DOCUMENTARI PER SAPERNE DI PIU’ DI COSA STA SUCCEDENDO

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MONDOCANE

MARTEDÌ 7 AGOSTO 2018

https://www.youtube.com/watch?v=EWwWPCGw6cI&t=314s (Trailer “O la Troika o la vita”)

https://www.youtube.com/watch?v=EWwWPCGw6cI (Trailer “Fronte Italia-Partigiani del 2000”)

https://www.youtube.com/watch?v=haEQNk6gE8M&t=9s  (Trailer “Target Iran”)

https://www.youtube.com/watch?v=tFBAq6ulfOA&t=112s 

(Trailer “L’Italia al tempo della peste – Grandi Opere, Grandi Basi, Grandi Crimini)

Recenti avvenimenti di grande portata, come l’ennesima strage di migranti dei campi pugliesi, il vero e proprio scontro sulle Grandi Opere (TAP e TAV) che minaccia di lacerare la coesione del governo detto gialloverde, la crescente minaccia israelo-statunitense di aggressione all’Iran dopo la sconfitta subita in Siria, hanno dato nuova attualità ad alcuni miei lavori che documentano nel dettaglio  origini, cause, responsabilità, effetti proprio di questi avvenimenti e sviluppi e del loro retroterra geopolitico.

Ripropongo dunque questi miei documentari di quattro dei quali potete vedere i trailer su youtube. Altri sono elencati nella colonna di destra del mio sito www.fulviogrimaldicontroblog.info. Per i dettagli su ordini e spedizioni dei Dvd, scrivere a fulvio.grimaldi@gmail.com. Vi risponderà l’incaricata della distribuzione.

Di strettissima attualità è il recente “O la Troika o la vita – Non si uccidono così anche i paesi”(90’), realizzato con Sandra Paganini, che, partendo dalla distruzione della Grecia, per mano della cricca euroatlantica (UE, BCE, FMI, Berlino), sullo sfondo della geopolitica mondiale dell’imperialismo, illustra e analizza le aggressioni analoghe al nostro paese, alle sue comunità, alla sua salute, al suo ambiente, perpetrate nella complicità del governo Renzi: lo sfregio all’ecosistema e al patrimonio ambientale e storico del Salento programmato dal gasdotto TAP, di nessuna utilità per l’Italia per la sovrabbondanza delle forniture in atto, ma che, provenendo dall’Azerbaijan, paese cliente degli Usa, taglia fuori la Russia e il suo gas, per noi più conveniente sul piano economico e logistico. La ferita del TAP viene poi criminalmente completata dal gasdotto SNAM che deve portare l’idrocarburo al Nord, passando sulla faglia sismica che ha originato il disastro dell’Italia centrale e concentrandosi in una serie di megadepositi e impianti per l’iniezione del gas sottoterra, in zone ad ampio rischio sismogenetico. A questo si affianca la denuncia della spaventosa proliferazione di trivelle in terra e piattaforme di estrazione in mare tra Adriatico e Jonio, con enormi danni all’ecosistema marino, ittico e vegetale e all’integrità territoriale. Un ampio capitolo tratta delle gravissime responsabilità istituzionali per la malagestione del terremoto del 2016, degli scandalosi ritardi e della totale assenza di ricostruzione. Su tutti questi temi parlano poi gli esponenti della resistenza sociale alle aggressioni.

“Fronte Italia-Partigiani del Duemila” e “L’Italia al tempo della peste – grandi opere, grandi basi, grandi crimini” sono due documentari (ognuno di 90’), precedenti al primo rispettivamente di uno e di tre anni, che trattano in profondità gli aspetti deleteri di alcune delle Grandi Opere che la componente leghista dell’attuale governo vorrebbe realizzare. Sono lavori che denunciano altre devastazioni del territorio, lo sgretolamento della sovranità popolare, la guerra dei pochissimi contro i tanti. Protagonisti di “Fronte Italia” sono i devastatori della Val di Susa e dell’Appennino del Terzo Valico con l’inutile TAV e la risposta che ormai da oltre vent’anni gli oppone una popolazione che non si arrende, insieme a coloro che lottano contro la grande base satellitare di guerra Usa “MUOS” , che deve gestire le guerre in Africa e Medioriente, in Sicilia a Niscemi.  “L’Italia al tempo della peste” percorre l’intera penisola al seguito del grande movimento di lotta del “NO”, No Mose, No Grandi Navi, No Nato, No Basi, No Tap. No Triv… Capitoli specifici sono dedicati ancora al TAP nel Salento, al tragico espianto di ulivi che comporta e contro cui si batte la comunità salentina; alla terrificante devastazione ENI e Total della Basilicata, dove una regione dalle rare bellezze naturali e dalle pregiate produzioni ortofrutticole è stata inquinata e trasformata in una specie di stagno di residui chimici e petroliferi;  alla criminale aggressione a Venezia e alla sua laguna con le mostruose navi e il pernicioso Mose; e alla Sardegna infestata da basi Usa e Nato, dove si esercitano le forze armate e le società di armamenti di mezzo mondo, con il conseguente inquinamento dei territori e la morìa di persone e animali.

“Target Iran” è stato girato nell’Iran di Ahmadinejad, il presidente che ha preceduto l’attuale, Rouhani, e che aveva rifiutato di sottomettersi al diktat Usa-israeliano di bloccare lo sviluppo di energia nucleare a fini pacifici (energia e medicina), diktat invece accettato dal suo successore. Visitiamo un Iran, già allora sottoposto a sanzioni di cui gli Usa pretendono che siano osservate anche da tutti gli altri paesi (con perdite enormi per l’Italia, primo paese negli scambi con l’Iran) e, per questo, in drammatiche difficoltà sul piano economico e sanitario (a proposito dei diritti umani rivendicati dagli aggressori), che non hanno tuttavia piegato la volontà di resistere della popolazione e, al laico Ahmadinejad, di sollevare dalla povertà milioni di cittadini. Si scopre, contro ogni aspettativa, determinata dalle campagne diffamatorie dei media, un paese libero, cordiale, con aperti rapporti tra i sessi, ospitale, attento al suo patrimonio ambientale e archeologico, ricco di cultura e creatività artistica, i cui dirigenti e protagonisti ci illustrano un passato, sotto lo Shah, protetto dagli Usa, di incredibili misfatti nei confronti dell’opposizione repubblicana. Misfatti oggi affidati a forze che lavorano alla destabilizzazione del paese: la rivoluzione colorata del 2009, che voleva mettere in discussione la vittoria di Ahmadinejad; il terrorismo stragista del MEK (Mujahedin e Khalk), setta esoterica sanguinaria, armata e finanziata da Mossad e Cia, responsabile di infiniti attentati dinamitardi contro civili e di assassinii mirati;  la penetrazione, attraverso il confine con l’Afghanistan, di droga dai campi di oppio sotto contro delle forze d’occupazione americane, mirata a diffondere eroina nella popolazione iraniana. Ne esce un quadro completo dell’Iran, con la sua storia millenaria, la sua sofferenza, il suo orgoglio, le sue bellezze.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 12:31

USA SCATENATI IN AMERICA LATINA—- UCCIDERE MADURO, DISTRUGGERE IL NICARAGUA —- SINISTRE SINISTRE FIANCHEGGIANO

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MONDOCANE

DOMENICA 5 AGOSTO 2018

Foto, filmati e commenti dell’attentato contro Maduro, presidente del Venezuela, nel corso di una parata militare, attuato da due droni che sono esplosi in successione tentando di colpire Maduro, rimasto illeso e immediatamente protetto e ferendo diversi militari sulla tribuna. Sono stati catturati alcuni degli autori materiali, mentre Maduro ha immediatamente puntato il dito contro l’ultradestra colombiana, il presidente Santos e gli ambienti reazionari di Miami. L’attentato alla vita del presidente avviene dopo i due anni di terrorismo della destra venezuelana guidata e alimentata da Washington, campagna terroristica sconfitta anche dal voto che una volta di più ha assicurato una larga maggioranza al chavismo e a colui che in Uccidente viene definito “dittatore”. Un dittatore che, come Chavez, è stato confermato, insieme al suo partito, da una successione di elezioni (di cui solo una persa) giudicate assolutamente corrette da tutti gli osservatori internazionali.

Maduro nel momento dell’attacco dei droni

Si tratta dell’ennesimo episodio della rinnovata offensiva degli Usa, accompagnata dai camerieri UE, per ricuperare il controllo, dominio e sfruttamento di quello che, da Monroe in poi, giudicano loro  “cortile di casa”, offensiva nel corso della quale, oltre ad attivare le solite Ong dei “diritti umani e civili”, note anche da noi nel Mediterraneo per il trasferimento di popolazioni in eccesso, per gli interessi delle multinazionali, il regime di Washington, che si dice impegnato nella “lotta al terrorismo”, impegna tutti gli arnesi del terrorismo, delle criminalità organizzata, del teppismo violento malavitoso, per destabilizzare i governi emancipati, progressisti, democraticamente eletti, disobbedienti al militarismo e al neoliberismo yankee.

Non va trascurato in questa vera e propria campagna di sociocidio e nazionicidio, la sedizione violenta innescata in Nicaragua dagli stessi autori del colpo di Stato che ha reso l’Honduras il paese più repressivo e con il più alto tasso di violenza del Centroamerica e il Paraguay una enorme base militare ed economica degli Usa. Il “manifesto”, a questo proposito, si è distinto per l’incredibile faziosità filoimperialista  con la quale in una serie di paginoni di un inviato incondizionatamente schierato con il movimento impegnato ad abbattere il governo sandinista, ha fornito ai suoi poveri lettori un quadro perfettamente aderente a quello disegnato dai golpisti del Dipartimento di Stato. Ignorando ogni voce della parte sandinista ed esaltando una “rivoluzione di popolo democratica contro il regime totalitario di Daniel Ortega”, questo organo della “sinistra” assistenzialista del globalismo imperialista e delle sue operazioni di regime change si è rivelato addirittura più disonesto e fazioso dei “mainstream” media tradizionalmente atlantisti e sostenitori di ogni cosiddetta “rivoluzione colorata”.

Le varie Ong e associazioni impegnate nel golpe strisciante in Nicaragua sono state tutte scoperte legate a doppio filo alle centrali della destabilizzazione Usa, come USAID,  National Endowment for Democracy (NED), la vetrina ufficiale per le operazioni sporche della CIA), Republican International Institute, Council for Foreign Relations. Tutte entità impegnate nel continente latinoamericano per riportare i paesi ricchi  di risorse ambite dalle multinazionali nordamericane e UE alla situazione della famigerata operazione Condor, quando l’America Latina era stata affidata a sanguinari dittatori al servizio degli interessi statunitensi come Pinochet, VIdela, Somoza, Duvalier e altri in tutto il continente. Con il “manifesto” che avallava le cifre inventate dai rivoltosi nicaraguensi, capeggiati dalle università private e da una  gerarchia cattolica che, pretendendo di favorire il dialogo proposto dal governo, sosteneva invece apertamente il terrorismo della teppa armata che incendiava sedi sandiniste, strutture statali,  scuole, cliniche e assassinava poliziotti e sostenitori del governo. Circolano video in cui si vedono preti cattolici partecipare alle aggressioni ai militanti sandinisti e addirittura torturarli, sandinisti torturati e poi bruciati vivi. La lezione statunitense di Al Qaida e Isis applicata nell’altro emisfereo.

I “non violenti” della rivolta in Nicaragua

Un dato non manipolato, frutto di una ricerca indipendente, “Monopolizzare le morti”, relativo alle vittime degli scontri che si sono succeduti da aprile a giugno e che fino a maggio avevano  visto osservato l’ordine di Ortega alle forze di sicurezza di non utilizzare armi da fuoco, smentisce quanto “il “manifesto”  e le fonti alle quali fornisce generoso avallo, hanno cercato di far credere: 450 vittime, tutte fatte ammazzare da Ortega, come ha dichiarato la congressista democratica Ileana Ros-Lehtinen, noto falco bellico. Cifra poi ridimensionata dal vicepresidente Pence in 350 e passa e, ulteriormente, dall’agenzia di comunicazione del Dipartimento di Stato, Human Rights Watch, a 300 manifestanti.

Numeri che sono stati diffusi da due Ong del Nicaragua, il Centro Nicaraguense per i diritti umani (CENIDH), l’Associazione Nicaraguense per i diritti umani (ANPDH), e la Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), una grottesca struttura totalmente sotto controllo di Washington, già all’opera in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Cuba. Ebbene la ricerca indipendente ha potuto provare, alla mano non di cifre sparate a caso, ma di casi e nominativi singoli, che in ognuno di quei numeri erano compresi anche vittime sandiniste del fuoco dei terroristi (almeno la metà del totale), passanti, persone morte in accidenti del traffico, nominativi replicati. Entrambe le organizzazioni per i diritti umani impegnate a manipolare quei fatti e quei dati a cui “il manifesto” e la stampa dell’establishment occidentale hanno dato piena diffusione, sono risultate destinatarie di finanziamenti statunitensi: NED, Open Society di Soros, USAID e altri, gli stessi che a suo tempo finanziarono il terrorismo Contras.

Incidentalmente, Il manifesto è anche quello che ha sostituito con cronache cerchiobottiste sulla crisi scatenata dagli Usa e dai suoi agenti locali l’ottima conoscitrice e corretta comunicatrice sul Venezuela, Geraldina Colotti, e che non ha nulla da denunciare sul passaggio dell’Ecuador dallo schieramento antimperialista dell’ALBA alla rinnovata sottomissione agli Usa e che esalta il progressismo di Pepè Mujica in Uruguay, cioè di un presidente che, al netto della sua celebrata modestia in fatto di stipendio e abitazione, aveva messo il suo paese a disposizione delle scorrerie del capitale nordamericano e delle sue basi militari. Ed è anche quello che riferisce a denti serrati la vittoria di Imran Khan in Pksitan: nuovo primo ministro amico di Pechino e fortemente critico della politica Usa nella regione, come appare sconvolto che in Zimbabwe abbia vinto (ovviamente con i “brogli”) lo Zanu-PF di Mnangagwa, cioè  i prosecutori della politica anticolonialista di Zimbabwe, quelli che si erano permessi di distribuire la terra fertile del paese, requisita dai coloni britannici, ai loro titolari zimbabwiani, e non i favoriti dagli ex-padroni coloniali del Movimento per il Cambiamento Democratico del filo-occidentale Chamisa.

 L’attentato contro Maduro, attribuito con logica storica e attuale al regime di Santos in Colombia, dove determinano le sorti del paese e della sua politica internazionale le sette basi militari Usa, rappresenta un brusco innalzamento dell’asticella della sovversione nordamericana. Fallita di fronte alla determinazione popolare, come è fallita in Nicaragua, la destabilizzazione del Venezuela, subito addirittura il contraccolpo messicano della vittoria di Lopez Obrador, a dispetto del boicottaggio collateralista di quanto rimane dell’operazione zapatista chapaneca, sprofondata in crisi profonda l’Argentina ricuperata al “cortile di casa” con Macrì, in pieno marasma sociale i fidati Perù, l’Ecuador sottratto alla revolucion ciudadana di Correa, l’Honduras di un regime stragista, l’attenzione dei necrofagi di Washington, più dello Stato Profondo anti-Trump che dello stesso volatile presidente, si concentra nuovamente sul protagonista principale della prospettiva di emancipazione del continente, il Venezuela insoumise.

Di fronte a questi importantissimi sommovimenti geopolitici, che poi riguardano il destino di schiavitù o di libertà di centinaia di milioni di persone, la sedicente sinistra si pone a disposizione dell’imperialismo. Coloro che dovrebbero invece schierarsi a fianco delle nazioni aggredite o minacciate, quelli che, combattendo il globalismo dell’ élite mondialista come nemico di classe principale, nemico dell’uomo tout court, sono tornati saggiamente agli Stati nazionali e alla sovranità popolare, diciamolo pure: al “Patria o muerte” del primo castrismo e di tutte le lotte di liberazione nazionale anticolonialista tacciono.

Perché non si mobilitano accanto a questi popoli aggrediti? Intimiditi dai cialtroni vendipatria che hanno fatto della sovranità, derogativamente detta sovranismo, un regalo all’imperialismo e un insulto al popolo?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:33

LA GUERRA DEL LINGUAGGIO ROVESCIATO DI CHI HA PERSO POTERE, RAGIONE E ANALISI — RAZZISTA (D)A CHI ? —- COSA C’È DIETRO LA MITOPOIESI DEI MIGRANTI

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MONDOCANE

GIOVEDÌ 2 AGOSTO 2018

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Scusate la citazione d’esordio, bassamente sovranista, al limite del nazionalismo, certamente populista, con impliciti accenti di razzismo.

Parola d’ordine: daje al razzista!

Va bene, mettiamo le mani avanti, prima che mi si rovesci addosso una parte dello tsunami  di livore-rancore-odio-fake news con cui la componente criminale dell’attuale classe dirigente uccidentale e il mercenariato dei suoi portantini politici e mediatici cretinopportunisti (in Italia tutta e tutti, escluso qualcuno che oggi sta al governo e chi l’ha votato) sta cercando di esorcizzare quanto capitatogli il 4 marzo e quanto di pur modesto (ma per loro funesto) glie ne è derivato. Per la prima volta, dalla guerra, il popolo ha populisticamente e sovranamente mandato a casa, al diavolo, la dinastia dei regnanti ladri e mafiosi. E questi hanno sbroccato e urlano.

Le mani avanti sono tre: primo, questo non è il mio governo, preferisco quelli di Robespierre e della Comune di Parigi, al limite quello di Fidel prima che se ne andasse il Che; secondo, ritengo i condizionamenti della Lega sul piano economico, ambientale, delle Grandi Opere, dell’amministrazione locale in perfetta continuità con i devastatori neoliberisti destrosinistri e la cultura linguistica del suo leader una sciagura; terzo, è dal 1966 che mi occupo senza soluzione di continuità di coloro dei quali viene ululato che sono vittime del razzismo di questo governo e,  alla fin fine, degli italiani  che questo governo hanno votato e, toh!, continuano a sostenere in numeri crescenti. Un mio caro amico e grandissimo vignettista ha disegnato l’idea dell’Italia come viene rappresentata da quelli del “daje al razzista”. Cercherò di spiegare perché è un’idea strumentale.

Con la razza sì, quella degli oppressi

Se avere combattuto direttamente e denunciato, in mezzo mondo e più, il colonialismo e l’imperialismo, ontologicamente espressioni di razzismo, di superiorità del dominante dotato di diritto e valori  sul dominato e dominando, per definizione privi di tali diritti e valori (islamico, nero, ignorante, nazionalista, zotico, retrogrado, privo di democrazia); se essere corso in guerra contro chi le guerre le faceva, armate o economiche, per spedirne immagini e storie di dolore, distruzione, infami soprusi, eroismi inenarrabili, che, nel mio piccolissimo, gettassero granelli di sabbia negli ingranaggi del bulldozer della menzogna; se stare con i palestinesi, irlandesi, cubani, venezuelani e latinoamericani tutti, arabi tutti, iracheni, libici, siriani, algerini nello specifico, e poi vietnamiti, iraniani, africani, somali, eritrei, etiopi in particolare, quelli che allora come oggi costringono a migrare; se aver mandato al diavolo i grandi amplificatori dell’informazione, o esserne stato bandito per incompatibilità di schieramento; se avere riempito di tutto questo migliaia tra articoli, libri documentari filmati, conferenze, se avere fatto dell’amore per tutti costoro e, più ancora, della passione per la verità dell’oppresso, l’unica che debba avere corso legale, morale, deontologico, e dell’odio per i necrofagi che pasteggiano con le loro vite e degli sguatteri che gli apparecchiano la tavola; se questo mi merita l’ingiuria di razzista, che sia!

E se, davanti alla miserabile mitopoiesi che gli eredi Ong della Compagnia delle Indie, del “fardello dell’uomo bianco”, civilizzatore di selvaggi a forza di genocidi, oggi tramutato in “valori europei” della solidarietà e dell’accoglienza, fanno del migrante in quanto tale, sempre e comunque “profugo” o “rifugiato”, sempre vittima, sempre buono e giusto e meritevole, esternando riserve e distinguo, si è razzisti, che sia!

Per non essere razzisti, ai tempi di epifanie dell’élite morale, intellettuale, umanatout court, modernamente e metticciamente mondialista, come Laura – ghigliottina – Boldrini (mi riferisco al suo modo imparziale di presiedere la Camera, ricordate?), paginone profumato alla violetta sul “manifesto”, o Nicola Fratoianni, ora sinistro mozzo sull’ammiraglia del filantropo terminator George Soros, Open Arms,paginone salivato sul “manifesto”, o Emma Bonino, facilitatrice di tutte le guerre Usa e Nato e nella foto avvinghiata al premio Nobel del crimine finanz-razzista, onde per cui finanziatore di tutti i complotti Ong e di regime change, paginone all’incenso sul “manifesto”, o le edicole e gli schermi unificati che latrano “razzisti”, per non essere razzisti, dicevo bisogna fare poche cose. Dire quel che serve e tacere quel che non serve.

L’informazione è miliardaria, ma anti-razzista

E’ la regola del buon giornalismo all’epoca dei suoi standard aurei. Quelli  in mano a Jeff Bezos (Amazon: Washington Post), Comunità ebraica e Carlos Slim, uomo più ricco del mondo (Petrolio e telecomunicazioni: New York Times), Comunità Ebraica e De Benedetti (CIR, Sanità, Energia, Compagnie financière Edmond de Rothschild banque Stampa, Repubblica, L’Espresso, ecc.). Un’equazione potere-politica-media che vale per gran parte di quella che viene definita “comunità internazionale” (coincide più o meno con l’estensione NATO, circa il 17% dell’umanità).

Un’equazione i cui termini numerici sono quelle 8 entità che posseggono quanto 3,5 miliardi di esseri umani, quei 16,5 milioni di milionari che dispongono di 63,5 trilioni di dollari, quei ricchi che nel 2017 si sono arricchiti di 1 trilione, un incremento del 23%, quattro volte quello dell’anno precedente. Più o meno, nel piccolo mondo italico, la sorte del nostro 1% che possiede il 45% della ricchezza nazionale  e del nostro 10% che ne possiede l’80%. Tra costoro anche il testè inserito tra le glorie marmoree sul Pincio Marchionne, davanti al quale l’operaio si cava il cappello ringraziandolo per avergli portato via quasi tutto per sistemarlo al sicuro in Svizzera, Olanda, Regno Unito e Stati Uniti. Questa sì, che è visione globale, scalzacani di Pomigliano.!. Chi oserebbe mettere in dubbio la rappresentazione del mondo che emana dai media residenti in tali campi elisi?

Un’equazione dalla quale riceviamo la nostra conoscenza di quanto accade intorno a noi: l’Italia è un paese in mano  a un regime cripto-fascista, razzista, xenofobo e – non me lo dire! – sovranista fino al midollo, che è riuscito, a forza di seminare paura dell’estraneo o diverso (migrante, donna, rom, LGBTQI e chi ne fa più ne metta) a pervertire quello che fino a ieri era il sano, saggio e lavoratore popolo che votava DC, PCI, Ulivo, DS, PD, LeU, FI, senza mai esprimere hate speech, discorsi dell’odio, rancore, invidia per Marchionne, Renzi e Orfini, senza mai insultare in rete, senza mai dare retta alle fake news.

Josepha dagli occhi sbarrati

E Josepha dagli occhi sbarrati, secondo i sorosiani di Open Arms rubata alle onde tra le quali l’avrebbero lasciati i libici (che non si vede perché debbano essere meno credibili di gente che si fa pagare da Soros e campa di Josephe, tanto più se accreditati da una giornalista tedesca); e il bambino curdo sulla spiaggia del Bosforo che scatenò la rotta balcanica e poi i 6 miliardi di euro a Erdogan per interromperla e che venne scoperto giustapposto sul bagnasciuga da chi lavorava a quegli esiti; e quell’altro ragazzino di Aleppo (foto), tirato fuori dai calcinacci e messo in ambulanza con la faccia imbrattata di polvere e sangue e che video non ortodossi scoprirono sceneggiata dei famosi elmetti bianchi (ora messi al sicuro dai padrini Nato che li pagavano per lavorare fianco a fianco con i terroristi Isis e ricoverati in Israele, nientemeno, e in Germania); e quello speronamento  di salvanaufraghi  tedesca Seawatch, che altro video non ortodosso rivelò essere stato manovra intidimidatoria Ong nei confronti di motovedetta libica; e quella ripresa in campo stretto di Jugend Rettet (ora sequestrata e sotto processo) che vede salvatori raccogliere gente da un gommone, seguita da ripresa in campo largo di infiltrato sulla nave, che mostra il coordinamento tra scafisti e Ong, la restituzione di gommone e motore, i saluti cordiali… Di tutto questo e similaria avete saputo la seconda parte, la smentita del trucco, solo dai famigerati social delle fake news. Quelle contro cui la Boldrini, “manifesto” e “repubblica” in borsa, è andata ad ammonire i ragazzi dei licei.

Equazione, dunque, dalla quale riceviamo la sconoscenza di particolari secondari, effettucci collaterali trascurabili. La pesista nera di Torino, “vittima di razzismo”, era solo uno dei 6 bersagli dei dementi lanciatori di uova e tutti gli altri erano bianchi. Il migrante morto(di auto o di pugno, non è chiaro) ad Aprilia aveva una cassetta piena di attrezzi per furti con scasso; nel periodo degli otto scellerati episodi di aggressione razzista (uova, pallini, “sporco negro”, eccetera), settimana di fuoco contro i migranti, le questure ci informano che sono state arrestate per reati vari 100 migranti e 400 ne sono stati denunciati. Informazione indubbiamente intrisa di razzismo. Da cestinare. Come lo sono i dati del Viminale pre-Salvini per i reati di violenza e contro la proprietà commessi dall’8,3% di popolazione straniera. A questa spetta il 55% dei furti con destrezza, il 51,7% dello sfruttamento della prostituzione (mafia nigeriana, ormai classificata la quarta mafia in Italia), il 45,7% delle estorsioni, il 45% dei furti in abitazione, il 41, 3% di ricettazioni, il 20,3% degli omicidi volontari, il 37,5% delle violenze sessuali.

Sto criminalizzando i rifugiati, direbbero gli anti-razzisti. No elenco dati compilati dal governo degli anti-razzisti e aggiungo che un tasso così elevato di comportamenti devianti è la naturale conseguenza di chi pesta nel mortaio pietas e accoglienza universale e non fa altro, a forza di migranti schiavi o mendicanti, che allestire l’irrinunciabile, per il capitalismo, esercito industriale di riserva. Questi che da noi, gettati a morire nei campi o da Amazon o agli angoli col cappello in mano, a casa erano contadini, pescatori, artigiani, maestri, infermieri, impiegati, disoccupati.  Gli avevano prospettato l’Arcadia, si sono imbattuti nel bulldozer dello sfruttamento più  spietato. A delinquere qui li hanno costretti loro, gli accoglitori.  Lasciate che il fiore bocconiano Tito Boeri farnetichi di migranti che pagheranno le nostre pensioni. Prima dovrebbero poter guadagnare e non in nero, poi dovrebbero esserci anche coloro che gliele pagheranno a loro, le pensioni. Con l’Italia che perde (caccia) quasi 300mila giovani (20% laureati) all’anno, con il Sud umanamente ancora la parte più salda di noi, da cui in 16 anni sono emigrati (cacciati) due milioni, la vedo dura.

Questo del dico e non dico è dunque il giornalismo di un establishment  potere-politica-media che per il momento si è privato del termine intermedio, la politica, e ne ha sostituito i contenuti – fatti, ragionamento, confronto, analisi – con le parole. Parole d’assalto lanciate con perfetti – e sospetti –  sincronismo e sintonia da tutti gli sconfitti, dall’estrema e finta sinistra all’estrema e vera destra: dal “manifesto” a tutti gli altri. Persa la partita della politica e finiti nel buco nero della ripulsa popolare per la situazione sociale e culturale catastrofica, questa sì fonte di paura e insicurezza, in cui hanno precipitato la nazione, cercano, come dice bene Carlo Galli, della Sapienza di Roma, di imporre un terreno di gioco nel quale l’aggressività lessicale dovrebbe sostituire analisi e confronti e porre l’avversario vincente dalla parte del torto a forza di una superiorità morale fondata sui valori di bontà, accoglienza, tolleranza. Detti “valori europei” o, addirittura “occidentali” (con rumorosa esclusione di ogni Sud ed Est, in particolare di quel Putin che voleva imporre alla Rai il suo burattino Foa. Ma di questo la prossima volta.

“il manifesto” agonizza, e neanche gli altri stanno tanto bene: colpa dei razzisti

Se dunque “il manifesto” agonizza alla mercè degli inserzionisti e grazie al milione e mezzo di generosità pubblica, non è mica perché al lettore che si ritiene altro rispetto a neoliberismo e imperialismo rifila un Marco Revelli, prestigioso corsivista, ultimo giapponese della grottesca Lista per un’altra Europa con Tsipras,  che esalta la “resistenza vincente di Tsipras” all’indomani dell’ennesimo taglio delle pensioni, dell’ennesima svendita delle infrastrutture e, per fare felice la Nato, della cacciata di diplomatici russi e della prostituzione della Grecia a Netaniahu. Non è mica perché dal Nicaragua a Libia, Pakistan, Siria, Zimbabwe, Messico, Russia, Sahel ripropone, verniciate di rosso, le nefandezze false, bugiardi e necrofaghe della vulgata imperiale. Macchè, è perché quella comunità di “deplorables” (copyright di Hillary per gli elettori di Trump), quella società da rieducare, è stata fuorviata, pervertita, corrotta, da populisti, nazionalisti, sovranisti, razzisti e xenofobi. Il campo da gioco non è quello di chi utilizza al meglio il rettangolo e chi ci si muove sopra, ma quello che spara più populisti, razzisti, sovranisti. Ed è chiaro che  a tirare in porta parole, specie se vuote di significato ma appesantite da odio, rancore, invidia, non si fa goal neanche in cent’anni.

La tecnica del rovesciamento del linguaggio, di attribuire il cancro all’altro, non ferma la tua metastasi. Tutta questa gente si divincola nel risentimento, nell’odio, nel rancore, nell’invidia e, freudianamente, ne fa portatori gli altri, riuscendo solo ad evidenziare l’assenza di argomenti e il ridicolo tra coloro che, col voto, con una vera e propria sollevazione come non se n’erano più viste dagli anni ’70, ne hanno decretato la fine. Il povero Marco Revelli si abbarbica al detrito galleggiante di un fedifrago come Tsipras, quinta colonna del nemico quanto il giornale su cui imbarca naufraghi da accogliere senza se e senza ma e senza mai andare a vedere cosa c’era prima del gommone.

Colonialismo = razzismo, quello di ieri, quello di oggi

Perché qui casca l’asino. I valori europei di cui costoro cianciano  stanno nella ripetizione di una storia colonialista di cui l’Europa e poi l’emisfero nord-occidentale si sono responsabili nel corso di mezzo migliaio di anni. Un valore essenziale per l’accumulazione primitiva è stata la tratta degli schiavi. Lo è tornato ad essere per l’accumulazione post-crisi e la riorganizzazione demografica ai fini globalistici.  Se ne rivedono i missionari, apripista, oggi come allora innescatori di turbamenti e alienazioni scaturiti da una supponenza religioso-elitaria di dimensioni cosmiche, se ne vedono i benefattori e samaritani che portano istruzione e sanità di diretta derivazione cattocapitalista e di cospicua ricaduta per gli operatori. Ieri si andava, si occupava, si prelevava, per le Americhe anche vite umane. Oggi si mettono in piedi, militarmente o a forza di benefits, clan dirigenti i cui paesi non vedranno più coloni, ma ospiteranno manager.

Rimane e viene potenziata, grazie a un apparato articolato in filiera organizzatissima, l’estrazione di merce umana. Spostamenti di popolazioni con la promessa, regolarmente delusa, di una vita migliore al Nord di quella, malridotta dai predatori e desertificatori transnazionali, al Sud. E la “via della seta” della mondializzazione. Il mezzo è sempre più lampante: sradicamento, trasferimento, impoverimento di chi arriva e chi accoglie, distruzione di identità, sovranità, popolo. Il daje al razzista serve a questo. Essendo il colonialismo per sua natura, premesse e fini  necessariamente razzista. Ecco che un minimo di ermeneutica  ci  consente di riconoscere negli accoglitori pietosi il ceppo centrale della xenofobia e del razzismo postmoderno. Mi sentite Boldrini, Zoro, Revelli, il Blob degenerato in sciropposo buonismo del TG3, Beppe Giulietti, Camusso, Erri De Luca, Bergoglio e Parolin (suo segretario di Stato ospite acclamato al Bilderberg 2018), ossi di seppia spiaggiati del PD e via sinistrando?

E tutta gente da maglietta rossa. Li avete visti tutti, in massa, magliette rosse e petto in fuori a manifestare e a gridare contro il razzismo delle guerre imperialiste, con concorso italiano, ai 3 milioni di iracheni massacrati nelle guerre di Bush, Clinton, Bush; alla Libia felice e prospera frantumata e consegnata al caos, ai 300mila siriani uccisi e ai 6 milioni sradicati dalla guerra nostra e dei nostri terroristi jihadisti; allo Yemen, non solo raso al suolo dalle bombe, ma destinato al genocidio dal blocco totale dei rifornimenti; all’Afghanistan, nel quale collaboriamo a una guerra coloniale con sterminio di civili che dura da 17 anni ed è fondata sulla balla che Osama bin Laden ha buttato giù le Torri; all’orrore delle devastazioni in Africa, dove briganti inventati dai colonialisti e loro truppe di occupazione assistono le multinazionali nelle rapine delle risorse e nella distruzione degli  habitati di tutti i viventi.

E certamente avete visto queste benemerite magliette impegnate in altre cause, anche domestiche, come la lotta alla falcidie dei diritti dei lavoratori da Job Act, la difesa dell’ambiente e dei diritti delle comunità con lo Sblocca Italia, la rivolta contro la privatizzazione della scuola, fatta azienda monocratica al servizio degli sfruttatori, contro l’avvelenamento e depauperamento dei nostri mari e terre con piattaforme e trivelle dell’idrocarburo ammazza-pianeta, la vaiolizzazione del nostro territorio con ben 90 basi di guerra e di morte Usa e Nato…..

Come non li avete visti? Eravate distratti….

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 22:15

IL PREZZO È LO YEMEN? PACE NEL CORNO D’AFRICA. E GENOCIDIO QUALE SEGNO DARE ALLA RICONCILIAZIONE ETIOPIA-ERITREA

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/07/etiopia-eritrea-yemen-il-nervo-scoperto.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 30 LUGLIO 2018

Fulvio ciao,

come stai?

ti volevo chiedere se scriverai sull’accordo di pace tra Eritrea e Etiopia?

Come la vedi? Mi fido molto del tuo giudizio (e di pochissimi altri)

Un caro saluto e un abbraccio,

(firma)

Un amico e ottimo giornalista, con un blog, una testata giornalistica registrata,  che è tra le migliori sulle questioni internazionali, mi invia questo messaggio all’indomani della notizia dell’incontro tra i leader di Etiopia ed Eritrea che ha messo fine a oltre mezzo secolo di inimicizia, guerra, tensione e aveva costretto il piccolo vicino del gigante del Corno d’Africa a una condizione di no guerra-no pace che, unita alla criminali sanzioni USA-UE, aveva pesantemente danneggiato la nostra ex-colonia. 

Credo che la fiducia assicuratami dal collega sia da ricondurre alla mia condivisione, giornalistica e di vita, dei destini dell’Eritrea fin dai lontani giorni della sua trentennale lotta di liberazione dal colonialismo etiopico supportato alternativamente dagli Usa e dall’URSS. Dalle cronache di guerriglia negli anni ’70, alla diffusione di una verità alternativa a quella dei media colonialisti e imperialisti nei successivi decenni, in Italia e nel mondo, fino al docufilm realizzato due anni fa in Eritrea insieme a Sandra Paganini e che si proponeva di opporre una verità storica ed attuale a una sempre più intensa campagna di diffamazione di questo popolo e della sua leadership, essenzialmente innescata dalla sua posizione anticolonialista, di indipendenza da condizionamenti militari, economici, sociali e culturali dell’ormai virulentissimo revanscismo colonialista.

Questo film  è stato tradotto in inglese e francese, ha circolato in Italia ed Europa, ha ottenuto il consenso delle comunità della diaspora eritrea, ha entusiasmato tantissimo pubblico italiano e credo abbia messo una bella zeppa sul rullo compressore della criminalizzazione politico-mediatica, alimentata soprattutto dall’ingigantimento del fenomeno dell’emigrazione eritrea (in buon parte etiopica travestita, per altra parte determinato della situazione imposta dalle sanzioni e dall’aggressione etiopica), fondata su pull factor dell’automatica concessione agli eritrei del diritto d’asilo. Non si svuotano così anche i paesi delle proprie energie migliori? In particolare paesi appetiti dal Pentagono e dalle multinazionali per risorse e posizioni strategiche. Per l’Eritrea la collocazione sullo Stretto di Bab el Mandeb, crocevia tra Est e Ovest, Sud e Nord.

L’articolo richiesto che mi affrettai a scrivere e per il quale sono stato ringraziato, lo trovate in www.fulviogrimaldicontroblog.info . E’ intitolato:Pacificazione nel Corno. Bye bye Eritrea. LA STELLA DELL’AFRICA NEL BUCO NERO DELLA NORMALIZZAZIONE? Cambia la geopolitica nel nervo scoperto del mondo. Ma non è uscito sul sito di  chi me lo aveva richiesto. Perlomeno io non ce l’ho trovato. Timore di irritare gli eritrei? Disperdere qualche illusione?  Gliene ho chiesto spiegazione, perché mi pare difficile che quel sito applichi censure, per quanto problematica possa essere la questione e il trattamento da me riservatole, soprattutto alla luce della successiva pubblicazione  di un articolo firmato Daniel Wedi Korbaria, esponente autorevole della comunità eritrea di Roma, di segno geopolitico per niente problematico, comprensibilmente entusiasta della pace raggiunta e in polemica con i detriti mediatici che insistono a masticare amaro su questi sviluppi e a valersi dell’emigrazione eritrea per continuare l’opera di diffamazione. Un articolo del tutto privo di analisi dell’enorme mutamento in corso e delle varie conseguenze di portata locale e internazionale e  che ne potrebbero risultare. Il che mi risulta sospetto.

E’ aperto a chiunque il giudizio se sia più credibile un giornalista che da oltre mezzo secolo ha seguito il tema appassionatamente e con impegno di tutte le sue risorse umane e altre, o un portavoce della rappresentanza diplomatica. Il pezzo di Wedi Korbaria (“Perché quelli di ”aprite i porti” vogliono la guerra in Africa?”) assegna la responsabilità della crisi etiopica-eritrea all’inimicizia del TPLF, Organizzazione della regione del Tigray, da molti anni al potere ad Addis Abeba e ora sostituita dal nuovo premier Oromo, Abiy Ahmed. Quindi elenca una serie di giornalisti, definiti immigrazionisti e nostalgici del conflitto, che su Radio anch’io  hanno commentato il superamento della crisi con i soliti stereotipi sulla “dittatura eritrea e la fuga dei giovani”. Tutto giusto. Salvo il finale un po’ vittimistico, poco consono a un popolo fiero come gli eritrei, in cui l’autore si lamenta del fatto che qualunque cosa gli eritrei facciano, vengono definiti cattivi: “Se chiediamo giustizia e pace siamo cattivi e se dopo vent’anni la otteniamo e festeggiamo, lo stesso siamo cattivi”.  C’era un lavoro, di pochi di noi, che stabiliva meglio chi fossero i buoni e chi i cattivi.

Qualcuno la finirebbe di crederli cattivi se avesse potuto vedere il mio documentario e ascoltare il mio racconto. Ma questo è stato impedito dallo stesso Wedi Korbaria, alias Sillas, quando tono e argomenti del film e dei miei interventi non parevano più in sintonia con l’Eritrea che ora si è andata raffigurando. Vediamo quale, giacchè della pace siamo tutti contenti, in Vietnam come in Palestina, in Nicaragua come in Siria. Ma crediamo necessario anche vedere termini, circostanze, condizioni, prospettive. Sono quelle che avevo cercato di analizzare nel pezzo chiestomi da Ale. Intrecciandole anche a un mio vissuto eritreo, quanto mai esplicativo.

Da un giornalista e autorevole rappresentante eritreo, su un sito della rilevanza di quello in oggetto, ci si sarebbe aspettati qual cosina in più su uno sviluppo epocale, sul piano geopolitico, come su quello sociale, economico, militare, come quello del riavvicinamento tra Asmara e Addis Abeba.

Etiopia ieri. Oggi?

Dai tempi dell’imperatore Haile Selassiè fino a tutti i governi successivi delle etnie Amhara e poi Tigrina, con l’intervallo filosovietico del “negus rosso” Mengistù, il gigante del Corno (100 milioni di abitanti) è stato il presidio degli interessi coloniali in Africa Orientale. Per questo è stato armato, lanciato ripetutamente contro i disobbedienti Somalia ed Eritrea (4 milioni), rimpinzato di aiuti occidentali, saccheggiato senza freni dalle multinazionali, derubato delle sue terre migliori, devastato nel territorio da costruttori di dighe, laghi, strade come la Salini Impregilo, seviziato dalle minoranze al potere, tremebonde soprattutto davanti alla maggioranza Oromo, in preda ad oligarchie feudali vendipatria e sanguinosamente repressive. Il paese era ed è costellato di basi e presidi statunitensi e israeliani. Nei suoi campi profughi si coltivavano terroristi da infiltrare in Eritrea.

Ora è arrivato il nuovo primo ministro. Ha liberato prigionieri politici, ha promesso democratizzazione e pluralismo, rispetto delle tante minoranze, pace, amicizia, sviluppo con l’Eritrea. In cambio della fine di una situazione che costava agli eritrei serenità e prosperità possibili, ha ottenuto da Isaias Afeworki,  capo della guerra di liberazione e dell’Eritrea fino ad oggi, l’accesso al mare nei due porti eritrei, Massaua e Assab. Magnifico, chi potrebbe obiettare? Ma forse ci si dovrebbe domandare: che ne sarà dei rapporti dell’Etiopia con i suoi storici padrini, padroni, sponsor, armieri, finanzieri, ladri di terre fertili. La democratizzazione interna si estenderà a un equilibrio meno subalterno con le potenze coloniali, a un ruolo meno attivo di bastone nei confronti di chi l’Occidente vuole bastonare, a un più dignitoso rapporto di forze, consapevole dei bisogni e desideri della popolazione, del loro habitat e meno delle cricche dirigenti, con donatori, finanziatori, investitori?

Combattente eritreo

Eritrea ieri. E oggi?

E l’Eritrea come ne uscirà da questo abbraccio, dal quale si è saputa sottrarre per tanti anni restando in vita e, anzi, fornendo agli africani, come la Libia di Gheddafi, quel modello di indipendenza, giustizia sociale, ecologia, antimperialismo che era stato stroncato quando lo proposero i Lumumba, i Sankara, Nkrumah, Nyerere, Mugabe, Kenyatta, Gheddafi….? Sarà ancora il Davide della vittoria della giustizia e della libertà se dovesse ripresentarsi un Golia del sopruso e dell’asservimento? Domande drammatiche, domande legittime che non trovano spazio nell’intervento dello scrittore eritreo. E sanno i santi nel paradiso africano, quelli che sopra ho nominato e tutti coloro che si sono sacrificati per quell’Africa, quanto siano cruciali e urgenti.

Su questo futuro, tutto da definire e decifrare, si stende però già oggi un’ombra. Riuscii a interessare la Commissione Esteri dei Cinque Stelle al Senato, nella persona della senatrice Ornella Bertorotta e dei suoi collaboratori, alla questione eritrea. Cosa non facile di fronte all’aria che tirava contro quel paese nelle aule alte e basse del parlamento, ma realizzato grazie alla disponibilità e intelligenza di quei miei interlocutori. Erano in vista parecchie iniziative parlamentari a rettificare un atteggiamento improntato a pregiudizio, ignoranza, servilismo Nato.

Poi arrivò la notizia che Asmara aveva concesso agli Emirati Arabi Uniti (UAE) una base militare ad Assab, l’uso e l’ampliamento di porto e aeroporto. Bertorotta e io chiedemmo conferma o smentita all’ambasciata. L’ambasciata smentì.

Ma presero a circolare notizie sempre più documentate. Fotografie aeree e satellitari confermarono gli impianti. Aerei e navi da guerra contro lo Yemen. Le smentite cessarono. Si parlò di un affitto di lunghi anni a questa presenza militare straniera. Presenza invasiva di un regime di satrapi, proprietari feudali del loro paese, strettamente alleati all’Occidente, intimi dell’Arabia Saudita, specie ora, nella fase espansiva e militarista dell’erede al trono Bin Salman, partner di Israele nella destabilizzazione del Medioriente e nella frantumazione dei suoi paesi sovrani, indipendenti e laici.

Una pace pagata con il sacrificio dello Yemen?

Intanto si andava compiendo l’olocausto dello Yemen per mano proprio dei sauditi e dei loro partner UAE, invasori della parte meridionale del paese e delle isole. In partenza con bombardieri e truppe proprio da Assab, che sta lì, comodamente di fronte. Facile per i missili su donne, bambini, quelli di cui si continua a parlare quando su barconi, ma non qui. Yemen, dal quale anni prima ero partito in barca, con alcuni dei rifugiati eritrei della Dancalia che rientravano nelle zone liberate dopo essere state accolte e protette, anche nella dirigenza operativa, dal governo yemenita. Presidente, Ibrahim El Hamdi. Un grande arabo, amico dell’Eritrea.. Ucciso dai gentiluomini, nostri alleati e fornitori, del Golfo.

 Houthi, movimento di liberazione nazionale dello Yemen

Nel docufilm “Eritrea, una stella nella notte dell’Africa” c’è un capitoletto sullo Yemen, paese bellissimo, popolo intelligente, depositario di una civiltà architettonica tra le più pregiate della Storia, ospitale e dignitoso quanto gli eritrei, nel quale ho vissuto per due anni. Ne racconta la feroce frantumazione, il vero e proprio genocidio, l’eroismo di chi si è ribellato contro una successione di regimi dispotici e subordinati a Riyad e a Washington. Nel nome della libertà e della giustizia. Come gli eritrei nei trent’anni della loro lotta e dopo. Del resto tutti i 90 minuti del film sono, dal generale al particolare e dal particolare al generale, la storia raccapricciante dell’imperialismo nel mondo e nell’Africa.

Sconveniente, ora come ora? C’è chi non vuole infrangere lo specchio? Come con Cuba che ha aperto agli Usa, ha privatizzato metà della sua economia, a messo a fare aranciate e biscotti mezzo milione di dipendenti statali divenuti liberi imprenditori?  Meglio restare illusi? Primum vivere (deinde philosophari). Ma allora non chiamiamolo rivoluzione e socialismo.

Di colpo gli eritrei d’Italia, con il portavoce media, hanno bloccato una tournee di rappresentazioni che aveva coinvolto migliaia di persone. Copia inglese del documentario è stata consegnata al presidente Isaias Afeworki. Che non si è fatto sentire. E pensare che quando, due anni fa,  era stato visto da alti rappresentanti del paese se ne era annunciata la programmazione al Cinema Impero, al centro di Asmara. Ma questo era prima di Assab.

Il film continua a girare, presto sarà ovunque sui social. E percuoterà il silenzio dei tanti con una domanda ineludibile. Dove va l’Eritrea? Voglio saperlo anch’io. Mica le ho dedicato cinquant’anni di vita per niente.

Al Congresso dei giovani eritrei, 2016

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:00

‘Più Guerra, Più Soldi’: Le Guerre Africane Non Vedono Fine

ma su questo ONU e buonisti vari TACCIONO. Meglio trasferire tutta l’Africa qua così i mercenari per conto delle potenze occidentali per lo più FRANCESI possono fare quello che vogliono

Executive outcomes, mercenari

L’Occidente non vuole la pace in Africa, dice il leader mercenario
di Paul Antonopoulos
Le potenze occidentali sono interessate a prolungare i conflitti in Africa perché vogliono sfruttare le risorse del continente, ha detto un fondatore della compagnia militare privata. La maggior parte delle forze africane sono “pronte a essere sfaldate” da parte di consulenti stranieri , ha aggiunto.
Le nazioni occidentali vedono guerre e caos africani protratti come solo un mezzo per entrare in possesso delle ricche risorse africane , lo ha riferito a Shevardnadze della RT,  Eeben Barlow, fondatore di  “Executive Outcomes“,   una società sudafricana che ha dato il via a costituire un esercito privato di mercenari. Vedi: Soldiers of Fortune
“Finché c’è un conflitto in corso, alcuni accordi possono essere chiusi con i governi,” permettendo alle potenze straniere “di ottenere quelle risorse a loro uso”, ha aggiunto.
Barlow ha continuato dicendo che le potenze straniere, e in particolare le potenze occidentali, scelgono spesso di sostenere gruppi armati o varie forze che destabilizzano realmente la situazione nella regione, dal momento che “i ribelli non devono tassare chi ha risorse all’interno delle aree”.
I gruppi governativi sono anche usati avidamente come mezzo per “sostituire un certo governo che non è sufficientemente in linea con i desideri di coloro che si occupano dall’esterno di dirigere tali azioni”.
Per quanto riguarda i consulenti stranieri alle forze governative, la qualità dell’addestramento e della consulenza fornita ai funzionari africani è generalmente “scarsa”, si è lamentato dell’ex tenente colonnello della Forza di difesa sudafricana.
“La maggior parte delle forze armate africane sono preparate a fallire […] da forze armate straniere o da consulenti stranieri che utilizzano”, ha detto al programma SophieCo.
Le compagnie militari private straniere (PMC) di solito sono solo “lì per vedere per quanto tempo possono effettivamente prolungare un conflitto o una guerra, perché più a lungo  durano i conflitti, più soldi guadagnano per se stessi” , ha detto Barlow, aggiungendo che “crede” che molte “forze straniere in Africa non sono qui per risolvere i problemi, ma per assicurare che i problemi continuino”.
Mercenari per l’Africa
Quando i governi africani cercano di usare le forze locali, compresi i PMC africani, per aiutarli a fronteggiare conflitti, gruppi terroristici o insurrezionali, “sono costantemente minacciati che … questo sarà a loro svantaggio”.
“Queste sono minacce provenienti dall’esterno dell’Africa, ed è davvero solo una prova per noi che un’Africa stabile e sicura sembra essere di scarso interesse per le persone”, ha concluso Barlow.
Fonte: Fort Russ
Nota: La confessione del capo mercenario ci fa capire a chi fa comodo la destabilizzazione dell’Africa e come da questa opera costante di conflitti interni e di destabilizzazione derivino poi le migrazioni di grandi masse di persone che cercano la salvezza o un futuro migliore in Europa. Segui il flusso delle armi da nord verso sud e capirai quali sono le potenze che hanno interesse alla destabilizzazione del continente africano. Non è difficile individuare da dove proviene il flusso, sempre dagli stessi paesi: USA, Francia, Gran Bretagna. Sarà un caso?
Giu 27, 2018  Traduzione e nota: Luciano Lago

L’INTENDANCE SUIVRÀ: UN “QUOTIDIANO COMUNISTA” PER LA GUERRA E LA LOTTA DI CLASSE DELL’IMPERO — QUINTA COLONNA

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/07/lintendance-suivra-un-quotidiano.html

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 25 LUGLIO 2018

 

Cari amici, stavolta sono davvero lunghissimo. Era necessario. E’ la mia resa dei conti personale, ma spero anche di molti di voi, con un giornale e un gruppo che ha segnato la storia politica e culturale italiana dell’ultimo mezzo secolo: “il manifesto”, sedicente “quotidiano comunista”, nel quale la parola comunista ha assunto connotati rovesciati rispetto all’uso comune. E’ una storia lunga, piena di episodi, personaggi, eventi, illusioni, disvelamenti, divenuta però via via più trasparente. La trasparenza di un infiltrato  imbolsito, che ha perso l’abilità mimetica dei suoi maestri. Ma gli illusi ci sono ancora. Diamogli una mano.

 “Se una minoranza vuole dominare deve agire per vie occulte, tramando, cospirando, pretendendo, ingannando. I suoi peggiori nemici saranno quelli che denunciano il complotto”.  (Aldous Huxley)

“Il modo più efficace per distruggere popoli è negarne e obliterarne la comprensione della propria storia”. (George Orwell)

La grande maggioranza dell’umanità si accontenta delle apparenze, come se fossero realtà, ed è spesso influenzata più dalle cose che sembrano che da quelle che sono”.(Nicolò Machiavelli)

Nostalgie amorose di Tommaso Di Francesco

“Linea notte” è quel ruscelletto di notiziole e opinioncelle d’ordine del TG3, spesso bruscamente alterato nel suo andazzo dall’epifania di una specie di convulsa menade da New York, che il mio ex-collega Mannoni, detto Mannoioni, conduce, tra un borborigmo e l’altro, indice di stomaco prospero ma non pacificato, con il placido compiacimento di chi poco sa, ma molto si fida degli ospiti. Accuratamente selezionati, ovvio. Ha una funzione salutare: ti tira giù piano piano le palpebre mentre Morfeo ti mette in assetto di dormitorio i neuroni.

Quasi mai, ma nella notte del 20 luglio 2018 sì, succede che un qualche neurone mezzo assopito venga elettrizzato da un’emissione audiovisiva fuori dal tran tran sulla rana e sulla fava. Ed è stato come un extrasistole nel pacioso elettrocardiogramma del fine giornata di regime. C’era l’ospite Tommaso De Francesco (non proprio giornalista da Pulitzer o poeta da Nobel) che, insieme all’ex-trafilettista di critica tv, Norma Rangeri (mi apostrofò per averla turbata con la messa in onda di scimmie fatte esplodere da scienziati vivisezionisti), oggi dirige il “manifesto”. Dopo la tirata di prammatica della menade scapigliata per non avere Trump sputato in un occhio a Putin, diffusasi con un’ola in tutto lo studio, TDF, che nella sinistra redazionale rappresenterebbe l’ultrasinistra, aveva concluso col botto, soffuso di rimpianto amoroso: “E pensare che prima c’era una linea di governo di sinistra, con Obama!”.

Fine del torpore. Neuroni tutti in piedi e in marcia. Mi sono alzato e me lo sono appuntato. Non che ne fossi stupitissimo. Come mostrerò, il “manifesto” ormai stupisce solo per i transfert con cui dà del fascista a chiunque non sia d’accordo con lui o, peggio, gli rubi il mestiere che esso millanta(vedi foto di Grillo). Ma la sintesi era lapidaria, abbagliante, agghiacciante. Al re, o piuttosto allo spolvero-stivali del re, erano stati levati anche gli slip.

Obama, un’eccellenza di sinistra

Ma come? Obama, quello del Nobel per le guerre di Bush ereditate e moltiplicate per tre? Quello dell’uso universale dei droni e delle forze speciali Usa in 133 paesi per assassinare soggetti che, sospetti, meritano esecuzioni extragiudiziali? Quello dei colpi di Stato in Honduras, Ucraina, Paraguay e della rivoluzioni colorate per regime change ovunque agli Usa andasse di sovvertire situazioni sgradite, con il relativo seguito di massacri civili, devastazioni sociali ed economiche? Quella della coppia dell’orrore Barack-Hillary che, fatto squartare Gheddafi, ha ridotto il più prospero Stato africano a un tana per tutti i criminali del colonialismo e poi si è avventato sulla Siria, dopo avere fatto dell’Afghanistan il più lungo carnaio delle guerre moderne? Quello che ai più feroci e ottusi proprietari di popoli della storia ha commissionato, addestrato e armato i più sanguinari e psicopatici terroristi mai visti sul pianeta, mercenariato per completare i genocidi delle bombe e della fame, eseguire gli attentati dei servizi, provocare lo sradicamento di popolazioni a fini di nuovi ordini mondialisti? Quello che aveva definito il Venezuela  una minaccia mortale alla sicurezza americana e ne aveva scatenato la teppa assassina e i sabotatori economici? Quello, quello, quello?  Per quanto potrei andare avanti?

Proprio quello che poi, alle briglia dei cavalieri dell’Apocalisse che lo avevano ingaggiato, doveva riprodursi nella forma femminile di una megera corrotta, trafficona, al soldo dei sauditi, malversatrice perfino degli strumenti del suo dicastero, dallo sghignazzo orgasmatico per il Gheddafi tritato, cui “il manifesto” dedicò la più appassionata delle sue campagne elettorali.

Vabbè, direte che ormai TDF e il suo giornale contano poco. L’insediamento cui diceva di far riferimento non c’è più. Si aggira alla ricerca di qualcuno, tipo PD, cui far da stampella di sinistra. “Linea Notte” la vede a occhi socchiusi il circolo degli anziani insonni di Mannoioni. Il “manifesto” sta in edicola per grazia dell’establishment: 1,3 milioni di contributi pubblici, come il contiguo “Foglio”, e altri milioni dai potentati del capitalismo, ENI e ANIA (Associazione Nazionale delle Assicurazioni), di cui non si vergogna di far passare veline come fossero suoi articoli, Elettrici, Grande Distribuzione, Banche. Forse qualcun altro? Certo che i piagnistei per collette di salvataggio sono cessati. Ma a George Soros quel giornaletto piace. Come al giornaletto piacciono tutti i facilitatori di deportazioni che a Soros sono debitori. E poi ha una storia, ha fatto opinione. Molti ci hanno creduto. Lasciar perdere? Solo dopo questo articolo.

Scuola di giornalismo. Comunista?

Una certa frequenza con il “manifesto” e i suoi giornalisti (grande scuola di giornalismo libero: pensate a Annunziata, Riotta, Maiolo, Barenghi…) l’ho avuta. Ci ho perfino scritto qualche articolo. TDF, per esempio l’ho incontrato ai tempi in cui lui era “l’altra voce” sulla distruzione di Jugoslavia e Serbia. Scriveva dure cose sull’aggressione Nato, ma poi concludeva con la formula che univa guerrafondai di destra e infiltrati di sinistra, quella dell’ “ultranazionalismo del sanguinario despota” (Milosevic), avvallava le false flag alla Srebrenica, seppe viaggiare in prima classe con energumeni dell’antigiustizia come Cassese e Del Ponte, quelli  dell’infamia su Slobodan Milosevic e insulto e carcere ai patrioti Mladic e Karadzic.

Perplessità sul “quotidiano comunista” di non si è mai capito bene quale comunismo (quello di Ingrao che faceva il broncio a tutti, ma mollava quelli che gli correvano dietro, quello dell’incoronazione del piddino zingarettiano, quello alla Gorbaciov, Eltsin, Berlinguer, Bertinotti, Marcos, Tsipras, Casarini, Obama, Hillary, Clooney?) le ho avuto fin dagli intergruppi del post-’68. Non c’era verso che quei raffinatoni non raccomandassero cautela, prudenza, sopire, troncare, nello scontro che si andava facendo decisivo con il padrone.” La rivoluzione non russa” . Nemmeno quel rumore deve fare.

Togliattiani, ma via dall’URSS!

Del resto, che quel “russa” fosse aggettivo, anzi nome,  e non verbo, era chiaro fin dall’inizio della famosa uscita e radiazione dei pur rigorosi cunctatores togliattiani, sotto la guida di un Savonarola che lanciava il sasso, ma sistematicamente nascondeva  la mano. Non è che il PCI di Togliatti-Longo e poi Berlinguer (quello del balzo, armi e bagagli, in una caserma Nato e nel mafio-clerical-capitalismo DC, vedendo gli sviluppi, fosse poi tanto ostico per linea politica o ideologia. Si trattava di calmierare un po’ i tumulti degli esagitati ’68-’77 e, soprattutto, si trattava di entrare da vivandiere (l’intendance suivrà) nella lunga marcia contro l’orripilante URSS di Stalin e poi del dopo Stalin e poi di tutti i russi e, come mai prima, di Putin, lo “zar” ricostruttore, fino all’appassionato  apporto alla russofobia di oggi. Insomma un implicito schieramento con l’Uccidente, un’opzione geopolitica strategica, una scelta di campo. La “sinistra imperiale”.

Ciò che univa gli scissionisti antropologicamente e culturalmente, era già di per sé esplicativo. Indubbiamente teste d’uovo raffinate, con Valentino Parlato, un po’ da anticamera a prendere cappelli e bastoni, ma garante della benevolenza della Banca d’Italia. Usciva dal quadro e, credo a sua insaputa, dallo schema strategico, una penna brillante, tagliente, sempre sul pezzo, di cui vorrei sapere valutazioni che purtroppo non può più darmi: Luigi Pintor.  Garanzie, invece, decisive per la linea vennero da una delle dieci tribù perdute di Israele. ma riscoperte kazare nel Caucaso, Rossanda e Castellina.

Quest’ultima, mia avvincente e convincente collega a Paese Sera, ma con l’imprimatur dell’alto PCI, per cui arraffava tutti i servizi più prestigiosi. In un convegno rimase basita quando le spiegai che Milosevic non era proprio un dittatore. Haidi Giuliani aveva appena sentenziato che Massimo d’Alema, assistente macellaio della Serbia, era stato il migliore presidente e ministro della Repubblica. Luciana mi presentò la stessa faccia da ictus neuronico di Toti, governatore FI, quando a “Matrix” gli spiegai che grattacieli non cadono a piombo se colpiti sul fianco da apparati di alluminio. E poi, visto che allora il privato era assolutamente politico, Lucio Magri lo praticava in intima fusione con la contessa Marzotto, massima salottiera, al tempo stesso, della borghesia delle sfere e della borghesia che commiserava il proletariato. Della Castellina tardiva rimane la transizione dalla rivoluzione non russa, prima alle armate LGBTQ dall’utero noleggiato di Vendola e, poi, nientemeno che all’allegra brigata Kalimera al retzina, andate a festeggiare Tsipras sul procinto di infilare nel corpo del popolo greco il più gigantesco cetriolo mai confezionato dalla Troika. Infine, salto di qualità della serie da incendiari (?) a pompieri: Bersani, D’Alema, Grasso….Fratoianni. Ma non è che nomi e sigle contino. Quello che in tutte le sue autocronache conta è il pronome: io.

La vestale, Sofri, le BR

Vestale del fuoco sacro, celebrata dal colto e dall’inclita, dagli altri e da sè, radicalissima e chichissima  entità dell’iperuranio marxiano, definitasi “ragazza del secolo scorso”, mi fa venire in mente per come è vista dai suoi estimatori (di nuovo si parva licet componere magnis), Flavia Giulia Elena, Augusta dell’Impero romano, concubina dell’imperatore Costanzo Cloro e madre dell’imperatore Costantino I. Quello dell’”In hoc signo vinces”. I cristiani la venerano come sant’Elena Imperatrice. Giustamente santa per come promosse un pensiero unico imperiale, culminato con la rimozione dei vecchi dei e di chiunque di pensieri ne avesse più d’uno. Pensiero unico, fisso, granitico e immunizzante per il sistema, ad esempio, quello della difesa dell’”album di famiglia” dei BR, tutti ineluttabilmente sinceri combattenti comunisti, anche se facilitatori della più tragica regressione politico-sociale del dopoguerra, anche se liberi di ciondolare su schermi e giornali per continuare a raccontare balle che coprono la Repubblica delle Stragi. Pensiero unico, amorevole, quasi orgasmatico sull’innocenza di Adriano Sofri, condannato e ricondannato, socio in tipografia e amico di famiglia del rampollo Cia a Roma, propagandista dei tagliagole islamisti sguinzagliati dalla Cia in Cecenia, inventore di bombe sulle donne al mercato di Sarajevo, poi provate dall’ONU lanciate dall’islamofascista Nato Izetbegovic, ambiguo gazzettiere sui peggio strumenti di ottundimento mediatici di ogni carnefice della verità. Pensiero unicissimo per cui, puoi anche aver sollevato dall’inedia  qualche milione di esseri umani, dato dignità ed emancipazione a tutti, se non ti dici comunista sei una chiavica antidemocratica.

La perplessità. diciamo così, che qua avessimo a che fare con chi ciurlava nel manico, si consolidò via via in dubbio e poi in sospetto e infine in certezza. Soprattutto lungo la strada della geopolitica segnata da una fenomenale inversione ad U, prima nascosta da qualche corteo di operai, poi del tutto evidente, rivendicata. Pietre miliari della disvelazione di chi fossero i cospiratori che davano del complottista a chi intravvedevafalse flag, provocazioni, macchinazioni e infiltrati. Memorabile l’articolo qualche lustro fa, di un Roberto Ciccarelli, ora ovviamente impegnatissimo contro il governo fascista gialloverde,  che, pensando anche a me (si parva licet…), modesto riproduttore in rete delle dimostrazioni, prove, testimonianze, tecnicalità  sulle falsità della versione governativa degli attentati alle Torri Gemelle, sullo sfondo del PNAC (Nuovo Secolo Americano) e delle cinque guerre da trarne, già programmate dai cospiratori neocon,aveva riempito un paginone di contumelie, irrisioni, sberleffi, a chi avesse messo in dubbio la megagalattica panzana. Era caduto uno del branco sconfinato di asini. E pensare che l’Italia è il paese di Piazza Fontana, di Bologna, del Ros di Mori, della P2, di Borsellino e Falcone, di un premier quasi ventennale che faceva local quel che Obama e Bush facevano global.

Un paese venduto alla criminalità organizzata? Pensiamo ai naufragi…

A questo proposito non esagero a definire travolgente l’entusiasmo con cui il “manifesto”, in perfetta sintonia con i media di cosca, loggia, ‘ndrina, banca e Nato, ha accolto e esaltato le motivazioni delle recenti sentenze sui delinquenti e vendipatria che hanno triturato il paese e i suoi cittadini, a forza di assassini, stragi, corruzione al midollo, nell’unità nazionale mafia-Stato, quella sancita tra Usa e nascente Repubblica e mediata da Patto Atlantico e Piano Marshall. Alle decine di paginoni del Fatto Quotidiano (atlantista di merda, ma per questo meritevole) con i dati giudiziari dai quali i crimini di alto tradimento di vertici politici, governativi e giudiziari uscivano con l’evidenza della mela di Newton, il quotidiano principe di ogni opposizione nel nome del popolo azzannato, derubato, ferito, se l’è cavata con un trafiletto di lato. Poi più nulla. Occorreva spazio per ridicolizzare il decreto “Dignità” di Di Maio. E per l’ennesima speculazione su qualche vittima in mare.

Terrorismo? Tutto vero

Del resto l’avallo disciplinatissimo del “manifesto” a tutti gli episodi della strategia terroristica di restaurazione totalitaria in Europa e Usa, anche i più spudoratamente scoperti, anche se smascherati in ogni dettaglio da prove, testimoni, circostanze, da Charlie Hebdo agli avvelenati Skipral, dai gas nervini di Ghouta alle bombe serbe sul mercato di Sarajevo, si affiancava sistematicamente alle impronte digitali  Cia, Mossad, Mi6 o DGSE eliminate dalla scolorina. Non si poteva dare che quest’esito nella struttura, quando in quella che, secondo il catechismo marxista, era stata sovrastruttura, per la sinistra rinata imperiale anche culturalmente divenne struttura: al centro i diritti civili, detti anche umani, LGBTQ e quant’altro si facesse strano (purchè non generasse), eterologo, uteri in affitto, monogenitorialità; ai margini i predatori delle delocalizzazioni  e quei quattro sfigati ai cancelli (toccava dirne tuttavia, noblesse oblige); al centro Porto Alegre, lo zapatismo, l’indigenismo a prescindere e il bolscevismo del bilancetto partecipativo, ai margini l’intruso Chavez che vagheggiava il socialismo del 21° secolo e propugnava antimperialismo.

Imperialismo? Obsoleto. Chiamiamolo globalizzazione

Antimperialismo ? Perché c’era ancora l’imperialismo? Ma il subcomandante Bertinotti, venerato ospite del giornale, non l’aveva espulso dalla Storia (in pieno rilancio bellico Usa) insieme alla violenza, anche di quegli esagitati dei partigiani (Congresso di Venezia, 2005)?  Al centro, struttura, è il fenomeno naturale, epocale, fisiologico, inarrestabile, delle migrazioni, il diritto ad andare altrove, l’obbligo di accogliere, 500 milioni di persone in movimento sono la nuova classe, ai margini il diritto di starsene a casa propria, lo jus soli in patria, lo svuotamento ad arte dei paesi del Sud, ricchi delle risorse necessitate dall’accumulazione capitalista e il loro trasferimento a fare altrove massa disidentificata, destoricizzata, deculturizzata, assimilata tra pomodori e spogliatoi, defuturizzata. E magari cacciata di casa dall’ennesima guerra. Però contro l’ennesimo turpe violatore dei diritti umani. 

Al centro la struttura della rivolta democratica delle masse civiche, “società civile” (leggi Ong dei diritti umani, USAID, NED, Soros, università e sanità della Chiesa, il Bergoglio, connivente dei generali argentini, che non fa mancare la parola ispirata al momento giusto) contro il despota che turlupina il popolo a forza di miglioramenti sociali, istruzione e salute assicurati, mentre soffia sui roghi dell’omofobia, dell’integralismo, impone veli, schiaccia sotto i cingoli bravi Fratelli Musulmani strage-dotati, non gradisce l’omologazione universale del mondialismo in soggetto blasonato multiculturale perché ormai a-culturale.  Ai margini, anzi al rigattiere, le già “buone cose di pessimo gusto”, come la sovranità nazionale, gli orridi sovranisti, il retaggio dell’affanno di generazioni in secoli e millenni per segnare il pianeta in un certo modo, tanto da riconoscervisi e rassicurarvisi nel confronto e nello scambio con gli altri. Si chiamava internazionalismo.

Struttura è l’Hilton uguale a Haiti e a Berlino, Auchan che ammazza salumieri e fruttaroli a Bangkok come nella mia Tuscia, l’Italia di Briatore e Farinetti a radere al suolo borghi e ulivi, gli Andreatta, Amato, Prodi, Bersani, D’Alema (tutti da recuperare in quanto LeU), Renzi  che, sotto diktat FMI-BCE-Wall Street, ci hanno fregato la produzione e l’hanno mondializzata, costringendo a inseguirla all’estero 100mila giovani italiani all’anno, rimpiazzati in Amazon da altrettanti africani che, secondo Boeri, ci pagheranno le pensioni. Intanto il “manifesto” sfotte il governo che cerca di rimediare alla catastrofe Ilva, evitando un po’ di cancri e di senzalavoro, e di ridarci una compagnia aerea di bandiera che la sinistra ha sventrato, mentre ce l’hanno perfino  il Buthan, il Burundi, le Antille, l’Afghanistan….

Alias: la cultura dell’1%

Otto uomini, ci dicono, possiedono la ricchezza di metà dell’umanità. L’1% è più ricco di tutti gli altri. E’ questa la struttura economica. Per “Alias”, inserto culturale del “manifesto”, l’1% che sa  e il 99% plebeo che vagola nell’ignoranza sono la struttura culturale. Significativi parallelismi. Vagamente feudali.

Già, struttura, sovrastruttura, si confonde un po’ tutto. Magari si intersecano, si integrano, non è più chiaro come una volta. Prendete “Alias”, in cui esponenti della tribù scrivono di esponenti della tribù, rinnovando vittimismi e autoassoluzioni a distrazione di massa da quanto si va mondializzando. Perlopiù è una foliazione di una supponenza arzigogolata e astrusa, alla ricerca tra nicchie dell’iperspecialistico e oceani dell’ovvio, tutto inteso a imporre allo smarrito lettore di media conoscenza e intelligenza che lì, sopra di lui,  c’è ben altro, ma inaccessibile, sublime, non da te. Tu sei al di  là del varco, la larghezza dello jato tra te e la conoscenza resta insuperabile. A noi Spinoza nell’interpretazione dello sciamano tibetano, a te la fiera del fumetto.

E questo, dal punto di vista della classe, mi pare proprio una struttura del “manifesto”. Ma sono sovrastruttura o struttura le sontuose marchette all’industria del videogioco, con grande frequenza e appassionata libidine sciorinate da Federico Ercole?  Parlare di turgido barocco è inadeguato, di efflorescente rococò minimalista non basterebbe nemmeno arrivare al primatista dell’iperbole eulogica, Gianbattista Marino (Napoli 1569-1615), quello dell’”Adone” , per le spirali di commossa celebrazione in cui avviluppa qualsiasi prodotto, fosse il più nero, sanguinario, brutale, spaventoso, devastante, apocalittico, violento, quelli che comunque vinci quanto più elimini umani, mostri, insomma nemici (Il 90% di quelli di cui scrive). Insomma arabi, siriani, afghani, gente scura.

Dal videogioco  di Alias ai Blackwater d’Iraq

E se è vero che difficilmente si trova bambino e adolescente americano, e poi occidentale, che non riceva, a forza di un’adolescenza di smanettamenti, l’imprinting di questa corsa alla disumanizzazione e alla normalizzazione delle atrocità (per cui Abu Ghraib e Isis) che premiano chi uccide e distrugge e ne vede il riflesso nobilmente materializzato negli psicopatici che sparano nelle scuole, nei 50 milioni di morti delle aggressioni USA dal 1950, nei 7 milioni dopo l’11 settembre sotto Bush-Obama, nei poliziotti da Obama trasformati in Robocop con licenza ammazza-negro, nei Blackwater del tiro al piccone sui ragazzetti, nei tagliateste Isis che incendiano i vivi e negli F35 su Vietnam, Afghanistan, Libia, Siria, Iraq, ovunque il Pentagono metta in pratica videogiochi, se è vero tutto questo, cos’è il lavoro di Alias e di Federico Ercole? Sovrastruttura culturale o struttura di guerra di classe? Lui la chiama creatività e libertà d’espressione.  E’ facilitazione dell’utilizzatore finale. Non basta per parlare di quinte colonne?

La geopolitica dei diritti umani: Nicaragua, Afghanistan

Vogliamo controprove dello srotolamento di un incrollabile tappeto rosso ideologico, per quanto liso e sbrindellato dalle inevitabili contraddizioni tra il millantare e l’essere, che questa gente ormai da molti decenni, ma mai con la protervia di questi ultimi anni clintonian-obamian-mattariellian-eurocentrici, improntati allo strumento colonialista-migratorio del globalismo capitalista, stende sotto le ragioni degli ammazza-popoli e ammazza-nazioni? Pensate alla cacciata della brava Geraldina Colotti da reporter di denuncia del golpe strisciante Usa in Venezuela e al successivo cerchiobottismo tra “opposizione e regime”. O alla davvero oscena criminalizzazione del Nicaragua di Ortega e del FNSA che resiste alla sedizione di una conventicola di Ong di Soros e USAID, pretaglia diocesana revanscista, teppismo di angiporto, jeunesse doree dell’istruzione Opus Dei, import di teppisti delle guarimbas venezuelane, con esclusione rigorosa di ogni voce che non sia di questo classico armamentario Cia. Errori degli Ortega, del FSLN? Certamente. Paragonabili allo sterminio sociale di 16 anni di colonialismo neoliberista, fame, emigrazione, epidemie e 50mila morti da complotto reaganiano Contras (gestito dall’inventore degli squadroni della morte centroamericani e iracheni, John Negroponte, quello per cui lavorava Giulio Regeni)? Il Nicaragua tolto di mezzo, l’unico canale tra gli oceani sotto controllo Usa, Venezuela, Bolivia, Cuba assediati, Argentina, Brasile, Ecuador, Honduras recuperati. Bel regalo geopolitico ai nuovi Cortés e Pizarro dell’America Latina. E sul milione in piazza il 24 luglio a sostegno del governo(foto)? Zitti e mosca.

Vogliamo parlare dell’Asia, della guerra e occupazione che Usa, Nato, noi, conduciamo da 17 anni contro il movimento di liberazione nazionale che, indubbiamente, sono i Taliban, belli o brutti che siano, ma che per gli esperti del “manifesto”, Battiston e Giordana, sono rispettosamente i “barbuti” o i “turbanti neri”? I cattivi. Di un’occupazione feroce, degli eccidi da droni e bombardieri uccidentali si parla poco. Tanto meno del diritto umano fondamentale di lottare per la liberazione con ogni mezzo, molto meno affascinante del diritto al matrimonio gay. Tanto meno della produzione record di oppio che diventa eroina nel mondo che dalla morte genera soldi e di cui l’occupazione è garante e facilitatrice dell’export (Kosovo). Buonissima è la “società civile”, quella contro il burka, che fa marcette per la pace, proprio nelle fasi in cui i Taliban vanno all’offensiva in tutto il paese e mettono gli invasori con le spalle al muro. Uguale, il “manifesto”, anche per la Siria, laddove si trattava di lacerare il tessuto multietnico e multiconfessionale dello Stato laico unitario promuovendone la frammentazione tramite pulizia etnica operata dai curdi di Usa, Israele, Saudia. Santi patroni e bocche della verità del quotidiano, Amnesty International e Human Rights Watch, professionisti della sofferenza inflitta agli amici dell’Occidente, entrambi, con personale e ordini del giorno, all’orecchio del Dipartimento di Stato.

Forza, gente, muoversi! Migrare è vita!

Ovviamente, di quella che in vista del globalismo dispotico transnazionale e antisovranista è, accanto all’uniformizzazione finanzcapitalistica, alla frammentazione degli stati unitari e ai regime change da guerre e sedizioni (il “manifesto” ha addirittura plaudito a quella che dell’avventuriero CIA che ha unito l’Armenia filorussa all’Azerbaijan amerikano, origine di quel TAP che San Mattarella è andato indebitamente a promuovere tra fasti Nato lì e in Georgia), lo strumento centrale dell’adattamento del pianeta al nuovo ordine: lo sradicamento e trasferimento organizzato di popoli dei quali si liberino le ricchezze e di cui usare a fini di riequilibri sociali e demografici. Nessuna gigantografia spezzacuore, nessuna alluvione di lacrime pietose, nessun parossismo di ipocrita indignazione, nessuna più fetida manipolazione di Ong ascare della tratta, scaraventatici addosso come bombe su Dresda, ha mai suscitato tra gli hilleriani del giornale una riflessione sui modi  e perché degli abbandoni di casa di chi in ogni caso andava a star peggio.

Gli orrori dei lager libici, sicuramente non case di riposo, sono ormai quasi tutti sotto osservazione di entità ONU. Ma restano inferni dello stupro, della tortura, dell’assassinio, della spoliazione di ogni bene del migrante. Guai a rimandarceli!  Abbiamo visto ripetute immagini di persone ammassate in capannoni e volti dietro a sbarre. Ci sono passate decine di migliaia di persone, moltissimi con cellulari, anche satellitari. Possibile che non si sia mai riusciti a video o audio-documentare un solo episodio di atrocità? Le immagini di gente urlante, frustata, risalgono all’immediato dopo-Gheddafi, quando i vincitori così trattavano gli immigrati neri. Quei due milioni che in quella Libia avevano avuto lavoro, casa, decoro. Poi sappiamo che non ci si imbarca senza quei 5000-7000 dollari per il negriero della lunga filiera. Ma come, ti stuprano e poi ti mandano via con i soldi? Con quei soldi che in qualsiasi paese africano ti avrebbero assicurato una sorte migliore di qualsiasi ipotizzabile in Italia? Avrò torto, ma il gioco sulla pelle di queste genti da manovrare è talmente sporco che ogni sospetto è lecito.

Daje al governo di destra!

Questo non è il governo dei montagnardi, semmai siamo agli Stati Generali del ‘79, con però un sacco di gente del Terzo Stato arrivata ex novo. Ma questo è il primo governo, da quelli lontani dello Statuto dei Lavoratori e del divorzio, dei Consigli dei Delegati, dei sindacati cazzuti, che osa alzare un ciglio sull’opera degli Andreotti, Amato, Treu, Bersani, Tremonti e sguatteri BCE vari. Al netto dell’ossessione cibernetica dei Casaleggio (viva il faccia a faccia in eterno!), delle ruspe, pacchie e dei “da papà” di Salvini e dei suoi tipacci, qui c’è qualcosa di inedito: un ministro che denuncia Maidan, riconosce la Crimea russa, sfida le sanzioni e prova a stoppare la congiura del buonismo sociocida. Un altro prova a mettere qualche zeppa sotto il rullo compressore di ogni diritto del cittadino, lavoratore e non, e del popolo sovrano. Non s’era mai visto. Ma l’opposizione da “sinistra”  del “manifesto” ha una virulenza della stessa intensità con cui va a pescare nella palude PD un qualche detrito non del tutto putrefatto per rivestirlo di abiti decenti..

Parlare di paradosso all’ombra della testatina “quotidiano comunista” diventa ingenuità. Il termine va letto nel suo contrario. Ho qui una pila di numeri e vado alla rinfusa, ‘Ndo cojo, cojo. Tra gli avventati Di Maio e Salvini e il “prudente” Tria, con Tria: “prima vengono i conti” ; aumentare le pensioni minime: un miraggio; bloccare la fusione di Anas e FS che regala il trasporto nazionale ai parassiti dell’Anas,un azzardo; rivedere la svendita dell’Ilva a chi la paga poco e la fa inquinare  per altri lustri: traditori, dicevano di chiuderla! Parlamentizzare ogni provvedimento Nato e le basi, sottraendoli ai soprusi  delle giunte militari: ma non volevano uscirne?  Trump minaccia di passare sopra l’Iran come Truman su Hiroshima? Sì ma quelli sono pasdaran, corrotti, pericolosi, falchi.  A Helsinki Trump (al di là del suo barcamenarsi tra pistola alla tempia del partito della guerra e guizzo pacifista) e Putin se ne escono sorridenti, gentili e senza menarsi e far menare il mondo? Più acido di un Bolton, Pompeo, Hillary, Condoleezza Rice, McCraig, il manifesto titola: “un tentativo di distrazione dal Russiagate (bufalona indimostrata ma debitamente avallata) e della figura rimediata a Helsinki con Putin”. Il Partito della Guerra non la poteva mettere meglio.

Distensione, dialogo, pace? Via dalla mezzanotte del botto? Maddai!

E questa è davvero clamorosa. Il “manifesto” fianco a fianco con gli accoliti hillariani-Cia, pentagonali, neocon, talmudisti e wallstreetiani del Torquemada Russiagate, Mueller, che non riesce a trovare un’ombra di interferenza russa nelle elezioni presidenziali, pur sapendola lunga sulle ingerenze della sua FBI  in tutte le elezioni del mondo dal 1945 in qua. Urlano all’alto tradimento, raccolgono firme, annunciano processi, esigono impeachment e incarcerazioni, la patria venduta al nemico, il distruttore della nazione alla Casa Bianca, l’isterismo del complesso militar-industriale che intravvede all’orizzonte una nuvoletta nera sul suo dominio dell’economia americana e mondiale grazie ai conflitti. Il dialogo è nequizia, picchiarsi a morte è bene. Tanto più che di questo zar, che insiste a farsi eleggere sotto lo sguardo di osservatori internazionali, non c’è per niente da fidarsi: imbroglia il suo popolo dicendolo assediato dagli schieramenti occidentali e fa finta di democrazia non offrendo mai alla libera stampa immagini di teste di manifestanti spaccate come succede nelle libere Francoforte, Genova, New York, Parigi. Poi chissà cosa fa alle Pussy Riot!

Dimmi con chi vai

Il bocconiano Boeri annuncia cavallette e piogge di rane contro il Decreto stoppa-precariato, fa il Mago Otelma per la gioia di Confindustria? Mattarella interferisce sulle scelte del governo? L’UE e lo sbronzone Juncker, porto franco lussemburghese per tutti i manigoldi evasori, scaricano sull’Italia gli effetti collaterali della spoliazione dell’Africa, ma è “l’Italia che si isola dall’Europa”? Saviano, eroe dell’antipopulismo a stelle e strisce, dà del ministro della malavita? Radio B92 di Belgrado fa parte del circuito CIA “Free Europe” ed è pagata da Soros? Le Donne in nero di Belgrado ringraziano Madeleine Albright? I Fratelli Musulmani conducono una guerra a base di stragi contro lo Stato egiziano?  Il governo cancella il bavaglio alle intercettazioni? Toninelli mette sottosopra il TAV? Tsipras mette la Grecia a disposizione di Netaniahu e compiace Usa e UK cacciando diplomatici russi? Skipras avvelenati da russi in fuga? Disaccordo tra Di Maio e Confindustria? Con Davigo, star populista, il CSM va a destra (con Legnini-Napolitano era lo scudo di Di Matteo, Ingroia, De Magistris, Robledo, Woodcock…)? In Libano l’UNHCR, quello della Boldrini, si oppone al rimpatrio dei siriani che vogliono tornare nelle terre liberate?  Con chi sta il “manifesto”? Magliette e mani rosse in piazza di chi non ha mai levato un sopracciglio o messo una maglietta per i non emigrati da sotto le macerie libiche e siriane, sulle croci dei mercenari jihadisti e neppure per le centinaia di ammazzati dal cancro, uomini e bestie, dai giochi di guerra nei poligoni sardi. Magliette rosse dei Radicali. Basta questo.  Con chi sta “il manifesto”?

Sta con gli ordini di servizi, detti stampa, di De Benedetti, Elkan, Boccia, Caltagirone, Berlusconi.  Quelli latrano contro gli abominii gialloverdi, il “manifesto” ringhia e abbaia. Via la censura poliziesca sulle intercettazioni?  Daspo a vita ai corrotti pubblici? “Pura propaganda”.. Più che le quattro cose buone fatte dal nuovo governo, eminentemente 5 Stelle, ci da conforto e speranza la misura incontrollata della collera padronale.

Ogni giorno mi dico: ma basta quel titolo. Sabato, per esempio, “Niger, dove l’Europa prepara la nuova guerra ai migranti”. Niger e tutto il Sahel sono colonia franco-Nato-americana. Ci hanno messo un po’ di Isis e hanno picchiato i Tuareg perché ci fosse la scusa per militarizzare tutto. Bloccare migranti? Figurati, anzi. Per scavare uranio, oro, metalli, petrolio, hanno espropriato, cacciato, bruciato, ucciso. Il “manifesto” parla di “guerra ai migranti”. Non di guerra all’Africa, qui come ovunque, perché produca più migranti.

Il segno sul XXI secolo della ragazza del secolo scorso

Ma, amici, tutto questo è poco, se ci ricordiamo di quanto ha impresso su quel giornale, con eleganza di eurotacco coloniale, la più prestigiosa, la più onorata, la più vetusta dei marabut che hanno dato vita all’impresa “il manifesto”. Al debutto dell’aggressione jihadista promossa dai Fratelli musulmani del Golfo e dalla Cia, poi guerra stragista franco-Nato, al paese più prospero ed equo (ONU) del Continente, al leader che aveva riscattato un popolo dal colonialismo genocida italiano e dal servilismo alla corona britannica, che aveva iniziato l’affrancamento del continente dal sottosviluppo, dalla spoliazione e dall’intrusione del nuovo colonialismo, Rossanda dai salotti di Faubourg St. Honoré s’indignò grandemente perché il giornale aveva un po’ tergiversato sugli abominii da attribuire a Muammar Gheddafi. Ignoranza? Arroganza colonialista? Odio antisemita dell’eurokazara per il semita arabo Gheddafi? O semplicemente Quinta Colonna?

Richiamò all’ordine i co-infiltrati del ’69 e agognò il precipitarsi, dal “mondo libero” ovviamente, di combattenti sul tipo Brigate di Spagna, in sostegno ai rivoluzionari democratici rivoltatisi contro una famiglia di tiranni e grassatori. Ottenebramento da arteriosclerosi, coppe di champagne in eccesso? No amici, coerenza di un’operazione di lunga gittata, che ha segnato fortemente cinquant’anni di collateralismo terribilmente manipolatorio, razzisticamente eurocentrico, intimamente neolonialista. I succedanei di oggi degli iniziatori hanno perduto, come tutta la categoria, l’abilità di travestimento e mimesi. Si sono rivelati faciloni. Come quelli delle false flag, sempre più rozze. Quel là dato da Rossanda nella primavera araba di Libia ha dissipato ogni nebbia. Ha collegato il suo auspicio alla risata trionfale di Hillary Clinton sul cadavere martirizzato del Gheddafi sventrato. Due donne, due femministe, due ingiurie tremende a entrambe le categorie.Il cerchio si chiude. Quinta colonna.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:17

Ufficiali dell’esercito degli Emirati Arabi Uniti hanno abusato sessualmente dei prigionieri yemeniti

NESSUNA CONDANNA DALL’ONU E DALLA UE? NESSUNA SANZIONE PER GENOCIDIO DEL POPOLO YEMENITA? vedi 

MA CHE STRANA LA UMANITA’ E SOLIDARIETA’ ED ANTIRAZZISMO DELLA MORALMENTE SUPERIORE UE ED ONU (ah sì, quest’ultima ha fatto degli appelli, cavolo, si è sforzata), LE ONG NON VANNO A SALVARE IL POPOLO YEMENITA?
 Ufficiali dell'esercito degli Emirati Arabi Uniti hanno abusato sessualmente dei prigionieri yemeniti
Un nuovo rapporto rivela che i militari degli Emirati Arabi Uniti hanno commesso abusi sessuali di massa nei confronti diprigionieri yemeniti detenuti nelle carceri nel sud dello Yemen.
Come riportato dall’agenzia di stampa statunitense Associated Press (AP), gli ufficiali degli Emirati Arabi Uniti hanno ripetutamente torturato e violentato centinaia di prigionieri yemeniti in 18 prigioni nascoste nella città portuale di Aden. nel sud del paese arabo.
Secondo questo articolo, in una di queste occasioni, avvenuta lo scorso marzo nella prigione di Beir Ahmad, 15 soldati degli Emirati Arabi Uniti hanno chiesto ai detenuti di togliersi i vestiti e giacere a terra con il pretesto di cercare degli smartphone.
L’agenzia sottolinea anche che i prigionieri che hanno resistito o hanno rifiutato di conformarsi agli ordini dell’Esercito degli Emirati e sono stati minacciati di percosse e spaventati con dei cani.
Inoltre, AP ha pubblicato diversi disegni fatti da uno dei detenuti che mostrano le pratiche a cui i soldati degli Emirati Arabi Uniti hanno fatto ricorso per torturare le loro vittime.
Tra i principali centri di tortura e stupro che le truppe degli Emirati Arabi usano ad Aden figurano la base militare di Buriqa, dove sono stati visti anche mercenari americani e colombiani; la casa di Shalal Shaye, capo della sicurezza di Aden; la discoteca Wadah, ora una prigione segreta; e la prigione di Beir Ahmad, dove si è verificata la maggior parte di questi abusi, si aggiunge nell’articolo.
Gli Emirati Arabi Uniti aiutano l’Arabia Saudita nella sua aggressione contro lo Yemen dal 2015, la comunità internazionale, in particolare le Nazioni Unite, ha fatto pressanti appelli al regime saudita e ai suoi alleati per porre fine a questa “stupida guerra”, che ha provocato 11.000 morti e circa 23.000 feriti.
Fonte: Associated Press

FLASH INFO/ COMMENT MOSCOU S’EST FAIT ESCROQUER PAR LES USA ET L’OTAN LORS DE LA DISPARITION DE L’URSS

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Flash Info Géopolitique/ Geopolitical Flash News/

2018 06 19/ #006-2018

FLASH.GEOPOL - 007 - russie escroquerie occident (2018 06 19) FR 3

Dans une interview accordée au ‘Hufvudstadsbladet’ (Filande), la porte-parole de la diplomatie russe, Maria Zakharova a déclaré « qu’après la fin de la guerre froide, la Russie s’était totalement ouverte aux pays occidentaux, mais qu’elle avait été trompée » !

Nous avions déjà traité ce sujet dans un précédent Quotidien Géopolitique’, où le mélange d’arrogance incapable de Gorbatchev conjugué à l’opportunisme d’Eltsine avaient conduit l’URSS à l’implosion (soigneusement préparée par les USA et l’OTAN) et Moscou dans une décennie d’humiliation nationale. Gorbatchev a toujours affirmé que « l’URSS avait accepté la réunification en échange du non-élargissement de l’Otan vers l’est ». Mais il n’avait même pas signé d’accords …

Vois sur # LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/ EXPANSION DE L’OTAN A L’EST: COMMENT GORBATCHEV S’EST FAIT ROULER DANS LA FARINE EN 1990

sur http://www.lucmichel.net/2017/12/22/luc-michels-geopolitical-daily-expansion-de-lotan-a-lest-comment-gorbatchev-sest-fait-rouler-dans-la-farine-en-1990/

# REVUE DE PRESSE/

LA DIPLOMATIE RUSSE EXPLIQUE “L’ESCROQUERIE” DE L’OCCIDENT (‘HUFVUDSTADSBLADET’, FINLANDE, 18 JUIN 2018)

Iterview accordée au journal finlandais ‘Hufvudstadsbladet’ par la porte-parole de la diplomatie russe, Maria Zakharova :

Extrait :

« Depuis la fin de la guerre froide, nous avons entièrement rendu transparentes nos actions pour l’Occident. Non pas parce qu’on nous a vaincus. Nous le voulions nous-mêmes. Nous n’avons fait peur à personne. L’ancien président, Mikhaïl Gorbatchev voulait juste mettre fin à la course aux armements avec l’Occident, il voulait mettre fin à la guerre froide. Nous avons donc agi de manière transparente, mais à la place, ils nous ont menti. Nous nous sommes donc ouverts, et l’on nous a trompés. Vous nous avez répondu en nous entourant de barbelés », a-t-elle regretté.

Moscou n’a aucun besoin d’affronter l’Occident. La Russie ne s’intéresse que par l’élargissement de ses relations culturelles et commerciales avec les pays occidentaux. Nous souhaitons que no ressortissants puissent circuler librement dans d’autres pays. Nous voulons que les restrictions de visa soient supprimées. Mais on dresse toujours devant nous des obstacles. En Occident les masses médias essaient de faire peur aux Européens et de présenter la Russie comme une source d’appréhension ».

Maria Zakharova a également rappelé les pourquoi de la démonstration de force russe actuelle :

« À présent nous montrons maintenant à tout le monde que personne ne peut songer de nouveau à attaquer la Russie. Après avoir perdu 20 millions de personnes pendant la Seconde guerre mondiale, nous nous réservons le droit de montrer à tout le monde qu’un tel incident ne se reproduira plus. Au cours des vingt dernières années, on a essayé de nous entourer de toutes parts. Nous avons demandé à quoi servait le système anti-missile en Pologne. On nous a répondus pour contrer les éventuelles attaques en provenance de l’Iran. C’est de l’escroquerie pure (…) Alors qu’aucun risque ne menace jamais l’Europe. Mais les boucliers antimissiles ont été installés près des frontières russes ».

(Source : Hufvudstadsbladet)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

(Infos géopolitiques en bref /

Complément aux analyses quotidiennes de Luc Michel)

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire – Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme (Vu de Moscou et Malabo) :

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LES EMISSIONS QUI COMPLETENT L’ANALYSE : WORLDCUP 2018 EN RUSSIE. COMMENT LES USA ONT FAIT DE LA FIFA UN DES FRONTS DE LA ‘NOUVELLE GUERRE FROIDE 2.0’ CONTRE LA RUSSIE ?

 

 LM DAILY / COMPLEMENT 233 bis

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE-TV

LM.GEOPOL - Worldcup en russie Football III (2018 06 14) FR 4

Luc MICHEL analyse le thème (dont il dévoile le dessous des cartes) :

SCANDALES A LA FIFA ET GEOPOLITIQUE DU FOOTBALL

Que s’est-il passé ?

Qui avait intérêt à mettre à nu le fonctionnement vicié de la FIFA ?

La bataille géopolitique entre les Etats-Unis et la Russie est-elle en train d’envahir le domaine sportif ?

* analyse des affaires qui ont conduit à la démission du président Blatter quatre jours après sa réélection ;

quel est le rôle des USA dans tout ce scandale ?

pourquoi l’affaire a-t-elle démarré en Suisse ?

* GEOPOLITIQUE DU FOOTBALL :

les concepts de « Géopolitique du sport » et de « géopolitique du football » ;

la politisation du sport une vieille affaire ;

le choc USA-Russie le véritable enjeu dans cette affaire ?

pourquoi Washington cible le coupe du monde 2018 en Russie ?

* Sur la lutte des USA contre la Russie au sein de la FIFA :

Ecouter le podcast sur EODE-TV/ RADIO CAMEROUN :

LUC MICHEL. FIFAGATE A QUI PROFITE LE SCANDALE ?

sur https://vimeo.com/130627045

# L’ANALYSE DE REFERENCE :

* LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

LA WORLDCUP 2018 DE FOOTBALL EN RUSSIE :

FOOTBALL, SOFT POWER ET RUSSOPHOBIE

(GEOPOLITIQUE DU SPORT ET SOFT POWER III)

LM DAILY 233

sur http://www.lucmichel.net/2018/06/13/luc-michels-geopolitical-daily-la-worldcup-2018-de-football-en-russie-football-soft-power-et-russophobie-geopolitique-du-sport-et-soft-power-iii/

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* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire –

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L’ACTUALITE QUI CONFIRME L’ANALYSE : VU DES USA. LE CONFLIT GELE DU NAGORNY-KARABAGH ET LA CONFRONTATION ARMENIE-AZERBAIDJAN EN CHIFFRES (INFOGRAPHIE ‘GEOPOLITICAL FUTURES’)

 

LM DAILY / 2018 05 21/

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

 « Se faire enseigner par l’adversaire est un honneur et un devoir »

– Général Karl Hausofer (1869-1946),

le géopoliticien des « Blocs continentaux ».

ART.COMPL.GEOPOL - Nagorno-karabagh II infographie gpf (2018 05 21) FR

Je traitais vendredi le conflit gelé du Nagorno-Karabagh, revenu sous les feux de l’actualité avec la       crise politique arménienne et l’ouverture du gazoduc TANAP, opération anti-russe. Voici ce conflit ouvert dans les Années ’90 (l’une des conséquences de la « grande catastrophe géopolitique du XXe siècle » qu’a été l’implosion de l’URSS, comme le dit si bien Poutine) vu des USA, résumé « en chiffres » par l’équipe de George Friedman (ex patron de STRATFOR, qui dirige aujourd’hui le think-tank ‘Geopolitical Future’).

Cette analyse appelle deux commentaires :

– Tout d’abord elle confirme mes analyses sur deux points centraux. Premièrement le Nagorno-Karabagh est une poudrière toujours prête à exploser (Comme le précise aussi le livre EUROPE’S NEXT AVOIDABLE WAR: NAGORNO-KARABAKH que je présentais vendredi avec mon analyse).

– Secondement le maintien de la paix est l’œuvre de la Russie face à un conflit qui n’a « jamais dégénéré en guerre totale (…) parce que la guerre serait préjudiciable à la Russie » et les pourparlers de paix des Nations-Unies sont « complètement infructueux ».

Ensuite, il ne faut pas se leurrer sur les thèses américaines :

– Et le sérieux du travail de George Friedman et de ‘Geopolitical Future’ ne doit pas dissimuler le tropisme anti-iranien qui fausse cette vision « vue des USA ». Le rapprochement entre Moscou et Téhéran, alliance stratégique qui se transforme chaque jour davantage en axe géopolitique, est une mauvaise surprise pour les USA et leurs alliés étroits israéliens et saoudiens. Inlassablement les think tank US et israéliens  (style Debka) publient des thèses sur « la méfiance de Moscou pour Téhéran ». Qui serait inquiète selon ‘Geopolitical Future’ de voir « l’Iran prendre pied dans le caucase ». J’ai longuement répondu déjà à ces fausses analyses orientées, destinées à intoxiquer les russes.

L’inquiétude par contre est bien réelle face aux rêves pan-turcs (ou pan-touraniens) d’Erdogan dans le Caucase et en Asie centrale, en particulier vers l’Azerbaïdjan. Où l’hostilité envers les populations arméniennes et les ambitions de parrainage des azéris turcophones est caricaturale, en particulier depuis que les « Loups gris » néofascistes du MHP se sont alliés à l’AKP islamo-conservatrice …

LM

VU DES USA :

LE CONFLIT DU NAGORNO-KARABAGH PAR LES CHIFFRES

(GEOPOLITICAL FUTURES, 18 MAI 2018)

« L’Azerbaïdjan et l’Arménie revendiquent tous deux le territoire du Haut-Karabakh. Cette région contestée est située entièrement à l’intérieur de l’Azerbaïdjan – en fait, elle est internationalement reconnue comme azerbaïdjanaise – mais le gouvernement de Bakou n’a pas exercé d’autorité politique sur elle depuis des décennies. Cet honneur revient aux Arméniens ethniques qui le peuplent. En fait, le Nagorno-Karabakh était une enclave arménienne semi-autonome depuis l’arrivée au pouvoir des bolcheviks en Russie. Après la dissolution de l’Union soviétique, dont l’Azerbaïdjan faisait partie, les Arméniens vivant au Haut-Karabakh, soutenus par l’Arménie elle-même, ont mené une guerre avec l’Azerbaïdjan pour garder le territoire. Une trêve a été négociée en 1994, et bien que les négociations sur sa résolution officielle se poursuivent depuis, elles ont été complètement infructueuses.

Des escarmouches mineures y éclatent de temps en temps – dont la plus sanglante s’est produite en 2016 – mais elles n’ont jamais dégénéré en guerre totale. En partie parce que la guerre serait préjudiciable à la Russie. Ses intérêts sont trop nombreux dans le Caucase pour permettre à la Turquie ou à l’Iran d’y prendre pied – ce qu’ils feraient sûrement s’ils soutenaient l’Arménie dans un conflit. Pourtant, si le Nagorno-Karabakh est toujours une cause de guerre, alors l’Azerbaïdjan, dont l’armée éclipse l’Arménie, aurait le dessus. »

(Traduit de l’Anglais par Luc Michel / The post “The Nagorno-Karabakh Conflict, by the Numbers” appeared first in English on ‘Geopolitical Futures’)

Infographie : ‘Geopolitical Futures’

# LES ANALYSES DE REFERENCE DU DOSSIER ARMENIE-AZERBAIDJAN SUR LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY :

* ASIE CENTRALE : NAGORNO-KARABAGH, LE RETOUR DU CONFLIT GELE ENTRE L’ARMENIE ET L’AZERBAIDJAN

sur http://www.lucmichel.net/2018/05/19/luc-michels-geopolitical-daily-asie-centrale-nagorno-karabagh-le-retour-du-conflit-gele-entre-larmenie-et-lazerbaidjan/

* ARMENIA (I) : THE WEAK LINK OF THE ‘EURASIAN ECONOMIC UNION’?

sur http://www.lucmichel.net/2017/09/16/luc-michels-geopolitical-daily-armenia-i-the-weak-link-of-the-eurasian-economic-union/

* ARMENIA (II) : AZERBAÏDJAN – ARMENIA – NAGORNO-KARABAKH. TENSION IN CAUCASUS

sur http://www.lucmichel.net/2017/09/18/luc-michels-geopolitical-daily-armenia-ii-azerbaidjan-armenia-nagorno-karabakh-tension-in-caucasus/

* EN ACCORD AVEC WASHINGTON ET BRUXELLES, VOICI ERDOGAN QUI TRAHIT A NOUVEAU MOSCOU, CETTE FOIS DANS LA GUERRE DU GAZ ET DES GAZODUCS

sur http://www.lucmichel.net/2018/05/15/luc-michels-geopolitical-daily-en-accord-avec-washington-et-bruxelles-voici-erdogan-qui-trahit-a-nouveau-moscou-cette-fois-dans-la-guerre-du-gaz-et-des-gazoducs/

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* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

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