Inquisizione Psicanalitica

marcelloPsicologi, psicanalisti e psichiatri sono, ahinoi, tra le categorie professionali che più hanno aiutato le dittature a consolidarsi, basti pensare al loro fondamentale contributo nel regime sovietico a classificare come pazzi o alienati sociali tutti quei dissidenti e avversari del partito e dello Stato, soprattutto intellettuali, riempiendo così i manicomi. E questo anche a ragione della concomitante affermarsi, come hanno riconosciuto filosofi e intellettuali di estrazioni le più diverse, psicanalisi e sociologia entrambe dedite alla misurazione quantitativa dell’uomo: della sua interiorità e del suo contesto sociale. Ma misurare ti induce anche a manipolare: da cui gli “ingegneri sociali” sempre in URSS o i “persuasori occulti” in USA denunciai da Vance Packard.

Le dittature assumono col tempo aspetti diversi, diventano sempre più sofisticate al tempo di Internet, e ormai non sono soltanto quelle che instaurano un esplicito regime di tipo esplicitamente poliziesco. A esempio, anche il “politicamente corretto” nelle sue molteplici e ossessive versioni si presenta come dittatura delle parole e dell’agire quando vuole imporre a suon di pseudo regole calate dall’alto il Pensiero Unico denunciando e condannando coloro i quali non si conformano ad esso. Ne sono responsabili non solo i politici in quanto tali, dunque, ma anche coloro i quali hanno un’influenza sull’opinione pubblica in un società come l’attuale dominata dalla informazione e dalla persuasione: gli intellettuali, dunque, i giornalisti e, ancora una volta, gli… psicologi.

Questa considerazione, che qualcuno considererà esagerata, è legittimamente provocata da due recentissimi episodi che hanno visto protagoniste due associali italiane di psicologi.

Il collegio dell’’Ordine degli Psicologi della Lombardia ha aperto un provvedimento disciplinare nei confronti del dottor Giancarlo Ricci “per aver posto in essere, peraltro un contesti pubblico in cui rappresentava la professione, un comportamento contrario al decoro, alla dignità e al corretto esercizio della stessa; per aver operato discriminazioni tra soggetti in base al loro orientamento sessuale; per aver utilizzati metodi, comunque, aver collaborato a iniziative lesive della dignità e del rispetto delle persone omosessuali; per non aver mantenuto un livello adeguato di preparazione e aggiornamento professionale con riguardo ai settori in cui opera e non aver riconosciuti i limiti della propria competenza”.

L’Ordine lombardo si è mosso su denuncia di una associazione LGBT (lesbiche, omosessuali, bisessuali, transessuali & C.) spalleggiata da cinque colleghi del dottor Ricci. Quale la sua intollerabile colpa? Di aver pronunciato durante una trasmissione televisiva del 21 gennaio 2016 dove era stato invitato in qualità appunto di psicologo, alcune opinioni considerate dalle associazione in questione, e quel che è peggio dell’Ordine professionale, come sconvenienti e offensive, diciamo anche “scientificamente” errate, una delle quali è la seguente: “La funzione di padre e di madre è essenziale e costitutiva del percorso di crescita”, e poi: “L’ideologia gender (…) secondo cui l’omosessualità viene equiparata ad una sessualità naturale, all’eterosessualità (…) in termini psichici non è affatto così”.

Chi è dunque questo psicologo sprovveduto, non aggiornato professionalmente, che non conosce le ultime frontiere scientifiche della psicologia, che fa sfigurare una intera categoria? Il dottor Ricci è un lacaniano, un freudiano e un autore che ha al suo attivo numerosissimi libri editi da Mondadori, Jaca Book, San Paolo e Marsilio, non l’ultimo arrivato, eppure deve difendersi da accuse che riguardano la propria opinione di specialista fondata su anni di studi ed esperienze dirette. Il suo Ordine lo accusa proprio di questo: di non adeguarsi supinamente a quelle che dovrebbero essere le teorie “psicologicamente corrette” che si vogliono imporre senza alcuna discussione seria e libera e che tutti dovrebbero supinamente accettare pena il deferimento all’ordine professionale da cui potrebbero essere addirittura radiati… Pensate: radiati perché non si ritiene valida la teoria del gender e si sostiene che per un bambino è meglio avere un padre ed una madre invece che due padri o due madri… Teoria del gender oggi tutt’altro che ben definita e unitaria e che al contrario comprende correnti diverse e in netto contrasto fra loro, moderate e radicali.

Incredibile ma vero: tesi e teorie che restano appunto tali e quindi su cui si può discutere e che invece vengono ritenute “scientifiche” e indiscutibili come se si trattasse di scienze positive esatte, e che invece sono imposte dalle pressioni delle lobby dei LGBT che, grazie anche al conformismo generale, sono diventati da poveri perseguitati ed emarginati, come amano presentarsi, intransigenti persecutori e spietati emarginatori di chi non la pensa obbligatoriamente come loro. E questo solo fatto di avere una idea diversa viene considerata una “colpa”, una “offesa”, una “discriminazione”, una “lesione della dignità” (basti pensare alle scomposte e assurde reazioni al “Family Day” che è stato un prodromo di quanto sta accadendo adesso). La “teoria del gender” diventa dunque una specie di legge dello Stato e il non esserne d’accordo comporta sanzioni.

E’ nelle dittature che una teoria diventa una legge per tutti, come nella Germania di Hitler divennero leggi per tutti le teorie di Rosenberg. Stiamo imboccando una pessima china, e nessuno se ne vuole accorgere.

Non diversa da quella imboccata dal CIPA, il Centro Italiano di Psicologia Analitica, che ha protestato pubblicamente con una “lettera aperta” che ha ricevuto molte adesioni, per un caso diverso, addirittura peggiore del precedente. Essendosi resi conto che al Festival di Taormina dopo una loro conferenza sul mito avrebbe dovuto parlare Marcello Veneziani presentando il suo ultimo libro appunto sul mito oggi, se ne è sentita indignata e offesa affermando che mai e poi mai avrebbe dovuto intervenire un “intellettuale di estrema destra” (sic!) che in passato si è occupato, tra le sue mille cose, anche di… Julius Evola, cioè del diavolo in persona, ormai!

Il caso è peggiore del precedente in quanto ci troviamo di fronte ad una censura preventiva: tu devi tacere soltanto perché sei definito un “intellettuale di estrema destra” (se fossi stato un “intellettuale di estrema sinistra” non avresti avuto problemi, vedi ad esempio Toni Negri) ed hai avuto interessi “politicamente scorretti”, perché non puoi avere curiosità o interessi o compiuto studi su un pensatore che alcuni mettono al bando, così facendo un atto profondamente illiberale e antidemocratico che per fortuna alcuni (come Umberto Galimberti e Renato Cattaneo) hanno stigmatizzato ma che però, il che la dice lunga sula condizione morale della nostra stampa, è stato del tutto ignorato dai “grandi giornali” che viceversa avrebbero fatto fuoco e fiamme se il censurato fosse stato de sinistra…

Ai bei tomi del CIPA si sarebbero dovute ricordare un paio di cose: è proprio Jung, loro nume tutelare, e che anni fa venne definito “il profeta ariano” razzista, pagano, antisemita e anticristiano, che nel suo Psicologia e alchimia del 1944 cita positivamente il libro di Evola La Tradizione ermetica del 1931, unico autore italiano preso in considerazione. Che facciano signori del CIPA, scriviamo una “lettera aperta” prendendo le distanze da Jung per esserci contaminato con Evola? Forse è veramente il caso di essere seri.

Questa Inquisizione Psicanalitica è inquietante e allarmante. Se gli studiosi dell’animo e del profondo si schierano contro la libertà di pensiero e di parola è un gravissimo segno dei tempi in cui viviamo. Se gli psicologi/psichiatri/psicanalisti si presentano come custodi di una pseudo ortodossia e si schierano contro le opinioni che oggi – e solo oggi – vanno controcorrente si dovrebbe aver paura dei successivi sviluppi di cui questi due episodi sono i primi sintomi. Proprio come gli omosessuali che da perseguitati si sono trasformati in inquisitori di chi non la pensa come loro, lo stesso vale per essi: quando la psicanalisi nacque era considerata sovversiva, vista con sospetto, accusata di essere scorretta, criticata per la sua immoralità, ostacolata, mentre ora che impazza ed è onnipresente è lei a mettere al bando chi non si conforma e la pensa diversamente sule nuove frontiere psicologiche, nemmeno fosse una scienza esatta.

Romanzi distopici su un futuro in cui è vietato pensare in modo differente da quanto impone un regime ce ne sono a bizzeffe a cominciare da 1984 di Orwell e ancor prima da Noi di Zamjatin, e la realtà dell’URSS stalinista ricordato inizialmente ne è l’applicazione pratica e storica. Non è molto difficile immaginare altri che, affiancati dal solerti strizzacervelli chiamati come esperti della Corte che giudica, condannino coloro i quali sono trascinati a processo da semplici privati, o dalle lobby LGBT, e condannino il poveraccio caduto in trappola magari su denuncia anonima, come un disgraziato malato di mente, un pericoloso asociale, oltre che non aggiornato sulle nuove dottrine della sessualità o della politica. All’orizzonte pare attenerci la Psicopolizia che mantiene l’ordine pubblico e mentale… E magari anche condanne preventive di chi ha solo la tendenza a questo tipo di delitti, come avviene in certi romanzi e racconti di Philip K. Dick…

Che di tutto questo non si rendano pienamente conto uomini di cultura e importanti giornalisti che dedicano le loro rubriche quotidiane alle più inenarrabili e inutili scempiaggini, tutti sacerdoti della libertà di pensiero, è un evidente sintomo della deriva che sta prendendo la società occidentale in genere e quella italiana in particolare.

Gianfranco de Turris

Ps. Dopo questo articolo aspetto di essere deferito da qualcuno all’Ordine dei Giornalisti.
Pubblicato da Ereticamente il 31 maggio 2017
http://www.ereticamente.net/2017/05/inquisizione-psicanalitica-gianfranco-de-turris.html

Intervistare Assad è sacrosanto, alla faccia dei maestrini del giornalismo

Com’era previsto, l’intervista a Bashar al-Assad pubblicata da Il Fatto Quotidiano e, per quanto mi riguarda, da Avvenire, e trasmessa in parte anche dal Tg1 e dai canali Mediaset, ha attirato gli strali di alcuni maestrini di morale e giornalismo. Non si intervista un dittatore (criminale, macellaio, torturatore, eccetera, a piacere), non ci si presta alla sua propaganda, non si diventa suoi complici. Questo, per sommi capi, l’argomento più usato.
 
Vorrei chiarire subito la mia convinzione in merito: si incontra e si intervista chiunque. Se sapessi che interessa ai lettori, intervisterei anche il diavolo. L’idea che intervistare una persona o un personaggio significhi piegarsi ai suoi interessi e ai suoi scopi è patetica. Ho lavorato per tanti anni a Famiglia Cristiana e ricordo l’uscita di interviste, per citarne solo qualcuna, con Felice Maniero (il capo pluriomicida della cosiddetta “banda del Brenta”), Graziano Mesina, il generale Aidid (che tra centinaia di altre avrebbe avuto sulla coscienza anche la morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin) e persino Pol Pot. Nessuno pensò mai, e tanto meno scrisse, che “parlare con loro” volesse dire “stare con loro”, sposare le loro tesi. Anche se ovviamente Maniero, Mesina, Aidid e Pol Pot sostenevano la loro “verità”.
Ma veniamo ad Assad. Presso il ministero dell’Informazione della Repubblica di Siria giace una lista lunga un metro di richieste di intervista al Presidente. Comprende tutte le maggiori testate del mondo. Dal punto di vista dei giornalisti, quindi, la questione è presto risolta. Chi non intervisterebbe il cattivo (criminale, macellaio eccetera) Assad forse ha sbagliato mestiere. Dovrebbe farne un altro, magari anche più nobile di quello del giornalista: l’attivista per i diritti umani, il funzionario Onu, il politico. Una delle attività che permettono di far sparire dalla faccia della terra tutti quelli come Assad. Ma non il giornalista.
 
«Noi quattro giornalisti italiani che abbiamo realizzato l’intervista ad Assad ci siamo accordati per fare domande diverse, ad ampio spettro, su temi scomodi per il regime. Non ci è stato chiesto di evitare questo o quell’argomento, né l’avremmo fatto. I lettori ce ne saranno grati»
E aggiungo: d’accordo, non intervistiamo Assad l’assassino. Ma il generale Al Sisi, quello dell’Egitto, del caso Regeni e di centinaia di altri desaparecidos, invece sì? E il re dell’Arabia Saudita e l’emiro del Qatar, oppressori dei loro popoli, finanziatori dell’Isis e assassini di civili nello Yemen? L’ayatollah Alì Khamanei, guida suprema dell’Iran? Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah in Libano? Erdogan mamma li turchi? Il generale Haftar, che fu sgherro di Gheddafi e collaboratore della Cia ma oggi ha in mano le carte decisive in Libia, lo lasciamo perdere e quindi stronchiamo il Corriere della Sera che lo ha fatto parlare?
Posso aggiungere? Perché Tony Blair, che insieme con George Bush mentì al mondo per scatenare l’invasione dell’Iraq e fu così causa di centinaia di migliaia di morti, ha parlato con tutti i giornali per anni, anche dopo che le sue responsabilità erano diventate evidenti? Voi neo-moralisti l’avete mai intervistato? Avreste rifiutato, rifiutereste di incontrarlo? Volete un altro esempio? Eccolo: Aung San Suu Kyi. Ebbe il Premio Nobel per la Pace nel 1991, oggi fa il primo ministro della Birmania e applica una politica di feroce discriminazione, ai limiti della pulizia etnica, nei confronti della minoranza musulmana dei rohynga, più di 800 mila persone. Già vi vediamo rifiutare, sdegnati, un’intervista con l’ex eroina.
Il moralismo un tanto al chilo è la morte dell’informazione. L’intervista con Bashar al-Assad ha avuto tutti i limiti che è possibile immaginare in una situazione come la Siria di oggi. Ma per essere onesti, ho avuto limiti peggiori, in passato, in certi incontri con politici italiani. Inoltre, noi quattro giornalisti italiani che l’abbiamo realizzata ci siamo accordati per fare domande diverse, ad ampio spettro, su temi scomodi per il regime, in modo da ottenere il materiale più ampio possibile. Ci avevano detto una domanda a testa, ovviamente ne abbiamo fatte di più. Non ci è stato chiesto di evitare questo o quell’argomento, né l’avremmo fatto. I lettori ce ne saranno grati. Quelli che si sono investiti del ruolo di agit prop del bene forse no, ma non importa.
 
di Fulvio Scaglione – 16/03/2017 Fonte: linkiesta

Non vogliono evitare bufale, vogliono il controllo del dissenso

UN-internet-censorshipIl professore di Informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano commenta il disegno di legge presentato al Senato. Un “testo confuso che non stabilisce neanche con quali criteri definire una falsa notizia”
Un testo confuso, che punta ad attaccare il libero dissenso in rete e confonde fake news e pedopornografia. In più, Internet non è il far west, ma un luogo già “iper regolamentato” dove non deve essere un legislatore o un provider “sceriffo” a censurare le informazioni. Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano, commenta il ddl contro le fake news presentato nei giorni scorsi al Senato (qui il testo). Una proposta “liberticida” che vuole imporre nuove regole a siti e forum, applicando anche l’aggravante della diffusione a mezzo stampa.
Da esperto di diritto delle nuove tecnologie, cosa pensa del ddl?
Credo sia inopportuno, pericoloso e censorio. Nasconde le sue reali intenzioni di controllo del dissenso. Lo trovo soprattutto impreciso, sia dal punto di vista tecnico che giuridico. Punta a soffocare il dibattito in rete caricando di responsabilità, burocrazia e sanzioni gli utenti e i provider. Dall’altra parte “salva”, per molti versi, i due principali vettori di odio, notizie false e disinformazione di oggi, cioè molti grandi media e politici. Ed equipara fenomeni eterogenei tra loro che richiedono, invece, regolamentazioni specifiche. Infatti nella relazione introduttiva si fa riferimento a “fake news”, a espressioni che istigano all’odio e alla pedopornografia. Tre universi molto diversi tra loro.
Quali sono i punti più critici?Partiamo dalle pagine della Relazione introduttiva, dove si spiegano le motivazioni del provvedimento: sono molto chiare, fanno capire bene quale sia l’intento. Già nel titolo, s’individuano tre scopi eterogenei tra loro: prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica. Tutti temi con esigenze differenti e che richiedono approcci originali e ben calibrati.
Il testo nasconde le sue reali intenzioni di controllo del dissenso. Ed è impreciso, sia dal punto di vista tecnico che giuridico
Nelle stesse pagine vengono elencati anche i pregi di Internet, sottolineando quanto sia importante per la democrazia.
Sì, per poi passare a giustificare una regolamentazione, per occuparsi del “lato più oscuro”. Bisogna sempre diffidare di chi tratta la regolamentazione della rete elencandone, prima, i pregi, a partire dalla sua natura di grande strumento di libertà. Di solito a questo segue la scure della regolamentazione selvaggia.
Di fatto, già dopo poche righe leggiamo la parola “controllo”.
Sì, come in questo passaggio: “La libertà di espressione non può trasformarsi semplicemente in un sinonimo di totale mancanza di controllo, laddove controllo, nell’ambito dell’informazione, vuol dire fornire una notizia corretta a tutela degli utenti”.
Non si capisce, però, chi debba stabilire quali notizie siano o meno corrette.
Si parla di notizie sbagliate e distorte o, peggio, manipolate, che non sarebbero “mai circolate alla velocità con cui circolano oggi”. Di un’informazione che diventa disinformazione a fini di propaganda e influenza l’opinione pubblica, di una Rete contaminata da notizie inesatte e infondate. Viene disegnato un quadro terrificante. Ma si dimentica che non sono solo gli utenti, oggi, a far circolare simili notizie, ma anche organi di stampa e politica. Da tempo sostengo che l’odio e le fake news si siano “istituzionalizzate”. Provengono, in sintesi, dai soggetti che, al contrario, dovrebbero dare l’esempio. In particolare media e politica: hanno scoperto che possono essere usate come “valuta” per guadagnare consenso, voti, click e lettori.
Nel ddl non ci sono soltanto le fake news. Si parla anche di istigazione all’odio, cyberbullismo e pedopornografia.
Tutti temi che non c’entrano nulla con la manipolazione delle notizie, ma che sono suggestivi e vengono aggiunti per disegnare un quadro ancora più fosco dove è necessaria, dunque, una regolamentazione. Il testo carica di responsabilità i provider con obblighi di monitoraggio e di rimozione dei contenuti falsi e chiede loro di utilizzare non meglio identificati “selettori software” per rimuovere i contenuti falsi, pedopornografici o violenti. Anche in questo provvedimento si intravede la crociata contro il Web e Facebook e la domanda di sanzioni nei confronti dei gestori di piattaforme.
Al di là della relazione introduttiva, cosa prevedono gli articoli del provvedimento?
Viene punito chi pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose che riguardino dati o fatti manifestamente infondati o non veritieri attraverso social media o altri siti che non siano espressione di giornalismo online. Già questa distinzione è significativa: non si vuole toccare il giornalismo online con l’assunto che sia maggiormente garantita una qualità dell’informazione. Cosa che non è sempre vera. Si vogliono evitare allarmi infondati e, in caso di diffamazione, la vittima potrebbe chiedere anche una somma a titolo di riparazione in base al grado di diffusione della notizia. Si applicherebbe, poi, l’aggravante della diffusione a mezzo stampa, cosa che sinora non è mai stata fatta e che è concettualmente sbagliata. L’attenzione è rivolta anche alla diffusione di notizie false che possano destare pubblico allarme o fuorviare settori dell’opinione pubblica. O che hanno come oggetto campagne volte a minare il processo democratico, quindi esplicitamente connesse all’opinione delle persone.
Vuole introdurre per siti e forum l’aggravante della diffusione a mezzo stampa, cosa che sinora non è mai stata fatta e che è concettualmente sbagliata
La novità riguarda anche chi vuole aprire un sito o un forum.
L’amministratore dovrebbe comunicare via posta certificata entro 15 giorni i dati alla sezione per la stampa e l’informazione del tribunale per aumentare la trasparenza e contrastare l’anonimato, garantendo così la tracciabilità. Un registro, in sintesi, di tutti coloro che scrivono. Se a questo si aggiunge un diritto di replica e di rettifica entro due giorni dalla richiesta, un processo di rimozione dei contenuti (diritto all’oblio) e un programma di alfabetizzazione mediatica con l’ingresso del “buon giornalismo” nelle scuole al fine di creare piccoli giornalisti ben attenti alla verità, il quadro di controllo è completo. Su tutto, ovviamente, la responsabilità dei provider, tenuti a effettuare un costante monitoraggio e un’azione di rimozione anche per i commenti degli utenti e per le frasi offensive che diventano di tendenza.
Viene citato anche il whistleblowing.
Sì, ma a sproposito, perché non c’entra nulla con le procedure di segnalazione degli utenti all’interno di una piattaforma.
In tutto questo, c’è qualche punto di forza nel testo, anche se da riformulare?
No, nessuno. Il testo nasce sbagliato, con un approccio liberticida. Intervenire nella circolazione delle idee in rete è un processo che può solo fare danni. L’approccio al diritto deve essere equilibrato, non costruito attorno a sanzioni e responsabilità quasi oggettive, istituzione di registri e allargamento delle ipotesi penali, e deve sempre essere coordinato con un’azione tecnologica rispettosa del dna della rete.
Intervenire nella circolazione delle idee in rete è un processo che può solo fare danni E rimane un’incognita anche come intervenire a fronte di una “fake news”.
È facile individuare bufale o notizie false clamorose, ma c’è un’area grigia difficilissima da disciplinare e che rientra nell’ambito dell’interpretazione soggettiva. In base a quali criteri stabilire che è una fake news? In che rapporto starebbe, ad esempio, con la satira? E chi dovrebbe stabilire cosa è falso o no? Il governo?
Nel complesso il testo è scritto da persone competenti?
Non lo so. Noto solo molta confusione nell’affiancare temi molto diversi tra loro e che richiedono approcci ad hoc (notizie false, espressioni d’odio, pedopornografia), il solito disvalore nei confronti dell’anonimato, il provider “sceriffo” al centro del sistema di responsabilità. E poi l’equiparazione alla stampa con un’estensione della ipotesi di diffamazione aggravata a mezzo stampa – procedimento non corretto – e la creazione di un elenco di siti tenuto in tribunale per individuare chi scrive e per evitare l’anonimato. Non mi sembra certo un approccio moderno, rispettoso del mezzo tecnologico e consapevole dei pregi della rete.
Il testo chiede a chi vuole aprire un sito di comunicare con posta elettronica certificata – ed entro 15 giorni – cognome e nome, domicilio, codice fiscale alla Sezione per la stampa e l’informazione del Tribunale competente. L’obiettivo, come dichiarato dalla Gambaro, prima firmataria, è che così si può “accrescere la trasparenza e contrastare l’anonimato” e “agevolare chi ha bisogno di rettifiche”. Sarebbe utile in questo senso?
Non credo. Già in rete, oggi, l’identificazione è estremamente semplice. E questi obblighi sarebbero facilmente aggirabili utilizzando strumenti che permettono di aprire siti o blog su provider esteri in servizi nascosti, o utilizzando strumenti per il vero anonimato. La registrazione di tutti coloro che scrivono in rete è già operata in alcuni regimi “non democratici”, ma si è dimostrata facilmente aggirabile.
 
La registrazione di tutti coloro che scrivono in rete è già operata in alcuni regimi “non democratici”, ma si è dimostrata facilmente aggirabile
Chi diffama e offende da anonimo non è individuabile?
Il vero anonimato è estremamente complesso da raggiungere ed è estremamente difficile da portare avanti per un lungo periodo. Oggi, spesso, chi diffama o chi odia lo fa con nome e cognome, come vediamo scorrendo i social network. La polizia postale, oggi, è in grado di individuare i soggetti che scrivono o commentano con toni violenti.
Perché la lotta all’anonimato è sempre stata un chiodo fisso in tutte le proposte di leggi in Italia?
Perché si pensa che l’esposizione delle reali identità possa portare a cambiare i comportamenti, ma non è corretto. Oggi gran parte dell’odio viene veicolato con nome e cognome. In più perseguire chi diffama richiede l’avvio di un complesso percorso giudiziario. Che spesso i personaggi pubblici non vogliono portare avanti per motivi di immagine, per non apparire come un “Davide contro Golia” che se la prende con i più deboli.
In rete ci sono davvero profili “anonimi”?
Ci sono strumenti per l’anonimato, ma non sono quelli comunemente utilizzati nelle discussioni su larga scala, nei gruppi, sui social e nei commenti in coda agli articoli.
Il legislatore non dovrebbe intervenire. Mi sembra più un tentativo di soffocare il dissenso, di reagire alle critiche, di cercare di uniformare il pensiero
Dal punto di vista legislativo, dovrebbero essere messi a punto nuovi strumenti e norme per ostacolare la diffusione di fake news?
Ci sono già strumenti che intervengono se una notizia falsa risulti diffamatoria o possa generare danni nel contesto sociale. Non mi sembra ci sia bisogno di altre leggi. Internet è già regolamentato. Viene presentato come un Far West ma, in realtà, è disciplinato in ogni suo aspetto.
E soprattutto: è un legislatore che deve pensare a come sanzionare chi diffonde false informazioni?
No, secondo me il legislatore non dovrebbe intervenire. Mi sembra più un tentativo di soffocare il dissenso, di reagire alle critiche, di cercare di uniformare il pensiero. È un disegno di legge che alterna approcci di controllo orwelliani – come il registro di chi scrive – a strumenti kafkiani – la burocratizzazione dell’attività dei provider – per controllare la qualità dell’informazione che circola. Ma in tutto questo non si specificano i criteri da adottare. Lasciando così a chi governa il compito di decidere cosa sia verità e cosa non lo sia.
di Giovanni Ziccardi – Eleonora Bianchini – 26/02/2017 Fonte: Il Fatto Quotidiano

60 anni dei Trattati di Roma

ue filo spinatoil 25 marzo festeggeranno i 60 anni dei Trattati di Roma che contribuirono al’istituzione del regime totalitario denominato EUROPA. Ci saranno almeno 4 cortei, (due dei tirapiedi di Soros, quel movimento federalista europeo che vive di dollari americani)  di cui almeno un paio a contestare i trattati e parlano di infiltrazioni, terrorismo violenze e tutto il corollario di fregnacce di regime atte ad autorizzare la REPRESSIONE PREVENTIVA DEL DISSENSO di chi non ci sta a SUICIDARSI per il progetto di oligarchi senza scrupoli. Ci scapperà un false flag per CHIUDERE LA BOCCA  a tutti coloro che contestano questa dittatura tanto cara alla finanza? Tanto per capire che significa libertà di espressione per la tanto “civile” Ue nata per contrastare gli “oscurantismi”.

Il finanziere/ banchiere Visco è tanto preoccupato perché non siamo ancora troppo uniti come Europa ( esistono ancora i fastidiosi parlamenti, ormai insopportabili ed inutili per le elites anche se vi hanno collocato sempre i loro scagnozzi).

Per questo motivo la Ue non riesce a fare tanto bene ai popoli, come promesso dall’astuta quanto falsa propaganda dell’epoca,  perché è troppo “paralizzata” e poi quell’euroscetticismo che toglie il sonno ai Visco e Boldrini…


Sono quattro i cortei e due le manifestazioni statiche in programma sabato 25 marzo, in occasione dell’anniversario dei Trattati di Roma.  Alle 11 i partecipanti al corteo del Movimento federalista europeo si ritroveranno alla Bocca della Verità per poi raggiungere l’Arco di Costantino, al Colosseo; qui ci sarà il ricongiungimento con il corteo di Nostra Europa, partito sempre alle 11 da piazza Vittorio. Ai due cortei, secondo la questura, dovrebbero partecipare complessivamente circa 6.500 persone. Nel pomeriggio, alle 14 il corteo di Euro Stop partirà da piazza Porta San Paolo, percorrendo via Marmorata, via Luca della Robbia e lungotevere Aventino: tappa finale, Bocca della Verità. Il corteo di Euro Stop è quello che si annnuncia più folto, con circa 8 mila partecipanti. Un’ora più tardi, alle 15, partirà da piazza dell’Esquilino il corteo di Azione Nazionale5mila le persone attese – che terminerà in via dei Fori Imperiali. Le due manifestazioni statiche sono promosse da Fratelli d’Italia (dalle 10 alle 15 all’Auditorium Angelicun) e dal Partito comunista (dalle 15 in piazzale Tiburtino). Saranno due le zone di ‘massima sicurezza’ nella Capitale in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, il 25 marzo. La “zona blu”, una sorta di “eurozona”, dove graviteranno i leader politici e la “zona verde”, un’area ‘cuscinetto’ con 18 varchi di accesso per i controlli.

http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/03/17/foto/anniversario_dei_trattati_di_roma_zone_di_sicurezza_cortei_e_sit_in_ecco_la_mappa-160781373/1/#1

Trattati Roma, rischio black bloc nei cortei: il 25 marzo centro storico blindato
Quattro cortei, due sit-in, 30mila persone in piazza, almeno 3mila uomini delle forze dell’ordine in campo. Dai numeri del 25 marzo, data clou delle celebrazioni del 60esimo anniversario dei Trattati di Roma, emergono una certezza e una paura. La certezza e’ che per romani e turisti, tra zone off limits, deviazioni di traffico e controlli rigorosissimi, sara’ l’ennesimo fine settimana di passione.
La paura e’ che la protesta targata ‘no Europe’ sia infiltrata dai professionisti degli scontri di piazza, magari d’importazione. A scongiurare quest’ultimo, preoccupante scenario lavorano da giorni i responsabili dell’ordine pubblico, che hanno cercato – e ottenuto – la collaborazione degli stessi promotori delle manifestazioni ufficiali. Numerose, e ravvicinate, le riunioni tecniche operative volute dal neo questore della citta’, Guido Marino.
 
Giovedi’ scorso, dal Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto al Viminale dal ministro dell’Interno Marco Minniti, e’ arrivato l’input a “intensificare le attivita’ di controllo e di vigilanza a tutti gli obiettivi ritenuti sensibili” e a garantire “il massimo coordinamento tra tutte le componenti impegnate nelle attivita’  di prevenzione controllo”; venerdi’ dalla questura sono stati ufficializzati perimetri delle “zone di sicurezza” e divieti.
 
DUE LE ZONE DI SICUREZZA
 
Niente “zona rossa”, come previsto: l’area interdetta, ovvero riservata alle sole celebrazioni ufficiali, sara’ “blu” (in omaggio ai colori della bandiera europea) e includera’ piazza Venezia, piazza dell’Ara Coeli, piazza San Marco, via Petroselli fino a via delle Tre Pile per chiudersi attraverso i
 
Fori Imperiali e piazza Madonna di Loreto. Quest’area sarà’ presidiata sin dalle prime ore del 24 marzo, mentre dalla mezzanotte dello stesso giorno scatteranno le chiusure al traffico veicolare e pedonale per le bonifiche, concentrate nella notte prima del vertice. Ventuno i varchi di accesso. La “zona verde” comprendera’ invece via 4 novembre, largo Magnanapoli e via Nazionale, costeggera’ piazza delle
 
Repubblica e ridiscendera’ fino a via del Corso lungo tutta via del Tritone: l’area, operativa dalle 7 del 24 marzo, non sarà’ chiusa al traffico ma ciascuno dei 18 varchi di accesso sarà’ presidiato dalla polizia che potra’ procedere a identificazioni e controlli. All’interno dell’area verde non ci sara’ alcuna manifestazione. Centro impraticabile o quasi, insomma, ma altre vie saranno interessate da chiusure improvvise per il passaggio delle delegazioni dei 40 capi di Stato e di governo provenienti da tutta Europa. In campo anche tiratori scelti, cani anti esplosivi e artificieri; scontato il divieto di sorvolo.
 
RISCHIO BLACK BLOC
Due, sostanzialmente, i pericoli piu’ temuti: quello di attentati terroristici, con i quali peraltro l’Occidente ha imparato a convivere, e quello che le celebrazioni possano diventare la vetrina di black bloc e simili. Nell’ultima Relazione al Parlamento, sono stati proprio gli 007 ad evocare il rischio che gli effetti perduranti della crisi possano “favorire l’insorgere di una maggiore conflittualita’ sociale a sua volta alimentata e strumentalizzata da parte di componenti antagoniste”: fenomeni da monitorare con attenzione “tenuto anche conto del fatto che l’Italia ospitera’ numerosi eventi internazionali di rilievo, tra cui quelli legati alla Presidenza di turno del G7”. Roma come prove generali per
 
Taormina? La prospettiva non si puo’ escludere, e nessuna segnalazione viene ignorata: alle proteste si unira’ anche la destra, e un altro rischio da evitare e’ quello di contatti ravvicinati tra le opposte fazioni. I cortei autorizzati, come detto, sabato saranno quattro: alle 11 i partecipanti al corteo del Movimento federalista europeo si ritroveranno alla Bocca della Verita’ per poi raggiungere l’Arco di Costantino, al Colosseo; qui ci sara’ il ricongiungimento con il corteo di Nostra Europa, partito sempre alle 11 da piazza Vittorio. Ai due cortei, secondo la questura, dovrebbero partecipare complessivamente
circa 6.500 persone. Nel pomeriggio, alle 14 il corteo di ‘Euro Stop’ partira’ da piazza Porta San Paolo, percorrendo via Marmorata, via Luca della Robbia e lungotevere Aventino: tappa finale, Bocca della Verita’. Il corteo di Euro Stop e’ quello che si annuncia piu’ folto, con circa 8mila partecipanti. Ed e’
 
anche quello, secondo gli esperti, a maggior rischio di infiltrazioni: “Pensiamo che il 25 marzo non sia una giornata di festa ma debba divenire una giornata di lotta e mobilitazione contro il vertice”, scrivono i promotori nel loro appello anti euro, Ue e Nato, “per la democrazia e i diritti sociali”, raccolto tra gli altri dal sindacalismo di base, dal movimento no tav, dalla galassia dei centri sociali e dalla Rete dei comunisti. Un’ora piu’ tardi, alle 15, partira’ da piazza dell’Esquilino il corteo di Azione Nazionale – 5mila le persone attese – che terminera’ in via dei Fori Imperiali. Le due manifestazioni statiche sono promosse da Fratelli d’Italia (dalle 10 alle 15 all’Auditorium Angelicum) e dal Partito comunista (dalle 15 in piazzale Tiburtino).
 
NIENTE CASCHI E PETARDI – I partecipanti – prescrive la questura – dovranno “lasciare, prima delle manifestazioni, caschi e copricapi”; vietato l’utilizzo di “vestiario idoneo al travisamento o utile ad impedire l’identificazione”; non consentito “l’utilizzo di petardi o altro materiale esplodente”; “gli zaini e le borse saranno tutti controllati dagli agenti di polizia”; “ogni oggetto atto ad offendere sarà’ sequestrato”. Tali divieti saranno fatti rispettare, fin dall’ingresso in citta’, gia’ nei giorni precedenti il vertice: per singoli soggetti valutati pericolosi potra’ scattare il
foglio di via. Tutte le fasi dei cortei saranno filmate dalla scientifica e successivamente vagliate in caso di incidenti per risalire ai responsabili.
 
19 marzo 2017

 

Fa manifestazione anti-migranti. Condannato al carcere

la richiesta di trattare in modo eguale italiani e stranieri in stato di bisogno per il regime politically correct è incitazione all’odio da reprimere. Sarà mica perché le Coop di ogni genere NON possono lucrare sugli indigeni?

alex cioni
Alex Cioni, leader del Comitato Prima Noi, condannato dal Tribunale di Vicenza a 5 giorni di galera e 1.310 euro di ammenda per manifestazione non autorizzata
La sua colpa è quella di aver realizzato una manifestazione di fronte ad un albergo indicato come futuro centro migranti per manifestare il dissenso all’arrivo dei profughi.
I fatti risalgono al 17 luglio scorso, quando alcuni rappresentanti del Comitato Prima Noi affissero sulle vetrate dell’hotel Eden di Schio uno striscione e dei cartelloni per esprimere il proprio dissenso verso l’annunciato arrivo di un nutrito numero di richiedenti asilo. Una manifestazione non autorizzata, perché – secondo il giudice – non era stata formulata precedentemente richiesta alle autorità di pubblica sicurezza. E così Cioni è stato condannato, anche se la pena è stata sospesa perché incensurato. “La denuncia partita dagli uffici della Digos e la relativa condanna del tribunale vicentino – fa sapere il direttivo del Comitato – rappresentano in maniera inequivocabile un maldestro tentativo di intimidire la nostra attività”.
Uno striscione in un posto privato non è una manifestazione per cui la condanna per manifestazione è assurda – ha spiegato l’interessato all’Alto Vicentino Online – Chiamare manifestazione un’iniziativa come la nostra, che tra l’atro è durata pochi minuti, non ha senso ed è chiaro che il fatto è stato strumentalizzato”. Comunque Cioni farà ricorso. “Prescindendo dall’aspetto giuridico – spiega – siamo dinnanzi ad un abuso da parte di alcuni funzionari di polizia che con questa denuncia evidenziano logiche più politiche che di pubblica sicurezza. Comunque questo provvedimento non ci impedirà di proseguire nelle nostre attività di sensibilizzazione pubblica nel contrasto alle politiche immigrazioniste e il relativo affare milionario che ci gira attorno”.
Claudio Cartaldo – Mar, 03/01/2017 – 18:00

GIÙ LE MANI DALLA RETE!

La campagna contro le cosiddette bufale della Rete è la reazione in malafede di tutti i poteri politici, economici, militari, dell’ informazione, che temono di perdere il loro “monopolio della Verità”. Certo sulla rete viaggia di tutto, anche invenzioni e fesserie, ma nessuna di queste “bufale” ha mai superato il controllo e la contestazione della rete big brotherstessa. Perché nella rete ci sono milioni di persone in carne ed ossa che contribuiscono alla sua funzione critica, a volte pagando di persona proprio per questo.
Al contrario le falsità del palazzo sono sempre state sostenute ed amplificate dal sistema dei mass media e dagli intellettuali complici, con danni drammatici per tutti noi. Ricordate il Segretario di Stato di Bush, Colin Powell, mostrare all’ ONU la fiala che avrebbe dovuto contenere le prove delle armi chimiche di Saddam Hussein ? Era un falso voluto dal governo USA per giustificare l’ invasione dell’ Iraq. Tutti i governi occidentali, tutti i mass media, tutti i commentatori dei grandi giornali, fecero propria questa colossale menzogna e gli USA scatenarono quella guerra che ancora oggi fa strage ovunque, da ultimo nelle discoteche di Istanbul.
Per anni il regime della grande finanza internazionale ha potuto presentare i suoi più sfacciati interessi e affari come una necessità comune. E questo grazie alla stessa Propaganda, che esaltava la guerra come strumento di esportazione della democrazia.
Mentre l’ Unione Europea distruggeva ovunque lo stato sociale e sottoponeva la Grecia ad una dittatura coloniale, tutto il regime mediatico vantava la bellezza dell’ europeismo. Le élites politico economiche hanno potuto nascondere il loro dominio sulle nostre vite presentando il loro potere come la più nuova e moderna delle democrazie.
Per anni il dominio della bugia a reti unificate ha determinato i passaggi fondamentali delle nostre società, fino a che ad un certo punto la macchina del consenso si è inceppata. La crisi è nata dal divario enorme e crescente tra la propaganda ufficiale ed i risultati reali. La guerra che doveva liberarci dal terrorismo lo ha importato nelle nostre città, la crisi economica sempre più pesante e discriminatoria nei suoi effetti, ha mostrato la vacuità degli inni alla ripresa.
La rete non ha prodotto nulla di proprio, ma ha registrato e diffuso la crescente insoddisfazione di massa e reso sempre più insopportabili e ridicole le bugie di regime.
Il sistema di propaganda ufficiale è diventato meno credibile, e dal referendum greco a quello sulla Brexit, dall’ elezione di Trump alla vittoria del NO in Italia, ha potuto solo registrare pesanti sconfitte. I pronunciamenti popolari sono stati diversi, opposti anche, ma in comune hanno avuto il rifiuto e persino il dileggio delle bufale della propaganda dei governi e del mondo degli affari.
È questa sconfitta che ha indotto i poteri forti, i signori della propaganda e i loro servi sciocchi a lanciare la campagna per il controllo della rete.
Da noi il massimo della sfacciataggine lo ha toccato la presidente della Camera in piena campagna referendaria. Mentre tutte le TV e il 98% dei giornali sostenevano fanaticamente il SI, Boldrini ha convocato un convegno per denunciare i rischi per la democrazia provenienti dalla rete.
Poi, dopo il presidente dell’ antitrust che avrebbe ben altro da fare, anche il presidente Mattarella ha auspicato un controllo sulla comunicazione in internet.
Porrebbero che la rete funzionasse come la Rai, Mediaset, Sky, o come quasi tutti i quotidiani, vorrebbero che la rete fosse cosa loro.
Tutti questi censori, da quelli di casa nostra a Obama al Parlamento Europeo, non vogliono capire che la loro verità è andata in crisi non per colpa della rete, ma perché troppo lontana dalla realtà. Cercando di imbrigliare nei loro giochi la rete, essi dimostrano soltanto di non aver capito nulla della crisi attuale e di voler continuare con le politiche disastrose sin qui seguite, cercando solo di silenziare il dissenso.
Le élites hanno trasferito nella comunicazione la loro campagna contro il populismo. Per loro è populista tutto ciò che non accetta il loro potere ed è contrario ad una corretta informazione tutto ciò che smentisce le loro verità.
La rete non è il paradiso della libertà, anzi anche lì bisogna lottare perché le verità nascoste emergano, ma il regime della bugia che ci ha finora governato non tollera neppure parziali spiragli di luce e vuole controllare tutto.
Per questo bisogna dire a questi imbroglioni: giù le mani dalla rete !
di Giorgio Cremaschi  4 gennaio 2017

Reale e Irreale. La vera lotta politica del momento

Tre articoli, altrettanti video di Roberto Quaglia sul tema cruciale dell’anno, nel momento in cui il Re nudo dei media rovescia il tavolo e dice che i nudi siete voi.
 
 
La Politica 2.0 ovvero la lotta di classe fra il Reale e l’Irreale.Orwell
 
 
1) I pifferai magici dell’Irreale;
 
2) Maccartismo 2.0, ma McCarthy è Mister Bean;
 
3) Fermare il delirio: un movimento verso il Reale.
 
1.      I pifferai magici dell’irreale
La prima domanda di oggi è: quanto credete voi di ciò che vedete in televisione?
Probabilmente, non esattamente tutto.
E la seconda domanda di oggi è: quanto credono di ciò che vedono in televisione le persone che voi conoscete? Forse più di voi, ma anche loro probabilmente non tutto. Se avete dei dubbi ponete loro questa stessa domanda: quanto credete di ciò che vedete in televisione? Credo sia ormai difficile trovare una persona che dichiari in buona fede di credere a tutto ciò che vede in televisione. L’idea che alla televisione ci raccontino un sacco di balle è ormai un concetto diffuso. E per inciso, anche per la stampa non è che vada meglio.
Eppure, ci sono diversi gradi di scetticismo rispetto alla visione del mondo che ci propongono i media mainstream. Si va dallo scettico omeopatico, che ha sì qualche piccolo dubbio, ma poi alla fine finisce per credere a tutte le balle essenziali, anzi, i suoi piccoli dubbi rinforzano paradossalmente le sue false credenze, sennò che scettico omeopatico sarebbe – fino al complottista più sfegatato, quello che confonde il non credere a nulla che venga dal maistream con il credere a tutto – purché non venga dal mainstream – un semplice capovolgimento di bias, un’attitudine che porta anch’essa a prendere grandi cantonate.
I cittadini dell’Occidente ormai si dividono principalmente in due: quelli che ormai in merito ai temi che contano non credono più all’informazione maistream e quelli che dicono di nutrire sì qualche dubbio e di non credere proprio a tutto, ma che nell’insieme invece credono ancora al mainstream, anche se devono fare sempre più spesso eccezioni quando si accorgono, ogni volta con un certo stupore, che ciò che viene loro comunicato non è proprio tutto da prendersi come oro colato. Ricordate lo stupore collettivo con cui l’Occidente prese atto che sulle famose armi di distruzione di massa di Saddam tutti i media avevano riportato notizie false? La cosa si ripete e continua a ripetersi ed ogni volta tutti si scoprono eternamente stupiti. Per dovere di cronaca dobbiamo poi anche menzionare una porzione di popolazione che annaspa al di là del credere o non credere – mi riferisco ai famosi “analfabeti funzionali”, quelli che, pur capendo la propria lingua, se però leggono o ascoltano qualcosa, non ne afferrano propriamente il significato. Ragione per cui in genere si limitano a ripetere quello che sentono dire più spesso, senza porsi troppi pensieri o perché. Di loro però adesso baderemo bene di non parlare.
Il dato di fatto importante è che fra la popolazione pensante occidentale, la credibilità dei grandi mezzi di informazione è in caduta libera. E, se posso aggiungere la mia opinione, ciò avviene con buona, anzi, buonissima ragione. Il mondo che i grandi media occidentali raccontano è infatti ormai un mondo del tutto immaginario e quando non è immaginario è irrilevante.
La verità viene deformata per piegarla alle ragioni dell’invisibile ideologia occidentale, ed i nodi vengono al pettine quando, come nel caso recente delle elezioni americane oppure del Brexit, i media annaspano così distanti dal mondo del reale da rendersi completamente ridicoli nel momento in cui inevitabilmente finiscono per sbagliarle tutte. Ceffano ogni previsione e poi si rendono ridicoli con le false spiegazioni. Allontanarsi dal reale comporta infatti controindicazioni del genere.
I non più giovanissimi fra voi ricorderanno quando, nel 1991, alla fine della Prima Guerra del Golfo, il mitico ministro dell’informazione iracheno del regime di Saddam Hussein, Muhammad Saeed al-Sahhaf, che per tutta la guerra si era esibito in conferenze stampa trionfali, al momento della sconfitta continuava impassibilmente a mentire davanti alle telecamere sul fatto che la situazione fosse perfettamente sotto controllo, mentre in sottofondo si udivano gli spari della battaglia già dentro Bagdad e già si vedevano scene di combattimento in città. Poveretto, era al di là del ridicolo, faceva quasi pena, in seguito il Web lo prese in giro per mesi e mesi con caricature su caricature.
Oggi però lo stesso fenomeno coinvolge l’intero mainstream informativo occidentale. Non è soltanto il fatto di mentire che fa crollare ogni fiducia e rispetto nei confronti di televisioni, giornali e giornalisti. E’ il fatto di mentire in modo del tutto incoerente, in costante e ripetuta contraddizione con se stessi, affermando tutto ed il contrario di tutto a seconda delle occasioni, negando sistematicamente l’evidenza ed in totale disprezzo di ogni logica, un comportamento da veri e propri disturbati mentali. Il mistero non è come mai metà del pubblico abbia abbandonato con disgusto lo spettacolo, il mistero è cosa stia aspettando l’altra metà del pubblico a fare lo stesso.
L’ultima farsa, in ordine di tempo, è la risoluzione votata dal parlamento europeo, nella quale ci si propone di prendere “provvedimenti” contro la cosiddetta e terribile “guerra russa dell’informazione”, che poi andando bene a guardare si tratta di un singolo canale televisivo che la gente per lo più si guarda su Internet, RT, nota anche come Russia Today, ed una singola agenzia di stampa, Sputnik, anche questa accessibile in Europa solo su Internet.
Nessuno si chiede come facciano queste due piccole realtà marginali, peraltro disponibili solo in un paio di lingue, a minacciare il colossale impero di centinaia fra reti televisive e testate giornalistiche occidentali che parlano, anzi, strillano allineati in coro ai cittadini europei, a ciascuno nella sua lingua, da tutti i canali televisivi e da tutte le edicole, col monopolio del 99% degli spazi. Una potenza di fuoco centinaia e centinaia di volte più potente di quella dei russi, ma chissà perché per capire cosa succeda nel mondo oggi sempre più cittadini europei preferiscono informarsi presso le più modeste fonti russe. Chissà perché. I politici e giornalisti occidentali non ce lo spiegano. Chiamano il giornalismo dei russi “propaganda”, ma non sanno spiegare perché esattamente sarebbe propaganda. Cosa intendono poi con “propaganda”? Si riferiscono forse a “informazioni false”? Non ce lo dicono. Anche perché poi magari dovrebbero farci qualche esempio di queste presunte informazioni false. Evidentemente però non sono in grado. Non sostengo che tutto ciò che venga da fonti russe debba essere necessariamente vero – ci mancherebbe altro. Ma se c’è qualcosa di falso, perché non isolare la menzogna ed esporla con tutte le prove e spiegazioni del caso?
Per contro, io invece potrei parlarvi per ore e ore di tutte le singole menzogne vomitate dalla stampa occidentale, dalla nostra stampa, mostrandovele singolarmente una dopo l’altra. E’ così che si espone la propaganda, dissezionandola, analizzandola punto per punto, elencando le bugie, spiegando, dimostrando. E invece che cosa si fa in Occidente? Si lanciano anatemi, si urla istericamente, si minacciano orribili rappresaglie, ma non si spiega mai in cosa in effetti consisterebbe questa presunta propaganda, non si fa mai neppure un esempio di una bugia o di un fatto distorto, niente di niente. Piuttosto, si arriva invece addirittura a paragonare il giornalismo di matrice russa nientedimeno che ai. tagliagole dell’ISIS, ai video splatter-propagandistici in cui questa feccia decapita la gente. E questo avviene in una sede istituzionale come il Parlamento Europeo. Vi rendete conto di cosa stanno facendo i vostri rappresentati a Bruxelles? Li avete eletti voi, ragazzi, e adesso questi qua mettono sullo stesso piano giornalisti e terroristi tagliagole. A nome vostro. Complimenti.
Prendete atto del fatto che oltre a starnazzare come oche impazzite “russian propaganda, russian propaganda“, ed accostare rispettabili giornalisti ai tagliatori di teste, questa gentaglia non ha evidentemente altri argomenti.
La realtà è quindi un’altra, e cioè che da un lato le notizie riportate in Europa dalle fonti russe sono solitamente accurate, altrimenti sarebbe facile smontarle, proprio come è facile smontare le notizie false del mainstream occidentale.
Ed in secondo luogo che c’è un Occidente che è ormai terrorizzato da qualsiasi opinione che diverga dalla propria monolitica rappresentazione del mondo, proprio come lo era l’Unione Sovietica ai suoi tempi – e tutti abbiamo visto che fine abbia poi fatto l’Unione Sovietica. L’Occidente non è più in grado di sopportare opinioni che si discostino dai propri assiomi.
La delibera del parlamento europeo è soltanto l’ultimo atto censorio, in ordine di tempo, contro il giornalismo non allineato. Pochi mesi fa erano stati chiusi i conti bancari di RT in Inghilterra, senza alcuna spiegazione. Qualche anno fa era stata oscurata la rete iraniana Press TV dai satelliti europei. Si invocano censure ulteriori.
Quando qualche mese fa feci un’incursione nel parlamento europeo in ottima compagnia trovai dentro al parlamento stesso un manifesto pubblicitario che metteva in guardia nei confronti della propaganda russa.
Ecco l’apoteosi del delirio, i lavatori di cervelli colti nel fragrante atto di lavare i loro stessi cervelli in un atto di mistificazione surreale che ha un qualcosa fra lo psicotico ed il masturbatorio.
 
Un giorno si scriveranno libri su questo nuovo periodo oscuro della politica occidentale ed i nostri posteri guarderanno increduli alle scemenze che oggi compiamo. Questo, beninteso, se sopravvivremo all’infausta destinazione dove questi pifferai magici dell’irreale ci stanno conducendo e se gli ancora troppi lemming che sono tra noi continueranno a seguirli.
Benvenuti quindi nel magico mondo del Maccartismo 2.0. Su cosa fosse il Maccartismo 1.0 ed in cosa differisca il Maccartismo 2.0 ne parleremo alla prossima occasione.
2.      Maccartismo 2.0, ma McCarthy è Mister Bean
È ormai un concetto comune che la storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa. E’ diventato un concetto comune proprio perché il fenomeno continua a verificarsi. Ma ogni volta, chissà perché, la farsa è sempre più farsesca.
Forse non tutti sanno che nei primi anni 50 del ventesimo secolo, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti furono sommersi da una ondata di paranoia anticomunista senza precedenti. Questo fenomeno è oggi noto come “maccartismo”.
Il termine “maccartismo” deriva dal nome del senatore Repubblicano del Wisconsin Joseph McCarthy, il quale conduceva le audizioni dei personaggi sospettati di simpatie comuniste ed antiamericane, interrogatori particolarmente umilianti che ad un certo punto furono pure trasmessi in tivù.
L’ambiente di Hollywood ne fu particolarmente colpito. Più di 330 fra attori, autori e registi finirono sulla lista nera, perdendo così la possibilità di lavorare. Charlie Chaplin fu una delle persone accusate di attività antiamericane, gli revocarono addirittura il visto d’ingresso negli Stati Uniti dopo una visita in Europa. E pure Walt Disney fu chiamato a testimoniare e fu sospettato di comunismo. Ma ve lo immaginate un Walt Disney colpevole di “attività antiamericane”? “Walt Disney l’antiamericano” è l’ossimoro del secolo! Furono indagati anche Orson Welles, il musicista Leonard Bernstein, il fisico dei quanti David Bohm, il padre del progetto Manhattan Oppenheimer, addirittura Albert Einstein, tutti potenziali comunisti ed antiamericani. Ci mancava che indagassero lo stesso presidente degli Stati Uniti. L’isteria durò parecchi anni, prima che si spegnesse. Eleanor Roosevelt, moglie del presidente americano ebbe a dire a proposito: «È stata una vera e propria ondata di fascismo, la più violenta e dannosa che questo Paese abbia mai avuto.»
Oggi il termine “maccartismo” ha una connotazione di accusa falsa e isterica, e d’attacco governativo alle minoranze politiche. Nessuno riesce oggi ad immaginarsi che un fenomeno tanto assurdo e delirante possa ripetersi. Nessuno riesce ad immaginarselo proprio mentre contemporaneamente il fenomeno si è ripresentato, con la russofobia isterica che in Occidente monta ogni giorno di più.
Julian Assange recentemente lo ha chiamato neo-maccartismo, io preferisco chiamarlo maccartismo 2.0, così da poterlo meglio distinguere dal maccartismo 3.0 che prima o poi ci toccherà.
Ciò che rende il maccartismo 2.0 particolarmente farsesco è che le stesse persone che lo fomentano sono probabilmente quelle che più di altri sostengono o sosterrebbero che un fenomeno assurdo come il maccartismo non potrebbe più verificarsi. Mica male, eh: fomentare un fenomeno mentre neghi che esso possa riaccadere. E magari anche in buona fede – il che, vorrei azzardare, è un’aggravante. Probabilmente, costoro capirebbero di trovarsi in una ondata di maccartismo solo se la campagna fosse ufficialmente inaugurata da qualcuno che si chiamasse anche lui McCarthy. Sono un po’ come quelli che ti mettono in guardia contro il fascismo, ma essi stessi sono in grado di riconoscere il fascismo solo se si ripresenta con gli stessi esatti costumi dell’epoca. Togli ai fascisti la divisa e sostituiscila con un doppiopetto e già questi intelligentoni non solo non capiscono più nulla, ma danno tutto il loro sostegno ai nuovi fascisti, che senza uniforme essi non sanno proprio riconoscere.
Se, come detto, nel Maccartismo 1.0 ci mancava solo che arrivassero ad accusare anche il Presidente degli Stati Uniti, nel Maccartismo 2.0 si è ovviato a questa mancanza. Come Hollywood ci insegna, i sequel devono esagerare negli effetti speciali per riuscire a stupire, e allora nel Maccartismo 2.0 si dipinge lo stesso neoeletto Presidente Trump come un burattino di Putin. Ma vi rendete conto?
Un altro aspetto umoristico di questo Maccartismo 2.0 è che i grandi imputati dai nuovi cacciatori di streghe, RT, cioè Russia Today e l’agenzia giornalista Sputnik, hanno nelle loro redazioni occidentali degli staff più o meno interamente occidentali. Chiunque abbia guardato RT avrà notato che si tratta di giornalisti di grande esperienza e capacità. Il famoso Larry King Show, uno dei più longevi talk show negli Stati Uniti, si è spostato dalla CNN a RT. Immaginare ora che tutti questi abili professionisti siano o spie russe oppure giornalisti venduti alla propaganda di Putin è non solo paranoico, ma pure del tutto stupido. Un giornalista televisivo di provata abilità e carisma se vuole non ha alcuna difficoltà a trovare felice collocazione nel giornalismo mainstream, dove peraltro non rischia il linciaggio delle cacce alle streghe.
Piuttosto, è proprio dal mainstream che saltano fuori gli scandali. Come quando il giornalista tedesco Udo Ulfkotte, per anni editore nella Frankfurter Allgemeine Zeitung, in preda a pentimento ha fatto outing confessando in pubblico di essere stato a lungo foraggiato dalla CIA per promuovere una linea atlantista, e che molti suoi colleghi sono altrettanto compromessi e corrotti. Ulfkotte ha scritto anche un libro sul tema: Giornalisti venduti (“Gekaufte Journalisten“). Curioso come di fronte ad un caso provato di propaganda – abbiamo addirittura il reo confesso, cosa volete di più – nessuno in Occidente si dia all’isteria, o anche solo all’inquietudine, ma piuttosto a riguardo regni il silenzio più totale. L’espressione due pesi due misure qui è decisamente un diminutivo.
La caccia alle streghe del Maccartismo 2.0 ha subito un’accelerazione quando il Washington Post ha pubblicato un forte articolo nel quale ha accusato la “propaganda russa” di avere diffuso notizie false durante la campagna elettorale americana che avrebbero aiutato Trump a battere la Clinton. Accusare la Russia di essere in grado di modificare l’esito delle elezioni presidenziali americane è cosa ben ben tosta – nemmeno McCarthy a suo tempo aveva osato tanto. Il Washington Post rimanda anche a PropOrNot, un sito web registrato pochi mesi fa da americani che dicono di voler combattere la propaganda russa e che chissà perché vogliono rimanere anonimi.
PropOrNot elenca anche una lista di 200 siti di propaganda russa che comprende praticamente tutti i siti alternativi di informazione americani. Dal che dobbiamo dedurne che chiunque non sia allineato al mainstream negli Stati Uniti è al servizio, consapevole o inconsapevole, dei russi, e questo per rivelazione di un gruppo anonimo senza credenziali a cui però il Washington Post riconosce invece ogni credito. Accipicchia! E poi saremmo noi i complottisti!
Quest’articolo orwelliano del Washington Post ha scatenato una tale tempesta di critiche, proteste, sfottò da parte del mondo dell’informazione indipendente, ed anche una minaccia di denuncia per diffamazione, che il Washington Post ha in seguito dovuto fare retromarcia e dichiarare in una nota che essi non possono garantire per la attendibilità del sito PropOrNot che essi avevano appena citato come attendibile.
Insomma, si sono immediatamente squalificati da soli, e chiunque abbia occhi per vedere capirà subito da che parte si pubblicano le informazioni false.
“Fake news”, notizie false è l’espressione chiave, il nuovo mantra con cui in Occidente il mainstream cerca di squalificare l’informazione non allineata.
La precedente parola magica, “complottista”, ha perso efficacia, la nuova parola d’ordina è “fake news” e che si tratti di una parola d’ordine è evidente dalla velocità con cui si è propagata per tutto il mainstream.
L’aspetto affascinante è che l’accusa di diffondere notizie false è esattamente quella che il mondo nuovo che si è creato attorno ai circuiti dell’informazione non allineata, cioè noi, da tempo rivolge al mainstream, anche se fino ad ora senza utilizzare un’etichetta univoca di grande impatto come l’espressione “fake news”. Di fronte alla montante marea di queste accuse il mainstream è giunto alla brillante idea di ribaltare le cose, rimandando l’accusa al mittente, ma con due sostanziali differenze: innanzitutto un’etichetta, un “brand” di grande efficacia comunicativa – “fake news” – ed in secondo luogo la totale assenza di argomentazioni a sostegno delle accuse. Il risultato comico è che i media indipendenti non ci hanno impiegato molto a ribaltare la frittata a loro volta ed adottare il “brand” creato per denigrarli – “fake news”, contro il mainstream stesso. Ma in questo caso con tutte le argomentazioni del caso a sostegno delle accuse. Di fronte a questo ennesimo pasticcio ed autogol il mainstream, in un articolo apparso sul New York Times, si è esibito in un capolavoro dell’assurdo, ovvero la falsificazione della stessa storia di come l’etichetta “fake news” è assunta a “brand” in questa guerra dell’informazione, sostenendo – falsamente – che sia avvenuto ad opera dei perfidi media indipendenti e dei conservatori americani. Un esemplare caso di “fake news” al quadrato, quindi.
Abbiamo quindi oggi due mondi contrapposti, ognuno dei quali sostiene che le notizie veicolate dall’altro sono false. Pari e patta? Stessa cosa a ruoli invertiti? Ma nemmeno per sogno. Quando i giornalisti non allineati smascherano le notizie false mainstream di solito lo fanno mettendo puntigliosamente sul piatto le prove delle falsificazioni. Ma lo stesso raramente accade in direzione contraria. Il maistream si limita a dichiarare falsa l’informazione non allineata in virtù di un dogma, per verità rivelata, per decreto imperiale, per proprio arbitrio incontestabile, in cui l’unico argomento a sostegno è la propria presunta autorità. Se non ci credete fate qualche ricerca voi stessi.
Se durante il Maccartismo 1.0 McCarthy aveva gioco facile, perché non essendoci ancora internet l’informazione non allineata era ben poca cosa, nel Maccartismo 2.0 i nuovi cacciatori di streghe non fanno in tempo a dire una cazzata che milioni di booohh-booohhh si levano in rete a ridicolizzarli – e scopriamo così che nel Maccartismo 2.0 McCarthy è in effetti Mister Bean.
Se ai tempi del Maccartismo 1.0 la gente aveva la scusa della mancanza di informazioni alternative rispetto a quelle del mainstream cacciatore di streghe, oggi questa scusa non c’è più, dato che esiste internet e ci sono circuiti di informazione indipendente. Questo fa sì che per poter stare in piedi il Maccartismo 2.0 deve fare leva su livelli di stupidità senza precedenti, poiché per dargli retta oltre ad essere ciechi alle leggi della logica bisogna anche essere ciechi all’evidenza dei fatti stessi, visto che i fatti sono oggi a disposizione dell’analisi di chiunque voglia davvero informarsi.
 
E questo ci riporta a quanto io dico ormai da tempo, che l’Occidente è ormai irreversibilmente diviso in due veri e propri mondi separati, che anche se condividono gli stessi spazi vivono in realtà separate, e ognuno di questi due mondi considera l’altro una trappola di irrealtà. Il mondo rappresentato dal mainstream è in crisi di fede – e questo spiega l’isteria del mainstream nei confronti della montante marea di “eretici”, mentre il secondo mondo, il mondo di quelli che hanno perso fiducia nella narrativa mainstream, nei telegiornali, nella grande stampa, è in crisi di rappresentanza. Insomma, esistono, sono milioni di persone, hanno iniziato a pensare con la propria testa, diventano sempre di più, ma ancora non godono di una adeguata rappresentanza politica. È un aspetto interessante ed importante, del quale parleremo la prossima volta.
3.      Fermare il delirio – un movimento verso il reale
All’indomani della vittoria di Trump alle elezioni presidenziali americane, Gianluigi Paragone condusse una puntata de La Gabbia Open dove fra gli altri si fronteggiavano Giulietto Chiesa e Marcello Foa, due giornalisti molto diversi fra loro, con origini e storie radicalmente differenti, due tradizioni politiche antitetiche alle spalle, insomma, due persone che secondo la logica in cui siamo cresciuti avrebbero dovuto dissentire su praticamente tutto.
Invece, analizzando non solo l’esito delle elezioni americane, ma l’intero panorama politico internazionale contemporaneo, la visione di Chiesa e Foa concordava in modo sorprendente. In modo sorprendente, secondo il modo vecchio di intendere la politica, ma in modo per nulla sorprendente secondo il paradigma della Politica 2.0.
La politica a cui siamo abituati, che potremmo chiamare la Politica 1.0, è ormai finita. Era la politica di ideologie che non ci sono più, in una società fatta di persone con identità di gruppo che stanno scomparendo, collocata in un mondo senza internet che non c’è più nel quale la realtà condivisa generata dai media era incontestabile, cosa che grazie ad internet non è più.
Naturalmente, la Politica 1.0 ha la sua buona dose di inerzia e nelle convulsioni della sua agonia causerà sconquassi anche importanti. Naturalmente non sappiamo come si evolverà la Politica 2.0. Non abbiamo la sfera di cristallo. Ma possiamo fare delle ipotesi.
Quasi certamente la Politica 2.0 avrà due facce.
Nella sua manifestazione utopica la sua forza di trazione verrà dalla forza aggregante della rete. Soprattutto, essa non potrà prescindere dalla realtà, per lo meno non troppo, non certo nella misura incredibile in cui dalla realtà oggi prescinde la Politica 1.0.
Nella sua manifestazione distopica la Politica 2.0 sarà invece un impietoso meccanismo quasi-deterministico, in grado di utilizzare Big Data per formulare immagini psicometriche di ciascuno di noi che permetteranno di colpirci con un marketing politico personalizzato in grado di sedurci a colpo sicuro. In altre parole, l’ultima frontiera del populismo, le promesse (che non verranno mantenute) personalizzate cittadino per cittadino. Di questo aspetto della politica 2.0 però oggi non parlerò. Non mettiamo troppa carne al fuoco.
Ho illustrato in un paio di miei precedenti interventi la deriva verso l’irreale intrapresa dal mainstream politico-giornalistico occidentale negli ultimi anni. E’ il canto del cigno della Politica 1.0. False rappresentazioni del mondo e di quello che succede che hanno causato un vero e proprio scisma della percezione del mondo delle popolazioni occidentali.
Bisogna rendersi conto che l’entità del cambiamento in atto rivaleggia per portata con quella del crollo del sistema sovietico. E’ una intera visione del mondo quella che si sta rapidamente disfacendo in Occidente, ed il pubblico occidentale per lo più si divide in due.
C’è chi si tiene stretto il paraocchi e sperando di conservare un quieto vivere segue il pifferaio magico del mainstream nella sua disastrosa avventura verso l’irreale, nel mondo delle bugie dove il vero e il falso vengono sistematicamente ribaltati, e c’è invece chi del paraocchi si è liberato, chi si è svegliato o si sta svegliando dal sonno della ragione e finalmente accetta l’onere scomodo di vivere nello poco confortabile mondo del reale e di confrontarsi criticamente con i miti ed i mostri che il mainstream fa danzare davanti ai suoi occhi.
Mi riferisco a quei mostri illusori creati ad arte per terrorizzarci così che poi imploriamo protezione: la finta minaccia russa, la finta oppure artefatta minaccia terroristica – tutti meccanismi descritti mirabilmente nel documentario della BBC The Power of Nightmares, realizzato da Adam Curtis nel 2004, forse il canto del cigno della vecchia BBC dai grandi contenuti. Sebbene su alcuni temi il film sia reticente, è tuttavia assai istruttivo e ne consiglio a tutti la visione. Lo trovate in rete.
Cosa vuol dire che una percentuale così elevata ed in costante crescita dei cittadini in Occidente, non solo non si sente più in alcun modo rappresentata dalle forze politiche esistenti, ma si sta ormai emancipando dal mondo illusorio di bugie costruito ad arte dai media?
Vuol dire molte cose, ma quella che ci interessa qui è che si è aperto un nuovo, immenso spazio politico più o meno disabitato. Nessuno ancora bene rappresenta questa crescente massa di cittadini che ha compreso gli inganni della narrativa mainstream e con essa ha quindi per sempre rotto i rapporti.
E’ un vero e proprio movimento, anche se nessuno per ora lo ha ben definito. I guardiani dello status quo esorcizzano questo movimento apostrofando “complottisti” tutti quelli che anche solo di sfuggita ne facciano parte o anche solo vi si avvicinino. Essere “In odore di complottismo”, ecco il Mondo Nuovo dove ricompare il concetto di eresia, travestito.
Basta sconfinare dal perimetro del Pensiero Unico mainstream in disfacimento per venire connotati col vocabolo magico della neolingua, l’epiteto di scomunica moderna: “complottista”.
Ecco allora per il Pensiero Unico i complottisti conclamati, i complottisti sfegatati, i complottisti deliranti, ma anche i complottisti moderati, e soprattutto le persone “normali” con solo qualche sporadica tentazione “complottista” ogni tanto.
 
Avete mai iniziato un discorso con le parole “non sono un complottista, ma.” – bravi! Bravi! Complimenti per l’excusatio non petita – paura di venire bollati con il marchio dei nuovi paria, eh!?
E più la realtà illusoria mainstream si sfalda, più i guardiani dello status quo disperatamente estendono l’epiteto magico di scomunica “complottista” a porzioni intere di cittadinanza, articoli pseudoscientifici, in realtà farneticanti, vengono pubblicati su importanti testate ove si cerca di mettere in dubbio la sanità mentale di chiunque smetta di credere ai loro miti artefatti e alla loro realtà fittizia. Il modello è quello di rinchiudere i dissidenti in manicomio, proprio come nell’Unione Sovietica, e se ora non lo si può fare materialmente, lo si fa idealmente, simbolicamente. Ma c’è un problema. In Occidente, i dissidenti, cioè coloro che non credono più alle danze ipnotiche allestite dai burattinai, ai miti smerciati come fatti veri, agli attentati false flag spacciati per attacchi di un nemico che non esiste, crescono a velocità impressionante.
Quindici anni fa eravamo quattro gatti, oggi siamo milioni. Siamo una percentuale significativa della popolazione. La parola magica di scomunica “complottista” funziona sempre di meno e allora ecco che l’establishment disperatamente cerca di coniare nuove parole magiche. Faked news – è una delle ultime trovate notizie false, tutto ciò che non è la verità rivelata dai loro media d’ora in poi sono “notizie false” – per definizione. Se una cosa non è detta da loro, non esiste, è falsa. E magari anche inventata da Putin. A chiunque abbia ancora anche solo due neuroni funzionanti colpirà l’entità del delirio. D’altra parte la storia dell’umanità è costellata di deliri eclatanti, quindi nulla di nuovo sotto il sole, ma la stessa storia ci insegna che ogni delirio prima o poi porta a schiantarsi contro il muro della realtà.
La Politica 2.0 non si gioca quindi più nel ristretto teatro delle ideologie a confronto, ma nel più ampio teatro delle realtà in competizione. Lo scontro non è più fra diverse interpretazioni della realtà, ma fra diverse percezioni del reale.
Siamo un gradino più in alto – ma che gradino!
Nella politica 2.0 il dissidente non è più chi considera sbagliato il modello politico vigente, ma chi considera irreale la rappresentazione del mondo del mainstream.
Il dissidente 2.0 ha le vesti dell’antico eretico e questo spiega perché il mainstream, anziché provare a controbattere alle istanze che esso presenta, preferisce bollarlo come “matto”.
Il fatto è però che questi cosiddetti “matti”, chiamateli complottisti, chiamateli dissidenti, scegliete pure l’etichetta che preferite, sono sempre di più. Noi siamo sempre di più. Siamo così tanti da costituire ormai uno spazio politico.
 
Siamo quindi un nuovo spazio politico, uno spazio composto da milioni di cittadini evasi dalla grande menzogna generale, siamo persone anche molto diverse fra di noi, fra noi c’è gente che si sente di sinistra, c’è gente che si sente di destra, di centro oppure appartenenti ad altre tribù ancora, ma in comune abbiamo la cosa più importante: ci siamo svegliati dal sonno della ragione e non crediamo più alla Grande Menzogna in cui sta sprofondando l’Occidente e a tutte le piccole, talvolta ignobili, talvolta ridicole menzogne che fanno da condimento alla portata principale.
 
Seppure con idee e convinzioni diverse – ci ritroviamo tutti in una nuova realtà. Un nuovo spazio politico che però non è ancora un soggetto politico, ed è quindi logicamente del tutto privo di rappresentanza.
E allora cosa facciamo in questo nuovo spazio, in questa nuova realtà?
C’è chi parla, c’è chi scrive, c’è chi informa, ma soprattutto. ci lamentiamo tutti. La lamentela è un comune denominatore. Ma che cosa vuol dire. lamentarsi? Nel nostro caso, vuol dire sperare ed auspicare che qualcuno faccia le politiche che ci paiono più appropriate e. rammaricarci passivamente del fatto che esse non vengano fatte, senza però assumere nessuna iniziativa concreta affinché i nostri desideri divengano realtà. Come si capirà, non è esattamente il massimo. Ma allora perché, invece di lamentarci, che non serve a niente e non cambia nulla, non facciamo qualcosa? O se già facciamo qualcosa, non ci rimbocchiamo le mani e non facciamo di più?
 
E non mi riferisco – badate bene – al litigare, che qui sembra il passatempo preferito di tutti. Uno non fa in tempo a liberarsi dalla palude delle menzogne mainstream, e si ritrova subito invischiato in mille litigi con gli altri “liberati”, bisticci su cosa sia vero e cosa sia falso, su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato e chi più ne ha più ne metta. Grande! In pratica un divide et impera fai da te, cioè noi ci dividiamo e loro imperano alla facciaccia nostra. Ma come siamo intelligenti, accipicchia.
Se invece focalizzassimo le nostre energie sulle grandi cose che ci uniscono, anziché sulle piccole cose che ci dividono, magari riusciremmo anche a combinare qualcosa.
Insomma, venendo al nocciolo, o prendiamo qualche iniziativa oppure la smettiamo di lamentarci, che è un comportamento poco dignitoso.
Che ci piaccia o no noi siamo un movimento, un movimento verso il reale, contro il delirio del mainstream e verso il reale, perché ci siano mossi e continuiamo a muoverci in direzione del reale, e siamo già in milioni ed il nostro numero continua a crescere. Certo, fra di noi c’è anche gente fuori di testa, ma qualche scompenso è fisiologico quando ti devi confrontare col dato di fatto che tutti i tuoi punti di riferimento precedenti – il tuo telegiornale preferito, i giornali che hai sfogliato per anni, tutti ti hanno sempre preso in giro, ti hanno mentito e adesso che lo sai non valgono più. E’ un trauma che crea incertezza e confusione. Ci vuole un po’ di elasticità e comprensione.
Possiamo anche continuare a far finta di credere che questo movimento, che c’è ed è innegabile, non sia un movimento politico, ma per quanto tempo ancora?
Meglio piuttosto darsi una svegliata e comprendere che la Politica 2.0 è veramente diversa da quella a cui siamo da sempre abituati, e molte delle sue proprietà ci sono tuttora ignote, sono proprietà emergenti, come dice il bardo “le scopriremo solo vivendo”.
Diamo ancora un’occhiata al vecchio mondo in disfacimento della Politica 1.0:
La finta sinistra, la finta destra ed il finto centro – forse lo avrete notato – sono tutti uniti e compatti verso gli eretici, che saremmo noi, per il semplice fatto non ci beviamo più le loro storielle e rappresentazioni.
Però noi invece siamo tutti divisi. Loro sono uniti, noi siamo divisi in mille conventicole.
Ed è qui che ci rendiamo conto che il vero scontro politico oggi non ha più nulla a che vedere con le categorie della destra e della sinistra e degli antichi schieramenti. Oggi il confronto è fra veri e propri mondi differenti, non più fra diverse interpretazioni della realtà, bensì fra vere e proprie diverse percezioni della realtà.
Le categorie classiche della politica – per esempio l’approccio socialista contro l’approccio liberista e viceversa, sono surclassate dalle emergenti categorie di ordine superiore – il vero contro il falso, il reale contro l’irreale – e viceversa! Non è più una battaglia di opinioni, ma una battaglia di percezioni!
Chiariamo bene a scanso di equivoci: le differenze che separano le persone che si sentono di sinistra da quelle si sentono di destra esistono davvero ed esisteranno sempre, e sono differenze di mentalità, di attitudine alla vita e alla società, differenze culturali, intellettuali, di estrazione sociale, di tradizioni familiari, di convenienza, in altre parole differenze antropologiche che riflettono un dualismo e queste differenze le ritroviamo in ogni luogo del mondo e non se ne andranno mai via. Si tratta però di differenze di interpretazione a partire da una stessa realtà percepita. Ma la vera emergente divisione nel mondo occidentale oggi è fra chi vive nel mondo creato dai media mainstream e chi da esso si è emancipato e non ci vive più.
Ed è per questo che oggi possiamo avere, come ho menzionato all’inizio per fare un esempio, due giornalisti così diversi fra loro come Giulietto Chiesa e Marcello Foa dalla stessa parte della barricata, e in America possiamo avere un Paul Craig Roberts, ex membro del governo di Ronald Reagan, sullo stesso fronte di un Michel Chossudovsky professore universitario canadese di tutt’altra estrazione e direttore del sito Globalresearch. Nella Politica 2.0 la logica degli schieramenti è cambiata, ha fatto un salto di qualità, e prima lo capiremo tutti e meglio sarà.
Evito di includere i 5stelle in questo ragionamento, poiché essi costituiscono un’altra realtà più complessa e da movimento stanno ormai mutando in partito e si preparano a governare, e ancora non sappiamo come. Il movimento verso il reale che osservo e di cui parlo si sovrappone in certe sue aree con il popolo dei 5stelle, ovvero con parti della sua base, ma certamente non in altre. Il fenomeno 5stelle si è certamente alimentato dall’esistenza di questo movimento, così come in altri paesi il partito dei pirati ed altre formazioni antisistema.
Probabilmente l’iniziativa di dare un contorno ed un’identità unitaria a questo grande movimento che già esiste dovrebbe partire da tutti quelli che veicolano informazione in modo indipendente, visto che questo grande scisma in seno alla società occidentale è tutto sommato generato da loro, dalla libera circolazione di informazione non allineata.
 
Chiunque lavorasse a questo progetto dovrebbe comprendere che affinché il movimento possa riconoscersi nella definizione che di esso si dovesse dare, è necessario che si proceda con la massima lucidità, il che significa definendo il movimento esclusivamente per il minimo comune denominatore che unisce tutti quelli che ne fanno parte, in altre parole per il fatto stesso ed esclusivo di essere evasi dal mondo illusorio dipinto dal mainstream con le sue menzogne. Sembra poco, ma è in realtà moltissimo. Parliamo di due mondi completamente diversi. Se invece ognuno vorrà proiettare sul movimento tutte le proprie istanze personali, di retaggio ideologico, morale, di costume o quant’altro, il progetto è destinato a fallimento immediato. Il divide et impera fai da te non è una buona idea. Politicamente, si chiama suicidio.
Il movimento – quello che esiste, che già c’è, ma non si è ancora visto allo specchio, non si è battezzato, non si è ancora visto come una possibile unità – è un movimento transpartitico, transideologico e transnazionale. Di tutto ciò si dovrà tenere conto.
Non posso predire quale potrebbe essere una destinazione o una finalità chiara di questo movimento, anche perché sarà il movimento stesso a stabilirle, ammesso e non concesso che si capaciti del fatto di essere un movimento – che il movimento in altre parole prenda coscienza di sé. Possiamo però cercare di innescare questa presa di coscienza e questa aggregazione, di favorirla ed eventualmente di accompagnarla fino a quando non saprà stare sulle sue sole gambe. Fondamentale è prendere atto che il movimento esiste, utile e importante è darli una mano a definirsi per ciò che esso è e nulla di più. Anche la definizione sarà un work in progress.
Né posso predire quale nome vorrà assumere questo movimento, provvisoriamente mi piace chiamarlo un po’ scherzosamente “fermare il delirio”, facendo il verso ad una effimera comparsata politica di qualche tempo fa in Italia. Ciò che importa comprendere è che si tratta di un movimento verso il reale. Ritengo sia tempo di fare qualcosa di concreto per fermare il delirio mainstream, prima che questo ci conduca a tragedia certa.
E scusatemi se non ho parlato a voi come a bambini della terza media. Mi dicono che sia ormai l’unico modo efficace di fare politica, come d’altra parte aveva sentenziato già a suo tempo Gustave le Bon. Perdonatemi, nessuno è perfetto.
Iniziamo allora a tratteggiare i contorni dello spazio politico che si è creato intorno a noi e proviamo a contarci. Forse siamo ancora in di più di quanti crediamo.
Si cita spesso la frase di Orwell che in tempi di inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario, magari se questa frase proviamo a pronunciarla tutti insieme, anziché gli uni contro gli altri, l’efficienza rivoluzionaria ne guadagna.
di Roberto Quaglia – 01/01/2017 Fonte: Megachip

Dio salvi il web. Non è post-verità, ma contro-verità

Il meccanismo è il solito. Collaudato, furbo, giacobino. Si parte da un pretesto bugiecondivisibile e si arriva ad imporre l’opposto. Il male, del resto, non è il contrario del bene, ma un bene rovesciato, deviato.
Un po’ come il gender (l’alterazione dell’umanità, della natura, qualsiasi desiderio che deve diventare un diritto), visione “altra” che si fa passare nelle scuole con la vasellina della “tolleranza”, della democrazia: il rispetto per ogni identità di genere, la lotta al cyberbullismo etc. E si mettono sulla ghigliottina i cosiddetti “omofobi”, quelli che non accettano lo schema.
 
La domanda è semplice: si può garantire il pluralismo con un atto di censura? E’ il rischio che si corre da quando il Palazzo (il politicamente e culturalmente corretto) si è posto il problema della “post-verità”. Cioè, del web. La molla, abbiamo detto, è oggettiva: evitare gli eccessi, la pancia, il nero della rete, le offese, la violenza verbale, corroborati da ignoranza (tutti parlano di tutto senza la minima cognizione di causa), coperti per altro dall’anonimato, dall’impunità. Ma lo scopo è un altro.
Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno, è stato esplicito: “Evitare il diffondersi dell’odio e della violenza che si propagano nella società, intossicandola e che rischiano di essere moltiplicati da un pur utile strumento come Internet”.
Paolo Gentiloni, capo del Governo, nella conferenza stampa di saluto ai giornalisti, si è posto sulla medesima linea: “La post-verità è il male della politica”.
Il numero uno dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella ha proposto: “Ci vuole un soggetto terzo e autonomo dalla politica”. Beppe Grillo si è indignato: “Volete l’Inquisizione”.
In Germania, infatti, è pronto un progetto di legge per limitare la libertà di stampa via web. Segni inquietanti.
Cosa bolle in pentola? Grillo ha ragione: il ministero della Verità, che poi tradotto in soldoni, è l’ultimo, estremo, tentativo di incollare alla società civile un pensiero unico (il laicismo, la narrazione globalista etc) che fa acqua da tutte le parti.
Ecco la vera ragione.
1) Il cartaceo è finitoIn Italia solo 4 milioni di cittadini all’anno leggono giornali stampati. Giornali espressione delle caste economiche, culturali e politiche. Insomma, non fanno più opinione. Non formano più le coscienze.
Invece, i giornali on line, i siti web, i blog, raggiungono complessivamente quota 19 milioni di accessi. Una bella differenza. Attraverso la rete circolano contro-verità, opinioni alternative. E’ qui che vengono smascherate le vere bufale: quelle del “regime”. E’ evidente che la rete dia fastidio e sia una pericolosa bomba atomica da controllare;
2) La vittoria della Brexit in Inghilterra, di Trump in America, gran parte del no in Italia a Renzi, sono stati il prodotto della rete. E proprio in queste occasioni si è constatato quanto le caste (politiche, giornalistiche, finanziarie) non contino più nulla in termini di consenso. Se la suonano e se la cantano tra loro. Politici, osservatori, esperti, giornalisti, sondaggisti, opinionisti blasonati e intellettuali, sono andati tutti a farfalle. E ora disperatamente e pateticamente, stanno tentando di analizzare ciò che non capiscono con le stesse categorie che hanno impedito loro di comprendere la realtà;
3) Perché non capiscono la realtà? Perché ormai da tempo le dicotomie destra-sinistra, liberali-socialisti, liberisti-statalisti, guerra fredda, sono tutte morte; e da tempo si stanno affacciando al cospetto della storia due nuove categorie: alto-basso (popoli contro caste) e valori antropologici. Questa è la nuova chiave di lettura per decodificare il presente. Questo è ciò che non vogliono capire le caste. Questo è ciò che passa per la rete. Ed è il motivo per il quale si auspica un ministero della Verità (della caste) per uccidere la rete.
di Fabio Torriero – 03/01/2017
Fonte: Intelligo news

Verso il totalitarismo. Il Web? Democrazia già censurata da Bce e Fmi

La post-verità di Pitruzzella non piace, ovviamente, alla rete. La “forza che spinge il fake-genuinepopulismo” e “minaccia la democrazia” avrebbe dunque bisogno di un garante del web? Grillo ha risposto parlando di “Inquisizione”, il nostro direttore Torriero scrive un editoriale dal titolo “Dio salvi il web” nel quale sottolinea come si tratti dell’ennesimo tentativo di imporre il pensiero unico. IntelligoNews ha intervistato il filosofo Diego Fusaro che ha espresso molto chiaramente il suo pensiero su questo tema…
L’idea di regolare il web deriva dal fatto che comincia a far paura se è vero che fenomeni come Brexit, la vittoria di Trump o del No al referendum italiano sono maturati, da un punto di vista dell’informazione, non certo sulla carta stampata e in tv?
Innanzitutto è ridicolo pensare che la democrazia sia in pericolo per la rete o per la circolazione di notizie non controllate. La democrazia è in pericolo, anzi è azzerata ad opera di enti che decidono come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Centrale Europea, le potenze che bombardano in nome del loro interesse economico. Questo mette a repentaglio, anzi ha già distrutto la democrazia. Non certo la rete. In secondo luogo è ovvio che cercano di mettere la mordacchia alla rete per evitare che ci sia la libertà di espressione di un sistema che sta sempre più perdendo il suo consenso e deve dunque ricorrere alla violenza”.
C’è dunque un cambiamento reale che porta a nuove risposte?
“Fin quando c’è l’egemonia col consenso non c’è bisogno della violenza. Quando il consenso inizia a scemare, si restringono gli spazi di libertà e inizia un dominio che si basa sempre più su forme repressive. Questo è ciò che ci attende. Il 2017 si apre malissimo non solo per l’attentato di Istanbul, ma anche per queste notizie. Ha ragione da vendere Torriero a riflettere su questo”.
Il criterio è l’offesa, la difesa del pluralismo? Ma come si fa a difendere il pluralismo attraverso la censura, non rischia di essere ideologica?
“Assolutamente, tra l’altro ci sono delle tesi che sono controverse, oggetto di discussione. Come puoi allora imporre una verità, chi la decide? Ad esempio la critica del sistema capitalistico dell’Ue, dei bombardamenti imperialistici è chiaro che sia oggetto di una divisione di interpretazione. Chi decide quella giusta? Non si può pretendere di metterne una al bando. Altrimenti siamo veramente in una situazione in cui la parola totalitarismo diventa finalmente attuale, nel senso pieno del termine…”.
 
Se a Diego Fusaro mettono il bavaglio, impedendogli di esprimere liberamente il suo pensiero, cosa fa il giorno dopo?
Continuo ad esprimerlo come ho sempre fatto. Fino ad ora ci si poteva esprimere, pur essendoci comunque forma di censura e diffamazione. Se uno ha subito quelle forme può continuare pacatamente ad andare avanti, nonostante questi nani che hanno bisogno di mettere la censura per evitare che emergano le verità. Se non sono riusciti a bloccare il pensiero libero mettendo a morte Giordano Bruno e Socrate, non vedo perché debbano riuscirci oggi. Il vero problema è che manca un pensiero libero all’altezza dei tempi. Questo è il problema”.
di Diego Fusaro – 03/01/2017
 
Fonte: Intelligo news

Della Post verita’ ed altri deliri

La sinistra mondialista, benpensante e demenzialmente corretta, ne ha inventata un’altra.
“Post-verita’” e’ la nuova parola per bollare il pensiero non conforme al politicamente boldrini-hatecorretto e restringere la liberta’ di espressione nei blog di libera informazione.
Il pretesto e’ quello della “diffusione dell’odio” e di fake news, che come recita il Presidente dell’Antitrust Pitruzzella, “favorirebbero l’ascesa del populismo e rappresenterebbero un pericolo per la democrazia”.
Il neologismo e’ gia’ presente sui quotidiani internazionali, come Guardian, Washington post, Times e sui giornaloni della semicultura italiana, Internazionale e Repubblica.
Il termine starebbe a significare: “bufala”, balla, bugia. Cosi’ il mondo radical chic, vuole censurare chi non si adegua al conformismo ideologico imposto dai media di regime.
Testimonial privelgiata della nuova iniziativa liberticida, Laura Boldrini la quale, dopo la rivoluzione del lessico, ha pensato bene di annoverare tra le sue battaglie anche “la lotta all’odio e alle bufale del web”.
 
Ora che Madonna Laura, ce l’abbia a morte col mondo degli internauti e’ anche comprensibile, visto che gliene hanno dette di ogni…., ma che desideri istituire una commissione parlamentare contro l’ ”hate speech’, in un paese che soccombe tra poverta’ economica, emergenza migratoria, terremoti, ci lascia quantomeno perplessi.
Laura Boldrini
Il presidente antitrust Giovanni Pitruzella ha addirittura invocato l’intervento di un istituzione pubblica, coordinanta direttamente da Bruxelles, sostenendo la necessita’ che le notizie vadano vagliate da un istitituto di vigilanza che censuri le “fake news”.
E’ ovvio a questo punto, cosa si nascondi dietro tale provvedimento: il tentativo di arrestare l’informazione alternativa che negli ultimi tempi, sta totalmente sovrastando la narrazione degli organi main/strem.
Il Brexit, e’ stato il primo campanello d’allarme. Nonostante tutta la propaganda mediatica avesse annunciato, catastrofi finanziarie e economiche incalcolabili, il popolo inglese aveva scelto per il No. La corona e’ restata li dov’e’ e nessun cataclisma paventato si e’ materializzato.
 
Il secondo schiaffo invece, e’ stata la vittoria di Donald Trump alle scorse presidenziali americane. Per mesi, i maggiori organi di informazione internazionali e nazionali hanno ripetuto ossessivamente che la vittoria del “Tycon” repubblicano, sessista e retrogrado, avrebbe rappresentato una catastrofe per il mondo intero.. Hanno diffuso numeri totalmente falsi che davano la Clinton come sicura vincente.
 
Persino i divi di Hollywood erano scesi in campo contro il miliardario californiano, da Di Caprio a Clooney.. De Niro, gli avrebbe voluto addirittura spaccare la faccia, mentre Madonna avrebbe promesso un fellazio con happy ending, a chiuque avesse votato per Hillary (le vie del femminismo sono infinite). Risultato? Madonna a bocca asciutta e Trump nuovo presidente degli Stati Uniti.
Ed infine anche il No al referendum costituzionale, come sessulto di sovranita’ da parte del popolo italiano.
Tali risultati, nella loro diversita’, sembrano dire una cosa sola alle elite: esse non hanno piu’ presa sulle volonta’ dei popoli che decidono e selezionano le informazioni tramite circuti alternativi.
Ma per i giornalisti televisivi alla Lerner o alla Mentana, sono solo “webeti”.
Se quindi vincono i partiti populisti, e’ solo perche’ i poveri elettori sono stati gabellati o hanno preso un gigantesco abbaglio.
Ora se tutto cio’ restasse confinato nei salotti radical chic di casa nostra, non dovremmo preoccuparci oltre ma, come ricorda F. M. Del Vigo, il passo successivo, dopo il bavaglio al web, potrebbe essere quello di dire chiaro e tondo agli elettori che sono una massa di imbecilli e che bisogna abolire il suffragio universale (ricordate come furono trattati gli elettori del Brexit e di Trump?).
Basta una parolina, post/verita’ ed il gioco e fatto. Perche’ la colpa e’ del popolo bue che crede alle bufale, non certo la loro, che non ne azzeccano una e diffondono solo menzogne impostegli dal padrone.. Come la favoletta dei “ribelli moderati” in Siria che combattono il regime del sanguinario dittatore Assad oppure della Russia che fa hackeraggio, truccando le elezioni americane.
Detta cosi’, sembra uno scenario fanta-politico, ma il rischio e’tutt’altro che remoto. Ricordiamo che Obama, dopo la sconfitta della Clinton, aveva pensato di emanare la “Direttiva per contrastare la Disinformazione e la Propaganda”.
 
I media main-stream, stanno perdendo colpi a causa della diffusione virale dei social net-work e di facebook. Quasi piu’ nessuno compra piu’ quotidiano cartaceo, i quali sono oramai percepiti come espressione di precisi interessi politici e finanziari.
Tale rivoluzione nel mondo dell’informazione e’ quindi la causa principale della crescita e dei partiti populisti e delle forze antisistema. . Per proteggere la “democrazia” dalla minaccia delle forze sovraniste, bisogna quindi procedere alla censura di chi diffonde “falsita’” nei siti di controinformazione.
Richiesta di TSO a parte per i cosiddetti tutori della democrazia, sappiamo benissimo, che a parte la Boldrini (quella e’ “ritardata” di suo), costoro conoscono bene il loro ruolo, che e’ quello della tutela dello status/quo.
Putroppo per loro, potranno ricorrere anche al piu’ giacobino e liberticida dei provvedimenti, potranno istituire commissioni, “board” contro l’omofobia o contro l’emergenza “populismo”, e via delirando.. Ma pensare di censurare l’informazione libera che circola su internet, sarebbe come pensare di svuotare l’oceano con un secchiello.
Non ce la faranno mai e cosi’ fancendo saranno travolti ancor piu’ velocemente di quello che credono.
 
Se comunque il 2016 ha riserbato grandi sorprese, in questo 2017, con gli appuntamenti elettorali in vista, in Francia ed in Germania, potremmo davvero divertirci. Loro gia’ non ridono piu’.
di Antonio Terrenzio – 04/01/2017
 
Fonte: Conflitti e strategie