No TAV – Comunicato Stampa 6 agosto 2019 – Torino-Lione: Si avvicina la condanna dell’Italia a finanziare la Francia per realizzare una Grande Opera Inutile e Imposta

Comunicato Stampa

PresidioEuropa

Movimento No TAV

6 agosto 2019

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Il Senato si appresta a votare la Torino-Lione

Si avvicina la condanna dell’Italia a finanziare la Francia per realizzare una Grande Opera Inutile e Imposta

Saranno capaci i nostri valorosi Senatori della Repubblica ad evitare che lo Stato italiano dia il via allo scavo del tunnel di base della Torino-Lione, forse l’opera più costosa ed inutile di tutta la storia repubblicana italiana?

Il Presidente del Consiglio Conte nel suo breve discorso del 23 luglio 2019 ha consegnato al Senato la decisione di dare il via o di fermare la Torino-Lione che gli spettava in prima persona in base al Contratto di Governo.

Sul limitare della decisione invitiamo tutti i Senatori della Repubblica a svegliarsi dal sonno della ragione riconoscendo l’inutilità della Torino-Lione per offrire un futuro positivo al Paese.

Domani tutti i Senatori saranno responsabili nella stessa misura:

– coloro che voteranno NO perché hanno costruito la condizione per fare votare i sostenitori dell’opera quando avrebbero dovuto rispettare le promesse e gli impegni,

– coloro che voteranno SI’ perché avranno così completato il loro disegno distruttivo.

– saranno responsabili anche gli assenti per calcolo, per indifferenza, perché usciti dall’aula per improvviso bisogno, gli astenuti.

Conte ha evitato di affermare in modo esplicito che il progetto deve essere assolutamente realizzato giustificandolo solo con valutazioni di ordine generale a favore del “fare” senza però portare alcuna dimostrazione convincente: i suoi argomenti tutti facilmente ribaltabili sono esaminati alla fine di questa nota.

Conte, prima di concludere in modo “pilatesco” il suo discorso: “Questa è la posizione del Governo ferma restando la piena sovranità, la piena autonomia del Parlamento”, ha tuttavia introdotto un’argomentazione contro la decisione di “fare l’opera” che non ha ricevuto alcuna attenzione a livello dell’opinione pubblica, dei media e dello stesso dibattito politico. Forse l’ha fatta per offrire ai posteri una sentenza benigna nei suoi confronti? Per sbarazzarsi totalmente della sua responsabilità? Per dire al Parlamento: “Io ve lo avevo detto!”

“I costi … potrebbero ulteriormente ridursi in seguito a un’interlocuzione con la Francia in ordine al riparto delle nuove quote di finanziamento della tratta transfrontaliera”, un’affermazione che, se portata alle sue estreme conseguenze nel negoziato con la “massima determinazione (Conte, sic) con la Francia, potrebbe portare il partner francese a chiedere la sospensione del progetto.

Allora, se sono le valutazioni economiche (i costi e i finanziamenti europei) che decidono che l’Italia deve partecipare o uscire dal progetto, i Senatori dovrebbero riprendere questo tema per difendere gli interessi dell’Italia.

Sappiamo infatti che la Francia ha tutto l’interesse a fare credere che sia l’Italia a volere il progetto, quando in realtà sono i nostri vicini transalpini che se ne avvantaggerebbero dato il loro minimo apporto economico dovuto ad un trasferimento di ricchezza dell’ordine di 2 miliardi di € da parte del nostro Paese nonostante i loro 45 chilometri (mentre l’Italia ne avrà solo 12,5).

L’“ulteriore riduzione” e il “riparto quote”, parole di Conte, è un obiettivo che l’Italia può raggiungere chiedendo intanto alla Francia di pagare il progetto in modo equo, secondo la ripartizione chilometrica.

Il costo dell’opera, che rimarrebbe sempre inutile, ammonterebbe per l’Italia a soli 1.111,0 milioni di euro.

Se è vero che Conte avrebbe dovuto riprendere negli scorsi mesi l’interlocuzione con la Francia per costringerla a scoprire le sue carte, ora può farlo la maggioranza al Senato ai sensi del Contratto di Governo, ma anche la minoranza per difendere gli interessi del Paese.

Se consideriamo il finanziamento Ue al 40% già accordato per una parte dei costi per il tunnel di base e il prossimo al 55% dal 2021, l’equa ripartizione simmetrica con la Francia assegnerebbe all’Italia un costo di soli 1.111,0 milioni,

La Tabella “Ripartizione Costi Tunnel del Fréjus” mette in risalto l’extra costo per l’Italia di € 1.767,4 milioni, – che si può definire una sorte di finanziamento occulto dell’Italia alla Francia fino al 2114 (come precisato all’art. 11 dellAccordo di Roma 30.1.2012), calcolato tenendo conto dell’ipotetico aumento del contributo UE al 55% e il Costo per l’Italia di soli 1.111,0 milioni di € in caso di ripartizione equa.

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Conte ha precisato nel suo discorso: “Su questo punto (ulteriore riduzione e riparto quote, N.d.R.) il Governo italiano ed io personalmente siamo impegnati con la massima determinazione anche se, allo stato, questo nuovo riparto non sarebbe ancora garantito e non lo posso quindi, allo stato, garantire”.

L’equa ripartizione assegnerebbe alla Francia, per i suoi 45 chilometri di tunnel, un costo di 3.999,6 milioni di euro, in luogo dei precedenti 2.232,2 milioni, con un aumento del 79,2%.

Se il Senato volesse proseguire sulla strada indicata da Conte ricordando alla Francia i suoi impegni derivanti dagli Accordi con l’Italia, il risultato sarebbe che la Francia, di fronte a tale forte aumento, potrebbe chiedere la sospensione del progetto per non pagare un costo eccessivo, che sarebbe invece equo per l’Italia.

Con la sospensione il progetto Torino-Lione si fermerebbe senza obblighi per i due Paesi di firmare nuovi accordi da approvare con ratifiche parlamentari.

Se Conte non può garantire – come ha detto nel suo discorso – il risultato di un’azione che non ha compiuto dopo la nervosa risposta di Macron del 7 marzo 2019, la maggioranza al Senato, avendo ricevuto un invito da Conte ad agire, potrebbe impegnare il Governo a  portare avanti con la Francia la ridiscussione dell’Accordo: così facendo il costo dei 12,5 chilometri italiani del tunnel potrebbe ridursi a soli 1.111,0 milioni di euro, con un diminuzione del 61,4%.

La ripartizione equa dei costi è del tutto ammissibile visto che la Francia ha pubblicamente dichiarato che il suo prossimo investimento di 700 milioni di € sulle linee nazionali di accesso al tunnel sarà concentrato sulla tratta da Digione – e non da Lione – fino all’ingresso francese del tunnel. Cfr. Torino-Lione ? No, Torino-Digione! Questo il nuovo itinerario deciso dalla Francia per risparmiare 11 miliardi di euro di gallerie tra Lione e il tunnel di base

Per completezza, come sopra annunciato, puntiamo ora la nostra attenzione sulle sei motivazioni che il Presidente del Consiglio ha considerato a sostegno della decisione di fare, i c.d. fatti nuovi, tutte facilmente smontabili.

  1. Disponibilità della UE ad aumentare il finanziamento della tratta transfrontaliera dal 40% al 55%, con notevole risparmio per l’Italia. L’aumento del finanziamento europeo dal 40% al 55% è una promessa, deve essere ancora approvato e finanziato in via definitiva dal nuovo Parlamento Europeo e non vale tuttavia per il finanziamento in corso di 813 milioni di €, solo in parte utilizzato. Per paradosso, Italia e Francia avrebbero interesse ad abbandonare l’attuale finanziamento al 40% e attendere il prossimo al 55%. Il vantaggio sarebbe di circa 47 milioni di euro. L’ACB rimarrebbe negativa anche le la UE finanziasse il progetto al 100%.
  2. Finanziamento al 50% della tratta nazionale italiana dal costo di 1,7 Mld di € con un sostanzioso risparmio. La tratta nazionale italiana da Bussoleno fino a Torino costa di più di questo importo. Non esiste allo stato nessuna norma Ue che preveda il finanziamento delle tratte nazionali al 50%. Se tale norma fosse inserita nel prossimo Regolamento CEF la Francia ne chiederebbe immediatamente la sua applicazione per la costosa tratta nazionale che richiede un investimento di 11,5 Mld. di €. Non è tuttavia credibile che la UE potrebbe decidere di fornire un finanziamento aggiuntivo solo per la Torino-Lione di circa 7 Mld di € per le tratte nazionali italiane e francesi, altri Stati membri vorrebbero beneficiare dello stesso vantaggio per i loro progetti. E la Brexit ha diminuito i fondi europei per i progetti TEN-T.
  3. Ulteriori finanziamenti europei: non vi è traccia di questa disponibilità per la Torino-Lione nella bozza del Regolamento CEF 2021-2027.
  4. La Francia si è già espressa per la conferma della realizzazione di quest’opera. La Francia, allo scopo di costringere l’Italia a dire sì e a finanziare così buona parte dei costi del progetto in territorio francese, ha inserito nella Legge Orientamento Mobilità – LOM approvata il 18 giugno 2019 una dichiarazione di impegno solo politico per il Tunnel e le linee di accesso. Questa legge tuttavia non precisa la disponibilità dei fondi né il meccanismo per recuperarli nel Bilancio nazionale francese. In questo modo non vi è vera disponibilità finanziaria nei confronti dell’Italia per realizzare tutto il progetto insieme con l’Italia come precisato agli articoli 3 e 16 dell’Accordo di Roma 30.1.2012.
  5. La decisione di non realizzare l’opera comporterebbe la perdita dei finanziamenti europei e ci esporrebbe ai costi derivanti dalla rottura dell’attuale accordo con la Francia.  Relativamente all’Unione Europea l’Italia potrebbe invocare l’applicazione dell’art. 17 del Regolamento CEF che permette all’Italia di abbandonare i fondi Ue: “I progetti descritti nella parte I dell’allegato I non sono vincolanti per gli Stati membri nelle loro decisioni di programmazione. La decisione di attuare tali progetti spetta agli Stati membri e dipende dalle capacità di finanziamento pubblico nonché dalla loro fattibilità socioeconomica conformemente all’articolo 7 del regolamento (UE) n. 1315/2013”. Per ottenere extra giudizialmente il c.d. dissenso della Francia sul progetto l’Italia dovrebbe chiedere un impegno legislativo certo sulla realizzazione delle opere per la quali la Francia si è impegnata con l’Accordo di Roma 30.1.2012 (cfr. art. 4) allo scopo di smontare l’iniqua ripartizione dei costi.
  6. Voglio precisarlo con la massima chiarezza: i fondi europei sono assicurati solo per la realizzazione del TAV e quindi non potremmo farne un impiego alternativo. Non è vero, perché la negoziazione per il Bilancio Pluriennale 2021-2027, che potrebbe prevedere finanziamenti diversi per trasporti ecologici, ecc. non è ancora cominciata tra Parlamento Europeo e nuova Commissione. Il Governo italiano dovrebbe dimostrare di essere più ambizioso nel contrasto al cambiamento climatico con l’obiettivo di fare crescere l’Italia assegnando al nostro Paese un posto tra i protagonisti della lotta per il clima che crea occupazione e ricchezza. Andare oltre questo progetto climalterante consentirà ai Governi italiano e francese di avviare un’approfondita e comune riflessione anche con l’Unione Europea per assumere impegni più coerenti nel quadro dell’Accordo di Parigi del 2015. Allo stesso tempo il Governo dovrebbe avere la capacità di impegnare la prossima Commissione europea su un fronte non contabile ma politico, così come ha già fatto il Presidente Giuseppe Conte per il non rispetto del rapporto debito/PIL.

“La Tav non vale una crisi”, M5s volta le spalle a Perino

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Lo Spiffero

Una (e)mozione da poco per lavarsi la coscienza e, soprattutto, salvare le poltrone di governo e gli scranni parlamentari. Così i grillini sperano di archiviare domani sera la “pratica” Torino-Lione e scongiurare elezioni anticipate. La realpolitik da Appendino a Di Maio

Una (e)mozione da poco. Cari NoTav accontentatevi di quella, che per noi fa fine e non impegna. Il messaggio non è così esplicito nelle parole, ma questo è il senso della risposta data nei fatti dai Cinquestelle, pure da quelli più barricaderi, alla richiesta di lasciare il movimento avanzata con decisione pochi giorni fa a Bussoleno da Alberto Perino. Il capopolo NoTav valsusino aveva intimato: “Chi è No Tav non può essere un Cinquestelle, quindi tutti coloro che si sentono parte della lotta contro la Torino–Lione devono rimanere nelle istituzioni e abbandonare il M5s”.

La prima pernacchia gli è arrivata da Chiara Appendino: la sindaca ha detto con nettezza che nella sua maggioranza non c’è spazio per chi non è del movimento, ovvero: chi uscisse non sarebbe più dalla sua parte. Messaggio chiaro e forte, perfettamente ricevuto: nessuno dei consiglieri al momento pare intenda obbedire al diktat. E sono sembrate parole da equilibristi della politica della Prima Repubblica quelle della consigliera regionale Francesca Frediani, che di lei ha sempre detto di essere NoTav prima ancora che Cinquestelle: “Ora per tutti si apre un periodo di riflessione, che sarà sicuramente segnato dai prossimi atti che si discuteranno in Parlamento”. Pure lei resta, a dispetto dell’ultimatum ricevuto a Bussoleno.

E quella “riflessione” di cui parla la capogruppo a Palazzo Lascris, i grillini l’hanno già fatta ancor prima dell’atto parlamentare che si voterà domani in Senato. Hanno riflettuto e sono giunti ad alta velocità alla conclusione che non solo non si esce dal movimento, ma soprattutto che il Governo non cadrà neppure di fronte all’ammainarsi della loro ultima bandiera, quella con il treno crociato. “Quello che arriverebbe dopo sarebbe molto peggio” ha preconizzato Alberto Airola, ragionando del decreto sicurezza bis prima del voto di ieri sera.
 

Il senatore torinese è considerato un pasdar trinariciuto del movimento e anche per questo ciò che ha dichiarato ieri, prima di votare a favore, la dice lunga su come i Cinquestelle pur di non urtare la suscettibilità di Salvini e, soprattutto, per evitare una crisi con elezioni che lascerebbe a casa (e, in molti casi senza, un’occupazione) parecchi di loro, siano disposti a tutto, figurarsi a farsi un baffo della richiesta dei NoTav.

“Questo non è l’anticristo dei decreti, è una manifestazione di forza del nostro contraente, la Lega, e con lei non possiamo permetterci dividerci”, ha detto il senatore barricadero prima di arrendersi al Capitano. Nei palazzi della politica romana, infatti, circolano sempre più spesso i sondaggi sul gradimento per l’opera e i numeri strizzano l’occhio a chi la pensa come il ministro dell’Interno. Ecco perché i colonnelli pentastellati sono impegnati a spegnere ogni focolaio: “Il governo non cadrà, Salvini minacci chi vuole”, dice Danilo Toninelli. Spiegando che “la mozione impegna il Parlamento in quanto organo che ha approvato l’accordo, non l’esecutivo. Quindi non ci saranno problemi sulla tenuta”. Una resa senza neppure l’onore delle armi. E suonano patetiche le parole di Airola pronunciate ieri nell’aula di Palazzo Madama: “In futuro avremo tante cose da fare, in primis fermare il Tav, la partita è ancora aperta. Anche se oggi sembro cedere, domani sarò duro e spietato e avrò ragione, perché conto di vincere”. In che modo, lo si vedrà tra poche ore. Una cosa è certa, a dispetto delle posizioni ufficiali l’alzo zero di Salvini sta mandano nel panico i grillini: “Ora non vuole neanche farci combattere la nostra sterile battaglia. È un documento che impegna il Parlamento non il governo, nel momento in cui verrà bocciato noi ne prenderemo atto. La finiamo lì. Il fatto è che vuole annientarci”, dice un big M5s.

Con quest’aria che tira, cosa di meglio di una mozione per ridurre la battaglia delle battaglie del grillismo a poco più di una scaramuccia parlamentare con il trolley già pronto? La lotta non garantisce poltrone, il governo sì. Che altro si dovrebbe spiegare a quel popolo NoTav, peraltro sempre meno vasto e orami egemonizzato dai centri sociali e dalle frange antagoniste, da parte della forza politica che sulla lotta alla grande opera ferroviaria ha basato gran parte del suo consenso, soprattutto in Piemonte. A Perino e agli altri leader del fronte NoTav, c’è ancora bisogno che i Cinquestelle spieghino che nel partito di Luigi Di Maio la Torino-Lione è ormai una faccenda marginale per lo stesso capo politico che certo non può fare leva sulla Tav per arginare nel suo più grande bacino di voti che è il Sud l’avanzata di Salvini, tantomeno mettere a rischio il governo aprendo a pericolosissime elezioni?

Ecco perchè per cercare di salvare la faccia e ancor più la poltrona basta e avanza la mozione che andrà al voto domani, meglio ancora se sarà bocciata in modo da poter dire che si è fatto tutto quel che si poteva fare. Se neppure un cenno di possibile adesione a quella richiesta di far prevalere la battaglia contro la Torino-Lione all’appartenenza a un partito ormai considerato traditore è arrivato ai NoTav neppure dagli esponenti grillini più vicini e solidali come, oltre la Frediani, le consigliere comunali Maura Paoli e Viviana Ferrero, difficile immaginare una sia pur rabberciata ricucitura di quell’idillio che ha unito gli oppositori della grande opera ferroviaria alla forza politica che sulla protesta ha macinato consensi.

La risposta a quell’appello che è parso quasi un’intimazione – abbandonare il M5s, pur restando nei loro ruoli elettivi – è stata chiara: i grillini di ogni ordine e grado non ci pensano proprio. Al massimo potranno registrarsi uscite personali, facilmente rubricabili a casi isolati. Resta, a questo punto, da vedere quale sarà l’atteggiamento, quali le mosse dei NoTav, mollati per non mollare scranno e potere.  

Sedotti e abbandonati, o più crudamente cornuti e mazziati, Perino e i suoi cosa faranno domani quando con la mozione del No i Cinquestelle avranno compiuto il loro lavacro pubblico rivendicando la loro posizione sulla Tav, ma conservando ben salda quella al governo e negli scranni parlamentari?