IRAN: È GUERRA ALL’EURASIA ——- STRANAMORE, STRANAMMORATI, STRANAMORINI

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MONDOCANE

GIOVEDÌ 20 GIUGNO 2019

 

Hannibal ante portas? Non è più procurato allarme.

Ne va della potenza egemonica, dell’eccezionalismo,  del “Destino manifesto”, della globalizzazione a direzione unica, del governo mondiale, della controffensiva colonialista fondata su migrazioni che svuotano di energie umane e professionali il Sud da predare. Il Golfo Persico è il pettine al quale questi nodi vengono. E quando gli scienziati nucleari mettono l’orologio dell’Apocalisse a due minuti da mezzanotte, più o meno dove stava nell’immediato post-Hiroshima e Nagasaki, c’è stavolta poco da parlare di procurato allarme.

Chi segue meticolosamente le uniche fonti di notizie e analisi affidabili, che ormai sono quasi solo in rete (finchè dura e Facebook chiude un occhio), legge e vede da almeno un paio di lustri l’annuncio dell’imminente terza e ultima guerra mondiale. Giulietto Chiesa, addirittura, annunciava l’imminenza del conflitto totale fin dai primi anni del nuovo millennio. Al punto che, ripetuta in conferenza su conferenza, intervista su intervista, la funesta certezza decadeva in giaculatoria a cui più nessuno dava peso. Una specie di al lupo al lupo che si inseriva inconsapevolmente in una strategia della paura, anzi del panico, che pian piano sfiancava e distraeva da ogni altro fronte di  lotta. Tipo il capitalismo. Un po’ come la questione climatica da GretaThunberg universalizzata in minaccia globale, peraltro priva di responsabilità identificate, che tutte le altre riassume (e annulla) in sé. Qualcuno ha parlato di nuovo oppio dei popoli, come quello, che mai si è cessato di fumare, della religione.

False Flag, la bandiera dell’Occidente

Tuttavia, a partire dalle micce posate nel Golfo Persico da chi conduce guerre e genocidi, e ne campa, da trecento anni a queste parti, il tema ha acquistato una pregnanza senza precedenti, anche perché si appoggia ad accadimenti analoghi che in molti casi alla guerra guerreggiata hanno portato. Parliamo di provocazioni, oggi dette “False Flag”, messe in atto onde vantare davanti all’opinione pubblica un buon, anzi un irrinunciabile, motivo per commettere qualche grossa efferatezza, altrimenti impossibile da giustificare. A molti verranno in mente le nostre stragi di Stato, da Piazza Fontana, attribuito ad anarchici, a Moro fatto far fuori alle BR, e agli attentati della “trattativa”, con manovalanza mafiosa e, a monte, Gladio, servizi nostri e atlantici, la cupola anti-Urss.

Storia scontata, storia fattaci dimenticare, circoscritta al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e come fronte orientale del “mondo libero”, Di più vasta portata le False Flag all’origine delle guerre del nostro tempo: Lusitania, nave britannica fatta passare per carica d’armi e perciò affondata dai tedeschi, trappola che innesca l’ingresso degli Usa nella Prima Guerra Mondiale; Maine, nave Usa alla fonda a Cuba, incendiata dagli stessi Usa, che ne traggono il pretesto per sottrarre alla Spagna Cuba e le Filippine; Operazione Northwoods che prevede l’abbattimento sopra Cuba di un aereo Usa pieno di studenti per incolparne Castro e far partire una nuova invasione (bloccata da Kennedy, che la pagò); Golfo del Tonkino, falso assalto a nave Usa  attribuito ai nordvietnamiti, da cui stragi bombarole su tutto il Nordvietnam; neonati strappati dai soldati iracheni alle incubatrici del Kuwait, panzana inventata dal Pentagono che lancia la prima guerra del Golfo; i bombardamenti di Gheddafi sulla popolazione di Tripoli, il viagra somministrato ai propri soldati perché stuprassero con più vigore; gli ospedali bombardati con barili esplosivi ad Aleppo; le armi chimiche di Duma, gli aiuti alimentari in fiamme sul ponte tra Colombia e Venezuela; le armi di distruzione di massa di Saddam; l’11 settembre….. Tutte False Flag fatte sventolare anche dalle più celebrate Ong dei diritti umani, con gli effetti sui diritti umani che si sono visti.

Proviamo con le petroliere

E oggi alcune petroliere colpite nel Golfo, di cui una giapponese mentre il premier giapponese Shinzo Abe discute a Tehran come circumnavigare l’embargo; un’altra di un armatore norvegese disposto a violare le sanzioni Usa contro l’Iran. Prove zero, incluso un grottesco video che vede un motoscafo togliere qualcosa dalla fiancata di una nave. Ma ecco, subito stranamore, stranammorati Nato e stranamorini dei media dire che sono stati gli iraniani, “maggiore potenza terrorista del mondo”, “massima minaccia alla pace”. E’ come se Cheney desse del terrorista a Danilo Dolci. La spesa militare di questa “minaccia” è di 15 miliardi di dollari, il 25% di quanto l’Iran spendeva sotto lo Shah. I suoi armamenti risalgono a quell’epoca e a qualche aereo iracheno spostato a Tehran al tempo della guerra del Golfo. La spesa Usa, paese che si assume il compito di contenere la “minaccia”, arriva complessivamente a oltre mille miliardi. Politicamente compattata dalle spaventose sanzioni, ma economicamente e socialmente ridotta a brandelli, la società iraniana ha dovuto ridurre la produzione di petrolio dalla media di 4 milioni di barili al giorno, al tempo delle sanzioni di Obama, a 2 milioni, di cui meno di 600mila riescono ancora a essere esportati. Perlopiù in Cina.

E’ il petrolio, bellezza!

Ci sono buoni motivi perche lo strumento dell’élite all’1% utilizzi il suo strumento fine-del-mondo Usa a partire dall’oceano di petrolio in cui galleggia il Golfo. La riserve accertate di idrocarburi iraniani ammontano a 160 miliardi di barili, subito dopo l’Arabia Saudita (266 miliardi) e il Venezuela (300 miliardi), il boccone più grosso, per ora accantonato visto l’immane fiasco del golpe amerikano di Guaidò. Dunque gas e petrolio, i minerali in continua espansione estrattiva, produttiva e di consumo, da cui esalano i veleni che soffocano il pianeta fino a strozzarlo entro pochi anni, sono quelli di cui si agitano per ogni dove Greta e i gretini e che sono l’impulso alle guerre di cui Greta e gretini non sembrano avere la minima nozione.

Con la prima Guerra del Golfo gli Usa, con al guinzaglio la Nato, dilagano armati su ogni satrapia araba del Golfo dove 50 milioni di cittadini, perlopiù manovalanza immigrata, sono governati, sfruttati, schiavizzati, ottenebrati da alcune migliaia di prìncipi gozzoviglianti , indispensabili amici e guardiani degli interessi e delle armi occidentali. Contro la “minaccia” iraniana. Che è quella di aver disturbato acque e deserti correndo in soccorso alla Siria azzannata, sostenendo la difesa del Libano e dello Yemen, la famigerata “mezzaluna scita” che ai popoli del lato occidentale del Golfo, chissà perché, odora di libertà, dignità, speranza.

Con la seconda e le “primavere” e guerre seguenti (Iraq, Egitto, Libia, Siria, Yemen) puntano alla frantumazione di ogni residua struttura statale sorretta da volontà e coesione nazionale autodeterminata, per delegare il controllo della regione al consorzio di entità arabe e non, famigliari o coloniali, segregazioniste, feudali e schiaviste. Il piano fallisce in Egitto, ma, con il ricorso al terrorismo jihadista, funziona, anche se non del tutto, negli altri paesi, comunque ridotti a brandelli. Il consorzio ha per massimo comune denominatore farla finita con l’anomalia Iran, obiettivo condiviso fin dal 1953, colpo di Stato contro il premier nazionalista Mossadeq, dallo Stato profondo Usa, terminale politico-militare della Cupola mondialista, oggi incorporato nei Neocon di ascendenza talmudista.

Si tende ad attribuire un ruolo eccessivo in questa temperie di guerra imminente a personaggi come John Bolton, consigliere per la Sicurezza Nazionale, e Mike Pompeo, Segretario di Stato, a causa del trucido bullismo con il quale sembrano trascinare Trump agli esiti più drammatici. E’ vero, c’è differenza metodica tra l’Obama che prova a minare paesi come Cuba e l’Iran dal di dentro, promuovendo col sorriso e con accordi la destabilizzazione interna (rivoluzioni colorate affidate a settori bulimici di mercato), e la clava dei due cavernicoli ereditati dal Bush minore. Ma sono opzioni di fase all’interno di una strategia che, da quando nelle vene del capitalimperialismo scorre petrolio, non muta che nelle forme.

La minaccia Iran

Togliamo di mezzo le fanfaluche che ai nostri media, destrosinistri ed eterodeterminati, dettano le centrali propagandistiche della globalizzazione tramite guerre. Il riarmo atomico di un Iran che non aveva mai arricchito il suo uranio oltre quel 20% che serve a usi energetici e medici. Arricchimento, poi, ridotto al ridicolo 3%, insieme alla chiusura di centri di ricerca altamente specializzati, dall’accordo sul nucleare concluso tra Obama è un tragicamente arrendevole presidente Rouhani, succeduto al ben più fermo e consapevole Ahmadinejad. Nè l’agenzia addetta ai controlli, AIEA, aveva mai rilevato una violazione degli accordi a perdere da parte di Tehran.

Ma abbondano da decenni le buone ragioni per fare del Golfo Persico il più gigantesco barile di esplosivo del mondo, a forza di portaerei, flotte aeree e navali, migliaia di soldati, attentati a petroliere da parte di provocatori, probabilmente addestrati in Albania dal MEK  (la setta terroristica attiva su mandato israeliano e statunitense in Iran da decenni, oggi dislocata da Washington in Albania). Il più immediato e dichiarato è il bisogno di Israele, da sempre impegnata a diventare “La Grande”, di togliersi di torno i terminali iraniani presenti nei paesi confinanti e difensori della sopravvivenza di questi, oltreché insidia politica e sociale per l’assetto oscurantista e reazionario degli alleati del Golfo.

Ma la strategia è trasparente, se mettiamo in fila quanto i vecchi colonialisti, francesi, britannici perseguono dai tempi dell’occupazione del Canale di Suez, 1956, e quanto del vecchio imperialismo è stato assunto in proprio dagli Usa, dal sostegno a Israele, attraverso guerre, colpi di Stato, o destabilizzazioni terroristiche in Iran, Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Corno d’Africa, fino al Venezuela. Per mandare avanti il suo sviluppo nei termini stabiliti, potenziare il suo impero, ricattare nemici e amici, accumulare profitto, nello scopo non dichiarato e neppure forse considerato di distruggere il vivente arrostendolo, il grumo onnipotente che manovra lo Stato più bellicoso della Storia deve disporre di ogni possibile risorsa petrolifera e controllare ogni possibile rotta per la quale questa sostanza genocida viene trasportata. E qui, per come incombe geograficamente e politicamente su tutto il Medioriente e sta in mezzo alle direzioni Nord-Sud ed Est-Ovest, di terra e di mare, l’Iran diventa imprescindibile.

Eurasia, il mondo al giro di boa?

Ma c’è una buona ragione forse ancora più urgente per quanto potrebbe venire scatenato nel Golfo. L’Iran sta proprio al centro dell’enigma euroasiatico, il “cuore del mondo”, come lo definì il competente Brzezinski, un cuore senza il battito del quale il capitalismo occidentale andrebbe alla deriva. Vi dice niente l’acronimo SCO? “Shanghai Cooperation Organization”. Nel cuore euroasiatico oggi c’è lo SCO, non la Nato, o l’FMI, o il WTO. Ne sono membri otto paesuccoli da poco come Russia, Cina, India e Pakistan, più i quattro “stan” dell’Asia centrale. Quasi tutti dotati di immense risorse, o energetiche, o altre. Ci sono poi quattro Stati osservatori, Afghanistan, Bielorussia, Mongola e Iran e sei partner del dialogo: Armenia, Azerebaijan, Cambogia, Nepal, Sri Lanka, Turchia. Entro il 2020 lo SCO crescerà a includere Iran e Turchia. Non tutti questi paesi hanno punti di vista omogenei, in particolare l’India si muove su piani geopolitici ambivalenti, con l’occhio anche a un’Alleanza Indo-Pacifico di marca Usa. Ma tutti sono gradevolmente coinvolti nel progetto cinese, ormai euroasiatico, della Road and Belt Initiative (RBI), la Via della Seta, con propaggini anche in Africa e, grazie a un nostro raro momento di intelligenza in politica estera, Europa.

Intorno al partneriato russo-cinese, coinvolgente la più vasta regione terrestre del globo e, tenendo conto degli altri SCO, il più numeroso agglomerato di popolazione, si vanno mobilitando interessi comuni per un futuro di sviluppo pacifico dalle enormi prospettive di scambio e progresso in chiave non tossica.  Anche tenendo conto che la Cina è già oggi il paese dal più diffuso e avanzato utilizzo di energie rinnovabili e che negli scambi tra questi paesi si vanno facendo strada valute alternative al dollaro, come il rublo e lo yuan. E abbiamo visto cosa è successo a Saddam e a Gheddafi quando hanno adombrato l’affossamento della moneta del dominio Usa, anche se solo a vantaggio del subalterno euro.

Rimane il ruolo assolutamente negativo della Cina, quanto quello degli Usa, nell’adozione e promozione urbi et orbi del 5G, la connessione di quinta generazione il cui inquinamento elettromagnetico è di una tale potenza e capillarità, con le sue antenne ogni 100 metri e i suoi letali 12mila satelliti nello spazio, da sostituire il cambiamento climatico al primo posto nelle minacce alla vita sul pianeta. Di questo s’è già detto in questo blog e se ne dirà.

Si vede, dunque, come gli Usa e, sopra di essi, la Cupola mondialista, abbiano di fronte qualcosa di inedito nella storia dell’imperialismo. Qualcosa che in potenza fa impallidire la competizione che l’asse Germania, Italia. Giappone costituì per lo schieramento anglosassone che, pure, impiegò sei anni a debellarla e ci riuscì soltanto grazie al contributo determinante dell’URSS.

Ogni punto nero è una base Usa, senza contare le 90 italiane

Tutto questo spiega ad abundantiam i movimenti frenetici che nel Golfo la Cupola fa fare all’apparato militare Usa e l’assedio con cui cerca di serrare l’Iran in una morsa mortale. Spiega anche il grottesco inserimento dei Guardiani della Rivoluzione iraniani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. L’accusa di terrorismo, a partire da quello dell’11/9, è stato immancabilmente il preludio alla guerra. Non faccio il giuliettochiesa e non giuro che la guerra, quella guerra, ci sarà. Rimane una forte controindicazione: per quanto lo si possa bastonare, radendolo al suolo dall’aria, l’Iran può sempre bloccare il Golfo e quindi il 40% dei rifornimenti al mondo. Uno sconquasso planetario che a qualcuno potrebbe dare la sveglia.

Tutto questo non spiega, invece, perché Putin neghi a Iran e Siria, quest’ultima quotidianamente bombardata impunemente da Israele, l’invincibile difesa antiaerea S400. Che, però, concede a Turchia e Arabia Saudita. Misteri della geopolitica.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:52

LETTERA APERTA A ROBERTO FICO, PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

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MONDOCANE

LUNEDÌ 17 GIUGNO 2019

 

“Se libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non desidera sentire”(George Orwell)

Caro  Presidente Roberto Fico,

Ti scrivo da elettore e sostenitore dei 5 Stelle, sperando nel grado di credibilità che mi potrebbero conferire sessant’anni di professione giornalistica, con oltre 150 processi per reati di stampa in regime democristo-pidino, e che Alessandro Di Battista ha avuto la generosità di accreditare inserendomi in un elenco di “giornalisti liberi”.

Molti, nell’attuale temperie di neolingue e di capovolgimento di molti termini lessicali, ti definiscono “il Cinque Stelle rosso”, quello di sinistra. Credo che, provenendo da fonti che di sinistra sanno quanto un Aglianico del Cilento sa di patata irlandese, o da altre che il rosso hanno iniziato, ere or sono, a confonderlo con l’arcobaleno a stelle e strisce, anche tu nutra qualche riserva sul cappello messoti in capo.

Tanto più che tue parole e tuoi fatti all’origine di quell’abbaglio nei tanti che campano la vita affetti da compulsione ossessiva di sbattere fuori dall’universo mondo il Movimento a cui appartieni, ma salvando te, di sinistro o rosso nel senso incontaminato, museale, del termine, a me pare non abbiano niente. A dispetto del pugno chiuso, oggi spesso simbolo dei golpe striscianti Usa (vedi Otpor).

Rottura tra Camera italiana e Camera egiziana

Paradosso? Forse che sì, forse che no. Vediamo. Il tuo gesto di maggiore risonanza, accanto alla cauta discrezione osservata dai tuoi amici e colleghi, è stata la rottura dei rapporti tra la Camera che presiedi e il parlamento egiziano. Non so se un tale gesto di portata geopolitica spettasse alle tue competenze. Forse, prevaricava opinioni difformi di qualche eletto. In ogni caso spostava da una Camera di eletti, la tua, su un’altra camera di eletti materia di esclusiva attinenza giudiziaria. Cosa c’entrano i deputati egiziani con il caso Regeni, se non in termini puramente pubblicitari e demagogici?  Poi, caro Roberto Fico, in base a quali certezze hai adottato un provvedimento di così drastica portata retorica? Avevi approfondito i termini della vicenda nei suoi aspetti personali, politici, giuridici, economici? O ti sei fatto trascinare dalla corrente? Da una corrente che si sa da dove viene e dove va a finire?

GIULIO REGENI

Avevi studiato  il percome e il perchè di Giulio Regeni? Che negli Usa si era formato presso specialisti dell’intelligence. Che a Londra, dal 2013, aveva lavorato, con rapporti periodici di intelligence, per una delle maggiori società angloamericane di spionaggio internazionale, industriale e non, la Oxford Analytica. Che i dirigenti di questa impresa sono personaggi dal passato opaco, a dir poco, come  il fondatore David Young, processato perché implicato nello scandalo Watergate che travolse Nixon; John Negroponte, ex-direttore della United States Intelligence Community, ambasciatore e inventore degli squadroni della morte in Centroamerica e Iraq; Colin McColl, ex-direttore del MI6, il Servizio segreto del Regno Unito per l’estero?  Che, collateralmente Regeni faceva il ricercatore all’università di Cambridge avendo come tutor Anne Alexandre e Maha Abdelrahman, entrambe docenti legate alla Fratellanza Musulmana (FM), nemica mortale del governo Al Sisi, ma in ottimi rapporti storici con il Regno Unito?

La Fratellanza Musulmana arriva al potere con il Presidente Mohamed Morsi (2012-2013) che con il 17% vince un’elezione-burletta, boicottata da tutti i partiti egiziani tranne la FM. Nel 2013, dopo aver forzato l’introduzione della sharìa in un paese da sempre largamente laico, proibito gli scioperi e perseguitato i copti cristiani, Morsi venne spazzato via da una rivolta che aveva visto partecipare 22 milioni di egiziani su quasi 99 e in cui si inserirono i militari, poi confermati al potere con un plebiscito, nella persona del generale Abdel Fattah Al Sisi. Forse gli egiziani si sono ricordati che la FM nasce negli anni 20 del secolo scorso, sotto ispirazione britannica, per contrastare l’emergente movimento nazionale, laico, socialisteggiante panarabo e che, da allora e fino all’Isis, è sempre stata la quinta colonna del colonialismo.

Nel giorno in cui Al Sisi incontrava la ministra italiana dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, il 3 febbraio 2016, per chiudere una serie di accordi commerciali e industriali per miliardi di euro, compresa la gestione di Zhor, il più grande giacimento di idrocarburi del Mediterraneo da parte dell’ENI, veniva ritrovato sul lato di una strada il cadavere martoriato di Giulio Regeni. La Guidi venne immediatamente richiamata a Roma e i negoziati si interruppero. Con grande soddisfazione dei concorrenti anglo-franco-americani dell’ENI che già erano riusciti a liquidare il primato italiano nei rapporti con la Libia.

Fin dai tempi del re Faruk, prima delle rivoluzioni nazionaliste e socialiste arabe in Egitto, Iraq, Siria, Libia, Algeria, Yemen, i servizi di sicurezza egiziani erano considerati i più efficienti della regione. E, a detta degli esperti, lo sono rimasti. E’ concepibile, Roberto Fico, che un intelligence di tale forza ed esperienza non faccia scomparire una sua vittima, ma la faccia ritrovare, con tanto di segni di tortura, nel giorno preciso in cui il governo della stessa vittima conclude un gigantesco affare con il Cairo? Tanto da mettere in crisi i rapporti, fino alla rottura diplomatica, eliminare dalla scena il partner privilegiato dell’Egitto, provocare quella che tutti noi conosciamo come l’ininterrotta campagna politica e mediatica contro il regime cairota, giudicato a priori e a prescindere responsabile più diretto che indiretto dell’uccisione, chissà perché, del giovane italiano?

Dirai che non è concepibile che in tre anni gli inquirenti egiziani abbiano sbagliato pista dopo pista e sostanzialmente ostacolato, anche nei rapporti con la magistratura italiana, l’emergere della verità. E sei partito lancia in resta contro il parlamento egiziano che, poco o nulla c’entra dal punto di vista istituzionale. Ne sono rimaste soddisfatte tutte le forze politiche e mediatiche, domestiche ed internazionali, che vedono di malocchio i rapporti tra un grande Stato europeo e il più importante Stato arabo-africano. Hai mai sospettato che l’operazione potesse celare qualche interesse non confessabile? Forse gli egiziani sanno benissimo chi ha ucciso, manomesso e fatto ritrovare Regeni. Forse denunciarlo apertamente metterebbe a repentaglio un delicatissimo equilibrio geopolitico e geo-economico in cui l’Egitto, ora anche amico della detestata Russia e protagonista anti-occidentale sulla scena libica, è costretto a muoversi. Ci hai pensato?

Ti sei guardato bene quel filmato di un’evidenza solare, ma che molti hanno interpretato in senso opposto a quanto risulta. Video in cui Regeni parla con il suo confidente, ritenuto un oppositore sindacale, ma in effetti informatore della polizia messo al controllo di uno straniero con riferimento centrale nella American University del Cairo, perenne covo di spie occidentali, con antecedenti come quelli sopra descritti e quindi decisamente sospetto. A Regeni Mohammed Abdallah aveva provocatoriamente chiesto un aiuto per curare la madre ammalata di cancro. La conversazione è lunga (vedi Google), ma il succo è che Regeni rifiuta e dice di essere stato incaricato di stanziare 10milla dollari, ma per un progetto – “portami un progetto” –, non per la malattia della mamma. E il “progetto” lo chiede a chi pensa essere un oppositore del governo. Come se qui arrivasse un ragazzotto americano con retroterra spionistico e chiedesse a un Landini qualsiasi di preparagli un progetto contro Di Maio. Legale?

Caro Roberto Fico, ci sarebbe molto da aggiungere, di elementi sia materiali che logici fondati su un presupposto solitamente eloquente, il “cui prodest?”. Ma puoi provvedere tu stesso. Gli elementi materiali a disposizione per i bene intenzionati sono numerosi. Penso che a uno attento alle sorti del paese e, più, a quelle della verità, contro ogni pre-giudizio, basti già quanto ho scritto per fare qualche riflessione. Tardiva, ahinoi. Del resto non ci vuole molto: questi sono ripetitivi come una novena.

Ricorda Regeni trovato mentre l’Italia concludeva al Cairo grossi accordi a spese di altri concorrenti; poi pensa al Golfo Persico e a quella successione di petroliere incendiate, compresa una giapponese, proprio mentre il premier giapponese stava concordando a Tehran, sotto attacco e sanzioni Usa, come dribblare l’embargo petrolifero di Trump. Non credo che condividerai l’astuta analisi di dotti esperti che attribuiscono ai governanti di Tehran, con un popolo in pessime acque a causa di sanzioni genocide, la sindrome tafazziana del cretino che, per fare dispetto a Xantippe, si recide le gonadi.

Chiesa copta fatta saltare dai FM

Mi obietterai che, comunque, quello di Al Sisi è un regime dispotico, che maltratta e incarcera gli oppositori. Da giornalista che frequenta quei posti da tanto e ne conosce storia, tradizioni, limiti e virtù, direi: lascialo dire a un egiziano. Il tuo giudizio è alimentato dai media occidentali, gli stessi che ci hanno trascinato a distruggere il più prospero paese del Medio Oriente perché “aveva e minacciava armi di distruzione di massa”. Ciò che non ti dicono è che, da quando i FM sono stati estromessi dal potere (e Al Sisi si fa sentire a Mosca e a Tripoli), il loro braccio armato, che tu sai inventato, finanziato, armato dagli Usa via alleati come Arabia Saudita, Turchia e Qatar, ha messo in piedi una campagna terroristica che non ha nulla da invidiare a quella con cui si è assaltata la Siria. Non passa giorno che non vengano trucidati poliziotti, soldati, magistrati, laici, o che vengano fatte saltare chiese copte con tutta la gente dentro.. Difficile, in queste condizioni, a non essere grilli parlanti, pretendere che si tenga in piedi un governo come lo vorrebbe Platone.

MIGRANTI

Un’altra cosa che non ti dicono i nostri media e, con particolare disponibilità all’occultamento il giornale di cui dici di essere fervente lettore, “il manifesto”. Il quotidiano tanto “comunista” quanto antipopolare e, conseguentemente, il più livoroso di tutti contro il M5S.La virulenza con qui questo giornale, che si finge comunista, si lancia contro ogni provvedimento dei 5 Stelle a sostegno dei deboli e sfruttati, non ha uguali neanche nella stampa ufficialmente dell’élite. E  mi chiedo se ne apprezzi anche l’appassionato sostegno a un’eroina di guerra (Serbia, Libia) e di colpi di Stato (Honduras) come Hillary Clinton e al suo corrottissimo entourage, oppure tutte, ma proprie tutte, le campagne, colorate o meno, che partono dai bassifondi di Washington e dai forzieri del patriarca di tutte le speculazioni, George Soros. Non ti dicono che del “fenomeno epocale, incontrollabile, inarrestabile, emigrazione”, oltre a una linea di arrivo – il gommone in mare, i campi di pomodoro – esiste anche una linea di partenza. Sotto controllo dello stesso circuito coloniale. Perché epocale, incontrollabile e inarrestabile è il colonialismo. La linea di arrivo è quello che riunisce il papa, le Chiese, gli imprenditori agricoli (possidenti, Grande Distribuzione), industriali, logistici, commerciali (Amazon, riders, altiforni, industria del turismo) e la smisurata armata dei buoni e solidali sotto il segno dell’accoglienza senza se e senza ma. Quella di partenza è gestita da agenti in loco dello stesso circuito, sempre Ong, spesso missionari.

Non so se il tuo capo politico, incline a troppe mediazioni a perdere, come dimostrano i recenti esiti elettorali, tenga ancora botta sulla definizione di “taxi del mare” applicata alle Ong dette non governative, private, ma con forti ed evidenti collegamenti a governi e centri finanziari (quelle con Soros, uomo di Belgrado, Maidan, crollo della Lira, sono documentati). O credi davvero che tutti questi precisi appuntamenti tra gommoni, immancabilmente in difficoltà a un tiro di schioppo dalla Libia, e navi Ong sono il risultato di fortuite coincidenze?  E, dato che la giaculatoria che i migranti “fuggono da guerre, dittature e fame” perlomeno in Africa ha perso un po’ di credibilità, ora tocca trovare un altro pretesto che impedisca assolutamente il blocco dei migranti e la loro riconsegna ai libici. Ed ecco che non c’è anima accogliente che non si stracci le vesti sugli orrori dei lager libici, stupri, torture, assassinii.

Altro che Auschwitz. Di cui non si vedono né i segni sulle vittime, se non di qualche rissa, né centinaia di corpi in cura e riabilitazione nelle cliniche. E neppure qualche immagine rubata da cellulari che pure ogni migrante ha. Solo grandi spazi tipo hangar con gente ammassata, indubbiamente non Sharm el Sheik. Ma neppure Auschwitz. Anche perché in tutti questi campi, dello pseudogoverno di Tripoli o delle milizie, ci stanno i rappresentanti dell’UNHCR o dell’OIM, le due agenzie Onu addette a favorire gli sradicamenti. Oggi si fanno passare per attuali foto viste 8 anni fa, quando i nostri amici di Misurata (oggi rafforzati da 500 soldati italiani) catturavano libici neri e li frustavano a morte.

Già, caro Roberto Fico, perché di sradicamentp si tratta. E qui siamo alla linea di partenza. Dalla quale se ne va, magari grazie a qualcuno che gli prospetta il Bengodi in Europa, chi ha subito il furto delle terre da parte della Monsanto, o ha visto la sua valle inondata per colpa della Diga di Impregilo, o la sua foresta abbattuta, o la sua terra devastata e la sua acqua inquinata dall’industria estrattiva, sempre per mano di multinazionali straniere; o la legione francese in tutto il Sahel e oltre occupare militarmente il suo paese, radere al suolo villaggi e comunità che non ci stanno, depredare l’economia a forza di furti di risorse e manomettendo ogni sovranità con la moneta coloniale FCA e le riserve auree nelle banche parigine;  ha visto disintegrare la sua pace  grazie alla semina del solito terrorismo di cui si conoscono da sempre i padrini, o il suo futuro azzerato dalla riduzione al sottosviluppo operato là dove il futuro si prospettava in termini diversi e contrari a quello pianificato dalla globalizzazione neoliberista in armi. E pensiamo a Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, America Latina.

  1. Di Battista denuncia la moneta predatrice FCA

Hai visto, come noi che li abbiamo incontrati spiaggiati a Lampedusa o nei ghetti foggiani, che chi lascia il paese lascia la comunità, recide le sua radici, la sua storia, le sue creazioni ambientali e monumentali, la sua civiltà, il suo nome, il suo futuro. E non ne acquista altre: finisce nelle banlieu, nei ghetti urbani del Nord, si raccoglie intorno a disseccati residui di comunità espatriata. E’ esattamente ciò che vuole il colonialismo e ciò che facilitano i “buoni”. E’ calcolato che solo il 3% sfugge a un destino di schiavismo, sfruttamento abietto, emarginazione, alienazione. E diventa altro. Altro da se.

Gli immigrati, non superando l’8% della popolazione, risultano tra il 35 e il 50 % degli autori di reati contro la persona e la proprietà. La mafia nigeriana, che ormai controlla spaccio e prostituzione su mandato delle altre mafie, è il frutto dello sradicamento. Chi non mangia con la Caritas, chi non ce la fa a campare con due dollari all’ora, va lì. Ma non ne troverai mai menzione in qualche Angelus, o in qualche trafiletto del “manifesto”. Eppure anche queste sono vittime. Qualcuno si integra e viene esibito per ogni dove. Buon per lui. Ma cosa ha perso la secolare, millenaria, vicenda costruita dal suo popolo, in cambio di aver mandato le generazioni produttive e riproduttive tra noi, al dumping e alla destabilizzazione sociale. Una conflittualità indotta, dagli accoglitori al pari di Salvini, che distoglie gente come te, come tutti i Cinque stelle, come tutti i vivi,dal combattere i padroni di tutto questo.

Roberto Fico, ci danno del razzista, perché non seguiamo i Bergoglio, gli Zanotelli, i Ciotti, il manifesto, il buonismo degli ipocriti, nel semplicismo irresponsabile e disumano dell’accoglienza senza se e senza ma. La chiamavano tratta fin dal ‘600. E tratta rimane. Il capitalismo non cambia.  E’ l’accoglienza dei nuovi colonialisti. Ci danno del complottista  perché proviamo a guardare dietro le quinte dell’operazione migranti, alle vite prima del presunto naufragio, perché non ci siamo dimenticati, a dispetto di un’operazione di chirurgia genetica che punta al transumano, al passaggio dal già acquisito “uomo senza qualità” a quello senza identità. Replicanti tutti indistinti e uguali, ideali per l’élite della globalizzazione.

Anni fa,  quando altri si erano arresi e intruppati, contro tutto questo era nato un MoVimento. Oggi è in grave difficoltà sotto la controffensiva degli governanti di sempre, e per errori e cedimenti. Un modo per farla finita è quella di mettergli sopra un lestofante che sbraita, che urla, ma con più volume, le stesse cose su migranti o UE e quindi fa apparire timidi e rinunciatari voi. Oppure la butta in caciara xenofobica e razzista antislamista, screditando i motivi sacrosanti per non far partire più nessuno da casa sua con la promessa dello jus soli dell’esilio in cambio della vendita ai colonialisti di quello suo. Un altro è quello di dare del “rosso” a uno e del “giallo” all’altro. Serve solo a spaccarvi. Non ti ci prestare.

Alla Festa della Repubblica, il 2 giugno, hai voluto usare proprio quel palco e quella ricorrenza, tu che occasioni per esternare al popolo ne hai infinite, per sollecitarci a prenderci cura di migranti e rom e chissà di quali altri bisognosi qui capitati. I plausi che ti si sono rivolti hanno un sapore più fetido delle minacce rivolte dai decerebrati di Forza Nuova alla famiglia rom di Casal Bruciato. Sono venuti da chi sulla mala sorte di migranti e rom ha costruito una falsa reputazione e una società di falsi. Occhio, quando ti danno del “rosso”. Intendono il contrario.

E la prossima volta che decidi di rompere i rapporti tra la tua Camera e quella di un altro paese, prova con quella statunitense. Ventuno anni fa il Cermis. Lì qualcuno, ben più noto di chi ha ucciso Regeni, di nostri concittadini ne ha uccisi non uno, venti. Neanche per bloccare un accordo inviso. Per gioco. Per divertimento. Sono ventun’anni che quegli assassini girano liberi e indisturbati. Vogliamo rompere col Congresso o no? E quanto alle centinaia di italiani che sono stati mandati a morire da Usa, Nato e loro servi, con chi vogliamo rompere i rapporti, Roberto Fico?

Un saluto e un auspicio,

Fulvio Grimaldi

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 15:35

ALGERIA E SUDAN A COLORI? LE CANTONATE DEGLI UTILI IDIOTI, LE MANOVRE DEGLI AMICI DEL GIAGUARO

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/06/algeria-e-sudan-colori-le-cantonate.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 11 GIUGNO 2019

 

Sinistre burlesque e media a disposizione

Con tutti i tumulti, le sollevazioni, i casini che succedono in giro per il mondo, dal Sudan all’Algeria, da Haiti al Kazakistan, da Hong Kong all’Albania e in decine di altri posti, diventa sempre più difficile non prendere cantonate nelle analisi e distinguere il piombo dall’oro. Qualche criterio è relativamente affidabile. Quando il cattolico unanimismo destre in ghingheri e pseudo-sinistre in putrefazione sostiene un movimento di contestazione al governo ci sono buone ragioni per ritenerlo “rivoluzione colorata” mirante alregime change in un paese che non si allinea a ordini e strategie imperiali e globali. Quando il paese in questione si colloca storicamente fuori dal contesto Nato, nelle sue espressioni euro-atlantica, latinoamericana, araba, africana, c’è di nuovo motivo per giungere alla medesima conclusione, viste le pratiche sovversive impiegate dal consorzio anglosassone nel corso dei secoli in casi di non ottemperanza ai suoi interessi e diktat. Infine, e stavolta probanti, sono le caratteristiche formali, iconografiche, sociali, sloganistiche, tecniche, organizzative, di protagonisti e di contenuti, di sostegno esterno, come pedissequamente si ripetono di movimento in movimento, a partire dagli esordi in Serbia con Otpor, la Ong di tutte le Ong.

I “pugni” di Otpor

Le mie rivoluzioni colorate

Personalmente mi pregio di aver avuto qualche esperienza diretta di classica “rivoluzione colorata” gestita da un mix di ingenui, disperati, rivoluzionari della pippa  e grandissimi figli di buona donna, formati, istruiti, equipaggiati e finanziati come si deve e elevati nell’olimpo dei contestatori democratici dalle presstitute dei media, con più accanimento addirittura da quelli della pseudo sinistra. Senza quelle ai colorati verrebbe a mancare la maschera d’ossigeno. Da Belgrado a Caracas, da Tripoli a Damasco ho visto attuare, in assoluta analogia, gli insegnamenti del padre di queste sollevazioni dette pacifiche, Gene Sharp, esordiente a Tien An Men, e del suo strumento prediletto: Otpor.

 Da Adriano Colafrancesco

Due giganti dell’Africa che non chinano il capo

I due paesi sui quali si sono avventate in queste settimane le turbe indigene, infiltrate e manipolate dagli amici del giaguaro della rivincita coloniale, sostenute con occhiuta passione dai jihadisti mediatici dei diritti umani e della democrazia, li ho frequentati con simpatia e reciproco affetto: Algeria e Sudan. Nel Sudan capitai molte volte in transito verso l’allora rivoluzionaria e oggi fedifraga Eritrea. Lo girai in lungo e in largo, ne conobbi due capi di Stato. Visitai il Sud, Darfur e Kordofan,  le regioni sulle quali, dopo essersi mangiati il Sud petrolifero e cattolico, gli stessi dirittoumanisti Usa, UK, Nato, Vaticano, Israele, di ogni rivoluzione colorata contro qualche “dittatore”, così qualificato a dispetto di elezioni regolari, concentravano i loro appetiti. Nel Darfur, regione desertificata dal cambiamento climatico nostro, agricoltori stanziali e allevatori nomadi di bestiame si disputavano le residue risorse idriche. Conflitto a bassa intensità che lo divenne di alta grazie alle ingerenze delle solite Ong umanitarie che all’estero proiettavano uno scontro tra poveri contadini e feroci milizie governative dette Janjaweed. Operazioni analoghe si prospettavano per Nubia e Kordofan, ma per ora solo la secessione del Sud, ovviamente ora annegato nel sangue dalle rivalità tribali e rispettivi sponsor petrolieri, gli è riuscita. Adesso tocca al Sudan. da spartirsi nella sua interezza.

Darfur

Dell’Algeria ricordo un meravigliosa festival della Gioventù e degli Studenti cui convennero migliaia di giovani da tutti i continenti, sempre all’insegna del non allineamento e dell’antimperialismo. In tutti i due casi, i popoli attraversati e conosciuti mi hanno lasciato un’impronta di civiltà, umanità, generosità, passione patriottica, maturità intellettuale, coscienza antimperialista. Se misurati con i parametri che vanno per la maggiore nell’Occidente delle glorie capitaliste ed esportatrici di civiltà col ferro, col fuoco e con il liberalismo multinazionale, i governi di questi due più grandi paesi del Continente non superano la soglia del 5 su 10 per le organizzazioni transnazionali e del 2 su 10 dei media d’avanguardia, destri, sinistri e trotzkisti criptodestri che siano. E sicuramente anche ognuno di noi, come del resto, la parte in buonafede dei protestatari, avrebbe qualcosa da ridire se ci riferiamo al mondo platonico delle idee e trascuriamo le deformazioni subite nei secoli del colonialismo e il retaggio tribale millenario. E visto anche che, come nell’Egitto di Mubaraq, qualche buona ragione serpeggiava tra i manifestanti, prima che si inserissero Soros, la NED, la Cia e compagnia complottante. Resta in ogni caso, dal punto di vista politico e geopolitico, una norma irrinunciabile: meglio un governo anticolonialista e antimperialista, buono o cattivo che sia, di un governo succube o fantoccio del colonialismo-imperialismo, comunque la peggiore delle fetenzie per la sua gente. “Il manifesto” inverte il principio e sappiamo cos’è.

Mali, Ciad, Niger, RCA e tutto il Sahel sono sotto la ferula degli scarponi, dei terroristi lì seminati, dei militari e delle imprese estrattive francesi. La Libia è stata  sistemata da tutti noi.  Solo l’Egitto, nell’area, è sfuggito fortunosamente al cappio dei Fratelli musulmani (ma non al loro terrorismo). Sudan e Algeria figurano ora sulla lista delle priorità africane. Hanno colpe gravissime: non si sono mai schierati con le guerre occidentali  di liberazione degli arabi , trattengono buoni rapporti con Cina e Russia e, in una forma o nell’altra, insistono a inalberare il vessillo dell’autodeterminazione.

Sudan,  peccato mortale: non aver condiviso l’assalto a Iraq, Libia, Siria

Le bandiere dei “ribelli”

Dopo una secolare, feroce e predatoria occupazione dei britanniciil Sudan guadagna l’indipendenza formale nel 1956. Seguono alcuni regimi militari proconsolari sotto egida di Londra e poi, nel vento dal panarabismo antimperialista e di tendenza socialista, il nasseriano generale Jafar Nimeiry prende il potere e lo tiene fino al 1986 quando, nel contesto di una forte crisi economica, arriva l’ennesimo protetto di Londra, l’islamista conservatore e filoccidentale Sadiq al Mahdi. Tutto bene per l’Occidente finchè, nel 1989, ancora con un sollevamento e successivo colpo di Stato, prende il potere un altro generale, stavolta islamista, Omar al Bashir, che riporta il paese sulla traiettoria anticolonialista e perciò viene bombardato e sanzionato da Obama. La vendetta si consuma nel 2011, quando una guerra civile dalle centinaia di migliaia di morti, corona le cospirazioni di missionari cattolici, Israele e Usa e porta alla secessione del Sud, nuovo Stato fantoccio dell’Occidente. Inevitabile l’esito di una guerra tribale per il controllo dei giacimenti che dura da allora e ha fatto del Sud Sudan uno Stato fallito, se non per il contrabbando degli idrocarburi. All’occidente va bene così.

Con particolare fervore si dedicano al movimento di protesta, spuntato in Sudan nell’aprile scorso, che, ottenuta la rimozione del vecchio al Bashir, ora contesta il processo di transizione voluto dai militari per mantenere in piedi le istituzioni e arrivare  in tempi ragionevoli a un governo di riconciliazione. Il movimento non ci sta e vuole imporre subito un governo di civili a prescindere da elezioni. Soffiano sul fuoco da noi due giornali che si definiscono altri, il “manifesto” e il “Fatto Quotidiano” , l’uno nel segno di una politica estera che resta ancorata a quella dell’adorata Hillary Clinton, l’altro intrecciato a ogni prevaricazione imperialista. Ovviamente, nel deprecare il “malgoverno” e la crisi economica del paese, nessuno accenna al sabotaggio delle solite, micidiali sanzioni occidentali. La chiave d’interpretazione è applicata al Venezuela.

Algeria, peccato mortale: la vittoria sul colonialismo

Padri della patria: Ben Bella e Boumedienne

Dell’Algeria sappiamo qualcosa di più. Più vicina geograficamente, ma anche socialmente (tanti immigrati) e politicamente, in virtù dell’esemplare, lunghissima lotta di popolo  per cacciare i dominatori francesi, dal 1954 al 1962, e liberarsi di uno dei più sanguinari dominii coloniali di tutti i tempi. Lotta che ha innescato molte altre rivoluzioni anticoloniali e che è stata degnamente celebrata dal film di Pontecorvo “La Battaglia di Algeri”. Governata dall’indipendenza del 1962 ad oggi dalla forza che ne aveva guidato la lotta, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), a partire dai due padri della patria, Ben Bella e Boumedienne, l’Algeria, incomparabilmente più libera ed emancipata di altri regimi del Sud del mondo, è rimasta fino ad oggi sotto un governo, sì, civile, ma fortemente condizionata dai militari. Come in altri paesi usciti dal sottosviluppo, i militari costituiscono l’unica forza unificante nazionale, in grado, a seconda dei casi, di opporsi o di sottomettersi al revanscismo dell’antica potenza coloniale. Nella fattispecie dell’Algeria, seppure con un sistema istituzionale che è andato sclerotizzandosi e corrompendosi, il governo è riuscito a sbaragliare due tentativi coloniali di regime change. Negli ’90 quello dei Fratelli Musulmani, eterna quinta colonna del neocolonialismo e, per tutto l’arco dell’indipendenza, la sovversione filofrancese della minoranza berbera. Cara al “manifesto” e agli altri “liberaldemocratici” quanto i curdi amerikkkani di Siria.

Africa del Nord: arrivano Gene Sharp e Otpor

In entrambi i paesi, entrambi con strati di società tra i più evoluti della regione, ma ora percorsi dai fermenti del processo di destabilizzazione teorizzato de Gene Sharp e messo in atto ovunque dagli specialisti serbi di Otpo, sono evidentissimi i segni rivelatori di una cospirazione colorata. Un’ organizzazione perfettamente pianificata, con tendopoli di tende nuovissime spuntate da chissà dove, rifornimenti di vettovaglie e mezzi di comunicazione, trasporti da tutto il paese, una sloganistica e iconografia (immancabile il pugno di Otpor nelle sue varie soluzioni grafiche) curiosamente uniforme e uguale di paese in paese, un’attivazione sincronizzata e massiccia dei social media, ridiffusi in tutto l’Occidente. Atteggiamenti vantati pacifici all’inizio, con un tasso crescente di provocazioni nei confronti delle forze dello Stato, polizia e militari, con tanto di cecchini che tirano sia sui manifestanti che sulle forze dell’ordine, per poter poi denunciare repressioni che, al di là della realtà, nei media diventano subito “il bagno di sangue del dittatore”. L’obiettivo è l’azzeramento totale delle basi istituzionali del paese, costituzione compresa, il collasso economico e il conseguente caos. Ovviamente imputato al “regime”. Plastica rappresentazione ne  è stata Maidan a Kiev.

 Pugni di Otpor a Khartum

Sia in Sudan che in Algeria i manifestanti utilizzano le stesse modalità di mobilitazione e comunicazione. In Sudan, tolto di scena dai militari Omar el Bashir, per trent’anni al potere, a dispetto dei bombardamenti di Obama e delle trame che hanno portato via al paese la parte afro-cattolica zeppa di petrolio e altre risorse, l’organismo dei manifestanti, “Forze per la libertà e il Cambiamento” (FCC), ha occupato per due mesi il piazzale antistante la sede dell’esercito, ora del Consiglio Militare di Transizione (MTC). Incoraggiato dall’espulsione del Sudan dall’Unione Africana, ente dopo la caduta di Gheddafi a disposizione di ogni diktat interventista occidentale, il FCC ha interrotto ogni dialogo finalizzato a concordare un periodo di transizione di alcuni mesi per arrivare a un potere diviso tra civili (tra i quali sono presenti i redivivi Fratelli Musulmani) e militari, esigendo un impossibile passaggio immediato a un governo interamente di civili. Un governo dettato dalla sedizione.

Nello stallo è intervenuta a fianco dei rivoltosi un’organizzazione armata clandestina, Il “Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord” (SPLM-N), spezzone di quel SPLM comandato da un generale sudanese passato agli ordini della Cia, John Garang, che condusse la guerriglia culminata con la secessione del Sudan del Sud. Inevitabile, forse,  la risposta dell’MTC, con lo sgombero violento del piazzale, definito covo di criminali, spacciatori e prostitute (cosa accertata anche a Tien An Men). I media occidentali , che denunciano il triplo delle vittime rispetto al dato delle autorità, e il papa si aspettavano forse l’intervento dell’Esercito della Salvezza. Del resto, pur registrata la vittoria nel Sud, il Vaticano ha di che lamentarsi del Sudan. Fino alle nazionalizzazioni di Nimeiry, i missionari comboniani (quelli di Zanotelli) avevano controllo e gestione del sistema sanitario e dell’apparato scolastico del paese. Con Nimeiry si è passati ai laici e, con Bashir, agli islamici.

Dopo il Sud, altri cinque regioni da spartirsi tra i revenants

Quello a cui dovrebbe portare la rivolta sudanese è un vecchio progetto formulato dagli anglosassoni e da Israele fin dai giorni dell’indipendenza. Dopo la separazione del Sud, quelle del Darfur, del Kordofan, della Nubia e del Nilo Blu, la divisione del grande paese multietnico e multi confessionale in cinque frammenti. Irrinunciabili sono, per i globalisti del neocolonialismo, i tesori del Sudan che controlla il tratto più lungo del Nilo. In primis petrolio, acqua, agricoltura. O il paese si stabilizza nelle condizioni attuali, con dalla sua Russia, Cina e gli arabi anti-Fratelli Musulmani. O entrano in campo anche militarmente gli ispiratori della rivolta, Usa, Nato, Qatar e Turchia. Male che vada, il caos di lunga durata.

Seppure parecchio attenuata, la mobilitazione di massa algerina dura da marzo. Con esattamente le stesse caratteristiche di quella del Sudan e dei suoi precedenti. L’obiettivo iniziale, condivisibile da chiunque, di un alt al quinto mandato del presidente Bouteflika, sopravvissuto della generazione rivoluzionaria, ma ridotto all’incapacità fisica e politica da anni, è stato subito recepito dai capi delle Forze Armate. A Bouteflika è stato imposta la rinuncia e nei confronti dei manifestanti, guidati dai partiti e sindacati d’opposizione, con in prima fila le formazioni della Kabila (berberi), le istituzioni hanno mantenuto, a dispetto delle bufale dei media, un atteggiamento di eccezionale moderazione. Con in mano il potere effettivo, quello insostituibile dell’unico apparato in grado di sostenere l’unità del paese e opporsi a manovre esterne, il capo di Stato Maggiore Gaid Salah, e il presidente ad interim Bensalah, già presidente del Senato e quindi titolare legittimo della carica, hanno ripetutamente proposto ai manifestanti libere elezioni presidenziali. Prima per il 4 luglio e successivamente, vista l’inspiegabile rifiuto di coloro che rivendicano maggiore democrazia, in altra data. Ma chi guida la rivolta non ne vuole sapere. Tutto subito ai civili è nient’altro che l’opzione colpo di Stato.

Otpor in Algeria

Tra i manifestanti,  visibilmente omologhi alle altre rivoluzioni colorate, e le Ong dei “diritti umani”, spuntate come funghi e attivissime (tanto che si è proceduto all’arresto di alcune di dichiarata matrice estera), appare preferita l’opzione di un sempre più intenso scontro con le istituzioni e il dettato costituzionale, a elezioni del cui esito non hanno affatto certezza. E già questo, oltre ai sempre ricorrenti paraphernalia e gadgetistica di Otpor ci chiarisce le forze in campo.

Le conclusioni sono le stesse che valgono per il Sudan e, in questa fase, anche per Hong Kong e per il Kazakistan, dove un vecchio arnese della delinquenza finanziaria, bancarottiere inseguito da procure di vari paesi, il noto Ablyazov, marito della presunta martire di Alfano, Shalabayeva, prova a dirigere da Parigi una microcrivoluzione colorata dopo che il nuovo presidente aveva vinto le elezioni con oltre il 70%. Strati ansiosi di neoliberismo e di forte accentuazione delle disuguaglianze sociali a proprio favore, grazie al turbo capitalismo marca Usa e UE, sono mandate allo sbaraglio dal concorso di multinazionali bulimiche e livellatori della globalizzazione. Dato che il pretesto dei diritti umani non è credibile in chi né è il massimo violatore, ecco che i pretesti veri sono, oltre all’eterno dittatore, i buoni rapporti di questi paesi con Russia e Cina. La cui Via della Seta e Organizzazione di Cooperazione  di Shanghai hanno allargato il raggio d’azione e risultano assolutamente detestabili ai globalisti dell’unica potenza mondiale. Quella “eccezionale”.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:59

75° DELLO SBARCO IN NORMANDIA ——— L’UN POPOLO E L’ALTRO SUL COLLO VI STA

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/06/75-dello-sbarco-in-normandia-lun-popolo.html

MONDOCANE

SABATO 8 GIUGNO 2019

https://www.youtube.com/watch?v=vZmWlQfFuMk  dedicato agli innominabili

Lo sbarco

Vittorie, liberazioni, processi

Nei giorni scorsi, in Normandia, rianimando un po’ di vecchietti scampati al pianificato massacro e ciononostante belli giulivi, con in testa il basco e sul petto la spilletta di reduce, hanno iniziato alla grande a scassarci quanto è particolarmente caro a noi e prezioso alla continuità della specie minacciata. E diabolicamente persevereranno quando, dallo sbarco, l’anno prossimo, passeranno al settantacinquesimo della “vittoria”. Da noi, in mancanza di quella,  si blatererà di “Liberazione”, che è come dire bravo a chi ha raso al suolo Montecassino. Indi, un altro anno, ottobre 1946, fanfare, piatti e timpani per la celebrazione del primo processo chiamato “Giustizia”, inflitto dal vincitore al vinto, dal bene assoluto al, per antonomasia, “male assoluto”.

Da lì in poi, come sappiamo, non passa anno che non vi sia occasione per celebrare la ricorrenza di un qualche glorioso effetto della “vittoria”. Tipo l’UE, con concomitante fine di un’obsoleta forma di democrazia costituzionale antifascista e della pericolosamente nazionalista autodeterminazione dei popoli; tipo Nato, che ci permette di diffondere i suddetti principi a un universo mondo preda di fobie anti-occidentali; tipo mercato, addetto a una più felice distribuzione della ricchezza, come già sperimentata in forme meno radicali nella migliori tradizioni della civiltà umana: feudali, imperiali, coloniali. E non ci sarà celebrazione  nella quale non si onorerà anche il magistero della Chiesa, sempre e comunque patrocinatrice di ogni forma di processo che irrobustisca i forti e nobili.

Il processo di Norimberga era quella fantasiosa innovazione post-giuridica (come c’è il post-fascismo, c’è pure il post-diritto), che in inglese viene chiamata “Kangaroo Court”, tribunale del canguro, probabilmente perché nel marsupio il soggetto porta già bell’e pronte le sentenze dell’addomesticatore. Ha poi figliato efficaci succedanei sotto forma di Tribunale Penale Internazionale per la Jugoslavia, o per il Ruanda, o Corte Penale Internazionale (riservato ai soli umani di colore scuro), o, ancora, i Grandi Giurì segreti statunitensi, tipo quello che tiene in carcere quella capocciona di Chelsea Manning, finchè non testimonia contro il “traditore e spione Assange”. Incombenza che le verrà risparmiata quando il trattamento riservatogli prima dagli ecuadoriani e poi dai servizi britannici avrà ottenuto lo scopo: la scomposizione fisica di Assange.  Ma anche alcune magistrature italiane vi si sono ispirate, come è venuto a galla in questi giorni.

Giudici e giudicati

Accantonando per l’occasione il nostro disprezzo e dispetto per fascismi  e nazismi (quanto le loro eredità di dittature non più in orbace e campi di concentramento, ma psicotropiche, con tanto di campi di internamento mentali), dobbiamo attribuire a chi si è ispirato a dadaisti come Duchamp, o surrealisti come Breton, la scelta dei padrini di certi processi. Come quelli in cui le accuse a generali e bonzi del nazismo venivano da giureconsulti  del livello di Churchill, che a milioni di cittadini inermi in Iraq, India, Dresda, aveva insegnato il diritto a forza di bombe e gas tossici. O come dai successori di un Napoleone che aveva, sì, portato il Codice e l’emancipazione laica al resto d’Europa, ma a costo di ridurre al lumicino la popolazione maschile francese dai 15 ai 70 anni; o di quelli del Mayflower che, per portare il diritto all’America e al resto del mondo, dall’eliminazione dei nativi sono passati alla media di una guerra all’anno al resto del mondo.

Sia come sia, non si può negare che Trump, Macron e la May in via di dissoluzione, in Normandia abbiano tratto dallo sbarco vittorioso la certezza, primo, che l’Unione Sovietica – e oggi la Russia – non c’entra nulla in tutto questo, sebbene si vanti di aver sacrificato 27 milioni di suoi cittadini e sconfitto la Germania quando il D-Day era ancora di là da essere concepito. Del resto i morti mica si contano, si pesano. Un conto sono quelli dei paesi civili. Un conto gli altri. E cosa sono le 148,3 le vittime russe su 1000 abitanti, 95,1 le tedesche, rispetto alle 3,1 Usa, le 7,6 britanniche e le 13,4 francesi? Dice, già, ma sono i tedeschi ad aver incominciato. Intanto non è proprio del tutto vero, ma c’è anche chi ha contribuito a dargli la forza per farlo. Come per esempio, Wall Street e sue banche e imprese come Ford, General Motors, Du Pont, ITT e altre, tutte statunitensi. Hanno tutti collaborato a fare di World War II il più bel fuoco d’artificio della storia umana.

Una storiografia come i vangeli, una cronaca come le tavole di Mosè

Vabbè, ognuno si guardi in casa sua e, come ci informa la Storia, di cui si sa chi la scrive e su quale pelle viene scritta, quella tedesca, o italo-tedesca, era indubbiamente la casa che andava rasa al suolo, per essere poi ricostruita “più bella e più superba che pria”. E visto che c’erano, anche quella di tutta Europa. Ed ecco  che ci siamo goduti settant’anni di pace, osservando dall’alto le macerie fumanti della Jugoslavia (che c’entra, era fuori dall’UE e pure socialista) e lasciando che furori bellici si scatenassero, ma lontano da noi, seppure spesso con il nostro fattivo contributo in armi e salme, sempre per diffondere la pace e quel diritto che era germogliato da Norimberga. Corea, Vietnam, Palestina (per interposti terzi), America Latina, Caraibi, Cambogia, Laos, Somalia, Iraq, Libia, Siria, prossimamente Iran, Venezuela, Russia, Cina. E dove l’ordine democratico poteva essere ristabilito evitando terrorismi, invasioni e bombe, ecco che si procedeva sul velluto, con rose, gelsomini e altre inflorescenze colorate: Georgia, Ucraina, Kirghizistan, Libano, Honduras, Egitto, DDR, Tien An Men, Budapest. E ora Algeria, Sudan, paesi, questi,  sotto regime change, sui quali le solite disossate pseudoradicalsinistre cadono nelle più scontate e grossolane trappole allestite dai colonialisti….

Fedeli alla linea

Gli inconsapevoli vegliardi in basco, tremolanti sull’attenti a Caen, ma più sinceri di qualsiasi loro commilitone con più di un grado sul braccio o una stella sulle mostrine, e i del tutto consapevoli Trump e soci, hanno di che vantarsi della missione condotta dai loro predecessori  e oggi da loro portata avanti. Dalle spiagge imbiancate dagli ossi di seppia e di uomo della Normandia, possono guardare a un continente liberato ed evolutosi a immagine loro e di dio. Saggi piovuti dal cielo dei management supergalattici, ci dicono da Bruxelles cosa fare, dire, pensare, amare, detestare. Noi li confortiamo ogni cinque anni con un voto che i loro missi dominici locali ci consentono di dare e ci consigliano di indirizzare, anche a forza di odorose fritture di pesce. E in tal modo che da noi ha potuto fiorire una classe dirigente omologa, perfettamente rispondente agli auspici scaturiti dagli sbarchi, con tutti i suoi presidenti (tranne uno), tutta la sua magistratura (tranne forse una dozzina di PM), tutti i suoi media (tranne mezzo) in linea.

L’uomo e la società nuovi

Ma non solo politica e istituzioni. Magnifiche e progressive se ne sono sparse per l’Europa società e cultura. Un rinnovamento e rilancio di civiltà. Lucky Luciano, in diretta dalla New York dei Gambino, dalla Chicago degli Al Capone, giunto sulla scia di un altro sbarco glorioso, in Sicilia, ha proposto e fatto realizzare una nuova forma di coesione sociale, di solidarietà e fratellanza umana. Tutta proiettata sulle opere di emancipazione e progresso. Ne è uscita, in fattiva sinergia, la classe dirigente più illuminata e perspicace d’Europa. Una società dell’armonia tra le sue componenti destrosinistre e di perfetta aderenza al paradigma formulato al momento di quegli storici sbarchi. Non stupiamoci, dunque, semmai sbigottiamoci, se ci capitano dinastie, se non arcaicamente di sangue, modernamente di destinazione d’uso,  come quelle degli Andreotti, Renzi,  Napolitano, Salvini. A proposito di quest’ultimo, può succedere perfino a un Saviano di dire una cosa giusta, ricordate…..

Culture e popoli sul collo

Forme e contenuti innovano su schemi logorati dal tempo: niente cappuccetto rosso, ma Barbie, basta col lupo cattivo, Mazinga. E la favolistica che costituiva la narrativa di formazione delle nostre infanzie assume quel carattere concreto, realistico e pedagogico  a Hollywood, fucina di cultura, dove la plebe lavoratrice vivacchia residuale nelle sole pellicole di un vecchio fissato inglese. Nuovi portatori di giustizia e libertà sono gli LGBTQI e nei videogiochi si vince sfoltendo l’umanità a colpi di spada o pallottola e allargando gli spazi ai buoni. E se prima per farti una giocatina alla roulette, e spararti in frak sulla gradinata del casinò dopo la rovina totale, oggi scommesse e giochi ce li hai a ogni angolo e di azzardo ti puoi strafare perfino a casa, online. E poi, non è forse meglio del vaiolo la ludopatia?

Quanti turbamenti e cambiamenti da assimilare nel corso dei secoli quando sopra ci passavano, perlopiù predando e bruciando, goti, longobardi, turchi, unni, borboni, francesi, austroungarici, germani (unici a comportarsi bene, greci e arabi, toh!). Poi, assunto il peso dell’unità nazionale, abbiamo, da soli, sbagliato un po’ tutto, sia come colonialisti, sia nella scelta tra perdenti e vincitori. Ma poi, un bel giorno del 1945, ci siamo detti liberati. Procedendo con coerenza, c’è chi pensa a liberarci anche dall’unità.

Alessandro Manzoni, lamentando che un popolo, i longobardi, e l’altro, i franchi, ci stavano sul collo, denunciava quella che allora, pure, era detta liberazione: non liberati dagli uni e, in compenso, dominati dagli altri. A lui pareva brutto, ma eravamo nell’800. Oggi tra Usa, UE, Nato e Vaticano, di liberatori sul collo ne abbiamo tanti. E stiamo benissimo. Viva il 75°!

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:56

Incursione notturna No Tav over 70 (tranne una) dentro al cantiere!

http://www.notav.info/post/incursione-notturna-no-tav-over-70-tranne-una-dentro-al-cantiere/

post — 7 Giugno 2019 at 01:21

Da molti anni oramai lo affermiamo, lo abbiamo altresì dimostrato in centinaia di modi diversi e, nonostante questo, continua ad esserci chi cerca di fare affari sulle nostre vite e sulla nostra terra: noi ci siamo, non molleremo mai!

Questa sera alcuni No Tav dai capelli grigi insieme ad una giovane hanno approfittato di una delle numerose falle nella sicurezza del cantiere  (fermo da oltre un anno ma trasformato in luogo di confino per polizia e carabinieri a monitorarne i recinti) per fare un giro dentro al cantiere.

Armati di striscione e di tutto il necessario per passare la notte in gattabuia hanno sfidato la sicurezza del sito strategico nazionale e raggiunto l’obiettivo sperato, il cuore del cantiere tanto amato da imprenditori senza scrupoli e politici di tutti i colori.

Ovviamente la loro presenza non ha gratificato i solerti difensori dell’ordine costituito che li hanno identificati e denunciati.

Nessuna pace per chi vuole distruggere la nostra terra.

L’estate è lunga da passare (per voi), noi non ci stancheremo mai!

Avanti No Tav

LA BATAILLE POUR IDLIB ENTRE ARMEE ARABE SYRIENNE CONTRE AL-NOSRA : UNE GUERRE PAR PROCURATION CONTRE L’ARMEE TURQUE  (LA BATAILLE POUR IDLIB ET HAMA IV)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 05 31/

LM.GEOPOL - Libérer idlib IV (2019 05 30) FR 5

Après avoir subi de lourdes défaites à la mi-mai dans le nord et nord-ouest de la province de Hama et le sud de la province d’Idlib, les groupes djihadistes terroristes, gravitant dans l’orbite d’Ankara, ont tenté la semaine dernière de mener des attaques contre l’armée syrienne. ‘Press TV’, la télévision d’Etat iranienne francophone, va jusqu’à évoquer ce 28 mai « Idlib, première défaite de l’armée turque face à l’armée syrienne » et qualifie les djihadistes de « supplétifs de l’Armée turque » (1) !

Tout cela en dépit du Processus d’Astana et des Accords de Sotchi, qui finissent dans une impasse, en raison de la non-sincérité turque …

ARMEE ARABE SYRIENNE VS FRONT AL-NOSRA (AL QAIDA EN SYRIE)

Le groupe terroriste Hayat Tahrir al-Cham (ex Front al-Nosra, Al-Qaïda en Syrie) « a perdu en moins de deux semaines plus de 100 km² des territoires sous son contrôle dans le nord de Hama et le sud d’Idlib, et plus de 350 terroristes ont été tués dans les attaques de l’armée syrienne, tandis que des centaines d’autres ont été blessés. Dans une opération de représailles, les terroristes équipés de nouvelles armes turques ont commencé à reprendre ces territoires perdus et réussi à occuper dans un premier temps la ville stratégique de Kafr Naboudah, au nord-ouest de Hama. Mais leur tentative a échoué et les forces de l’armée syrienne, grâce à une opération surprise, ont réussi le dimanche 26 mai à entrer dans la ville stratégique de Kafr Naboudah ».

Lors de cette opération militaire, les troupes syriennes « ont pilonné les positions du Front al-Nosra et de ses alliés avant de tirer des missiles sur les voies d’approvisionnement des terroristes. Ladite opération a également bénéficié d’une bonne couverture aérienne de l’aviation syrienne ». Selon une source militaire sur place, « les troupes syriennes ont stabilisé ensuite leurs positions à l’intérieur de Kafr Naboudah alors que les unités de génie essaient de déminer la ville ». Lors de cette opération, outre la mort de centaines des éléments terroristes, ils ont également vu plusieurs de leurs chars et véhicules blindés être détruits. Outre les ‘forces du Tigre’, unités de choc syriennes, la 11e Division de blindés de l’Armée arabe syrienne est engagée dans cette offensive.

LA REPRISE DE KAFR NABOUDAH :

« UNE DEFAITE CUISANTE POUR L’ARMEE TURQUE » (PRESS TV)

Les troupes syriennes viennent donc d’entrer dans la ville stratégique de Kafr Naboudah, au nord-ouest de Hama. La récupération de Kafr Naboudah permettra à l’armée syrienne d’enregistrer une avancée plus importante vers l’est en direction de la ville d’al-Hobaït, située à la frontière d’Idlib. « La reprise de cette ville stratégique par les troupes de l’armée syrienne constitue une défaite cuisante pour l’armée turque qui a soutenu les terroristes en leur fournissant armes et munitions dans cette région jusqu’à la dernière minute », commente ‘Press TV’.

Quelques heures après la libération de la ville stratégique de “Kafar Naboudeh” à Hama, « les hélicoptères de l’armée syrienne ont largué des tracs sur les villages de la banlieue d’Idlib, appelant les habitants à les évacuer les villages. Une grande bataille s’annonce contre la ville d’Idlib alors que la Turquie et les États-Unis arment massivement les terroristes d’al-Qaïda et vont de contre-offensive en contre-offensive contre les positions syriennes ».

Des sources proches des terroristes ont fait part de « l’arrivée de nouveaux renforts de l’armée turque dans le nord-ouest de la Syrie. Ces sources ont également révélé que la Turquie avait fourni de nouvelles armes, surtout des missiles TOW aux terroristes du Parti al-Turkistani qui constituent désormais le gros des bataillons de la Turquie face à l’armée syrienne et ses alliés ».

Selon ces mêmes sources, « le convoi militaire turc est arrivé dans la nuit du 26 au 27 mai dans le nord de Hama à proximité de Jabal Zawiya dans la province d’Idlib, contrôlé par les groupes terroristes. Ce convoi est composé de dizaines de véhicules militaires, de lance-missile Grad et de missiles téléguidés antichars TOW. Une première contre-offensive des terroristes a été lancée cette nuit quelques heures après la reprise de Kfar Naboudeh. Menés par Hayat Tahrir Al-Cham, les terroristes, composés essentiellement des membres du Parti al-Turkistani ont pris d’assaut les positions de l’armée syrienne sur le flanc est de Kafr Naboudeh. Une bataille féroce a lieu peu après que les terroristes eurent tenté de se rapprocher de la villeé.

« UNE VRAIE BATAILLE TERRESTRE ENTRE L’ARMEE SYRIENNE D’UNE PART ET L’ARMEE TURQUE DE L’AUTRE » (PRESS TV)

Toujours selon ‘Press TV’, « Les batteries de missiles terroristes ont intensément pilonné les positions de l’armée, faisant dire aux analystes qu’il y a désormais une vraie bataille terrestre entre l’armée syrienne d’une part et l’armée turque de l’autre dont les officiers pilotent les terroristes qaïdistes. La contre-offensive a été puissamment repoussée par les forces du Tigre, n’empêche que tant que les terroristes contrôleront Tal-Sakher, l’armée syrienne ne saura sécuriser Kfar Naboudeh ets es banlieues. Le cap sera mis ensuite sur la reprise des montagnes stratégiques ” Chachabo” afin de sécuriser Qal’At al Madiq dans la campagne du nord-ouest du gouvernorat de Hama ».

Le 25 mai au soir, « les supplétifs de l’armée turque ont lancé une violente offensive contre l’aéroport militaire de Hama. L’aéroport a été pris pour cible de missiles. La DCA syrienne a repoussé les missiles et en a intercepté plusieurs. C’était la 4ème frappe aux missiles contre l’aéroport stratégique de Hama situé dans le nord-ouest syrien ».

Pour les analystes militaires, « la guerre à Idlib est entrée dans une phase très délicate, quelque 10 parties étant présentes (2). Aux côtés de la Turquie, se battent contre l’État syrien et ses alliés, les USA, l’OTAN et Israël par terroristes fréristes et qaïdistes interposés. Ceci étant, Damas et ses alliés sont déterminés à libérer parcelle par parcelle Hama et la banlieue d’Idlib et se diriger droit vers le panier à crabe qu’est la ville d’Idlib en soi ».

NOTES :

(1) Sur la duplicité turque dans le « rapprochement » avec Moscou :

* Cfr. sur EODE THINK TANK/ GEOPOLITIQUE/

Luc MICHEL, QUEL SOI-DISANT ‘RAPPROCHEMENT TURCO-RUSSE’ ? ERDOGAN REUSSIT SON COUP DE POKER OPPORTUNISTE !

sur http://www.lucmichel.net/2016/08/24/eode-think-tank-geopolitique-quel-soi-disant-rapprochement-turco-russe-erdogan-reussit-son-coup-de-poker-opportuniste/

* Cfr. sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

FAILLITE DE LA ‘GEOPOLITIQUE DE L’EMOTION”: OUI LA TURQUIE D’ERDOGAN ET DE L’OTAN EN SYRIE ROULE TOUJOURS POUR LES USA (PRESSE IRANIENNE)

sur http://www.lucmichel.net/2018/03/08/luc-michels-geopolitical-daily-faillite-de-la-geopolitique-de-lemotion-oui-la-turquie-derdogan-et-de-lotan-en-syrie-roule-toujours-pour-les-usa/

* Et cfr. sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

L’ACTUALITE QUI CONFIRME L’ANALYSE : ERDOGAN PARTENAIRE OU TRAITRE : ‘TOUT CELA N’INCITE PAS LA RUSSIE A VOIR EN LA TURQUIE UN ALLIE’ (JOURNAL RUSSE RBK DAILY)

sur http://www.lucmichel.net/2018/04/08/luc-michels-geopolitical-daily-lactualite-qui-confirme-lanalyse-erdogan-partenaire-ou-traitre-tout-cela-nincite-pas-la-russie-a-voir-en-la-turquie-un/

(2) Cfr. « UN « BLOC COMPOSE DE DIX PARTIES » CONTRE DAMAS ! »

in LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/ QUI VEUT EMPÊCHER L’ARMEE ARABE SYRIENNE DE LIBERER IDLIB ? (LA BATAILLE POUR IDLIB ET HAMA II)

sur http://www.lucmichel.net/2019/05/28/luc-michels-geopolitical-daily-qui-veut-empecher-larmee-arabe-syrienne-de-liberer-idlib-la-bataille-pour-idlib-et-hama-ii/

# L’ANALYSE DE REFERENCE SUR LA BATAILLE POUR LIBERER IDLIB

SUR LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY

* SYRIE : LES ARMEES SYRIENNE ET RUSSE FACE AUX FORCES TURQUES ET A LEURS ALLIES DJIHADISTES A IDLIB ET HAMA

sur http://www.syria-committees.org/luc-michels-geopolitical-daily-syrie-les-armees-syrienne-et-russe-face-aux-forces-turques-et-a-leurs-allies-djihadistes-a-idlib-et-hama/

(Sources : Press Tv – Sana – EODE Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

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Nave delle armi, la vittoria dei portuali: la Yanbu non carica i materiali militari, e la Cgil ferma gli altri porti

https://genova.repubblica.it/cronaca/2019/05/20/news/la_nave_delle_armi_e_arrivata_a_genova_portuali_in_sciopero_e_presidio_pacifista-226708348/

Si torna a parlare di Spezia come prossima tappa anche per i cannoni bloccati a Le Havre ma la Filt blocca eventuali imbarchi in tutta la Liguria

di MARCO PREVE

 

20 maggio 2019

 

Vincono i portuali genovesi. Sulla Bahri Yanbu, la nave saudita delle armi, non saranno caricati i
generatori della Defence Tecnel di Roma, materiale al servizio del militare, ma verranno spostate in un’area protetta del Csm (Centro smistamento merci) e da qui nelle prossime ore verranno trasferite via terra da Genova. E’ quanto è emerso alla fine dell’incontro in prefettura con i rappresentanti della Cgil, i vertici dell’Autorità portuale e i dirigenti del Gmt, il terminal portuale.

E’ probabile che i generatori saranno spostati via terra a Spezia dove, secondo indiscrezioni potrebbero arrivare nelle prossime ore, via treno, anche gli 8 cannoni Caesar che sono stati all’origine del blocco al porto di Le Havre organizzato dall’associazione francese Acat e dai docker francesi. Non è escluso che la Yanbu, che dovrebbe lasciare Genova giovedì, possa dirigersi a Spezia per caricare i cannoni.

E dopo la risposta di Genova è stato proclamato lo sciopero in tutti i porti liguri, per il personale addetto alla nave, laddove ci fossero eventuali attracchi del cargo saudita ‘Bahri Yambu’ in altri scali della Liguria.”La Filt Cgil Liguria – si legge in una nota del pomeriggio – ha dichiarato lo sciopero dei lavoratori addetti a tutti i servizi e alle operazioni portuali, di mare e di terra, che riguardano gli scali liguri dove avvenga l’eventuale attracco della nave Bahri Yanbu, carica di armi destinate al conflitto in Yemen, perché, come già avvenuto nei porti di Le Havre e di Genova, non si proceda con l’imbarco di materiale bellico impiegato in operazioni definite dalle Nazioni Unite “crimini di guerra”.

La Bahri Yanbu era arrivata all’alba in porto. I portuali genovesi e la Cgil hanno proclamato sciopero. Un presidio di pacifisti al varco di ponte Etiopia. I portuali: “Attrezzature e droni al servizio del militare: non vogliamo essere complici delle vittime civili in Yemen, non carichiamo”.

Il caso internazionale della nave della compagnia di bandiera dell’Arabia Saudita fa quindi tappa a Genova dopo l’analogo boicottaggio dei portuali francesi a Le Havre, il porto dove dovevano essere caricati gli 8 cannoni Caesar diretti a Gedda e da lì al conflitto in Yemen. Il sito francese d’inchiesta Disclose aveva rivelato con documenti interni dei servizi segreti che i cannoni sono stati utilizzati nella sanguinosa guerra con lo Yemen e hanno provocato vittime civili. Da qui il boicottaggio internazionale che non era scattato in precedenza pur sapendo che la Bahri, che fa rotta da anni su Genova trasportava armi.

Spiegano i portuali genovesi raccolti anche loro nel presidio: “La nave è entrata in porto ed ha accostato perché questo è un diritto assoluto. Solo Salvini pensa di poter chiudere i porti e non far entrare navi, e in quel caso a bordo non ci sono armi come qui a Genova bensì persone. Lo abbiamo ribadito più volte: porti aperti alle persone, chiusi alle armi”.

Alla protesta lanciata dai lavoratori delle banchine e dalla Cgil in questi giorni hanno aderito molte associazioni pacifiste. E c’è stata l’importante adesione dell’associazionismo cattolico: Acli, Salesiani del Don Bosco solo per fare alcuni dei nomi principali, oltre a Libera, comunità di San Benedetto e tanti altri ancora.

 Il collettivo autonomo dei lavoratori portuali (Calp) aveva annunciato ieri un presidio al varco portuale Etiopia, in lungomare Canepa. E ieri sera è scattato anche lo sciopero proclamato dalla Filt-Cgil. «Abbiamo saputo che qui a Genova, oltre a materiale di impiantistica civile, era previsto anche il carico di un generatore elettrico che viene utilizzato per scopi militari – spiegava Enrico Ascheri, della Filt Cgil – a questo punto non ci stiamo, le rassicurazioni che ci hanno fornito non valgono più niente, la nave non si carica».

«Riteniamo di dare un nostro piccolo contributo ad un problema grande per una popolazione che viene uccisa giornalmente – spiegava la nota della Filt – non diventeremo complici di quello che sta succedendo in Yemen». E il sindacato invita « i lavoratori fuori servizio e la popolazione ad a partecipare al presidio davanti a ponte Etiopia » , che è scattato questa mattina già a partire dalle sei. Intanto secondo le indiscrezioni pubblicate ieri in esclusiva da ‘Repubblica’ i cannoni destinati allo Yemen potrebbero essere caricati segretamente su treno per essere trasportati a Spezia, dove sarebbe previsto l’imbarco.

A Genova peraltro sono 35 anni che la compagnia saudita Bahri ( National shipping company of Saudi Arabia) effettua servizio di linea e qui non ha mai caricato materiale bellico, ma solo impiantistica, merci varie e rotabili.
L’agenzia marittima che rappresenta la compagnia in Italia, la Delta, ha fornito alla Capitaneria di porto e alla Prefettura tutta la documentazione relativa alla nave Bahri Yanbu.

“Credo che la decisione dei camalli e della comunità dei lavoratori portuali genovesi vada rispettata perché fa parte della loro storia e identità ed è anche segno di civiltà”. Lo ha detto il presidente di Federlogistica ed ex presidente dell’Autorità portuale di Genova Luigi Merlo a proposito della protesta messa in campo questa mattina dai portuali genovesi contro l’attracco del cargo saudita Bahri Yanbu. “E’ vero che c’è il libero scambio delle merci – ha completato Merlo – ma c’è anche la scelta individuale, importante, etica e morale, che credo debba essere rispettata e faccia pienamente parte della storia del porto di Genova”.

OCCHIO, ARRIVA IL DRONE KILLER !

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/05/occhio-arriva-il-drone-killer.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 13 MAGGIO 2019

Pubblicato sul mio profilo e sulla mia pagina Facebook

(Forse la cosa meriterebbe un intervento governativo, perché dalla Federazione Nazionale della Stampa o dall’Ordine dei Giornalisti c’è poco da aspettarsi)

Ragazzi, la notizia è grossa, seria, grave, brutta. E impone a tutti di correre ai ripari, prima che arrivi Torquemada e ci leghi tutti al palo sopra la pira. Facebook annuncia di aver chiuso, cancellato, soppresso 23 pagine “sospette”. 23 account che lo inquietavano. Basta il sospetto. Come a Obama, che mandava in giro per il mondo droni a eseguire condanne a morte extragiudiziali di “sospetti”

Tra i sospetti, ho la vaga impressione, non ci sono tanto i mattacchioni, o sbroccati che sghignazzano sui concorsi che Salvini-Vanna Marchi lancia dal sito degli imbonitori per chi si bagna a farsi un selfie con il patriota col mitra. O gli sfigati del complottismo che arrivano ad affermare che una minoranza di quattro ipermiliardari, per dominare 7 miliardi di umanoidi, deve per forza ricorrere al complotto. No, i sospetti sono quelli inclini a sostenere, simpatizzare con, occhieggiare verso, i componenti di questo governo, con preminente attenzione ai 5 Stelle.

E sapete su suggerimento di chi Facebook ha inflitto questa esecuzione extragiudiziale e priva di appello? L’istruzione arriva da un organismo che invece risulta al di sopra di ogni sospetto. Verificate: andate su Google è digitate Avaaz. Troverete che al vertice di questa illustre Ong c’è il ghota di Wall Street ed enti affini. Trattasi dei nuovi probi viri del social network della libertà. Come poteva sottrarsi Facebook a un giudizio proveniente da tale indiscutibile autorità? Qualcuno vorrà obiettare che si tratta di intervento spudorato contro la libertà d’espressione. Ma quando mai! E’ un provvedimento perfettamente inserito nel migliore Zeitgeist dell’epoca. E quando una cosa è di tendenza (i fichi dicono “trendy”), non c’è proprio nulla di cui vergognarsi.

Ci troviamo con ogni evidenza, dati gli obiettivi colpiti, nella campagna elettorale in vista dell’eurovoto fra meno di 10 giorni. Noi, per la verità, ci aspettavamo i troll russi, a cui, come premio di consolazione , dopo la debacle del Russiagate negli Usa, Putin avrebbe affidato la prossima configurazione dell’europarlamento. Ma vuoi mettere Putin con Avaaz?

Signori carissimi, sia queste povere righe, sia il mio prossimo articolo di mannaie varie, maneggiate da fascisti come da antifascisti (dei quali ultimi, per la verità, io ne ho visto solo una vera: Virginia Raggi a Casal Bruciato), sono suscettibili di essere giudicati “sospetti” da Sua Eccellenza l’Algoritmo che tutto vede, tutto sa e tutto decide nel nome di Avaaz,

Rispetto al regno della verità assoluta su carta e schermo, pensavamo che la repubblica democratica popolare dei social ci assicurasse ancora un po’ di relatività fuori tendenza. Ma l’Algoritmo fa la lista dei buoni e dei cattivi e quella non si discute.

PER CUI, SE SIETE PREOCCUPATI DI DI VEDERE RIUNITO IN UNICO PANOPTICUM QUANTO SI APPRENDE DA CARTA, SCHERMO E RETE, CAUTELATEVI E CAUTELATECI INVIANDO IL VOSTRO INDIRIZZO EMAIL DIRETTAMENTE QUI, O AL BLOG, O ALL’INDIRIZZO EMAIL visionando@virgilio.it. RICEVERETE LE MIE SOSPETTE INTEMPEREANZE DIRETTAMENTE E, PER UN PO’, SFUGGIREMO AL DRONE. FORSE.
In ogni caso c’è sempre l’alternativa VK

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:03

QUALE 25 APRILE. QUALE 27 APRILE. QUALE LIBERAZIONE.

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/04/quale-25-aprile-quale-27-aprile-quale.html

MONDOCANE

VENERDÌ 26 APRILE 2019

https://www.youtube.com/watch?v=ZJFF0f8geaE

Il link è l’omaggio a una donna, venuta da un altro mondo per dare una mano al nostro, la sua vita per l’amore del suo uomo, della repubblica, della democrazia, della giustizia, della libertà. Per me anche lei è 25 aprile. Canzone che amo e che, volendo, potete sentire a sottofondo di quanto ho scritto.

Ho superato il 25 aprile uscendo dalla culla di questo eterno presente, dalla quale, a noi pupetti, i pupari non fanno nè vedere passato, né prospettare futuro. Eterna sospensione tra l’unico pensiero possibile, quello attuale, e l’unica tecnologia disponibile, quella digitale.  Ho afferrato una radice e mi sono ritrovato sotto il monumento sul Gianicolo alle vittorie di Garibaldi sui francesi e alla memoria della Repubblica Romana (1848), poi annegata nel sangue dei patrioti e del popolo romano dalle monarchie francese, borbonica, austroungarica che PioIX  aveva invocato dal suo esilio a Gaeta (i bersaglieri gli avrebbero reso la pariglia a Porta Pia, vent’anni dopo). Priorità assoluta delle Potenze, non diversamente da oggi, stracciare una costituzione che a quella di esattamente cent’anni dopo poco aveva da invidiare e, dato l’ambiente europeo e la sua affermazione di sovranità, era perciò anche più meritevole.

Un monumento che mi proteggeva dallo scroscio di toni enfatici e parole declamatorie grandinate dal Quirinale e rimbombate nella camera dell’eco che è la stampa italiana. Toni e parole all’apparenza del tutto rituali, generiche e banali, altisonanti, proprio come si retoricheggiava ai tempi di Lui, prendendo fiato a ogni periodo, passando dal grave all’imperativo nobile e finendo sull’intimidatorio per chi non  dovesse darsela per intesa. Insomma, discorsi da Balcone, dalla cui pomposa prosopopea cerimoniale, nel caso specifico del tutto abusiva, immancabilmente esalano i vapori dell’ipocrisia e dell’autorità fondata su chiacchiere e distintivo. E, a volte, su felpe e giubbotti, abusivi pure questi.. Tutte cose che con i fasti evocati da lontano, sempre senza averne i titoli, abusivamente, hanno il compito di coprire i nefasti  del presente e dei presenti.

 Bandiera delle Repubblica Romana. Giubba garibaldina

Non ho partecipato ad alcuna celebrazione, ufficiale o ufficiosa, trovandole tutte spurie e inquinate. Dal Quirinale a un’ANPI che condivide con tutte le sinistre la perdita di sé e che si mette ad arzigogolare sull’equivalenza tra nazifascismo e quello che i superrazzisti dell’Impero e delle sue marche definiscono razzismo. Mistificando per tale quello di chi smaschera l’operazione colonialista, detta globalizzazione, ai danni dei dominati del Sud e del Nord. Gli sciagurati sovranisti, identitari, refrattari alla levigatezza dell’uniformato. Seppure lo definiscano tale, non ne fa sicuramente parte Matteo Salvini, sovranista farlocco e sfascia-Italia  del “prima gli italiani”, purchè si tratti di trafficoni eolici, trivellatori di terre e mari, sfondatori di valli e montagne, magna magna di ogni genere, cravattai lombardoveneti, insomma tutti i missi dominici dell’Impero. Genìa che è stata decisiva perché i risultati del 25 aprile fossero consegnati nelle mani e nelle borse dei nuovi invasori.

Genìa maledetta. E’ stato lo spirito dei tempi coronati dal 25 aprile e subito successivi che ha innalzato l’Italia – dal fascismo squadrista frantumata in giovani obnubilati, popolo plebeizzato e impecoranato, federali in stivali e loro mignotte, intellettualità sedotta, asservita e abbandonata, brutalità ed elementarietà di azione e pensiero (salvo grandi architetti) – ai livelli di un passato come quello dei Leopardi e dei moti ottocenteschi. Che ha prodotto i Fenoglio, Calvino, Pavese, i De Sica, Rossellini, Monicelli, giganti che hanno nanificato, moralmente e culturalmente,  tutto quello che è venuto dopo e che formicola a petto in fuori nei Premi Strega e Bancarella. Si può dire, e spiacerà ai nonviolenti, di vocazione o altro, che quello Zeitgeist, così generoso, è uscito dalla canna di un fucile.

Da ex-direttore responsabile e inviato di guerra del quotidiano Lotta Continua e militante (a lungo latitante) di quell’organizzazione, che contro il fascismo aggiornato del consociativismo di regime, con il suo terrorismo di Stato, pure qualcosa ha fatto,  mi permetto, nel mio piccolo e intimo, di ringraziare i partigiani tutti. Formazione di popolo.  Più di tutti quelli garibaldini, e rigettare nel buco nero dell’esecrazione gli Alleati, che ai primi hanno sottratto e pervertito la vittoria, poi procedendo a sottrarre e pervertire ciò che di ogni vivente fa quello che è: la sovranità sua, della sua comunità, del suo passato, presente, futuro, nome. Di questo gli antifascisti da terrazzo, antisovranisti del re di Prussia, non sanno e non dicono, bisognosi come sono dei cartonati in camicia nera e saluto romano per occultare il fascismo global-digital-finanziario che li ha reclutati e di cui si sono inoculato il virus. Il che non mi impedisce, sia detto per inciso, di trasecolare a fronte di chi insiste a definire Piazzale Loreto “giustizia di popolo”.

Stessa matrice

Oggi si vedono sul palcoscenico della commedia nazionale e occidentale, in grande spolvero, nuovi “antifascisti”. Ce ne sono addirittura di patrocinati da George Soros, che non si fa scrupoli di affiancarli all’altra sua creatura: Me too  Come sempre quando il pifferaio riesce a riunire e riconciliare in un’unica truppa ratti e bambini ignari, li si trovano, schiamazzoni e autocertificati, dall’estrema sinistra  a quella vera destra che si dice vuoi centrosinistra, vuoi centrodestra. Virgulti, balilla e giovani italiane del Nuovo Ordine Mondiale, puntano quello che in artiglieria viene chiamato “falso scopo” (e il puntamento indiretto verso un obiettivo non individuabile a vista). In parole semplici, additando un chihuahua ringhiante nei bassifondi ideologici urbani, si urla “al lupo, al lupo”, con l’effetto di distogliere la nostra mira dal lupo mannaro vero che tiene al guinzaglio chi urla.

(Chiedendo scusa al lupo per la becera metafora fiabesca. E ricordando che il ministro dell’Ambiente 5 Stelle, Costa, proibisce di abbattere i lupi, mentre Salvini, forte di mitraglietta, ne autorizza l’abbattimento: fatto che contiene in nuce tutto il significato delle temperie in cui il post-25 aprile, tradito come nemmeno il presunto Giuda il presunto Gesù, ci ha ingabbiato e nelle quali, o i 5 Stelle staccano la spina, o rischiamo il corto circuito e il black out loro e di tutti noi).

Il discorso della Liberazione va ripreso ab imis fundamentis. E’ per questo che ho spostato le mie commemorazioni-celebrazioni a due giorni dopo, il 27 maggio del 1937. E il giorno tristissimo della morte di Antonio Gramsci (io c’ero già e ricordo una serie di quaderni di mio padre con sopra, imparai dopo, le immagini, tra altre, di Marinetti, D’Annunzio, Gozzano, Leopardi e Gramsci). Non significa niente, ma sono contento di esserci già stato quando ancora viveva Gramsci. E’ insensato, ma mi pare che così sono in qualche modo contemporaneo e, quindi, più partecipe di quel “popolo” a cui questo sardo degno della sua terra ha ridato un nome, un’identità, un progetto, nel tempo che più lo ha visto conculcato, mistificato, sviato da una storia che era iniziata con Dante, che aveva serpeggiato per secoli e che si era rifatta prorompente con la Repubblica Romana e le altre affini, incancellabili madri dei nostri partigiani.

 La Brigata delle Donne alla Comune di Parigi

Come Anita Garibaldi, che, sul colle Gianicolo, sparava ai francesi rinnegati, lo è specificamente delle nostre partigiane. E come lo era anche delle brigate femminili alla Comune di Parigi (dove c’erano pure i dai neoborbonici esecrati garibaldini!). Che nessun movimento o gruppo femminista ricorda e onora, preferendo icone tipo Hillary o Boldrini.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:06

ERA LA STAMPA, BELLEZZA. SI È UCCISA. DAL RUSSIAGATE AL RUSSIAFLOP E ALL’ARRESTO DI ASSANGE

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/04/era-la-stampa-bellezza-si-e-uccisa-dal.html

VENERDÌ 12 APRILE 2019

Ginevra: monumento a Snowden, Assange, Manning

“L’arresto di Julian Assange, il dissidente che ha segnato a livello planetario un’epoca nuova nella tensione fra lo scrutinio democratico delle decisioni dei poteri di governo e la Ragion di Stato, pone un problema drammatico alla coscienza politica di tutto l’Occidente”. (I parlamentari del Movimento 5 Stelle)
Un giornalista. Vero.

Dopo un accusa svedese di molestie sessuali, mossa da due collaboratrici Cia e poi archiviata, sul modello Brizzi e Argento; dopo sette anni di reclusione nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, prima da rifugiato, grazie a un presidente ecuadoriano perbene, Correa, e, poi, da ostaggio e prigioniero, per servilismo agli Usa di un presidente fellone, Moreno, Julian Assange, eroe e martire della libertà d’informazione, è stato arrestato da Scotland Yard. Lo aspetta l’estradizione negli Usa e un processo in base ad accuse segrete, formulate da un Gran Giurì segreto, che prospettano la condanna a morte.
Per essersi rifiutata di testimoniare contro Assange davanti al Gran Giurì segreto, Chelsea Manning, che fornì a Wikileaks i documenti attestanti i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dagli Usa in Iraq e Afghanistan e si è fatta 7 anni di carcere, è stata di nuovo imprigionata e posta in isolamento.  Assange e Manning sono i disvelatori e comunicatori di ciò che il potere fa di nascosto e ai danni dell’umanità. Sono ciò che dovrebbero essere i giornalisti e che nell’era della globalizzazione, cioè della presa di possesso di tutto, non esiste più. Salvo in qualche angolo della rete.
Gli unici, tra giornalisti e politici che hanno avuto la primordiale decenza di marchiare a fuoco la persecuzione di Assange, senza se e senza ma, sono stati i 5 Stelle, con Di Battista, Di Manlio, Morra. I migliori. Grazie e onore a loro.
Come va? Da noi tutto bene.
Il giornalismo italiano è approssimativo, sgrammaticato, forbito, pomposo, demagogico, disonesto, ipocrita, falsario, mistificatore, manipolatore, incompetente, protervo, pedestre, fazioso, ottuso, pedestremente bugiardo. Esibisce prosopopea e campa di servilismo. Un’ informazione corretta equivale a infliggere torto e offesa ai rispettivi padroni-editori, a loro volta obbligati nei confronti di padroni più grossi. Il sindacato, FNSI, e l’Ordine lo difendono con kermesse e piazzate dalle critiche. Non ne hanno mai pizzicarto uno per aver detto che Gheddafi imbottiva di Viagra i suoi soldati per agevolarne gli stupri, o che Milosevic pratica la pulizia etnica.
Il giornalismo Usa, trainato e sedotto dalle quattro corazzate Washington Post, New York Times, CNN e Fox, tutti in mano a miliardari, è anche peggio. Quello europeo, più esperto e furbo, cerca di galleggiare, inserendo nelle bordate di falsità all’uranio qualche mortaretto di verità. Per me, il peggio di questo giornalismo è quello che si nasconde sotto mentite spoglie e di conseguenza inganna il lettore inconsapevole, rifilandogli “verità” imperiali con la griffe di ”opposizione”.
Se la Federazione Nazionale della Stampa e l’Ordine Nazionale dei Giornalisti fossero quello che la loro denominazione afferma, avendo con tanto forza deprecato, perseguito, condannato, le intemperanze di alcuni 5 Stelle che consideravano certi organi e giornalisti né imparziali, né corretti, oggi come oggi dovrebbero impegnarsi per un caso che rappresenta simbolicamente la fine della libertà d’informazione. Non lo faranno.

Media monopolaristici: qualche caso 

non riescono a intaccare.

Limitiamoci a pochi punti. Quello che balza agli occhi nell’immediato e non ha bisogno di alcun esame epidittico è un lavoro sulla componente gialla di questo governo  talmente di squadra, che neanche il Real Madrid. Passate dal Corriere a Repubblica, dal manifesto alle beghine del TG3, da Floris a Formigli a Zoro, dall’Osservatore Romano all’Osservatore della Val Brembana e ne uscirete frastornati e assordati dalle mazzate inferte a Di Maio & Co. Come resterete abbagliati dalle passarelle offerte ai promotori dello svuotamento del Sud del mondo a scopo di rapina, chiamato “fenomeno migratorio”. E’ il mandato assegnato agli editori di riferimento della globalizzazione.

Il generale Haftar, dopo avere guadagnato il controllo e l’appoggio di quattro quinti della Libia nel nome della sua riunificazione, assedia Tripoli e Misurata, covi di integralisti islamici che, come in Siria e Iraq, rispondono ai quartieri generali geopolitici dell’Occidente e a capo dei quali è stato inventato un premier non legittimato da nessun voto popolare (diversamente da quello di Tobruq del quale è espressione Haftar). Haftar promette di spazzare via i jihadisti che da otto anni insanguinano il caos libico e, con loro. i campi di migranti che gestiscono e su cui tanto raccapriccio cala tutta la nostra stampa all’apparire di ogni barcone in presunto naufragio? . Ebbene, quali sono per i nostri MSM (Main Stream Media, giornaloni e televisionone) i buoni e i cattivi? A dispetto dei torturati, stuprati, uccisi nei lager, sui quali tanta tratta di schiavi e mafiosi era stata imbastita?. Avevate dubbi?  Meglio tenersi i lager che far vincere uno che passa i fine settimana a Mosca.

Il “fenomeno epocale migrazioni”, viene ora definito inarrestabile perfino da Beppe Grillo. Tra papa che, a proposito di mafia nigeriana, scarica su noi  – “La mafia è roba nostra” – la colpa che nell’Italia delle tre mafie storiche, più la quarta politico-economica, sia sbarcata, via gommoni e Ong, una quarta, e demagoghi  dei porti chiusi, ci si divide solo su un punto: parlarne o non parlarne. Se gli organi leghisti ne seminano il terrore, “il manifesto”  non sa nemmeno che una mafia nera c’è. Dove invece, da quelli dei porti chiusi a quelli di Mimmo Lucano, ci si ritrova concordi e compatti è l’assoluto silenzio sulla matrice del fenomeno. Fenomeno naturale quanto le frane dai declivi disboscati. Tre miei dvd gratis a colui che mi scopre, ovviamente nel monopolarismo del sistema mediatico nostrano (in rete è facile),  un’inchiesta di giornalone su come dall’Africa, fino al nuovo colonialismo, non arrivasse nessuno, anzi,  tutti si battessero a casa loro per la liberazione da britannici e francesi, e che solo ora, ripresentatisi missionari, Ong e manager multinazionali e impostosi, grazie alla crisi, un riesame del costo del lavoro, fossero partiti i barconi.

Russiagate: russi sotto il letto e Cia a capotavola. Fino all’obliterazione nucleare.

Tutto questo si può perfino definire una compagna di sbrindellati e sgangherati, rispetto alla falange d’acciaio mediatico-politica  che si è formata a sostegno della crociata anti-Putin del Russiagate e del suo alfiere, il procuratore Robert Mueller. Per quasi tre anni inarrestabile macchina del fumo, l’ex-Marine volontario in Vietnam, ex-direttore dell’FBI, era sostenuto nell’impresa da quello che chiamano Stato Profondo, invisibile, ma decisivo, tutti ex-FBI o Cia, la crème de la crème della Nazione Eccezionale, quella che governa davvero e rimuove chi non ci sta. Da Kennedy a Nixon a, tentativo fallito, Trump. Che poi è la stessa che s’è inventata la pulizia etnica di Milosevic, le armi di distruzione di massa di Saddam, i piloti sauditi contro le Torri Gemelle e, appunto, il Golem Russia.

Per oltre due anni i garzoni di bottega dell’informazione anglo-sassone, si sono rappresentati e profondamente sentiti l’armata di giannizzeri del sultano Mueller. E anche da noi il Russiagate era bibbia, codice d’onore, sfrenata passione. Non ha sgarrato nessuno. Mancava ogni minima prova o evidenza che Hillary Clinton fosse stata sabotata, non dalle proprie, diciamo, improprietà affaristiche, consociative, guerresche, golpiste, bensì dalla collusione tra Putin e il suo burattino a stelle e strisce. C’era solo un dossier di stronzate, redatto dalla spia britannica Christopher Steele, pagato con fondi del Partito Democratico e da Mueller  e svaporato nel nulla appena Mueller ha aperto la cartella.

Altro che buco nero!

Rasentando un surrealismo sublime, lo Stato, che non aveva mancato di interferire in ogni processo politico, in ogni elezione, in ogni economia, in ogni perversione culturale dal 1945 a stamattina, accusava i russi di essersi piazzati negli armadi e sotto il letto di Trump. Non solo, di tutti i suoi sostenitori, di tutti i governanti devianti, di tutti i cittadini inosservanti. Obiettivo: l’impeachment, la cacciata dell’imprevisto, incalcolato, mai visto al Circolo della Caccia. Magnifico assist, oltre a tutto, per scaricare sui maneggi e intrighi russi ogni fatto e vicenda non consoni alle aspettative dei regnanti in Occidente: dai Gilet Gialli, ai vittoriosi nel nostro referendum, da Salvini a Di Maio, dagli Skipral, avvelenati col Novichok (prodotto, peraltro, nel vicino stabilimento UK di Porton Down), alla Brexit, al morbillo e alla zanzara Tigre.

Milioni di articoli, tonnellate di inchiostro, milioni di chilometri di nastro, vignette a strafottere, per costruire un Orso Russo così mostruoso e Kolossal da meritarsi una gragnuola nucleare in testa. Senza di che, appunto, non sarebbe stato possibile convincere la gente che piuttosto di essere divorati da quell’orso, sarebbe stato meglio farsi incenerire dalle atomiche dei giusti. Che poi era l’obiettivo ultimo di tutto il can can.

Il rapporto con cui un pur volenteroso Mueller ha dovuto comunicare al ministro della Giustizia William Barr e al resto del mondo che tutto questo era stata una gigantesca fola, burla, frode, presa per il culo, minchiata, che non c’era la minima prova che i russi abbiano interferito nelle elezioni per favorire Trump (oltretutto spasmodicamente illogico, vista la qualità del soggetto) e che Trump non ha mai ostacolato la Giustizia, sta all’Everest di panna al cianuro costruito dai media, come il testè scoperto buco nero sta a inferno e paradiso, come rifilatici da precedenti persuasori manifesti.

Si tratta sicuramente del più grande flop, fiasco, smacco mai inflittosi  da una così sconfinata platea di frodatori. E del più grave insulto, inganno, imbroglio, circonvenzione, impostura, abbaglio inflitto a noi, disarmati utenti. La conclusione è univoca e inesorabile: questa gente, questo apparato, questo moloch d’Occidente, non ha più e non avrà più alcuna credibilità. Né su questo, né su alcun’altra nefandezza propagandistica e mistificatoria che vorranno servire ai loro manovratori.

Ingannati miliardi, rasentato la guerra totale? Non è successo niente.

Protervia e mancanza di alternativa (se non in rete, gli dei ce la salvino perché i demoni le daranno addosso, ora più che mai) gli permettono di nemmeno scusarsi con i miliardi di esseri umani che hanno turlupinato e agganciato al carro della guerra alla Russia. Non provano nemmeno a commettere un gesto di resipiscenza. Anzi. Del resto dov’ è la Procura che si azzarda a ipotizzare una sfilza di reati, tipo frode, falsa testimonianza, abuso di credulità, circonvenzione di incapace, falso in atto pubblico, concussione, corruzione, incitamento all’odio … per quanto grossi e operativi come squali? Una parte, quella degli ignavi, se ne sta zitta, facendo finta di niente. Non ne parla. Non è successo niente.

Un’altra si trasforma da vipera pestata in free-climber sugli specchi. E’ il caso, per esempio, di Guido Caldiron, firma della Comunità nel “manifesto”, che, fin dai suoi fasti in “liberazione”, si prodigava senza macchia e paura per qualsivoglia primavera di velluto che a Soros piacesse, in particolare quelle gradite a Israele. E se i media statunitensi si arrabattano tra richieste a Barr di rendere noto tutto il rapporto Mueller, che sicuramente qualcosa di russo ci si trova, e la ricerca di altre porcate di Trump, il nostro segugio si salva con la “Russia connection” che unirebbe tutta la destra, con Putin che, perso Trump, ora se la spassa sul lettone con le camicie brune e nere di tutta Europa. Come no, lo sospettano anche “Liberation”, “Le Monde”, la BBC. Gli stessi sinistri vedovi del Russiagate.

Sgonfiato il Russiagate, pompiamo il Cinagate, consoliamoci con le nuove “primavere arabe”

Altri ancora, cambiano bersaglio e, nell’impudenza  come marchio deontologico,  trovano altri servi encomi  e codarde ingiurie da praticare: migranti, Libia e, soprattutto, Cina, come ora vogliono il Pentagono e l’Intelligence. Tanto che, subito, la presunta alternativa di “manifesto “ e “Fatto Quotidiano” s’è impegnata nel fresco di giornata “Cinagate”: una campagna  che descrive quel paese come poco meno di un orrendo campo di concentramento dove si sorveglia, controlla e punisce perfino il respiro che non esca dritto dalla bocca formulando la scritta Xi Jinping. Descrizione che ovviamente fa da antidoto alla buona impressione di progresso, comunicazione, pace, che qualcuno ha potuto illudersi che fosse la nuova Via della Seta.

Primeggiano nella luce dell’informazione di servizio i depistatori che si gettano sulle “primavere arabe” dei paesi ostici da normalizzare: Sudan e Algeria. E qui grande è la delusione per il fatto che non tutto del classico programma Soros-Cia abbia funzionato, dato che i militari hanno sventato l’auspicata Maidan arabo-africana. Se ne rammaricano i media del colonialismo – “manifesto”, “Fatto quotidiano”, Tg, tutti – che già a suo tempo avevano operato per tagliare al Sudan il Sud petrolifero (Usa, Israele, Vaticano) e che poi avevano fatto passare una disputa per l’acqua tra agricoltori e allevatori del Darfur, altro pezzo da amputare al Sudan, come spietata caccia all’uomo dei governativi “diavoli a cavallo”, i “janjawid”. Li ritrovate tutti quanti a fianco dei “ribelli” siriani, mentre fanno finta che tra questi e quelli che bruciano o scorticano vivi civili e soldati, ci sia differenza.

Il contrapasso

Il ministro della Giustizia Barr annuncia un’inchiesta, non più sulle mene anti-Usa di Mosca, ma proprio su quelle anti-Mosca del Russiagate. Indagate alcune delle più pregiate agenzie di sicurezza e spionaggio americane. A partire dall’FBI  e dalla Cia, nel suo prestigioso ex-capo, nemico mortale di Trump, John Brennan. Sembra il contrappasso di Dante. Chissà che non gli venga voglia, visto che gli Usa rivendicano una giurisdizione su tutto il globo, di inquisire e inchiodare anche un po’ di fake giornalisti autori della fake news più grossa del secolo? Non ci opporremmo, visto che dalla Procura di Roma, se non c’è di mezzo Virginia Raggi, poco c’è da aspettarsi.

Assange: colpita al cuore la libertà. Non solo di stampa

Chelsea Manning

Infame e segno di arbitrio assoluto e di totale disprezzo del diritto e della democrazia sono l’arresto di Julian Assange e il rientro nel carcere, e addirittura in isolamento, di Chelsea (Bradley, quando era uomo) Manning. Chelsea, imprigionata per aver avuto la dignità e il coraggio di non testimoniare contro Assange davanti a una di quelle mostruosità giuridiche che sono i Gran Giurì segreti, veri tribunali speciali, è l’ex-analista dei servizi del Pentagono che a Wikileaks ha fornito molti dei dati che rivelano e denunciano i crimini contro l’umanità e di guerra delle truppe Nato e Usa nei vari teatri di guerra, come anche gli intrighi e i complotti e le operazioni terroristiche tessuti con governi complici a danni della pace, della legge, dei dissidenti. Un quadro raccapricciante basato su centinaia di migliaia di messaggi riservati passati tra governo Usa e sue ambasciate e governi alleati. Niente di sorprendente per chi ha presente quanto le operazioni segrete Usa, con Gladio, Stay Behind, mafia, terrorismo neofascista e rosso, hanno fatto in Italia e in altri paesi.

Assange al momento dell’arresto

Assange, una di quelle gole profonde (whistleblower), come Edward Snowden che ci ha rivelato come la NSA spiasse l’universo mondo, di cui tanto avremmo bisogno per infrangere occultamenti e inganni di regime e mediatici, viene non per caso stigmatizzato con particolare livore da coloro che coltivano il seme del tradimento e la proliferazione degli amici del giaguaro. In Europa eccellano giornali quinte colonne come il “manifesto”, “Liberation”, “Le Monde” e “The Guardian”, che è arrivato, poi costretto a ritrattare e a scusarsi, a inventare una visita di Paul Manaford, responsabile della campagna presidenziale di Trump, ad Assange, nell’ambasciata, per concordare con lui lanci di fango contro Hillary.

Ho incontrato Rafael Correa prima a Quito, alla vigilia della sua vittoria per la presidenza sull’onda della “revolucion ciudadana” che liberò il paese dai manutengoli degli Usa e la fece entrare nel consesso antimperialista dell’A.L.B.A. e, poi, a Roma, dove fece tappa per un tour di denuncia del cambio di rotta operato da Lenin Moreno e dei rischi ora corsi da Assange. Mi disse che Washington, i servizi americani, non avrebbero mollato l’osso e che occorreva con la massima urgenza una mobilitazione del giornalismo onesto e libero e dei cittadini che lo consideravano essenziale alla democrazia per salvare uno dei più validi assertori del diritto alla conoscenza di ciò che fanno i governanti. Scrissi qualcosa, mi guardai in giro, non si sentiva volare una mosca. Né, tanto meno, una parola in difesa di Assange. La FNSI  sparava ipocrito sdegno contro chi, nel mondo politico, osava criticare l’irreprensibile professione.  Amnesty, HRW e gli altri umanitari non assumono “prigionieri di coscienza” catturati dagli amici.

Oggi i poteri che mirano a stringere il mondo intero nella loro morsa a forza di menzogne, soffocamento, terrorismo e guerre, hanno trovato chi sacrificare al dio Mammone. Uno che gli ha dato davvero fastidio. Quanto resiste, a fatica, del giornalismo mondiale, da anni leva la sua voce in difesa di Wikileaks e del suo fondatore. Presidi e manifestazioni si sono tenuti ovunque. Non da noi. E cosa fanno i colleghi i italiani di Assange e Manning? Quando non sputano, guardano dall’altra parte. E mai nello specchio.

Concludo con queste parole di Alessandro Di Battista: “Il governo italiano ha il dovere di mettere in campo ogni iniziativa possibile a sostegno di Assange e di Wikileaks, un’organizzazione alla quale tutti quanti dobbiamo moltissimo. Se lo farà, bene, altrimenti non ci sarà alcuna differenza con gli scendiletto degli americani che ci hanno governato negli ultimi trent’anniCostoro non sono giornalisti, ma sicari della libertà d’informazione. Volete sapere chi sono? Volete i loro nomi e cognomi? Sono tutti coloro che non difendono un patriota dell’umanità come Assange”.

Patriota dell’umanità. Ben detto

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:48