Sulle tracce della città di Rama

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03 Luglio 2019
Il ritrovamento delle Mura di Rama, in Valle di Susa, ha estratto la città di Rama dal mito per  inserirla nella Storia
Il ritrovamento delle Mura di Rama, in Valle di Susa, ha estratto la città di Rama dal mito per inserirla nella Storia

Per tanto tempo è stata nascosta. Ora tutti sembrano sapere dov’è. Ma è proprio così? 

Una leggenda. Un mito. Una storia

Secondo le Famiglie Celtiche del Nord del Piemonte, in tempi arcaici esisteva Rama, un’antica città megalitica, che si estendeva per tutta la Valle di Susa e anche Oltralpe. Le tracce di questa leggenda sono visibilissime per chiunque voglia andare appena un po’ oltre la miopia degli archeologi “skeptics” che bollano questi ritrovamenti come cose poco interessanti ai fini di una ricerca archeologica. Miopia o qualcos’altro?

Sta di fatto che la mitica città di Rama per molto tempo è stata oggetto di cover-up.

Eppure il mito della città di Rama è sopravvissuto ai secoli per via delle tradizioni orali del druidismo locale e grazie ai ricercatori dell’800 che hanno raccolto dati di prima mano e conferme documentate della sua esistenza, prima che scomparissero nell’oblio come le pietre delle mura demolite e confiscate dai romani.

Possiamo ricordare soprattutto il prezioso lavoro di Matilde Dell’Oro Hermil e la sua opera “Storia di Mompantero e del Roc Maol”, pubblicato a Torino nel 1897, dove cita e descrive la città di Rama secondo le leggende raccolte nella Valle di Susa.

Secondo Matilde dell’Oro Hermil, oltre alla vastità del corpus di leggende riferite all’antica città ciclopica, in tutta l’area piemontese si può reperire una vasta presenza di opere megalitiche di ogni genere riconducibili all’antica cultura di Rama.

Ma poi, il nulla.

Fino agli anni ’70 del secolo scorso, quando il ricercatore Giancarlo Barbadoro e il compianto archeologo Mario Salomone non si sono messi sulle tracce dell’antico mito.

Nella Torino-dormitorio per dopolavoristi di fine anni ’70, inizio anni ’80, Giancarlo Barbadoro dà il via ad una iniziativa destinata a dare una svolta alla cultura della città e ad ispirare innumerevoli filoni culturali.

La ruota solare incisa in verticale su una roccia a Monpantero ricorda il mito della ruota d’oro che Fetonte lasciò agli uomini al suo commiato
La ruota solare incisa in verticale su una roccia a Monpantero ricorda il mito della ruota d’oro che Fetonte lasciò agli uomini al suo commiato

Fonda in quegli anni il Centro Culturale Spazio 4 che si occupa di archeologia, astronomia, esobiologia, parapsicologia, meditazione, spiritualità. Lo scopo è quello di proporre una ricerca tra scienza e spiritualità, senza confini o barriere ideologiche. L’iniziativa si collega a una corrente europea di rinascimento spirituale che in quegli anni ha visto nascere un movimento culturale che è sfociato in quella che attualmente è conosciuta come New Age.

L’iniziativa Spazio 4 suscita un enorme interesse soprattutto tra i giovani ed è una fucina che ispirerà molti movimenti spiritualisti della Torino degli anni ’80, nonché un nuovo modo di fare cultura che influenzerà anche la musica. Un crogiuolo di esperienze che ha ispirato molteplici realtà culturali e musicali presenti ancora oggi nella città di Torino.

È in quegli anni che Barbadoro, insieme all’amico Mario Salomone, inizia il suo percorso sulle tracce del mito di Rama. E insieme fanno una scoperta straordinaria.

Il libro d’oro di Rama

Il modo in cui Barbadoro e Salomone sono giunti al Libro d’oro di Rama è singolare e puramente occasionale, sebbene significativo nei particolari della vicenda. La Valle di Susa è stata da sempre oggetto di attento studio da parte di ricercatori e di scopritori di tesori dell’antichità.

Purtroppo, molte volte gli organi ufficiali hanno compiuto azioni che hanno portato alla distruzione di elementi archeologici preziosissimi, come è accaduto con la scomparsa del prezioso e antichissimo complesso “La Maddalena” di Chiomonte, in Valle di Susa, raso al suolo per far transitare il tanto discusso tracciato ferroviario della linea ad alta velocità.

Anche il museo che ospitava preziosi reperti della nostra storia di più di 5.000 anni fa è stato requisito trasformando le stanze in una caserma per il controllo dei lavori. Per fortuna esiste una preziosa testimonianza (l’unica) di questa antica necropoli in un video realizzato da Shan Newspaper.

E senza contare lo smantellamento sistematico di monumenti megalitici avvenuto ad opera di “ignoti”.

Assieme al compianto archeologo Mario Salomone, negli anni ‘70 Barbadoro attuò moltissime esplorazioni in tutta la Valle di Susa, giungendo alla scoperta di “ripari sotto roccia” e alla serie dei famosi “mascheroni” definiti di “fattura tolteca” rinvenuti nei pressi della cittadina valligiana di Villar Focchiardo.

Le ruote solari, numerosissime nelle Valli di Susa e di Lanzo, sembrano testimoniare un antico culto riferito al mito di Fetonte e della città di Rama
Le ruote solari, numerosissime nelle Valli di Susa e di Lanzo, sembrano testimoniare un antico culto riferito al mito di Fetonte e della città di Rama

I contadini della Valle, anch’essi curiosi sulla storia della loro terra e raccoglitori dei reperti antichi rinvenuti occasionalmente nei loro campi durante le arature, sono sempre stati gelosi custodi delle loro conoscenze e diffidando degli enti ufficiali e dei “ricercatori della domenica” sono sempre stati riservati sui loro segreti, rilasciando tutt’al più all’occorrenza indicazioni sempre fuorvianti.

Tuttavia i contadini della Valle, divenuti fiduciosi dell’integrità dei due ricercatori, non lesinarono mai nel mostrare le loro scoperte che non erano assolutamente attribuibili ai Celti pre-romani né tantomeno all’Impero romano. Oggetti che gli enti ufficiali dell’epoca non presero mai in vera considerazione.

Fu così che un giorno dei primi di ottobre del ‘74 due contadini della Valle di Susa portarono a vedere ai due ricercatori un cofanetto di pietra. Dissero di averlo trovato casualmente in una delle stanze sotterranee del complesso megalitico della città di Rama che di tanto in tanto esploravano alla ricerca di possibili tesori. Approfondendo in seguito la conoscenza di queste due persone compresero che era stato un aiuto giunto da parte delle Famiglie Celtiche della zona valligiana per dare un supporto concreto su cui lavorare nella ricerca sulla città di Rama e sul mito di Fetonte.

Il cofanetto era in pietra grigia scura a forma di parallelepipedo con un coperchio che si apriva su uno dei lati più lunghi lasciando intravedere una serie di lamine di metallo rettangolari che i contadini definirono come un libro dalle pagine d’oro.

Le lamine sembravano essere effettivamente d’oro, però inscurito e dai riflessi vagamente verdastri. Erano tutte incise su ambo i lati con caratteri delicatamente impressi. Barbadoro e Salomone proposero ai due contadini di trattenere il tutto per qualche giorno ma questi rifiutarono con fermezza. Permisero tuttavia di ricavare dei calchi usando il metodo del ricalco, o “frottage”, ottenuto ponendo della carta leggera su ciascuna delle lamine e strofinando sui caratteri incuneati la punta morbida di una matita. Il delicato lavoro di “copiatura” prese tutto un giorno e una notte, ma alla fine i due ricercatori ebbero la copia fedele e numerata di tutte le pagine del misterioso Libro d’oro di Rama.

Esaminando più tardi le iscrizioni rilevate, non avendo idea di che lingua si trattasse, i due ricercatori pensarono di trovarsi di fronte alla scrittura di qualche antica civiltà perduta che aveva edificato la città di Rama.

Ma Salomone riconobbe che i caratteri sembravano essere in greco antico. Nella settimana successiva, portò una copia fotografica dei fogli ad un esperto di linguistica di Torino per fargli tradurre qualcosa che illuminasse sul contenuto delle lamine. Ma questi si dichiarò incapace di fare una vera traduzione essendo il testo scritto in un greco piuttosto arcaico e indicando un suo conoscente, che abitava a Saint-André-de-la-Roche in Francia, anche lui esperto linguista che avrebbe potuto tradurre compiutamente il contenuto delle lamine.

Un dolmen nelle Valli di Lanzo. L’intero territorio del Nord del Piemonte è costellato da reperti megalitici che testimoniano l’insediamento di popoli Celtici e rafforzano la tesi dell’antica leggenda di Rama
Un dolmen nelle Valli di Lanzo. L’intero territorio del Nord del Piemonte è costellato da reperti megalitici che testimoniano l’insediamento di popoli Celtici e rafforzano la tesi dell’antica leggenda di Rama

La traduzione richiese parecchi mesi, ma alla fine, uno dopo l’altro, uscirono tesori inattesi costituiti da leggende, conoscenze storiche, trattati sciamanici dell’antico druidismo, e molto altro. Il Libro d’oro era una sorta di enciclopedia, una raccolta sistematica di varie leggende e di cronache di eventi storici riguardanti la città di Rama e il mito di Fetonte.

Documentazione che nel suo insieme narrativo risultava di poco dissimile da quella conservata ancora nel nostro tempo dalle Famiglie Celtiche e dalle comunità druidiche del Piemonte.

Le leggende

L’antica leggenda greca di Fetonte riprende il tema del mito del Graal con un riferimento diretto alle vicende del Piemonte. Nelle Metamorfosi di Ovidio, il testo narra di Fetonte, figlio di Zeus, il dio Sole, che salì sul carro del padre per provare a guidarlo pur essendone incapace, e finì per perderne il controllo avvicinandosi troppo alla Terra e incendiandola.

Zeus per salvare la Terra fulminò il figlio, e Fetonte precipitò al suolo cadendo nel fiume Eridano, l’antico nome del Po. Secondo le antiche leggende della tradizione druidica Fetonte cadde in un luogo posto all’incontro di due fiumi, dove si uniscono la Dora e il Po. Una zona dove secoli più tardi sarebbe sorta la città di Torino.

Molti autori hanno associato la figura di Fetonte a quella della leggenda di Lucifero: la somiglianza con il mito medievale del Graal è più che mai evidente. Proprio al mito di Fetonte è associata la leggenda della città di Rama.

Platone, il filosofo ateniese del 400 a.C., interpreta la leggenda di Fetonte come un simbolismo esoterico la cui esegesi rivela un significato ben concreto, riferito ad un evento reale. Il filosofo, in merito alla leggenda di Fetonte, sostiene che essa, come tutte le leggende, non era altro che una favola per bambini che nascondeva un vero significato, ovvero la narrazione della caduta di uno dei tanti oggetti che navigano attorno alla Terra e che ogni tanto, a caso, cadono su di essa provocando morti e distruzioni.

In effetti, se si osservano le foto satellitari eseguite sul Nord Europa, si può scorgere sul suolo piemontese l’impronta livellata dal tempo di un antico impatto avvenuto presumibilmente milioni di anni fa. In un’epoca in cui probabilmente vivevano ancora i dinosauri, prima della loro inspiegabile scomparsa.

Ma come valutare questo dato? Secondo la scienza a quel tempo non doveva ancora esistere la specie umana. Come ha fatto a sopravvivere il ricordo dell’accaduto? Chi ha perpetuato la narrazione di quello straordinario evento? Esistevano forse altre forme di vita intelligente che poi trasmisero le loro conoscenze alla successiva umanità?

Un reperto preistorico del complesso “La Maddalena” di Chiomonte, in Valle di Susa. Ora il sito non esiste più poiché è stato raso al suolo per far transitare il tanto discusso tracciato ferroviario della linea ad alta velocità. Anche il museo che ospitava preziosi reperti della nostra storia di più di 5.000 anni fa è stato requisito trasformando le stanze in una caserma per il controllo dei lavori. Per fortuna esiste una preziosa testimonianza (l’unica) di questa antica necropoli in un video realizzato da Shan Newspaper
Un reperto preistorico del complesso “La Maddalena” di Chiomonte, in Valle di Susa. Ora il sito non esiste più poiché è stato raso al suolo per far transitare il tanto discusso tracciato ferroviario della linea ad alta velocità. Anche il museo che ospitava preziosi reperti della nostra storia di più di 5.000 anni fa è stato requisito trasformando le stanze in una caserma per il controllo dei lavori. Per fortuna esiste una preziosa testimonianza (l’unica) di questa antica necropoli in un video realizzato da Shan Newspaper

C’è anche da chiedersi per quale motivo, se si fosse trattato solo della caduta di un asteroide, l’antica tradizione abbia attribuito a quell’oggetto un significato riferito a una fonte di conoscenza, come viene riportato dall’acronimo “Gnosis Recepita Ab Antiqua Luce”, ovvero “conoscenza ricevuta da una luce antica”.

Il mito di Fetonte e la città di Rama

Le antiche tradizioni druidiche del Piemonte interpretano la venuta del dio Fetonte in maniera diversa e con molti più particolari di quanto viene citato nelle Metamorfosi di Ovidio.

Secondo le leggende druidiche Fetonte non sarebbe caduto al suolo come vuole il mito greco, bensì sarebbe disceso dal cielo sul suo carro celeste costruito interamente in oro massiccio. E inoltre non avrebbe prodotto un terribile incendio come nel mito di Ovidio, a meno che non si intenda questo evento come un riferimento simbolico al culto del fuoco o alla diffusione di una nuova conoscenza venuta dal cielo che avrebbe coinvolto tutto il continente europeo.

Il dio sarebbe disceso con il suo carro di metallo dorato nella Valle di Susa, alle pendici del Monte Roc Maol, l’attuale Rocciamelone, dove esisteva un’antica e mitica caverna sacra che si apriva sul fianco della montagna per inoltrarsi nelle sue viscere di roccia sino a raggiungere l’altro versante dell’area piemontese identificabile nelle Valli di Lanzo.

Nel luogo della sua discesa dal cielo, Fetonte avrebbe incontrato gli uomini che vivevano nei tempi antichi. Uomini che secondo la tradizione druidica erano ben diversi da quelli attuali, molto più alti, tanto da essere descritti come dei giganti con fattezze mostruose. Descritti alle volte anche come piccoli sauri e serpenti antropomorfi, ricoperti di piume variopinte e dal sangue caldo.

Secondo le leggende, il dio sceso nella Valle di Susa, dopo la sua venuta avrebbe incontrato una confraternita di uomini di quel tempo che praticava il culto del fuoco, ritenuto come una emanazione del Sole, la manifestazione della divinità che regnava sull’universo.

L’Autrice nei pressi di un sito megalitico nelle Valli di Lanzo
L’Autrice nei pressi di un sito megalitico nelle Valli di Lanzo

Fetonte aveva scelto una radura in una foresta della valle e per sacralizzarla si era fatto costruire dai suoi due assistenti di metallo dorato un grande cerchio di dodici enormi pietre erette.

Da questo memorabile evento la originaria confraternita del fuoco che operava in lavori di metallurgica si trasformò in una Scuola iniziatica. La Scuola del Fuoco iniziò il suo operato formando i primi druidi, gli Ard-Rì, che avrebbero in seguito civilizzato tutto il continente europeo. Personaggi che più tardi, nel mito medievale del Graal, sarebbero stati identificati nelle creature semidivine che avevano raccolto la gemma verde per trasformarla in una coppa di conoscenza.

Fetonte, sempre secondo la leggenda, ampliò la sua Scuola iniziatica dando vita all’Ordine monastico-guerriero dello Za-basta che prendeva nome dal pettorale che ciascuno dei suoi appartenenti indossava. Un Ordine che per certi versi preannunciava quello che molti millenni dopo sarebbe stato l’Ordine dei Cavalieri del Tempio. E così come fece l’Ordine dei Templari in una Europa imbarbarita, anche lo Za-basta si impegnò ad una immane civilizzazione di un pianeta che, dopo la fine dell’era dei grandi sauri, era tutto da ricostruire e che avrebbe portato dopo peripezie di ogni genere su tutto il pianeta all’umanità del nostro tempo.

Secondo la tradizione druidica, Fetonte avrebbe portato in dono agli uomini un albero dai poteri particolari, l’Yggdrasil, l’Albero della Vita che si estende tra i mondi, in grado di donare benessere e conoscenza a chi lo seminava e lo coltivava. Un simbolismo che porta l’Yggdrasil a fondersi con l’esperienza introspettiva e creativa della meditazione, considerata la base fondamentale della Scuola iniziatica di Fetonte.

Attorno al grande cerchio di pietre fatto erigere da Fetonte sorse la città di Rama. Intorno ad esso sarebbe sorto il primo nucleo urbano della città di Rama che raccoglieva i pellegrini giunti dalle varie parti del continente per incontrare il dio.

In breve tempo le abitazioni fatiscenti del primo borgo si trasformarono in dimore più solide e il borgo prese ad ospitare commerci, mense di ristoro e strutture ospedaliere. Nei secoli successivi comparvero mura di protezione in pietra che si svilupparono, progressivamente alla crescita dei residenti, in una vera e propria città-fortezza.

Successivamente, dopo il congedo di Fetonte dagli uomini, la città-fortezza si trasformò in una immensa città megalitica che si espanse per tutta la valle. Una città che poi nei millenni a venire verrà ricordata come la città di Rama. Il suo nome faceva riferimento alla “roccia”, in un antico termine gaelico, alla pietra con cui era stata costruita la città e sembra che fosse anche la contrazione del significato di “Città dei tre draghi”, riferendosi ai periodi di ricostruzione della città che ospitava il “Drago” che sarebbe avvenuta nel tempo.

Valle di Susa, una grotta dedicata alla ruota solare. Al luogo impervio si accede dopo una scalata nella roccia, quasi un percorso iniziatico che sembra sottolineare la sacralità del posto. Il vasto numero delle ruote solari che si trovano in tutte le valli del Piemonte, e non solo, sembrano riferirsi al mito della ruota d’oro di Fetonte
Valle di Susa, una grotta dedicata alla ruota solare. Al luogo impervio si accede dopo una scalata nella roccia, quasi un percorso iniziatico che sembra sottolineare la sacralità del posto. Il vasto numero delle ruote solari che si trovano in tutte le valli del Piemonte, e non solo, sembrano riferirsi al mito della ruota d’oro di Fetonte

Il nucleo più antico della città di Rama si ergeva sulle falde del Monte Rocciamelone, la cui vetta sarebbe stata poi in epoca romana la sede di culti antichi tra cui per ultimo il culto di Giove.

La città antica era stata costruita con l’uso di grandi blocchi di pietra che dalla stima delle loro dimensioni dovevano pesare mediamente dalle quattro alle cinque tonnellate ciascuno.

Le mura ciclopiche di Rama si snodavano per circa 27 chilometri e i suoi immensi portici in pietra si sviluppavano, per tutta la lunghezza della valle, sulla direttrice delle cittadine di Bruzolo, Chianocco e Foresto, sulle rive del fiume Dora. Sulla sommità del Roc Maol, la montagna su cui si appoggiavano le mura della città, era posto l’osservatorio da cui i druidi del tempo esploravano il cielo.

La città antica giunse ad essere il centro di un immenso agglomerato urbano di costruzioni minori che si estendeva dal suo centro alla città di Susa sino alle porte dell’attuale città di Torino, raggiungendo il versante transalpino dell’odierna Francia.

Nei tempi antichi, ancora legati al mito del Graal, Rama era la vera e sola città esistente allora su tutto il continente europeo, la sede pacifica e intellettuale di un popolo misterioso che diceva di aver avuto origine dalla conoscenza giunta dalle stelle.

Prima di lasciare gli uomini Fetonte avrebbe fatto costruire una grande ruota d’oro, di circa due metri di diametro, forata al centro, in cui era racchiusa tutta la conoscenza trasmessa agli umani.

La leggenda di Fetonte sembra riportare un evento che viene ricordato nei miti di tutti i Popoli del pianeta: una conoscenza ricevuta da una fonte antica, proveniente dallo spazio, come ricordano i miti degli aborigeni australiani o le figure degli Elohim, gli dei che crearono l’umanità.

Del resto, lo stesso nome del GRAAL, simbolo accomunato a quello di Fetonte, è costituito dall’acronimo Gnosis Recepta Ab Antiqua Luce (conoscenza ricevuta da una antica luce), concepito dagli alchimisti medievali.

Fetonte non è quindi da intendersi come una figura singola, ma come un evento di una consorteria venuta dallo spazio che ha donato una immensa conoscenza agli uomini del tempo.

Il ritrovamento delle mura di Rama

La ricerca sull’esistenza della città di Rama premiava i due ricercatori con una scoperta senza precedenti. Purtroppo questo accadeva molto tempo dopo che Mario Salomone era scomparso.

Come accadde per la scoperta di Troia, a cura dell’archeologo tedesco Heinrich Schliemann che inseguì il mito del Tesoro di Priamo fino a trovare l’antica città ritenuta dagli studiosi solo frutto della fantasia, anche la scoperta delle mura di Rama estrasse Rama dalla leggenda per inserirla nella storia.

Il Cerchio di Pietre di Dreamland, progettato da Giancarlo Barbadoro nell’antica terra sacra di Rama per dare continuità alla tradizione celtica e mantenere vivo il mito di Rama, custodito dalle Famiglie Celtiche
Il Cerchio di Pietre di Dreamland, progettato da Giancarlo Barbadoro nell’antica terra sacra di Rama per dare continuità alla tradizione celtica e mantenere vivo il mito di Rama, custodito dalle Famiglie Celtiche

Successe che, nonostante il clima di indifferenza esistente intorno al mito di Rama e di Fetonte da parte della ricerca ufficiale, nell’estate del 2007 sia avvenuto il ritrovamento, in piena Valle di Susa, di una parte dei bastioni di mura in pietra che, per via del luogo del ritrovamento e della loro architettura megalitica, possono essere considerate come parte delle grandi mura della città di Rama.

Il ritrovamento rappresenta una importante testimonianza sulla possibilità della reale esistenza di Rama, trasportando l’evento al di fuori della narrazione del mito e delle leggende popolari.

Le mura che sono state rinvenute sembrano emergere dalla montagna. Il che lascia dedurre che il restante della struttura sia ancora sepolto dalle valanghe naturali avvenute nei millenni.

Le pietre che costituiscono le mura risultano squadrate e quindi chiaramente prodotte da opera umana. E sono anche di grandi dimensioni, tanto che si può parlare di veri e propri macigni.

I massi sono posati gli uni sugli altri, con blocchi di pietra che mostrano misure mediamente di almeno 1 metro e 80 di altezza per 1 metro e 60 di larghezza, e altrettanto di profondità. Si può stimare che ogni pietra delle mura pesi dalle 4 alle 5 tonnellate.

Le gigantesche pietre appaiono sistemate a secco tra di loro con sagomature che rivelano come gli antichi architetti abbiano voluto dare la massima coesione tra le stesse e quindi compattezza alle mura. In alcuni casi si può notare come le pietre siano accostate tra di loro senza che ci sia la possibilità di far penetrare nelle fessure la lama sottile di un coltellino.

L’aspetto di queste mura, per loro forma e lavorazione, può ricordare quello delle fortezze andine o le pietre a più angoli di Cuzco. Ricordano senza dubbio le mura delle fortezze megalitiche del centro Italia, come quelle dell’area del Circeo laziale, vicino a Roma, realizzate si presume dai Pelasgi e poi riutilizzate in epoche successive dai romani. Possono essere accostate per la loro struttura anche ad alcune opere megalitiche della Sardegna.

C’è da aggiungere che sul versante francese delle Alpi si stanno svolgendo scavi in un sito archeologico attribuito all’antica Rama. Nel sito archeologico di Champcella, nei pressi del comune che guarda caso si chiama “La Roche de Rame”, tra Embrun e Briançon, sono in corso da alcuni anni scavi archeologici che hanno portato alla luce strutture in stile megalitico del tutto simili a quelle delle mura di Rama rinvenute in Valle di Susa.

Il Cerchio di Pietre di Dreamland raccoglie naturalmente tutti i viandanti richiamati dal cromlech, che intendono migliorare la propria vita e dare un contributo per un mondo migliore, proprio come succedeva intorno al Cerchio di Pietre di Fetonte
Il Cerchio di Pietre di Dreamland raccoglie naturalmente tutti i viandanti richiamati dal cromlech, che intendono migliorare la propria vita e dare un contributo per un mondo migliore, proprio come succedeva intorno al Cerchio di Pietre di Fetonte

I Tre Doni di Fetonte

Un altro elemento che rende viva la leggenda, a supporto della concretezza di una Tradizione che ha lasciato tracce nella storia, è ravvisabile nei “Tre Doni di Fetonte”.

Secondo l’antica tradizione narrata nel “Tai Saar i Mnai” (Il Libro del Cielo e della Terra), l’antico libro dello sciamanesimo druidico, Fetonte avrebbe lasciato agli uomini del tempo tre doni che rappresentano tre modalità di esperienza concatenate in sequenza tra di loro. Doni che possono contribuire a cambiare il mondo in un nuovo Eden, dove non esistano più sofferenza, violenza e guerre. 
Un mondo dove possa esistere pace e fratellanza tra tutte le specie viventi, libertà di espressione per ogni individuo e vera gioia di vita per ogni creatura che si affaccia e vive la natura assoluta e reale del Vuoto, l’elemento fisico e mistico da cui ha avuto origine l’universo e la vita di ogni creatura che lo popola.

Ma la comparsa di Fetonte sulla Terra non rappresenta solo un mito. Ci sono evidenti certezze della sua apparizione nella storia di questo pianeta. E queste certezze risiedono in precisi elementi che si evidenziano nei tre doni che avrebbe lasciato all’umanità del tempo e poi trasmessi dalla tradizione dell’antico sciamanesimo druidico dei nativi europei.

Il primo è la Ruota Forata, simbolo della via mistica del Vuoto. Rappresenta l’oggetto che Fetonte avrebbe donato all’umanità del tempo nel momento del suo congedo dal pianeta come prova e ricordo della sua venuta sulla Terra.

È il simbolo della sua conoscenza, interpretabile nella sua esegesi: una dottrina mistica e una cosmologia dello Shan, la natura nella sua concezione immateriale. Il simbolo della ruota forata si trova presso tutte le culture antiche e moderne di tutto il pianeta, con i suoi numerosi nomi, lasciando senza spiegazioni gli archeologi del mondo maggioritario che sono avulsi dalla storia effettiva di questo mondo.

Un simbolo che si trova soprattutto diffuso in tutta la Valle di Susa dove sarebbe avvenuto l’antico evento della venuta di Fetonte.

Il secondo dono è la Nah-sinnar, la Musica del Vuoto. Uno straordinario strumento di terapeutica dello spirito che attraverso il potere del suono si esprime con una musica in grado di agire sull’inconscio e liberare l’individuo dalla prigionia soggettiva della mente.

Il terzo dono è la Kemò-vad, una disciplina che deriva dall’antico sciamanesimo druidico che si attua con una forma di meditazione sia dinamica sia statica ed è basata sull’ “Arte del gesto consapevole”. Questa disciplina è in grado di risanare il corpo e la mente portando a intuizioni mistiche, risultato che nessun’altra tecnica similare permette di ottenere con la stessa rapidità.

Nel tempo la Kemò-vad è giunta nei giorni nostri anche trasformandosi nelle discipline di cultura orientale dove sarebbe stata portata dagli Ard-rì, gli Allievi di Fetonte.

I tre doni di Fetonte rendono concreto il mito in quanto attualizzano un insegnamento nato in ere arcaiche, quando forse l’umanità non aveva ancora l’aspetto che ha oggi, e tuttavia sono in grado di provocare cambiamenti significativi nell’individuo di ogni tempo, portandolo ad una qualità di vita migliore.

Nelle Valli di Susa e di Lanzo è facile trovare delle ruote forate davanti alle abitazioni in segno propiziatorio e protettivo. Anche se magari molti non ne ricordano più il significato, l’antica usanza è rimasta
Nelle Valli di Susa e di Lanzo è facile trovare delle ruote forate davanti alle abitazioni in segno propiziatorio e protettivo. Anche se magari molti non ne ricordano più il significato, l’antica usanza è rimasta

Cosa rimane della città di Rama?

Oggi apparentemente della leggendaria città di Rama non vi è più traccia.

Eppure, dal materiale raccolto, leggende, miti, racconti, dai reperti megalitici e dalle ricerche effettuate da appassionati del settore, tutto può far pensare ad un passato epico di cui le Valli del Piemonte sono state testimoni dirette. Il mito della città di Rama evoca un’epoca eroica e leggendaria, una vera e propria saga che avrebbe avuto come epicentro le valli del Piemonte, la cui influenza si sarebbe estesa in tutta Europa.

Ai nostri giorni, della ciclopica città di Rama rimangono le tradizioni conservate da quello che è rimasto della cultura druidica dell’area piemontese e che probabilmente hanno alimentato la cultura laica dei salotti illuministi di Torino fino ai giorni nostri.

Nella Valle di Susa e nelle Valli di Lanzo si tramandano ancora oggi leggende locali che narrano in maniera molto viva eventi relativi alla città di Rama e alla sua scomparsa.

Nell’area di Mompantero, in Val di Susa, esistono leggende locali che narrano in maniera molto esplicita eventi relativi alla città di Rama e alla sua scomparsa. Secondo le leggende, non tutti i suoi abitanti scomparvero a causa della catastrofe che distrusse l’antica città, ma una parte di loro si salvò e costruì una città segreta nelle viscere rocciose del Roc Maol, il Rocciamelone, dove i sopravvissuti si rifugiarono mantenendo nascosta la loro esistenza. Altre leggende asseriscono che all’interno del Roc Maol vi sarebbe un mago benevolo che veglia su un immenso tesoro fatto di monili preziosi e di strumenti magici.

Secondo alcune credenze, in posti segreti, conosciuti solo a pochi valligiani, sono rimasti strumenti di scavo e varie strane macchine che furono usate dagli abitanti di Rama con le quali è possibile fare ancora oggi delle cose straordinarie. Altre credenze ancora affermano che il Dio disceso tra gli uomini avrebbe lasciato uno dei suoi aiutanti di metallo dorato a proteggere la grande Ruota d’Oro e tutti i segreti della sua conoscenza.

L’aiutante del Dio sarebbe stato in grado di mutare a piacimento le sue sembianze” e si sarebbe trasformato in un “grande drago d’oro” che custodirebbe il Graal, o un smeraldo di intensa luce verde, nascosto in una grotta celata all’interno di una montagna della Valle di Susa.

L’influenza delle leggende legate al Rocciamelone e alla Città di Rama hanno una eco anche nelle Alte Valli di Lanzo, dove ancora oggi si possono trovare numerosissimi reperti megalitici: coppelle, incisioni, dolmen e menhir, ma anche usanze, tradizioni locali e leggende riferibili al mito di Rama.

Le tracce della città di Rama rimangono vive non solo nelle molteplici leggende locali ma anche nei nomi di vari luoghi dell’area su cui sorgeva Rama.

In Val di Susa esiste ad esempio un’area che porta il nome di “bosco di Rama”; a Chianocco, sempre in Valle di Susa, c’è una frazione denominata “Ramats”. Ancora più specifico è il nome di una via di Caprie: Via Città di Rama. Moltissimi sono i cognomi riferiti a Rama, così come le insegne dei negozi, segno evidente che nella gente del posto il nome è rimasto a significare ancora qualche cosa.

Il libro “Rama, antica città celtica” di Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero, pubblicato da Edizioni Età dell’Acquario, anche in e-book
Il libro “Rama, antica città celtica” di Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero, pubblicato da Edizioni Età dell’Acquario, anche in e-book

Il Cerchio di Pietre di Dreamland

Rama continua a far parlare di sé, a volte anche a sproposito. Sono molti gli pseudo-ricercatori o druidi improvvisati che vantano certezze su Rama e sul luogo dove sarebbe sorta, organizzando meeting, escursioni, improbabili riti druidici e quant’altro, ovviamente a pagamento.

In realtà le Famiglie Celtiche delle Valli di Susa e di Lanzo custodiscono gelosamente il segreto delle sue mura e dei suoi reperti, affidandoli esclusivamente a persone di loro fiducia.

Nel rispetto dei principi costruttivi delle antiche tradizioni e ispirandosi al mito della città di Rama, Giancarlo Barbadoro ha voluto progettare un grande Cerchio di Pietre che risiede nell’antica terra sacra di Rama in un preciso luogo indicatogli da esponenti delle Famiglie Celtiche.

Oggi questo anfiteatro antico assume il ruolo di palco e tribuna di un teatro immerso nell’ambiente dove avvengono eventi musicali e culturali che richiamano lo spirito della natura e della grande avventura della vita vissuta dall’individuo.

Lo Stone Circle assolve anche a funzioni didattiche poiché rappresenta un elemento di archeoastronomia in grado di illustrare le antiche scienze dei Celti e di avvicinare il pubblico ai fenomeni della volta celeste. Il cerchio di pietre di Dreamland, nell’intenzione del suo promotore, è stato costruito per dare visibilità alla cultura celtica, una cultura che si è sempre riferita alla natura. Nel riferirsi alla natura la cultura celtica ha sviluppato tutti i valori che dalla natura si possono trarre. Essenzialmente l’esperienza del silenzio, fondamentale per tutte quelle culture che si ispirano alla natura.

Il cerchio si trova ad essere posizionato in modo tale da poter segnalare l’inizio dei solstizi e degli equinozi; vi sono delle pietre che indicano l’inizio del solstizio d’estate e l’inizio del solstizio d’inverno e presentano l’arco percorso dal sole nel cielo, dando così la proporzione della durata delle stagioni. Il cerchio è orientato esattamente sulla stella polare e serve pertanto anche come strumento notturno per l’osservazione del cielo stellato.

Presso i Celti l’astronomia rivestiva una scienza sacra perché riuniva praticamente tutte le discipline ed era vista come un modo di rapportarsi al mistero dell’esistenza. Secondo queste culture un cielo stellato rappresentava una realtà che trascende sia l’individuo che le cose terrene e pertanto studiare l’astronomia assumeva un valore di sacralità.

Il Cerchio di Pietre di Dreamland, così come è la natura dei cromlech, ha anche una funzione simbolica in quanto la struttura manifesta il principio della ruota forata di Fetonte , un ente mistico che rappresenta l’evolversi dell’individuo nella natura: dal suo ingresso nel cerchio, che simboleggia l’affacciarsi nella vita dell’universo materiale attraverso l’esperienza della nascita, fino al raggiungimento del centro del cerchio, che simboleggia l’unione con la natura immateriale dell’esistenza.

Il luogo dove sorge il cerchio di pietre è stato indicato dalle Famiglie Celtiche per la valenza simbolica che rappresenta: qui infatti sorgeva anticamente un grande albero, come l’Yggdrasil che Fetonte regalò agli uomini del tempo, che in occasioni particolari veniva addobbato con nastri multicolori e attorno al quale si creavano grandi cerchi di danze collettive, rito che è stato poi adottato da tutti i Paesi celtici.

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COSA HANNO IN COMUNE ZEFFIRELLI, BERLINGUER, MORSI? —— LESA MAESTA’——— E ER MEJO FICO DEL BIGONCIO (NON) RISPONDE

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/06/cosa-hanno-in-comune-zeffirelli.html

MONDOCANE

DOMENICA 23 GIUGNO 2019

 Possiamo facilmente perdonare a un bambino di aver paura del buio. La vera tragedia nella vita è quando gli uomini hanno paura della luce”(Platone)

Er mejo Fico del bigoncio (non) risponde

Una premessa. A proposito della mia “lettera aperta a Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati”, molti si sono chiesti se mai Fico avrebbe replicato. I più si sono dati una risposta negativa. Hanno avuto ragione. Lettere che richiedono risposte argomentate che confermino o ribattano considerazioni, dati e fatti espressi possono essere ignorate, o perché imbarazzanti, o perché non si hanno quegli argomenti, o perché non ci si abbassa al rango del troppo poco meritevole corrispondente. Scegliete voi tra queste possibilità. Comunque una risposta, seppure indiretta, a noi tutti è arrivata dal cosiddetto “rosso” e “sinistro” del MoVimento. Ed è una conferma, se non della buonafede, che non potevo non attribuirgli in assenza di una sua ricevuta di guiderdone da George Soros, di tutti i motivi per cui Fico è gradito al consorzio monopolarista destro-sinistro, che ne intravvede l’uso come piede di porco tra posizioni divergenti nei 5 Stelle.

La risposta indiretta a chi gli spiegava quali fossero i retroscena geopolitici e propagandistici dell’assalto all’Egitto tramite Regeni e quale fosse il retroterra, diciamo, di “intelligence”, del collaboratore italiano dello squadronista della morte John Negroponte, è venuta da quanto Fico ha replicato a Mohamed Saafan, ministro del Lavoro egiziano che aveva osato affermare che quello di Giulio Regeni era “un omicidio ordinario che avrebbe potuto accadere a chiunque in qualunque Stato”. Ha alzato il ciuffo, il presidente della Camera, e ha reagito da par suo: “Queste parole sono un’offesa all’intelligenza e alla dignità dell’intero popolo italiano” (RF ha imparato da Renzusconi a rivendicare il diritto di parlare a nome di 60 milioni di italiani). “Sappiamo benissimo (lui!) che la rete degli apparati di sicurezza egiziani lo ha inghiottito. Giulio Regeni è stato ucciso già una, due, tre, quatto volte”. Roberto Fico, non solo terza carica dello Stato (ohibò!), ma anche inquirente, accusa, giuria e giudice. Difesa? Non se ne parla.

Non basterà, perché quando a Berlino si riuniranno le Commissioni Esteri e Comunitari UE, la delegazione italiana capeggiata da Fico, non mancherà di dare risalto internazionale, sia alla sentenza da lui pronunciata alla faccia di ogni divisione costituzionale dei poteri, da noi e in Egitto, sia alla battaglia perché sradicamento e accoglienza di manovalanze gestite da Ong private diventino immediatamente principio fondante della così avverantesi globalizzazione. Perseverare diabolicum.

Premessa lunghetta, ma la dovevo ai miei ottimi interlocutori.  Passiamo a quanto adombrato nel titolo. E se il meme “lesa maestà” è tra quei termini che fanno calare l’ostracismo di Google e Facebook, di tutto questo non leggerete una cippa.

Come combattere la ‘ndrangheta? Ma in processione, no?

Del Rio a Cutro

Il nuovo millennio è fausto per la ‘ndrangheta a Reggio Emilia. La provincia vanta una delle più alte densità mafiose d’Italia. Che vota compatta. La sua capitale è però ancora in Calabria, a Cutro, dove regna il clan Grande Aracri. Nel 2009 è sindaco a RE Graziano Del Rio. Afferma che la città è gemellata con Cutro per cui è giusto avventurarsi fin laggiù a prenderlo di petto quel clan. Come, partecipando alla cerimonia, messa e corteo, del Santissimo Crocifisso, annualmente celebrata in onore dei Grande Aracri. E perché mai non dovrebbe farlo? L’evento è in onore dei defunti e ai defunti non si nega nulla, tanto meno i massimi onori. Anche se quelli di Cutro, a cui Del Rio ha intitolato la più grande strada di Reggio Emilia, sono più vii che mai.

Ecco, in Italia siamo abituati così. Una celebrità muore e, che abbia fatto miracoli per l’umanità o solo per se stesso e, magari, a danno del resto, non importa: va celebrato, ingigantito, gonfiato, magnificato, pianto più che la mamma. Muori e la tua reputazione è salva, per quante tu ne abbia combinate. Non seguire questo benevolo, generoso, costume ti fa sotterrare dall’indignata accusa di lesa maestà.

Lesa Maestà: Franco Zeffirelli, regista dei santini

Prendiamo Franco Zeffirelli al quale mi uniscono tre cose e nient’altro. Uno: siamo nati a Firenze e battezzati da Arno in Battistero; due: abbiamo vissuto sulle colline di Fiesole; tre: orgogliosamente e dolorosamente abbiamo tifato Fiorentina. Il “nient’altro” è tutto il resto di Zeffirelli, il maestro, il genio, quello che ha messo in scena opere epocali, girato film capolavoro. Santo subito. Visconti, che ne condivideva il barocchismo, ma col gusto selezionato da generazioni di lignaggio abituato al bello, che allo Zeffirelli faceva difetto, lo chiamava “arredatore”. E, per umana carità, non aggiungeva “di posticce chincaglierie”. Ma diciamolo, non è solo alla morte che uno che ha fatto regie di gigantesca fuffa, film di un kitsch inguardabile, deve tanta gloria postuma. Infatti, gli è stata tributata anche in vita. Segno che a volte la santificazione è merito non solo della scomparsa dalla scena, ma anche della degenerazione estetico-etica che contrassegna certi tempi all’americana. Eppoi, non serpeggia sotto tutto questo la speranziella che, se dico tanto bene degli altri, quando sarà il turno mio magari i posteri ricambieranno……

Lesa Maestà: Berlinguer

E’ ricorso l’anniversario della morte di Enrico Berlinguer, il 35esimo. Avete sentito, percorrendo per intero ogni arco, costituzionale, extracostituzionale o arcobaleno che fosse, un pur timido, vago, pudico, accenno di critica a colui che ha fatto dei lavoratori, degli onesti, degli umiliati e sfruttati il più grande Partito Comunista d’Occidente, per poi farli arrivare in mano, via via, agli Occhetto, D’Alema, Veltroni, Bersani, Renzi, Zingaretti, ? No, non l’avete sentito, si sarebbe subito elevato l’urlo di lesa maestà. E pour cause. Come non potrebbero celebrare, esaltare, quel politico dietro alla cui altissima morale oggi possono nascondere, anzi giustificare, i propri arretramenti-tradimenti-sparimenti? Essendo lui la causa e loro gli effetti?

Perché è per la causa della liberazione dei popoli e dell’emancipazione del proletariato che Berlinguer, preso in mano il testimone di Togliatti (mentre quello di Gramsci si perdeva nella polvere) ha proseguito quella” lunga marcia attraverso le istituzioni” che ci avrebbe portato, inesorabilmente, non al lugubre e sanguinario esito della rivoluzione, bensì a quello sorridente, benevolo, inclusivo della socialdemocrazia. Quella contraffatta, però. L’arma sinistra del capitale. Con l’altosonante compromesso storico si sono stroncati decenni di lotta partigiana e civile per un assetto sociale rovesciato rispetto a tutti i capitalismi, fascisti e non. Ci si é messi d’accordo tra cervi reali ridotti a pecore e rettili cobra rimasti tali. 


Lama cacciato e chi lo ha cacciato

E quando a questi ultimi sembrava venisse a mancare il fiato, glie lo abbiamo insufflato a forza di “austerità” e di “sacrifici” Erano gli anni ’70 e c’era chi, ancora una volta, come nel ’48 dell’800, nei ’20, nei ’40 del secolo successivo, per tutto il paese faceva riecheggiare il grido di ogni giustizia: “vogliamo tutto”. I padroni, alla vigilia di una nuova salto d’epoca, dall’industriale alla tecnologica, si trovavano in affanno di accumulazione. L’austerità  di quanti stavano sotto era quella che li avrebbe facilitati. Erano anche gli anni della delazione, della repressione a fianco dello Stato delle stragi e, coerentemente, con Pinochet, quelli del Berlinguer che ci trascina tutti verso l’ombrello sotto il quale si sentiva, lui, “più sicurola Nato”. Hai voglia poi ad andare ai cancelli della Fiat, a batterti per lo Statuto dei lavoratori. Atti di contrizione. Non ti avevano giocato, te l’eri giocata. Anzi, ci avevi giocati.

Anche se una mano, una sola, l’avevamo vinta a coronamento del migliore ‘68 e ancora mi ci ringalluzzisco: la meravigliosa cacciata del tuo emulo sindacale dall’Università. E c’è chi si meraviglia se oggi stiamo al Prodi, ai D’Alema, agli Orfini, ai Calenda, agli Zingaretti, alle Serracchiani, ai Marcuzzi, ai Lotti. E, dopo Lama i Cofferati, trovati sulle liste UE di Soros, le Camusso, i Landini,  in piazza assieme alla Confindustria e a quelle degli uteri in affitto. E poi c’è chi parla di dinastie a proposito della Corea del Nord. Era già stato tutto scritto. Da Palmiro, poi da Enrico. Con Gramsci in carcere.
  

Lesa Maestà. Una che farà particolarmente piacere a Fico.

Si chiamava Mohamed Morsi, ex.presidente d’Egitto tra il 2012 e il 2013, morto d’infarto durante un’udienza in tribunale, ma per Fico e tutti i media e politici che stanno compatti, unipolarmente, sotto l’ombrello caro a Berlinguer, “assassinato dal regime Al Sisi”. Come Giulio Regeni. Destino che in quel mattatoio incomberebbe anche sui 60mila detenuti nelle orrende carceri egiziane. Detenuti “politici”, è ovvio. Magari catturati nel Sinai, dove, come braccio armato Isis della Fratellanza Musulmana, con armi fornite da Qatar e Turchia, sotto il benevolo sguardo dei nostalgici Usa di Morsi, sgozzano infedeli, bruciano villaggi, scannano poliziotti, bazookano caserme. Oppure presi con le mani ancora impastate di tritolo dopo aver fatto saltare una dozzina di chiese copte. O, ancora, messi in prigione per aver assassinato alcune delle più alte cariche della magistratura. Insomma valorosi combattenti di una guerra civile alla libica o alla siriana, e dunque “prigionieri politici”. Lasciamo perdere, sono le cose di Amnesty International e Human Rights Watch.

Ma chi era Morsi? L’unico presidente eletto democraticamente in Egitto? Mica vero. Vedi Wikipedia. Eletto dal 17%degli aventi diritto, con per unico antagonista un detrito del vecchio regime di Mubaraq, dato che tutti gli altri avevano disertato le urne. E, appena un anno dopo, spazzato via da una rivolta di massa come non si era mai vista in quel paese e alla quale i suoi hanno reagito sparando sulla folla e ammazzando centinaia di persone. Altre centinaia di oppositori li aveva fatti uccidere nelle proteste di novembre-dicembre 2012.Dopodichè il popolo ha preferito votare in massa per i militari anziché per lui. Che aveva modificato la costituzione per darsi pieni poteri sulla magistratura, per imporre la sharìa, la legge islamica che subordina e controlla ogni particella della vita umana; che aveva vietato gli scioperi, che aveva perseguitato i copti, che aveva convinto Hamas a Gaza di mettersi d’accordo con Israele. Un dittatore se ce ne’è uno. Ma caro al “manifesto”.

Morsi e Hillary Clinton

Morsi non poteva non essere salutato con entusiasmo da Obama e Clinton, visto che aveva la nazionalità statunitense, avendo lavorato negli Usa per la Nasa e godendo addirittura di un nullaosta di intelligence del Pentagono, cioè era una spia abilitata. Diventa presidente dopo che la commissione elettorale era stata minacciata di morte da suoi sostenitori armati se non lo avesse proclamato vincitore a dispetto di fantastici brogli e interventi manipolatori. Da presidente ha esaltato le imprese dei confratelli a Luxor, dove il 17 novembre 1997 furono massacrati, accoltellati, mutilati, 64 visitatori stranieri di un sito archeologico. Fece governatore di Luxor uno dei responsabili di quella strage. Ha ridotto in brandelli l’economia egiziana, ha provato a vendere al Qatar il Canale di Suez (che poi al Sisi in un anno ha raddoppiato).

Chi gli ha dedicato il necrologio più agiografico è una  vecchia conoscenza britannica dei miei giri in Medioriente, fin dal 1967, Guerra dei Sei Giorni. L’ultima volta l’ho incontrato a Baghdad, mentre si divertiva a irridere al nostro gruppo di “scudi umani” contro l’allora imminente attacco Usa. Passa per essere filopalestinese e competente sulle questioni arabe. Scrive per l’Independent ed è sicuramente in eccellenti rapporti con l’MI6, servizio segreto del Regno Unito per l’estero. Di cui, novello Lawrence d’Arabia, prova a rappresentare l’ala che cinguetta con i Fratelli musulmani e spara a palle incatenate contro i “dittatori arabi”. Quelli disobbedienti. Di Morsi ha celebrato, con la lacrima sul ciglio, l’eloquenza straordinaria, l’altissimo senso dell’onore. E, guardate, Fisk è molto anziano, ma per niente rincoglionito. Da noi ci sono tanti piccoli Robert Fisk in sedicesimo, per i quali la questione se stanno bene o male di testa non si pone nemmeno. Non c’è mezzo d’informazione italiano che non ne abbia esibito uno. Girano come tante figurine nella giostra del tirassegno. Basta vederci bene e le tiri giù.

Il vero problema nostro è che quando c’è da far strada allo straniero, tedesco, americano, Total, Exxon, BP, Shell, che sia, da noi non ce n’è per nessuno.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:44

75° DELLO SBARCO IN NORMANDIA ——— L’UN POPOLO E L’ALTRO SUL COLLO VI STA

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/06/75-dello-sbarco-in-normandia-lun-popolo.html

MONDOCANE

SABATO 8 GIUGNO 2019

https://www.youtube.com/watch?v=vZmWlQfFuMk  dedicato agli innominabili

Lo sbarco

Vittorie, liberazioni, processi

Nei giorni scorsi, in Normandia, rianimando un po’ di vecchietti scampati al pianificato massacro e ciononostante belli giulivi, con in testa il basco e sul petto la spilletta di reduce, hanno iniziato alla grande a scassarci quanto è particolarmente caro a noi e prezioso alla continuità della specie minacciata. E diabolicamente persevereranno quando, dallo sbarco, l’anno prossimo, passeranno al settantacinquesimo della “vittoria”. Da noi, in mancanza di quella,  si blatererà di “Liberazione”, che è come dire bravo a chi ha raso al suolo Montecassino. Indi, un altro anno, ottobre 1946, fanfare, piatti e timpani per la celebrazione del primo processo chiamato “Giustizia”, inflitto dal vincitore al vinto, dal bene assoluto al, per antonomasia, “male assoluto”.

Da lì in poi, come sappiamo, non passa anno che non vi sia occasione per celebrare la ricorrenza di un qualche glorioso effetto della “vittoria”. Tipo l’UE, con concomitante fine di un’obsoleta forma di democrazia costituzionale antifascista e della pericolosamente nazionalista autodeterminazione dei popoli; tipo Nato, che ci permette di diffondere i suddetti principi a un universo mondo preda di fobie anti-occidentali; tipo mercato, addetto a una più felice distribuzione della ricchezza, come già sperimentata in forme meno radicali nella migliori tradizioni della civiltà umana: feudali, imperiali, coloniali. E non ci sarà celebrazione  nella quale non si onorerà anche il magistero della Chiesa, sempre e comunque patrocinatrice di ogni forma di processo che irrobustisca i forti e nobili.

Il processo di Norimberga era quella fantasiosa innovazione post-giuridica (come c’è il post-fascismo, c’è pure il post-diritto), che in inglese viene chiamata “Kangaroo Court”, tribunale del canguro, probabilmente perché nel marsupio il soggetto porta già bell’e pronte le sentenze dell’addomesticatore. Ha poi figliato efficaci succedanei sotto forma di Tribunale Penale Internazionale per la Jugoslavia, o per il Ruanda, o Corte Penale Internazionale (riservato ai soli umani di colore scuro), o, ancora, i Grandi Giurì segreti statunitensi, tipo quello che tiene in carcere quella capocciona di Chelsea Manning, finchè non testimonia contro il “traditore e spione Assange”. Incombenza che le verrà risparmiata quando il trattamento riservatogli prima dagli ecuadoriani e poi dai servizi britannici avrà ottenuto lo scopo: la scomposizione fisica di Assange.  Ma anche alcune magistrature italiane vi si sono ispirate, come è venuto a galla in questi giorni.

Giudici e giudicati

Accantonando per l’occasione il nostro disprezzo e dispetto per fascismi  e nazismi (quanto le loro eredità di dittature non più in orbace e campi di concentramento, ma psicotropiche, con tanto di campi di internamento mentali), dobbiamo attribuire a chi si è ispirato a dadaisti come Duchamp, o surrealisti come Breton, la scelta dei padrini di certi processi. Come quelli in cui le accuse a generali e bonzi del nazismo venivano da giureconsulti  del livello di Churchill, che a milioni di cittadini inermi in Iraq, India, Dresda, aveva insegnato il diritto a forza di bombe e gas tossici. O come dai successori di un Napoleone che aveva, sì, portato il Codice e l’emancipazione laica al resto d’Europa, ma a costo di ridurre al lumicino la popolazione maschile francese dai 15 ai 70 anni; o di quelli del Mayflower che, per portare il diritto all’America e al resto del mondo, dall’eliminazione dei nativi sono passati alla media di una guerra all’anno al resto del mondo.

Sia come sia, non si può negare che Trump, Macron e la May in via di dissoluzione, in Normandia abbiano tratto dallo sbarco vittorioso la certezza, primo, che l’Unione Sovietica – e oggi la Russia – non c’entra nulla in tutto questo, sebbene si vanti di aver sacrificato 27 milioni di suoi cittadini e sconfitto la Germania quando il D-Day era ancora di là da essere concepito. Del resto i morti mica si contano, si pesano. Un conto sono quelli dei paesi civili. Un conto gli altri. E cosa sono le 148,3 le vittime russe su 1000 abitanti, 95,1 le tedesche, rispetto alle 3,1 Usa, le 7,6 britanniche e le 13,4 francesi? Dice, già, ma sono i tedeschi ad aver incominciato. Intanto non è proprio del tutto vero, ma c’è anche chi ha contribuito a dargli la forza per farlo. Come per esempio, Wall Street e sue banche e imprese come Ford, General Motors, Du Pont, ITT e altre, tutte statunitensi. Hanno tutti collaborato a fare di World War II il più bel fuoco d’artificio della storia umana.

Una storiografia come i vangeli, una cronaca come le tavole di Mosè

Vabbè, ognuno si guardi in casa sua e, come ci informa la Storia, di cui si sa chi la scrive e su quale pelle viene scritta, quella tedesca, o italo-tedesca, era indubbiamente la casa che andava rasa al suolo, per essere poi ricostruita “più bella e più superba che pria”. E visto che c’erano, anche quella di tutta Europa. Ed ecco  che ci siamo goduti settant’anni di pace, osservando dall’alto le macerie fumanti della Jugoslavia (che c’entra, era fuori dall’UE e pure socialista) e lasciando che furori bellici si scatenassero, ma lontano da noi, seppure spesso con il nostro fattivo contributo in armi e salme, sempre per diffondere la pace e quel diritto che era germogliato da Norimberga. Corea, Vietnam, Palestina (per interposti terzi), America Latina, Caraibi, Cambogia, Laos, Somalia, Iraq, Libia, Siria, prossimamente Iran, Venezuela, Russia, Cina. E dove l’ordine democratico poteva essere ristabilito evitando terrorismi, invasioni e bombe, ecco che si procedeva sul velluto, con rose, gelsomini e altre inflorescenze colorate: Georgia, Ucraina, Kirghizistan, Libano, Honduras, Egitto, DDR, Tien An Men, Budapest. E ora Algeria, Sudan, paesi, questi,  sotto regime change, sui quali le solite disossate pseudoradicalsinistre cadono nelle più scontate e grossolane trappole allestite dai colonialisti….

Fedeli alla linea

Gli inconsapevoli vegliardi in basco, tremolanti sull’attenti a Caen, ma più sinceri di qualsiasi loro commilitone con più di un grado sul braccio o una stella sulle mostrine, e i del tutto consapevoli Trump e soci, hanno di che vantarsi della missione condotta dai loro predecessori  e oggi da loro portata avanti. Dalle spiagge imbiancate dagli ossi di seppia e di uomo della Normandia, possono guardare a un continente liberato ed evolutosi a immagine loro e di dio. Saggi piovuti dal cielo dei management supergalattici, ci dicono da Bruxelles cosa fare, dire, pensare, amare, detestare. Noi li confortiamo ogni cinque anni con un voto che i loro missi dominici locali ci consentono di dare e ci consigliano di indirizzare, anche a forza di odorose fritture di pesce. E in tal modo che da noi ha potuto fiorire una classe dirigente omologa, perfettamente rispondente agli auspici scaturiti dagli sbarchi, con tutti i suoi presidenti (tranne uno), tutta la sua magistratura (tranne forse una dozzina di PM), tutti i suoi media (tranne mezzo) in linea.

L’uomo e la società nuovi

Ma non solo politica e istituzioni. Magnifiche e progressive se ne sono sparse per l’Europa società e cultura. Un rinnovamento e rilancio di civiltà. Lucky Luciano, in diretta dalla New York dei Gambino, dalla Chicago degli Al Capone, giunto sulla scia di un altro sbarco glorioso, in Sicilia, ha proposto e fatto realizzare una nuova forma di coesione sociale, di solidarietà e fratellanza umana. Tutta proiettata sulle opere di emancipazione e progresso. Ne è uscita, in fattiva sinergia, la classe dirigente più illuminata e perspicace d’Europa. Una società dell’armonia tra le sue componenti destrosinistre e di perfetta aderenza al paradigma formulato al momento di quegli storici sbarchi. Non stupiamoci, dunque, semmai sbigottiamoci, se ci capitano dinastie, se non arcaicamente di sangue, modernamente di destinazione d’uso,  come quelle degli Andreotti, Renzi,  Napolitano, Salvini. A proposito di quest’ultimo, può succedere perfino a un Saviano di dire una cosa giusta, ricordate…..

Culture e popoli sul collo

Forme e contenuti innovano su schemi logorati dal tempo: niente cappuccetto rosso, ma Barbie, basta col lupo cattivo, Mazinga. E la favolistica che costituiva la narrativa di formazione delle nostre infanzie assume quel carattere concreto, realistico e pedagogico  a Hollywood, fucina di cultura, dove la plebe lavoratrice vivacchia residuale nelle sole pellicole di un vecchio fissato inglese. Nuovi portatori di giustizia e libertà sono gli LGBTQI e nei videogiochi si vince sfoltendo l’umanità a colpi di spada o pallottola e allargando gli spazi ai buoni. E se prima per farti una giocatina alla roulette, e spararti in frak sulla gradinata del casinò dopo la rovina totale, oggi scommesse e giochi ce li hai a ogni angolo e di azzardo ti puoi strafare perfino a casa, online. E poi, non è forse meglio del vaiolo la ludopatia?

Quanti turbamenti e cambiamenti da assimilare nel corso dei secoli quando sopra ci passavano, perlopiù predando e bruciando, goti, longobardi, turchi, unni, borboni, francesi, austroungarici, germani (unici a comportarsi bene, greci e arabi, toh!). Poi, assunto il peso dell’unità nazionale, abbiamo, da soli, sbagliato un po’ tutto, sia come colonialisti, sia nella scelta tra perdenti e vincitori. Ma poi, un bel giorno del 1945, ci siamo detti liberati. Procedendo con coerenza, c’è chi pensa a liberarci anche dall’unità.

Alessandro Manzoni, lamentando che un popolo, i longobardi, e l’altro, i franchi, ci stavano sul collo, denunciava quella che allora, pure, era detta liberazione: non liberati dagli uni e, in compenso, dominati dagli altri. A lui pareva brutto, ma eravamo nell’800. Oggi tra Usa, UE, Nato e Vaticano, di liberatori sul collo ne abbiamo tanti. E stiamo benissimo. Viva il 75°!

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:56

‘LIBERATION’ OU PASSAGE D’UNE ARMEE D’OCCUPATION A L’AUTRE (LE MYTHE DU ‘6 JUIN 1944’ II)

LM DAILY / 2018 06 07/

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

REVUE DE PRESSE COMMENTEE

LM.GEOPOL - Géohistoire le mythe du 6 juin 44 II rp (2019 06 07) FR

« Des scènes de sauvagerie et de bestialité désolent nos campagnes. On pille, on viole, on assassine, toute sécurité a disparu aussi bien à domicile que par nos chemins. C’est une véritable terreur qui sème l’épouvante. L’exaspération des populations est à son comble »

– La Presse Cherbourgeoise (quotidien normand, 17 octobre 1944).

« On ne peut pas dire que les relations [avec les Allemands] étaient cordiales mais elles furent correctes »

– La Presse Cherbourgeoise (mai 1945).

 « On montrait des Français exultant devant l’arrivée «des Américains». En fait les troupes alliées furent souvent accueillies dans un silence glacial par une population décimée par les bombes et dont les villes et les villages avaient été rasés sans pitié par les avions libérateurs. Encore aujourd’hui, la Normandie, à Caen, à Saint-Lô, à Valognes ou Carentan, porte les stigmates de ces frappes impitoyables sur les civils, sans que l’efficacité militaire de ces destructions soit entièrement prouvée, source de débats infinis entre historiens. Tout comme elle garde parfois un souvenir mélangé du comportement des soldats alliés, trop souvent enclins au viol et à la destruction préventive des fermes et des maisons »

– ‘La Lettre’ de Laurent Joffrin (5 juin).

Nous évoquions hier le déluge de propagande occidentale pour le 75e anniversaire du ‘

 Juin 1944’. Entre autres impostures historiques, le mythe repose sur la « Libération » et l’accueil délirant des populations européennes aux « libérateurs » anglo-saxons. Les cérémonies de ce 6 Juin en France, objet d’une récupération indécente par un Macron plus américanolâtre que jamais, reposaient sur cette imposture historique, qui aura mis des décennies à être dévoilée et dénoncée par certains historiens.

Auteur du livre « La Normandie américaine », fruit de nombreux témoignages et d’archives dépouillés aux États-Unis, l’historien Stéphane Lamache, note qu’« Après ce cataclysme, les Normands n’aspirent qu’à être débarrassés de la guerre. Les Américains visent la victoire finale sans plus se préoccuper des états d’âme des habitants ». « La Libération a été payée au prix du sang et des destructions massives dans la Manche, 4 000 morts civils, le double de blessés, 10 000 maisons rasées, 50 000 autres endommagées, 130 000 sinistrés qui n’ont plus rien (…) Les graines du divorce sont semées », commente ‘Le Point’ (Paris).

LES ALLEMANDS N’AIMAIENT PAS LES JUIFS, L’US ARMY SEGREGATIONNISTE N’AIME PAS SES SOLDATS NOIRS …

Auteur de « Les Manchois dans la tourmente 1939-1945 », l’historien Michel Boivin (cité par ‘Le Point’) a recensé 206 viols d’origine américaine. Selon la Military Police, « 80 à 85 % des crimes graves (viol, meurtre) ont été commis par des troupes de couleur » (sic). « L’armée américaine des années 1940 est, à l’image du pays, ségrégationniste. À Cherbourg, on compte deux foyers de la Croix-Rouge : un pour les soldats blancs, un pour les noirs. Dans sa recherche de criminels, la police militaire s’est-elle montrée plus compréhensive pour les premiers que pour les seconds ? Les soldats de couleur cantonnés à la logistique ont stationné de longs mois dans le Cotentin, territoire étroit, alors que les combattants n’y ont que transité. La gendarmerie locale avait recommandé l’ouverture de maisons closes, les autorités américaines s’y sont opposées », commente ‘Le Point’.

Je partage évidemment la conclusion du ‘Point’ : « Les alliés de 1944 s’apprêtent à fêter le 75e anniversaire du Débarquement et ses scènes d’allégresse. Ne serait-il pas temps d’évoquer des épisodes plus sombres ? »

LM

# REVUE DE PRESSE :

« À L’AUTOMNE 1944, FRANÇAIS ET TROUPES AMERICAINES AU BORD DE L’AFFRONTEMENT » (LE POINT, 6 JUIN 2019)

Après la presse normande et le journaliste de ‘Libé’ Laurent Joffrin, ‘Le Point’ (Paris) consacrait hier une analyse fouillée à cette imposture historique : « Trois mois après le jour J, les Normands n’en peuvent plus des exactions des soldats qui les ont libérés. Retour sur un épisode méconnu » …

Extraits :

« Des scènes de sauvagerie et de bestialité désolent nos campagnes. On pille, on viole, on assassine, toute sécurité a disparu aussi bien à domicile que par nos chemins. C’est une véritable terreur qui sème l’épouvante. L’exaspération des populations est à son comble. » Le 17 octobre 1944, quatre mois et demi après le Débarquement en Normandie, La Presse cherbourgeoise, quotidien local de Cherbourg, publie cette mise en garde sous le titre « Très sérieux avertissement ». À l’automne 44, ceux qui pillent, violent et assassinent sont les Américains : le journal accuse les libérateurs de se comporter en soudards dans un pays conquis. Comment un tel paradoxe deux mois après la fin des combats en Normandie ?

Une fois libérés, la presqu’île du Cotentin et son port sont devenus une gigantesque base logistique. Sur les quais, un millier d’officiers et marins américains assurent, avec les dockers français, le débarquement quotidien de 10 000 tonnes de véhicules, munitions, nourriture. Le 29 septembre 1944, 1 318 camions GMC en partance de Cherbourg acheminent vers les troupes alliées du front 8 000 tonnes de matériel. Sur les premiers kilomètres de la « Red Ball Highway Express », la route du front, défilent hôpitaux, dépôts, aérodromes, camps de repos, chaînes de réparation pour tanks et camions. Les entrepôts du Cotentin mobilisent des militaires en nombre : les 430 000 habitants du département de la Manche cohabitent avec 120 000 soldats américains, dont 50 000 Afro-Américains. D’emblée, la cohabitation, qui s’est prolongée jusqu’en 1946, ne s’annonce pas facile : « L’enthousiasme des Normands pour les forces anglo-américaines risque de s’inverser proportionnellement à la durée de notre séjour en Normandie », prévient dès l’été 1944 la 1re armée américaine (…) »

« Les premières blessures relèvent de l’amour-propre. Les GI, qui organisent des bals sous tente avec plancher, mettent en place des tournées en GMC pour amener les jeunes femmes sous leurs guinguettes. Mais pas ou peu de place pour les jeunes Normands. Le stade de Cherbourg devient un enjeu. Au terme de quatre mois de négociations, les mardi et jeudi sont réservés aux footballeurs cherbourgeois. Un mardi de mai 1945, une violente bagarre éclate entre joueurs de base-ball américains, campant sur place, et footballeurs qui réclament les lieux. La Presse cherbourgeoise compare les libérateurs avec les occupants précédents : « On ne peut pas dire que les relations [avec les Allemands] étaient cordiales mais elles furent correctes. » À la rentrée scolaire 1945, l’état-major allié (le Shaef pour Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force) annonce vouloir maintenir dans plusieurs écoles des détachements de la Military Police, qui y sont installés depuis la Libération : « Maintenant que nous sommes en paix, nous ne pouvons pas tolérer que les militaires aient le pas sur la population civile », tonne le maire de Cherbourg, René Schmitt. »

Suivent les querelles financières et matérielles. Fin août 1944, les Américains emploient 7 000 travailleurs civils pour 75 francs par jour et une ration militaire. « Avec 100 francs, les Allemands payaient mieux » constatent les ouvriers. L’Organisation Todt, chargée de construire le mur de l’Atlantique, n’avait pas lésiné sur les moyens. Rapidement, les Français seront remplacés par des prisonniers de guerre allemands (…) »

« Ces multiples agaceries réciproques auraient pu rester sans conséquence sans les bruyantes rafales tirées en l’air par des soldats ivres, mais surtout les morts accidentelles. Bien que les routes militaires soient interdites aux civils, on ne compte plus les victimes des camions américains : un enfant de 8 ans tué le 27 août 1944, une mère de famille le 11 septembre, un cycliste le 30 septembre, pour ne citer qu’eux. Autant d’accidents soigneusement rapportés par La Presse cherbourgeoise plus discrète à propos des violences et agressions par les troupes américaines. Du moins jusqu’à son « très sérieux avertissement » du 17 octobre 1944 sur les pillages, viols et assassinats. Le général français, Alphonse Juin, transmet l’article au général Eisenhower avec ce commentaire : « C’est le sentiment de tous les habitants de la Manche et de la Normandie au contact des Américains. » Mais il n’y aura pas de grand déballage. Les autorités américaines se disent « émues des crimes dont se rendent coupables les militaires de couleur (sic) » et répliquent dans le même journal en déclarant la « guerre à l’alcool pour enrayer la criminalité (…) En réponse aux exactions touchant les femmes, la justice militaire américaine frappe fort : le 23 novembre, trois GI sont condamnés à mort pour le viol de deux victimes en juillet 1944, près de Cherbourg. En août sont recensés dix-huit viols. Selon la gendarmerie, on en dénombre trente-cinq en septembre et sept en octobre. Dans les campagnes, plus aucune femme ne veut aller traire les vaches seule le soir dans les champs (…) »

(Sources : Le Point – La Lettre de LK. Joffrin – EODE Think Tank)

# LIRE OU RELIRE MON ANALYSE SUR

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POUR EN FINIR DEFINITIVEMENT AVEC LE MYTHE YANKEE DU ‘6 JUIN 1944’ : NON, LE SOLDAT RYAN N’EST PAS VENU ‘LIBERER L’EUROPE’ !

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

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2019 06 06/
PIH-LM-le-mythe-yankee-du-6-juin-2014-06-06-FR

« Pour De Gaulle, c’est en apprenant, à Londres, les premiers succès soviétiques dans la résistance de leurs armées contre l’envahisseur allemand qu’il se persuade que la victoire des alliés sera acquise plus vite que prévu. Sans les batailles de Russie, pas de débarquement en Afrique du Nord, en Italie, en Provence, en Normandie. Dit autrement : sans le national-bolchévisme, point de combat efficace contre le national-socialisme ».

– Jean Daniel (« Voyage au bout de la Nation »).

« Chaque être humain qui aime la liberté doit plus de remerciements à l’Armée Rouge qu’il ne puisse payer durant toute une vie ! »

– Ernest Hemingway.

Le soldat Ryan, emblématique figure de la propagande américaine made in Hollywood, n’est pas venu « libérer l’Europe » le 6 juin 1944. Il est venu appliquer le point central de la Géopolitique anglo-saxonne (Londres et Washington) : empêcher l’unité du Continent eurasiatique (le « Heartland ») sous une puissance unique, jadis la France, le Reich allemand ensuite, Moscou depuis 1943 (1). Hier un commentateur de la BBC vendait la mèche, le « 6 juin 1944 a été le premier débarquement d’une armée en Europe depuis Napoléon » !

Il y a quatres vérités historiques à rappeler sur « le débarquement » :

Le « 6 juin 1944 » se situe historiquement dans la politique séculaire d’hégémonie mondiale des USA ;

Le « 6 juin 1944 », l’occupant yankee a pris la place géopolitique de l’occupant nazi ;

 Le « 6 juin 1944 » est le point de départ de l’imposture historique sur laquelle repose la domination américaine en Europe ;

 Le « 6 juin 1944 » n’est pas une « libération », c’est le début de la colonisation de l’Europe par l’impérialisme américain.

LE TEMPS DES IMPOSTEURS

A l’occasion de ce 75e Anniversaire du « débarquement », la machine de propagande américano-occidentale s’est à nouveau mise en branle et l’on veut à nouveau aujourd’hui nous faire croire que les américains ont débarqué en Normandie le 6 juin 1944 pour « libérer l’Europe ». Les erreurs naïves de la diplomatie russe, encore emprise de la Schizophrénie des Années Eltsine et des illusions létales sur « les partenaires occidentaux » (sic), contribuent, hélas, à ce bourrage de crânes.

Les impostures des Macron l’américanolâtre, et cie, qui usurpent les combat de la Résistance française, achèvent de boucler le piège de la fausse mémoire. Eux, ces politiciens atlantistes qui sont aux USA ce qu’étaient les Quisling et les Pétain au Reich, parlent de la « paix en Europe ». Et oublient qu’ils ont bombardé Belgrade en 1999, première capitale européenne bombardée depuis 1945 !

Tout est faux ! Historiquement faux !

« INVASION 44 »

Et d’ailleurs pour les historiens américains et anglo-saxons l’opération s’appelle toujours depuis 1944 « L’invasion ». Et sept décennies après le 6 juin 1944, les troupes américaines occupent toujours l’Europe et étendent leur domination avec l’extension de l’OTAN aux pays d’Europe centrale, jusqu’aux frontières russes.

La sous-civilisation yankee nous envahit – Lire : Guerre culturelle (2) et américanisation du monde (3) – avec ses sodas, ses hamburgers, ses films, ses séries débiles et sa fausse morale.

Il faut le rappeler : ce n’est pas l’armée américaine qui a libéré l’Europe mais l’Armée rouge. Et sans le sacrifice de 27 millions de Soviétiques conduit avec détermination par le Maréchal Staline, les nazis auraient gagné la guerre. Ce sont les glorieux combattants de l’Armée rouge qui ont pris Berlin et libéré l’Europe de la domination nazie, ouvrant les portes de la liberté aux déportés de dizaines de camps d’extermination nazis.

1943 : QUAND ON THEORISAIT A WASHINGTON LA LUTTE POUR LA DOMINATION MONDIALE !

Le plus brutal théoricien de l’impérialisme américain est James Burnham. Moins connu en dehors des spécialistes des sciences politiques (c’est le père des néomachiavéliens américains et l’ancêtre des néocons de Bush II), c’est un ancien trotskyste reconverti dans le néo-conservatisme. Il fonde notamment la “National Review”

En 1943, il publie un livre fondamental mais passé inaperçu en Europe dont le titre anglais est”The Struggle for the World”. Le titre de l’édition française (1947, chez Calman-Lévy) est lui plus explicite encore : c’est “Pour la domination mondiale”. Burnham y donne les conditions de la puissance destinée à assurer la domination planétaire des Etats-Unis (4). En 1943, les anglo-saxons sont encore être supposés les alliés de l’URSS contre le reich …

D’UNE ARMEE D’OCCUPATION A L’AUTRE

Ces derniers jours, Macron et cie évoquent ad nauseum « les libérateurs ». Imposture là aussi. Paradoxalement, c’est un membre éminent du « parti américain » (la formule est du général de Gaulle !), Laurent Joffrin de ‘Libé’, Young leader 1996 de la ‘French-American Foundation’, qui rappelle dans sa ‘Lettre’ une toute autre réalité historique : « On montrait des Français exultant devant l’arrivée «des Américains». En fait les troupes alliées furent souvent accueillies dans un silence glacial par une population décimée par les bombes et dont les villes et les villages avaient été rasés sans pitié par les avions libérateurs. Encore aujourd’hui, la Normandie, à Caen, à Saint-Lô, à Valognes ou Carentan, porte les stigmates de ces frappes impitoyables sur les civils, sans que l’efficacité militaire de ces destructions soit entièrement prouvée, source de débats infinis entre historiens. Tout comme elle garde parfois un souvenir mélangé du comportement des soldats alliés, trop souvent enclins au viol et à la destruction préventive des fermes et des maisons » ….

D’UN OCCUPANT A L’AUTRE …

Aujourd’hui, l’Europe n’est plus la vassale du IIIeme Reich mais celle des Etats-Unis d’Amérique. Aujourd’hui, ce n’est plus la Wehrmacht, les SS et la Gestapo qui nous occupent, mais l’OTAN, l’US Army, la CIA (qui pratique légalement la torture, a ouvert des prisons secrètes en Europe et enlève extra-judiciairement des citoyens européens) et la NSA, qui espionnent toutes les communications en Europe avec le « Réseau Echelon » – Lire : Occupation yankee (5) -.

Aujourd’hui, l’Europe est toujours sous la domination militaire, politique, économique et diplomatique d’une puissance étrangère. Et c’est toute la classe politique européenne, les nouveaux kollabos, qui travaille avec les américains.

Le soldat Ryan n’est pas venu libérer l’Europe. Il est venu y défendre et y imposer les intérêts géopolitiques et politiques de Washington et économiques de Wall-Street. C’est-à-dire une entreprise coloniale, où les USA n’étaient rien de plus que les rivaux impérialistes du IIIeme Reich.

Hier, l’Europe, grâce aux sacrifices héroïques des Soviétiques, s’est libérée des nazis. Aujourd’hui, elle doit se libérer des Etats-Unis, de l’injustice capitaliste et de la domination du Nouvel Ordre Mondial. Et ce combat pour la liberté, elle doit se mener avec tous les peuples du monde qui refuse le néo-colonialisme yankee, en Russie ou en Afrique notamment .

Aujourd’hui les politiciens occidentaux entendent commémorer le 6 juin.

 Ce sont les mêmes qui veulent faire la Guerre à Moscou, qui a vaincu le Reich en 1941-45, et y appliquer le projet géopolitique de démember l’Etat russe (voir Brzezinski, Albright, Friedman). Ce sont les mêmes qui supportent le révisionnisme historique anti-russe dans les Pays baltes, en Roumanie, en Pologne, en Ukraine.  En 2014, ils ont même mis au pouvoir en Ukraine pour la première fois depuis 1945 des néofascistes et des néonazis, ceux de Svoboda et de Praviy Sektor, le noyau dur de la junte de Kiev.

POUTINE PAS INVITE EN CE 6 JUIN 2019 !

Mais si la mémoire occidentale oublie les russes, la nouvelle Guerre froide 2.0 s’est rappelée à eux ! « C’est une absence qui fait parler ces derniers jours », avoue l’AFP. Vladimir Poutine et la Russie ne sont pas présents en Normandie pour le 75e anniversaire du débarquement du 6 juin 1944. Mais « La Russie relativise le Débarquement ». Cette semaine, Moscou a appelé à ne pas « exagérer » l’importance du Débarquement allié, rappelant les 27 millions de morts soviétiques pendant la Seconde Guerre mondiale. « Le Débarquement en Normandie n’a pas eu d’influence décisive sur l’issue de la Seconde Guerre mondiale (…) déjà déterminée par la victoire de l’Armée rouge, avant tout à Stalingrad, Koursk », avait insisté mercredi la porte-parole de la diplomatie russe, Maria Zakharova.

Imposture occidentale ?

Oui. C’est le noyau central de l’idéologie américano-occidentale. Pourquoi le mythe du 6 juin y échapperait-il ?

NOTES ET RENVOIS :

(1) Cfr. sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

* TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE (I) :

AU CŒUR DE LA CONFRONTATION GEOPOLITIQUE FONDAMENTALE

sur http://www.lucmichel.net/2018/09/21/luc-michels-geopolitical-daily-terre-et-mer-au-xxie-siecle-i-au-coeur-de-la-confrontation-geopolitique-fondamentale/

* TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE (II) :

COMMENT LES FONDEMENTS DE LA GEOPOLITIQUE, SCIENCE DU XXIe SIECLE, VONT DETERMINER LES CENTS PROCHAINES ANNEES

sur http://www.lucmichel.net/2018/09/22/luc-michels-geopolitical-daily-terre-et-mer-au-xxie-siecle-ii-comment-les-fondements-de-la-geopolitique-science-du-xxie-siecle-vont-determiner-les-cents-prochaines-annees/

(2) Guerre culturelle : voir http://www.pcn-ncp.com/PIH/pih-030923.htm

(3) L’américanisation du monde : voir http://www.pcn-ncp.com/PIH/pih-021202.htm

(4) Cfr. Luc Michel, Théories de l’impérialisme américain: la réponse des peuples,

sur http://www.palestine-solidarite.org/analyses.Luc_Michel.000701.htm

(5) Occupation yankee : voir http://www.pcn-ncp.com/PIH/pih-030311.htm

(Sources : AFP – PCN-NCP.COM (site archive du PCN 1995-2012) – La Lettre de L. Joffrin – EODE Think Tank)

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30e ANNIVERSAIRE DE TIANANMEN (I): QUE S’EST-IL REELLEMENT PASSE EN 1989 ?

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 06 03/

LM.GEOPOL - Géohistoire tiananmen I (2019 06 03) FR (3)

« Le régime avait perdu le contrôle de Pékin, avec de nombreux check-points tenus par des contestataires dans toute la ville (…) il y a eu forcément beaucoup plus de batailles qu’on ne croit »

– J-P Cabestan, sinologue (Libération, 23 déc. 2017).

LM.GEOPOL - Géohistoire tiananmen I (2019 06 03) FR (6)

Le 30e anniversaire des événements de Tiananmen est l’occasion d’un déluge de propagande et de médiamensonges occidentaux, en provenance des USA et des pays de l’OTAN. Mais que s’est-il vraiment passé début juin 1989 à Pékin ?

Dans de précédentes analyses, j’expliquais comment le « changement de régime » en Chine, via des « révolutions de couleur » était l’un des objectifs permanents des USA. L’utilisation de Hong-Kong, ventre mou de la Chine avec son statut spécial, n’est qu’une étape vers l’exportation de la déstabilisation made in USA en Chine continentale (Voir le Dossier analyses et videos ci-dessous) …

Le 30e anniversaire de Tiananmen remet ce dossier de la politique anti-chinoise de Washington au cœur de l’actualité. Les grands acteurs de la déstabilisation, CIA et State Department dorénavant aux mains des faucons faucons neocons John Bolton (le « Docteur des Ténébres » du Régime Bush II) et Mike Pompeo (le chef de la CIA d’Obama-Clinton), ONG liées aux « vitrines légales de la CIA » et aux Réseaux Sorös (Voir l’émission de mon ‘Grand Jeu’ consacrée à la « révolution des parapluies » à Honk-Kong), dissidents fantoches pro-occidentaux, médias de l’OTAN, toute la meute occidentale tente d’utiliser leur version de la mémoire de « Tiananmen » pour semer le trouble contre Pékin.

Mais que s’est-il vraiment passé à Tiananmen ?

Tiananmen est aussi et surtout une bataille d’images. La photo célèbre de « l’étudiant aux mains nues qui défie les chars » dissimule la vraie bataille et les blindés et camions incendiés de l’Armée chinoise. On a alors un tout autre scénario des événements de Pékin !

Demain, j‘analyserai et je démonterai la propagande inouïe des occidentaux en ce début juin 2019 …

# L’ANALYSE DE REFERENCE SUR

LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY

L’ANNIVERSAIRE DE TIANANMEN RAPPELLE QUE L’ORGANISATION D’UN CHANGEMENT DE REGIME A PEKIN RESTE A L’AGENDA DES USA (REVOLUTION DE COULEUR EN CHINE III)

http://www.lucmichel.net/2018/06/04/luc-michels-geopolitical-daily-lactualite-qui-confirme-lanalyse-lanniversaire-de-tiananmen-rappelle-que-lorganisation-dun-changement-de-regime/

# REVOLUTIONS DE COULEUR EN CHINE :

LE DOSSIER SUR LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY

* REVOLUTION DE COULEUR EN CHINE (I) :

APRES LE TEST DE HONG-KONG, VERS UNE ‘REVOLUTION DE COULEUR’ EN CHINE CONTINENTALE ?

sur http://www.lucmichel.net/2017/10/01/luc-michels-geopolitical-daily-revolution-de-couleur-en-chine-i-apres-le-test-de-hong-kong-vers-une-revolution-de-couleur-en-chine-continentale/

* REVOLUTION DE COULEUR EN CHINE (II) :

HONG-KONG, SUITE ET PAS FIN !

sur http://www.lucmichel.net/2017/10/04/luc-michels-geopolitical-daily-revolution-de-couleur-en-chine-ii-hong-kong-suite-et-pas-fin/

# COMMENT LES USA ORGANISENT LA DESTABILISATION DE LA CHINE :

* Voir sur EODE-TV & AFRIQUE MEDIA/

LE GRAND JEU (Saison I – 5). OCCUPY HONG-KONG.

REVOLUTION DE COULEUR EN CHINE

sur https://vimeo.com/114919746

* Voir mon analyse-flash pour AFRIQUE MEDIA :

sur PCN-TV/ HONG-KONG:

UNE REVOLUTION DE COULEUR DE PLUS

sur https://vimeo.com/109342616

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

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GEOHISTOIRE : 29 MAI 1453. LA CHUTE DE CONSTANTINOPLE, LA SECONDE ROME

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2018 05 30/

LM.GEOPOL - Géohistoire chute de constantrinople (2019 05 30) FR (3)

Hier 29 mai, on se souvenait de la prise de Constantinople, la seconde Rome, par les turcs ottomans. C’était en 1453. Peu d’esprits ont célébré cet événements géopolitique pourtant capital : l’émergence de l ‘Empire ottoman comme grande puissance en Méditerranée, en Mer noire, dans les Balkans et en Europe même. Il faut donc souligner la remarquable tribune de Theodoros Koutroubas (Professeur des sciences politiques à l’UCLouvain) dans ‘La Libre Belgique’ (Bruxelles)

DES CONSEQUENCES GEOPOLITIQUES IMMENSES

Si Constantinople, l’ancienne Byzance grecque – seconde capitale de l’Empire romain, seconde Rome, qui avait maintenu un millénaire (1123 ans) le destin historique et civilisateur romain – avait depuis longtemps perdu grandeur et puissance (une longue agonie due aux Croisades occidentales et à l’hostilité du Papisme catholique envers l’Orthodoxie), l’événement aura des conséquences géopolitiques :

* La présence de l’Empire ottoman, comme puissance géopolitique en Europe, en Méditerranée  et au Levant jusque 1917. Et la géopolitique ayant horreur du vide, Istanbul assumera en Orient le rôle géopolitique de Constantinople, succédant dans nombre de domaines au défunt Empire byzantin ;

* L’émergence de la Russie comme Empire, Moscou assumant la succession de Constantinople et de l’Orthodoxie (et ses aigles bizéphales) : c’est la naissance du mythe géoidéologique de la « Troisième Rome », qui est encore aujourd’hui au cœur du Néoeurasisme,

* Enfin une conséquence idéologique, l’opposition entre Europe catholique et Europe orthodoxe (Russie, mais aussi Roumanie, Moldavie, Serbie ou Bulgarie). Qui sera encore exploitée par les USA, après l’implosion de l’URSS, pour diviser les peuples de Yougoslavie pedant les « guerres de Yougoslavie ».

 « DE L’ENNEMI COMMUNISTE A L’ENNEMI ORTHODOXE » (BRZEZINSKI)

Le professeur Koutroubas rappelle cette opposition entre les deux Europe : « Aujourd’hui, la littérature sur l’état romain chrétien en Orient attribue ses critiques négatives à la “tendance limitative de certains de définir le concept de l’Europe pour se référer essentiellement à l’Europe occidentale, vue comme ‘chrétienne’ et parfois même comme explicitement ‘catholique’. Ainsi, “selon plusieurs auteurs, d’Arnold Toynbee à Samuel Huntington, ‘l’Orthodoxie’ ou la ‘civilisation orthodoxe’, ont acquis une identité propre (…) non européenne et par conséquent non éclairée (…) L’auteur du “Choc des Civilisations” ne voyait-il pas la culture des peuples orthodoxes, comme étant inclinée vers l’autocratie, la plaçant aux côtés du “monde islamique”, supposément enclin à un conflit avec l’Occident démocratique, ouvert d’esprit, catholique et protestant ». Nous faisons nous partie de ceux qui critiquent la Petite-Europe de Bruxelles comme « un club chrétien catholique » …

A Huntington, le professeur Koutroubas répond surtout qu’il n’est pas « possible de réduire une civilisation à sa seule composante religieuse, et encore moins la civilisation aujourd’hui appelée byzantine, qui constitue en fait le fruit d’un mariage heureux entre le polythéisme démocratique et philosophique grec, la culture du droit et de l’administration rationnelle romaine, le mysticisme et l’esprit de charité chrétien oriental et d’autres cultures des peuples avec lesquels l’Empire romain en orient a pendant longtemps coexisté ».

Quelle est le but de guerre des américains dans tout celà ? La liquidation de la Yougoslavie, c’est la continuation de la liquidation de l’Union Soviétique, obtenue par la victoire américaine à la fin de la guerre froide. Opération qui continue encore aujourd’hui, puisque le but c’est le démembrement de la Fédération de Russie. Et les américains sont directement derrière ces terroristes wahhabites, qui ensanglantent la Tchètchènie, le Daghestan et le Caucase russe. Et auxquels Poutine s’est opposé dès la fin des années ‘90. Dans les Balkans des Années 1991-2000, il s’agissait de liquider la Yougoslavie, de liquider un ensemble géopolitique qui était considéré par les américains comme Orthodoxe et lié à l’Orthodoxie russe.

Et on a vu d’ailleurs l’ennemi principal communiste devenir l’ennemi principal orthodoxe. C’était d’ailleurs l’avis de Zbignew Brzezinski, qui a dit au début des années 90 que « maintenant l’ennemi principal des USA,  c’était l’Orthodoxie » ! La liquidation de la Yougoslavie faisait partie de ce plan qui est la liquidation de la Russie en tant qu’Etat continental, opposé à la domination mondiale de la thalassocratie américaine.

# RETOUR SUR L’EVENEMENT :

« IL Y A 565 ANS DISPARAISSAIT DEFINITIVEMENT L’EMPIRE ROMAIN EN ORIENT » (UNE OPINION DE THEODOROS KOUTROUBAS POUR ‘LA LIBRE BELGIQUE’)

Extraits :

« L’actualité politique de ce mois de mai, laissera sans doute passer inaperçue l’anniversaire d’un événement déjà très peu commémoré en Occident : la fin de l’Empire romain en Orient. Cet empire que d’aucuns appellent de nos jours “byzantin” s’acheva il y a 565 ans jour pour jour, le 29 mai 1453, lorsque Constantinople tomba aux mains des Ottomans à l’issue d’un long siège. Présenté comme un état théocratique et gouverné par des tyrans, “l’Empire des Grecs”, n’a pas été regretté en Occident, jusqu’à ce que les historiens modernes révélèrent son apport décisif aux évolutions intellectuelles de la Renaissance (…) Ces stéréotypes ont la vie dure, et l’image de cet Etat, comme celle des pays considérés comme étant ses “héritiers spirituels” continuent d’en souffrir (…) Or, c’est à ceci que devrait servir les commémorations des évènements : remettre les pendules à l’heure de la réalité historique, ennemie naturelle de la propagande politique, et de ses pseudo-informations (infox ).

Celle de la fin de l’état romain chrétien pourrait nous (re)apprendre que le monde orthodoxe constituait une des rarissimes parties de la terre de son temps, où le peuple jouait un rôle assez important sur les affaires publiques. Sans être une démocratie dans le sens actuel du terme, l’Empire fut en fait jusqu’à sa fin un Etat de droit, soutenu par une bureaucratie professionnelle salariée où les citoyens étaient considérés comme étant égaux aux yeux de la Loi et où les titres de noblesse héréditaire n’ont jamais existé. Loin d’être un roi absolu et doté des pouvoirs thaumaturgiques, comme par exemple les souverains de France et d’Angleterre de l’époque, le “fidèle en Christ Dieu Roi et Empereur des Romains” (et non de Rome) ne devait pas sa légitimé qu’au seul sacre par l’Eglise. Comme aux temps des premiers empereurs romains, l’occupant du trône, homme ou femme, devait toujours maintenir la loyauté de l’armée, la confiance du sénat et l’acclamation des redoutables “démos “, les organisations du peuple, dans le grand hippodrome de la capitale (…)

Le Sénat, quant-à-lui, qui depuis l’antiquité comptait parmi ses membres que des familles patriciennes, fut ouvert par Constantin IX (Monomachos 1042-1055) aux hommes venant des classes moins prospères. Même si le vrai pouvoir de ce corps constitué a graduellement décliné durant la vie de l’Empire, le rôle qu’il continuait à jouer en tant que haut dicastère, contribuait, avec celui de la bureaucratie, dont les membres étaient majoritairement recrutés sur la seule base de leurs connaissances littéraires, à rendre la nature du régime roméo-byzantin beaucoup plus moderne et rationnelle que celle de plusieurs Etats de ce Nord de l’Europe aux cultures supposément plus adaptables à la démocratie que la “civilisation orthodoxe”.

La chute de Constantinople aux armées ottomanes a sonné la fin définitive de Rome en Orient et comme c’est toujours le cas dans l’histoire des civilisations, des éléments de la culture, de la politique, de la vie « byzantine », ont influencé les Etats et les civilisations qu’ils l’ont suivi, tandis que sa mémoire est devenue l’objet légitime de recherches historiques. Or les fanatismes de tout bord se nourrissent toujours des infox , et c’est pour ceci qu’il est peut-être utile de ne pas laisser passer cette date sans s’en souvenir. »

(sur La Libre Belgique du 29 mai 2019)

(Sources : PCN-Info – La Libre Belgique – EODE Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

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ANTIFASCISMO COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA?……. DA PREDAPPIO AL SALONE DI TORINO: FA E ANTIFA

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MONDOCANE

MERCOLEDÌ 15 MAGGIO 2019

Chi l’avrebbe detto

«Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei,/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa» (Martin Niemoller, pastore protestante. Testo originale, poi variamente riscritto, erroneamente attribuito a Bertold Brecht)

https://www.youtube.com/watch?v=94ZJNnYUVQ0  (saltate l’annuncio)

Polacchi e Conte fedeli alle linee. Di Mussolini e Guaidò.

Francesco Polacchi, casa editrice Altaforte: “L’antifascismo è il male d’Italia”. Errore. Il male d’Italia è l’antifascismo strumentale, di copertura, arma di distrazione di massa che occulta il totalitarismo post- e neofascista della globalizzazione finanzcapitalista di guerra e di sanzioni.

Il fondo l’abbiamo raggiunto da tempo, lo si sa. Ma fino a che punto noi si sia scavato ci è ancora poco chiaro. Un indizio ce lo dà Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno, tramutatosi in imbonitore tv da far rosicare Vanna Marchi (“Vincisalvini”), per rastrellare qualcuno disposto a farsi un selfie con la sua protuberanza ventrale. Un altro, più in basso se possibile, ce lo spara, con inusitata violenza per un fan di Padre Pio (che per l’appunto, pur santificato dal Bergoglio, era valido picchiatore squadrista di consiglieri comunali socialisti), il premier Conte. Mandando in frantumi la prima presa di posizione dignitosa e autonoma dell’Italia serva e di dolore ostello (non donna di provincie ma bordello) dall’isolata bravata di Craxi a Sigonella (rifiuto di consegnare il palestinese ai Marines), il premier ha inserito il suo governo nella schiera di coloro a cui il padrino statunitense ha ordinato di farsi gangster nei confronti del diritto internazionale, nazionale, domestico, di condominio, umano. La sua è una fuga all’indietro, rispetto alla neutralità che l’Italia aveva adottato tra Guaidò e Maduro, non riconoscendo il primo e non disconoscendo il secondo e così inibendo il vergognoso allineamento UE alla pratica golpista e regime-changista dei nostri padrini. Ha pubblicato una lettera sulla Stampa in cui legittima Guaidò, in quanto “eletto dall’Assemblea Nazionale” e delegittima Maduro in quanto eletto in “votazioni non democratiche”.

Ricevendo istruzioni

Patetico divincolamento rettilare su ordine di servizio Atlantico che capovolge le cose: Maduro diventa presidente grazie a elezioni che, come tutte le altre, osservatori internazionali, compreso il Comitato Carter, hanno giudicato impeccabili. Guadò non è stato eletto da nessuno, si è trovato a presiedere l’Assemblea Nazionale grazie al meccanismo della rotazione previsto dalla Costituzione ed era casualmente lì, non eletto se non dal trio Trump, Pompeo, Bolton, al momento in cui gli si è detto “autonominati presidente”. L’avvocato Conte ha così provato la sua nobilitade, oltreché politica, anche professionale. E nessuno dei geopoliticamente diversi 5 Stelle ha fiatato.

Tutti brigatisti Garibaldi

E’ dando patente di legittimità a un metodo di chiara, sebbene scadente, reminiscenza mussoliniana (Marcia su Roma e seguenti) che il premier gialloverde, stavolta vicinissimo al guaidoista Salvini, ha fornito il suo contribuito all’esplosione antifascista che ha percorso e pervaso l’Italia a petto in fuori durante tutta l’ultima settimana. Un uragano di orgoglio partigiano, costituzionale, democratico, che, una volta di più, ha visto uniti tutti, nelle ormai strutturali larghe intese dall’estrema sinistra, cosiddetta, attraverso tutte le variopinte destre, fino ad esaurimento dell’arco(baleno) costituzionale.  E se i paginoni di Repubblica hanno suonato il trombone, i sindacati, finalmente pacificati nel segno del bla-bla urlato di Landini, Anpi, Acli, Ciotti, Wu Ming, Arci, Libertà e Giustizia, i meglio fichi del bigoncio, non hanno risparmiato le percussioni e il “manifesto”, districandosi tra i diletti migranti, le femministe, i LGBTQI, è rispuntato con la spilletta “Brigata Garibaldi”. Ma anche quella del re, visto che Christian Raimo richiama all’adunata antifa  “il mondo liberale, monarchici e preti”. Nientemeno. La volpe a guardia del pollaio.

Ha detto Polacchi, al Salone del libro di Torino, “Il male d’Italia è l’antifascismo”. Che urla, che indignazione, che stracciarsi di vesti, che strapparsi di capelli! Non si è astenuto nessuno: il rischio era di finire come quelli che subirono gli effetti delle leggi razziali. All’incontrario. Polacchi, da fascista cartonato del XX Secolo, ha le sue ragioni, per prendersela con l’antifascismo. Gli rovina il giochino del viaggio a ritroso nel tempo, quello per cui “non gli resta che piangere”. Io e, credo, molti altri, ne abbiamo di migliori.

Il fascismo e il suo alter ego

Di fascismi ce ne sono due. Se la tirano da nemici, ma sono sinergici. Uno noto, scoperto, storicamente validato, con i suoi detriti a cranio rasato dell’oggi. L’altro aggiornato, ammodernato, deideologizzato, riciclato. Rispetto a quello precedente è come un dollaro – o euro – guadagnato vendendo glifosato Bayer-Monsanto, o eroina, o bombe prodotte in Sardegna ai sauditi, poi riciclato nell’acquisto di carburante per navi che traghettano africani in Europa, “che sennò affogano”. Chiamiamolo per comodità e disinvoltura scientifica: “fascismo 2.0”. O fascismo del XXI secolo rispetto a quello del XX. O Finanzfascismo. E’ la forma di governo più diffusamente praticata in Occidente. Ha in comune con il carnevale di Venezia il travisamento-miglioramento del proprio aspetto grazie alla maschera. Con il fascismo d’antan ha in comune i pilastri della costruzione sociale e del pensiero che la sovrintende. Che, allora come oggi, come quasi sempre a partire dal quarto secolo, deve essere unico, univoco, uniforme, unidirezionale, universale. Diffuso grazie alla coercizione, variamente violenta, del “TINA”, “There Is No Alternative”, da lì non si scappa. La costruzione sociale perpetua, con invariata persistenza nel tempo, quella della piramide. Pochi in alto, ma di grande peso, che schiacciando i tanti in basso, li riducono nella polpa di cui si nutrono. Metafora: spremi il pomodoro del contadino e ne esce la passata della Grande Distribuzione; strizzi uno schiavo traghettato dall’Africa e ne esce l’outlet di papà Renzi.

Salone liberale, piduista, monarchico, massonico, inciucista, comunista, amerikano, sionista, antisionista. Ma giammai fascista.

Come funziona il rapporto di mutuo soccorso tra queste due forme di organizzazione della comunità umana? Ne abbiamo avuto una limpida esemplificazione al Salone del Libro di Torino. Come è prassi storica, un arruffapopolo e un libraio fascista si sono messi d’accordo e il secondo ha pubblicato il libro del primo. Cose uguali e anche molto più gravi, fasciste, naziste, massoniche, criptomafiose, truffaldine, violente, nella stessa manifestazione si erano succedute negli anni, ma nessuno ci aveva fatto caso ed erano rimaste relegate nell’irrelevanza dei sette metri quadri del loro stand. Ma stavolta era diverso, l’autore del libro stava al governo e in primo piano e, peggio, in alleanza con i primi sintomi del male assoluto: un embrione pentastellato di entità fuori establishment, come nel laboratorio italiano non s’era più manifestata almeno dal ‘68 in qua.

Come fare per promuovere una fetecchia di libro

Quale migliore occasione, per quelli del  Due punto zero, per puntare dito, catapulta, bombarda, olio bollente sui reprobi: autore, editore e teppa di base, prorompendo in Bella Ciao e rigenerando il proprio foruncoloso aspetto nel salon de beauté dell’antifascismo?  Non è a questo che servono i vari Casa Pound, Forza Nuova e antesignani come Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e puffi neri con spranga vari?  Se la sono presa con uno che la spranga la esibiva vent’anni fa. Ne hanno fatto, se non un martire della libertà d’espressione, una curiosità. E il suo è oggi il libro più venduto in Italia. Un favore da niente. Nuove larghe intese in vista?

Di antifascista ce n’è una…

Una a cui la definizione di antifascista sta invece benissimo è la giovane donna che, affrontando spintoni, sputi e invettive, perdita di voti e anche un rischio di linciaggio, visti i tipi, non ha sparato proclami e invettive, ci ha messo il corpo ed è andata ad abbracciare la famiglia Rom assegnataria a Casal Bruciato. Si chiama Virginia Raggi (e il suo amico in cravattino che dice sempre “io”, anziché “noi”, ha perso una grande occasione per elogiarla). Ha alle spalle predecessori come Signorello, Carraro, Rutelli, Veltroni, Alemanno. Di questi è certamente la migliore, alla faccia di tutti gli sciacalli e condor (chiedendo scusa ai nobili animali). S’è visto che qualche antifascista, seppure a fatica, si trova.

Virginia Raggi a Casal Bruciato

Un maggio gelido, questo. Conveniva scaldarsi. E lo si è fatto alla grande, dando fuoco ai fascisti. L’antipasto è stata la gogna al cronista che ha riferito del mortifero cordoglio di Predappio alla maniera con cui la Botteri riferisce le opinioni di Guaidò. Solo che gli schiammazzi contro il primo coprono la compiacenza verso la seconda. Di quella pira l’orrendo foco nessuno meglio di un busto antifascista da Pincio come Marco Reveli ha saputo trovare il linguaggio per attizzarlo. Vado di fiore in fiore: “apocalissi culturale, politica e sociale, relativismo rinunciatario, trionfo del disumano, macigno che pesa sul mondo, lo scandalo più grande, sconvolgente, lo sfregio grave, intollerabile all’intero paese, ignavia da Antinferno, pactum sceleris, indecente connubio”. Non male come discorso dell’odio, no? Revelli ha dato il tono e tutta la meglio intellighenzia antifascista ha cantato in coro.

Cerimonia a Predappio

Tanto hanno gridato all’apocalissi fascista, al pactum sceleris, che alla fine non ne è rimasto uno, dal “manifesto” a Repubblica, dai Wu Ming a Revelli, da Rossanda a Montanari, da Zoro a Formigli, dalla Gruber a Carofiglio, da Zingaretti a Fratoianni,  che avesse ancora un filo di voce per fare bau a un po’ di Due punto zero. Del resto le opere di costoro sfuggono sistematicamente all’attenzione degli antifascisti di carriera. Che, sotto sotto, ne facciano parte?

Fascismi, sinergie e silenzi

Le retate degli stessi giorni del Salone rivelano che dal Ticino a Capo Passero, criminalità politico-economica e criminalità clandestina si sono ricompattati attorno ai successori di DC e Forza Italia. Regime di sfruttamento e controllo e malavita organizzata = fascismo 2.0.  Un cardinale, ministro di uno Stato estero invade Roma, come se Porta Pia non fosse mai avvenuta e, col lasciapassre dell’umanitarietà, contravviene alle disposizioni di legge dello Stato invaso. A cui peraltro nega le tasse sugli immobili di commercio e di profitto che vi possiede, dato che contengono una madonnina di gesso. Tasse grazie alle quali lo Stato invaso potrebbe dedicarsi a sistemare parecchi senzatetto e a ridare la luce a tutti. Fascismo da Concordato.

Due combattenti per la libertà d’informazione e la rivelazione dei misfatti del Potere, Assange e Manning, vengono sequestrati e trascinati in galera, consegnati alla vendetta degli autori dei crimini e nessun giornalista, o sindacato di costui, né la Grande Armada degli antifascisti alza un sopracciglio. Fascismo da Minculpop, o fascismo 2.0?  Le transanazionali e gli eserciti Nato, con i loro gatekeeper sulle navi Ong,  ricolonizzano  l’Africa forzandone o costringendone l’evacuazione da parte delle sue migliori generazioni e destabilizzano culturalmente e socialmente i paesi d’arrivo con nuovi eserciti di schiavi di riserva e da dumping. Imperialismo e fascismo 2.0.

Dall’Honduras al Paraguay, dal Brasile al Venezuela, dall’Algeria al Sudan ,i missi dominici Otpor, Soros, Cia, Pentagono, NED, USAID, Freedom House e squadroni della morte neocon vari, negano pane con le sanzioni e spargono sangue con la violenza, per sottrarre popoli a governi autodeterminati e infliggergli regimi fascisti. Fascismo del XXI secolo e antifascismo da Salone. Zitto.

In Ucraina e Georgia, i fascisti del XX secolo sono al potere e obliterano ogni dissidenza democratica in virtù del sostegno del fascismo del XXI secolo come coltivato in Usa e UE. Gli antifascisti da Salone fanno finta di niente. A due ore di volo da noi, qualcuno proclama lo Stato etnico sulla terra sequestrata ad altri che, a questo scopo, sono avviati all’estinzione. Gli urlatori antifa contro razzismo e xenofobia non ne sanno nulla, ma festeggiano come ospite d’onore del Salone chi di quello Stato fa parte.

Massicce esercitazioni nei paesi baltici sul confine con la Russia, invasione del Golfo arabo-persico da parte degli Usa con portaerei, decine di migliaia di soldati, bombardiieri a lungo raggio. Provocazioni ridicolmenrte scoperte di petroliere di emirati alleati.  Prospettiva vicinissima e ripetutamente minacciata da Usa e Israele di apocalisse che non lascerà essere umano, animale o pianta intonsi, ma il Fatto Quotidiano nasconde le 1000 basi militari Usa-Nato tutt’intorno all’umanità da obliterare sotto le basi militari cinesi che la Cina “potrebbe” voler creare col pretesto della Via della Seta (sic!). Fascismo del XXI e ultimo secolo. Dove sono gli Antifa davanti ai 2 minuti dalla mezzanotte nucleare?

Connotato fondamentale di tutti i fascismi è la guerra, “sola igiene del mondo”. Il fascismo 2.0 ne conduce almeno sette, con il corredo della desertificazione degli habitat e degli eccidi di massa di innocenti e patrioti: Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen, Afghanistan, Sahel, e ne minaccia altre due e una globale. Parossismo fascista di ogni tipo. Gli antifascisti da Salone guardano dall’altra parte. Alcuni applaudono.

Intanto, però, hanno trionfato sull’editore vicino a Casa Pound, hanno smantellato il suo banchetto e hanno fatto trionfare l’antifascismo in tutta Italia. Wow!

Domani a chi tocca? O credete forse che si fermeranno al banchetto sfondato di Altaforte? (Vedi Niemoeller)

MATTINALE DEI BUONI E CATTIVI, DA ERATOSTENE A GIGI DI MAIO——- FASTI E NEFASTI DEL GIORNO

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MONDOCANE

LUNEDÌ 29 APRILE 2019

Mattinale dei buoni e cattivi, da Eratostene a Gigi Di Maio

FASTI  E  NEFASTI  DEL  GIORNO

1) Quando parla il Colle: Turbamento Oggettivo. . La nuova legge sulla difesa che, salvinianamente, sancisce il mutuo e reciproco gangsterismo letale, ha fatto fuori il suo primo minorenne povero per la pistola del suo primo maggiorenne ricco, sparatore per sport, che lo ha colpito all’osso sacro, il che farebbe pensare a uno in fuga. Quest’ultimo si rallegra dello scudo fornitogli dal Mattarella con la definizione di “turbamento oggettivo”. Un nonsense totale, ma che permetterà al giudice di fargli pat pat e mandarlo a casa. Si spera che altri sparatori sportivi non siano presi da “turbamento oggettivo” all’ingresso del rider con una  pizza che pare una mina antiuomo, o della suocera il cui ombrello assomiglia a un Kalashnikov.

2) Brucia ragazzo brucia, per la Grande Distribuzione. Sono stato a Borgo Mezzanone, Foggia (vedi il docufilm “O la Troika o la vita”), la baraccopoli due volte incendiata, tre volte sgomberata per finta, dove regna il caporalato, lo spaccio e il magnaccismo, tutto in mano agli stessi africani. Non ve lo dirà il manifesto, che non ha mai speso una riga per la quarta mafia nazionale, perché nigeriana, la più capillare per spaccio e prostituzione. Borgo Mezzanone sopravvive e prospera e la legge sul caporalato di Renzi non verrà mai applicata: il prezzo dei pomodori e dell’uva di quei campi deve essere compatibile con i profitti della Grande Distribuzione, Grande Amica di ogni governo. L’altro giorno ci è bruciato vivo Samara, migrante del Ghana. Il “manifesto” se l’è presa con il governo che maltratta le Ong.

3) Divorare territorio. La Lega vuole mantenere le provincie, i 5 Stelle no, per risparmiare dicono. Renzi, generatore di mostruosità, le ha sostituite con le “Città Metropolitane”, strumento di pervertimento sociale e di urbanizzazione all’insegna della gentrificazione e, per questo regalo, il partito di “La Repubblica”, per una volta su un milione dalla parte dei 5Stelle, continua a ringraziare il bischerone.. E basterebbe uno sponsor così. Capita perfino alla Lega di dire una cosa giusta. Andrebbero abolite le regioni, costrutto artificiale sebbene costituzionale, di saporaccio etnicista, verminai di corruzione, oggi in ansia di autonomia sfascia-Italia. Non le provincie, corpo intermedio vicino ai cittadini, territorialmente, socialmente ed economicamente omogeneo, fuori dal deserto umano dei megacentri urbani.

4) Sessismo progressista. Marco Da Milano, debenedettiano (è tutto dire) direttore del fu-L’Espresso che insiste a chiamarsi L’Espresso, non si perde un’occasione dai sinistri  Zoro, Gruber, Formigli, Floris, da nessuno dei nostri cavalieri della crociata anti-barbarie gialloverdi, per bollare di infamia i quattro cavalieri dell’Apocalisse: razzismo, fascismo, maschilismo, sessimo che di questo governo sarebbero i pilastri. E, per evidenziare all’universo mondo la natura repellente di tali ismi, gli ha dedicato questa copertina:

 Ciò che scocciava assai Da Milano e compagni era il fatto che la sindaca, giovane e bella, avesse inchiodato un manager Ama che giocherellava col bilancio per attribuire indebiti premi di produzione a sé e ai colleghi. Bravo Marco, al siparietto PD-Soros di Diego Bianchi e degli altri della squadra rosa, oltreché ospite fisso, diventerai anche tronista e velina.

5) Un Regeni non si nega a nessuno. A Pechino, il premier Conte ha detto al presidente egiziano Al Sisi di ricordarsi di Giulio Regeni. Al Sisi  ha detto a Conte, ma sottovoce, di ricordarsi, primo, che nessun servizio del mondo che si rispetti si sarebbe mai autoaccusato facendo ritrovare un suo sequestrato, torturato e ucciso, al lato della strada; secondo, che lo hanno “scoperto” nelle stesse ore in cui Roma e il Cairo stavano concludendo affaroni che avrebbero tagliato fuori mezzo mondo petrolifero occidentale; terzo, che il ragazzo aveva lavorato per anni per un covo internazionale di spie capeggiato dall’inventore degli squadroni della morte John Negroponte; quarto, che al suo presunto socio locale, finto dissidente, aveva promesso 10mila dollari, mica per la moglie malata di cancro, ma solo per un preciso “progetto”. Il che, risaputo, ma taciuto da tutti, non ha impedito che la santa alleanza Regeni, Repubblica e il manifesto in testa, rilanciasse il martire Regeni contro l’assassino Al Sisi. Che ciò avesse a che fare con la prospettiva che il generale Haftar, protetto da Al Sisi, Putin e Trump, stesse sbaragliando i Fratelli musulmani  (leggi: Isis), cari ai colonialisti progressisti? Quei simpaticoni che tengono i migranti nei famosi “lager della tortura, dello stupro, e dell’uccisione” e che Haftar rischia di liberare, ponendo fine al grande business?

6) Biden, the progressive, for President ! “Il manifesto” festeggia la candidatura a presidente del Democratico Joe Biden, detto Pisolo (“Sleepy Joe”), sorvolando sul fatto, solitamente sconvolgente per “il manifesto”, che a casa sua è noto per aver molestato donne un po’ in alto e un po’ in basso. Sorprendente, direi, per un organo del collegio di difesa di Asia Argento. Tutta contenta, la referente di Zingaretti nella redazione politica del quotidiano anticomunista, saluta il futuro avversario del reietto Repubblicano Trump con vezzeggiativi come “centrista” e “moderato”.  Del tutto meritati: da Senatore, nei ’70, si distinse per accanimento anti-desegregazionista nelle scuole e nei mezzi di trasporto. Nei ’90, da presidente del Comitato Giustizia, si oppose alle accuse di molestie sessuali fatte da Anita Hill al candidato alla Corte Suprema,Clarence Thomas. Nel 2003 fu sostenitore decisivo al Senato dell’aggressione all’Iraq e, a seguire, di tutte le sette guerre di Obama. Quella che da loro si chiama “Corporate America”, l’élite finanziar-militar-securitar-digitale, in particolare delle assicurazioni e banche, lo eleva a suo candidato preferito. Anche per togliersi dai piedi il meno affidabile Sanders. Come poteva esimersi “il manifesto”?

7) S’ode a destra uno squillo di tromba;. A sinistra risponde uno squilloE tutti all’unisono rievocano, invocano, rivendicano e celebrano, a ulteriore esaltazione dello scontro con gli infedeli, le imperiture radici cristiane dell’Europa, anzi dell’Occidente tutto. Lasciando da parte il piccolo dubbio che l’asserzione solleciterebbe tra amerindi, afroamericani, Sami artici (lapponi) e altre popolazioni genocidate a colpi di Croce, c’è del vero, nel senso che è dalla radice cristiana che sono fioriti in Occidente dogma, pensiero unico, monarchia assoluta, pure infallibile, e guai terreni ed eterni inenarrabili per chi non ci sta. D’accordo, monarchi assoluti sono stati vissuti e sofferti anche da altre parti e in altri tempi, ma quello dei cristiani-cattolici ha un’esclusiva. Il razionale e, soprattutto, l’irrazionale, sono monopolio suo. Non si transige, come magari in Grecia e a Roma dove non solo si transigeva, ma dagli altri culti ci si sentiva perfino arricchiti. Pensiero molteplice – Socrate, Eraclito, Seneca – lì; qui pensiero unico – S. Agostino, S. Tommaso, Padri della Chiesa, Paola Binetti. E a  dar retta ad Ario, o a far gli alibigesi, o i catari, erano cazzi davvero amari.

8) Ora et labora. Eppur si muove! Il geologo Mario Tozzi, nella sua bella trasmissione (“Sapiens”, Rai Tre), dà una mano e parecchio conforto all’assunto di cui al numero 7, dimostrando come pensiero unico e progresso scientifico-tecnologico stanno in opposizione ontologica tra di loro. Negli anni più alti del mondo classico, i secoli del pensiero multiplo,  precedenti l’ossificazione imperiale, romana, bizantina, cattolica – se consentite, richiamerei quelli a nostra radice italiana ed europea –   in Grecia si erano fatti salti scientifici in avanti, pari solo all’esplosione all’indietro dei nostri ultimi decenni. Eratostene aveva misurato raggio e circonferenza (40mila chilometri esatti) del globo terrestre, poi fatto piatto e ridotto a metà dagli scienziati agli ordini di San Pietro. Si dice oscurantismo. L’astronomia dovette aspettare il rogo di Giordano Bruno e Galileo carcerato per vedersi confermata nella scoperta ellenista che la Terra gira intorno al sole, e non viceversa, botta tremenda al pensiero unico e diocentrico. Archimede, Euclide, tanti altri furono poi seppelliti (in parte salvati dagli arabi) insieme a matematica, geometria, geografia, filosofia, tecnologia, medicina, nei secoli dell’”Ora et Labora” di San Benedetto. Vennero risuscitati in tempi laici e profani, era dei Comuni, Rinascimento (Leonardo Da Vinci, non solo), Illuminismo, grazie alla riscoperta del dubbio e del “metodo scientifico”, spesso a costo di anime dannate e carni abbrustolite. E mettiamo pure sul piatto delle radici buone e cattive il dato che il metodo scientifico dei greci era fondato sull’osservazione e in onore della Natura, mentre quello degli industriali e digitali il contrario.

9) Di Maio scottato. Insisto, a dispetto dei miei sbeffeggiatori, col dire che le cose fatte finora dai 5 Stelle, a vantaggio dei dominati e spolpati, del mondo che ci circonda e a detrimento di chi ruba e imbroglia – non le aveva fatte nessuno. Nei palazzi e, ancor più, con le lotte sul territorio. Riconosco anche che la scelta obbligata dal voto dei non sufficientemente stufi non offriva alternativa alla coabitazione con i voraci pseudo-populisti e finto-sovranisti  della Lega (coabitazione che prima finisce meglio stiamo), giacchè è ovvio che la differenza tra costoro e la criptodestra PD è quella tra il Gatto e la Volpe, entrambi a caccia dei nostri zecchini d’oro. Tutto questo mi legittima a dire che all’omino forbito e scaltro, che insiste a vestirsi da agente di Tecnocasa e a inseguire Salvini baciando San Gennaro, la Brigata Ebraica e la sua  fidanzata a favore di camera e voto, il mio antico amico ed ecologico Pigmalione (vedi il mio docufilm “L’Italia al tempo della peste”), Alessandro Marescotti, ha provocato una bella scottatura. Poco o niente rispetto a quante vite l’oggetto del contendere, ILVA, ha incancrenito e carbonizzato nei decenni.

A un Luigi, pur bravino, ma, nell’occasione, dallo sguardo simile al mio bassotto Ernesto quando fa finta di essere da un’altra parte se gli rimprovero il formaggio rubato, Marescotti ha messo una zeppa tra i discorsi sul “nuovo corso Ilva” da sembrare Eratostene che contesta Tolomeo. L’inquinamento è ancora lì e peggiora, quelli che lo producono sono ancora immuni da conseguenze penali, il nuovo padrone non è affatto meglio del vecchio filibustiere (amico di Calenda e Vendola), eccetera, eccetera. Con Marescotti sembrava di sentire le inconfutabili ragioni dei NoTAP, NoTerzo Valico, No MUOS. O  non si negava l’opera prima, o la si nega e la si impedisce adesso. L’alternativa è farsi dare, certamente esagerando, dei democristiani, cioè dei berluscopidini, specie in estinzione, diversamente, spero, dai 5 Stelle.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 23:14

QUALE 25 APRILE. QUALE 27 APRILE. QUALE LIBERAZIONE.

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MONDOCANE

VENERDÌ 26 APRILE 2019

https://www.youtube.com/watch?v=ZJFF0f8geaE

Il link è l’omaggio a una donna, venuta da un altro mondo per dare una mano al nostro, la sua vita per l’amore del suo uomo, della repubblica, della democrazia, della giustizia, della libertà. Per me anche lei è 25 aprile. Canzone che amo e che, volendo, potete sentire a sottofondo di quanto ho scritto.

Ho superato il 25 aprile uscendo dalla culla di questo eterno presente, dalla quale, a noi pupetti, i pupari non fanno nè vedere passato, né prospettare futuro. Eterna sospensione tra l’unico pensiero possibile, quello attuale, e l’unica tecnologia disponibile, quella digitale.  Ho afferrato una radice e mi sono ritrovato sotto il monumento sul Gianicolo alle vittorie di Garibaldi sui francesi e alla memoria della Repubblica Romana (1848), poi annegata nel sangue dei patrioti e del popolo romano dalle monarchie francese, borbonica, austroungarica che PioIX  aveva invocato dal suo esilio a Gaeta (i bersaglieri gli avrebbero reso la pariglia a Porta Pia, vent’anni dopo). Priorità assoluta delle Potenze, non diversamente da oggi, stracciare una costituzione che a quella di esattamente cent’anni dopo poco aveva da invidiare e, dato l’ambiente europeo e la sua affermazione di sovranità, era perciò anche più meritevole.

Un monumento che mi proteggeva dallo scroscio di toni enfatici e parole declamatorie grandinate dal Quirinale e rimbombate nella camera dell’eco che è la stampa italiana. Toni e parole all’apparenza del tutto rituali, generiche e banali, altisonanti, proprio come si retoricheggiava ai tempi di Lui, prendendo fiato a ogni periodo, passando dal grave all’imperativo nobile e finendo sull’intimidatorio per chi non  dovesse darsela per intesa. Insomma, discorsi da Balcone, dalla cui pomposa prosopopea cerimoniale, nel caso specifico del tutto abusiva, immancabilmente esalano i vapori dell’ipocrisia e dell’autorità fondata su chiacchiere e distintivo. E, a volte, su felpe e giubbotti, abusivi pure questi.. Tutte cose che con i fasti evocati da lontano, sempre senza averne i titoli, abusivamente, hanno il compito di coprire i nefasti  del presente e dei presenti.

 Bandiera delle Repubblica Romana. Giubba garibaldina

Non ho partecipato ad alcuna celebrazione, ufficiale o ufficiosa, trovandole tutte spurie e inquinate. Dal Quirinale a un’ANPI che condivide con tutte le sinistre la perdita di sé e che si mette ad arzigogolare sull’equivalenza tra nazifascismo e quello che i superrazzisti dell’Impero e delle sue marche definiscono razzismo. Mistificando per tale quello di chi smaschera l’operazione colonialista, detta globalizzazione, ai danni dei dominati del Sud e del Nord. Gli sciagurati sovranisti, identitari, refrattari alla levigatezza dell’uniformato. Seppure lo definiscano tale, non ne fa sicuramente parte Matteo Salvini, sovranista farlocco e sfascia-Italia  del “prima gli italiani”, purchè si tratti di trafficoni eolici, trivellatori di terre e mari, sfondatori di valli e montagne, magna magna di ogni genere, cravattai lombardoveneti, insomma tutti i missi dominici dell’Impero. Genìa che è stata decisiva perché i risultati del 25 aprile fossero consegnati nelle mani e nelle borse dei nuovi invasori.

Genìa maledetta. E’ stato lo spirito dei tempi coronati dal 25 aprile e subito successivi che ha innalzato l’Italia – dal fascismo squadrista frantumata in giovani obnubilati, popolo plebeizzato e impecoranato, federali in stivali e loro mignotte, intellettualità sedotta, asservita e abbandonata, brutalità ed elementarietà di azione e pensiero (salvo grandi architetti) – ai livelli di un passato come quello dei Leopardi e dei moti ottocenteschi. Che ha prodotto i Fenoglio, Calvino, Pavese, i De Sica, Rossellini, Monicelli, giganti che hanno nanificato, moralmente e culturalmente,  tutto quello che è venuto dopo e che formicola a petto in fuori nei Premi Strega e Bancarella. Si può dire, e spiacerà ai nonviolenti, di vocazione o altro, che quello Zeitgeist, così generoso, è uscito dalla canna di un fucile.

Da ex-direttore responsabile e inviato di guerra del quotidiano Lotta Continua e militante (a lungo latitante) di quell’organizzazione, che contro il fascismo aggiornato del consociativismo di regime, con il suo terrorismo di Stato, pure qualcosa ha fatto,  mi permetto, nel mio piccolo e intimo, di ringraziare i partigiani tutti. Formazione di popolo.  Più di tutti quelli garibaldini, e rigettare nel buco nero dell’esecrazione gli Alleati, che ai primi hanno sottratto e pervertito la vittoria, poi procedendo a sottrarre e pervertire ciò che di ogni vivente fa quello che è: la sovranità sua, della sua comunità, del suo passato, presente, futuro, nome. Di questo gli antifascisti da terrazzo, antisovranisti del re di Prussia, non sanno e non dicono, bisognosi come sono dei cartonati in camicia nera e saluto romano per occultare il fascismo global-digital-finanziario che li ha reclutati e di cui si sono inoculato il virus. Il che non mi impedisce, sia detto per inciso, di trasecolare a fronte di chi insiste a definire Piazzale Loreto “giustizia di popolo”.

Stessa matrice

Oggi si vedono sul palcoscenico della commedia nazionale e occidentale, in grande spolvero, nuovi “antifascisti”. Ce ne sono addirittura di patrocinati da George Soros, che non si fa scrupoli di affiancarli all’altra sua creatura: Me too  Come sempre quando il pifferaio riesce a riunire e riconciliare in un’unica truppa ratti e bambini ignari, li si trovano, schiamazzoni e autocertificati, dall’estrema sinistra  a quella vera destra che si dice vuoi centrosinistra, vuoi centrodestra. Virgulti, balilla e giovani italiane del Nuovo Ordine Mondiale, puntano quello che in artiglieria viene chiamato “falso scopo” (e il puntamento indiretto verso un obiettivo non individuabile a vista). In parole semplici, additando un chihuahua ringhiante nei bassifondi ideologici urbani, si urla “al lupo, al lupo”, con l’effetto di distogliere la nostra mira dal lupo mannaro vero che tiene al guinzaglio chi urla.

(Chiedendo scusa al lupo per la becera metafora fiabesca. E ricordando che il ministro dell’Ambiente 5 Stelle, Costa, proibisce di abbattere i lupi, mentre Salvini, forte di mitraglietta, ne autorizza l’abbattimento: fatto che contiene in nuce tutto il significato delle temperie in cui il post-25 aprile, tradito come nemmeno il presunto Giuda il presunto Gesù, ci ha ingabbiato e nelle quali, o i 5 Stelle staccano la spina, o rischiamo il corto circuito e il black out loro e di tutti noi).

Il discorso della Liberazione va ripreso ab imis fundamentis. E’ per questo che ho spostato le mie commemorazioni-celebrazioni a due giorni dopo, il 27 maggio del 1937. E il giorno tristissimo della morte di Antonio Gramsci (io c’ero già e ricordo una serie di quaderni di mio padre con sopra, imparai dopo, le immagini, tra altre, di Marinetti, D’Annunzio, Gozzano, Leopardi e Gramsci). Non significa niente, ma sono contento di esserci già stato quando ancora viveva Gramsci. E’ insensato, ma mi pare che così sono in qualche modo contemporaneo e, quindi, più partecipe di quel “popolo” a cui questo sardo degno della sua terra ha ridato un nome, un’identità, un progetto, nel tempo che più lo ha visto conculcato, mistificato, sviato da una storia che era iniziata con Dante, che aveva serpeggiato per secoli e che si era rifatta prorompente con la Repubblica Romana e le altre affini, incancellabili madri dei nostri partigiani.

 La Brigata delle Donne alla Comune di Parigi

Come Anita Garibaldi, che, sul colle Gianicolo, sparava ai francesi rinnegati, lo è specificamente delle nostre partigiane. E come lo era anche delle brigate femminili alla Comune di Parigi (dove c’erano pure i dai neoborbonici esecrati garibaldini!). Che nessun movimento o gruppo femminista ricorda e onora, preferendo icone tipo Hillary o Boldrini.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:06