Torino – Lione La favola del rischio di perdere 300 milioni di fondi UE già persi

Comunicato Stampa 

PresidioEuropa 

Movimento No TAV

26 febbraio 2019

http://www.presidioeuropa.net/blog/?p=19077

Torino – Lione La favola del rischio di perdere 300 milioni di fondi UE 

già persi

… la comunicazione fuorviante di TELT e di Salvini …

La società franco-italiana TELT ha ricevuto nel 2015 dai suoi azionisti, i Governi francese e italiano, un solo ordine: realizzare la Torino-Lione nel rispetto degli Accordi internazionali.

Se i sostenitori della Torino-Lione affermano che, se non si fa in fretta, si perderanno 300 milioni di euro di fondi europei, la realtà è un’altra: questi fondi sono già persi a causa dei ritardi causati da TELT nella conduzione dei lavori geologici nei cantieri italiano e francese.

La Commissione europea adotterebbe il principio use it or lose it (usali o perdili) come ha già fatto nel 2013 annullando ben 276,5 milioni di euro. Un Audit No TAV segnala che circa il 75% dei fondi europei sono stati o saranno ritirati dalla Commissione europea per ritardi del progetto.

La fuorviante comunicazione di TELT, adottata acriticamente dai sostenitori politici, sindacali, industriali della Torino-Lione, mira a far credere che sia l’attuale dibattito politico e sociale intorno al futuro di questo progetto la causa della cancellazione di una parte dei fondi europei.

Perché TELT esercita il potere conferitole per fare attività di lobby? Da anni si comporta come un’azienda privata alla ricerca di clienti da soddisfare, lancia campagne pubblicitarie ed eventi pubblici, si è dotata di un ufficio stampa e retribuisce esperti comunicatori, tutto a spese dei contribuenti. Sono spese inutili che distraggono una parte dei finanziamenti pubblici destinati a scavare le montagne.

TELT mira a convincere i decisori politici ad adottare decisioni in contrasto con gli accordi internazionali per rassicurare gli amici dei suoi capi (Hubert du Mesnil, presidente e Mario Virano, direttore generale), ossia le grandi società di costruzione, che essi non saranno privati di un lucroso affare: lo scavo miliardario del tunnel di base di 57,5 km di 9,6 miliardi di euro.

Salvini e Rixi, che affermano di essere difensori degli interessi italiani, lo sanno che il nostro Paese finanzierà la stragrande maggioranza dei costi del progetto, e che dunque l’Italia pagherà la gran parte dei lavori in Francia?

I lavori geologici in Italia sono terminati da oltre un anno, ma il cantiere per lo scavo del tunnel di base non parte. Perché, chi è il responsabile?

In Francia il cantiere geologico accumula ritardi, l’Europa non erogherà i fondi promessi se i lavori geologici in corso non saranno terminati entro il 31 dicembre 2019, scadenza materialmente impossibile da rispettare. Perché, chi è il responsabile?

I gravi ritardi del progetto sono il risultato di una gestione complessivamente inefficiente di TELT, lo confermano l’analisi degli avanzamenti del progetto e le passate decisioni della Commissione europea di cancellare i fondi europei al progetto.

Nel 2013 LTF (divenuta nel 2015 TELT) perse 276,5 milioni di euro, il 41% dei fondi europei di € 671,8 milioni all’epoca disponibili: la Commissione europea li cancellò per i ritardi nell’esecuzione dei lavori. Oggi la Commissione europea minaccia l’Italia e la Francia di reiterare questa decisione.

Sono al corrente TELT, e i ministri Toninelli e Salvini, che la quota di fondi europei per lo scavo del tunnel contenuta nel Grant Agreement 2015 di 813 milioni di euro è oggi inutilizzabile perché l’art. 16 dell’accordo del 2012 non permette il lancio di lavori definitivi dato che Francia e Italia non hanno stanziato i 9,6 miliardi di fondi necessari per realizzare l’intero tunnel? Chi è il responsabile?

IRAK 2018. LA FAILLITE DE LA STRATEGIE AMERICAINE

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Flash Vidéo Géopolitique/ Geopolitical Flash Video/

2018 11 30/vignette LMirak

Le Flash Vidéo du jour …

Le géopoliticien Luc MICHEL (en Duplex audio depuis Addis-Abeba) dans REPORTAGE du 29 novembre 2018 sur PRESS TV (Iran)

J’ai analysé pour la Télévision d’Etat iranienne francophone la situation en Irak, où la stratégie américaine (élaborée par les idéologues neocons du Régime Bush II dans les Années 2001-2003 et suivie par les administrations Obama et Trump) est en faillite …

Sources :

* La Video sur PCN-TV/

PRESS TV (IRAN) INTERROGE LUC MICHEL :

IRAK. LA FAILLITE DE LA STRATEGIE AMERICAINE

Sur https://vimeo.com/304002588

* L’article sur :

« Les USA cherchent à venger Daech. Sanctions US contre les deux principaux piliers des Hachd al-Chaabi »

https://www.presstv.com/DetailFr/2018/11/29/581517/Les-USA-cherchent–venger-Daech

* Les interrogations de PRESS TV (la Télévision d’Etat iranienne francophone) :

« Le Congrès américain a finalisé, le mardi 27 novembre, un projet de loi sanctionnant et gelant les fonds des membres des mouvements de deux groupes qui font partie des Unités de mobilisation populaire (Hachd al-Chaabi), lesquelles ont soutenu les forces gouvernementales irakiennes dans la lutte contre le groupe terroriste Daech.

Les unités des Hachd al-Chaabi ont été officiellement intégrées aux forces de sécurité irakienne l’année dernière, après la défaite des terroristes de Daech sur le sol irakien.

Quelle signification peut avoir l’adoption de sanctions contre les deux principaux piliers des Hachd al-Chaabi, qui ont joué un rôle crucial dans l’éradication de Daech et dans l’élimination de la menace terroriste en Irak ?

Luc Michel, géopoliticien, partage son analyse sur ce sujet. »

COMMENT EN EST-ON ARRIVE LA ?

UN SIECLE DE POLITIQUE ANGLO-SAXONNE CONTRE L’IRAK …

Le Géopoliticien Luc MICHEL nous dit que « le dossier irakien est un cas exemplaire de la façon dont la géopolitique se construit et s’analyse sur des cycles longs ». « Le chaos irakien de 2018 est l’aboutissement d’un cycle géopolitique qui a tout juste un siècle.

Ou comment l’Irak a émergé des ruines de l’Empire ottoman pour finir détruit entre 1991 et 2003 sous les coups de la superpuissance américaine » …

* Voir la Video de référence sur EODE-TV/

 LUC MICHEL :

IRAK – DEPUIS 2003, QUELLE PLACE DANS LA GEOPOLITIQUE MONDIALE ? (08 JUIN 2018)

Sur https://vimeo.com/279359108

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

(Flash Vidéo Géopolitique/

Complément aux analyses quotidiennes de Luc Michel)

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire –

Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme

(Vu de Moscou et Malabo) :

PAGE SPECIALE Luc MICHEL’s Geopolitical Daily

https://www.facebook.com/LucMICHELgeopoliticalDaily/

________________

* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

WEBSITE http://www.lucmichel.net/

PAGE OFFICIELLE III – GEOPOLITIQUE

https://www.facebook.com/Pcn.luc.Michel.3.Geopolitique/

TWITTER https://twitter.com/LucMichelPCN

* EODE :

EODE-TV https://vimeo.com/eodetv

WEBSITE http://www.eode.org/

Quel treno per Lione: alla vigilia di una scelta – VERITA’ E BUFALE SUL TAV TORINO LIONE

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2018/10/22/quel-treno-per-lione-alla-vigilia-di-una-scelta/

 

VERITA’ E BUFALE SUL TAV TORINO LIONE

di Paolo Mattone, Livio Pepino e Angelo Tartaglia

Il “contratto di governo” tra M5Stelle e Lega prevede, con riguardo alla Nuova linea ferroviaria Torino-Lione, «l’impegno a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia». A ciò il ministro delle infrastrutture Toninelli ha aggiunto l’ovvio: cioè che, in attesa di tale confronto, ogni determinazione diretta a realizzare un avanzamento dell’opera sarebbe considerata dal Governo «un atto ostile». Indicazioni assai caute, dunque, ben lungi da una dichiarazione di ostilità al Tav. Poi silenzio e rinvio all’analisi costi-benefici in corso di elaborazione da parte di una apposita commissione. Il tutto lasciando al loro posto, come rappresentanti del Governo, sfegatati supporter della nuova linea ferroviaria come Mario Virano, direttore generale di Telt (promotore pubblico responsabile della realizzazione e della gestione della sezione transfrontaliera della futura linea Torino-Lione), e Paolo Foietta, commissario straordinario del Governo per l’asse ferroviario Torino-Lione e presidente dell’Osservatorio della Presidenza del Consiglio originariamente costituito come luogo di studio e di confronto tra le parti interessate (e diventato ormai l’ultima ridotta dei sostenitori del Tav senza se e senza ma).  

Tanto è bastato, peraltro, a produrre un duplice effetto. Da un lato ha finalmente aperto un dibattito sulla effettiva utilità dell’opera, fino a ieri esorcizzato dalla rappresentazione del movimento No Tav, complice la Procura della Repubblica di Torino, come un insieme di trogloditi e di terroristi. Dall’altro ha mandato in fibrillazione i promotori (pubblici e privati) dell’opera, l’establishment affaristico, finanziario e politico che la sostiene e i grandi media che ne sono espressione (Stampa e Repubblica in testa) che, non paghi di ripetere luoghi comuni ultraventennali sulla necessità dell’opera per evitare l’isolamento del Piemonte dall’Europa (sic!), hanno cominciato ad evocare fantasiose penali in caso di recesso dell’Italia.

In questo contesto e per consentire un confronto razionale, in attesa delle indicazioni della commissione preposta all’analisi costi benefici e delle conseguenti decisioni politiche, è, dunque, utile fare il punto sulla situazione, partendo dall’esame delle affermazioni più diffuse circa l’utilità dell’opera. 

Primo. «La nuova linea ha una valenza strategica e unirà l’Europa da est a ovest».
Prospettiva da statisti, che il governatore del Piemonte, Chiamparino sottolinea, con slancio futurista, evocando un collegamento tra l’Atlantico e il Pacifico (senza considerare che la stazione atlantica è scomparsa nel 2012, con la rinuncia del Portogallo, e che dalla prevista stazione finale di Kiev mancano, per arrivare a Vladivostok e al Pacifico, oltre 7.000 km…). Prospettiva, comunque, priva di ogni riscontro reale, posto che una linea ferroviaria ad alta capacità/velocità non è prevista in modo compiuto neppure in Lombardia e Veneto, che il tratto sloveno non esiste nemmeno sulla carta, che in Ungheria e Ucraina nessuno sa che cosa sia il Corridoio 5, come inizialmente si chiamava la linea (cose tutte documentate, con una accurata indagine in loco, in un servizio giornalistico di Andrea De Benedetti e Luca Rastello pubblicato su Repubblica e diventato poi un libro edito da Chiare Lettere con il titolo Binario morto). La realtà dunque, al netto di bufale interessate e di anacronistici sogni di grandeur, non è quella di una nuova “via della seta” ma, assai più prosaicamente, del solo collegamento ferroviario tra Torino e Lione (235 chilometri, comprensivi di un tunnel di 57 chilometri), già coperto da una linea ripetutamente ammodernata e utilizzata per un sesto delle sue potenzialità. Di ciò, non di altro, si deve, dunque, discutere valutandone costi e benefici. Il resto è fuffa, chiacchiera senza fondamento o, peggio, specchietto per allodole.

Secondo. «La nuova linea creerà nuovi orizzonti di traffico».
Non è così. I traffici merci su rotaia attraverso il Frejus (ché di persone non si parla più da vent’anni) sono in caduta libera dal 1997. Da allora si sono ridotti del 71 per cento. Lo ammette persino l’Osservatorio istituito presso la Presidenza del Consiglio riconoscendo che «molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Unione Europea, sono state smentite dai fatti». Nello stesso periodo i traffici nella direzione Italia-Svizzera hanno continuato a crescere: del 43 per cento nel periodo 1997-2007, quando pure le linee ferroviarie italo svizzere passavano attraverso tunnel ad altitudine e con pendenze analoghi a quelli del Frejus (il tunnel del Lötschberg, lungo 14,6 km ad una altitudine di 1400 metri, e quello storico del S. Gottardo, lungo 15 km ad una altitudine di 1151 metri, in uso fino al 2016). Parallelamente il volume del traffico complessivo (compreso quello su strada) attraverso la frontiera italo-francese è diminuito del 17,7 per cento. Ciò dimostra che le ragioni della caduta di traffico sono strutturali e non hanno nulla a che vedere con le caratteristiche tecniche della linea ferroviaria, il cui ammodernamento non attira di per sé solo nuovo traffico (come l’ampliamento del letto di un fiume non produce magicamente l’aumento del flusso dell’acqua). Più specificamente il quadro d’insieme dice che lungo la direttrice transalpina est-ovest è in atto da tempo una tendenza al calo del flusso di merci o quanto meno a una sua stagnazione, laddove lungo le direttrici nord-sud (frontiere italo-svizzera e italo-austriaca) il traffico ha continuato a crescere, anche se, dopo il 2010, la crescita risulta meno vivace che prima della crisi finanziaria del 2008. Una interpretazione ragionevole di questa differenza è che le direttrici nord-sud collegano il cuore dell’Europa con i porti della sponda nord del Mediterraneo e da lì con l’estremo oriente. I mercati della Cina e del sudest asiatico sono lontani dalla saturazione e per di più quel sistema produttivo è in grado di fornire merci di rimpiazzo delle nostre a prezzi nettamente più bassi. Viceversa l’asse est-ovest collega mercati intereuropei fra loro simili e in condizioni di saturazione materiale: guardando a ciò che si trova in una tipica casa italiana (o francese o britannica o spagnola) è difficile pensare di poter aggiungere molte cose; al più si può pensare di rimpiazzare le dotazioni con manufatti più moderni o di migliore qualità. Tutto questo si traduce in una stabilizzazione dei flussi materiali che si mantengono a un livello elevato, ma senza particolari prospettive di crescita.

Terzo. «Il collegamento ferroviario Italia-Francia deve essere ammodernato perché obsoleto e fuori mercato a causa di limiti strutturali inemendabili».
Dopo la favola dell’imminente saturazione della linea storica, sostenuta contro ogni evidenza per vent’anni, i proponenti dell’opera e i loro sponsor politici si attestano ora su presunte esigenze dettate dalla modernità, che imporrebbe di «trasformare – con il tunnel transfrontaliero di 57 chilometri – l’attuale tratta di valico in una linea di pianura, così permettendo l’attraversamento di treni merci aventi masse di carico pari a quasi il triplo di quelle consentite dal Frejus» (così la relazione scritta al disegno di legge di ratifica degli accordi intergovernativi tra Italia e Francia del 2015-16, depositata alla Camera dal relatore di maggioranza, on. Marco Causi, il 19 dicembre 2016). La debolezza della tesi è di tutta evidenza, anche a prescindere dalla determinazione fantasiosa dei carichi destinati a transitare nel nuovo tunnel. Se, infatti, il traffico è in costante diminuzione e agevolmente assorbito dalla linea storica con le pendenze che la caratterizzano (e che per di più – come si è visto – non sono state di ostacolo all’aumento del traffico ferroviario tra Italia e Svizzera) a che serve un intervento modificativo che comporta rischi ambientali enormi e una spesa di miliardi? A giustificarlo c’è soltanto una cultura sviluppista senza limiti, sempre più anacronistica ma non intaccata, agli occhi dei suoi epigoni, neppure da una tragedia come quella del ponte Morandi di Genova, decantato per decenni come simbolo della capacità della tecnica di superare città e montagne. Non sussistono infatti, a sostegno dell’opera, nemmeno ragioni legate a una non meglio precisata normativa, ogni tanto evocata ma sempre senza riferimenti specifici, in forza della quale il tunnel storico sarebbe presto “fuori norma” (come, se così fosse, tutte le gallerie ferroviarie e buona parte di quelle autostradali del Paese…).

Quarto. «I costi dell’opera sono assai più ridotti di quanto si dica, ammontando, per l’Italia, a soli 2, massimo 3 miliardi di euro».
Siamo di fronte a una sorta di “gioco delle tre carte”, assai poco rispettoso della verità e dell’intelligenza degli italiani (e dei francesi). Il costo dell’intera opera, infatti, è stato determinato dalla Corte dei conti francese nel 2012 – senza successivi aggiornamenti o rettifiche – in 26 miliardi di euro, di cui 8,6 miliardi destinati alla tratta transnazionale (per la quale è previsto un finanziamento europeo pari, nella ipotesi più favorevole, al 40 per cento del valore e cioè a 3,32 miliardi di euro). I dati diffusi dai fautori dell’opera, invece, riguardano la sola tratta internazionale, che, data la scelta del Governo italiano di proceder per fasi (cd. progetto low cost), dovrebbe essere costruita per prima. Ma ciò, anche a prescindere dalla prevedibile dilatazione dei costi rispetto a quelli preventivati (basti pensare che il 28 febbraio 2018 Cipe ha portato a 6,3 miliardi di euro il «costo complessivo di competenza italiana per la sezione transfrontaliera», indicato poco più di due anni prima in 2,56 miliardi…), realizza un puro artificio contabile ché l’ulteriore spesa (salva l’ipotesi, del tutto fuori dalla realtà, di realizzare un tunnel senza le necessarie adduzioni) non viene affatto annullata ma semplicemente differita.

Quinto. «Il potenziamento del trasporto su rotaia è, finalmente, una scelta di tutela dell’ambiente».
Siamo alla variante ecologista, tanto suggestiva quanto infondata. Essa, infatti, muove dal rilievo, in linea di principio esatto, che il trasporto su rotaia è meno inquinante di quello su strada. Ma non tiene conto del fatto che ciò vale solo in una situazione data, cioè con riferimento alle ferrovie e alle autostrade esistenti, mentre del tutto diverso è il caso specifico, in cui si prevede la costruzione ex novo di un’opera ciclopica. Con alcuni dati che modificano totalmente lo scenario: gli effetti dello scavo di un tunnel di 57 chilometri in una montagna a forte presenza di amianto e uranio con un cantiere ventennale che produrrà un inquinamento certo, a fronte di un recupero successivo del tutto incerto; gli ingenti consumi energetici per il sistema di raffreddamento del tunnel la cui temperatura interna sarà superiore a 50 gradi, e via elencando. Si noti che le emissioni in atmosfera nella fase di realizzazione (e quindi in tempi vicini) dovrebbero essere compensate dalle minori emissioni del trasporto ferroviario in un arco di decenni, mentre gli obiettivi internazionali per contenere il mutamento climatico globale richiedono una drastica riduzione delle emissioni nell’immediato: non per caso ma perché l’atmosfera ha un comportamento tutt’altro che lineare. In altre parole ciò che si immette nell’atmosfera sarà riassorbito in tempi estremamente lunghi e gli impatti perdureranno anche in assenza di nuove immissioni.

Sesto. «Con il Tav diminuiranno, comunque, i Tir sull’autostrada e il connesso inquinamento».
Anche questa è una pura petizione di principio con la quale si dà per certo un fatto (lo spontaneo abbandono dell’autostrada da parte dei Tir e il loro passaggio alla ferrovia) tutto da dimostrare e legato a variabili future e incerte in punto costi (e non solo). Ma c’è di più. Se davvero si volesse realizzare uno spostamento consistente del traffico dalla gomma alla rotaia la strada maestra sarebbe quella (sperimentata con successo e a costo pubblico zero in Svizzera) di imporre pedaggi significativi per il traffico stradale (proporzionati al tipo di veicolo, al carico e alla distanza) e di prevedere tariffe agevolate per quello ferroviario. La soluzione è semplice e poco costosa, ma va in direzione opposta alle politiche adottate, nel nostro Paese, da tutti i Governi (di ogni colore) succedutisi negli ultimi decenni, che prevedono incentivi per il carburante e i pedaggi autostradali in favore dei camionisti… Passare dagli incentivi alle penalizzazioni sarebbe certo una sfida complessa, foriera di aspri conflitti e con rischi di blocchi delle forniture di cilena memoria. Ma millantare aspirazioni ecologiste mentre si praticano politiche contrarie non è operazione spendibile!

Settimo. «La realizzazione della Torino-Lione è una straordinaria occasione di crescita occupazionale che sarebbe assurdo accantonare, soprattutto in epoca di crisi economica».
L’affermazione è un caso scolastico di mezza verità trasformata in colossale inganno. Che la costruzione di un’opera – grande o piccola, utile o dannosa – produca posti di lavoro è incontestabile (accade anche se si scavano buche al solo scopo di provvedere poi a riempirle…). Il punto dirimente non è, dunque, questo, ma l’utilità sociale dell’opera e la quantità e qualità dei posti di lavoro da essa generati comparativamente con altri possibili investimenti. Soprattutto in una situazione di difficoltà economica, come quella attuale, in cui non ci sono risorse per tutto e un investimento ne esclude altri. Orbene, l’esperienza dimostra in modo inoppugnabile che un piano di messa in sicurezza del territorio è molto più utile (superfluo ricordarlo nell’Italia dei crolli, delle frane e delle esondazioni) e assai più efficace in termini di creazione di posti di lavoro di qualunque infrastruttura ciclopica. Le grandi opere sono, infatti, investimenti ad alta intensità di capitale e a bassa intensità di mano d’opera (con pochi posti di lavoro per miliardo investito e per un tempo limitato) mentre gli interventi diffusi di riqualificazione del territorio e di aumento dell’efficienza energetica producono un’alta intensità di manodopera a fronte di una relativamente bassa intensità di capitale (con creazione di più posti di lavoro per miliardo investito e per durata indeterminata). Sia sul versante dell’utilità sociale che su quello della crescita occupazionale, dunque, la nuova linea ferroviaria Torino-Lione è tutt’altro che l’affare evocato dai proponenti e dai loro sponsor politici.

Ottavo. «Trent’anni fa si sarebbe potuto discutere ma oggi i lavori sono ormai in uno stato di avanzata realizzazione e non si può tornare indietro».
Con questa considerazione, ripetuta nei varî salotti televisivi, provano a salvare la propria immagine anche molti sedicenti ambientalisti. Invano, ché l’affermazione è priva di ogni consistenza. Del tunnel transfrontaliero, infatti, non è stato a tutt’oggi scavato neppure un centimetro. Certo sono state realizzate delle opere preparatorie, tra cui lo scavo, in territorio francese, di cinque chilometri di tunnel geognostico impropriamente spacciato, in decine di filmati e interviste a tecnici e politici, per l’inizio del traforo ferroviario. E sono state spese, per esse, ingenti risorse (circa un miliardo e 500 milioni di euro). Ma ciò rende solo più urgente una decisione, che deve intervenire prima dell’inizio dei lavori per la realizzazione del tunnel di base e i cui termini sono drammaticamente semplici: a fronte di un’opera dannosa per gli equilibri ambientali e per le finanze pubbliche (come dimostrato dalle analisi di costi e benefici effettuate da studiosi accreditati come il francese Prud’Homme e gli italiani Debernardi e Ponti), conviene di più contenere i danni (mettendo una croce sul miliardo e mezzo colpevolmente speso sino ad oggi) o continuare in uno spreco di miliardi?

Nono. «L’uscita dal progetto comporterebbe per l’Italia il pagamento di penali (o un dovere di restituzioni) elevatissime, fino a un ammontare di due miliardi e 500 milioni».
Qui siamo di fronte a una bufala allo stato puro. Non esiste, infatti, alcun documento europeo sottoscritto dall’Italia che preveda penali o risarcimenti di qualsivoglia tipo in caso di ritiro dal progetto; gli accordi bilaterali tra Francia e Italia non prevedono alcuna clausola che accolli a una delle parti, in caso di recesso, compensazioni per lavori fatti dall’altra parte sul proprio territorio; il nostro codice civile prevede, in caso di appalti aggiudicati che, ove il soggetto appaltante decida di annullarli, le imprese danneggiate hanno diritto a un risarcimento comprensivo della perdita subita e del mancato guadagno che ne sia conseguenza immediata (per un ammontare che, di regola, non supera il 10 per cento del valore dell’appalto), ma, ad oggi, non sono stati banditi né, tanto meno, aggiudicati appalti per opere relative alla costruzione del tunnel di base; il Grant Agreement del 25 novembre 2015, sottoscritto da Italia, Francia e Unione europea, dispone, nell’allegato II, articoli 16 e 17, che «nessuna delle parti ha diritto di chiedere un risarcimento in seguito alla risoluzione ad opera di un’altra parte», prevedendo sanzioni amministrative e pecuniarie nel solo caso in cui il beneficiario di un contributo abbia commesso irregolarità o frodi (o altre analoghe scorrettezze); i finanziamenti europei sono erogati solo in base all’avanzamento dei lavori (e vengono persi in caso di mancato completamento nei termini prefissati), sì che la rinuncia di una delle parti non comporta alcun dovere di restituzione di contributi ‒ mai ricevuti ‒ bensì, semplicemente, il mancato versamento da parte dell’Europa dei contributi previsti (e ciò anche a prescindere dal fatto che ad oggi i finanziamenti europei ipotizzati sono una minima parte del 40 per cento del valore del tunnel di base e che ulteriori eventuali stanziamenti dovranno essere decisi solo dopo la conclusione del settennato di programmazione in corso, cioè dopo il 2021).

Decimo. «Per mettere in sicurezza il tunnel storico del Fréjus serviranno a breve da 1,4 a 1,7 miliardi di euro: meglio, anche sul piano economico, costruirne uno nuovo».
L’ultimo nato delle motivazioni pro Tav è la sicurezza: «il tunnel esistente dovrebbe essere adeguato a caro prezzo in quanto a canna singola e doppio binario e senza vie di fuga intermedie; non ne vale la pena e tanto vale abbandonarlo per sostituirlo con il nuovo super tunnel di base». Il tema della sicurezza è certamente un argomento sensibile in particolare dopo qualche disastro. Ma quello che non viene considerato è che se le motivazioni fossero quelle addotte, un intervento ben più urgente ‒ a cui destinare le scarse risorse disponibili e del quale, curiosamente, nessuno parla – dovrebbe essere effettuato sulla linea ad alta velocità Bologna-Firenze che comprende quasi 74 chilometri di gallerie (la più lunga, quella di Vaglia, di 18,713 chilometri, cinque in più del Fréjus) tutte a canna singola e doppio binario, senza tunnel di soccorso, con un traffico molto più intenso che al Fréjus e in buona parte ad alta velocità. Né va dimenticato che nella galleria del Fréjus sono stati effettuati lavori di adeguamento tra il 2003 e il 2011 spendendo qualche centinaio di milioni di euro e si può evidenziare come, per la parte francese, l’intervento è stato effettuato al risparmio e in difformità da quanto correttamente (una volta tanto) fatto nella parte italiana. Ai francesi, che già hanno provveduto ad addossare all’Italia (col consenso di un nostro distratto Parlamento) una parte dell’eventuale costo del nuovo tunnel di base decisamente sbilanciata a loro favore, occorrerebbe chieder conto delle carenze del tunnel “storico” dovute al loro modo di lavorare.

La conclusione è evidente.

La prosecuzione del progetto non ha alcuna utilità economica o necessità giuridica e si spiega solo con gli interessi di gruppi finanziari privati e con le esigenze di immagine di un ceto politico che sarebbe definitivamente travolto dal suo abbandono. Perché, dunque, continuare?

LE MYTHE ROMAIN DANS LE SOFT POWER CHINOIS. OU COMMENT LE CINEMA CHINOIS FAIT LA PROMOTION DES ‘NOUVELLES ROUTES DE LA SOIE’

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2018 09 25/

vignette DRAGONBLADE

Un de mes lecteurs parisien (et professeur de philosophie et d’histoire) me pose ce matin une question importante à propos de mon analyse « Terre et Mer au XXIe siècle » ; je le cite longuement et je salue la qualité de son questionnement :

« Cher M. Michel, je vous lit depuis fort longtemps, j’étais déjà abonné à votre revue « La Cause des Peuples » à la fin des Années ’90.

Et je salue votre constance à propos de l’utilisation du mythe de Rome dans la construction de vos thèses géopolitiques. Mythe dans son sens de construction mentale fondatrice. J’en viens à votre dernière et passionnante analyse. Où comment passer des théories sur « l’Europe de Vladivostock à Lisbonne » (slogan repris par Poutine et Lavrov, vous annonciez déjà l’avenir il y a des décennies) à votre « Axe Eurasie-Afrique ». Je comprends parfaitement la nécessité de l’utilisation des mythes (Rome, Carthage, etc.) pour populariser la Science géopolitique (puisque sur les traces du général Haushofer vous revendiquez avec talent le statut de « science majeure du XXIe siècle » pour la Géopolitique). Et je comprends encore mieux comment la nostalgie de la civilisation romaine peut à la fois séduire un Russe, qui connaît déjà le mythe de la « 3e Rome moscovite », et un européen de l’Ouest qui refuse le mercantilisme épuisé de l’Union Européenne (tout en refusant le retour aux tribus des petits nationalismes que vous dénoncez justement). Je peux encore comprendre, et vous l’avez encore démontré hier (1), que le mythe méditerranéen de la « Mare nostrum », puisses séduire des africains. Mais n’y a-t-il pas une faiblesse dans vos thèses sur le passage de la théorie géopolitique au mythe mobilisateur (condition de votre praxis). Au cœur de votre Axe Eurasie-Afrique, il y a la Chine et ses « nouvelles routes de la soie ». Comment intéresser des chinois à vos mythes historiques romains ?

Telle est ma question ».

COMMENT LE SOFT POWER CHINOIS UTILISE DEJA LA DOUBLE NOSTALGIE DE L’EMPIRE ROMAIN ET DE L’EMPIRE CHINOIS DE LA ROUTE DE LA SOIE ANTIQUE !?

La réponse est déjà donnée par le Soft power chinois (2) et l’on connaît bien à Pékin la nécessité de l’utilisation des mythes historiques pour populariser les thèses politiques et géopolitiques.

AUX SOURCES DE LA GEOPOLITIQUE CHINOISE

Jusque là, la Géopolitique chinoise reposait sur une assise historique, celle de la renaissance de l’Empire chinois avec la dynastie Ming (après 1368). Et sa géopolitique suivait les lignes de direction de celle de l’Empire chinois : expansion vers la Mer de Chine, la Mer du Japon, l’Océan indien, l’indochine et l’indonésie (3). C’est aussi les Mings qui lancèrent les grandes expéditions maritimes chinoises, celles de l’amiral Zheng He (1371 – 1433) notamment. Depuis l’Océan indien, Zheng He explore, durant toutes ces années de voyage, de nombreuses îles de l’océan Indien (notamment l’actuel Sri Lanka). Il remonte la mer Rouge jusqu’en Égypte et descend les côtes africaines jusqu’au Mozambique. Xi Jinping se souviendra de tout cela dans sa vision géopolitique et géoéconomique des « nouvelles routes de la Soie » et de leur extensions africaines.

Mais surtout avec ce projet que l’on appelle aussi en chine OBOR (acronyme de One Belt One Road), Pékin renoue avec la géopolitique chinoise antique, celle des Années –100 à +400, et de la Route de la Soie antique !

LE FILM CHINOIS « DRAGON BLADE » :

UNE UCHRONIE LOURDE DE MESSAGES POLITIQUES …

Un film à grand spectacle, qui a aussi été une énorme réussite commerciale, a été produit par le Cinéma chinois, en guerre contre Hollywood : c’est DRAGON BLADE. Et il répond précisément à la question de mon lecteur parisien. Car il utilise et fusionne, vu de Pékin, les mythes de Rome, de l’empire chinois et la Route de la Soie antique.

Car une route va dans les deux sens, et celle-ci reliait précisément les empires chinois et romain !

* Voir la présentation du film sur EODE-TV/ SOFT POWER CHINOIS ET EURASIE :

PROMOTION DES « NOUVELLES ROUTES DE LA SOIE » ET DE LA FRATERNITE D’ARMES CHINE-ROME ( LIRE PEKIN-MOSCOU, LA 3e ROME) AVEC LE FILM ‘DRAGON BLADE’

sur https://vimeo.com/291497176

Dragon Blade est un film chino-hongkongais, écrit et réalisée par Daniel Lee. Avec Jackie Chan, qui sert désormais le cinéma chinois. Le film, qui réunit trois stars internationales, a connu un grand succès commercial en Chine. Il s’agit d’un film avec des milliers de figurants et des batailles spectaculaires. Important succès commercial, le film a rapporté 120 millions de dollars US rien que sur le territoire chinois. Je l’ai moi-même découvert par hasard dans un avion des ‘Ethiopian Airlines’ qui me menait d’Addis-Abeba à Malabo … Uchronie historique dans un passé eurasiatique, le film se déroule en 48 avant JC et Jackie Chan incarne Huo An, commandant d’un bataillon de soldats chinois (de la garde de la « Route de la Soie », qui reliait, dans la réalité historique antique, la Chine impériale à l’Empire romain) qui va s’allier avec un centurion romain, Lucius, interprété par John Cusack, pour protéger les frontières chinoises et « les 36 nations traversées par la route de la soie » de potentiels envahisseurs.

Le méchant est un dictateur occidental, ivre de puissance, et qui parle le langage … des neocons du régime Bush II ! Et dont les bannières bleues ont la couleur de l’OTAN … Il se termine par une allégorie géopolitique : ayant vaincu le dictateur occidental, gardes chinois et légionnaires romains partent ensemble assurer la paix sur la Route de la Soie. « Empire chinois vs Occident. Et nous perdons », disait une critique américaine du film !

Le moment de bravoure du film chinois étant la chanson du film :

l’hymne romain « Fidèle à la Rome éternelle ». On se rappelle alors opportunément, pour ceux qui n’auraient pas encore compris le message: la Chine d’aujourd’hui marche la main dans la main sur les « nouvelles routes de la Soie » avec les héritiers de l’Empire romain, cette 3e Rome moscovite … J’espère avoir répondu à mon cultivé lecteur philosophe.

PS :

Un salut particulier aux amis chinois de Shenzhen et d’Addis-Abeba, qui me suivent par Satellite sur ‘Afrique Media’.

NOTES ET RENVOIS :

(1) Voir sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

COMMENTAIRES: CARTHAGE IMPLANTATION COLONIALE SUR LE SOL AFRICAIN (TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE III)

sur http://www.lucmichel.net/2018/09/24/luc-michels-geopolitical-daily-commentaires-carthage-implantation-coloniale-sur-le-sol-africain-terre-et-mer-au-xxie-siecle-iii/

(2) Sur la notion de Soft Power, voir sur EODE-TV/

* LUC MICHEL:

A BATONS ROMPUS SUR LE ‘SOFT POWER RUSSE’ ET LA ‘DIPLOMATIE PARALLELE’

D’EODE – (SOFT POWER PARTIE 1)

Sur https://vimeo.com/242079030

* Et LUC MICHEL:

A BATONS ROMPUS SUR LE ‘SOFT POWER RUSSE’ ET LA ‘DIPLOMATIE PARALLÈLE’

D’EODE – (SOFT POWER PARTIE 2)

Sur https://vimeo.com/242637227

(3) Voir sur EODE THINK TANK / LUC MICHEL :

GÉOPOLITIQUE. LA CHINE ET L’AVENIR DE L’EURASIE AU XXIe SIECLE

Sur http://www.lucmichel.net/2015/03/16/eode-think-tank-luc-michel-geopolitique-la-chine-et-lavenir-de-leurasie-au-xxie-siecle-2/

# COMMENTAIRES SUITE AUX ANALYSES DE REFERENCE :

LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE (I) :

AU CŒUR DE LA CONFRONTATION GEOPOLITIQUE FONDAMENTALE

sur http://www.lucmichel.net/2018/09/21/luc-michels-geopolitical-daily-terre-et-mer-au-xxie-siecle-i-au-coeur-de-la-confrontation-geopolitique-fondamentale/

LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

TERRE ET MER AU XXIe SIÈCLE (II) :

COMMENT LES FONDEMENTS DE LA GEOPOLITIQUE, SCIENCE DU XXIe SIECLE, VONT DETERMINER LES CENTS PROCHAINES ANNEES

sur http://www.lucmichel.net/2018/09/22/luc-michels-geopolitical-daily-terre-et-mer-au-xxie-siecle-ii-comment-les-fondements-de-la-geopolitique-science-du-xxie-siecle-vont-determiner-les-cents-prochaines-annees/

(Sources : EODE-TV – EODE Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire – Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme (Vu de Moscou et Malabo) :

PAGE SPECIALE Luc MICHEL’s Geopolitical Daily https://www.facebook.com/LucMICHELgeopoliticalDaily/

________________

* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

WEBSITE http://www.lucmichel.net/

PAGE OFFICIELLE III – GEOPOLITIQUE

https://www.facebook.com/Pcn.luc.Michel.3.Geopolitique/

TWITTER https://twitter.com/LucMichelPCN

* EODE :

EODE-TV https://vimeo.com/eodetv

WEBSITE http://www.eode.org/

Monti “minaccia” Lega e M5s: “Può intervenire la Troika”

 

QUESTE NON SONO MINACCE ALLA DEMOCRAZIA LIBERALE CARA LORENZIN? E’per ripristinare questa democrazia che l’intellighenzia si sta mobilitando con la scusa che gli elettori sbalgiano a votare?

TANTO PER RICORDARE COSA SUCCESSE ( E CHI HA PAGATO E STA PAGANDO E LE COPERTURE DI QUESTO INGENTE DANNO NON INTERESSA NESSUNO SAPERE????) SOTTO IL GOVERNO COMPETENTE, SAGGIO, ISTRUITO, NOBILE, CON ESPERIENZA E TITOLI:
 
Ma che cosa era successo nel 2016? I media, ad aprile di due anni fa, pubblicavano la notizia che la Procura regionale della Corte dei conti del Lazio aveva formulato l’accusa di un danno erariale da 3,8 miliardi di euro nella ristrutturazione dei derivati sottoscritti dal Tesoro con la banca d’affari Morgan Stanley avvenuta nel 2012, sotto il governo guidato da Mario Monti: “La vicenda Morgan Stanley è nota. A gennaio 2012 – governo Monti – quando lo spread era a 500 punti, il Tesoro ristruttura, perdendoci, 5 contratti derivati sottoscritti con la banca in un accordo quadro del 1994. Per i magistrati contabili, i dirigenti che li firmarono dovrebbero ora rispondere del danno”. fonte 
 
Monti:“l’avvento della Troika è ancora possibile”
Disse chi applicò le misure della Troika per 17 mesi e fu tanto austero da far aumentare il debito pubblico di 150miliardi di Euro.
Monti “minaccia” Lega e M5s: “Può intervenire la Troika”
L’ex premier replica al discorso di Conte per la fiducia in Senato: “Non è escluso che l’Italia possa poter subire questa l’umiliazione”
05/06/2018
Mario Monti prova a riprendersi la scena. Lo fa davanti ad un governo che è esattamente agli antipodi rispetto a quel suo esecutivo tutto austerity.
L’ex premier interviene in Aula e prova ad incutere timore alla maggioranza gialloverde nella sua replica al discorso del premier Giuseppe Conte: “Noi abbiamo fatto di tutto per risparmiare all’Italia la Troika, che è stata evitata con uno sforzo del paese e grazie ad un lungo braccio di ferro con la Germania. Non è escluso che l’Italia possa poter subire l’umiliazione che è stata evitata con l’arrivo della Troika. Evitata grazie alle misure prese dal governo da me guidato”. Insomma l’ex premier si lancia in una profezia nefasta sul nostro Paese.
Monti vede già all’orizzonte l’arrivo della Troika e manda un messaggio al nuovo esecutivo: “Io non confido nell’insuccesso di questo governo. Si è detto che lei sarebbe un capo di governo dimezzato, perchè ha al suo fianco due leader politici a tutto tondo. Credo che non lo sarà, spero che non lo sarà. Sono certo -ha aggiunto- che il governo otterebbe un credito maggiore se iniziasse la sua vita con un atto di modestia e realismo”. Insomma dall’ex premier arriva una forte critica al nuovo governo. Il Prof, rimasto senza un partito, scatena le sue buie profezie dal suo seggio di senatore a vita…

PCI, INTERNAZIONALISMO, IRLANDA DEL NORD, URSS E CORNO D’AFRICA, IDEOLOGIA IMMIGRAZIONISTA E NAZIONICIDI, LIBERAZIONE SESSUALE E TEORIE GENDER Intervista a Fulvio Grimaldi a cura di Stefano Zecchinelli

http://www.linterferenza.info/

A questo sito si trova un’intervista fattami da Stefano Zecchinelli che ha anche recensito con profondità, lucidità e competenza il mio ultimo libro “Un Sessantotto lungo una vita“. Parliamo di temi di rilievo attuale e anche storico.

(1)  Il tuo libro, Un sessantotto lungo una vita, contiene una forte critica marxista al Partito comunista italiano i quali burocrati ‘’facevano da cani da guardia al capitale’’. L’opportunismo interno del PCI quali ripercussioni ha avuto nei confronti dell’internazionalismo rivoluzionario? Mi spiego meglio: come si poneva il PCI nei confronti delle lotte di liberazione nazionale da te seguite in prima persona? In che modo si poneva il Partito comunista italiano nei confronti della Resistenza palestinese?

Parto da un’esperienza personale. Nel giugno del  1967, mentre ero alla BBC e corrispondente di Paese Sera a Londra, il quotidiano romano vicino al PCI (suo editore) mi spedisce alla guerra dei Sei Giorni in Palestina. In linea con il partito e con Mosca, fautori della creazione di Israele, il giornale diretto dall’ebreo (per quanto questo non debba necessariamente significare niente) Fausto Coen sosteneva il diritto del ritorno degli ebrei “nella loro terra storica” e la costituzione di un loro Stato secondo i deliberati per  la spartizione dell’ONU nel 1948. Alla vista di quanto succedeva nel corso della guerra e subito dopo, l’assalto oltreché a Gaza tenuta dall’Egitto, ma l’avanzata nei territori palestinesi, iniquamente ridotti rispetto alla già diseguale suddivisione dell’ONU, con la brutale cacciata degli abitanti, la distruzione di città e villaggi, l’occupazione illegittima di Golan e Sinai, il trattamento durissimo dei prigionieri arabi, l’oppressione feroce degli abitanti nelle zone occupate, i miei reportage, per quanto “ripuliti” dalla censura militare, andavano in netta contrapposizione con la linea fino allora seguita da partito e giornale. Ma furono pubblicati e indussero un profondo ripensamento che arrivò addirittura al cambio di direttore, dal recalcitrante Coen al disponibile Giorgio Cingoli (pure lui ebreo).

Chiaramente il ripensamento, che portò poi il PCI a barcamenarsi faticosamente tra “diritto di Israele a esistere” e diritto dei palestinesi a resistere, non poteva essere solo frutto dei miei servizi (che, tra l’altro, mi costarono l’espulsione dall’”unica democrazia del Medioriente”), ma fu determinato da un forte dibattito ai vertici e soprattutto alla base del partito e, inevitabilmente, alla luce del rapporto con Mosca a quei tempi, dalla scelta sovietica di sostenere il movimento nazionale panarabo, a sua volta a fianco della resistenza palestinese.

In ogni modo l’internazionalismo del PCI è continuato a dipendere sia dagli equilibri interni, con la componente “migliorista” di Amendola e Napolitano pencolante verso Occidente e Israele, sia dalle giravolte del PCUS nel quadro degli equilibri tra la spartizione delle sfere d’influenza di Yalta e la necessità di garantirsi posizioni di forza geopolitiche. Ne derivava una linea flessuosa, tra appoggi decisi come nelle guerre di Indocina e arretramenti, tipo il cedimento sui missili a Cuba. Mentre sulla Palestina ci si baloccava con l’auspicio di negoziati di pace (poi Oslo) e nella speranza che una resistenza palestinese non violenta convincesse Israele ad accettare i famigerati due Stati.

(2)  Nel libro viene descritta la Domenica di sangue, un feroce massacro per mano dei paramilitari inglesi nei confronti di pacifici dimostranti irlandesi. Sulla base della tua esperienza e delle molteplici documentazioni che hai raccolto, cosa resta, oggigiorno, della Resistenza antimperialistica dell’Ira? Intravedi alcuni parallelismi fra i fasulli Accordi di pace, stipulati dall’Ira col governo inglese nel 1998, e l’ambigua pacificazione colombiana?

A mio parere, in entrambi i casi si tratta di accordi a perdere che non hanno dato soddisfazione alle istanze di liberazione e giustizia e hanno avviato le vicende sul binario morto di una finta normalizzazione, di soddisfazione per i vertici di entrambe le parti. Difficile dire cosa rimanga oggi della resistenza anticolonialista e antimperialista dell’IRA. Gli accordi di pace del Venerdì Santo firmati da Gerry Adams e Martin McGuinness, entrambi ai vertici dell’Ira negli anni ‘70 e ’80, hanno imposto il disarmo dell’IRA, realizzato,  come non lo fu quello delle formazioni unioniste, lasciando nella popolazione repubblicana, ormai non più minoranza nelle Sei contee, ma vicino al 50%, fortemente provata da trent’anni di lotte, perdite e devastazioni, stanchezza, delusione, ma anche rassegnazione.

Mie recenti visite in Nordirlanda, per testimoniare alle varie inchieste sulla strage di Bloody Sunday, confermano sia questa situazione di arretramento, ma anche la perdurante aggressività degli unionisti, con continue incursioni tra la popolazione repubblicana. Rimane intatto  il divario ideologico e politico e la totale incomunicabilità tra le due comunità. Il governo provinciale di unità nazionale, imposto da Londra dopo gli accordi, con la paradossale coabitazione tra l’estrema destra unionista di Paisley e lo Sinn Fein di Adams, non ha portato che un marginale riscatto economico-sociale alla da sempre discriminata comunità repubblicana cattolica. Alla resa dell’IRA hanno reagito alcune componenti dell’organizzazione, Real IRA, Continuity IRA, con sporadiche operazioni contro esponenti dell’amministrazione della sicurezza, ma è difficile rilevarne la consistenza in termini di adesione popolare.

In questa luce i parallelismi con la soluzione del conflitto colombiano e l’analoga rinuncia alla lotta armata di popolo in Colombia risultano abbastanza chiari. Se da questi processi, in ultima analisi governati dalle forze della normalizzazione reazionaria e finiti a loro vantaggio, basti vedere la debacle elettorali delle FARC nelle condizioni impossibili date, possano venire cambiamenti in direzione emancipatrice resta altamente dubbio. La Storia direbbe il contrario.

(3)  Tu hai documentato, con grande rigore metodologico, la liberazione dell’Eritrea, ex colonia italiana, dalla morsa dell’imperialismo occidentale. Nel libro fai giustamente riferimento al – vergognoso – sostegno sovietico nei confronti del colonialismo etiopico. Secondo te, per quale ragione l’Unione Sovietica ha sovrapposto gli interessi nazionali alla solidarietà antimperialistica tanto cara Lenin, Fidel Castro e molti altri rivoluzionari? La politica dei Partiti comunisti europei in che misura è stata condizionata dal ‘’revisionismo’’ sovietico?

Oltre a non avere di solito favorito secessionismi, dei quali poteva temere il contagio nell’Unione, l’URSS ha visto nella defenestrazione del fantoccio occidentale Haile Selassie un’occasione senza precedenti per allargare la sua influenza in Africa, oltre Tanzania, Angola, Algeria, Libia ed Egitto. Troppo appetitosa era la prospettiva di mettere piede in una delle zone geopoliticamente più strategiche del mondo, il Corno d’Africa, lo stretto di Bab el Mandeb, il Mar Rosso, il Golfo Persico, l’Oceano Indiano, da dove passano gran parte degli scambi mondiali, in particolare di petrolio, tra Est e Ovest e Nord e Sud. Le forze rivoluzionarie si sono a lungo illuse che nella politica estera dell’URSS potessero prevalere ragioni etiche e ideali. Nella realtà ha sempre prevalso, non del tutto irragionevolmente, il pragmatismo della realpolitik.

 Africa affettata – Eritrea 1971, con combattenti del FLE

Quanto ai partiti comunisti europei, raramente si potevano notare divergenze da quanto indicava la casa madre. Al più veniva lasciato qualche spazio a una pubblicistica non direttamente emanazione dei partiti, fiancheggiatrice. Ne fu un esempio in Italia il bel settimanale “Giorni-Vie Nuove”, una specie di Espresso rosso, nel quale a me era consentito pubblicare i reportage sulla lotte di liberazione eritrea, palestinese, nordirlandese.

(4)  Tu ha hai giustamente definito ‘’sociocida’’ e ‘’nazionicida’’ l’’’operazione migranti’’ la quale è stata pianificata dalle fazioni ‘’liberal’’, ben analizzate nei tuoi articoli, dell’imperialismo USA. Pensi che l’ideologia immigrazionista debba essere inquadrata come l’altra faccia del colonialismo occidentale? Secondo te, quale rapporto intercorre fra l’’’operazione migranti’’ e la fine delle lotte di liberazione nazionale, la decolonizzazione radicale che per noi è l’unico antirazzismo reale?

Permettimi qui di rispondere con un brano dalla seconda edizione del mio libro “Un Sessantotto lungo una vita”. Tre sono le grandi operazioni con cui la cupola finanzcapitalista persegue nel terzo millennio il dominio totalitario politico, militare, economico e culturale sull’umanità. Lo Stato unico della sorveglianza e del controllo senza spiragli o crepe. Hanno tutte origine nel cosiddetto riflusso degli anni ’80 del Novecento, risposta all’onda insurrezionale del decennio precedente e prodromo dell’offensiva scatenata vent’anni dopo, a partire dalla “normalizzazione-passivizzazione” delle coscienze e dei saperi con gli strumenti hi-tech degli apprendisti stregoni di Silicon Valley. La diffusione della droga per la guerra alla droga; la diffusione del terrorismo per la guerra al terrorismo; la migrazione di massa finalizzata a un unico superstato che persegue la distruzione di ogni statualità attraverso la creazione di masse, estratte dal proprio contesto storico, omologate dall’abbandono, dalla disperazione, dalla perdita di anima e nome collettivi e da un destino di subalternità irrimediabile.

Strategia di distruzione dei diritti umani (intesi come libertà, riservatezza, lavoro, autonomia, rapporti sociali), se va bene sostituiti da diritti detti civili (perlopiù intesi come superamento di quelli biologici) e dal diritto di muovere guerra e distruzione a chi si pretende di accusare di violazione dei diritti umani. In ogni caso gli effetti collaterali, ovviamente voluti, sono spopolamento, impoverimento generale, rafforzamento di un élite finanziaria sovranazionale, familistica, eminentemente anglosassone. Attraverso l’accumulo di ricchezze, impensabili nel quadro della vecchia  lotta di classe e con gli strumenti tecnologici di cui mantiene il monopolio, si assicura una concentrazione di potere senza precedenti nella storia della vita su questo pianeta.

Che questo processo abbia potuto avanzare senza incontrare grandi ostacoli, almeno nello spazio occidentale, è dovuto anche al supporto, fino alla complicità esplicita, di soggetti, formazioni, giornali che si qualificano di sinistra. Un fiancheggiamento in parte pienamente consapevole, in parte inconsapevole, dovuto alla sclerotizzazione della propria visione dei rapporti di classe, alla mancata comprensione dei mutamenti radicali avvenuti, alla decerebrazione indotta dalla propaganda dei dominanti. Molto ci è rivelato da come le varie parti in commedia hanno affrontato il fenomeno delle migrazioni, senza mai indagarne l’origine e la strategia colonialista che le innesca e che punta a privare paesi dalle risorse predabili delle energie giovanili che ne garantissero il controllo e lo sviluppo e, al tempo stesso, con il dumping sociale nei paesi d’arrivo, abbassassero condizioni e pretese degli autoctoni, promuovendo ulteriori trasferimenti di ricchezza dal basso verso l’alto.

5)    Nel libro dai un giudizio positivo sulle lotte riguardanti l’emancipazione sessuale, un sacrosanto movimento di protesta contro il conformismo cattolico del padronato democristiano. Come mai quelle legittime rivendicazioni, decenni dopo, sono state strumentalizzate e stravolte dalle lobby lgbt? La (falsa)sinistra, tanto nella ‘’operazione migranti’’ quanto nell’avvallare le lobby pro-‘’gay americanizzati’’, in che misura s’è resa complice del lobbismo atlantico?

Mi sembra che sia proprio la questione del cosiddetto “gender” o “transgender” a rivelare l’estensione e la profondità della complicità tra quanto si pretende di sinistra e quanto esprime strategia ed obiettivi dell’élite restauratrice mondialista. L’operazione di valorizzazione LGBT, a implicito discapito dell’eterosessualità e della famiglia come basilare unità sociale e produttrice di vita, dovrebbe essere vista accanto all’altra campagna martellante in cui agiscono di conserva forze dell’establishment finanzcapitalista e sedicenti sinistre nel nome dei cosiddetti “diritti civili”, quella dell’esaltazione delle donne, “a prescindere” e della demonizzazione del maschio, a prescindere. Come effetto, collaterale, ma di notevole portata, l’enfasi sui diritti civili – matrimoni gay, famiglie unisex, stepchild adoption, anche jus soli – relega nell’ombra i diritti sociali e il principio di eguaglianza. Quello che era un segno del progresso umano, la conquista di diritti per i subordinati e sottoprivilegiati, uniti nella lotta oltre le differenze di genere, etniche, confessionali, nazionali, viene sostituito dalla palingenesi attribuita alle donne in posizione di potere, lasciando intatta la struttura di tale potere e il suo rapporto con la società. L’ossessivo slogan di “una donna primo presidente degli Stati Uniti”, che era la linea di forza della candidatura di Hiillary Clinton, una donna peraltro agghiacciante, ne erano l’esemplificazione.

Nel tempo del più brutale assalto della minoranza elitista al resto dell’umanità, del più feroce trasferimento di ricchezza dal 99% all’1%, della catastrofe ecologica perseguita con crescente accanimento e incoscienza, l’innesco di una guerra tra uomini e donne realizza una formidabile arma di distrazione di massa e il principale, tra i tanti, soprattutto hi-tech, strumento di frantumazione della coesione sociale. Premessa per la dispersione di ogni opzione di alternativa e opposizione. Non solo, l’intesa felice che tra donne e uomini aveva realizzato la liberazione sessuale, annichilendo millenni di repressione e contrapposizione imposti tramite ipocrisia, tabù, sensi di colpa, finzione, menzogna, aveva già iniziato a corrodersi e intossicarsi di sospetti con la mega-operazione dell’Aids. Una malattia negata da un numero di Premi Nobel della medicina e che ha prodotto il picco della mortalità a causa di un farmaco distruttore delle difese immunitarie, l’AZT con cui sono stati trattati 300 milioni di pazienti e che ha portato nelle casse della Glaxo-Wellcome 3000 miliardi di lire l’anno, Visto che quasi tutti i trattati con questo farmaco morivano, dal 1996, dopo 15 anni di utilizzo su vasta scala, è stato ritirato, avendo ormai causato un efficace sfoltimento umano e un’ efficace paranoia nei rapporti tra i sessi.

Ma temo che l’obiettivo centrale abbia una terrificante connotazione maltusiana ed eugenetica. Guerra tra i sessi, rendere di tendenza e centrale nei temi di comunicazione, spettacolo, arti e letteratura  comportamenti  e strutture associative che abbiano come esito la sterilità della specie non corrisponde a un intento di ridurre drasticamente la dimensione della presenza umana sul pianeta, di sbarazzarsi di popolazioni giudicate parassitarie e in eccesso? Si ritiene forse che la via a un potere totalitario dei pochissimi, a un’economia che non debba più tener conto di elevati numeri di deboli e bisognosi, a un ambiente in cui la riduzione dei consumi, limitata a quelli di lusso, rimetta in carreggiata l’ecosistema, venga spianata dall’eliminazione di popolazioni con tali metodi, oltreché con guerre, terrorismi, droga, farmacopea, fame, sete?

LA GUERRE DES MINES EN AFRIQUE (PARTIE II): LA GUERRE DES MINES EN AFRIQUE II. KABILA ET LE NOUVEAU CODE MINIER EN RDC

Voir sur PANAFRICOM-TV/

LUC MICHEL SUR ‘ZOOM AFRIQUE’

(PRESS TV, 8 MARS 2018) –

LA GUERRE DES MINES EN AFRIQUE (PARTIE II) :

KABILA LE NOUVEAU CODE MINIER EN RD CONGO ET LA RESISTANCE AFRICAINE AUX MULTINATIONALES

sur https://vimeo.com/259365870

LM.PRESS TV - ZOOM AFRO guerre des mines II (2018 03 08)

* Au sommaire de ce Zoom Afrique :

– Le cobalt devait désormais être considéré comme un minerai stratégique.

Comment la RDC (qui en possède la moitié des réserves mondiales) veut en conserver le contrôle ?

– La guerre des mines, comment se prépare la RDC ?

Le géopoliticien Luc MICHEL explique comment le président Kabila organise la résistance aux multinationales occidentales …

* Voir aussi la Partie I :

sur PANAFRICOM-TV/

LUC MICHEL SUR ‘ZOOM AFRIQUE’ (PRESS TV, 19 DEC. 2017):

LA GUERRE DES MINES EN AFRIQUE ET SON EPICENTRE LA GUINEE CONAKRY

sur https://vimeo.com/248505756

 

ALLER PLUS LOIN :

LE BRAS DE FER DU PRESIDENT KABILA AVEC LES MULTINATIONALES OCCIDENTALES

Que dit RFI ?

« En RDC, le président Joseph Kabila a reçu ce mardi 6 mars les plus grands PDG des sociétés minières. L’adoption de la révision du code minier par le Parlement à la mi-décembre n’a finalement pas été promulguée par le président Kabila et le délai de 30 jours a déjà expiré. Mais les miniers s’inquiètent toujours. Ils avaient demandé un rendez-vous début février au chef de l’Etat congolais qui leur a donc finalement été accordé.

Pour l’Etat congolais, l’enjeu est d’obtenir davantage des réserves mondiales de cobalt. Son sous-sol détient plus de 50 % des réserves de ce minerai qui, à cause du développement des batteries électriques, a connu une hausse des prix de plus de 70 % l’an dernier.

Le premier code minier a été adopté en 2003 et il est toujours en vigueur. Le pays s’en était doté après la guerre et à l’époque, il était plutôt favorable aux exploitants. Il s’agissait en effet d’attirer les investisseurs qui auraient pu être rebutés par l’image d’instabilité du pays. Il était prévu qu’il ne s’agissait que d’un code transitoire, en attendant une nouvelle législation dont la négociation devait se faire main dans la main avec les miniers, mais les discussions ont été repoussées régulièrement.

Puis l’an dernier, coup de théâtre. En pleine crise économique, la réforme est adoptée avec une hausse de presque toutes les taxes dont la redevance minière. Celle-ci pourrait même être multipliée par 10 pour certaines substances, dont le cobalt, par un simple acte administratif. A la suite de l’adoption de ce code, sept des plus grandes sociétés minières du pays ont décidé de se constituer en association, affirmant ouvertement que la Fédération des entreprises du Congo n’avait pas su représenter leurs intérêts dans ces négociations. Certaines, comme Glencore, se disent même d’ores et déjà prêtes à porter l’affaire en justice car la RDC n’aurait pas respecté ses engagements. « S’ils veulent leurs voitures électriques, ils vont devoir payer, c’est tout », rétorque un officiel congolais (…) Des économistes et avocats congolais du collectif Makutano demandent au président congolais de ne pas céder à la pression. Le chef de l’Etat « n’a pas le droit à l’erreur face à ceux qui viennent pour défendre les intérêts de leurs sociétés », explique un membre de ce collectif, joint par RFI. Al Kitenge pense que Joseph Kabila doit rester dans son rôle de garant de la nation et défendre les intérêts de la République. « Un pays est géré par les institutions du pays et non par les opérateurs économiques. Ce serait une erreur grave de penser que la République peut être poursuivie parce que simplement elle essaye de défendre les intérêts de la Nation », a-t-il précisé. « Aujourd’hui, un contrat ou une convention nationale ou internationale a ceci de particulier, elle doit être équitable. Dans la situation d’aujourd’hui, il est évident que ce code minier dans sa version de

2002 était extrêmement généreux vis-à-vis des opérateurs économiques.

Il était important que, dans un cadre légal, il soit révisé », a ajouté Al Kitenge, membre du collectif Makutano. » _______________

# PANAFRICOM/

PANAFRIcan action and support COMmittees :

Le Parti d’action du Néopanafricanisme !

* Suivre Panafricom-Tv/

https://vimeo.com/panafricomtv

Minaccia i passanti con ascia e coltello da macellaio, immigrato arrestato a Metaponto

chissà per quale attività lavorativa gli serviva questo arsenale

Minaccia i passanti con ascia e coltello da macellaio, immigrato arrestato a Metaponto
Armi sequestrateUn cittadino nigeriano, che aveva cercato di fermarlo è stato ferito. La polizia ha bloccato l’uomo non senza difficoltà
 07 febbraio 2018
 
Attimi di terrore a Metaponto nel pomeriggio di ieri, 6 febbraio, quando un immigrato originario del Sudan, in una via del centro ha cominciato a minacciare chiunque gli si avvicinava brandendo due mannaie e un coltello da macellaio.
Sul posto immediato l’arrivo di una volante della polizia di Pisticci che, con l’aiuto di un operatore della Polizia Locale di Bernalda presente sul posto, e tre cittadini nigeriani, hanno cercato di convincere l’uomo a lasciare le armi ma senza risultato.A quel punto gli agenti sono intervenuti con la forza, riuscendo con non poche difficoltà a disarmare e immobilizzare l’uomo. Poco prima dell’arrivo della pattuglia aveva ferito ad una mano un altro immigrato di nazionalità nigeriana che aveva cercato di fermarlo.
 
Le armi – un coltello da macellaio con lama di cm.23,5 e due mannaie con lama rispettivamente di cm.18 e cm 16 – sono state sequestrate e messe a disposizione dell’Autorità giudiziaria.
 
L’aggressore è stato arrestato e accompagnato negli uffici del Commissariato a Marconia, dove gli sono stati contestati i reati di violenza privata, minacce e lesioni aggravate dall’uso di armi.
 
Su disposizione del Sostituto procuratore della Repubblica di Matera, Annunziata Cazzetta, è stato quindi accompagnato nel carcere di Matera.
 
Il cittadino nigeriano ferito dall’uomo è stato accompagnato all’ospedale di Tinchi, dove è stato sottoposto alle cure del caso.

INDIFFERENCE OR POPULIST IMPOTENCE ?

Bibeau.robert@videotron.ca    Éditeur.   http://www.les7duquebec.com

10.1.2018

THE ARTICLE IS AVAILABLE ON THE WEBMAGAZINE:

http://www.les7duquebec.com/7-au-front/indifference-ou-impuissance-populiste/

 The popular indifference.

Following our recent editorial on the similarities between capitalism and populist socialism http://www.les7duquebec.com/7-au-front/capitalism-and-socialism-are-they-individual/  we received this comment from Theo:

The Popular indifference explains everything. Ordinary people do not confuse socialism and capitalism, left and right, they do not care! As they counterfeit Liberal, Conservative, Democratic or Republican shenanigans, LREM or FN, referendums, wars, the announced stock market crash, extraterrestrials, Nostradamus, the Apocalypse or the theory of evolution. The only motive that brings people together in a common movement is the harm done to children by bloodless beings devoid of humanity. This is called: Pizzagate / Pedogate and the heads began to fall following the last “Executive Order” of Donald Trump. The CEOs of large firms are resigning by the dozen and several well-known characters are fleeing abroad. Even abroad they are in danger because this “Order” threatens the foreign assets of seizures on presumption of collusion with these criminals of the worst kind”.

This is all wrong, Theo.

People are not indifferent to all the misfortunes that afflict those from below, just as much as those from above, however, people are aware of their helplessness and the media in the pay (media people, formatting, and of governance), as well as the servant politicians, regularly remind them that they must be silent and that they will have the chance, one day, to faintly protest at the next “bourgeois democratic”

electoral masquerade where ten cowards will offer them all the same phony “solutions” that have never worked to reform this disembodied tub and remedy its multiple injustices.

The petty-bourgeois agitation over the concentration of capital.

Thus, lately we have published an article on the concentration of wealth in capitalist societies (1). http://www.les7duquebec.com/7-de-garde-2/une-nouvelle-contribution-au-debat-sur-les-in-galites/    Economists and reformist indignant experts, in the footsteps of all Piketty, Landais, Saez, Chancel, Zucman and Stiglitz (3) of this world, worry for their safety, because, they say: “the rise of inequalities for decades is not only deeply unfair, but also dangerous for the stability of our societies. Clearly, the economists at the service of the rich warn against the social unrest and the workers’ uprisings that could lead to these inequities (4).

Let us reassure these cowards, it is not the inequalities in the distribution of wealth (of the despoiled proletarian surplus value) that will provoke the social disorders and the movements of popular revolts. These revolts will take place when those from below, the people of the working classes and the proletarian classes will not earn enough money by working to ensure the reproduction of the social work force as sensed by the authors of the article: “And again, the global numbers tend to hide some developments. We are thinking here of  the decommissioning of a majority of the American population, whose incomes have gone down over the last 40 years, as the figures shared by Emmanuel Saez showed “(5). You now know on what policy is based this formidable ability of resilience of American big capital despite its catastrophic economic situation. It is besides this “American model“, which Trump is consolidating, that the other capitalist countries are trying to implant at them (Macron, Merkel, Trudeau, Xi Jinping, Putin, etc.).

Obviously, unemployment and precariousness in employment will be causes of this massive impoverishment of national proletariats, as the researchers say: “a conclusion  of the McKinsey report on automation points out that no less than 800 million jobs are threatened (disappearance in the near future Editor’s note)”  (6).

In other words, the envy and jealousy in front of the good fortune of the multibillionaires is a petty-bourgeois tropism of the go-left that does not affect the working class, which as long as it benefits from what is necessary for the needs of the family does not claim more (7). It is from the moment when the mode of production – the economic system – will no longer allow its survival that the proletarian class will revolt and rise up to protest against its impoverishment and deskilling, regardless of how much money has been accumulated by rich, who, do not forget, will lose their fortune on the day of the great financial crash announcing the Great Depression.

It is another illusion – or mystification – that affects the reformist and opportunist petty-bourgeois circles that two co-authors of the report on income inequality formulated in an interview: Mr. Lucas Chancel and Gabriel Zucman, point out that the rise in inequalities is not inevitable, it is the result of political choices (8).

What is entirely false. The concentration of capital (wealth) is inherent in the capitalist mode of production, and all the countries of the planet are affected by this mimicry. The popular saying is that “you must spend coins to receive coins“. In the business community, we know that capital sucks capital. The banker is aware that by issuing and lending money, at high interest rates, he captures and drains the currency into his pockets. All are aware of these misdeeds and yet nothing is done by the porters (right and left) to stop this inexorable capitalistic movement.

Regularly, we are reminded of the cliché that the rich are richer and the poor are poorer and that we have to live with them because we can not help it. In fact, if the media in the pay broadly disseminate this information on the extravagant fortunes is to make it more aware to the country bumpkins that it is so and that everyone must take its part … Resign you phantasies seems to drool the literary hacks of service exacerbating our patience of exploited.

The ranting on tax evasion.

The same is true of “cases” of tax evasion and tax shelters. Thus, the “Paradise Papers” succeed to the “Panama Papers” under the frustrated gaze of the paralyzed go-left (9). Some NGOs even make the subject of their intervention and invite the plebs to sign futile petitions to appeal to the administrations responsible for these malpractices to pay attention … what the governance of the rich can obviously prevent if it is not is to hunt down small savers and impoverished rentiers. Here too, the media on the pay offer a wide coverage to these “business” which are pretexts for dazzling outpourings of political sycophants who know nothing about doing but crushing. And so the Grand Capital teaches the populace that it must shut up and let braying.

Balance Your Pig” and “Pizzagate“.

Let’s come to this fight about pedophilia and the hunt for sexual predators whose feminist go-left is so crazy. Let’s just have this media campaign. The media make their cabbage on order of the lords of capital. And they make believe that the people are behind them. In fact, all this is only fratricidal war in the enemy camp. A clan, the “Trumpist” reactionary puritans found it judicious to attack the clan of pseudo progressive libertarian populists of the feminist left by where they preached. The bugs of the sacristy who are accusing and raging at the moment will tomorrow be the accused and their fortune will be “nationalized” and our children will always be in danger. As for women, we believe that the workers of Saint-Henri PQ, are very unlikely to be attacked by the “Hogs of Hollywood or Washington” and their neighborhood assailants are very unlikely to end up in one of the media or under lock and key. All this is only a settlement of accounts between rival clans for the control of the capitalist state apparatus. After a few heavy blows from the Democrat clan, the Republican clan replies as expected. There is nothing interesting here for the revolutionary working class.

What to remember from the media circus.

What must be remembered from this media fair on various fanciful themes is that the laws of capitalist political economy apply in its entirety; that the servant politicians are only puppets to whom the billionaires’ media grant hearing or not provided that they just sing and participate in the big media circus. Above all, that no credibility should be accorded to the nonsense of these depraved and that, in the end, no Theo,

the indifference is not the trademark of the workers, but rather the feeling of powerlessness of which they will emancipate themselves with the crisis announced and their patience exacerbated

NOTES

  1. Inequalities http://www.les7duquebec.com/7-de-garde-2/une-new-contribution-au-de-debat-on-les-galites/
  1. A group of economists has just published the first global study on the subject, from 1980 to 2016. A major contribution to a debate more than necessary. First alarming observation: 27% of global growth went to 1% of the population. When the incomes of global upper middle class (western middle class) have risen by about 40% since 1980, those of the 0.01% have increased by more than 100%, and those of the 0.001% by more than 200%, the famous “elephant curve”.

On http://www.les7duquebec.com/7-de-garde-2/une-new-contribution-au-debat-on-les-galites/

  1. https://en.wikipedia.org/wiki/The_Price_of_Inequality
  1. “According to a report, the richest 1% benefited twice as much from the income growth as the poorest 50%. And between the two incomes have stagnated or decreased». 
    Learn more about http://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2017/12/14/les-inegalites-dans-le-monde-en-hausse-depuis-quarante-ans_5229478_4355770.html#oMCBIMTgx4qufHmG .99

http://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2017/12/14/les-inegalites-dans-le-monde-en-hausse-depuis-quarante-ans_5229478_4355770.html

  1. http://www.les7duquebec.com/7-de-garde-2/une-nouvelle-contribution-au-debat-sur-les-inegalites/
  1. http://www.les7duquebec.com/7-de-garde-2/une-nouvelle-contribution-au-debat-sur-les-inegalites/
  1. In a recent article, the French Communist Revolutionary Party presented ten figures that revolt its militants, including the rising of incomes of the rich. 

Https://www.agoravox.fr/actualites/economie/article/2018-23-pour-la-fortune -of-rich-200192

  1. http://www.les7duquebec.com/7-de-garde-2/une-nouvelle-contribution-au-debat-sur-les-inegalites/
  1. http://www.lemonde.fr/paradise-papers/article/2017/11/05/paradise-papers-new-revelations-on-billions-caches-of-fiscal-evasion_5210518_5209585. html

Traduction   by  Claudio Buttinelli.  Roma

Bibeau.robert@videotron.ca

Éditeur du webmagazine  http://www.les7duquebec.com

Metà dell’Italia vive in crisi: 30 milioni di persone in difficoltà

Toh, il parlamento tanto solidale si è accorto del malessere. Sì, c’è voluta una “commissione” per scoprire questa amara verità. I nostri parlamentari, mica rubano lo stipendio (tra l’altro il più alto d’europa), devono “indagare” il disagio, talmente è lontano dalla loro dorata poltrona. Lo localizzano nelle periferie. Già, è solo questione del “dove” si trova una persona, mica del contesto economico generale del paese da loro amministrato con tanta sapienza, giustizia intelligenza e competenza, per questo sono tanto lautamente auto-retribuiti. Giusto per citare i successi del loro operato nel quale questo disagio “spunta” fuori all’improvviso:

– tasso di occupazione del 56% dal quale si deduce che il 44% non sia occupato e certo non perché sia più che benestante, o sicuramente non la maggior parte di tale quota

– tasso di occupazione che include anche chi ha lavorato una sola ora, nonché chi lavora per redditi ridicoli.

– pensioni che per il 39% sono sotto i mille euro

  • assenza di reddito di cittadinanza, che costringe chi è colpevole di non lavorare, (manco fossimo negli anni del boom economico) alla vita in strada o a mendicare nelle migliori delle ipotesi, al suicidio nella peggiore

Si sono accorti che il diritto ad una vita dignitosa, ad avere vitto ed alloggio non vale per gli autoctoni i quali se non pagano, che sia la banca, lo stato (tasse-Equitalia), o il locatario, c’è lo sfratto. PUNTO. Al massimo la Caritas, se ha abbastanza fondi per tutti gli incapienti. Questa regola vale anche per chi non abita in periferia, ma forse ci vorrà un’altro studio dedicato anche se qualche accenno viene fatto nel rapporto. E pensare che ci raccontano che gli italiani sono terrorizzati dalla presunta ondata fascista, come non crederci che sia il primo pensiero di ogni italiano quando si alza la mattina.

Ma a cosa si deve tanto improvviso interesse per questo disagio? Davvero è solo sincera preoccupazione per il tenore di vita delle persone? Davvero questo regime tanto parco e sollecito nel salvare le banche, improvvisamente spurga solidarietà verso chi soffre nelle periferie italiane e lo intende aiutare senza secondi fini?

Ecco che i nostri dotti sapienti cosa ti tirano fuori come strategia per abbattere il disagio:

  1. Fiscalità regionale per l’edilizia popolare, detto così, sembra nobile. Peccato che conosciamo fin troppo bene i nostri ladri. Traduzione: più tasse per la mafia del cemento e speculatori immobiliari.

2 Un ministero della periferia. Eh sì perché dicono che a causa della troppa burocrazia, “han perso la strada” per portare a termine cotanti progetti volti ad alleviare le sofferenze delle persone. Già, pare che quella burocrazia sia stata importata da Marte.

3. Delegare il “terzo settore”, la galassia di enti no profit di occuparsi degli “straccioni”, che magari sarà replicato il modello mafia capitale in scala patriottica.

Difficile da credere. In campagna elettorale, dopo le 80 euro di Renzi ai più ricchi (senza reddito niente 80 euro, peccato che chi non abbia un’entrata rappresenti proprio la fascia più povera) fa comodo promettere soldi per ungere un pò di mafia locale.

Ma chissà come ci siamo arrivati a questo dato, 30 milioni di italiani in difficoltà. Effetto meravigliosa democrazia, i suoi “danni collaterali”.

Volete mica che se le prenda tutte casa pound le periferie?

E norme contro le occupazioni abusive: perché le attuali le consentono??????


Metà dell’Italia vive in crisi: 30 milioni di persone in difficoltà
I dati della Commissione sulle periferie, geografiche ed economiche. Le proposte: fisco locale per rigenerare le aree e nuove norme contro le occupazioni abusive

Cos’è la «questione urbana»? È la sfida alla nostra convivenza democratica dei prossimi dieci anni e tocca o ferisce almeno trenta milioni di italiani. Passa, sì, per le periferie, ma non soltanto per i suburbi distanti dai centri storici: avviluppa nella sua crisi quotidiana lontananze sociali, economiche, umane. Perché questa foto del Paese è la prima evidenza prodotta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta nella sua relazione conclusiva che oggi dovrà essere votata e approvata dopo un anno di missioni in nove città metropolitane e centinaia di audizioni: «Periferia è una condizione trasversale riscontrabile anche e diffusamente in aree urbane centrali e semicentrali». Periferia è marginalità non soltanto geografica, è piuttosto uno dei frutti avvelenati di quella cultura dello scarto stigmatizzata da papa Francesco.

Periferie sono dunque Corviale a Roma o lo Zen di Palermo, falansteri fuori controllo partoriti dall’urbanistica ideologica di qualche decennio fa; ma lo sono anche i mai bonificati Quartieri Spagnoli di Napoli, appena sopra piazza Plebiscito, o la centralissima Bolognina, dove la mafia nigeriana muove la droga subappaltata dalla ‘ndrangheta o, ancora, i Caruggi di Genova, dove diecimila migranti irregolari sono invisibili per l’anagrafe ma visibilissimi per i vari racket. Periferie romane sono le voragini nel nulla appena accanto alla Breccia di Porta Pia dove, sotto i nostri occhi, sopravvivono, agonizzano e talvolta muoiono decine di macchie umane.

La platea delle sofferenze
Nelle sole 14 città metropolitane, scrive la Commissione, circa 15 milioni di cittadini abitano in aree periferiche. Se ad essi si sommano i «residenti in zone urbane a vario titolo in difficoltà, la popolazione interessata a interventi significativi in questo campo costituisce la maggior parte degli italiani». A questi italiani soprattutto, alla platea dei trenta milioni di nostri connazionali che soffrono o trattengono il fiato per paura del peggio, si rivolge il lavoro dei parlamentari coordinati dal presidente forzista Andrea Causin e dal vicepresidente democratico Roberto Morassut.

Eccola, dunque, la bozza di relazione conclusiva, che non mancherà di sollevare polemiche, perché tocca il tema di una fiscalità regionale che serva a bonificare il patrimonio abitativo pubblico; perché affronta con coraggio la necessità di tipizzare una nuova fattispecie di reato per colpire le occupazioni abusive realizzate con i sistemi del racket (in Italia sono 49 mila gli alloggi occupati senza titolo e fioriscono gang di profittatori sotto bandiere di estrema destra o di estrema sinistra); perché, infine, suggerisce una revisione del codice penale in materia di reati urbani, ipotizzando sanzioni alternative che rendano effettiva la deterrenza prevista e non sempre realizzata dai Daspo del ministro Minniti.

Ritardi decennali
Ma soprattutto, dal punto di vista politico, la relazione conclusiva assume nei suoi passaggi chiave la cadenza dell’atto d’accusa: a ritardi decennali, a un Paese che non fa mai sistema, a burocrazie confliggenti, a inerzie decisionali. Auspicando che nella legislatura che verrà, la XVIII, nasca una Bicamerale «per le città e le periferie» per proseguire il loro lavoro, i commissari di oggi dicono chiaro che così non va, che bisogna «individuare una responsabilità univoca a livello governativo», qualcuno che si prenda la briga di indicare la direzione. Potrebbe essere, scrivono, un ministro, un sottosegretario o magari un’Agenzia pubblica (una ANaP, agenzia nazionale periferie, aggiungiamo per ipotesi, sul profilo dell’Anac cantoniana, dotata di strutture e poteri d’intervento).

Dieci anni decisivi
Dai sei ai dieci anni dovrà durare, secondo i commissari, un «Programma strategico per le città italiane» che superi la logica finora seguita coi Bandi per le periferie: interventi lodevoli ma a pioggia, senza chance di invertire la tendenza al peggio. Serviranno fondi (almeno un miliardo l’anno) dall’Europa ma anche dai privati.

E dalle tasse, con la fiscalità locale «strumento di prelievo e redistribuzione sociale della rendita fondiaria» (si ricorda persino il principio costituzionale della funzione sociale della proprietà).
L’allarme è giustificato. Le principali metropoli europee si vanno allineando da anni all’Agenda Urbana dettata dall’Unione con il patto di Amsterdam del 30 maggio 2016, che prevede nelle periferie 12 assi di azione tra cui rigenerazione, infrastrutture, digitalizzazione, difesa idrogeologica, mobilità sostenibile.

Le nostre grandi città se ne allontanano. Perché dagli anni Novanta si spende troppo poco e perché la forbice della crisi ha fatto il resto. Parte della ricostruzione del Paese, scrivono i commissari, «agli albori della Repubblica fu proprio un grande programma destinato all’edilizia popolare». Sì, serve un pensiero lungo. E neppure basta. Perché oggi la rigenerazione passa anche per il ripristino della legalità, combattendo, per dire, nei campi rom roghi tossici e abbandono scolastico le cui prime vittime sono proprio i bambini rom. Nessuno può più girarsi dall’altra parte. Così la Commissione dedica un’ultima parola grata ai volontari, al terzo settore, all’universo «Re-Take». Nessuno si salva da solo. La questione urbana si risolverà coinvolgendo «l’intera opinione pubblica nazionale».

E i trenta milioni di italiani prigionieri dei loro «altrove» se la caveranno solo se avranno accanto gli altri trenta.

  di Goffredo Buccini  13 dicembre 2017 (modifica il 13 dicembre 2017 | 22:14)

http://www.corriere.it/cronache/17_dicembre_14/meta-paese-vive-crisi-90f7c086-e043-11e7-b8cc-37049f602793.shtml