SIRIA, CURDI, TRUMP-PUTIN, NOI——– DIMMI CON CHI VAI…..

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/10/siria-curdi-trump-putin-noi-dimmi-con.htmlMONDOCANE

GIOVEDÌ 17 OTTOBRE 2019

 Manbij liberata

https://youtu.be/mHLp6U-xWzE Soldati siriani tra la folla a Manbij

Alle scomposte geremiadi delle prefiche imperialiste sul ritiro delle truppe Usa dalla Siria e sull’ “abbandono” della loro fanteria curda, hanno risposto correttamente, tra poche altre iniziative, una mobilitazione del Comitato contro la guerra di Milano, un articolo di Pino Arlacchi, uno di Mauro Gemma (Marx XXI) e un ottimo comunicato stilato dall’amico Enzo Brandi, poi leggermene modificato da altre mani della rete No War. Lo riporto in calce, dopo una serie di mie considerazioni.

Intanto una precisazione in riferimento alla «maggiore autonomia ai curdi» inserita ex-post nel comunicato e, a mio parere, spuria e inopportuna, tale da costeggiare pericolosamente la forsennata campagna di sostegno ai curdi. Sostegno a prescindere. C’è il rischio che venga interpretato dai curdi e dai curdomaniaci come avallo alle prestazioni e pulizie etniche che le Forze Democratiche Siriane (etichetta che maschera il mono-etnicismo curdo del YPG) hanno operato su un terzo della Siria araba, protetti dagli Usa e armati e finanziari da Israele e Arabia Saudita.
E siccome non perde mai validità il detto “Dimmi con chi vai…”, la presunta nobiltà politica dei curdi autodefinitisi e riconosciuti dall’Occidente “democratici, ecologici, femministi, multiculturali e confederativi” si risolve in un ignobile mercenariato al servizio degli sbranatori della libera, laica, pacifica e socialista Siria. Ricordino i fustigatori del “traditore” Trump, come fosse Obama, nel 2010, a lanciare le guerre per procura contro la Siria con l’utilizzo di gruppi terroristici mercenari, cominciando con Al Qaida e concludendo con l’Isis, chiamando il tutto “guerra al terrorismo”. Da noi, inveterati colonialisti, si cianciava di “opposizione democratica”, di “moderati” dell’Esercito Siriano Libero, lo stesso ora utilizzato da Erdogan per l’ennesima invasione.

Area storicamente a maggioranza 

curda in verde scuro; area occupata insieme agli Usa in verde chiaro.

I curdi in Siria erano un milione su 25 e occupavano una striscia di territorio sul confine. La Siria ne ha poi accolti centinaia di migliaia, insieme a Ocalan, in fuga dalla repressione turca. In compenso i curdi si sono fatti aiutare dagli assassini della Siria a rubare terre, case, paesi, giacimenti, industrie. Una Premia Nobel statunitense del 1997, Jody Williams, del genere Obama, si straccia le vesti sulla “pulizia etnica” compiuta dai turchi nei confronti dei curdi. Abbiamo mai udito suoi lamenti per la pulizia etnica degli squartatori della Siria in cantoni mono-etnici, monoconfessionali, monotribali, come previsto dal Piano Yinon israeliano fin dagli anni ’80?

”Fascia di sicurezza” progettata da turchi e Usa in grigio, area siriana occupata da Usa e curdi in giallo.

Chi ha alzato un sopracciglio quando i curdi, usciti dal loro enclave siriano, si sono fatti mercenari dell’imperialismo e avventati su terre arabe, occupando un terzo della Siria, comprendente le migliori terre agricole e quasi tutte le ricchezze petrolifere, da spartire con gli Usa e altri rapinatori? Migliaia di arabi siriani sono stati cacciati dai loro villaggi, dalle loro case, le loro istituzioni sono passate sotto controllo curdo, le loro scuole sono state chiuse. Una pulizia etnica, se mai ce n’è stata una, ma di cui gli amici dei curdi (“dimmi con chi vai”) non pare abbiano mai saputo nulla.

Superando ogni vetta dell’ipocrisia, gli amici del giaguaro politici e mediatici d’Occidente, con al seguito masse di utili idioti, attribuiscono ai curdi del SDF il merito di aver debellato da soli l’orrore dello Stato Islamico. Di aver salvato il mondo dal terrorismo jihadista. Loro che si sono fatti affittare dagli Usa, padrini e padri del terrorismo universale, come fanteria della guerra alla Siria. Il colmo dei paradossi. E’ un giudizio falso e strumentale, teso a

oscurare l’eroismo di un popolo, quello siriano, che, tra indicibili sofferenze e privazioni, con il suo esercito e i suoi volontari delle unità popolari, da otto anni regge – e vince, con l’aiuto di russi, iraniani e hezbollah – lo spaventoso urto della potenza militare (aeronautica, forze speciali e sanzioni genocide) di mezzo mondo (Nato). Una potenza integrata da decine di migliaia di bruti mercenari addestrati da Usa, Regno Unito, Israele, dalle oscene dittature del Golfo, a compiere atrocità che neanche nella Seconda Guerra Mondiale, o nello sterminio dei nativi d’America.

Raqqa dopo i bombardamenti Nato

Sia chiaro poi che ad aprire e spianare la strada ai combattenti YPG sono stati i bombardamenti a tappeto della Coalizione, tesi a polverizzare la Siria, i suoi beni, i suoi esseri viventi, più che a far fuori i propri clandestini mercenari dell’Isis (regolarmente salvati da Raqqa e altre città e assegnati a unità curde). Sono i combattenti patrioti della Siria ad aver indicato al mondo come si possa debellare il mostro imperialista. La nostra riconoscenza non sarà mai all’altezza di quel merito. Ed è merito di queste ragazze e questi ragazzi combattenti se oggi possiamo gioire come mai prima, nella storia terribile e gloriosa di questa guerra, alla vista della bandiera siriana su Kobane e Manbij, affiancata da quella russa, di nuovo al suo fianco, esplicita e senza le ambiguità compromissorie che hanno accompagnato molte furbizie turche, tipo tregue, demilitarizzazioni, zone di de-escalation.
I curdi hanno molto da farsi perdonare dal popolo siriano tradito e accoltellato alla schiena. E anche dagli ingenui loro sostenitori suggestionati da una propaganda assordante che presentava al mondo l’area abusivamente da loro occupata e straziata come una specie di repubblica di Platone. Ora i curdi rientrino nella loro zona originaria, facciano ammenda, si riconoscano nella Siria multiculturale, multiconfessionale, multietnica, tollerante e progressista, antimperialista, restituiscano quanto hanno predato e lucrato e difendano la Siria unita, integra. laica e libera.

Rispetto alle forze in campo e al loro peso nel quadro geopolitico, si ha a che fare con un ginepraio difficilmente districabile. Quanto a Erdogan, è trasparente l’obiettivo del suo imperialismo neo-ottomano di ingrandirsi attraverso l’annessione dei pezzi più ricchi di Siria nel Nord della cosiddetta “Striscia di Sicurezza” e oltre. Ma è anche quello di neutralizzare la minaccia storica dell’irredentismo curdo in casa, costringendo i curdi legati al PKK ad accontentarsi di una ridotta da qualche parte nella Siria orientale e in Iraq, ma fuori e oltre le aree di interesse turco, così confermando l’impegno strategico della frantumazione dei grandi Stati arabi della regione, comune a Turchia, Nato, Israele e ai suoi alleati del Golfo.
Trump, al contrario dei democratici clintoniani e neocon nello Stato Profondo Usa, con i loro tentacoli nei regimi UE, pare disposto a lasciarlo fare. Anche perchè sa bene che un conflitto diretto con la Turchia porterebbe alla disgregazione della Nato, organizzazione a cui lui tiene poco, ma la cui distruzione quale braccio armato per il dominio globale fornirebbe nuovi armi propagandistiche agli avversari che da sempre, a dispetto dell’immane flop del Russiagate, lo denunciano come traditore e terminale di Putin.
Con il quale Trump potrebbe davvero avere un’intesa segreta, visto l’evidente via libera che gli ha dato con il ritiro dei Marines dalla Siria occupata e l’implicito arrivo nelle maggiori città di confine delle truppe di Assad accompagnate dai russi. Forse, vista la buona accoglienza elettorale che gli ha dato il suo appeasement con Mosca nella campagna di 4 anni fa,Trump cerca di sottrarsi alla morsa bellicistica dei suoi avversari Democratici e falchi vari (alla Bolton) e presentarsi al secondo mandato come uomo che, rispetto alle sette guerre di Obama, è consapevole della volontà di pace espressa nei sondaggi dalla maggioranza dei suoi cittadini e di quelli dei paesi alleati.
Tutte queste, badate bene, sono parole scritte sulla sabbia e dette al vento. Domani potrebbero succedere cose che mi renderebbero un fantasioso sparaballe. Con Trump non si sa mai. Ma ancora più non si sa mai come reagirà il drago nel profondo della caverna Usa, il complesso militar-industrial-securitario, il suo corollario dell’Intelligence e la sua espressione politica nel Partito Democratico, quello del complotto Russiagate. Per cui, ripeto, peggio di Trump non ci sono che gli anti-Trump.

 La Siria si riprende Manbij

Comunicato Stampa 15.10.2019.

NO ALL’INVASIONE DELLA SIRIA E AL GENOCIDIO DEI CURDI.

La Rete NO WAR condanna fermamente l’invasione della Siria a opera dell’esercito turco come crimine di guerra. Rischia di provocare ulteriori disastri e sofferenze per tutte le popolazioni di quel paese, e per tutte le popolazioni del Medio Oriente già cosí gravemente provate.

Plaude la decisione della comunità curda siriana di riunirsi agli altri popoli della Siria, lottando a fianco dell’esercito nazionale per respingere l’invasione delle truppe turche, invece di continuare a rincorrere l’illusoria “protezione” degli Stati Uniti, la cui stessa presenza in Siria è comunque illegittima.

I siriani di tutte le etnie e confessioni – arabi, curdi, armeni, assiri, sunniti, sciiti, alawiti, drusi, cristiani, yazidi – sono convissuti insieme pacificamente e proficuamente da generazioni e potranno farlo in futuro, se lasciati in pace.

La sconfitta dell’invasore turco ed il ritiro di tutte le forze straniere e delle formazioni jihadiste e terroriste presenti nel paese è premessa indispensabile per l’apertura di una trattativa per una maggiore autonomia dei curdi-siriani nel quadro di una Siria multietnica, integra, indipendente, laica e socialista.

Chiediamo al Governo italiano di adottare tutte le misure necessarie, non solo per porre un embargo totale su tutte le forniture di armi alla Turchia, ma anche per sottoporla se necessario a sanzioni, e – contemporaneamente – chiediamo di annullare le sanzioni alla Siria, che causano enormi sofferenze alla sua popolazione, e riallacciare normali relazioni con il Governo di Damasco.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 12:41

LE VRAI TOURNANT GEOPOLITIQUE EN SYRIE : DAMAS REPREND LE CONTROLE DU ‘ROJINA’ ET DE SA FONTIERE AVEC LA TURQUIE ! (AGRESSION TURQUE CONTRE L’ETAT SYRIEN II)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 10 14/

LM.GEOPOL - Syrie invasion turque II rojina damas (2019 10 14) FR

 « Face à la menace turque, les Kurdes s’allient à Bachar al-Assad

En Syrie, les Kurdes ont annoncé un accord avec Bachar al-Assad. »

– (France2, Paris, ce jour).

 « Il n’y a plus que Bachar al Assad pour sauver les kurdes »

– LCI (Paris, ce jour).

 «”Des unités de l’armée arabe syrienne en route pour le Nord pour affronter l’agression turque sur le territoire syrien »

– SANA (Damas, ce matin).

Alors que l’offensive d’Ankara dans le nord de la Syrie a engendré le déplacement de 130.000 personnes, l’armée arabe syrienne est « appelée à libérer toutes les localités occupées par l’armée turque », dans le cadre d’un accord surprise passé dimanche soir entre Damas et les Kurdes. Dans ma précédente analyse, j’annonçais que les kurdes du ‘Rojina’ n’avaient qu’une seule alternative pour « sauver leur peau ». L’allégence à Damas et le retour dans le giron de l’Etat syrien unitaire. Ce jour, sous les acclamations des kurdes, l’Armée Arabe Syrienne reprenait le territoire national occupés par les YPD.

Exit la sécession du « Kurdistan syrien » trahie par Washington et Paris !

Exit aussi la blitzkrieg d’Erdogan qui veut s’emparer d’une bande de territoire syrien longue de 120 km et profonde d’une trentaine de kilomètres dans le nord du pays !

* Voir mon analyse :

POURQUOI LE PRETEXTE DE L’OFFENSIVE TURQUE CONTRE LES FORCES KURDES EN SYRIE EST UNE AGRESSION TURQUE CONTRE L’ETAT SYRIEN !?

sur http://www.lucmichel.net/2019/10/10/luc-michels-geopolitical-daily-pourquoi-le-pretexte-de-loffensive-turque-contre-les-forces-kurdes-en-syrie-est-une-agression-turque-contre-letat-syrien/

En Syrie, la situation est toujours très tendue depuis le début de l’offensive turque. À Tal Abyad (Syrie), des hommes armés circulent dans les rues. Ce ne sont pas des Turcs, mais ce sont leurs alliés. Des supplétifs qui ont pris le contrôle de la ville. Elle est quasiment déserte. Les Kurdes ont fui la zone. Ces Arabes tiennent leur revanche, ils avaient dû quitter cette région quand les Kurdes l’avaient prise. “Je suis d’ici, on nous a chassés il y a cinq ans à cause de Daech et des Kurdes”, explique un homme.

De l’autre côté de la frontière, en Turquie, on assiste à une liesse populaire. Les forces du président Erdogan ont repris une route stratégique. Le territoire des Kurdes est désormais scindé en deux, leur ligne d’approvisionnement est coupée. Pendant ce temps, les forces américaines quittent la région. Donald Trump a décidé dimanche 13 octobre de retirer les 1 000 hommes stationnés dans le nord-est syrien. Les Kurdes, en position de faiblesse, n’ont donc eu d’autre choix que de se tourner vers Bachar al-Assad. Qui a pris tout le monde de vitesse !

LES KURDES ANNONCENT UN ACCORD AVEC DAMAS SUR LE DEPLOIEMENT DE L’ARMEE ARABE SYRIENNE A LA FRONTIERE TURQUE

Malgré le refus de leur autonomie par Damas, les Kurdes ont conclu un accord avec l’armée syrienne pour qu’elle se déploie près de la frontière turque. Les Kurdes syriens ont annoncé ce dimanche soir avoir conclu un accord avec Damas pour le déploiement de l’armée syrienne près de la frontière turque, au cinquième jour de l’offensive d’Ankara contre les forces kurdes dans le nord-est de la Syrie. “Afin de faire face à l’agression turque et empêcher qu’elle se poursuive, nous sommes parvenus à un accord avec le gouvernement syrien pour que l’Armée se déploie le long de la frontière turco-syrienne dans le but de soutenir les Forces démocratiques syriennes (FDS)”, a annoncé dans un communiqué l’administration kurde.

Outre le soutien à cette alliance de combattants kurdes et arabes, il est précisé dans le communiqué que l’armée syrienne est “appelée a libérer toutes les localités occupées par l’armée turque et ses supplétifs syriens” depuis le début de cette offensive.

DES SOLDATS SYRIENS EN ROUTE VERS LE NORD

L’agence de presse étatique Sana avait annoncé peu auparavant que « l’armée syrienne allait envoyer des troupes dans le nord du pays pour affronter l’agression de la Turquie », qui y mène depuis cinq jours une offensive pour éloigner de sa frontière la milice kurde des Unités de protection du peuple (YPG, la branche armée du PKK en Syrie), épine dorsale des FDS, considérée comme une organisation terroriste par Ankara et l’Union Européenne. “Des unités de l’armée arabe syrienne en route pour le Nord pour affronter l’agression turque sur le territoire syrien”, avait indiqué Sana sur son site Internet.

Fin 2018, alors qu’Ankara avait déjà menacé de lancer une opération contre les forces kurdes en Syrie, les YPG avaient déjà appelé l’armée à se déployer dans les environs de la ville de Minbej, dans le nord, en annonçant leur propre retrait du secteur. L’armée s’était effectivement déployée aux environs de la ville, sans y entrer.

Les forces de Damas se sont rapprochées lundi de la frontière avec la Turquie, où les troupes d’Ankara et des supplétifs syriens mènent toujours des combats contre une milice kurde, a rapporté un correspondant de l’AFP. Brandissant des drapeaux syriens, entourées par des habitants venus saluer leur arrivée, les forces se sont déployées à la périphérie de Tal Tamr, au sud de la ville frontalière de Ras al-Aïn, où se déroulent des combats. L’agence officielle syrienne Sana a confirmé l’arrivée «des unités de l’armée arabe syrienne» à la localité de Tal Tamr, située à une trentaine de kilomètres de Ras al-Aïn. Selon des sources, certaines unités de l’armée sont même arrivées jusqu’à près de six kilomètres de la frontière.

DES TROUPES SYRIENNES SERAIENT PAR AILLEURS ENTREES DANS LA VILLE DE TABQA

En milieu de journée, selon le correspondant sur place de la chaîne de télévision libanaise Al Mayadeen, des troupes syriennes seraient par ailleurs entrées dans la ville de Tabqa (gouvernorat de Racca), jusqu’à présent contrôlée par les Kurdes, et située à 200 km à l’est de Tal Tamr. Cette même chaîne de télévision libanaise avait affirmé dès dimanche « que l’armée syrienne pourrait, dans les 48 heures à venir, reprendre le contrôle de plusieurs villes frontalières, dont celle de Manbij et de Kobané », respectivement situées dans l’est et le nord du gouvernorat d’Alep.

DAMAS N’A FAIT AUCUNE CONCESSION ET REFUSE L’AUTONOMIE DES KURDES

les Kurdes ont instauré une autonomie de facto dans le nord du pays, à la faveur du conflit déclenché en 2011. Encouragé par l’autonomie totale du Kurdistan irakien, organisée depuis 1995 sous parapluie américain. Damas refuse cette autonomie et, par le passé, le pouvoir est même allé jusqu’à qualifier de “traîtres” les combattants de la minorité pour leur alliance avec Washington dans le cadre de la lutte antijihadiste. Craignant une offensive turque, les Kurdes avaient amorcé l’an dernier des pourparlers avec Damas, mais aussi Moscou, sur l’avenir de leurs régions, mais ces négociations sont restées sans suite.

Coup de théâtre dimanche soir, au cinquième jour de  l’offensive d’Ankara contre les forces kurdes dans le nord-est de la Syrie. Les Kurdes de Syrie ont donc annoncé avoir conclu un accord avec Damas pour le déploiement de l’armée syrienne près de la frontière turque. Un accord qui paraissait complètement impossible il y a quelques mois encore alors que tout semblait opposé le gouvernement syrien aux milices kurdes. « Afin de faire face à l’agression turque et empêcher qu’elle se poursuive, nous sommes parvenus à un accord avec le gouvernement syrien pour que l’armée se déploie le long de la frontière turco-syrienne dans le but de soutenir les Forces démocratiques syriennes (FDS) », a annoncé dans un communiqué l’administration kurde. Et de préciser qu’outre le soutien à cette alliance de combattants kurdes et arabes, l’armée syrienne est « appelée à libérer toutes les localités occupées par l’armée turque et ses supplétifs syriens » depuis le début de cette offensive.

ECHEC AU VERITABLE BUT DE GUERRE D’ERDOGAN :

LA TURQUIE VOULAIT UNE ZONE DE SECURITE DE 3.000 KM2 !

C’est Damas et pas les kurdes que vise vraiment Erdogan !

Ankara voulait, dans une première phase, s’emparer d’une bande de territoire syrien longue de 120 km et profonde d’une trentaine de kilomètres dans le nord du pays, allant des villes de Tal Abyad, à Kobané et Ras al-Aïn, avant de peut-être élargir ce territoire sur une longueur de 480 km. Ankara affirme que cette zone tampon accueillerait une partie des 3,6 millions de Syriens actuellement réfugiés en Turquie, ce qui semble toutefois impossible pour des raisons de logistique et de sécurité.

« L’offensive turque devrait impliquer des dizaines de milliers de soldats, appuyés par des blindés et des chasseurs F16, face à des YPG aguerris par des années de combat. Cette offensive est la troisième d’Ankara en Syrie depuis 2016. La dernière, en mars 2018, avait permis à son armée de s’emparer d’une partie du canton d’Afrine, l’un des trois de la région « fédérale » kurde autoproclamée en 2016. Selon l’ONU, la moitié des 320.000 habitants de l’enclave avaient dû fuir leurs foyers, dont beaucoup avaient été pillés », dit une source citée par Les Echos.

MAIS AUSSI ECHEC DE LA POLITIQUE FRANCAISE DE SOUTIEN AU « KURDISTAN » ET A LA DIVISION DE L’ETAT SYRIEN !

La carte kurde est jouée contre l’unité arabe syrienne depuis les Accords Sykes-Picot (1) en 191§ et l’éphémère Kurdistan de 1918. Les kurdes seront joués contre les arabes pendant toute la durée du mandat colonial français sur la Syrie et le Liban jusqu’en 1945. Lors de l’agression contre la Syrie ba’athiste en 2011, Paris jouera à nouveau la carte kurde et nouera des relations militaires et diplomatiques avec les YPG/FDS et le « Rojina » …

« Depuis que Trump a jeté le pavé dans la marre en annonçant le retrait de ses 1 000 soldats du nord-est de la Syrie, l’Élysée est dans tous ses états », commentait Pars Today (Iran). Au fait, si la France de Sarkozy puis celle de Hollande s’est engagée sur les pas US dans le bourbier syrien était justement pour faire tirer des ruines de la Syrie ce fameux « Rojava » (Kurdistan syrien indépendant) ne serait-ce que pour s’assurer un repose-pied sûr en Syrie à l’image du Kurdistan irakien. « De son coup, la France était tellement sûre que début 2019 l’ex- ministre français des A.E. Kouchner s’est rendu au nord-est syrien pour remettre aux kurdes et ce, sur le dos de l’Etat syrien, la Constitution du Rojava », dit encore Pars Today !  C’était sans compter avec ce coup fourré de Trump.

Au conseil de défense tenu ce dimanche, le président Macron dont le pays possède une vingtaine de bases à Raqaa, à Manbij à Hassaké entre autre, n’a pas osé évoquer un retrait des forces spéciales françaises pas plus que le pétrin dans lequel la diplomatie absurde de Paris a plongé la France dans le dossier syrien.  Macron s’est contenté uniquement de dire « qu’il allait annoncer dans les heures à venir les mesures sécuritaires à prendre » (sic). Mais quelles mesures? Les forces spéciales françaises iront-elles se heurter à l’armée turque pour défendre les Kurdes que Paris n’a cessé de choyer ? Ou alors, ce sera contre l’armée syrienne que la France se battra?

Le coup de théâtre de l’accord Assad-Rojina est un coup de Jarnac pour Paris ! Une délégation militaire russe est arrivée vendredi soir à Qamishli. Sa mission ?

Selon des sources d’information, l’armée syrienne va être déployée à la frontière turque, et les forces kurdes vont se retirer derrière les lignes de déploiement de l’armée syrienne. Ce que disent maintenant les Kurdes devraient bien alarmer la France: « Dès le débout, notre plan n’était pas de se séparer de la Syrie, mais nous sommes toujours pour une solution politique », a annoncé dimanche l’administration kurde dans un communiqué. Et de poursuivre : « Pour contrer l’agression turque, nous avons convenu avec le gouvernement syrien à qui revient la responsabilité de la protection des frontières et de la souveraineté du pays ». Un autre signe encore plus alarmant pour Paris : les habitants de la ville de Hassaké ont scandé des slogans en soutien aux troupes syriennes avant de les accueillir chaleureusement. Et tout ceci alors que les troupes américaines se sont retirées d’une nouvelle base d’observation située au sud de la ville syrienne de Kobané (2).

NOTES :

(1) Les accords Sykes-Picot, typiquement impérialistes ou colonialistes, sont des accords secrets signés le 16 mai 1916, après négociations entre novembre 1915 et mars 1916, entre la France et le Royaume-Uni (avec l’aval de l’Empire russe et du royaume d’Italie), prévoyant le partage du Proche-Orient à la fin de la guerre (espace compris entre la mer Noire, la mer Méditerranée, la mer Rouge, l’océan Indien et la mer Caspienne) en plusieurs zones d’influence au profit de ces puissances, ce qui revenait à dépecer l’Empire ottoman. Ces accords secrets n’ont été finalement révélés au grand public que le 23 novembre 1917 dans un article des Izvestia et de la Pravda et le 26 novembre 1917 puis repris dans un article du Manchester Guardian.

Les accords Sykes-Picot ont pris de l’importance sous la forme d’une légende noire attribuant certains événements supposés aux Alliés pendant la Première Guerre mondiale, nourrissant plus tard les prétentions nationalistes arabes et islamistes.

Mark Sykes, et François Georges-Picot, l’accord dit Sykes-Picot est conclu entre la France et le Royaume-Uni à Downing Street entre Paul Cambon, ambassadeur de France à Londres, et Sir Edward Grey, secrétaire d’État au Foreign Office. Il prévoit à terme un découpage du Proche-Orient, c’est-à-dire l’espace compris entre la mer Noire, la mer Méditerranée, la mer Rouge, l’océan Indien et la mer Caspienne, alors partie intégrante de l’Empire ottoman. L’Empire russe participe aux délibérations et donne son accord, comme l’Italie, aux termes du traité secret. Le Proche-Orient est découpé, malgré les promesses d’indépendance faites aux Arabes, en cinq …

(2) La base a été située au sud de la ville de Kobané dans la province d’Alep, et était utilisée comme base de surveillance par l’armée américaine. Cette annonce intervient quelques heures à peine après que des sources locales syriennes aient fait part du retrait des troupes américaines de leur base à Manbij à Alep. « L’armée américaine a complètement évacué la base d’al-Matahen à Manbij, la plus grande base américaine où abrite des restaurants, des hôpitaux et d’autres installations mises en place en juin dernier ».

(Sources : SANA – France2 – LCI – Les Echos – Al Mayadeen- Pars Today – Syria-Committees-TV – EODE Think Tank)

Photo :

Des Syriens et des Kurdes, unis, accueillent les forces de l’Armée Arabe Syrienne à l’entrée de la ville de Tal Tamr, dans la campagne de la province de Hasakeh, dans le nord-est de la Syrie. SANA / AFP

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

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Dichiarazione del WPC (Consiglio Mondiale della Pace) sull’aggressione e l’invasione della Turchia alla Siria

Il WPC condanna con forza la nuova e terza invasione dell’esercito turco in Siria.

Dopo un periodo in cui le forze armate turche hanno ammassato uomini e mezzi militari lungo i confini della Siria e i successivi attacchi aerei contro obiettivi siriani, in questi giorni si sta verificando una pericolosa escalation con l’invasione delle truppe di terra.

Questa aggressione nella parte nord-orientale della Siria arriva come continuazione delle precedenti aggressioni nella parte nord-occidentale della Siria e come parte dei piani espansionistici del regime turco, con il pretesto della sicurezza per la Turchia. Si svolge con la piena complicità degli Stati Uniti e dei suoi alleati che mantengono anche truppe nell’area da diversi anni. Questa aggressione e la silenziosa tolleranza di molte parti costituisce una nuova grave minaccia ed un grande pericolo per i popoli della regione, soprattutto per il popolo siriano che soffre per gli 8 anni di aggressione imperialista senza precedenti e ben orchestrata, mentre gli Stati Uniti, la NATO, il L’UE, la Turchia e i loro alleati regionali hanno ospitato, finanziato, addestrato e istruito decine di migliaia di mercenari armati, con l’intenzione di attuare un violento cambio di regime a Damasco.

L’invasione e l’occupazione turca del territorio sovrano della Siria creeranno nuovi sfollati e aumenteranno il flusso di rifugiati. L’affermazione della Turchia di creare una “zona sicura” lungo i suoi confini con la Siria è ipocrita e non può nascondere le sue intenzioni di creare una vasta area controllata dalla Turchia stessa, cambiando anche il carattere demografico dell’area. La vera minaccia alla pace e alla stabilità deriva dai piani imperialisti per controllare le risorse energetiche, i gasdotti e creare sfere di influenza attraverso regimi accondiscendenti in Medio Oriente.

Il WPC, condannando con forza l’aggressione, chiede contestualmente il ritiro delle forze di occupazione straniera, sostiene il diritto sovrano del popolo siriano di decidere liberamente il proprio destino per il suo futuro. Esprimiamo la nostra solidarietà al coraggioso popolo siriano, alle forze antimperialiste in Turchia e chiediamo ai membri e agli amici del WPC di intraprendere azioni e iniziative per condannare l’aggressione in corso.
Giù le mani dalla Siria!

La Segreteria del WPC

10 Ottobre 2019

Nuova immagine

POURQUOI LE PRETEXTE DE L’OFFENSIVE TURQUE CONTRE LES FORCES KURDES EN SYRIE EST UNE AGRESSION TURQUE CONTRE L’ETAT SYRIEN !?

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

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2019 10 10/

« Le comportement hostile du régime d’Erdogan met en évidence les visées expansionnistes de la Turquie vis-à-vis de la Syrie. C’est un comportement injustifiable et inadmissible. Le manquement par la Turquie à ses engagements, pris dans le cadre de l’accord d’Adana, prouve que le régime turc ne fait aucun cas de la sécurité des frontières syriennes, au contraire de ce qu’il prétend »

– Un diplomate syrien.

LM.GEOPOL - Syrie invasion turque (2019 10 10) FR (2)

Les kurdes sont un prétexte, un pion sacrifié (1) !

Ce qui est visé c’est à la fois la Victoire de l’Etat syrien dans sa guerre de libération du territoire national et l’unité et l’indivisibilité de la Syrie. Zone d’occupation turque sur la frontière syro-turque (sur un territoire ottoman à Afrin et Idlib convoité par Erdogan) ou zone d’exclusion aérienne, tout revient au même. Ajoutons que l’agression d’Erdogan répond à l’épuisement du processus d’Astana et des accords de Sotchi. Le reste n’est que désinformation des médias de l’OTAN (où l’on désinforme sur les kurdes) et cynisme absolu de Erdogan et Trump (Ankara roulant encore et toujours pour Washington) (2) !

L’ARMEE TURQUE ET DES SUPPLETIFS SYRIENS ONT LANCE MERCREDI UNE OPERATION A LA FRONTIERE SYRIENNE

Les frappes aériennes et les tirs d’artillerie ont visé plusieurs secteurs frontaliers dans le nord syrien. Ces « supplétifs syriens », présentés par les médias de l’OTAN comme « des membres de l’Armée nationale syrienne, alliée de la Turquie »,  sont en fait en grande partie des djihadistes dits « modérés » (sic) protégés par Ankara, dont divers groupes issus du Jahbaat al-Nosra, al-Qaida en syrie.

« En France, aux Etats-Unis, en Iran, en Israël, en Arabie saoudite… Partout dans le monde, des voix inquiètes s’élèvent pour dénoncer l’intervention turque dans le nord-est de la Syrie », dit l’AFP. Le Conseil de sécurité de l’ONU doit se réunir en urgence, jeudi 10 octobre, à la demande de ses membres européens. Une réunion extraordinaire de la Ligue arabe est prévue samedi. Si Ankara a assuré, dans une lettre adressée au Conseil de sécurité de l’ONU, que son opération serait “proportionnée, mesurée et responsable”, les conséquences de cette offensive pourraient s’avérer graves, à l’intérieur comme à l’extérieur de la région.

LM.GEOPOL - Syrie invasion turque (2019 10 10) FR (4)

QUESTION 1 :

QUE SE PASSE-T-IL VRAIMENT EN SYRIE ?

La Turquie a lancé officiellement une offensive militaire ce mercredi 9 octobre contre les forces kurdes du nord-est de la Syrie, dans le cadre d’une opération baptisée “Printemps de la paix.” Selon la presse turque, les troupes ont pénétré en Syrie par quatre points : deux à proximité de la ville syrienne de Tell Abyad et deux autres proches de Ras al-Aïn, plus à l’est. Ces frappes aériennes et d’artillerie ont visé les positions des Unités de protection du peuple (YPG), la milice kurde qui constitue la colonne vertébrale des Forces démocratiques syriennes (FDS). En fait la branche syrienne, hégémonique, du PKK. Selon un porte-parole de la milice arabo-kurde, les combattants des FDS ont repoussé une attaque au sol des troupes turques à Tell Abyad.

« Jeudi, les forces turques se sont emparées de plusieurs de leurs objectifs et poursuivent leur progression sur la rive orientale de l’Euphrate », a assuré leur état-major. Selon le ministère de la Défense turc, « 181 cibles de la milice kurde ont été touchées par l’aviation et l’artillerie depuis le début de l’opération ».

QUESTION 2 :

QUELS SONT LES BUTS REELS DE CETTE OFFENSIVE ?

1- Le prétexte sont les kurdes. En  annonçant le début de l’opération, le président turc Recep Tayyip Erdogan s’est justifié en assurant que l’objectif était d’empêcher, selon ses mots, « la création d’un corridor terroriste » à la frontière méridionale de la Turquie. Les autorités turques assimilent les YPG au Parti des travailleurs du Kurdistan (PKK), qui mène une longue guérilla en Turquie même, et qu’elles considèrent comme une organisation terroriste. En menant cette offensive, Erdogan prétend « empêcher l’apparition d’une région autonome kurde non loin de la frontière sud ».

Les Kurdes sont un peuple apatride, réparti sur les territoires turc, syrien, iranien et irakien. Selon les estimations, entre 2 et 3,6 millions de Kurdes vivraient en Syrie, essentiellement dans le nord du pays. La Turquie redoute r’éellement, mais ce n’est qu’une raison secondaire, qu’un embryon d’Etat kurde galvanise les velléités séparatistes sur son propre territoire. En janvier 2018, le président turc avait d’ailleurs déjà lancé une offensive à Afrin, dans le nord-ouest de la Syrie, avec le même objectif.

2- Les autorités turques souhaitent surtout créer une zone tampon de 30 km de long et de 500 km de large entre la frontière turque et les zones syriennes contrôlées par les milices kurdes dans la région, afin de diviser le territoire national syrien. Il s’agirait aussi de “réimplanter 2 des 3,5 millions de réfugiés syriens présents en Turquie.

3- En fait, la Turquie vient surtout de lancer une invasion militaire dans le nord-est de la Syrie, pour préserver au cœur d’une Syrie désormais quasi libérée, un foyer de crise.

4- Enfin l’affaiblissement du régime AKP (qui vient de perdre la muncipale d’Istanbul) (3) conduit à des raisons intérieures à l’agression d’Erdogan. « L’offensive turque serait également motivée par les problèmes de politique intérieure que rencontre le président Erdogan », selon Didier Billon, directeur adjoint de l’Institut de relations internationales et stratégiques (Iris) : “Il faut comprendre l’isolement d’Erdogan pour des raisons politiques, militaires aussi. Rappelons qu’une partie de l’état major de l’armée turque a été ‘purgée’ après la tentative de coup d’État. Toutes ces raisons se conjuguent”.

QUESTION 3 :

QUEL ROLE LES KURDES JOUENT-ILS DANS LE CONFLIT SYRIEN ?

Les Kurdes sont les alliés des Occidentaux dans la lutte antijihadiste. Via les Unités de protection du peuple (YPG), ils forment la majorité des Forces démocratiques syriennes (FDS), une alliance de combattants kurdes et arabes créée dans le nord de la Syrie, qui a combattu Daech. Mais qui a trahit Damas (4), encouragés par les occidentaux, caressant le rêve d’un état kurde indépendant.

Environ 10 000 combattants de l’EI, ainsi que des familles des jihadistes, sont toujours détenus dans des camps contrôlés par la milice kurde YPG. Parmi les prisonniers figurent près de 2 000 jihadistes étrangers, que leurs pays d’origine refusent de reprendre. Pour juger les crimes de l’EI, les Kurdes de Syrie demandent la création d’un tribunal international spécial, qui serait installé dans le nord-est du pays.

QUESTION 4 :

LES ETATS-UNIS ONT-ILS FACILITE L’OFFENSIVE TURQUE CONTRE LES KURDES ?

Entre Erdogan et Trump, il y a un mélange permanent de comédie et de chantage. Lorsque l’on va au fond des choses, on constate que l’un et l’autre s’appuient en réalité ! Dans un communiqué publié dimanche, soit trois jours avant l’offensive, la Maison Blanche a annoncé le retrait immédiat de ses troupes en Syrie (environ 2 000 soldats). Pour certains experts, qui désinforment dans les médias de l’OTAN, cà ne serait pas une surprise : “Donald Trump avait annoncé qu’il souhaitait que les Etats-Unis se retirent des zones où le pays n’a pas de bénéfice. C’est une réflexion de businessman. L’Amérique ne veut plus s’engager dans des guerres lointaines” (sic). Or, la présence des troupes américaines en Syrie constituait un rempart à une nouvelle offensive de la Turquie qui, rappelons-le, veut imposer sa fameuse “zone tampon” dans la région. La décision de Donald Trump de retirer ses troupes, laissant le champ libre à Erdogan, a ainsi été qualifiée par les FDS de “coup de poignard dans le dos”.

D’anciens combattants de l’armée américaine, laquelle a travaillé avec les combattants kurdes, ont même estimé que les Etats-Unis avaient “abandonné” les Kurdes. Diplomates et autres chefs d’Etat ont en chœur dénoncé la décision américaine. En réponse à cette vague d’indignation, Donald Trump a assuré mercredi ne pas cautionner l’offensive, que Washington considèrerait comme une “mauvaise idée”, et a même menacé de “ruiner l’économie turque si la Turquie détruit les Kurdes”.

Les Etats-Unis sont particulièrement pointés du doigt puisque le président américain a annoncé le retrait des forces américaines dans le nord-est de la Syrie dimanche dernier, ouvrant directement la porte à cette intervention, même s’il la condamne aujourd’hui publiquement.

Mais ce n’est pas la première fois que les Américains laissent le sentiment de trahir les Kurdes, rappelle Gilles Dorronsoro, professeur de sciences politiques à Paris : « On est dans la politique hyper réaliste, avec le style Trump qui en rajoute un peu. Mais il faut voir qu’on est dans la continuation de la politique d’Obama (…) On est dans une grande tradition de la politique américaine par rapport aux Kurdes ».

QUESTION 5 :

POURQUOI CETTE OFFENSIVE TURQUE POURRAIT-ELLE RANIMER L’ETAT ISLAMIQUE ?

Plusieurs pays redoutent que l’offensive turque dans le nord-est de la Syrie contre les forces kurdes ne permette un sursaut du groupe jihadiste Etat islamique. Jeudi, les Kurdes de Syrie ont accusé la Turquie d’avoir bombardé la veille au soir une prison abritant de nombreux jihadistes dans une “tentative évidente” de les aider à s’enfuir. Ils craignent de perdre le contrôle de ces prisons, mais aussi des camps abritant des milliers de familles de jihadistes, et où s’est développée une idéologie radicale, expliquait le quotidien français La Croix dans un reportage réalisé en juillet dans les camps de Al-Hol et de Roj. Selon l’Institute for the Study of War (ISW), “l’EI prépare probablement des opérations plus coordonnées et sophistiquées pour libérer ses membres détenus”.

Libérés, les djihadistes pourraient mener de nouvelles attaques dans la région, voire en Europe pour les membres de l’EI étrangers qui voudraient rejoindre leur pays d’origine. Deux djihadistes britanniques de haut rang, soupçonnés d’avoir exécuté plusieurs Occidentaux en Syrie, ont ainsi été placés sous la garde de l’armée américaine.

QUESTION 6 :

L’OFFENSIVE TURQUE PEUT-ELLE INITIER UNE NOUVELLE CRISE MIGRATOIRE DANS L’UE ?

Outre bien sûr la recrudescence du terrorisme islamique, « la communauté internationale craint que cette offensive n’ouvre la voie à une nouvelle vague migratoire », commente FranceInfo. En réponse à l’indignation de l’Union européenne, Recep Tayyip Erdogan a menacé jeudi d’ouvrir les portes de l’Europe à des millions de réfugiés. “Ô Union européenne, reprenez-vous. (…) Si vous essayez de présenter notre opération comme une invasion, nous ouvrirons les portes et vous enverrons 3,6 millions de migrants”, a-t-il déclaré lors d’un discours à Ankara. Enfin, selon certains experts, « le retrait des soldats américains et une offensive turque pourraient entraîner une vague migratoire kurde vers l’Europe, ces derniers fuyant les combats ».

QUESTION 7 :

IMMIGRATION ET TERRORISME, WASHINGTON VEUT-IL IMPORTER LE CHAOS EN UNION EUROPEENNE ?

Ces conséquences en matière d’immigration sauvage et de terrorisme  « ne font pas partie des préoccupations américaines », selon l’expert Gilles Dorronsoro. Interrogé sur le sort des jihadistes européens, Donald Trump, « avec une certaine brutalité », note l’expert, a déclaré qu’ils « vont s’échapper vers l’Europe. C’est là qu’ils veulent aller. Ils veulent rentrer chez eux ». « On retrouve ce qui a été fait de manière un peu plus subtile par Obama , pointe Gilles Dorronsoro. La crise syrienne n’est pas très importante pour les Etats-Unis parce que c’est les Européens qui payent le prix. Pour les Etats-Unis cela ne faisait pas véritablement partie de l’équation stratégique ».

QUESTION 8 :

EST-CE L’OUVERTURE D’UN NOUVEAU CHAPITRE DE LA GUERRE SYRIENNE ?

Rappelons que la libération d’Idlib et la destruction des dernières forces djihadistes, précisément protégées par Ankara, devait marquer la fin de la Guerre de Syrie. Qui n’est pas « une guerre civile » comme l’affirment les médias de l’OTAN, mais une guerre d’agression étrangère organisées par les USA, la France, l’OTAN et les pétro-monarchies réactionnaires arabes (5) ! Pour cette offensive contre les Kurdes syriens, les militaires turcs sont appuyés par la soi-disant « Armée nationale syrienne ». Constituée de rebelles mais surtout de djihadistes soutenus par Ankara, cette armée émane des anciens de la pseudo « Armée syrienne libre », branche armée de l’opposition (sic) au gouvernement de Bachar al-Assad. Depuis plusieurs années, ces Syriens et une majorité de combattants étrangers, s’entraînent de l’autre côté de la frontière, en Turquie, “en prévision de leur retour sur leur terre natale” (resic), explique Le Monde (financé par les réseaux de Georges Sorös. Certains éprouvent un désir de vengeance, explique le quotidien, après que les YPG aient commis en 2013 et 2015 des exactions à Tell Abyad et dans des villages syriens “soupçonnés de sympathies jihadistes”.

Combattants syriens anti-Assad armés et financés par la Turquie, Kurdes syriens, Armée arabe syrienne (nationale de Damas), cellules dormantes du groupe Etat islamique… Si cette nouvelle offensive inquiète la communauté internationale, c’est aussi parce qu’elle risque de déstabiliser encore une région éprouvée par près de neuf ans de guerre.

QUESTION 9 :

QUELLE EST LA POSITION DU GOUVERNEMENT LEGITIME DE DAMAS ?

Damas qualifie le gouvernement turc de « régime expansionniste », ajoutant qu’Ankara sera considéré comme un « groupe terroriste » s’il ose attaquer le sol syrien. Selon l’agence de presse officielle syrienne SANA, un responsable du ministère syrien des Affaires étrangères a déclaré, ce mercredi 9 octobre, que « la Syrie utiliserait tous les moyens possibles pour contrecarrer Ankara ». Le diplomate syrien auprès du ministère des Affaires étrangères a souligné que Damas condamnait vivement la décision de la Turquie de préparer une offensive militaire visant le territoire syrien. « La Syrie dénonce les propos absurdes et les objectifs hostiles du régime turc ainsi que le déploiement en masse des forces militaires turques sur la frontière syrienne. Le fait que les troupes turques se regroupent sur la frontière syrienne est une violation flagrante du droit international et des résolutions du Conseil de sécurité qui mettent l’accent sur le respect de l’intégrité territoriale et la souveraineté de la Syrie », a déclaré la même source.

Et d’ajouter : « Le comportement hostile du régime d’Erdogan met en évidence les visées expansionnistes de la Turquie vis-à-vis de la Syrie. C’est un comportement injustifiable et inadmissible. Le manquement par la Turquie à ses engagements, pris dans le cadre de l’accord d’Astana, prouve que le régime turc ne fait aucun cas de la sécurité des frontières syriennes, au contraire de ce qu’il prétend ». Le responsable syrien a fait part de la ferme volonté de la Syrie de contrecarrer l’offensive turque par tous ses moyens légaux, disant que Damas était prêt à « accueillir ceux s’étant laissés duper ». « Si le régime d’Erdogan attaque la Syrie, il sera traité comme terroriste, du moins comme un groupe armé et il perdra sans aucun doute sa place en tant que garant de la mise en application de l’accord d’Astana. Ce qui portera un coup irréparable au processus politique du règlement de la crise dans son entièreté », a souligné l’officiel syrien.

Les négociations portant sur le règlement de la crise en Syrie dont plusieurs séries se sont déjà déroulées à Astana, actuellement appelée Noursoultan, ont entraîné, jusqu’ici, des accords sur la province d’Idlib dont le respect est garanti par l’Iran, la Russie et la Turquie.

Le gouvernement syrien avait, auparavant, à maintes reprises, conseillé aux Kurdes pro-américains de s’asseoir à la table du dialogue et de ne pas se laisser impliquer dans un jeu voué à l’échec. En réponse à cet appel de Damas, les miliciens kurdes ont suicidairement insisté sur « la formation d’un État autonome » et ils sont même allés plus loin en menaçant Damas « d’opérations militaires ».

QUESTION 10 :

COMMENT LES KURDES POURRONT SAUVER LEUR PEAU ?

« Une fois de plus, les Kurdes se font trahir », renchérit Didier Billion. « Ils se font lâcher par ceux qui les avaient instrumentalisés ». Dans la foulée, un député du Parlement syrien a déclaré « qu’une agression militaire turque visant le nord de la Syrie pourrait aboutir à un conflit direct entre l’armée syrienne et l’armée turque ». Le député Mohammed Kheir al-Akam a souligné que « Damas cherchait à nettoyer ses territoires de la présence des terroristes. La Syrie a pour priorité de mettre fin au terrorisme à Idlib où la Turquie se sent prise dans une situation difficile. Elle envisage d’anéantir le PKK mais elle n’a pas le droit de réaliser cet objectif en Syrie. Ça, c’est une violation ». Le parlementaire syrien a souligné que « Damas défendrait l’intégrité de ses territoires et sa souveraineté et que la Turquie et les États-Unis devraient prendre en considération cette réalité (…) Toute agression militaire contre la Syrie aboutira à un conflit direct entre l’armée syrienne et l’armée turque, voire entre l’armée syrienne et l’armée américaine ».

Selon le député syrien, « Damas ne pose aucune condition pour les Kurdes qui souhaitent prêter allégeance au gouvernement syrien. La Syrie accueillera à bras ouverts tous ceux qui témoignent de nouveau de leur fidélité envers le pays ». « Les Kurdes font partie intégrante de la population syrienne et on ne les abandonne pas. Les Kurdes sont puissants lorsqu’ils font partie de la Syrie. Ils devront tirer les leçons des événements passés car ils se sont laissés instrumentaliser par les parties étrangères qui les ont finalement lâchés », a expliqué Mohammed Kheir al-Akam. Rappelons que la Syrie ba’athiste est un Etat multiconfessionnel et multiculturel, acceuillant toutes les minorités …

NOTES :

(1) Voir aussi LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

GEOPOLITIQUES ANTAGONISTES : SOUTIEN AU KURDISTAN OU ALLIANCE TURQUE, LA QUADRATURE DU CERCLE GEOPOLITIQUE POUR WHASHINTON

Sur http://www.lucmichel.net/2017/10/19/luc-michels-geopolitical-daily-geopolitiques-antagonistes-soutien-au-kurdistan-ou-alliance-turque-la-quadrature-du-cercle-geopolitique-pour-whashinton/

(2) Cfr. LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

* FLASH INFO/ VU DES USA : RIEN ‘NE MODIFIERA FONDAMENTALEMENT L’ALLIANCE STRATEGIQUE ENTRE WASHINGTON ET ANKARA’(‘GEOPOLITICAL FUTURES) !

Sur http://www.lucmichel.net/2019/06/10/luc-michels-geopolitical-daily-flash-info-vu-des-usa-rien-ne-modifiera-fondamentalement-lalliance-strategique-entre-washington-et-ankarageopolitical-future/

Et ‘ERDOGAN CHEVAL DE TROIE DE L’OTAN EN SYRIE’ (PRESSE IRANIENNE)

Sur http://www.lucmichel.net/2018/03/22/luc-michels-geopolitical-daily-erdogan-cheval-de-troie-de-lotan-en-syrie-presse-iranienne/

(3) Cfr. EODE/ OBSERVATOIRE DES ELECTIONS/

TURQUIE. ELECTION PARTIELLE POUR LA MAIRIE D’ISTANBUL : LE PARI PERDU D’ERDOGAN, QUI SUBIT UNE LOURDE DEFAITE FACE AUX LAIQUES KEMALISTES !

Sur http://www.lucmichel.net/2019/06/23/eode-observatoire-des-elections-turquie-election-partielle-pour-la-mairie-distanbul-le-pari-perdu-derdogan-qui-subit-une-lourde-defaite-face-aux-laiques-kemalistes/

(4) Voir sur SYRIA-COMMITTEES-TV/

LE REFERENDUM KURDE DESTABILISE-T-IL LA SYRIE ? (PRESS-TV)

http://www.lucmichel.net/2017/09/30/syria-committees-tv-le-referendum-kurde-destabilise-t-il-la-syrie-press-tv/

(5) Cfr. LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

* GEOPOLITIQUE DE LA SYRIE 2017 (I):

REGARD SUR SIX ANNEES DE GUERRE

Sur http://www.lucmichel.net/2017/11/30/luc-michels-geopolitical-daily-geopolitique-de-la-syrie-2017-i-regard-sur-six-annees-de-guerre/

Et GEOPOLITIQUE DE LA SYRIE 2017 (II):

LES QUESTIONS GEOSTRATEGIQUES D’AUJOURD’HUI ET DE DEMAIN

Sur http://www.lucmichel.net/2017/12/01/luc-michels-geopolitical-daily-geopolitique-de-la-syrie-2017-ii-les-questions-geostrategiques-daujourdhui-et-de-demain/

(Sources : FranceInfo – AFP – La Croix – Sana – EODE Think Tank)

Photo :

Des membres de l’Armée nationale syrienne, alliée de la Turquie, entrent sur le territoire syrien dans le cadre de l’offensive turque contre les Kurdes en Syrie.

Des membres de l’Armée nationale syrienne posent avec le faux drapeau syrien de l’opposition (celui du mandat colonial français) en arrivant à Tell Abyad, en Syrie, dans le cadre de l’offensive menée par la Turquie, le 10 octobre 2019.

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire –

Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme

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Chi sono le donne kurde che difendono la democrazia e la libertà dagli islamisti dell’IS

http://www.greenreport.it/news/donne-kurde-difendono-democrazia-liberta-dagli-islamisti-dellis/?fbclid=IwAR3f6zE_JNyzu3WTJi5tQ0zAin2D7P0491NoUVX5EOJOYZddZ_876-qAusI

«Combattiamo per le donne del Medio Oriente e del mondo, difendiamo i valori dell’umanità»

Le Women’s Protection Units dal 2 luglio in trincea a Kobane contro i tagliagole fascisti islamisti

[6 Ottobre 2014]

di Umberto Mazzantini

Il Vicepresidente del Parlamento europeo Davide Sassolli scrive sulla sua pagina FacebooK. «Sono ore drammatiche, decisive. Nella città siriana di Kobane un manipolo di combattenti curdi, tra cui molte donne, si oppone casa per casa all’avanzata dei fanatici dell’Isis. Sanno benissimo che, se catturate, verranno torturate e decapitate. Ma combattono per la propria terra, per la libertà, per l’umanità. Il mondo si inchini di fronte a tanto coraggio». Quello che scrive l’esponente del PD è vero e giusto, ma da ex giornalista non può non sapere che quelle coraggiose donne Kurde appartengono alle  Women’s Protection Units delle forze di autodifesa dal Partito di Unione Democratica (PYD),  che ha instaurato un governo autonomo nel Rojava (o Kurdistan occidentale siriano), una forza politica di sinistra considerata molto vicina al Partîya Karkerén Kurdîstan  (PKK – Partito dei Lavoratori del Kurdistan), dichiarato organizzazione terroristica dalla Nato, dagli Usa e dall’Italia. Non dice che quelle donne che difendono la democrazia e la libertà di fronte ai tagliagole fascisti dello Stato Islamico (Daesh in arabo) hanno sulle divise la stella rossa comunista e che a fianco a loro ci sono i guerriglieri del PKK infiltratisi in Siria, mentre la Turchia (Paese Nato) impedisce ai kurdi di andare a dar manforte alle loro compagne e compagni assediati dagli islamisti tagliagole e misogini dell’Isis.

La comandante dell’unità  protezione delle donne del YPJ di Kobane, Meysa Ebdo, ha detto che «L’Isis sta cercando di massacrare i civili nella regione e il mondo intero sta guardando», poi ha a invitato tutte le forze politiche del Kurdistan a «mettere da parte le loro differenze e difendere il Kurdistan» ed ha invitato  i giovani a «stare dalla parte della resistenza a Kobane. Questa resistenza sta per demolire i confini».

In un programma andato in onda ieri sera su Med Nuce, la Ebdo ha detto che, dato che lei e le sue compagne sono «in trincea contro l’Isis dal 2 di luglio non siamo in grado di seguire la stampa ed i media, ma ringraziamo tutti coloro che hanno sostenuto la resistenza a Kobane. L’Isis spera di massacrare centinaia di migliaia di curdi nella regione di  Kobane. Stiamo resistendo contro questo. E il mondo tace. Le organizzazioni per i diritti umani sono rimaste silenti di fronte alle nostre richieste. Ciò dimostra che l’Isis non sta lavorando solo per se stesso. L’Isis viene utilizzato come strumento per fare in modo che i Kurdi rinuncino alla loro a volontà».

Questa coraggiosa comandante di un battaglione di eroiche donne musulmane e di alte religioni racconta cosa sta succedendo nella fascia di territorio kurdo che divide la Turchia dal proclamato Stato Islamico: «Molti dei nostri amici, maschi e femmine, sono stati martirizzati mentre resistevano contro questi attacchi. Attualmente, migliaia di nostri combattenti sono nei campi di battaglia dove fanno storia. Abbiamo evacuato i civili dai villaggi che erano sotto attacco. Chiunque sia abbastanza in forma per portare armi lo ha fatto per proteggere le nostre case e terre. Tutti dovrebbero sapere che non permetteremo a queste bande di avere successo. Chiunque sia dietro queste bande, qualsiasi arma tecnologica possiedano, non ci riusciranno. Da qui in poi, nessuno può far fare un passo indietro al  popolo kurdo».

Ebdo, prima di tornare a combattere i fascisti islamisti ha ricordato che «Questi attacchi non sono solo contro Kobane e la sua gente, ma contro la volontà del popolo kurdo. Vorremmo che tutti i partiti politici e le organizzazioni del Kurdistan capissero che questi attacchi sono contro di loro. Quella che viene attaccata a Kobane è l’idea del Kurdistan. Vorremmo invitare tutti i partiti politici a mettere da parte le loro differenze ed a proteggere il Kurdistan».  Intanto, il 26 settembre, un gruppo di anarchici turchi di Istanbul sarebbe riuscito a traversare la frontiera turca ed a raggiungere  Kobane, creando una sorta di battaglione internazionale che rimanda alla guerra civile spagnola, speriamo che anche questa volta non vincano i fascisti.

Jacques Berès, chirurgo e co-fondatore di Médecins Sans Frontières e Médecins du Monde, tornato da una missione umanitaria nell’area della  battaglia nel Rojava, ha detto: «Faccio questo lavoro da più di quarant’anni, ma quello che ho effettivamente visto nelle ultime settimane in Siria è peggio di qualsiasi cosa io abbia mai visto in tutta la mia vita. Se i paesi occidentali non agiscono immediatamente ci sarà  sicuramente un genocidio. La guerra in Siria è orribile.  Ho visto corpi bruciati, strappati a pezzi, senza braccia o gambe, la maggior parte dei quali civili. Il mio lavoro, durante una missione di due settimane, è inadeguato rispetto al lavoro richiesto. Non ho potuto effettuare più di 7 o 8 interventi chirurgici al giorno. Ma ogni attacco da parte dei  jihadisti dell’Isis causa decine di feriti. Ogni  giorno ci sono decine di questi attacchi.

E tra i combattenti uccisi o feriti per difendere il Rojava dalle orde barbariche dello Stato Islamico ci sono giovani e molte donne.  «La percentuale di donne che combattono nelle file dell’YPG / YPJ ( (People’s Protection Unit)  – ha detto  Berès – è molto alta.  Almeno il 40% dei combattenti gravemente feriti che ho medicato  sono donne. Questa è una caratteristica unica della regione. Le strutture della società curda sono laiche, il ruolo delle donne è molto importante, a capo di ogni istituzione di solito ci sono un uomo e una donna, una visione che è in contraddizione con la misoginia tipica di questa zona del Medio Oriente. Questo punto di vista si scontra anche con il fondamentalismo dogmatico dell’Isis. Ero solo un chilometro di distanza dal fronte di battaglia e ho visto le donne ed i giovani combattenti respingere gli assalti dei jihadisti con semplici fucili semplici e kalashnikov.  I combattenti  sono armati di coraggio e spesso provengono da Kurdistan turco per aiutare la resistenza nel Rojava. Ma sono dotati solo di vecchi  kalashnikov».

La questione delle armi, non è secondaria: le bande islamo-fasciste dell’Isis attaccano le milizie della sinistra kurda con  carri armati, lanciamissili, veicoli blindati e armi pesanti. D’altra parte le donne e gli uomini kurdi sono equipaggiati solo con kalashnikov e lanciarazzi. «Dove sono le armi che l’Occidente  (Italia compresa, ndr) ha promesso di consegnare? – si chiede Berès – Non abbiamo visto le armi occidentali qui ,  invece non  solo abbiamo visto jihadisti provenienti dalla Turchia, ma anche carri armati che passano attraverso il confine turco. La Turchia continua ad avere un comportamento ambiguo a causa degli interessi  strategici ed economici coinvolti».

Infatti il Rojava- Kurdistan Occidentale è una terra ricca di petrolio, cosa che attira l’interesse non solo dello Stato Islamico/Daesh, ma anche dela Turchia. «In questa regione – spiega Berès – ci sono 1.173 campi petroliferi. La maggior parte dei quali erano operativi prima della guerra civile. Più del 60% del petrolio siriano proveniva da questa regione. Oggi sono chiusi ma il loro potenziale energetico è molto alto. Prima della guerra civile, questa regione era tra le più prospere e tolleranti di tutta la Siria. Qui si trovano  moschee o sinagoghe. Se l’Isis prenderà il controllo del Rojava sarà la fine di tutto questo».

Ma Kobanê è completamente circondata «Ora è come un enclave. Nella regione abbiamo visto venire la FSA (Free Syrian Army), il Fronte Al Nusra, ora la città di Kobanê è assediata dalle squadracce dell’Isis. Il problema è che il confine con la Turchia rimane chiuso e la Turchia ha costruito un muro alto 5 metri. Niente armi, niente medicine, nemmeno un sacchetto di riso o un litro di latte passa attraverso il confine. La Turchia blocca ogni convoglio. Così i Kurdi combattono da soli, sono intrappolati tra soldati turchi e le bande dell’Isis  e non possono fuggire nessuna parte. Ma una cosa è certa: se la città di Kobane cadrà nelle mani dell’Isis, la Turchia avrà un’enorme responsabilità nel genocidio che ne seguirà». E con la Turchia la Nato e gli altri Paesi suoi alleati, compreso il nostro. Invece l’esercito turco impedisce a migliaia di giovani, socialisti, sindacalisti, comunisti, rivoluzionari, femministe, libertari, provenienti da tutta la Turchia, di passare il confine per andare a  Kobane a sostenere i rifugiati e le milizie kurde che difendono la città dai fascisti del Daesh.

Intervenendo al meeting  dell’International Political Women’s Council in Germania, la co-presidente dell’Assemblea popolare del Rojava, Sinem Muhammed, ha ricordato che «La YPJ (Woman’s Protection Units) sta lottando per conto di tutte le donne del Medio Oriente e del mondo. Ora io  sono qui, però nel mio paese le donne si trovano ad affrontare la minaccia di un massacro su larga scala. La Rivoluzione del Rojava, con le Assemblee delle sue donne, le accademie e le case delle donne è una rivoluzione delle donne. Insieme alle altre ragioni, questo è uno dei motivi principali per spiegare perché l’Isis  sta attaccando Rojava».

Muhammed, rivolgendosi alle democratiche donne occidentali ha ricordato  per cosa stanno combattendo le “comuniste” kurde: «Resistendo a questo attacco, l’YPJ combatte  contro l’Isis  per conto di tutte le donne del Medio Oriente e del mondo. I ranghi dell’YPJ sono costituiti da donne di diverse fedi ed etnie, tra cui curde, arabe, assire, Yezide e cristiane».

La Muhammed ha concluso: «Oggi si potrebbe pensare che l’Isis sia  lontano dall’Europa. Tuttavia, questa è una minaccia contro tutte le donne del mondo. Il silenzio deve essere rotto. Oggi, nel Rojava  l’YPG e il YPJ stanno difendendo i valori dell’umanità».

IRAN: È GUERRA ALL’EURASIA ——- STRANAMORE, STRANAMMORATI, STRANAMORINI

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MONDOCANE

GIOVEDÌ 20 GIUGNO 2019

 

Hannibal ante portas? Non è più procurato allarme.

Ne va della potenza egemonica, dell’eccezionalismo,  del “Destino manifesto”, della globalizzazione a direzione unica, del governo mondiale, della controffensiva colonialista fondata su migrazioni che svuotano di energie umane e professionali il Sud da predare. Il Golfo Persico è il pettine al quale questi nodi vengono. E quando gli scienziati nucleari mettono l’orologio dell’Apocalisse a due minuti da mezzanotte, più o meno dove stava nell’immediato post-Hiroshima e Nagasaki, c’è stavolta poco da parlare di procurato allarme.

Chi segue meticolosamente le uniche fonti di notizie e analisi affidabili, che ormai sono quasi solo in rete (finchè dura e Facebook chiude un occhio), legge e vede da almeno un paio di lustri l’annuncio dell’imminente terza e ultima guerra mondiale. Giulietto Chiesa, addirittura, annunciava l’imminenza del conflitto totale fin dai primi anni del nuovo millennio. Al punto che, ripetuta in conferenza su conferenza, intervista su intervista, la funesta certezza decadeva in giaculatoria a cui più nessuno dava peso. Una specie di al lupo al lupo che si inseriva inconsapevolmente in una strategia della paura, anzi del panico, che pian piano sfiancava e distraeva da ogni altro fronte di  lotta. Tipo il capitalismo. Un po’ come la questione climatica da GretaThunberg universalizzata in minaccia globale, peraltro priva di responsabilità identificate, che tutte le altre riassume (e annulla) in sé. Qualcuno ha parlato di nuovo oppio dei popoli, come quello, che mai si è cessato di fumare, della religione.

False Flag, la bandiera dell’Occidente

Tuttavia, a partire dalle micce posate nel Golfo Persico da chi conduce guerre e genocidi, e ne campa, da trecento anni a queste parti, il tema ha acquistato una pregnanza senza precedenti, anche perché si appoggia ad accadimenti analoghi che in molti casi alla guerra guerreggiata hanno portato. Parliamo di provocazioni, oggi dette “False Flag”, messe in atto onde vantare davanti all’opinione pubblica un buon, anzi un irrinunciabile, motivo per commettere qualche grossa efferatezza, altrimenti impossibile da giustificare. A molti verranno in mente le nostre stragi di Stato, da Piazza Fontana, attribuito ad anarchici, a Moro fatto far fuori alle BR, e agli attentati della “trattativa”, con manovalanza mafiosa e, a monte, Gladio, servizi nostri e atlantici, la cupola anti-Urss.

Storia scontata, storia fattaci dimenticare, circoscritta al ruolo dell’Italia nel Mediterraneo e come fronte orientale del “mondo libero”, Di più vasta portata le False Flag all’origine delle guerre del nostro tempo: Lusitania, nave britannica fatta passare per carica d’armi e perciò affondata dai tedeschi, trappola che innesca l’ingresso degli Usa nella Prima Guerra Mondiale; Maine, nave Usa alla fonda a Cuba, incendiata dagli stessi Usa, che ne traggono il pretesto per sottrarre alla Spagna Cuba e le Filippine; Operazione Northwoods che prevede l’abbattimento sopra Cuba di un aereo Usa pieno di studenti per incolparne Castro e far partire una nuova invasione (bloccata da Kennedy, che la pagò); Golfo del Tonkino, falso assalto a nave Usa  attribuito ai nordvietnamiti, da cui stragi bombarole su tutto il Nordvietnam; neonati strappati dai soldati iracheni alle incubatrici del Kuwait, panzana inventata dal Pentagono che lancia la prima guerra del Golfo; i bombardamenti di Gheddafi sulla popolazione di Tripoli, il viagra somministrato ai propri soldati perché stuprassero con più vigore; gli ospedali bombardati con barili esplosivi ad Aleppo; le armi chimiche di Duma, gli aiuti alimentari in fiamme sul ponte tra Colombia e Venezuela; le armi di distruzione di massa di Saddam; l’11 settembre….. Tutte False Flag fatte sventolare anche dalle più celebrate Ong dei diritti umani, con gli effetti sui diritti umani che si sono visti.

Proviamo con le petroliere

E oggi alcune petroliere colpite nel Golfo, di cui una giapponese mentre il premier giapponese Shinzo Abe discute a Tehran come circumnavigare l’embargo; un’altra di un armatore norvegese disposto a violare le sanzioni Usa contro l’Iran. Prove zero, incluso un grottesco video che vede un motoscafo togliere qualcosa dalla fiancata di una nave. Ma ecco, subito stranamore, stranammorati Nato e stranamorini dei media dire che sono stati gli iraniani, “maggiore potenza terrorista del mondo”, “massima minaccia alla pace”. E’ come se Cheney desse del terrorista a Danilo Dolci. La spesa militare di questa “minaccia” è di 15 miliardi di dollari, il 25% di quanto l’Iran spendeva sotto lo Shah. I suoi armamenti risalgono a quell’epoca e a qualche aereo iracheno spostato a Tehran al tempo della guerra del Golfo. La spesa Usa, paese che si assume il compito di contenere la “minaccia”, arriva complessivamente a oltre mille miliardi. Politicamente compattata dalle spaventose sanzioni, ma economicamente e socialmente ridotta a brandelli, la società iraniana ha dovuto ridurre la produzione di petrolio dalla media di 4 milioni di barili al giorno, al tempo delle sanzioni di Obama, a 2 milioni, di cui meno di 600mila riescono ancora a essere esportati. Perlopiù in Cina.

E’ il petrolio, bellezza!

Ci sono buoni motivi perche lo strumento dell’élite all’1% utilizzi il suo strumento fine-del-mondo Usa a partire dall’oceano di petrolio in cui galleggia il Golfo. La riserve accertate di idrocarburi iraniani ammontano a 160 miliardi di barili, subito dopo l’Arabia Saudita (266 miliardi) e il Venezuela (300 miliardi), il boccone più grosso, per ora accantonato visto l’immane fiasco del golpe amerikano di Guaidò. Dunque gas e petrolio, i minerali in continua espansione estrattiva, produttiva e di consumo, da cui esalano i veleni che soffocano il pianeta fino a strozzarlo entro pochi anni, sono quelli di cui si agitano per ogni dove Greta e i gretini e che sono l’impulso alle guerre di cui Greta e gretini non sembrano avere la minima nozione.

Con la prima Guerra del Golfo gli Usa, con al guinzaglio la Nato, dilagano armati su ogni satrapia araba del Golfo dove 50 milioni di cittadini, perlopiù manovalanza immigrata, sono governati, sfruttati, schiavizzati, ottenebrati da alcune migliaia di prìncipi gozzoviglianti , indispensabili amici e guardiani degli interessi e delle armi occidentali. Contro la “minaccia” iraniana. Che è quella di aver disturbato acque e deserti correndo in soccorso alla Siria azzannata, sostenendo la difesa del Libano e dello Yemen, la famigerata “mezzaluna scita” che ai popoli del lato occidentale del Golfo, chissà perché, odora di libertà, dignità, speranza.

Con la seconda e le “primavere” e guerre seguenti (Iraq, Egitto, Libia, Siria, Yemen) puntano alla frantumazione di ogni residua struttura statale sorretta da volontà e coesione nazionale autodeterminata, per delegare il controllo della regione al consorzio di entità arabe e non, famigliari o coloniali, segregazioniste, feudali e schiaviste. Il piano fallisce in Egitto, ma, con il ricorso al terrorismo jihadista, funziona, anche se non del tutto, negli altri paesi, comunque ridotti a brandelli. Il consorzio ha per massimo comune denominatore farla finita con l’anomalia Iran, obiettivo condiviso fin dal 1953, colpo di Stato contro il premier nazionalista Mossadeq, dallo Stato profondo Usa, terminale politico-militare della Cupola mondialista, oggi incorporato nei Neocon di ascendenza talmudista.

Si tende ad attribuire un ruolo eccessivo in questa temperie di guerra imminente a personaggi come John Bolton, consigliere per la Sicurezza Nazionale, e Mike Pompeo, Segretario di Stato, a causa del trucido bullismo con il quale sembrano trascinare Trump agli esiti più drammatici. E’ vero, c’è differenza metodica tra l’Obama che prova a minare paesi come Cuba e l’Iran dal di dentro, promuovendo col sorriso e con accordi la destabilizzazione interna (rivoluzioni colorate affidate a settori bulimici di mercato), e la clava dei due cavernicoli ereditati dal Bush minore. Ma sono opzioni di fase all’interno di una strategia che, da quando nelle vene del capitalimperialismo scorre petrolio, non muta che nelle forme.

La minaccia Iran

Togliamo di mezzo le fanfaluche che ai nostri media, destrosinistri ed eterodeterminati, dettano le centrali propagandistiche della globalizzazione tramite guerre. Il riarmo atomico di un Iran che non aveva mai arricchito il suo uranio oltre quel 20% che serve a usi energetici e medici. Arricchimento, poi, ridotto al ridicolo 3%, insieme alla chiusura di centri di ricerca altamente specializzati, dall’accordo sul nucleare concluso tra Obama è un tragicamente arrendevole presidente Rouhani, succeduto al ben più fermo e consapevole Ahmadinejad. Nè l’agenzia addetta ai controlli, AIEA, aveva mai rilevato una violazione degli accordi a perdere da parte di Tehran.

Ma abbondano da decenni le buone ragioni per fare del Golfo Persico il più gigantesco barile di esplosivo del mondo, a forza di portaerei, flotte aeree e navali, migliaia di soldati, attentati a petroliere da parte di provocatori, probabilmente addestrati in Albania dal MEK  (la setta terroristica attiva su mandato israeliano e statunitense in Iran da decenni, oggi dislocata da Washington in Albania). Il più immediato e dichiarato è il bisogno di Israele, da sempre impegnata a diventare “La Grande”, di togliersi di torno i terminali iraniani presenti nei paesi confinanti e difensori della sopravvivenza di questi, oltreché insidia politica e sociale per l’assetto oscurantista e reazionario degli alleati del Golfo.

Ma la strategia è trasparente, se mettiamo in fila quanto i vecchi colonialisti, francesi, britannici perseguono dai tempi dell’occupazione del Canale di Suez, 1956, e quanto del vecchio imperialismo è stato assunto in proprio dagli Usa, dal sostegno a Israele, attraverso guerre, colpi di Stato, o destabilizzazioni terroristiche in Iran, Iraq, Libia, Siria, Afghanistan, Corno d’Africa, fino al Venezuela. Per mandare avanti il suo sviluppo nei termini stabiliti, potenziare il suo impero, ricattare nemici e amici, accumulare profitto, nello scopo non dichiarato e neppure forse considerato di distruggere il vivente arrostendolo, il grumo onnipotente che manovra lo Stato più bellicoso della Storia deve disporre di ogni possibile risorsa petrolifera e controllare ogni possibile rotta per la quale questa sostanza genocida viene trasportata. E qui, per come incombe geograficamente e politicamente su tutto il Medioriente e sta in mezzo alle direzioni Nord-Sud ed Est-Ovest, di terra e di mare, l’Iran diventa imprescindibile.

Eurasia, il mondo al giro di boa?

Ma c’è una buona ragione forse ancora più urgente per quanto potrebbe venire scatenato nel Golfo. L’Iran sta proprio al centro dell’enigma euroasiatico, il “cuore del mondo”, come lo definì il competente Brzezinski, un cuore senza il battito del quale il capitalismo occidentale andrebbe alla deriva. Vi dice niente l’acronimo SCO? “Shanghai Cooperation Organization”. Nel cuore euroasiatico oggi c’è lo SCO, non la Nato, o l’FMI, o il WTO. Ne sono membri otto paesuccoli da poco come Russia, Cina, India e Pakistan, più i quattro “stan” dell’Asia centrale. Quasi tutti dotati di immense risorse, o energetiche, o altre. Ci sono poi quattro Stati osservatori, Afghanistan, Bielorussia, Mongola e Iran e sei partner del dialogo: Armenia, Azerebaijan, Cambogia, Nepal, Sri Lanka, Turchia. Entro il 2020 lo SCO crescerà a includere Iran e Turchia. Non tutti questi paesi hanno punti di vista omogenei, in particolare l’India si muove su piani geopolitici ambivalenti, con l’occhio anche a un’Alleanza Indo-Pacifico di marca Usa. Ma tutti sono gradevolmente coinvolti nel progetto cinese, ormai euroasiatico, della Road and Belt Initiative (RBI), la Via della Seta, con propaggini anche in Africa e, grazie a un nostro raro momento di intelligenza in politica estera, Europa.

Intorno al partneriato russo-cinese, coinvolgente la più vasta regione terrestre del globo e, tenendo conto degli altri SCO, il più numeroso agglomerato di popolazione, si vanno mobilitando interessi comuni per un futuro di sviluppo pacifico dalle enormi prospettive di scambio e progresso in chiave non tossica.  Anche tenendo conto che la Cina è già oggi il paese dal più diffuso e avanzato utilizzo di energie rinnovabili e che negli scambi tra questi paesi si vanno facendo strada valute alternative al dollaro, come il rublo e lo yuan. E abbiamo visto cosa è successo a Saddam e a Gheddafi quando hanno adombrato l’affossamento della moneta del dominio Usa, anche se solo a vantaggio del subalterno euro.

Rimane il ruolo assolutamente negativo della Cina, quanto quello degli Usa, nell’adozione e promozione urbi et orbi del 5G, la connessione di quinta generazione il cui inquinamento elettromagnetico è di una tale potenza e capillarità, con le sue antenne ogni 100 metri e i suoi letali 12mila satelliti nello spazio, da sostituire il cambiamento climatico al primo posto nelle minacce alla vita sul pianeta. Di questo s’è già detto in questo blog e se ne dirà.

Si vede, dunque, come gli Usa e, sopra di essi, la Cupola mondialista, abbiano di fronte qualcosa di inedito nella storia dell’imperialismo. Qualcosa che in potenza fa impallidire la competizione che l’asse Germania, Italia. Giappone costituì per lo schieramento anglosassone che, pure, impiegò sei anni a debellarla e ci riuscì soltanto grazie al contributo determinante dell’URSS.

Ogni punto nero è una base Usa, senza contare le 90 italiane

Tutto questo spiega ad abundantiam i movimenti frenetici che nel Golfo la Cupola fa fare all’apparato militare Usa e l’assedio con cui cerca di serrare l’Iran in una morsa mortale. Spiega anche il grottesco inserimento dei Guardiani della Rivoluzione iraniani nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. L’accusa di terrorismo, a partire da quello dell’11/9, è stato immancabilmente il preludio alla guerra. Non faccio il giuliettochiesa e non giuro che la guerra, quella guerra, ci sarà. Rimane una forte controindicazione: per quanto lo si possa bastonare, radendolo al suolo dall’aria, l’Iran può sempre bloccare il Golfo e quindi il 40% dei rifornimenti al mondo. Uno sconquasso planetario che a qualcuno potrebbe dare la sveglia.

Tutto questo non spiega, invece, perché Putin neghi a Iran e Siria, quest’ultima quotidianamente bombardata impunemente da Israele, l’invincibile difesa antiaerea S400. Che, però, concede a Turchia e Arabia Saudita. Misteri della geopolitica.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:52

LETTERA APERTA A ROBERTO FICO, PRESIDENTE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI

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MONDOCANE

LUNEDÌ 17 GIUGNO 2019

 

“Se libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non desidera sentire”(George Orwell)

Caro  Presidente Roberto Fico,

Ti scrivo da elettore e sostenitore dei 5 Stelle, sperando nel grado di credibilità che mi potrebbero conferire sessant’anni di professione giornalistica, con oltre 150 processi per reati di stampa in regime democristo-pidino, e che Alessandro Di Battista ha avuto la generosità di accreditare inserendomi in un elenco di “giornalisti liberi”.

Molti, nell’attuale temperie di neolingue e di capovolgimento di molti termini lessicali, ti definiscono “il Cinque Stelle rosso”, quello di sinistra. Credo che, provenendo da fonti che di sinistra sanno quanto un Aglianico del Cilento sa di patata irlandese, o da altre che il rosso hanno iniziato, ere or sono, a confonderlo con l’arcobaleno a stelle e strisce, anche tu nutra qualche riserva sul cappello messoti in capo.

Tanto più che tue parole e tuoi fatti all’origine di quell’abbaglio nei tanti che campano la vita affetti da compulsione ossessiva di sbattere fuori dall’universo mondo il Movimento a cui appartieni, ma salvando te, di sinistro o rosso nel senso incontaminato, museale, del termine, a me pare non abbiano niente. A dispetto del pugno chiuso, oggi spesso simbolo dei golpe striscianti Usa (vedi Otpor).

Rottura tra Camera italiana e Camera egiziana

Paradosso? Forse che sì, forse che no. Vediamo. Il tuo gesto di maggiore risonanza, accanto alla cauta discrezione osservata dai tuoi amici e colleghi, è stata la rottura dei rapporti tra la Camera che presiedi e il parlamento egiziano. Non so se un tale gesto di portata geopolitica spettasse alle tue competenze. Forse, prevaricava opinioni difformi di qualche eletto. In ogni caso spostava da una Camera di eletti, la tua, su un’altra camera di eletti materia di esclusiva attinenza giudiziaria. Cosa c’entrano i deputati egiziani con il caso Regeni, se non in termini puramente pubblicitari e demagogici?  Poi, caro Roberto Fico, in base a quali certezze hai adottato un provvedimento di così drastica portata retorica? Avevi approfondito i termini della vicenda nei suoi aspetti personali, politici, giuridici, economici? O ti sei fatto trascinare dalla corrente? Da una corrente che si sa da dove viene e dove va a finire?

GIULIO REGENI

Avevi studiato  il percome e il perchè di Giulio Regeni? Che negli Usa si era formato presso specialisti dell’intelligence. Che a Londra, dal 2013, aveva lavorato, con rapporti periodici di intelligence, per una delle maggiori società angloamericane di spionaggio internazionale, industriale e non, la Oxford Analytica. Che i dirigenti di questa impresa sono personaggi dal passato opaco, a dir poco, come  il fondatore David Young, processato perché implicato nello scandalo Watergate che travolse Nixon; John Negroponte, ex-direttore della United States Intelligence Community, ambasciatore e inventore degli squadroni della morte in Centroamerica e Iraq; Colin McColl, ex-direttore del MI6, il Servizio segreto del Regno Unito per l’estero?  Che, collateralmente Regeni faceva il ricercatore all’università di Cambridge avendo come tutor Anne Alexandre e Maha Abdelrahman, entrambe docenti legate alla Fratellanza Musulmana (FM), nemica mortale del governo Al Sisi, ma in ottimi rapporti storici con il Regno Unito?

La Fratellanza Musulmana arriva al potere con il Presidente Mohamed Morsi (2012-2013) che con il 17% vince un’elezione-burletta, boicottata da tutti i partiti egiziani tranne la FM. Nel 2013, dopo aver forzato l’introduzione della sharìa in un paese da sempre largamente laico, proibito gli scioperi e perseguitato i copti cristiani, Morsi venne spazzato via da una rivolta che aveva visto partecipare 22 milioni di egiziani su quasi 99 e in cui si inserirono i militari, poi confermati al potere con un plebiscito, nella persona del generale Abdel Fattah Al Sisi. Forse gli egiziani si sono ricordati che la FM nasce negli anni 20 del secolo scorso, sotto ispirazione britannica, per contrastare l’emergente movimento nazionale, laico, socialisteggiante panarabo e che, da allora e fino all’Isis, è sempre stata la quinta colonna del colonialismo.

Nel giorno in cui Al Sisi incontrava la ministra italiana dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, il 3 febbraio 2016, per chiudere una serie di accordi commerciali e industriali per miliardi di euro, compresa la gestione di Zhor, il più grande giacimento di idrocarburi del Mediterraneo da parte dell’ENI, veniva ritrovato sul lato di una strada il cadavere martoriato di Giulio Regeni. La Guidi venne immediatamente richiamata a Roma e i negoziati si interruppero. Con grande soddisfazione dei concorrenti anglo-franco-americani dell’ENI che già erano riusciti a liquidare il primato italiano nei rapporti con la Libia.

Fin dai tempi del re Faruk, prima delle rivoluzioni nazionaliste e socialiste arabe in Egitto, Iraq, Siria, Libia, Algeria, Yemen, i servizi di sicurezza egiziani erano considerati i più efficienti della regione. E, a detta degli esperti, lo sono rimasti. E’ concepibile, Roberto Fico, che un intelligence di tale forza ed esperienza non faccia scomparire una sua vittima, ma la faccia ritrovare, con tanto di segni di tortura, nel giorno preciso in cui il governo della stessa vittima conclude un gigantesco affare con il Cairo? Tanto da mettere in crisi i rapporti, fino alla rottura diplomatica, eliminare dalla scena il partner privilegiato dell’Egitto, provocare quella che tutti noi conosciamo come l’ininterrotta campagna politica e mediatica contro il regime cairota, giudicato a priori e a prescindere responsabile più diretto che indiretto dell’uccisione, chissà perché, del giovane italiano?

Dirai che non è concepibile che in tre anni gli inquirenti egiziani abbiano sbagliato pista dopo pista e sostanzialmente ostacolato, anche nei rapporti con la magistratura italiana, l’emergere della verità. E sei partito lancia in resta contro il parlamento egiziano che, poco o nulla c’entra dal punto di vista istituzionale. Ne sono rimaste soddisfatte tutte le forze politiche e mediatiche, domestiche ed internazionali, che vedono di malocchio i rapporti tra un grande Stato europeo e il più importante Stato arabo-africano. Hai mai sospettato che l’operazione potesse celare qualche interesse non confessabile? Forse gli egiziani sanno benissimo chi ha ucciso, manomesso e fatto ritrovare Regeni. Forse denunciarlo apertamente metterebbe a repentaglio un delicatissimo equilibrio geopolitico e geo-economico in cui l’Egitto, ora anche amico della detestata Russia e protagonista anti-occidentale sulla scena libica, è costretto a muoversi. Ci hai pensato?

Ti sei guardato bene quel filmato di un’evidenza solare, ma che molti hanno interpretato in senso opposto a quanto risulta. Video in cui Regeni parla con il suo confidente, ritenuto un oppositore sindacale, ma in effetti informatore della polizia messo al controllo di uno straniero con riferimento centrale nella American University del Cairo, perenne covo di spie occidentali, con antecedenti come quelli sopra descritti e quindi decisamente sospetto. A Regeni Mohammed Abdallah aveva provocatoriamente chiesto un aiuto per curare la madre ammalata di cancro. La conversazione è lunga (vedi Google), ma il succo è che Regeni rifiuta e dice di essere stato incaricato di stanziare 10milla dollari, ma per un progetto – “portami un progetto” –, non per la malattia della mamma. E il “progetto” lo chiede a chi pensa essere un oppositore del governo. Come se qui arrivasse un ragazzotto americano con retroterra spionistico e chiedesse a un Landini qualsiasi di preparagli un progetto contro Di Maio. Legale?

Caro Roberto Fico, ci sarebbe molto da aggiungere, di elementi sia materiali che logici fondati su un presupposto solitamente eloquente, il “cui prodest?”. Ma puoi provvedere tu stesso. Gli elementi materiali a disposizione per i bene intenzionati sono numerosi. Penso che a uno attento alle sorti del paese e, più, a quelle della verità, contro ogni pre-giudizio, basti già quanto ho scritto per fare qualche riflessione. Tardiva, ahinoi. Del resto non ci vuole molto: questi sono ripetitivi come una novena.

Ricorda Regeni trovato mentre l’Italia concludeva al Cairo grossi accordi a spese di altri concorrenti; poi pensa al Golfo Persico e a quella successione di petroliere incendiate, compresa una giapponese, proprio mentre il premier giapponese stava concordando a Tehran, sotto attacco e sanzioni Usa, come dribblare l’embargo petrolifero di Trump. Non credo che condividerai l’astuta analisi di dotti esperti che attribuiscono ai governanti di Tehran, con un popolo in pessime acque a causa di sanzioni genocide, la sindrome tafazziana del cretino che, per fare dispetto a Xantippe, si recide le gonadi.

Chiesa copta fatta saltare dai FM

Mi obietterai che, comunque, quello di Al Sisi è un regime dispotico, che maltratta e incarcera gli oppositori. Da giornalista che frequenta quei posti da tanto e ne conosce storia, tradizioni, limiti e virtù, direi: lascialo dire a un egiziano. Il tuo giudizio è alimentato dai media occidentali, gli stessi che ci hanno trascinato a distruggere il più prospero paese del Medio Oriente perché “aveva e minacciava armi di distruzione di massa”. Ciò che non ti dicono è che, da quando i FM sono stati estromessi dal potere (e Al Sisi si fa sentire a Mosca e a Tripoli), il loro braccio armato, che tu sai inventato, finanziato, armato dagli Usa via alleati come Arabia Saudita, Turchia e Qatar, ha messo in piedi una campagna terroristica che non ha nulla da invidiare a quella con cui si è assaltata la Siria. Non passa giorno che non vengano trucidati poliziotti, soldati, magistrati, laici, o che vengano fatte saltare chiese copte con tutta la gente dentro.. Difficile, in queste condizioni, a non essere grilli parlanti, pretendere che si tenga in piedi un governo come lo vorrebbe Platone.

MIGRANTI

Un’altra cosa che non ti dicono i nostri media e, con particolare disponibilità all’occultamento il giornale di cui dici di essere fervente lettore, “il manifesto”. Il quotidiano tanto “comunista” quanto antipopolare e, conseguentemente, il più livoroso di tutti contro il M5S.La virulenza con qui questo giornale, che si finge comunista, si lancia contro ogni provvedimento dei 5 Stelle a sostegno dei deboli e sfruttati, non ha uguali neanche nella stampa ufficialmente dell’élite. E  mi chiedo se ne apprezzi anche l’appassionato sostegno a un’eroina di guerra (Serbia, Libia) e di colpi di Stato (Honduras) come Hillary Clinton e al suo corrottissimo entourage, oppure tutte, ma proprie tutte, le campagne, colorate o meno, che partono dai bassifondi di Washington e dai forzieri del patriarca di tutte le speculazioni, George Soros. Non ti dicono che del “fenomeno epocale, incontrollabile, inarrestabile, emigrazione”, oltre a una linea di arrivo – il gommone in mare, i campi di pomodoro – esiste anche una linea di partenza. Sotto controllo dello stesso circuito coloniale. Perché epocale, incontrollabile e inarrestabile è il colonialismo. La linea di arrivo è quello che riunisce il papa, le Chiese, gli imprenditori agricoli (possidenti, Grande Distribuzione), industriali, logistici, commerciali (Amazon, riders, altiforni, industria del turismo) e la smisurata armata dei buoni e solidali sotto il segno dell’accoglienza senza se e senza ma. Quella di partenza è gestita da agenti in loco dello stesso circuito, sempre Ong, spesso missionari.

Non so se il tuo capo politico, incline a troppe mediazioni a perdere, come dimostrano i recenti esiti elettorali, tenga ancora botta sulla definizione di “taxi del mare” applicata alle Ong dette non governative, private, ma con forti ed evidenti collegamenti a governi e centri finanziari (quelle con Soros, uomo di Belgrado, Maidan, crollo della Lira, sono documentati). O credi davvero che tutti questi precisi appuntamenti tra gommoni, immancabilmente in difficoltà a un tiro di schioppo dalla Libia, e navi Ong sono il risultato di fortuite coincidenze?  E, dato che la giaculatoria che i migranti “fuggono da guerre, dittature e fame” perlomeno in Africa ha perso un po’ di credibilità, ora tocca trovare un altro pretesto che impedisca assolutamente il blocco dei migranti e la loro riconsegna ai libici. Ed ecco che non c’è anima accogliente che non si stracci le vesti sugli orrori dei lager libici, stupri, torture, assassinii.

Altro che Auschwitz. Di cui non si vedono né i segni sulle vittime, se non di qualche rissa, né centinaia di corpi in cura e riabilitazione nelle cliniche. E neppure qualche immagine rubata da cellulari che pure ogni migrante ha. Solo grandi spazi tipo hangar con gente ammassata, indubbiamente non Sharm el Sheik. Ma neppure Auschwitz. Anche perché in tutti questi campi, dello pseudogoverno di Tripoli o delle milizie, ci stanno i rappresentanti dell’UNHCR o dell’OIM, le due agenzie Onu addette a favorire gli sradicamenti. Oggi si fanno passare per attuali foto viste 8 anni fa, quando i nostri amici di Misurata (oggi rafforzati da 500 soldati italiani) catturavano libici neri e li frustavano a morte.

Già, caro Roberto Fico, perché di sradicamentp si tratta. E qui siamo alla linea di partenza. Dalla quale se ne va, magari grazie a qualcuno che gli prospetta il Bengodi in Europa, chi ha subito il furto delle terre da parte della Monsanto, o ha visto la sua valle inondata per colpa della Diga di Impregilo, o la sua foresta abbattuta, o la sua terra devastata e la sua acqua inquinata dall’industria estrattiva, sempre per mano di multinazionali straniere; o la legione francese in tutto il Sahel e oltre occupare militarmente il suo paese, radere al suolo villaggi e comunità che non ci stanno, depredare l’economia a forza di furti di risorse e manomettendo ogni sovranità con la moneta coloniale FCA e le riserve auree nelle banche parigine;  ha visto disintegrare la sua pace  grazie alla semina del solito terrorismo di cui si conoscono da sempre i padrini, o il suo futuro azzerato dalla riduzione al sottosviluppo operato là dove il futuro si prospettava in termini diversi e contrari a quello pianificato dalla globalizzazione neoliberista in armi. E pensiamo a Iraq, Siria, Libia, Afghanistan, America Latina.

  1. Di Battista denuncia la moneta predatrice FCA

Hai visto, come noi che li abbiamo incontrati spiaggiati a Lampedusa o nei ghetti foggiani, che chi lascia il paese lascia la comunità, recide le sua radici, la sua storia, le sue creazioni ambientali e monumentali, la sua civiltà, il suo nome, il suo futuro. E non ne acquista altre: finisce nelle banlieu, nei ghetti urbani del Nord, si raccoglie intorno a disseccati residui di comunità espatriata. E’ esattamente ciò che vuole il colonialismo e ciò che facilitano i “buoni”. E’ calcolato che solo il 3% sfugge a un destino di schiavismo, sfruttamento abietto, emarginazione, alienazione. E diventa altro. Altro da se.

Gli immigrati, non superando l’8% della popolazione, risultano tra il 35 e il 50 % degli autori di reati contro la persona e la proprietà. La mafia nigeriana, che ormai controlla spaccio e prostituzione su mandato delle altre mafie, è il frutto dello sradicamento. Chi non mangia con la Caritas, chi non ce la fa a campare con due dollari all’ora, va lì. Ma non ne troverai mai menzione in qualche Angelus, o in qualche trafiletto del “manifesto”. Eppure anche queste sono vittime. Qualcuno si integra e viene esibito per ogni dove. Buon per lui. Ma cosa ha perso la secolare, millenaria, vicenda costruita dal suo popolo, in cambio di aver mandato le generazioni produttive e riproduttive tra noi, al dumping e alla destabilizzazione sociale. Una conflittualità indotta, dagli accoglitori al pari di Salvini, che distoglie gente come te, come tutti i Cinque stelle, come tutti i vivi,dal combattere i padroni di tutto questo.

Roberto Fico, ci danno del razzista, perché non seguiamo i Bergoglio, gli Zanotelli, i Ciotti, il manifesto, il buonismo degli ipocriti, nel semplicismo irresponsabile e disumano dell’accoglienza senza se e senza ma. La chiamavano tratta fin dal ‘600. E tratta rimane. Il capitalismo non cambia.  E’ l’accoglienza dei nuovi colonialisti. Ci danno del complottista  perché proviamo a guardare dietro le quinte dell’operazione migranti, alle vite prima del presunto naufragio, perché non ci siamo dimenticati, a dispetto di un’operazione di chirurgia genetica che punta al transumano, al passaggio dal già acquisito “uomo senza qualità” a quello senza identità. Replicanti tutti indistinti e uguali, ideali per l’élite della globalizzazione.

Anni fa,  quando altri si erano arresi e intruppati, contro tutto questo era nato un MoVimento. Oggi è in grave difficoltà sotto la controffensiva degli governanti di sempre, e per errori e cedimenti. Un modo per farla finita è quella di mettergli sopra un lestofante che sbraita, che urla, ma con più volume, le stesse cose su migranti o UE e quindi fa apparire timidi e rinunciatari voi. Oppure la butta in caciara xenofobica e razzista antislamista, screditando i motivi sacrosanti per non far partire più nessuno da casa sua con la promessa dello jus soli dell’esilio in cambio della vendita ai colonialisti di quello suo. Un altro è quello di dare del “rosso” a uno e del “giallo” all’altro. Serve solo a spaccarvi. Non ti ci prestare.

Alla Festa della Repubblica, il 2 giugno, hai voluto usare proprio quel palco e quella ricorrenza, tu che occasioni per esternare al popolo ne hai infinite, per sollecitarci a prenderci cura di migranti e rom e chissà di quali altri bisognosi qui capitati. I plausi che ti si sono rivolti hanno un sapore più fetido delle minacce rivolte dai decerebrati di Forza Nuova alla famiglia rom di Casal Bruciato. Sono venuti da chi sulla mala sorte di migranti e rom ha costruito una falsa reputazione e una società di falsi. Occhio, quando ti danno del “rosso”. Intendono il contrario.

E la prossima volta che decidi di rompere i rapporti tra la tua Camera e quella di un altro paese, prova con quella statunitense. Ventuno anni fa il Cermis. Lì qualcuno, ben più noto di chi ha ucciso Regeni, di nostri concittadini ne ha uccisi non uno, venti. Neanche per bloccare un accordo inviso. Per gioco. Per divertimento. Sono ventun’anni che quegli assassini girano liberi e indisturbati. Vogliamo rompere col Congresso o no? E quanto alle centinaia di italiani che sono stati mandati a morire da Usa, Nato e loro servi, con chi vogliamo rompere i rapporti, Roberto Fico?

Un saluto e un auspicio,

Fulvio Grimaldi

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 15:35

ALGERIA E SUDAN A COLORI? LE CANTONATE DEGLI UTILI IDIOTI, LE MANOVRE DEGLI AMICI DEL GIAGUARO

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/06/algeria-e-sudan-colori-le-cantonate.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 11 GIUGNO 2019

 

Sinistre burlesque e media a disposizione

Con tutti i tumulti, le sollevazioni, i casini che succedono in giro per il mondo, dal Sudan all’Algeria, da Haiti al Kazakistan, da Hong Kong all’Albania e in decine di altri posti, diventa sempre più difficile non prendere cantonate nelle analisi e distinguere il piombo dall’oro. Qualche criterio è relativamente affidabile. Quando il cattolico unanimismo destre in ghingheri e pseudo-sinistre in putrefazione sostiene un movimento di contestazione al governo ci sono buone ragioni per ritenerlo “rivoluzione colorata” mirante alregime change in un paese che non si allinea a ordini e strategie imperiali e globali. Quando il paese in questione si colloca storicamente fuori dal contesto Nato, nelle sue espressioni euro-atlantica, latinoamericana, araba, africana, c’è di nuovo motivo per giungere alla medesima conclusione, viste le pratiche sovversive impiegate dal consorzio anglosassone nel corso dei secoli in casi di non ottemperanza ai suoi interessi e diktat. Infine, e stavolta probanti, sono le caratteristiche formali, iconografiche, sociali, sloganistiche, tecniche, organizzative, di protagonisti e di contenuti, di sostegno esterno, come pedissequamente si ripetono di movimento in movimento, a partire dagli esordi in Serbia con Otpor, la Ong di tutte le Ong.

I “pugni” di Otpor

Le mie rivoluzioni colorate

Personalmente mi pregio di aver avuto qualche esperienza diretta di classica “rivoluzione colorata” gestita da un mix di ingenui, disperati, rivoluzionari della pippa  e grandissimi figli di buona donna, formati, istruiti, equipaggiati e finanziati come si deve e elevati nell’olimpo dei contestatori democratici dalle presstitute dei media, con più accanimento addirittura da quelli della pseudo sinistra. Senza quelle ai colorati verrebbe a mancare la maschera d’ossigeno. Da Belgrado a Caracas, da Tripoli a Damasco ho visto attuare, in assoluta analogia, gli insegnamenti del padre di queste sollevazioni dette pacifiche, Gene Sharp, esordiente a Tien An Men, e del suo strumento prediletto: Otpor.

 Da Adriano Colafrancesco

Due giganti dell’Africa che non chinano il capo

I due paesi sui quali si sono avventate in queste settimane le turbe indigene, infiltrate e manipolate dagli amici del giaguaro della rivincita coloniale, sostenute con occhiuta passione dai jihadisti mediatici dei diritti umani e della democrazia, li ho frequentati con simpatia e reciproco affetto: Algeria e Sudan. Nel Sudan capitai molte volte in transito verso l’allora rivoluzionaria e oggi fedifraga Eritrea. Lo girai in lungo e in largo, ne conobbi due capi di Stato. Visitai il Sud, Darfur e Kordofan,  le regioni sulle quali, dopo essersi mangiati il Sud petrolifero e cattolico, gli stessi dirittoumanisti Usa, UK, Nato, Vaticano, Israele, di ogni rivoluzione colorata contro qualche “dittatore”, così qualificato a dispetto di elezioni regolari, concentravano i loro appetiti. Nel Darfur, regione desertificata dal cambiamento climatico nostro, agricoltori stanziali e allevatori nomadi di bestiame si disputavano le residue risorse idriche. Conflitto a bassa intensità che lo divenne di alta grazie alle ingerenze delle solite Ong umanitarie che all’estero proiettavano uno scontro tra poveri contadini e feroci milizie governative dette Janjaweed. Operazioni analoghe si prospettavano per Nubia e Kordofan, ma per ora solo la secessione del Sud, ovviamente ora annegato nel sangue dalle rivalità tribali e rispettivi sponsor petrolieri, gli è riuscita. Adesso tocca al Sudan. da spartirsi nella sua interezza.

Darfur

Dell’Algeria ricordo un meravigliosa festival della Gioventù e degli Studenti cui convennero migliaia di giovani da tutti i continenti, sempre all’insegna del non allineamento e dell’antimperialismo. In tutti i due casi, i popoli attraversati e conosciuti mi hanno lasciato un’impronta di civiltà, umanità, generosità, passione patriottica, maturità intellettuale, coscienza antimperialista. Se misurati con i parametri che vanno per la maggiore nell’Occidente delle glorie capitaliste ed esportatrici di civiltà col ferro, col fuoco e con il liberalismo multinazionale, i governi di questi due più grandi paesi del Continente non superano la soglia del 5 su 10 per le organizzazioni transnazionali e del 2 su 10 dei media d’avanguardia, destri, sinistri e trotzkisti criptodestri che siano. E sicuramente anche ognuno di noi, come del resto, la parte in buonafede dei protestatari, avrebbe qualcosa da ridire se ci riferiamo al mondo platonico delle idee e trascuriamo le deformazioni subite nei secoli del colonialismo e il retaggio tribale millenario. E visto anche che, come nell’Egitto di Mubaraq, qualche buona ragione serpeggiava tra i manifestanti, prima che si inserissero Soros, la NED, la Cia e compagnia complottante. Resta in ogni caso, dal punto di vista politico e geopolitico, una norma irrinunciabile: meglio un governo anticolonialista e antimperialista, buono o cattivo che sia, di un governo succube o fantoccio del colonialismo-imperialismo, comunque la peggiore delle fetenzie per la sua gente. “Il manifesto” inverte il principio e sappiamo cos’è.

Mali, Ciad, Niger, RCA e tutto il Sahel sono sotto la ferula degli scarponi, dei terroristi lì seminati, dei militari e delle imprese estrattive francesi. La Libia è stata  sistemata da tutti noi.  Solo l’Egitto, nell’area, è sfuggito fortunosamente al cappio dei Fratelli musulmani (ma non al loro terrorismo). Sudan e Algeria figurano ora sulla lista delle priorità africane. Hanno colpe gravissime: non si sono mai schierati con le guerre occidentali  di liberazione degli arabi , trattengono buoni rapporti con Cina e Russia e, in una forma o nell’altra, insistono a inalberare il vessillo dell’autodeterminazione.

Sudan,  peccato mortale: non aver condiviso l’assalto a Iraq, Libia, Siria

Le bandiere dei “ribelli”

Dopo una secolare, feroce e predatoria occupazione dei britanniciil Sudan guadagna l’indipendenza formale nel 1956. Seguono alcuni regimi militari proconsolari sotto egida di Londra e poi, nel vento dal panarabismo antimperialista e di tendenza socialista, il nasseriano generale Jafar Nimeiry prende il potere e lo tiene fino al 1986 quando, nel contesto di una forte crisi economica, arriva l’ennesimo protetto di Londra, l’islamista conservatore e filoccidentale Sadiq al Mahdi. Tutto bene per l’Occidente finchè, nel 1989, ancora con un sollevamento e successivo colpo di Stato, prende il potere un altro generale, stavolta islamista, Omar al Bashir, che riporta il paese sulla traiettoria anticolonialista e perciò viene bombardato e sanzionato da Obama. La vendetta si consuma nel 2011, quando una guerra civile dalle centinaia di migliaia di morti, corona le cospirazioni di missionari cattolici, Israele e Usa e porta alla secessione del Sud, nuovo Stato fantoccio dell’Occidente. Inevitabile l’esito di una guerra tribale per il controllo dei giacimenti che dura da allora e ha fatto del Sud Sudan uno Stato fallito, se non per il contrabbando degli idrocarburi. All’occidente va bene così.

Con particolare fervore si dedicano al movimento di protesta, spuntato in Sudan nell’aprile scorso, che, ottenuta la rimozione del vecchio al Bashir, ora contesta il processo di transizione voluto dai militari per mantenere in piedi le istituzioni e arrivare  in tempi ragionevoli a un governo di riconciliazione. Il movimento non ci sta e vuole imporre subito un governo di civili a prescindere da elezioni. Soffiano sul fuoco da noi due giornali che si definiscono altri, il “manifesto” e il “Fatto Quotidiano” , l’uno nel segno di una politica estera che resta ancorata a quella dell’adorata Hillary Clinton, l’altro intrecciato a ogni prevaricazione imperialista. Ovviamente, nel deprecare il “malgoverno” e la crisi economica del paese, nessuno accenna al sabotaggio delle solite, micidiali sanzioni occidentali. La chiave d’interpretazione è applicata al Venezuela.

Algeria, peccato mortale: la vittoria sul colonialismo

Padri della patria: Ben Bella e Boumedienne

Dell’Algeria sappiamo qualcosa di più. Più vicina geograficamente, ma anche socialmente (tanti immigrati) e politicamente, in virtù dell’esemplare, lunghissima lotta di popolo  per cacciare i dominatori francesi, dal 1954 al 1962, e liberarsi di uno dei più sanguinari dominii coloniali di tutti i tempi. Lotta che ha innescato molte altre rivoluzioni anticoloniali e che è stata degnamente celebrata dal film di Pontecorvo “La Battaglia di Algeri”. Governata dall’indipendenza del 1962 ad oggi dalla forza che ne aveva guidato la lotta, il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), a partire dai due padri della patria, Ben Bella e Boumedienne, l’Algeria, incomparabilmente più libera ed emancipata di altri regimi del Sud del mondo, è rimasta fino ad oggi sotto un governo, sì, civile, ma fortemente condizionata dai militari. Come in altri paesi usciti dal sottosviluppo, i militari costituiscono l’unica forza unificante nazionale, in grado, a seconda dei casi, di opporsi o di sottomettersi al revanscismo dell’antica potenza coloniale. Nella fattispecie dell’Algeria, seppure con un sistema istituzionale che è andato sclerotizzandosi e corrompendosi, il governo è riuscito a sbaragliare due tentativi coloniali di regime change. Negli ’90 quello dei Fratelli Musulmani, eterna quinta colonna del neocolonialismo e, per tutto l’arco dell’indipendenza, la sovversione filofrancese della minoranza berbera. Cara al “manifesto” e agli altri “liberaldemocratici” quanto i curdi amerikkkani di Siria.

Africa del Nord: arrivano Gene Sharp e Otpor

In entrambi i paesi, entrambi con strati di società tra i più evoluti della regione, ma ora percorsi dai fermenti del processo di destabilizzazione teorizzato de Gene Sharp e messo in atto ovunque dagli specialisti serbi di Otpo, sono evidentissimi i segni rivelatori di una cospirazione colorata. Un’ organizzazione perfettamente pianificata, con tendopoli di tende nuovissime spuntate da chissà dove, rifornimenti di vettovaglie e mezzi di comunicazione, trasporti da tutto il paese, una sloganistica e iconografia (immancabile il pugno di Otpor nelle sue varie soluzioni grafiche) curiosamente uniforme e uguale di paese in paese, un’attivazione sincronizzata e massiccia dei social media, ridiffusi in tutto l’Occidente. Atteggiamenti vantati pacifici all’inizio, con un tasso crescente di provocazioni nei confronti delle forze dello Stato, polizia e militari, con tanto di cecchini che tirano sia sui manifestanti che sulle forze dell’ordine, per poter poi denunciare repressioni che, al di là della realtà, nei media diventano subito “il bagno di sangue del dittatore”. L’obiettivo è l’azzeramento totale delle basi istituzionali del paese, costituzione compresa, il collasso economico e il conseguente caos. Ovviamente imputato al “regime”. Plastica rappresentazione ne  è stata Maidan a Kiev.

 Pugni di Otpor a Khartum

Sia in Sudan che in Algeria i manifestanti utilizzano le stesse modalità di mobilitazione e comunicazione. In Sudan, tolto di scena dai militari Omar el Bashir, per trent’anni al potere, a dispetto dei bombardamenti di Obama e delle trame che hanno portato via al paese la parte afro-cattolica zeppa di petrolio e altre risorse, l’organismo dei manifestanti, “Forze per la libertà e il Cambiamento” (FCC), ha occupato per due mesi il piazzale antistante la sede dell’esercito, ora del Consiglio Militare di Transizione (MTC). Incoraggiato dall’espulsione del Sudan dall’Unione Africana, ente dopo la caduta di Gheddafi a disposizione di ogni diktat interventista occidentale, il FCC ha interrotto ogni dialogo finalizzato a concordare un periodo di transizione di alcuni mesi per arrivare a un potere diviso tra civili (tra i quali sono presenti i redivivi Fratelli Musulmani) e militari, esigendo un impossibile passaggio immediato a un governo interamente di civili. Un governo dettato dalla sedizione.

Nello stallo è intervenuta a fianco dei rivoltosi un’organizzazione armata clandestina, Il “Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese-Nord” (SPLM-N), spezzone di quel SPLM comandato da un generale sudanese passato agli ordini della Cia, John Garang, che condusse la guerriglia culminata con la secessione del Sudan del Sud. Inevitabile, forse,  la risposta dell’MTC, con lo sgombero violento del piazzale, definito covo di criminali, spacciatori e prostitute (cosa accertata anche a Tien An Men). I media occidentali , che denunciano il triplo delle vittime rispetto al dato delle autorità, e il papa si aspettavano forse l’intervento dell’Esercito della Salvezza. Del resto, pur registrata la vittoria nel Sud, il Vaticano ha di che lamentarsi del Sudan. Fino alle nazionalizzazioni di Nimeiry, i missionari comboniani (quelli di Zanotelli) avevano controllo e gestione del sistema sanitario e dell’apparato scolastico del paese. Con Nimeiry si è passati ai laici e, con Bashir, agli islamici.

Dopo il Sud, altri cinque regioni da spartirsi tra i revenants

Quello a cui dovrebbe portare la rivolta sudanese è un vecchio progetto formulato dagli anglosassoni e da Israele fin dai giorni dell’indipendenza. Dopo la separazione del Sud, quelle del Darfur, del Kordofan, della Nubia e del Nilo Blu, la divisione del grande paese multietnico e multi confessionale in cinque frammenti. Irrinunciabili sono, per i globalisti del neocolonialismo, i tesori del Sudan che controlla il tratto più lungo del Nilo. In primis petrolio, acqua, agricoltura. O il paese si stabilizza nelle condizioni attuali, con dalla sua Russia, Cina e gli arabi anti-Fratelli Musulmani. O entrano in campo anche militarmente gli ispiratori della rivolta, Usa, Nato, Qatar e Turchia. Male che vada, il caos di lunga durata.

Seppure parecchio attenuata, la mobilitazione di massa algerina dura da marzo. Con esattamente le stesse caratteristiche di quella del Sudan e dei suoi precedenti. L’obiettivo iniziale, condivisibile da chiunque, di un alt al quinto mandato del presidente Bouteflika, sopravvissuto della generazione rivoluzionaria, ma ridotto all’incapacità fisica e politica da anni, è stato subito recepito dai capi delle Forze Armate. A Bouteflika è stato imposta la rinuncia e nei confronti dei manifestanti, guidati dai partiti e sindacati d’opposizione, con in prima fila le formazioni della Kabila (berberi), le istituzioni hanno mantenuto, a dispetto delle bufale dei media, un atteggiamento di eccezionale moderazione. Con in mano il potere effettivo, quello insostituibile dell’unico apparato in grado di sostenere l’unità del paese e opporsi a manovre esterne, il capo di Stato Maggiore Gaid Salah, e il presidente ad interim Bensalah, già presidente del Senato e quindi titolare legittimo della carica, hanno ripetutamente proposto ai manifestanti libere elezioni presidenziali. Prima per il 4 luglio e successivamente, vista l’inspiegabile rifiuto di coloro che rivendicano maggiore democrazia, in altra data. Ma chi guida la rivolta non ne vuole sapere. Tutto subito ai civili è nient’altro che l’opzione colpo di Stato.

Otpor in Algeria

Tra i manifestanti,  visibilmente omologhi alle altre rivoluzioni colorate, e le Ong dei “diritti umani”, spuntate come funghi e attivissime (tanto che si è proceduto all’arresto di alcune di dichiarata matrice estera), appare preferita l’opzione di un sempre più intenso scontro con le istituzioni e il dettato costituzionale, a elezioni del cui esito non hanno affatto certezza. E già questo, oltre ai sempre ricorrenti paraphernalia e gadgetistica di Otpor ci chiarisce le forze in campo.

Le conclusioni sono le stesse che valgono per il Sudan e, in questa fase, anche per Hong Kong e per il Kazakistan, dove un vecchio arnese della delinquenza finanziaria, bancarottiere inseguito da procure di vari paesi, il noto Ablyazov, marito della presunta martire di Alfano, Shalabayeva, prova a dirigere da Parigi una microcrivoluzione colorata dopo che il nuovo presidente aveva vinto le elezioni con oltre il 70%. Strati ansiosi di neoliberismo e di forte accentuazione delle disuguaglianze sociali a proprio favore, grazie al turbo capitalismo marca Usa e UE, sono mandate allo sbaraglio dal concorso di multinazionali bulimiche e livellatori della globalizzazione. Dato che il pretesto dei diritti umani non è credibile in chi né è il massimo violatore, ecco che i pretesti veri sono, oltre all’eterno dittatore, i buoni rapporti di questi paesi con Russia e Cina. La cui Via della Seta e Organizzazione di Cooperazione  di Shanghai hanno allargato il raggio d’azione e risultano assolutamente detestabili ai globalisti dell’unica potenza mondiale. Quella “eccezionale”.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:59

75° DELLO SBARCO IN NORMANDIA ——— L’UN POPOLO E L’ALTRO SUL COLLO VI STA

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/06/75-dello-sbarco-in-normandia-lun-popolo.html

MONDOCANE

SABATO 8 GIUGNO 2019

https://www.youtube.com/watch?v=vZmWlQfFuMk  dedicato agli innominabili

Lo sbarco

Vittorie, liberazioni, processi

Nei giorni scorsi, in Normandia, rianimando un po’ di vecchietti scampati al pianificato massacro e ciononostante belli giulivi, con in testa il basco e sul petto la spilletta di reduce, hanno iniziato alla grande a scassarci quanto è particolarmente caro a noi e prezioso alla continuità della specie minacciata. E diabolicamente persevereranno quando, dallo sbarco, l’anno prossimo, passeranno al settantacinquesimo della “vittoria”. Da noi, in mancanza di quella,  si blatererà di “Liberazione”, che è come dire bravo a chi ha raso al suolo Montecassino. Indi, un altro anno, ottobre 1946, fanfare, piatti e timpani per la celebrazione del primo processo chiamato “Giustizia”, inflitto dal vincitore al vinto, dal bene assoluto al, per antonomasia, “male assoluto”.

Da lì in poi, come sappiamo, non passa anno che non vi sia occasione per celebrare la ricorrenza di un qualche glorioso effetto della “vittoria”. Tipo l’UE, con concomitante fine di un’obsoleta forma di democrazia costituzionale antifascista e della pericolosamente nazionalista autodeterminazione dei popoli; tipo Nato, che ci permette di diffondere i suddetti principi a un universo mondo preda di fobie anti-occidentali; tipo mercato, addetto a una più felice distribuzione della ricchezza, come già sperimentata in forme meno radicali nella migliori tradizioni della civiltà umana: feudali, imperiali, coloniali. E non ci sarà celebrazione  nella quale non si onorerà anche il magistero della Chiesa, sempre e comunque patrocinatrice di ogni forma di processo che irrobustisca i forti e nobili.

Il processo di Norimberga era quella fantasiosa innovazione post-giuridica (come c’è il post-fascismo, c’è pure il post-diritto), che in inglese viene chiamata “Kangaroo Court”, tribunale del canguro, probabilmente perché nel marsupio il soggetto porta già bell’e pronte le sentenze dell’addomesticatore. Ha poi figliato efficaci succedanei sotto forma di Tribunale Penale Internazionale per la Jugoslavia, o per il Ruanda, o Corte Penale Internazionale (riservato ai soli umani di colore scuro), o, ancora, i Grandi Giurì segreti statunitensi, tipo quello che tiene in carcere quella capocciona di Chelsea Manning, finchè non testimonia contro il “traditore e spione Assange”. Incombenza che le verrà risparmiata quando il trattamento riservatogli prima dagli ecuadoriani e poi dai servizi britannici avrà ottenuto lo scopo: la scomposizione fisica di Assange.  Ma anche alcune magistrature italiane vi si sono ispirate, come è venuto a galla in questi giorni.

Giudici e giudicati

Accantonando per l’occasione il nostro disprezzo e dispetto per fascismi  e nazismi (quanto le loro eredità di dittature non più in orbace e campi di concentramento, ma psicotropiche, con tanto di campi di internamento mentali), dobbiamo attribuire a chi si è ispirato a dadaisti come Duchamp, o surrealisti come Breton, la scelta dei padrini di certi processi. Come quelli in cui le accuse a generali e bonzi del nazismo venivano da giureconsulti  del livello di Churchill, che a milioni di cittadini inermi in Iraq, India, Dresda, aveva insegnato il diritto a forza di bombe e gas tossici. O come dai successori di un Napoleone che aveva, sì, portato il Codice e l’emancipazione laica al resto d’Europa, ma a costo di ridurre al lumicino la popolazione maschile francese dai 15 ai 70 anni; o di quelli del Mayflower che, per portare il diritto all’America e al resto del mondo, dall’eliminazione dei nativi sono passati alla media di una guerra all’anno al resto del mondo.

Sia come sia, non si può negare che Trump, Macron e la May in via di dissoluzione, in Normandia abbiano tratto dallo sbarco vittorioso la certezza, primo, che l’Unione Sovietica – e oggi la Russia – non c’entra nulla in tutto questo, sebbene si vanti di aver sacrificato 27 milioni di suoi cittadini e sconfitto la Germania quando il D-Day era ancora di là da essere concepito. Del resto i morti mica si contano, si pesano. Un conto sono quelli dei paesi civili. Un conto gli altri. E cosa sono le 148,3 le vittime russe su 1000 abitanti, 95,1 le tedesche, rispetto alle 3,1 Usa, le 7,6 britanniche e le 13,4 francesi? Dice, già, ma sono i tedeschi ad aver incominciato. Intanto non è proprio del tutto vero, ma c’è anche chi ha contribuito a dargli la forza per farlo. Come per esempio, Wall Street e sue banche e imprese come Ford, General Motors, Du Pont, ITT e altre, tutte statunitensi. Hanno tutti collaborato a fare di World War II il più bel fuoco d’artificio della storia umana.

Una storiografia come i vangeli, una cronaca come le tavole di Mosè

Vabbè, ognuno si guardi in casa sua e, come ci informa la Storia, di cui si sa chi la scrive e su quale pelle viene scritta, quella tedesca, o italo-tedesca, era indubbiamente la casa che andava rasa al suolo, per essere poi ricostruita “più bella e più superba che pria”. E visto che c’erano, anche quella di tutta Europa. Ed ecco  che ci siamo goduti settant’anni di pace, osservando dall’alto le macerie fumanti della Jugoslavia (che c’entra, era fuori dall’UE e pure socialista) e lasciando che furori bellici si scatenassero, ma lontano da noi, seppure spesso con il nostro fattivo contributo in armi e salme, sempre per diffondere la pace e quel diritto che era germogliato da Norimberga. Corea, Vietnam, Palestina (per interposti terzi), America Latina, Caraibi, Cambogia, Laos, Somalia, Iraq, Libia, Siria, prossimamente Iran, Venezuela, Russia, Cina. E dove l’ordine democratico poteva essere ristabilito evitando terrorismi, invasioni e bombe, ecco che si procedeva sul velluto, con rose, gelsomini e altre inflorescenze colorate: Georgia, Ucraina, Kirghizistan, Libano, Honduras, Egitto, DDR, Tien An Men, Budapest. E ora Algeria, Sudan, paesi, questi,  sotto regime change, sui quali le solite disossate pseudoradicalsinistre cadono nelle più scontate e grossolane trappole allestite dai colonialisti….

Fedeli alla linea

Gli inconsapevoli vegliardi in basco, tremolanti sull’attenti a Caen, ma più sinceri di qualsiasi loro commilitone con più di un grado sul braccio o una stella sulle mostrine, e i del tutto consapevoli Trump e soci, hanno di che vantarsi della missione condotta dai loro predecessori  e oggi da loro portata avanti. Dalle spiagge imbiancate dagli ossi di seppia e di uomo della Normandia, possono guardare a un continente liberato ed evolutosi a immagine loro e di dio. Saggi piovuti dal cielo dei management supergalattici, ci dicono da Bruxelles cosa fare, dire, pensare, amare, detestare. Noi li confortiamo ogni cinque anni con un voto che i loro missi dominici locali ci consentono di dare e ci consigliano di indirizzare, anche a forza di odorose fritture di pesce. E in tal modo che da noi ha potuto fiorire una classe dirigente omologa, perfettamente rispondente agli auspici scaturiti dagli sbarchi, con tutti i suoi presidenti (tranne uno), tutta la sua magistratura (tranne forse una dozzina di PM), tutti i suoi media (tranne mezzo) in linea.

L’uomo e la società nuovi

Ma non solo politica e istituzioni. Magnifiche e progressive se ne sono sparse per l’Europa società e cultura. Un rinnovamento e rilancio di civiltà. Lucky Luciano, in diretta dalla New York dei Gambino, dalla Chicago degli Al Capone, giunto sulla scia di un altro sbarco glorioso, in Sicilia, ha proposto e fatto realizzare una nuova forma di coesione sociale, di solidarietà e fratellanza umana. Tutta proiettata sulle opere di emancipazione e progresso. Ne è uscita, in fattiva sinergia, la classe dirigente più illuminata e perspicace d’Europa. Una società dell’armonia tra le sue componenti destrosinistre e di perfetta aderenza al paradigma formulato al momento di quegli storici sbarchi. Non stupiamoci, dunque, semmai sbigottiamoci, se ci capitano dinastie, se non arcaicamente di sangue, modernamente di destinazione d’uso,  come quelle degli Andreotti, Renzi,  Napolitano, Salvini. A proposito di quest’ultimo, può succedere perfino a un Saviano di dire una cosa giusta, ricordate…..

Culture e popoli sul collo

Forme e contenuti innovano su schemi logorati dal tempo: niente cappuccetto rosso, ma Barbie, basta col lupo cattivo, Mazinga. E la favolistica che costituiva la narrativa di formazione delle nostre infanzie assume quel carattere concreto, realistico e pedagogico  a Hollywood, fucina di cultura, dove la plebe lavoratrice vivacchia residuale nelle sole pellicole di un vecchio fissato inglese. Nuovi portatori di giustizia e libertà sono gli LGBTQI e nei videogiochi si vince sfoltendo l’umanità a colpi di spada o pallottola e allargando gli spazi ai buoni. E se prima per farti una giocatina alla roulette, e spararti in frak sulla gradinata del casinò dopo la rovina totale, oggi scommesse e giochi ce li hai a ogni angolo e di azzardo ti puoi strafare perfino a casa, online. E poi, non è forse meglio del vaiolo la ludopatia?

Quanti turbamenti e cambiamenti da assimilare nel corso dei secoli quando sopra ci passavano, perlopiù predando e bruciando, goti, longobardi, turchi, unni, borboni, francesi, austroungarici, germani (unici a comportarsi bene, greci e arabi, toh!). Poi, assunto il peso dell’unità nazionale, abbiamo, da soli, sbagliato un po’ tutto, sia come colonialisti, sia nella scelta tra perdenti e vincitori. Ma poi, un bel giorno del 1945, ci siamo detti liberati. Procedendo con coerenza, c’è chi pensa a liberarci anche dall’unità.

Alessandro Manzoni, lamentando che un popolo, i longobardi, e l’altro, i franchi, ci stavano sul collo, denunciava quella che allora, pure, era detta liberazione: non liberati dagli uni e, in compenso, dominati dagli altri. A lui pareva brutto, ma eravamo nell’800. Oggi tra Usa, UE, Nato e Vaticano, di liberatori sul collo ne abbiamo tanti. E stiamo benissimo. Viva il 75°!

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:56

Incursione notturna No Tav over 70 (tranne una) dentro al cantiere!

http://www.notav.info/post/incursione-notturna-no-tav-over-70-tranne-una-dentro-al-cantiere/

post — 7 Giugno 2019 at 01:21

Da molti anni oramai lo affermiamo, lo abbiamo altresì dimostrato in centinaia di modi diversi e, nonostante questo, continua ad esserci chi cerca di fare affari sulle nostre vite e sulla nostra terra: noi ci siamo, non molleremo mai!

Questa sera alcuni No Tav dai capelli grigi insieme ad una giovane hanno approfittato di una delle numerose falle nella sicurezza del cantiere  (fermo da oltre un anno ma trasformato in luogo di confino per polizia e carabinieri a monitorarne i recinti) per fare un giro dentro al cantiere.

Armati di striscione e di tutto il necessario per passare la notte in gattabuia hanno sfidato la sicurezza del sito strategico nazionale e raggiunto l’obiettivo sperato, il cuore del cantiere tanto amato da imprenditori senza scrupoli e politici di tutti i colori.

Ovviamente la loro presenza non ha gratificato i solerti difensori dell’ordine costituito che li hanno identificati e denunciati.

Nessuna pace per chi vuole distruggere la nostra terra.

L’estate è lunga da passare (per voi), noi non ci stancheremo mai!

Avanti No Tav