COSA HANNO IN COMUNE ZEFFIRELLI, BERLINGUER, MORSI? —— LESA MAESTA’——— E ER MEJO FICO DEL BIGONCIO (NON) RISPONDE

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MONDOCANE

DOMENICA 23 GIUGNO 2019

 Possiamo facilmente perdonare a un bambino di aver paura del buio. La vera tragedia nella vita è quando gli uomini hanno paura della luce”(Platone)

Er mejo Fico del bigoncio (non) risponde

Una premessa. A proposito della mia “lettera aperta a Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati”, molti si sono chiesti se mai Fico avrebbe replicato. I più si sono dati una risposta negativa. Hanno avuto ragione. Lettere che richiedono risposte argomentate che confermino o ribattano considerazioni, dati e fatti espressi possono essere ignorate, o perché imbarazzanti, o perché non si hanno quegli argomenti, o perché non ci si abbassa al rango del troppo poco meritevole corrispondente. Scegliete voi tra queste possibilità. Comunque una risposta, seppure indiretta, a noi tutti è arrivata dal cosiddetto “rosso” e “sinistro” del MoVimento. Ed è una conferma, se non della buonafede, che non potevo non attribuirgli in assenza di una sua ricevuta di guiderdone da George Soros, di tutti i motivi per cui Fico è gradito al consorzio monopolarista destro-sinistro, che ne intravvede l’uso come piede di porco tra posizioni divergenti nei 5 Stelle.

La risposta indiretta a chi gli spiegava quali fossero i retroscena geopolitici e propagandistici dell’assalto all’Egitto tramite Regeni e quale fosse il retroterra, diciamo, di “intelligence”, del collaboratore italiano dello squadronista della morte John Negroponte, è venuta da quanto Fico ha replicato a Mohamed Saafan, ministro del Lavoro egiziano che aveva osato affermare che quello di Giulio Regeni era “un omicidio ordinario che avrebbe potuto accadere a chiunque in qualunque Stato”. Ha alzato il ciuffo, il presidente della Camera, e ha reagito da par suo: “Queste parole sono un’offesa all’intelligenza e alla dignità dell’intero popolo italiano” (RF ha imparato da Renzusconi a rivendicare il diritto di parlare a nome di 60 milioni di italiani). “Sappiamo benissimo (lui!) che la rete degli apparati di sicurezza egiziani lo ha inghiottito. Giulio Regeni è stato ucciso già una, due, tre, quatto volte”. Roberto Fico, non solo terza carica dello Stato (ohibò!), ma anche inquirente, accusa, giuria e giudice. Difesa? Non se ne parla.

Non basterà, perché quando a Berlino si riuniranno le Commissioni Esteri e Comunitari UE, la delegazione italiana capeggiata da Fico, non mancherà di dare risalto internazionale, sia alla sentenza da lui pronunciata alla faccia di ogni divisione costituzionale dei poteri, da noi e in Egitto, sia alla battaglia perché sradicamento e accoglienza di manovalanze gestite da Ong private diventino immediatamente principio fondante della così avverantesi globalizzazione. Perseverare diabolicum.

Premessa lunghetta, ma la dovevo ai miei ottimi interlocutori.  Passiamo a quanto adombrato nel titolo. E se il meme “lesa maestà” è tra quei termini che fanno calare l’ostracismo di Google e Facebook, di tutto questo non leggerete una cippa.

Come combattere la ‘ndrangheta? Ma in processione, no?

Del Rio a Cutro

Il nuovo millennio è fausto per la ‘ndrangheta a Reggio Emilia. La provincia vanta una delle più alte densità mafiose d’Italia. Che vota compatta. La sua capitale è però ancora in Calabria, a Cutro, dove regna il clan Grande Aracri. Nel 2009 è sindaco a RE Graziano Del Rio. Afferma che la città è gemellata con Cutro per cui è giusto avventurarsi fin laggiù a prenderlo di petto quel clan. Come, partecipando alla cerimonia, messa e corteo, del Santissimo Crocifisso, annualmente celebrata in onore dei Grande Aracri. E perché mai non dovrebbe farlo? L’evento è in onore dei defunti e ai defunti non si nega nulla, tanto meno i massimi onori. Anche se quelli di Cutro, a cui Del Rio ha intitolato la più grande strada di Reggio Emilia, sono più vii che mai.

Ecco, in Italia siamo abituati così. Una celebrità muore e, che abbia fatto miracoli per l’umanità o solo per se stesso e, magari, a danno del resto, non importa: va celebrato, ingigantito, gonfiato, magnificato, pianto più che la mamma. Muori e la tua reputazione è salva, per quante tu ne abbia combinate. Non seguire questo benevolo, generoso, costume ti fa sotterrare dall’indignata accusa di lesa maestà.

Lesa Maestà: Franco Zeffirelli, regista dei santini

Prendiamo Franco Zeffirelli al quale mi uniscono tre cose e nient’altro. Uno: siamo nati a Firenze e battezzati da Arno in Battistero; due: abbiamo vissuto sulle colline di Fiesole; tre: orgogliosamente e dolorosamente abbiamo tifato Fiorentina. Il “nient’altro” è tutto il resto di Zeffirelli, il maestro, il genio, quello che ha messo in scena opere epocali, girato film capolavoro. Santo subito. Visconti, che ne condivideva il barocchismo, ma col gusto selezionato da generazioni di lignaggio abituato al bello, che allo Zeffirelli faceva difetto, lo chiamava “arredatore”. E, per umana carità, non aggiungeva “di posticce chincaglierie”. Ma diciamolo, non è solo alla morte che uno che ha fatto regie di gigantesca fuffa, film di un kitsch inguardabile, deve tanta gloria postuma. Infatti, gli è stata tributata anche in vita. Segno che a volte la santificazione è merito non solo della scomparsa dalla scena, ma anche della degenerazione estetico-etica che contrassegna certi tempi all’americana. Eppoi, non serpeggia sotto tutto questo la speranziella che, se dico tanto bene degli altri, quando sarà il turno mio magari i posteri ricambieranno……

Lesa Maestà: Berlinguer

E’ ricorso l’anniversario della morte di Enrico Berlinguer, il 35esimo. Avete sentito, percorrendo per intero ogni arco, costituzionale, extracostituzionale o arcobaleno che fosse, un pur timido, vago, pudico, accenno di critica a colui che ha fatto dei lavoratori, degli onesti, degli umiliati e sfruttati il più grande Partito Comunista d’Occidente, per poi farli arrivare in mano, via via, agli Occhetto, D’Alema, Veltroni, Bersani, Renzi, Zingaretti, ? No, non l’avete sentito, si sarebbe subito elevato l’urlo di lesa maestà. E pour cause. Come non potrebbero celebrare, esaltare, quel politico dietro alla cui altissima morale oggi possono nascondere, anzi giustificare, i propri arretramenti-tradimenti-sparimenti? Essendo lui la causa e loro gli effetti?

Perché è per la causa della liberazione dei popoli e dell’emancipazione del proletariato che Berlinguer, preso in mano il testimone di Togliatti (mentre quello di Gramsci si perdeva nella polvere) ha proseguito quella” lunga marcia attraverso le istituzioni” che ci avrebbe portato, inesorabilmente, non al lugubre e sanguinario esito della rivoluzione, bensì a quello sorridente, benevolo, inclusivo della socialdemocrazia. Quella contraffatta, però. L’arma sinistra del capitale. Con l’altosonante compromesso storico si sono stroncati decenni di lotta partigiana e civile per un assetto sociale rovesciato rispetto a tutti i capitalismi, fascisti e non. Ci si é messi d’accordo tra cervi reali ridotti a pecore e rettili cobra rimasti tali. 


Lama cacciato e chi lo ha cacciato

E quando a questi ultimi sembrava venisse a mancare il fiato, glie lo abbiamo insufflato a forza di “austerità” e di “sacrifici” Erano gli anni ’70 e c’era chi, ancora una volta, come nel ’48 dell’800, nei ’20, nei ’40 del secolo successivo, per tutto il paese faceva riecheggiare il grido di ogni giustizia: “vogliamo tutto”. I padroni, alla vigilia di una nuova salto d’epoca, dall’industriale alla tecnologica, si trovavano in affanno di accumulazione. L’austerità  di quanti stavano sotto era quella che li avrebbe facilitati. Erano anche gli anni della delazione, della repressione a fianco dello Stato delle stragi e, coerentemente, con Pinochet, quelli del Berlinguer che ci trascina tutti verso l’ombrello sotto il quale si sentiva, lui, “più sicurola Nato”. Hai voglia poi ad andare ai cancelli della Fiat, a batterti per lo Statuto dei lavoratori. Atti di contrizione. Non ti avevano giocato, te l’eri giocata. Anzi, ci avevi giocati.

Anche se una mano, una sola, l’avevamo vinta a coronamento del migliore ‘68 e ancora mi ci ringalluzzisco: la meravigliosa cacciata del tuo emulo sindacale dall’Università. E c’è chi si meraviglia se oggi stiamo al Prodi, ai D’Alema, agli Orfini, ai Calenda, agli Zingaretti, alle Serracchiani, ai Marcuzzi, ai Lotti. E, dopo Lama i Cofferati, trovati sulle liste UE di Soros, le Camusso, i Landini,  in piazza assieme alla Confindustria e a quelle degli uteri in affitto. E poi c’è chi parla di dinastie a proposito della Corea del Nord. Era già stato tutto scritto. Da Palmiro, poi da Enrico. Con Gramsci in carcere.
  

Lesa Maestà. Una che farà particolarmente piacere a Fico.

Si chiamava Mohamed Morsi, ex.presidente d’Egitto tra il 2012 e il 2013, morto d’infarto durante un’udienza in tribunale, ma per Fico e tutti i media e politici che stanno compatti, unipolarmente, sotto l’ombrello caro a Berlinguer, “assassinato dal regime Al Sisi”. Come Giulio Regeni. Destino che in quel mattatoio incomberebbe anche sui 60mila detenuti nelle orrende carceri egiziane. Detenuti “politici”, è ovvio. Magari catturati nel Sinai, dove, come braccio armato Isis della Fratellanza Musulmana, con armi fornite da Qatar e Turchia, sotto il benevolo sguardo dei nostalgici Usa di Morsi, sgozzano infedeli, bruciano villaggi, scannano poliziotti, bazookano caserme. Oppure presi con le mani ancora impastate di tritolo dopo aver fatto saltare una dozzina di chiese copte. O, ancora, messi in prigione per aver assassinato alcune delle più alte cariche della magistratura. Insomma valorosi combattenti di una guerra civile alla libica o alla siriana, e dunque “prigionieri politici”. Lasciamo perdere, sono le cose di Amnesty International e Human Rights Watch.

Ma chi era Morsi? L’unico presidente eletto democraticamente in Egitto? Mica vero. Vedi Wikipedia. Eletto dal 17%degli aventi diritto, con per unico antagonista un detrito del vecchio regime di Mubaraq, dato che tutti gli altri avevano disertato le urne. E, appena un anno dopo, spazzato via da una rivolta di massa come non si era mai vista in quel paese e alla quale i suoi hanno reagito sparando sulla folla e ammazzando centinaia di persone. Altre centinaia di oppositori li aveva fatti uccidere nelle proteste di novembre-dicembre 2012.Dopodichè il popolo ha preferito votare in massa per i militari anziché per lui. Che aveva modificato la costituzione per darsi pieni poteri sulla magistratura, per imporre la sharìa, la legge islamica che subordina e controlla ogni particella della vita umana; che aveva vietato gli scioperi, che aveva perseguitato i copti, che aveva convinto Hamas a Gaza di mettersi d’accordo con Israele. Un dittatore se ce ne’è uno. Ma caro al “manifesto”.

Morsi e Hillary Clinton

Morsi non poteva non essere salutato con entusiasmo da Obama e Clinton, visto che aveva la nazionalità statunitense, avendo lavorato negli Usa per la Nasa e godendo addirittura di un nullaosta di intelligence del Pentagono, cioè era una spia abilitata. Diventa presidente dopo che la commissione elettorale era stata minacciata di morte da suoi sostenitori armati se non lo avesse proclamato vincitore a dispetto di fantastici brogli e interventi manipolatori. Da presidente ha esaltato le imprese dei confratelli a Luxor, dove il 17 novembre 1997 furono massacrati, accoltellati, mutilati, 64 visitatori stranieri di un sito archeologico. Fece governatore di Luxor uno dei responsabili di quella strage. Ha ridotto in brandelli l’economia egiziana, ha provato a vendere al Qatar il Canale di Suez (che poi al Sisi in un anno ha raddoppiato).

Chi gli ha dedicato il necrologio più agiografico è una  vecchia conoscenza britannica dei miei giri in Medioriente, fin dal 1967, Guerra dei Sei Giorni. L’ultima volta l’ho incontrato a Baghdad, mentre si divertiva a irridere al nostro gruppo di “scudi umani” contro l’allora imminente attacco Usa. Passa per essere filopalestinese e competente sulle questioni arabe. Scrive per l’Independent ed è sicuramente in eccellenti rapporti con l’MI6, servizio segreto del Regno Unito per l’estero. Di cui, novello Lawrence d’Arabia, prova a rappresentare l’ala che cinguetta con i Fratelli musulmani e spara a palle incatenate contro i “dittatori arabi”. Quelli disobbedienti. Di Morsi ha celebrato, con la lacrima sul ciglio, l’eloquenza straordinaria, l’altissimo senso dell’onore. E, guardate, Fisk è molto anziano, ma per niente rincoglionito. Da noi ci sono tanti piccoli Robert Fisk in sedicesimo, per i quali la questione se stanno bene o male di testa non si pone nemmeno. Non c’è mezzo d’informazione italiano che non ne abbia esibito uno. Girano come tante figurine nella giostra del tirassegno. Basta vederci bene e le tiri giù.

Il vero problema nostro è che quando c’è da far strada allo straniero, tedesco, americano, Total, Exxon, BP, Shell, che sia, da noi non ce n’è per nessuno.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:44

75° DELLO SBARCO IN NORMANDIA ——— L’UN POPOLO E L’ALTRO SUL COLLO VI STA

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MONDOCANE

SABATO 8 GIUGNO 2019

https://www.youtube.com/watch?v=vZmWlQfFuMk  dedicato agli innominabili

Lo sbarco

Vittorie, liberazioni, processi

Nei giorni scorsi, in Normandia, rianimando un po’ di vecchietti scampati al pianificato massacro e ciononostante belli giulivi, con in testa il basco e sul petto la spilletta di reduce, hanno iniziato alla grande a scassarci quanto è particolarmente caro a noi e prezioso alla continuità della specie minacciata. E diabolicamente persevereranno quando, dallo sbarco, l’anno prossimo, passeranno al settantacinquesimo della “vittoria”. Da noi, in mancanza di quella,  si blatererà di “Liberazione”, che è come dire bravo a chi ha raso al suolo Montecassino. Indi, un altro anno, ottobre 1946, fanfare, piatti e timpani per la celebrazione del primo processo chiamato “Giustizia”, inflitto dal vincitore al vinto, dal bene assoluto al, per antonomasia, “male assoluto”.

Da lì in poi, come sappiamo, non passa anno che non vi sia occasione per celebrare la ricorrenza di un qualche glorioso effetto della “vittoria”. Tipo l’UE, con concomitante fine di un’obsoleta forma di democrazia costituzionale antifascista e della pericolosamente nazionalista autodeterminazione dei popoli; tipo Nato, che ci permette di diffondere i suddetti principi a un universo mondo preda di fobie anti-occidentali; tipo mercato, addetto a una più felice distribuzione della ricchezza, come già sperimentata in forme meno radicali nella migliori tradizioni della civiltà umana: feudali, imperiali, coloniali. E non ci sarà celebrazione  nella quale non si onorerà anche il magistero della Chiesa, sempre e comunque patrocinatrice di ogni forma di processo che irrobustisca i forti e nobili.

Il processo di Norimberga era quella fantasiosa innovazione post-giuridica (come c’è il post-fascismo, c’è pure il post-diritto), che in inglese viene chiamata “Kangaroo Court”, tribunale del canguro, probabilmente perché nel marsupio il soggetto porta già bell’e pronte le sentenze dell’addomesticatore. Ha poi figliato efficaci succedanei sotto forma di Tribunale Penale Internazionale per la Jugoslavia, o per il Ruanda, o Corte Penale Internazionale (riservato ai soli umani di colore scuro), o, ancora, i Grandi Giurì segreti statunitensi, tipo quello che tiene in carcere quella capocciona di Chelsea Manning, finchè non testimonia contro il “traditore e spione Assange”. Incombenza che le verrà risparmiata quando il trattamento riservatogli prima dagli ecuadoriani e poi dai servizi britannici avrà ottenuto lo scopo: la scomposizione fisica di Assange.  Ma anche alcune magistrature italiane vi si sono ispirate, come è venuto a galla in questi giorni.

Giudici e giudicati

Accantonando per l’occasione il nostro disprezzo e dispetto per fascismi  e nazismi (quanto le loro eredità di dittature non più in orbace e campi di concentramento, ma psicotropiche, con tanto di campi di internamento mentali), dobbiamo attribuire a chi si è ispirato a dadaisti come Duchamp, o surrealisti come Breton, la scelta dei padrini di certi processi. Come quelli in cui le accuse a generali e bonzi del nazismo venivano da giureconsulti  del livello di Churchill, che a milioni di cittadini inermi in Iraq, India, Dresda, aveva insegnato il diritto a forza di bombe e gas tossici. O come dai successori di un Napoleone che aveva, sì, portato il Codice e l’emancipazione laica al resto d’Europa, ma a costo di ridurre al lumicino la popolazione maschile francese dai 15 ai 70 anni; o di quelli del Mayflower che, per portare il diritto all’America e al resto del mondo, dall’eliminazione dei nativi sono passati alla media di una guerra all’anno al resto del mondo.

Sia come sia, non si può negare che Trump, Macron e la May in via di dissoluzione, in Normandia abbiano tratto dallo sbarco vittorioso la certezza, primo, che l’Unione Sovietica – e oggi la Russia – non c’entra nulla in tutto questo, sebbene si vanti di aver sacrificato 27 milioni di suoi cittadini e sconfitto la Germania quando il D-Day era ancora di là da essere concepito. Del resto i morti mica si contano, si pesano. Un conto sono quelli dei paesi civili. Un conto gli altri. E cosa sono le 148,3 le vittime russe su 1000 abitanti, 95,1 le tedesche, rispetto alle 3,1 Usa, le 7,6 britanniche e le 13,4 francesi? Dice, già, ma sono i tedeschi ad aver incominciato. Intanto non è proprio del tutto vero, ma c’è anche chi ha contribuito a dargli la forza per farlo. Come per esempio, Wall Street e sue banche e imprese come Ford, General Motors, Du Pont, ITT e altre, tutte statunitensi. Hanno tutti collaborato a fare di World War II il più bel fuoco d’artificio della storia umana.

Una storiografia come i vangeli, una cronaca come le tavole di Mosè

Vabbè, ognuno si guardi in casa sua e, come ci informa la Storia, di cui si sa chi la scrive e su quale pelle viene scritta, quella tedesca, o italo-tedesca, era indubbiamente la casa che andava rasa al suolo, per essere poi ricostruita “più bella e più superba che pria”. E visto che c’erano, anche quella di tutta Europa. Ed ecco  che ci siamo goduti settant’anni di pace, osservando dall’alto le macerie fumanti della Jugoslavia (che c’entra, era fuori dall’UE e pure socialista) e lasciando che furori bellici si scatenassero, ma lontano da noi, seppure spesso con il nostro fattivo contributo in armi e salme, sempre per diffondere la pace e quel diritto che era germogliato da Norimberga. Corea, Vietnam, Palestina (per interposti terzi), America Latina, Caraibi, Cambogia, Laos, Somalia, Iraq, Libia, Siria, prossimamente Iran, Venezuela, Russia, Cina. E dove l’ordine democratico poteva essere ristabilito evitando terrorismi, invasioni e bombe, ecco che si procedeva sul velluto, con rose, gelsomini e altre inflorescenze colorate: Georgia, Ucraina, Kirghizistan, Libano, Honduras, Egitto, DDR, Tien An Men, Budapest. E ora Algeria, Sudan, paesi, questi,  sotto regime change, sui quali le solite disossate pseudoradicalsinistre cadono nelle più scontate e grossolane trappole allestite dai colonialisti….

Fedeli alla linea

Gli inconsapevoli vegliardi in basco, tremolanti sull’attenti a Caen, ma più sinceri di qualsiasi loro commilitone con più di un grado sul braccio o una stella sulle mostrine, e i del tutto consapevoli Trump e soci, hanno di che vantarsi della missione condotta dai loro predecessori  e oggi da loro portata avanti. Dalle spiagge imbiancate dagli ossi di seppia e di uomo della Normandia, possono guardare a un continente liberato ed evolutosi a immagine loro e di dio. Saggi piovuti dal cielo dei management supergalattici, ci dicono da Bruxelles cosa fare, dire, pensare, amare, detestare. Noi li confortiamo ogni cinque anni con un voto che i loro missi dominici locali ci consentono di dare e ci consigliano di indirizzare, anche a forza di odorose fritture di pesce. E in tal modo che da noi ha potuto fiorire una classe dirigente omologa, perfettamente rispondente agli auspici scaturiti dagli sbarchi, con tutti i suoi presidenti (tranne uno), tutta la sua magistratura (tranne forse una dozzina di PM), tutti i suoi media (tranne mezzo) in linea.

L’uomo e la società nuovi

Ma non solo politica e istituzioni. Magnifiche e progressive se ne sono sparse per l’Europa società e cultura. Un rinnovamento e rilancio di civiltà. Lucky Luciano, in diretta dalla New York dei Gambino, dalla Chicago degli Al Capone, giunto sulla scia di un altro sbarco glorioso, in Sicilia, ha proposto e fatto realizzare una nuova forma di coesione sociale, di solidarietà e fratellanza umana. Tutta proiettata sulle opere di emancipazione e progresso. Ne è uscita, in fattiva sinergia, la classe dirigente più illuminata e perspicace d’Europa. Una società dell’armonia tra le sue componenti destrosinistre e di perfetta aderenza al paradigma formulato al momento di quegli storici sbarchi. Non stupiamoci, dunque, semmai sbigottiamoci, se ci capitano dinastie, se non arcaicamente di sangue, modernamente di destinazione d’uso,  come quelle degli Andreotti, Renzi,  Napolitano, Salvini. A proposito di quest’ultimo, può succedere perfino a un Saviano di dire una cosa giusta, ricordate…..

Culture e popoli sul collo

Forme e contenuti innovano su schemi logorati dal tempo: niente cappuccetto rosso, ma Barbie, basta col lupo cattivo, Mazinga. E la favolistica che costituiva la narrativa di formazione delle nostre infanzie assume quel carattere concreto, realistico e pedagogico  a Hollywood, fucina di cultura, dove la plebe lavoratrice vivacchia residuale nelle sole pellicole di un vecchio fissato inglese. Nuovi portatori di giustizia e libertà sono gli LGBTQI e nei videogiochi si vince sfoltendo l’umanità a colpi di spada o pallottola e allargando gli spazi ai buoni. E se prima per farti una giocatina alla roulette, e spararti in frak sulla gradinata del casinò dopo la rovina totale, oggi scommesse e giochi ce li hai a ogni angolo e di azzardo ti puoi strafare perfino a casa, online. E poi, non è forse meglio del vaiolo la ludopatia?

Quanti turbamenti e cambiamenti da assimilare nel corso dei secoli quando sopra ci passavano, perlopiù predando e bruciando, goti, longobardi, turchi, unni, borboni, francesi, austroungarici, germani (unici a comportarsi bene, greci e arabi, toh!). Poi, assunto il peso dell’unità nazionale, abbiamo, da soli, sbagliato un po’ tutto, sia come colonialisti, sia nella scelta tra perdenti e vincitori. Ma poi, un bel giorno del 1945, ci siamo detti liberati. Procedendo con coerenza, c’è chi pensa a liberarci anche dall’unità.

Alessandro Manzoni, lamentando che un popolo, i longobardi, e l’altro, i franchi, ci stavano sul collo, denunciava quella che allora, pure, era detta liberazione: non liberati dagli uni e, in compenso, dominati dagli altri. A lui pareva brutto, ma eravamo nell’800. Oggi tra Usa, UE, Nato e Vaticano, di liberatori sul collo ne abbiamo tanti. E stiamo benissimo. Viva il 75°!

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:56

‘LIBERATION’ OU PASSAGE D’UNE ARMEE D’OCCUPATION A L’AUTRE (LE MYTHE DU ‘6 JUIN 1944’ II)

LM DAILY / 2018 06 07/

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

REVUE DE PRESSE COMMENTEE

LM.GEOPOL - Géohistoire le mythe du 6 juin 44 II rp (2019 06 07) FR

« Des scènes de sauvagerie et de bestialité désolent nos campagnes. On pille, on viole, on assassine, toute sécurité a disparu aussi bien à domicile que par nos chemins. C’est une véritable terreur qui sème l’épouvante. L’exaspération des populations est à son comble »

– La Presse Cherbourgeoise (quotidien normand, 17 octobre 1944).

« On ne peut pas dire que les relations [avec les Allemands] étaient cordiales mais elles furent correctes »

– La Presse Cherbourgeoise (mai 1945).

 « On montrait des Français exultant devant l’arrivée «des Américains». En fait les troupes alliées furent souvent accueillies dans un silence glacial par une population décimée par les bombes et dont les villes et les villages avaient été rasés sans pitié par les avions libérateurs. Encore aujourd’hui, la Normandie, à Caen, à Saint-Lô, à Valognes ou Carentan, porte les stigmates de ces frappes impitoyables sur les civils, sans que l’efficacité militaire de ces destructions soit entièrement prouvée, source de débats infinis entre historiens. Tout comme elle garde parfois un souvenir mélangé du comportement des soldats alliés, trop souvent enclins au viol et à la destruction préventive des fermes et des maisons »

– ‘La Lettre’ de Laurent Joffrin (5 juin).

Nous évoquions hier le déluge de propagande occidentale pour le 75e anniversaire du ‘

 Juin 1944’. Entre autres impostures historiques, le mythe repose sur la « Libération » et l’accueil délirant des populations européennes aux « libérateurs » anglo-saxons. Les cérémonies de ce 6 Juin en France, objet d’une récupération indécente par un Macron plus américanolâtre que jamais, reposaient sur cette imposture historique, qui aura mis des décennies à être dévoilée et dénoncée par certains historiens.

Auteur du livre « La Normandie américaine », fruit de nombreux témoignages et d’archives dépouillés aux États-Unis, l’historien Stéphane Lamache, note qu’« Après ce cataclysme, les Normands n’aspirent qu’à être débarrassés de la guerre. Les Américains visent la victoire finale sans plus se préoccuper des états d’âme des habitants ». « La Libération a été payée au prix du sang et des destructions massives dans la Manche, 4 000 morts civils, le double de blessés, 10 000 maisons rasées, 50 000 autres endommagées, 130 000 sinistrés qui n’ont plus rien (…) Les graines du divorce sont semées », commente ‘Le Point’ (Paris).

LES ALLEMANDS N’AIMAIENT PAS LES JUIFS, L’US ARMY SEGREGATIONNISTE N’AIME PAS SES SOLDATS NOIRS …

Auteur de « Les Manchois dans la tourmente 1939-1945 », l’historien Michel Boivin (cité par ‘Le Point’) a recensé 206 viols d’origine américaine. Selon la Military Police, « 80 à 85 % des crimes graves (viol, meurtre) ont été commis par des troupes de couleur » (sic). « L’armée américaine des années 1940 est, à l’image du pays, ségrégationniste. À Cherbourg, on compte deux foyers de la Croix-Rouge : un pour les soldats blancs, un pour les noirs. Dans sa recherche de criminels, la police militaire s’est-elle montrée plus compréhensive pour les premiers que pour les seconds ? Les soldats de couleur cantonnés à la logistique ont stationné de longs mois dans le Cotentin, territoire étroit, alors que les combattants n’y ont que transité. La gendarmerie locale avait recommandé l’ouverture de maisons closes, les autorités américaines s’y sont opposées », commente ‘Le Point’.

Je partage évidemment la conclusion du ‘Point’ : « Les alliés de 1944 s’apprêtent à fêter le 75e anniversaire du Débarquement et ses scènes d’allégresse. Ne serait-il pas temps d’évoquer des épisodes plus sombres ? »

LM

# REVUE DE PRESSE :

« À L’AUTOMNE 1944, FRANÇAIS ET TROUPES AMERICAINES AU BORD DE L’AFFRONTEMENT » (LE POINT, 6 JUIN 2019)

Après la presse normande et le journaliste de ‘Libé’ Laurent Joffrin, ‘Le Point’ (Paris) consacrait hier une analyse fouillée à cette imposture historique : « Trois mois après le jour J, les Normands n’en peuvent plus des exactions des soldats qui les ont libérés. Retour sur un épisode méconnu » …

Extraits :

« Des scènes de sauvagerie et de bestialité désolent nos campagnes. On pille, on viole, on assassine, toute sécurité a disparu aussi bien à domicile que par nos chemins. C’est une véritable terreur qui sème l’épouvante. L’exaspération des populations est à son comble. » Le 17 octobre 1944, quatre mois et demi après le Débarquement en Normandie, La Presse cherbourgeoise, quotidien local de Cherbourg, publie cette mise en garde sous le titre « Très sérieux avertissement ». À l’automne 44, ceux qui pillent, violent et assassinent sont les Américains : le journal accuse les libérateurs de se comporter en soudards dans un pays conquis. Comment un tel paradoxe deux mois après la fin des combats en Normandie ?

Une fois libérés, la presqu’île du Cotentin et son port sont devenus une gigantesque base logistique. Sur les quais, un millier d’officiers et marins américains assurent, avec les dockers français, le débarquement quotidien de 10 000 tonnes de véhicules, munitions, nourriture. Le 29 septembre 1944, 1 318 camions GMC en partance de Cherbourg acheminent vers les troupes alliées du front 8 000 tonnes de matériel. Sur les premiers kilomètres de la « Red Ball Highway Express », la route du front, défilent hôpitaux, dépôts, aérodromes, camps de repos, chaînes de réparation pour tanks et camions. Les entrepôts du Cotentin mobilisent des militaires en nombre : les 430 000 habitants du département de la Manche cohabitent avec 120 000 soldats américains, dont 50 000 Afro-Américains. D’emblée, la cohabitation, qui s’est prolongée jusqu’en 1946, ne s’annonce pas facile : « L’enthousiasme des Normands pour les forces anglo-américaines risque de s’inverser proportionnellement à la durée de notre séjour en Normandie », prévient dès l’été 1944 la 1re armée américaine (…) »

« Les premières blessures relèvent de l’amour-propre. Les GI, qui organisent des bals sous tente avec plancher, mettent en place des tournées en GMC pour amener les jeunes femmes sous leurs guinguettes. Mais pas ou peu de place pour les jeunes Normands. Le stade de Cherbourg devient un enjeu. Au terme de quatre mois de négociations, les mardi et jeudi sont réservés aux footballeurs cherbourgeois. Un mardi de mai 1945, une violente bagarre éclate entre joueurs de base-ball américains, campant sur place, et footballeurs qui réclament les lieux. La Presse cherbourgeoise compare les libérateurs avec les occupants précédents : « On ne peut pas dire que les relations [avec les Allemands] étaient cordiales mais elles furent correctes. » À la rentrée scolaire 1945, l’état-major allié (le Shaef pour Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force) annonce vouloir maintenir dans plusieurs écoles des détachements de la Military Police, qui y sont installés depuis la Libération : « Maintenant que nous sommes en paix, nous ne pouvons pas tolérer que les militaires aient le pas sur la population civile », tonne le maire de Cherbourg, René Schmitt. »

Suivent les querelles financières et matérielles. Fin août 1944, les Américains emploient 7 000 travailleurs civils pour 75 francs par jour et une ration militaire. « Avec 100 francs, les Allemands payaient mieux » constatent les ouvriers. L’Organisation Todt, chargée de construire le mur de l’Atlantique, n’avait pas lésiné sur les moyens. Rapidement, les Français seront remplacés par des prisonniers de guerre allemands (…) »

« Ces multiples agaceries réciproques auraient pu rester sans conséquence sans les bruyantes rafales tirées en l’air par des soldats ivres, mais surtout les morts accidentelles. Bien que les routes militaires soient interdites aux civils, on ne compte plus les victimes des camions américains : un enfant de 8 ans tué le 27 août 1944, une mère de famille le 11 septembre, un cycliste le 30 septembre, pour ne citer qu’eux. Autant d’accidents soigneusement rapportés par La Presse cherbourgeoise plus discrète à propos des violences et agressions par les troupes américaines. Du moins jusqu’à son « très sérieux avertissement » du 17 octobre 1944 sur les pillages, viols et assassinats. Le général français, Alphonse Juin, transmet l’article au général Eisenhower avec ce commentaire : « C’est le sentiment de tous les habitants de la Manche et de la Normandie au contact des Américains. » Mais il n’y aura pas de grand déballage. Les autorités américaines se disent « émues des crimes dont se rendent coupables les militaires de couleur (sic) » et répliquent dans le même journal en déclarant la « guerre à l’alcool pour enrayer la criminalité (…) En réponse aux exactions touchant les femmes, la justice militaire américaine frappe fort : le 23 novembre, trois GI sont condamnés à mort pour le viol de deux victimes en juillet 1944, près de Cherbourg. En août sont recensés dix-huit viols. Selon la gendarmerie, on en dénombre trente-cinq en septembre et sept en octobre. Dans les campagnes, plus aucune femme ne veut aller traire les vaches seule le soir dans les champs (…) »

(Sources : Le Point – La Lettre de LK. Joffrin – EODE Think Tank)

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POUR EN FINIR DEFINITIVEMENT AVEC LE MYTHE YANKEE DU ‘6 JUIN 1944’ : NON, LE SOLDAT RYAN N’EST PAS VENU ‘LIBERER L’EUROPE’ !

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

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2019 06 06/
PIH-LM-le-mythe-yankee-du-6-juin-2014-06-06-FR

« Pour De Gaulle, c’est en apprenant, à Londres, les premiers succès soviétiques dans la résistance de leurs armées contre l’envahisseur allemand qu’il se persuade que la victoire des alliés sera acquise plus vite que prévu. Sans les batailles de Russie, pas de débarquement en Afrique du Nord, en Italie, en Provence, en Normandie. Dit autrement : sans le national-bolchévisme, point de combat efficace contre le national-socialisme ».

– Jean Daniel (« Voyage au bout de la Nation »).

« Chaque être humain qui aime la liberté doit plus de remerciements à l’Armée Rouge qu’il ne puisse payer durant toute une vie ! »

– Ernest Hemingway.

Le soldat Ryan, emblématique figure de la propagande américaine made in Hollywood, n’est pas venu « libérer l’Europe » le 6 juin 1944. Il est venu appliquer le point central de la Géopolitique anglo-saxonne (Londres et Washington) : empêcher l’unité du Continent eurasiatique (le « Heartland ») sous une puissance unique, jadis la France, le Reich allemand ensuite, Moscou depuis 1943 (1). Hier un commentateur de la BBC vendait la mèche, le « 6 juin 1944 a été le premier débarquement d’une armée en Europe depuis Napoléon » !

Il y a quatres vérités historiques à rappeler sur « le débarquement » :

Le « 6 juin 1944 » se situe historiquement dans la politique séculaire d’hégémonie mondiale des USA ;

Le « 6 juin 1944 », l’occupant yankee a pris la place géopolitique de l’occupant nazi ;

 Le « 6 juin 1944 » est le point de départ de l’imposture historique sur laquelle repose la domination américaine en Europe ;

 Le « 6 juin 1944 » n’est pas une « libération », c’est le début de la colonisation de l’Europe par l’impérialisme américain.

LE TEMPS DES IMPOSTEURS

A l’occasion de ce 75e Anniversaire du « débarquement », la machine de propagande américano-occidentale s’est à nouveau mise en branle et l’on veut à nouveau aujourd’hui nous faire croire que les américains ont débarqué en Normandie le 6 juin 1944 pour « libérer l’Europe ». Les erreurs naïves de la diplomatie russe, encore emprise de la Schizophrénie des Années Eltsine et des illusions létales sur « les partenaires occidentaux » (sic), contribuent, hélas, à ce bourrage de crânes.

Les impostures des Macron l’américanolâtre, et cie, qui usurpent les combat de la Résistance française, achèvent de boucler le piège de la fausse mémoire. Eux, ces politiciens atlantistes qui sont aux USA ce qu’étaient les Quisling et les Pétain au Reich, parlent de la « paix en Europe ». Et oublient qu’ils ont bombardé Belgrade en 1999, première capitale européenne bombardée depuis 1945 !

Tout est faux ! Historiquement faux !

« INVASION 44 »

Et d’ailleurs pour les historiens américains et anglo-saxons l’opération s’appelle toujours depuis 1944 « L’invasion ». Et sept décennies après le 6 juin 1944, les troupes américaines occupent toujours l’Europe et étendent leur domination avec l’extension de l’OTAN aux pays d’Europe centrale, jusqu’aux frontières russes.

La sous-civilisation yankee nous envahit – Lire : Guerre culturelle (2) et américanisation du monde (3) – avec ses sodas, ses hamburgers, ses films, ses séries débiles et sa fausse morale.

Il faut le rappeler : ce n’est pas l’armée américaine qui a libéré l’Europe mais l’Armée rouge. Et sans le sacrifice de 27 millions de Soviétiques conduit avec détermination par le Maréchal Staline, les nazis auraient gagné la guerre. Ce sont les glorieux combattants de l’Armée rouge qui ont pris Berlin et libéré l’Europe de la domination nazie, ouvrant les portes de la liberté aux déportés de dizaines de camps d’extermination nazis.

1943 : QUAND ON THEORISAIT A WASHINGTON LA LUTTE POUR LA DOMINATION MONDIALE !

Le plus brutal théoricien de l’impérialisme américain est James Burnham. Moins connu en dehors des spécialistes des sciences politiques (c’est le père des néomachiavéliens américains et l’ancêtre des néocons de Bush II), c’est un ancien trotskyste reconverti dans le néo-conservatisme. Il fonde notamment la “National Review”

En 1943, il publie un livre fondamental mais passé inaperçu en Europe dont le titre anglais est”The Struggle for the World”. Le titre de l’édition française (1947, chez Calman-Lévy) est lui plus explicite encore : c’est “Pour la domination mondiale”. Burnham y donne les conditions de la puissance destinée à assurer la domination planétaire des Etats-Unis (4). En 1943, les anglo-saxons sont encore être supposés les alliés de l’URSS contre le reich …

D’UNE ARMEE D’OCCUPATION A L’AUTRE

Ces derniers jours, Macron et cie évoquent ad nauseum « les libérateurs ». Imposture là aussi. Paradoxalement, c’est un membre éminent du « parti américain » (la formule est du général de Gaulle !), Laurent Joffrin de ‘Libé’, Young leader 1996 de la ‘French-American Foundation’, qui rappelle dans sa ‘Lettre’ une toute autre réalité historique : « On montrait des Français exultant devant l’arrivée «des Américains». En fait les troupes alliées furent souvent accueillies dans un silence glacial par une population décimée par les bombes et dont les villes et les villages avaient été rasés sans pitié par les avions libérateurs. Encore aujourd’hui, la Normandie, à Caen, à Saint-Lô, à Valognes ou Carentan, porte les stigmates de ces frappes impitoyables sur les civils, sans que l’efficacité militaire de ces destructions soit entièrement prouvée, source de débats infinis entre historiens. Tout comme elle garde parfois un souvenir mélangé du comportement des soldats alliés, trop souvent enclins au viol et à la destruction préventive des fermes et des maisons » ….

D’UN OCCUPANT A L’AUTRE …

Aujourd’hui, l’Europe n’est plus la vassale du IIIeme Reich mais celle des Etats-Unis d’Amérique. Aujourd’hui, ce n’est plus la Wehrmacht, les SS et la Gestapo qui nous occupent, mais l’OTAN, l’US Army, la CIA (qui pratique légalement la torture, a ouvert des prisons secrètes en Europe et enlève extra-judiciairement des citoyens européens) et la NSA, qui espionnent toutes les communications en Europe avec le « Réseau Echelon » – Lire : Occupation yankee (5) -.

Aujourd’hui, l’Europe est toujours sous la domination militaire, politique, économique et diplomatique d’une puissance étrangère. Et c’est toute la classe politique européenne, les nouveaux kollabos, qui travaille avec les américains.

Le soldat Ryan n’est pas venu libérer l’Europe. Il est venu y défendre et y imposer les intérêts géopolitiques et politiques de Washington et économiques de Wall-Street. C’est-à-dire une entreprise coloniale, où les USA n’étaient rien de plus que les rivaux impérialistes du IIIeme Reich.

Hier, l’Europe, grâce aux sacrifices héroïques des Soviétiques, s’est libérée des nazis. Aujourd’hui, elle doit se libérer des Etats-Unis, de l’injustice capitaliste et de la domination du Nouvel Ordre Mondial. Et ce combat pour la liberté, elle doit se mener avec tous les peuples du monde qui refuse le néo-colonialisme yankee, en Russie ou en Afrique notamment .

Aujourd’hui les politiciens occidentaux entendent commémorer le 6 juin.

 Ce sont les mêmes qui veulent faire la Guerre à Moscou, qui a vaincu le Reich en 1941-45, et y appliquer le projet géopolitique de démember l’Etat russe (voir Brzezinski, Albright, Friedman). Ce sont les mêmes qui supportent le révisionnisme historique anti-russe dans les Pays baltes, en Roumanie, en Pologne, en Ukraine.  En 2014, ils ont même mis au pouvoir en Ukraine pour la première fois depuis 1945 des néofascistes et des néonazis, ceux de Svoboda et de Praviy Sektor, le noyau dur de la junte de Kiev.

POUTINE PAS INVITE EN CE 6 JUIN 2019 !

Mais si la mémoire occidentale oublie les russes, la nouvelle Guerre froide 2.0 s’est rappelée à eux ! « C’est une absence qui fait parler ces derniers jours », avoue l’AFP. Vladimir Poutine et la Russie ne sont pas présents en Normandie pour le 75e anniversaire du débarquement du 6 juin 1944. Mais « La Russie relativise le Débarquement ». Cette semaine, Moscou a appelé à ne pas « exagérer » l’importance du Débarquement allié, rappelant les 27 millions de morts soviétiques pendant la Seconde Guerre mondiale. « Le Débarquement en Normandie n’a pas eu d’influence décisive sur l’issue de la Seconde Guerre mondiale (…) déjà déterminée par la victoire de l’Armée rouge, avant tout à Stalingrad, Koursk », avait insisté mercredi la porte-parole de la diplomatie russe, Maria Zakharova.

Imposture occidentale ?

Oui. C’est le noyau central de l’idéologie américano-occidentale. Pourquoi le mythe du 6 juin y échapperait-il ?

NOTES ET RENVOIS :

(1) Cfr. sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

* TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE (I) :

AU CŒUR DE LA CONFRONTATION GEOPOLITIQUE FONDAMENTALE

sur http://www.lucmichel.net/2018/09/21/luc-michels-geopolitical-daily-terre-et-mer-au-xxie-siecle-i-au-coeur-de-la-confrontation-geopolitique-fondamentale/

* TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE (II) :

COMMENT LES FONDEMENTS DE LA GEOPOLITIQUE, SCIENCE DU XXIe SIECLE, VONT DETERMINER LES CENTS PROCHAINES ANNEES

sur http://www.lucmichel.net/2018/09/22/luc-michels-geopolitical-daily-terre-et-mer-au-xxie-siecle-ii-comment-les-fondements-de-la-geopolitique-science-du-xxie-siecle-vont-determiner-les-cents-prochaines-annees/

(2) Guerre culturelle : voir http://www.pcn-ncp.com/PIH/pih-030923.htm

(3) L’américanisation du monde : voir http://www.pcn-ncp.com/PIH/pih-021202.htm

(4) Cfr. Luc Michel, Théories de l’impérialisme américain: la réponse des peuples,

sur http://www.palestine-solidarite.org/analyses.Luc_Michel.000701.htm

(5) Occupation yankee : voir http://www.pcn-ncp.com/PIH/pih-030311.htm

(Sources : AFP – PCN-NCP.COM (site archive du PCN 1995-2012) – La Lettre de L. Joffrin – EODE Think Tank)

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30e ANNIVERSAIRE DE TIANANMEN (I): QUE S’EST-IL REELLEMENT PASSE EN 1989 ?

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 06 03/

LM.GEOPOL - Géohistoire tiananmen I (2019 06 03) FR (3)

« Le régime avait perdu le contrôle de Pékin, avec de nombreux check-points tenus par des contestataires dans toute la ville (…) il y a eu forcément beaucoup plus de batailles qu’on ne croit »

– J-P Cabestan, sinologue (Libération, 23 déc. 2017).

LM.GEOPOL - Géohistoire tiananmen I (2019 06 03) FR (6)

Le 30e anniversaire des événements de Tiananmen est l’occasion d’un déluge de propagande et de médiamensonges occidentaux, en provenance des USA et des pays de l’OTAN. Mais que s’est-il vraiment passé début juin 1989 à Pékin ?

Dans de précédentes analyses, j’expliquais comment le « changement de régime » en Chine, via des « révolutions de couleur » était l’un des objectifs permanents des USA. L’utilisation de Hong-Kong, ventre mou de la Chine avec son statut spécial, n’est qu’une étape vers l’exportation de la déstabilisation made in USA en Chine continentale (Voir le Dossier analyses et videos ci-dessous) …

Le 30e anniversaire de Tiananmen remet ce dossier de la politique anti-chinoise de Washington au cœur de l’actualité. Les grands acteurs de la déstabilisation, CIA et State Department dorénavant aux mains des faucons faucons neocons John Bolton (le « Docteur des Ténébres » du Régime Bush II) et Mike Pompeo (le chef de la CIA d’Obama-Clinton), ONG liées aux « vitrines légales de la CIA » et aux Réseaux Sorös (Voir l’émission de mon ‘Grand Jeu’ consacrée à la « révolution des parapluies » à Honk-Kong), dissidents fantoches pro-occidentaux, médias de l’OTAN, toute la meute occidentale tente d’utiliser leur version de la mémoire de « Tiananmen » pour semer le trouble contre Pékin.

Mais que s’est-il vraiment passé à Tiananmen ?

Tiananmen est aussi et surtout une bataille d’images. La photo célèbre de « l’étudiant aux mains nues qui défie les chars » dissimule la vraie bataille et les blindés et camions incendiés de l’Armée chinoise. On a alors un tout autre scénario des événements de Pékin !

Demain, j‘analyserai et je démonterai la propagande inouïe des occidentaux en ce début juin 2019 …

# L’ANALYSE DE REFERENCE SUR

LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY

L’ANNIVERSAIRE DE TIANANMEN RAPPELLE QUE L’ORGANISATION D’UN CHANGEMENT DE REGIME A PEKIN RESTE A L’AGENDA DES USA (REVOLUTION DE COULEUR EN CHINE III)

http://www.lucmichel.net/2018/06/04/luc-michels-geopolitical-daily-lactualite-qui-confirme-lanalyse-lanniversaire-de-tiananmen-rappelle-que-lorganisation-dun-changement-de-regime/

# REVOLUTIONS DE COULEUR EN CHINE :

LE DOSSIER SUR LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY

* REVOLUTION DE COULEUR EN CHINE (I) :

APRES LE TEST DE HONG-KONG, VERS UNE ‘REVOLUTION DE COULEUR’ EN CHINE CONTINENTALE ?

sur http://www.lucmichel.net/2017/10/01/luc-michels-geopolitical-daily-revolution-de-couleur-en-chine-i-apres-le-test-de-hong-kong-vers-une-revolution-de-couleur-en-chine-continentale/

* REVOLUTION DE COULEUR EN CHINE (II) :

HONG-KONG, SUITE ET PAS FIN !

sur http://www.lucmichel.net/2017/10/04/luc-michels-geopolitical-daily-revolution-de-couleur-en-chine-ii-hong-kong-suite-et-pas-fin/

# COMMENT LES USA ORGANISENT LA DESTABILISATION DE LA CHINE :

* Voir sur EODE-TV & AFRIQUE MEDIA/

LE GRAND JEU (Saison I – 5). OCCUPY HONG-KONG.

REVOLUTION DE COULEUR EN CHINE

sur https://vimeo.com/114919746

* Voir mon analyse-flash pour AFRIQUE MEDIA :

sur PCN-TV/ HONG-KONG:

UNE REVOLUTION DE COULEUR DE PLUS

sur https://vimeo.com/109342616

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

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GEOHISTOIRE : 29 MAI 1453. LA CHUTE DE CONSTANTINOPLE, LA SECONDE ROME

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2018 05 30/

LM.GEOPOL - Géohistoire chute de constantrinople (2019 05 30) FR (3)

Hier 29 mai, on se souvenait de la prise de Constantinople, la seconde Rome, par les turcs ottomans. C’était en 1453. Peu d’esprits ont célébré cet événements géopolitique pourtant capital : l’émergence de l ‘Empire ottoman comme grande puissance en Méditerranée, en Mer noire, dans les Balkans et en Europe même. Il faut donc souligner la remarquable tribune de Theodoros Koutroubas (Professeur des sciences politiques à l’UCLouvain) dans ‘La Libre Belgique’ (Bruxelles)

DES CONSEQUENCES GEOPOLITIQUES IMMENSES

Si Constantinople, l’ancienne Byzance grecque – seconde capitale de l’Empire romain, seconde Rome, qui avait maintenu un millénaire (1123 ans) le destin historique et civilisateur romain – avait depuis longtemps perdu grandeur et puissance (une longue agonie due aux Croisades occidentales et à l’hostilité du Papisme catholique envers l’Orthodoxie), l’événement aura des conséquences géopolitiques :

* La présence de l’Empire ottoman, comme puissance géopolitique en Europe, en Méditerranée  et au Levant jusque 1917. Et la géopolitique ayant horreur du vide, Istanbul assumera en Orient le rôle géopolitique de Constantinople, succédant dans nombre de domaines au défunt Empire byzantin ;

* L’émergence de la Russie comme Empire, Moscou assumant la succession de Constantinople et de l’Orthodoxie (et ses aigles bizéphales) : c’est la naissance du mythe géoidéologique de la « Troisième Rome », qui est encore aujourd’hui au cœur du Néoeurasisme,

* Enfin une conséquence idéologique, l’opposition entre Europe catholique et Europe orthodoxe (Russie, mais aussi Roumanie, Moldavie, Serbie ou Bulgarie). Qui sera encore exploitée par les USA, après l’implosion de l’URSS, pour diviser les peuples de Yougoslavie pedant les « guerres de Yougoslavie ».

 « DE L’ENNEMI COMMUNISTE A L’ENNEMI ORTHODOXE » (BRZEZINSKI)

Le professeur Koutroubas rappelle cette opposition entre les deux Europe : « Aujourd’hui, la littérature sur l’état romain chrétien en Orient attribue ses critiques négatives à la “tendance limitative de certains de définir le concept de l’Europe pour se référer essentiellement à l’Europe occidentale, vue comme ‘chrétienne’ et parfois même comme explicitement ‘catholique’. Ainsi, “selon plusieurs auteurs, d’Arnold Toynbee à Samuel Huntington, ‘l’Orthodoxie’ ou la ‘civilisation orthodoxe’, ont acquis une identité propre (…) non européenne et par conséquent non éclairée (…) L’auteur du “Choc des Civilisations” ne voyait-il pas la culture des peuples orthodoxes, comme étant inclinée vers l’autocratie, la plaçant aux côtés du “monde islamique”, supposément enclin à un conflit avec l’Occident démocratique, ouvert d’esprit, catholique et protestant ». Nous faisons nous partie de ceux qui critiquent la Petite-Europe de Bruxelles comme « un club chrétien catholique » …

A Huntington, le professeur Koutroubas répond surtout qu’il n’est pas « possible de réduire une civilisation à sa seule composante religieuse, et encore moins la civilisation aujourd’hui appelée byzantine, qui constitue en fait le fruit d’un mariage heureux entre le polythéisme démocratique et philosophique grec, la culture du droit et de l’administration rationnelle romaine, le mysticisme et l’esprit de charité chrétien oriental et d’autres cultures des peuples avec lesquels l’Empire romain en orient a pendant longtemps coexisté ».

Quelle est le but de guerre des américains dans tout celà ? La liquidation de la Yougoslavie, c’est la continuation de la liquidation de l’Union Soviétique, obtenue par la victoire américaine à la fin de la guerre froide. Opération qui continue encore aujourd’hui, puisque le but c’est le démembrement de la Fédération de Russie. Et les américains sont directement derrière ces terroristes wahhabites, qui ensanglantent la Tchètchènie, le Daghestan et le Caucase russe. Et auxquels Poutine s’est opposé dès la fin des années ‘90. Dans les Balkans des Années 1991-2000, il s’agissait de liquider la Yougoslavie, de liquider un ensemble géopolitique qui était considéré par les américains comme Orthodoxe et lié à l’Orthodoxie russe.

Et on a vu d’ailleurs l’ennemi principal communiste devenir l’ennemi principal orthodoxe. C’était d’ailleurs l’avis de Zbignew Brzezinski, qui a dit au début des années 90 que « maintenant l’ennemi principal des USA,  c’était l’Orthodoxie » ! La liquidation de la Yougoslavie faisait partie de ce plan qui est la liquidation de la Russie en tant qu’Etat continental, opposé à la domination mondiale de la thalassocratie américaine.

# RETOUR SUR L’EVENEMENT :

« IL Y A 565 ANS DISPARAISSAIT DEFINITIVEMENT L’EMPIRE ROMAIN EN ORIENT » (UNE OPINION DE THEODOROS KOUTROUBAS POUR ‘LA LIBRE BELGIQUE’)

Extraits :

« L’actualité politique de ce mois de mai, laissera sans doute passer inaperçue l’anniversaire d’un événement déjà très peu commémoré en Occident : la fin de l’Empire romain en Orient. Cet empire que d’aucuns appellent de nos jours “byzantin” s’acheva il y a 565 ans jour pour jour, le 29 mai 1453, lorsque Constantinople tomba aux mains des Ottomans à l’issue d’un long siège. Présenté comme un état théocratique et gouverné par des tyrans, “l’Empire des Grecs”, n’a pas été regretté en Occident, jusqu’à ce que les historiens modernes révélèrent son apport décisif aux évolutions intellectuelles de la Renaissance (…) Ces stéréotypes ont la vie dure, et l’image de cet Etat, comme celle des pays considérés comme étant ses “héritiers spirituels” continuent d’en souffrir (…) Or, c’est à ceci que devrait servir les commémorations des évènements : remettre les pendules à l’heure de la réalité historique, ennemie naturelle de la propagande politique, et de ses pseudo-informations (infox ).

Celle de la fin de l’état romain chrétien pourrait nous (re)apprendre que le monde orthodoxe constituait une des rarissimes parties de la terre de son temps, où le peuple jouait un rôle assez important sur les affaires publiques. Sans être une démocratie dans le sens actuel du terme, l’Empire fut en fait jusqu’à sa fin un Etat de droit, soutenu par une bureaucratie professionnelle salariée où les citoyens étaient considérés comme étant égaux aux yeux de la Loi et où les titres de noblesse héréditaire n’ont jamais existé. Loin d’être un roi absolu et doté des pouvoirs thaumaturgiques, comme par exemple les souverains de France et d’Angleterre de l’époque, le “fidèle en Christ Dieu Roi et Empereur des Romains” (et non de Rome) ne devait pas sa légitimé qu’au seul sacre par l’Eglise. Comme aux temps des premiers empereurs romains, l’occupant du trône, homme ou femme, devait toujours maintenir la loyauté de l’armée, la confiance du sénat et l’acclamation des redoutables “démos “, les organisations du peuple, dans le grand hippodrome de la capitale (…)

Le Sénat, quant-à-lui, qui depuis l’antiquité comptait parmi ses membres que des familles patriciennes, fut ouvert par Constantin IX (Monomachos 1042-1055) aux hommes venant des classes moins prospères. Même si le vrai pouvoir de ce corps constitué a graduellement décliné durant la vie de l’Empire, le rôle qu’il continuait à jouer en tant que haut dicastère, contribuait, avec celui de la bureaucratie, dont les membres étaient majoritairement recrutés sur la seule base de leurs connaissances littéraires, à rendre la nature du régime roméo-byzantin beaucoup plus moderne et rationnelle que celle de plusieurs Etats de ce Nord de l’Europe aux cultures supposément plus adaptables à la démocratie que la “civilisation orthodoxe”.

La chute de Constantinople aux armées ottomanes a sonné la fin définitive de Rome en Orient et comme c’est toujours le cas dans l’histoire des civilisations, des éléments de la culture, de la politique, de la vie « byzantine », ont influencé les Etats et les civilisations qu’ils l’ont suivi, tandis que sa mémoire est devenue l’objet légitime de recherches historiques. Or les fanatismes de tout bord se nourrissent toujours des infox , et c’est pour ceci qu’il est peut-être utile de ne pas laisser passer cette date sans s’en souvenir. »

(sur La Libre Belgique du 29 mai 2019)

(Sources : PCN-Info – La Libre Belgique – EODE Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

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ANTIFASCISMO COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA?……. DA PREDAPPIO AL SALONE DI TORINO: FA E ANTIFA

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/05/antifascismo-come-arma-di-distrazione.html

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 15 MAGGIO 2019

Chi l’avrebbe detto

«Quando i nazisti presero i comunisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero comunista./ Quando rinchiusero i socialdemocratici/ io non dissi nulla/ perché non ero socialdemocratico./ Quando presero i sindacalisti,/ io non dissi nulla/ perché non ero sindacalista./ Poi presero gli ebrei,/ e io non dissi nulla/ perché non ero ebreo./ Poi vennero a prendere me./ E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa» (Martin Niemoller, pastore protestante. Testo originale, poi variamente riscritto, erroneamente attribuito a Bertold Brecht)

https://www.youtube.com/watch?v=94ZJNnYUVQ0  (saltate l’annuncio)

Polacchi e Conte fedeli alle linee. Di Mussolini e Guaidò.

Francesco Polacchi, casa editrice Altaforte: “L’antifascismo è il male d’Italia”. Errore. Il male d’Italia è l’antifascismo strumentale, di copertura, arma di distrazione di massa che occulta il totalitarismo post- e neofascista della globalizzazione finanzcapitalista di guerra e di sanzioni.

Il fondo l’abbiamo raggiunto da tempo, lo si sa. Ma fino a che punto noi si sia scavato ci è ancora poco chiaro. Un indizio ce lo dà Matteo Salvini, vicepremier e ministro dell’Interno, tramutatosi in imbonitore tv da far rosicare Vanna Marchi (“Vincisalvini”), per rastrellare qualcuno disposto a farsi un selfie con la sua protuberanza ventrale. Un altro, più in basso se possibile, ce lo spara, con inusitata violenza per un fan di Padre Pio (che per l’appunto, pur santificato dal Bergoglio, era valido picchiatore squadrista di consiglieri comunali socialisti), il premier Conte. Mandando in frantumi la prima presa di posizione dignitosa e autonoma dell’Italia serva e di dolore ostello (non donna di provincie ma bordello) dall’isolata bravata di Craxi a Sigonella (rifiuto di consegnare il palestinese ai Marines), il premier ha inserito il suo governo nella schiera di coloro a cui il padrino statunitense ha ordinato di farsi gangster nei confronti del diritto internazionale, nazionale, domestico, di condominio, umano. La sua è una fuga all’indietro, rispetto alla neutralità che l’Italia aveva adottato tra Guaidò e Maduro, non riconoscendo il primo e non disconoscendo il secondo e così inibendo il vergognoso allineamento UE alla pratica golpista e regime-changista dei nostri padrini. Ha pubblicato una lettera sulla Stampa in cui legittima Guaidò, in quanto “eletto dall’Assemblea Nazionale” e delegittima Maduro in quanto eletto in “votazioni non democratiche”.

Ricevendo istruzioni

Patetico divincolamento rettilare su ordine di servizio Atlantico che capovolge le cose: Maduro diventa presidente grazie a elezioni che, come tutte le altre, osservatori internazionali, compreso il Comitato Carter, hanno giudicato impeccabili. Guadò non è stato eletto da nessuno, si è trovato a presiedere l’Assemblea Nazionale grazie al meccanismo della rotazione previsto dalla Costituzione ed era casualmente lì, non eletto se non dal trio Trump, Pompeo, Bolton, al momento in cui gli si è detto “autonominati presidente”. L’avvocato Conte ha così provato la sua nobilitade, oltreché politica, anche professionale. E nessuno dei geopoliticamente diversi 5 Stelle ha fiatato.

Tutti brigatisti Garibaldi

E’ dando patente di legittimità a un metodo di chiara, sebbene scadente, reminiscenza mussoliniana (Marcia su Roma e seguenti) che il premier gialloverde, stavolta vicinissimo al guaidoista Salvini, ha fornito il suo contribuito all’esplosione antifascista che ha percorso e pervaso l’Italia a petto in fuori durante tutta l’ultima settimana. Un uragano di orgoglio partigiano, costituzionale, democratico, che, una volta di più, ha visto uniti tutti, nelle ormai strutturali larghe intese dall’estrema sinistra, cosiddetta, attraverso tutte le variopinte destre, fino ad esaurimento dell’arco(baleno) costituzionale.  E se i paginoni di Repubblica hanno suonato il trombone, i sindacati, finalmente pacificati nel segno del bla-bla urlato di Landini, Anpi, Acli, Ciotti, Wu Ming, Arci, Libertà e Giustizia, i meglio fichi del bigoncio, non hanno risparmiato le percussioni e il “manifesto”, districandosi tra i diletti migranti, le femministe, i LGBTQI, è rispuntato con la spilletta “Brigata Garibaldi”. Ma anche quella del re, visto che Christian Raimo richiama all’adunata antifa  “il mondo liberale, monarchici e preti”. Nientemeno. La volpe a guardia del pollaio.

Ha detto Polacchi, al Salone del libro di Torino, “Il male d’Italia è l’antifascismo”. Che urla, che indignazione, che stracciarsi di vesti, che strapparsi di capelli! Non si è astenuto nessuno: il rischio era di finire come quelli che subirono gli effetti delle leggi razziali. All’incontrario. Polacchi, da fascista cartonato del XX Secolo, ha le sue ragioni, per prendersela con l’antifascismo. Gli rovina il giochino del viaggio a ritroso nel tempo, quello per cui “non gli resta che piangere”. Io e, credo, molti altri, ne abbiamo di migliori.

Il fascismo e il suo alter ego

Di fascismi ce ne sono due. Se la tirano da nemici, ma sono sinergici. Uno noto, scoperto, storicamente validato, con i suoi detriti a cranio rasato dell’oggi. L’altro aggiornato, ammodernato, deideologizzato, riciclato. Rispetto a quello precedente è come un dollaro – o euro – guadagnato vendendo glifosato Bayer-Monsanto, o eroina, o bombe prodotte in Sardegna ai sauditi, poi riciclato nell’acquisto di carburante per navi che traghettano africani in Europa, “che sennò affogano”. Chiamiamolo per comodità e disinvoltura scientifica: “fascismo 2.0”. O fascismo del XXI secolo rispetto a quello del XX. O Finanzfascismo. E’ la forma di governo più diffusamente praticata in Occidente. Ha in comune con il carnevale di Venezia il travisamento-miglioramento del proprio aspetto grazie alla maschera. Con il fascismo d’antan ha in comune i pilastri della costruzione sociale e del pensiero che la sovrintende. Che, allora come oggi, come quasi sempre a partire dal quarto secolo, deve essere unico, univoco, uniforme, unidirezionale, universale. Diffuso grazie alla coercizione, variamente violenta, del “TINA”, “There Is No Alternative”, da lì non si scappa. La costruzione sociale perpetua, con invariata persistenza nel tempo, quella della piramide. Pochi in alto, ma di grande peso, che schiacciando i tanti in basso, li riducono nella polpa di cui si nutrono. Metafora: spremi il pomodoro del contadino e ne esce la passata della Grande Distribuzione; strizzi uno schiavo traghettato dall’Africa e ne esce l’outlet di papà Renzi.

Salone liberale, piduista, monarchico, massonico, inciucista, comunista, amerikano, sionista, antisionista. Ma giammai fascista.

Come funziona il rapporto di mutuo soccorso tra queste due forme di organizzazione della comunità umana? Ne abbiamo avuto una limpida esemplificazione al Salone del Libro di Torino. Come è prassi storica, un arruffapopolo e un libraio fascista si sono messi d’accordo e il secondo ha pubblicato il libro del primo. Cose uguali e anche molto più gravi, fasciste, naziste, massoniche, criptomafiose, truffaldine, violente, nella stessa manifestazione si erano succedute negli anni, ma nessuno ci aveva fatto caso ed erano rimaste relegate nell’irrelevanza dei sette metri quadri del loro stand. Ma stavolta era diverso, l’autore del libro stava al governo e in primo piano e, peggio, in alleanza con i primi sintomi del male assoluto: un embrione pentastellato di entità fuori establishment, come nel laboratorio italiano non s’era più manifestata almeno dal ‘68 in qua.

Come fare per promuovere una fetecchia di libro

Quale migliore occasione, per quelli del  Due punto zero, per puntare dito, catapulta, bombarda, olio bollente sui reprobi: autore, editore e teppa di base, prorompendo in Bella Ciao e rigenerando il proprio foruncoloso aspetto nel salon de beauté dell’antifascismo?  Non è a questo che servono i vari Casa Pound, Forza Nuova e antesignani come Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale e puffi neri con spranga vari?  Se la sono presa con uno che la spranga la esibiva vent’anni fa. Ne hanno fatto, se non un martire della libertà d’espressione, una curiosità. E il suo è oggi il libro più venduto in Italia. Un favore da niente. Nuove larghe intese in vista?

Di antifascista ce n’è una…

Una a cui la definizione di antifascista sta invece benissimo è la giovane donna che, affrontando spintoni, sputi e invettive, perdita di voti e anche un rischio di linciaggio, visti i tipi, non ha sparato proclami e invettive, ci ha messo il corpo ed è andata ad abbracciare la famiglia Rom assegnataria a Casal Bruciato. Si chiama Virginia Raggi (e il suo amico in cravattino che dice sempre “io”, anziché “noi”, ha perso una grande occasione per elogiarla). Ha alle spalle predecessori come Signorello, Carraro, Rutelli, Veltroni, Alemanno. Di questi è certamente la migliore, alla faccia di tutti gli sciacalli e condor (chiedendo scusa ai nobili animali). S’è visto che qualche antifascista, seppure a fatica, si trova.

Virginia Raggi a Casal Bruciato

Un maggio gelido, questo. Conveniva scaldarsi. E lo si è fatto alla grande, dando fuoco ai fascisti. L’antipasto è stata la gogna al cronista che ha riferito del mortifero cordoglio di Predappio alla maniera con cui la Botteri riferisce le opinioni di Guaidò. Solo che gli schiammazzi contro il primo coprono la compiacenza verso la seconda. Di quella pira l’orrendo foco nessuno meglio di un busto antifascista da Pincio come Marco Reveli ha saputo trovare il linguaggio per attizzarlo. Vado di fiore in fiore: “apocalissi culturale, politica e sociale, relativismo rinunciatario, trionfo del disumano, macigno che pesa sul mondo, lo scandalo più grande, sconvolgente, lo sfregio grave, intollerabile all’intero paese, ignavia da Antinferno, pactum sceleris, indecente connubio”. Non male come discorso dell’odio, no? Revelli ha dato il tono e tutta la meglio intellighenzia antifascista ha cantato in coro.

Cerimonia a Predappio

Tanto hanno gridato all’apocalissi fascista, al pactum sceleris, che alla fine non ne è rimasto uno, dal “manifesto” a Repubblica, dai Wu Ming a Revelli, da Rossanda a Montanari, da Zoro a Formigli, dalla Gruber a Carofiglio, da Zingaretti a Fratoianni,  che avesse ancora un filo di voce per fare bau a un po’ di Due punto zero. Del resto le opere di costoro sfuggono sistematicamente all’attenzione degli antifascisti di carriera. Che, sotto sotto, ne facciano parte?

Fascismi, sinergie e silenzi

Le retate degli stessi giorni del Salone rivelano che dal Ticino a Capo Passero, criminalità politico-economica e criminalità clandestina si sono ricompattati attorno ai successori di DC e Forza Italia. Regime di sfruttamento e controllo e malavita organizzata = fascismo 2.0.  Un cardinale, ministro di uno Stato estero invade Roma, come se Porta Pia non fosse mai avvenuta e, col lasciapassre dell’umanitarietà, contravviene alle disposizioni di legge dello Stato invaso. A cui peraltro nega le tasse sugli immobili di commercio e di profitto che vi possiede, dato che contengono una madonnina di gesso. Tasse grazie alle quali lo Stato invaso potrebbe dedicarsi a sistemare parecchi senzatetto e a ridare la luce a tutti. Fascismo da Concordato.

Due combattenti per la libertà d’informazione e la rivelazione dei misfatti del Potere, Assange e Manning, vengono sequestrati e trascinati in galera, consegnati alla vendetta degli autori dei crimini e nessun giornalista, o sindacato di costui, né la Grande Armada degli antifascisti alza un sopracciglio. Fascismo da Minculpop, o fascismo 2.0?  Le transanazionali e gli eserciti Nato, con i loro gatekeeper sulle navi Ong,  ricolonizzano  l’Africa forzandone o costringendone l’evacuazione da parte delle sue migliori generazioni e destabilizzano culturalmente e socialmente i paesi d’arrivo con nuovi eserciti di schiavi di riserva e da dumping. Imperialismo e fascismo 2.0.

Dall’Honduras al Paraguay, dal Brasile al Venezuela, dall’Algeria al Sudan ,i missi dominici Otpor, Soros, Cia, Pentagono, NED, USAID, Freedom House e squadroni della morte neocon vari, negano pane con le sanzioni e spargono sangue con la violenza, per sottrarre popoli a governi autodeterminati e infliggergli regimi fascisti. Fascismo del XXI secolo e antifascismo da Salone. Zitto.

In Ucraina e Georgia, i fascisti del XX secolo sono al potere e obliterano ogni dissidenza democratica in virtù del sostegno del fascismo del XXI secolo come coltivato in Usa e UE. Gli antifascisti da Salone fanno finta di niente. A due ore di volo da noi, qualcuno proclama lo Stato etnico sulla terra sequestrata ad altri che, a questo scopo, sono avviati all’estinzione. Gli urlatori antifa contro razzismo e xenofobia non ne sanno nulla, ma festeggiano come ospite d’onore del Salone chi di quello Stato fa parte.

Massicce esercitazioni nei paesi baltici sul confine con la Russia, invasione del Golfo arabo-persico da parte degli Usa con portaerei, decine di migliaia di soldati, bombardiieri a lungo raggio. Provocazioni ridicolmenrte scoperte di petroliere di emirati alleati.  Prospettiva vicinissima e ripetutamente minacciata da Usa e Israele di apocalisse che non lascerà essere umano, animale o pianta intonsi, ma il Fatto Quotidiano nasconde le 1000 basi militari Usa-Nato tutt’intorno all’umanità da obliterare sotto le basi militari cinesi che la Cina “potrebbe” voler creare col pretesto della Via della Seta (sic!). Fascismo del XXI e ultimo secolo. Dove sono gli Antifa davanti ai 2 minuti dalla mezzanotte nucleare?

Connotato fondamentale di tutti i fascismi è la guerra, “sola igiene del mondo”. Il fascismo 2.0 ne conduce almeno sette, con il corredo della desertificazione degli habitat e degli eccidi di massa di innocenti e patrioti: Iraq, Libia, Siria, Somalia, Yemen, Afghanistan, Sahel, e ne minaccia altre due e una globale. Parossismo fascista di ogni tipo. Gli antifascisti da Salone guardano dall’altra parte. Alcuni applaudono.

Intanto, però, hanno trionfato sull’editore vicino a Casa Pound, hanno smantellato il suo banchetto e hanno fatto trionfare l’antifascismo in tutta Italia. Wow!

Domani a chi tocca? O credete forse che si fermeranno al banchetto sfondato di Altaforte? (Vedi Niemoeller)

MATTINALE DEI BUONI E CATTIVI, DA ERATOSTENE A GIGI DI MAIO——- FASTI E NEFASTI DEL GIORNO

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MONDOCANE

LUNEDÌ 29 APRILE 2019

Mattinale dei buoni e cattivi, da Eratostene a Gigi Di Maio

FASTI  E  NEFASTI  DEL  GIORNO

1) Quando parla il Colle: Turbamento Oggettivo. . La nuova legge sulla difesa che, salvinianamente, sancisce il mutuo e reciproco gangsterismo letale, ha fatto fuori il suo primo minorenne povero per la pistola del suo primo maggiorenne ricco, sparatore per sport, che lo ha colpito all’osso sacro, il che farebbe pensare a uno in fuga. Quest’ultimo si rallegra dello scudo fornitogli dal Mattarella con la definizione di “turbamento oggettivo”. Un nonsense totale, ma che permetterà al giudice di fargli pat pat e mandarlo a casa. Si spera che altri sparatori sportivi non siano presi da “turbamento oggettivo” all’ingresso del rider con una  pizza che pare una mina antiuomo, o della suocera il cui ombrello assomiglia a un Kalashnikov.

2) Brucia ragazzo brucia, per la Grande Distribuzione. Sono stato a Borgo Mezzanone, Foggia (vedi il docufilm “O la Troika o la vita”), la baraccopoli due volte incendiata, tre volte sgomberata per finta, dove regna il caporalato, lo spaccio e il magnaccismo, tutto in mano agli stessi africani. Non ve lo dirà il manifesto, che non ha mai speso una riga per la quarta mafia nazionale, perché nigeriana, la più capillare per spaccio e prostituzione. Borgo Mezzanone sopravvive e prospera e la legge sul caporalato di Renzi non verrà mai applicata: il prezzo dei pomodori e dell’uva di quei campi deve essere compatibile con i profitti della Grande Distribuzione, Grande Amica di ogni governo. L’altro giorno ci è bruciato vivo Samara, migrante del Ghana. Il “manifesto” se l’è presa con il governo che maltratta le Ong.

3) Divorare territorio. La Lega vuole mantenere le provincie, i 5 Stelle no, per risparmiare dicono. Renzi, generatore di mostruosità, le ha sostituite con le “Città Metropolitane”, strumento di pervertimento sociale e di urbanizzazione all’insegna della gentrificazione e, per questo regalo, il partito di “La Repubblica”, per una volta su un milione dalla parte dei 5Stelle, continua a ringraziare il bischerone.. E basterebbe uno sponsor così. Capita perfino alla Lega di dire una cosa giusta. Andrebbero abolite le regioni, costrutto artificiale sebbene costituzionale, di saporaccio etnicista, verminai di corruzione, oggi in ansia di autonomia sfascia-Italia. Non le provincie, corpo intermedio vicino ai cittadini, territorialmente, socialmente ed economicamente omogeneo, fuori dal deserto umano dei megacentri urbani.

4) Sessismo progressista. Marco Da Milano, debenedettiano (è tutto dire) direttore del fu-L’Espresso che insiste a chiamarsi L’Espresso, non si perde un’occasione dai sinistri  Zoro, Gruber, Formigli, Floris, da nessuno dei nostri cavalieri della crociata anti-barbarie gialloverdi, per bollare di infamia i quattro cavalieri dell’Apocalisse: razzismo, fascismo, maschilismo, sessimo che di questo governo sarebbero i pilastri. E, per evidenziare all’universo mondo la natura repellente di tali ismi, gli ha dedicato questa copertina:

 Ciò che scocciava assai Da Milano e compagni era il fatto che la sindaca, giovane e bella, avesse inchiodato un manager Ama che giocherellava col bilancio per attribuire indebiti premi di produzione a sé e ai colleghi. Bravo Marco, al siparietto PD-Soros di Diego Bianchi e degli altri della squadra rosa, oltreché ospite fisso, diventerai anche tronista e velina.

5) Un Regeni non si nega a nessuno. A Pechino, il premier Conte ha detto al presidente egiziano Al Sisi di ricordarsi di Giulio Regeni. Al Sisi  ha detto a Conte, ma sottovoce, di ricordarsi, primo, che nessun servizio del mondo che si rispetti si sarebbe mai autoaccusato facendo ritrovare un suo sequestrato, torturato e ucciso, al lato della strada; secondo, che lo hanno “scoperto” nelle stesse ore in cui Roma e il Cairo stavano concludendo affaroni che avrebbero tagliato fuori mezzo mondo petrolifero occidentale; terzo, che il ragazzo aveva lavorato per anni per un covo internazionale di spie capeggiato dall’inventore degli squadroni della morte John Negroponte; quarto, che al suo presunto socio locale, finto dissidente, aveva promesso 10mila dollari, mica per la moglie malata di cancro, ma solo per un preciso “progetto”. Il che, risaputo, ma taciuto da tutti, non ha impedito che la santa alleanza Regeni, Repubblica e il manifesto in testa, rilanciasse il martire Regeni contro l’assassino Al Sisi. Che ciò avesse a che fare con la prospettiva che il generale Haftar, protetto da Al Sisi, Putin e Trump, stesse sbaragliando i Fratelli musulmani  (leggi: Isis), cari ai colonialisti progressisti? Quei simpaticoni che tengono i migranti nei famosi “lager della tortura, dello stupro, e dell’uccisione” e che Haftar rischia di liberare, ponendo fine al grande business?

6) Biden, the progressive, for President ! “Il manifesto” festeggia la candidatura a presidente del Democratico Joe Biden, detto Pisolo (“Sleepy Joe”), sorvolando sul fatto, solitamente sconvolgente per “il manifesto”, che a casa sua è noto per aver molestato donne un po’ in alto e un po’ in basso. Sorprendente, direi, per un organo del collegio di difesa di Asia Argento. Tutta contenta, la referente di Zingaretti nella redazione politica del quotidiano anticomunista, saluta il futuro avversario del reietto Repubblicano Trump con vezzeggiativi come “centrista” e “moderato”.  Del tutto meritati: da Senatore, nei ’70, si distinse per accanimento anti-desegregazionista nelle scuole e nei mezzi di trasporto. Nei ’90, da presidente del Comitato Giustizia, si oppose alle accuse di molestie sessuali fatte da Anita Hill al candidato alla Corte Suprema,Clarence Thomas. Nel 2003 fu sostenitore decisivo al Senato dell’aggressione all’Iraq e, a seguire, di tutte le sette guerre di Obama. Quella che da loro si chiama “Corporate America”, l’élite finanziar-militar-securitar-digitale, in particolare delle assicurazioni e banche, lo eleva a suo candidato preferito. Anche per togliersi dai piedi il meno affidabile Sanders. Come poteva esimersi “il manifesto”?

7) S’ode a destra uno squillo di tromba;. A sinistra risponde uno squilloE tutti all’unisono rievocano, invocano, rivendicano e celebrano, a ulteriore esaltazione dello scontro con gli infedeli, le imperiture radici cristiane dell’Europa, anzi dell’Occidente tutto. Lasciando da parte il piccolo dubbio che l’asserzione solleciterebbe tra amerindi, afroamericani, Sami artici (lapponi) e altre popolazioni genocidate a colpi di Croce, c’è del vero, nel senso che è dalla radice cristiana che sono fioriti in Occidente dogma, pensiero unico, monarchia assoluta, pure infallibile, e guai terreni ed eterni inenarrabili per chi non ci sta. D’accordo, monarchi assoluti sono stati vissuti e sofferti anche da altre parti e in altri tempi, ma quello dei cristiani-cattolici ha un’esclusiva. Il razionale e, soprattutto, l’irrazionale, sono monopolio suo. Non si transige, come magari in Grecia e a Roma dove non solo si transigeva, ma dagli altri culti ci si sentiva perfino arricchiti. Pensiero molteplice – Socrate, Eraclito, Seneca – lì; qui pensiero unico – S. Agostino, S. Tommaso, Padri della Chiesa, Paola Binetti. E a  dar retta ad Ario, o a far gli alibigesi, o i catari, erano cazzi davvero amari.

8) Ora et labora. Eppur si muove! Il geologo Mario Tozzi, nella sua bella trasmissione (“Sapiens”, Rai Tre), dà una mano e parecchio conforto all’assunto di cui al numero 7, dimostrando come pensiero unico e progresso scientifico-tecnologico stanno in opposizione ontologica tra di loro. Negli anni più alti del mondo classico, i secoli del pensiero multiplo,  precedenti l’ossificazione imperiale, romana, bizantina, cattolica – se consentite, richiamerei quelli a nostra radice italiana ed europea –   in Grecia si erano fatti salti scientifici in avanti, pari solo all’esplosione all’indietro dei nostri ultimi decenni. Eratostene aveva misurato raggio e circonferenza (40mila chilometri esatti) del globo terrestre, poi fatto piatto e ridotto a metà dagli scienziati agli ordini di San Pietro. Si dice oscurantismo. L’astronomia dovette aspettare il rogo di Giordano Bruno e Galileo carcerato per vedersi confermata nella scoperta ellenista che la Terra gira intorno al sole, e non viceversa, botta tremenda al pensiero unico e diocentrico. Archimede, Euclide, tanti altri furono poi seppelliti (in parte salvati dagli arabi) insieme a matematica, geometria, geografia, filosofia, tecnologia, medicina, nei secoli dell’”Ora et Labora” di San Benedetto. Vennero risuscitati in tempi laici e profani, era dei Comuni, Rinascimento (Leonardo Da Vinci, non solo), Illuminismo, grazie alla riscoperta del dubbio e del “metodo scientifico”, spesso a costo di anime dannate e carni abbrustolite. E mettiamo pure sul piatto delle radici buone e cattive il dato che il metodo scientifico dei greci era fondato sull’osservazione e in onore della Natura, mentre quello degli industriali e digitali il contrario.

9) Di Maio scottato. Insisto, a dispetto dei miei sbeffeggiatori, col dire che le cose fatte finora dai 5 Stelle, a vantaggio dei dominati e spolpati, del mondo che ci circonda e a detrimento di chi ruba e imbroglia – non le aveva fatte nessuno. Nei palazzi e, ancor più, con le lotte sul territorio. Riconosco anche che la scelta obbligata dal voto dei non sufficientemente stufi non offriva alternativa alla coabitazione con i voraci pseudo-populisti e finto-sovranisti  della Lega (coabitazione che prima finisce meglio stiamo), giacchè è ovvio che la differenza tra costoro e la criptodestra PD è quella tra il Gatto e la Volpe, entrambi a caccia dei nostri zecchini d’oro. Tutto questo mi legittima a dire che all’omino forbito e scaltro, che insiste a vestirsi da agente di Tecnocasa e a inseguire Salvini baciando San Gennaro, la Brigata Ebraica e la sua  fidanzata a favore di camera e voto, il mio antico amico ed ecologico Pigmalione (vedi il mio docufilm “L’Italia al tempo della peste”), Alessandro Marescotti, ha provocato una bella scottatura. Poco o niente rispetto a quante vite l’oggetto del contendere, ILVA, ha incancrenito e carbonizzato nei decenni.

A un Luigi, pur bravino, ma, nell’occasione, dallo sguardo simile al mio bassotto Ernesto quando fa finta di essere da un’altra parte se gli rimprovero il formaggio rubato, Marescotti ha messo una zeppa tra i discorsi sul “nuovo corso Ilva” da sembrare Eratostene che contesta Tolomeo. L’inquinamento è ancora lì e peggiora, quelli che lo producono sono ancora immuni da conseguenze penali, il nuovo padrone non è affatto meglio del vecchio filibustiere (amico di Calenda e Vendola), eccetera, eccetera. Con Marescotti sembrava di sentire le inconfutabili ragioni dei NoTAP, NoTerzo Valico, No MUOS. O  non si negava l’opera prima, o la si nega e la si impedisce adesso. L’alternativa è farsi dare, certamente esagerando, dei democristiani, cioè dei berluscopidini, specie in estinzione, diversamente, spero, dai 5 Stelle.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 23:14

QUALE 25 APRILE. QUALE 27 APRILE. QUALE LIBERAZIONE.

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MONDOCANE

VENERDÌ 26 APRILE 2019

https://www.youtube.com/watch?v=ZJFF0f8geaE

Il link è l’omaggio a una donna, venuta da un altro mondo per dare una mano al nostro, la sua vita per l’amore del suo uomo, della repubblica, della democrazia, della giustizia, della libertà. Per me anche lei è 25 aprile. Canzone che amo e che, volendo, potete sentire a sottofondo di quanto ho scritto.

Ho superato il 25 aprile uscendo dalla culla di questo eterno presente, dalla quale, a noi pupetti, i pupari non fanno nè vedere passato, né prospettare futuro. Eterna sospensione tra l’unico pensiero possibile, quello attuale, e l’unica tecnologia disponibile, quella digitale.  Ho afferrato una radice e mi sono ritrovato sotto il monumento sul Gianicolo alle vittorie di Garibaldi sui francesi e alla memoria della Repubblica Romana (1848), poi annegata nel sangue dei patrioti e del popolo romano dalle monarchie francese, borbonica, austroungarica che PioIX  aveva invocato dal suo esilio a Gaeta (i bersaglieri gli avrebbero reso la pariglia a Porta Pia, vent’anni dopo). Priorità assoluta delle Potenze, non diversamente da oggi, stracciare una costituzione che a quella di esattamente cent’anni dopo poco aveva da invidiare e, dato l’ambiente europeo e la sua affermazione di sovranità, era perciò anche più meritevole.

Un monumento che mi proteggeva dallo scroscio di toni enfatici e parole declamatorie grandinate dal Quirinale e rimbombate nella camera dell’eco che è la stampa italiana. Toni e parole all’apparenza del tutto rituali, generiche e banali, altisonanti, proprio come si retoricheggiava ai tempi di Lui, prendendo fiato a ogni periodo, passando dal grave all’imperativo nobile e finendo sull’intimidatorio per chi non  dovesse darsela per intesa. Insomma, discorsi da Balcone, dalla cui pomposa prosopopea cerimoniale, nel caso specifico del tutto abusiva, immancabilmente esalano i vapori dell’ipocrisia e dell’autorità fondata su chiacchiere e distintivo. E, a volte, su felpe e giubbotti, abusivi pure questi.. Tutte cose che con i fasti evocati da lontano, sempre senza averne i titoli, abusivamente, hanno il compito di coprire i nefasti  del presente e dei presenti.

 Bandiera delle Repubblica Romana. Giubba garibaldina

Non ho partecipato ad alcuna celebrazione, ufficiale o ufficiosa, trovandole tutte spurie e inquinate. Dal Quirinale a un’ANPI che condivide con tutte le sinistre la perdita di sé e che si mette ad arzigogolare sull’equivalenza tra nazifascismo e quello che i superrazzisti dell’Impero e delle sue marche definiscono razzismo. Mistificando per tale quello di chi smaschera l’operazione colonialista, detta globalizzazione, ai danni dei dominati del Sud e del Nord. Gli sciagurati sovranisti, identitari, refrattari alla levigatezza dell’uniformato. Seppure lo definiscano tale, non ne fa sicuramente parte Matteo Salvini, sovranista farlocco e sfascia-Italia  del “prima gli italiani”, purchè si tratti di trafficoni eolici, trivellatori di terre e mari, sfondatori di valli e montagne, magna magna di ogni genere, cravattai lombardoveneti, insomma tutti i missi dominici dell’Impero. Genìa che è stata decisiva perché i risultati del 25 aprile fossero consegnati nelle mani e nelle borse dei nuovi invasori.

Genìa maledetta. E’ stato lo spirito dei tempi coronati dal 25 aprile e subito successivi che ha innalzato l’Italia – dal fascismo squadrista frantumata in giovani obnubilati, popolo plebeizzato e impecoranato, federali in stivali e loro mignotte, intellettualità sedotta, asservita e abbandonata, brutalità ed elementarietà di azione e pensiero (salvo grandi architetti) – ai livelli di un passato come quello dei Leopardi e dei moti ottocenteschi. Che ha prodotto i Fenoglio, Calvino, Pavese, i De Sica, Rossellini, Monicelli, giganti che hanno nanificato, moralmente e culturalmente,  tutto quello che è venuto dopo e che formicola a petto in fuori nei Premi Strega e Bancarella. Si può dire, e spiacerà ai nonviolenti, di vocazione o altro, che quello Zeitgeist, così generoso, è uscito dalla canna di un fucile.

Da ex-direttore responsabile e inviato di guerra del quotidiano Lotta Continua e militante (a lungo latitante) di quell’organizzazione, che contro il fascismo aggiornato del consociativismo di regime, con il suo terrorismo di Stato, pure qualcosa ha fatto,  mi permetto, nel mio piccolo e intimo, di ringraziare i partigiani tutti. Formazione di popolo.  Più di tutti quelli garibaldini, e rigettare nel buco nero dell’esecrazione gli Alleati, che ai primi hanno sottratto e pervertito la vittoria, poi procedendo a sottrarre e pervertire ciò che di ogni vivente fa quello che è: la sovranità sua, della sua comunità, del suo passato, presente, futuro, nome. Di questo gli antifascisti da terrazzo, antisovranisti del re di Prussia, non sanno e non dicono, bisognosi come sono dei cartonati in camicia nera e saluto romano per occultare il fascismo global-digital-finanziario che li ha reclutati e di cui si sono inoculato il virus. Il che non mi impedisce, sia detto per inciso, di trasecolare a fronte di chi insiste a definire Piazzale Loreto “giustizia di popolo”.

Stessa matrice

Oggi si vedono sul palcoscenico della commedia nazionale e occidentale, in grande spolvero, nuovi “antifascisti”. Ce ne sono addirittura di patrocinati da George Soros, che non si fa scrupoli di affiancarli all’altra sua creatura: Me too  Come sempre quando il pifferaio riesce a riunire e riconciliare in un’unica truppa ratti e bambini ignari, li si trovano, schiamazzoni e autocertificati, dall’estrema sinistra  a quella vera destra che si dice vuoi centrosinistra, vuoi centrodestra. Virgulti, balilla e giovani italiane del Nuovo Ordine Mondiale, puntano quello che in artiglieria viene chiamato “falso scopo” (e il puntamento indiretto verso un obiettivo non individuabile a vista). In parole semplici, additando un chihuahua ringhiante nei bassifondi ideologici urbani, si urla “al lupo, al lupo”, con l’effetto di distogliere la nostra mira dal lupo mannaro vero che tiene al guinzaglio chi urla.

(Chiedendo scusa al lupo per la becera metafora fiabesca. E ricordando che il ministro dell’Ambiente 5 Stelle, Costa, proibisce di abbattere i lupi, mentre Salvini, forte di mitraglietta, ne autorizza l’abbattimento: fatto che contiene in nuce tutto il significato delle temperie in cui il post-25 aprile, tradito come nemmeno il presunto Giuda il presunto Gesù, ci ha ingabbiato e nelle quali, o i 5 Stelle staccano la spina, o rischiamo il corto circuito e il black out loro e di tutti noi).

Il discorso della Liberazione va ripreso ab imis fundamentis. E’ per questo che ho spostato le mie commemorazioni-celebrazioni a due giorni dopo, il 27 maggio del 1937. E il giorno tristissimo della morte di Antonio Gramsci (io c’ero già e ricordo una serie di quaderni di mio padre con sopra, imparai dopo, le immagini, tra altre, di Marinetti, D’Annunzio, Gozzano, Leopardi e Gramsci). Non significa niente, ma sono contento di esserci già stato quando ancora viveva Gramsci. E’ insensato, ma mi pare che così sono in qualche modo contemporaneo e, quindi, più partecipe di quel “popolo” a cui questo sardo degno della sua terra ha ridato un nome, un’identità, un progetto, nel tempo che più lo ha visto conculcato, mistificato, sviato da una storia che era iniziata con Dante, che aveva serpeggiato per secoli e che si era rifatta prorompente con la Repubblica Romana e le altre affini, incancellabili madri dei nostri partigiani.

 La Brigata delle Donne alla Comune di Parigi

Come Anita Garibaldi, che, sul colle Gianicolo, sparava ai francesi rinnegati, lo è specificamente delle nostre partigiane. E come lo era anche delle brigate femminili alla Comune di Parigi (dove c’erano pure i dai neoborbonici esecrati garibaldini!). Che nessun movimento o gruppo femminista ricorda e onora, preferendo icone tipo Hillary o Boldrini.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:06

MILOSEVIC, ULTIMA INTERVISTA PRIMA DELL’ARRESTO

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/04/milosevic-ultima-intervista-prima.html

MERCOLEDÌ 10 APRILE 2019

Molti, dopo l’ultimo mio post sul XX anniversario dell’aggressione Nato alla Serbia, mi chiedono di ripubblicare l’intervista che feci a Milosevic, nella sua abitazione, pochi giorni prima del suo arresto e del successivo trasferimento nel carcere dell’Aja. Eccola. 
L’intervista fu rifiutata da “Liberazione”, con il pretesto che avrebbe “appiattito il giornale e il partito(PRC) su Milosevic“. La pubblicò poi il Corriere della Sera. E’ lunga, ma ne vale la pena ed è  per la Storia.

MILOSEVIC, ULTIMA INTERVISTA PRIMA DELL’ARRESTO IL 29 MARZO 2001

(25 marzo 2001)

Di FULVIO GRIMALDI

L’appuntamento con Slobodan Milosevic ricorda quelli che ho avuto
ripetutamente con Yasser Arafat: assoluta incertezza sul luogo e sui
tempi dell’incontro fino alle 19 di venerdì sera, mentre mi accingevo a
partire per Kragujevac per intervistare i dirigenti del sindacato di
sinistra che hanno appena registrato una sorprendente, schiacciante
vittoria sul sindacato vicino al nuovo potere, nelle elezioni per il
rinnovo dei dirigenti sindacali della fabbrica automobilistica
Zastava.  In quel preciso momento arriva l’ex.ministro degli esteri e
oggi vicepresidente del Partito Socialista Serbo, Zivedin Jovanovic,
del quale pure era stato annunciato l’arresto, poi smentito, insieme a
quello, effettivo, di otto alti dirigenti del partito. Vengo portato di
gran carriera alla residenza dell’ex-presidente e nel tragitto
Jovanovic esprime il timore che tutti questi arresti e una feroce
campagna contro Milosevic, allestita dal movimento giovanile del
premier Zoran Djindjic, le “Camicie Nere”, insieme all’organizzazione
Otpor, rivendicata dagli USA come proprio strumento insurrezionale,
stiano cercando di fare il vuoto intorno a Milosevic, in vista
dell’arresto entro il 31 marzo, intimato da Washington pena il rifiuto
di qualsiasi finanziamento e il mantenimento delle sanzioni.
Passati per la cancellata  della residenza, nella periferia di
Belgrado, attraversiamo un ampio parco, fortemente illuminato e
presidiato da militari dell’esercito e da carri armati che mi  dicono
posti a difesa di Milosevic, contro un qualche colpo di mano che voglia
arrivare alla sua cattura.
Sull’uscio di un fabbricato a un piano, l’ex-presidente jugoslavo mi
viene incontro e mi saluta con cordialità. Vengo introdotto in un ampio
salone di stile neoclassico, con al centro tre divani a ferro di
cavallo. Milosevic si siede su quello centrale, con me e Jovanovic ai
due lati. Chiede di non utilizzare apparecchi di registrazione e
insiste che questa è una conversazione e non un’intervista. Ma mi
consente di pubblicarla.
Slobodan Milosevic, 60 anni, appare più giovane e più vigoroso di
quanto non risulti nelle foto o in televisione. Non da l’impressione di
un uomo sconfitto e piegato, magari impaurito. Si esprime con la stessa
spontanea e tranquilla sicurezza che lo avevano caratterizzato in altre
occasioni. Apparentemente animato da  ottimismo, esprime i suoi
ringraziamenti a tutti coloro che, nel mondo, manifestano solidarietà
alla Jugoslavia, ne sostengono la sovranità  e integrità e condannano
sia l’aggressione Nato, sia la richiesta di Carla del Ponte e degli USA
di consegnarlo al tribunale internazionale dell’Aja, da Milosevic
definito il “braccio illegale della Nato” e “uno strumento per
perpetuare il genocidio della Jugoslavia”. A questo proposito, l’ex-
ministro Jovanovic illustra un forte scontro in corso tra il premier
serbo Zoran Djindjic, definito l’uomo dei servizi tedesco-americani, e
il presidente Vojislav Kostunica. Verterebbe sui vertici delle forze
armate, apparentemente ancora fedeli all’ex-presidente (che però ne
avrebbe sempre voluto inibire l’intervento contro il nuovo potere), che
Djindjic starebbe sostiutuendo  con uomini di sua fiducia. Alla mia
prima domanda sulla possibilità di un arresto di Milosevic, sia
Jovanovic che l’ex-presidente si dicono fiduciosi in una risposta di
massa. Jovanovic parla addirittura di possibile guerra civile,
specialmente se Djindjic dovesse decidere di consegnare Milosevic nelle
mani del Tribunale dell’Aja, un tribunale squalificato non solo agli
occhi dei sostenitori del vecchio governo,  ma visibilmente
inaccettabile per gran parte della popolazione che, pur schierandosi
contro colui che per dieci anni è stato presidente della Serbia e della
Jugoslavia, resta critica dei bombardamenti Nato e di quello che viene
visto come uno strumento legale per rovesciare sui serbi la
responsabilità di quanto hanno subito, in termini di smembramento,
danni e uccisioni, i popoli jugoslavi, nonché per evitare qualsiasi
richiesta di risarcimento e di bonifica dei territori contaminati dalla
chimica e dall’uranio.
La conversazione, dominata da Milosevic e che mi lascia poco spazio per
le domande, scivola subito su quella che, non essendovi ancora state
avvisaglie di un tentativo di cattura del capo socialista, appare come
la questione più bruciante: gli attacchi dei “terroristi” UCK in
Macedonia e Serbia del Sud. “E’ in corso”, dice con gravità
Milosevic, “una enorme manovra di destabilizzazione del Sud-Est
europeo. I terroristi dell’UCK vengono utilizzati dagli USA in funzione
antieuropea ed antibalcanica con il miraggio della “Grande Albania”. In
stretta collaborazione con il regime turco, uno dei massimi
finanziatori degli albanesi, si stanno attivando, sotto la direzione
UCK e con la copertura politica di Rugova, tutte le minoranze albanesi
nei paesi balcanici: Serbia del Sud, l’intera Macedonia e presto anche
Bulgaria e Grecia, dove vivono forti comunità albanesi (800.000 in
Grecia). In Romania, invece, vengono istigate alla rivolta le minoranze
ungheresi. Lo scopo strategico è di mantenere in permanente subbuglio
l’intera area, contro l’interesse europeo ad una stabilizzazione, in
particolare per contrastare le tendenze anti-Nato forti in Grecia e in
crescita in Bulgaria e Romania e per assicurare ampi territorio al
controllo della criminalità narcotrafficante diretta dall’UCK.
L’approccio politico è ancora una volta inteso a sfruttare le
differenze etniche”.
Chiedo al mio interlocutore se non ritenga che anche il precedente
governo jugoslavo non abbia la sua parte di responsabilità in questa
frammentazione lungo linee etniche, religiose, linguistiche, culturali
e per il  controllo delle rotte delle risorse energetiche. Milosevic
risponde con fervore: “La Federazione jugoslava, con la sua convivenza
pacifica, era un modello di Unione Europea, fino a quando non sono
entrate in gioco le trame del’imperialismo tedesco ed americano Viveano
in pace  popoli di diversa cultura, storia, confessione. Vivevano in
armonia da 80 anni. In Jugoslavia non si chiedeva a nessuno di che
razza o nazionalità fosse. La rottura è venuta quando da fuori si sono
istigati gruppi di potere con la promessa di grandi privilegi personali
e di elite. Quanto alla popolazione croata, per esempio, come si
sarebbe potuto convincerla della bontà di una frantumazione, quando
tantissimi croati vivevano in Bosnia, in Serbia e in Kosovo? Lo stesso
valeva per i serbi, a cui invece è poi stata negata
l’autodeterminazione, e per i musulmani. Non era nell’interesse
nazionale di nessuna di queste comunità  arrivare a una divisione e
contrapposizione.”
“Anche la Germania e gli USA hanno un sistema federale”.
“Già, ma nessuno per ora ha cercato di mettere il dito in quei
matrimoni. Quello degli Stati Uniti, del resto, è un sistema federativo
obsoleto e che presto andrà in forte crisi perché riconosce solo
geometriche divisioni geografiche e non le diverse comunità etniche,
culturali, linguistiche, sociali. Di fatti è un sistema che non sa dare
risposta alle sacrosante richieste dei latinos, dei neri, dei nativi,
degli italiani, dei poveri. Si tratta di comunità emergenti che
vorranno essere riconosciute. Tanto che Bush ha sentito il bisogno di
rivolgersi in spagnolo agli immigrati latinos. Dovrebbe essere un
principio di riconoscimento delle comunità etniche e sociali. E’ la
dimostrazione che tutti esigono un nuovo codice, una nuova formula di
convivenza. E di questi la Jugoslavia era un esempio. Anche questo
spiega perché è vista come nemica dai poteri attuali”
A Belgrado, nei giorni precedenti, si era svolto un convegno
internazionale convocato dal Forum di Belgrado, una coalizione delle
sinistre jugoslave, nel secondo anniversario della guerra. Da molti
paesi, Stati Uniti, Germania, Russia, Palestina, Iraq, Libia, Grecia,
Italia e altri paesi erano venute delegazioni ad esprimere solidarietà
a questo paese. Milosevic ne è apparso molto incoraggiato: “Gli
italiani che ci hanno visitato durante la crisi, tra i quali Cossutta e
molti politici di paesi europei,  ci hanno fatti chiaramente capire che
i loro paesi non sono indipendenti. Al popolo italiano non è stato
neanche chiesto se volesse una guerra. Se ne è parlato informalmente in
Parlamento. E’ la prova che la Nato non è un’alleanza tra uguali, ma
una macchina da guerra che si trascina dietro tutto l’Occidente. I
popoli vengono sopraffatti e assistono inermi alla distruzione di
ospedali, scuole, treni e autobus pieni di civili in un paese amico e
inoffensivo”
Poco prima del mio arrivo, Milosevic aveva dato un’intervista al
quotidiano israeliano Haaretz. Ne cita qualche osservazione ribattendo
all’affermazione di Kostunica secondo cui ci sarebbero similarità tra
il Kosovo e Gerusalemme, entrambi aggrediti dai musulmani: ” E’
un’interpretazione aberrante e razzista. Le similarità sono altre, sono
quelle tra genocidio dei serbi e genocidio degli ebrei e, ora,
genocidio dei palestinesi. I mezzi sono differenti: non più camere a
gas, ma una scientifica satanizzazione dei nemici attraverso i media.
Si tratta di anestetizzare la sensibilità pubblica di fronte al
massacro di civili e all’embargo.” Nelle parole di Milosevic si
inserisce una punta di indignazione e il suo gesticolare si fa ampio e
veloce: “Ci hanno lasciato un esercito assolutamente integro, ma hanno
fatto stragi di civili, bambini, infrastrutture: 88mila tonnellate di
esplosivo e di uranio sulle teste degli jugoslavi. Siamo l’unico popolo
che sia stato bombardato in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E
con un’arma criminale e genocida come l’uranio. Queste sono le
analogie!”
Sottopongo a Milosevic una questione che dovrebbe risultare
inquietante: la mancata o debole solidarietà manifestatagli nel mondo
da parte della maggioranza delle sinistre, anche di quelle che si
dicono contrarie all’egemonia Nato. L’ex-presidente assume
un’espressione amareggiata e punta ancora una volta il dito sui mezzi
d’informazione che, in questa occasione, avrebbero perfezionato agli
ordini del supremo potere politico-economico-militare USA, salvo poche
eccezioni, un meccanismo quasi perfetto di narcotizzazione: “Un
meccanismo fondato sull’inganno che, dunque, ha abolito la democrazia
sostanziale in America e in Europa. Si sono vendute menzogne anziché
verità. E’ incredibile: adesso non hanno più nessuno scrupolo ad
ammettere di non aver trovato tracce di una pulizia etnica fatta dai
serbi in Kosovo (mentre loro ne hanno protetto una dell’UCK), che le
foto di presunti campi di concentramento serbi erano un fotomontaggio,
che i duecentomila stupri erano secondo l’.ONU, tra tutte le parti e in
tutta la guerra, solo 300, che non si sono trovate le fosse comuni. A
che servono le istituzioni democratiche e la libertà se tu, governo,
non diffondi che bugie? Una democrazia non è possibile senza la verità.
Le istituzioni diventerebbero delle  vuote quinte”.
Poi Milosevic mi ha invitato a confrontare il pluralismo dei media (e
dei partiti) esistenti in Jugoslavia, perfino durante la guerra , con
la granitica omologazione della stampa in Occidente.
“Ma voi alcuni dei media d’opposizione li avete chiusi.” A questo punto
si inserisce nella conversazione il vicepresidente del PSS, Jovanovic:
“Per brevissimo tempo, quando in piena aggressione incitavano il popolo
a liberarsi con la violenza del governo ed era stato provato che
venivano diretti e finanziati dalla CIA. Agivano da quinta colonna e
istigavano alla sovversione violenta. Qualsiasi governo avrebbe reagito
in quel modo. Anzi, da noi, pure in guerra, non c’era neanche la
censura e a Belgrado 4 quotidiani su 6 ci attaccavano
sistematicamente”.
“Presidente. Una domanda che molti dei suoi denigratori considereranno
provocatoria. Cuba, col suo partito unico resiste da oltre 40 anni. Non
c’è stato da voi un eccesso di democrazia, visto che l’opposizione se
la sono potuta comprare gli americani?”
“E chi lo può dire. Io alla democrazia ci tengo. Se non è democrazia il
fatto che ci fossero i partiti d’opposizione e il 95% dei mezzi
d’informazione erano in mano loro… Non hanno mai subito censure. In
Kosovo c’erano 20 giornali albanesi che tuonavano contro il governo.
Non sono mai stati chiusi. Da noi non c’è mai stato un priginiero
politico e ora questi concedono l’amnistia a terroristi, tagliagole,
infanticidi. E così che si difene il Sud della Serbia aggredito? Da noi
tutti potevanol avere il passaporto, Rugova teneva conferene stampa al
centro di Belgrado attaccandomi a morte. Mai nessuna vessazione,
nessuno ucciso. Eppure mi hanno accusato di omicidi quando in 12 anni
nessun oppositore è stato ucciso. Sono stati invece uccisi i miei
migliori amici. Se potessero mi darebbero anche la responsabilità
dell’uccisione di Moro o di Kennedy. Ma le bugie hanno le gambe corte.
Mi hanno accusato di crimini di guerra e il giorno prima hanno lanciato
le foto satellitari delle fosse comuni. C’è stata una rivolta di 22
mesi in Kosovo, e non hanno trovato che una fossa comune, piena di
serbi. Questo tribunale dell’Aja e le sue bugie non sono che una parte
del meccanismo di genocidio del popolo serbo, mascherato con una
spruzzata di croati e musulmani. Del resto, la Del Ponte era coinvolta,
nella Commissione Europea, in un gravissimo scandalo. Poi  l’hanno
fatta procuratore all’Aja”.
Sottopongo a Milosevic l’osservazione di molti, secondo cui lui sarebbe
stato a un certo punto “l’uomo degli americani”. L’ex-presidente
respinge con veemenza la definizione: “Mai. Semmai ho trattato con gli
americani finchè appariva che volessero salvaguardare l’unità della
Jugoslavia, o almeno di quanto rimaneva dopo le secessioni di Croazia
e  Bosnia. Del resto i continui ricatti e strangolamenti del FMI, cui
ci siamo dovuti piegare fino a un certo punto per le condizioni
terribili in cui le secessioni e le sanzioni avevano gettato il nostro
paese, raccontano un’altra storia. Gli USA devono rendersi conto che
non è possibile avere la democrazia in casa propria e sottomettere
altri popoli. E’ una contraddizione in termini. Posso capire che gli
Stati Uniti, il paese oggi più potente e ricco, abbia l’aspirazione a
fare da leader della squadra. Ma due anni fa ho detto a Holbrooke
(inviato di Clinton.Ndr.), quando ci minacciava: avete sbagliato
millennio, non il secolo. Potevate essere i capisquadra lanciando un
grande progresso per il benessere, la diffusione delle tecnologie,
della giustizia, della democrazia. La vostra ossessione di dominio e di
profitti vi  porta invece a uccidere gente e piccole nazioni, come
Giulio Cesare 2000 anni fa. Il vostro è un comportamento cesarista:
comico se non fosse tragico. Per voi esiste solo la vostra economia di
mercato che produce, accanto a straordinari profitti per pochi,
diseguaglianze e sfruttamento. La vostra massima legge nella conquista
del mondo è abbassare il costo del lavoro. Siete portatori di un nuovo
schiavismo.”
Chiedo a Milosevic se non abbia registrato, nei mesi dopo la sconfitta
e la pulizia etnica dell’UCK contro le minoranze in Kosovo ,
riconosciuta se non condannata da tutto il mondo, un mutamento
dell’opinione pubblica interna ed internazionale. “Per fortuna”,
risponde Milosevic, mentre sul tavolino si ammonticchiano caffè,
bibite, tè portati da un militante del partito, “non siamo in Uganda ma
in Europa, dove, nonostante la marcia blindata della stampa, si stanno
aprendo spiragli alla presa di coscienza. Lo noto soprattutto tra gli
albanesi che, in numero enorme, sono fuggiti dal Kosovo in Serbia.
Holbrooke mi disse chiaro e tondo: “Non ce ne importa niente degli
albanesi”. Ebbene, a noi serbi, gli albanesi stanno a cuore, sono
nostri cittadini. Gli ho anche posto una domanda cui non ha risposto:
quali interessi mai potete avere voi, USA, a un’alleanza con terroristi
e trafficanti di armi, droga, organi, che a un certo punto non saprete
più controllare?”
Faccio a Milosevic l’obiezione che tante volte è stata sollevata in
Occidente: l’abolizione dell’autonomia del Kosovo. La risposta è
tecnica. Non ci sarebbe mai stata una tale abolizione. Nel 1989, dopo
numerosi pogrom antiserbi, al Kosovo si sarebbe tolta la facoltà di
paralizzare la federazione con un diritto di veto che una provincia
poteva imporre alle altre provincie autonome,  alle repubbliche e,
addirittura, all’intera federazione. Nel discorso che Milosevic tenne a
Kosovo Polje, giudicato di un nazionalismo esasperato, l’allora
presidente avrebbe invece sollecitato all’uguaglianza  e al rispetto
tra tutti i popoli della federazione. E mi cita le parole testuali del
discorso.

Alla conversazione  non può sfuggire l’antefatto principale della
guerra: Rambouillet e un accordo che prevedeva, come ammesso dallo
stesso Dini più tardi, l’occupazione  dell’intera Jugoslavia da parte
delle forze Nato, a la loro sottrazione alla giurisdizione della
magistratura federale. Racconta Milosevic: “Durante i negoziati di
Rambouillet, il generale Wesley Clark  è andato ripetutamente con
Hashim Thaci, leader dell’UCK, nei ristoranti parigini. Eppure tutti
sapevano che Thaci aveva per ufficiali pagatori i narcotrafficanti
albanesi. Cosa ne poteva venire di positivo al popolo americano? Di
intese con la mafia si può avvantaggiare solo un profitto economico
senza scrupoli. Ma quell’intesa continua a funzionare e a produrre
disastri nei Balcani”.
Milosevic, sul quale di lì a poco si abbatterà la resa dei conti
finale, non da l’impressione di un uomo braccato, in cerca di una
qualsiasi via d’uscita per sé e per la famiglia. Anzi, del suo destino
personale non parla mai. Crede nella possibilità di una resistenza che
si svilupperà e che trarrà impulso dalle sempre più disastrose
condizioni della popolazione. In effetti, la Belgrado di oggi, tuttora
sottoposta ad embargo, salvo per il petrolio, appare più spenta, cupa,
desolata di quella del tempo di guerra e del dopoguerra. L’inflazione
galoppa al 100%. Secondo dati dei ricercatori scientifici, taciuti o
minimizzati dalle autorità, le patologie da contaminazione chimica e
radioattiva dilagano. A Pancevo, l’Istituto dell’Igiene del Lavoro
denuncia un  buon 80% della popolazione adulta affetta da tumori,
linfomi e malattie connesse all’inquinamento.

Su una possibile risposta di lotta ai vincitori delle elezioni
presidenziali, Milosevic dice:”Quella che conta, nella vita delle
nazioni, è resistere. Il complotto antijugoslavo sta diventando
visibile. Guardate ai fatti semplici della storia. Nell’ottobre del
1997 c’è il vertice sudeuropeo a Creta. C’eravamo tutti e tra tutti si
era stabilito un ottimo accordo. Avevo anche suggerito un’area di
libero scambio sudeuropea, senza dogane. In un’economia di mercato, pur
con le nostre irrinunciabili salvaguardie dei lavoratori (la legge che
garantiva ai lavoratori delle industrie privatizzate il 60% delle
quote. Ndr), ogni paese avrebbe avuto spazi più ampi di manovra,
mercati più vasti. Un’ottima soluzione anche prima di un ingresso
nell’UE. Per gli americani era una minaccia. Anche Fatos Nano, il
premier albanese, era d’accordo per l’apertura delle frontiere alle
persone, alle merci, alla normalizzazione. Mi disse: il Kosovo è un
problema interno della Jugoslavia, non negoziabile. Nel sud-est le cose
si sarebbero potute risolvere in pace e cooperazione. E’ stato un forte
segnale d’allarme per i destabilizzatori e un mese dopo il ministro
degli esteri francese, Hubert Vedrine, espresse gravi preoccupazioni
per la sorte del Kosovo. Perché, se non era preoccupato neppure Fatos
Nano? E subito dopo la Germania si mette ad organizzare e armare i
gruppi criminali. Nel 1988 iniziano a sparare a poliziotti, forestali,
magistrati, postini, bombe nei caffè, nei mercati. Abbiamo reagito come
tutti avrebbero fatto. Alla fine del ’98 l’UCK era finito. In TV si
vedevano camionate di armi UCK consegnate alla polizia. Ma arriva
Holbrooke e insiste sulla spedizione di personale armato. Rifiutai
ovviamente e ci accordammo sulla missione di osservatori dell’OSCE,
solo civili. Appena Holbrooke ametteva che il problema era risolto, il
giorno dopo lo riapriva: erano arrivate nuove istruzioni da Washington.
Ma in Kosovo tutto restava calmo, alla presenza di 2000 osservatori
Osce, centinaia di membri della Croce Rossa, giornalisti, diplomatici.
Poi il criminale William Walker (capo dell”OSCE. Ndr) si inventò la
strage di Racak, successivamente smentita da tutti gli investigatori.
Fu il pretesto per Rambouillet e per l’aggressione. Quando il nostro
giurista Radko Markovic definì il diktat “spazzatura”, James  O’Brian,
assistente della Albright, si inalberò: “Come può dirci questo? Non si
rende conto che il testo è stato preparato da colui che ha elaborato il
testo per l’indipendenza tibetana?” Ho detto tutto.”
Chiedo a Milosevic se anche la distruzione della Jugoslavia faccia
parte del processo di globalizzazione. “La distruzione del mio paese è
la dimostrazione che non esiste la globalizzazione, ma solo un nuovo
colonialismo. Se si trattasse di vera globalizzazione, cercherebbe
l’integrazione, su basi di parità, di popoli, culture, religioni. Si
sarebbe preservata la Jugoslavia, che aveva messo in atto la formula
migliore. Se le nazioni, gli stati, i popoli fossero trattati da
soggetti pari, non conquistati, stuprati, se il mondo non dovesse
appartenere a una minoranza ricca, che deve diventare più ricca mentre
i poveri diventano più poveri, si avrebbe la giusta globalizzazione.
Non si è ma vista una colonia svilupparsi e conquistare la felicità. Se
si perdono l’indipendenza e la libertà, tutte le altre battaglie sono
perse. Gli schiavi non prosperano”.
“Eppure a condurre la guerra sono stati i governi di sinistra,
socialdemocratici, europei”.
“La disinformazione e manipolazione sono purtroppo penetrati anche
nelle sinistre, dato che oggi in Europa abbiamo solo sinistre false.
Blair, Schoreder, Jospin, D’Alema sono forse di sinistra? Perché Kohl è
stata rimosso  con il solito sistema degli scandali? Perché rifiutava
di sottomettere la Germania totalmente al controllo USA. Questi qua,
invece, sono disposti a fare da sciuscià. Gli USA sono penetrati nelle
loro strutture politiche e dunque mediatiche. Sono state
paradossalmente le sinistre a bombardarci. Con i greci di Mitsotakis,
per esempio, c’era un’intesa più rispettosa che con l’amerikano
Papandreu. Quanto agli italiani, ho poco da dire. Non si sono molto
adoperati per avere un dialogo con noi. Sono rimasti nell’ombra”
Chiedo a Milosevic giudizi su paesi e personaggi in qualche misura
all’orizzonte della crisi jugoslava. “La Cina? Ci sostiene
discretamente e indirettamente, ma si occupa dei fatti suoi. I cinesi
sono calmi e pazienti. Dicono di aver bisogno di cent’anni per
competere con le potenze imperiali. La Russia è stata distrutta
dall’amerikano Gorbaciov. Ingenui i russi se pensavano che la
devastazione si sarebbe fermata ai loro confini. Ora, forse, c’è
qualche segnale di ripresa. Ramsey Clark, l’ex-ministro statunitense
della giustizia  e leader dei diritti civili, è un grande combattente
per la pace. Quando iniziò la guerra Iraq-Iran, la crisi degli ostaggi,
Clark chiese a Kissinger cosa si aspettasse da quella guerra. La
risposta fu “che si uccidano a vicenda”. La storia si ripete: guerra
tra slavi e tra slavi e musulmani perché si indeboliscano, si uccidano,
sgomberino il campo. Basta guardare al Kosovo, alla Cecenia, al
Daghestan, alla Macedonia. Ora gli USA si sentono minacciati da Putin
(sul nome del presidente russo Milosevic alza dubbiose sopracciglia.
Ndr), dalla Moldavia, dalla Bielorussia, dall’Ucraina. Li considerano
tutti minacce all’Occidente solo perché hanno iniziato a muoversi verso
sinistra e a curare con maggiore responsabilità i propri interessi.
Molte cose stanno cambiando. La gente si sveglia dall’ipnosi che gli
aveva fatto credere che il suo futuro dipendesse da FMI e Banca
Mondiale. Hanno rubato alla Russia centinaia di miliardi e poi
vorrebbero negoziare crediti a tassi d’interesse da strozzino. Questa
Russia ha un potenziale enorme. Deve liberarsi delle mafie nutrite
dall’Occidente che ne governano l’economia. Putin se ne rende conto e
questo spiega  tutte le sue recenti iniziative internazionali. La
Russia deve mandare al diavolo il Fondo Monetario i cui schemi servono
solo a distruggere quel paese”.
“Certa sinistra europea l’ha accusata per le privatizzazioni”.
Nella nostra costituzione tutte le proprietà sono garantite: statali,
sociali, cooperative, private. Il grado di privatizzazione dipende
dallo sviluppo dell’economia, dalle condizioni imposte dagli organismi
internazionali (che alla fine abbiamo rifiutato), dall’indebitamento e
dalla protezione sociale. Noi abbiamo cercato un equilibrio ottimale
nelle circostanze date. Abbiamo respinto una privatizzazione totale,
soprattutto dei settori strategici, per mantenerne il controllo
pubblico. Abbiamo assicurato ai nostri operai il 60% delle aziende
privatizzate e limitato al 40% i capitali nazionali o stranieri.
Nessuno in Europa lo ha fatto. Abbiamo dato molta terra ai contadini. I
10 ettari della precedente legge erano troppo pochi per una famiglia
nell’economia moderna. Ora gli ettari che si possono possedere  sono
160. Non è certo un latifondo.
Quanto alla Telekom, la mediazione di un miliardo e mezzo di un prezzo
che per noi era conveniente,  per gli italiani costoso, è andata per
metà a intermediari cechi. Noi non abbiamo visto un dinaro in termini
di mazzette. Quella somma ci occorreva per ricostruire un’economia
devastata dalle sanzioni che avevano determinato nel 1993 un’inflazione
del 350mila per cento. Entro il 1994 eravamo riusciti a ridurre
l’inflazione a zero. Il dinaro rimase stabile, l’inflazione sotto
controllo fino al l999. Eravamo in miseria, ma sani, e tra il 1994 e il
1998 il nostro PIL aumentò tra il 4 e l’8 per cento, più che in tutti i
paesi vicini, per quanto foraggiati. Ecco un’altra minaccia jugoslava:
non c’è un serbo che lavori in altri paesi, mentre qui vengono a
lavorare migliaia di rumeni e bulgari. Ne sono fiero.  Come sono fiero
della ricostruzione che in poco più di un anno questo paese ha saputo
fare. Oggi ci sono i black-out continui, allora neanche uno.

“Presidente, l’accusano spesso di aver accumulato tesori in banche
estere, anche se alcuni sospettano che si trattava di conti che
servivano ad aggirare l’embargo e nutrire la popolazione”.
“Già, due anni fa Holbrooke mi annuncia:”La Svizzera ha congelato i
suoi conti”. Gli risposi che gli avrei subito firmato la donazione di
tutti i miei fondi svizzeri. Del resto la massima autorità finanziaria
svizzera ha dichiarato di non aver trovato traccia di miei averi in
quel paese. L’unico conto che possiedo è qui in una banca e serve a
ricevere il mio stipendio. Ora si parla di Cipro, ma anche lì non hanno
trovato niente e hanno fatto arrabbiare molto i ciprioti”.
“Presidente, nutre fiducia nel futuro? Le circostanze sembrano a lei
molto sfavorevoli. Si parla di un arresto imminente. Lo hanno chiesto
gli USA.”
“Credo di poter nutrire fiducia. Tutto dipende dalla linea politica del
nuovo governo, da chi vi prevarrà e da come reagirà il popolo quando
capirà di essere stato ingannato e impoverito. Il gruppo dirigente è
molto diviso. Kostunica è meglio degli altri, pare voglia difendere gli
interessi nazionali, ma è debole e non ha la maggioranza nella
coalizione. Vedremo cosa ne verrà fuori. Noi intanto lavoriamo al
rafforzamento del partito, nostra unica difesa, e alla presa di
coscienza della gente. Sentiamo che il nostro punto di vista si sta
diffondendo tra operai, contadini, clero. Siamo invalidati dalla quasi
totale mancanza di mezzi d’informazione. Abbiamo un solo quotidiano.
Tutti i media sono controllati dalla DOS, altro che democrazia. Una
volta un giornalista in TV ha preso a criticare questa  blindatura
dell’informazione. Hanno immediatamente interrotto le trasmissioni. Con
noi non era mai successo”.
Milosevic mi congeda con calore. “Grazie per l’informazione corretta”.
E aggiunge con forza: “Never give up”, forse in inglese perché suocera
intenda: arrendersi mai. Poi mi richiama per una citazione di Madeleine
Albright, la segretaria di stato di Clinton, riferitagli dal
giornalista del New York Times, Steve Erlander. Esclamò Albright: “Ma
come, Milosevic ha accettato il risultato delle elezioni? E’ il colmo,
non è possibile! Lo avevamo incriminato apposta di tutti quei delitti,
per dieci ergastoli, onde non rinunciasse a nessun costo al potere. E
adesso questo se ne va… Non è una vittoria, questa”.  Poi, con un
sorriso amaro, mormora una raccomandazione: “Non è vero che avessimo
saputo del bombardamento della nostra televisione. Hanno incarcerato
Dragoljub Milanovic, l’ex-direttore, per questo. Proprio lui che era
rimasto fino a pochi minuti prima delle bombe. Come se uno potesse
sapere il minuto secondo del botto. E’ una delle tante infamie di Carla
del  Ponte per coprire il crimine del bombardamento sui giornalisti.
Non dovevano esserci? E lei in guerra non terrebbe presidiato il mezzo
di comunicazione più immediato per avvertire le popolazioni, chiamare
soccorsi, provvedere a  mantenere operativo il sistema di comunicazione
d’emergenza? Quei ragazzi erano tutti  volontari. Li ha uccisi la Nato.
Come ha fatto uccidere tutti i miei più cari e validi collaboratori
facendo passare gli omicidi come guerre di mafia”.
E qui Slobodan Milosevic abbassa gli occhi. Adesso pare un po’ piegato.

Fulvio Grimaldi

Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/878

Una versione abbreviata di questa intervista e’ stata pubblicata
sul “Corriere della Sera” dell’1/4/2001

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:27