stato testimone, per il TG3, prima della collega Ilaria Alpi, del tentativo degli Usa di rimettere le mani sulla Somalia, subito dopo che, nel 1991, una rivolta di popolo, guidata dal generale Mohamed Farah Aidid, aveva posto fine al trentennale potere assoluto di Siad Barre, grande amico di Craxi e grande protagonista del criminale traffico armi-contro rifiuti tossici allestito con l’Italia che costò la vita a Ilaria e a Miran Hrovatin. Intervistai sia Aidid, proclamato presidente, sia Ali Mahdi, un contropresidente inventato da Italia e Nato, da opporre ad Aidid che puntava a una Somalia unita e libera di vincoli capestro con l’Occidente. Il Tg3 pubblicò l’intervista con il fidato Mahdi, non quella dell’incontrollabile Aidid. A proposito, da che parte pensate io abbia trovato il presidio di Medici Senza Frontiere a Mogadiscio? Da quella del burattino dei neocolonialisti, ovvio no?.

Ci fu poi il fallito tentativo di Restore Hope, brigantesca spedizione ONU, di riprendersi la Somalia con la forza, culminato nella fuga degli Usa e dei suoi ascari, anche italiani. Aidid cadde in combattimento, una forza popolare di islamisti moderati, chiamata  Unione delle Corti Islamiche, riuscì nel 2006 a interrompere la devastazione del paese per mano di capiclan di una fazione filoccidentale e l’altra e a ricomporre nella pace l’unità della Somalia. Gli fu lanciata contro un’altra offensiva imperialista, prima utilizzando truppe etiopiche e poi una spedizione ONU, Amisom, che fece nuovamente strame del martoriato paese.

Accompagnati da continui bombardamenti Usa, truppe dei paesi vassalli, Uganda, Kenia, Ruanda, imperversano da allora, a forza di ogni sorta di violenza, contro la popolazione civile, in gran parte sostenitrice della resistenza degli eredi delle Corti Islamiche, gli Shabaab, detti parte di Al Qaida, sebbene, diversamente da questa e dall’Isis, non siano certo stati creati e finanziati da Usa e Golfo. Intanto in un albergo di Mogadiscio si pretende governo della Somalia una successione di pseudo-presidenti e pseudo- parlamenti nominati a Gibuti da Washington, Parigi e Londra. Ultimo questo Formajo. Tutti del tutto incapaci di evitare che gran parte del paese resti sotto controllo o esposto alle operazioni, anche contro i nemici della Somalia a casa loro, dei “terroristi” Shabaab.

Al Shabaab

Dimmi con chi vai…

E’ evidente il segno che si può dare alla disponibilità dell’Asmara di stringere amicizia e accordi vari con una simile entità. Come altrettanto drammaticamente evidente è il significato di una scelta come quella che, aperti i porti eritrei al lungamente agognato accesso al mare dell’Etiopia, ha concesso agli Emirati Arabi Uniti una base militare nella città portuale dancala di Assab, di fronte allo Yemen. Base che, come riferiscono fonti ormai non più smentibili, da chi sta compiendo genocidi in Yemen, insieme ai sauditi e sotto madrinaggio Usa e Nato, viene utilizzata per gli attacchi navali e aerei contro l’opposta riva del Mar Rosso, dove 22 milioni di civili, donne, bambini sono esposti a un blocco alimentare e di farmaci di una ferocia senza precedenti nella storia delle cosiddette democrazie. La vergogna di tale sudditanza agli interessi imperialistici di satrapi del Golfo e bellicisti occidentali è esaltata dal ricordo che fu lo Yemen a sostenere la lotta di liberazione eritrea e ad accoglierne combattenti e profughi civili in fuga dalla repressione etiopica.

 

Yemen

Resta qualche spiraglio di incertezza nell’interpretazione da dare alla pacificazione tra la piccola Eritrea e il gigante etiope. Nessuno spiraglio, invece, per quanto riguarda il sostegno ai necrofori di un genocidio. Il che, beninteso, nulla toglie al carattere razzista e colonialista di coloro che infamano l’Eritrea per ragioni false.

Ma adesso che l’Eritrea promette di entrare nel giro dei nostri amici e alleati, come la mettiamo con “gli orrori della dittatura”, cari “manifesto”, “Nigrizia”, “L’Avvenire”, Ong e umanitari vari? Niente più asilo politico automatico? Tutti clandestini?

https://www.youtube.com/watch?v=PUupPymm-Y8&feature=youtu.be (documentario sulla guerra allo Yemen)

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:06

RISPOSTA A MASSIMO FINI DE “IL FATTO QUOTIDIANO” A PROPOSITO DI AL SISI, ISIS E REGENI

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/09/risposta-massimo-fini-de-il-fatto.html

MONDOCANE

SABATO 1 SETTEMBRE 2018

(Una versione ridotta è stata inviata a lettere@ilfattoquotidiano.it)

Caro Massimo Fini,

da un giornalista esperto e libero come Lei mi sarei aspettato una maggiore circospezione nei giudizi su Al Sisi, Fratelli Musulmani e Regeni e una minore adesione alla vulgata propagandistica del colonialismo occidentale (Il “Fatto Quotidiano, “Il cielo poco stellato dei 5 Stelle tra Al Sisi e la guerra afghana“, 1 settembre 2018).

Non dovrebbe esserle sfuggito che i FM, creatura partorita dagli inglesi nel 1924 contro il nascente risveglio panarabo, sono da sempre al servizio del recupero del controllo anglosassone sul mondo arabo, che Morsi, eletto appena dal 17% dei cittadini,  è stato cacciato da una rivolta popolare di cui si sono fatti carico i militari, ma sostenuta da 20 milioni di firme, tra l’altro per la sua repressione sanguinosa dei copti e delle lotte operaie, per il suo integralismo religioso con l’imposizione della Sharìa a una nazione storicamente laica e per la sua fornitura di volontari al jihadismo anti-siriano. 

Se in Egitto vige un forte controllo sulla popolazione, non certo nei termini da Lei acriticamente sussunti dalla disinformazione occidentale (tenga presente le grottesche – e poi smentite – bufale di organi del Dipartimento di Stato come Amnesty o HRW su Iraq, Libia, Siria), dovrebbe anche dirsi che il paese è sottoposto a una feroce guerra terroristica dell’Isis che non distingue tra civili, poliziotti, soldati e alti funzionari dello Stato e che è il braccio armato dei FM. 

Dal sua articolo esplode una contraddizione sbalorditiva. L’Isis le va bene se massacra egiziani per conto dei suoi mandanti occidentali e del Golfo, e le va male quando sabota il sacrosanto sforzo di liberazione dei Taliban da questi stessi mandanti. 

Quanto a Regeni, ne andrei a vedere il curriculum, tutto segnato dalla formazione di quadri dell’Intelligence negli Usa, da collaborazione con gli spioni John Negroponte (Squadroni della Morte in Centroamerica e Iraq) e McColl (MI6) in “Oxford Analytica”, probabilmente soppresso dai suoi stessi datori di lavoro una volta bruciato dal video in cui offriva 10.000 dollari al sindacalista purchè gli fornisse un “progetto”, ovviamente eversivo. Bruciato ma ancora da utilizzare da morto.

Non le provoca il minimo sospetto la circostanza che venisse tolto di mezzo nel momento in cui Roma e il Cairo concludevano grandi affari petroliferi a spese di altre potenze occidentali e serviva un cadavere tra i piedi di Al Sisi?  

Affermare poi che i servizi segreti egiziani, eredi di Nasser e Mubaraq, temuti in tutto il Medioriente, non siano capaci di far sparire un cadavere torturato,”come fa bene la mafia”, fa davvero torto alla sua rispettabile storia professionale. Il cadavere di Regeni, con terrificanti segni di tortura, andava trovato, visto, mostrato al mondo e utilizzato per togliere dalla scena politica e petrolifera egiziana un concorrente robusto come l’Italia dell’ENI. 

Oltrechè per additare alla riprovazione universale un governante laico, sostenitore del generale Haftar in Libia, esponente dell’unico parlamento e governo eletti dai libici, e dalle intollerabili aperture verso la Russia di Putin.

Con stima,

Fulvio Grimaldi

Giornalista, inviato di guerra, già BBC, RAI-TG3 e di molte testate italiane e internazionali.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:07