4 Novembre, vedi Napoli e poi muori.

Dalla Cesarina Branzi su Nato e Italia

Napoli, e non Roma, è stata al centro della Giornata delle Forze Armate. Sul Lungomare Caracciolo sono sfilati 5 battaglioni. Ma il pezzo forte è stata l’area espositiva interforze, che ha richiamato per cinque giorni in Piazza del Plebiscito soprattutto giovani e bambini. Essi hanno potuto salire a bordo di un caccia, guidare un elicottero con un simulatore di volo, ammirare un drone predator, entrare in un carrarmato, addestrarsi con istruttori militari, per poi andare al porto a visitare una nave da assalto anfibio e due fregate missilistiche. Una grande “Fiera della guerra” allestita con un preciso scopo: il reclutamento. Il 70% dei giovani che vogliono arruolarsi vive nel Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia dove la disoccupazione giovanile è del 53,6%, rispetto a una media Ue del 15,2%. L’unico che offre loro un’occupazione “sicura” è l’esercito. Dopo le selezioni, il numero dei reclutati risulta però inferiore a quello necessario. Le forze armate hanno bisogno di piú personale, perché sono impegnate in 35 operazioni in 22 paesi, dall’Europa orientale ai Balcani, dall’Africa al Medioriente e all’Asia. Sono le “missioni di pace” effettuate soprattutto là dove la Nato sotto comando Usa ha scatenato, con l’attiva partecipazione dell’Italia, le guerre che hanno demolito interi Stati e destabilizzato intere regioni. Per mantenere forze e armamenti adeguati – come gli F-35 italiani schierati dalla Nato in Islanda, mostrati dalla Rai il 4 novembre – si spendono in Italia, con denaro pubblico, circa € 25 miliardi annui. Nel 1918 la spesa militare italiana è salita dal 13° all’11° posto mondiale, ma Usa e Nato premono per un suo ulteriore aumento in funzione soprattutto dell’escalation contro la Russia. Lo scorso giugno il governo Conte 1 ha “sbloccato” € 7,2 miliardi da aggiungere alla spesa militare. Lo scorso ottobre, nell’incontro del premier col segretario generale della Nato, il governo Conte II ha assicurato l’impegno ad aumentare la spesa militare di circa € 7 miliardi a partire dal 2020 («La Stampa», 11 ottobre 2019). Si sta cosí per passare da una spesa militare di circa € 70 milioni al giorno a una di circa 87 milioni al giorno. Denaro pubblico sottratto a investimenti produttivi fondamentali, specie in regioni come la Campania, per ridurre la disoccupazione a partire da quella giovanile. Ben altri sono gli “investimenti” fatti a Napoli. Essa ha acquistato un ruolo crescente quale sede di alcuni dei piú importanti comandi Usa/Nato. A Napoli-Capodichino ha sede il Comando delle Forze navali Usa in Europa, agli ordini di un ammiraglio statunitense che comanda allo stesso tempo le Forze navali Usa per l’Africa e la Forza congiunta Alleata (Jfc Naples) con quartier generale a lago Patria (Napoli). Ogni due anni il Jfc Naples assume il comando della Forza di risposta Nato, una forza congiunta per operazioni militari nell’«area di responsabilità» del Comando Supremo Alleato in Europa, che è sempre un generale Usa, e «al di là di tale area». Nel quartier generale di Lago Patria è in funzione dal 2017 l’Hub di direzione strategica Nato per il Sud, centro di intelligence, ossia di spionaggio, concentrato su Medioriente e Africa. Dal comando di Napoli dipende la Sesta Flotta, con una base a Gaeta, che – informa la vice-ammiraglia Usa Lisa Franchetti – opera «dal Polo Nord fino al Polo Sud». Questo è il ruolo di Napoli nel quadro della Nato, definita dal presidente Mattarella, nel messaggio del 4 novembre, «alleanza alla quale dobbiamo liberamente scelto di contribuire, a tutela della pace nel contesto internazionale, a salvaguardia dei piú deboli e oppressi e dei diritti umani» (M. Dinucci, «il manifesto», 05.11.2019).

[Da notare le parole tanto untuose quanto stomachevoli di Mattarella: abbiamo «liberamente scelto» di stare nella Nato? Cosa? Dopo la sconfitta nella II Guerra mondiale e la collocazione dell’Italia nell’area di influenza Usa, ossia sub Stati Uniti? E ci stiamo «a salvaguardia dei piú deboli e oppressi», etc.? Come? Con il ruolo che ha avuto, e ha, la Nato – anche dopo la fine dell’Urss, contro cui falsamente era stata costruita, e, anzi, poi ancor di piú – di manus delle operazioni imperiali degli Stati Uniti in Europa e in tutto il mondo? Con la componente delle truppe italiane che fanno dovunque da “ascari” degli Usa? E intanto anche il sopradetto intervento di Dinucci fa ri-vedere appieno (ancora una volta) che funzione di base strategica ha l’Italia per gli Usa e che posizione di subalternità funzionale ha l’Italia. La fuoriuscita dalla Nato, alias da questa abietta sottomissione agli Usa, è cum-sostanziale alla fuoriuscita dall’abietta sottomissione all’Ue/euro. Ma, se un certo dibattito riguardo a Ue/euro c’è, sulla questione Nato/Usa vige il pieno silenzio. M:M.]

APPELLO DELL’INTERNATIONAL ACTION CENTER PER LA LOTTA ALLE SANZIONI USA, inoltrato da Sara Flounders

 

Le sanzioni vengono imposte dagli Stati Uniti e dai suoi soci minori contro paesi che si oppongono al loro ordine del giorno. Si tratta di armi della Guerra Economica che producono carenze croniche di necessità di base, delocalizzazioni economiche, iperinflazione caotica, carestie indotte, malattie, povertà. In ogni paese sono i più poveri e i più deboli – bambini, minori, malati cronici, anziani – a subire il peggiore impatto delle sanzioni.

Le sanzioni imposte dagli USA violano il diritto internazionale e sono strumenti per i cambi di regime. Coinvolgono un terzo dell’umanità in 39 paesi. Sono un crimine contro l’umanità utilizzato, al pari degli interventi militari, per rovesciare governi e movimenti che hanno il sostegno popolare. Forniscono appoggio economico e militare a forze di destra subalterne agli USA.

Il dominio economico degli USA e le sue oltre 800 basi in tutto il mondo esigono che tutti gli altri paesi partecipino alle azioni di strangolamento economico. Devono porre fine a tutti i normali rapporti commerciali, se non vogliono trovarsi puntata contro l’artiglieria di Wall Street. Le banche e le istituzioni finanziarie responsabili della devastazione delle nostre comunità a casa, guidano il saccheggio degli altri paesi.

Molte organizzazioni hanno combattuto da tempo le sanzioni e le guerre economiche. ORA abbiamo l’opportunità di unire gli sforzi per far crescere la consapevolezza di questo cruciale problema.

La nostra campagna allargata comprenderà proteste e manifestazioni, pressioni, petizioni e tutte le forme di impegno comunicativo..

Come passo iniziale di questa campagna sollecitiamo mobilitazioni e attività di informazione-formazione da organizzarsi in vista della Giornate d’Azione Internazionale contro le Sanzioni e la Guerra Economica degli Stati Uniti, nei giorni 13-15 marzo 2020.

PER FAVORE VOGLIATE AGGIUNGERE LA VOSTRA ADESIONE E AIUTARE A DIFFONDERE L’APPELLO

Sanctions are imposed by the United States and its junior partners against countries that resist their agendas.  They are a weapon of Economic War, resulting in chronic shortages of basic necessities, economic dislocation, chaotic hyperinflation, artificial famines, disease, and poverty.  In every country, the poorest and the weakest – infants, children, the chronically ill and the elderly – suffer the worst impact of sanctions.

US imposed sanctions, violate international law and are a tool of regime change. They impact a third of humanity in 39 countries.  They are a crime against humanity used, like military intervention, to topple popular governments and movements.   They provide economic and military support to pro-US right-wing forces.

The US economic dominance and its +800 military bases worldwide demands all other countries participate in acts of economic strangulation.  They must end all normal trade relations, otherwise they risk having Wall Street’s guns pointed at them.  The banks and financial institutions that are responsible for the devastation of our communities at home drive the plunder of countries abroad.

Many organizations have been fighting Sanctions and Economic War for some time.  NOW is an opportunity to combine efforts to raise consciousness on this crucial issue.

This broad campaign will include protests and demonstrations, lobbying, petition drives and all forms of educational efforts.

As an initial step for this campaign we encourage mobilizations and educational efforts to be organized for the International Days of Action against US imposed Sanctions and Economic War on March 13-15.

Please add your endorsement and help spread the word

Un Paese in malora che spende 14 miliardi per i caccia F-35.

https://comedonchisciotte.org/un-paese-in-malora-che-spende-14-miliardi-per-i-caccia-f-35/?fbclid=IwAR2GO7XsCV0hllnbuoxIoq_3mw0KHk1u9o6OC-Q1p4ifhSY4eKhGGZzCnUY

Come Don Chisciotte – Controinformazione – Informazione alternativa

DI TOMMASO DI FRANCESCO

ilmanifesto.it

In un Paese che frana e va in malora il governo decide di spendere 14 miliardi di euro per i caccia F-35. Che non ci serviranno a nulla perché Haftar in Libia ci abbatte i droni quando vuole e chiunque ci piglia per i fondelli. Favori che facciamo a Trump, che non ce ne fa nessuno, per presentarci con l’abito della festa al vertice Nato di Londra. Ma i 5-S non erano contrari agli F-35? Ora voterebbero qualunque cosa pur di restare in sella.

Alberto Negri

Fonte: www.facebook.com

30.11.2019

Con gli F35 il governo va a «caccia»

Un’Italia che frana ovunque, che non trova risorse per le scuole che crollano, che fatica a trovare fondi per la sanità pubblica, sulle armi non si tira indietro dallo spendere almeno 14 miliardi

Volete una prova dei «valori cristiani» occidentali dei quali i leader europei e quelli italiani si riempono la bocca? Papa Francesco, non ha ancora fatto in tempo a rientrare dai luoghi dell’Olocausto nucleare, Hiroshima e Nagasaki, dove ha accusato apertamente di immoralità e criminalità il possesso e l’uso di armi atomiche e di ipocrisia i «Paesi europei che parlano di pace ma vivono di armi», che il governo di svolta, il Conte 2, per bocca del ministro della difesa Guerini annuncia, con l’avvio della «fase 2», l’acquisto dei cacciabombardieri F-35. Nonostante sia un’arma che prevede il first strike, il primo colpo d’offesa (un “colpo” all’articolo 11 della Costituzione), e che può montare atomiche – ce ne abbiamo ben 70 a Ghedi e ad Aviano, a proposito di ambientalismo. Via dunque alla «fase 2», al modico costo di circa 130 milioni di euro per ciascun cacciabombardiere, per un totale di circa 14 miliardi di euro (più spese incalcolabili per aggiornamento software e gestione) relativo ai circa 90 caccia che il governo italiano ha deciso di acquistare.

È un’Italia che, sotto gli occhi di tutti, frana ovunque, che manca di infrastrutture, che necessita di investimenti massicci nel riordino del territorio, nella salvaguardia e bonifica ambientale (l’Ilva e non solo) che valgono lavoro per generazioni; un’Italia che non trova risorse per le scuole che crollano, che in estate brucia e non ha gli idrovolanti per spegnere gli incendi, che fatica a trovare fondi per la sanità pubblica…

Ma sulle armi, che portano distruzione, morte e devastazioni umane e ambientali – anche di ritorno, a cominciare dalla disperazione dei profughi -, non si tira indietro dallo spendere almeno 14 miliardi (se dicono «ma spalmati negli anni», vuol dire per condizionare le scelte anche in futuro); mentre è evidente che la spesa militare sottrae fondi alle altre risorse a disposizione. Da tenere presente il fatto che per il bilancio alla difesa l’Italia, pur in difficoltà a raggiungere subito il 2% del Pil come da richiesta pressante di Trump, si precipita però a corrispondere in tempi brevi ai desideri della Casa bianca trovando, oltre ai già impegnati 25 miliardi euro all’anno, ben altri 7 miliardi di euro: così invece di 70 milioni di euro in media al giorno per le spese militari, adesso ne spenderemo 86 di milioni in media al giorno. Fedele alle richieste atlantiche arrivate con il segretario di Stato Usa Mike Pompeo in vacanza romana nemmeno due mesi fa; e con il suggello dalle parole con cui Trump ha salutato a metà ottobre il presidente Mattarella in visita a Washington: «L’Italia è un partner chiave e irrinunciabile del programma F-35». Per il manifesto che dal 30 maggio 2002, da quasi 17 anni, denuncia questa assurdità, non è una sorpresa ma una amara conferma.

Perché c’era un volta la mozione del deputato Pd Scanu, con la quale il governo italiano sospendeva ogni avvio del programma di acquisto degli F35 sulla base di una reale valutazione sull’utilità, sui costi, sui guasti macroscopici del sistema d’armi in oggetto. Tutto questo non solo non c’è mai stato, ma sulla scia dell’ossequio atlantico a Cameri si è installata una fabbrica che produce, a costi di investimento elevatissimi, parti decisive degli ultimi modelli F35: in sostanza, vive di commesse per un sistema d’arma da guerra nucleare: qualcosa di perfino più nocivo degli altiforni dell’Ilva. Il M5S sempre contrario a parole agli F35, approva e tace; LeU protesta e fa sapere che protesterà; ad applaudire convinta il Conte 2 che va «a caccia» c’è la Lega filo-Trump di Salvini. Mai la pace è stata così debole.

Tommaso Di Francesco

Fonte: https://ilmanifesto.it

Link: https://ilmanifesto.it/con-gli-f35-il-governo-va-a-caccia/?fbclid=IwAR240kAZer2FeOZFO_Z1UgHp78DTlZhGxJ5hPdh3WRuPqKifRFvq_4lmeEk

29.11.2019

Daniela Carrasco, i dubbi sulla morte del volto delle proteste in Cile: “El Mimo catturata dalle forze militari, torturata e impiccata”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/11/21/daniela-carrasco-i-dubbi-sulla-morte-del-volto-delle-proteste-in-cile-el-mimo-catturata-dalle-forze-militari-torturata-e-impiccata/5574409/?fbclid=IwAR14QHhaENhpj3OMPofdfW6Y_Ic33XXh4mGSO9aC0pq8GyjaXTorgTQ4GHE

Daniela Carrasco, i dubbi sulla morte del volto delle proteste in Cile: “El Mimo catturata dalle forze militari, torturata e impiccata”

Trentasei anni, Carrasco è stata trovata morta il 20 ottobre scorso, impiccata a un recinto nel comune di Pedro Aguirre Cerda nella città metropolitana di Santiago. I risultati dell’autopsia sono stati consegnati alla famiglia un mese dopo: soffocamento per impiccagione. Escluso ogni intervento di terzi. Ma la rete di attiviste e le attrici cilene lanciano accuse e chiedono chiarimenti sulla sua morte

Ufficialmente Daniela Carrasco si è suicidata. Ma dietro la morte di El Mimo, come la donna era conosciuta tra i manifestanti che da ottobre prendono parte ai cortei in Cile contro il caro dei servizi pubblici, c’è chi insiste che ci sia una storia torbida di torture e violenze perpetrate dai carabineros.

Trentasei anni, Carrasco è stata trovata morta il 20 ottobre scorso, impiccata a un recinto nel comune di Pedro Aguirre Cerda nella città metropolitana di Santiago. I risultati dell’autopsia sono stati consegnati alla famiglia un mese dopo: soffocamento per impiccagione. Escluso ogni intervento di terzi.

Ma come scrive Bio Bio Chile, la procura ha ora aperto un’inchiesta sul decesso. Mentre il coordinamento cileno di Ni Una menos ha lanciato gravi accuse attraverso i social media: “Daniela è stata violentatatorturata, violentata al punto da toglierle la vita”, hanno scritto. E anche la Rete di attrici cilene accusa: “È stata rapita dalle forze militari nella protesta del 19 ottobre”. Sul caso è intervenuto anche il deputato di Sinistra Italiana-Leu, Nicola Fratoianni, denunciando che “il silenzio della comunità internazionale è insopportabile”

DA HONG KONG A LA PAZ, TEHRAN, BAGDAD —– I RAZZISTI DELL’ANTIRAZZISMO, I FASCISTI DELL’ANTIFASCISMO, GLI ODIATORI DELL’ANTI-ODIO

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/11/da-hong-kong-la-paz-tehran-bagdad-i.htmlMONDOCANE

MERCOLEDÌ 20 NOVEMBRE 2019

 

Enrico Mentana, informato, logorroico, a volte spiritoso mio collega in Rai degli ’80-’90 e ora, da tempo, a La7 come direttore del tg, passa per essere tra i pochi giornalisti cui andrebbe tributata la qualità di obiettivo e corretto. E’ il riconoscimento che ci si illude possa essere attribuito a quelli che, anziché ratti di fogna, sono topini di dispensa: sempre al formaggio sono attaccati. Altra metafora vede gli uni come McDonalds e gli altri come Nouvelle Cuisine, sempre di discutibile alimentazione si tratta.

Specialisti tv dell’odio anti-odio

Mentana sta in un’emittente, quella di Urbano Cairo, patron del Torino di colpo assurto a notorietà e potere con l’acquisto del Corriere della Sera. La sua rete tv si era guadagnata un certo credito tra i disperati e frustrati delle tv di regime per quella scapigliatura e quell’anticonformismo che si esprimeva in trasmissioni come quelle di Sabina Guzzanti (addirittura) e di Gianluigi Paragone (doppio addirittura). Non è più così e se oggi c’è una tv di propaganda del pensiero unico, tanto disciplinato quanto assoluto, è La7.

Pensate all’ininterrotta gragnuola di colpi con cui i bombaroli di Cairo, tutti usciti da una virtuale “Scuola delle Americhe” per giornalisti, con Master negli istituti di alta formazione a Tel Aviv, radono al suolo chi sta con i 5 Stelle (quelli di un tempo), chi non lubrifica gli scivoli per migranti, chi esprime perplessità su quanto si va facendo a Libia, Siria, Venezuela o Bolivia. Sono i Navy Seals di Cairo e dell’establishment: Gruber con l’elmetto a punta del Kaiser, Formigli alto sacerdote delle Ong, il sadico Floris con la stella fissa Fornero, il più multicolore “difensore civico” Giletti, il ridanciano, ma respingente, Diego Bianchi “Zoro”, con Marco da Milano, del fu-L’Espresso, una specie di Lilli Gruber al maschile e alla matriciana…

Un non-più mitraglietta a salve

Qualcuno diceva che il non più giovane, ma sempre riccioluto, Mentana, già “mitraglietta” e ora esitante ripetitore di intercalari da smarrimento di concentrazione – eee… eee… eee…- per imparzialità e multilateralismo si elevasse sopra questa muta di odianti denunciatori di odio. Se non altro per educazione e apparente equilibrio. L’altra sera, abbandonati gli ossessivi richiami a un antisemitismo che non c’è, ma che maschera efficacemente le malefatte di un certo Stato, e di cui si occuperà a larghissimo raggio la neo-Commissione Segrè, finalizzata a riunire nel Lager tutti gli odiatori, siano antisemiti, razzisti, xenofobi, omofobi, intolleranti, novax, laziali, o complottisti, si è esibito in un tip tap di indignazione alternata a riprovazione da far vibrare gli schermi. Era mai possibile, esclamava con espressione di chi assiste a una danza del ventre di Salvini con mojito mentre pretende i pieni poteri, che l’intera stampa e diplomazia mondiale, tv e giornali e pulpiti, taccia i crimini che la Cina va commettendo contro i “ragazzi” di Hong Kong? Un silenzio tombale, delittuoso e osceno quanto quei crimini, sospirava.

E, come non bastasse tanta riprovazione, ha chiamato a rinforzare lo sdegno la nota Gabanelli, ora impegnata in un “Data Room” che però non disdegna il soccorso ai bisognosi, in questo caso al Mentana Furioso. E a tutti coloro che detestano la Cina comunista al punto da vagheggiarne la fine già inflitta al Celeste Impero, corredata di una nuova strage di 20 milioni tra cittadini e soldati, come quella  riuscita ai britannici nelle due guerre per l’oppio. Il racconto della venerata signora del giornalismo coraggioso era talmente preciso che quasi quasi pareva fosse in mezzo alla turbolenza. Sgherri trucidi e sanguinari contro bimbetti sognanti che sui bruti non facevano che lanciare fiori. Li vedete nelle immagini, dopo aver fatto a pezzi il parlamento, l’aeroporto, la metropolitana, negozi filocinesi, banche cinesi, poliziotti honkonghesi.

Hong Kong, lanciatore di frecce e colpito da freccia

Fenomenale davvero. Non so se l’equilibrato, o equilibrista, Mentana – che al contempo non ha saputo dire niente sul golpe fascio-statunitense in Bolivia e relativi eccidi di resistenti indios e impunità assicurata dalla Guaidò locale agli assassini in divisa – s’informa solo su “Topolino” o “Settimana Enigmistica” (peraltro leggermente più professionale dei main stream). Perché raramente una copertura mediatica è stata più tonitruante e unanimistica di quella dei bravi nostalgici della regina Vittoria e delle sue guerre di sterminio a favore dell’oppio. I lanciatori di frecce d’acciaio, di massi da catapulta, di ordigni incendiari, che linciano chi li rimprovera di sabotare l’isola e la sua economia, hanno avuto un coro tipo “cavalcata delle Walkirie”.

Al confronto, i Gilet gialli, al 53° evento in un anno, si sono dovuti accontentare di un rantolo svociato alla Loredana Bertè di oggi. Ci hanno assordato di peana agli eroici democratici con bandiera britannica e americana e di anatemi a poliziotti che, senza aver fatto feriti in mesi e mesi di teppismo devastatore dell’intera città, se non un manifestante che si avventava con mazza da baseball su un agente, si fossero trovati a Los Angeles (1992) vestiti da Guardia Nazionale, avrebbero già fatto 63 morti, 2.383 feriti e 12.000 arresti.

Torti e ragioni sulla bilancia tarata dai bottegai di Washington

Ma non si tratta solo di quantità. La qualità è esplicitata dalla distribuzione di torti e ragioni secondo gli standard di valutazione che vengono indicati dagli editori locali, a loro volta imbeccati dagli azionisti di maggioranza in Nato e servizi segreti. Ce lo ha insegnato, con temerarietà poi pagata duramente, il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, documentando due giornalisti europei su tre assoldati dalla Cia (ucciso nel 2017 “da un infarto”, a 56 anni e in perfetta salute, due anni dopo la pubblicazione del suo libro “Giornalisti comprati”, mai uscito negli Usa).

Non è difficile indovinare che i torti sono di pochi. Essenzialmente dei facinorosi indios boliviani, sostenitori di un caudillo indio che voleva darsi a un lusso sfrenato sfruttando, in proprio e in cooperazione con russi, cinesi e svizzeri, il più vasto giacimento di litio del mondo (cellulari, macchine elettriche, elettronica di ogni tipo). Il litio è il minerale senza il quale la quarta rivoluzione industriale, quella tecnologica, con cui i potenti pensano di sbarazzarsi definitivamente delle plebi del mondo, o almeno dei loro cervelli, fa semplicemente puff. Perché non servisse a riempire di diamanti e ville le cortigiane che affollavano i festini del corrotto Morales, per il bene del popolo l’incaricato d’affari Usa a La Paz, Bruce Williamson, aveva consegnato un milione di dollari ai capi delle varie armi e mezzo milione ai dirigenti della polizia.

Torti enormi anche e soprattutto dei Gilet Gialli, a loro volta con 11 morti, 2.448 feriti, 23 accecati e 5 mutilati, 10.000 arrestati, 3.100 condannati, 600 in galera (roba da far vergognare i poliziotti di Hong Kong), in esattamente un anno di lotta contro il buongoverno del co-imperatore europeo Macron e dei suoi predecessori.

Le ragioni, invece, sono di tanti, quasi tutte da riconoscere ai manifestanti contro “regimi” (mai “governi”) anacronistici nel loro rifiuto di globalizzazione e Usa. Ragioni equamente distribuite tra coloro che protestano contro chi non si adegua ai valori civili, politici, economici e sociali che hanno reso felice, sereno e pacifico l’Occidente democratico-liberale. E parliamo oggi di Hong Kong, Iraq, Libano, Iran, ieri di Algeria, Egitto, Sudan, Nicaragua, Venezuela. Ci proviamo un po’ affannosamente, ma con la migliore buona volontà, con la Russia basta un fuoriditesta sulla Piazza Rossa per annunciare l’imminente fine dello “zar” Putin. Finiamo con l’esaltarci di Extinction Ribellion, fomentatori semiviolenti della New Green Economy, sacrosanti teppisti nelle patrie della democrazia e dei diritti umani e perciò messi in piedi e finanziati da protettori del clima e della salute planetaria. Ci sono tutti i trilionari del mondo: George Soros, Ted Turner, Rockefeller, Bloomberg, Getty, Kennedy, Buffet, e la Global Business Coalition finanziata da Bill Gates, più molti altri paperoni comodamente alloggiati nella parte alta della classifica “Fortune” dei miliardari.

A fiancheggiare questa nuova e più grande primavera dei colorati, o stagione arcobaleno, non può mancare il pifferaio nostrano che guida quel che resta dell’armata Brancaleone pseudo-sinistra. Va ammesso che sulla Bolivia il “manifesto” esce dal seminato ammettendo colpo di Stato e repressione, ma ci rientra subito, compensando tale audacia con gli attacchi delle femministe boliviane a un Morales diversamente fascista. La vocina del Deep State è costretta a camminare sul filo del cerchiobottismo, avendo già perso una barca di elettori per aver detto sul Nicaragua le stesse cose della Cia e dei preti che, sotto l’occhio benevolo di Bergoglio, incendiavano commissariati, poliziotti e sedi istituzionali.

Il contributo delle femministe al golpe in Bolivia

Una bella pagina del “manifesto”

Ho sott’occhio un paginone del “manifesto” del 19 novembre. Una pagina che, dalla prima all’ultima riga, non può non provocare, giubilo, brindisi e stelle filanti negli ambienti che curano le stagioni arcobaleno. E’ la sublimazione del ruolo del giornale nel farsi carico di tutte le campagne xenofobe e d’odio che il Deep State persegue, a cominciare da Russia, Cina e altri riottosi. Parte Amnesty International, Agenzia PR del Dipartimento di Stato e grande guida della claque umanitarista negli spettacoli dell’odio globalista. Dopo aver lanciato l’offensiva contro un Assad vincente con un “report” che gli attribuisce 13mila morti ammazzati nelle sue prigioni, di sua mano o quasi, al solito senza documenti e con tanto di testimoni anonimi, e uno altrettanto fasullo sul Venezuela, ora a Tehran incalza, attribuendo 106 manifestanti uccisi in 21 città e tre giorni, garantiti da testimonianze oculari di chi però sta a migliaia di chilometri dall’Iran, al sicuro nelle marche dell’Impero. Per “il manifesto” è tutto credibile, quanto lo è “l’imparziale” BBC, sostenitrice di tutte le guerre Usa-Nato, ma unica a far sapere agli iraniani cosa succede nel loro paese.

Sottotono o del tutto assenti, qui e nel resto dei nostri vangeli di verità, il riferimento alle sanzioni Usa, cui tutti a loro spese si piegano, con cui da decenni si prova a radere al suolo una società nella speranza che si ribelli ai suoi governanti. Già sotto Ahmadinejad, il migliore presidente che il paese abbia avuto e perciò rabbiosamente inviso al “manifesto”. ho visto gli iraniani decimati dalle sanzioni di Obama, gente che moriva per il bando Usa ai farmaci salvavita e oncologici, sanzioni poi decuplicate in ferocia dopo che Trump aveva disdetto l’accordo infausto inflitto da Obama a Rouhani, che privava l’Iran del diritto alla ricerca nucleare a fini pacifici. Quindi, con chi sta il giornale anticomunista?

Sta con la solita torma di manifestanti addestrati e pagati da NED, Soros e USAID, che ogni due per tre invadono qualche piazza iraniana, per poi spegnersi nel giro di qualche settimana. Sta con Pompeo, l’erede di coloro che nel 1953, con un golpe Cia, si sbarazzarono di Mossadeq, il nazionalizzatore del petrolio iraniano. Anche lui, seguendo la nobile usanza dell’ingerenza negli affari interni altrui, ha giurato ai dimostranti “per la democrazia” che gli “Usa sono con voi”. L’innesco della “rivolta”? Come in Iraq, in Siria, in Libano, in Bolivia. Stavolta un aumento del carburante di ben 11 centesimi rispetto ai precedenti 10, prezzo più basso del mondo, e la riduzione del consumo personale da 250 a 60 litri al mese. Il provvedimento, imposto dalle sanzioni che hanno ridotto la produzione iraniana da 2,4 milioni di barili al giorno a 300mila e i cui proventi servono per sussidi ai più colpiti dalle sanzioni, salvaguarda il basso consumo delle famiglie, mentre danneggia i grandi trasportatori.

Iraq. Il più odiato, l’esperimento di genocidio più insistito. 

La bella paginona del “manifesto” si affianca al segretario di Stato Usa anche per quanto riguarda altre due performance imperiali che meritano una claque vasta e qualificata. Hong Kong, un pezzo di quella Cina, sulla quale si esercita con non contenuta avversione il suo sinofobo di prima classe, e Iraq. Sull’equilibrio con cui Mentana e altri illustri paladini dell’indipendenza mediatica si commuovono per i pacifici dimostranti di Hong Kong, all’ombra della benevolenza dei rispettivi “editori democratici di riferimento”, s’è già detto. A me preme in particolare l’Iraq, paese a me più vicino, del cui destino insistono ad occuparsi i migliori globalisti antinazionalisti (in altri termini, colonialisti) fin da quando Churchill lo bombardò con gas venefici nel 1922.

Quello che non è mai stato perdonato all’Iraq è quel che è diventato dalle rivoluzioni anticoloniali degli anni ’60 fino alla presa del potere di Saddam Hussein. Un paese che, quanto a ricchezza (da petrolio) diffusa equamente, modernizzazione dell’apparato produttivo, infrastrutture, diritti sociali (scuola, sanità, pensioni, maternità), emancipazione delle donne, numero di studenti mandati con borse di studio a formarsi all’estero, ricchezza culturale, creatività artistica, protezione dell’immane patrimonio storico risalente ai sumeri, sostegno politico ed economico ai palestinesi e all’unità araba, difesa e promozione delle varie confessioni, cristiana in testa, autostima e orgoglio, primeggiava tra tutti i paesi della regione e superava le condizioni di parecchi del primo mondo, detti sviluppati.

Per i razzisti, xenofobi, antisemiti (ricordando che semiti sono 450 milioni di arabi), cioè per tutti gli odiatori che si sono fatti protagonisti del colonialismo d’antan, come di quello di ritorno oggi, era intollerabile che una nazione si emancipasse a tal punto da mettere in ombra nientepopòdimeno che la nostra imperfettibile civiltà. Ed è stata guerra, di tutti i generi, di diffamazione-satanizzazione, bombe, sanzioni invasione, occupazione, depredazione, genocidio da uranio. Per prima cosa l’invasore Usa ha depredato il museo nazionale, bruciato la Biblioteca Nazionale e raso al suolo con i cingoli Babilonia e altri siti millennari.  Fino al complotto imperialista estremo: l’Isis.

Quattromila anni di civiltà da bruciare viva.

Ci sono arrivato, da inviato di “The Middle East”, nel 1978, e ci sono tornato molte volte, riuscendo a conoscerlo tutto abbastanza bene, da Mosul e Niniveh, da Ur a Bassora. Ho fatto il corrispondente da Roma per il quotidiano arabo “Al Thaura”, con un grande direttore, il palestinese Nasif Awad, e del giornale in lingua inglese “Baghdad Observer”, diretto da un amico, Naji al Hadithi, conosciuto quando era il direttore del Centro Culturale iracheno a Londra, poi ultimo ministro degli Esteri con Saddam. Da Iraq, Siria e Libia, mi sono arrivati doni di consolazione per la sofferenza condivisa con i palestinesi. Ho visto il popolo e la sua dirigenza resistere in maniera eroica allo strangolamento tra le due guerre d’aggressione, 1991 e 2003: sanzioni micidiali e bombe di Clinton su tutto quanto permetteva la vita. 1,5 milioni di morti, di cui i 500mila bambini, rivendicati dalla neocon clintoniana Madeleine Albright. Poi l’Iraq, contro il sabotaggio dei prezzi del petrolio ordinato all’emiro dagli Usa per strangolare l’Iraq, Saddam si è ripreso il Kuweit, provincia che i britannici avevano separato dalla grande Nazione per garantirsi, con un satrapo fantoccio, uno dei più vasti giacimenti di petrolio del mondo.

 Bagdad ieri e l’altro ieri

Ai tre milioni di morti, il 15% della popolazione, Usa e Nato arrivano con la guerra di conquista del 2003. Dalla mia finestra al Mansour Hotel, poi dal Palestine, sempre per un pelo scampato ai missili con gli altri colleghi, a noi che secondo Bush non dovevamo stare lì, poi girando la città, ho filmato gli accecanti bagliori, i tremendi impatti, poi le macerie, il fosforo su Fallujah, i pianti di un paese in stracci ma in piedi, che l’invasore non riusciva a sottomettere. La forza di resistere per anni. Doveva subito essere squartato in tre pezzi, scita, sunnita, iracheno. Non ci sono riusciti. L’Iran poteva prendersi il suo pezzo scita, ha dato una mano in difesa dell’unità, a dispetto del collaborazionismo dei contrabbandieri e narcotrafficanti curdi sostenuti da Cia e Israele.

Un Iraq che, a forza di proconsoli e vicerè Usa, di distruzione di ogni struttura statale e del disfacimento dell’esercito, della pugnalata alle spalle dei turchi che gli hanno tagliato il Tigri e l’Eufrate, della rapina del suo massimo bene, gli idrocarburi, miracolosamente era riuscito a contrastare l’assalto dello Stato islamico, inventato e scatenato dai nemici di sempre. Perfino ha sconfitto la sua presa del territorio, grazie anche all’enorme valore delle milizie popolari, “Unità di Mobilitazione”, di cui gli amanti del mercenariato Usa attribuiscono il merito ai peshmerga curdi, interessati unicamente a strappare agli arabi Kirkuk e il suo petrolio. Resta, come in Siria, la strategia del terrorismo, anche quella sempre della stessa matrice, per impedire ogni normalizzazione. Il ricordo dell’Iraq di prima, la paura che suscita ancora la coesione, l’irriducibilità, la vitalità di un popolo martirizzato come nessun altro, alimentano anche questa nuova congiura anti-irachena. La si attribuisce al malgoverno, alla corruzione. Certamente vera per i fantocci installati dagli occupanti negli anni passati. Ma si occulta spudoratamente la demolizione sistematica, da trent’anni, di una nazione. Senza i proventi di un petrolio rubato dalle multinazionali, non c’è ricostruzione. Le reti idrica, fognaria ed elettrica, l’apparato industriale, agroindustriale, sanitario (un tempo tra i più efficienti del mondo), dell’istruzione, restano a pezzi. Due generazioni sono state distrutte.

Nimrud quando l’ho visitata io, Nimrud quando l’hanno visitata gli americani

Facile dare del corrotto al premier Abdul Mahdi. Facile dire, con il Fatto Quotidiano, giornale assolutamente impresentabile per la sua poltiica esteera, quanto “il manifesto”, che l’Iran tiene in ostaggio l’Iraq. Facile incolpare Baghdad di affidarsi alle sue milizie Ashd al Shabi, al mitico generale dei Pasdaran Qassem Soleimani che le ha guidate e ne ha accompagnato la vittoria. L’Iraq deve ancora pagare. Perché c’era Saddam (senza il quale non ci sarebbe stato quell’Iraq). Perché c’è la malapianta Iran (senza la quale non ci sarebbe nemmeno l’Iraq di oggi).

Nel quale si è andata accendendo una “primavera araba” dei soliti colori nel preciso momento in cui il parlamento, non smentito dal primo ministro, ha chiesto agli Usa di ritirare i suoi militari, le milizie popolari hanno denunciato e documentato le complicità Usa-Isis e la massima autorità spirituale del paese, l’Ayatollah Al Sistani, ha protestato contro le  responsabilità “di certi paesi” per i mali dell’Iraq. Forse il titolo del mio ultimo documentario sull’Iraq non era sbagliato.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 21:36

INTERNAZIONALE FASCISTA E QUARTO POTERE ——- BOLIVIA, CHI, COME, PERCHE’ —— QUELLI CHE GRIDANO “AL LUPO FASCIORAZZISTA” E NON LO VEDONO QUANDO C’È.

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/11/internazionale-fascista-e-quarto-potere.htmlMONDOCANE

VENERDÌ 15 NOVEMBRE 2019

“Una stampa cinica, mercenaria, demagogica produrrà nel corso del tempo una società altrettanto spregevole”. (Joseph Pulitzer)

Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, sono come quelli che vorrebbero mangiare vitello senza uccidere il vitello” (Berthold Brecht)

Lo strabismo autoindotto dei media

La manipolazione-mistificazione-falsificazione dei media di regime, che ciarlano, a proposito di Bolivia, di un paese rivoltatosi in nome della democrazia contro il caudillo che non vuole mollare il potere, è scontata. Come lo è la demagogia e retorica progressisto-cerchiobottista che celebra la Bolivia di Evo Morales, ma con la riserva che era estrattivista e lui si ostinava a fare il presidente a vita. Sono gli stessi sedicenti progressisti che rimpiangono gli Usa multilateralisti di Obama e Hillary. Che poi sarebbero i due protagonisti delle sette guerre di sterminio, dei colpi di Stato in Honduras, Paraguay e Ucraina e di varie rivoluzioni colorate. Tra l’altro utilizzando le stesse manovalanze: terroristi islamici o pseudo-islamici in Oriente, ancora quelli, più lo squadrismo neonazista, in Europa, squadristi fascisti in America Latina dove islamisti non ce ne sono. Con la particolarità asiatica degli squadristi neocolonialisti, fascioteppisti quanto altri mai, sotto le bandiere britannica e statunitense a Hong Kong. E dunque amati dal “manifesto”.

Di queste manovalanze il nostro paese sa tutto, sulla base di dati processuali e d’inchiesta, fin da De Lorenzo, paragolpe Borghese, Piazza Fontana, terrorismo mafiostatale. Sa anche tutto, ma alla Pasolini, sui relativi mandanti, interni ed esteri. E’ assordante il coro dei chierichetti dell’establishment che, ogni due per tre, gridano al lupo, vale a dire alla minaccia del fascismo risorgente, sotto forma di Salvini, Casa Pound, o Le Pen, Orban, AFD tedesca. O dell’antisemitismo, o del bullismo, o dell’odio dilagante da ogni poro. Per poi vedere nei golpisti boliviani il bisogno di democrazia.

Fascismo operetta e fascismo che opera

Minacce inventate, o gonfiate all’inverosimile, o solo potenziali, o perfino supposte, che stanno a quanto davvero ci viene inflitto dal capitalismo, come i razzi di Gaza stanno ai missili di Israele, o come l’% della ricchezza planetaria in mano al 50% degli umani sta al 45% dell’1% degli umani. O come le buggerature della mia locale Cassa di risparmio stanno agli interventi del Fondo Monetario Internazionale. Chi è più fascista, l’ungherese Orban, che ha la migliore distribuzione della ricchezza di tutti i paesi dell’UE, o la famiglia Walton che, con i suoi supermarket Walmart, guadagna 70.000 dollari al minuto grazie alla dabbenaggine di consumatori decerebrati e il lavoro schiavistico degli addetti?

Quando parliamo di manovalanza fascista parliamo di delinquenza pura e semplice, o di cretinotti  nostalgici di quanto non conoscono. Ma che indossano roboanti “valori” e simboli detti fascisti, valori che, rispetto a quelli imposti oggi dall’élite, valgono quelli di un Carminati a paragone di Jack lo Squartatore. Delinquenza teppista che indossa la camicia nera, mentre persegue obiettivi che gli vengono dettati da razzisti molto in alto nella scala sociale e geopolitica, perlopiù attraverso i centri nevralgici del capitalismo imperialista, servizi segreti e Ong. Questo nella fase della propaganda eversiva e del reclutamento di inclini alla violenza. Quando poi si tratta di venire alla luce del sole, nella battaglia risolutiva, ecco che si tramutano in attivisti dei diritti umani e della democrazia contro un dittatore…. fascista.

Cosa vi ricorda questa immagine?

Così è in Bolivia, in Ucraina, Venezuela, Honduras. Questo serpeggia nelle “rivolte popolari” finalizzate al cambio di regime in Stati che non si fanno riassorbire dal colonialismo. Il colpo di Stato in Bolivia parte da lontano, con una prima fase nel 2008 e quella attuale attivata nel 2016, in occasione del referendum per un terzo mandato di Evo Morales. Ha subito un’accelerazione quest’anno, alla vista del vento contrario al revanscismo neoliberale e fascistoide di Duque in Colombia, Pinera in Cile, Bolsonaro in Brasile, Hernàndez in Honduras: la sollevazione di un intero popolo in Cile, la vittoria del peronismo di sinistra con Cristina Kirchner e Alberto Fernàndez, le proteste di massa in Honduras e Haiti, la vittoria di Obrador in Messico, la resistenza vittoriosa di Maduro in Venezuela e Ortega in Nicaragua.

La preda del capitalismo del terzo millennio: litio

E, sul piano strettamente economico, la messa in opera, con due società tedesche e una svizzera, dell’immensa ricchezza mineraria della Bolivia, paese che, insieme all’Argentina, vanta i più vasti giacimenti di litio nel mondo, il minerale necessaria alla terza rivoluzione industriale, quella degli smartphone, dei tablet, delle vetture elettriche, eccetera.

Hai visto mai che Morales avrebbe nazionalizzato quel popò di roba, indispensabile alla ripresa del profitto capitalista nel nome di Greta e con la supervisione delle piattaforme di Silicon Valley. Indispensabile anche alla prevalenza su Cina e Russia, come al controllo sugli esseri umani tutti? Molti, negli States, ricordano, con brividi lungo la schiena, la “Guerra del gas”  e poi quella dell’acqua in Bolivia, quando un intero popolo si ribellò alla svendita dei suoi beni maggiori alle multinazionali Usa e, guidato da Evo e dal partito Movimento al Socialismo (MAS), si liberò dell’ultimo dei suoi caudilli, Sanchez De Lozada. Costui, dopo aver massacrato 70 cittadini, se ne dovette fuggire. Dove? Indovinate un po’. Lo sostituì il suo vice, Carlos Mesa, poi sepolto, nel 2006, da una valanga di voti per Morales, a dispetto della sedizione dei separatisti fascisti di Santa Cruz, emersi in quell’occasione. Avevo intervistato Evo poche settimane prima. Potete vederlo nel mio “L’Asse del bene”.

Come falsare un referendum

In occasione del referendum sulla rielezione di Morales si è riattivata la piaga purulenta dei feudatari secessionisti di Santa Cruz, provincia del Sud, che Morales non è riuscito, nei suoi 13 anni, a ridurre alla ragione di un’equa distribuzione delle terre, fuori dalla logica del contadino indigeno servo della gleba e relegato ai margini della società da un razzismo più virulento di quello nostro, al quale dobbiamo lo sradicamento dei migranti africani, asiatici e mediorientali. Non mi riferisco alla vittoria di misura di Evo nelle ultime elezioni presidenziali, verificata da osservatori indipendenti, ma non dall’Organizzazione degli Stati Americani che, con il lacchè amerikano Luis Almagro, già sperimentato su Venezuela e Honduras, ha insinuato la probabilità di “inesattezze”.

Rivolta di un popolo, o pogrom di manovali fascioteppisti?

Abbiamo tutti potuto vedere il pogrom anti-indigeni di questi giorni che ha visto l’uscita di scena di Evo e del suo vice Linera e l’ingresso nel palazzo presidenziale dell’autoproclamata presidente Jeanine Anez, la Guaidò boliviana, subito riconosciuta da Washington, e del tribuno fascista dei Comitati di Santa Cruz, Luis Camacho. Entrambi hanno fatto ingresso in parlamento con in mano la bibbia e sulle labbra la maledizione alla pachamama, divinità degli indios Aymara e Quechua (“la pachamama non tornerà mai in questo palazzo, la Bolivia appartiene a Cristo”, così la signora presidente) e con sotto alle scarpe la wiphala, la loro bandiera, quella che, con l’indio Morales, sventolava insieme alla nazionale. Quando si parla di razzisti e fascisti a proposito. E di odio.

Parlo invece del 2016, referendum sulla rielezione di Morales, sancita dalla Corte Costituzionale e inizio della corsa al golpe. In un’atmosfera di pesantissime accuse di immoralità, irresponsabilità, frode e menzogna, Morales, che aveva trionfato con larghissimo margine in tutte le elezioni, perse il referendum per pochi voti. Sulla stampa che, come evidentemente l’esercito e la polizia, diversamente da Hugo Chavez in Venezuela, Evo non era riuscito a bonificare dal controllo dell’oligarchia della destra bianca, da sempre golpista e connessa agli Usa, si scatenò un urgano di atroci calunnie: Evo avrebbe avuto un figlio segreto da una relazione extraconiugale e poi avrebbe rinnegato il bambino e ripudiato la donna. Di cui, tuttavia, avrebbe favorito  una vertiginosa ascesa sociale e istituzionale.

Il presidente non negò la relazione e neanche la nascita del figlio, che però sarebbe quasi subito morto. Mentre della donna, convolata ad altri rapporti, non si sarebbe più occupato. Quella che una prestigiosa femminista aymara, Adriana Guzmàn, definisce una “élite bianca, razzista, patriarcale, clericale e padronale”, non si diede per vinta e, alla vigilia del voto, produsse un ragazzo di cui la presunta madre, passata all’opposizione, affermava essere il figlio di cui Evo si sarebbe disinteressato. Fu il fattore che probabilmente determinò disgusto e delusione in settori dell’elettorato e, quindi, determinò l’esito del voto in tal modo manipolato. Troppo tardi gli architetti del complotto rivelarono l’inganno, rifiutandosi di fare il confronto del DNA. Da allora il presunto figlio è svaporato nel nulla.

 13 anni di indipendenza ed emancipazione

Tuttavia, l’uomo che aveva cacciato l’FMI e le Ong colonialiste, che aveva ridotto la povertà dei boliviani dal 40 al 15%, garantito a tutti istruzione e sanità, aumentato l’aspettativa di vita dai 56 ai 72 anni, ridotto la disoccupazione al 4%, risultato migliore del subcontinente, ed elevato il tasso di crescita al quasi 7%, anche questo il più alto dell’America Latina, solidificato l’asse antimperialista ed emancipatorio, da quella campagna rimase indebolito. Al punto che a dargli la maggioranza di 10 punti alle recenti elezioni, evitando il ballottaggio, ci vollero i 600mila voti arrivati nelle ultime ore dai distretti più lontani, indigeni e contadini. Coloro sui quali in queste ore si abbatte la furia genocida degli squadristi del multimilionario Luis Camacho, detto, per la gioia di Adriana Guzmàn, “el macho Camacho”.

Se il cosiddetto Quarto Potere, quello che è passato da “cane da guardia contro il Potere” a “cane da guardia contro il popolo”, non fa trasparire, neanche fra le righe la definizione “colpo di Stato”, e si guarda bene di dare del fascista al carcinoma che punta a rimangiarsi la Bolivia, “el macho Camacho”, è il classico prodotto coltivato dalle Ong e dai servizi  di quei paesi che hanno dato vita all’orda Al Qaida e Isis, come a Ordine Nuovo e  succedanei da noi. Se noi abbiamo avuto Delle Chiaie (e poi, più raffinatamente, le finte BR), loro hanno Luis Fernando Camacho. El Macho era, fino a ieri, un oscuro squadrista di una famiglia arricchitasi col gas, poi nazionalizzato da Morales, a capo della fascistissima Uniòn Juvenil Crucenista, di Santa Cruz, affratellata al battaglione nazista Azov di Kiev, ai suprematisti indù della RSS e a quanto resta della Falange spagnola. Fino adesso si era fatta le ossa nei pestaggi di indigeni, contadini Semterra che lottano contro il latifondo, giornalisti non conformi, sostenitori di Evo, tv di Stato. Grazie alla benevolenza della CNN, del New York Times e dell’agenzia britannica Reuter, è assurta a popolarità internazionale e a vindice della democrazia boliviana. Ci fosse ancora Delle Chiaie, sarebbe lì.

Camacho con il presidente colombiano Duque

Sempre facenti parte della manovalanza fascio-teppista per i regime change imperiali, che poi diventano gli organizzatori del sostegno fascio-teppista ai regimi tirannici, grazie a loro dagli Usa installati ovunque possibile, sono i consiglieri ideologico-organizzativi della dimensione fascio-teppista internazionale, stavolta senza Otpor e pugno chiuso, ma con tanto di logo simil-SS e saluti romani.

 Fascisti della Unione Juvenil Crucenista

Washington e l’Internazionale nera

Padrino e maestro di Camacho è il fascistissimo oligarca e terrateniente croato Branko Markovic, erede di una famiglia legata agli Ustasha di Ante Pavelic, oggi fervente sostenitore di Bolsonaro e del terrorista venzuelano Leopoldo Lopez. Nel 2008 fu accusato di un tentativo di assassinio di Morales in combutta con elementi croati e ungheresi e un neofascista irlandese, Michael Dwyer. Ai cospiratori aveva fatto avere 200.000 dollari. In fuga, aveva ottenuto asilo politico negli Usa. Rientrato,  avendo avuto parte delle sue terre espropriate da Morales, ha creato e presieduto il Comitato Santa Cruz, punta di lancia di un separatismo che, adesso, punta al paese intero. La Federazione Internazionale dei Diritti Umani, pur tenera nei confronti degli abusi Usa, ha stigmatizzato il Comitato come “attore e promotore di razzismo e violenza in Bolivia”. Quella che si vede ora per le strade del paese, nella caccia all’indio e all’evista (fenomeno di cui i nostri media invertono cacciatori e prede). Il Comitato è il successore della Falange Socialista Boliviana, gruppo fascista, stavolta con precisa ideologia, che ospitò molti gerarchi nazisti, compreso Klaus Barbie.

Squadrismo internazionale: Dwyer e Rosza

Altro esponente dell’internazionale squadrista a disposizione del terrorismo Usa, protagonista della campagna golpista era Eduardo Rosza-Flores, che combinava la sua iscrizione all’Opus Dei, organizzazione cattolica cara al franchismo, con la maschera del giornalista sinistrorso. Protagonista del tentativo di assassinare il primo presidente indio dell’America Latina (Chavez era meticcio), aveva combattuto contro la Jugoslavia unita nella formazione neo-ustasha croata, “Primo Plotone Internazionale (PIV)”, un reparto tracimante elementi criminali, fascisti e nazisti, tedeschi e irlandesi. Rientrato in Bolivia, fu ucciso in un hotel di lusso di Santa Cruz. Il governo boliviano pubblicò una serie di messaggi email tra il terrorista e l’agente Cia ungherese Istvan Beloval.

Altro collegamento tra Washington e i cospiratori era costituito da Hugo Acha Melgar, fondatore della filiale boliviana dell’americana “Human Rights Foundation”, Ong che ospita una “Scuola della rivoluzione” per fascioteppisti disposti a impegnarsi in rivoluzioni colorate e regime change. Una dirigente di questa Ong, finanziata anche da Amnesty International, Jhanisse Vaca Daza, contribuì al lancio del Golpe, diffondendo accuse a Morales per gli incendi nell’Amazzonia boliviana. Un gruppo, questo, che si vanta di essere attivo anche nei pogrom di Hong Kong.

Verso la resistenza

Su questa manovalanza squadrista internazionale ci sarebbe ancora parecchio da aggiungere, tra nomi e fatti. Ora conta osservare cosa succede. Se la forza maggioritaria del popolo, che sono i sostenitori di Morales e del MAS, riesce a prevalere sulla sanguinaria repressione di polizia, militari e relative orde fascioteppisti. Se finisce in uno stallo, comunque fallimentare per i golpisti, come in Venezuela. O se i i feudatari razzisti bianchi, con la loro manovalanza, riescono a consolidarsi. Forse Evo Morales ha fatto un errore a rifugiarsi nel lontano Messico dell’ottimo Obrador. Semmai era più vicina la confinante Argentina, dove Kirchner e Fernandez stanno subentrando al virgulto Usa Macri. Forse avrebbe potuto restare tra i suoi sostenitori che, privati del leader, potrebbero sentirsi senza guida, addirittura abbandonati. Vai a sapere. Un grosso errore il presidente l’aveva già commesso, quando ha invitato l’OAS, ambasciata degli Usa pe l’America Latina, con il fantoccio dello Stato Profondo Almagro, a verificare i risultati elettorali. L’avevo definita, nel pezzo precedente, un’ ingenuità incomprensibile.

Tocca chiudere. E finisco con un riferimento alla recente votazione delle Nazioni Unite sulla condanna del nazismo e del fascismo. Una risoluzione presentata dalla Russia (oltre 20 milioni di morti nella guerra contro il nazismo) e votata da 121 Stati contro 2. Il resto, Italia compresa, ha ritenuto non valesse la pena pronunciarsi. A favore, oltre a Russia, Bielorussia, Cina, Cuba, La Repubblica Popolare di Corea, Nicaragua, Venezuela, Siria, Zimbabwe, tutti paesi sotto sanzioni decretate dagli Usa o dall’ONU. Contro, Stati Uniti e Ucraina. C’è coerenza tra quel voto degli Usa e quanto succede in Bolivia. E non solo in Bolivia.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:59

S. Hersch, giornalista premio Pulitzer: Hillary Clinton approvò l’invio di gas sarin ai ribelli siriani per incastrare Assad

http://vocidallestero.it/2016/05/08/giornalista-premio-pulitzer-hillary-approvo-linvio-di-gas-sarin-ai-ribelli-siriani-per-incastrare-assad/?fbclid=IwAR0Y7aKXy9UOsk77z_Nizh-pP3Xl80Tx1xMDsL20u8ehFNn2PBS9xLYkBz4

Hillary-Clinton

Di Saint Simon – Maggio 8, 2016

Il sito Free Thought Project riporta un articolo sui legami di Hillary Clinton con l’attacco chimico al gas sarin a Ghouta, in Siria, nel 2013. Dalle relazioni tra USA e Siria (ne avevamo parlato qui), al ruolo della Clinton nella politica estera USA e nell’approvvigionamento di armi dalla Libia verso l’Isis (ne avevamo parlato qui e qui), alle dichiarazioni del giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh su un accordo del 2012 tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad, tutte le prove punterebbero in una direzione: i precursori chimici del gas sarin sarebbero venuti dalla Libia, il sarin sarebbe stato “fatto in casa” e la colpa gettata sul governo siriano come pretesto perché gli Stati Uniti potessero finanziare e addestrare direttamente i ribelli siriani, come desideravano i sauditi intenzionati a rovesciare Assad. Responsabile della montatura l’allora Segretario di Stato USA e attuale candidata alla presidenza per i Democrat, Hillary Clinton.

di Matt Agorist, 2 maggio 2016

Nell’aprile del 2013, la Gran Bretagna e la Francia informarono le Nazioni Unite che c’erano prove credibili che la Siria avesse usato armi chimiche contro le forze ribelli. Solo due mesi più tardi, nel giugno del 2013, gli Stati Uniti conclusero che il governo siriano in effetti aveva usato armi chimiche nella sua lotta contro le forze di opposizione. Secondo la Casa Bianca, il presidente Obama ha subito usato l’attacco chimico di Ghouta come pretesto per l’invasione e il sostegno militare americano diretto e autorizzato ai ribelli.

Da quando gli Stati Uniti finanziano questi “ribelli moderati”, sono state uccise più di 250.000 persone, più di 7,6 milioni sono state sfollate all’interno dei confini siriani e altri 4.000.000 di esseri umani sono stati costretti a scappare dal paese.

Tutta questa morte e distruzione portata da un sadico esercito di ribelli finanziati e armati dal governo degli Stati Uniti era basata – è quello che ora ci viene detto – su una completa montatura.

Seymour Hersh, giornalista noto a livello mondiale, ha rivelato, in una serie di interviste e libri, che l’amministrazione Obama ha falsamente accusato il governo siriano di Bashar al-Assad per l’attacco con gas sarin e che Obama stava cercando di usarlo come scusa per invadere la Siria. Come ha spiegato Eric Zuesse in Strategic Culture, Hersh ha indicato un rapporto dell’intelligence britannica che sosteneva che il sarin non veniva dalle scorte di Assad. Hersh ha anche affermato che nel 2012 è stato raggiunto un accordo segreto tra l’amministrazione Obama e i leader di Turchia, Arabia Saudita e Qatar, per imbastire un attacco con gas sarin e darne la colpa ad Assad in modo che gli Stati Uniti potessero invadere e rovesciare Assad.

“In base ai termini dell’accordo, i finanziamenti venivano dalla Turchia, e parimenti dall’Arabia Saudita e dal Qatar; la CIA, con il sostegno del MI6, aveva l’incarico di prendere armi dagli arsenali di Gheddafi in Siria. ”

Zuesse nel suo rapporto spiega che Hersh non ha detto se queste “armi” includevano i precursori chimici per la fabbricazione del sarin che erano immagazzinati in Libia. Ma ci sono stati molteplici rapporti indipendenti che sostengono che la Libia di Gheddafi possedeva tali scorte, e anche che il Consolato degli Stati Uniti a Bengasi, in Libia, controllava una “via di fuga” per le armi confiscate al regime di Gheddafi, verso la Siria attraverso la Turchia.

Anche se Hersch non ha specificamente detto che la “Clinton ha trasportato il gas”, l’ha implicata direttamente in questa”via di fuga” delle armi delle quale il gas sarin faceva parte.

Riguardo al coinvolgimento di Hillary Clinton, Hersh ha detto ad AlterNet che l’ambasciatore Christopher Stevens, morto nell’assalto dell’ambasciata Bengasi,

“L’unica cosa che sappiamo è che [la Clinton] era molto vicina a Petraeus che era il direttore della CIA in quel periodo… non è fuori dal giro, lei sa quando ci sono operazioni segrete. Dell’ambasciatore che è stato ucciso, [sappiamo che] era conosciuto come un ragazzo, da quanto ho capito, come qualcuno che non sarebbe stato coinvolto con la CIA. Ma come ho scritto, il giorno della missione si stava incontrando con il responsabile locale della CIA e la compagnia di navigazione. Egli era certamente coinvolto, consapevole e a conoscenza di tutto quello che stava succedendo. E non c’è modo che qualcuno in quella posizione così sensibile non stesse parlando col proprio capo [Hillary Clinton, all’epoca Segretario di Stato, figura che nel governo statunitense ha la responsabilità della politica estera e del corpo consolare, NdVdE], attraverso qualche canale. “

 

A supportare Hersh nelle sue affermazioni è il giornalista investigativo Christof Lehmann, che dopo gli attacchi ha scoperto una pista di prove che riporta al Presidente dello Stato Maggiore Congiunto Martin Dempsey, al Direttore della CIA John Brennan [subentrato nella guida della CIA l’8 marzo 2013 dopo le dimissioni di Petraeus nel novembre 2012 e il successivo interim di Morell, NdVdE], al capo dell’intelligence saudita principe Bandar, e al Ministero degli Interni dell’Arabia Saudita.

Come ha spiegato Lehmann, i russi e altri esperti hanno più volte affermato che l’arma chimica non avrebbe potuto essere una dotazione standard dell’arsenale chimico siriano e che tutte le prove disponibili – tra cui il fatto che coloro che hanno offerto il primo soccorso alle vittime non sono stati lesionati – indicano l’uso di sarin liquido, fatto in casa. Questa informazione è avvalorata dal sequestro di tali sostanze chimiche in Siria e in Turchia.

Anche se non è la prova definitiva, non si deve glissare su questa implicazione. Come il Free Thought Project ha riferito ampiamente in passato, il candidato alla presidenza ha legami con i cartelli criminali internazionali che hanno finanziato lei e suo marito per decenni.

Quando Hillary Clinton divenne Segretario di Stato nel 2009, la Fondazione William J. Clinton ha accettato di rivelare l’identità dei suoi donatori, su richiesta della Casa Bianca. Secondo un protocollo d’intesa, rivelato da Politifact, la fondazione poteva continuare a raccogliere donazioni provenienti da paesi con i quali aveva rapporti esistenti o che stavano tenendo programmi di finanziamento.

Le registrazioni mostrerebbero che dei 25 donatori che hanno contribuito con più di 5 milioni di dollari alla Fondazione Clinton nel corso degli anni, sei sono governi stranieri, e il maggior contribuente è l’Arabia Saudita.

L’importanza del ruolo dell’Arabia Saudita nel finanziamento dei Clinton è enorme, così come il rapporto tra Siria e Arabia Saudita nel corso dell’ultimo mezzo secolo è tutto quello che concerne questa guerra civile.

Come Zuesse sottolinea nel suo articolo su Strategic Culture,

Quando l’intervistatore ha chiesto ad Hersh perché Obama sia così ossessionato dalla sostituzione di Assad in Siria, dal momento che “il vuoto di potere che ne deriverebbe avrebbe aperto la Siria a tutti i tipi di gruppi jihadisti”; e Hersh ha risposto che non solo lui, ma lo Stato Maggiore Congiunto, “nessuno riusciva a capire perché.” Ha detto, “La nostra politica è sempre stata contro di lui [Assad]. Punto.”

Questo è stato effettivamente il caso non solo da quando il partito che Assad guida, il partito Ba’ath, è stato oggetto di un piano della CIA poi accantonato per un colpo di stato finalizzato a rovesciarlo e sostituirlo nel 1957; ma, in realtà, il primo colpo di stato della CIA era stato non solo pianificato, ma anche effettuato nel 1949 in Siria, dove rovesciò un leader democraticamente eletto, con lo scopo di consentire la costruzione di un oleodotto per il petrolio dei Saud attraverso la Siria verso il più grande mercato del petrolio, l’Europa; e la costruzione del gasdotto iniziò l’anno successivo.

Ma poi c’è stato un susseguirsi di colpi di stato siriani (innescati dall’interno anziché da potenze straniere – nel 1954, 1963, 1966, e, infine, nel 1970), che si sono conclusi con l’ascesa al potere di Hafez al-Assad durante il colpo di stato del 1970. E l’oleodotto trans-arabico a lungo pianificato dai Saud non è ancora stato costruito. La famiglia reale saudita, che possiede la più grande azienda mondiale di petrolio, l’Aramco, non vuole più aspettare. Obama è il primo presidente degli Stati Uniti ad aver seriamente tentato di svolgere il loro tanto desiderato “cambio di regime” in Siria, in modo da consentire la costruzione attraverso la Siria non solo dell’oleodotto trans-arabico dei Saud, ma anche del gasdotto Qatar- Turchia che la famiglia reale Thani (amica dei Saud), che possiede il Qatar, vuole che sia costruita lì. Gli Stati Uniti sono alleati con la famiglia Saud (e con i loro amici, le famiglie reali del Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Oman). La Russia è alleata con i leader della Siria – così come in precedenza lo era stata con Mossadegh in Iran, Arbenz in Guatemala, Allende in Cile, Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, e Yanukovich in Ucraina (tutti rovesciati con successo dagli Stati Uniti, ad eccezione del partito Baath in Siria).

Matt Agorist è un veterano congedato con onore del Corpo degli US Marines ed ex operatore di intelligence direttamente incaricato dalla NSA. Questa precedente esperienza gli fornisce una visione unica nel mondo della corruzione del governo e dello stato di polizia americano. Agorist è stato un giornalista indipendente per oltre un decennio ed è apparso sulle reti tradizionali in tutto il mondo.

IRAQ, FORSE KURDISTAN, FORSE ISIS, FORSE NO. —– RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A SPIEGARCI COSA FANNO LI’? E PERCHE’?

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/11/iraq-forse-kurdistan-forse-isis-forse.html

MONDOCANE

Iraq, forse Kurdistan, forse Isis, forse no.
RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A SPIEGARCI COSA FANNO LI’? E PERCHE’?
 
Chi ne ha mai sentito parlare? Quando mai la questione è stata affrontata in parlamento. Quali giornali o telegiornali ne hanno dato conto al loro pubblico? Chi ne ha deciso l’invio in Iraq, nel Kurdistan iracheno, per addestrare miliziani Peshmerga? Incredibile. Ogni volta che si ha a che fare con il militare vengono fuori comportamenti opachi, coperti da segreto del tutto indebito e strumentale. In particolare riguardo cosa succede nelle nostre missioni all’estero, quali sono i veri compiti di quelle dette grottescamente “di pace”, seppure, guardacaso, sempre nel quadro di qualche aggressione o ingerenza di nostri alleati e sottratte alle decisione sovrana del popolo di partenza, come di quello di destinazione.
 
Al cittadino era stato comunicato tempo fa solo l’invio di un centinaio di soldati a protezione contro l’Isis della diga di Mosul. Violando la sovranità dell’Iraq, il diritto internazionale e la trasparenza democratica, il governo ha spedito forze speciali da combattimento a sostegno di una milizia regionale separatista, perfino dopo il fallimento del referendum per l’indipendenza, per cui se sostegno doveva esserci, non doveva che essere da nazione sovrana a nazione sovrana, mica a bande di guerriglieri.
Ci sono contraddizioni e versioni diverse nei riferimenti alle dichiarazioni delle autorità militari e politiche che le cronache della stampa fanno all’interno della solita glorificazione del nostro ruolo militare nel mondo, “che ci dà credibilità e rispettabilità all’estero” (sì, specialmente tra coloro cui “andiamo a dare una mano” e che ne subiscono gli effetti).
 
Un po’ sembra che stessimo accompagnando unità di Bagdad nel rastrellamento di cellule Isis. Un po’ eravamo lì solo per addestrare le milizie feudali dei capiclan Barzani e Talabani, dette Peshmerga, cui si farebbe risalire il trionfo sull’Isis, come in Siria ai curdi dell’YPG, mentre coloro che hanno lottato, sanguinato, sono morti e hanno  sconfitto, sia la congiura imperialista, sia i suoi mercenari, in Iraq e Siria, sono stati al 90% gli eserciti lealisti e le milizie popolari (il resto l’hanno fatto le bombe Usa-Nato, mirate essenzialmente a distruggere la gente e le infrastrutture dei due paesi arabi). Senza addestramento o compagnia del Col. Moschin, o di altre teste di cuoio italiane.
 

Barzani con Netaniahu, Talabani con Hillary Clinton

Oltre tutto il Kurdistan iracheno è retto da una banda di  feudatari e narcotrafficanti facenti capo a vecchi fiduciari della Cia e del Mossad, Masud Barzani, il cui clan si chiama Partito Democratico del Kurdistan, e Jalal Talabani, padrone dell’Unione Patriottica del Kurdistan, morto due anni fa. La regione è una colonia di Israele, suo massimo proprietario immobiliare e terriero, suo cliente petrolifero, suo bancomat. A chi il governo italiano ha fatto illegalmente un favore anti-iracheno? È ovvio, visto che, con perfetto sincronismo, si affianca alla rivolta da mesi in atto in Iraq, e di cui la massima autorità irachena, religiosa, ma anche autorità in assoluto, l’ayatollah Al Sistani, ha attribuito l’innesco e la gestione nell’ombra ai soliti esperti di regime change statunitensi e sauditi. Si tratta di punire un Iraq che, negli anni, si è troppo avvicinato al moloch Iran e, sulle basi oggettive delle sue vittorie sulla congiura jihadista-imperialista-sionista, ha riacquistato autostima e una volontà di autodeterminazione. Tanto più che andava insistendo sul ritiro delle forze Usa dal paese.
 
Andava ricondotto alle condizioni in cui l’aveva lasciato il vicerè americano, Paul Bremer, all’indomani dell’occupazione del 2003. L’occasione l’aveva fornita il diffuso malcontento popolare per le gravose condizioni di vita, le carenze di tutti i servizi, la mancanza di lavoro, l’insicurezza, tutti attribuiti a una dirigenza incapace e corrotta, ma in massima parte lascito della devastazione totale di un paese che, nelle intenzioni di Israele e dell’Occidente, spaccato in tre cantoni etnico-confessionali, non avrebbe mai più dovuto risorgere come nazione. Né tantomeno rivendicare i proventi del suo petrolio (tutto sotto controllo delle multinazionali angloamericane) per un minimo di ricostruzione.
 
Ora, arriva il bel risultato di cinque soldati italiani sacrificati e della cui vita rovinata ci dispiace sinceramente. Ragazzi, almeno quelli non motivati da fremiti guerreschi, probabilmente hanno scelto quella professione – che non richiede, né mai richiederà, la difesa di una patria che nessuno aggredisce, né da vicino, né da lontano, se non i suoi stessi alleati – per le condizioni che il “mercato” del lavoro offre ai giovani italiani disoccupati al 35% almeno. Con questi giovani messi fuori combattimento, feriti, e mutilati a vita, abbiamo fatto un figurone internazionale (secondo Repubblica e tutti gli altri) e saremmo vigliacchi, indegni di ogni considerazione internazionale (da parte di chi???), se ora ripiegassimo e permettessimo che si rivedesse il nostro impegno all’estero. Di pace.
 
E torna l’Isis, alla grande, e ha rivendicato la paternità dell’ordigno che ha fatto saltare in aria i nostri connazionali. E’ tornato come già in Siria, di colpo, quando Trump annunciò la ritirata, poi rimangiata. E allora come non chiedersi se non sia dovere delle democrazie intensificare il proprio impegno a contrasto del terrore?  Ma siccome in Siria e in Iraq, ma anche a Washington e Tel Aviv, tutti sanno chi è che alleva e sparge Isis e Al Qaida là dove occorre qualche cambio di assetto, chi è che ha davvero colpito i soldati italiani?
  
La Repubblica, nella sua fregola bellicista, elenca con orgoglio le 23 missioni militari italiane nell’universo mondo. Ovunque a difendere il paese e libertà e democrazia. E ne fornisce la mappa. Chissà, alla luce della trasparenza e della prolificità di informazioni fornite al parlamento dalle gerarchie, quanti italiani, dopo quelli in Afghanistan, Somalia, Iraq, dovranno immolarsi per la pax amerikana e accrescere il credito di cui godiamo all’estero. Magari dopo aver compiuto qualche risolutiva operazione da forze speciali nel paese ospitante.
 
Non avevano, i Cinquestelle, rumoreggiato vigorosamente contro il rinnovo della spedizione in Afghanistan e contro le missioni militari tutte? Ora che sono alleati con la sinistra pacifista, progressista e anti-odio, non sarebbe il caso di ricordarsene? Nel frattempo, noi aspettiamo impazientemente di sapere dai nostri generali cosa diavolo ci fanno i nostri commandos in Niger, o in Mali. o in Lettonia. Alt, lì lo sappiamo: impediscono all’orso russo di sbranare l’Italia con tutto l’Occidente. Hai visto mai che un domani, magari su suggerimento di Manlio Di Stefano, vanno a difendere pace e libertà contro il golpe Usa in Bolivia….
 
 

Quale Scienza? Eugenetica ed esperimenti

http://www.cinziaricci.it/resistenze/galleria06-note.htm

EUGENETICA

Con il termine eugenetica ci si riferisce a quella disciplina pseudoscientifica volta al perfezionamento della specie umana attraverso lo studio, la selezione e la “promozione” dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi (eugenetica positiva) e la rimozione di quelli negativi.

L’eugenetica ha una storia antica, a Sparta i bambini nati con malformazioni venivano gettati dal monte Taigete, ad Atene venivano abbandonati, nell’antica Roma esistevano pratiche simili. Platone, nella Repubblica utopica da lui descritta, vuole che non siano curati e allevati (quindi lasciati morire) bambini che nascano privi delle qualità ottimali, come pure che i malati inguaribili non vengano più curati dal medico perché non farebbe altro che “rendere lunga e penosa la vita dell’uomo”. Lo storico francese Jean Dumont descrive gli eccidi eugenetici di prostitute e di ritardati mentali, perpetrati nelle prigioni rivoluzionarie francesi del 1792. C’è stato un crescendo che ha avuto nell’epoca recente una recrudescenza di vaste proporzioni, un’idea terribilmente sbagliata di cui gli uomini ancora oggi non si sono liberati.

Negli anni sessanta dell’Ottocento l’eugenetica comincia ad affermarsi grazie a Francis Galton (cugino di Charles Darwin) che teorizzò il miglioramento progressivo della razza secondo criteri analoghi a quelli dell’evoluzione biologica. Galton ideò anche il termine, traendolo dal greco classico.

Ad inizio Novecento, anche grazie all’impegno di soggetti come la Fondazione Rockefeller e la Massoneria di Rito Scozzese, l’Inghilterra divenne il centro della diffusione delle teorie eugenetiche. Nel 1912 si tiene a Londra il primo congresso internazionale, con la presenza di una folta delegazione di “scienziati” italiani, ispirati anche dalle teorie degenerazioniste di Cesare Lombroso.

Le società di eugenetica sociale nate in Europa e negli Stati Uniti, come la Britain’s Eugenics Society e l’American Eugenics Society, aderirono tutte al paradigma ereditarista, rafforzato dal diffondersi del mendelismo. Promossero l’istituzionalizzazione dell’eugenica come nuova teoria sociale, il cui scopo era la salvaguardia e il miglioramento del patrimonio biologico della specie umana. Tra i primi paesi ad applicare la sterilizzazione forzata c’è gli Stati Uniti dove nel 1898 lo Stato del Michigan esaminò la proposta di legge per la castrazione di malati mentali, epilettici e criminali recidivi. W. Duncan McKim, nel suo libro Heredity and Human Progress del 1899, propone di sopprimere quanti non erano degni di procreare impiegando il gas dell’acido carbonico.

Molti genetisti rinomati sostenevano l’eugenetica negli USA. Intorno al 1906 e 1915, la maggior parte dei genetisti erano attivi nella divulgazione come, per esempio, tutti i membri del primo comitato editoriale della principale rivista scientifica “Genetics”. L’eugenetica divenne una disciplina scientifica a tutti gli effetti. Gli scienziati cominciarono a parlarne anche in riviste di larga diffusione come “Popular Science” che negli anni ’10 riportava molti di questi articoli; in una relazione sulle “psicopatologie degli ebrei”, il Dottor Wilson affermava che essi sono fra le razze più promiscue e predisposte alle psicopatologie e li poneva al secondo posto nella lista degli immigrati per “inferiorità mentale”.

Nel 1910 Charles B. Davenport (tra i fondatori dell’ecologia) fondò il più importante centro americano per la ricerca e la diffusione della dottrina eugenetica, l’Eugenics Record Office che promosse la sterilizzazione dei “non idonei” alla riproduzione perché portatori di tare ereditarie. Nel 1924, con il “Johnson Act” (Immigration Restriction Act) l’America, in armonia con i principi del movimento eugenetico americano, limitava i flussi d’immigrazione per difendere la propria purezza razziale dai popoli dell’area del Mediterraneo e dell’Europa dell’Est, per una presunta inferiorità biologica. Theodore Roosevelt, membro del del circolo di Osborn e cofondatore del Boone and Crockett Club (B&C, Club fondato dall’evoluzionista e convinto razzista Henry Fairfield Osborn, la prima associazione ambientalista degli Stati Uniti) , 26esimo Presidente degli USA disse: «(…) il primo dovere di ogni buon cittadino, uomo o donna, di giusta razza, è quello di lasciare la propria stirpe dopo di sé nel mondo; e non è di alcun vantaggio consentire la perpetuazione di cittadini di razza sbagliata… spero ardentemente che agli uomini disonesti sia impedito del tutto di procreare (…)».

In oltre mezzo secolo la California ha sterilizzato 60 mila malati di mente. Questa pratica riguardava non solo i malati mentali ma anche delinquenti recidivi, violentatori, alcolisti, prostitute, malati cronici, poveri, portatori di tare ereditarie – in generale, persone ritenute deboli, inutili, indesiderate. È del 1907 la prima legge che autorizza la sterilizzazione forzata nello stato dell’Indiana, segue nel 1909 la California, che, con una legge ulteriore del 1913, prevede la sterilizzazione degli ospiti degli ospedali psichiatrici e delle prigioni. L’esempio dell’Indiana e della California è seguito da più della metà degli stati fino agli anni trenta.

In fondo Hitler ha applicato quanto gli americani avevano già da tempo teorizzato e fatto, in particolare s’ispirò al libro dell’antropologo razzista Madison Grant The Passing of the Great Race (1916) che considerava la sua Bibbia.

Alcuni stati si sono distinti per un maggior impegno in tal senso, con una legislazione eugenetica non solo positiva, mirante cioè ad indirizzare le scelte riproduttive (vedi Progetto Lebensborn), ma anche negativa, ovvero tesa alla rimozione forzata dei caratteri considerati negativi.

Ecco il numero di vittime i cui “caratteri negativi” sono stati rimossi forzatamente:

• Germania, 1933-1941: oltre 400.000

• Stati Uniti, 1899-1979: circa 65.000

• Svezia, 1934-1976: 62.888

In Svezia, tra il 1935 e il 1996, sono stati sterilizzati circa 230.000 tra handicappati, malati mentali e asociali, delinquenti, minoranze etniche, indigeni di razza mista e prostitute, tutti accusati di pesare sull’assistenza pubblica e di essere portatori di malattie e di stili di vita dagli alti costi sociali. La sterilizzazione coattiva è rimasta in vigore fino al 1976, anno in cui una nuova legge rende obbligatorio il consenso degli interessati. Nel maggio del 1999, il Parlamento svedese ha deciso di indennizzare le vittime della politica di sterilizzazione forzata condotta dal 1934 al 1975. La Svezia è stato il primo paese a fondare, nel 1921, un Istituto statale di biologia razziale.

• Finlandia, 1935-1970: 58.000

• Norvegia, 1934-1977: 40.891

• Danimarca, 1929-1967: 11.000

• Canada, 1928-1972: circa 3.000

• Francia: circa 15.000, quasi esclusivamente donne considerate pazze e internate nei manicomi

• Svizzera, 1928-1985: circa 1.000

In Svizzera, inoltre, tra il 1926 e il 1972, oltre seicento bambini jenisches (zingari) sono stati sottratti forzatamente alle loro famiglie dall’Opera di soccorso “Enfants de la grand-route” che aveva il compito di sradicare il nomadismo. Questi bambini sono stati collocati presso famiglie affidatarie, negli orfanotrofi, incarcerati o internati in ospedali psichiatrici. Furono praticate anche sterilizzazioni forzate. Vi erano 35.000 jenisches, ne sono rimasti 5.000. In Europa 500.000 zingari sono stati sterminati durante la seconda guerra mondiale.

Le leggi eugenetiche furono votate pressoché ovunque a stragrande maggioranza. Le forze politiche di ogni orientamento furono concordi sull’utilità delle pratiche di sterilizzazione, per il miglioramento della razza, o per motivi demografici ed economici. In particolare in Svezia e Finlandia la gestione del welfare state portò a scegliere interventi di questo tipo per ridurre il carico degli assegni di maternità. Negli Stati uniti ad essere sterilizzati era chi veniva dichiarato debole di mente, pazzo, idiota, imbecille, criminale-nato, o addirittura epilettico, moralmente degenerato o sessualmente pervertito.

Oltre alle sterilizzazioni vi erano le politiche che miravano a favorire la riproduzione tra soggetti “adeguati”, ad esempio il divieto di matrimonio tra “adatti” e “inadatti”. Misure eugenetiche positive più o meno blande sono state prese pressoché ovunque. Negli Stati Uniti, la violazione delle regole sul matrimonio era punita con fino a 10 anni di reclusione.

Il regime fascista, nonostante la vicinanza con alcuni scienziati sostenitori dell’eugenetica, non prenderà mai misure sostanziali di questo tipo. Solo alcuni provvedimenti legati alla politica di espansione demografica hanno tentato di proporre una disciplina morale che portasse al “miglioramento della razza”. Posizione perfettamente in sintonia con il parere della Chiesa, che non vedeva di buon occhio i provvedimenti eugenetici ma apprezzava la proposta di igienizzazione “morale” al fine del “miglioramento razziale”.

Dopo la caduta del fascismo e proprio per la mancanza di normative specifiche, in Italia si è praticata la sterilizzazione di alcune categorie sociali e in particolare si è intervenuti su giovani donne con handicap mentale. Il professor Pinkus, coordinatore del gruppo di lavoro sulla sterilizzazione del Comitato Nazionale per la Bioetica, stima che tra 1985 e il 1999 (anno di pubblicazione del documento del CNB) siano stati sterilizzati almeno 6.000 disabili psichici.

STERILIZZAZIONE COATTA (1933 – 1939)

L’attuazione della «Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie») prevedeva la sterilizzazione forzata di persone affette da una serie di malattie ereditarie – o supposte tali – tra le quali schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington, deficienza mentale e alcoolismi cronico. I candidati erano individuati nelle case di cura, negli istituti psichiatrici, nelle scuole per disabili e nelle prigioni. Speciali Erbgesundheitsgerichten («Tribunali per la sanità ereditaria») formati da tre membri (due medici e un giudice distrettuale), avevano il compito di esaminarli e giudicarli per avviarli alle sale operatorie. I responsabili degli istituti (medici, direttori, insegnanti, ecc.) avevano l’obbligo di riferire ai funzionari dei Tribunali, in palese violazione del codice deontologico, il nome di chi rientrava nelle categorie da sottoporre a sterilizzazione. Nonostante le numerose proteste, si stima che tra il 1933 ed il 1939 siano state sterilizzate 200.000 – 350.000 persone. La legge fu utilizzata, in alcuni casi, a scopo punitivo contro donne considerate colpevoli di prostituzione e, nonostante la mancanza di senso logico, furono anche sterilizzate persone affette da disabilità non ereditarie. Martin Bormann, stretto collaboratore e successivamente segretario privato di Hitler, fece circolare una direttiva nella quale era specificato che in una diagnosi di debolezza mentale era necessario tener conto del comportamento politico e morale della persona esaminata, una chiara allusione alla possibilità di colpire i nemici del Partito attraverso il provvedimento e di soprassedere invece nel caso opposto. La Chiesa cattolica, pur deplorando il provvedimento, si tenne in disparte limitandosi a chiedere che i medici cattolici fossero dispensati dall’applicazione della legge.

IL CASO SVEDESE

I paesi dell’area scandinava potevano vantare, agli inizi del Novecento, una delle principali comunità di eugenisti presenti nel panorama mondiale. Tra di essi Lundborg, il cui attivismo aveva portato nel 1922 alla costituzione, a Uppsala, dell’Istituto svedese di Biologia Razziale, un’istituzione nel suo genere unica al mondo fino a quel momento, ed il norvegese Mjøen, a lungo massima autorità europea in materia di eugenetica. Le politiche di sterilizzazione, varate tra il 1929 ed il 1935 in Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia, negli anni successivi avranno tra loro parecchie similitudini, a loro volta determinate dalla condivisione di un medesimo modello culturale, sociale ed economico. In tutti i casi si cercherà di legittimare le teorie pseudoscientifiche sulla degenerazione, ma nella realtà saranno le ragioni del Welfare State a prevalere. Tra questi paesi, la Svezia è probabilmente il caso più eclatante, considerando il posto che ha occupato, nell’immaginario collettivo, in relazione a presunti archetipi di “progresso” e “civiltà”.

Anche in Svezia il motivo della bonifica dagli elementi biologicamente tarati rimarrà in seguito ridondante nella propaganda eugenetica, ma il ricorso alle retoriche degli svedesi “di serie A” servirà da mero pretesto, mascherando un intervento repressivo di ordine socio-economico che teneva in considerazione, molto più che fattori razziali, un paradigma di “buona cittadinanza” plasmato nel rispetto di un’etica calvinista e puritana. Le pressioni esercitate in tal senso dall’ala riformatrice guidata da Gunnar ed Alva Myrdal furono decisive nel dare un taglio ‘socialdemocratico’ all’eugenetica svedese. Nel 1934 è varata la prima legge svedese per la sterilizzazione eugenetica, poi estesa nel 1941 a nuove categorie di marginali. L’obiettivo era di eliminare dal ciclo riproduttivo gli individui moralmente ed economicamente incapaci di assicurare ai propri figli un’educazione “appropriata”.

La macchina sterilizzatoria svedese ebbe come suo principale, quasi esclusivo bersaglio, le donne. L’eccessiva prolificità venne stigmatizzata sia come deleteria per l’ethos collettivo, sia per il bilancio pubblico, prevedendo il Welfare-State un sistema di assegni di maternità. Delle oltre 60.000 sterilizzazioni effettuate in Svezia tra il 1934 ed il 1976, anno in cui la legge eugenetica venne definitivamente accantonata, circa il 95% riguardano donne. Risentire di uno stato depressivo, alzarsi tardi al mattino, avere amicizie maschili, parlare liberamente in pubblico della propria vita sessuale, seguire svogliatamente le lezioni scolastiche o le funzioni religiose, o semplicemente andare a ballare, divennero atteggiamenti potenzialmente destabilizzanti. Atteggiamenti da stigmatizzare e reprimere attraverso la sterilizzazione, la cui necessità era decretata da compiacenti diagnosi di “schizofrenia”, “devianza”, “irresponsabilità morale” opportunamente formulate dai medici al servizio dell’organigramma normalizzatorio svedese.

PROGETTO LEBENSBORN

Il Progetto Lebensborn (eugenetica positiva) fu uno dei diversi programmi avviati per realizzare il folle proposito di preservare e/o fondare una società composta esclusivamente da individui di “pura razza ariana”. Solo a conclusione della seconda guerra mondiale è stato possibile scoprire che tale programma consisteva nel creare residenze segrete dove far accoppiare individui umani “razzialmente puri” al fine di allevarne la progenie. La maggior parte delle donne selezionate a questo scopo, erano coniugate con i soldati della Wehrmacht, della Luftwaffe o della Kriegsmarine – gli uomini erano ufficiali.

Il progetto ebbe inizio nel 1935 e fu concepito inizialmente per assistere le mogli delle SS durante la gravidanza, ma si trasformò ben presto in un processo di selezione razziale. A partire dal 1938 la sua direzione venne affidata al Persönlicher Stab RFSS, in pratica all’ufficio centrale del personale delle SS. In questo senso il suo ruolo fu modificato. Le sedi del “Lebensborn Eingetragener Verein” (Società Registrata Fonte di Vita) divennero il punto di incontro tra ufficiali delle SS e donne tedesche “razzialmente pure”. Scopo ultimo era la messa al mondo di figli di puro ceppo germanico. Dopo la nascita i bambini venivano separati dai loro genitori e affidati all’organizzazione delle SS che si prendeva cura della loro educazione. Non tutti gli ufficiali delle SS facevano parte al Progetto Lebensborn: l’adesione era volontaria.

All’inizio del 1940, con l’occupazione della Danimarca e, soprattutto, della Norvegia nell’Operazione Weserübung, la Germania nazista ebbe a disposizione i territori sui quali realizzare il progetto. Vennero costruite strutture apposite, ospedali geriatrici e case di degenza, in cui le puerpere potevano portare avanti la gravidanza e partorire i figli in condizioni di vita eccellenti.

Vennero creati istituti in Germania (inclusa l’Austria) a Bad Polzin, Bofferding bei Luxemburg, Gmunden, Hohenhorst, Klosterheide, Nordrach, Pernitz, Schalkhausen, Steinhoering, Wernigerode e Wiesbaden; in Belgio a Végimont; in Danimarca a Copenaghen; in Francia a Lamorlaye; nel Governatorato Generale a Cracovia, Otwock e Varsavia; nei Paesi Bassi a Nijmegen; e in Norvegia a Bergen, Geilo, Hurdalsverk, Klekken, Os, Oslo, Stalheim e Trondheim.

Si stima che i bambini ariani nati nel periodo di occupazione nazista siano stati qualche decina di migliaia. Dopo la fine del conflitto, essi e le loro madri furono ripudiati dal resto della popolazione che li isolò facendoli oggetto di scherno ed odio.

Nell’ambito del Progetto Lebensborn, inoltre, si calcola che siano morti non meno di 5.000 bambini tra il ’39 e il ’44. Oltre agli accoppiamenti selettivi tra persone con caratteristiche razziali ottimali, l’operazione comportò il rapimento di bambini dai territori occupati: 200.000 in Polonia, 50.000 in Ucraina, 50.000 nella regione baltica, un numero imprecisato in Norvegia e Francia e i superstiti del massacro di Lidice in Ceccoslovacchia. Questi bambini furono affidati a famiglie ariane. Coloro che non avevano abbastanza sangue ariano o che non riuscivano ad adattarsi, furono sterminati in Polonia nel campo di Kalish.

IL PROGETTO LEBENSBORN IN NORVEGIA

“Lebensborn” (Sorgente di vita), fu un progetto segreto ideato nel 1935 da Heinrich Himmler per “arianizzare” la popolazione del Reich attraverso l’unione pianificata tra “perfetti esemplari della razza ariana” e donne, anche straniere, che offrivano sufficienti garanzie di “purezza”. La Norvegia era considerata terra “ariana” d’elezione. Al momento dell’invasione, i militari nazisti furono incoraggiati in prima persona da Hitler a fare il maggior numero di figli con le donne del luogo. Dopo la conquista, non meno di 350 mila soldati tedeschi considerati l’elite della purezza “ariana” entrarono in Norvegia ed ogni donna norvegese incinta di uno di essi, purché fosse in grado di provare le origini “ariane” del bambino, aveva diritto ad essere sostenuta finanziariamente e riceveva un trattamento privilegiato. Tra il 1940 e il 1945, nacquero dai 10 ai 12 mila bambini figli di donne norvegesi e soldati nazisti, 6 mila dei quali ospitati in istituti speciali preposti ad allevarli. Qui ricevevano un’alimentazione particolare e venivano educati alla mentalità nazista. Dal 1941 in poi, i bambini nati in seguito al progetto Lebensborn divenivano automaticamente cittadini tedeschi così da poter essere trasferiti in Germania dove avrebbero portato una massiccia dose di purezza nordica. Sarebbero divenuti i superuomini del nazismo, incarnazione perfetta della follia hitleriana. Ma con le prime sconfitte della Wehrmacht e la rabbia crescente della popolazione scandinava nei confronti degli occupanti, il progetto perde importanza. Poco prima della fine del conflitto, migliaia di documenti riguardanti i “Lebensborn” furono distrutti e andarono perdute molte delle carte che legavano i bambini alle loro famiglie di origine. A pagare sono prima di tutto le donne: inserite nelle liste pubbliche di «traditrici della Patria», sono abbandonate dalla famiglia, perdono il lavoro, diventano oggetto di inaudite violenze. Da subito, il governo norvegese non le tutela, anzi: a fine maggio del 1945 sono circa mille le arrestate nella sola Oslo, rinchiuse in campi di concentramento e smistamento. Ma l’esecutivo fa di più: nell’agosto dello stesso anno approva una legge retroattiva secondo la quale ogni donna «sposatasi nei cinque anni precedenti con un nemico tedesco, perderà immediatamente la cittadinanza». E i sondaggi di opinione confortano il legislatore: tre cittadini su quattro sono favorevoli a una loro punizione, caldeggiata anche dalla maggior parte dei media. Dopo la guerra, una commissione norvegese stabilì che i bambini dovevano rimanere in Norvegia. Qui, a causa del “vergognoso” atteggiamento delle madri che si erano accoppiate con soldati nazisti, i “Lebensborn Kinder” subirono ogni sorta di abuso e discriminazione. I bambini già trasferiti in Germania rimasero con le famiglie di adozione e molti di loro non conobbero mai la verità, altri furono restituiti alle madri, alcuni ebbero una sorte drammatica, furono trasferiti in orfanotrofi, in ospedali psichiatrici, picchiati e maltrattati. Almeno il 90 per cento degli ex bambini di Lebensborn non ha mai conosciuto i propri genitori biologici.

Nel marzo del 2007, 154 norvegesi, 4 svedesi ed un tedesco, hanno presentato ricorso contro il governo Norvegese alla Corte europea dei diritti dell’uomo accusandolo di Violazione dei diritti umani, in quanto, non solo non li avrebbe tutelati dopo la guerra, ma si sarebbe comportato nei loro confronti in modo pesantemente discriminatorio, in taluni casi addirittura persecutorio. Chiedono 250 mila euro come risarcimento per i danni subiti. In passato, il governo avrebbe offerto loro limitati risarcimenti, senza mai ammettere la propria responsabilità. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo si è pronunciata nel 2007 in appoggio al governo norvegese, ponendo fine ai ricorsi giudiziari.

ESPERIMENTI SU CAVIE UMANE

Durante la Seconda guerra mondiale, in alcuni campi di concentramento nazisti e in altre strutture, venivano effettuati degli esperimenti di presunto carattere scientifico sui deportati e gli internati. In qualche caso il fine dichiarato era quello di verificare la resistenza umana in condizioni estreme, più spesso gli obiettivi erano riconducibili alla perversione degli operatori medici.

L’EUGENICA E LE STERILIZZAZIONI FORZATE NEL XX e XXI SECOLO

• Nel 1979 la Cina emana una normativa denominata “Legge eugenetica e protezione salute” con la quale intende risolvere il problema della sovrappopolazione. Essa prevede che una coppia non possa avere più di un figlio. La nascita di una femmina è considerata una maledizione perché comporta l’estinzione della propria dinastia. E’ per questo che in Cina spariscono milioni di bambine. Sono uccise appena nascono, molte donne incinte vengono arrestate e costrette ad abortire, poi vengono sterilizzate. Le madri che si rifiutano di perdere le loro bambine vengono minacciate dalla polizia, possono perdere il lavoro, essere isolate dalla comunità e cacciate dai parenti. Le famiglie ricche possono avere più bambini pagando una tassa sui figli. La tassa corrisponde, per il secondo figlio, a tre volte il reddito annuo della coppia. Molte famiglie non iscrivono le figlie all’anagrafe rendendole di fatto inesistenti. Queste bambine non godono di alcun diritto o tutela, sono respinte dagli ospedali, non possono curarsi, sono vittime di ogni abuso e violenza che resta impunito. La maggior parte di esse sono vendute come schiave. Negli anni ’90 il governo cinese ha allentato la pressione sulle famiglie. In caso di nascita di una femmina, la famiglia è autorizzata ad avere un secondo figlio, ma ovviamente il problema è tutt’altro che risolto.

• Normative che permettono la sterilizzazione coatta sono emanate anche in Spagna dove la Corte Costituzionale ha ammesso la sterilizzazione coatta dei malati psichici nel 1994. in Giappone la sterilizzazione a scopo eugenico è legalizzata nel 1948 e revocata nel 1996, tra il 1949 ed il 1995, 16.520 donne handicappate sono state sterilizzate senza il loro consenso. Attualmente, in Austria, dove non ci sono norme in materia, risulta che il 70% delle donne con handicap psichico è normalmente sterilizzato.

• In Brasile, almeno al 45% delle donne sono state legate le tube, spesso senza il loro permesso o senza che fossero informate sulla irreversibilità dell’intervento. Ciò è avvenuto con il sostegno finanziario degli Stati Uniti e delle istituzioni economiche internazionali che hanno elargito 32 milioni di dollari attraverso vari enti tra i quali l’International planned parenthood federation, il Population council, l’International federation for family life promotion, la Ford foundation, la Rockefeller foundation e la Banca mondiale. Sette milioni e mezzo di donne brasiliane sono state minorate in 5 anni, nonostante la sterilizzazione sia vietata.

• Nel Messico si usa la sterilizzazione chimica che consiste nell’introdurre 7 pillole nell’utero delle donna. Le pillole, costituite di una sostanza chiamata quinacrina, brucia l’utero e le ovaie provocando cicatrici. L’Istituto Statale Messicano della Salute (IMSS) impianta spirali nell’utero delle donne senza il loro consenso.

• Si stima che oltre 10.000 donne siano state sterilizzate nei paesi in via di sviluppo (Vietnam, Cina, Bangladesh, Filippine, Marocco).

• In Tibet, dopo l’occupazione militare cinese, sono morte circa un milione e mezzo di persone, una pulizia etnica accompagnata ancora oggi dalla sterilizzazione di massa e dagli aborti forzati eseguiti sulle donne tibetane. Solo nel 1997 si è avuta notizia di ben 883 casi. Dopo il primo figlio, le donne tibetane sono costrette a fuggire all’estero per partorire, poi tornano in Tibet lasciando il bambino orfano in India o in Nepal.

• Il Centro per i diritti alla Riproduzione (CRR) di New York ha pubblicato un rapporto sulla sterilizzazione forzata di 110 zingare in Slovacchia dal 1989 ad oggi.

• La Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani (CCIODH) segnala in Chiapas il sequestro di bambini indigeni e la sterilizzazione forzata di donne nelle zone con forte presenza dell’esercito. Il direttore di Pro-Vida, Jorge Serrano Limon, ha documentato nel 1996 più di 300 casi di sterilizzazione forzata effettuati in istituti medici governativi.

• 1976-2002. Programmi di sterilizzazione coatta e di massa vengono realizzati, col supporto di agenzie Onu, in India, Cina, Perù e in altri paesi del Terzo Mondo.

• In Perù più di 300.000 donne sono state sottoposte a sterilizzazione forzata dal 1996 al 2000 durante il secondo governo dell’ex presidente Alberto Fujimori.

STERILIZZAZIONI FORZATE NEGLI USA DAL 1907 AL 1940

Di seguito è indicato lo Stato, tra parentesi la data di promulgazione della legge eugenetica, le categorie colpite e il numero di interventi

Alabama (1919) – Deboli di mente: 224
Arizona (1929) – Internati in istituzioni per squilibrati: 20
California (1909) – Deboli di mente, criminali abituali, pazzi, idioti: 14.568
Connecticut (1909) – Deboli di mente, pazzi, idioti, imbecilli, criminali-nati: 418
Delaware (1923) – Deboli di mente, pazzi, epilettici: 610
Georgia (1929) – Deboli di mente: 127
Idaho (1925) – Epilettici, imbecilli, pazzi, criminali abituali, persone moralmente degenerate: 14
Indiana (1907) – Deboli di mente, pazzi ereditari, epilettici: 1.033
Iowa (1911) – Imbecilli, sifilitici, pazzi, criminali abituali, persone moralmente degenerate: 336
Kansas (1913) – Deboli di mente, pazzi, criminali abituali: 2.404
Maine (1925) – Deboli di mente: 190
Michigan (1913) – Pazzi, deboli di mente: 2.145
Minnesota (1925) – Pazzi, deboli di mente: 1.830
Mississippi (1928) – Persone con forme ereditarie di pazzia, epilessia, idiozia, cretinismo: 523
Montana (1923) – Deboli di mente, pazzi, epilettici: 186
Nebraska (1915) – Pazzi, deboli di mente: 388
New Hampshire (1917) – Deboli di mente ed altri mentalmente degenerati: 430
New York (1912) – Deboli di mente, rapitori, criminali: 42
North Carolina (1919) – Mentalmente tarati: 1.017
North Dakota (1913) – Imbecilli, pazzi, epilettici, criminali abituali, persone moralmente e sessualmente pervertite: 534
Oklahoma (1931) – Criminali abituali, idioti, epilettici, imbecilli, pazzi: 470
Oregon (1917) – Imbecilli, pazzi, epilettici, criminali abituali, persone moralmente e sessualmente pervertite: 1.450
South Carolina (1932) – Idioti, epilettici, imbecilli, pazzi: 35
South Dakota (1913) – Deboli di mente: 577
Utah (1925) – Criminali abituali, idioti, epilettici, imbecilli, pazzi: 252
Vermont (1931) – Idioti, imbecilli, malati di mente, pazzi: 212
Virginia (1924) – Idioti, imbecilli, deboli di mente, pazzi, epilettici: 3.924
Washington (1909) – Imbecilli, pazzi, epilettici, criminali abituali, persone moralmente e sessualmente pervertite: 667
West Virginia (1929) – Idioti, imbecilli, malati di mente, pazzi, epilettici: 46
Wisconsin (1913) – Deboli di mente, pazzi, persone epilettiche e criminali: 1.156

Totale 35.878

Il primo sterminio nazista non fu contro gli ebrei: fu il genocidio dei bambini disabili, meno noto alla storia

https://www.curioctopus.it/read/18196/il-primo-sterminio-nazista-non-fu-contro-gli-ebrei:-fu-il-genocidio-dei-bambini-disabili-meno-noto-alla-storia?fbclid=IwAR2WPhyxdXPKhf0q0hyJ66WXH-Hk92sLPkHywictUkQeEO4D1Na8dpOZLwo

Ad animare il progetto non fu l’odio diretto verso un popolo straniero, bensì contro un particolare gruppo di connazionali tedeschi, considerati comunque geneticamente “inferiori” e per questo condannati ad una fine atroce: i disabili.

Aktion T4 fu un programma di eugenetica tenuto nascosto ai più: lo stesso nome prese ispirazione dall’indirizzo in cui aveva sede: 4 Tiergartenstraße, Berlino. Le basi ideologiche si ritrovano nello stesso manifesto ideologico del nazifascismo, il “Mein Kampf“: in esso, l’obiettivo di “igiene razziale” si declinava anche nel senso di preservare esclusivamente i “bambini generosi sani”.

Tale proposito fu implementato già all’indomani dell’ascesa di Hitler al potere nel 1933, attraverso la sterilizzazione forzata di 400.000 disabili fisici e mentali.

immagine: wikiwand

Foto: Manifesto nazista dell’eugenetica del 1935 in cui si denuncia la minaccia rappresentata dalla riproduzione degli “indesiderabili genetici”, che avrebbero potuto diventare la maggioranza della popolazione.

immagine: Marcel/wikimedia

Fu nel 1939 che l’Aktion T4 prese avvio: con una lettera (vedi foto) Hitler autorizzava la creazione del Comitato del Reich per la registrazione scientifica delle malattie ereditarie e congenite, guidato, tra gli altri, dal dottor Karl Brandt e dal capo nazista della Cancelleria Philipp Bouhler.

immagine: USHMM/wikimedia

Chi era Karl Brandt? Il dottore responsabile del primo omicidio di un neonato tedesco disabile nella Germania nazista, Gerhard Kretschmar. Nato pochi mesi prima con con gravi e incurabili disabilità fisiche e mentali, il padre scrisse a Hitler chiedendogli di autorizzarne l’eutanasia. Ovviamente, essendo in linea con l’ideologia ed il programma d’azione nazisti, Hitler concesse la sua autorizzazione: era il luglio 1939. La lettera che dava inizio ad Aktion T4  fu scritta poco tempo dopo.

Per decreto tutti i medici, infermieri e ostetriche dovevano segnalare i bambini di età inferiore ai 3 anni affetti da grave disabilità mentale o fisica, i cui genitori furono incoraggiati ad internare i figli malati in una delle sei cliniche pediatriche appositamente designate in Germania e Austria.

All’inizio, i medici e gli amministratori della clinica includevano solo neonati e bambini piccoli nell’operazione, ma ben presto furono internati anche i ragazzi fino ai 17 anni, ed in breve la misura fu allargata anche ai disabili adulti.

A partire dal gennaio 1940, il programma di eutanasia venne quindi applicato in maniera seriale ed estesa. Pool di medici valutavano e selezionavano i pazienti per la “fase finale” del programma. Si trattava di persone affette per lo più da schizofrenia, epilessia, demenza, encefalite e altri disordini psichiatrici o neurologici cronici. I pazienti scelti erano trasportati direttamente in un centro per “cure speciali”, ovvero dotato di camere di monossido di carbonio travestite da docce. 

Fu Bouhler ad escogitare lo stratagemma del “bagno e disinfezione” come mezzo per tenere tranquille le vittime il più a lungo possibile: un metodo che fu anche adottato contro gli ebrei.

Nonostante i tentativi di camuffarlo e tenerlo segreto, il programma Aktion T4 venne ben presto smascherato per ciò che era, un genocidio su basi eugenetiche. I primi a rendersene conto furono i parenti delle vittime: impossibilitati a visitare i cari internati, finivano per ricevere lo stesso tipo di lettera che annunciava la morte del caro per “morbillo” o altra malattia infettiva che ne aveva resa necessaria la cremazione. Fu la Chiesa a raccogliere intorno a sé la resistenza al programma e a promuovere la consapevolezza pubblica intorno alla grave questione.

Infine, Hitler dovette fermare il programma nell’agosto del 1941. Il bilancio finale fu di 300.000 vittime, tutte tedesche o austriache, la metà delle quali bambini.

immagine: wikimedia

Alla fine della Guerra, solo alcuni dei responsabili nazisti del programma furono consegnati alla giustizia. Il Tribunale Militare Internazionale nel 1946-1947 condannò diversi medici nazisti per il loro ruolo nel programma (tra gli altri reati), incluso il dottor Brandt.

Il dottor Pfannmüller fu infine condannato per il suo ruolo in 440 omicidi nel 1951 a cinque anni interi di prigione, poi ridotti a 4 in appello : finì la sua vita da uomo libero nella sua casa di Monaco nel 1961.