40 ANNI DAL MURO, 40 ANNI DI ILVA—– GORBACIOV PER 100 MILIONI DICE SÌ ALLA NATO. PER QUANTO IL GOVERNO DICE SÌ ALL’ILVA?

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MONDOCANE

DOMENICA 10 NOVEMBRE 2019 

Qui si parla di muri e fumi che si abbattono sui viventi. Dei fumi (ILVA) ci occupiamo dopo in fondo, con un contributo, al solito problematico e illuminante, di Mario Monforte, al quale precedono alcune mie osservazioni. Partiamo dai muri, crollati.

Ondate d’odio

Scampati a malapena vivi, ma ancora abbastanza lucidi, in grado di distinguere tra verità e fake news, realtà e finzione, tra odio e lotta dei subalterni; scampati per un pelo alle ultime ondate di odio rovesciateci addosso da certe commissioni parlamentari, a certi sradicatori di popoli, certe ragazzine che incolpano dello sfascio del clima chiunque abbia più di trent’anni, certi euroboia, certi dirittoumanisti che non vedono l’ora di farci scannare con i russi e i cinesi e, soprattutto, scampati allo tsunami di odio per i comunisti, recentemente carburato dagli eunuchi nell’harem satrapesco dell’Europarlamento… Mi sono fatto prendere la mano. Riprendo.

Scampati vivi a questi e altri diluvi d’odio, come al solito scrosciati con particolare dovizia dal giornale New Age-Deep State del gruppo che, fin dal 1969, in odio ai russi si separò dalla casa madre (PCI), nell’anniversario di quando tutto questo iniziò, Berlino, novembre 1989, abbiamo celebrato, che dico, ricordato, anzi, deprecato, quella data e quell’evento a San Lorenzo di Roma. Locale angusto per contenere quella gran folla, ma allargato oltre ogni orizzonte da una donna sulla parete, con un’enorme bandiera rossa e ulteriormente nobilitato da Vladimiro Giacchè. Laureato in filosofia e prestigioso economista, alle miserabilia della vulgata reazionaria di destra e “sinistra” sulla “riunificazione” tedesca, ha risposto con una slavina di dati e analisi da sotterrare tutta intera la torma dei celebranti dell’uccisione della DDR, Deutsche Demokratische Republik, del suo mandante Usa, del suo sicario, Kohl, e del suo palo, Gorbaciov. I due libri che ci ha illustrato la dicono tutta: il suo “Anschluss-Annessione” (Ed. Diarkos) e “La Perestroika e la fine della DDR” (Ed. Mimesi) di Hans Modrow, dirigente SED (Partito dell’Unità Socialista) e ultimo premier della DDR.

Di Vladimiro Giacchè su euro, Grecia, migranti e affini, potete trovare una bellissima intervista nel mio docufilm “O la Troika o la vita”, mentre una sua prefazione, che vale tutto il libro, mi è stata regalata per il libro “Un Sessantotto lungo una vita”.

Colonizzati e spogliati dai fratelli

Se vi capita l’occasione di confrontarvi con coloro che blaterano di una “caduta del muro” che avrebbe fatto esultare gli insqualliditi cittadini della DDR, agonizzanti sotto il regime Stasi – un servizio di sicurezza che sta a quelli occidentali come i vigili urbani del mio borgo stanno ai Navy Seals e ai sistemi occidentali di controllo biopolitico – e inaugurato l’era dell’uguaglianza tra tedeschi e di pace e libertà nel mondo, prendete una balestra e sparategli questi dati.

Unificazione o  annessione?

Al tempo del crollo di un muro che era stato eretto per impedire che spie, provocatori, infiltrati stillassero veleni capitalisti e imperialisti nella Germania Orientale (tipo come succede oggi più che mai in 193 pasi del mondo), l’85% dei tedeschi dell’Est affermava la volontà di restare indipendente. Le riforme, non verso il modello di Bonn, ma per un socialismo democratico, di grandi figure come Hans Modrow e Christa Wolf, vantavano  il sostegno della maggioranza della popolazione. Non era difficile intravvedere cosa sarebbe successo nel fervore di destre e sinistre già allora unite: una Germania socialista in tutte le sue componenti sociali ed economiche, privata della sua visione e del suo ruolo geopolitici, depredata dei beni che, essendo dello Stato, erano dei cittadini. Così fu. E anche peggio.

Il muro cadde in testa non solo ai cittadini dell’Est, ma a mezzo mondo. L’era di pace si tramutò, con Bush, Clinton, l’altro Bush, Obama, in era di guerre e terrorismi, senza limiti di spazio e tempo, tutti della stessa matrice. Il potenziale industriale, una specie di mega-IRI, fu svenduto, saccheggiato, o spianato. I nostri Draghi, Andreatta, Prodi, Amato, Ciampi, impararono la lezione e procedettero in maniera analoga nel segno speculativo, stavolta, di George Soros, già allora messaggero degli dei di Wall Street. Ci ha pensato un ente unilateralmente gestito da Bonn, la Treuhand Anstalt, per fare la parte del rottweiler che spolpa l’osso, una roba a metà tra un mini-FMI e la camorra di Cutolo. Suo compito realizzato fu di passare ai grossi gruppi tedeschi quanto valeva e poteva far concorrenza e, il resto, a farabutti dello stampo dei nostri furbetti del quarterino, però all’ennesima potenza.

 I terreni su cui sorgevano le fabbriche erano dello Stato, ma furono ceduti ai manager degli stabilimenti che se li vendettero e al posto di una fabbrica di scarpe, con mille operai, sorse magari un centro commerciale, o un hotel di lusso, con quaranta addetti.  Disoccupazione di massa, emigrazione di massa. Cambio da marco a marco, dall’illusorio 1 a 1 dei primi giorni, a 1 a 350. Un popolo cui i pochi marchi ovest iniziali avevano bucato le tasche, lasciandole vuote per decenni.

L’Opera Magna di Gorbaciov

 Il mandante e il palo

Sei mesi dopo il muro, la produzione industriale era ridotta del 35%, dal 1989 al 1991 il PIL, ora misurato alla capitalista, si ridusse del 45%. Ottenuto dal cancelliere Kohl un prestito di 100 milioni all’URSS in sfacelo, Gorbaciov diede via libera all’ingresso della Germania unita nella Nato. Di conseguenza, non si sognò di chiedere ciò che la Germania doveva all’Unione Sovietica: 500 miliardi di riparazioni per i danni dell’invasione. Giacchè si chiede se fosse semplicemente scemo, o altro. Noi non abbiamo dubbi: tutto il seguito e la scomposta passione del “manifesto”, e di altri tentacoli e foruncoli dello Stato guerrafondaio USA, per il demolitore dell’URSS e del suo alleato dalla migliore riuscita, avvalorano “l’altro”.

Alexanderplatz prima e dopo

A Berlino, giorni prima

Poche settimane prima della fine del muro, attraversai la DDR con mio figlio Oliviero. Naturalmente ci fermammo in un albergo di Berlino Est, sull’Alexanderplatz, con in fondo le solenni statue di Marx ed Engels, addolcite dagli alberi che le ombreggiavano, da gente che ci si fotografava e bambini che vi si arrampicavano. Era quanto restava, dopo la guerra, della meravigliosa Berlino del barocco, del neoclassico, del guglielmino, in parte ricostruiti. Piena di caldi locali e localini, frequentati da poeti, musicisti, studenti, spumeggianti di discussioni. Niente boutique di stilisti, niente “wellness”, quella roba che sostituisce il sano vivere. Fighettume zero. La riunificazione travolse tutto questo, ci diede la modernità urbanistico-architettonica che vedete nel confronto delle immagini.

E’ lecito passare dall’antico al nuovo. Ma senza rompere, insultare. Qui siamo passati al kitsch e a una volgare pacchianeria da Disneyland, alla paccottiglia urbanistica che scimmiotta una Times Square, mille volte più vera, e insulta la storia di una città e della sua cittadinanza. Ne cancella l’anima. Al generale degrado, alla diseducazione urbanistica, al verticalismo da parvenu ha dato una mano anche Renzo Piano. C’è da stupirsi se, oggi, nella ex-DDR avanzano i movimenti politici che maggiormente ce l’hanno con questa Germania? Costruita sul più spietato colonialismo inflitto a una parte della propria popolazione. Quella fatta prima a pezzi dai bombardamenti di Churchill e Roosevelt, poi privata di un terzo dalla Polonia e infine ridotta in ginocchio dagli sprezzanti “fratelli” democratici all’ovest.

Potsdamer Platz, prima e dopo

Un crollo che ha liberato i cavalieri dell’Apocalisse

Ho parlato di dati, quelli inconfutabili fornitici e, in parte, rivelatici, da Vladimiro Giacchè. Ne aggiungo uno, neanche tanto mio, poiché semplicemente lapalissiano. Fatto cadere il muro, a forza di trucchi, bugie, promesse, illusioni, tradimenti, corruzione, quello che è caduto è anche un muro infinitamente più alto, lungo, robusto, che nel cuore e nella mente di gran parte dell’umanità, la difendeva dalla retrocessione a tempi, scintillanti per pochi, bui per molti, da cui il lavoro, l’intelligenza, il coraggio e poi il sangue di milioni di uomini e donne, l’avevano riscattata. E questo a prescindere dalla qualità che possa aver avuto, o non avuto, l’URSS di Stalin o Brezhnev.

Sopra le macerie di quel muro, e di quest’altro muro nostro, sono passati i quattro cavalieri dell’apocalisse, quelli dell’odio ontologico che danno dell’odiatore a chi resiste: capitalismo, colonialismo, imperialismo, scienza e tecnologia anti-vita, le armate della controrivoluzione. L’Europa, a tirannia euro-carolingia, fondata sul totalitarismo sorveglianza-punizione, punta a ricuperare i suoi fasti colonial-stragisti e, a forza di odii e discriminazioni per chi non si sottopone al pensiero unico politicamente corretto, consegna all’Africa depredata il Sudeuropa da svuotare di sé. Oggi costoro, danzando sulle rovine della parte migliore della Germania, festeggiano. Festeggiano anche molti berlinesi qualunque. Chissà se sanno cosa festeggiano.

 ILVA, quod non fecerunt Sacra Corona Unita…

Alcune mie osservazioni molto rozze sull’Ilva, qualche ricordo e poi estratti dall’analisi più approfondita di Monforte, anche più realistica – nella fase attuale – dell’idea mia che, però, ritengo irrinunciabile sul piano morale, sanitario, urbanistico, civile, e in vista di un futuro che le innovazioni buone ci prospettano diverso.

Vivi a Tamburi e poi muori

Nel documentario “L’Italia al tempo della peste” racconto Taranto al tempo dell’Ilva, gli incontri, le vittime, i combattenti, i criminali, gli indifferenti. Madri, padri, bambini, medici, militanti, Alessandro Marescotti, l’attivista e scienziato di Peacelink che, più di ogni altro, con passione e competenza, da decenni scrive, parla, documenta, denuncia, grida. Pochi lo ascoltano. Nessuno di coloro che hanno preso le decisioni. Semmai i giudici che ce l’hanno messa tutta a bloccare la strage, potere indipendente dello Stato, sabotato dall’altro potere. Marescotti mi ha accompagnato per Tamburi, il quartiere dove le strade sono frequentate solo da polvere nera, residui di metalli pesanti, ossidi. Dove a lottare contro le polveri di carbone ci sono solo i murales. Mi ha indicato i quattro o cinque pezzetti di prato, tossici, recintati perché i bambini non si azzardino a giocarci a pallone. Non si gioca per le strade di Tamburi. Si gioca poco per le strade di tutta la città, visto che all’Ilva si aggiungono cementifici, raffinerie, depositi di carburanti, le navi Usa.

Poi sono salito nelle case dove, lungo la tromba delle scale, panni appesi ad asciugare provavano a ridurre al minimo l’anneramento. Negli appartamenti le donne, tutte con qualche parente ammalato o morto di cancro e altre patologie da Ilva, mi facevano strisciare il dito lungo le pareti per ritirarlo nero. E non era neanche una di quelle giornate del vento da nord o nord-ovest, che il nero te lo spara fin nelle viscere, quando le scuole chiudono per far vivere un altro po’ i bambini. Donne che mi chiedevano, mortificate, di non riprenderle perché, hai visto mai, qualcuno in fabbrica potrebbe prendersela col marito a causa di qualche verità, qualche pianto. Poi, a faccia voltata, ululavano.

Basta!

Rientrando, con alcuni attivisti dell’organizzazione “Cittadini e lavoratori liberi e pensanti”, quelli che da decenni chiedono la chiusura della “più grande acciaieria d’Europa” (così qualcuno, a petto in fuori, glorifica il killer), ho deciso che non la si può pensare che come loro. Il mostro va ucciso, punto. L’hanno tenuto in vita i complici, da Vendola a Renzi e a tutti i governi fino ad oggi, con scudi e Salva-Ilva di un cinismo complice, pari a quello di chi impicca o crocifigge prigionieri siriani, o bombarda matrimoni afghani, o stupra manifestanti a Santiago. Poi ci sono coloro che pensano che senza l’industria pesante, senza acciaio, in crisi ovunque e ovunque nemico dell’ambiente e dei viventi, non si va avanti, resta senza lavoro una comunità. Forse hanno ragione oggi, con questo modello di sviluppo, dell’1% straricco e del resto che si dibatte tra fame e veleni. Sicuramente non domani, visto che si parla di riconversione ecologica. Perché alimentare i forni col gas, anziché col carbone e la truffaldina e letale truffa che vuole l’Italia hub del gas (purchè non russo), è come i pannicelli caldi che i Cinquestelle applicano al bubbone PD.

Taranto ha pagato. Ora basta. Hanno pagato tutti i luoghi sui quali, con virulento odio cristiano-capitalista per la bellezza e per chi l’aveva coltivata e ne godeva, si è abbattuto il fuoco velenoso del drago, cancellando civiltà antiche, vite di ogni specie, incanti prodotti in faticosi secoli dalla Natura, da Trapani a Capo Passero in mare, da Siracusa ad Augusta, a Cornigliano, fiore avvizzito della Riviera di Ponente, alle spalle di Venezia che sulla faccia viene schiaffeggiata da Grandi Navi e Mose, in tutto lo Ionio e l’Adriatico, vietato a Ulisse e ai suoi marinai. E, per sempre, a Omero, che sarebbe davvero il male assoluto. Sono scomparsi gli ulivi, la civiltà che alitava tra i suoi rami e i suoi uomini, si sono mangiati il mare e le coste. A forza di industrie pesanti, le potenze si sono gonfiate come rane. Ora scoppiano. Ma scoppiano su cimiteri zeppi di gente che è morta di lavoro sotto quella pioggia di rane, o non ce l’ha fatta neanche ad arrivare al lavoro, spesso neppure alla scuola. Anche per un solo bambino divorato dal mostro, l’Ilva deve scomparire come tale. Non mi si dica che la settima potenza del mondo non saprebbe sistemare dieci, quindici, ventimila lavoratori. Già solo a riaggiustare la Puglia. E poi l’Italia.

Qualcuno ghignerà: “Bravo, la decrescita felice”… Non lo so. Ma l’ILVA ha da morì. Questo sì.

Sullaffaire acciaieria di Taranto … di Mario Monforte

…..E allora? La promessa dei “grillini” in campagna elettorale del ’18 era di chiudere, sic et simpliciter, lo stabilimento, assumendo cosí la piú che comprensibile rivolta contro inquinamento-malattie-decessi (e ricevendo il 47% dei consensi in città). Però il “nodo” sopra delineato dell’occupazione e delle sorti per Taranto in particolare, e dell’importanza dell’acciaieria per l’Italia in generale, rimane (certo, lo stabilimento è fatto male e situato peggio fin dall’inizio, etc.: tuttavia, c’è ed è lí). E le soluzioni “grillesche” come l’“alternativa” dell’«allevamento di cozze pelose» e l’uso dello stabilimento come «archeologia industriale» per turisti e per scalatori (delle ciminiere), se si vuole essere comprensivi, non costituiscono molto piú che battute di spirito – che adesso fanno anche poco ridere. Da parte sua, il governo Conte-bis ha dimostrato, e dimostra, sempre sic et simpliciter – senza stare qui a fare troppi discorsi, inutili, e “distinguo”, fuorvianti -, e ancora se si vuole essere comprensivi, la sua incapacità, la sua inettitudine, la sua dannosità.

Che si dovrebbe fare? Ma quanto andava fatto da tempo: assumere a carico statale il risanamento ambientale (dello stabilimento e dell’intera area) e statalizzare l’acciaieria, onde preservare non soltanto le condizioni dei lavoratori e impiegati (diretti e indiretti) nonché l’economia della città e dell’area, ma anche per mantenere, e anzi supportare, la nostra produzione di acciaio. E questo dovrebbe apparire piuttosto evidente. Solo che … solo che ciò significa sia andare contro il liberalismo economico scatenato, e imperativo (per il nostro paese …) dell’Ue (è quello che viene chiamato con il nomignolo storpiato, e riduttivo, di «neoliberismo»), sia dover ricorrere almeno all’uso (keynesiano) della «spesa in deficit» (per investimenti produttivi): ossia sostenere la “bestia nera” dell’Ue, e scontrarsi con l’Ue – contrastando le immancabili interne “voci” (stolte) ostili: “oddio! Interventismo pubblico! Sovranismo!”. Ma il governo Conte-bis è la “centrale” di queste “voci”, ed è precisamente il “pupillo” e il “commesso” dell’Ue …..

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:01

NEL SEGNO DELL’ODIO BUONISTA —– MIGRANTI KALERGI O MIGRANTI ONU? —– MIGRAZIONI, CHI CI GUADAGNA, CHI CI RIMETTE

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MONDOCANE

GIOVEDÌ 7 NOVEMBRE 2019

 

A forza di una costante concentrazione della proprietà fondiaria  immobiliare, l’Irlanda invia il suo surplus sul mercato del lavoro inglese e così spinge verso il basso i salari e deprime la posizione materiale e morale della classe operaia inglese. Ogni settore industriale e commerciale in Inghilterra registra oggi una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. Questo antagonismo è alimentato artificialmente dalla stampa, dal clero, dai vignettisti, insomma da tutti i mezzi a disposizione della classe dirigente. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe lavoratrice inglese ed è il segreto grazie al quale i capitalisti mantengono il loro potere…. E impediscono l’indipendenza dell’Irlanda…” (Karl Marx, lettera a Sigfried Meyer, 1870)

Sostituite, nel testo di Marx, a Irlanda, Africa o Bangladesh e, a Inghilterra, Europa, o meglio, Italia e siete in piena attualità.

Accoglienza senza se e senza ma. Come detta il Deep State

Ci bombarda peggio che Dresda, da anni, la forsennata campagna a favore dell’accoglienza senza se e senza ma e quella di feroce virulenza (altro che “odio”) contro chi la considera una minaccia ai paesi di partenza come a quelli di arrivo. “il manifesto” ne è la fastidiosissima mosca cocchiera di tutte le italiote voci del guerrafondaio e globalista Governo Parallelo Usa, o Stato Profondo, quello che politicamente si esprime nel Partito Democratico. In un numero recente, per trequarti dedicato alla questione, rovescia vituperi contro coloro che vedono una nazione “corrotta dalla teoria del gender e alla soglia di una sostituzione etnica ordita da burattinai internazionali (George Soros naturalmente)”. Tra questi reprobi da Nono Cerchio dantesco (Traditori) ci troviamo dannati anche noi. Noi che riteniamo abietto il percorso forzato della partenza dal paese, migrazione, accoglienza e dispersione a raccogliere pomidori, dirigere spaccio di droga e prostituzione, sderenarsi per Amazon, chiedere mezzo euro sul marciapiede. Tutto per fare dumping su condizioni e diritti dei lavoratori tutti, creando al contempo il sempiterno diversivo capitalista della guerra tra poveri.

Terrapiattisti e altri complottisti

Vorrei evitare di essere subito bruciato come terrapiattista, che non sono, o visionario di scie chimiche, di cui non so, o negatore dello sbarco sulla Luna, su cui rifletto (vedi il destabilizzante documentario di Massimo Mazzucco), o addirittura come assertore di attentati autogestiti da coloro che ad altri li attribuiscono, che rivendico di essere, con vasta logica e conoscenza di causa. Quindi non mi rifarò alle teorie di Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi (1894-1972) e al piano per sostituire agli europei masse di africani ed asiatici, sotto il ferro dominio di un’élite aristocratico-ebraica, chiamato sostituzione di popoli. Basterebbe il richiamo al parallelo tra quel piano e quanto sta accadendo in questi decenni e alla forzosa omologazione di tutte le identità storiche e culturali (Pasolini), promossa con rabbioso accanimento dalle stesse forze legate al globalismo di cui sopra, per finire ai ceppi in cui già si dibattono tanti “complottisti”. Anche per merito del giustiziere di sistema Umberto Eco (Il Pendolo di Foucault). Gente, per dire, che si va chiedendo (cosa politicamente scorretta) con quali mezzi indecifrabili (o piuttosto indecifrati) una consorteria di pochissimi riesca a metterla sistematicamente in quel posto ai tantissimi.

Per schivarne condanna ed esecuzione ho però un argomento formidabile a cui far riferimento: l’ONU. Già, proprio quell’organismo supremo  della collaborazione tra i 193 Stati del mondo (essenzialmente tra cinque, gli altri fanno scena). Ebbene, pensate come si scapoccerebbero coloro che brandiscono il lanciafiamme contro i complottisti alla Kalergi, se scoprissero che perfino l’ente supremo, l’organo che dirime, pacifica, concilia, rende giustizia e verità, la pensa, anzi la fa, come il vituperato austriaco? L’organismo i cui Caschi Blu stanno a guardia dei terroristi Hezbollah in Libano, sovrintendono acchè nessuno si faccia male in Somalia o Kashmir, fa in modo che masse di facinorosi ad Haiti non sovvertano l’ordine costituitovi dai Clinton. Insomma quell’ONU, la cui esistenza ci assicura quel poco di equità, democrazia e libertà che i cattivi hanno concesso ai popoli.

Ce lo chiede l’ONU

Un rapporto ufficiale emanato dell’ONU, Divisione Popolazioni e Dipartimento degli Affari Economici e Sociali, il 16 marzo 2000, e di cui si raccomanda l’adozione-implementazione da parte degli Stati, si intitola “Migrazione di sostituzione, è la soluzione per popolazioni declinanti e invecchianti?” E risponde: “La migrazione di rimpiazzamento (Replacement Migration) è la migrazione internazionale che a un paese occorrerebbe per prevenire il declino e l’invecchiamento che risultino da bassa fertilità e alta mortalità”. Poi, azzardando fantasiose, ma forse strumentali previsioni, secondo cui entro il 2050 tutti i popoli europei decadranno biologicamente, cioè avvizzeranno e ammuffiranno, essi perderanno tra un quarto e un terzo della popolazione. L’Italia perderà, in termini relativi, il 28% della sua popolazione tra il 1995 e il 2050; l’età media salirà dagli attuali 41 a ben 53 anni e ci sarà il dimezzamento delle persone in età lavorativa in grado di sostenere quelle anziane. Catastrofe! Che fare? Ecco cosa dice l’ONU:

Il declino delle popolazioni è inevitabile in mancanza di migrazione di sostituzione. La fertilità potrebbe aumentare nei prossimi anni, ma, non essendo previste dal rapporto misure sociali – quando mai – per passare dall’austerity che impoverisce, dal 5G che sterilizza i maschi, all’eguaglianza nella distribuzione della ricchezza, delle case, del lavoro e degli asili nido e a un ambiente che non decima la gente, questo non si verificherà. Di conseguenza sarà necessaria, per evitare questo declino, una certa misura di immigrazione.

O migranti o morte

Tuttavia, il numero di migranti che occorrono per salvarci sarà considerevolmente più elevato di quanto finora previsto, in particolare per sostituire la popolazione in età lavorativa. Manco l’avesse letto a colazione, la scorsa mattina la Confindustria, in affanno per mancanza di lavoratori e abbondanza di offerta fornita dalla nostra esuberante crescita, ha dichiarato: “Servono più migranti!”. Vale soprattutto per l’Italia, a cui necessita, secondo il rapporto ONU, che nel 2050 fosse di immigrati il 39% della popolazione, con un ritmo, dal 1995, di 6.500 almeno all’anno per milione di autoctoni. Chi l’avrebbe detto… Mentre chi ha bisogno di molto meno, sono gli Stati Uniti, appena 1.300 per milione. Chi l’avrebbe detto…..

Ufficializzato, riscattato alla democrazia e solennizzato dall’ONU il fin qui famigerato “Piano Kalergi” non ci resta che aspettare con una certa soddisfazione che dal “manifesto” e da Orfini, Zanotelli, Bergoglio in su, tutti riconoscano che il detestato piano ha avuto l’altissimo riconoscimento dall’organismo universale in cui tutti ci riconosciamo. A noi non rimane che attirare lo sguardo sui mezzi e metodi con i quali l’Occidente della democrazia e del diritto internazionale si adopera coscienziosamente per facilitare il piano, ormai legittimato  in altissimo loco.

Indebitare per far emigrare

Prescindiamo da coloro che, provenendo da Siria, Afghanistan, Asia Occidentale, Somalia, Yemen, Libia, fuggono dalle bombe, spesso prodotte in Europa, o dalle sanzioni affamatrici, tutte inflitte dall’Occidente. Se chiedete ai migranti per quale motivo hanno affrontato l’abbandono della propria comunità, patria, famiglia, storia, identità e poi, in barca, l’appuntamento con la nave dell’Organizzazione Governativa, ma privata, per infine farsi maltrattare e sfruttare a sangue in Italia, uno su uno risponderà: “Ho pensato a mio padre e a mia madre, ai miei fratelli grandi e piccoli. Ecco perché il deserto, il mare, l’Europala schiavitù”.

Un’inchiesta dell’ONU ha accertato che, a dispetto dei 10 euro al giorno sui campi, il 97% degli africani accetterebbe il rischio di ripetere il viaggio. Anche a dispetto dell’inestinguibile dolore per le perdite che l’abbandono provoca. Abbandono che l’Europa, o piuttosto il suo sistema economico colonialista, impongono. Con le O(N)G che blandiscono i partenti e convogliano nella semischiavitù gli arrivati? Non solo. Non soprattutto. Il rapporto UNDP ci dice anche che il 58% dei migranti africani a casa aveva un impiego e guadagnava discretamente, o stava a scuola. Ciò che li ha convinti a partire, a parte i missionari di ogni risma, era l’insicurezza dei propri paesi e l’idea che altrove avrebbero guadagnato di più. Le loro famiglie si erano svenate per tirarli su e, perciò, il 78% degli immigrati manda soldi a casa. Così l’Africa sub-sahariana riceve oggi più valuta estera da queste rimesse, che non da investimenti stranieri. Nel 2018 le rimesse furono di 48 miliardi di dollari, il 10% in più dell’anno prima.

Debito, il motore dell’emigrazione

All’origine, la finanza occidentale. Quella che, attraverso gli industriali, invoca più migranti. Nel periodo della decolonizzazione, l’Africa, depredata delle sue ricchezze dal colonialismo occidentale, ha dovuto indebitarsi pesantemente per avviare un minimo di sviluppo. Ricchi fondi, ma grazie alla manipolazione del debito denominato in dollari dal LIBOR (tasso di credito interbancario di Londra) e ai tassi d’interesse usurai del Tesoro Usa, si avvia un periodo di austerità e sofferenza. Non ci si può illudere di pagare, o anche solo ridurre il debito, nella misura in cui le multinazionali continuano a rubare le risorse africane, senza neppure essere sottoposti a un minimo decente di tasse. Nel 2014 si verifica lo shock dei prezzi delle materie prime e la crisi del debito si aggrava. Secondo la Banca Mondiale, metà dei 54 Stati americani lottano con un rapporto debito-PIL di oltre il 60%. Il debito privato ammontava a 110 miliardi nel 2017. Aggiungi al debito e al collasso economico-sociale che comporta la crisi climatica, dall’Occidente provocata, e, di più, il furto di terra dell’agrobusiness, è capirai perché l’Occidente capitalista non abbia mai abbandonato il progetto di ripristinare la schiavitù e cancellare quanto ha dovuto concedere ai propri subordinati nel corso di due secoli.

Senza odio niente buonismo

Conseguenza di tutto questo, un generale degrado della situazione sociale, con la caduta dei livelli di istruzione e salute e il mancato accesso al credito per le medie e piccole imprese, vitali per la sopravvivenza della società. Da cui milioni di persone alla ricerca di migliori occasioni di guadagno, famiglie e interi paesi che sopravvivono a stento grazie alle rimesse degli emigrati. Sono l’elemento strutturale del sistema finanziario colonialcapitalista al suo interno e all’esterno. Ne prosperano trafficanti, traghettatori, caporali, Grande Distribuzione, industriali e tutti coloro che si definiscono “umanitari”. Il povero richiama la tua colpa. Lo devi per forza odiare. Il buonismo dell’accoglienza è la massima espressione dell’odio. Per Kalergi e la sua derivazione ONU non poteva andar meglio: una società di mescolati senza retroterra e quindi senza nome e senza futuro, al comando di un’élite, oggi oltre tutto dotata di incommensurabili poteri di sorveglianza, convinzione, punizione, con in mano il mondo e un futuro grosso così perché ci ha messo dentro anche quello rubato.

Quando a noi, l’ultima trovata per africanizzarci eccola qua: abolizione del contante e botte Chi esercita odio? Chi è razzista?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:32

Quale Scienza? Eugenetica ed esperimenti

http://www.cinziaricci.it/resistenze/galleria06-note.htm

EUGENETICA

Con il termine eugenetica ci si riferisce a quella disciplina pseudoscientifica volta al perfezionamento della specie umana attraverso lo studio, la selezione e la “promozione” dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi (eugenetica positiva) e la rimozione di quelli negativi.

L’eugenetica ha una storia antica, a Sparta i bambini nati con malformazioni venivano gettati dal monte Taigete, ad Atene venivano abbandonati, nell’antica Roma esistevano pratiche simili. Platone, nella Repubblica utopica da lui descritta, vuole che non siano curati e allevati (quindi lasciati morire) bambini che nascano privi delle qualità ottimali, come pure che i malati inguaribili non vengano più curati dal medico perché non farebbe altro che “rendere lunga e penosa la vita dell’uomo”. Lo storico francese Jean Dumont descrive gli eccidi eugenetici di prostitute e di ritardati mentali, perpetrati nelle prigioni rivoluzionarie francesi del 1792. C’è stato un crescendo che ha avuto nell’epoca recente una recrudescenza di vaste proporzioni, un’idea terribilmente sbagliata di cui gli uomini ancora oggi non si sono liberati.

Negli anni sessanta dell’Ottocento l’eugenetica comincia ad affermarsi grazie a Francis Galton (cugino di Charles Darwin) che teorizzò il miglioramento progressivo della razza secondo criteri analoghi a quelli dell’evoluzione biologica. Galton ideò anche il termine, traendolo dal greco classico.

Ad inizio Novecento, anche grazie all’impegno di soggetti come la Fondazione Rockefeller e la Massoneria di Rito Scozzese, l’Inghilterra divenne il centro della diffusione delle teorie eugenetiche. Nel 1912 si tiene a Londra il primo congresso internazionale, con la presenza di una folta delegazione di “scienziati” italiani, ispirati anche dalle teorie degenerazioniste di Cesare Lombroso.

Le società di eugenetica sociale nate in Europa e negli Stati Uniti, come la Britain’s Eugenics Society e l’American Eugenics Society, aderirono tutte al paradigma ereditarista, rafforzato dal diffondersi del mendelismo. Promossero l’istituzionalizzazione dell’eugenica come nuova teoria sociale, il cui scopo era la salvaguardia e il miglioramento del patrimonio biologico della specie umana. Tra i primi paesi ad applicare la sterilizzazione forzata c’è gli Stati Uniti dove nel 1898 lo Stato del Michigan esaminò la proposta di legge per la castrazione di malati mentali, epilettici e criminali recidivi. W. Duncan McKim, nel suo libro Heredity and Human Progress del 1899, propone di sopprimere quanti non erano degni di procreare impiegando il gas dell’acido carbonico.

Molti genetisti rinomati sostenevano l’eugenetica negli USA. Intorno al 1906 e 1915, la maggior parte dei genetisti erano attivi nella divulgazione come, per esempio, tutti i membri del primo comitato editoriale della principale rivista scientifica “Genetics”. L’eugenetica divenne una disciplina scientifica a tutti gli effetti. Gli scienziati cominciarono a parlarne anche in riviste di larga diffusione come “Popular Science” che negli anni ’10 riportava molti di questi articoli; in una relazione sulle “psicopatologie degli ebrei”, il Dottor Wilson affermava che essi sono fra le razze più promiscue e predisposte alle psicopatologie e li poneva al secondo posto nella lista degli immigrati per “inferiorità mentale”.

Nel 1910 Charles B. Davenport (tra i fondatori dell’ecologia) fondò il più importante centro americano per la ricerca e la diffusione della dottrina eugenetica, l’Eugenics Record Office che promosse la sterilizzazione dei “non idonei” alla riproduzione perché portatori di tare ereditarie. Nel 1924, con il “Johnson Act” (Immigration Restriction Act) l’America, in armonia con i principi del movimento eugenetico americano, limitava i flussi d’immigrazione per difendere la propria purezza razziale dai popoli dell’area del Mediterraneo e dell’Europa dell’Est, per una presunta inferiorità biologica. Theodore Roosevelt, membro del del circolo di Osborn e cofondatore del Boone and Crockett Club (B&C, Club fondato dall’evoluzionista e convinto razzista Henry Fairfield Osborn, la prima associazione ambientalista degli Stati Uniti) , 26esimo Presidente degli USA disse: «(…) il primo dovere di ogni buon cittadino, uomo o donna, di giusta razza, è quello di lasciare la propria stirpe dopo di sé nel mondo; e non è di alcun vantaggio consentire la perpetuazione di cittadini di razza sbagliata… spero ardentemente che agli uomini disonesti sia impedito del tutto di procreare (…)».

In oltre mezzo secolo la California ha sterilizzato 60 mila malati di mente. Questa pratica riguardava non solo i malati mentali ma anche delinquenti recidivi, violentatori, alcolisti, prostitute, malati cronici, poveri, portatori di tare ereditarie – in generale, persone ritenute deboli, inutili, indesiderate. È del 1907 la prima legge che autorizza la sterilizzazione forzata nello stato dell’Indiana, segue nel 1909 la California, che, con una legge ulteriore del 1913, prevede la sterilizzazione degli ospiti degli ospedali psichiatrici e delle prigioni. L’esempio dell’Indiana e della California è seguito da più della metà degli stati fino agli anni trenta.

In fondo Hitler ha applicato quanto gli americani avevano già da tempo teorizzato e fatto, in particolare s’ispirò al libro dell’antropologo razzista Madison Grant The Passing of the Great Race (1916) che considerava la sua Bibbia.

Alcuni stati si sono distinti per un maggior impegno in tal senso, con una legislazione eugenetica non solo positiva, mirante cioè ad indirizzare le scelte riproduttive (vedi Progetto Lebensborn), ma anche negativa, ovvero tesa alla rimozione forzata dei caratteri considerati negativi.

Ecco il numero di vittime i cui “caratteri negativi” sono stati rimossi forzatamente:

• Germania, 1933-1941: oltre 400.000

• Stati Uniti, 1899-1979: circa 65.000

• Svezia, 1934-1976: 62.888

In Svezia, tra il 1935 e il 1996, sono stati sterilizzati circa 230.000 tra handicappati, malati mentali e asociali, delinquenti, minoranze etniche, indigeni di razza mista e prostitute, tutti accusati di pesare sull’assistenza pubblica e di essere portatori di malattie e di stili di vita dagli alti costi sociali. La sterilizzazione coattiva è rimasta in vigore fino al 1976, anno in cui una nuova legge rende obbligatorio il consenso degli interessati. Nel maggio del 1999, il Parlamento svedese ha deciso di indennizzare le vittime della politica di sterilizzazione forzata condotta dal 1934 al 1975. La Svezia è stato il primo paese a fondare, nel 1921, un Istituto statale di biologia razziale.

• Finlandia, 1935-1970: 58.000

• Norvegia, 1934-1977: 40.891

• Danimarca, 1929-1967: 11.000

• Canada, 1928-1972: circa 3.000

• Francia: circa 15.000, quasi esclusivamente donne considerate pazze e internate nei manicomi

• Svizzera, 1928-1985: circa 1.000

In Svizzera, inoltre, tra il 1926 e il 1972, oltre seicento bambini jenisches (zingari) sono stati sottratti forzatamente alle loro famiglie dall’Opera di soccorso “Enfants de la grand-route” che aveva il compito di sradicare il nomadismo. Questi bambini sono stati collocati presso famiglie affidatarie, negli orfanotrofi, incarcerati o internati in ospedali psichiatrici. Furono praticate anche sterilizzazioni forzate. Vi erano 35.000 jenisches, ne sono rimasti 5.000. In Europa 500.000 zingari sono stati sterminati durante la seconda guerra mondiale.

Le leggi eugenetiche furono votate pressoché ovunque a stragrande maggioranza. Le forze politiche di ogni orientamento furono concordi sull’utilità delle pratiche di sterilizzazione, per il miglioramento della razza, o per motivi demografici ed economici. In particolare in Svezia e Finlandia la gestione del welfare state portò a scegliere interventi di questo tipo per ridurre il carico degli assegni di maternità. Negli Stati uniti ad essere sterilizzati era chi veniva dichiarato debole di mente, pazzo, idiota, imbecille, criminale-nato, o addirittura epilettico, moralmente degenerato o sessualmente pervertito.

Oltre alle sterilizzazioni vi erano le politiche che miravano a favorire la riproduzione tra soggetti “adeguati”, ad esempio il divieto di matrimonio tra “adatti” e “inadatti”. Misure eugenetiche positive più o meno blande sono state prese pressoché ovunque. Negli Stati Uniti, la violazione delle regole sul matrimonio era punita con fino a 10 anni di reclusione.

Il regime fascista, nonostante la vicinanza con alcuni scienziati sostenitori dell’eugenetica, non prenderà mai misure sostanziali di questo tipo. Solo alcuni provvedimenti legati alla politica di espansione demografica hanno tentato di proporre una disciplina morale che portasse al “miglioramento della razza”. Posizione perfettamente in sintonia con il parere della Chiesa, che non vedeva di buon occhio i provvedimenti eugenetici ma apprezzava la proposta di igienizzazione “morale” al fine del “miglioramento razziale”.

Dopo la caduta del fascismo e proprio per la mancanza di normative specifiche, in Italia si è praticata la sterilizzazione di alcune categorie sociali e in particolare si è intervenuti su giovani donne con handicap mentale. Il professor Pinkus, coordinatore del gruppo di lavoro sulla sterilizzazione del Comitato Nazionale per la Bioetica, stima che tra 1985 e il 1999 (anno di pubblicazione del documento del CNB) siano stati sterilizzati almeno 6.000 disabili psichici.

STERILIZZAZIONE COATTA (1933 – 1939)

L’attuazione della «Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie») prevedeva la sterilizzazione forzata di persone affette da una serie di malattie ereditarie – o supposte tali – tra le quali schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington, deficienza mentale e alcoolismi cronico. I candidati erano individuati nelle case di cura, negli istituti psichiatrici, nelle scuole per disabili e nelle prigioni. Speciali Erbgesundheitsgerichten («Tribunali per la sanità ereditaria») formati da tre membri (due medici e un giudice distrettuale), avevano il compito di esaminarli e giudicarli per avviarli alle sale operatorie. I responsabili degli istituti (medici, direttori, insegnanti, ecc.) avevano l’obbligo di riferire ai funzionari dei Tribunali, in palese violazione del codice deontologico, il nome di chi rientrava nelle categorie da sottoporre a sterilizzazione. Nonostante le numerose proteste, si stima che tra il 1933 ed il 1939 siano state sterilizzate 200.000 – 350.000 persone. La legge fu utilizzata, in alcuni casi, a scopo punitivo contro donne considerate colpevoli di prostituzione e, nonostante la mancanza di senso logico, furono anche sterilizzate persone affette da disabilità non ereditarie. Martin Bormann, stretto collaboratore e successivamente segretario privato di Hitler, fece circolare una direttiva nella quale era specificato che in una diagnosi di debolezza mentale era necessario tener conto del comportamento politico e morale della persona esaminata, una chiara allusione alla possibilità di colpire i nemici del Partito attraverso il provvedimento e di soprassedere invece nel caso opposto. La Chiesa cattolica, pur deplorando il provvedimento, si tenne in disparte limitandosi a chiedere che i medici cattolici fossero dispensati dall’applicazione della legge.

IL CASO SVEDESE

I paesi dell’area scandinava potevano vantare, agli inizi del Novecento, una delle principali comunità di eugenisti presenti nel panorama mondiale. Tra di essi Lundborg, il cui attivismo aveva portato nel 1922 alla costituzione, a Uppsala, dell’Istituto svedese di Biologia Razziale, un’istituzione nel suo genere unica al mondo fino a quel momento, ed il norvegese Mjøen, a lungo massima autorità europea in materia di eugenetica. Le politiche di sterilizzazione, varate tra il 1929 ed il 1935 in Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia, negli anni successivi avranno tra loro parecchie similitudini, a loro volta determinate dalla condivisione di un medesimo modello culturale, sociale ed economico. In tutti i casi si cercherà di legittimare le teorie pseudoscientifiche sulla degenerazione, ma nella realtà saranno le ragioni del Welfare State a prevalere. Tra questi paesi, la Svezia è probabilmente il caso più eclatante, considerando il posto che ha occupato, nell’immaginario collettivo, in relazione a presunti archetipi di “progresso” e “civiltà”.

Anche in Svezia il motivo della bonifica dagli elementi biologicamente tarati rimarrà in seguito ridondante nella propaganda eugenetica, ma il ricorso alle retoriche degli svedesi “di serie A” servirà da mero pretesto, mascherando un intervento repressivo di ordine socio-economico che teneva in considerazione, molto più che fattori razziali, un paradigma di “buona cittadinanza” plasmato nel rispetto di un’etica calvinista e puritana. Le pressioni esercitate in tal senso dall’ala riformatrice guidata da Gunnar ed Alva Myrdal furono decisive nel dare un taglio ‘socialdemocratico’ all’eugenetica svedese. Nel 1934 è varata la prima legge svedese per la sterilizzazione eugenetica, poi estesa nel 1941 a nuove categorie di marginali. L’obiettivo era di eliminare dal ciclo riproduttivo gli individui moralmente ed economicamente incapaci di assicurare ai propri figli un’educazione “appropriata”.

La macchina sterilizzatoria svedese ebbe come suo principale, quasi esclusivo bersaglio, le donne. L’eccessiva prolificità venne stigmatizzata sia come deleteria per l’ethos collettivo, sia per il bilancio pubblico, prevedendo il Welfare-State un sistema di assegni di maternità. Delle oltre 60.000 sterilizzazioni effettuate in Svezia tra il 1934 ed il 1976, anno in cui la legge eugenetica venne definitivamente accantonata, circa il 95% riguardano donne. Risentire di uno stato depressivo, alzarsi tardi al mattino, avere amicizie maschili, parlare liberamente in pubblico della propria vita sessuale, seguire svogliatamente le lezioni scolastiche o le funzioni religiose, o semplicemente andare a ballare, divennero atteggiamenti potenzialmente destabilizzanti. Atteggiamenti da stigmatizzare e reprimere attraverso la sterilizzazione, la cui necessità era decretata da compiacenti diagnosi di “schizofrenia”, “devianza”, “irresponsabilità morale” opportunamente formulate dai medici al servizio dell’organigramma normalizzatorio svedese.

PROGETTO LEBENSBORN

Il Progetto Lebensborn (eugenetica positiva) fu uno dei diversi programmi avviati per realizzare il folle proposito di preservare e/o fondare una società composta esclusivamente da individui di “pura razza ariana”. Solo a conclusione della seconda guerra mondiale è stato possibile scoprire che tale programma consisteva nel creare residenze segrete dove far accoppiare individui umani “razzialmente puri” al fine di allevarne la progenie. La maggior parte delle donne selezionate a questo scopo, erano coniugate con i soldati della Wehrmacht, della Luftwaffe o della Kriegsmarine – gli uomini erano ufficiali.

Il progetto ebbe inizio nel 1935 e fu concepito inizialmente per assistere le mogli delle SS durante la gravidanza, ma si trasformò ben presto in un processo di selezione razziale. A partire dal 1938 la sua direzione venne affidata al Persönlicher Stab RFSS, in pratica all’ufficio centrale del personale delle SS. In questo senso il suo ruolo fu modificato. Le sedi del “Lebensborn Eingetragener Verein” (Società Registrata Fonte di Vita) divennero il punto di incontro tra ufficiali delle SS e donne tedesche “razzialmente pure”. Scopo ultimo era la messa al mondo di figli di puro ceppo germanico. Dopo la nascita i bambini venivano separati dai loro genitori e affidati all’organizzazione delle SS che si prendeva cura della loro educazione. Non tutti gli ufficiali delle SS facevano parte al Progetto Lebensborn: l’adesione era volontaria.

All’inizio del 1940, con l’occupazione della Danimarca e, soprattutto, della Norvegia nell’Operazione Weserübung, la Germania nazista ebbe a disposizione i territori sui quali realizzare il progetto. Vennero costruite strutture apposite, ospedali geriatrici e case di degenza, in cui le puerpere potevano portare avanti la gravidanza e partorire i figli in condizioni di vita eccellenti.

Vennero creati istituti in Germania (inclusa l’Austria) a Bad Polzin, Bofferding bei Luxemburg, Gmunden, Hohenhorst, Klosterheide, Nordrach, Pernitz, Schalkhausen, Steinhoering, Wernigerode e Wiesbaden; in Belgio a Végimont; in Danimarca a Copenaghen; in Francia a Lamorlaye; nel Governatorato Generale a Cracovia, Otwock e Varsavia; nei Paesi Bassi a Nijmegen; e in Norvegia a Bergen, Geilo, Hurdalsverk, Klekken, Os, Oslo, Stalheim e Trondheim.

Si stima che i bambini ariani nati nel periodo di occupazione nazista siano stati qualche decina di migliaia. Dopo la fine del conflitto, essi e le loro madri furono ripudiati dal resto della popolazione che li isolò facendoli oggetto di scherno ed odio.

Nell’ambito del Progetto Lebensborn, inoltre, si calcola che siano morti non meno di 5.000 bambini tra il ’39 e il ’44. Oltre agli accoppiamenti selettivi tra persone con caratteristiche razziali ottimali, l’operazione comportò il rapimento di bambini dai territori occupati: 200.000 in Polonia, 50.000 in Ucraina, 50.000 nella regione baltica, un numero imprecisato in Norvegia e Francia e i superstiti del massacro di Lidice in Ceccoslovacchia. Questi bambini furono affidati a famiglie ariane. Coloro che non avevano abbastanza sangue ariano o che non riuscivano ad adattarsi, furono sterminati in Polonia nel campo di Kalish.

IL PROGETTO LEBENSBORN IN NORVEGIA

“Lebensborn” (Sorgente di vita), fu un progetto segreto ideato nel 1935 da Heinrich Himmler per “arianizzare” la popolazione del Reich attraverso l’unione pianificata tra “perfetti esemplari della razza ariana” e donne, anche straniere, che offrivano sufficienti garanzie di “purezza”. La Norvegia era considerata terra “ariana” d’elezione. Al momento dell’invasione, i militari nazisti furono incoraggiati in prima persona da Hitler a fare il maggior numero di figli con le donne del luogo. Dopo la conquista, non meno di 350 mila soldati tedeschi considerati l’elite della purezza “ariana” entrarono in Norvegia ed ogni donna norvegese incinta di uno di essi, purché fosse in grado di provare le origini “ariane” del bambino, aveva diritto ad essere sostenuta finanziariamente e riceveva un trattamento privilegiato. Tra il 1940 e il 1945, nacquero dai 10 ai 12 mila bambini figli di donne norvegesi e soldati nazisti, 6 mila dei quali ospitati in istituti speciali preposti ad allevarli. Qui ricevevano un’alimentazione particolare e venivano educati alla mentalità nazista. Dal 1941 in poi, i bambini nati in seguito al progetto Lebensborn divenivano automaticamente cittadini tedeschi così da poter essere trasferiti in Germania dove avrebbero portato una massiccia dose di purezza nordica. Sarebbero divenuti i superuomini del nazismo, incarnazione perfetta della follia hitleriana. Ma con le prime sconfitte della Wehrmacht e la rabbia crescente della popolazione scandinava nei confronti degli occupanti, il progetto perde importanza. Poco prima della fine del conflitto, migliaia di documenti riguardanti i “Lebensborn” furono distrutti e andarono perdute molte delle carte che legavano i bambini alle loro famiglie di origine. A pagare sono prima di tutto le donne: inserite nelle liste pubbliche di «traditrici della Patria», sono abbandonate dalla famiglia, perdono il lavoro, diventano oggetto di inaudite violenze. Da subito, il governo norvegese non le tutela, anzi: a fine maggio del 1945 sono circa mille le arrestate nella sola Oslo, rinchiuse in campi di concentramento e smistamento. Ma l’esecutivo fa di più: nell’agosto dello stesso anno approva una legge retroattiva secondo la quale ogni donna «sposatasi nei cinque anni precedenti con un nemico tedesco, perderà immediatamente la cittadinanza». E i sondaggi di opinione confortano il legislatore: tre cittadini su quattro sono favorevoli a una loro punizione, caldeggiata anche dalla maggior parte dei media. Dopo la guerra, una commissione norvegese stabilì che i bambini dovevano rimanere in Norvegia. Qui, a causa del “vergognoso” atteggiamento delle madri che si erano accoppiate con soldati nazisti, i “Lebensborn Kinder” subirono ogni sorta di abuso e discriminazione. I bambini già trasferiti in Germania rimasero con le famiglie di adozione e molti di loro non conobbero mai la verità, altri furono restituiti alle madri, alcuni ebbero una sorte drammatica, furono trasferiti in orfanotrofi, in ospedali psichiatrici, picchiati e maltrattati. Almeno il 90 per cento degli ex bambini di Lebensborn non ha mai conosciuto i propri genitori biologici.

Nel marzo del 2007, 154 norvegesi, 4 svedesi ed un tedesco, hanno presentato ricorso contro il governo Norvegese alla Corte europea dei diritti dell’uomo accusandolo di Violazione dei diritti umani, in quanto, non solo non li avrebbe tutelati dopo la guerra, ma si sarebbe comportato nei loro confronti in modo pesantemente discriminatorio, in taluni casi addirittura persecutorio. Chiedono 250 mila euro come risarcimento per i danni subiti. In passato, il governo avrebbe offerto loro limitati risarcimenti, senza mai ammettere la propria responsabilità. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo si è pronunciata nel 2007 in appoggio al governo norvegese, ponendo fine ai ricorsi giudiziari.

ESPERIMENTI SU CAVIE UMANE

Durante la Seconda guerra mondiale, in alcuni campi di concentramento nazisti e in altre strutture, venivano effettuati degli esperimenti di presunto carattere scientifico sui deportati e gli internati. In qualche caso il fine dichiarato era quello di verificare la resistenza umana in condizioni estreme, più spesso gli obiettivi erano riconducibili alla perversione degli operatori medici.

L’EUGENICA E LE STERILIZZAZIONI FORZATE NEL XX e XXI SECOLO

• Nel 1979 la Cina emana una normativa denominata “Legge eugenetica e protezione salute” con la quale intende risolvere il problema della sovrappopolazione. Essa prevede che una coppia non possa avere più di un figlio. La nascita di una femmina è considerata una maledizione perché comporta l’estinzione della propria dinastia. E’ per questo che in Cina spariscono milioni di bambine. Sono uccise appena nascono, molte donne incinte vengono arrestate e costrette ad abortire, poi vengono sterilizzate. Le madri che si rifiutano di perdere le loro bambine vengono minacciate dalla polizia, possono perdere il lavoro, essere isolate dalla comunità e cacciate dai parenti. Le famiglie ricche possono avere più bambini pagando una tassa sui figli. La tassa corrisponde, per il secondo figlio, a tre volte il reddito annuo della coppia. Molte famiglie non iscrivono le figlie all’anagrafe rendendole di fatto inesistenti. Queste bambine non godono di alcun diritto o tutela, sono respinte dagli ospedali, non possono curarsi, sono vittime di ogni abuso e violenza che resta impunito. La maggior parte di esse sono vendute come schiave. Negli anni ’90 il governo cinese ha allentato la pressione sulle famiglie. In caso di nascita di una femmina, la famiglia è autorizzata ad avere un secondo figlio, ma ovviamente il problema è tutt’altro che risolto.

• Normative che permettono la sterilizzazione coatta sono emanate anche in Spagna dove la Corte Costituzionale ha ammesso la sterilizzazione coatta dei malati psichici nel 1994. in Giappone la sterilizzazione a scopo eugenico è legalizzata nel 1948 e revocata nel 1996, tra il 1949 ed il 1995, 16.520 donne handicappate sono state sterilizzate senza il loro consenso. Attualmente, in Austria, dove non ci sono norme in materia, risulta che il 70% delle donne con handicap psichico è normalmente sterilizzato.

• In Brasile, almeno al 45% delle donne sono state legate le tube, spesso senza il loro permesso o senza che fossero informate sulla irreversibilità dell’intervento. Ciò è avvenuto con il sostegno finanziario degli Stati Uniti e delle istituzioni economiche internazionali che hanno elargito 32 milioni di dollari attraverso vari enti tra i quali l’International planned parenthood federation, il Population council, l’International federation for family life promotion, la Ford foundation, la Rockefeller foundation e la Banca mondiale. Sette milioni e mezzo di donne brasiliane sono state minorate in 5 anni, nonostante la sterilizzazione sia vietata.

• Nel Messico si usa la sterilizzazione chimica che consiste nell’introdurre 7 pillole nell’utero delle donna. Le pillole, costituite di una sostanza chiamata quinacrina, brucia l’utero e le ovaie provocando cicatrici. L’Istituto Statale Messicano della Salute (IMSS) impianta spirali nell’utero delle donne senza il loro consenso.

• Si stima che oltre 10.000 donne siano state sterilizzate nei paesi in via di sviluppo (Vietnam, Cina, Bangladesh, Filippine, Marocco).

• In Tibet, dopo l’occupazione militare cinese, sono morte circa un milione e mezzo di persone, una pulizia etnica accompagnata ancora oggi dalla sterilizzazione di massa e dagli aborti forzati eseguiti sulle donne tibetane. Solo nel 1997 si è avuta notizia di ben 883 casi. Dopo il primo figlio, le donne tibetane sono costrette a fuggire all’estero per partorire, poi tornano in Tibet lasciando il bambino orfano in India o in Nepal.

• Il Centro per i diritti alla Riproduzione (CRR) di New York ha pubblicato un rapporto sulla sterilizzazione forzata di 110 zingare in Slovacchia dal 1989 ad oggi.

• La Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani (CCIODH) segnala in Chiapas il sequestro di bambini indigeni e la sterilizzazione forzata di donne nelle zone con forte presenza dell’esercito. Il direttore di Pro-Vida, Jorge Serrano Limon, ha documentato nel 1996 più di 300 casi di sterilizzazione forzata effettuati in istituti medici governativi.

• 1976-2002. Programmi di sterilizzazione coatta e di massa vengono realizzati, col supporto di agenzie Onu, in India, Cina, Perù e in altri paesi del Terzo Mondo.

• In Perù più di 300.000 donne sono state sottoposte a sterilizzazione forzata dal 1996 al 2000 durante il secondo governo dell’ex presidente Alberto Fujimori.

STERILIZZAZIONI FORZATE NEGLI USA DAL 1907 AL 1940

Di seguito è indicato lo Stato, tra parentesi la data di promulgazione della legge eugenetica, le categorie colpite e il numero di interventi

Alabama (1919) – Deboli di mente: 224
Arizona (1929) – Internati in istituzioni per squilibrati: 20
California (1909) – Deboli di mente, criminali abituali, pazzi, idioti: 14.568
Connecticut (1909) – Deboli di mente, pazzi, idioti, imbecilli, criminali-nati: 418
Delaware (1923) – Deboli di mente, pazzi, epilettici: 610
Georgia (1929) – Deboli di mente: 127
Idaho (1925) – Epilettici, imbecilli, pazzi, criminali abituali, persone moralmente degenerate: 14
Indiana (1907) – Deboli di mente, pazzi ereditari, epilettici: 1.033
Iowa (1911) – Imbecilli, sifilitici, pazzi, criminali abituali, persone moralmente degenerate: 336
Kansas (1913) – Deboli di mente, pazzi, criminali abituali: 2.404
Maine (1925) – Deboli di mente: 190
Michigan (1913) – Pazzi, deboli di mente: 2.145
Minnesota (1925) – Pazzi, deboli di mente: 1.830
Mississippi (1928) – Persone con forme ereditarie di pazzia, epilessia, idiozia, cretinismo: 523
Montana (1923) – Deboli di mente, pazzi, epilettici: 186
Nebraska (1915) – Pazzi, deboli di mente: 388
New Hampshire (1917) – Deboli di mente ed altri mentalmente degenerati: 430
New York (1912) – Deboli di mente, rapitori, criminali: 42
North Carolina (1919) – Mentalmente tarati: 1.017
North Dakota (1913) – Imbecilli, pazzi, epilettici, criminali abituali, persone moralmente e sessualmente pervertite: 534
Oklahoma (1931) – Criminali abituali, idioti, epilettici, imbecilli, pazzi: 470
Oregon (1917) – Imbecilli, pazzi, epilettici, criminali abituali, persone moralmente e sessualmente pervertite: 1.450
South Carolina (1932) – Idioti, epilettici, imbecilli, pazzi: 35
South Dakota (1913) – Deboli di mente: 577
Utah (1925) – Criminali abituali, idioti, epilettici, imbecilli, pazzi: 252
Vermont (1931) – Idioti, imbecilli, malati di mente, pazzi: 212
Virginia (1924) – Idioti, imbecilli, deboli di mente, pazzi, epilettici: 3.924
Washington (1909) – Imbecilli, pazzi, epilettici, criminali abituali, persone moralmente e sessualmente pervertite: 667
West Virginia (1929) – Idioti, imbecilli, malati di mente, pazzi, epilettici: 46
Wisconsin (1913) – Deboli di mente, pazzi, persone epilettiche e criminali: 1.156

Totale 35.878

Il primo sterminio nazista non fu contro gli ebrei: fu il genocidio dei bambini disabili, meno noto alla storia

https://www.curioctopus.it/read/18196/il-primo-sterminio-nazista-non-fu-contro-gli-ebrei:-fu-il-genocidio-dei-bambini-disabili-meno-noto-alla-storia?fbclid=IwAR2WPhyxdXPKhf0q0hyJ66WXH-Hk92sLPkHywictUkQeEO4D1Na8dpOZLwo

Ad animare il progetto non fu l’odio diretto verso un popolo straniero, bensì contro un particolare gruppo di connazionali tedeschi, considerati comunque geneticamente “inferiori” e per questo condannati ad una fine atroce: i disabili.

Aktion T4 fu un programma di eugenetica tenuto nascosto ai più: lo stesso nome prese ispirazione dall’indirizzo in cui aveva sede: 4 Tiergartenstraße, Berlino. Le basi ideologiche si ritrovano nello stesso manifesto ideologico del nazifascismo, il “Mein Kampf“: in esso, l’obiettivo di “igiene razziale” si declinava anche nel senso di preservare esclusivamente i “bambini generosi sani”.

Tale proposito fu implementato già all’indomani dell’ascesa di Hitler al potere nel 1933, attraverso la sterilizzazione forzata di 400.000 disabili fisici e mentali.

immagine: wikiwand

Foto: Manifesto nazista dell’eugenetica del 1935 in cui si denuncia la minaccia rappresentata dalla riproduzione degli “indesiderabili genetici”, che avrebbero potuto diventare la maggioranza della popolazione.

immagine: Marcel/wikimedia

Fu nel 1939 che l’Aktion T4 prese avvio: con una lettera (vedi foto) Hitler autorizzava la creazione del Comitato del Reich per la registrazione scientifica delle malattie ereditarie e congenite, guidato, tra gli altri, dal dottor Karl Brandt e dal capo nazista della Cancelleria Philipp Bouhler.

immagine: USHMM/wikimedia

Chi era Karl Brandt? Il dottore responsabile del primo omicidio di un neonato tedesco disabile nella Germania nazista, Gerhard Kretschmar. Nato pochi mesi prima con con gravi e incurabili disabilità fisiche e mentali, il padre scrisse a Hitler chiedendogli di autorizzarne l’eutanasia. Ovviamente, essendo in linea con l’ideologia ed il programma d’azione nazisti, Hitler concesse la sua autorizzazione: era il luglio 1939. La lettera che dava inizio ad Aktion T4  fu scritta poco tempo dopo.

Per decreto tutti i medici, infermieri e ostetriche dovevano segnalare i bambini di età inferiore ai 3 anni affetti da grave disabilità mentale o fisica, i cui genitori furono incoraggiati ad internare i figli malati in una delle sei cliniche pediatriche appositamente designate in Germania e Austria.

All’inizio, i medici e gli amministratori della clinica includevano solo neonati e bambini piccoli nell’operazione, ma ben presto furono internati anche i ragazzi fino ai 17 anni, ed in breve la misura fu allargata anche ai disabili adulti.

A partire dal gennaio 1940, il programma di eutanasia venne quindi applicato in maniera seriale ed estesa. Pool di medici valutavano e selezionavano i pazienti per la “fase finale” del programma. Si trattava di persone affette per lo più da schizofrenia, epilessia, demenza, encefalite e altri disordini psichiatrici o neurologici cronici. I pazienti scelti erano trasportati direttamente in un centro per “cure speciali”, ovvero dotato di camere di monossido di carbonio travestite da docce. 

Fu Bouhler ad escogitare lo stratagemma del “bagno e disinfezione” come mezzo per tenere tranquille le vittime il più a lungo possibile: un metodo che fu anche adottato contro gli ebrei.

Nonostante i tentativi di camuffarlo e tenerlo segreto, il programma Aktion T4 venne ben presto smascherato per ciò che era, un genocidio su basi eugenetiche. I primi a rendersene conto furono i parenti delle vittime: impossibilitati a visitare i cari internati, finivano per ricevere lo stesso tipo di lettera che annunciava la morte del caro per “morbillo” o altra malattia infettiva che ne aveva resa necessaria la cremazione. Fu la Chiesa a raccogliere intorno a sé la resistenza al programma e a promuovere la consapevolezza pubblica intorno alla grave questione.

Infine, Hitler dovette fermare il programma nell’agosto del 1941. Il bilancio finale fu di 300.000 vittime, tutte tedesche o austriache, la metà delle quali bambini.

immagine: wikimedia

Alla fine della Guerra, solo alcuni dei responsabili nazisti del programma furono consegnati alla giustizia. Il Tribunale Militare Internazionale nel 1946-1947 condannò diversi medici nazisti per il loro ruolo nel programma (tra gli altri reati), incluso il dottor Brandt.

Il dottor Pfannmüller fu infine condannato per il suo ruolo in 440 omicidi nel 1951 a cinque anni interi di prigione, poi ridotti a 4 in appello : finì la sua vita da uomo libero nella sua casa di Monaco nel 1961.

80 anni fa lo ‘Stupro di Nanchino’, l’olocausto dimenticato

https://www.agi.it/blog-italia/agi-china/stupro_nanchino_80_anni-3260264/post/2017-12-13/

L’olocausto asiatico ha causato oltre 14 milioni di vittime nella sola Cina: Il 13 dicembre 1937 i giapponesi entrarono nell’allora capitale cinese trucidando 300 mila persone nelle prime settimane di occupazione e stuprando oltre 20 mila donne, anziane, madri e bambine

80 anni fa lo 'Stupro di Nanchino', l'olocausto dimenticato
 Commemorazioni a Pechino per gli 80 anni del massacro di Nanchino

La Treccani definisce l’olocausto come “Forma di sacrificio praticata nell’antichità, specialmente nella religione greca e in quella ebraica, in cui la vittima veniva interamente bruciata.” Di fronte agli orrori di Nanchino, tuttavia, forse persino queste parole suonano limitanti. A bruciare interamente sono state una città, i raccolti, le persone, ma non è stata questa la parte peggiore. Cosa accadde a Nanchino 80 anni fa e perché? Cosa rimane oggi di quel tragico evento?

Il contesto storico: “Una guerra mondiale in anticipo”

La storiografia ufficiale individua lo scoppio della Seconda guerra mondiale nell’invasione nazista della Polonia del 1939. Tuttavia, negli anni ’30, numerosi focolai stavano già preparando il terreno per lo scontro. Uno degli avvenimenti più importanti, che per alcuni segna il reale inizio del conflitto globale, fu la seconda guerra sino-giapponese nel 1937, l’alba della Guerra nel Pacifico che incendiò Pearl Harbor e tramontò con Hiroshima e Nakasaki.

La Cina andava incontro a profondi mutamenti dopo secoli di colonialismo occidentale e la caduta dell’Impero più longevo della storia. Oltre alle potenze straniere, la Repubblica fronteggiava 10 anni di guerra civile tra Nazionalisti e Comunisti. Nel mentre, il Giappone si era affermato come prima super potenza asiatica sconfiggendo la Russia e uscendo vittorioso dalla Grande Guerra. I suoi piani espansionistici e la sua propaganda sulla superiorità razziale non avevano nulla da invidiare al Terzo Reich. I cinesi erano considerati una razza inferiore e si prevedeva la presa della Cina in soli 3 mesi, stile guerra lampo hitleriana.

80 anni fa lo 'Stupro di Nanchino', l'olocausto dimenticato
 1937, i giapponesi entrano a Nanchino

Nel 1931 il Giappone era già riuscito a creare uno stato fantoccio in Manciuria, nel nord della Cina, ma il conflitto esplose il 7 luglio 1937 col pretesto dell’incidente del Ponte Marco Polo. I giapponesi sbarcarono a Shanghai e trovarono una strenua resistenza ad aspettarli. Quei tre mesi previsti per l’intera nazione bastarono solo per la prima città e costarono oltre 40mila uominiFu proprio la strenua resistenza che spronò ulteriormente le truppe nipponiche a marciare su Nanchino, nonostante non fosse una tappa militarmente fondamentale. Dopo Shanghai, infatti, il governo nazionalista si era trasferito a Chongqing e non erano rimaste grosse difese nella capitale, ormai abbandonata a se stessa, senza piani di evacuazione per i civili o di ritirata per i soldati. Nonostante tutto, la Cina non dichiarò la resa e il Giappone ordinò di radere al suolo Nanchino senza fare prigionieri.

Le dimensioni e la brutalità del massacro

L’olocausto asiatico causò dalle 14 alle 20 milioni di vittime per mano giapponese nella sola Cina, due volte il peso della Shoa nazista. Esattamente 80 anni fa avvenne quello che è forse il suo episodio più brutale. Il 13 dicembre 1937, i giapponesi entrano a Nanchino.

Un corrispondente del New York Times in fuga dall’ex-capitale scrisse: “Mentre partivo per Shanghai assistetti all’esecuzione di 200 uomini in soli 10 minuti.” Il Tribunale per i Crimini di Guerra di Tokyo ha stimato che in sole sei settimane siano state stuprate 20 mila donne, anziane, madri e bambine e uccise 200mila persone nei modi più barbari. Molte altre fonti ne contano oltre 300mila. “Un agenzia umanitaria ha sepolto 100mila persone; la Croce Rossa invece 43mila” raccontano Denis and Peggy Warner “In soli 5 giorni i giapponesi hanno gettato nel fiume Yangtze 150mila cadaveri.”

80 anni fa lo 'Stupro di Nanchino', l'olocausto dimenticato
 Xi Jinping

Alcuni report trattano di contest con la spada indetti dagli ufficiali. Chi più rapidamente avesse ucciso 100 cinesi sarebbe stato ricompensato militarmente. “La gara fu riportata con grande seguito nei giornali giapponesi come un’evento sportivo”. 

Lo storico Yoshiaki Yoshimi descrive invece come il Giappone istituì circa 2000 centri in tutta l’Asia orientale che coinvolgevano circa 200mila “comfort women” da Cina, Filippine, Corea e altre nazioni. Ci sono ragazze cinesi che sono state stuprate 37 volte, e bambine di undici anni abusate per diversi giorni. Purtroppo gli abusi delle truppe non si limitarono ad essere solo di carattere sessuale. Le carte del Nanking Massacre Project, Women Under Siege e Nanking elencano una serie di atrocità tra cui: versare acido sui prigionieri; cannibalismo; decapitazioni; infanticidi; famiglie costrette all’incesto e alla necrofilia, sepolte con il busto fuori per essere bruciate vive o attaccate dai cani.

80 anni fa lo 'Stupro di Nanchino', l'olocausto dimenticato
 Reduci del massacro di Nanchino 

Fondamentale fu il ruolo di alcuni occidentali come John Rabe, Minnie Vautrin, Bob Wilson e George Fitch, che si impegnarono per l’istituzione di una Safety-Zone internazionale non autorizzata dai giapponesi e disarmata, ma capace di salvare migliaia di vite.

L’olocausto dimenticato: Memoria e controversie tra Cina, Giappone e occidente

Nazionalismo, revisionismo, negazionismo e indifferenza. Sono queste le principali lenti di lettura cinese, giapponese e occidentale su quanto accaduto. I cinesi parlano di datusha (大屠杀 grande massacro), i giapponesi parlano di shijian (事件 incidente), noi quasi non ne parliamo. Per questo la scrittrice Iris Chang l’ha definito “l’olocausto dimenticato”.

I cinesi vogliono giustamente che la memoria sia preservata e parlano dei fatti reali, ma li condiscono spesso all’interno di una narrazione nazionalista e di rivendicazione storica. I giapponesi hanno riconosciuto le proprie colpe ma questo non ha fermato le pulsioni di revisionisti e negazionisti. Infatti, nonostante il presidente Shinzo Abe abbia come di rito fatto ammenda per le atrocità del suo paese, non si è sottratto dal rendere omaggio al santuario di Yasukuni, mausoleo ospitante 1068 criminali di guerra, scatenando le ire di Cina e Corea. Al tempo stesso ha attuato un revisionismo dei libri di testo, volti a diffondere una “più bilanciata” visione dei fatti storici.

80 anni fa lo 'Stupro di Nanchino', l'olocausto dimenticato
 Commemorazioni a Pechino per gli 80 anni del massacro di Nanchino 

L’approccio alla memoria di Cina, Giappone e occidente su Nanchino ci ricorda di come delle volte la storia, per quanto brutale, possa non insegnare nulla. E’ folle ignorare l’accaduto. E’ folle negarlo o mistificarlo. È folle usarlo per rivendicare l’odio. Ian Buruma scrisse, “Fatti come questi non possono essere spiegati da una particolare cultura o storia. Dopo tutto, in precedenti guerre come la guerra Russo-Giapponese nel 1904-05, i soldati giapponesi erano rinomati per la loro disciplina. Sfortunatamente, uomini da ogni nazione sono capaci di estrema brutalità, una volta che l’animale che hanno dentro viene sguinzagliato.” La memoria sfida quella bestia.

per approfondire – Bibliografia e Filmografia

Quando i rubli di Mosca finivano ai comunisti italiani

https://www.adnkronos.com/fatti/politica/2019/07/11/quando-rubli-mosca-finivano-comunisti-italiani_K7YKPeKjTjEuGeu71rk11K.html?refresh_ce

Quando i rubli di Mosca finivano ai comunisti italiani

(Fotogramma)

Nelle ore calde delle notizie e degli audio sui presunti finanziamenti di Putin alla Lega, riemergono altri finanziamenti da Mosca per l’Italia. E riguardano quelli al partito Comunista che per mezzo secolo ha beneficiato di un fiume di rubli infinito. Ne ha fatto cenno anche Veltroni in una intervista a Tortorella. Ma soprattutto ne fanno cenno numerosi atti in commissione Stragi e in Commissione Mitrokhin.

Di cosa parliamo? Dal secondo dopoguerra, da Mosca, sono partiti finanziamenti per i principali partiti comunisti d’occidente. Soldi che dovevano servire a sostenere la lotta per il comunismo fatta nei paesi Nato, con lo scopo di creare una spina nel fianco del blocco occidentale. Un flusso di denaro, che per quanto riguarda l’Italia, trova numeri e dati nelle rivelazioni del dossier Mitrokhin, dossier considerato affidabile da tutte le agenzie di intelligence occidentali, a cominciare da quella britannica che gestì la defezione dell’ufficiale sovietico Vasilij Mitrokhin, un ex archivista del Kgb nel palazzo della Lubjanka.

Nei report custoditi negli archivi degli 007 di Mosca e poi girati per competenza dagli agenti inglesi al Sismi per le attività illegali dei servizi segreti sovietici in Italia, queste si evidenziavano in 261 schede, fino al 1984. In particolare a fare i conti dei soldi finiti nelle casse del Pci è la scheda ‘122’ del dossier che svela le cifre del finanziamento russo al partito comunista italiano.

Secondo quanto trascritto dall’archivista sovietico, negli anni tra 1970 e il 1977, fu ininterrotto il flusso di denaro da Mosca a Botteghe oscure. Nel ’71 furono versati 1.600.000 dollari; nel ’72 5,2 milioni; nel ’74 9 milioni di dollari; per il ’76 6,5 milioni, infine, nel 1977, 1 milione. Un flusso che sembra almeno rallentare, in concomitanza con le posizioni ‘eretiche’ di Enrico Berlinguer, in linea di rottura con il Pcus.

Soldi, secondo il dossier Mitrokhin, finirono pure al Psiup tra gli anni 1969 e 1972, per poi esaurirsi. Fino al 1988 sono documentati inoltre fondi al Partito comunista francese di Georges Marchais. In quell’anno arrivarono a Parigi tre milioni di dollari, messi sul tavolo da Gorbaciov, per le elezioni del 1988. Ma i finanziamenti cominciarono ai tempi del Fronte Popolare, nel 1936, un flusso ininterrotto per oltre 50 anni.

L’isola Calva: il Gulag dimenticato di Tito

https://www.vanillamagazine.it/l-isola-calva-il-gulag-dimenticato-di-tito/?fbclid=IwAR0b77tpdMxKuBnpMzUhwHmOlJbV2Zc9dliumhuvJ_SLEPSbkh6xZii2uUc

Nel Mar Adriatico si trovano le isole Quarnerine, una serie di isolotti di appartenenza della Croazia, fra le quali la più famosa è l’Isola Calva, sede nel secondo dopoguerra del famigerato campo di prigionia del dittatore jugoslavo Tito. L’Isola Calva (in croato Goli otok) si trova a 3,3 chilometri dalla costa croata, dalla quale è separata dal canale della Morlacca. L’isolotto è di piccole dimensioni, una superficie di 4,54 chilometri quadrati, che al momento risulta disabitata. Il nome di Calva deriva dalla sua aridità e dalla vegetazione quasi inesistente.

Un’isola brulla e anonima, come tante nell’Adriatico, se non fosse che dal 1949 al 1989 l’Isola Calva è stata sede di un campo di rieducazione politica voluto dal generale Josip Broz, passato alla storia con il nome di Tito, per isolare i suoi oppositori e convertirli al socialismo jugoslavo.

L’isola Calva, fotografia di Roberta F condivisa con licenza CC-BY SA 3.0 via Wikipedia:

Tito era stato a capo dei partigiani jugoslavi durante l’ingresso della Jugoslavia nella Seconda guerra mondiale a fianco delle forze alleate britanniche, francesi e sovietiche. Concluso il conflitto bellico, nel 1949 il futuro dittatore jugoslavo, definito lo strappo con l’URSS di Stalin con l’inizio del “Periodo Informbiro”, è Primo ministro della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia sotto la presidenza di Ivan Ribar.

In quell’anno Tito, libero da ogni dovere nei confronti dell’Unione Sovietica e persuaso che sia il momento adatto per rafforzare il suo potere, decide di mettere su un campo di concentramento destinato a ospitare tutti gli oppositori che avrebbero potuto contrastare la sua ascesa allo scranno di Presidente della Repubblica, avvenuta nel 1953, e da lì al ruolo di dittatore del paese.

Sotto, celebrazione del primo Maggio sull’isola di Goli Otok (la fotografia risale probabilmente al 1954). Immagine rubata da un prigioniero negli archivi della polizia di Goli Otok. Per molti anni è stata l’unica testimonianza dell’esistenza del campo di Concentramento sull’isola

All’inconsistente ombra del monte Glavina (il punto più alto dell’isola con i suoi 227 metri sul livello del mare), vicino l’insediamento ora abbandonato di Maslinje, nasce così il campo di prigionia dell’Isola Calva – per gli slavi conosciuta come l’Isola Nuda – un piccolo complesso di costruzioni rettangolari sferzate dal vento e invecchiate dal sole.

Prima dello sbarco dei mille, la Sicilia era uno degli Stati più ricchi d’Europa.

http://www.custonaciweb.it/prima-dello-sbarco-dei-mille-la-sicilia-era-uno-degli-stati-piu-ricchi-deuropa/?fbclid=IwAR2zgYqSd_jBSHgPbzC85w9errl–LdNw26Nun-UgGZpE-YAuDRB9C82K38&doing_wp_cron=1571918058.0893919467926025390625

Luglio 19, 2019 

I libri di scuola ci hanno insegnato che il Regno delle Due Sicilie era uno stato arretrato e povero, ma non era così. Prima dello sbarco dei garibaldini, la Sicilia  possedeva la seconda flotta di Europa (9.848 bastimenti con 259.910 tonnellate di stazza totale), un debito pubblico ininfluente e una moneta forte. Il complesso siderurgico del Napoletano, vantava un fatturato che al Nord si sognavano. I Siciliani furono la prima nazione ad esportare in Russia, instaurando anche solidi rapporti commerciali con l’America.

Gli armatori De Pace, con le loro navi, collegavano l’Europa con il Nuovo Mondo e i Florio avevano iniziato la loro scalata industriale e commerciale. La prima ferrovia d’Italia fu la Napoli – Portici, inaugurata il 3 ottobre 1831.
Prima dell’annessione, il Regno del Sud, nel settore dell’industria, contava 2 milioni di occupati a fronte dei 400.000 della Lombardia, possedendo 443 milioni di moneta in oro, ossia l’85% delle riserve auree di tutte le province. 
Ancora prima dell’Unità, fioriva nelle due maggiori città dell’Isola, Palermo e Catania, l’industria della seta esportata con successo, per la qualità dei suoi prodotti, nei mercati europei e mediterranei.
L’industria del tabacco produceva migliaia di tonnellate di manufatti all’anno, occupando tra operai e indotto, diverse migliaia di Unità lavorative.
Fiorenti, a quei tempi, erano anche le attività cantieristiche, navali, metalmeccaniche, chimiche, della lavorazione del cotone e del lino, l’industria conserviera, la produzione e la commercializzazione dei vini e l’estrazione e la lavorazione dello zolfo, quest’ultima la più importante e ricca d’Europa.
Vero fiore all’occhiello, poi, dell’economia isolana era la flotta mercantile con la compagnia Florio che gareggiava con le principali marinerie del Mediterraneo.
Nel decennio che va dal 1850 al 1860 era stato varato, dal punto di vista amministrativo, un notevole numero di provvedimenti, a salvaguardia dell’economia isolana, di innegabile portata. Fu costituito un debito pubblico con un immediato risveglio nel movimento dei capitali.
Fu creato il Banco Autonomo di Sicilia, due casse di sconto e numerose casse di risparmio.
Con l’Unità d’Italia di tutto questo non rimase più nulla. Il nascente sistema industriale e le risorse del Sud furono progressivamente smantellate e trasferite al Nord. E fu appunto allora che con l’Unità d’Italia sorse “La questione meridionale”.
E fu così , con l’impoverimento e le spoliazioni del Sud e della Sicilia, che iniziarono i grandi flussi migratori dalla Sicilia verso le Americhe e verso altri Stati europei e verso altri Paesi del mondo. Prima della costituzione del nuovo Stato unitario, ossia prima del 1860, negli Stati Uniti, per esempio, si contavano molti più emigranti del Nord che del Sud. L’impoverimento e lo stravolgimento delle regioni meridionali invertirono tali tendenze.
Le rimesse e i risparmi degli emigranti meridionali finirono poi, negli anni a venire, paradossalmente, per favorire lo sviluppo delle fiorenti industrie del Nord e l’acquisto delle materie prime necessarie alla loro crescita.
Le enormi risorse drenate e rapinate, i grandi sacrifici imposti, l’impoverimento del Sud a favore del Nord, le repressioni soffocate nel sangue furono un prezzo che il Mezzogiorno e la Sicilia furono costretti a pagare, più di tutti gli altri, al processo di Unità nazionale. E nella perdurante logica economica che si instaurò allora un Paese “programmato” a due velocità con un Nord ricco e produttivo e un Sud povero, colonizzato ed assistito che ancora oggi continuiamo a pagarne le drammatiche conseguenze.

I primati del Regno delle Due Sicilie.
1735. Prima Cattedra di Astronomia in Italia
1737. Costruzione S.Carlo di Napoli, il più antico teatro d’Opera al mondo ancora operante
1754. Prima Cattedra di Economia al mondo
1762. Accademia di Architettura, tra le prime in Europa
1763. Primo Cimitero Italiano per poveri (Cimitero delle 366 fosse)
1781. Primo Codice Marittimo del mondo
1782. Primo intervento in Italia di Profilassi Antitubercolare
1783. Primo Cimitero in Europa per tutte le classi sociali (Palermo)
1789. Prima assegnazione di “Case Popolari” in Italia (San Leucio a Caserta)
1789. Prima assistenza sanitaria gratuita (San Leucio)
1792. Primo Atlante Marittimo nel mondo (Atlante Due Sicilie)
1801. Primo Museo Mineralogico del mondo
1807. Primo Orto Botanico in Italia a Napoli
1812. Prima Scuola di Ballo in Italia, gestita dal San Carlo
1813. Primo Ospedale Psichiatrico in Italia (Real Morotrofio di Aversa)
1818. Prima nave a vapore nel mediterraneo “Ferdinando I”
1819. Primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte
1832. Primo Ponte sospeso, in ferro, in Europa sul fiume Garigliano
1833. Prima Nave da crociera in Europa “Francesco I”
1835. Primo Istituto Italiano per sordomuti
1836. Prima Compagnia di Navigazione a vapore nel mediterraneo
1839. Prima Ferrovia Italiana, tratto Napoli-Portici
1839. Prima illuminazione a gas in una città città italiana, terza dopo Parigi e Londra
1840. Prima fabbrica metalmeccanica d’ Italia per numero di operai (Pietrarsa)
1841. Primo Centro Sismologico in Italia, sul Vesuvio
1841. Primo sistema a fari lenticolari a luce costante in Italia
1843. Prima Nave da guerra a vapore d’ Italia “Ercole”
1843. Primo Periodico Psichiatrico italiano, pubblicato al Reale Morotrofio di Aversa
1845. Primo Osservatorio meteorologico d’Italia
1845. Prima Locomotiva a vapore costruita in Italia a Pietrarsa
1852. Primo Bacino di Carenaggio in muratura in Italia (Napoli)
1852. Primo Telegrafo Elettrico in Italia
1852. Primo esperimento di illuminazione elettrica in Italia, a Capodimonte
1853. Primo Piroscafo nel Mediterraneo per l’America (il “Sicilia”)
1853. Prima applicazione dei pricìpi della Scuola Positiva Penale per il recupero dei malviventi
1856. Expò di Parigi, terzo paese al mondo per sviluppo industriale
1856. Primo Premio Internazionale per la produzione di Pasta
1856. Primo Premio Internazionale per la lavorazione di coralli
1856. Primo sismografo elettrico al mondo, costruito da Luigi Palmieri
1860. Prima Flotta Mercantile e Militare d’Italia
1860. Prima Nave ad elica in Italia “Monarca”
1860. La più grande industria navale d’Italia per numero di operai (Castellammare di Stabia)
1860. Primo tra gli stati italiani per numero di orfanotrofi, ospizi, collegi, conservatori e strutture di assistenza e formazione
1860. La più bassa mortalità infantile d’Italia
1860. La più alta percetuale di medici per numero di abitanti in Italia
1860. Primo piano regolatore in Italia, per la città di Napoli
1860. Prima città d’Italia per numero di Teatri (Napoli)
1860. Prima città d’Italia per numero di Tipografie (Napoli)
1860. Prima città d’Italia per di Pubblicazioni di Giornali e Riviste (Napoli)
1860. Primo Corpo dei Pompieri d’Italia
1860. Prima città d’Italia per numero di Conservatori Musicali (Napoli)
1860. Primo Stato Italiano per quantità di Lire-oro conservata nei banchi Nazionali (443 milioni, su un totale 668 milioni messi insieme da tutti gli stati italiani, compreso il Regno delle Due Sicilie)
1860. La più alta quotazione di rendita dei Titoli di Stato
1860. Il minore carico Tributario Erariale in Euro.

Garibaldi? Ma quale eroe. Fu solo un invasore sanguinario al soldo dei piemontesi

https://laveritadininconaco.altervista.org/garibaldi-ma-quale-eroe-fu-solo-un-invasore-sanguinario-al-soldo-dei-piemontesi/?fbclid=IwAR1MZrRYUgGxwXi5fVzHwImanrWsS9QbDAT7ZCxB6vqFRirz8MNbVS34rj8

Gennaio 26, 2016 

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E’ ora di dire “basta” a questa paccottiglia su Garibaldi! In un’era in cui si revisiona la Resistenza e la Costituzione (le basi della nostra repubblica), si inizi a picconare quel falso mito del Risorgimento. Che cosa diremmo oggi se un nugolo di avventurieri, foraggiati dal governo turco, partissero alla conquista di Cipro? Come minimo si beccherebbero l’accusa di terroristi.

E’ possibile nel 2016 sorbirsi la stessa retorica delle camice rosse e dei “mille” e non ricordare che il “merito” di questi pseudoeroi mercenari (come Garibaldi) , foraggiati dalla massoneria e dai servizi segreti britannici, fu solo quello di invadere uno stato sovrano, prospero e secolare come il Regno delle Due Sicilie con la complicità della mafia e delle truppe di uno stato invasore come il regno dei Savoia, alla faccia di ogni diritto internazionale? Ma dove è questa impresa? Ma chi li voleva i “liberatori” garibaldini e sabaudi? Ma quale stato dovevano liberare? E da chi? Dai loro legittimi sovrani (i Borboni)?

Tutti questi storici ansiosi di celebrare il falso mito di Garibaldi vadano a tirar fuori i dagherrotipi e i documenti custoditi negli archivi delle Prefetture e delle Questure del Sannio, dell’Irpinia, della Puglia, della Lucania, degli Abruzzi, del Molise, della Terra di Lavoro, della Calabria (insomma di quasi tutto il Sud) e restino scioccati dalle stragi, dagli incendi, dalle devastazioni, dai genocidi compiuti dal 1860 al 1865 nel sud Italia durante quello che al storiografica dell’Italietta ottocentesca definitì “Brigantaggio” e che invece fu solo una grande guerra di popolo e di liberazione repressa nel sangue! Al confronto degli artefici di queste “imprese” Kappler, Reder e Priebke sono dei dilettanti! Tutti noi ricordiamo (e anche giustamente – Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Caiazzo e altri luoghi delle rappresaglie nazifasciste. Ma chi ricorda, chi ha dedicato vie e piazze e monumenti a Castelduni, Pontelandolfo, a Gaeta, a Civitella del Tronto e ai centinaia e centinaia di paesi del Regno delle Due Sicilie messi a ferro e fuoco dall’esercito invasore piemontese che trattò il neoconquistato Regno di Francesco II di Borbone come o peggio di una colonia? Nemmeno il Fascismo si spinse a così tanta barbarie e repressione nei confronti dei libici negli anni ’20 e ’30.

Non vogliamo – giustamente – avere vie e piazze intitolate a Tito, ma accettiamo che lo siano a Bixio, Farini, Cialdini e al mercenario Garibaldi, che furono solo dei criminali di guerra. Sì, anche Garibaldi perché la prima rappresaglia, quella di Bronte, fu compiuta propria dai suo fedelissimi generali. Perché non dire finalmente quella che fu la conquista del Regno delle Due Sicilie, il tradimento messo in atto dalla massoneria e dai corruttori inviati da Cavour che si comprarono ministri del governo borbonico? Perché non ricordare che i tanto celebrati “Mille” vennero a patti con la Mafia siciliana e con la Camorra napoletana per comprarsi i potentati locali? E perché non ricordare che il popolo, quello vero, i meridionali rimasero fedeli, fino alla morte più atroce, al loro Re e alla loro Patria? Le gesta di schiere di cafoni e di cosiddetti “briganti” (Ninco Nanco, il generale Borghes, Carmine Crocco), che nulla hanno da invidiare ai partigiani della Secondo Guerra mondiale? Anzi, diciamola tutta: la vera Resistenza, intesa come lotta di popolo, che l’Italia ha conosciuto non è quella del ’43-45, ma quella vissuta nel Sud Italia dal ’60 al ’65! Non sono chiacchiere: basta leggere i documenti! Invece di allestire mostre sui “cimeli” garibaldini, gli storici e i curatori di musei, facciano vedere al pubblico gli orrori che i bersaglieri, i carabinieri e i garibaldini commisero ai danni dei sudditi di Re Francesco. Immagini di stupri, torture, villaggi incendiati, di montagne deforestate. Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che la nascente industria settrentrionale fu foraggiata con il denaro pubblico delle casse statali borboniche? Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che il denaro pubblico e le riserve auree del secolare Regno di Napoli furono depredate per ripianare il debito pubblico del Piemonte? Perché non riveliamo che subito dopo la “liberazione” dei Mille e dei Piemontesi, nei villaggi dal Tronto allo Ionio i contadini si affrettarono ad abbattere le insegne tricolori degli invasori e ad issare di nuovo la loro vera e legittima bandiera, il giglio borbonico? Perché non ammettiamo che i famosi plebisciti del 1861 furono una farsa in quanto vi parteciparono solo il 2% della popolazione in seggi elettorali che erano tutto un trionfo di stemmi sabaudi, busti del “re” cosiddetto “galantuomo” e di tricolori che ben presto di sarebbero macchiati del sangue dei meridionali? Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che l’eroe dei due Mondi aveva il vizio di andare a “rompere le scatole” – come diremmo oggi – agli stati sovrani, prendendosela anche con lo Stato pontificio (1866) che al tempo non aveva nulla da invidiare all’Iran degli Ayatollah in quanto a … liberalismo, ma era pur sempre uno stato sovrano i cui sudditi non smaniavano certo di passare sotto i Savoia? Perché questa sinistra che si professa libertaria, si impossessa del “mito Garibaldi” o del mito della repubblica partenopea, di realtà che in fondo erano solo l’esplicitazione della repressione delle patrie e dei popoli?

Quando si parla del Sud, del suo sottosviluppo post unitario, della sua arretratezza, bisogna una volta per tutte, anche a scapito del meriodionalismo straccione e piagnucolone di Giustino Fortunato, di De Sanctis, di Tommaseo e di altri intellettuali che oggi potremmo definire tranquillamente come “venduti e traditori”, ebbene bisogna avere il coraggio di ammettere che quel sottosviluppo ha un responsabile ben preciso: la repressione feroce, anche ambientale, che il governo di Torino compì sulla colonia quale era considerato l’ex Regno delle Due Sicilie. Da quella forzata “Unità d’Italia” si avvantaggiò quella classe borghese e arruffona che è stata la rovina del Sud e di tutta l’Italia. Se di eroi si deve parlare, questi non sono i piccolo borghesi avidi di affari al seguito del mercenario Garibaldi, Nel XXI° secolo è ora di celebrare i patrioti e gli eroi che resistettero fedeli al loro re Borbone a Gaeta e a Civitella del Tronto, e ai sudditi meridionali che furono massacrati, deportati nei lager del Piemonte, imprigionati. Quanti sanno che a Fenestrelle, vicino Cuneo, operò un vero e proprio campo di concentramento dove furono confinati e lasciati morire migliaia e migliaia di capi briganti, ex ufficiali borbonici, capi contadini, colpevoli secondo la storiografia italica di “non volere l’Italia”, in realtà colpevoli solo di voler difendere la loro Patria! A Francesco II e il suo Regno, abbandonati da tutti, da Vienna, dagli zar (pur suoi alleati), dalla Royal Navy che pure poteva intervenire per fermare i “Mille”, mancò una cosa: un esercito di popolo fatto di contadini, di artigiani, di commercianti, delle classi umile ma maggioritarie allora.

Se il Regno di Napoli avesse avuto un esercito di popolo (sul modello francese) e non di mercenari, stiamo certi che i “Mille” non avrebbe neanche fatto un passo in più sulla costa di Marsala.

Fonte:orgoglio sud

I curdi? Se li sono venduti tutti, senza ritegno

https://www.remocontro.it/2019/10/21/i-curdi-se-li-sono-venduti-tutti-senza-ritegno/?fbclid=IwAR3VSDPBb5a1mHMCrIHxciIt7_T-zRBRdzVmB_mBezY9s3O6lDhRnKq_cYE

L’Occidente parolaio e la cinica America non guardano in faccia nessuno. I turchi hanno usato bombe al fosforo bianco, armi chimiche vietatissime.

Perché i curdi traditi da tutti

Ormai è chiaro a tutti: l’attacco turco e la tragedia curda hanno avuto semaforo verde, più o meno tacito o più o meno concertato a tavolino, dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalla Russia. Lo abbiamo scritto più volte: i curdi sono la carne da cannone del Medio Oriente. E i sepolcri imbiancati che da Washington, Bruxelles, Parigi, Roma e chi più ne ha più ne metta cianciano di pace, indipendenza e libertà dei popoli mentono sapendo di mentire. Vergogna. La tregua raggiunta con tanto di strombazzamenti è durata solo un pomeriggio. I turchi hanno continuato a battere con la mazza da fabbro ferraio sull’incudine e, a quanto pare, hanno anche usato bombe al fosforo bianco. Vietatissime. Ma ad accorgersene è stata solo l’Organizzazione contro le armi chimiche, perché all’Onu e alla Commissione europea ronfano o fanno finta di essere interessati. Ma a loro riguarda solo la spartizione dei pani e dei pesci in Siria, quando si firmerà la pace definitiva. Ergo, Erdogan sa di avere il coltello dalla parte del manico e continua a prendere Trump a schiaffoni.

La pelle dei curdi per la Turchia nella Nato

Ieri si è saputo che una lettera di velate minacce economiche scritta dal Presidente americano due settimane fa è stata cestinata dal sultano di Ankara. Erdogan tiene il piede in due staffe: alleato della Nato, contemporaneamente flirta con Putin. E’ in condizione di fare un sacco di danni al blocco occidentale, perché può rivelare piani di difesa militari, tecnologie d’arma di ultima generazione e segreti di ogni tipo. Un’aquila con due teste, pronta a vendersi al primo venuto. Gli altri abbozzano, perché dei curdi non gliene frega niente. Li hanno utilizzati come fantaccini da massacrare nella battaglia contro l’Isis, ma ora che la guerra è vinta possono andare a farsi strabenedire. L’area del nord-est della Siria occupata dai turchi è stata concordata fino all’ultimo centimetro quadrato con la Casa Bianca e con gli europei. Quando Conte strepita al telefono con Erdogan, prima si informi di quello che hanno fatto i suoi presunti alleati. Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Germania hanno spudoratamente tirato la coperta dalla loro parte.

Fascia di sicurezza nelle teste di Trump ed Erdogan?

Qualcuno, per cortesia, avverta l’Italia, perché se no facciamo la figura degli scemi del paese. Se il Ministro degli Esteri Di Maio respira, che batta un colpo. O che almeno qualcuno gli spieghi che il Kurdistan non è una benzodiazepina è che il Lexotan non è una repubblica dell’Asia centrale. Spifferi di corridoio che arrivano dai servizi segreti occidentali, dicono che non è finita qua. Erdogan vorrebbe andare oltre la testa di ponte che si è costruito nel nord-est della Siria lungo una fascia di 120 km, profonda 30. Da lì può avere mano libera per assestare rovinose legnate ai curdi in tutte le direzioni. Trump minaccia di rovinare l’economia turca. Ma minaccia e basta, per ora. Sa benissimo che l’ex Sublime Porta è in grado di ballare un valzer diplomatico azzardatissimo, che potrebbe portarla a rasentare un clamoroso voltafaccia, per gettarsi armi e bagagli nelle braccia della Santa Russia di Putin. Parliamoci chiaro, non conviene né ad Ankara e né alla Nato, un affare in perdita.

Dal tradimento coloniale anglo-francese

Per questo, per mettere tutti d’accordo, la soluzione resta quella del massacro dei curdi. Ancora una volta presi in giro dagli uomini e dalla storia. Hanno solo la colpa di essere le scorie incandescenti di un retaggio coloniale anglo-francese che non ha mai guardato in faccia nessuno. Quando oggi Macron e Johnson si permettono di dare lezioni di civiltà, meriterebbero di essere presi a pedate nel fondoschiena. Hanno fatto carne di porco della convivenza tra i popoli e hanno spremuto il limone fino alla buccia. E adesso lo scaraventano nella spazzatura, assistiti dal cinismo americano che in politica estera ha fatto più danni di Attila. Forse si stava meglio quando si stava peggio. Prima delle Primavere arabe. Oggi il Medio Oriente è diventato un pentolone in ebollizione e naturalmente i più deboli, i curdi, pagano per tutti.

AVEVAMO DETTO

Patto Nato Trump-Stoltenberg sulla pelle dei curdi è Alleanza vergogna

L’esercito di Erdogan avanza in Siria con l’aiuto dei jihadisti. L’Onu: sono già 130 mila gli sfollati fuggiti dalle loro case. Il ministro scopre ora che l’Itala vende milioni di armi alla Turchi. Trump a la Nato di Stoltenberg, facce come quella parte che noi usiamo per sederci, chiedono ad Erdogan moderazione