COLONIALISMO: BERLINO 1885- BERLINO 2020 —– E’ IL TURNO DELLA LIBIA —– LA SOLITA MANINA MISTERIOSA NELLA CADUTA DELL’AEREO A TEHRAN

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MONDOCANE

GIOVEDÌ 16 GENNAIO 2020

 

Bombe inesplose tra Tehran e Tripoli

Le notizie-bomba che vi nascondono sono: 1) Un cyberattacco USA che con ogni probabilità, secondo il NYT, nella notte dell’8 gennaio ha abbattuto il Boeing 737-800 ucraino sopra Tehran, con i suoi 176 passeggeri ed equipaggio e che forse darà il via alla battaglia finale tra patrioti e vendipatria iraniani;  2) Il generale Soleimani, che aveva lo status diplomatico, era in missione di pace con piena consapevolezza USA. Era stato invitato a Baghdad dal premier iracheno Abdul Mahdi per mediare nella contesa tra Iraq e Arabia Saudita. Gli americani ne erano al corrente e ne hanno approfittato per allestire la trappola e ucciderlo. 3) il regime fantoccio dei Fratelli musulmani a Tripoli, difeso dagli stessi tagliagole Isis e Al Qaida che, per conto Usa-Nato-Turchia, hanno imperversato in Siria, Iraq, Nigeria e a cui corrono in soccorso gli sponsor neocolonialisti che pretendevano di combatterli. Allora servivano a frantumare Siria e Iraq, oggi li si impiega per spartirsi la Libia, come si progetta dai convenuti a Berlino.

Si abbattono torri, si abbattono aerei….
La prova degli occultamenti relativi all’abbattimento dell’aereo sopra Tehran nella notte della risposta iraniana all’assassinio del generale Qassem Soleimani, viene pubblicata nientemeno che dal New York Times, standard aureo del giornalismo imperiale e guerrafondaio. Pur di vantarsi di un crimine riuscito, a volte i suoi apologeti si scordano della riservatezza. Di Libia e degli irresponsabili e fieri sguatteri Nato, Conte, Di Maio e Guerini, che cianciano di interventi più o meno armati, più o meno nazionali o internazionali, parliamo dopo.

Ho partecipato a una conferenza in video su Iran e Libia dell’ottima web-tv “Byoblu” dell’amico Claudio Messora (mercoledì 15 gennaio, ore 18). Oltre a me c’erano un competente ex-capo di Stato Maggiore e due propalatori di versioni Nato degli avvenimenti nel mondo. Doveroso negare qualsiasi attenzione alle panzane atlanticistico-sioniste che sparavano in faccia agli spettatori. Per riassumerle ne bastano due. Nella prima si diceva che l’aereo ucraino era stato abbattuto dai Guardiani della Rivoluzione perché, con ogni probabilità, vi si trovava a bordo un qualche personaggio poco gradito al regime. Per cui valeva la pena ammazzare 176 persone di cui 90 concittadini. La seconda, ancora meglio, supponeva che il missile fosse partito dal ditino di un ragazzetto inesperto dei Pasdaran. E’ la stampa, baby. E solo disponendo di un audience di gente in coma neanche tanto vigile, può sfidare il ridicolo a tal punto. Non credo sia il caso del pubblico di Byoblu, per fortuna.

Ma la stampa è anche, ahinoi, il “New York Times”, standard aureo del giornalismo che si finge di sinistra, sta con il Partito Democratico, col Pentagono, con i ben 16 servizi di Intelligence Usa e immancabilmente con tutto ciò che queste nobili forze di pace e diritti umani producono. Quello che, nella foga di uno scoop, oppure nella tracotanza di chi sa se stesso e i suoi referenti impuniti, parrebbe uno scivolone del quotidiano a direzione talmudica, al mondo stupefatto dovrebbe apparire come un’ammissione agghiacciante. Riassumo.

Miracolo: beccare con la fionda una mosca in cima alla Torre di Pisa….

Un cronista investigativo e video-esperto del NYT, Christian Triebert, ottiene da un dissidente iraniano, Nariman Gharib, molto popolare da quelle parti per il suo ruolo di fustigatore delle malefatte del regime degli Ayatollah, un video di 19 secondi girato da un anonimo video-maker a Tehran. E lo pubblica sul NYT. Triebert e Gharib sono anche collaboratori del sito “Bellingcat”, definitosi di giornalismo investigativo e, con ogni evidenza, megafono dei seminatori di sesquipedali balle antirusse. Non per nulla viene ospitato anche dal “Fatto Quotidiano”. Che cosa c’è nel video?

L’esatto momento in cui un missile e poi un altro colpiscono e fanno esplodere il Boeing ucraino uccidendo 179 persone, di cui 90 giovani iraniani, perlopiù in viaggio di studio. Ebbene? I cellulari oramai sono miliardi e i videomaker pronti per qualsiasi evenienza, pochi di meno. Tutto normale? Anche che l’anonimo videomaker si trovasse alla periferia di Tehran, in una zona industriale derelitta, poco prima dell’alba, con tanto di telecamera professionale, puntata sul punto del cielo notturno dove sarebbe passato l’aereo e dove lo avrebbe colpito il missile. Prendere quel punto in quell’istante era come da terra beccare una mosca in cima alla Torre di Pisa. Culo? O precognizione?

…. o con la camera un puntino che esplode nel cielo buio della notte

Le compagnie aeree avevano sospeso in quelle ore i decolli e gli atterraggi a Tehran, Poche ore prima, missili iraniani avevano disfatto due basi USA in Iraq. L’unico aereo decollato in pieno marasma notturno era il Boeing della Ucraina Airlines. Chi si è messo di notte a puntare un punto preciso nel buio, sapeva. Chi ha fatto decollare 176 sicure vittime, sapeva? Di certo sapevano i comandi militari USA in Iraq che, poche ore prima, sarebbero arrivati su quelle basi oltre 20 missili iraniani. Li aveva avvertiti il governo iracheno che, a sua volta, era stato avvisato da Tehran. Tanto che i militari USA e della Coalizione, compresi i nostri professionisti, ebbero modo di mettersi al sicuro. E qualcosa sapevano anche i numerosi aerei statunitensi che ronzavano attorno ai confini aerei dell’Iran nei momenti precisi dell’abbattimento dell’aereo.

Guerra cibernetica: non è la prima volta

In Iran si ricordano i casi del tutto analoghi dell’Il-20 russo abbattuto nel 2018 dalla contraerea siriana mentre pensava di colpire un caccia israeliano che si nascondeva dietro a quello russo e quello del MH-17 malese colpito nel 2014 sopra il Donbass da un missile Thor russo (in dotazione agli ucraini dal tempo dell’URSS). E si parla di guerra elettronica e di attacco cibernetico. Che gli Usa abbiano sviluppato la tecnologia dei cyber-attacchi di questo tipo è noto e ammesso. Che con tale tecnologia si possa interferire nei radar altrui, facendo apparire minacce volanti e che i comandi degli aerei possono essere controllati dall’esterno è altrettanto noto e assodato. Che l’operatore notturno di Tehran, puntando la sua camera su un punto nero nel cielo in quel momento sapesse cosa stava per avvenire è ancora più assodato. Qualcuno dei nostri eroi dell’informazione libera e democratica vi ha sottoposto almeno qualche dubbio su quanto avvenuto nella notte di Tehran, dopo che il segretario di Stato Pompeo e il ministro della Guerra Esper avevano fregato Trump imponendogli di attribuirsi l’assassinio di Soleimani e l’Iran aveva risposto devastando due basi USA?

Ahmadinejad e Rouhani

Gli schieramenti che si confrontano in Iran. Quelle vere e quelle viste in Occidente

Non meno interessante, ma riguarda l’Iran, è quanto succede dopo la tragedia. I comandi militari e quelli dei Guardiani della Rivoluzione si sono riservati un comunicato definitivo. Il presidente Rouhani e il ministro degli Esteri Zarif hanno invece subito condiviso la versione accreditata in Occidente, del missile iraniano che ha preso l’aereo per errore della contraerea. E sollecitano i militari a chiedere scusa. Ne hanno preso spunto le Sardine sorosiane di Tehran per rimettersi in piazza contro il “regime” e per far calare l’ombra mediatica sui sette milioni che avevano seguito la bara di Qassem Soleimani nella sola capitale.

I “bravi analisti”, gli stessi che il taumaturgo Trump fa tutto lui e ignavi segretari di Stato e Consiglieri della Sicurezza neocon gli vanno dietro come pecorelle, vedono in Iran l’eterna divisione tra “ultraconservatori” (alla Khamenei e Ahmadinejad) e “moderati o progressisti” (tipo Khatami, Rouhani, Zarif). Curiosamente, sotto Ahmadinejad, oltre al riscatto delle classi lavoratrici e dei poveri, c’è stato anche il più forte allentamento delle prescrizioni islamiche, tipo sull’abbigliamento delle donne, mentre, con i “moderati”, si è tornati alle restrizioni clericali.

Per una contrapposizione meno banale, consentitami anche dalla conoscenza diretta dell’Iran, del suo popolo e delle sue istituzioni, va chiarito che in Iran c’è la classica e immancabile divisione di classe. Da un lato chi esprime la volontà e i bisogni delle classi popolari, le più colpite dalle criminali sanzioni, e chi quelli dell’alta borghesia e dei grossi bazari ansiosi di scambi a largo raggio e a qualsiasi costo politico. I primi, i presunti ultraconservatori, costituiscono la base elettorale di presidenti laici come Ahmadinejad, di segno sociale e patriottico e dunque antimperialista. I quartieri alti producono dirigenti come Khatami, Rouhani, o il famigerato speculatore Rafsanjani, detto “lo Squalo”, tutti pronti alla mediazione, al compromesso, ansiosi di neoliberismo. Sono gli autori del tafazziano accordo sul nucleare voluto dall’astuto Obama per bloccare, con l’annullamento del nucleare civile, peraltro legalissimo, l’intero sviluppo industriale e sociale dell’Iran,  come era stato promosso dal laico Ahmadinejad. Tra questi due schieramenti si gioca il destino del grande paese, della sua resistenza, come del Vicino e Medio Oriente.

Da una Berlino all’altra: corsi e ricorsi coloniali

A Berlino, tra il 1984 e il 1885, le restaurate monarchie d’Europa riunirono, sotto il cancelliere Otto von Bismarck, i portatori dei loro interessi vetero-feudali e neo-capitalisti per muoversi a un nuovo assalto al Sud del mondo, Africa nello specifico, e spartirsi territori, risorse e vie strategiche. Che la conferenza sulla Libia veda coinvolti gli stessi predatori di allora, associati al nuovo protagonista imperialista USA e a Stati di contorno, è il segno della tracotanza impunita con cui, sotto la maschera benevola dei diritti umani, come allora sotto quella della civiltà e del progresso, le potenze dell’Occidente si apprestano a nuove aggressioni, devastazioni, genocidi, rapine a mano armata, liberista, missionaria e ONG. Oggi come ieri, nel segno e con la benedizione della Croce.

Tutto procedeva da anni nel tran-tran di chi deplorava l’attacco e la distruzione della pacifica e prospera Libia unita, da esso stesso commessi; per poi approfittare del controllo dei Fratelli musulmani di Al Serraj su segmenti del tripolitano con il suo business dei migranti. Business sia promosso (dalle Ong e referenti politici globalizzanti), sia avversato (dai cercatori di elettori spaventati). Ci si adattava alla spartizione nei fatti della Libia; si calcolavano la porzioni di idrocarburi da spartire e si contava sul caos libico perché la ricolonizzazione del Sahel da parte di Francia e compari non fosse disturbata da un ritorno a una Libia forte e autonoma. Tutto questo, sotto copertura di un governo riconosciuto dalla “comunità internazionale” (un sesto dell’umanità) e dall’ONU, era la ricaduta benefica di un graditissimo colpo di Stato islamista dei jihadisti misuratini, che aveva costretto l’ultimo parlamento e governo legittimi, eletti democraticamente, a rifugiarsi a Tobruq. Governo di cui il generale Khalifa Haftar, comandante del Esercito Nazionale Libico (ENL), e il legittimo ministro degli Esteri.

Guai se non ci fossero i cari fratellini musulmani

I Fratelli Musulmani, come s’è visto in molte occasioni, recentemente col presidente Morsi in Egitto, cacciato da una rivoluzione di popolo che poi si sono intestati i militari, sono, da quando furono inventati dai britannici negli anni ’20, la Quinta Colonna del colonialismo occidentale nel mondo arabo, prima europeo, poi Usa-Nato. Quando un movimento civile e militare, diretto da Tobruk, è riuscito a ottenere il consenso della maggioranza delle tribù, compresa quella di Gheddafi e il controllo sull’80% del territorio nazionale e stava per realizzare la liberazione di Tripoli, ecco che tutti si sono svegliati di soprassalto. E’ partita,  prima piano, poi con accelerazione frenetica, la girandola degli incontri diplomatici (con Conte e Di Maio che ridicolmente si rincorrevano di capitale in capitale), delle conferenze di mediazione, dei soccorsi al fidato burattino Fayez al Serraj  che, guarda il caso, è di origine etnica turca. A Erdogan questo è bastato per rivendicare a sé la “provincia ex-ottomana”, spostarvi da Idlib migliaia di scuoiatori e stupratori jihadisti di Isis e Al Qaida e concordare con il socio di minoranza turco-libico il possesso delle acque tra Turchia e Libia e degli idrocarburi ivi contenuti (con tanti saluti, oltrechè a Grecia e Cipro, a Greta e al Green New Deal).

C’è da ghignare sul fatto che per molti che avevano dato del macellaio a Erdogan per la cacciata dei curdi dai territori siriani,da questi invasi e occupati con l’aiuto Usa, ora lo vedono di buon occhio, perché promette di bloccare, magari far fuori, il generale amico di Al Sisis, “dittatore egiziano e assassino di Regeni”. Per altri, la venuta dei turchi è benvenuta nella misura in cui il sultano non se ne approfitti troppo e lasci ad altri porzioni del bottino petrolifero, idrico e geopolitico. Il congresso di Berlino, di cui l’assonanza con quello del 1885 è chiaramente voluta, è a questo che punta.

Il cattivo anticurdo diventa il buono anti-Haftar
Tanto più che a Mosca, Putin, lo “Zar” – che ha appena avviato una riforma costituzionale mirata a democratizzare l’assetto istituzionale con un premier eletto dalla Duma e non più nominato dal presidente (riforma ovviamente letta in Occidente, “manifesto” & Co, come ulteriore spinta dello “Zar” all’autocrazia) – ha sparigliato facendo sottoscrivere una tregua a Erdogan e al pesantemente pressato Serraj. Ma non a Haftar, che ha considerato la proposta irriguardosa e offensiva nei riguardi del popolo libico e del suo parlamento. E non a torto. Le tregue che, dagli incontri di Astana in qua, Mosca ha concordato con il neo-ottomano, dalle aree di de-escalation in Siria, al governatorato di Idlib zeppo di tagliatori di gola da cento paesi, fino a questa, sono tutte servite e serviranno, anche contro le intenzioni russe, a far riprendere fiato ai jihadisti in difficoltà e a farli rifornire di armi e uomini. Né dei tagliagole, né dei loro protettori (USA, Nato e Turchia) c’è mai stato da fidarsi. Ne ce ne sarà in Libia. La buona figura mediatrice e pacificatrice che Putin ha tutti i tioli per rivendicare rispetto alla psicopatologia bellica degli USA e dei loro ascari, a volte comporta un prezzo troppo alto. Lo sanno i siriani quando guardano a Idlib, alla cosiddetta “fascia di sicurezza” presa dai turchi, o alla regione del Nord Est sotto occupazione USA.

Lasciateci almeno i migranti e un po’ di petrolio

Libici trucidati dai soldati di Graziani

Gli italianuzzi senza arte né parte, ma con un solido e sanguinario passato coloniale in Libia, si danno un gran e inutile da fare. Con Haftar potrebbe rinascere una Libia unita e indipendente. Se avessimo avuto l’intelligenza di stare con colui che ha ragione e non con i fantoccio Isis di Tripoli e i cacciatori di neri di Misurata, l’ENI avrebbe avuto la migliore delle chance rispetto ai concorrenti (ENI, che fa la vera politica estera italiana, scevra dai servilismi partitici e perciò viene demonizzata dagli atlantistico-sionisti alla Travaglio e Stefano Feltri-Bilderberg).

Ma Haftar rischia anche di far seccare una fonte vitale di reddito, prestigio e propaganda di quella lobby plurilaterale che prospera sullo svuotamento dell’Africa da depredare e dei nuovi schiavi con cui esaltare la fetta padronale del mercato del lavoro. Se prende Misurata e Tripoli, ha promesso di farla finita con la detenzione e il traffico di esseri umani che costituiscono il profitto e l’arma di ricatto dei Fratelli musulmani e delle loro milizie armate “governate”, si fa per dire, da Serraj. Che ne sarà delle Ong di Soros e Merkel, delle speronatrici di navi militari italiane, delle cooperative, della Caritas, degli Angelus di Bergoglio, degli argomenti di Salvini, del profumo d’incenso attorno ai buonisti della maggioranza?

 Haftar e Said al Islam, figlio di Muammar Gheddafi

Di Maio e Conte farneticano di caschi blù europei (che non esistono) da mettere a guardia del bidone e salvare Serraj. Un mini-Pompeo italiota che fa il ministro della Difesa vorrebbe che quel dicastero fosse dell’Offesa e pretende, insieme ai suoi generaloni, una “rimodulazione del nostro impegno militare in Libia”. Oltre ai 400 militari scandalosamente mescolati tra i bruti di Misurata. Hanno il coraggio di parlare di “Forza di interposizione”, che non significa altro che la sciagurata spartizione della Libia tra Cirenaica e Tripolitania. Colonialisti d’accatto. Qui, dopo i 600mila libici massacrati da Graziani e il paese distrutto con il concorso dei bombardieri di Giorgio Napolitano, noi non abbiamo che “una parola d’ordine, categorica e imperativa per tutti”: starsene fuori dalle gonadi. Aì vari occidentali, colpevoli delle peggiori tragedie inflitte all’umanità nel Sud del mondo non spetta parola in capitolo. La Libia ai libici e la soluzione non può che essere militare, come lo è stata in Siria, Iraq, Vietnam. Giù le mani dal Sud del mondo. La “soluzione politica”, ai tempi delle lotte di liberazione, è sempre e solo una fregatura. Non si può che stare con Haftar. Anche perché, se quelli di Serraj incarcerano e impiccano i gheddafiani, lui li ha riabilitati e accolti.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:08

 

UN’OCCHIO PULITO SULLA PIAZZA DI SANTIAGO ———— IL FALSO DALL’IRAN, IL VERO DAL CILE

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MONDOCANE

LUNEDÌ 13 GENNAIO 2020

Questo che segue, dopo una mia premessa, è il capitolo cileno, a Santiago in lotta, del diario di viaggio di un mio giovanissimo amico, Tommaso Cherubini, con le sue belle e significative fotografie. Il suo è un viaggio per l’America Latina, con zaino, sacco a pelo e in autostop, di esplorazione e formazione.

I falsari dell’informazione ci stanno saturando con le immagini di proteste popolari in paesi accuratamente selezionati. Di altre manifestazioni e di repressioni ben più feroci si sforzano di non farci sapere nulla. Sono documenti come quello che vi propongo che ci fanno avere bagliori di verità e che riducono alla vergogna e al ridicolo le manipolazioni ormai ontologiche e generalizzate, a sinistra-destra come a destra-destra.

Così veniamo inondati da cronache stampate e televisive che ci dovrebbero entusiasmare sulla “rivolta dei giovani iraniani” contro il loro governo. Prima, perché erano stati decisi prezzi appena più alti sui carburanti (10 centesimi al litro) per poter convogliare questo aumento alle fasce più colpite e impoverite dalle sanzioni genocide che, da Obama a Trump e dai loro rispettivi referenti, colpiscono una nazione che rifiuta di inchinarsi ai presunti padroni del mondo. E, successivamente, in protesta contro l’abbattimento dell’aereo delle aviolinee ucraine e le sue 170 vittime  a causa dell’errore dell’antiaerea iraniana. Non “ammesso con colpevole ritardo”, come infieriscono i media, ma dopo due giorni, con l’inchiesta neanche terminata. Vorremmo altrettanta onestà da parte di chi bombarda Siria e Iraq e nasconde la mano. Oppure da chi ha abbattuto il DC-9 dell’Itavia su Ustica e da chi sa tutto. O da chi ha fatto ammazzare Ilaria Alpi e Miran Hovratin a Mogadiscio. O da chi ha ordinato e supervisionato tutte le stragi di Stato da noi. O alle Torri Gemelle…………

Nessuno rileva che queste dimostrazioni, al pari di quelle di Hong Kong, Algeria, Libano, Iraq, tutte fomentate ai fini del “regime change” perseguito dall’Occidente nei confronti di governi disobbedienti, si rapportano a quelle di milioni in tutti i paesi arabi e islamici, ma anche latinoamericani, contro l’assassinio del generale Qassem Soleimani, come un roveto è paragonabile a una foresta. Soleimani, vincitore della guerra contro il terrorismo Isis e Al Qaida in Iraq e in Siria, era in missione di pace a Baghdad per negoziare la distensione tra Iraq e l’ostile Arabia Saudita, creatrice e foraggiatrice, insieme agli Usa e Israele, di questo mercenariato jihadista (oggi, peraltro, attivo in Libia su mandato dell’altro sponsor del jihadismo, Erdogan, e impegnato, con il beneplacito di potenze e gregari, a fermare la liberazione in atto di quel paese dai Fratelli musulmani e loro milizie Isis).

L’assassinio di Soleimani, a cui oggi plaudono sia l’ISIS che Israele, costituisce una criminale violazione del diritto internazionale, delle convenzioni di Ginevra e della sovranità di due paesi, Iraq e Iran. Immaginate cosa sarebbe potuto succedere se qualche paese aggredito da sanzioni, eserciti, o mercenari Usa-Nato, avesse ucciso con un drone il Segretario di Stato Pompeo, superfalco e vero protagonista dell’estremismo Usa, o l’influentissimo politico e parlamentare statunitense John McCain (defunto nel suo letto), massimo guerrafondaio americano, compare di tutti i capi della sovversione terroristica, da Al Baghdadi, con cui si fece fotografare in amichevole colloquio, ai golpisti di Kiev. Coloro che ora sono rispuntati nelle piazze di Baghdad, Beirut, Tehran, avevano inneggiato all’uccisione di Soleimani. Veri patrioti.

C’è da aggiungere, a prova del tasso di deontologia dei nostri media, che si sorvola con grazia leggera sulle repressioni in Cile e Bolivia, di netta natura pinochettiana, che vanno avanti da mesi e hanno prodotto centinaia di morti, tra l’un paese e l’altro, e migliaia di arresti, con l’immancabile corollario della tortura. Mentre viene trasformata in inaudita violenza contro inermi l’incredibile moderazione delle forze di polizia di Hong Kong davanti ad autentiche brigate di squadristi, uniformate e armate, che tutto devastano, invadono il parlamento, distruggono la metropolitana, danno fuoco a chi ne prende le distanze, sventolano le bandiere del colonialismo e dell’imperialismo, britannica e statunitense.

Il documento che ci fa avere Tommaso sul Cile di un pinochettismo mai morto, ma anche di un popolo mai domo, rende giustizia alla verità. Non ci arriva dagli schermi e dalle pagine che si fanno passare per fonti di informazione. Sono occhi che hanno visto, cuore che ha sentito, mente che ha capito. Ci arriva via rete. Quella rete che tutti i corruttori di un giornalismo che, per me, dovrebbe essere la più utile e bella professione del mondo, denunciano come la massima fonte di fake news. Freud parlerebbe di transfert.

Tommaso mi perdonerà se taglio la breve parte storica, ben nota ai miei interlocutori

E questi sono due link che ristabiliscono la verità sui bombardamenti iraniani sulle due basi Usa in Iraq. Il primo è la cronaca dell’inviata della CNN che mostra la distruzione causata (e negata) alla base di Ain el Asad, con uno dei dieci crateri prodotti dalla dozzina di missili. L’altro è un’ulteriore illustrazione dei danni a quella base. Se ne può trarre la conclusione che, seppure non sarebbero state causate vittime, l’intento della ritorsione all’assassinio di Soleimani , come si sa preavvisata al governo iracheno, non era una strage, ma la dimostrazione di quanto l’Iran potrà infliggere a qualunque aggressore. Risposta civile alla barbarie.

https://youtu.be/xXl6wEcRYOg Base Usa a Ain el Asad distrutta, cratere di uno dei 10 missili arrivati (CNN)

https://youtu.be/AR2-LHXUXNg  danni alla base di Ain el Asad

 Tommaso Cherubini da Santiago

Una città in protesta, un popolo stanco che rivendica i propri diritti

Sono finalmente a Santiago de Chile.

Al contrario degli altri luoghi finora visitati, questo mi attira per tutt’altri motivi. Non per la natura e le emozioni dei paesaggi, ma per la situazione storica che sta vivendo questo paese, raccolta e rappresentata dalla capitale.

Prima di iniziare questa pagina di diario, vorrei precisare che quello che scrivo e scriverò è frutto di ciò che ho vissuto e mi è stato raccontato.  Non voglio offendere nessuno né considerarmi l’unico possessore della verità assoluta, solo raccontare la mia esperienza.

L’inizio delle proteste si ha il 14 Ottobre 2019, in seguito all’aumento del costo del biglietto della metro. Come mi viene spiegato, però, questo è da considerarsi solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, infatti le motivazioni sono molteplici: carovita, corruzione, disuguaglianze, legge sull’aborto e molti altri.

Ma tutto ha inizio, quindi, dalle stazioni della metro e dagli studenti universitari che iniziarono a non pagare il biglietto.

Il 18 settembre, vedendo la situazione peggiorare, con continue occupazioni e danneggiamenti delle stazioni metro, il presidente Piñera decide di dichiarare lo stato di emergenza, spiegando le forze militari. Quel giorno, per la prima volta dalla dittatura Pinochet, viene attuata una repressione militare, con coprifuoco e limitazione della libertà.

Le proteste sono tutt’ora in atto, da più di 80 giorni.

Il 22 Novembre, il presidente ha affermato che “Il Cile è in guerra”.

Io, nel mio piccolo, dall’Italia avevo avuto notizie solo attraverso i media e la situazione sembrava critica in tutto il Cile. Parlando, però, con i miei amici cileni, ero stato rassicurato e mi era stato consigliato di non dare retta ai notiziari, in quanto controllati dal governo. Così ho deciso di andare a vedere con i miei occhi, non volevo farmi sfuggire questa opportunità.

Il giorno del mio arrivo mi imbatto subito nella prima protesta, mentre mi dirigo alla fermata della metro per andare in centro. C’è una strada ad alta velocità che attraversa la città, a pagamento, il cui pedaggio continua ad essere aumentato di anno in anno. Passando al fianco di essa, mi accorgo di un accumulo di persone, fuori dal recinto che la delimita, ma tutte rivolte all’interno. Avvicinandomi mi accorgo che lungo la pista è pieno di macchine e camion che la percorrono a velocità molto bassa, suonando il clacson.

È in corso una manifestazione di protesta contro il caro prezzi, i veicoli vengono condotti a bassa velocità per creare traffico ed intoppi.  L’assembramento di persone al lato della strada è all’altezza di un posto di blocco dei carabinieri.

Mi unisco alla folla e subito mi salta all’occhio che i carabinieri, indossando abbigliamento color militare e giubbotti antiproiettile, hanno in mano armi più grandi di quelle che mi aspettavo e si muovono con veicoli blindati davvero enormi. Fermano ogni auto, fanno scendere il conducente e i passeggeri, li perquisiscono, il tutto mentre la folla gli urla contro di non toccarli e di rispettare i loro diritti. C’è anche una giornalista col suo cameraman che riprende tutto, all’interno di quella che sembra un’autostrada.

Davanti ai miei occhi increduli, una ragazza che conduceva una delle macchine a bassa velocità, viene caricata su una delle camionette blindate e portata via. Così. Chiedo spiegazioni ad un ragazzo tra la folla e lui mi spiega le motivazioni di tale protesta. Il pedaggio di questa strada è stato aumentato per l’ennesima volta quest’anno, per coprire i costi di investimento iniziali e la manutenzione. Secondo i manifestanti, però, l’investimento è già stato coperto da anni e la manutenzione è solo una piccolissima percentuale rispetto al guadagno dello stato sulle spalle dei cittadini.

Mi fa subito impressione la quantità spropositata di carabinieri rispetto ai protestanti. Ci sono almeno 5  per ogni manifestante, si muovono a gruppi, con scudi, elmetti, manganelli ed armi.

Resto un po’, per fare qualche foto e video, poi me ne vado verso il centro.

Come primo giorno non c’è male.

L’indomani esco per fare un giro nel centro di Santiago. Piazza Italia è il punto nevralgico della protesta cilena, la fermata metro Baquedano, al centro di essa, è fuori servizio dai primi giorni di tensione. Scendo quindi alla precedente e mi avvio a piedi, le proteste iniziano ogni giorno verso le 17, quindi sono tranquillo essendo più o meno le 12.

Avvicinandosi alla piazza si notano i cambiamenti, gli edifici iniziano ad essere pitturati e pieni di murales, i pavimenti distrutti, i negozi chiusi con lastre di metallo o cemento, la quantità di carabineros che aumenta a dismisura. Arrivato, ho subito la sensazione di trovarmi in un luogo dove è successo, e sta succedendo, qualcosa di storico. L’aria è tesa, come piena di energia per le proteste del giorno prima e pronta per quelle in arrivo. La statua al centro è completamente vandalizzata, i semafori distrutti, i negozi e gli edifici pieni di scritte e murales contro il governo e i “pacos”, come vengono chiamati carabinieri.

Dà i brividi. Carabineros in tenuta antisommossa, armati di scudo, casco ed armi. Impassibili alla gente comune che passeggiando o andando a lavoro gli urla “asesinos”.

Allontanandomi mi imbatto nella seconda manifestazione, un gruppo di una 60ina di persone in mezzo alla strada con dei cartoni raffiguranti degli occhi. Mi avvicino e noto che, come sempre, sono circondati da carabinieri. Ma la manifestazione è tranquilla, un microfono passa di mano in mano permettendo alle persone di esprimere la loro rabbia. Si parla di mancanza di diritti, di necessità di sanità gratuita, di corruzione, della violenta repressione delle proteste. Di come non sia possibile festeggiare il Natale vista la situazione in cui verte il Cile.

I cartelli stanno a significare che è necessario aprire gli occhi, rendersi conto del problema e non far finta di nulla.

Quello che mi ha colpito, oggi, è la varietà di persone presenti alla manifestazione. Dall’adolescente, al signore di mezza età, alla vecchietta che mi ha rapito il cuore. Tutti in piedi, in piazza, intenti a far sentire la propria voce e ad unirsi facendosi forza l’uno con l’altro.  Gente incazzata, gente in lacrime, gente orgogliosa e convinta di quello che sta facendo.

Vengo informato che il venerdì seguente, 20 dicembre 2019, ci sarebbe stata l’ultima grande manifestazione prima delle vacanze natalizie.

Il giorno stesso mi dirigo lì verso le 18, la fermata di piazza Italia, come già detto, è fuori servizio, quindi scendo a quella prima: San Salvador. Esco dalla stazione ed è già manifestazione. Centinaia di persone tutte intorno a me, con bandane a coprire naso e bocca o maschere da snowboard. Tamburi, trombe, canti e balli.  Tutti in strada, diretti a Piazza Italia, incitando chi ancora sul marciapiede ad avvicinarsi. L’atmosfera è allo stesso tempo gioiosa ed incazzata. Gioiosa per me, perché si percepisce quanto la gente faccia tutto ciò col cuore, perché ama il proprio paese e preferisce questo ad abbandonarlo. Incazzata perché questo paese non è disposto ad ascoltarla, ma preferisce reprimerla con la forza.

Mi aggiungo al corteo, non è il classico corteo di una manifestazione in cui sono tutti appiccicati, in questo la gente è a più di 2 metri di distanza, sparsa su tutta la strada, sviluppato molto in lungo. Percorro meno di 50 metri quando sento qualcuno urlare in lontananza, poi vedo i manifestanti correre in senso opposto al mio.

Tutto succede molto velocemente. Mi rendo conto di colpo che a 20 metri da me c’è un gruppo di un centinaio di poliziotti che corre verso di noi, scudo e manganello in mano. Mi giro e corro più veloce che posso. Sento cadere la borraccia dallo zaino.  Mi giro per dargli l’ultimo saluto, ma è già nelle mani di una ragazza che me porge, mentre continuiamo a scappare.

Sento scoppi in lontananza, poi più vicini. Poi nuvole di fumo. Volano lacrimogeni.

Non ho idea di quanto spazio o tempo io abbia corso, finché vedevo gente correre intorno a me, non mi fermavo.

Ho avuto paura. Arrivo al ponte che attraversando il fiume in secca va verso l’esterno del centro. Mi giro e la situazione sembrava più tranquilla, i manifestanti intorno a me, a quanto pare molto abituati al contesto, ricominciano come se niente fosse. Quelli in bici urlano “blocchiamo qui” e si buttano in mezzo alla strada fermando le macchine in entrambe le direzioni. I tamburi ricominciano a battere, mentre si aggiungono un gruppo di ragazze sbattendo mestoli contro pentole. Poi dei ragazzi suonano dei grossi sassi contro i pali della luce.

Ho la pelle d’oca da un’ora. Tutto ciò mi emoziona. Mi sento fortunato a poter vivere tutto questo, nonostante sia nel mezzo di una guerrilla. Sono commosso sotto la bandana e gli occhiali da sole.

 I carabinieri di fanno indietro, io cerco di avvicinarmi di nuovo a Piazza Italia, rinominata in questo periodo Plaza de la Dignidad.

Stavolta passo più vicino al fiume, dove sembra più tranquillo. Perché nonostante tutto quello che sto raccontando, la gente continua ad attraversare queste zone come se niente fosse, semplicemente per arrivare dall’altra parte. Sono a pochi metri dalla piazza più famosa del Cile. Inizia a prudermi il naso, inizio a starnutire. Poi la gola, un lieve prurito che diventa piano piano forte e costante. Poi gli occhi, non riesco a tenerli aperti. Si arrossano e pizzicano, moltissimo.

La piazza è piena di lacrimogeni e le forze armate continuano a lanciarne. Ad altezza uomo. Qualche giorno fa hanno ucciso una ragazza di 15 anni colpendola in faccia con uno di questi.

Sono costretto ad allontanarmi perché non respiro. Ci sono dei ragazzi che girano per le zone di protesta con acqua e bicarbonato in uno spruzzino, per aiutare la gente alleviandole il dolore. Ne incontro uno che mi aiuta e mi permette di tornare verso la piazza. Un prato di forze armate, sparpagliate, alcune in moto, altre a cavallo, decine di camion blindati, gruppi a piedi con scudi e manganelli. Tutti con casco e giubbetto antiproiettile.

La situazione è come quella precedente, migliaia di manifestanti sparsi per la piazza, il suono dei tamburi sovrastato da quello del lancio dei lacrimogeni. Dalle strade tutto intorno la piazza, tutti suonano nel traffico, con un ritmo che è lo stesso dei tamburi, per invitare la protesta. Non è facile né scontato muoversi in mezzo a tutto ciò. Si segue il movimento delle masse, se qualcuno scappa tu scappi, se si avvicina cerchi di avvicinarti. Se senti qualcuno urlare “arriba!” guarda in alto, è stato appena lanciato un lacrimogeno.

Resto li in mezzo, faccio foto, video, parlo con i manifestanti. Sono emozionato, eccitato, adrenalinico, ma soprattutto molto impaurito. Il dolore provocato dai lacrimogeni torna insopportabile e decido di lasciare la zona, mi è stato suggerito di andarmene presto, prima che i carabinieri ricevano l’ordine di far finire tutto e diventino ancora più violenti.

Tornando a casa ripenso a quello che ho vissuto, mi sento di nuovo molto fortunato. Si, è stato pericoloso. Ma non sarebbe stato più pericoloso vivere con il rimorso di essere stato qui, in questo momento storico così importante per questo paese, e non aver vissuto da vicino tutto ciò?

Ho deciso di andare perché spesso, da fuori, gli avvenimenti vengono distorti per vari motivi. Spesso cose come questa, che riguardano vite umane e problemi seri, si riducono a chiacchiere da bar dove ci si sente in diritto di esprimere un’opinione pressappochista della realtà. Dall’Italia ero informato solo sul vandalismo rivoluzionario del popolo cileno. Vivendolo in prima persona ho visto persone che, stanche della situazione in cui verte il proprio paese, rivendicano diritti sacrosanti pacificamente. In opposizione, il loro governo li reprime con la violenza, venendo meno anche ai diritti conquistati con la fine della dittatura.

Mi sento vicino al popolo cileno e spero che questa situazione si risolva nel migliore dei modi.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:16

LUC MICHEL ET LA JAMAHIRIYA LIBYENNE (LA VERITE SUR LE CHAOS LIBYEN II)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2020 01 12/

LM.GEOPOL - Libye II parcours LM (2020 01 12) FR (3)

* Voir la Partie I/

CONTRE LES SCENARIOS OCCIDENTAUX, LES MEDIAMENSONGES ET LES FAUX ANALYSTES : LUC MICHEL DIT SES QUATRE VERITES SUR LE CHAOS LIBYEN EN 2020 !

sur https://www.facebook.com/Pcn.luc.Michel/posts/1796470587154018

# PARTIE II-

LE PARCOURS LIBYEN DE LUC MICHEL

(RADIO MOSCOU/ LA VOIX DE LA RUSSIE)

Les noms, les faits, appuyés sur une connaissance intime du Dossier libyen : le géopoliticien lorsqu’il dresse un réquisitoire implacable contre les ennemis et les faux amis du peuple libyen et dénonce les faux analystes, sait de quoi il parle …

Voir le « parcours libyen » de Luc MICHEL :

Sa vie engagée s’est doublée d’un parcours en Afrique, une seconde vie parallèle et co-existant avec ses combats en Eurasie, avec la Jamahiriyah de Kadhafi et ses Comités Révolutionnaires (dont il a dirigé le Réseau paneuropéen à partir de 2003), puis avec PANAFRICOM et son « Néopanafricanisme » (les africains, dont il partage le combat, dans la ligne de Joe Slovo ou de Gaston Donnat, l’ont surnommé « le panafricaniste blanc »).

‘LA VOIX DE LA RUSSIE’ (RADIO MOSCOU) RÉSUMAIT CE PARCOURS LIBYEN EN 2014 :

« Nous nous entretenons aujourd’hui sur ce vaste sujet avec Luc MICHEL, grand spécialiste de la géopolitique et notamment de la Libye (on lui doit notamment une GEOPOLITIQUE DE LA JAMAHIRYA LIBYENNE).

Organisateur et homme d’action, il est aussi le créateur dans toute l’Europe dès la mi-février 2011 des Comités ELAC / Euro-Libyan Action Committees et en juin 2011 de leur pendant africain, les Comités ALAC / Afro-Libyan Action Committees (…). En avril 2011, il a organisé avec le Ministère libyen des affaires étrangères, la Libyan National Youth Organisation et ELAC la seule conférence internationale – euro-afro-arabe – de soutien à la Jamahirya « Hands off Libya », à Tripoli sous les bombes de l’OTAN.

Il a aussi exercé des fonctions dirigeantes pour la Jamahiriya. A partir de 2004, il dirige le Réseau pan-européen du Mouvement mondial des Comités Révolutionnaires libyens (le MCR, colonne vertébrale de la Jamahiriya), le MEDD-MCR (Mouvement Européen pour la Démocratie Directe, la seule organisation du MCR restée active après 2011, et dont le secrétaire-général est Fabrice Beaur) (4). En avril 2011, il est nommé par Tripoli président de la « Commission internationale du forum des Associations contre la guerre en Libye » et est chargé de la coordination du combat pour la Jamahiriya en Europe et en Afrique (5). Il est aussi l’éditeur du ELAC & ALAC Website.

Luc MICHEL est donc à la fois un analyste de la Libye mais aussi un grand témoin de l’agression contre la Jamahirya, qu’il a vécue de l’intérieur, et un acteur de sa défense. »

* Voir les photos et références sur :

http://www.elac-committees.org/2015/04/14/lucmichel-net-le-parcours-libyen-de-luc-michel-vu-par-la-voix-de-la-russie-moscou/

LUC MICHEL A CO-ORGANISÉ LES DEUX DERNIÈRES ACTIVITÉS POLITIQUES QUI ONT EU LIEU EN LIBYE AVANT L’AGRESSION OCCIDENTALE :

* juste avant les événements , dans les premiers jours de février 2011, le « 6e Forum européen du MEDD-RCM », le réseau pan-européen du Mouvement des Comités Révolutionnaires libyens qu’il dirigeait depuis sa création en 2003.

* Et la « Réunion Internationale de soutien à la Libye en avril 2011 – Hands off Libya ».

Il en existe deux « pages spéciales événement » sur Facebook avec des centaines de photos et vidéo. On peut notamment y voir une vidéo en arabe où le Ministre Kaled Kahim nomme Luc MICHEL (et ce seront ses dernières fonctions en Libye Jamahiriyenne) « président du Forum international des associations soutenant la Libye ».

* Voir https://www.facebook.com/ELAC.April.2011.Tripoli.Conference

et https://www.facebook.com/MEDD.RCM.6th.Forum

* Voir aussi les photos Luc MICHEL avec Ibrahim Moussa, porte-parole de Khadafi, et le vice-ministre libyen des affaires étrangères Khaled KAIM, en avril 2011 à Tripoli, organisant la seule conférence internationale – euro-afro-arabe – de soutien à la Jamahirya « Hands off Libya », sous les bombes de l’OTAN. Et Luc MICHEL avec le Dr Rajah Bouddabous, idéologue du Socialisme jamahiriyen à la VIe Convention du MEDD-MCR (Zawiah, Libye, 5-7 février 2011).

DEUX ÉTUDES GÉOPOLITIQUES EXISTENT :

1-

« LA LIBYE DANS LES CONCEPTS GÉOPOLITIQUES DU PCN »/

« ZNACZENIE LIBII W GEOPOLITYCZNYCH KONCEPCJACH NACJONAL-EUROPEJSKIEJ PARTII KOMUNITARNEJ (PCN) »

Le« 3e Congrès des Géopoliticiens polonais » – III Zjazd Geopolityków Polskich –, organisé à Wroclaw (Pologne, 21 et 22 octobre 2010), a été l’occasion d’une brillante intervention de Kornel SAWINSKI intitulée « Znaczenie Libii w geopolitycznych koncepcjach Nacjonal-Europejskiej Partii Komunitarnej (PCN) », « La Libye dans les concepts géopolitiques du PCN ».

Géopolitologue, sociologue, analyste à l’ « Europejskiego Centrum Analiz Geopolitycznych », Sawinski est Doctorant à l’Uniwersytetu Śląskiego – Université de Silésie –, il préparaite thèse sur « Les idées géopolitiques de Jean Thiriart ».

Le géopoliticien et chercheur polonais développe longuement dans « La Libye dans les concepts géopolitiques du PCN » l’action générale transnationale du PCN et la mienne depuis plus de 25 ans, amplifiée et continuée dans celle du MEDD-MCR (le réseau pan-européen du MCR libyen, resté organisé en Europe). Ainsi que ses fondements dans l’action du leader et théoricien paneuropéen Jean THIRIART dans les années 60. Il expose le rôle important et influent joué par l’Organisation transnationale du PCN en tant qu’Ecole de pensée et « think tank » (comme l’entend la politique anglo-saxonne).

Enfin, il en arrive au cœur de son exposé : les liens tissés avec la Jamahiriya libyenne, la proximité des thèses géopolitiques de Moammar KADHAFI, des miennes (je devenais en 2004 Coordinateur-général du MCR en Europe) et du PCN sur la Grande-Europe eurasiatique, la nécessaire émergence d’un monde multipolaire, la Méditerranée conçue comme un lieu de civilisation commune, ou encore le rôle de Pont de la Libye entres les Unions européenne et africaine.

SAWINSKI évoque enfin le thème de la Démocratie Directe (dans ses versions libyenne et européenne), le rôle qu’il joue dans ma pensée et celle du MEDD-MCR en tant qu’alternative fondamentale au Parlementarisme bourgeois.

* Laersion polonaise de cette conférence – avec des résumés français et anglais -a fait l’objet d’un numéro de LIBYA NEWS & FACTS (n° 2054, 17 nov. 2010), le Bulletin du CEREDD :

Disponible en Pdf sur : http://ceredd.free.fr/accueil.htm

2-

« ELAC, UNE ORGANISATION EN RESEAU CENTRALISEE » / « ELAC (EURO-LIBYAN ACTION COMMITTEES – KOMITETY AKCJI EUROPEJSKO-LIBIJSKIEJ) JAKO ORGANIZACJA O CHARAKTERZE SIECIOWYM »

Cette analyse est une tentative d’analyser le phénomène d’une organisation en réseau, dont la mise en place était directement liée à la situation politique en Libye en 2011. Les manifestations qui avaient eu lieu en Libye ont été le fruit d’un succès (renversement de la loi et émeutes en Tunisie et en Égypte). Les émeutes ont été inspirées et contrôlées de manière significative et peut-être même décisive de l’extérieur, grâce à l’utilisation d’une technologie de réseaux, qui fait partie des armes de « soft power ». Les partisans du système libyen, les gens qui sympathisent avec la démocratie directe, à la manière de la Jamahiriya libyenne, utilisent également cette arme tout en menant des guerres d’information pour défendre leurs axiomes. Une manifestation de ceci est sans aucun doute le réseau ELAC, créé de manière significative sur la base du MEDD-MCR (Mouvement pour la démocratie directe européenne – Mouvement des Comités Révolutionnaires – Mouvement des Comités Révolutionnaires) à l’initiative de Luc MICHEL L’analyse de l’activité d’ELAC net nécessite de prendre en considération quelques faits qui la distinguent des activités des organisations gouvernementales et non gouvernementales officielles qui disposent de beaucoup plus de soutien financier, politique et de renseignement. – d’une part, c’est une organisation décentralisée, d’autre part, elle est basée sur une structure strictement centralisée du Parti PCN. Pour garder la chronologie du récit et aussi pour comprendre l’essence du phénomène ELAC il a fallu effectuer une analyse de l’activité du parti politique PCN et du mouvement socio-politique MEDD-MCR dans le contexte de leur plus important entreprises nettes.

* Original en Pdf en polonais :

Wydawca Akademia Marynarki Wojennej (Polish Naval Academy), Gdynia, Poland

sur http://yadda.icm.edu.pl/yadda/element/bwmeta1.element.cejsh-3329b808-e832-4dc0-868c-10d27ec8f59a/c/Kornel_Sawinski.pdf

* Cfr. Kornel SAWINSKI : ELAC (EURO-LIBYAN ACTION COMMITTEES), UNE ORGANISATION EN RESEAU CENTRALISEE

Partie 1 sur http://www.elac-committees.org/2013/03/11/ceredd-kornel-sawinski-elac-euro-libyan-action-committees-une-organisation-en-reseau-centralisee-partie-1

et Partie 2 sur http://www.elac-committees.org/2013/03/11/ceredd-kornel-sawinski-elac-euro-libyan-action-committees-une-organisation-en-reseau-centralisee-partie-2

(Sources : Press TV – Radio Moscou/ La Voix de la Russie – ELAC Website – Afrique Media – EODE Think Tank)

Photo 1 :

Luc MICHEL à Tripoli à la tribune du Forum 2011 du MCR paneuropén (MEDD-MCR) avec le Dr Bouddabous, idéologue du Socialisme jamahirien.

Le combat avec le MCR pour la Démocratie directe ;

A la tribune du Forum 2009 des Partisans du Livre vert (ASIPALV) en octobre 2009 à Tripoli au Congrès Général Populaire (le parlement jamahirien).

A la Tribune du Meeting international « Hands off Libya » en avril 2011 à Tripoli (sous les bombes de l’OTAN).

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire –

Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme

(Vu de Moscou et Malabo) :

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* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

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CONTRE LES SCENARIOS OCCIDENTAUX, LES MEDIAMENSONGES ET LES FAUX ANALYSTES : LUC MICHEL DIT SES QUATRE VERITES SUR LE CHAOS LIBYEN EN 2020 !

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2020 01 11/ LM.GEOPOL - Libye 4 vérités (2020 01 11) FR 3

# PARTIE I-

Le Flash Vidéo du jour …

Le géopoliticien Luc MICHEL dans le REPORTAGE du 11 janvier 2020

sur PRESS TV (Iran)

On dit tout et n’importe quoi sur la Libye. D’un côté les médiamensonges et les scénarios géopolitiques occidentaux qui tentent de formater une Libye virtuelle. De l’autre de sinistres escrocs qui inventent littéralement des infos sur une Libye dont ils ignorent tout. Dans une grande analyse pour PRESS PTV, le géopoliticien Luc MICHEl (au combat depuis 1985 avec la Jamahiriya de Kaadhafi et le MCR libyen) dit ses 4 vérités sur la destruction de la République des Masses de Kadhafi et le chaos libyen en ces années 2019-2020. Les noms, les faits, appuyés sur une connaissance intime du Dossier libyen, le géopoliticien dresse un réquisitoire implacable contre les ennemis et les faux amis du peuple libyen …

* Source :

La Video sur PRESS TV/YOUTUBE sur

https://youtu.be/w7LcdEAT4YE

PRESS TV introduit ainsi l’aanalyse du géopoliticien :

« Libye/Idlib: la Turquie joue-t-elle avec le feu?

Dans la soirée du 5 janvier, le président turc, Recep Tayyip Erdogan, a annoncé le début du déploiement de soldats turcs en Libye.

Alger et Le Caire s’opposent à une intervention turque en Libye.

L’intervention d’Ankara dans le dossier libyen a suscité une levée de boucliers de plusieurs pays limitrophes de la Libye.

Mais que se passe-t-il réellement ?

Luc Michel, géopoliticien, revient sur ce sujet. »

LES ETAPES DE LA SOMALISATION DE LA LIBYE 2003-2020

Quelle sont les différentes phases de la guerre en Libye ?

De la préparation de l’agression (2003-Février 2011) au coup d’Etat pro occidental de Benghazi (Février-Mars 2011) ;

De la transformation de l’agression en guerre civile (via le soi-disant CNT) et étrangère (Mars à novembre 2011) ;

De la destruction de l’Etat jamahirien au gouvernement fantoche pro-américain (novembre 2011 à 2014) ;

De l’envoi des djihadistes libyens (proches d’Al Qaida) en Syrie (pour former l’Armée Syrienne Libre fantoche) par les USA et la Turquie (novembre-décembre 2011) ;

De l’échec des pro-américain (Al Megarief – Zintan – Haftar) à la prise du pouvoir à Tripoli par les islamistes (2014-2015),

Deux gouvernement rivaux et des parlements à Tripoli et Tobrouk (2014-2015) ;

Coup d’état de Haftar qui crée son Armée nationale libyenne et privatisant la nouvelle Armée libyenne (créée en 2012 par les USA et l’OTAN) avec l’aide des USA (février à mai 2015);

Somalisation de la Libye post-kadhafi livrée an chaos (2015-2018) ;

Arrivée des Russes en Libye derrière Haftar (2017) ;

Guerre par procuration entre puissances, Turquie-Qatar-Italie (avec Tripoli) vs Egypte-Emiratis-France-Russie avec Haftar (2018-2019) ;

Retour des djihadistes ramenés par Ankara en Libye (décembre 2019) ;

Bataille pour Tripoli et guerre des drônes entre Emiratis vs Turcs (Février à décembre 2019) ;

Vers l’internationalisation de la guerre (décembre 2019) …

ALLER AU FONDS DU DOSSIER

* Voir GÉOPOLITIQUE DE LA JAMAHIRIYA LIBYENNE (INTRO)

LUC MICHEL

sur http://www.palestine-solidarite.org/analyses.Luc_Michel.050113.htm

* Et CEREDD / Luc MICHEL : GEOPOLITIQUE DE LA DESTRUCTION DE LA JAMAHIRIYA LIBYENNE

sur http://www.lucmichel.net/2014/01/14/ceredd-analyse-luc-michel-geopolitique-de-la-destruction-de-la-jamahiriya-libyenne/

(Sources : Press TV – Radio Moscou/ La Voix de la Russie – ELAC Website – Afrique Media – EODE Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire –

Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme

(Vu de Moscou et Malabo) :

PAGE SPECIALE Luc MICHEL’s Geopolitical Daily

https://www.facebook.com/LucMICHELgeopoliticalDaily/

________________

* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

WEBSITE http://www.lucmichel.net/

PAGE OFFICIELLE III – GEOPOLITIQUE

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TWITTER https://twitter.com/LucMichelPCN

LUC-MICHEL-TV https://vimeo.com/lucmicheltv

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EODE-TV https://vimeo.com/eodetv

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COLPO SU COLPO VERSO LA GUERRA? —– TRUMP! E CHI SENNO’? —– LE BUFALE DELLE ANALISI, LE PANZANE DELLE PREVISIONI

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/01/colpo-su-colpo-verso-la-guerra-trump-e.html

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 8 GENNAIO 2020

Le guerre verranno fermate solo quando i soldati si rifiuteranno di combattere, quando gli operai rifiuteranno di caricare armi su navi e aerei, quando la gente boicotterà i presidi economici dell’Impero sparsi su tutto il globo” (Arundhati Roy. “Il potere pubblico nell’era dell’Impero)

Una prima risposta

La risposta iraniana, una prima risposta, è venuta subito. Da poche ore, sette milioni di iraniani avevano terminato il corteo funebre, quando dozzine di missili iraniani si sono abbattuti su due basi USA in Iraq, a Ain el Assad, nella provincia centrale di Anbar e a Irbil, Kurdistan iracheno. Qui alcune decine di militari italiani, lasciati lì col cinismo servile propri di tutti i nostri regimi dal 1945, l’hanno scampata nei bunker, dato che Tehran, consapevole del diritto di internazionale e delle pratiche di guerra quanto non lo sono gli USA e tutta la Nato, aveva dato preavviso dell’attacco alle autorità irachene.

E’ una prima ritorsione all’assassinio del generale Suleimani, ma è anche un monito a Washington e alla Coalizione, in linea con la richiesta di Baghdad, di togliersi di mezzo. A Tehran, nella mattinata successiva, è precipitato un aereo delle Ucraina Airlines (perfino l’Ucraina, dissestata più di noi, ha una sua compagnia di bandiera!). 177 le vittime.

Entrambe le parti minimizzano. Le 80 vittime dell’attacco missilistico iraniano non ci sarebbero, le 177 dell’aereo di linea sarebbero dovute a un guasto dopo il decollo. E’ probabile che il conto dei morti nelle basi sia esatto, e forse riduttivo, ma che la propaganda provi a sminuire l’efficacia dell’azione. Che nel caso dell’aereo caduto, potrebbe avere tutte le caratteristiche di un’operazione emulativa del principale alleato degli Usa nel Vicino Oriente.

Difficile fare previsioni come quelle in cui si avventurano i guru della geopolitica a seconda del vento che soffia (sono le apocalissi che fanno vendere i giornali), dato anche che il caso ha il suo ruolo in partita. Ragionevole sembrerebbe aspettarsi un ping pong di operazioni dei due avversari senza arrivare allo scontro generale, che Trump ha escluso nel suo messaggio a Rouhani. Non la vera potenza che lo condiziona e spesso lo manovra. Ma che per i nostri sapienti esperti politico-mediatici non esiste proprio. Guardate.

Fa tutto The Donald.  C’est plus facile


I quotidiani del 5 gennaio:
Excusatio non petita a reti unificate: ha fatto tutto Trump.

Il Messaggero: Trump ha ordinato di uccidere il generale
Il Tempo: Trump fa uccidere il n.2 dell’Iran
La Repubblica: Trump fa uccidere il generale
Corriere delle sera: Trump, dovevamo ucciderlo prima
La Stampa: eliminazione frutto della volontà di Trump
Libero: Evviva Trump
Il Giornale: Trump elimina il generale
Il Fatto: Trump uccide Soleimani
Il Piccolo: su ordine di Trump
El Paìs: attacco ordinato da Trump
WallSJ: decisione di Tump
Le Figaro: eliminazione su ordine di Trump
Le Monde: operazione ordinata da Trump

Dai destri supposti sinistri e dai destri orgogliosamente destri, il coro è unanime. E’ stato Trump, e chissenò? Ogni unanimità che così si stabilisce tra presunti e finti opposti e dalla quale ormai si distinguono solo singole voci in rete (sulla quale rete non per nulla si chiedono misure sempre più ferocemente censorie), punta a un risultato. Far fuori l’elemento estraneo e imprevisto alla testa della potenza più armata della Terra che, per uno scherzo fatto dai “deplorables” col loro voto sbagliato, così definiti da Hillary Clinton, ha sottratto la vittoria all’anima nera che avrebbe dovuto rappresentare il passato nero, il presente nero e il futuro nero degli Usa e del loro dominio sul mondo.

Il nero, il bianco e le anime nere

E qui la negrità del predecessore di Trump impallidisce al confronto col nero nerissimo della sua presidenza. Non è stato Obama quello delle 7 guerre, dell’installazione di barbarie terroristiche in mezzo mondo, onde giustificare gli interventi Usa e Nato, della militarizzazione della polizia domestica, con un’impennata di gente ammazzata dalla polizia? Non è stato colui che ha inaugurato gli assassinii extragiudiziali con drone, che ha espulso più migranti dagli Usa (1,5 milioni) di qualsiasi altro presidente, che ha proseguito e intensificato le extraordinary renditions di sospetti o fastidiosi  in carceri segrete della tortura in paesi compiacenti, carceri governate di persona da Gina Haaspel, oggi capa della Cia?

Donald Trump sarà pure l’imprevisto, colui che esce dal seminato, promettendo in campagna elettorale di fermare, almeno sospendere, almeno ridurre, una storia di interventi sanguinari, spesso genocidi (3,5 milioni nel solo Iraq). Interventi che le classi dirigenti si permettono in virtù di una tara genetica segnata da decine di milioni di autoctoni uccisi e di un’Africa la cui depredazione attuale supera in sterminii sociali ed economici quelli di tutte le potenze coloniali messe insieme. Ma è anche colui che, non avendo alle spalle una qualche lobby determinante come Wall Street, o il complesso militar-securitario-tecnologico e del controllo dell’industria della droga, sta nella Casa Bianca esposto a tutti i venti, ai quali sistematicamente gli tocca piegarsi. Per cui questo puntare da ogni parte frecce, colpe, responsabilità sul riportante giallo, non è solo la semplificazione del  pressapochismo mediatico che se la cava con l’unico protagonista, il moloch, a cui far risalire ogni cosa. Nasconde consapevolmente l’intero meccanismo che, in ogni apparato, fa muovere le persone, le cose, gli eventi e si adegua alla tendenza generale, diciamo allo Zeitgeist. E’ come riferire tutto il bello e il brutto a Prodi, Renzi, Conte, Andreotti, sorvolando su multinazionali, Vaticano, Bilderberg, massoneria, mafia….

Uno spirito del tempo che scaturisce sistematicamente dall’impunità delle classi dirigenti (vedi la virulenta opposizione alla prescrizione subito). Storicamente quella dell’ipercapitalismo USA, come storicamente impersonato dall’apparato politico bipartisan e, nelle contingenze, da quella che i poteri di vita e di morte negli Stati Uniti (le banche, gli armieri, le multinazionali, l’intelligence) decidono essere il loro rappresentante. L’altro ieri i neocon repubblicani, ieri e oggi i Democratici. Al di là della critica strumentale al crimine perpetrata contro il generale Qassem Soleimani, sono coloro che stanno cercando di rovesciare il verdetto pronunciato dagli elettori attraverso la farsa dell’impeachment, ad aver sulle mani il sangue dell’eroe iraniano. E altri oceani di sangue, con l’impunità confortata dall’oblio, dallo sterminio degli indiani a quello delle popolazioni nel Sud geopolitico del mondo.

Per Soleimani il meme degli sguatteri


Naturalmente le analisi di quelli che impeccabilmente sono definiti gli sguatteri non si discostano dal meme “E’ stato ucciso un massacratore di soldati americani (neanche uno) e che stava per commettere altre stragi di cittadini USA”. Dalla bugia al processo alle intenzioni. La colpa vera, come ho già scritto, essendo quella che in Iraq e Siria il probabile futuro leader dell’Iran, colui che avrebbe strappato il governo alla conventicola “moderata” che aveva sottoscritto con gli Usa l’accordo capestro e castrante sull’industria nucleare, aveva fatto fallire i piani di spartizione israeliano-americani delle nazioni arabe in staterelli etnico-confessionali. Non per impedire che entro dieci anni l’Iran si sarebbe fatto la bomba atomica, come qualche voce del Mossad ha inventato, ma per bloccare l’emancipazione industriale, fortemente in corso in quel paese, attraverso l’annullamento di un nucleare categoricamente civile, finalizzato a fornire isotopi sanitari ed elettricità a tutto il paese.

Non dimenticherò mai i medici volontari e i pazienti leucemici di Tehran che, in ambulatori improvvisati, sopperivano con trasfusioni al taglio dei medicinali imposto dalle sanzioni di Obama (li potete incontrare nel mio documentario “Target Iran”, insieme a tanti altri protagonisti dell’Iran indomito e antimperialista). Sanzioni che Obama mantenne e inasprì, a dispetto dell’accordo sul nucleare concepito, come le aperture a Cuba, per minare il paese dall’interno, piuttosto che attraverso costosi mezzi militari.

I sinistronzi nel gregge dei destri

Altro che i social! E’ la stampa, bellezza!

Non stupisce che dai noti sguatteri mediatici si deplori lo svaporamento delle proteste cosiddette “popolari e per ragioni sociali” che incompetenti, o volponi, avevano individuato in Iraq (e prima in Libia e Siria) e che avevano provato a mescolare con altre di segno opposto. Le prime essendo l’ennesimo prodotto dell’innesco e controllo su tensioni popolari degli organi occidentali di destabilizzazione collaudati in Ucraina, Venezuela, Algeria, Libia (Cia, Mossad, NED, USAID, ecc.). Le altre essendo rivolte contro regimi dispotici agli ordini dell’impero (a partire dal Cile). Si lamenta che dai modesti tentativi di Sardine locali, già in corso di esaurimento, contro governi in urto con gli Usa, di Abdul Mahdi in Iraq, dei pur “moderati progressisti” iraniani di Rouhani, si fosse passati a sterminate masse in corteo d’onore a Suleimani e in marcia d’odio contro gli Usa. Sette milioni solo a Tehran, a discredito di tutte le varie presunte “primavere” care a Soros e ai regime changers Democratici. Sono questi oceani di popolo, questi milioni di persone il cui sano e salutare odio indica l’avvicinarsi inesorabile della fine dell’impero, nato dal sangue e spento nel sangue.

Si arriccia il naso sul consolidamento in Iran e Iraq delle forze sociali e politiche della resistenza (dette “conservatrici!”) in reazione ai crimini occidentali, a scapito delle espressioni collaborazioniste, dette “moderate, democratiche, progressiste”, che si annidano soprattutto in un governo iraniano che, fin dai tempi del moderato Khatami, molto gradito agli Usa, ha cercato di neutralizzare la militanza sociale e politica  poi espressasi con Ahmadinejad, della quale il capo dei Pasdaran, insieme alla Guida Suprema Khamenei, sono gli esponenti più illustri e più amati (se non dai quartieri alti e dai fuorusciti in Occidente). E, in Iraq, si prova a indebolire il carattere nazionale, rappresentativo della volontà di libertà e autodeterminazione di tutta una nazione, insistendo ossessivamente a definire puramente “scite” le Forze di Mobilitazione Popolare che hanno debellato Isis e Al Qaida e che comprendono ben 40 formazioni di ogni confessione. L’ennesima tattica del divide et impera colonialista, che si tira dietro anche alcune delle migliori intenzioni.

Per uccidere Saddam non è bastato il boia Moqtada

E’ una costante dell’unanimità mediatica e politica degli odiatori dell’Iraq e di Saddam Hussein, sicuramente uno dei più grandi leader nella Storia della liberazione araba, denigrare facendone dei trasformisti e opportunisti che saltano da un carro all’altro. Così si favoleggia di un Saddam “alleato degli Usa” e che contro l’Iran da questi sarebbe stato armato. Si insulta l’evidenza di un Iraq rivoluzionario, da me frequentato fino alla fine, che in nessun momento, dalla rivoluzione di Kassem negli anni ’60, ha cessato di denunciare l’imperialismo e il sionismo. Quanto ad armi americane, mai arrivata neanche una colt. Bastava vedere, a me capitò sul posto, come le uniche armi a disposizione dell’Iraq nel 2003, durante l’attacco Nato-Usa, fossero antiquati armamenti russi, carri degli anni ’70, pochi aerei Mirage francesi, parcheggiati in Iran. Punto.

C’è poi chi da quelle parti non sembra aver mai messo il naso, ma che se lo sia soffiato utilizzando i Kleenex prodotti dal “manifesto” e affini. Secondo i quali non v’è mai stata una resistenza nazionale all’occupazione americana e Nato che non fosse quella del clerico scita Moqtada el Sadr, capo di una milizia detta del Mahdi. Ebbene si tratta del personaggio più ambiguo e nefasto dell’intera classe dirigente irachena. Prima devoto all’Iran e studioso da ayatollah a Qom, ai piedi della statua di Khomeini, poi rientrato e convolato a esiziali nozze con i sauditi del bravo assassino Mohammed Bin Salman al Saud, principe ereditario della famigliola padrona dell’Arabia Saudita. Sfortunamente, in combine con il solito Partito Comunista revisionista (che, su ordine di Mosca, si schierò contro Saddam, con cui era al governo), aveva vinto le ultime elezioni parlamentari.

Moqtada al Sadr e Mohammed bin Salman. Lombroso avrebbe da dire qualcosa.

Quando, per screditare l’Iraq, lo si diceva alleato degli USA

Altra panzana, noleggiata dai disinformatori delle centrali sinistro-destre, è quella del Saddam armato dagli Usa, grazie a tali armi  lanciatosi in guerra contro l’Iran e allo sterminio dei curdi col gas. Si deve capire che i poteri che alimentano le balle dei sinistro-destri, o fessi, o pali delle rapine, pencolavano nel loro odio dall’Iraq all’Iran, a seconda di quale dei due paesi risultasse il più fastidioso. Così, quando la minaccia massima a Israele e ai colonialisti tutti era l’Iraq rivoluzionario, panarabo e laico di Saddam, si riforniva Tehran di armi israeliane (scandalo Iran-Contras), si inventavano nefandezze del rais iracheno, come l’uccisione di ben 400.000 curdi (cioè quasi tutti i maschi adulti), mai avvenuta, e la gassazione di 5000-8000 curdi a Halabija, che era invece il bombardamento di un villaggio del tutto abbandonato a cui, secondo l’Istituto di Guerra Usa, sarebbero stati gli iraniani a rispondere con i gas.

Saddam impiccato da Moqtada al Sadr su ordine degli USA

Sono fole che equivalgono alle armi chimiche di Assad su Douma, oggi smentite dagli onesti tra gli scienziati dell’OPAC, e all’immensa menzogna degli 8000 bosniaci (cifra che fa impressione, e magari si arriva ai 6 milioni) fucilati dai serbi a Srebrenica. Quanto poi a Saddam che avrebbe iniziato la guerra all’Iran, ci si dimentica che dalla rivoluzione khomeinista in poi, l’Iran non ha cessato di destabilizzare l’Iraq a forza di martellamento propagandistico, di invito agli sciti a sollevarsi e di bombardamenti sulle zone irachene di confine, prima dello scoppio del conflitto, di cui io stesso, nel 1979, sono stato testimone, proprio a Halabija! Ora, demolito l’Iraq di Saddam, il pendolo di Israele, Usa e Nato torna a centrare sull’Iran (ma anche sull’Iraq, visti i recentissimi sviluppi che rivelano un popolo e le sue forze combattenti ancora in piedi e, stavolta, in alleanza con l’Iran!).

Bravo in proclami, Moqtada, l’uno il contrario dell’altro, non ha mai sparato un colpo contro gli americani, né è mai stato partecipo con l’Esercito Del Mahdi, della Resistenza all’occupazione. Quella è stata tutta del partito Baath, dei saddamiti e del popolo patriottico iracheno. Illuminando Moqtada, si vuole evidentemente oscurare quella resistenza che ha inflitto agli Usa, nel corso di ben cinque anni, più di quanto abbiano perso nelle due guerre. A parte alcuni dirigenti del Baath che, equivocando sulla natura del mercenariato Usa, si sono uniti all’Isis, sono stati i partigiani della resistenza all’invasore-occupante che hanno fornito la base scita-sunnita alle vittoriose Forze di Mobilitazione Popolare.

E ora cosa succede

Il ritiro dall’Iraq nella lettera del Generale Seely (da ingrandire)

Non cessa la tempesta mediatica che vede conflagrazioni apocalittiche e globali prodotte dall’evento dell’aeroporto di Baghdad. In varie forme, dal conflitto armato convenzionale, a quello nucleare (visto che l’unico attore atomico sulla scena e che non ha firmato il trattato di non proliferazione, è Israele, il più bellicoso), fino a quello “ibrido”, con successive punture di spillo, sotto forma di proxies, alla Isis, di contractors, di attacchi a obiettivi singoli, di sanzioni da non lasciare in vita una mosca. Queste ha promesso il vacillante Trump, dopo aver sentito della richiesta del parlamento iracheno (esclusi ovviamente il mercenariato curdo) di portare a casa gli occupanti Usa e Nato e della lettera del comandante in capo Usa in Iraq, Generale William Seely III, qui riprodotta, che annunciava tale ritiro per i prossimi giorni.

Figuriamoci truppe iraniane in Messico, Canada, Caraibi.

Tutto questo, insieme alla minaccia di sanzionare a morte il popolo iracheno e di colpire 52 siti di valore culturale e storico dell’Iran (tipo Isis in Siria e Iraq a ciò istruiti dagli Usa che, come con i trasferimenti coatti di popoli, le migrazioni, così intendono recidere le radici delle nazioni), pare farina del sacco di Trump. In linea con quanto già aveva fatto sapere a Tehran, che tutto si farà fuorchè una guerra o un regime change, come invece auspicato dai neocon e dai Dem. Ai quali va fatta invece risalire l’immediata smentita a Seely da parte del capo del Pentagono Mark Esper. Il quale ha già aggiunto ai 5000 marines e agli incalcolati contractors presenti, altri 750 uomini.  Del resto chi mai poteva illudersi che gli Usa, questi Usa controllati delle forze oscure del Deep State, avrebbero mai lasciato spontaneamente l’Iraq, l’Iraq del petrolio e l’Iraq piattaforma indispensabile per l’egemonia militare e dunque economica in Medioriente. Egemonia, non guerra all’Iran. Esclusa per il semplice fatto che a Tehran basta bloccare il Golfo Persico. Affondando un paio di grosse navi, manderebbe in tilt l’economia  di mezzo mondo. Per la gioia di Greta e pochi altri.


Vittoria o caos?

Quanto ai nostri professionisti inquadrati nella Nato, siamo occupanti e complici degli Usa, quanto lo erano i repubblichini con le formazioni della Wehrmacht. C’è chi ciancia di “un ruolo dell’Italia” in Iraq, in Libia, ovunque. Ovunque le vecchie e nuove potenze coloniali provino a ricuperare i beni perduti. E’ una vergogna senza fine. Ne erano consapevoli i 5Stelle fino a qualche tempo fa. Ora condividono la fola e la vergogna di questo “ruolo dell’Italia”. Magari con effetto “collaterale” di qualche altra Nassiriya, da far inorgoglire il Quirinale e piagnucolare il Vaticano. Noi con Mussolini, Graziani, Balbo e Badoglio, con Crispi e Giolitti, abbiamo già dato. Già rubato, già distrutto, già ucciso. Nessun ruolo, mai, a noi e a chiunque altro pretenda di farsi ancora vedere da quelle parti. Fuori dalle palle, punto.

Qualcuno valuta che avendole perse, o piuttosto non vinte, Washington non rischierebbe un’altra sconfitta. Ma quello che si sono ripromessi, a partire da Bush, Clinton e Obama, i poteri cosiddetti occulti, non è tanto la vittoria, quanto il caos. Una vittoria rischia di sistemare le cose per un verso o per l’altro. Il caos mantiene in vita le operazioni e, dunque, le catene di montaggio dell’industria militare a tempo indeterminato. E così il terrorismo, al quale è demandato anche di giustificare stati sempre più di polizia e sorveglianza. Il caos, poi è creativo, poichè  impedisce che la Russia e i popoli si assicurino vittorie definitive e si mettano di traverso nella marcia per il dominio globale. Che un po’ nasce dal caos e un po’ dalla pax americana, in un benefico mix.

Uniti dalla calunnia


Mi hanno tirato le orecchie per aver accostato il grandissimo generale Suleimani, il Che Guevara del Medioriente, al piccolo rinnegato ed espulso Cinquestelle, Gianluigi Paragone, nella comune opposizione all’arbitrio, alla prepotenza, ai delitti, di ominicchi, quaquaraquà, ruffiani. Probabilmente i critici avevano ragione. Ma non rinnego tale similitudine che è quello tra una quercia e un roveto. Entrambi piante sono. Tanto più che oggi al comune destino di vittime di abusi si somma un’altra consonanza: quella della diffamazione riservata ad entrambi e dalle stesse fonti. Che sono quelle dell’unanimità sopra citata, cui tornano in uggia tutti coloro che non stanno agli ordini del preside. Mi permettete di includere nella compagnia di alti e bassi, grandi e medi e piccoli, anche un’altra figura di valore che paga per la sua coerenza e il suo rifiuto di chinare la testa e di battersi a tutti i costi per il giusto e il vero, non con la vita, non con l’ostracismo, ma con il carcere? E’ Nicoletta Dosio, No Tav in Val di Susa, in Italia e nel mondo. Alla faccia di Conte e Di Maio. E chi obietta, peste lo colga.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:50

TERRORISME D’ETAT US/ LE GENERAL IRANIEN SOLEIMANI ASSASSINE PAR LES AMERICAINS EN IRAK : VERS UNE ESCALADE PLANIFIEE PAR WASHINGTON

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 01 03/
LM.GEOPOL - Soleimani assassiné I (2020 01 03) FR (2)

« Un contexte brûlant depuis fin octobre. L’Irak va-t-il se transformer en champ de bataille par procuration entre Washington et Téhéran ? Une dizaine d’attaques à la roquette ont en tout cas visé depuis fin octobre des soldats et des diplomates américains, tuant il y a une semaine un sous-traitant américain. Dimanche soir, Washington, qui accuse les factions pro-Iran du Hachd al-Chaabi d’être derrière ces attaques non revendiquées, a répondu en bombardant des bases de l’une d’elles près de la frontière syrienne, faisant 25 morts »

– FranceInfo (ce 3 janvier).

« Il n’y a aucun doute sur le fait que la grande nation d’Iran et les autres nations libres de la région prendront leur revanche sur l’Amérique criminelle pour cet horrible meurtre »

– le président iranien Hassan Rohani.

L’émissaire de Téhéran pour les affaires irakiennes, le puissant général Qassem Soleimani, et un autre leader du Hachd al-Chaabi (le « Hezbollah » pro-iranien en Irak) ont été tués tôt ce matin dans un raid américain à Bagdad, trois jours après une attaque inédite contre l’ambassade américaine (1) (2). Le bombardement a été déclenché sur ordre du président américain Donald Trump, ce qui ravive fortement les tensions entre les deux pays. La mort du général Qassem Soleimani, tué dans un bombardement américain, est un point de non-retour dans l’escalade planifiée par les USA dans le triangle géopolitique Iran-Irak-Syrie. Le Pentagone a confirmé avoir abattu ce responsable militaire pour “protéger le personnel américain à l’étranger” (sic), quelques jours après l’attaque de l’ambassade américaine à Bagdad.

QUELLE EST LA GEOPOLITIQUE DES USA EN IRAK EN 2020 ?

J’avais traité précisément ce 1er janvier pour le REPORTAGE de PRESS TV (Iran) les grandes lignes de la Géopolitique des USA en Irak en ce début 2020, caractérisée par une perte d’influence compensée par une fuite en avant des faucons du State Department et du Pentagone :

* Voir la video du REPORTAGE de ce 1er janvier 2020  :

sur https://youtu.be/aRA01WE4wVo

POURQUOI LE PENTAGONE A ASSASSINE LE GENERAL SOLEIMANI, L’HOMME-CLÉ DE L’INFLUENCE IRANIENNE AU MOYEN-ORIENT ?

La tension entre Etats-Unis et Iran grimpe encore. Le guide suprême iranien, l’ayatollah Ali Khamenei, s’est engagé ce vendredi 3 janvier à “venger” la mort du puissant général iranien Qassem Soleimani, tué plus tôt dans un raid américain à Bagdad, en Irak. Il a également décrété un deuil national de trois jours dans son pays.

Le département américain de la Défense a confirmé avoir abattu ce responsable militaire et a évoqué une mesure “défensive” (sic) prise pour “protéger le personnel américain à l’étranger” (resic). Le Pentagone a pris soin de souligner que le général Soleimani était le chef des opérations extérieures des Gardiens de la révolution, une organisation considérée comme terroriste par Washington depuis avril dernier. Le général iranien présidait par ailleurs aux négociations pour former le futur gouvernement irakien. Accusé par Washington « d’être derrière de l’attaque de l’ambassade américaine », “Le général Soleimani préparait activement des plans pour attaquer des diplomates et des militaires américains en Irak et à travers la région”, indique le Pentagone, qui attribue au puissant général iranien l’attaque survenue cette semaine contre l’ambassade des Etats-Unis à Bagdad. Le président n’a pas immédiatement fait de commentaire mais il a tweeté un drapeau américain.

AL-MUHANDIS, CHEF DE LA MILICE IRAKIENNE HASHD AL-SHAABI, ET NAEM QASSEM N°2 DU HEZBOLLAH, ONT ÉGALEMENT ÉTÉ ASSASSINÉS (SOURCES IRAKIENNE ET ISRAÉLIENNE)

Deux sources de la milice HASHD AL-SHAABI (confirmées par des sources israéliennes) ont déclaré que « les deux invités avaient également été tués dans l’attaque, mais ont refusé de les identifier ». On suppose que Soleimani était l’un d’eux, tandis que le chef adjoint du Hezbollah Naem Qasm était l’autre. Cependant, aucun rapport officiel n’a été confirmé. Un responsable de la sécurité, s’exprimant sous couvert d’anonymat, a déclaré qu’Al-Muhandis était arrivé à l’aéroport en convoi avec d’autres personnes pour recevoir Soleimani (et Naïm Qassem), dont l’avion était arrivé du Liban ou de Syrie. La frappe aérienne a eu lieu près de la zone de cargaison, après que les “invités” ont quitté l’avion pour être accueillis par al-Muhandis et d’autres.

Le raid a été effectué par des hélicoptères d’assaut américains ce vendredi matin 3 janvier et aurait tué sept personnes. Les Unités de mobilisation populaire (HASHD AL-SHAABI) sont l’organisation coordinatrice des milices chiites irakiennes pro-iraniennes. Ses dirigeants étaient à l’aéroport de Bagdad pour recueillir des «invités de haut niveau».

COMMENT TRUMP A FAIT ASSASSINE LA BETE NOIRE DES ISRAELIENS ?

« A cette heure, les forces Al Quds d’Iran sont décapitées (et reconnues officiellement comme telles) par un raid surprise des forces israélo-américaines », affirme une source israélienne à Paris ! « On peut considérer que, techniquement, les Etats-Unis, Israël, d’un côté, l’Iran et le Hezbollah, de l’autre sont, techniquement, entrés en guerre », ajoute la même source.

“L’ennemi américain et israélien est responsable de la mort des moudjahidines Abu Mahdi al-Muhandis et Qassem Soleimani”, a déclaré Ahmed al-Assadi, porte-parole du groupe de coordination des Forces de mobilisation populaire irakiennes, composé de milices soutenues par l’Iran.

QUI ETAIT LE GENERAL QASSEM SOLEIMANI ?

Le général Qassem Soleimani, tué ce vendredi à Bagdad dans un bombardement américain, était une figure centrale de l’influence de l’Iran dans la région. Considéré comme un adversaire redouté des États-Unis et de ses alliés, il était aussi un acteur majeur de la lutte véritable contre les forces jihadistes.

C’était une figure clé de la politique iranienne. Le puissant général Qassem Soleimani était le chef de la Force Al-Qods des Gardiens de la révolution, chargée des opérations extérieures de la République islamique. Ce personnage charismatique a notamment exercé une influence clé dans les tractations politiques depuis 2018 en vue de former un gouvernement en Irak. À 62 ans, il est aussi devenu ces dernières années une véritable star en Iran avec de très nombreux followers sur son compte Instagram, qui n’est plus accessible. Le général iranien a aussi joué un rôle important dans le combat contre les forces jihadistes. Il est devenu un personnage caractéristique de l’influence iranienne au Moyen-Orient, où il a renforcé le poids diplomatique de Téhéran, notamment en Irak et en Syrie, deux pays où les Etats-Unis sont engagés militairement.

“Pour les chiites du Moyen-Orient, c’est un mélange de James Bond, Erwin Rommel et Lady Gaga”, écrivait l’ancien analyste de la CIA Kenneth Pollack dans son portrait de Qassem Soleimani pour le numéro du magazine américain ‘Time’ consacré aux 100 personnalités les plus influentes du monde en 2017. En Iran, plongé dans le marasme économique, certains lui avaient suggéré de se lancer sur la scène politique locale. Mais le général iranien avait tenu à rejeter les rumeurs selon lesquelles il aurait pu se présenter à l’élection présidentielle de 2021. Le haut-gradé a déployé notamment ses talents dans l’Irak voisin. À chaque développement politique ou militaire dans ce pays, il a fait le déplacement, pour agir en coulisses et, surtout, en amont. Percée du groupe État islamique, référendum d’indépendance au Kurdistan ou aujourd’hui formation d’un gouvernement… À chaque fois, il a rencontré les différentes parties irakiennes et défini la ligne à tenir, affirment différentes sources qui ont assisté à ces réunions, toujours tenues dans le plus grand secret.

Son influence était ancienne puisqu’il dirigeait déjà la Force Al-Qods lorsque les Etats-Unis ont envahi l’Afghanistan en 2001. “Mes interlocuteurs iraniens étaient très clairs sur le fait que même s’ils informaient le ministère des Affaires étrangères, au bout du compte c’était le général Soleimani qui prendrait les décisions”, confiait en 2013 à la BBC Ryan Crocker, un ex-ambassadeur américain en Afghanistan et en Irak.

Après être resté dans les coulisses pendant des décennies, Qassem Soleimani a commencé à faire la une des médias après le début du conflit en Syrie en 2011, où l’Iran, poids lourd chiite de la région, apporte une aide précieuse au gouvernement de Bachar al-Assad. Ce haut commandant des Gardiens de la révolution, l’armée idéologique de la République islamique d’Iran, avait également raconté avoir passé au Liban – avec le Hezbollah chiite libanais – l’essentiel du conflit israélo-libanais de l’été 2006, dans un entretien exclusif diffusé par la télévision d’État iranienne en octobre dernier. À l’étranger, certains dirigeants occidentaux le voient comme un personnage central dans les relations de Téhéran avec des groupes comme le Hezbollah libanais et le Hamas palestinien.

Selon une étude menée par IranPoll et l’université de Maryland, 83 % des Iraniens interrogés avaient une opinion favorable du général, classé devant le président, Hassan Rohani, et le chef de la diplomatie, Mohammad Javad Zarif.

A NOTER ENCORE LA REACTION DES MARCHES DU PETROLE

La nouvelle de la mort de Qassem Soleimani a fait bondir de plus de 4% les cours du pétrole. L’or noir iranien est déjà sous le coup de sanctions américaines et la montée en puissance de l’influence de Téhéran en Irak, deuxième producteur de l’Opep, fait redouter aux experts un isolement diplomatique et des sanctions politiques et économiques …

NOTES :

(1) Des dizaines d’analyses et de commentaires publiés depuis ce mardi relèvent très peu l’échec militaire que constitue pour les États-Unis, l’infiltration des dizaines d’Irakiens dans l’enceinte de l’ambassade américaine et la totale paralysie des militaires américains à défendre le bâtiment. Alors que le Pentagone affirme vouloir déployer 4.000 soldats et mercenaires supplémentaires dans la région pour assurer la sécurité du « personnel diplomatique US », bon nombre d’observateurs se demandent à quoi servira « un contingent militaire » qui ne sait se défendre contre quelques tirs de roquettes.

(2) Que s’est-il passé ?

Des milliers de manifestants ont forcé l’entrée de l’ambassade des Etats-Unis. Ils ont brûlé des drapeaux, arraché des caméras de surveillance et crié “Mort à l’Amérique”. Selon des journalistes de l’AFP présents sur place, ils sont parvenus à pénétrer à l’intérieur de l’enceinte de la représentation diplomatique américaine. Pour disperser la foule, les forces américaines ont alors tiré des grenades lacrymogènes et assourdissantes depuis l’intérieur du bâtiment.

Qui étaient les manifestants ?

Il s’agissait d’hommes portant l’uniforme des combattants du Hachd al-Chaabi. Cette coalition de paramilitaires est dominée par des factions chiites pro-iraniennes à laquelle appartiennent les brigades du Hezbollah. Des femmes étaient également présentes dans la foule, brandissant dans le ciel des drapeaux irakiens et du Hachd. Les journalistes de l’AFP sur place ont aussi constaté la présence des plus hauts dirigeants du mouvement, des officiels de l’Etat irakien qui interagissent régulièrement avec les officiels américains.

D’autres lieux ont-ils été attaqués ?

Oui. Avant de s’en prendre à l’ambassade, les milliers de combattants et de partisans ont traversé les checkpoints de l’ultrasécurisée “zone verte” de Bagdad, où siège l’ambassade américaine et les institutions irakiennes. Ils ont brûlé des installations de sécurité à l’extérieur, jeté des pierres sur les tourelles de ses gardes et couvert les vitres blindées avec des drapeaux du Hachd et des brigades du Hezbollah. Sur les murs, ils ont écrit “Non à l’Amérique” ou “Fermé sur ordre des brigades de la résistance”.

Pourquoi manifestaient-ils ?

Les manifestants irakiens se sont rassemblés pour dénoncer les bombardements américains contre un groupe armé irakien pro-Iran qui ont tué au moins 25 miliciens du Hezbollah dimanche. Les frappes américaines ont été organisées en représailles de la mort d’un sous-traitant américain, vendredi. Washington attribue cette onzième attaque à la roquette en deux mois aux brigades du Hezbollah. Les milices soutenues par Téhéran ont immédiatement répliqué par des tirs de roquette contre une base américaine près de la capitale irakienne. “La guerre de l’ombre que se livraient jusqu’ici Donald Trump et l’ayatollah Khamenei se transforme peu à peu en un conflit frontal”, rapporte RFI.

(Sources – Press TV – Farsi – AFP – FranceInfo – France24 – EODE Think Tank)

Photos :

Voici une image du général Soleimani diffusée par l’administration du guide suprême iranien. Elle date du 1er octobre 2019 et est issue d’une interview filmée, menée par des dirigeants iraniens.

Le général de division Yahya Rahim Safavi, commandant en chef des Gardiens de la Révolution islamique (Islamic Revolutionary Guards Corp – IRGC) de l’Iran (à gauche), salue le cheikh Naim Qassem, secrétaire général adjoint du Hezbollah libanais, lors d’une cérémonie religieuse à Téhéran, Iran, le 18 août 2007.

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

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MONDOCANE

DOMENICA 5 GENNAIO 2020

A integrazione del mio precedente pezzo “Soleimani, il Che Guevara del Medioriente”, che mi permetto di raccomandare a chi non si accontenta delle narrazioni di regime

Il punto su una situazione che ha ritrovato in piazza milioni di onesti combattenti per la verità e la giustizia e ha spazzato le consorterie di Sardine a stelle e strisce dalle piazze “colorate” nei vari paesi da riportare all’ordine imperiale.

L’intera nostra classe politica, con seguito di sicofanti mediatici (compresi iraniani convenientemente occidentalizzati, vedi “il manifesto), ontologicamente autorelegatasi a funzioni di complemento e servizio di despoti globali, balbetta tremebonda dinnanzi ad eventi di cui non capisce nulla e che non ha la minima idea di come affrontare. Eunuco tra energumeni che manovrano la politica internazionale, si rifugia negli stereotipi propagandistici e mistificatori dei suoi padroni Usa e UE, ben ammaestrata in questo senso dalle voci, presunte sagge e super partes, quirinalizie e vaticanesi.

Abbiamo un ministro degli esteri privo di qualsiasi preparazione ed esperienza nel gigantesco campo a cui è demandato e che, a partire da un Pinochet collocato in Venezuela, non sa di cosa stia parlando e borbotta cosa insignificanti su “dialogo e moderazione”. Smarrito tra le sue formule legulee, un po’ Don Abbondio e un po’ Azzeccagarbugli, un capo di governo buono per ogni stagione, ogni compromesso e ogni connubio, se ne rimane nascosto per giorni, ridotto a grattarsi la tinta testa nella preoccupazione su che pesci prendere, che non siano Sardine, o gamberi a ritroso verso il nulla. Pesci che, ancora e sempre, non diano il minimo fastidio a chi gira il mondo bucandolo qua e là con il martello penumatico e ventilando di usare quello atomico.

 Altro che “rivoluzione colorata”!

Il fracassone di una opposizione di cartone, che è tutta boati e distintivo, si distingue dal resto del mondo ululando sanguinarie scempiaggini contro un martire eroico del riscatto umano. In tal modo la sua strepitata sensibilità patriottica offre i nostri ascari imperiali su un piatto d’argento alla ritorsione di chi avrebbe ogni titolo per compierla. Ascari di cui il ritiro da tutte, in parte misteriose e occulte, missioni all’estero, dovremmo urgentemente e moralmente imporre prima di subito. Abominio praticato, quello di Salvini, dopo aver provato a spremere un bancomat a Mosca, per ricuperare le grazie di un presidente travolto da fatti decisi dai veri protagonisti del verminaio a stelle e strisce.

Baghdad, funerali di Qassem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, leader degli Hezbollah iracheni

Fatti che l’uomo con la testa polentata (e che ci saremmo augurati di migliore pasta nel confronto con il male assoluto che l’élite rappresenta) è costretto a inseguire e intestarsi. Fatti di cui, in ogni caso, con le sue oscillazioni e il suo ricorrente prostrarsi ad armieri, multinazionali e banchieri, porta la sua parte di responsabilità. Fatti che ora, con grottesca ipocrisia, gli vengono rimproverati dal Partito di Obama e dello Stato Profondo, il partito della forsennata russofobia (con i suoi ragazzi di bottega a casa nostra), nella continuità di una strategia per cui, qualsiasi cosa faccia, o che gli si attribuisce, Trump va cannoneggiato e ricondotto all’ordine. Anche perché una ripresa della sua linea moderata, di distensione e isolazionismo, quella che lo fece vincere nel 2016, prometterebbe di farlo trionfare anche alle presidenziali di fine anno, visto che il Russiagate è svaporato nella sua nullità, che l’impeachment fallirà e l’economia Usa, da lui impostata, va a gonfie vele (anche perché trainata dai colossi delle armi che sanno con chi allearsi e chi convincere).

Baghdad, funerali di Qassem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, leader degli Hezbollah iracheni

Un solo uomo politico di rango, inevitabilmente dei migliori Cinquestelle, Alessandro Di Battista (datemi pure del fissato, tanto son fatti), dice pane al pane e vino al vino sulla mostruosità di una superpotenza che va travolgendo ogni regola e diritto della convivenza umana e, in preda a psicopatologia da nevrosi necrofila ossessiva, ci sta trascinando tutti all’orlo di un pianeta che pare tornato a essere piatto, tanta è l’insipienza di chi lo manovra. Non per nulla, Dibba stava per andare in Iran, per quei reportage eccellenti a cui ci aveva abituato dall’America Latina.

A tutto questo, un omuncolo scribacchino e audiovisivo come il sottoscritto, non sa che opporre un tentativo di luce sulla cupa ignoranza nella quale ci vogliono far sprofondare quando si tratta di minchionarci su chi sia amico e chi nemico.

In diretta dall’occhio del ciclone che sta turbando il mondo, il primo docufilm, non dettato dalla propaganda imperialista e “progressista”, sul paese che in occidente viene definito il cuore dell’Asse del Male, una minaccia mortale alla sicurezza globale. Un viaggio per tutto il paese alla ricerca di una verità vera, vissuto nel rapporto diretto con cittadini, lavoratori, medici, studenti, donne, luoghi e protagonisti delle istituzioni. Una società serena, solidale, coesa, che va percorrendo la sua propria via verso l’emancipazione e la modernità. Una storia che copre quasi tre millenni, partendo da Ciro il Grande e che, nella modernità, ha avuto due grandi emancipatori: Mossadeqh e Ahmadinejad e un eroe da scolpire nella Storia degli uomini, Qassem Soleimani. Tutti laici.

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Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:07

UCCISO IL VINCITORE DELLA VERA GUERRA AL TERRORISMO —- SOLEIMANI, IL CHE GUEVARA DEL MEDIORIENTE —- COSA C’ENTRA GIANLUIGI PARAGONE? C’ENTRA, C’ENTRA. COME CI DIMOSTRA ALESSANDRO DI BATTISTA

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/01/ucciso-il-vincitore-della-vera-guerra.html

MONDOCANE

VENERDÌ 3 GENNAIO 2020

Guerra AL terrorismo? Guerra DEL terrorismo!

Il generale Qassem Soleimani è stato assassinato il 2 gennaio 2020 a Baghdad da un drone statunitense. Insieme a lui sono cadute altre 8 persone, tra cui il dirigente delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene (Haashd al-Shaabi), Abu Mahdi al-Muhandis. E’ l’ennesimo atto di guerra illegale, di aggressione ai termini di Norimberga, diventato la costante della politica estera Usa.

Qassem Soleimani, comandante della Brigata “Al Quds” (Gerusalemme) delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, era nato nel 1957 da una famiglia di contadini nel villaggio montagnoso di Rabord, nella provincia di Kerman, vicino alle montagne dell’Afghanistan. Lo hanno assassinato coloro che, dal 2001, 11 settembre, nel nome della “Guerra al terrorismo”, terrorizzano il mondo intero con una serie di guerre terroristiche contro paesi e popoli che non si sono mai sognati di attaccarli, di cui non si vede né la fine, né l’ombra di una vittoria americana e Nato. Autentico difensore di popoli, sul piano militare era paragonato al maresciallo Zukov, vincitore di Hitler, o a Rommel, da Hitler assassinato.

 Soleimani e Ahmadinejad, Ahmadinejad e Chavez

Qassem Soleimani era la mente e il braccio strategici dell’Iran contro gli aggressori dell’Iran e dell’intero Medioriente. Primo consigliere della Guida Suprema, Ali Khamenei, era politicamente vicinissimo a Mahmud Ahmadinejad, l’ex-presidente amato dal popolo per la sua sensibilità sociale e l’irriducibile antimperialismo, grande amico di Hugo Chavez. Il suo successore, Hassan Rouhani, firmatario dell’accordo capestro con cui Obama costrinse l’Iran a smantellare la sua industria nucleare mirata a fini clinici ed energetici, trattato poi rinnegato da Trump, nel 2013 era invece stato eletto, nell’infausta divisione del campo radicale, dallo schieramento di destra, sostenuto dall’alta borghesia di Tehran.

In Iran, da Ahmadinejad, sul fronte di Soleimani

Quando, durante il secondo mandato di Ahmadinejad, per girare un documentario conobbi in profondità il meraviglioso paese e il suo popolo cordiale e sereno, a smentita assoluta delle descrizioni calunniose che se ne fanno da noi per compiacerne i nemici, nostri padroni, capitai nelle innevate montagne al confine con l’Afghanistan. Era la zona dove Soleimani era nato ed era presidiata da unità militari in quella fase da lui comandate. Si trattava della guerra ai trafficanti afghani di oppio ed eroina che, sotto la supervisione degli occupanti Usa, grandi promotori della produzione di droga, provavano a infiltrare in Iran stupefacenti. Operazione che, per i contrabbandieri significava enormi profitti, per gli americani la destabilizzazione sanitaria e sociale del paese disobbediente e già minato dalle loro feroci sanzioni.

Confine Iran-Afghanistan

Quando in un avamposto vidi appeso il poster del Che Guevara, immagine del resto diffusa in tutto il Medioriente e chiesi ai soldati di parlarmene, mi fu risposto: “Il nostro Che Guevara è il generale Qassem! E tale il comandante dei Pasdaran si dimostrò anche in Siria e in Iraq, nell’addestrare e guidare le milizie popolare, Hezbollah e altre, miste scite e sunnite, tutte animate da un fortissimo sentimento patriottico ed unitario. E sono stati tale addestramento e tali motivazioni a farne la forza risolutiva nella sconfitta dell’Isis a Mosul e poi in tutto l’Iraq, e nella cacciata di Daesh e delle varie formazioni Al Qaida dalla maggior parte della Siria.

Iraq dell’Iran o degli iracheni?

Ora la belluina stampa occidentale abbaierà con più forza contro un Iraq che, grazie anche al comandante delle sue milizie popolari, si starebbe facendo longa manus dell’Iran. A prescindere dal fatto che ciò favorirebbe meglio l’autodeterminazione della nazione, che non l’occupazione e il tiranneggiamento statunitensi, con i saccheggi delle risorse petrolifere che comporta, Qassem Soleimani non ha fatto altro che assolvere a quella che un tempo si chiamava solidarietà internazionalista con un popolo aggredito. Sui manifestanti che hanno invaso l’ambasciata Usa sventolavano appaiati la bandiera nazionale irachena, sempre quella di Saddam, e i vessilli degli Hezbollah e di altre brigate patriottiche.

Bandiere irachene e di Hezbollah sull’ambasciata Usa in fiamme

Innumerevoli, evidenziate in video, foto, documenti e testimonianze, sono state le prove fornite dalle unità di Soleimani e dagli eserciti iracheno e siriano, sulla collaborazione di Stati Uniti e Nato con le orde dei jihadisti: armamenti, rifornimenti di ogni genere da aerei, intelligence, evacuazione da situazioni compromesse, come a Raqqa e Mosul. Oltre alle note e documentate attività di finanziamento, addestramento e fornitura di armi, nei paesi vicini, Turchia, Arabia Saudita, Giordania, supervisionati dagli Usa.

Tale era la popolarità, oltre che la forza militare, delle milizie volontarie guidate da Soleimani che, in Iraq, poterono esercitare una fortissima pressione sui successivi governi che, installati con il beneplacito di Washington, gradualmente assunsero posizioni sempre più ostili all’occupante e alle migliaia di militari e mezzi tuttora nel paese. Quando Trump trasferì dalla Siria truppe in Iraq, accadde l’inverosimile: il Parlamento iracheno compatto chiese agli Stati Uniti di togliere il disturbo.

 Se l’attacco dei manifestanti iracheni all’ambasciata statunitense di Baghdad, la penetrazione nella blindatissima Zona Verde e l’incendio di parti della rappresentanza diplomatica vengono da Washington e dai suoi corifei nostrani portati a pretesto della strage in cui è perito Soleimani, il movente è un altro. Il generale iraniano e i combattenti iracheni hanno una volta di più negato che intrighi e complotti antinazionali e imperialisti prevalessero. Soprattutto – ed è questo che ha ridato coscienza e orgoglio nazionali agli iracheni – hanno sconfitto il possente mercenariato Isis-Al Qaida a cui gli Usa e l’Occidente tutto avevano dato il mandato di completare l’annientamento di due nazioni: Siria e Iraq. Il drone della strage di Baghdad era il portatore di questa vendetta.

Forze di Mobilitazione Popolare

Vendetta per aver sconfitto i mercenari Usa

Da anni sorrido al mantra di Giulietto Chiesa che, dagli anni ’90, va annunciando l’imminente Armageddon, la guerra mondiale, magari atomica, a giorni. Non ho mai capito se si trattasse di autentico timore, traveggole, o di qualcosa di strumentale. In ogni caso, come si vedeva allora e come s’è visto poi, tale conflagrazione globale non si prospettava per niente. C’erano e ci sono le sette guerre di Bush e poi di Obama, ma restano confinate nelle regioni da ricuperare al colonialismo. Oggi è tutto il coro degli strepitoni mediatici che intravvede bagliori di apocalisse all’orizzonte. Ovviamente, mica tanto per l’irriducibile bellicosità dell’apparato militar-industriale Usa, il Deep State e il suo Partito Democratico, quanto per un “Iran irresponsabile” che promette risposte. Senza la quale risposta, che io penso verrà comunque calmierata da Mosca, il paese perderebbe credibilità, sia all’interno, sia in tutta la regione, nel mondo arabo, nell’Islam di cui è il simbolo del riscatto. Magari sbaglio. Le 50 atomiche che Washington sposterebbe dalla base turca di  Incirlik a Ghedi (BS) e che, nell’abietto servilismo della classe politica, si aggiungono alle altre 70-90 già nel nostro paese, non sono un buon auspicio.

Quanto alle dinamiche che hanno prodotto l’attentato terroristico di Baghdad, personalmente ritengo che sia stato ancora lo Stato Profondo Usa a prendere la mano all’eternamente traccheggiante Trump. Nel riferirsi alla matrice dell’operazione tutti accennano a Pompeo, segretario di Stato, a Mark Esper, ministro della Difesa, entrambi neocon, e al Pentagono. Il Trump che dilaga sui social per ogni mosca che vola, il Trump che aveva legato le sue speranze di secondo mandato alla distensione con Putin, con i nordcoreani e che non si decideva mai sull’attacco all’Iran, preteso anche da Netaniahu, su Facebook si era limitato a pubblicare la bandiera statunitense. Troppo poco per un tweeter maniacale e un successone militare del genere.

Luigi Paragone, Qassem Suleimani e omini, ominicchi e quaquaraquà

Nel titolo ho avvicinato Gianluigi Paragone, deputato 5Stelle, espulso dal Movimento, a Qassem Soleimani, nientemeno. Raffronto indubbiamente azzardato. Ma, si parva licet componere magnis, cosa che, quando si va per simboli, si può, provo a dimostrare che nel piccolo si rispecchia il grande e viceversa. Sia l’ambito della nostra miserevole repubblica, sia quello dell’assassinio di Soleimani inseriti nel quadro di un conflitto mondiale, fanno parte dell’ambito umano. E qui che, ci si trovi bimbetti nel nido, o generali, o presidenti, o manager, possiamo avere, nelle parole di Sciascia, omini, ominicchi e quaquaraquà.

E su questo piano abbiamo un uomo, Soleimani, un ominicchio, Trump, e tanti quaquaraquà, tutti i media e i politici (il patetico capoleghista in testa) che rovesciano la frittata e cianciano dell’assassinio di un uomo, di un grande uomo, di un uomo umano, come della rimozione di una minaccia. E abbiamo un uomo, Paragone, un ominicchio, Di Maio e i quaquaraquà da poltrona, sedia e strapuntino che, con l’osso in bocca, abbaiano contro colui che “non è stato alle regole”.

Siamo ad Antigone, a capocchia invocata per la mozza ONG di Soros, che sperona navi italiane. Paragone non ha obbedito alle regole che dovrebbero tenere a bada eventuali dissidenti del capo ominicchio, anche quando fa puttanate, o tradimenti di tutto ciò per cui è stato portato dove si trova e dove non merita minimamente di trovarsi. Paragone è stato alle regole che ha concordato con quella parte del popolo di uomini che lo ha votato. Non ha votato vergogne, le leggi imposta dagli avvoltoi UE e dai grassatori mafiopidini, repulsive a quel popolo e, perciò inevitabilmente a lui.

L’ho conosciuto da eccellente giornalista, competente come pochi su banche, finanza, manomorta europea e realizzatore della trasmissione “La Gabbia”, dove finalmente s’è visto qualche 5Stelle e si è tirato qualche schiaffazzo ai dominanti. Titolo appropriato, la Gabbia, se si pensa che spiccava in una rete, La7, dove informazione e analisi sono quelle di Gruber, Formigli, Floris, Giletti, Damilano, Zoro….. Senza dubbio uno dei più validi rappresentanti di quello che è stato – e spero sia tuttora – un autentico anelito al riscatto.

Non per nulla è uscito dal suo Grande Silenzio, Alessandro Di Battista: “Gianluigi è infinitamente più grillino di tanti che si professano tali. Non c’è mai stata una volta che non fossi d’accordo con lui”. Il 33% delle ultime politiche lo si deve a questi uomini e ai valori per la fedeltà a contro i quali un ominicchio senz’arte né parte si permette espulsioni. Sembra che ne abbia nel mirino un’altra trentina, di “uomini”.

Magari. Contiamo su di loro, su Paragone, su Di Battista, su Fioramonti, altro esempio di intelligenza e coerenza, dimessosi da ministro dell’Istruzione in opposizione all’eterna strategia dei padroni: rimbecillire i giovani italiani, tagliandogli fondi e conoscenza. Anche rendendoli obesi con le famigerate merendine e bevande zuccherine che un ministro, come non lo si era mai visto da quelle parti, voleva strappare agli intossicatori. Aspettiamo gli altri: Morra, Corrao, Lezzi, Lanutti, i tantissimi sul territorio. Non è più tempo di esitare. L’ominicchio, col vecchio guru uscito di senno, ha ridotto una galassia luminosa, il 33%, a pochi detriti stellari. Paragone, Di Battista, gli altri, i confusi, i persi per strada, tutto quello che non è né ominicchio, né quaquaraquà, riprendano il discorso, riaccendano le stelle spente dagli ominicchi e odiate dai quaquaraquà, ma ancora care al meglio di questa povera Italia.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:22

Rojava: violenze diffuse contro donne curde

A due mesi dall’offensiva turca, nel Nordest della Siria non si fermano le violenze contro i curdi: attacchi, rapimenti, stupri, omicidi. A parlare è Lana Hussein, combattente dell’Ypj: «Le donne sono il target numero 1: per noi il rischio è altissimo»

 

Rapimenti, stupri, omicidi. E poi imposizione della lingua turca e islamizzazione forzata. A due mesi dall’inizio dell’aggressione turca, la situazione nel Rojava, regione autonoma del Kurdistan in Siria, non è migliorata. Nonostante la sottoscrizione di due accordi di pace, uno tra Turchia Stati Uniti, l’altro tra Turchia e Russia. E le atrocità colpiscono soprattutto le donne.

La missione turca era nata per stabilire una safe zone, una zona sicura, lungo la striscia nel nord-est della Siria, dopo la decisione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di ritirare le truppe americane dalla regione. Ma secondo gli attivisti curdi, il vero obiettivo dei turchi è di occupare tutta l’area, non solo quei 30 km di terra.

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rojava oggi
Combattenti dell’Ypg – Foto: Kurdishstruggle (via Flickr)

Il Rojava oggi: la guerra della Turchia in Siria continua

«La Turchia non sta rispettando il cessate il fuoco sancito dagli accordi e gli attacchi continuano», dice l’attivista curda Lana Hussein a Osservatorio Diritti.

«Dal 17 ottobre al 3 dicembre ci sono stati 143 attacchi di terra, 124 dal cielo e 147 di artiglieria pesante. Sono state usate anche armi chimiche e munizioni al fosforo bianco. Per non parlare dei massacri e delle atrocità compiute contro la popolazione civile».

Si parla di 1.100 chilometri invasi fino ad oggi e 88 villaggi occupati. Dall’inizio dell’offensiva 478 civili hanno perso la vita, 1.070 sono stati feriti e più di 300 mila sfollati. Ottocentodieci scuole sono state chiuse, di cui 20 sono andate completamente distrutte, e 86 mila studenti oggi non possono più studiare.

Donne sotto attacco in Rojava e la difesa di Ypg e Ypj

«Le donne sono il target numero 1: per noi il rischio è altissimo», racconta Lana Hussein, che da due anni fa parte dell’Unità di protezione delle donne (Ypj), l’esercito femminile curdo che insieme all’Ypg, l’Unità di protezione popolare, è riuscito a proteggere il Rojava dall’avanzata dell’Isis, combattendo al fianco dell’esercito degli Stati Uniti.

«Solo ad Afrin 40 donne hanno perso la vita, 100 sono state ferite e 60 stuprate. Altre mille sono state rapite e nessuno sa che fine abbiano fatto. Anche all’interno del Ypj, 30 combattenti sono state rapite e ancora oggi tre sono nelle mani dei mercenari, che stanno chiedendo riscatti alle loro famiglie. Questi atti sono emblematici della mentalità che i turchi hanno nei confronti delle donne». Lana Hussein si trova ancora oggi nel nord-est della Siria, ma non può rivelare il punto esatto per motivi di sicurezza.

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rojava donne
Combattenti dell’Ypg – Foto: Kurdishstruggle (via Flickr)

Violenze sulle donne curde in Rojava mostrate nei video

Nei primi giorni dell’offensiva turca nel Nordest della Siria, sui social media si era diffuso un video inquietante. Ritraeva dei miliziani affiliati all’esercito turco che dissacravano il corpo di una combattente curda. «Allahu Akbar! Questa è una delle tue puttane che ci hai mandato qui!», urlava uno dei soldati accanto al corpo di una donna, conosciuta con il nome di battaglia di Amara Renas.

Secondo quanto riportato, quel commando era parte di una coalizione di mercenari ingaggiati dalla Turchia. Quello era solo uno dei tanti video, diventati poi virali, che ritraevano le violenze compiute dai soldati contro le donne, in particolare contro le combattenti curde.

Lo stupro come arma di guerra nel Nordest della Siria

L’uso di violenza sessuale contro le donne nelle zone di conflitti non è un fenomeno nuovo. Si tratta di una strategia considerata molto efficacie in guerra: stuprare una donna lascia un segno molto forte, che dura a lungo, è un atto simbolico che porta disonore e vergogna al nemico.

Anche se non ci sono prove che gli stupri siano stati usati sistematicamente nel Nordest della Siria come arma di guerra, gli agghiaccianti video che sono stati condivisi sui social media sono probabilmente parte di una guerra psicologica nata per spaventare le donne curde e le loro famiglie.

«L’esercito turco combatte al fianco delle cellule segrete di Isis e i loro metodi sono gli stessi», spiega Lana. «Rapiscono i civili e chiedono soldi alle famiglie, stuprano le donne, uccidono intere famiglie e si impossessano delle proprietà e di tutti i prodotti agricoli. Obbligano le persone a indossare vestiti neri islamici e a parlare, leggere e scrivere in turco. Le famiglie cattoliche vengono fatte convertire all’Islam e i loro nomi vengono cambiati in nomi musulmani. Parlare di una safe zone è assurdo: questa area è tutt’altro che sicura».

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rojava news
Combattenti dello Ypj – Foto: Kurdishstruggle (via Flickr)

Il Rojava resiste: storia di una democrazia senza stato per un paese libero

Il Rojava è una regione autonoma del Kurdistan siriano: dopo il ritiro dell’esercito siriano dal Nordest del Paese, nel 2012, i curdi hanno stabilito un governo autonomo nel Rojava, basato sui principi di equità, orizzontalità, libertà di culto e uguaglianza sostanziale tra uomo e donna. L’obiettivo è quello di mettere insieme diversi gruppi – curdi, arabi, armeni, turkmeni, siri, yazidi – sotto un unico sistema democratico.

Nonostante tutto, la Confederazione democratica del nordest è ancora oggi un laboratorio di autogoverno democratico: le istituzioni e i funzionari stanno continuando a lavorare, così come l’Ypj e l’Ypg non hanno smesso di combattere per proteggere la popolazione civile dagli attacchi.

«Ogni giorno raccogliamo prove per documentare gli immani crimini di guerra che stanno andando avanti», conclude Lana. «Purtroppo le organizzazioni internazionali che dovrebbero garantire la tutela dei diritti umani fanno solo dichiarazioni, ma non intervengono sul campo. Noi comunque resistiamo e non ci arrendiamo: il Rojava deve essere uno stato libero e in pace».

ERDOGAN: LA LIBIA VAL BENE UN’IDLIB SIRIANA —– NATO – ONU – FRATELLI MUSULMANI UNITI CONTRO LA LIBIA —– MA NOI ABBIAMO DI MAIO L’AFRICANO!

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/12/erdogan-la-libia-val-bene-unidlib.html

MONDOCANE

SABATO 28 DICEMBRE 2019

Il Talleyrand di Pomigliano e il Sultano neottomano

Venendo alla Libia e al grandissimo casino che abbiamo contribuito a scatenare in quel paese, fino a ieri prospero, unito, giusto e felice, viene in questi giorni infausti anche da pensare a Luigino Di Maio ministro degli Esteri. Tipo Stenterello che si veste da Metternich. Dopo aver già dato prova di scarso senso delle proporzioni assommando in sé, in successione o contemporaneamente, gli incarichi di mezza dozzina di accademici, o tecnici del CNR, o politici a 24 carati, ora si occupa di quel pantagruelico pasto per avvoltoi che è la Libia. Resta il dato che, in ogni caso, Di Maio, pur rinnegando le premesse di politica estera dell’ottimo M5S d’antan, resta un mezzo visir tra i buffoni di corte che lo hanno preceduto su quello scranno.

Ci avessero mandato qualcuno che di mondo ne ha visto, come un Alessandro Di Battista, o di giusto e ingiusto capisse, come un Bonafede, o sapesse scrivere sulla lavagna i buoni e i cattivi, come un Fioramonti, o, ancora meglio, che sapesse di traffici mafiosi come un Morra… Ma spedire da quelle parti, o da qualunque parte, Luigi Di Maio, è come mandare il Pinocchio di legno a spegnere gli incendi della California (e mi viene in mente il burattino perché ho visto la bella trasposizione cinematografica di uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale).

Di Maio da Serraj

Sapete cosa si dovrebbe chiedere a un Di Maio ministro degli esteri, o a un Giuseppe Conte premier? Di fare l’Erdogan. Ve li immaginate? Eppure, ragionando in termini coloniali, a me ostici, ne avremmo avuto le migliori ragioni perché siamo i dirimpettai, le zampe sulla Libia le abbiamo messe noi, prima o meglio dei turchi, con i romani, con Giolitti e, infine, con Berlusconi che la bombardò e aiutò il premio Nobel per la Pace Obama e l’onesto Sarkozy, eletto grazie ai fondi libici, a raderla al suolo. Ora se ne occupano il Talleyrand di Pomigliano e il Coniglio Mannaro pugliese, fan di Padre Pio.

Dall’Italia alla Libia sono 355 km. Dalla Turchia 741, ma dopo le nuove Zone di Esclusione Economica (ZEE) proclamate dal sultano neo-ottomano e dal governatore di un Hotel di Tripoli, Serraj, Turchia e Libia sono praticamente appiccicate via mare e quanto a giacimenti di gas e petrolio, non ce n’è più per nessuno. Né per Creta, né per Cipro, né per Libano-Palestina, né per l’Egitto. Figuriamoci per l’Italia, che già ha ricevuto le bacchettate di Erdogan sulle mani, anzi, sulle navi, quando l’ENI s’è azzardata a pescare dalle parti di Cipro! Mentre il famigerato, ennesimo, gasdotto di merda con cui, dopo il TAP, assalire e devastare l’Italia, l’Eastmed Israele-Cipro-Creta-Grecia-Puglia, per la maggiore gioia dei motori e delle caldaie nordeuropee, viene messo in quarantena dalle cacciatorpediniere di Erdogan.

Quale governo legittimo?

Magari credendoci, il nostro ministro degli Esteri, fatto un po’ di spola tra Serraj e il generale Haftar, se ne esce col mantra di tutti gli ipocriti, tipo Chamberlain a Monaco, “La soluzione deve essere politica, non c’è soluzione militare, dialogo!” Intanto lui e tutta l’accolita atlanto-israeliana insistono ad accreditare una ONU-tappezzeria di Wall Street nel dare del premier libico a Serraj, sovrano golpista su alcuni quartieri di Tripoli, con associato il pozzo nero di nequizie razziste e stragiste che è Misurata. Dove, non per nulla, stazionano 500 militari italiani. E da cui magari sono partiti i droni italiani che Haftar è riuscito ad abbattere. Il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al Serraj non è né legittimo, né rappresenta un popolo che, con le sue tribù e il suo territorio, è invece schierato all’80% con Haftar. Nessuno, né, figurati, l’ONU, ricorda che fu un golpe dei Fratelli Musulmani, 2015, a prendere il potere a Tripoli e a costringere all’esilio a Tobruq l’ultimo parlamento regolarmente eletto. Unico parlamento democratico e legittimo, sia nel suo presidente, Aquila Saleh Issa, sia nel suo premier, Khalifa al-Ghweil, sia nel suo ministro della Difesa, Khalifa Haftar.

Gente che ha fatto a pezzi la Libia, pacifica e nemica di nessuno, se non dell’imperialismo, che ha linciato Gheddafi tra lo sghignazzo di Hillary Clinton e che, con i suoi capibastone e sguatteri, persegue i propri interessi riducendo alla fame e alla morte popoli interi a forza di bombe, terroristi e sanzioni. Gente che blatera da mane a sera di dialogo e soluzione politica, ma che da nessuna parte ha preferito il dialogo, o rinunciato a opzioni di forza quando se lo poteva permettere. C’è stata soluzione politica in Iraq nel 1991 e nel 2003? C’è stata soluzione politica col colpo di Stato narcofascista degli Usa in Honduras? E’ in corso una soluzione politica in Siria, o Afghanistan, mentre si inceneriscono villaggi e si difende con i marines l’oppio che serve a neutralizzare il sacrosanto odio dei dominati? Di cosa diavolo spapagalli, Di Maio? E’ solo la soluzione militare che, dopo averla fatta sopravvivere, ha avvicinato la Siria alla vittoria. Non le hanno lasciato scelta. Non lasciano mai scelta.

Giocare alla pari, stare a guardare, o andarsene?

Ho scandalizzato qualcuno quando ho detto che Di Maio o Conte, o chi per loro dovrebbero fare gli Erdogan? E’ un paradosso limitato alla situazione sul terreno e in mano a poteri che, in qualsiasi caso, sono criminali e perseguono l’assalto occidentale al Sud del mondo. Se questo è il gioco, Erdogan insegna che ti servono almeno due o tre carte, una russa, l’altra statunitense e la Nato, come un tempo a Cavour tra Francia, Austria e Inghilterra. Lo sta imparando perfino la Grecia, paese Nato come noi, ma che si schiera con il fronte libico di Tobruk. Noi le altre carte le abbiamo buttate settant’anni fa. Giochiamo con una sola. Cioè stiamo a vedere.

Questo se si vuole fare il gioco dei farabutti del colonialismo. Se invece si sta al giusto e al morale, noi occidentali non dovremmo avere altra scelta, altro imperativo storico, politico e morale, di scomparire dalla Libia per sempre. Con armi, bagagli multinazionali e Ong facilitatrici. Fino a quando non tornano a invitarci a prendere il tè. Significherebbe riprendersi un po’ di sovranità nel rapportarci al resto del mondo, da sotto il tappeto rosso che abbiamo steso sulle nostre teste e sotto ai piedi dei nostri “alleati”. Ubbie? Per ora ci accontentiamo di mandare bacini e incoraggiamenti ai “rivoluzionari” colorati che stanno lavorando ai regime change tentati dai nostri “alleati” in Iraq, Iran, Sudan e Algeria. Arabi che insistono a non marciare in riga.

Il pokerista ottomano

Zona di Esclusione Economica (ZEE)vantata da Erdogan

La Turchia che sta dall’altra parte del Mediterraneo, s’è impadronita di praticamente tutto il mare tra Istanbul e Tripoli. Alla faccia della Grecia (subito precipitatasi a fare fronte con Haftar e con tutti i nemici dei Fratelli musulmani) e delle sue isole, di Cipro, di Creta e, ovviamente, dell’Italia. Che non sta dall’altra parte, ma virtualmente a contatto di gomito con la Libia. Recep Tayyip Erdogan fa quello che vuole e che gli serve. Noi facciamo quello che vogliono gli altri e che non ci serve. Lui, padrone della sua politica, gioca tra i due giganti del pianeta, li mena per il naso, li blandisce, li ricatta, ci si allea, li contrasta, li serve. Ha in mano il pallino.

Tiene per il bavero gli Usa che senza le gigantesche basi militari in Turchia e il più forte esercito alleato Nato si troverebbero in braghe di tela di fronte alla Russia, alla Siria, all’Iran. Tiene al guinzaglio i russi, il cui gasdotto Turkish Stream resta uno dei pochi sbocchi energetici di Mosca verso Occidente e i cui interessi in Siria si devono contemperare con quelli turchi. Fino a quando non si consolidi una Libia amica della Russia e finchè l’Egitto traccheggia tra Usa, molto presente, e Russia, appena affacciatasi; finchè solo a Incirlik sostano gli aerei e i missili nucleari dell’Air Force e a Kurecik funziona il massimo radar Usa che copre Medioriente e Asia e finchè Ankara compensa l’antiaerea russa S-400 con gli F-35 americani, Erdogan può ricattare gli uni e gli altri.

E se facessimo come i greci?

Noi, Italia, saremmo in una posizione addirittura di maggiore forza. Sempre immaginando di giocare quella partita coloniale di ladroni di roba altrui. Molto più strategicamente centrali nel Mediterraneo, tra tre continenti segnati da risorse naturali e industriali e movimenti coatti di masse, ospitiamo, oltre ad Aviano, da dove abbiamo squartato la Serbia, non una, ma 90 Basi e presidi Usa, una novantina di bombe atomiche, ora in procinto di ulteriore potenziamento a B61-12, tutta la Sesta Flotta, Il MUOS che da Niscemi, oltre a irradiare la popolazione, governa operazioni militari in mezzo mondo.

Se ci fosse un ministro degli Esteri che, oltre a conoscere, facesse gli Esteri, nel senso di perseguire gli interessi italiani nel mondo, magari del popolo, più che della sola ENI (ma manco di quella), magari con un pizzico di morale, ora staremmo accanto ad Haftar, al popolo libico e al legittimo parlamento e governo di Tobruq. Haftar che, oltre ad aver recuperato la migliore e più onesta classe dirigente e di quadri mai vantata dalla Libia, quella della Jamahirija, ha il consenso della maggioranza della popolazione e sta per eliminare dalla ricattatoria scena allestita dal colonialismo il mercenariato jihadista di quest’ultimo. E gli americani? Gli diremmo, guardate che, senza di noi, nel Mediterraneo, ma anche nei Balcani e oltre, fareste poco.

Rosso, area controllata da Tobruk. Viola, area controllata da Tripoli. Verde Tuareg e tribù alleate di Tobruk.

Mamma, li turchi!

Quello dei jihadisti assoldati dai Fratelli Musulmani è un mercenariato ultimamente infoltito dall’afflusso di truppe turche, per le quali Erdogan dice di aver ricevuto richiesta dal fantoccio Serraj. Quali truppe turche? Le solite, dette proxies in inglese: quelle adoperate da Nato, Israele e Golfo contro l’Iraq e la Siria e vari paesi africani. Anche contro l’Egitto, liberatosi dai Fratelli musulmani e perciò punito con la sceneggiata Regeni. Arriva da Idlib l’abominio degli abomini Isis e Al Qaida-Al Nusra. Da Idlib, dove, tra le lacrime del “manifesto” sui “civili uccisi dai bombardamenti siro-russi”, sotto l’avanzare delle forze di Assad, stanno fuggendo a migliaia i terroristi della Jihad. Ora che Tripoli e il pozzo nero di Misurata rischiano di cadere, il trasferimento da Idlib dei tagliagole chiamate “truppe turche” viene ufficializzato nel nome del governo libico riconosciuto dall’ONU. In Libia, dove Tripoli già impone la Sharìa, si vorrebbe tornare alle crocifissioni, decapitazioni, scuoiamenti, ai “matrimoni a ore”, popolarissimi nelle parti di Siria e Iraq sotto controllo Isis. Le donne libiche si aspettino stupri a migliaia. Che hanno da dire le “Non una di meno”?

Per neutralizzare l’effetto poco simpatico che sull’opinione pubblica ha l’immagine di questi decapitatori, ecco che le spore nostrane dei tentacoli imperiali s’inventano la presenza, già ventilata in Siria, e poi dissoltasi al sole per totale mancanza di prove (ne avessero catturato uno!), di mercenari russi di una ditta privata, “Wagner”. Ditta ovviamente “vicina al Cremlino”, quando non guardia del corpo di un Putin minacciato, secondo il premurosissimo Yuri Colombo del “manifesto”, da una rivolta di popolo che sta incendiando tutta la Russia e che solo lui vede e lo Stato Profondo auspica.

Sapete qual è il colmo – uno dei tanti assegnabili al “manifesto” – in questa congiuntura? Che ieri Erdogan era il brutale assassino, mica dei siriani contro cui da nove anni scatena i suoi terroristi, no no, dei curdi, eterne vittime, femministi, ecologici, confederalmente democratici, anche se, ma chi se ne impippa, impegnati nella pulizia etnica di un terzo di Siria e nel fare da guardia, per i ladri USA, al bidone del petrolio siriano. Oggi Erdogan, che corre in aiuto al Fratello Musulmano sotto assedio a Tripoli, riconosciuto dalla “comunità internazionale”, mentre il “rinnegato generale, potenziale dittatore”, Haftar, sostenuto dai russi, sauditi, Emirati, francesi, bombarda – è fisiologico – donne e bambini, per i nostri progressisti, difensori dei diritti umani, risulta quasi umano.

Male che vada, ci sono sempre i Fratelli Musulmani (e Giulio Regeni)

Tanto più che il principale alleato di Haftar è Al Sisi, presidente egiziano. Già, quello di Regeni. Mica quello del cui popolo fanno quotidianamente strage in Sinai, e non solo, i Fratelli musulmani di Al Serraj, di Erdogan, di Morsi, del Satrapo al Thani del Qatar, di tutti i terrorismi dai colonialimperialisti affidati a vari agenti tipo Osama, Al Zarkawi, Al Baghdadi. Quei Fratelli Musulmani che, da circa cent’anni, servono il colonialismo occidentale nella guerra all’unità, all’intelligenza e all’emancipazione degli arabi.

Ma c’è un altro colmo dei colmi in cui, con il “manifesto”, sinistra mosca cocchiera, indulgono tutti gli altri sinistri, con tanto di padre spirituale in Vaticano. La giaculatoria da decenni fondata sui fatti, veri quanto quelli recitati nelle novene, è che i migranti tocca assolutamente accoglierli perché sopravvissuti alle condizioni atroci in cui verserebbero tra i diecimila e i cinquecentomila (a seconda di chi giacula), rinchiusi nei lager dell’orrore libici: torture, stupri, assassinii. Molti di questi campi sono sorvegliati da personale dell’ONU (UNHCR o OIM), che di conseguenza assisterebbe, non si sa cieco, sordo, o compiaciuto. Altri sono governativi, del regime Serraj, dunque in mano ai Fratelli Musulmani, braccio politico dell’Isis e affini, ma Serraj è uomo dell’ONU e nostro amico, quindi non contano. Altri ancora sarebbero in mano a milizie al limite del cannibalismo, sempre jiahidisti, cioè Fratelli musulmani, amici del “liberatore Erdogan”

Aisha Gheddafi, leader della Resistenza

Ora arriva, con i suoi soldati dell’Esercito Nazionale Libero (LNA), il generale Haftar, nemico di Serraj, nemico dei Fratelli musulmani, riabilitatore dei gheddafiani e, dunque, fortissimamente nemico e liquidatore militare dei bruti che gestiscono quei campi e vi compiono quelle cose orrende. Ci sarebbe da levarsi in massa in una standing ovation dalle Alpi alla Sirte: non più stupri, non più torture, non più omicidi, non più commercio di schiavi; viva, viva il nostro Generale! E tutte le Ong che estraggono le vittime dei carnefici dai lager libici, dovrebbero rendergli onori.

Avete sentito niente? E’ che, se Haftar libera i migranti, e magari una nuova Libia li fa pure lavorare, come al tempo di Gheddafi, le ONG e tutto il relativo codazzo dell’accoglienza, cosa ci starebbero a fare?

A proposito di Libia, Obama e Hillary Clinton, i fari di quanti nel mondo si dichiarano di sinistra, sono ancora a piede libero. Julian Assange, che ne ha rivelato al mondo i crimini, sta in galera e lentamente è fatto morire. Così va il mondo. Lo sapevi, Luigi Di Maio? Lo sapevi quando Beppe Grillo ti ha ordinato di metterti con il partito italiano di Obama e Hillary?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:14