MILOSEVIC, ULTIMA INTERVISTA PRIMA DELL’ARRESTO

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MERCOLEDÌ 10 APRILE 2019

Molti, dopo l’ultimo mio post sul XX anniversario dell’aggressione Nato alla Serbia, mi chiedono di ripubblicare l’intervista che feci a Milosevic, nella sua abitazione, pochi giorni prima del suo arresto e del successivo trasferimento nel carcere dell’Aja. Eccola. 
L’intervista fu rifiutata da “Liberazione”, con il pretesto che avrebbe “appiattito il giornale e il partito(PRC) su Milosevic“. La pubblicò poi il Corriere della Sera. E’ lunga, ma ne vale la pena ed è  per la Storia.

MILOSEVIC, ULTIMA INTERVISTA PRIMA DELL’ARRESTO IL 29 MARZO 2001

(25 marzo 2001)

Di FULVIO GRIMALDI

L’appuntamento con Slobodan Milosevic ricorda quelli che ho avuto
ripetutamente con Yasser Arafat: assoluta incertezza sul luogo e sui
tempi dell’incontro fino alle 19 di venerdì sera, mentre mi accingevo a
partire per Kragujevac per intervistare i dirigenti del sindacato di
sinistra che hanno appena registrato una sorprendente, schiacciante
vittoria sul sindacato vicino al nuovo potere, nelle elezioni per il
rinnovo dei dirigenti sindacali della fabbrica automobilistica
Zastava.  In quel preciso momento arriva l’ex.ministro degli esteri e
oggi vicepresidente del Partito Socialista Serbo, Zivedin Jovanovic,
del quale pure era stato annunciato l’arresto, poi smentito, insieme a
quello, effettivo, di otto alti dirigenti del partito. Vengo portato di
gran carriera alla residenza dell’ex-presidente e nel tragitto
Jovanovic esprime il timore che tutti questi arresti e una feroce
campagna contro Milosevic, allestita dal movimento giovanile del
premier Zoran Djindjic, le “Camicie Nere”, insieme all’organizzazione
Otpor, rivendicata dagli USA come proprio strumento insurrezionale,
stiano cercando di fare il vuoto intorno a Milosevic, in vista
dell’arresto entro il 31 marzo, intimato da Washington pena il rifiuto
di qualsiasi finanziamento e il mantenimento delle sanzioni.
Passati per la cancellata  della residenza, nella periferia di
Belgrado, attraversiamo un ampio parco, fortemente illuminato e
presidiato da militari dell’esercito e da carri armati che mi  dicono
posti a difesa di Milosevic, contro un qualche colpo di mano che voglia
arrivare alla sua cattura.
Sull’uscio di un fabbricato a un piano, l’ex-presidente jugoslavo mi
viene incontro e mi saluta con cordialità. Vengo introdotto in un ampio
salone di stile neoclassico, con al centro tre divani a ferro di
cavallo. Milosevic si siede su quello centrale, con me e Jovanovic ai
due lati. Chiede di non utilizzare apparecchi di registrazione e
insiste che questa è una conversazione e non un’intervista. Ma mi
consente di pubblicarla.
Slobodan Milosevic, 60 anni, appare più giovane e più vigoroso di
quanto non risulti nelle foto o in televisione. Non da l’impressione di
un uomo sconfitto e piegato, magari impaurito. Si esprime con la stessa
spontanea e tranquilla sicurezza che lo avevano caratterizzato in altre
occasioni. Apparentemente animato da  ottimismo, esprime i suoi
ringraziamenti a tutti coloro che, nel mondo, manifestano solidarietà
alla Jugoslavia, ne sostengono la sovranità  e integrità e condannano
sia l’aggressione Nato, sia la richiesta di Carla del Ponte e degli USA
di consegnarlo al tribunale internazionale dell’Aja, da Milosevic
definito il “braccio illegale della Nato” e “uno strumento per
perpetuare il genocidio della Jugoslavia”. A questo proposito, l’ex-
ministro Jovanovic illustra un forte scontro in corso tra il premier
serbo Zoran Djindjic, definito l’uomo dei servizi tedesco-americani, e
il presidente Vojislav Kostunica. Verterebbe sui vertici delle forze
armate, apparentemente ancora fedeli all’ex-presidente (che però ne
avrebbe sempre voluto inibire l’intervento contro il nuovo potere), che
Djindjic starebbe sostiutuendo  con uomini di sua fiducia. Alla mia
prima domanda sulla possibilità di un arresto di Milosevic, sia
Jovanovic che l’ex-presidente si dicono fiduciosi in una risposta di
massa. Jovanovic parla addirittura di possibile guerra civile,
specialmente se Djindjic dovesse decidere di consegnare Milosevic nelle
mani del Tribunale dell’Aja, un tribunale squalificato non solo agli
occhi dei sostenitori del vecchio governo,  ma visibilmente
inaccettabile per gran parte della popolazione che, pur schierandosi
contro colui che per dieci anni è stato presidente della Serbia e della
Jugoslavia, resta critica dei bombardamenti Nato e di quello che viene
visto come uno strumento legale per rovesciare sui serbi la
responsabilità di quanto hanno subito, in termini di smembramento,
danni e uccisioni, i popoli jugoslavi, nonché per evitare qualsiasi
richiesta di risarcimento e di bonifica dei territori contaminati dalla
chimica e dall’uranio.
La conversazione, dominata da Milosevic e che mi lascia poco spazio per
le domande, scivola subito su quella che, non essendovi ancora state
avvisaglie di un tentativo di cattura del capo socialista, appare come
la questione più bruciante: gli attacchi dei “terroristi” UCK in
Macedonia e Serbia del Sud. “E’ in corso”, dice con gravità
Milosevic, “una enorme manovra di destabilizzazione del Sud-Est
europeo. I terroristi dell’UCK vengono utilizzati dagli USA in funzione
antieuropea ed antibalcanica con il miraggio della “Grande Albania”. In
stretta collaborazione con il regime turco, uno dei massimi
finanziatori degli albanesi, si stanno attivando, sotto la direzione
UCK e con la copertura politica di Rugova, tutte le minoranze albanesi
nei paesi balcanici: Serbia del Sud, l’intera Macedonia e presto anche
Bulgaria e Grecia, dove vivono forti comunità albanesi (800.000 in
Grecia). In Romania, invece, vengono istigate alla rivolta le minoranze
ungheresi. Lo scopo strategico è di mantenere in permanente subbuglio
l’intera area, contro l’interesse europeo ad una stabilizzazione, in
particolare per contrastare le tendenze anti-Nato forti in Grecia e in
crescita in Bulgaria e Romania e per assicurare ampi territorio al
controllo della criminalità narcotrafficante diretta dall’UCK.
L’approccio politico è ancora una volta inteso a sfruttare le
differenze etniche”.
Chiedo al mio interlocutore se non ritenga che anche il precedente
governo jugoslavo non abbia la sua parte di responsabilità in questa
frammentazione lungo linee etniche, religiose, linguistiche, culturali
e per il  controllo delle rotte delle risorse energetiche. Milosevic
risponde con fervore: “La Federazione jugoslava, con la sua convivenza
pacifica, era un modello di Unione Europea, fino a quando non sono
entrate in gioco le trame del’imperialismo tedesco ed americano Viveano
in pace  popoli di diversa cultura, storia, confessione. Vivevano in
armonia da 80 anni. In Jugoslavia non si chiedeva a nessuno di che
razza o nazionalità fosse. La rottura è venuta quando da fuori si sono
istigati gruppi di potere con la promessa di grandi privilegi personali
e di elite. Quanto alla popolazione croata, per esempio, come si
sarebbe potuto convincerla della bontà di una frantumazione, quando
tantissimi croati vivevano in Bosnia, in Serbia e in Kosovo? Lo stesso
valeva per i serbi, a cui invece è poi stata negata
l’autodeterminazione, e per i musulmani. Non era nell’interesse
nazionale di nessuna di queste comunità  arrivare a una divisione e
contrapposizione.”
“Anche la Germania e gli USA hanno un sistema federale”.
“Già, ma nessuno per ora ha cercato di mettere il dito in quei
matrimoni. Quello degli Stati Uniti, del resto, è un sistema federativo
obsoleto e che presto andrà in forte crisi perché riconosce solo
geometriche divisioni geografiche e non le diverse comunità etniche,
culturali, linguistiche, sociali. Di fatti è un sistema che non sa dare
risposta alle sacrosante richieste dei latinos, dei neri, dei nativi,
degli italiani, dei poveri. Si tratta di comunità emergenti che
vorranno essere riconosciute. Tanto che Bush ha sentito il bisogno di
rivolgersi in spagnolo agli immigrati latinos. Dovrebbe essere un
principio di riconoscimento delle comunità etniche e sociali. E’ la
dimostrazione che tutti esigono un nuovo codice, una nuova formula di
convivenza. E di questi la Jugoslavia era un esempio. Anche questo
spiega perché è vista come nemica dai poteri attuali”
A Belgrado, nei giorni precedenti, si era svolto un convegno
internazionale convocato dal Forum di Belgrado, una coalizione delle
sinistre jugoslave, nel secondo anniversario della guerra. Da molti
paesi, Stati Uniti, Germania, Russia, Palestina, Iraq, Libia, Grecia,
Italia e altri paesi erano venute delegazioni ad esprimere solidarietà
a questo paese. Milosevic ne è apparso molto incoraggiato: “Gli
italiani che ci hanno visitato durante la crisi, tra i quali Cossutta e
molti politici di paesi europei,  ci hanno fatti chiaramente capire che
i loro paesi non sono indipendenti. Al popolo italiano non è stato
neanche chiesto se volesse una guerra. Se ne è parlato informalmente in
Parlamento. E’ la prova che la Nato non è un’alleanza tra uguali, ma
una macchina da guerra che si trascina dietro tutto l’Occidente. I
popoli vengono sopraffatti e assistono inermi alla distruzione di
ospedali, scuole, treni e autobus pieni di civili in un paese amico e
inoffensivo”
Poco prima del mio arrivo, Milosevic aveva dato un’intervista al
quotidiano israeliano Haaretz. Ne cita qualche osservazione ribattendo
all’affermazione di Kostunica secondo cui ci sarebbero similarità tra
il Kosovo e Gerusalemme, entrambi aggrediti dai musulmani: ” E’
un’interpretazione aberrante e razzista. Le similarità sono altre, sono
quelle tra genocidio dei serbi e genocidio degli ebrei e, ora,
genocidio dei palestinesi. I mezzi sono differenti: non più camere a
gas, ma una scientifica satanizzazione dei nemici attraverso i media.
Si tratta di anestetizzare la sensibilità pubblica di fronte al
massacro di civili e all’embargo.” Nelle parole di Milosevic si
inserisce una punta di indignazione e il suo gesticolare si fa ampio e
veloce: “Ci hanno lasciato un esercito assolutamente integro, ma hanno
fatto stragi di civili, bambini, infrastrutture: 88mila tonnellate di
esplosivo e di uranio sulle teste degli jugoslavi. Siamo l’unico popolo
che sia stato bombardato in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E
con un’arma criminale e genocida come l’uranio. Queste sono le
analogie!”
Sottopongo a Milosevic una questione che dovrebbe risultare
inquietante: la mancata o debole solidarietà manifestatagli nel mondo
da parte della maggioranza delle sinistre, anche di quelle che si
dicono contrarie all’egemonia Nato. L’ex-presidente assume
un’espressione amareggiata e punta ancora una volta il dito sui mezzi
d’informazione che, in questa occasione, avrebbero perfezionato agli
ordini del supremo potere politico-economico-militare USA, salvo poche
eccezioni, un meccanismo quasi perfetto di narcotizzazione: “Un
meccanismo fondato sull’inganno che, dunque, ha abolito la democrazia
sostanziale in America e in Europa. Si sono vendute menzogne anziché
verità. E’ incredibile: adesso non hanno più nessuno scrupolo ad
ammettere di non aver trovato tracce di una pulizia etnica fatta dai
serbi in Kosovo (mentre loro ne hanno protetto una dell’UCK), che le
foto di presunti campi di concentramento serbi erano un fotomontaggio,
che i duecentomila stupri erano secondo l’.ONU, tra tutte le parti e in
tutta la guerra, solo 300, che non si sono trovate le fosse comuni. A
che servono le istituzioni democratiche e la libertà se tu, governo,
non diffondi che bugie? Una democrazia non è possibile senza la verità.
Le istituzioni diventerebbero delle  vuote quinte”.
Poi Milosevic mi ha invitato a confrontare il pluralismo dei media (e
dei partiti) esistenti in Jugoslavia, perfino durante la guerra , con
la granitica omologazione della stampa in Occidente.
“Ma voi alcuni dei media d’opposizione li avete chiusi.” A questo punto
si inserisce nella conversazione il vicepresidente del PSS, Jovanovic:
“Per brevissimo tempo, quando in piena aggressione incitavano il popolo
a liberarsi con la violenza del governo ed era stato provato che
venivano diretti e finanziati dalla CIA. Agivano da quinta colonna e
istigavano alla sovversione violenta. Qualsiasi governo avrebbe reagito
in quel modo. Anzi, da noi, pure in guerra, non c’era neanche la
censura e a Belgrado 4 quotidiani su 6 ci attaccavano
sistematicamente”.
“Presidente. Una domanda che molti dei suoi denigratori considereranno
provocatoria. Cuba, col suo partito unico resiste da oltre 40 anni. Non
c’è stato da voi un eccesso di democrazia, visto che l’opposizione se
la sono potuta comprare gli americani?”
“E chi lo può dire. Io alla democrazia ci tengo. Se non è democrazia il
fatto che ci fossero i partiti d’opposizione e il 95% dei mezzi
d’informazione erano in mano loro… Non hanno mai subito censure. In
Kosovo c’erano 20 giornali albanesi che tuonavano contro il governo.
Non sono mai stati chiusi. Da noi non c’è mai stato un priginiero
politico e ora questi concedono l’amnistia a terroristi, tagliagole,
infanticidi. E così che si difene il Sud della Serbia aggredito? Da noi
tutti potevanol avere il passaporto, Rugova teneva conferene stampa al
centro di Belgrado attaccandomi a morte. Mai nessuna vessazione,
nessuno ucciso. Eppure mi hanno accusato di omicidi quando in 12 anni
nessun oppositore è stato ucciso. Sono stati invece uccisi i miei
migliori amici. Se potessero mi darebbero anche la responsabilità
dell’uccisione di Moro o di Kennedy. Ma le bugie hanno le gambe corte.
Mi hanno accusato di crimini di guerra e il giorno prima hanno lanciato
le foto satellitari delle fosse comuni. C’è stata una rivolta di 22
mesi in Kosovo, e non hanno trovato che una fossa comune, piena di
serbi. Questo tribunale dell’Aja e le sue bugie non sono che una parte
del meccanismo di genocidio del popolo serbo, mascherato con una
spruzzata di croati e musulmani. Del resto, la Del Ponte era coinvolta,
nella Commissione Europea, in un gravissimo scandalo. Poi  l’hanno
fatta procuratore all’Aja”.
Sottopongo a Milosevic l’osservazione di molti, secondo cui lui sarebbe
stato a un certo punto “l’uomo degli americani”. L’ex-presidente
respinge con veemenza la definizione: “Mai. Semmai ho trattato con gli
americani finchè appariva che volessero salvaguardare l’unità della
Jugoslavia, o almeno di quanto rimaneva dopo le secessioni di Croazia
e  Bosnia. Del resto i continui ricatti e strangolamenti del FMI, cui
ci siamo dovuti piegare fino a un certo punto per le condizioni
terribili in cui le secessioni e le sanzioni avevano gettato il nostro
paese, raccontano un’altra storia. Gli USA devono rendersi conto che
non è possibile avere la democrazia in casa propria e sottomettere
altri popoli. E’ una contraddizione in termini. Posso capire che gli
Stati Uniti, il paese oggi più potente e ricco, abbia l’aspirazione a
fare da leader della squadra. Ma due anni fa ho detto a Holbrooke
(inviato di Clinton.Ndr.), quando ci minacciava: avete sbagliato
millennio, non il secolo. Potevate essere i capisquadra lanciando un
grande progresso per il benessere, la diffusione delle tecnologie,
della giustizia, della democrazia. La vostra ossessione di dominio e di
profitti vi  porta invece a uccidere gente e piccole nazioni, come
Giulio Cesare 2000 anni fa. Il vostro è un comportamento cesarista:
comico se non fosse tragico. Per voi esiste solo la vostra economia di
mercato che produce, accanto a straordinari profitti per pochi,
diseguaglianze e sfruttamento. La vostra massima legge nella conquista
del mondo è abbassare il costo del lavoro. Siete portatori di un nuovo
schiavismo.”
Chiedo a Milosevic se non abbia registrato, nei mesi dopo la sconfitta
e la pulizia etnica dell’UCK contro le minoranze in Kosovo ,
riconosciuta se non condannata da tutto il mondo, un mutamento
dell’opinione pubblica interna ed internazionale. “Per fortuna”,
risponde Milosevic, mentre sul tavolino si ammonticchiano caffè,
bibite, tè portati da un militante del partito, “non siamo in Uganda ma
in Europa, dove, nonostante la marcia blindata della stampa, si stanno
aprendo spiragli alla presa di coscienza. Lo noto soprattutto tra gli
albanesi che, in numero enorme, sono fuggiti dal Kosovo in Serbia.
Holbrooke mi disse chiaro e tondo: “Non ce ne importa niente degli
albanesi”. Ebbene, a noi serbi, gli albanesi stanno a cuore, sono
nostri cittadini. Gli ho anche posto una domanda cui non ha risposto:
quali interessi mai potete avere voi, USA, a un’alleanza con terroristi
e trafficanti di armi, droga, organi, che a un certo punto non saprete
più controllare?”
Faccio a Milosevic l’obiezione che tante volte è stata sollevata in
Occidente: l’abolizione dell’autonomia del Kosovo. La risposta è
tecnica. Non ci sarebbe mai stata una tale abolizione. Nel 1989, dopo
numerosi pogrom antiserbi, al Kosovo si sarebbe tolta la facoltà di
paralizzare la federazione con un diritto di veto che una provincia
poteva imporre alle altre provincie autonome,  alle repubbliche e,
addirittura, all’intera federazione. Nel discorso che Milosevic tenne a
Kosovo Polje, giudicato di un nazionalismo esasperato, l’allora
presidente avrebbe invece sollecitato all’uguaglianza  e al rispetto
tra tutti i popoli della federazione. E mi cita le parole testuali del
discorso.

Alla conversazione  non può sfuggire l’antefatto principale della
guerra: Rambouillet e un accordo che prevedeva, come ammesso dallo
stesso Dini più tardi, l’occupazione  dell’intera Jugoslavia da parte
delle forze Nato, a la loro sottrazione alla giurisdizione della
magistratura federale. Racconta Milosevic: “Durante i negoziati di
Rambouillet, il generale Wesley Clark  è andato ripetutamente con
Hashim Thaci, leader dell’UCK, nei ristoranti parigini. Eppure tutti
sapevano che Thaci aveva per ufficiali pagatori i narcotrafficanti
albanesi. Cosa ne poteva venire di positivo al popolo americano? Di
intese con la mafia si può avvantaggiare solo un profitto economico
senza scrupoli. Ma quell’intesa continua a funzionare e a produrre
disastri nei Balcani”.
Milosevic, sul quale di lì a poco si abbatterà la resa dei conti
finale, non da l’impressione di un uomo braccato, in cerca di una
qualsiasi via d’uscita per sé e per la famiglia. Anzi, del suo destino
personale non parla mai. Crede nella possibilità di una resistenza che
si svilupperà e che trarrà impulso dalle sempre più disastrose
condizioni della popolazione. In effetti, la Belgrado di oggi, tuttora
sottoposta ad embargo, salvo per il petrolio, appare più spenta, cupa,
desolata di quella del tempo di guerra e del dopoguerra. L’inflazione
galoppa al 100%. Secondo dati dei ricercatori scientifici, taciuti o
minimizzati dalle autorità, le patologie da contaminazione chimica e
radioattiva dilagano. A Pancevo, l’Istituto dell’Igiene del Lavoro
denuncia un  buon 80% della popolazione adulta affetta da tumori,
linfomi e malattie connesse all’inquinamento.

Su una possibile risposta di lotta ai vincitori delle elezioni
presidenziali, Milosevic dice:”Quella che conta, nella vita delle
nazioni, è resistere. Il complotto antijugoslavo sta diventando
visibile. Guardate ai fatti semplici della storia. Nell’ottobre del
1997 c’è il vertice sudeuropeo a Creta. C’eravamo tutti e tra tutti si
era stabilito un ottimo accordo. Avevo anche suggerito un’area di
libero scambio sudeuropea, senza dogane. In un’economia di mercato, pur
con le nostre irrinunciabili salvaguardie dei lavoratori (la legge che
garantiva ai lavoratori delle industrie privatizzate il 60% delle
quote. Ndr), ogni paese avrebbe avuto spazi più ampi di manovra,
mercati più vasti. Un’ottima soluzione anche prima di un ingresso
nell’UE. Per gli americani era una minaccia. Anche Fatos Nano, il
premier albanese, era d’accordo per l’apertura delle frontiere alle
persone, alle merci, alla normalizzazione. Mi disse: il Kosovo è un
problema interno della Jugoslavia, non negoziabile. Nel sud-est le cose
si sarebbero potute risolvere in pace e cooperazione. E’ stato un forte
segnale d’allarme per i destabilizzatori e un mese dopo il ministro
degli esteri francese, Hubert Vedrine, espresse gravi preoccupazioni
per la sorte del Kosovo. Perché, se non era preoccupato neppure Fatos
Nano? E subito dopo la Germania si mette ad organizzare e armare i
gruppi criminali. Nel 1988 iniziano a sparare a poliziotti, forestali,
magistrati, postini, bombe nei caffè, nei mercati. Abbiamo reagito come
tutti avrebbero fatto. Alla fine del ’98 l’UCK era finito. In TV si
vedevano camionate di armi UCK consegnate alla polizia. Ma arriva
Holbrooke e insiste sulla spedizione di personale armato. Rifiutai
ovviamente e ci accordammo sulla missione di osservatori dell’OSCE,
solo civili. Appena Holbrooke ametteva che il problema era risolto, il
giorno dopo lo riapriva: erano arrivate nuove istruzioni da Washington.
Ma in Kosovo tutto restava calmo, alla presenza di 2000 osservatori
Osce, centinaia di membri della Croce Rossa, giornalisti, diplomatici.
Poi il criminale William Walker (capo dell”OSCE. Ndr) si inventò la
strage di Racak, successivamente smentita da tutti gli investigatori.
Fu il pretesto per Rambouillet e per l’aggressione. Quando il nostro
giurista Radko Markovic definì il diktat “spazzatura”, James  O’Brian,
assistente della Albright, si inalberò: “Come può dirci questo? Non si
rende conto che il testo è stato preparato da colui che ha elaborato il
testo per l’indipendenza tibetana?” Ho detto tutto.”
Chiedo a Milosevic se anche la distruzione della Jugoslavia faccia
parte del processo di globalizzazione. “La distruzione del mio paese è
la dimostrazione che non esiste la globalizzazione, ma solo un nuovo
colonialismo. Se si trattasse di vera globalizzazione, cercherebbe
l’integrazione, su basi di parità, di popoli, culture, religioni. Si
sarebbe preservata la Jugoslavia, che aveva messo in atto la formula
migliore. Se le nazioni, gli stati, i popoli fossero trattati da
soggetti pari, non conquistati, stuprati, se il mondo non dovesse
appartenere a una minoranza ricca, che deve diventare più ricca mentre
i poveri diventano più poveri, si avrebbe la giusta globalizzazione.
Non si è ma vista una colonia svilupparsi e conquistare la felicità. Se
si perdono l’indipendenza e la libertà, tutte le altre battaglie sono
perse. Gli schiavi non prosperano”.
“Eppure a condurre la guerra sono stati i governi di sinistra,
socialdemocratici, europei”.
“La disinformazione e manipolazione sono purtroppo penetrati anche
nelle sinistre, dato che oggi in Europa abbiamo solo sinistre false.
Blair, Schoreder, Jospin, D’Alema sono forse di sinistra? Perché Kohl è
stata rimosso  con il solito sistema degli scandali? Perché rifiutava
di sottomettere la Germania totalmente al controllo USA. Questi qua,
invece, sono disposti a fare da sciuscià. Gli USA sono penetrati nelle
loro strutture politiche e dunque mediatiche. Sono state
paradossalmente le sinistre a bombardarci. Con i greci di Mitsotakis,
per esempio, c’era un’intesa più rispettosa che con l’amerikano
Papandreu. Quanto agli italiani, ho poco da dire. Non si sono molto
adoperati per avere un dialogo con noi. Sono rimasti nell’ombra”
Chiedo a Milosevic giudizi su paesi e personaggi in qualche misura
all’orizzonte della crisi jugoslava. “La Cina? Ci sostiene
discretamente e indirettamente, ma si occupa dei fatti suoi. I cinesi
sono calmi e pazienti. Dicono di aver bisogno di cent’anni per
competere con le potenze imperiali. La Russia è stata distrutta
dall’amerikano Gorbaciov. Ingenui i russi se pensavano che la
devastazione si sarebbe fermata ai loro confini. Ora, forse, c’è
qualche segnale di ripresa. Ramsey Clark, l’ex-ministro statunitense
della giustizia  e leader dei diritti civili, è un grande combattente
per la pace. Quando iniziò la guerra Iraq-Iran, la crisi degli ostaggi,
Clark chiese a Kissinger cosa si aspettasse da quella guerra. La
risposta fu “che si uccidano a vicenda”. La storia si ripete: guerra
tra slavi e tra slavi e musulmani perché si indeboliscano, si uccidano,
sgomberino il campo. Basta guardare al Kosovo, alla Cecenia, al
Daghestan, alla Macedonia. Ora gli USA si sentono minacciati da Putin
(sul nome del presidente russo Milosevic alza dubbiose sopracciglia.
Ndr), dalla Moldavia, dalla Bielorussia, dall’Ucraina. Li considerano
tutti minacce all’Occidente solo perché hanno iniziato a muoversi verso
sinistra e a curare con maggiore responsabilità i propri interessi.
Molte cose stanno cambiando. La gente si sveglia dall’ipnosi che gli
aveva fatto credere che il suo futuro dipendesse da FMI e Banca
Mondiale. Hanno rubato alla Russia centinaia di miliardi e poi
vorrebbero negoziare crediti a tassi d’interesse da strozzino. Questa
Russia ha un potenziale enorme. Deve liberarsi delle mafie nutrite
dall’Occidente che ne governano l’economia. Putin se ne rende conto e
questo spiega  tutte le sue recenti iniziative internazionali. La
Russia deve mandare al diavolo il Fondo Monetario i cui schemi servono
solo a distruggere quel paese”.
“Certa sinistra europea l’ha accusata per le privatizzazioni”.
Nella nostra costituzione tutte le proprietà sono garantite: statali,
sociali, cooperative, private. Il grado di privatizzazione dipende
dallo sviluppo dell’economia, dalle condizioni imposte dagli organismi
internazionali (che alla fine abbiamo rifiutato), dall’indebitamento e
dalla protezione sociale. Noi abbiamo cercato un equilibrio ottimale
nelle circostanze date. Abbiamo respinto una privatizzazione totale,
soprattutto dei settori strategici, per mantenerne il controllo
pubblico. Abbiamo assicurato ai nostri operai il 60% delle aziende
privatizzate e limitato al 40% i capitali nazionali o stranieri.
Nessuno in Europa lo ha fatto. Abbiamo dato molta terra ai contadini. I
10 ettari della precedente legge erano troppo pochi per una famiglia
nell’economia moderna. Ora gli ettari che si possono possedere  sono
160. Non è certo un latifondo.
Quanto alla Telekom, la mediazione di un miliardo e mezzo di un prezzo
che per noi era conveniente,  per gli italiani costoso, è andata per
metà a intermediari cechi. Noi non abbiamo visto un dinaro in termini
di mazzette. Quella somma ci occorreva per ricostruire un’economia
devastata dalle sanzioni che avevano determinato nel 1993 un’inflazione
del 350mila per cento. Entro il 1994 eravamo riusciti a ridurre
l’inflazione a zero. Il dinaro rimase stabile, l’inflazione sotto
controllo fino al l999. Eravamo in miseria, ma sani, e tra il 1994 e il
1998 il nostro PIL aumentò tra il 4 e l’8 per cento, più che in tutti i
paesi vicini, per quanto foraggiati. Ecco un’altra minaccia jugoslava:
non c’è un serbo che lavori in altri paesi, mentre qui vengono a
lavorare migliaia di rumeni e bulgari. Ne sono fiero.  Come sono fiero
della ricostruzione che in poco più di un anno questo paese ha saputo
fare. Oggi ci sono i black-out continui, allora neanche uno.

“Presidente, l’accusano spesso di aver accumulato tesori in banche
estere, anche se alcuni sospettano che si trattava di conti che
servivano ad aggirare l’embargo e nutrire la popolazione”.
“Già, due anni fa Holbrooke mi annuncia:”La Svizzera ha congelato i
suoi conti”. Gli risposi che gli avrei subito firmato la donazione di
tutti i miei fondi svizzeri. Del resto la massima autorità finanziaria
svizzera ha dichiarato di non aver trovato traccia di miei averi in
quel paese. L’unico conto che possiedo è qui in una banca e serve a
ricevere il mio stipendio. Ora si parla di Cipro, ma anche lì non hanno
trovato niente e hanno fatto arrabbiare molto i ciprioti”.
“Presidente, nutre fiducia nel futuro? Le circostanze sembrano a lei
molto sfavorevoli. Si parla di un arresto imminente. Lo hanno chiesto
gli USA.”
“Credo di poter nutrire fiducia. Tutto dipende dalla linea politica del
nuovo governo, da chi vi prevarrà e da come reagirà il popolo quando
capirà di essere stato ingannato e impoverito. Il gruppo dirigente è
molto diviso. Kostunica è meglio degli altri, pare voglia difendere gli
interessi nazionali, ma è debole e non ha la maggioranza nella
coalizione. Vedremo cosa ne verrà fuori. Noi intanto lavoriamo al
rafforzamento del partito, nostra unica difesa, e alla presa di
coscienza della gente. Sentiamo che il nostro punto di vista si sta
diffondendo tra operai, contadini, clero. Siamo invalidati dalla quasi
totale mancanza di mezzi d’informazione. Abbiamo un solo quotidiano.
Tutti i media sono controllati dalla DOS, altro che democrazia. Una
volta un giornalista in TV ha preso a criticare questa  blindatura
dell’informazione. Hanno immediatamente interrotto le trasmissioni. Con
noi non era mai successo”.
Milosevic mi congeda con calore. “Grazie per l’informazione corretta”.
E aggiunge con forza: “Never give up”, forse in inglese perché suocera
intenda: arrendersi mai. Poi mi richiama per una citazione di Madeleine
Albright, la segretaria di stato di Clinton, riferitagli dal
giornalista del New York Times, Steve Erlander. Esclamò Albright: “Ma
come, Milosevic ha accettato il risultato delle elezioni? E’ il colmo,
non è possibile! Lo avevamo incriminato apposta di tutti quei delitti,
per dieci ergastoli, onde non rinunciasse a nessun costo al potere. E
adesso questo se ne va… Non è una vittoria, questa”.  Poi, con un
sorriso amaro, mormora una raccomandazione: “Non è vero che avessimo
saputo del bombardamento della nostra televisione. Hanno incarcerato
Dragoljub Milanovic, l’ex-direttore, per questo. Proprio lui che era
rimasto fino a pochi minuti prima delle bombe. Come se uno potesse
sapere il minuto secondo del botto. E’ una delle tante infamie di Carla
del  Ponte per coprire il crimine del bombardamento sui giornalisti.
Non dovevano esserci? E lei in guerra non terrebbe presidiato il mezzo
di comunicazione più immediato per avvertire le popolazioni, chiamare
soccorsi, provvedere a  mantenere operativo il sistema di comunicazione
d’emergenza? Quei ragazzi erano tutti  volontari. Li ha uccisi la Nato.
Come ha fatto uccidere tutti i miei più cari e validi collaboratori
facendo passare gli omicidi come guerre di mafia”.
E qui Slobodan Milosevic abbassa gli occhi. Adesso pare un po’ piegato.

Fulvio Grimaldi

Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/878

Una versione abbreviata di questa intervista e’ stata pubblicata
sul “Corriere della Sera” dell’1/4/2001

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:27

LIBIA, ULTIMA BATTAGLIA —– CHI HA PAURA DI KHALIFA HAFTAR ?.

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/04/libia-ultima-battaglia-chi-ha-paura-di.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 8 APRILE 2019

 

Biscazzieri e bari

Nel paese del milione e mezzo di tossici da gioco d’azzardo, dei 70mila minori dipendenti, dei 19 miliardi spesi per il gioco, dei107 miliardi raccolti, delle 366.399 slotmachine,  delle 55.824 videolottery e delle 529 concessioni tra sportive, online, bingo, lotto e lotterie, volete che non ci siano e trionfino i bari? E’ un’intuizione facile. Basta  leggere nel giornale di oggi, prima, i dati allarmanti dei biscazzieri e delle loro vittime e, poi, i resoconti allarmatissimi sulle vicende di una Libia a rischio di essere unificata, diononvoglia, addirittura militarmente. Anatema, dopo che, negli 8 anni dalla frantumazione del più ricco e avanzato paese dell’Africa, tanto si era fatto per tenerlo diviso e spartito tra i vari interessi che, dopo averlo cucinato, si apprestavano a divorarlo.

Bari allora, quando ci trascinavano per i capelli alla guerra raccontandoci che Gheddafi bombardava la sua gente (e io ero proprio nel punto dove sarebbero cadute le bombe e non c’era che un tranquillo mercato), che allestiva fosse comuni e tutti vedemmo un cimitero normale con fosse scavate per morti normali, che rimpinzava di viagra i soldati libici perché stuprassero meglio le donne libiche (Save the Children, Ong ripresa da tutti), mentre io incontravo ragazze del liceo che, con i loro compagni, si addestravano alla resistenza. Bari oggi, quando ci terrorizzano con una Libia nel caos per colpa del “feldmaresciallo” militarista, mentre sul caos dai loro padrini militaristi, provocato dal 2011 in qua, ci hanno costruito traffici di petrolio e migranti.

Perché da quando il colonialismo è colonialismo, l’imperialismo è imperialismo, la Nato è Nato e il PNAC è PNAC (Piano per il Nuovo Secolo Americano dei Neocon), se non riesci a farne un boccone, del soggetto da abbattere, ne fai spezzatino. Approfittando del caos che, in mancanza di vittoria, ti sei lasciato dietro e che andrai potenziando. Così abbiamo visto nella recentemente rivisitata Jugoslavia, spezzettata in almeno sei frantumi; nella Serbia, cui hanno epurato e poi strappato il cuore kosovaro; nella Siria, con un terzo, etnicamente pulito, affidato dagli Usa prima all’Isis e poi ai curdi; nell’Iraq, dove però è andata buca l’operazione califfato, ma aleggia ancora quella della spartizione tra sciti e sunniti; e da noi, dove quelli delle “autonomie differenziate” vanno spaccando l’Italia per mettersi a disposizione del nuovo Sacro Impero franco-tedesco.

Haftar, unità della Libia in vista

Ora salta fuori quel generalone di Khalifa Belkasim Haftar, già comandante di Gheddafi nella guerra persa in Ciad, esule negli Usa, rientrato dopo l’impresa di Sarkozy, Cameron, Obama e del nano da giardino Berlusconi e per niente d’accordo, né con il proposito di costoro e dei loro successori, di dividere il paese in tre, né di decidere loro a chi e quanto gas e petrolio vadano. Per cui si è messo a capo delle forze armate, Esercito Nazionale Libico, che obbediscono all’unico governo legittimo, quello eletto e insediato a Tobruk.

E qui tocca puntualizzare un tantino, rispetto al quadretto che i bari in Occidente, e con particolare diligenza i nostri, ci impongono sulla situazione istituzionale della Libia. All’inizio del 2014, con un colpo di mano, i Fratelli Musulmani, sconfitti in Egitto, esautorano la maggioranza parlamentare nazionalista, laica e federale e impongono la Sharìa. A giugno, nuove elezioni decretano il trionfo dello schieramento laico e nazionalista, che decide di trasferire la Camera dei Rappresentanti  a Tobruk, nel frattempo liberato in gran parte dal generale Haftar dagli elementi islamisti, nell’intento di avvicinare la Cirenaica al resto del paese, Tripolitania e Fezzan al Sud. I Fratelli Musulmani si impongono a Tripoli, si definiscono Governo di Accordo Nazionale, si avvalgono dell’arrivo dei jihadisti di Al Qaida e Isis da Turchia e Qatar e governano poco più della città, grazie a una pletora di milizie, peraltro in lotta continua tra loro, in uno spietato arraffa arraffa di quanto lo spolpato paese può ancora offrire tra contrabbando di petrolio, prelievi dalla Banca Nazionale e traffico di migranti in combutta con le note Ong.

Riconoscere chi è stato eletto? Quando mai.

Chi si affretta a riconoscere un legittimo rappresentante della Libia? Coloro che ne avevano operato la distruzione? Cioè il mondo della democrazia rappresentativa, quello fondato su libere elezioni e sui diritti umani e civili? Quelli che si definiscono “comunità internazionale” (leggi Nato) e che mettono le loro ipocrisie al riparo dell’ombrello dell’ONU? E non riconoscono forse l’unico parlamento e rispettivo presidente, Aguila Saleh, legittimati da elezioni regolari, tra l’altro meritevoli di encomio per essere l’unica forza politica e militare che combatte l’estremismo terrorista patrocinato dalla Fratellanza e che ha portato in Cirenaica un’accettabile ordine economico e sociale, con tanto di terminali petroliferi, concentrati sulla costa della  Cirenaica fatti mettere in azione dalle rispettive compagnie, oltre alla NOC libica, l’ENI e altre?

Figurarsi!  Sono i colpevoli di aver messo i bastoni tra le ruote a chi prospettava i suoi successi su spartizione e caos. A coloro che, quanto meno, puntavano sul proconsolato di un governo controllato  dai Fratelli Musulmani che, fin dagli anni venti, sono i fiduciari del Regno Unito e dell’Occidente colonialista nel contrasto al panarabismo laico e socialista. Sono i nostalgici di una dittatura che ha riaccolto la componente gheddafiana, sociale, politica e militare, giustamente epurati da quelli di Tripoli, gli amici della Sharìa, che ne avevano condannato a morte, o al carcere, tutti gli esponenti, fino all’ultimo maestro di scuola pubblica. Figurarsi! Con il Tribunale Penale Internazionale che, dopo Muammar, aveva voluto incriminare anche Saif al Islam Gheddafi, il figlio maggiore, per crimini contro l’umanità. Sono i detriti revanscisti che ora arrivano a parlare di Said come possibile candidato alla presidenza!

Figurarsi! Sarebbe un controsenso nell’inappuntabile logica dell’imperialismo. Come nel caso dell’Egitto, con i Fratelli musulmani di Morsi e rispettive milizie terroriste, la scelta non può non cadere su chi obbedisce, promette spappolamento dell’unità nazionale con conseguente subalternità strutturale agli interessi che nel 2011 si erano avventati sul bottino. La scelta non poteva non cadere su Fayez Al Serraj, proclamatosi presidente di quanto di islamista era rimasto a Tripoli, e sul suo pseudo-parlamentare entourage. Lo traghetta a Tripoli una nave italiana, sulla quale rimane bloccato per l’impossibilità di entrare in una capitale in preda alle bande islamiste. Grazie a spartizioni di varia natura garantite ai capibanda, riesce ad assicurarsi l’appoggio, per altro costantemente a rischio, di alcune e, soprattutto, della più attrezzata ed esperta milizia della città Stato di Misurata. Riesce così a spostare il suo “governo” in un albergo della capitale e ad assicurarsi il controllo di qualche quartiere e di alcune località lungo la costa verso la Tunisia. Quelle che hanno in mano il business dei migranti e dei rispettivi campi di raccolta. E, di conseguenze, la collaborazione con le Ong e i ricatti nei confronti dei paesi di sbarco.

La mia Libia

Durante la guerra, nella primavera del 2011, ho trascorso due lunghi periodi in Libia. L’ho percorsa in lungo e in largo incontrando di tutto: studenti, mercanti, politici, giornalisti, lavoratori, donne, combattenti, insegnanti, migranti africani.  Ero a Tripoli quando cadevano i missili e le bombe partiti da Sigonella e sfracellavano case, ospedali, scuole per disabili, centro di solidarietà araba e africana, infrastrutture, depositi di viveri, porti e aeroporti. Da est avanzavano i jiahadisti e le forze speciali dei vari paesi Nato. Con mezzi infinitamente inadeguati, Gheddafi, l’esercito, le forze popolari resistevano. Ma si era tutti consapevoli che l’assalto di mezzo mondo contro il più renitente, ma anche il più pacifico, dei paesi africani sarebbe finito come è finito. Ciononostante, ovunque la gente, la popolazione, dichiarava con assemblee, presidi, corsa alle armi, soccorso civile, la sua lealtà alla Jamahirja, la sua fedeltà a Gheddafi, poi trucidato come Hillary Clinton voleva. Non c’era dubbio che questo popolo sapeva chi fossero i nemici. Tanto è vero che quelli li hanno dovuti importare tutti quanti.  E non se l’è scordato.Tanto è vero che, almeno da qualche informatore estero, si apprende che la marcia di Haftar, fino  a circondare Tripoli da tutti i lati in due o tre giorni, dopo aver liberato il Sud del Fezzan e della Tripolitania, con i rispettivi grandi giacimenti, è stata ovunque accolta dal giubilo della popolazione.

Misurata, un inferno vero

Ho anche avuto esperienza di Misurata. Una città in mano a una dozzina di oligarchi cui i rifornitori Nato avevano prestato particolare attenzione. E anche i celebrati Medici Senza Frontiere, lì installati. Mai li ho visti, tra Somalia, Iraq e Siria, dalla parte delle vittime dell’Occidente. Efferata nei confronti dei “gheddafiani”, anche solo contro chi non intendeva partecipare, la milizia di Misurata dava a questi la caccia, li catturava, torturava, stuprava le donne e le faceva a pezzi. Quello,sì, un vero inferno di cui nessuna Ong, con i  rispettivi corifei medatici, si è mai scandalizzata, ma di cui potete trovare agghiacciante testimonianza nel mio documentario “Maledetta Primavera – Arabi tra rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato”.

I misuratini si sono poi confermati un’eccellenza nel mercenariato assoldato dai nostri pacificatori nella successiva pulizia etnica dei libici neri, quelli di cui Gheddafi aveva proibito si chiamassero “neri”, Tawergha era una città vicina a Misurata, popolata interamente da libici neri, provenienti dal Sud del paese. Sono stati massacrati a migliaia dai prodi miliziani della città-Stato, un bagno di sangue senza precedenti in Libia, dopo quelli del maresciallo Graziani. Oggi le forze di Misurata costituiscono l’estrema possibilità per Al Serraj di non essere spazzato via e per il progetto colonialista di spartizione del paese di non vanificarsi.

Non va bene chi libera i rifugiati?

Fa riflettere che sulle nefandezze in Libia contro i neri, non solo di Tawergha, non si senta un sospiro, una deprecazione, al cospetto degli orrori negli attuali campi di raccolta ossessivamente denunciati da coloro che, per alimentare il traffico di persone, hanno bisogno di quegli orrori. Strano, visto che in tutti quei campi sono ormai presenti sia l’UNHCR, sia l’OIM, enti Onu per i migranti, che non si riesce mai a vedere, sui sanissimi giovanotti in arrivo l’indelebile marchio della tortura e delle privazioni e che per molto meno attribuito – falsamente – a Gheddafi, sulla Libia si scatenò l’apocalissi della “comunità internazionale”. Strano, anche, che proprio coloro che cercano di farti rizzare i capelli all’idea che i naufraghi “salvati” possano essere riconsegnati ai loro aguzzini in Libia, oggi siano, “manifesto”  come “Repubblica” e tutti gli altri sicofanti dell’accoglienza, in prima fila ad agitare la “minaccia del generale Haftar”. Non hanno udito la sua promessa di eliminare dalla scena tutti i 3000 terroristi che a Tripoli, tra le altre opere buone, trattengono i migranti nei loro “lager”? Non dovrebbe suonargli bene una tale annuncio? Forse no.

Dialogo per dividere, lotta per unire

Dal cripto-colonialista “manifesto”, ai giornaloni e alle televisionone dei magnati in combutta con il revanscismo coloniale, è tutto uno stracciarsi le vesti per essersi persa in Libia la burletta del “dialogo” (ricordate il “dialogo” per la pace in Palestina?), invocata e complottata in vertici e conferenze, e di essere passati alla tanto brutta opzione militare. Che tanto brutta non era quando si trattava di rimuovere un tizio che ai popoli del mondo aveva insegnato che si può vivere indipendenti, sovrani, liberi e con il consenso del popolo. E anche felici, grazie a istruzione, salute, casa, mezzo di trasporto, reddito, acqua potabile, gratuiti, tutti assicurati da una strepitosamente equa distribuzione della ricchezza. Tutti accompagnati – questo era più inaccettabile dell’insieme delle altre magagne anticapitaliste – dal futuro di un continente unito e reso padrone delle sue risorse e sovrano dalla sua moneta. Ci pensano quelli che, in sinergia con gli spogliatori economici e militari dell’Africa e del Medioriente, oggi coltivano l’accoglienza senza se e senza ma? No, non ci pensano. Provate a chiedergli un’opinione su Gheddafi (che di migranti ne ospitava due milioni, con pari diritti dei cittadini, ma investiva anche nei paesi dai quali i migranti non avrebbero mai voluto andar via).

Resta da meditare su cosa potrà succedere. Non v’è dubbio, a dispetto degli orchi bene armati di Misurata, che Haftar e il suo Esercito Nazionale Libico (altro che “milizia”, è la forza armata di un parlamento eletto democraticamente) delle sbrindellate e affamate milizie tripoline si farebbero un boccone. Lo faranno? Alla luce delle posizioni geopolitiche manifestatesi c’è da dubitarne. Si sa che la Francia, che sa fare i conti, da tempo sostiene Haftar, che pure l’Italia, pur dando idea di traccheggiare, con Conte, si è sbilanciata verso Tobruk. Che è sostenuta da Russia, Egitto, Arabia Saudita. Emirati. Il resto dell’Occidente sta a vedere cosa succede. Al Consiglio di Sicurezza tutti si sono espressi in favore di una sospensione delle ostilità. Russi e cinesi, probabilmente, per mantenere le apparenze.

A metà mese si sarebbe dovuta tenere la grande conferenza internazionale di tutte le parti, promossa dall’ONU. E poi elezioni. Di cui si sa fin d’ora chi le vincerà, Per cui i fantocci e le loro milizie non le vogliono. E Haftar? Prendere Tripoli con la forza e assicurare a sé e ai libici una nazione riunificata, contro tutti i piani di chi ha dato il via a questa storia? Oppure presentarsi alla conferenza dalle posizioni di forza acquisite (vedi mappa), e imporre comunque la fine della divisione, del cancro islamista e un rapporto con l’esterno che imponga di trattare con una Libia riunita da quella che, giustamente, è chiamata “Operazione Dignità”? Questo è il problema.

Intanto Tripoli sembra la Saigon della disfatta: gli americani che, dall’ambasciata  si arrampicano sulle scalette degli elicotteri, mentre scalciano verso il basso a cacciare i collaborazionisti terrorizzati. Per primi, da Tripoli, sono partiti, raccolti da una portaerei, i Marines. E’ stato il segnale del fuggi fuggi generale dei bonzi di Serraj. Non c’è che dire, è un bel vedere.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:57

PARLA IL MINISTRO DEGLI ESTERI DI MILOSEVIC ——- SERBIA: VITTIME, CARNEFICI E LORO VIVANDIERE ——- IN MARGINE A UN CONVEGNO A FIRENZE

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/04/parla-il-ministro-degli-esteri-di.html

MONDOCANE

SABATO 6 APRILE 2019

Una Serbia che non muore

Zivadin Jovanovic  ha 80 anni, ne dimostra venti di meno, da viceministro degli Esteri fino al 1998 e poi ministro fino alla caduta del governo nel 2000, è stato protagonista e testimone serbo, accanto a Slobodan Milosevic, dell’intera vicenda jugoslava e balcanica. Oggi è il protagonista della custodia, rivendicazione e propagazione della memoria di quanto fatto alla Serbia dalla Nato. Contro le turbe di occultatori e mentitori, è anche il combattente della verità sui Balcani e sulla Serbia di oggi e sui complotti che l’Occidente insiste a tessere a danno di sovranità, integrità e autodeterminazione della Serbia. Alto, snello, dritto e determinato, come uno di quegli abeti rossi che nel Sud Tirolo svettano verso la luce del sole, ha appena organizzato, nel XX dell’aggressione Nato e nel LXX della fondazione dell’Alleanza Militare Atlantica, l’ennesimo  convegno internazionale del Forum di Belgrado per un Mondo di Uguali, da lui presieduto e al quale ho avuto il privilegio di partecipare. Ve ne ho riferito in  www.fulviogrimaldicontroblog.info: Convegno internazionale a vent’anni dall’aggressione – “DIMENTICARE?  PERDONARE?  MAI !” Inviato sotto le bombe, testimone di oggi.

Ci siamo trovati fianco a fianco, in amicizia e causa comune, grazie al modesto contributo che ho potuto dare da responsabile del “Comitato Ramsey Clark per la Jugoslavia” e poi da portavoce, insieme a Enrico Vigna, del “Comitato Milosevic”, che si batteva per la liberazione del Presidente della Federazione Jugoslava e della Repubblica Serba, e per la demistificazione delle menzogne che ne volevano giustificare l’arresto e il processo da parte di un tribunale-farsa.

Le trombe degli eserciti

Jovanovic mi ha concesso l’intervista sull’oggi dei Balcani, sottoposto a nuove minacce da parte degli stessi criminali di ieri e di sempre. La leggerete più avanti. Prima, mi vorrei soffermare brevemente sul contributo che alla tragedia serba hanno fornito quelli che chiamerei “vivandiere”, o “corifei”, dei carnefici. Coloro che, pur passando per oppositori dell’opzione guerra, per “sinistri”, pur lamentando bombe e uranio, ne hanno avvallato gli obiettivi, spesso nel nome della democrazia, dei diritti umani e del dittatore da abbattere. Quella volta e tutte le successive.. Una genìa che non ha mai smesso di prosperare e che, oggi come non mai, rappresenta una conventicola clerico-sinistra di amici del giaguaro e utili idioti per i Grandi Vecchi dei genocidi. Il manto fatto di  buonismo, di carità, solidarietà, democrazia, diritti umani e civili, inserito nel guardaroba dell’epistemologia imperialista, continua a fornirgli copertura e credibilità.

Se ne registra la comparsa sia nell’ante, quando si tratta di condividere calunnie e falsità dell’aggressore, lastricandone la strada; sia nel post, dove ci si può permettere di piangere sui piatti rotti, ma senza mai smentire l’iniziale assunto mistificatorio. Ciò vale per l’operazione global-neoliberista e neocolonialista di spostamento e confusione dei popoli, come per le varie guerre per le quali quella della Serbia – “colpa degli ultranazionalisti, pulitori etnici, dittatori (solo Milosevic, però) del Balcani” – ha fornito il precedente e il modello, con effetto di progressiva normalizzazione di efferatezze belliche, regime change, sanzioni e conseguente passivizzazione dell’opinione pubblica.

Sotto questo cielo, striato di scie tossiche (stavolta vere), a Firenze, vittime, loro difensori e vivandiere del carnefice, sono stati riuniti, all’insaputa dei più della prima categoria, per una grande kermesse per il  20° della frantumazione delle Serbia e il 70° della fondazione Nato. Per un obiettivo assolutamente da condividere, la lotta alla Nato, hanno partecipato alcuni tra i più intemerati assertori della verità e della denuncia, come lo stesso Jovanovic, il canadese prof. Michel Chossudovsky, Diana Johnstone, saggista euro-americana e tra coloro che più a fondo hanno guardato nel pozzo delle mistificazioni e dei delitti Nato, Paul Craig Roberts, analista Usa, Peter Koenig, analista svizzero. Gente davanti alla quale tutti, non solo i patrioti serbi, devono togliersi il cappello. Gente che ha costituito il plotone di esecuzione politico e morale di mandanti ed esecutori. Tra i relatori degni di attenzione da molti anni, per la profonda e onesta osservazione dei fatti balcanici (seppure spesso presente su una rivista come “Limes”), va citata anche Jean Toschi Marazzani Visconti.

Ma, incredibilmente, perfino preponderanti, accanto ad alcune delle più valide e coraggiose figure dell’informazione corretta e della battaglia per la verità sui Balcani, il battaglione delle vivandiere delle armate con i cingoli e le bombe all’uranio, alla grafite, a grappolo, degli spargitori di veleni perenni attraverso la disseminazione di sostanze chimiche conseguenti a bombardamenti assolutamente intelligenti. Cosacce deprecate, è ovvio, “restiamo umani”, no? Ma che l’altro ieri, ieri e fino a stamattina, non hanno ritirato quanto, da corifei dell’inganno, del rovesciamento dei fatti, avevano avallato: Milosevic macellaio ultra nazionalista, dittatore, repressore delle opposizioni e dei media e pulitore etnico in Kosovo, i serbi tutti in preda a fanatismo nazionalista ed etnico, gli albanesi del Kosovo perseguitati e massacrati, Mladic e Karadzic sterminatori di bosniaci fino all’eccidio di Srebrenica. E intanto correvano a Sarajevo, “città martire” per colpa dei serbi, a straparlare di un assedio  serbo che decimava civili. Erano due le parti in conflitto, ma sono stati i 130mila serbi a essere cacciati, sostituiti dai jihadisti importati dal despota vero, Izetbegovic e di quell’altro fascista, il croato Tudjman, pagati dai sauditi, ma definiti vittime della Grande Serbia di Milosevic. Jihadisti poi ritrovatisi in centinaia in Siria.

Acrobati tra pace e guerra: deprecare i bombaroli e condividerne le ragioni

Uno Slobo iperdemocratico, che tollerava le bugie e i sabotaggi dei media di Soros e Cia , libere elezioni, rivoluzioni colorate in piena aggressione, con libertà d’azione per la Quinta Colonna esterna (Casarini e i suoi centri sociali, i pellegrini di Sarajevo) ed interna (Donne in Nero, monarchici, Otpor, Zoran Djindjic, poi premier per grazia di Washington, che da Vienna indicava ai raid di D’Alema e Clinton gli obiettivi serbi da disintegrare). Io stesso ho potuto incontrare, sotto le bombe, in una sala di governo in pieno centro di Belgrado, dirigenti politici e sindacali d’opposizione , compreso il famigerato Srda Popovic di Otpor (da allora utilizzato in tutti i colpi di Stato), che si vantavano di essere sostenuti dalle “democrazie occidentali”, CIA e NED in particolare.

Il Comitato No Guerra No Nato, che fa capo a Giulietto Chiesa, organizzatore del convegno, ha ritenuto di mettere a fianco di chi ha subito o denunciato i crimini Nato (e dei fantasmi degli oltre 4.000 civili che ne sono morti, delle generazioni di avvelenati da uranio e chimica), coloro che hanno lastricato la via dell’inferno accreditandone le bugie. Manca Casarini, impegnato in mare per impresa analoga a quella di Belgrado, quando è corso ad abbracciate i giornalisti di Soros di Radio B-92. Manca Adriano Sofri, che s’inventò, reiterando la menzogna, due bombardamenti serbi sulle donne al mercato di Sarajevo, poi provati colpi dei bosniaci. Manca Alex Langer, che a Lotta Continua allestiva “processi del popolo”  contro devianti e poi si erse a santone della non violenza, ma sui serbi invocò le bombe.

Ma molti altri ci sono: Tommaso Di Francesco, vicedirettore del “manifesto”, che incontrai mentre gironzolava per Belgrado, mandava a Roma notizie sul despota Milosevic e ribadiva, ancora oggi, sia la “contropulizia etnica” inflitta agli albanesi, sia  la terribile balla di Srebrenica (*). Un suo collega in mestiere e spirito, Salvatore Cannavò, cestinava miei reportage sui profughi Rom del Kosovo, accolti a Belgrado e sistemati nelle ottime case del quartiere della loro etnia, perché tornavano “troppo a favore di Milosevic”. Poi tutti i pacifisti, nonviolenti, protettori dei poveri musulmani di Bosnia, assertori della naturale malvagità dei serbi come constatata a Sarajevo, o biasimatori dei fanatici nazionalisti eredi di Tito: i comboniani con Zanotelli che scriveva: “Una Europa che in tutti questi anni e’ stata incapace di fare una politica seria per i Balcani lasciandola fare solo agli interessi economici, egemonici o imperial, quando proprio l’Europa, dentro la Nato, Germania in testa, era fautrice ed esecutrice della tragedia balcanica. Insieme al papa di Zanotelli, postosi a vessillifero della distruzione.

“Sarajevo, la Gerusalemme d’Europa”

Alberto Negri, allora del Sole24 Ore e ora del “manifesto”, sempre dalla parte di chi è schiacciato da “dittatori”. Oggi denuncia la “minaccia” di Haftar che sta investendo Tripoli. Quella del generale Haftar è l’unica forza nazionale legittima, emanata dall’unico parlamento eletto, sostenuto dai gheddafiani. Ovunque arrivi, viene festeggiato dalle popolazioni patriottiche, salvo che dai jihadisti di Misurata, quelli dello sterminio della popolazione nera a Tawarga, cari al fantoccio Serraj e alla “comunità internazionale”. I religiosi dei Beati Costruttori di Pace, i preti e le suore di Pax Christi (“Sarajevo, la Gerusalemme d’Europa”), soliti a tornare sul luogo del delitto per ribadire le coltellate alla schiena della Serbia, accompagnati anche da questo papa che non si è mai dolto, anzi, del bellicismo del predecessore in armi, ma ne ha ribadito le ragioni. Delle quali l’apparentemente meno complice, ma più infingarda, era e rimane quella che mette tutti sullo stesso piano, croati, bosniaci, albanesi, serbi, Clinton, e poi immerge le mani nella bacinella di Ponzio Pilato. Ma che la pulizia etnica fosse fatta dai serbi, e mai più dagli albanesi sostenuti da Soros e da Madre Teresa fin dagli anni ’60, e poi dai trafficanti di droga e organi dell’UCK, nessuno di questi l’ha mai messo in dubbio.

Neanche la Tavola della Pace, invitata al convegno, ha avuto mai dubbi in proposito. Il suo leader Flavio Lotti, ultimamente visto a fianco dei “ribelli” anti-Assad, è uno che marcia per la pace sottobraccio al bombardiere D’Alema e che ha avallato, senza un attimo di dubbio, ogni campagna diffamatrice inventata dall’imperialismo per far fuori regimi e paesi disobbedienti. Qualche martellata ai chiodi nelle tombe di Milosevic, Saddam, Gheddafi, dei serbi, iracheni, libici, siriani, l’ha data anche lui. Con particolare accanimento.

Ma la ciliegina su questa torta è stato il deus ex machina Michail Gorbaciov, tuttora in vita, con un suo epocale messaggio. Poteva esserci un più splendido coronamento dell’iniziativa che la parola, a quanto pare riguadagnata grazie a qualche borbottio sugli eccessi militari Usa, tra una conferenza multimilionaria e l’altra, tra Boston e Los Angeles, di questo supremo costruttore di ponti tra banche e multinazionali Usa e le macerie dell’URSS?

Gorbaciov e Bush Sr

Concludo. E’ a questo che si arriva quando, come qualcuno ritiene si debba fare, si inalbera il vessillo italiota del volemose bene, dell’uniamoci tutti, anche se del panorama complessivo si condivide solo un albero e del bosco nient’altro. Tocca far numero, anche se poi  qualcuno dei commensali sporca la tovaglia in modo indelebile.  I “poveri bosniaci” sostenuti e compianti da certi commensali di Firenze, hanno avuto lo stesso ruolo dei curdi in Siria. Mercenari al servizio di un progetto nazionicida e sociocida dell’imperialismo USA-UE. Pure in questo caso strumenti consapevoli dello squartamento di un paese democratico, socialista, multiculturale, multietnico, multiconfessionale, antimperialista. Con il risultato, in Siria per ora fallito, di una costellazione di satelliti inoffensivi, subordinati, fuori dalla Storia.

Chissà se  al convegno di Firenze, Tommaso Di Francesco avrà avuto l’occasione di ripetere a colui che è stato per 8 anni l’uomo della politica estera di Milosevic, Zivadin Jovanovic e oggi custodisce la memoria di quelle vicende, che il suo presidente era un despota che praticava “contropulizie etniche”  in Kosovo e che i suoi serbi uccisero 8000 persone a Srebrenica.

Serbi, con voi non abbiamo finito: Grande Albania e altro

Passiamo all’oggi. Nuovi nuvoloni si addensano sulle terre europee degli slavi. Alla Serbia, circondata da frammenti di Jugoslavia diventati Stati Nato, o alla Nato infeudati e inseriti nel corteo armato che Usa, UE e Nato stanno muovendo contro la Russia, si continua a non perdonare di essere stato l’unico paese ad aver avuto ragione, di continuare a non aderire alla Nato, di traccheggiare sull’inserimento-subordinazione alla UE, di denunciare i crimini dell’aggressore e di coltivare rapporti, alleanza e amicizia con la Russia di Putin. Tsipras, il rinnegato greco, accedendo alla nuova denominazione di “Macedonia del Nord” del vicino  settentrionale, ha dato il via libera all’accesso di Skopje ai due grandi concerti della democrazia, della pace e della sovranità popolare: Nato e UE. Manca un altro passo decisivo per la destabilizzazione-normalizzazione dell’assetto dei Balcani uscito dalla guerra Nato: la Grande Albania.

La riunione in un unico Stato, inesorabilmente atlantista e islamista, di “tutte le terre su cui vivono albanesi”, formula che imperversa da Tirana a Pristina, dal Montenegro alla Macedonia del Nord, alla Grecia e alla Serbia e che riecheggia quella di Hitler relativa alle terre su cui c’erano tedeschi, dovrebbe essere il prossimo passo. Comporterebbe la mutilazione del Montenegro, la cui parte meridionale è popolata da Greci e albanesi, della Macedonia, in cui gli albanesi sono disseminati ovunque, ma anche i greci, e della Serbia, che annovera una minoranza albanese nella valle di Presevo. E si può immaginare con quali conseguenze: maggioranze che diverrebbero minoranze, sul modello tragico e feroce dei serbi sopravvissuti a Mitrovica, in Kosovo, alla pulizia etnica dell’UCK.

Trattative molto opache su uno scambio di territori, sotto l’egida delle potenze vincitrici, si sarebbero svolte tra Vucic e il narcos Thaci, presidenti rispettivamente di Serbia e dello pseudostato kosovaro, a latere di questo progetto imperial-albanese con griffe Nato. Vucic le ha disconosciute, forse sotto la pressione di un’opinione serba che in quasi tutte le sue componenti, rifiuta ogni cedimento sull’identità storica serba del Kosmet. E il milione di profughi dalle terre sottratte alla Serbia e da questa ospitato, un decimo della popolazione attuale, non glielo consentirebbe mai.

Del resto, con un Kosovo in cui Mitrovica Nord popolata da serbi passerebbe alla madrepatria e in cambio vi entrasse la valle serba popolata da una minoranza di albanesi, le istituzioni serbe che, bene o male, in Kosovo convivono con quelle albanesi a Pristina, cesserebbero di esistere e le restanti enclavi serbe sparse su tutta la regione sarebbero alla mercè di chi in Kosovo ha bruciato 230 monasteri, cacciato 300mila tra serbi (di cui solo 1% sono rientrati), Rom e altre nazionalità, fattosi portinaio della più grande base Usa d’Europa e principale ponte per il passaggio  della droga afghana in Europa.  Il Kosovo riceverebbe il riconoscimento degli 80 Stati che finora lo hanno rifiutato. Un abominio non meno gravido di disastri di una Grande Albania nel ruolo di Israele in Medioriente. Alla Serbia occorre lo spirito del suo popolo e una mano da Putin e Xi Jin Ping.

(*)Sempre su Srebrenica articolo interessante: http://informare.over-blog.it/2014/07/il-massacro-di-srebrenica-un-altro-falso-pianificato-con-cura-dagli-americani.html
La cosa più interessante è l’esistenza di un “rapporto redatto sui fatti di Srebrenica da una commissione speciale del governo della Republika Srpska” che “pur ammettendo che sporadici episodi di giustizia privata e di vendetta sommaria possono aver avuto luogo ai danni della popolazione musulmana, evidenzia come fu proprio la presenza sul campo e la determinazione del generale Ratko Mladić a scongiurare il reiterarsi di tali circostanze”. Rapporto che guarda caso non è mai stato tradotto dall’ONU che ha preferito farne redigere una propria versione.

Mia intervista a Zivadin Jovanovic


La UE e la Nato circondano la Serbia . Vi sentite isolati o fidate, per conservare sovranità e indipendenza, nel fronte alternativo di Russia e Cina?

Sono convinto che l’opzione migliore per la Serbia sia il mantenimento di relazioni equilibrate tra Est e Ovest, per restare libera e neutrale. Per questo occorrono buoni rapporti di vicinato con la UE e la Nato e, allo stesso tempo, l’espandersi della collaborazione strategica con Russia, Cina e altri paesi importanti. Ricordandoci che la Serbia non ha mai fatto parte di un’alleanza militare, una tale politica rispetterebbe sia le esperienze storiche della Serbia , sia i profondi mutamenti attuali nei rapporti globali.

Cosa si ripromettono le manifestazioni e i tumulti delle opposizioni contro il governo, con la loro curiosa combinazione di destre e sinistre. C’è qualcosa che ricorda il movimento del 2000-2001 di Otpor?

Non riesco a vedere alcun programma o visione coerente nell’opposizione serba. Alcuni dei capi lo erano anche con Otpor, per cui le affinità col passato non sorprendono. Sono la loro seconda natura. Altri leader sono detriti  della passata coalizione antisocialista e ripetono la formula del “nuovo accordo con il popolo”. Ma non spiegano cosa ne sia stato dell’accordo precedente, che avrebbero concluso con il popolo nel settembre 2000. A cosa puntavano quando, l’altro giorno, hanno fatto irruzione nelle redazioni della TV RTS (Tv di Stato), nel preciso momento in cui la nazione commemorava le vittime della criminale aggressione Nato di vent’anni fa e la Serbia è sottoposta a nuove pressioni perché riconosca il furto delle provincie di Kosovo e Metohija in cambio dell’entrata nell’UE, chissà quando dopo il 2030!

Viviamo in un’epoca in cui globalizzazione, militarizzazione, finanzcapitalismo totalitario attaccano la base stessa della sovranità e autodeterminazione delle nazioni e infrangono ogni legge e trattato internazionali. Quale sarà il futuro e ci sono forze che sapranno resistere?

Il nostro futuro è incerto e contiene molti rischi, compreso il pericolo di un conflitto globale. La “Sacra Trinità” del capitalismo liberista multinazionale, la strategia del dominio e la Nato come suo strumento sono la principale fonte delle minacce alla pace e alla stabilità. A partire dall’aggressione Nato del 1999 alla Jugoslavia, il principio militarista nel processo decisionale ha occupato tutte le sfere della vita politica, economica e sociale. Nell’UE, ad esempio, infrastrutture civili come ferrovie, autostrade, ponti, aeroporti, dovranno in futuro soddisfare standard militari. Paesi membri devono anche reclutare imprese che garantiscano la sicurezza nazionale, ma sottratte alla trasparenza del libero mercato. Aggiungiamo a ciò l’assoluto disinteresse per i trattati internazionali, la nuova corsa alle armi, comprese le nucleari, la proliferazione di basi all’estero, soprattutto nelle regioni della “nuova Europa”, abbondano i motivi di preoccupazione e per chiederci dove siamo diretti. Un nuovo ordine mondiale, fondato sul multipolarismo apre spazi alla democratizzazione delle relazioni internazionali, al partneriato e a una cooperazione win-win. Le forze della pace dovrebbero evolversi, rafforzarsi e unirsi, al fine di fermare la globalizzazione di guerre, sfruttamento e povertà. Media di massa indipendenti sono chiamati a sostenere questi obiettivi e sforzi.

Kosovo-Metohija e Grande Albania: una nuova minaccia per i Balcani e l’Occidente. Come affrontarla?

La questione di Kosovo e Metohija può essere risolta soltanto rispettando i principi base del diritto internazionale. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244 (1999) garantisce la sovranità e integrità territoriale della Serbia, che della Jugoslavia è il successore legale, e autonomia essenziale alla provincia di Kosovo e Metohija all’interno della Serbia. Premere sulla Serbia e perfino ricattarla, come fa l’Occidente, per legittimare il furto di territori dello Stato, significa caricare un potenziale conflitto di conseguenze incalcolabili. Questa problema non può essere affrontato solo dal punto di vista degli interessi geopolitici dei grandi paesi occidentali, nel quadro della loro “espansione ad Est”. Per una soluzione equa e sostenibile il processo negoziale deve includere anche Russia e Cina, vale a dire tutti i membri permanenti del CDS. Non dobbiamo dimenticare che vi sono molti “Kosovo” in lista d’attesa sul continente euroasiatico.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:50

Garibaldi? Ma quale eroe. Fu solo un invasore al soldo dei piemontesi

https://www.jedanews.it/blog/garibaldi-invasore-eroe-inventato/?fbclid=IwAR2ZrNT-8MMa8Vh9n9xpd_fYH0tb8wUJsM3KH0dkVmKgL3wrkp74ysI8snQ

E’ ora di dire “basta” a questa paccottiglia su Garibaldi! In un’era in cui si revisiona la Resistenza e la Costituzione (le basi della nostra repubblica), si inizi a picconare quel falso mito del Risorgimento.

Garibaldi

Che cosa diremmo oggi se un nugolo di avventurieri, foraggiati dal governo turco, partissero alla conquista di Cipro? Come minimo si beccherebbero l’accusa di terroristi.

E’ possibile nel 2016 sorbirsi la stessa retorica delle camice rosse e dei “mille” e non ricordare che il “merito” di questi pseudoeroi mercenari (come Garibaldi) , foraggiati dalla massoneria e dai servizi segreti britannici, fu solo quello di invadere uno stato sovrano, prospero e secolare come il Regno delle Due Sicilie con la complicità della mafia e delle truppe di uno stato invasore come il regno dei Savoia, alla faccia di ogni diritto internazionale? Ma dove è questa impresa? Ma chi li voleva i “liberatori” garibaldini e sabaudi? Ma quale stato dovevano liberare? E da chi? Dai loro legittimi sovrani (i Borboni)?

Tutti questi storici ansiosi di celebrare il falso mito di Garibaldi vadano a tirar fuori i dagherrotipi e i documenti custoditi negli archivi delle Prefetture e delle Questure del Sannio, dell’Irpinia, della Puglia, della Lucania, degli Abruzzi, del Molise, della Terra di Lavoro, della Calabria (insomma di quasi tutto il Sud) e restino scioccati dalle stragi, dagli incendi, dalle devastazioni, dai genocidi compiuti dal 1860 al 1865 nel sud Italia durante quello che al storiografica dell’Italietta ottocentesca definitì “Brigantaggio” e che invece fu solo una grande guerra di popolo e di liberazione repressa nel sangue! Al confronto degli artefici di queste “imprese” Kappler, Reder e Priebke sono dei dilettanti!

Tutti noi ricordiamo (e anche giustamente – Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Caiazzo e altri luoghi delle rappresaglie nazifasciste. Ma chi ricorda, chi ha dedicato vie e piazze e monumenti a Castelduni, Pontelandolfo, a Gaeta, a Civitella del Tronto e ai centinaia e centinaia di paesi del Regno delle Due Sicilie messi a ferro e fuoco dall’esercito invasore piemontese che trattò il neoconquistato Regno di Francesco II di Borbone come o peggio di una colonia? Nemmeno il Fascismo si spinse a così tanta barbarie e repressione nei confronti dei libici negli anni ’20 e ’30.

Non vogliamo – giustamente – avere vie e piazze intitolate a Tito, ma accettiamo che lo siano a Bixio, Farini, Cialdini e al mercenario Garibaldi, che furono solo dei criminali di guerra. Sì, anche Garibaldi perché la prima rappresaglia, quella di Bronte, fu compiuta propria dai suo fedelissimi generali. Perché non dire finalmente quella che fu la conquista del Regno delle Due Sicilie, il tradimento messo in atto dalla massoneria e dai corruttori inviati da Cavour che si comprarono ministri del governo borbonico?

Perché non ricordare che i tanto celebrati “Mille” vennero a patti con la Mafia siciliana e con la Camorra napoletana per comprarsi i potentati locali? E perché non ricordare che il popolo, quello vero, i meridionali rimasero fedeli, fino alla morte più atroce, al loro Re e alla loro Patria? Le gesta di schiere di cafoni e di cosiddetti “briganti” (Ninco Nanco, il generale Borghes, Carmine Crocco), che nulla hanno da invidiare ai partigiani della Secondo Guerra mondiale? Anzi, diciamola tutta: la vera Resistenza, intesa come lotta di popolo, che l’Italia ha conosciuto non è quella del ’43-45, ma quella vissuta nel Sud Italia dal ’60 al ’65!

Non sono chiacchiere: basta leggere i documenti! Invece di allestire mostre sui “cimeli” garibaldini, gli storici e i curatori di musei, facciano vedere al pubblico gli orrori che i bersaglieri, i carabinieri e i garibaldini commisero ai danni dei sudditi di Re Francesco. Immagini di donne stuprate, di uomini massacrati, torturati, decapitati, di villaggi incendiati, di montagne deforestate.

Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che la nascente industria settrentrionale fu foraggiata con il denaro pubblico delle casse statali borboniche? Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che il denaro pubblico e le riserve auree del secolare Regno di Napoli furono depredate per ripianare il debito pubblico del Piemonte? Perché non riveliamo che subito dopo la “liberazione” dei Mille e dei Piemontesi, nei villaggi dal Tronto allo Ionio i contadini si affrettarono ad abbattere le insegne tricolori degli invasori e ad issare di nuovo la loro vera e legittima bandiera, il giglio borbonico?

Perché non ammettiamo che i famosi plebisciti del 1861 furono una farsa in quanto vi parteciparono solo il 2% della popolazione in seggi elettorali che erano tutto un trionfo di stemmi sabaudi, busti del “re” cosiddetto “galantuomo” e di tricolori che ben presto di sarebbero macchiati del sangue dei meridionali? Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che l’eroe dei due Mondi aveva il vizio di andare a “rompere le scatole” – come diremmo oggi – agli stati sovrani, prendendosela anche con lo Stato pontificio (1866) che al tempo non aveva nulla da invidiare all’Iran degli Ayatollah in quanto a … liberalismo, ma era pur sempre uno stato sovrano i cui sudditi non smaniavano certo di passare sotto i Savoia? Perché questa sinistra che si professa libertaria, si impossessa del “mito Garibaldi” o del mito della repubblica partenopea, di realtà che in fondo erano solo l’esplicitazione della repressione delle patrie e dei popoli?

Quando si parla del Sud, del suo sottosviluppo post unitario, della sua arretratezza, bisogna una volta per tutte, anche a scapito del meriodionalismo straccione e piagnucolone di Giustino Fortunato, di De Sanctis, di Tommaseo e di altri intellettuali che oggi potremmo definire tranquillamente come “venduti e traditori”, ebbene bisogna avere il coraggio di ammettere che quel sottosviluppo ha un responsabile ben preciso: la repressione feroce, anche ambientale, che il governo di Torino compì sulla colonia quale era considerato l’ex Regno delle Due Sicilie.

Da quella forzata “Unità d’Italia” si avvantaggiò quella classe borghese e arruffona che è stata la rovina del Sud e di tutta l’Italia. Se di eroi si deve parlare, questi non sono i piccolo borghesi avidi di affari al seguito del mercenario Garibaldi, Nel XXI° secolo è ora di celebrare i patrioti e gli eroi che resistettero fedeli al loro re Borbone a Gaeta e a Civitella del Tronto, e ai sudditi meridionali che furono massacrati, deportati nei lager del Piemonte, imprigionati.

Quanti sanno che a Fenestrelle, vicino Cuneo, operò un vero e proprio campo di concentramento dove furono confinati e lasciati morire migliaia e migliaia di capi briganti, ex ufficiali borbonici, capi contadini, colpevoli secondo la storiografia italica di “non volere l’Italia”, in realtà colpevoli solo di voler difendere la loro Patria! A Francesco II e il suo Regno, abbandonati da tutti, da Vienna, dagli zar (pur suoi alleati), dalla Royal Navy che pure poteva intervenire per fermare i “Mille”, mancò una cosa: un esercito di popolo fatto di contadini, di artigiani, di commercianti, delle classi umile ma maggioritarie allora.

Se il Regno di Napoli avesse avuto un esercito di popolo (sul modello francese) e non di mercenari, stiamo certi che i “Mille” non avrebbe neanche fatto un passo in più sulla costa di Marsala.

Fonte: orgoglio sud

IN MEMORIAM ANTOINE GIZENGA 1925-2019

Luc MICHEL pour PANAFRICOM/

2018 02 25/

PANAF-NEWS - LM in memorian gizenga (2019 02 26) FR

Grande figure de l’indépendance et de la vie politique congolaises, l’ancien Premier ministre congolais Antoine Gizenga Fundji et chef du Parti lumumbiste unifié (PALU) est décédé ce dimanche à Kinshasa à l’âge de 93 ans, rapportent plusieurs médias congolais citant divers cadres du PALU. Né en 1925, à Mushiko, dans l’ex-grande province du Bandundu (ouest), M. Gizenga, surnommé “le Patriarche”, a été Premier ministre de 2006 à 2008 lors du premier mandat de l’ex-président Joseph Kabila à l’issue des premières élections libres de l’histoire de la République démocratique du Congo (RDC).

Lors de ma grande tournée politique dans la région des Grands-Lacs en mai 2016, j’avais eu l’honneur d’être reçu par le Grand combattant Gizenga :

* Voir sur EODE-TV YOUTUBE :

Luc Michel rencontre le Patriarche Antoine Gizenga

(Reportage de la RTNC)

sur https://www.youtube.com/watch?v=E_cS3hyKXCI

UN GRAND COMBATTANT

UN AMI DE LUMUMBA

UN GRAND PATRIOTE CONGOLAIS

Il continuait à se présenter comme l’héritier spirituel de Patrice Emery Lumumba, l’éphémère premier Premier ministre du Congo.

Considéré comme l’un des pères de l’indépendance congolaise, il devient chef du Parti solidaire africain (PSA), en 1959. Il est ensuite élu député national lors des législatives de 1960, qui précèdent de peu l’indépendance, le 30 juin. Cet ancien séminariste devient ainsi vice-Premier ministre dans le gouvernement de M. Lumumba.

En 1960, quand Patrice Lumumba est assigné à résidence par le chef de l’armée nationale congolaise (ANC) de l’époque, Joseph-Désiré Mobutu, Antoine Gizenga fuit la capitale pour installer le gouvernement à Stanleyville (actuelle Kisangani, nord-est), s’estimant dépositaire de la seule autorité légitime du pays et prend la tête de la République populaire du Congo, une rébellion alors reconnue par 21 pays d’Afrique, d’Asie, et d’Europe de l’Est en février 1961.

Peu après l’assassinat de M. Lumumba, début 1961, il regagne la capitale où il est brièvement emprisonné. A l’issue du conclave de Lovanium en août 1961, il est nommé vice-Premier ministre dans le gouvernement de Cyrille Adoula. Destitué quelques temps après, il est emprisonné jusqu’en 1964 sur l’île Bula Mbemba à l’embouchure du fleuve Congo.

Libéré par le Premier ministre Moïse Tshombe en juillet 1964, il crée le 22 août suivant, avec d’autres dirigeants nationalistes, le Parti lumumbiste unifié (PALU), dont il est élu secrétaire général. Arrêté de nouveau, il est en résidence surveillée pendant 14 mois jusqu’au coup d’Etat de Mobutu du 24 novembre 1965. Il quitte ensuite le pays et reste 25 ans en exil, se réfugiant tour à tour à Moscou, en Angola et au Congo-Brazzaville.

Après le début de la dernière guerre sur le sol congolais (2 août 1998 à juin 2003), un conflit régional impliquant sept pays africains, M. Gizenga participe au nom de “l’opposition politique non armée” aux négociations qui aboutiront à l’établissement en 2003 d’un gouvernement de transition. En 2006, lors des premières élections libres depuis l’indépendance, il se porte candidat à l’élection présidentielle – qui se déroulait à deux tours. Il termine en troisième place, avec 13,06% des voix derrière le président sortant Joseph Kabila (44,81%) et l’ancien chef rebelle et puis vice-président Jean-Pierre Bemba (20,03%).

Ce résultat, couplé à celui des législatives qui ont fait du PALU la 3ème force politique à l’Assemblée nationale, a beaucoup pesé dans le jeu des alliances. M. Gizenga et son parti se sont en effet alliés à l’Alliance pour la Majorité présidentielle (AMP) pour constituer la majorité parlementaire devant désigner le Premier ministre. C’est ainsi qu’il accède à la Primature, dont il démissionne le 25 septembre 2008, évoquant le poids de l’âge.

  1. Gizenga a été élevé en juin 2009 au rang de “héros national”, la plus haute distinction en RDC. Il était malade, mais lucide, et accusait la fatigue lors de ses rares apparitions publiques.

Hommage et respect à un Grand combattant !

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GIORNATA DELLA MEMORIA

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MONDOCANE

DOMENICA 27 GENNAIO 2019

Il maresciallo Rodolfo Graziani massacra la Libia, occupata e seviziata dal 1911, chiude in campi di concentramento (i primi!) metà della popolazione e uccide seicentomila libici, tra civili e partigiani della resistenza, un terzo della popolazione, brucia centinaia di villaggi, bombarda centri abitati e carovane, avvelena i pozzi, impicca centinaia di libici, tra cui l’ottantenne leader della Resistenza, Omar al Mukhtar.

Gli Stati Uniti, dal 1945 ad oggi, iniziando con l’invasione della Corea e poi del Vietnam e poi proseguendo con la storica media di una guerra d’aggressione all’anno, con colpi di Stato, guerre civili innescate ad arte, sanzioni genocide, uccidono 50 milioni di persone nel mondo. Nel solo Vietnam sono uccisi 3 milioni di civili, mentre gli effetti del napalm e dell’agente Orange continuano a far nascere e morire decine di migliaia di bambini deformi.

Re Leopoldo del Belgio, occupante colonialista del Congo, provoca la morte di 20 milioni di congolesi. Il genocidio prosegue nel ‘900 per opera di fantocci dell’Occidente e delle multinazionali che controllano i territori delle risorse mineraria attraverso l’intervento del protettorato franco-statunitense del Ruanda e l’uso di milizie tribali.

Mussolini, nella guerra d’Etiopia, fa uccidere da Graziani e Badoglio 280mila abissini, 5 milioni di buoi, 7 milioni di ovini,1 milione di cavalli, 700mila cammelli. Vengono bruciate 2000 chiese e distrutte 525mila case e capanne. L’Italia perde 4.350 militari coscritti o volontari.

Per assicurare all’Italia Trento e Trieste, che l’Austria è pronta a cedere se l’Italia non dovesse entrare in guerra, e colonizzare il Sud Tirolo, il potere industriale e bancario italiano commissiona al governo Salandra e al re Vittorio Emanuele III l’ingresso in guerra. Cadono 600mila italiani, perlopiù contadini e operai, molti fucilati dai propri ufficiali. Scompare una generazione.

Nella guerra d’Algeria il regime colonialista francese rinchiude 3 milioni di algerini in campi di concentramento della tortura e dello stupro. 1 milione di algerini, su 10 milioni scarsi di abitanti. viene ucciso.

Un milione di antinazisti tedeschi vengono trucidati dal Reich tra il 1933 e il 1940.

Vogliamo parlare di Palestina 1945-2019?

Ci fermiamo qui, con un pensiero al bambino che ogni 3 secondi muore di fame e malattia nel mondo per il modo di gestire l’umanità da parte dell’Occidente.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:33

I 5 STELLE DENUDANO RE MACRON, MERKEL LO RIVESTE—– AQUISGRANA: RISORGE CARLO MAGNO E MUORE L’UE

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/i-5-stelle-denudano-re-macron-merkel-lo.html

MONDOCANE

GIOVEDÌ 24 GENNAIO 2019

 

Carlo Magno contro i 5 Stelle

Supercoppa europea: 5Stelle vs Carlo Magno. Dove per il sanguinario sterminatore dei sassoni pagani, e dunque santo, che riunì Germani e Franchi sulle ceneri dell’impero romano e della civiltà classica, si deve intendere l’Asse franco-tedesco, antieuropeo, un po’ anti-Usa e soprattutto anti-italiano (finche non torna uno come Prodi o Renzi), sancito ad Aquisgrana, città dell’imperatore, sede del primo trattato De Gaulle-Adenauer, per l’egemonia nel continente, simbolo dalla potenza simbolica deflagrante. Sede anche dell’insigne Premio Carlo Magno, forse il più reazionario di tutti i premi, se si trascura qualche Nobel, conferito, et pour cause, a Bergoglio e Woytila papi.

Di Maio, al quale il rientro di Alessandro Di Battista ha fatto l’effetto di un caffèdoppio, l’ha detta grossa: “Alcuni paesi europei, con in testa la Francia, non hanno mai smesso di colonizzare decine di Stati africani. Se la Francia non avesse le colonie africane, che sta impoverendo, sarebbe la 15esima forza economica internazionale e invece è tra le prima per quello che sta combinando in Africa. L’UE dovrebbe sanzionare queste nazioni che stanno impoverendo quei paesi. E necessario affrontare il problema anche all’ONU”. E, mi permetto, anche davanti alla Corte Penale Internazionale, per crimini contro l’umanità, non fosse che quel tribunale-canguro, dal quale finora sono stati inquisiti soltanto persone da Lampedusa in giù, ricorda quell’altro dell’Aja che condannò a morire Milosevic, dopo non averne trovato la minima prova di colpevolezza.

Luigi Di Maio e con lui i Di Battista, Di Stefano, tanti altri e la gran parte della rappresentanza 5Stelle, sbertucciati come incompetenti e sfottuti come sovranisti, nazionalisti, cialtroni, dalla più inetta, asservita e corrotta classe dirigente e dai suoi media euro- primatisti in propaganda e fake news, hanno fatto qualcosa mai visto prima. Qualcosa, in casa e fuori, tra reddito di Cittadinanza, decreto dignità, anti-trivelle, prossimo decreto acqua e disvelamento del colonialismo (non solo) francese alla base della tratta degli schiavi, che ci riaccredita davanti ai tanti che ci hanno dato dei “follower”, illusi o dementi, dei 5 Stelle. E hanno fatto svettare verso l’alto il grafico di una prestazione governativa che passi falsi, arretramenti, cedimenti alla Lega (piano B del Capitale), cazzate (anche di Grillo: la firma ai feldmarescialli dei vaccini), stavano definitivamente appiattendo.

Colonialisti francesi e ascari italioti

Con il che non si concede la benché minima attenuante a gente come certi sinistri “sinistri”, o presunti “sinistri”, tipo il sindacato confederale, la CGIL al congresso, lo schiammazzone Landini della rivoluzionaria “Coalizione Sociale”, soufflé sgonfiato subito, che, dopo aver ingoiato ogni rospo anti-operaio prodiano, berlusconiano, renziano, condito da prebende e vezzeggiativi padronali, non hanno perso un secondo per inveire contro i populisti e i loro decreti “elettorali” (che gli rubavano il mestiere, da decenni mai praticato). E, superato lo stantio problema dei precari, ora giurano che  lotteranno “per l’Europa”.Il che, alla luce del rapporto Oxfam dei 26 satrapi che hanno in mano la stessa ricchezza di 4 miliardi di persone (e ne azzerano i cervelli col digitale) e alla luce dei Gilet Gialli che chiedono una sacrosanta patrimoniale, aborrita invece dal sindacato e dai sinistri, fa venire una leggera nausea. Che poi, in questi giorni, si evolve in ripugnanza alla vista di questi satrapi e rispettivi cicisbei e cortigiane, citati e riveriti come oracoli a Davos, mentre programmano altri prelievi.

Al Mukhtar

Il re scoperto privo di vestiti dal bimbetto nella favola di Hans Christian Andersen, rispetto alle nudità di Macron, rivelate da Di Maio-Di Battista, era vestito più di un lappone sulla slitta dei suoi cani Lapinkoia. Ma la reazione di colui che ci aveva dato dei “lebbrosi”, insieme a tanti altri complimenti di suoi accoliti come Moscovici (“Piccoli Mussolini” ), che ha guidato le soldataglie di terra e aria alla polverizzazione della Libia e tuttora conduce assalti armati (Mali, Ciad, Niger) e colpi di Stato (Costa d’Avorio) contro paesi (Siria e Africa) che le sue multinazionali depredano, una reazione intrisa di arroganza e ottusità, viene applaudita calorosamente dall’intero comparto della nostra regale servitù. Stalle, cucine, fienili, canili, sottoscala, cantine, dormitori, risuonano di plausi.  A suo tempo, e anche oggi, nei paesi francofoni e non, si andava per le spicce con quelli che ci provavano a dimostrare le cose dette da Di Maio:: Patrice Lumumba, Sekour Touré, Thomas Sankara, il nostro Al Mukhtar, Gheddafi…

Alle spiegazioni di come il CFA, il franco coloniale inflitto con ricatti e corruzione a 14 nazioni africane, spogli quelle nazioni, favorendo lo sradicamento delle sue popolazioni produttive e facendo ingrassare, col cambio fisso tra CFA e il tossico euro, le società francesi di uranio, coltan, petrolio, oro, costoro pigolano: “Ma se da quei 14 paesi arriva appena il 10% del flusso migrante!”. E si scordano i milioni sia della Siria, dove la Legione assiste i curdi nelle pulizie etniche di un futuribile “Kurdistan”, di Senegal, Camerun, RCA, Congo…

Colonialisti tra PCI e “manifesto”

Sono tornati

Non dovremmo stupirci. I servi sono stati sempre una maggioranza da noi, e i patrioti una minoranza. Epperò hanno fatto la meglio Storia. Anzi, dovremmo rallegrarci di certe conferme efferate che, quanto meno, fanno chiarezza. Il PCI, al tempo della decolonizzazione, appoggiata dall’URSS, stava con i popolo in lotta di liberazione. Ricordate la “Battaglia di Algeri” di Pontecorvo, capolavoro dell’anticolonialismo? Venne proiettato e dibattuto in ogni sezione. Si direbbe che, oltreché in odio all’URSS, poi perpetuatosi in odio amerikano alla Russia, quelli del “manifesto” abbiano messo su un giornaletto anche per mettere una sigla (“quotidiano comunista”), non sull’anticolonialismo, ma proprio sul colonialismo. Sennò non si capirebbe il parossismo livoroso che questo giornale secerne contro i 5 Stelle e la loro denuncia del colonialismo, specie in firme titolate come quella di Tommaso De Francesco, già affermatosi come piagnucolone sulle bombe contro la Serbia e, al tempo stesso, affossatore di quel paese in quanto demonizzatore, tipo Albright, del suo presidente. E poi le loro Boldrini e Bonino si strappano le vesti sui “discorsi dell’odio”!

Il “manifesto”, che pure riunisce in sé la rappresentanza degli istinti belluini della Confindustria e quelli consociativi del sindacato, ha tuttavia un bacino d’utenza di nostalgici rattrappiti sullo scoglio sul quale si abbattono tutti gli ossimori di quel giornale. Tutto si tiene all’interno di quella che non è schizofrenia del “manifesto” e dei suoi finanziatori (ENI, Coop, ENEL, governi reazionari vari), ma strategia. Se, tenendoti per mano con Confindustria e Banca d’Italia, riversi olio bollente su un provvedimento che, pur tra buche e dossi, prova a dare una sopravvivenza a chi non ha niente. Se ti fa schifo far andare in pensione chi non ne può più e fa spazio ai giovani; se trovi intollerabile offendere il PD e la Fornero stabilizzando per la prima volta un bel numero di precari, se, se…. Allora c’è da stupirsi se a uno che ti svergogna scoprendoti nudo accanto al re colonialista nudo tu rispondi con catapulte di fango?

Ci vantiamo di essere stati precursori, abbastanza in solitaria, di una discorso sulle migrazioni che non partiva dai barconi e dall’accoglienza, ma dalla partenza a casa loro. Dove nessuno buttava un occhio, coperto come l’aveva dalla benda, buona sempre e per tutti, con su scritto “guerra, miseria, persecuzione”. Complice, non cretino, non doveva andare a vedere chi e come andava via a perdersi per sempre in una dimensione che mai più sarebbe stata la sua. Pur sapendo perfettamente, intimo di Soros, non doveva vedere, tanto meno dire di terre sottratte, di fiumi seccati, di coltivazioni rubate e pervertite, di agenti di viaggio con la croce e con il depliant del bel paese, della filiera, tutta privata, da Ong a Ong, che gestisce svuotamenti, da loro, e accanimenti, da noi: genocidi, sociocidi, culturicidi.

Cosa ha fatto la Merkelgermania dopochè la 5Stelleitalia aveva offeso il suo partner bellicista, colonialista e, per sopraprezzo, giustiziere di Gilet Gialli in patria? Ai cattivi italiani ha dato una bella lezione. S’è tirata fuori dall’Operazione Sophia. Quella immane fregatura in base alla quale chiunque vi partecipasse e concordasse con i colleghi trafficanti libici gli appuntamenti tra gommoni e navi, dove scaricare i passeggerei, disperati o avventurosi che fossero, su suolo italiano. Navi tedesche, spagnole, olandesi, francesi, panamensi, tutte all’arrembaggio della merce umana da impiegare come inneschi di scombussolamenti e indebolimenti sociali e arricchimenti privati. Per una volta ha detto bene Salvini: “E chi se ne frega, meglio così”.

Insomma l’Italia, per coloro che hanno messo su il baraccone eurocratico e ci hanno imposto la moneta tedesca, alla stessa stregua del CFA agli africani (e per la sua valuta unica africana, di liberazione dal giogo finanziario colonialista, a Gheddafi è stato fatto quello che Hillary Clinton ha festeggiato), ha osato l’inosabile. Quasi come quando ha offeso a morte la BCE, J.P.Morgan, Rothschild, Bilderberg e l’occhio nel triangolo per aver preteso di difendere una costituzione che a qualche sguattero italico era stato dato il compito di demolire. La risposta è stata immediata, non programmata, forse, ma ha colto l’attimo. L’attimo dell’impudico disvelamento del colonialismo matrice di migrazioni.

E’ partita all’attacco l’ONU. Quella che non ha mai neanche agitato il ditino per una qualsiasi delle guerre di Obama-Trump-Netaniahu-Sarkozy-Hollande….E neppure ha mai rampognato Israele per aver violato, solo fino al 2012, oltre 100 risoluzioni ONU, o l’UE per lasciare affogare gente in mare. Con la sua corazzata degli sradicamenti UNHCR, quella capitanata un tempo dalla Boldrini e con il cacciabombardiere del Commissario ai Diritti Umani, si è avventata sul governo giallo-verde con un annuncio, mai inflitto a nessuno in Occidente, neanche al colonialista bellico Macron, di un’”ispezione per verificare le accuse di razzismo e violazioni dei diritti umani”.

E’ stata una gran mano di vasellina per consentire ai potenti unitisi ad Aquisgrana, all’ombra del mausoleo di Carlo Magno, di infilare qualcosa di duro e doloroso nelle parti sensibili di altri paesi europei, quelli “populisti, sovranisti, razzisti, nazionalisti”, in primis alla reproba Italia. Molti hanno dato all’evento nella città sul confine tra i due megastati europei una valenza poco più che folkloristica, di buona volontà, un deja vue che rinfreschi le appassite glorie di De Gaulle e di Adenauer. Non è proprio così, anche se il solito giornaletto, comunista per burla, si lancia in difesa di Macron, di cui a suo tempo aveva già esaltato il ruolo di “leader progressista europeo” e davanti al quale si era già schierato per parare le turpi denunce 5Stelle di colonialismo in Africa, che, insieme alla povera Merkel, sarebbe il bieco bersaglio dei nazionalisti, sovranisti, populisti. Un po’ come difendere le volpi dagli attacchi delle galline.

Heiliges Römisches Reich Deutscher Nation

“Sacro Romano Impero di nazione tedesca” (SRINT), così Ottone I, erede di Carlo Magno, denominò l’aggregato di popoli dell’Europa centrale che forgiò in impero includendovi la Franconia Occidentale (Francia). Durò, alla fine simbolicamente, 1000 anni, 962-1806, quando venne beneficamente travolto dal laico Napoleone. Lì, però, iniziò una guerra civile europea che sarebbe durata quasi un secolo e mezzo e avrebbe vissuto le sue tragedie maggiori nei due conflitti mondiali. Condotta dalle aristocrazie feudali e poi dalle borghesie capitaliste, a spese di tutti noi, ha celebrato la sua rivincita, ovviamente ad Aquisgrana, con il trattato firmato da Merkel e Macron il 22 gennaio. E se gli Stati dell’Est se ne possono grandemente infischiare, tanto già vanno per conto loro sotto la ferula-protezione degli Usa, il resto, rinchiuso nella gabbia UE, può immaginarsi di sprofondare negli abissi, come un qualsiasi migrante richiamato dalle sirene Ong, o un qualsiasi patriota iracheno ai tempi dell’Isis.

Dello SRINT, impigliata tra gli artigli dell’aquila bicipite, faceva parte anche l’Italia, giù giù, fino al palazzo del papa. Italia a volte riluttante, come con i Comuni, il Rinascimento. Oggi pure rilutta, ma oggi è zavorra, come prima la Grecia, come quelli nella gabbia dell’Isis. Forse si salva il papa che sta sempre e comunque dalla parte giusta, sacra, imperiale. Noi? Da noi, ci crediate o no, dipende dalle stelle. Cinque. Che, secondo i per niente sovranisti di Francia e Germania, vanno spente subito. Che ci riescano o no, sta agli stessi 5Stelle, a quanto popolo li fa brillare e, diciamolo, anche un po’ da Trump, che quel neo-romano impero franco-germanico non lo vede di buon occhio. E, in questo caso, neppure i suoi nemici nello Stato Profondo.

Trattato di Aquisgrana, padroni d’Europa

I nostri acuti e astuti analisti di geopolitica, all’evento di Aachen (Aquisgrana) poche righe hanno dedicato. Perlopiù lo vedevano come uno zoppicante valzerino nel quale due governanti vacillanti si abbracciano per non finire in terra: uno con il fiato dei Gilet sul collo; l’altra a fine di un mandato morsicchiato da populisti di ogni risma. Un qualche sorriso lo suscitavano quei francesi ai quali bruciava la mano tedesca di nuovo su Alsazia e Lorena. Terre del resto popolate da genti germaniche da sempre. ma sottratte a Versailles, come, dall’altra parte, Prussia Orientale e Slesia un quarto di secolo dopo. Sono cose che si pagano.

Invece quel trattato suona a campana a morte per l’Unione Europea, sostituita da un direttorato tra i due paesi più grossi e forti del consorzio fabbricato con i soldi e le cattive intenzioni degli Usa. Hai voglia di puntare il dito sulla fragilità dei due firmatari. Fragili loro, ma puntellati dai ponteggi d’acciaio della grande industria e della grande finanza, loro e dei satelliti nord-europei. Con la Grecia già in discarica, restano da spolpare e poi buttare le appendici mediterranee. Per prima l’Italia, che nonostante questi abbiano fatto shopping industriale da noi, grazie a Prodi, per 70 miliardi, resta il concorrente produttore ed esportatore particolarmente fastidioso, alla faccia del surplus tedesco, il più cospicuo del mondo.

Ordine pubblico e ordine internazionale

Ciò che è sfuggito ai nostri occhiuti geopolitici sono alcune clausole che alle due figurine del ballo sono state fatte firmare da chi ne muoveva i fili: organi e meccanismi inediti per coordinare e il più possibile unificare il militare, il controllo sociale, il neoliberismo, il neocolonialismo, l’industria bellica (Francia con l’atomica, Germania con gli U-Boot e molto altro; quello che ha mandato in rovina la Grecia), i posti all’ONU e le politiche europee e visavis gli Stati Uniti. Pezzo forte, l’Africa, dove la Francia, con la Legione e il CFA, è piazzata bene, ma solo nel Sahel e Subsahara e dove alla Germania toccherà rincorrere Israele, Usa e Cina. A questo punto, l’UE va tenuta in piedi a fare da cornice, ma il quadro lo occupa un apparato di controllo  che la rende del tutto obsoleta. Con l’accelerato sviluppo delle rigogliose industrie militari dei due paesi, per un po’ ancora ancorate alla Nato, ma poi chissà, il militare diventa la politica dell’egemonia continentale e della proiezione esterna. Con l’occhio fisso sull’Africa, serbatoio di tutto quello che gli serve, tranne la gente. Che se la prendano Italia e Grecia, quelli nella gabbia.

Tutto questo  va in direzione ostinata e contraria a quanto si augurava Washington, cioè la Lockheed, la Boeing, la Ratheon e altre, quando esigevano che il contributo degli europei alla Nato salisse perlomeno al 2%. Forse lo gradirà l’Oggetto Misterioso Trump, che della Nato diceva di averne sopra i capelli. E forse vanno visti alla luce dell’incombente, prepotente nuovo sacro impero il flirt tra Trump-Bannon e Di Maio-Salvini e l’uno due dei 5 Stelle al Macron colonialista e il loro ingresso nei Gilet Gialli. Altro che invenzioni elettorali, come, non sapendo a che altro attaccarsi (oltreché ai migranti), le declassificano i gufi. Uccelli che vivono nel buio, tale da non far filtrare neanche un po’ della fioca luce delle stelle. Cinque.

Si congiungono una potenzia economica e un nano militare, con una potenza militare e un colosso nucleare. L’esercito europeo sarà franco-tedesco, con atomiche finalmente condivise dai tedeschi. Gli altri faranno da riserva. L’ordine pubblico, nelle cui tecnologie di controllo e repressione i due sono maestri, sarà assicurato da interventi diretti delle rispettive polizie contro insubordinati, non solo nei due paesi ma, eredi di Eurogendfor,  si occuperanno anche degli altri, sotto copertura residuale UE. Ricordate il tentativo di Fincantieri di prendersi la francese STX, andato in vacca? Succederà all’industria militare italiana, prima concorrente europea di quella francese. Avete visto le CRS contro i Gilet Gialli? Roba da fare apparire boy scout i nostri di Genova 2001.

Ad Aquisgrana muore l’UE e nasce un imperuccio non da poco. Gli altri diverranno marche imperiali, dove si va a passare le vacanze e a mettere resort cosmopolitici al posto delle città e dei territori d’arte, anche approfittando dei terremoti e, a lontananza visiva di sicurezza, discariche operose di migranti scampati a “tortura, stupro, assassinio” nei campi libici.

Sarà vero? Lo giurano i più fertili produttori di fake news della storia giornalistica europea. Vi  si torturerebbe, stuprerebbe, ucciderebbe da otto anni, senza che nessun casco blù, bombardiere Usa, corpo speciale francese abbia mai trovato il tempo per porre fine a queste nequizie, a fotografare i segni della tortura, o un bambino bianco nato da una madre nera (i libici sono bianchi). Abbiamo visto una presunta vendita di presunti schiavi e un sacco di giovani maschi che affollano cortili. Tempo trovato in un battibaleno quando si trattò di cancellare dalla faccia della Terra il paese più felice e ricco dell’Africa. Sarà vero?. Come camperebbero le Ong senza quei campi?)

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:38

1914-18 UN SIECLE APRES … BILAN GEOPOLITIQUE DE LA PREMIERE GUERRE MONDIALE

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 02 02/
LM.GEOPOL - Bilan geopol de 1914-18 (2019 01 02) FR 2

Voici la seconde analyse de 2019 de mon Quotidien géopolitique. Le centenaire de la fin de la Guerre de 1914-18 a été un des grands événements médiatiques et médiatisés de l’année écoulée. Le ton donné révélait l’extrême confusion idéologique des médias et politiciens du Système bourgeois sur cet événement historique. Notamment une constante valse-hésitation entre l’idéologie européiste batarde de l’Union dite « européenne » et les restes faisandés des petit-nationalismes bourgeois qui ont précipité l’Europe, puis le monde, dans la grande catastrophe géopolitique de l’été 1914. 

Seule la Géopolitique pourtant permet de comprendre et de mesurer la portée de la Première Guerre mondiale. Qui continue encore aujourd’hui à avoir des conséquences sur notre monde.

J’ai réalisé pour vous spécialement cette video qui rencontre toutes ces questions : 1914-18 vu et jugé au prisme de la Géopolitique …

* Voir sur PCN-TV/

LUC MICHEL:

1914-18 UN SIECLE APRES …

BILAN GEOPOLITIQUE DE LA PREMIERE GUERRE MONDIALE

sur https://vimeo.com/309003154

Thématiques esquissées :

* Le regard géopolitique :

1914-18, le grand suicide géopolitique de la vieille Europe.

Comment une étincelle à Srajevo a mis le feu aux poudres, leçons pour le monde instable de l’ère Trump.

L’émergence en Europe d’une puissance impérialiste extra-européenne, les USA, seul gagnant de la Première Guerre mondiale.

Les théories géopolitiques anglo-saxonne (Mackinder, Mahan, Spykeman) en action, Washington à la conquête du « heartland » et de la suprématie mondiale (de 1917 à 1943-45).

* Ne pas oublier la Géoidéologie :

La vision du centenaire par les médias du Système révèle son idéologie batarde ou la valse-hésitation entre l’idéologie européiste batarde de l’Union dite « européenne » et les restes faisandés des petit-nationalismes bourgeois qui ont précipité l’Europe, puis le monde, dans la grande catastrophe géopolitique de l’été 1914. 

Aout 1914, la trahison définitive du Socialisme par la Sociale-démocratie européenne embourgepoisée.

Comment les leaders sociaux-démocrates ont envoyé leurs classes ouvrières se faire massacrer dans la grande guerre impérialiste ?

Les « justes de la Babylone sociale-démocrate », le « Groupe de Zimmerwald », Lenine et le parti bolchevique.

Lenine en 1917, ou comment transformer la guerre impérialiste  en guerre révolutionnaire.

* Et l’Afrique :

1918 bien oublié ou négligé en Afrique alors que c’est l’étincelle qui a permis la décolonisation.

Le rôle des bolcheviques, de la Conférence de Bakou (1922) à celle de Bandung (1955).

# ALLER PLUS LOIN :

LES EVENEMENTS A RETENIR …

De l’attentat de Sarajevo, le 28 juin 1914 à l’armistice du 11 novembre 1918, la Première guerre mondiale dans ses moments clefs. Ce conflit a fait dix millions de morts parmi les combattants, des millions d’autres victimes parmi les civils, bouleversé la carte de l’Europe, fait chuter trois empires, provoqué la révolution soviétique, et a porté en lui les germes de la seconde guerre mondiale. Mais aussi permis la décolonisation …

L’ATTENTAT DE SARAJEVO

Ou comment un événement perçu comme secondaire a conduit à l’explosion mondiale ? A méditer à l’ère de Trump, avec son instabilité !

Le 28 juin 2014, le prince héritier de l’empire d’Autriche-Hongrie, l’archiduc François-Ferdinand de Habsbourg, et son épouse Sophie, sont en visite à Sarajevo, capitale de la Bosnie. Cette ancienne province de l’empire ottoman a été annexée en 1908 par l’Autriche-Hongrie, dont la principale rivale dans les Balkans est la Serbie, elle même proche de la Russie. L’étudiant nationaliste serbe de Bosnie Gavrilo Princip tue de deux coups de feu l’archiduc et sa femme Sophie. L’Autriche rend la Serbie responsable de l’assassinat. S’enclenche alors la mécanique qui conduira à la guerre un mois plus tard. Le 28 juillet, l’Autriche déclare la guerre à la Serbie et bombarde Belgrade, après lui avoir adressé un ultimatum le 23 juillet. Le 30 juillet, la Russie, protectrice de la Serbie, décide la mobilisation générale pour intimider l’Autriche. Le 1er août, l’Allemagne, alliée de l’Autriche, et la France, alliée de la Russie, proclament la mobilisation générale. Berlin déclare le même jour la guerre à la Russie. Le 3 août, l’Allemagne déclare la guerre à la France, et les troupes allemandes envahissent la Belgique. Le lendemain, la Grande-Bretagne, alliée de la France et de la Russie, déclare la guerre à l’Allemagne pour violation de la neutralité belge. Le monde est en flamme …

LES ETATS-UNIS EN GUERRE.

LA VOIE DE L’EMERGENCE COMME PUISSANCE MONDIALE

En janvier 1917, pour rompre le blocus maritime britannique qui l’asphyxie, l’Allemagne se lance dans une guerre sous-marine à outrance. Elle espère hâter la fin du conflit en étouffant à son tour économiquement la Grande-Bretagne. Cette stratégie à risque s’avère contre-productive: le 6 avril, les Etats-Unis jusqu’alors attachés à leur neutralité dans le conflit malgré les torpillages de plusieurs de leurs navires –dont en 1915 le “Lusitania” transportant des civils américains mais aussi des armements– déclarent la guerre à l’Allemagne. Le 26 juin, le premier convoi américain arrive en France, à Saint-Nazaire. Le corps expéditionnaire atteint 1 million d’hommes à l’été 1918, puis 2 millions à la fin du conflit. En 1918, les USA sont devenus les créanciers de la vieille Europe et une puissance mondiale.

LA REVOLUTION RUSSE

Entre 1914 et 1917, la Russie perd au combat plus de 2 millions de soldats et d’officiers, en raison notamment d’un armement insuffisant. En mars 1917, une première révolution provoque l’abdication de Nicolas II et la formation d’un gouvernement provisoire, mais ce dernier ne contrôle presque rien et n’envisage pas de se retirer du conflit, devenu très impopulaire dans le pays. En novembre (octobre selon le calendrier orthodoxe alors en vigueur), les bolcheviques prennent le pouvoir et leur première décision est de proposer aux pays en guerre avec la Russie de mettre fin aux hostilités. Lénine conclut avec les Allemands à Brest-Litovsk (Bielorussie) le 15 décembre un armistice, qui met fin aux combats, puis le 3 mars 1918, un traité qui fait perdre à la Russie une grande partie de ses territoires occidentaux au profit de l’Allemagne (Pologne, Pays baltes, Finlande notamment). Mais Lenine sait que ce sera provisoire, il attend l’extension de la révolution russe à l’Allemagne. Ce qui échouera de peu. En 1918, la guerre continue à l’Est contre les bolcheviques cette fois. Qui la gagneront !

1918 VOIT LA DESTRUCTION DE TROIS EMPIRES :

APRES LA GUERRE UNE NOUVELLE CARTE DE L’EUROPE ET DU PROCHE-ORIENT

La guerre signe l’arrêt de mort d’un empire russe déjà mal en point.

La défaite de 1918, suivie du Traité impérialiste de Versailles, dépèce le IIe Reich de Bismark et prépare la voie à la Seconde guerre mondiale. On dira que Hitler est « l’enfant naturel » du Traité de Versailles. La république de Weimar qui succède au Reich est un régime bourgois instable et faible. Il est hypothéqué par l’alliance entre la Sociale-démocratie allemande et les généraux allemands, qui écrasent ensemble la révolution communiste (« Spartakiste », issus du « Groupe de Zimmerwald »). La guerre par ailleurs continue en Silésie contre la Grande-Pologne et dans le « Baltikum » (les pays baltes) contre les bolcheviques. Hitler en récoltera les fruits vénéneux …

L’empire d’Autriche-Hongrie, dirigé par la dynastie des Habsbourg, a été la puissance dominante en Europe centrale pendant cinq siècles. Il s’étendait en 1914 de la Suisse à l’Ukraine, rassemblant une douzaine de nationalités différentes. Mais les sentiments nationalistes vont saper l’unité de l’empire qui implose à partir de l’automne 1918. Le 28 octobre, naît la Tchécoslovaquie. Le lendemain, les Slaves du sud créent la Yougoslavie tandis que, le 1er novembre, une insurrection éclate dans la capitale hongroise, Budapest. Deux jours plus tard, l’empire est formellement dissous lors de la signature de l’armistice entre l’Autriche-Hongrie et les puissances victorieuses, États-Unis, France et Grande-Bretagne. Le 12 novembre, la République d’Autriche est proclamée.

Une nouvelle Europe semet en place, elle porte en elle les germes mortels de la Seconde guerre mondiale :

La conséquence de l’effondrement des deux empires est la partition de l’Europe centrale en plusieurs États. Outre la Tchécoslovaquie et la Yougoslavie, la fin de la guerre débouche sur la renaissance de la Pologne (auparavant éclatée entre l’Autriche, la Russie et la Prusse) qui veut réaliser « la Grande-Pologne », sur une « Grande-Roumanie » impérialiste, et à quatre nouveaux Etats constitués à partir de territoires russes: Finlande, Estonie, Lituanie et Lettonie. La Hongrie perd les deux-tiers de ses territoires. L’Italie reçoit une partie du Tyrol et “le reste”, selon le mot du chef du gouvernement français Georges Clemenceau, devient l’Autriche contemporaine.

Le 1er décembre 2018, c’est la proclamation par le roi Ferdinand de la Grande Roumanie, laquelle vient remplacer le Vieux Royaume créé en 1878 à partir de la réunion de la Valachie et de la Moldavie. Ce premier royaume qui s’était émancipé de l’Empire ottoman était un royaume frustré, qui aspirait à davantage de territoires. En 1918, cette Roumanie double en taille et en population, et c’est elle qui est considérée comme fondatrice du pays actuel, dont la fête nationale est du reste célébrée le 1er décembre. Elle annexe la Bessarabie, obtenue de la Russie en pleine révolution bolchevique, la Bucovine, après que le 28 novembre 1918, le Conseil général de cette région ait voté son détachement de l’Autriche, le Banat, ancienne terre hongroise, qui sera partagé en février 1919 entre la Roumanie et la Yougoslavie, autre nouvel État créé le même jour, le 1er décembre 1918, afin que ces deux pays proches de la France s’entendent au mieux – mais la Roumanie regrettera toujours de n’avoir pas obtenu l’intégralité du Banat. Et enfin la Transylvanie arrachée à la Hongrie. Entre 1939 et 1945, Staline lui fera payer au prix le plus cher cette politique d’annexions !

La dislocation de l’Empire ottoman suit la défaite ottomane :

Lorsque le sultan Mehmet V proclame la “guerre sainte” contre la France, la Grande-Bretagne et la Russie le 24 novembre 1914, l’empire ottoman a déjà été amputé de la plupart de ses possessions européennes. Les revers subis dès 1915 sur le front russe vont servir de prétexte contre la minorité arménienne.

Selon les estimations, entre 1,2 million et 1,5 million d’Arméniens ont été tués pendant la guerre. La défaite de l’empire ottoman, en 1918, parachève son dépeçage. Un premier traité, signé à Sèvres en 1920, est rejeté par les nationalistes turcs, rassemblés autour du général Mustapha Kemal Atatürk, qui poursuit les combats contre les Arméniens, les Grecs et les Français, et renverse le sultan. La Turquie, devenue une république, impose un nouveau traité aux Alliés qui sera signé à Lausanne en 1923. Elle conserve l’Anatolie et les Détroits mais perd toutes ses possessions arabes.

LA FRUSTRATION ARABE :

OU LES MANIUPULATIONS FRANCO-BRITANNIQUES AU PROCHE-ORIENT

En Mésopotamie et en Palestine, les Britanniques ont en effet pu vaincre l’Empire ottoman grâce au soulèvement des tribus arabes, auxquelles ils font miroiter l’indépendance. L’action de Lawrence d’Arabie, archéologue britannique devenu officier de liaison, est à cet égard déterminante. Mais les Britanniques s’entendent secrètement avec les Français dès mai 1916 pour se répartir le Proche-Orient, en vertu des accords Sykes-Picot: le Liban et la Syrie à la France, la Jordanie et l’Irak à la Grande-Bretagne. Ce partage en règle va nourrir la frustration des Arabes. La fameuse “Déclaration Balfour” (1917) ajoute à la confusion. En soutenant “l’établissement après la guerre d’un foyer national juif en Palestine”, le ministre britannique des Affaires étrangères, Arthur Balfour, pose les bases de la création, trente ans plus tard, de l’État d’Israël, semant les germes d’un conflit qui continue aujourd’hui à déchirer la région.

(Sources : AFP – EODE Think Tank)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

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Giorno della Memoria – Leggi Razziali

A proposito delle “Pietre ad inciampo” perchè non posarne qualcuna con i nomi di quei Prefetti, Questori, Magistrati e Funzionari vari che durante il fascismo si diedero da fare per fare rispettare ed applicare leggi infami.

Se Mussolini potette fare tutto quello che ha fatto, è perchè aveva molti collaboratori.

Leggi Razziali VIDEO 

leggi razziali

 Le leggi razziali. Ottant’anni. Perché tutti le approvarono. E perché contro gli ebrei.

leggi razziali Ottant'anni.

 

Giorno della Memoria – 1938 le Leggi Razziali – da Passato e Presente – RAI 3

Leggi Razziali

Il 16 ottobre 1938, in Italia, entrarono in vigore le Leggi Razziali (ancora non eravamo in guerra), VERGOGNA!

Leggendole oggi potrebbero addirittura sembrare ridicole ma le conseguenze furono TRAGICHE per milioni di esseri umani.

Le Prefetture avvalendosi della fattiva collaborazione delle Questure, notoriamente incapaci nel perseguire i veri criminali, dimostrarono in questo caso, una straordinaria efficienza, classificando, nell’arco di poche settimane, oltre 40 milioni di italiani in base agli ottavi di sangue ebraico e questi elenchi furono poi ovviamente consegnati agli occupanti nazional-socialisti Tedeschi che ebbero quindi facilitato il loro “lavoro”.

Da osservare il che se si fossero comportati “normalmente”, senza rischiare nulla, per una attività del genere avrebbero impiegato anni e si avrebbero avuti gli elenchi solo a guerra finita, quindi con tanti morti in meno.

Che la vergogna perenne cada sui responsabili di questa infamia, di questo crimine.

Da non dimenticare il che i solerti magistrati non si “tirarono” quasi mai indietro quando si trattava di applicare le Leggi fasciste, avrebbero potuto anche solo “tirarla un po’ alla lunga” come da loro normale abitudine, invece sovente lo fecero molto rapidamente e “volentieri “.

Gli attuali “occupanti” dei posti in Prefettura, in Questura ed in Magistratura, oggi si comporterebbero diversamente? Credo proprio di no, oggi come allora affermano di eseguire da solo ordini, e lo fanno sempre con scrupolo e “volentieri”.

BOGSIDE STORY A FIRENZE

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/

MONDOCANE

DOMENICA 30 SETTEMBRE 2018

Mia foto di Jack Duddy, 16 anni, ucciso dai parà britannici il 30 gennaio 1972, “Domenica di Sangue”. Un racconto dettagliato di “Bloody Sunday” è nel mio libro “UN SESSANTOTTO LUNGO UNA VITA”, seconda edizione, editore Zambon.

 Mia foto di Padre Edward Daly e soccorritori mentre cercano di sottrarre alle pallottole dei parà britannici il corpo senza vita di Jack Duddy


Il filmato mostra il mio incontro con Martin McGuinness, già comandante dell’IRA e poi vice primo ministro dell’Irlanda del Nord, morto pochi giorni dopo la commemorazione del 45° anniversario di Bloody Sunday. Martin, un grande e valoroso amico, salvò la mia pelle e il mio materiale audiovisivo la notte dopo la strage, sottraendomi alla caccia dei militari britannici e contrabbandandomi nella Repubblica, a Dublino.

https://www.comingsoon.it/film/bogside-story/54853/video/  Trailer del film “Bogside Story”

Dall’8 al 25 ottobre il docufilm “Bogside Story” verra proiettato a Firenze nello storico cinema “LA COMPAGNIA”, in Via Cavour 50, a due passi dal Duomo. Orari e date in calce a questo comunicato.

 Bogside story” verrà introdotto e commentato dal sottoscritto Fulvio Grimaldi che nel film rappresenta una specie di filo rosso tra gli eventi del 30 gennaio 1972, “Bloody Sunday”, e la Derry e l’Irlanda del Nord non pacificata di oggi, anche alla mano degli splendidi murales con cui un trio di artisti di Derry , a volte riproducendo  le fotografie di Grimaldi  del massacro di civili manifestanti, compiuti dai parà di Sua Maestà, hanno fatto di Derry un’impressionante e affascinante galleria d’arte e di storia della lotta contro  l’occupazione britannica e la repressione unionista. Una vicenda rivissuta al presente e splendidamente raccontata dagli autori del film, Forte e Laino. Un documento particolarmente prezioso e di grande drammaticità è la registrazione audio che ho potuto fare della quasi intera sparatoria, un elemento di prova decisivo della esclusiva responsabilità britannica della strage.

 La”Domenica di Sangue”, che ha visto trucidare 14 cittadini inermi che manifestavano pacificamente per elementari diritti civili – casa, lavoro, sanità, ambiente, scuola, libertà d’espressione – da sempre negati alla popolazione autoctona repubblicana, è stata una vera svolta nella mia vita di giornalista e di essere umano grazie alla rappresentazione emblematica della ferocia  del potere, del cinismo, della capacità di uccidere innocenti e di avvolgere tutto questo nella nebbia della menzogna. Ne trassi l’occasione, essendo l’unico giornalista, insieme a un fotografo francese, riuscito a superare le barriere militari con cui il governo di Londra aveva tentato di bloccare ogni sguardo e ogni udito sulla strage programmata, per uno scoop internazionale che annichilì le versioni ufficiali dell’accaduto e ristabilì la verità, poi confermata da una serie di inchieste giudiziarie a cui le testimonianze mie e dei cittadini di Derry costrinsero il governo. Ritorno oggi in una Derry che non dimentica.

 Il resto sul film ve lo dice la scheda qui sotto.

 Il link in testa porta a un trailer del film.

Bogside Story

Titolo originale: Bogside Story

Bogside Story è un film di genere documentario del 2017, diretto da Rocco Forte, Pietro Laino, con Fulvio Grimaldi e Tom Kelly. Uscita al cinema il 20 settembre 2018. Durata 75 minuti. Distribuito da Distribuzione Indipendente.

DATA USCITA: 20 settembre 2018

TRAMA BOGSIDE STORY:

Bogside Strory, il documentario diretto da Rocco Forte e Pietro Laino, narra la storia dell’autorevole giornalista Fulvio Grimaldi, unico foto-reporter italiano a documentare la pacifica Marcia per i diritti civili del 30 Gennaio 1972 a Derry, culminata con il massacro tristemente noto con il nome di Bloody Sunday.

Fulvio Grimaldi torna in Irlanda del Nord, 45 anni dopo, per testimoniare alla terza inchiesta sul Bloody Sunday.
A Derry scopre che sulle mura esterne delle case del Bogside, il più importante quartiere cattolico della città, sono dipinti dei murales che raccontano gli eventi più significativi della recente storia nordirlandese. Affascinato dalla potenza comunicativa dei murales, uno dei quali ispirato alla sua fotografia divenuta icona della “Domenica di Sangue”, Fulvio entra in contatto con The Bogside Artists, gli autori dei murales, e con le persone che furono coinvolte negli eventi dipinti.

Prende vita così un viaggio tra passato e presente intriso di arte, storia e profonde emozioni. Gli incontri, i ricordi e le testimonianze determinano una drammatica immersione nella realtà di quel luogo e ne raccontano la sua storia: Bogside Story.

SPETTACOLI | VAI AL PROGRAMMA

LUNEDI’ 8 OTTOBRE, ORE 17.00
MERCOLEDI’ 10 OTTOBRE, ORE 15.00
MARTEDI’ 16 OTTOBRE, ORE 19.00
SABATO 20 OTTOBRE, ORE 19.00
DOMENICA 21 OTTOBRE, ORE 17.00
LUNEDI’ 22 OTTOBRE, ORE 21.00
MARTEDI’ 23 OTTOBRE, ORE 15.00
GIOVEDI’ 25 OTTOBRE, ORE 17.00

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:58