GLOBALIZZAZIONE: EPICENTRO SUD —– “O LA TROIKA O LA VITA” A FIRENZE, CINEMA ODEON

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/globalizzazione-epicentro-sud-o-la.html

MONDOCANE

EVENTI SPECIALI

JANUARY 17: O LA TROIKA O LA VITA

http://www.odeonfirenze.com/january-17-o-la-troika-o-la-vita/   ANDATE SUL LINK

Giovedì 17 Gennaio (ore 21) all’Odeon la prima nazionale del film documentario O LA TROIKA O LA VITA di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini. Sarà presente in sala il regista Fulvio Grimaldi e in videocollegamento (su Skype) il filosofo Diego Fusaro (tra gli intervistati nel film).

Il film illustra gli effetti sull’area mediterranea della globalizzazione neoliberista imposta da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. La Grecia distrutta nel corpo e nell’anima, il Medio Oriente e l’Africa devastati da guerre e saccheggi. Popolazioni sradicate per creare masse di manovra dello sfruttamento e delle destabilizzazioni. Un territorio nazionale già dissestato sul quale imperversano, nella complicità di una politica succube delle lobby, le multinazionali del fossile. Mancata prevenzione, speculazione edilizia e abbandono segnano il destino dei terremotati (una parte del film è dedicata al sisma del 2016 che ha colpito il Centro Italia). Crimini contro l’umanità in Grecia e e resistenza umana in Italia.

Tra gli intervistati spiccano, oltre al filosofo Diego Fusaro, l’economista Vladimiro Giacchè e il fisico teorico Francesco Silos Labini, ambedue editorialisti de “Il Fatto Quotidiano”.

Con l’approfondimento cinematografico Grimaldi scuote gli animi verso il cambiamento, ponendo l’accento su tutta una serie di problematiche misconosciute, dalla perdita di potere degli Stati nazionali ultimo baluardo della rappresentatività popolare, alla creazione di una dimensione transnazionale cinica, dominata dalle oligarchie finanziarie che speculano e ricattano quegli stessi Stati e i loro popoli perseguendo esclusivamente i propri interessi lobbistici. Così la tragedia sociale ed umanitaria della Grecia ridotta al fallimento dall’Europa che doveva essere il sogno di una casa solidale per tutti gli europei, ma si è invece rivelata l’incubo di una dittatura spietata della finanza e del capitale sugli esseri umani, si collega con quella del terremoto nei nostri territori dove la ricostruzione, a distanza di oltre un anno, non è neanche iniziata. Il dramma dei migranti e il problema del loro afflusso nei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo i quali entrano in crisi nella gestione “solitaria” di questo problema, si collega alle guerre, ai bombardamenti e allo sfruttamento economico e delle risorse naturali dei paesi di origine di queste masse di disperati che le oligarchie egemoniche conducono da sempre con il colonialismo prima e oggi con il neocolonialismo. Il documentario ci guida a una lettura di questi fenomeni all’interno di un contesto globale che viene nascosto dai mass media.

Fulvio Grimaldi, giornalista, inviato di guerra e di ambiente, firma della BBC, Rai e altre testate nazionali e internazionali, ha realizzato 24 documentari sui conflitti, tra chi pretende di dominare e chi resiste: Vietnam, America Latina, Medio Oriente, Africa.

Sandra Paganini, studiosa di storia e scienze umane, videoperatrice, storica collaboratrice di Grimaldi, è co-autrice di questo documentario.

O LA TROIKA O LA VITA (Italia, 90′) – Un film di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini

Versione italiana

Cinema Odeon Firenze

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:24

“Crimini contro l’umanità”: La Francia denunciata per 193 test nucleari nella Polinesia francese

http://www.politicamentescorretto.info/2018/10/11/crimini-contro-lumanita-la-francia-denunciata-per-193-test-nucleari-nella-polinesia-francese/?fbclid=IwAR2Bqufhh8GD6Y3HKWHaDZI1fwY9cPUDUylLXyIMVM_Rzg8wg6FgO9BcjBM

Studi locali indicano che i 193 test nucleari condotti nel secolo scorso dalla Francia hanno moltiplicato i casi di cancro nelle isole, ma Parigi è riluttante ad assumersi la responsabilità di quanto accaduto.

L’ex presidente della Polinesia francese, Oscar Temaru ha annunciato, in una riunione della commissione delle Nazioni Unite incentrata sulla decolonizzazione, che ha presentato una denuncia contro la Francia davanti alla Corte penale internazionale per i test nucleari nel Pacifico del sud effettuati nel ventesimo secolo.

“Con un grande senso del dovere e determinazione, abbiamo presentato una denuncia al Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità il 2 ottobre. Questo caso cerca di responsabilizzare tutti i presidenti francesi sui test nucleari contro il nostro paese”, ha dichiarato Temaru, citato da AFP, aggiungendo che i test sono stati imposti agli isolani “con la diretta minaccia di imporre un governo militare se li avessimo rifiutati.”

Per Temaru, “i test nucleari francesi non sono meno che il risultato diretto della colonizzazione” e presentare una denuncia era un dovere morale prima di “tutto per le persone che sono morte a causa delle conseguenze del colonialismo nucleare”.

Tra il 1960 e il 1996, in quella comunità francese d’oltremare in Oceania, sono stati effettuati 193 test nucleari che hanno coinvolto 150.000 civili e soldati. Inoltre, nel 1968 la Francia effettuò il suo primo test termonucleare multistadio sull’atollo di Fangataufa, con una potenza esplosiva che era 200 volte maggiore di quella della bomba di Hiroshima.

I test hanno causato 368 casi di fallout radioattivo nella Polinesia francese, composto da oltre 100 isole e atolli, ha dichiarato Maxime Chan, membro di un’associazione locale per la protezione ambientale, alla commissione ONU, aggiungendo che anche i rifiuti radioattivi erano stati scaricati nell’oceano in violazione degli standard internazionali.

A gennaio, il Ministero della sanità della Polinesia francese ha pubblicato dati che dimostrano che negli ultimi 15 anni sono state diagnosticate cancro a circa 9.500 persone. Precedenti studi condotti negli ultimi dieci anni hanno stabilito una “relazione statistica significativa” tra i tassi di cancro della tiroide e l’esposizione al fallout radioattivo da test nucleari francesi.

Nel 1996, l’allora presidente francese, Jacques Chirac, mise fine al programma di test nucleari e assegnò un pagamento annuale di 150 milioni di dollari alla Polinesia francese. Tuttavia, la Francia ha negato a lungo ogni responsabilità per gli effetti dei test, sia ambientali che sulla salute degli abitanti della zona, mentre la regione ha cercato di ottenere un risarcimento per il danno subito.

Nel 2013, documenti declassificati hanno rivelato che le conseguenze del plutonio utilizzato nei test coprivano un’area molto più ampia di quanto inizialmente ammesso da Parigi. La popolare isola turistica di Tahiti in particolare è stata esposta a un livello di radiazioni 500 volte superiore al massimo consentito.

Temaru ha affermato che la Francia “ha ignorato e mostrato disprezzo” per le ripetute proposte presentate dal 2013 a sedersi al tavolo dei negoziati sulla questione sotto la supervisione delle Nazioni Unite.

Fonte L’Antidiplomatico

DAL NIGER AL SUDAN, L’AFRICA NELLA MORSA DELL’IPOCRISIA CLERICOSINISTRA —– DECRETI SICUREZZA E GRANDI IMBROGLI

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/dal-niger-al-sudan-lafrica-nella-morsa.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 8 GENNAIO 2019

Intanto un plauso di cuore e di mente a Luigi Di Maio per la solidarietà totale data ai Gilet Gialli di Francia , la più bella e forte risposta alla globalizzazione finanzcapitalista da molti anni a questa parte, augurandoci che tale riscatto dei 5 Stelle si estenda ad altre aree politiche, sociali, ambientali  che erano nell’anima del MoVimento alle origini.

Due settimane davanti a Malta. Sarebbero bastate per sbarcare a Calais, Dover o Amburgo

Grande dibattito e grande esplosione di hate speech, discorsi dell’odio, rancore, invidia sociale (quelli che venivano attribuiti agli italiani che hanno votato questo governo) da parte dell’unanimismo politico-mediatico globalista e antisovranità, sul decreto sicurezza. Hate speech ulteriormente animati dalle due navi di Ong tedesche che girano per il Mediterraneo meridionale. Ong tedesche, vale a dire di quel paese e appoggiate da quel governo (oltreché da George Soros) che, dopo aver raso al suolo la culla della nostra civiltà (nuovamente barbari, alla faccia di Goethe, Bach, Duerer e Schopenhauer), si sono fatti giustizieri, insieme ai francesi e ai burattini di Bruxelles, del timido tentativo italiano di invertire il flusso della ricchezza perennemente dal basso verso l’alto.

Navi tedesche, mi viene da riflettere, che nel corso dei 18 giorni in cui andavano lacrimando su mari in tempesta e migranti, secondo l’immaginifico manifesto “in condizioni disperate” (benché rifornite da Malta di tutto il necessario…), tra Malta e Lampedusa, avrebbero potuto raggiungere, che so, New York, o magari Amburgo, visto che così tante città tedesche si erano dichiarate disposte ad ospitare i profughi. O Rotterdam, visto che è olandese la bandiera della Sea Eye. Non vi pare?

Posto che l’unica cosa buona fatta dal socio neoliberista e ultradestro della maggioranza di governo è stato mettere l’opinione pubblica di fronte al ricatto dell’Europa nei confronti dei paesi rivieraschi del Sud – o mangiate la minestra della destabilizzazione sociale ed economica di un’immigrazione incontrollata, o vi buttiamo dalla finestra -, posto che strumento di questo ricatto è la società anonima creata dal colonialismo tra multinazionali predatrici, trafficanti, Ong, santi peroratori dell’accoglienza senza se e senza ma, per sottrarsi a tale ricatto ritengo il decreto sicurezza del, per altri versi detestabile, fiduciario dei padroni, il minimo indispensabile per salvare una serie di paesi destinati al macero.

Razzista chi vuole rendere inappetibile l’Italia a migranti? Il contrario, antirazzista e anticolonialista

Pensate, un anticolonialista e antimperialista, uno che nel corso di quasi tutte le guerre e aggressioni di altro genere da parte degli antropofagi occidentali, ha vissuto, operato, scritto e filmato dalla parte delle vittime, con i rischi e le conseguenze connesse sul piano delle condizioni personali, che dice: il decreto sicurezza non basta! E che sarebbe giusto, umano, rispettoso dei diritti altrui, ostile a trafficanti e speculatori sulle pelli nere o brune, opposto alla tratta degli schiavi e agli eserciti industriali di riserva, evitare che vi possano essere motivi, perlopiù illusori, ma anche veri, per sollecitare lo spostamento di popolazioni. I famosi pull factor. Tutto ciò che rende appetibile per un africano abbandonare terra, patria, identità, cultura, fa torto e danno a lui e svuota e disarma il suo paese. Crudele, razzista? No, l’opposto. Il massimo del razzismo è quello degli eredi di coloro che sugli schiavi costruirono sviluppo, ricchezze, nazioni. Anche allora i civili facevano il bene dei selvaggi.

 Forse l’immenso divario che mi divide dai buonisti accoglitori di vecchio stampo, quelli che si mascheravano da sinistra (dal manifesto in su), come da quelli scopertisi tali dopo aver inflitto un massacro sociale e culturale ad autoctoni ed immigrati con pari entusiasmo, deriva in buona parte dal fatto che io dalle parti degli sradicati di oggi e accasati di ieri ci ho speso almeno metà della mia vita. E loro no. Dal che loro rivendicano il proprio diritto a stare, e bene, a casa propria, quella civile, moderna, democratica, ma anche il “diritto” degli altri a venirsene via da casa (chiamata “guerra, fame, dittatura”) e stabilirsi qui in un ghetto di cartone, in una stanza per dieci, in un campo di pomodori, in una cosca della mafia nigeriana, in una banlieu fuori dal mondo.. E io ho l’improntitudine xenofoba e razzista di mettere al primo posto il diritto di ognuno di restare a casa sua, di esservi trattato bene, di non essere oppresso e sfruttato.

Sinergie nella filiera dell’emigrazione

Non è segno di cecità, se non per gli irrimediabili utili idioti, ma di ipocrisia o di calcolo  non vedere la sinergia che esiste lungo la filiera che porta da Raqqa in Siria, o Herat in Afghanistan, o Dakar in Senegal, dove habitat ed economia sono stati occupati da necrofori armati o briganti economici dell’Impero e sue marche, all’organizzazione di trasporti in terra e traghettamenti da barca a barca (chiamati “salvataggi da naufragi”), fino alle cooperative delle creste sulla sopravvivenza, ai caporali, alla grande distribuzione dai prezzi discount, ai partner della criminalità organizzata.

Questo dello svuotamento di continenti e paesi da rapinare e della tracimazione di altri cui tagliare le gambe è la Grande Operazione globalista  per rilanciare il capitalismo dopo la crisi. Una trasparentissima strategia che ha il suo punto di forza nella cancellazione delle identità, particolarità, storia, nazionalità, culture, da Palmira e dalla Biblioteca Nazionale di Bagdad, fino alla cosiddetta integrazione del selvaggio nella società civile, il presunto meticciato e multiculturalismo, un amalgama senza faccia, senza anima e senza nome. E come con i barbari all’assalto di Roma, o con i colonialisti della depredazione e dei genocidi di Africa, Asia, America Latina e, oggi, con i neocolonialisti  di un mondialismo nel segno dell’élite finanzcapitalista e militarsecuritaria, unica identità da salvaguardare, con chi sta la Chiesa, tuttora potenza morale suprema a fianco dei manovratori? Ascoltate il papa.

Sudan, uno di quegli inverni che chiamano primavera araba

A proposito di Chiesa, sentivo stamane a Radio Uno sui tumulti in Sudan, oggi paese d’origine di gran parte dei migranti, l’immancabile frate missionario. E mi sono ricordato di quando, per una conferenza a Palermo, a un centro sociale che ospitava alcuni profughi dal Darfur, dovetti raccomandare di prendere cum granu salis i loro anatemi contro il governo di Khartum. Il frate, ovviamente comboniano, di quell’Ordine che in epoca pre-panarabista faceva il bello e il cattivo tempo in Sudan, con mano morta su tutto l’apparato scolastico e sanitario dell’immenso paese, sparava gli stessi anatemi sullo stesso governo, quello di Omar el Bashir. Così, grazie alla puntualissima Amnesty, i 12 morti ufficiali sono diventati 40 e la repressione, per quanto in nulla dissimile da quella fisiologicamente nostra, da Parigi, a Genova, Chicago, Atene, laggiù è ovviamente genocida. Come lo sarebbe al Bashir, secondo il Tribunale Penale dell’Aja, che non ha mai accusato chi non fosse di pelle nera. Nessuno dovrebbe negare che i manifestanti abbiano ottime ragioni, il pane, i prezzi, il carburante, ma non dire che questo accade in un paese che l’Occidente sottomette da decenni a sanzioni genocide e a mutilazioni che lo destabilizzano e lo privano delle proprie risorse, conferma ogni sospetto sulla nostra stampa.

Sono stato in Sudan o vi sono passato parecchie volte sulla strada per l’Eritrea o l’Etiopia.Oggi ne leggo i reportage da Khartum di una signora,  Antonella Napoli, il cui primo titolo, a mio avviso, non è tanto quello di giornalista della Repubblica, ma di fondatrice e presidente dell’Onlus “Italiani per il Darfur”. Basta e avanza per interpretare i suoi racconti.

Sud Sudan e Darfur: disfare il più grande e uno dei più ricchi paesi dell’Africa

Nasser, Nimeiri, Gheddafi

Già, il Darfur. Nel 1971 incontrai Gaafar Nimeiri, presidente del Sudan, e alcuni suoi ministri. Passammo una notte intera, in un villaggio del sud, a discorrere di storia, presente e futuro del paese e della rivoluzione araba. Sulla scia della rivoluzione anticoloniale di Gamal Nasser in Egitto e poi di Muammar Gheddafi in Libia, il colonello Nimeiri aveva preso il potere sostituendo il precedente governo di obbedienza britannica, storica potenza coloniale. Resosi di conseguenza ostico al sion-imperialismo, si vide innescare un’insurrezione separatista nella parte meridionale, cristiana, del paese. Protagonisti Israele, gli Usa, la Nato e il Vaticano, al quale il governo, nazionalizzando ogni cosa aveva sottratto il controllo dell’istruzione e degli ospedali. Li stavano i tre quarti dei ricchi giacimenti di idrocarburi del paese. Valse la pena per i cospiratori calare sul tavolo la carta di qualche centinaio di migliaia di morti. Neri. Quelli così cari ai loro prosecutori di oggi.

Nel 1986 il governo di Nimeiri, nel frattempo islamizzato, venne sostituito da quello di Sadiq el Mahdi, esponente dell’aristocrazia islamica, da tempo esule a Londra e strettamente collegato agli interessi di quella potenza. Più in nome dell’Umma, la comunità panislamica sostenuta dall’Occidente (vedi i Fratelli Musulmani), che del nazionalismo afro-arabo, ma sempre di segno contrario al neocolonialismo occidentale e favorevole all’Iraq di Saddam e all’URSS, fu il colpo di Stato che portò al potere, nel 1989, Omar al Bashir. L’ostilità revanscista dell’Occidente si manifestò presto e in vari modi. La rianimazione della rivolta cristiana nel Sud, il bombardamento di Clinton, nel 1997, della fabbrica farmaceutica di Al Shifa indispensabile per il Sudan e gran parte dell’Africa per i medicinali antimalarici. Rimasero sepolti 300 operai e si calcola che a seguito di quella distruzione morirono almeno 10mila sudanesi. Terza operazione, di lunga prospettiva e affine alla destabilizzazione del Sud, fu una specie di guerra civile nel Darfur, centro-ovest del paese, subito sostenuta da tutti gli arnesi delle rivoluzioni colorate, con in testa Soros e George Clooney. Il contributo di Roma sono i già menzionati “Italiani per il Darfur”.

La vera storia del Darfur

Con una validissimo ambasciatore italiano, innamorato del paese, a realizzare un reportage per il TG3, allora libero, andammo in Darfur e mi vennero spiegate le cose. Zona a gravissima desertificazione (dono del cambio climatico da noi inflitto a loro), tanto che la pista del nostro fuoristrada era seminata di carogne di ovini e bovini, subiva lo scontro per la pochissima acqua e le scarse terre fertili rimaste, cioè per la vita, tra tribù nomadi di allevatori e tribù stanziali di agricoltori. Il revanscismo colonialista, munito delle solite Ong, si gettò a pesce sull’occasione, inventandosi che il regime stava compiendo un genocidio, favorendo bande di briganti Janjawid (demoni a cavallo), che poi erano gli allevatori nomadi. E vai con vittime sudanesi raccolte nei campi e invitati poi a impinguire le colonne di rifugiati verso l’Europa, dove altre Ong si sarebbero occupate di loro.

Lo Stato più giovane del mondo muore subito. Nel sangue

Nel 2011, poi, sempre nel corso della collaudata strategia del divide et impera, il neocolonialismo riuscì a strappare a un Sudan indebolito da conflitti e dalle immancabili sanzioni, la sua parte meridionale, ricca di petrolio, di biodiversità, acqua, legname e altre ricchezze minerarie.  Non c’era solo il petrolio. C’era il Nilo con il quale, chiudendo il rubinetto, si potevano mettere in ginocchio, a valle, i riottosi Sudan ed Egitto. Un certo giro imperial-clericale festeggiò la nascita del più giovane Stato democratico del mondo e si tacque, da allora, sul bagno di sangue in cui questo artificio coloniale è sprofondato in seguito alla ferocissima lotta per i giacimenti tra due etnie opposte, i Nua e i Dinka, rappresentate rispettivamente da presidente e vicepresidente, con i loro immancabili sponsor. Una guerra civile con l’impiego di soldati bambini che nessuno denuncia. Un altro successo occidentale nell’Africa della “fuga da guerre, fame e persecuzioni”. Attendo ancora i comboniani “Nigrizia” e Zanotelli denunciare lo squartamento di un pacifico e acculturato paese africano, all’origine di una delle migrazioni più massicce.

Carcerieri per conto dell’Europa

Tutto questo non lo leggerete nei dispacci della fondatrice e presidente di “Italians for Darfour”, cronista invece della “primavera sudanese, repressa dal regime con tanto di lacrimogeni”,  né in altri reportages di quella nostra stampa libera e indipendente che, tanto per fare un esempio della sua linearità, coerenza e trasparenza, oggi si fa deprecatrice dei “tradimenti” dei 5 Stelle su Tap, Ilva, trivelle in mare, Terzo Valico, eccetera. Peraltro tutte questioni non definite e su cui sarà decisiva la scelta del ministro dell’Ambiente. Ma, stupefacentemente, tutte dispute in cui i deprecatori di oggi si trovavano ieri a deprecare chi ostacolava il progresso opponendosi a Tap, Ilva, Terzo Valico e altre loro remunerative devastazioni. Accanto a quei sindaci e governatori PD (con di mezzo un De Magistris che non capisce), oggi scopertisi umanitari benefattori, purchè di migranti. E al tempo stesso violatori di una legge votata dal parlamento e firmata dal venerato Capo dello Stato. Sono pubblici ufficiali e non possono farlo. Potrebbero farlo se si dimettessero. Ma perderebbero la poltrona. Del resto, conta il gesto, no?  Tocca farsi vedere antirazzisti.  E tocca contribuire a sfasciare quest’Italia ancora maledettamente unita e sovrana. Che giostra il mondo, ragazzi, tutta un “calcinculo”.

Appello ai buoni

Voglio fare un appello, vediamo che succede. Tra i migranti sudanesi si moltiplicano anche quelli del Niger. Tra sindaci, governatori e altre voces clamantes in moltitudine, ci siamo chiesti come potesse essere che sant’uomini come Zanotelli, Ciotti, Revelli, Noury, Bergoglio, Strada, non si fossero accorti che quel paese è stato rubato ai suoi abitanti. Eredi di antichissima civiltà, i nigerini si dissanguano nella resistenza a bande armate Nato, Usa, con la gigantesca base di droni, 500 italiani a fare da caporali di giornata, francesi in capo alla vecchia colonia, tedeschi, britannici, tutti a guardia di un colossale bidone zeppo di uranio, coltan , litio e altri beni utili alle bombe e all’elettronica delle democrazie occidentali. Ebbene, carissimi clericosinistri, non vogliamo allargare le nostre braccia, estendere le nostre grida, far tracimare le nostre lacrime anche sulle vittime e sui carnefici di questo episodietto della globalizzazione colonialista? Dai, su, facciamo in modo che possano restare a casa loro!

Ascolteranno l’appello i buoni? Accetto scommesse: il “SI” è dato a 97 a 1. Dovuto a una coda di paglia lunga da qui a Niamey.

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Hanno sepolto sotto anatemi i Cinque stelle per aver parlato di “terrorismo mediatico”. Per chiarivi le idee sui nostri media, andate su Facebook 
Adriano Colafrancesco

Ieri alle 15:00 ·

“Liberateci dalla stampa:
la tentazione del nuovo potere globale”
L’iniziativa al teatro Brancaccio di Roma: una mattinata di
incontri con Mario Calabresi, Ezio Mauro, Lucia Annunziata,
Massimo Giannini, Roberto Saviano e Vittorio Zucconi

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Vale davvero la pena.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 12:54

1914-18 UN SIECLE APRES … BILAN GEOPOLITIQUE DE LA PREMIERE GUERRE MONDIALE

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 02 02/
LM.GEOPOL - Bilan geopol de 1914-18 (2019 01 02) FR 2

Voici la seconde analyse de 2019 de mon Quotidien géopolitique. Le centenaire de la fin de la Guerre de 1914-18 a été un des grands événements médiatiques et médiatisés de l’année écoulée. Le ton donné révélait l’extrême confusion idéologique des médias et politiciens du Système bourgeois sur cet événement historique. Notamment une constante valse-hésitation entre l’idéologie européiste batarde de l’Union dite « européenne » et les restes faisandés des petit-nationalismes bourgeois qui ont précipité l’Europe, puis le monde, dans la grande catastrophe géopolitique de l’été 1914. 

Seule la Géopolitique pourtant permet de comprendre et de mesurer la portée de la Première Guerre mondiale. Qui continue encore aujourd’hui à avoir des conséquences sur notre monde.

J’ai réalisé pour vous spécialement cette video qui rencontre toutes ces questions : 1914-18 vu et jugé au prisme de la Géopolitique …

* Voir sur PCN-TV/

LUC MICHEL:

1914-18 UN SIECLE APRES …

BILAN GEOPOLITIQUE DE LA PREMIERE GUERRE MONDIALE

sur https://vimeo.com/309003154

Thématiques esquissées :

* Le regard géopolitique :

1914-18, le grand suicide géopolitique de la vieille Europe.

Comment une étincelle à Srajevo a mis le feu aux poudres, leçons pour le monde instable de l’ère Trump.

L’émergence en Europe d’une puissance impérialiste extra-européenne, les USA, seul gagnant de la Première Guerre mondiale.

Les théories géopolitiques anglo-saxonne (Mackinder, Mahan, Spykeman) en action, Washington à la conquête du « heartland » et de la suprématie mondiale (de 1917 à 1943-45).

* Ne pas oublier la Géoidéologie :

La vision du centenaire par les médias du Système révèle son idéologie batarde ou la valse-hésitation entre l’idéologie européiste batarde de l’Union dite « européenne » et les restes faisandés des petit-nationalismes bourgeois qui ont précipité l’Europe, puis le monde, dans la grande catastrophe géopolitique de l’été 1914. 

Aout 1914, la trahison définitive du Socialisme par la Sociale-démocratie européenne embourgepoisée.

Comment les leaders sociaux-démocrates ont envoyé leurs classes ouvrières se faire massacrer dans la grande guerre impérialiste ?

Les « justes de la Babylone sociale-démocrate », le « Groupe de Zimmerwald », Lenine et le parti bolchevique.

Lenine en 1917, ou comment transformer la guerre impérialiste  en guerre révolutionnaire.

* Et l’Afrique :

1918 bien oublié ou négligé en Afrique alors que c’est l’étincelle qui a permis la décolonisation.

Le rôle des bolcheviques, de la Conférence de Bakou (1922) à celle de Bandung (1955).

# ALLER PLUS LOIN :

LES EVENEMENTS A RETENIR …

De l’attentat de Sarajevo, le 28 juin 1914 à l’armistice du 11 novembre 1918, la Première guerre mondiale dans ses moments clefs. Ce conflit a fait dix millions de morts parmi les combattants, des millions d’autres victimes parmi les civils, bouleversé la carte de l’Europe, fait chuter trois empires, provoqué la révolution soviétique, et a porté en lui les germes de la seconde guerre mondiale. Mais aussi permis la décolonisation …

L’ATTENTAT DE SARAJEVO

Ou comment un événement perçu comme secondaire a conduit à l’explosion mondiale ? A méditer à l’ère de Trump, avec son instabilité !

Le 28 juin 2014, le prince héritier de l’empire d’Autriche-Hongrie, l’archiduc François-Ferdinand de Habsbourg, et son épouse Sophie, sont en visite à Sarajevo, capitale de la Bosnie. Cette ancienne province de l’empire ottoman a été annexée en 1908 par l’Autriche-Hongrie, dont la principale rivale dans les Balkans est la Serbie, elle même proche de la Russie. L’étudiant nationaliste serbe de Bosnie Gavrilo Princip tue de deux coups de feu l’archiduc et sa femme Sophie. L’Autriche rend la Serbie responsable de l’assassinat. S’enclenche alors la mécanique qui conduira à la guerre un mois plus tard. Le 28 juillet, l’Autriche déclare la guerre à la Serbie et bombarde Belgrade, après lui avoir adressé un ultimatum le 23 juillet. Le 30 juillet, la Russie, protectrice de la Serbie, décide la mobilisation générale pour intimider l’Autriche. Le 1er août, l’Allemagne, alliée de l’Autriche, et la France, alliée de la Russie, proclament la mobilisation générale. Berlin déclare le même jour la guerre à la Russie. Le 3 août, l’Allemagne déclare la guerre à la France, et les troupes allemandes envahissent la Belgique. Le lendemain, la Grande-Bretagne, alliée de la France et de la Russie, déclare la guerre à l’Allemagne pour violation de la neutralité belge. Le monde est en flamme …

LES ETATS-UNIS EN GUERRE.

LA VOIE DE L’EMERGENCE COMME PUISSANCE MONDIALE

En janvier 1917, pour rompre le blocus maritime britannique qui l’asphyxie, l’Allemagne se lance dans une guerre sous-marine à outrance. Elle espère hâter la fin du conflit en étouffant à son tour économiquement la Grande-Bretagne. Cette stratégie à risque s’avère contre-productive: le 6 avril, les Etats-Unis jusqu’alors attachés à leur neutralité dans le conflit malgré les torpillages de plusieurs de leurs navires –dont en 1915 le “Lusitania” transportant des civils américains mais aussi des armements– déclarent la guerre à l’Allemagne. Le 26 juin, le premier convoi américain arrive en France, à Saint-Nazaire. Le corps expéditionnaire atteint 1 million d’hommes à l’été 1918, puis 2 millions à la fin du conflit. En 1918, les USA sont devenus les créanciers de la vieille Europe et une puissance mondiale.

LA REVOLUTION RUSSE

Entre 1914 et 1917, la Russie perd au combat plus de 2 millions de soldats et d’officiers, en raison notamment d’un armement insuffisant. En mars 1917, une première révolution provoque l’abdication de Nicolas II et la formation d’un gouvernement provisoire, mais ce dernier ne contrôle presque rien et n’envisage pas de se retirer du conflit, devenu très impopulaire dans le pays. En novembre (octobre selon le calendrier orthodoxe alors en vigueur), les bolcheviques prennent le pouvoir et leur première décision est de proposer aux pays en guerre avec la Russie de mettre fin aux hostilités. Lénine conclut avec les Allemands à Brest-Litovsk (Bielorussie) le 15 décembre un armistice, qui met fin aux combats, puis le 3 mars 1918, un traité qui fait perdre à la Russie une grande partie de ses territoires occidentaux au profit de l’Allemagne (Pologne, Pays baltes, Finlande notamment). Mais Lenine sait que ce sera provisoire, il attend l’extension de la révolution russe à l’Allemagne. Ce qui échouera de peu. En 1918, la guerre continue à l’Est contre les bolcheviques cette fois. Qui la gagneront !

1918 VOIT LA DESTRUCTION DE TROIS EMPIRES :

APRES LA GUERRE UNE NOUVELLE CARTE DE L’EUROPE ET DU PROCHE-ORIENT

La guerre signe l’arrêt de mort d’un empire russe déjà mal en point.

La défaite de 1918, suivie du Traité impérialiste de Versailles, dépèce le IIe Reich de Bismark et prépare la voie à la Seconde guerre mondiale. On dira que Hitler est « l’enfant naturel » du Traité de Versailles. La république de Weimar qui succède au Reich est un régime bourgois instable et faible. Il est hypothéqué par l’alliance entre la Sociale-démocratie allemande et les généraux allemands, qui écrasent ensemble la révolution communiste (« Spartakiste », issus du « Groupe de Zimmerwald »). La guerre par ailleurs continue en Silésie contre la Grande-Pologne et dans le « Baltikum » (les pays baltes) contre les bolcheviques. Hitler en récoltera les fruits vénéneux …

L’empire d’Autriche-Hongrie, dirigé par la dynastie des Habsbourg, a été la puissance dominante en Europe centrale pendant cinq siècles. Il s’étendait en 1914 de la Suisse à l’Ukraine, rassemblant une douzaine de nationalités différentes. Mais les sentiments nationalistes vont saper l’unité de l’empire qui implose à partir de l’automne 1918. Le 28 octobre, naît la Tchécoslovaquie. Le lendemain, les Slaves du sud créent la Yougoslavie tandis que, le 1er novembre, une insurrection éclate dans la capitale hongroise, Budapest. Deux jours plus tard, l’empire est formellement dissous lors de la signature de l’armistice entre l’Autriche-Hongrie et les puissances victorieuses, États-Unis, France et Grande-Bretagne. Le 12 novembre, la République d’Autriche est proclamée.

Une nouvelle Europe semet en place, elle porte en elle les germes mortels de la Seconde guerre mondiale :

La conséquence de l’effondrement des deux empires est la partition de l’Europe centrale en plusieurs États. Outre la Tchécoslovaquie et la Yougoslavie, la fin de la guerre débouche sur la renaissance de la Pologne (auparavant éclatée entre l’Autriche, la Russie et la Prusse) qui veut réaliser « la Grande-Pologne », sur une « Grande-Roumanie » impérialiste, et à quatre nouveaux Etats constitués à partir de territoires russes: Finlande, Estonie, Lituanie et Lettonie. La Hongrie perd les deux-tiers de ses territoires. L’Italie reçoit une partie du Tyrol et “le reste”, selon le mot du chef du gouvernement français Georges Clemenceau, devient l’Autriche contemporaine.

Le 1er décembre 2018, c’est la proclamation par le roi Ferdinand de la Grande Roumanie, laquelle vient remplacer le Vieux Royaume créé en 1878 à partir de la réunion de la Valachie et de la Moldavie. Ce premier royaume qui s’était émancipé de l’Empire ottoman était un royaume frustré, qui aspirait à davantage de territoires. En 1918, cette Roumanie double en taille et en population, et c’est elle qui est considérée comme fondatrice du pays actuel, dont la fête nationale est du reste célébrée le 1er décembre. Elle annexe la Bessarabie, obtenue de la Russie en pleine révolution bolchevique, la Bucovine, après que le 28 novembre 1918, le Conseil général de cette région ait voté son détachement de l’Autriche, le Banat, ancienne terre hongroise, qui sera partagé en février 1919 entre la Roumanie et la Yougoslavie, autre nouvel État créé le même jour, le 1er décembre 1918, afin que ces deux pays proches de la France s’entendent au mieux – mais la Roumanie regrettera toujours de n’avoir pas obtenu l’intégralité du Banat. Et enfin la Transylvanie arrachée à la Hongrie. Entre 1939 et 1945, Staline lui fera payer au prix le plus cher cette politique d’annexions !

La dislocation de l’Empire ottoman suit la défaite ottomane :

Lorsque le sultan Mehmet V proclame la “guerre sainte” contre la France, la Grande-Bretagne et la Russie le 24 novembre 1914, l’empire ottoman a déjà été amputé de la plupart de ses possessions européennes. Les revers subis dès 1915 sur le front russe vont servir de prétexte contre la minorité arménienne.

Selon les estimations, entre 1,2 million et 1,5 million d’Arméniens ont été tués pendant la guerre. La défaite de l’empire ottoman, en 1918, parachève son dépeçage. Un premier traité, signé à Sèvres en 1920, est rejeté par les nationalistes turcs, rassemblés autour du général Mustapha Kemal Atatürk, qui poursuit les combats contre les Arméniens, les Grecs et les Français, et renverse le sultan. La Turquie, devenue une république, impose un nouveau traité aux Alliés qui sera signé à Lausanne en 1923. Elle conserve l’Anatolie et les Détroits mais perd toutes ses possessions arabes.

LA FRUSTRATION ARABE :

OU LES MANIUPULATIONS FRANCO-BRITANNIQUES AU PROCHE-ORIENT

En Mésopotamie et en Palestine, les Britanniques ont en effet pu vaincre l’Empire ottoman grâce au soulèvement des tribus arabes, auxquelles ils font miroiter l’indépendance. L’action de Lawrence d’Arabie, archéologue britannique devenu officier de liaison, est à cet égard déterminante. Mais les Britanniques s’entendent secrètement avec les Français dès mai 1916 pour se répartir le Proche-Orient, en vertu des accords Sykes-Picot: le Liban et la Syrie à la France, la Jordanie et l’Irak à la Grande-Bretagne. Ce partage en règle va nourrir la frustration des Arabes. La fameuse “Déclaration Balfour” (1917) ajoute à la confusion. En soutenant “l’établissement après la guerre d’un foyer national juif en Palestine”, le ministre britannique des Affaires étrangères, Arthur Balfour, pose les bases de la création, trente ans plus tard, de l’État d’Israël, semant les germes d’un conflit qui continue aujourd’hui à déchirer la région.

(Sources : AFP – EODE Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

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Presentazione a San Cesareo (RM) – docufilm “O la Troika o la Vita – Non si uccidono così anche i paesi?”.

San Cesareo
A San Cesareo (RM), il 12 gennaio, sabato, ore 16.30, presento il docufilm
“O la Troika o la Vita – Non si uccidono così anche i paesi?”. Dalla distruzione della Grecia in una precisa strategia UE e FMI di ridurre al silenzio, all’obbedienza e alla povertà, a beneficio del finanzcapitalismo del Nord, i paesi del Mediterraneo, alle aggressioni sociocide ed ecocide contro l’Italia, esemplificate dalle devastazaioni di mari e terre per i profitti da energie fossili (tap, Piattaforme in mare), allo sfruttamento dello spopolamento da terremoto ai fini di nuove destinazioni d’uso delle aree terremotate. Il tutto sullo sfondo della globalizzazione neoliberista e dell’assalto alla sovranità popolare.

 

SIRIA: ÉLITE MONDIALISTA E PACIFISTI SINISTRI CONTRO TRUMP — VATICANO-QUIRINALE: BENEDICTIO URBI ET ORBI ATQUE PD

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/siria-elite-mondialista-e-pacifisti.html

MONDOCANE

VENERDÌ 4 GENNAIO 2019

(E’ lungo, forse prolisso, ma tratta due temi grossi, si può digerire in due puntate e, giuro, per un po’ non mi farò vedere. Per combinare il testo con le immagini andate su www.fulviogrimaldicontroblog.info. Almeno da lì nessuno può rimuovere).

 Palloncino bucato

Una cosa si è confermata chiara e ha bucato il pallone gonfiato delle fake news dei grandi media e la loro forsennata passione per la globalizzazione di guerre, neoliberismo, totalitarismo. Una cosa ha definitivamente sancito la scomparsa, da noi, ma anche da molte altre parti, di quel settore della società politica che si definiva di sinistra e coltivava il paradosso di chiamare destra l’altro settore. Per la sedicente sinistra vale ormai al massimo il corrispettivo linguistico al maschile.

Questa cosa ha l’aspetto di Giano Bifronte: da un lato fulmina con occhiate di sdegno e riprovazione il trucidone della Casa Bianca  che, sfidando una tradizione di guerre d’aggressione che risale alla fondazione del suo paese e ne costituisce l’essenza ontologica e, ahinoi, anche escatologica, annuncia il ritiro di truppe da Siria e Afghanistan  (vedremo poi i perché e percome); dall’altro inneggia con passione smodata ai Supremi di casa nostra che, in occasione delle festività, ci hanno fatto volare sul capo aerostati gonfi di pace. Nella fattispecie aria calda.

Siamo il paese dei fessi che fanno i furbi, che tuffano il diavolo nell’acqua santa e se la cavano scegliendo  la sudditanza a discapito della cittadinanza.  Arlecchino servitore di due padroni. Don Abbondio, se di fronte c’è don Rodrigo, don Rodrigo, se si ha a che fare con don Abbondio. Dunque, don Abbondio prima con i tedeschi, poi con gli americani. Con tutti quelli che ci menano. E dunque con l’UE. Don Rodrigo con quelli che possiamo menare. Di solito noi stessi. E da questa caratteristica nazionale che nasce il prodigio di un paese, escluso il 32,7 % degli elettori che restano in stato d’attesa, che si diverte come un bambino sull’altalena nel parco giochi costruitogli dai potenti.

Francia o Spagna, purchè se magna

Contro il bifolco Trump, perché pare abbandonare il massacro di Siria e Afghanistan, e con coloro che, nella Cia, nel Pentagono, tra gli armaioli, e quindi nei media, se ne risentono. E paiono i più forti. Di conseguenza, apertamente per la guerra, da conclamati e storici pacifisti. Ma che è anche la guerra che il papa e il capo dello Stato aborrono, pur cautelandosi scrupolosamente dal riferirsi a chi le fa e ci campa. Per la democrazia del voto e del pluralismo, ma non quando il 70% dei siriani elegge liberamente il presidente Assad e neanche quando bande di ventura curde, al servizio degli aggressori Usa-Nato, senza essere stati votati da nessuno, uscendo dal loro territorio (un decimo della Siria abitato dallo 0,6 dei suoi abitanti, prima dell’afflusso di curdi turchi accolti e protetti da Damasco), occupano un terzo della Siria facendovi pulizia etnica degli arabi.

   Kurdistan siriano ieri e oggi

I santi dei buoni

Quello che, a schermi ed edicole unificate, è seguito alle omelie di fine anno di Bergoglio e Mattarella è stato un’onda anomala di saliva abbattutasi fin sul Colle e sulla Cupola. Dal “manifesto” al “Foglio” all“Avvenire”, fino ai main stream  dei grandi editori, puri come l’eroina Juliette del marchese De Sade, che tutti, con grande senso dell’humour, dicendosi liberi e indipendenti, si sono profusi in osanna ai due salmodianti da far invidia alla corte del bizantino Paleologo II. “L’equilibrio perfetto, il sorriso paterno e luminoso, moral suasion di prossimità e familiare, ruolo pedagogico, sorriso disarmante, un capolavoro, il vero rivoluzionario custode della ragione, il paese favola che diventa realeMattarella seppellisce tutti gli altri”…. Così il manifesto”, Corriere, Stampa, Foglio, Messaggero, Repubblica. Nessuno dei quali si risparmia l’esaltazione per lo share trionfale, senza precedenti, 10,2 milioni, il 40%. Per la verità, un topino di redazione ha sussurrato: “Ma, grazie tante, era a reti unificate, non c’era controprogrammazione,  chissà come avrà fatto l’altro 60% a non vederlo…”, ma nessuno gli ha detto retta.

pour cause. Se il manifesto titola “Mattarella argine contro il cattivista” (il governo) e cita il papa che definisce la stessa “cattiveria sintomo di debolezza” e, come tutti gli altri da posizioni politico-sociali presuntamente opposte, inneggia all’Italia delineata dal presidente, una ragione c’è. Sia l’uno che l’altro dei due taumaturghi, papi e presidenti di tutti gli italiani, hanno reso omaggio a tutti gli italiani meno su per giù il 50%. Al netto dei paroloni di calorosa sostanza retorica, buoni per tutte le omelie, dal principio alla fine, dall’accoglienza negata alle tasse ventilate sui buoni del Terzo Settore (leggi Ong e tutti la giungla dei sussidiari alla CL), alla denuncia dell’astio, dell’insulto, dell’intolleranza, dell’odio settario (così ben denunciato da Boldrini e Renzi), fino alla vecchietta sola che, a capodanno, per avere compagnia chiama i carabinieri (purchè non siano quelli di Cucchi, spero), quella che ci si presenta è l’Italia del bene contro quella del male. E quali sarebbero le due Italie dell’inventore del Cottarelli premier manidiforbice e banditore di Savona euroscettico? Indovinate. Un aiutino ve lo  dà la standing ovation di tutti quelli che al potere c’erano prima, sinistri imperiali compresi.

Uccidono la libertà di stampa. Pensate, ce l’avevamo!

Lasciatemi chiudere questo capitoletto, prima di passare al fatto serio del giorno -Trump, gli altri e la Siria – con qualche citazione da quello che è diventato l’organo del PD  e della guerra (ma solo in difesa dei curdi, per carità, e contro i tiranni, come comanda Rossanda), dopo il decesso dell’Unità. Vox clamantis in deserto, peraltro, dato che sta in piedi grazie ai quasi 3 milioni di contributi statali che, come i 6 all’Avvenire (giornale dei vescovi, tutti spiantati), i 3 al Sole24Ore (della Confindustria ridotta in miseria dai gialloverdi), i 3,7 a Libero (eh, Berlusconi non può mica mantenere tutti), il milione al Foglio (la Cia manca di spiccioli).

Giornali che nessuno legge, ma che, se privati dei sussidi,”muore la stampa libera e  indipendente”. Visto che rimangono solo Corriere, Repubblica, La Stampa e….. Indipendenza garantita al manifesto da una ricca successione di paginoni pubblicitari dell’ENI, cui il “quotidiano comunista” affianca inserti redazionali in cui una maestra amministra ai pargoli i valori del “viaggio di studio” offerto dall’ente petrolifero tra i salubri pozzi della Basilicata. Mentre NON produce, il manifesto, nemmeno una riga sugli scandali delle tangenti ENI-Nigeria-Congo che occupano le giornate e gli anni della Procura milanese.

Quel cialtrone di Dibba, quel raffinato analista di Negri

Ciò che oggi colpisce nel quotidiano è una prima pagina che, scontata la solita gigantografia con vignetta ossessivamente sorosiana di Biani sui migranti, migranti che quel vecchio marpione di Orlando, con dietro qualche altro sindaco dell’acquolina in bocca in vista delle Europee, vuole accasare, offre due perle di quella bontà e di quell’equilibrio che tanto ha esaltato il collettivo nelle omelie citate. ”Il Misfatto Dibba c’è” titola il condirettore Di Francesco uno spurgo di un livore che solo la più frustrata invidia può provocare. Il bersaglio del volgare vituperio è il rientrato Alessandro Di Battista che sul Fatto Quotidiano, in questi mesi, ci ha regalato una serie di reportages sul Messico e sul Centroamerica seviziato dagli Usa e dai loro sguatteri locali.

Un po’ me ne intendo e posso dire che articoli di tale competenza, conoscenza, profondità di analisi, sensibilità politico-sociale e, soprattutto umana, ne ho letto pochi. Ma per la prosa pernacchiosa del poeta Di Francesco, che non figurerà mai in un’antologia, ma nella storia dei Balcani sì, per aver definito Milosevic “despota ultranazionalista” e quindi aver dato una manina al disfacimento di quel paese e alla morte del suo presidente, “Di Battista è un “esperto di tutto ma di nulla” e quello che ha fatto nelle Americhe non è che un “camel trophy dell’eroe dei due mondi dal mood garibaldino e da guida turistica”. Secondo il giornalista che ha permesso che il manifesto si imbrattasse per giorni con le veline dei peggiori arnesi dei golpe striscianti, in occasione del fallito colpo di Stato contro il Nicaragua sandinista, l’incarico adatto al più temuto dei Cinque Stelle sarebbe quello di “commissario del popolo al turismo”. 

Degna apertura di un giornale che resta perfettamente sul suo binario imperial-diffamatorio con Alberto Negri, che, finge un’analisi della mossa di Trump, per tirare un grottesco quanto maligno parallelo tra le vite di Erdogan e del tre volte-autocrate Assad, dittatori che vanno a braccetto. Quello dei “sopravvissuti Assad ed Erdogan, sono regimi che non si riformano”, sentenzia il chissà perché sovrastimato commentatore del manifesto, estrazione Sole24Ore.Tout se tien.

Vae pauperibus!

Guai ai poveri, auspica nel racconto della giornata di segno comunista Roberto Ciccarelli, caro a chi sa lui per aver garantito per Osama bin Laden quale autore dell’attentato alle Torri Gemelle. Qui si accanisce sul reddito di cittadinanza in quanto “il più razzista dei provvedimenti e il più punitivo nei confronti dei poveri”.Speriamo che i poveri, all’arrivo dei 750 euro, se ne accorgano. Chiude in bellezza il solito tentativo di riesumare il bluff zapatista del Chapas, ricordandone la cavalcata di 35 anni fa a San Cristobal de las Casas con in testa il subcomandante Marcos. Il quale, dopo aver tentato di sabotare due volte l’elezione di Lopez Obrador alla presidenza del Messico, s’è dato da sub per rientrare insalutato ospite nell’ordine delle cose.  

Anche stavolta i nuovi subcomandanti hanno cercato di far passare per grande truffa l’unica speranza di riscatto disponibile nel Messico per grande truffa. E stanno attaccando Obrador ferocemente, prima ancora che abbia dato il suo primo buongiorno dal palazzo presidenziale. Il bue che dà del cornuto all’asino. Intanto i miseri resti della rivoluzione galattica se ne stanno rinchiusi a “ben governare” nei loro cinque villaggi e strepitano con rabbia contro la ferrovia che, al posto delle carrarecce di fango, dovrebbe finalmente collegarli al mondo. Non gli dà retta più nessuno, da anni. Venerano Luca Casarini, il Masaniello di Padova. Prima in Chapas con Marcos, poi a Belgrado a sostegno degli infiltrati Otpor e della radio di Soros B-52, poi con gli scudi di polistirolo a minacciare pioggia di rane sulla Genova del G8, oggi su un’imbarcazione Ong nel Mediterraneo. Sempre dalle parti di Soros.Tout se tien anche qui.

Tiritiri? O tiritero?

“Cane pazzo” Mattis

Passando alle cose serie. Sul ritiro in 100 giorni di tutte le truppe Usa dalla Siria (5000, tra Forze Speciali e bombaroli) e della metà di quelle che bombardano e trafficano oppio in Afghanistan, poi estesi a quattro mesi, vista la malaparata con lo Stato Profondo (Cia, Pentagono, Wall Street, Lockheed Martin, media). Malloppone guerrafondaio furibondo, capeggiato da “Cane Pazzo” Mattis, dimessosi da ministro della Guerra per non aver potuto ripetere in Siria il bagno di sangue e fosforo di Fallujah (Iraq 2004) e per essere stato privato del suo massimo godimento, così da lui espresso:”Cosa c’è di più divertente che sparare a qualcuno”. Per inciso, il noto quotidiano pacifista, il manifesto, ne ha deplorato la dipartita e lo ha qualificato “elemento razionale e di equilibrio” nella compagine trumpiana.

I curdi? Ingrassano con chi vince.

  Israele e curdi uniti nella lotta

Da noi, affetti dalla solita ipocrisia clericomafiosa, si piagnucola sull’abbandono dei curdi, “avanguardia democratica, laica, ecologista, femminista, LGBTI”, con tanto di majorettes in armi. Si sorvola su queste milizie curde YPG arrivate in massima parte dalla Turchia che, mascherate da Federazione Democratica Siriana (solo la Cruciati del manifesto li vuol far passare per coalizione multinazionale di arabi, assiri, turcomanni, puffi e curdi), grazie all’aiuto degli Usa dall’alto, si sono sostituiti all’Isis come fanteria Nato contro la Siria. Si ignora che, se sono passati da meno di un milione a parecchi di più è perché la Siria di Assad li ha accolti, insieme al leader Ocalan, profughi dalla Turchia. In compenso si sono fatti mercenari dell’aggressore in sostituzione dell’Isis e, assumendo il progetto dello squartamento della Siria, si sono presi un terzo del paese, imponendo, sfrattando, incarcerando e uccidendo gli autoctoni.

Ora, abbandonati dai loro danti causa, forse, pressati dai turchi che, alla faccia loro, ma anche di quella del popolo siriano, vorrebbero prendersi almeno una gran striscia di confine, con dentro i più ricchi giacimenti petroliferi, le più fertili terre e ricche acque della Siria, buttano la mimetica a stelle e strisce e con stella di David e, giurando di rispettare l’integrità territoriale del paese, invocano aiuto da Damasco. Che fa bene a darglielo e ad accorrere con la Guardia Nazionale e la Divisione Tigre a Manbij. Che tornino nel loro angolo di Siria e vadano a prendersela oltre confine con chi li ha maltrattati davvero.

Soldati Usa a Manbij

Chi taglia il nodo gordiano?

Qui la situazione è intorcinata. Ci stanno i turchi, che già avevano scacciato i curdi dal cantone di Afrin, in piena e tollerante vista degli americani, ci stanno i curdi, ci stanno i militari Usa da ritirare, nel tempo, e sono arrivati i siriani. Cosa faranno gli uni e gli altri? Qui non soccorrono le ambiguità e le indecenti equivalenze tra Assad ed Erdogan di Alberto Negri. Qui vanno visti gli attori e i loro interessi. Per primo Trump che ha accelerato alcune mosse per riprendere i temi della sua campagna elettorale: riduzione dell’impegno e della spesa militari globali, accomodamento con i russi, dialogo con i nordcoreani, sordina agli attacchi all’Iran e alla Cina dei dazi. Non stona con tutto questo la sorprendente e sacrosanta affermazione dell’avvocato di Trump, Rudi Giuliani, che ad Assange di Wikileaks, recluso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, non c’è proprio nessun reato da contestare. In compenso, dall’altra parte, i Democratici hanno eletto alla presidenza della Camera la collaudata Nancy Pelosi, espressione arcigna e inflessibile dell’apparato guerresco statunitense. E di Julian Assange, eroe della libera informazione, i Democratici vorrebbero fare polpette da servire a Mattis.

Stato Profondo Usa

Liberal per liberare i cani di guerra

Poi i nemici dell’outsider strambo, scatenati contro ognuno di questi obiettivi, tanto da rovesciare sul presidente accuse di alto tradimento per aver incontrato Xi, Putin e Kim Jong Un e inventarsi la bufala galattica del russiagate, ovviamente ripresa dai loro sodali e sguatteri in Europa. Nemici riuniti nello Stato Profondo Usa rappresentato politicamente da uno schieramento bipartisan Democratici-Repubblicani, ma con forte prevalenza dei primi, dalla banda guerrafondaia Obamian-Clintoniana, dai neocon, insomma da tutti coloro che hanno inventato, creato e nutrito Al Qaida e l’Isis, dalla Siria all’lraq alla Libia all’Egitto all’Africa e all’Afghanistan. In sostanza l’élite statunitense plutocratica e perennemente in guerra, sostenuta da media ethink tank di puntellamento, che vede sfidata la sua dottrina di base: una strategia di dominio militare e neoliberista mondiale, fondata su quasi mille basi militari, un’egemonia (sub)culturale onnipervasiva e l’assalto, con sanzioni, guerre, terrorismi, a chiunque vi si sottragga, o opponga modelli incompatibili. Vanificata da loro stessi l’equivoca alternativa del PCI e di forze simili, tutto ciò che si pretendeva di sinistra si è inserito in questo Zeitgeist, visione del mondo. La riprova è la solidarietà di chi ha lo stomaco di condividere con questa èlite la furia contro il ritiro delle truppe Usa da un teatro di massacri.

Ritiro che tale belluina reazione ha già costretto il malleabile cerchiobottista della Casa bianca a estendere da un mese a cento giorni e più. Ed è aperto a ogni ipotesi ciò che l’una e  l’altra fazione in campo, sullo sfondo dei probabili contenziosi russo-turchi sul che fare dei curdi e di quel pezzo di Siria,faranno e otterranno in questi quattro mesi. Sempre che i plutocrati in armi degli Usa non si rassegneranno e si accontenteranno del loro nuovo pivot: Africa e America Latina, dove sono in corso le altre loro grandi manovre imperialiste a contrasto di Russia e Cina. Difficile, però, che Israele non li tiri per la collottola. Quel che è certo è che sul Donald vanno a esercitarsi pressioni mai viste, con dentro anche gli sceicchi del Golfo e tutta la potenza lobbistica e ricattatoria di Israele. E’ probabile che, come altre volte, soccomberà. 

Geopolitica, ma anche petrolio

Perché Trump ha osato tanto? Può darsi che, più di un suo spirito conciliatorio, sia stata la prospettiva di uno scontro tra Usa-curdi nel cosiddetto Rojava, sottratto alla Siria e ambito da tutti e tre gli usurpatori in campo, e il bastione turco della Nato, alle porte di Iran e Russia, a sollecitare il ritiro di Trump. Se questo ritiro, con conseguente  occupazione turca di larghe fasce siriane, ha comportato la messa in crisi della triplice Russia-Turchia-Iran, oggi a capo della strategia mediorientale, la cancellazione dell’acquisto del sistema anti-aereo S400 russo e, chissà, la sospensione del gas-oleodotto Turkish Stream, allora lo scenario delle alleanze rischia ancora una volta di essere sovvertito. E quello che, secondo le colleriche geremiadi dei globalisti occidentali e di Israele, sarebbe stato un regalo a Russia e Iran, potrebbe ben rivelarsi una trappola mortale proprio per Mosca e Tehran. E Siria. Presto, dunque, per cantare vittoria.

Si vedrà. Intanto tra forze governative siriane, quelle che davvero hanno debellato il terrorismo jihadista, altro che la finta guerra all’Isis dei complici Usa e curdi, e a cui ora apre la strada il voltafaccia di sopravvivenza pro-Damasco degli stessi curdi, e reparti jihadisti al soldo di Erdogan trasferiti da Idlib, è in corso la gara a chi si prende Manbij. Dove ci sono ancora americani a custodire la porta d’accesso a quello che in chiave colonialista è chiamato Kurdistan siriano, moltiplicato per dieci rispetto alla sua dimensione storica, ai suoi pozzi petroliferi, alle sue terre agricole e alle 18 basi che gli Usa vi hanno stabilito. Senza dimenticare che da quelle parti c’è ancora una consistente presenza di Isis che gli Usa hanno estratto dalle macerie di Raqqa da loro polverizzata e cosparsa di fosse comuni delle migliaia di civili siriani frantumati dalle loro bombe.

La partita resta aperta a Washington come in Medioriente. Di sicuro c’è solo una cosa, anzi due. Che Trump è quello che è, ma resta comunque il pannocchione eterodosso  che, per la seconda volta in 70 anni, ha pronunciato la parola “ritiro” e ha familiarizzato col russo  L’altra volta, con Nixon e il cinese, si sa com’è andata finire. E che, per la seconda volta in 70 anni, un governo italiano ha sorriso a Mosca, ha tagliato qualche spesuccia militare, non si manifesta entusiasta delle guerre e delle sanzioni, non condivide l’estrazione dall’Africa di schiavi, piace a Trump e non agli altri. E si sa come è andata a finire la prima volta.

Fate tutti i distinguo che volete, ma quelli che ci sono stati prima e che ora sbraitano, in entrambi i casi, sono peggio. La speranza è gialla. Che i gialli la mantengano!

E per tirarci su, ecco un link in onore del meglio che l’Europa l’anno passato ha saputo offrirci: i gilet gialli. Lunga vita!

https://www.facebook.com/ilcorsaro.altrainformazione/videos/1150264541683275/ Bella Ciao suonata e cantata a Parigi a sostegno dei manifestanti contro la riforma del lavoro di Macron (l’hanno blaterata davanti a Montecitorio quelli che da noi quella riforma l’hanno fatta: eterogenesi dei fini).

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:21

ALGHERO: LA QUESTIONE ARABA IN IMMAGINI E PAROLE

MaledettaPrimavera2011_copertina

Ad Alghero, giovedì 27 dicembre 2018, dalle 17.00 in poi, a cura di varie associazioni di Alghero, conferenza sul mondo arabo a partire dalla rivolta di San Valentino in Bahrein.

Presenterò il mio documentario sulle cosiddette primavere arabe, con particolare rilievo alla guerra alla Libia. Verrà illustrata la strategia colonialista e imperialista occidentale contro il millenario obiettivo dell’unione di tutti i popoli arabi (panarabismo).

Una strategia  rivolta contro la resurrezione araba al momento del crollo dell’impero ottomano, alle grandi lotte di liberazione nazionale dei paesi arabi sotto dominio britannico, francese e italiano e si completa nel nuovo millennio con l’assalto Usa, Nato e israeliano a Iraq, Libia, Siria, Yemen.

proiezione del docufilm “MALEDETTA PRIMAVERA –

Arabi tra rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato”

A seguire la conferenza sull’unità araba e suoi nemici.

https://www.algheroturismo.eu/event/maledetta-primavera-di-fulvio-grimaldi/

La Rivolta di San Valentino. Bahrain 14 Febbraio 2011

Appuntamento con Fulvio Grimaldi, inviato di guerra RAI, autore e scrittore:

 “Strategie di contrasto all’unità araba dalla prima guerra del Golfo all’attacco alla Siria, tra cosiddette primavere, guerre e terrorismi, alla luce di nuovi protagonisti e inediti allineamenti geopolitici. Potenziali di resistenza”
A cura del Circolo Fotografico Le Conce

DOVE: Torre S. Giovanni

Libia, sgambetto di Merkel e Macron

http://www.occhidellaguerra.it/libia-francia-e-germania-isolano-l-italia-in-vista-di-palermo/?fbclid=IwAR0rv-Dwuycyz-7jv5yoc8uF71Q5h67Y9nTV1MKKyXOKzkHkhnBlwF0ICOc

Gli occhi della guerra

Mentre a Palermo si ripuliscono le strade dopo il maltempo e la città inizia a prepararsi per diventare, per due giorni, epicentro della politica mediterranea, a Roma proseguono i preparativi di natura prettamente politica. E non mancano certamente le tensioni. A Palazzo Chigi tutto è in fermento, molto più che a Villa Igiea, lo splendido scorcio sul mar Tirreno dove si terrà la conferenza in Sicilia. Il presidente del consiglio ha il suo bel da fare al momento, questo perché non è certo semplice poter unire al meglio tutti i pezzi dell’intricato mosaico inerente la conferenza sulla Libia. Ed il tutto poi, tra le altre cose, mentre il governo affronta alcuni punti ed alcune tematiche interne in grado di creare tensione nella maggioranza. Fonti di palazzo Chigi affermano che al momento ogni occasione è utile per parlare con i principali protagonisti dell’esecutivo della conferenza in Libia. Anche in riunioni fissate per discutere sulla prescrizione o sulla manovra, diventano possibilità per trattare i dettagli del summit siciliano. 

Mercoledì sera, si legge su La Stampa, si è svolto poi un vertice ad hoc sulla conferenza di Palermo. E qui sono arrivate alcune notizie che di certo non permettono sonni tranquilli a quattro giorni dall’apertura dei lavori. Tra tutte, l’annunciato forfait di Emmanuel Macron e quello, molto più clamoroso, di Angela Merkel

La Francia prova ad isolare l’Italia e trascina la Germania 

Che il rappresentante dell’Eliseo difficilmente potesse accettare l’idea di prendere un aereo per Palermo per assistere ad una passerella tra attori libici voluta dall’Italia, è chiaro da diverso tempo. Per Macron, che da quando si è insediato prova in tutti i modi a ritagliarsi sempre più spazio in Libia a scapito di Roma, vedere il fedele generale Haftar stringere la mano ad Al Serrajcon sullo sfondo una bandiera italiana non deve essere certo un qualcosa di facilmente digeribile. E questo sia sotto il profilo politico che, probabilmente, anche personale. Dunque è già da quando il governo ha annunciato date e sede della conferenza che, da Roma, si prende in considerazione l’idea dell’assenza del presidente francese. Mal si digerisce però, specialmente dalle parti della Farnesina, l’azione che lo stesso Macron sta compiendo in questi giorni sul dossier libico. All’Eliseo giovedì pomeriggio arriveranno alcuni rappresentanti di Misurata, mentre è proprio di mercoledì la notizia che la presidenza francese ha invitato a Parigi il presidente tunisino per un bilaterale. La data scelta per questo incontro, manco a dirlo, è quella di lunedì 12 novembre e quindi giorno dell’inizio della conferenza di Palermo. 

Tentativi palesi dunque non solo di portare dalla propria parte attori libici e dei Paesi vicini in vista del summit siciliano, ma anche di creare le condizioni per un ridimensionamento delle presenze a Palermo. Mosse che mirano, in poche parole, ad isolare l’Italia. La conferenza si farà a prescindere e, secondo quanto trapelato da Roma, per il premier Conte è già un successo portare Haftar ed Al Serraj a Palermo. Ma la Francia, proprio per questo, prova a giocare le ultime carte a sua disposizione per evitare che da villa Igiea possa uscir fuori una forte linea filo italiana a discapito di quella filo francese. E Macron, in tal senso, sembra aver trovato una sponda in Europa. Infatti, nonostante l’annuncio della sua presenza è stato tra i primi ad arrivare a Roma, a dare forfait è anche Angela Merkel. La cancelliera tedesca era data, fino a pochi giorni fa, sicura partecipante alla conferenza di Palermo. Dal vertice di mercoledì di Palazzo Chigi emerge invece il contrario. Da Berlino arriverà qualche rappresentante, ma non il capo dell’esecutivo. Francia e Germania, due Paesi europei di un certo peso, “bucheranno” l’appuntamento siciliano lasciando l’Italia isolata nel contesto del vecchio continente. 

Usa e Russia “salvano” la diplomazia italiana

Isolata dunque in Europa, l’Italia certamente ha di che consolarsi. Gli Stati Uniti, sfumato il “sogno” di aver Trump, manderanno comunque un importante interlocutore che dovrebbe rispondere al nome del segretario di Stato Mike Pompeo. La Russia, dal canto suo, conferma l’appoggio all’Italia per l’organizzazione della conferenza. La situazione dal 24 ottobre scorso, da quando cioè Putin ha dato ampie rassicurazioni a Conte durante un incontro al Cremlino, non appare mutata. Da Mosca dovrebbe arrivare il primo ministro, Dmitri Medvedev. L’appoggio di Stati Uniti e Russia appare fondamentale e decisivo per dare un senso all’appuntamento di Palermo. Come già affermato in questi giorni, Washington e Mosca convergono su Roma per i propri reciproci interessi: gli Usa per quanto riguarda la sicurezza e la lotta al terrorismo, la Russia per motivi di natura geostrategica. Proprio il disco verde dato dal Cremlino a fine ottobre, ha anche convinto Haftar ad atterrare in Sicilia lunedì mattina. Dopo alcune incertezze, anche se non c’è ancora ufficialità, il generale avrebbe sciolto definitivamente la riserva dopo un viaggio lampo proprio a Mosca, avvenuto nelle scorse ore. 

La Libia è fondamentale per la sicurezza dell’Italia. 
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Rimasta senza appoggio europeo, l’Italia dunque si affida ad Usa e Russia. Da palazzo Chigi e dalla Farnesina sperano anche in un appoggio pubblico di Trump alla conferenza in risposta alle azioni francesi. Da Roma si fa affidamento anche all’Onu, visto che di fatto le Nazioni Unite hanno rigettato il progetto di Parigi di indire elezioni il prossimo 10 dicembre. In Libia, secondo i piani dell’inviato speciale Salamè, si voterà se tutto va bene nel 2019. E questa linea è anche quella dell’Italia, che punta dunque a sancire tale principio al termine della due giorni palermitana. Difficile dire se l’assenza di Francia e Germania peserà sugli esiti del vertice, di certo però appare palese quello che è l’obiettivo minimo al momento dell’Italia: chiuse le porte di Villa Igiea, dovrà essere essenziale puntare sulle strette di mano tra i principali protagonisti dello scacchiere libico, in modo da uscire con un piano preciso vicino a quello ipotizzato dal palazzo di vetro. E quindi, nell’ordine, assemblea con tutte le tribù libiche, creazione di una vera forza militare riconosciuta da tutti, unione delle varie istituzioni per adesso divise tra est ed ovest, soltanto dopo puntare alle elezioni. Obiettivi che forse non saranno messi nero su bianco a Palermo, ma che dalla Sicilia dovranno apparire, se l’Italia vuol fare bella figura, meno utopistici di adesso. 

Clima impazzito? ”No,è guerra climatica ”. Parla il generale Fabio Mini

https://www.jedanews.it/blog/guerra-climatica-generale-mini/?fbclid=IwAR0aA5KAtrAjUqrU6u891WgylxN4N4F2XOYDVa0Ot2Xl5lwi_7DXiGcQ3R8

Mai come ora  ci rendiamo conto che il clima è impazzito.Ecco il motivo spiegato dal Generale Mini:”E’ guerra climatica,clima modificato con agenti chimici”.

Riportiamo qualche passo significativo della testimonianza di questa persona, il cui ultimo incarico militare è stato il Comando delle forze NATO in Kossovo, e quindi non è stato un generale di “cartone”, come si dice in gergo di coloro che non  hanno mai ricoperto ruoli di Comando, e sicuramente conosce l’argomento di cui tratta e  anche solo per questo, dovrebbe essere ascoltato.
“La guerra ambientale non è più solo una ipotesi: è già in atto. Ma guai a dirlo, si passa per pazzi.”

“Negare l’informazione è già un atto di guerra. Non c’è solo la disinformazione ma c’è una pratica militare che si chiama ‘denial of service’ ovvero si stabilisce che è necessario non solo negare la realtà o l’evidenza, ma negare l’informazione. E questo è già un vero e proprio atto di guerra. Determinate persone o paesi non devono venire a conoscenza delle informazioni e questo può causare catastrofi di proporzioni bibliche, come il devastante tsunami dell’Indonesia. L’informazione sul suo arrivo era disponibile, ma interruzioni nella trasmissione, a causa di anelli mal funzionanti o volutamente non funzionanti, ne ha impedito la comunicazione.”

 “La bomba climatica è la nuova arma di distruzione di massa a cui si sta lavorando in gran segreto per acquisire vantaggi inimmaginabili su scala planetaria. Alluvioni, terremoti, tsunami, siccità, cataclismi. Uno scenario che purtroppo non è più fantascienza.”

“La maggior parte delle persone ritiene inconcepibili certi scenari, in quanto non è al corrente delle progettazioni in materia di tecnologie militari e quindi delle conseguenti implicazioni.”

Il Generale racconta che nel lontano 1946, lo scienziato neozelandese Thomas Leech, lavorò in Australia per conto dell’Università dell’Auckland, con fondi americani e inglesi, per provocare piccoli tsunami. Il “Progetto Seal” ebbe successo, spaventò lo scienziato che interruppe gli esperimenti, e che poi sicuramente sono stati ripresi e perfezionati.
“I militari hanno già la capacità di condizionare l’ambiente: tornado, uragani, terremoti e tsunami alterati o addirittura provocati dall’uomo sono una possibilità concreta.”
“Nell’ambito militare non esiste una moralità che possa impedire di oltrepassare un certo punto. Basti pensare allo sviluppo e le applicazioni degli ordigni atomici. Non esiste vincolo morale, ciò che si può fare si fa.”

Non è solo un problema di mancanza di moralità, ma secondo il Generale si va anche oltre: “La voglia di conseguire un vantaggio spinge ad usare le tecnologie senza fare test a sufficienza. Una possibilità viene messa in atto per verificarne il funzionamento, sperimentandone direttamente sul campo gli effetti.”

Con l’articolo su Limes, il Generale aveva già divulgato il progetto dell’Aereonautica Militare Statunitense del 1995. In “Weather as a Force Multiplier: Owning the Weather in 2025” si delineavano i piani non “di possedere il clima”, ma di controllare il meteo, lo spazio atmosferico e condurre operazioni belliche in sicurezza, dice sempre il Generale. “Per esempio, irrorando le nubi con ioduro di argento, altre sostanze chimiche o polimeri, per dissolverle o spostarle. Oggi siamo piuttosto vicini al traguardo del 2025.”

Fonte : nogeoingegneria.com
Redatto da: veritaoltreilsistema.com

1914-1918, SI APRE L’ERA DEI MASSKILLER

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/11/1914-1918-si-apre-lera-dei-masskiller.html

MONDOCANE

VENERDÌ 2 NOVEMBRE 2018

Nei prossimi giorni ci assorderanno con le celebrazioni della vittoria, il Piave mormorò, i nostri fanti, il generale Diaz, Trento e Trieste, “I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza”. Tra cimbali e fanfare, corse di bersaglieri, penne dritte degli Alpini,  Vittorio Veneto, commossi elogi e severi moniti all’unità nazionale e all’amore per l’Europa “che ci ha dato 70 anni di pace” (Jugoslavia, spedizioni Nato e guerra ai poveri escluse) pronunciati dal capo dello Stato, siamo tutti chiamati a festeggiare la “vittoria”. Dal 2 novembre, giorno dei morti, al 4, giorno del “compimento del Risorgimento” con la ripresa delle “terre irridente” (Trento e Trieste, va pure bene, ma Bolzano, il Brennero e una popolazione straniera soggiogata che c’entravano?), patria, nazione, sovranità gonfieranno i petti e orneranno le labbra dei cerimonieri sui colli e dei loro chierichetti nelle redazioni. Subito dopo torneranno  ad avere il sapore tossico che gli si attribuisce quando risultano concetti formulati dalla nota peste sovranista, populista, nazionalista, razzista e, perché no, va bene per ogni disturbatore, anche un bel po’ fascista.

Dalle crepe nell’edificio fatiscente delle Grande Guerra farà capolino qualche sparuto fiore. Qualcuno rapidamente ricorderà quell “Anno sull’Altopiano” di Emilio Lussu, o “La Grande Guerra” di Monicelli, controcanti ormai storici, nascosti ai giovani da strati di polvere. Accanto  all’eroismo, al martirio, perlopiù involontari, di quelli sbranati nelle trincee (magari fucilati nella schiena dai propri ufficiali) e di quelli scampati, scolpiscono nella Storia l’infamia senza limiti dei comandi e dei profittatori imboscati nelle banche e nei consigli d’amministrazione. Colpi di cannone, strazi di moribondi e tintinnio di lire suonavano la canzone della patria.

Industriali e generali

L’Europa si sbranò per decidere chi dovesse essere più imperialista e più colonialista e quale classe dirigente dovesse avere la fetta più grossa nel cannibalismo planetario. Fece staccare il biglietto per questo cammino alla gloria e ai dobloni della sua borghesia a 14 milioni di morti ammazzati. L’Italia  fece la sua parte, Agnelli, produttori di armi e innovatori tecnologici in testa. Per porsi al passo con un futuro capitalista di sconfinato arbitrio e altrettanto sconfinata ricchezza predata dal basso, vaticinato dalla borghesia  e, come in ogni trasferimento di ricchezza e di  consolidamento di potere, accompagnato dalle Chiese, i parvenu del nostro capitalismo, gli arrembanti delle magnifiche sorti e progressive, offrirono in pasto ai loro appetiti 600mila giovani vite. I cappellani militari benedivano, gli ufficiali sparavano a chi non attaccava con sufficiente vigore.

  

 Braccia perlopiù sottratte all’agricoltura. Procedimento perseguito, tranne un breve intervallo autarchico, senza soluzione di continuità, fino alla robotizzazione automobilistica e petrolifera del territorio per imperituro merito sempre di quegli Agnelli, fino allo svuotamento delle nostre terre grazie a opportuni terremoti e puntuali dopo-terremoti. Patrioti, ma a Detroit. Ma che fa: arriveranno braccia africane a coltivare soia all’ombra dei rosoni romanici, ci saranno i Briatori a valorizzare le fondamenta etrusche facendone vetrina pavimentale nei resort.

Il grande massacro si è poi ripetuto una ventina d’anni dopo. Stavolta, produzioni e tecnologie più moderne: 50 milioni di morti, senza calcolare quelli per fame. In ogni caso un bello sfoltimento di spazi perché ci si potesse muovere agevolmente, senza dover sgomitare tra troppi plebei. I padroni sono per scelta e dna assassini seriali. Non hanno il cromosomo dell’empatia, hanno quello della voracità, come certi organismi fatti solo di tubo digerente. Odiano tutto quello che gli impedisce di ingurgitare. Se i nostri sono, come vuole la vulgata, discorsi dell’odio, hate speech, i loro sono fatti dell’odio, hate facts. E mai come oggi, passati dai macelli tra liberali e monarchici a quelli tra liberali e nazifascisti, a quelli di liberali post-nazifascisti contro tutti gli altri, ne stanno rinnovando la dimostrazione.

In coda a tutti costoro ci sono poi i marciatori della pace, i nonviolenti senza se e senza ma. Senza di loro i violenti e i profittatori di guerre mancherebbero di una base d’appoggio. Finchè marciano inneggiando alla pace e riprovando la guerra, evitando accuratamente di nominare un solo generale, un solo presidente, un solo ministro, rigettando ogni funesta tentazione di schierarsi, magari dalla parte delle vittime, collocando i carnefici nella dimensione dell’inconoscibile, applicando il dettame della nonviolenza anche a coloro che mani possenti spingono sott’acqua, il mondo procederà senza scosse. Verso la fine.

Così, anche tra Perugia e Assisi, anche stavolta, dopo sette anni di guerra senza quartiere condotta da mezzo mondo civile e dai suoi civilissimi mercenari, non si è sentito neanche sussurrare la parolina “Siria”. Ah no, un momento. Ne ha parlato “il manifesto”, il 31 ottobre, a proposito del patrimonio archeologico del paese. Per attribuirne la rovina “all’indegno disinteresse del governo di Bashar el Assad”.

Da Palmira, dove era nato nel 1932 ed è morto il 18 agosto 2015, saluta l’autrice di quell’articolo Khaled al Asaad, archeologo, direttore degli scavi di Palmira per conto del governo di Assad, trucidato dai mercenari Isis per non aver voluto lasciare alla loro mercè le colonne millenarie della sua città.

Anni fa, in occasione di un anniversario della strage, mi ritroverai a fare una diretta tv dal cimitero che custodisce i resti dei 1.909 ammazzati dai costruttori e non manutentori della diga del Vajont. Come sottofondo musicale ci infilai la canzone del Piave. E nel commento accennai a qualcosa come: caduti della guerra dei costruttori e cementificatori come quegli altri, quasi mezzo secolo prima, nella guerra degli industriali e generali. Un verohate speech. E mi fu cancellata la rubrica al TG3. Che si chiamava “Vivere!”, col punto esclamativo.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:20