L’isola Calva: il Gulag dimenticato di Tito

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Nel Mar Adriatico si trovano le isole Quarnerine, una serie di isolotti di appartenenza della Croazia, fra le quali la più famosa è l’Isola Calva, sede nel secondo dopoguerra del famigerato campo di prigionia del dittatore jugoslavo Tito. L’Isola Calva (in croato Goli otok) si trova a 3,3 chilometri dalla costa croata, dalla quale è separata dal canale della Morlacca. L’isolotto è di piccole dimensioni, una superficie di 4,54 chilometri quadrati, che al momento risulta disabitata. Il nome di Calva deriva dalla sua aridità e dalla vegetazione quasi inesistente.

Un’isola brulla e anonima, come tante nell’Adriatico, se non fosse che dal 1949 al 1989 l’Isola Calva è stata sede di un campo di rieducazione politica voluto dal generale Josip Broz, passato alla storia con il nome di Tito, per isolare i suoi oppositori e convertirli al socialismo jugoslavo.

L’isola Calva, fotografia di Roberta F condivisa con licenza CC-BY SA 3.0 via Wikipedia:

Tito era stato a capo dei partigiani jugoslavi durante l’ingresso della Jugoslavia nella Seconda guerra mondiale a fianco delle forze alleate britanniche, francesi e sovietiche. Concluso il conflitto bellico, nel 1949 il futuro dittatore jugoslavo, definito lo strappo con l’URSS di Stalin con l’inizio del “Periodo Informbiro”, è Primo ministro della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia sotto la presidenza di Ivan Ribar.

In quell’anno Tito, libero da ogni dovere nei confronti dell’Unione Sovietica e persuaso che sia il momento adatto per rafforzare il suo potere, decide di mettere su un campo di concentramento destinato a ospitare tutti gli oppositori che avrebbero potuto contrastare la sua ascesa allo scranno di Presidente della Repubblica, avvenuta nel 1953, e da lì al ruolo di dittatore del paese.

Sotto, celebrazione del primo Maggio sull’isola di Goli Otok (la fotografia risale probabilmente al 1954). Immagine rubata da un prigioniero negli archivi della polizia di Goli Otok. Per molti anni è stata l’unica testimonianza dell’esistenza del campo di Concentramento sull’isola

All’inconsistente ombra del monte Glavina (il punto più alto dell’isola con i suoi 227 metri sul livello del mare), vicino l’insediamento ora abbandonato di Maslinje, nasce così il campo di prigionia dell’Isola Calva – per gli slavi conosciuta come l’Isola Nuda – un piccolo complesso di costruzioni rettangolari sferzate dal vento e invecchiate dal sole.

Prima dello sbarco dei mille, la Sicilia era uno degli Stati più ricchi d’Europa.

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Luglio 19, 2019 

I libri di scuola ci hanno insegnato che il Regno delle Due Sicilie era uno stato arretrato e povero, ma non era così. Prima dello sbarco dei garibaldini, la Sicilia  possedeva la seconda flotta di Europa (9.848 bastimenti con 259.910 tonnellate di stazza totale), un debito pubblico ininfluente e una moneta forte. Il complesso siderurgico del Napoletano, vantava un fatturato che al Nord si sognavano. I Siciliani furono la prima nazione ad esportare in Russia, instaurando anche solidi rapporti commerciali con l’America.

Gli armatori De Pace, con le loro navi, collegavano l’Europa con il Nuovo Mondo e i Florio avevano iniziato la loro scalata industriale e commerciale. La prima ferrovia d’Italia fu la Napoli – Portici, inaugurata il 3 ottobre 1831.
Prima dell’annessione, il Regno del Sud, nel settore dell’industria, contava 2 milioni di occupati a fronte dei 400.000 della Lombardia, possedendo 443 milioni di moneta in oro, ossia l’85% delle riserve auree di tutte le province. 
Ancora prima dell’Unità, fioriva nelle due maggiori città dell’Isola, Palermo e Catania, l’industria della seta esportata con successo, per la qualità dei suoi prodotti, nei mercati europei e mediterranei.
L’industria del tabacco produceva migliaia di tonnellate di manufatti all’anno, occupando tra operai e indotto, diverse migliaia di Unità lavorative.
Fiorenti, a quei tempi, erano anche le attività cantieristiche, navali, metalmeccaniche, chimiche, della lavorazione del cotone e del lino, l’industria conserviera, la produzione e la commercializzazione dei vini e l’estrazione e la lavorazione dello zolfo, quest’ultima la più importante e ricca d’Europa.
Vero fiore all’occhiello, poi, dell’economia isolana era la flotta mercantile con la compagnia Florio che gareggiava con le principali marinerie del Mediterraneo.
Nel decennio che va dal 1850 al 1860 era stato varato, dal punto di vista amministrativo, un notevole numero di provvedimenti, a salvaguardia dell’economia isolana, di innegabile portata. Fu costituito un debito pubblico con un immediato risveglio nel movimento dei capitali.
Fu creato il Banco Autonomo di Sicilia, due casse di sconto e numerose casse di risparmio.
Con l’Unità d’Italia di tutto questo non rimase più nulla. Il nascente sistema industriale e le risorse del Sud furono progressivamente smantellate e trasferite al Nord. E fu appunto allora che con l’Unità d’Italia sorse “La questione meridionale”.
E fu così , con l’impoverimento e le spoliazioni del Sud e della Sicilia, che iniziarono i grandi flussi migratori dalla Sicilia verso le Americhe e verso altri Stati europei e verso altri Paesi del mondo. Prima della costituzione del nuovo Stato unitario, ossia prima del 1860, negli Stati Uniti, per esempio, si contavano molti più emigranti del Nord che del Sud. L’impoverimento e lo stravolgimento delle regioni meridionali invertirono tali tendenze.
Le rimesse e i risparmi degli emigranti meridionali finirono poi, negli anni a venire, paradossalmente, per favorire lo sviluppo delle fiorenti industrie del Nord e l’acquisto delle materie prime necessarie alla loro crescita.
Le enormi risorse drenate e rapinate, i grandi sacrifici imposti, l’impoverimento del Sud a favore del Nord, le repressioni soffocate nel sangue furono un prezzo che il Mezzogiorno e la Sicilia furono costretti a pagare, più di tutti gli altri, al processo di Unità nazionale. E nella perdurante logica economica che si instaurò allora un Paese “programmato” a due velocità con un Nord ricco e produttivo e un Sud povero, colonizzato ed assistito che ancora oggi continuiamo a pagarne le drammatiche conseguenze.

I primati del Regno delle Due Sicilie.
1735. Prima Cattedra di Astronomia in Italia
1737. Costruzione S.Carlo di Napoli, il più antico teatro d’Opera al mondo ancora operante
1754. Prima Cattedra di Economia al mondo
1762. Accademia di Architettura, tra le prime in Europa
1763. Primo Cimitero Italiano per poveri (Cimitero delle 366 fosse)
1781. Primo Codice Marittimo del mondo
1782. Primo intervento in Italia di Profilassi Antitubercolare
1783. Primo Cimitero in Europa per tutte le classi sociali (Palermo)
1789. Prima assegnazione di “Case Popolari” in Italia (San Leucio a Caserta)
1789. Prima assistenza sanitaria gratuita (San Leucio)
1792. Primo Atlante Marittimo nel mondo (Atlante Due Sicilie)
1801. Primo Museo Mineralogico del mondo
1807. Primo Orto Botanico in Italia a Napoli
1812. Prima Scuola di Ballo in Italia, gestita dal San Carlo
1813. Primo Ospedale Psichiatrico in Italia (Real Morotrofio di Aversa)
1818. Prima nave a vapore nel mediterraneo “Ferdinando I”
1819. Primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte
1832. Primo Ponte sospeso, in ferro, in Europa sul fiume Garigliano
1833. Prima Nave da crociera in Europa “Francesco I”
1835. Primo Istituto Italiano per sordomuti
1836. Prima Compagnia di Navigazione a vapore nel mediterraneo
1839. Prima Ferrovia Italiana, tratto Napoli-Portici
1839. Prima illuminazione a gas in una città città italiana, terza dopo Parigi e Londra
1840. Prima fabbrica metalmeccanica d’ Italia per numero di operai (Pietrarsa)
1841. Primo Centro Sismologico in Italia, sul Vesuvio
1841. Primo sistema a fari lenticolari a luce costante in Italia
1843. Prima Nave da guerra a vapore d’ Italia “Ercole”
1843. Primo Periodico Psichiatrico italiano, pubblicato al Reale Morotrofio di Aversa
1845. Primo Osservatorio meteorologico d’Italia
1845. Prima Locomotiva a vapore costruita in Italia a Pietrarsa
1852. Primo Bacino di Carenaggio in muratura in Italia (Napoli)
1852. Primo Telegrafo Elettrico in Italia
1852. Primo esperimento di illuminazione elettrica in Italia, a Capodimonte
1853. Primo Piroscafo nel Mediterraneo per l’America (il “Sicilia”)
1853. Prima applicazione dei pricìpi della Scuola Positiva Penale per il recupero dei malviventi
1856. Expò di Parigi, terzo paese al mondo per sviluppo industriale
1856. Primo Premio Internazionale per la produzione di Pasta
1856. Primo Premio Internazionale per la lavorazione di coralli
1856. Primo sismografo elettrico al mondo, costruito da Luigi Palmieri
1860. Prima Flotta Mercantile e Militare d’Italia
1860. Prima Nave ad elica in Italia “Monarca”
1860. La più grande industria navale d’Italia per numero di operai (Castellammare di Stabia)
1860. Primo tra gli stati italiani per numero di orfanotrofi, ospizi, collegi, conservatori e strutture di assistenza e formazione
1860. La più bassa mortalità infantile d’Italia
1860. La più alta percetuale di medici per numero di abitanti in Italia
1860. Primo piano regolatore in Italia, per la città di Napoli
1860. Prima città d’Italia per numero di Teatri (Napoli)
1860. Prima città d’Italia per numero di Tipografie (Napoli)
1860. Prima città d’Italia per di Pubblicazioni di Giornali e Riviste (Napoli)
1860. Primo Corpo dei Pompieri d’Italia
1860. Prima città d’Italia per numero di Conservatori Musicali (Napoli)
1860. Primo Stato Italiano per quantità di Lire-oro conservata nei banchi Nazionali (443 milioni, su un totale 668 milioni messi insieme da tutti gli stati italiani, compreso il Regno delle Due Sicilie)
1860. La più alta quotazione di rendita dei Titoli di Stato
1860. Il minore carico Tributario Erariale in Euro.

Garibaldi? Ma quale eroe. Fu solo un invasore sanguinario al soldo dei piemontesi

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Gennaio 26, 2016 

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E’ ora di dire “basta” a questa paccottiglia su Garibaldi! In un’era in cui si revisiona la Resistenza e la Costituzione (le basi della nostra repubblica), si inizi a picconare quel falso mito del Risorgimento. Che cosa diremmo oggi se un nugolo di avventurieri, foraggiati dal governo turco, partissero alla conquista di Cipro? Come minimo si beccherebbero l’accusa di terroristi.

E’ possibile nel 2016 sorbirsi la stessa retorica delle camice rosse e dei “mille” e non ricordare che il “merito” di questi pseudoeroi mercenari (come Garibaldi) , foraggiati dalla massoneria e dai servizi segreti britannici, fu solo quello di invadere uno stato sovrano, prospero e secolare come il Regno delle Due Sicilie con la complicità della mafia e delle truppe di uno stato invasore come il regno dei Savoia, alla faccia di ogni diritto internazionale? Ma dove è questa impresa? Ma chi li voleva i “liberatori” garibaldini e sabaudi? Ma quale stato dovevano liberare? E da chi? Dai loro legittimi sovrani (i Borboni)?

Tutti questi storici ansiosi di celebrare il falso mito di Garibaldi vadano a tirar fuori i dagherrotipi e i documenti custoditi negli archivi delle Prefetture e delle Questure del Sannio, dell’Irpinia, della Puglia, della Lucania, degli Abruzzi, del Molise, della Terra di Lavoro, della Calabria (insomma di quasi tutto il Sud) e restino scioccati dalle stragi, dagli incendi, dalle devastazioni, dai genocidi compiuti dal 1860 al 1865 nel sud Italia durante quello che al storiografica dell’Italietta ottocentesca definitì “Brigantaggio” e che invece fu solo una grande guerra di popolo e di liberazione repressa nel sangue! Al confronto degli artefici di queste “imprese” Kappler, Reder e Priebke sono dei dilettanti! Tutti noi ricordiamo (e anche giustamente – Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Caiazzo e altri luoghi delle rappresaglie nazifasciste. Ma chi ricorda, chi ha dedicato vie e piazze e monumenti a Castelduni, Pontelandolfo, a Gaeta, a Civitella del Tronto e ai centinaia e centinaia di paesi del Regno delle Due Sicilie messi a ferro e fuoco dall’esercito invasore piemontese che trattò il neoconquistato Regno di Francesco II di Borbone come o peggio di una colonia? Nemmeno il Fascismo si spinse a così tanta barbarie e repressione nei confronti dei libici negli anni ’20 e ’30.

Non vogliamo – giustamente – avere vie e piazze intitolate a Tito, ma accettiamo che lo siano a Bixio, Farini, Cialdini e al mercenario Garibaldi, che furono solo dei criminali di guerra. Sì, anche Garibaldi perché la prima rappresaglia, quella di Bronte, fu compiuta propria dai suo fedelissimi generali. Perché non dire finalmente quella che fu la conquista del Regno delle Due Sicilie, il tradimento messo in atto dalla massoneria e dai corruttori inviati da Cavour che si comprarono ministri del governo borbonico? Perché non ricordare che i tanto celebrati “Mille” vennero a patti con la Mafia siciliana e con la Camorra napoletana per comprarsi i potentati locali? E perché non ricordare che il popolo, quello vero, i meridionali rimasero fedeli, fino alla morte più atroce, al loro Re e alla loro Patria? Le gesta di schiere di cafoni e di cosiddetti “briganti” (Ninco Nanco, il generale Borghes, Carmine Crocco), che nulla hanno da invidiare ai partigiani della Secondo Guerra mondiale? Anzi, diciamola tutta: la vera Resistenza, intesa come lotta di popolo, che l’Italia ha conosciuto non è quella del ’43-45, ma quella vissuta nel Sud Italia dal ’60 al ’65! Non sono chiacchiere: basta leggere i documenti! Invece di allestire mostre sui “cimeli” garibaldini, gli storici e i curatori di musei, facciano vedere al pubblico gli orrori che i bersaglieri, i carabinieri e i garibaldini commisero ai danni dei sudditi di Re Francesco. Immagini di stupri, torture, villaggi incendiati, di montagne deforestate. Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che la nascente industria settrentrionale fu foraggiata con il denaro pubblico delle casse statali borboniche? Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che il denaro pubblico e le riserve auree del secolare Regno di Napoli furono depredate per ripianare il debito pubblico del Piemonte? Perché non riveliamo che subito dopo la “liberazione” dei Mille e dei Piemontesi, nei villaggi dal Tronto allo Ionio i contadini si affrettarono ad abbattere le insegne tricolori degli invasori e ad issare di nuovo la loro vera e legittima bandiera, il giglio borbonico? Perché non ammettiamo che i famosi plebisciti del 1861 furono una farsa in quanto vi parteciparono solo il 2% della popolazione in seggi elettorali che erano tutto un trionfo di stemmi sabaudi, busti del “re” cosiddetto “galantuomo” e di tricolori che ben presto di sarebbero macchiati del sangue dei meridionali? Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che l’eroe dei due Mondi aveva il vizio di andare a “rompere le scatole” – come diremmo oggi – agli stati sovrani, prendendosela anche con lo Stato pontificio (1866) che al tempo non aveva nulla da invidiare all’Iran degli Ayatollah in quanto a … liberalismo, ma era pur sempre uno stato sovrano i cui sudditi non smaniavano certo di passare sotto i Savoia? Perché questa sinistra che si professa libertaria, si impossessa del “mito Garibaldi” o del mito della repubblica partenopea, di realtà che in fondo erano solo l’esplicitazione della repressione delle patrie e dei popoli?

Quando si parla del Sud, del suo sottosviluppo post unitario, della sua arretratezza, bisogna una volta per tutte, anche a scapito del meriodionalismo straccione e piagnucolone di Giustino Fortunato, di De Sanctis, di Tommaseo e di altri intellettuali che oggi potremmo definire tranquillamente come “venduti e traditori”, ebbene bisogna avere il coraggio di ammettere che quel sottosviluppo ha un responsabile ben preciso: la repressione feroce, anche ambientale, che il governo di Torino compì sulla colonia quale era considerato l’ex Regno delle Due Sicilie. Da quella forzata “Unità d’Italia” si avvantaggiò quella classe borghese e arruffona che è stata la rovina del Sud e di tutta l’Italia. Se di eroi si deve parlare, questi non sono i piccolo borghesi avidi di affari al seguito del mercenario Garibaldi, Nel XXI° secolo è ora di celebrare i patrioti e gli eroi che resistettero fedeli al loro re Borbone a Gaeta e a Civitella del Tronto, e ai sudditi meridionali che furono massacrati, deportati nei lager del Piemonte, imprigionati. Quanti sanno che a Fenestrelle, vicino Cuneo, operò un vero e proprio campo di concentramento dove furono confinati e lasciati morire migliaia e migliaia di capi briganti, ex ufficiali borbonici, capi contadini, colpevoli secondo la storiografia italica di “non volere l’Italia”, in realtà colpevoli solo di voler difendere la loro Patria! A Francesco II e il suo Regno, abbandonati da tutti, da Vienna, dagli zar (pur suoi alleati), dalla Royal Navy che pure poteva intervenire per fermare i “Mille”, mancò una cosa: un esercito di popolo fatto di contadini, di artigiani, di commercianti, delle classi umile ma maggioritarie allora.

Se il Regno di Napoli avesse avuto un esercito di popolo (sul modello francese) e non di mercenari, stiamo certi che i “Mille” non avrebbe neanche fatto un passo in più sulla costa di Marsala.

Fonte:orgoglio sud

I curdi? Se li sono venduti tutti, senza ritegno

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L’Occidente parolaio e la cinica America non guardano in faccia nessuno. I turchi hanno usato bombe al fosforo bianco, armi chimiche vietatissime.

Perché i curdi traditi da tutti

Ormai è chiaro a tutti: l’attacco turco e la tragedia curda hanno avuto semaforo verde, più o meno tacito o più o meno concertato a tavolino, dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalla Russia. Lo abbiamo scritto più volte: i curdi sono la carne da cannone del Medio Oriente. E i sepolcri imbiancati che da Washington, Bruxelles, Parigi, Roma e chi più ne ha più ne metta cianciano di pace, indipendenza e libertà dei popoli mentono sapendo di mentire. Vergogna. La tregua raggiunta con tanto di strombazzamenti è durata solo un pomeriggio. I turchi hanno continuato a battere con la mazza da fabbro ferraio sull’incudine e, a quanto pare, hanno anche usato bombe al fosforo bianco. Vietatissime. Ma ad accorgersene è stata solo l’Organizzazione contro le armi chimiche, perché all’Onu e alla Commissione europea ronfano o fanno finta di essere interessati. Ma a loro riguarda solo la spartizione dei pani e dei pesci in Siria, quando si firmerà la pace definitiva. Ergo, Erdogan sa di avere il coltello dalla parte del manico e continua a prendere Trump a schiaffoni.

La pelle dei curdi per la Turchia nella Nato

Ieri si è saputo che una lettera di velate minacce economiche scritta dal Presidente americano due settimane fa è stata cestinata dal sultano di Ankara. Erdogan tiene il piede in due staffe: alleato della Nato, contemporaneamente flirta con Putin. E’ in condizione di fare un sacco di danni al blocco occidentale, perché può rivelare piani di difesa militari, tecnologie d’arma di ultima generazione e segreti di ogni tipo. Un’aquila con due teste, pronta a vendersi al primo venuto. Gli altri abbozzano, perché dei curdi non gliene frega niente. Li hanno utilizzati come fantaccini da massacrare nella battaglia contro l’Isis, ma ora che la guerra è vinta possono andare a farsi strabenedire. L’area del nord-est della Siria occupata dai turchi è stata concordata fino all’ultimo centimetro quadrato con la Casa Bianca e con gli europei. Quando Conte strepita al telefono con Erdogan, prima si informi di quello che hanno fatto i suoi presunti alleati. Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Germania hanno spudoratamente tirato la coperta dalla loro parte.

Fascia di sicurezza nelle teste di Trump ed Erdogan?

Qualcuno, per cortesia, avverta l’Italia, perché se no facciamo la figura degli scemi del paese. Se il Ministro degli Esteri Di Maio respira, che batta un colpo. O che almeno qualcuno gli spieghi che il Kurdistan non è una benzodiazepina è che il Lexotan non è una repubblica dell’Asia centrale. Spifferi di corridoio che arrivano dai servizi segreti occidentali, dicono che non è finita qua. Erdogan vorrebbe andare oltre la testa di ponte che si è costruito nel nord-est della Siria lungo una fascia di 120 km, profonda 30. Da lì può avere mano libera per assestare rovinose legnate ai curdi in tutte le direzioni. Trump minaccia di rovinare l’economia turca. Ma minaccia e basta, per ora. Sa benissimo che l’ex Sublime Porta è in grado di ballare un valzer diplomatico azzardatissimo, che potrebbe portarla a rasentare un clamoroso voltafaccia, per gettarsi armi e bagagli nelle braccia della Santa Russia di Putin. Parliamoci chiaro, non conviene né ad Ankara e né alla Nato, un affare in perdita.

Dal tradimento coloniale anglo-francese

Per questo, per mettere tutti d’accordo, la soluzione resta quella del massacro dei curdi. Ancora una volta presi in giro dagli uomini e dalla storia. Hanno solo la colpa di essere le scorie incandescenti di un retaggio coloniale anglo-francese che non ha mai guardato in faccia nessuno. Quando oggi Macron e Johnson si permettono di dare lezioni di civiltà, meriterebbero di essere presi a pedate nel fondoschiena. Hanno fatto carne di porco della convivenza tra i popoli e hanno spremuto il limone fino alla buccia. E adesso lo scaraventano nella spazzatura, assistiti dal cinismo americano che in politica estera ha fatto più danni di Attila. Forse si stava meglio quando si stava peggio. Prima delle Primavere arabe. Oggi il Medio Oriente è diventato un pentolone in ebollizione e naturalmente i più deboli, i curdi, pagano per tutti.

AVEVAMO DETTO

Patto Nato Trump-Stoltenberg sulla pelle dei curdi è Alleanza vergogna

L’esercito di Erdogan avanza in Siria con l’aiuto dei jihadisti. L’Onu: sono già 130 mila gli sfollati fuggiti dalle loro case. Il ministro scopre ora che l’Itala vende milioni di armi alla Turchi. Trump a la Nato di Stoltenberg, facce come quella parte che noi usiamo per sederci, chiedono ad Erdogan moderazione

Il Massacro di Nanchino: l’Eccidio dimenticato di 300.000 innocenti

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Molti anni fa un cantautore italiano scrisse una struggente canzone per le vittime di Auschwitz, affermando profeticamente “ancora non è contenta di sangue la bestia umana”. Ma lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti non fu un peccato originale: spesso si dimenticano altri genocidi, come quello degli Armeni, o dei nativi americani o degli aborigeni del continente australe. Poi ci sono atrocità ancor meno conosciute, perpetrate negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, perché commesse in quel sud-est asiatico così lontano da noi geograficamente e culturalmente, quando ancora la globalizzazione era un concetto astratto.

Il Massacro di Nanchino, anche detto “Stupro di Nanchino” è uno di quegli episodi che impediscono di pronunciare parole adeguate, di esprimere ogni possibile commento sull’atrocità dei comportamenti umani, che nulla hanno a che vedere con azioni di guerra.

Uno dei tanti bambini vittime del Massacro di Nanchino

Alla fine degli anni ’30, mentre l’Europa andava inesorabilmente incontro alla seconda guerra mondiale e agli orrori del regime nazista, in Asia era già in atto il secondo conflitto sino-giapponese, che si protrasse dal luglio 1937 al settembre 1945, quando il Giappone fu costretto ad arrendersi incondizionatamente.

Teste mozzate di abitanti di Nanchino


La Repubblica di Cina tentava di difendersi dall’invasione dei giapponesi, che volevano lanciarsi alla conquista dell’Asia.

Il generale giapponese Iwane Matsui entra a Nanchino


Alla fine del 1945 il conto dei caduti cinesi ammontava a 20 milioni, tributo di vite umane secondo solo a quello dell’Unione Sovietica. Si stima che 16/17 milioni di quelle vittime fossero civili disarmati e indifesi, travolti da una ferocia bestiale.

Cadaveri accanto al fiume Qinhuai


Ferocia bestiale che probabilmente raggiunse il suo apice durante le sei settimane successive alla conquista della città di Nanchino, allora capitale della Cina.

Un inerme contadino cinese

ucciso a sangue freddo

Durante la loro marcia di conquista, i soldati giapponesi erano stati autorizzati, con l’approvazione dello stesso imperatore Hirohito, a non tenere in considerazione le convenzioni internazionali che proteggevano i prigionieri di guerra, anzi:

Gli ufficiali dovevano proprio bandire l’espressione “prigioniero di guerra”


Avvicinandosi alla capitale, i soldati giapponesi si erano già dimostrati capaci di azioni criminali che avevano costretto la popolazione rurale a riversarsi in città, dove nessuno trovò la salvezza ma piuttosto una morte atroce.

Dopo la resa di Nanchino, il 13 dicembre 1937, le truppe giapponesi uccisero un numero di persone difficile da quantificare, ma che si aggira tra le 200 e le 300 mila (secondo fonti USA desecretate da poco le vittime furono 500 mila), incendiarono e saccheggiarono la città, stuprarono migliaia di donne, anche bambine e anziane, prima di torturale e ucciderle in modi atroci. A tanto orrore assistettero alcuni stranieri residenti a Nanchino e qualche giornalista, sia straniero sia giapponese. In una lettera alla famiglia un missionario scrisse:

È una storia orribile da raccontarsi; non so come incominciare né come finire. Non avevo mai sentito o letto di una tale brutalità. Stupri: stimiamo che ce ne siano almeno 1.000 per notte e molti altri durante il giorno. In caso di resistenza o qualsiasi segno di disapprovazione arriva un colpo di baionetta o una pallottola

Vennero stuprate circa 20.000 donne pubblicamente, e spesso di fronte ai loro familiari, poi tutti venivano uccisi. I soldati giapponesi rastrellarono sistematicamente gli edifici di Nanchino, prelevando ragazze che venivano denudate e legate lungo le strade, per consentire a qualsiasi militare di violentarle. Alla fine venivano impalate con canne di bambù o con le baionette, mentre le donne incinte erano sventrate. Nemmeno i bambini riuscirono a suscitare la pietà degli invasori: molti furono mutilati, violentati, sbudellati e poi lasciati morti a terra per giorni interi.

La decapitazione di un soldato cinese

Le vittime del massacro furono sepolte in fosse comuni, a volte anche vive, oppure gettate nelle acque del Fiume Azzuro, oppure ancore bruciate, nel tentativo di mascherare in qualche modo la portata dell’eccidio, durante il quale due soldati giapponesi fecero addirittura una scommessa, seguita dai giornali nipponici come fosse una sfida sportiva, su chi avesse per primo ucciso cento cinesi con la propria spada.

La raccapricciante sfida di due soldati giapponesi, raccontata da un giornale nipponico

Alla fine della seconda guerra mondiale alcuni degli ufficiali che comandavano le truppe giapponesi furono processati: il generale Matsui e l’allora ministro degli esteri Koki Hirota furono condannati a morte, insieme ad altri cinque criminali, mentre lo zio dell’imperatore, il principe Asaka, presente a Nanchino durante le atrocità commesse, riuscì ad ottenere l’immunità perché membro della famiglia reale.

Innocenti sepolti vivi in fosse comuni

Nonostante le prove evidenti del massacro, in Giappone molte associazioni di veterani hanno continuato a negare l’eccidio fino a non troppi anni fa. Solo nel 1995 il Giappone si scusò formalmente con la Cina per le azioni dell’esercito giapponese, ma non in forma scritta, come sarebbe stato auspicabile.

Il ghigno bestiale di un soldato giapponese con una testa mozzata nelle mani

Eppure, ancora oggi, sono molte le personalità di spicco nipponiche (politici, industriali, legislatori) che continuano a negare le atrocità commesse dalle loro Forze Armate, come fosse disonorevole l’ammissione della colpa, e non invece il crimine commesso.

Sotto, la targa commemorativa del massacro:

Del massacro sono stati scritti molti libri e girati diversi film. Uno fra questi è “Black Sun – The Nanking Massacre”, del 1995, di cui trovate sotto il trailer:

Le fotografie sono di pubblico dominio.

17 ottobre 1977 la strage di Stammheim

Nel 1976 e nel 1977,  lo stato della Germania dell’Ovest, per cercare di stroncare la guerriglia interna, assassinò nelle sue carceri i prigionieri della Raf: Ulrike Meinhof nel 1976;  e l’anno successivo,  nel carcere di Stammheim, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, i primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Möller (a volte scritto anche Moeller), anche lei prigioniera a Stammheim, è stata l’unica sopravvissuta a quel massacro: fu ferita gravemente da quattro coltellate. (da un’intervista alla Moeller di prossima pubblicazione su questo Blog)

Questa è la sua testimonianza su quella notte. La Moeller smentisce tutte le menzogne che hanno sostenuto la tesi di regime del “suicidio”. Tesi sostenuta anche da “pentiti” e “dissociati” in cambio di congrui sconti di pena. Queste falsità sono presenti nel bruttissimo film di Uli Edel  “La banda Baader Meinhof” del 2007, e nel libro pieno di falsità del “pentito e dissociato” Peter Jürgen Boock “L’ autunno tedesco” (vedi qui cosa ne dice il militante della Raf, Klaus Viehmann).
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*Nel 1976 Ulrike Meinhof è morta in carcere. Come hai appreso la notizia?
Di mattina alla radio, con il supplemento che disse che si era suicidata. In quel periodo ero ancora ad Amburgo Holstenglacis ed avevo l’ora d’aria con Ilse Stachowiak o Christa Eckes o Margrit Schiller. Eravamo come elettrizzate. La notizia era identica a quella del BILD del luglio 1972 nel quale era corsa voce che Ulrike si fosse suicidata per tensioni nel gruppo. Per questo pensammo all’inizio “ non può essere vero”, lei vive, era poi stata da noi. Quando non ci furono più dubbi sulla morte avemmo la consapevolezza che fosse stata assassinata. Conoscevamo le sue lettere che fino all’ultimo aveva scritto ad ognuno di noi. Da esse si capiva la stretta relazione che aveva con noi e sapevamo altresì del suo lavoro sul processo di Stammheim dove si trattava di chiamare a testimoniare testi del governo USA, membri del governo e rappresentanti del pentagono, membri del governo RFT di tutto il decennio della guerra del Vietnam, ex membri della CIA, polemologi  cioè tutti quelli che avrebbero potuto dire qualcosa sull’escalation e la partecipazione del governo federale tedesco alla guerra di aggressione contro il Vietnam.
Infine aveva lavorato ad una istanza per chiamare a testimoniare Willy Brandt e chiedergli del suo rapporto con la CIA. Era particolarmente ferrata e dirompente nella storia della repubblica federale.
Ulrike sapeva che c’era un azione di liberazione ma come noi non sapeva esattamente né quando né come. Si trattava concretamente di due azioni, l’una dietro l’altra ed entrambe preparate da più organizzazioni. La prima fu il sequestro aereo del giugno 1976 conclusosi ad Entebbe, azione che , per come si svolse, non ebbe il nostro assenso. La seconda per gli sviluppi in Libano saltò. Che un’azione di liberazione ci dovesse essere lo sapevano anche i servizi segreti. Il ministro Maihofer lo dichiarò pubblicamente per giustificarsi di fronte al caso Traube (è il caso del fisico Walter Traube, socialdemocratico collaboratore di una società di costruzione di centrali nucleari, che fu licenziato dopo un anno di controlli telefonici da parte del Verfassungsschutz-servizi segreti- per i suoi contatti con attivisti antinucleare). Dopo la storia di Stoccolma, il governo Schmidt era deciso a fare l’impossibile per evitare nuove azioni di liberazione. Il modo più efficiente è alla fine quello di uccidere i prigionieri. Dopo le torture nel braccio morto e il tentativo di psichiatrizzare Ulrike per impedirgli di pensare, sembrò essere la soluzione migliore. Sin dall’inizio Ulrike fu l’obiettivo centrale delle azioni contro la RAF. La sua storia particolare di vent’anni di resistenza antifascista, la sua rottura rivoluzionaria con le forme borghesi della politica comunista e il legalismo senza esito dell’opposizione alla guerra in Vietnam, il movimento studentesco, la sua notorietà internazionale furono le coordinate della trama e del calcolo per l’azione che, inscenando un “suicidio”, avrebbe avuto un effetto demoralizzante  nei gruppi di guerriglia e nei movimenti di liberazione, ma anche che facesse apparire un’azione di liberazione inutile e che fosse  “l’eliminazione dei capi per sgretolare il gruppo” per usare le parole del capo del Verfassungsschutz di Amburgo Horchem. Che con noi fosse diverso, è un’altra questione.
Ci fu una commissione d’inchiesta indipendente sulla sua morte nella quale si sono riuniti personalità internazionali. Nel resoconto finale arrivarono alla conclusione “ Non è stato prodotto un solo dubbio che superi tutte le prove che Ulrike non fosse più viva al momento dell’impiccagione. Al contrario si può dimostrare che fosse già morta”.
*La procura ha sostenuto che Ulrike si fosse suicidata per le tensioni all’interno del gruppo, prima tra tutte Gudrun Ensslin
Come prova portarono bigliettini singoli forniti dalla procura e dal ministero della giustizia del Baden Württemberg tra Ulrike e Gudrun, ma risalivano a  un particolare periodo nel 1975, quindi già vecchi. Inoltre non erano completi… La polemica interna era già stata risolta da tanto tempo al momento della sua morte. Quando fummo assieme a Stammheim ne parlammo a lungo, anche di come un prigioniero possa vedere la morte come unica possibilità contro la lenta distruzione. Eravamo sicuri che se Ulrike si fosse sentita così ce ne avrebbe parlato. Ad Andreas e agli altri. Non c’era motivo di nascondere questi sentimenti in una tale situazione, anzi il contrario.

=cronaca di quel periodoL’autunno tedesco e le sue conseguenze
Il 1977 fu un anno di crisi. A febbraio lo Spiegel pubblicò i documenti del caso Traube titolando “stato di diritto o stato atomico?”. Si scoprì inoltre che nel biennio 1975/76 si erano effettuate intercettazioni nelle celle di prigionieri, soprattutto della RAF.
Il movimento antinucleare si trovò di fronte al confronto con la questione della violenza. Se a febbraio a Brokdorf c’era stata una manifestazione pacifica dove i manifestanti non si lasciarono dividere tra buoni e cattivi, a Malville in Francia  la polizia fece un morto e numerosi feriti gravi.
Il 23 e 24 settembre si manifestò contro il reattore di Kalkar, 20.000 furono bloccati dagli sbarramenti della polizia con carri armati, elicotteri e un intero apparato militare. L’impreparazione  a tale apparato militare venne definita “Kalkar Schock”. Il movimento antinucleare non fu solo indebolito dall’aspro confronto con la polizia, si era anche orientato in maniera diversa nei contenuti. Non si parlava più del significato militare della cosa, ma di quello ecologico, del pericolo di fronte ad una catastrofe nucleare.
La RAF intanto cercava di liberare i suoi prigionieri. Durante il 1977 si consuma la seconda offensiva della RAF. Il 7 aprile ‘77 a Karlsruhe il ”Kommando Ulrike Meinhof “ assalta l’auto dove viaggia il procuratore generale Sigfried Buback uccidendo a raffiche di mitra lui, il suo autista ed un poliziotto della scorta.
Il 28 dello stesso mese si conclude il lungo processo a carico di Baader, Ensslin, Raspe per gli attentati del 1972: tutti e tre vengono condannati all’ergastolo.
Il 30 luglio il presidente della Dresdner Bank, Juergen Ponto viene ucciso nella sua casa in un tentativo di sequestro.
Il 5 settembre ‘77 a Colonia il commando “Siegfried Hausner” della RAF sequestrò il presidente della Arbeitgeber Hans Martin Schleyer uccidendo i tre agenti della scorta e l’ autista. In cambio della liberazione di Schleyer il commando chiedeva la liberazione di 8 detenuti della RAF e il trasporto in un paese a loro scelta, così come la somma di 100.000 Marchi ciascuno.
Due giorni dopo, 72 prigionieri vengono posti in isolamento con il blocco totale dei contatti sia tra prigionieri sia con l’esterno, radio tv e giornali vengono altresì proibiti.  L’ operazione viene legalizzata da una legge ad hoc approvata il 29 settembre. Occorre far notare che con le due unità di crisi vengono uniti potere legislativo ed esecutivo e che gli ordini del tribunale che sanciscono l’incostituzionalità dei provvedimenti e che  permettono un incontro tra prigionieri ed avvocati vengono ignorati.
A metà settembre il commando con l’ostaggio si trasferisce da Colonia a l’Aia per sfuggire alla pressione investigativa. Alla fine del mese il commando si divide : una parte si trasferisce con l’ ostaggio a Bruxelles e gli altri membri vanno a Baghdad per incontrarsi con membri della resistenza palestinese con la mediazione di un membro delle R.Z. (Cellule Rivoluzionarie). Nella capitale irachena Abu Hani propone un dirottamento aereo a supporto del sequestro Schleyer.
Visto che le autorità non cedevano allo scambio il 13 ottobre un commando palestinese del S.A.W.I.O, con la supervisione di Abu Hani del PFLP/SC dirottò il Landshut, un Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo chiedendo la liberazione di una lista di prigionieri politici , tra i quali il vertice della RAF.
I giornali reazionari come il BILD chiedono l’ esecuzione di “terroristi” per rispondere a quella di ostaggi, pure sul giornale liberale FAZ si legge “non sarebbe il tempo di istituire un diritto d’emergenza contro i terroristi?” settori della  CSU chiedono la pena di morte.
Il 17 ottobre verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta. La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas Baader,  Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller invece era ferita gravemente da quattro coltellate al petto. La versione ufficiale parla di suicidi a seguito della notizia del fallimento del  dirottamento aereo, senza però riuscir a spiegare come avevano potuto saperlo e come potevano avere due pistole e un coltello in un carcere di massima sicurezza, trovandosi inoltre in isolamento da due mesi. Per l’estrema sinistra furono omicidi di stato.
Oltre alla seguente testimonianza della Moeller ci sono numerose incongruenze nella versione. Perché il mancino Baader teneva la pistola nella mano destra? Come ha fatto a spararsi da trenta a quaranta centimetri nella nuca? Perché il cavo elettrico con la quale la Ensslin si sarebbe impiccata si rompe al tentativo di sollevarla? Inoltre vennero rinvenute ferite che non avevano a che fare con l’impiccagione. Appare altresì strano che non ci fossero impronte sulla pistola di Raspe.
A seguito di questi avvenimenti venne ucciso Schleyer. Il suo cadavere fu scoperto dietro segnalazione, nel portabagagli di un Audi 100 a Mulhouse, in Francia. 
Il mese successivo venne trovata impiccata nella sue cella, anche Ingrid Schubert, un’altra prigioniera della RAF di cui era stata chiesta la liberazione. Permangono gli stessi dubbi, tanto più che lei, a differenza dei tre che avevano preso da poco un ergastolo, sarebbe uscita nel 1982. Nei due anni successivi nel corso di operazioni di polizia, vennero uccisi altri tre membri della RAF:  Willy Peter Stoll (a Duesseldorf il 6 settembre1978), Michael Knoll (24 settembre1978 presso Dortmund) ed Elizabeth Von Dyck (a Norimberga il 4 maggio 1979). Rolf Heissler scampò invece alla morte solo perché riuscì a ripararsi la testa con una cartellina che deviò il  colpo mortale.
Nella società tedesca si assistette ad un operazione di massiccia censura di tutto ciò che mostrasse simpatia per i movimenti di liberazione, persino un pezzo teatrale come “Antigone” (di Sofocle) venne censurato. L’interdizione dall’impiego, la limitazione dei diritti della difesa e la censura furono criticati dal tribunale Russell.
*Quando avete saputo a Stammheim che Schleyer era stato rapito?
La sera stessa dalla TV. Poco dopo venne un commando di polizia. Dovemmo spogliarcinudi, i nostri vestiti vennero vagliati minuziosamente e poi fummo chiusi in celle vuote ad aspettare la fine della perquisizione di sbirri e magistrati. Alla prima occhiata mancavano la radio, tv, giradischi e tutti gli accessori. A questo punto eravamo 4 nel braccio morto, Nina era stata spostata a Stadelheim il 18 agosto e doveva tornare subito da noi. Fino ad allora avevamo delle mensole davanti alle celle (nel corridoio) con degli oggetti che usavamo in comune come libri, roba da toilette ecc. il 6 settembre il corridoio venne sgomberato e tutta la roba fu messa sotto chiave. Da allora in avanti non potevamo usare più nulla in comune né consolarci a vicenda. Il blocco dei contatti era già stato attivato, non solo contro di noi, ma contro tutti i prigionieri politici nella RFT. Erano più di 90.
*Prima del rapimento Schleyer avete vissuto in celle d’isolamento?
Prima a notte potevamo rimanere assieme, uomini e donne divisi. Da agosto ero assieme a Gudrun, anche perché era estremamente indebolita dagli scioperi della fame e della sete e pensavamo che non ce la facesse a sopravvivere. Nella notte fummo divise e rimanemmo tutti in celle d’isolamento.
*Avete riavuto le cose confiscate nella perquisizione?
No. Dopo alcuni giorni riavemmo solo il giradischi. Ciò che poteva servire per  l’informazione se lo sono tenuto.
*Avevate saputo in anticipo che Schleyer sarebbe stato rapito? C’erano stati accordi tra di voi e le persone che formarono il commando Siegfried Hausner?
Non c’erano stati accordi col commando. È stato detto che i prigionieri gestivano le azioni dalla cella, ma non è così. Come avremmo potuto farlo? Avemmo però il presentimento che qualcosa sarebbe avvenuto. Il 7/4/77 il commando Ulrike Meinhof uccise il procuratore generale  Buback mentre ci trovavamo in sciopero della fame per ottenere la revoca dell’isolamento e la riunione in un gruppo di 15 persone. Durante questo sciopero, dopo l’uccisione di Buback, fummo isolati per la prima volta, senza poter ricevere nemmeno gli avvocati, allora non c’era una base legale che lo permettesse. Per protesta siamo entrati in sciopero della sete. Il blocco dei contatti è stato rimosso, ma le nostre richieste non sono state accolte. In questo periodo ci fu un enorme solidarietà internazionale, teologi, giudici americani, belgi, francesi e inglesi avvocati e giuristi sostennero le nostre richieste di riunione. Il 30 aprile abbiamo ottenuto la promessa che altri prigionieri sarebbero stati trasferiti a Stammheim. Poi il 30 luglio venne ucciso Ponto (….). In quel periodo era chiaro che il processo di Stammheim si avviava alla fine e che ci sarebbe stata la sentenza. Era una fase nella quale è successo molto e l’atmosfera era tesa. Per questo ci aspettavamo che succedesse qualcosa, anche se non sapevamo cosa. Quando abbiamo sentito che Schleyer era stato rapito abbiamo pensato che potesse avere a che fare con noi. Le richieste furono divulgate il giorno successivo, allora fummo isolati completamente.
*C’era comunicazione tra di voi?
Potevamo gridarci qualcosa. Principalmente la notte. Quando se ne sono accorti ci hanno inchiodato materassi di gommapiuma davanti alla porta. Inoltre le grida erano difficili da capire perché, dopo che il corridoio era stato svuotato, rimbombava assai
*Oltre alla comunicazione a voce c’erano altre possibilità di comunicazione?
No, non avevamo nessuno a cui poter dire le cose.
[….]
Avevo dormito pochissimo nei giorni precedenti, anche di giorno; niente pisolini. Fisicamente ero esaurita per lo sciopero della fame, perché non mangiavo quella roba e ci era proibito acquisto di viveri. Non avevo più riserve per rimanere attiva, ma mi aiutava a stare sveglia. Poi ho chiamato Jan tardi in nottata. La cella dove allora stavo era abbastanza sformata e se ci si sdraiava si poteva chiamare da sotto la porta. Jan era davanti a me, a  un paio di metri di distanza di lato. Mi ha sentito e risposto ho detto “He, um” per sapere che succedeva. Poi mi son messa sotto le coperte e mi sono addormentata. Quando non so dirlo, con esattezza , ma fu nelle ore successive.
La mia prima sensazione fu un rumore in testa, mentre qualcuno mi apriva le palpebre sotto la luce accecante del corridoio, molte figure attorno a me che mi hanno afferrato. Dopo ho sentito una voce che ha detto “Baader ed Ensslin sono morti”. Infine ho perso i sensi. Mi sono risvegliata completamente giorni dopo nell’ospedale a Tubinga. Un giudice sedeva accanto al letto e voleva sapere cosa fosse successo. Da lui ho sentito che anche Jan era morto. Da lui ho anche appreso che l’aereo era stato assaltato e che i dirottatori, tranne una donna, erano stati uccisi. La mia avvocatessa mi ha detto che ha tentato senza successo di arrivare a me per tutto il tempo.
Ma non potrei raccontarti il senso di quel discorso. Prova a immaginarti che dopo settimane di blocco totale, era il primo contatto con una persona di fiducia. Inoltre ero gravemente ferita ed avevamo solo un ora di tempo. Ero nel reparto ustionati e tutto era piastrellato e sterile. Ero attaccata ad una flebo che gorgogliava, avevo dolori terribili, c’erano sbirri ovunque, persino i dottori di questo reparto erano sorvegliati.
Inizialmente non seppi che ferite avevo. Me lo disse dopo un medico di fiducia. Di 4 coltellate al petto, una aveva colpito il pericardio e ferito un polmone che si era riempito di sangue. A Tubinga mi dovettero incidere la gabbia toracica e posizionarvi un drenaggio per aspirare tutto il liquido della ferita. Il corpo contundente doveva essere stato conficcato con violenza ed essere stato fermato da una costola che presentava un’incisione.
Nel reparto rianimazione rimasi una settimana, là una fisioterapista mi ha aiutato a recuperare la capacità respiratoria. Ho ricevuto forti dosi di tranquillanti e sedativi e mi ricordo poco di quel giorno. Ma un immagine mi è rimasta impressa: giorno e notte c’erano due o tre sbirri con i berretti, mantelli e soprascarpe  sterili, mentre davanti alla finestra pattugliavano altri armati di mitra. Il fine settimana mi riportarono in carcere a Hohen Asperg  con l’elicottero. Là rimasi 4 settimane per molto tempo non fui in grado di camminare ed ebbi dolori per anni a respirare,tossire, sdraiarmi di fianco e persino a ridere.
*Hanno trovato l’arma con la quale sei stata ferita?
Nella versione officiale si parla del coltellino in dotazione, ma non quadra perché la ferita è piuttosto profonda. Quello era un coltellino che si utilizza per spalmare il burro e, assieme alle forbicine per ritagliare giornali che erano in un angolo, fu l’unico oggetto “da taglio” ritrovato in cella. Ma non si trattava di esse, loro dissero che era stato il coltello smussato.
*Il tuo avvocato ha parlato con i medici per sapere se le ferite sarebbero state compatibili con un coltellino del genere.?
Hanno provato a parlare con i medici e il personale d’assistenza, ma hanno sempre trovato porte chiuse. Gli era proibito parlare con il mio avvocato. Alcune infermiere hanno tentato di fargli arrivare notizie, ma non ha funzionato granché. Il personale aveva paura. Anche gli avvocati erano stati intimiditi. Vennero istituiti numerosi procedimenti disciplinari contro i nostri avvocati, non erano certo buone premesse per chiarire qualcosa. Io stessa ho provato ad avere gli atti e la documentazione, inutilmente. Le lastre non ho mai potuto vederle. Anche in seguito, quando ero a Lubecca ed avevo ancora dolori al respiro, il medico della prigione le ha richieste. Pensavamo che da prigione a prigione potesse funzionare. Ma nulla, le due prigioni non le hanno spedite (Hoheasperg e Stammheim).
*Quando hai raccontato per la prima volta ciò che ti è successo?
Prima ho parlato con un avvocato, poi ho fatto le mie  dichiarazioni davanti alla commissione di inchiesta. Era il 16 gennaio 1978. avrebbero già voluto farlo nel dicembre 1977, ma ero troppo debole e mi trovavo in sciopero della fame perché volevo assolutamente essere raggruppata con gli altri. Fu tremendo. Giacevo in divisa carceraria sul materasso in terra ed ero sorvegliata continuamente. Venne poi un funzionario della commissione d’inchiesta e mi disse che ero tenuta a rilasciare una dichiarazione e di tenermi pronta per l’8 dicembre. La dichiarazione si sarebbe svolta a porte chiuse. Ma in questo modo mi sono rifiutata. Così hanno stabilito il termine per gennaio 1978.
Ci andai perché volevo dichiarare pubblicamente di fronte alla stampa. L’audizione si svolse nella sala dove c’era stato il processo. C’erano 200 posti ed erano tutti gremiti. Risposi alle loro domande. Il protocollo si può anche leggere. Gli atti della commissione non li ho ricevuti fino ad oggi. Non ho potuto correggere, cambiare o aggiungere cose al contenuto della mia dichiarazione perché nessuno me l’ha data. La versione stampata non è autorizzata e neppure completa.
*Com’era la situazione per te?quella notte ti sei alzata ed eri gravemente ferita. Che hai pensato?
Per me fu tutto confuso. C’era il dolore terribile che gli altri non fossero più con me. Non avevo però neppure il tempo di rattristarmi, dovevo chiarirmi la situazione. Riflettei ai segnali che c’erano stati di una tale escalation. Volevo chiarire un po’ di cose. Nel corso degli anni c’erano state minacce di morte contro Andreas, Ulrike era morta, avevamo pensato che tali omicidi potessero succedere, non ci siamo mai sentiti sicuri in galera. Questo era un motivo per il quale volevamo restare uniti e non lasciarci dividere, per proteggerci a vicenda. Ma sapere che questo può avvenire, è ben altro che viverlo in realtà. Da sola dovevo venirne a capo. Era un dolore totale che mi stordiva più della paura che qualcuno ci riprovasse.
Poi ho tentato meglio che potevo per arrivare alle informazioni. Ciò ha caratterizzato il corso dei miei giorni allora. Fu terribilmente difficile perché non avevo giornali, non avevo gli atti e non potevo avere visite. Gli avvocati venivano ma avevamo appena il tempo di discutere solo le cose più necessarie e urgenti. Non avevo nulla da verificare o controllare. All’Hohen Asperg hanno tolto il blocco dei contatti a fine ottobre. La radio non me l’hanno ridata perché dissero che avrei potuto usare il filo per impiccarmi. Con questa scusa mi hanno tolto tutto. In questo periodo, quando giravano la gran parte delle informazioni ed ho tentato con urgenza di sapere le cose. Non avevo accesso al modo.
*Non avevi neppure giornali? Con quelli è difficile impiccarsi..
Tagliavano tutto ciò che potesse aver a che fare con Stammheim o il Landshut nel senso più ampio. Li ho avuti 20 anni dopo quando sono uscita di carcere nella cassa dei “beni”. Allora dai giornali leggevo solo lo sport e forse un paio di articoli del Feuilleton.
*Non hai potuto ricevere testi o informazioni per posta dai difensori?
Gli avvocati non hanno spedito nulla. Avevano paura che tutto fosse illegalizzato come sistema d’informazione. Di fronte al clima arroventato era anche un timore giustificato. In Germania due avvocati erano già in galera e Klaus Croissant era in Francia in attesa di estradizione.
*Quando avesti di nuovo contatti con qualcuno del tuo gruppo?
Per lungo tempo non avvenne. Avevo voglia di essere riunita con gli altri, in particolare con Nina (Ingrid Schubert). A Hohen Asperg sentii da lontano un brano della radio: Ingrid Schubert si era impiccata a Hohen Asperg. Ero come tramortita. Questo era il 12 novembre. Si parlò subito di suicidio per quanto tutti i fatti parlassero contro. Ho letto molto più tardi le sue lettere dell’ultima settimana e descrive di come fu assalita il 18 ottobre e sottoposta a perquisizione ginecologica. I suoi piani per il futuro prossimo erano quelli di tornare con noi. Dalla pubblica discussione è uscita subito perché non è morta a Stammheim e perché nonostante le stranezze non ci fu nessuno che continuò le indagini. Gli atti furono chiusi nel 1978.
[…]
*Altra domanda fondamentale è come avreste potuto procurarvi armi. K.H. Roth in un’intervista al “Konkret” sostiene che c’erano armi in cella e la cosa era risaputa dalle autorità senza che si sapesse però esattamente quali fossero.
Non avevamo armi. Dire che avessimo nascosto armi in cella ha poco senso perché durante il blocco dei contatti dovemmo spostarci più volte e non sapevamo in anticipo né quando né dove.
Se avessimo avuto armi ne avremmo fatto altro uso che quello di suicidarsi. Ci saremmo difesi o tentato di uscirne e certamente non ci saremmo uccisi isolatamente
*Vista così avrebbe senso lo scenario ipotizzato da Schmidt a una conferenza: Baader avrebbe tentato di portare qualcuno della cancelleria da voi in prigione per prenderlo in ostaggio
Ma non l’ha fatto! Se avessimo progettato un’azione di liberazione da Stammheim avremmo tramato ben altro. Scenari del genere sono, di fronte agli scenari che avevamo davanti, totalmente irrealistici. Siamo stati perquisiti continuamente, tutto era sorvegliato. Non avevamo armi. Come poi? Andreas, come risulta anche dalla documentazione del governo, aveva uno scopo politico. Non era un’azione mascherata. Certo che di solito piace girarci intorno, ma porta poco lontano. La realtà del 1977 ha lasciato poco spazio a questi pensieri artistici. Vivevamo in una condizione estrema, il blocco dei contatti appunto.
*Il fatto che avevate armi in cella non è sostenuto solo dalla commissione, ma anche alcuni testimoni che dicono di aver aiutato a imboscare le armi. A questa storia di Volker Speitel c’è anche una variante di Peter Jürgen Boock che sostiene di aver preparato più armi.
È sempre difficile dimostrare che qualcosa non è successo. Su Volker Speitel non posso dire molto perché io stessa non ebbi a che fare con lui. Ma Hanna Krabbe lo conosceva perché originariamente voleva partecipare all’azione di Stoccolma. Ma se l’è svignata un paio di settimane prima per riapparire poi nell’ufficio dell’avvocato Klaus Croissant. Dice di aver preparato le armi ed esplosivi nella primavera del 1977 che sarebbero poi state portate da Arndt Müller nascoste in un coperchio degli atti e poi passate durante il dibattimento a Jan, Andreas e Gudrun che le portarono dal tribunale in cella. Chi sa come venivano controllati i nostri avvocati non può credere a questa versione. Ci fu fin dall’inizio la propaganda che gli avvocati fossero nostri corrieri, ambasciatori e galoppini. Per questo venivano perquisiti a fondo ed in maniera pignola. Ogni foglio veniva spiato, in queste condizioni introdurre armi sarebbe stata pura pazzia. Inoltre per come era fattaStammheim sarebbe stato poco probabile uscirne anche se si avevano tre pistole e dell’esplosivo. Ci aspettavamo di essere liberati da fuori dalla RAF.
Le storie di Speitel non sono per niente credibili. Inizialmente ha dichiarato di aver ricevuto le armi dagli illegali, tramite un corriere nel marzo del 1977, dopo ha sostenuto che gli illegali stessi gli avessero dato le armi, in ogni caso non si poteva ricordare chi fosse il corriere o gli illegali che gliele dettero. Dopo disse che fu Sieglinde Hoffmann a dargli una pistola e l’anno successivo si ricordo esattamente che erano due. Ricorda poi che potrebbe essere stato il Giugno 1977, ma in quel periodo il processo era alla fine e gli avvocati, anche se lo avessero voluto, non avrebbero più potuto introdurre le armi nel modo indicato dalla commissione. Le favole di Boock non sono migliori:  Speitel, che sostiene di aver preparato le armi, non appare nel racconto di Boock e Boock, che sostiene di aver preparato le armi per il trasporto,non appare nel racconto di Speitel.
*Ci sono altre due “interne” che dichiarano che voi vi sareste suicidati. Susanne Albrecht e Monika Helbing, che nel 1977 erano nella RAF e che in seguito andarono da fuoriuscite nella DDR hanno dichiarato che ci sarebbe stato tra i quadri della RAF un “azione suicida” nel caso che non ci fossero più state altre possibilità di uscire. Entrambe si riferiscono a Brigitte Mohnhaupt che fu rilasciata nella primavera del 1977 e che rientrò subito in clandestinità
Entrambe hanno escogitato la cosa in un momento nel quale erano testimoni in un processo e volevano ottenere uno sconto di pena. Questo sui motivi. Posso dire che tra noi non c’era nulla del genere né come discussione né come piano.
[…]
*Per voi quindi il solo sopravvivere era una vittoria?
Sicuro. Nel momento in cui devi essere schiacciato ma sopravvivi, qualcosa l’hai raggiunto e ci rimani attaccato. Ciò che avevamo in testa era di fare un ulteriore sciopero della fame per accelerare alla decisione in quella settimana. Si trattava anche di prendere dalle mani del governo la decisione su di noi, come dicemmo in quei giorni, che non si tratta certo di annunciare il nostro suicidio come interpretarono avidamente governo e polizia. Perché poi avremmo dovuto annunciarlo? Per dargli la gioia dell’attesa?. Sapevamo bene che ci avrebbero visto più volentieri morti che vivi. Inoltre era chiaro che fino a che eravamo dentro e vivi, ci sarebbero stati quelli fuori che avrebbero voluto liberarci.
[…]
*Negli anni , hai riflettuto di un possibile scenario, di cosa poté essere successo in quella notte?
Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi. Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte.
*Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?
Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA, che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.
*Nella discussione all’interno della sinistra su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.
Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione, Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

da  

Sulle tracce della città di Rama

http://www.shan-newspaper.com/web/megalitismo/1822-sulle-tracce-della-citta-di-rama.html?fbclid=IwAR2_pmnc3YXdakjvy-6vkAKtl8bRWtPFfu3KzWRQ1zOsxph8gpfT8JAEZlM

03 Luglio 2019
Il ritrovamento delle Mura di Rama, in Valle di Susa, ha estratto la città di Rama dal mito per  inserirla nella Storia
Il ritrovamento delle Mura di Rama, in Valle di Susa, ha estratto la città di Rama dal mito per inserirla nella Storia

Per tanto tempo è stata nascosta. Ora tutti sembrano sapere dov’è. Ma è proprio così? 

Una leggenda. Un mito. Una storia

Secondo le Famiglie Celtiche del Nord del Piemonte, in tempi arcaici esisteva Rama, un’antica città megalitica, che si estendeva per tutta la Valle di Susa e anche Oltralpe. Le tracce di questa leggenda sono visibilissime per chiunque voglia andare appena un po’ oltre la miopia degli archeologi “skeptics” che bollano questi ritrovamenti come cose poco interessanti ai fini di una ricerca archeologica. Miopia o qualcos’altro?

Sta di fatto che la mitica città di Rama per molto tempo è stata oggetto di cover-up.

Eppure il mito della città di Rama è sopravvissuto ai secoli per via delle tradizioni orali del druidismo locale e grazie ai ricercatori dell’800 che hanno raccolto dati di prima mano e conferme documentate della sua esistenza, prima che scomparissero nell’oblio come le pietre delle mura demolite e confiscate dai romani.

Possiamo ricordare soprattutto il prezioso lavoro di Matilde Dell’Oro Hermil e la sua opera “Storia di Mompantero e del Roc Maol”, pubblicato a Torino nel 1897, dove cita e descrive la città di Rama secondo le leggende raccolte nella Valle di Susa.

Secondo Matilde dell’Oro Hermil, oltre alla vastità del corpus di leggende riferite all’antica città ciclopica, in tutta l’area piemontese si può reperire una vasta presenza di opere megalitiche di ogni genere riconducibili all’antica cultura di Rama.

Ma poi, il nulla.

Fino agli anni ’70 del secolo scorso, quando il ricercatore Giancarlo Barbadoro e il compianto archeologo Mario Salomone non si sono messi sulle tracce dell’antico mito.

Nella Torino-dormitorio per dopolavoristi di fine anni ’70, inizio anni ’80, Giancarlo Barbadoro dà il via ad una iniziativa destinata a dare una svolta alla cultura della città e ad ispirare innumerevoli filoni culturali.

La ruota solare incisa in verticale su una roccia a Monpantero ricorda il mito della ruota d’oro che Fetonte lasciò agli uomini al suo commiato
La ruota solare incisa in verticale su una roccia a Monpantero ricorda il mito della ruota d’oro che Fetonte lasciò agli uomini al suo commiato

Fonda in quegli anni il Centro Culturale Spazio 4 che si occupa di archeologia, astronomia, esobiologia, parapsicologia, meditazione, spiritualità. Lo scopo è quello di proporre una ricerca tra scienza e spiritualità, senza confini o barriere ideologiche. L’iniziativa si collega a una corrente europea di rinascimento spirituale che in quegli anni ha visto nascere un movimento culturale che è sfociato in quella che attualmente è conosciuta come New Age.

L’iniziativa Spazio 4 suscita un enorme interesse soprattutto tra i giovani ed è una fucina che ispirerà molti movimenti spiritualisti della Torino degli anni ’80, nonché un nuovo modo di fare cultura che influenzerà anche la musica. Un crogiuolo di esperienze che ha ispirato molteplici realtà culturali e musicali presenti ancora oggi nella città di Torino.

È in quegli anni che Barbadoro, insieme all’amico Mario Salomone, inizia il suo percorso sulle tracce del mito di Rama. E insieme fanno una scoperta straordinaria.

Il libro d’oro di Rama

Il modo in cui Barbadoro e Salomone sono giunti al Libro d’oro di Rama è singolare e puramente occasionale, sebbene significativo nei particolari della vicenda. La Valle di Susa è stata da sempre oggetto di attento studio da parte di ricercatori e di scopritori di tesori dell’antichità.

Purtroppo, molte volte gli organi ufficiali hanno compiuto azioni che hanno portato alla distruzione di elementi archeologici preziosissimi, come è accaduto con la scomparsa del prezioso e antichissimo complesso “La Maddalena” di Chiomonte, in Valle di Susa, raso al suolo per far transitare il tanto discusso tracciato ferroviario della linea ad alta velocità.

Anche il museo che ospitava preziosi reperti della nostra storia di più di 5.000 anni fa è stato requisito trasformando le stanze in una caserma per il controllo dei lavori. Per fortuna esiste una preziosa testimonianza (l’unica) di questa antica necropoli in un video realizzato da Shan Newspaper.

E senza contare lo smantellamento sistematico di monumenti megalitici avvenuto ad opera di “ignoti”.

Assieme al compianto archeologo Mario Salomone, negli anni ‘70 Barbadoro attuò moltissime esplorazioni in tutta la Valle di Susa, giungendo alla scoperta di “ripari sotto roccia” e alla serie dei famosi “mascheroni” definiti di “fattura tolteca” rinvenuti nei pressi della cittadina valligiana di Villar Focchiardo.

Le ruote solari, numerosissime nelle Valli di Susa e di Lanzo, sembrano testimoniare un antico culto riferito al mito di Fetonte e della città di Rama
Le ruote solari, numerosissime nelle Valli di Susa e di Lanzo, sembrano testimoniare un antico culto riferito al mito di Fetonte e della città di Rama

I contadini della Valle, anch’essi curiosi sulla storia della loro terra e raccoglitori dei reperti antichi rinvenuti occasionalmente nei loro campi durante le arature, sono sempre stati gelosi custodi delle loro conoscenze e diffidando degli enti ufficiali e dei “ricercatori della domenica” sono sempre stati riservati sui loro segreti, rilasciando tutt’al più all’occorrenza indicazioni sempre fuorvianti.

Tuttavia i contadini della Valle, divenuti fiduciosi dell’integrità dei due ricercatori, non lesinarono mai nel mostrare le loro scoperte che non erano assolutamente attribuibili ai Celti pre-romani né tantomeno all’Impero romano. Oggetti che gli enti ufficiali dell’epoca non presero mai in vera considerazione.

Fu così che un giorno dei primi di ottobre del ‘74 due contadini della Valle di Susa portarono a vedere ai due ricercatori un cofanetto di pietra. Dissero di averlo trovato casualmente in una delle stanze sotterranee del complesso megalitico della città di Rama che di tanto in tanto esploravano alla ricerca di possibili tesori. Approfondendo in seguito la conoscenza di queste due persone compresero che era stato un aiuto giunto da parte delle Famiglie Celtiche della zona valligiana per dare un supporto concreto su cui lavorare nella ricerca sulla città di Rama e sul mito di Fetonte.

Il cofanetto era in pietra grigia scura a forma di parallelepipedo con un coperchio che si apriva su uno dei lati più lunghi lasciando intravedere una serie di lamine di metallo rettangolari che i contadini definirono come un libro dalle pagine d’oro.

Le lamine sembravano essere effettivamente d’oro, però inscurito e dai riflessi vagamente verdastri. Erano tutte incise su ambo i lati con caratteri delicatamente impressi. Barbadoro e Salomone proposero ai due contadini di trattenere il tutto per qualche giorno ma questi rifiutarono con fermezza. Permisero tuttavia di ricavare dei calchi usando il metodo del ricalco, o “frottage”, ottenuto ponendo della carta leggera su ciascuna delle lamine e strofinando sui caratteri incuneati la punta morbida di una matita. Il delicato lavoro di “copiatura” prese tutto un giorno e una notte, ma alla fine i due ricercatori ebbero la copia fedele e numerata di tutte le pagine del misterioso Libro d’oro di Rama.

Esaminando più tardi le iscrizioni rilevate, non avendo idea di che lingua si trattasse, i due ricercatori pensarono di trovarsi di fronte alla scrittura di qualche antica civiltà perduta che aveva edificato la città di Rama.

Ma Salomone riconobbe che i caratteri sembravano essere in greco antico. Nella settimana successiva, portò una copia fotografica dei fogli ad un esperto di linguistica di Torino per fargli tradurre qualcosa che illuminasse sul contenuto delle lamine. Ma questi si dichiarò incapace di fare una vera traduzione essendo il testo scritto in un greco piuttosto arcaico e indicando un suo conoscente, che abitava a Saint-André-de-la-Roche in Francia, anche lui esperto linguista che avrebbe potuto tradurre compiutamente il contenuto delle lamine.

Un dolmen nelle Valli di Lanzo. L’intero territorio del Nord del Piemonte è costellato da reperti megalitici che testimoniano l’insediamento di popoli Celtici e rafforzano la tesi dell’antica leggenda di Rama
Un dolmen nelle Valli di Lanzo. L’intero territorio del Nord del Piemonte è costellato da reperti megalitici che testimoniano l’insediamento di popoli Celtici e rafforzano la tesi dell’antica leggenda di Rama

La traduzione richiese parecchi mesi, ma alla fine, uno dopo l’altro, uscirono tesori inattesi costituiti da leggende, conoscenze storiche, trattati sciamanici dell’antico druidismo, e molto altro. Il Libro d’oro era una sorta di enciclopedia, una raccolta sistematica di varie leggende e di cronache di eventi storici riguardanti la città di Rama e il mito di Fetonte.

Documentazione che nel suo insieme narrativo risultava di poco dissimile da quella conservata ancora nel nostro tempo dalle Famiglie Celtiche e dalle comunità druidiche del Piemonte.

Le leggende

L’antica leggenda greca di Fetonte riprende il tema del mito del Graal con un riferimento diretto alle vicende del Piemonte. Nelle Metamorfosi di Ovidio, il testo narra di Fetonte, figlio di Zeus, il dio Sole, che salì sul carro del padre per provare a guidarlo pur essendone incapace, e finì per perderne il controllo avvicinandosi troppo alla Terra e incendiandola.

Zeus per salvare la Terra fulminò il figlio, e Fetonte precipitò al suolo cadendo nel fiume Eridano, l’antico nome del Po. Secondo le antiche leggende della tradizione druidica Fetonte cadde in un luogo posto all’incontro di due fiumi, dove si uniscono la Dora e il Po. Una zona dove secoli più tardi sarebbe sorta la città di Torino.

Molti autori hanno associato la figura di Fetonte a quella della leggenda di Lucifero: la somiglianza con il mito medievale del Graal è più che mai evidente. Proprio al mito di Fetonte è associata la leggenda della città di Rama.

Platone, il filosofo ateniese del 400 a.C., interpreta la leggenda di Fetonte come un simbolismo esoterico la cui esegesi rivela un significato ben concreto, riferito ad un evento reale. Il filosofo, in merito alla leggenda di Fetonte, sostiene che essa, come tutte le leggende, non era altro che una favola per bambini che nascondeva un vero significato, ovvero la narrazione della caduta di uno dei tanti oggetti che navigano attorno alla Terra e che ogni tanto, a caso, cadono su di essa provocando morti e distruzioni.

In effetti, se si osservano le foto satellitari eseguite sul Nord Europa, si può scorgere sul suolo piemontese l’impronta livellata dal tempo di un antico impatto avvenuto presumibilmente milioni di anni fa. In un’epoca in cui probabilmente vivevano ancora i dinosauri, prima della loro inspiegabile scomparsa.

Ma come valutare questo dato? Secondo la scienza a quel tempo non doveva ancora esistere la specie umana. Come ha fatto a sopravvivere il ricordo dell’accaduto? Chi ha perpetuato la narrazione di quello straordinario evento? Esistevano forse altre forme di vita intelligente che poi trasmisero le loro conoscenze alla successiva umanità?

Un reperto preistorico del complesso “La Maddalena” di Chiomonte, in Valle di Susa. Ora il sito non esiste più poiché è stato raso al suolo per far transitare il tanto discusso tracciato ferroviario della linea ad alta velocità. Anche il museo che ospitava preziosi reperti della nostra storia di più di 5.000 anni fa è stato requisito trasformando le stanze in una caserma per il controllo dei lavori. Per fortuna esiste una preziosa testimonianza (l’unica) di questa antica necropoli in un video realizzato da Shan Newspaper
Un reperto preistorico del complesso “La Maddalena” di Chiomonte, in Valle di Susa. Ora il sito non esiste più poiché è stato raso al suolo per far transitare il tanto discusso tracciato ferroviario della linea ad alta velocità. Anche il museo che ospitava preziosi reperti della nostra storia di più di 5.000 anni fa è stato requisito trasformando le stanze in una caserma per il controllo dei lavori. Per fortuna esiste una preziosa testimonianza (l’unica) di questa antica necropoli in un video realizzato da Shan Newspaper

C’è anche da chiedersi per quale motivo, se si fosse trattato solo della caduta di un asteroide, l’antica tradizione abbia attribuito a quell’oggetto un significato riferito a una fonte di conoscenza, come viene riportato dall’acronimo “Gnosis Recepita Ab Antiqua Luce”, ovvero “conoscenza ricevuta da una luce antica”.

Il mito di Fetonte e la città di Rama

Le antiche tradizioni druidiche del Piemonte interpretano la venuta del dio Fetonte in maniera diversa e con molti più particolari di quanto viene citato nelle Metamorfosi di Ovidio.

Secondo le leggende druidiche Fetonte non sarebbe caduto al suolo come vuole il mito greco, bensì sarebbe disceso dal cielo sul suo carro celeste costruito interamente in oro massiccio. E inoltre non avrebbe prodotto un terribile incendio come nel mito di Ovidio, a meno che non si intenda questo evento come un riferimento simbolico al culto del fuoco o alla diffusione di una nuova conoscenza venuta dal cielo che avrebbe coinvolto tutto il continente europeo.

Il dio sarebbe disceso con il suo carro di metallo dorato nella Valle di Susa, alle pendici del Monte Roc Maol, l’attuale Rocciamelone, dove esisteva un’antica e mitica caverna sacra che si apriva sul fianco della montagna per inoltrarsi nelle sue viscere di roccia sino a raggiungere l’altro versante dell’area piemontese identificabile nelle Valli di Lanzo.

Nel luogo della sua discesa dal cielo, Fetonte avrebbe incontrato gli uomini che vivevano nei tempi antichi. Uomini che secondo la tradizione druidica erano ben diversi da quelli attuali, molto più alti, tanto da essere descritti come dei giganti con fattezze mostruose. Descritti alle volte anche come piccoli sauri e serpenti antropomorfi, ricoperti di piume variopinte e dal sangue caldo.

Secondo le leggende, il dio sceso nella Valle di Susa, dopo la sua venuta avrebbe incontrato una confraternita di uomini di quel tempo che praticava il culto del fuoco, ritenuto come una emanazione del Sole, la manifestazione della divinità che regnava sull’universo.

L’Autrice nei pressi di un sito megalitico nelle Valli di Lanzo
L’Autrice nei pressi di un sito megalitico nelle Valli di Lanzo

Fetonte aveva scelto una radura in una foresta della valle e per sacralizzarla si era fatto costruire dai suoi due assistenti di metallo dorato un grande cerchio di dodici enormi pietre erette.

Da questo memorabile evento la originaria confraternita del fuoco che operava in lavori di metallurgica si trasformò in una Scuola iniziatica. La Scuola del Fuoco iniziò il suo operato formando i primi druidi, gli Ard-Rì, che avrebbero in seguito civilizzato tutto il continente europeo. Personaggi che più tardi, nel mito medievale del Graal, sarebbero stati identificati nelle creature semidivine che avevano raccolto la gemma verde per trasformarla in una coppa di conoscenza.

Fetonte, sempre secondo la leggenda, ampliò la sua Scuola iniziatica dando vita all’Ordine monastico-guerriero dello Za-basta che prendeva nome dal pettorale che ciascuno dei suoi appartenenti indossava. Un Ordine che per certi versi preannunciava quello che molti millenni dopo sarebbe stato l’Ordine dei Cavalieri del Tempio. E così come fece l’Ordine dei Templari in una Europa imbarbarita, anche lo Za-basta si impegnò ad una immane civilizzazione di un pianeta che, dopo la fine dell’era dei grandi sauri, era tutto da ricostruire e che avrebbe portato dopo peripezie di ogni genere su tutto il pianeta all’umanità del nostro tempo.

Secondo la tradizione druidica, Fetonte avrebbe portato in dono agli uomini un albero dai poteri particolari, l’Yggdrasil, l’Albero della Vita che si estende tra i mondi, in grado di donare benessere e conoscenza a chi lo seminava e lo coltivava. Un simbolismo che porta l’Yggdrasil a fondersi con l’esperienza introspettiva e creativa della meditazione, considerata la base fondamentale della Scuola iniziatica di Fetonte.

Attorno al grande cerchio di pietre fatto erigere da Fetonte sorse la città di Rama. Intorno ad esso sarebbe sorto il primo nucleo urbano della città di Rama che raccoglieva i pellegrini giunti dalle varie parti del continente per incontrare il dio.

In breve tempo le abitazioni fatiscenti del primo borgo si trasformarono in dimore più solide e il borgo prese ad ospitare commerci, mense di ristoro e strutture ospedaliere. Nei secoli successivi comparvero mura di protezione in pietra che si svilupparono, progressivamente alla crescita dei residenti, in una vera e propria città-fortezza.

Successivamente, dopo il congedo di Fetonte dagli uomini, la città-fortezza si trasformò in una immensa città megalitica che si espanse per tutta la valle. Una città che poi nei millenni a venire verrà ricordata come la città di Rama. Il suo nome faceva riferimento alla “roccia”, in un antico termine gaelico, alla pietra con cui era stata costruita la città e sembra che fosse anche la contrazione del significato di “Città dei tre draghi”, riferendosi ai periodi di ricostruzione della città che ospitava il “Drago” che sarebbe avvenuta nel tempo.

Valle di Susa, una grotta dedicata alla ruota solare. Al luogo impervio si accede dopo una scalata nella roccia, quasi un percorso iniziatico che sembra sottolineare la sacralità del posto. Il vasto numero delle ruote solari che si trovano in tutte le valli del Piemonte, e non solo, sembrano riferirsi al mito della ruota d’oro di Fetonte
Valle di Susa, una grotta dedicata alla ruota solare. Al luogo impervio si accede dopo una scalata nella roccia, quasi un percorso iniziatico che sembra sottolineare la sacralità del posto. Il vasto numero delle ruote solari che si trovano in tutte le valli del Piemonte, e non solo, sembrano riferirsi al mito della ruota d’oro di Fetonte

Il nucleo più antico della città di Rama si ergeva sulle falde del Monte Rocciamelone, la cui vetta sarebbe stata poi in epoca romana la sede di culti antichi tra cui per ultimo il culto di Giove.

La città antica era stata costruita con l’uso di grandi blocchi di pietra che dalla stima delle loro dimensioni dovevano pesare mediamente dalle quattro alle cinque tonnellate ciascuno.

Le mura ciclopiche di Rama si snodavano per circa 27 chilometri e i suoi immensi portici in pietra si sviluppavano, per tutta la lunghezza della valle, sulla direttrice delle cittadine di Bruzolo, Chianocco e Foresto, sulle rive del fiume Dora. Sulla sommità del Roc Maol, la montagna su cui si appoggiavano le mura della città, era posto l’osservatorio da cui i druidi del tempo esploravano il cielo.

La città antica giunse ad essere il centro di un immenso agglomerato urbano di costruzioni minori che si estendeva dal suo centro alla città di Susa sino alle porte dell’attuale città di Torino, raggiungendo il versante transalpino dell’odierna Francia.

Nei tempi antichi, ancora legati al mito del Graal, Rama era la vera e sola città esistente allora su tutto il continente europeo, la sede pacifica e intellettuale di un popolo misterioso che diceva di aver avuto origine dalla conoscenza giunta dalle stelle.

Prima di lasciare gli uomini Fetonte avrebbe fatto costruire una grande ruota d’oro, di circa due metri di diametro, forata al centro, in cui era racchiusa tutta la conoscenza trasmessa agli umani.

La leggenda di Fetonte sembra riportare un evento che viene ricordato nei miti di tutti i Popoli del pianeta: una conoscenza ricevuta da una fonte antica, proveniente dallo spazio, come ricordano i miti degli aborigeni australiani o le figure degli Elohim, gli dei che crearono l’umanità.

Del resto, lo stesso nome del GRAAL, simbolo accomunato a quello di Fetonte, è costituito dall’acronimo Gnosis Recepta Ab Antiqua Luce (conoscenza ricevuta da una antica luce), concepito dagli alchimisti medievali.

Fetonte non è quindi da intendersi come una figura singola, ma come un evento di una consorteria venuta dallo spazio che ha donato una immensa conoscenza agli uomini del tempo.

Il ritrovamento delle mura di Rama

La ricerca sull’esistenza della città di Rama premiava i due ricercatori con una scoperta senza precedenti. Purtroppo questo accadeva molto tempo dopo che Mario Salomone era scomparso.

Come accadde per la scoperta di Troia, a cura dell’archeologo tedesco Heinrich Schliemann che inseguì il mito del Tesoro di Priamo fino a trovare l’antica città ritenuta dagli studiosi solo frutto della fantasia, anche la scoperta delle mura di Rama estrasse Rama dalla leggenda per inserirla nella storia.

Il Cerchio di Pietre di Dreamland, progettato da Giancarlo Barbadoro nell’antica terra sacra di Rama per dare continuità alla tradizione celtica e mantenere vivo il mito di Rama, custodito dalle Famiglie Celtiche
Il Cerchio di Pietre di Dreamland, progettato da Giancarlo Barbadoro nell’antica terra sacra di Rama per dare continuità alla tradizione celtica e mantenere vivo il mito di Rama, custodito dalle Famiglie Celtiche

Successe che, nonostante il clima di indifferenza esistente intorno al mito di Rama e di Fetonte da parte della ricerca ufficiale, nell’estate del 2007 sia avvenuto il ritrovamento, in piena Valle di Susa, di una parte dei bastioni di mura in pietra che, per via del luogo del ritrovamento e della loro architettura megalitica, possono essere considerate come parte delle grandi mura della città di Rama.

Il ritrovamento rappresenta una importante testimonianza sulla possibilità della reale esistenza di Rama, trasportando l’evento al di fuori della narrazione del mito e delle leggende popolari.

Le mura che sono state rinvenute sembrano emergere dalla montagna. Il che lascia dedurre che il restante della struttura sia ancora sepolto dalle valanghe naturali avvenute nei millenni.

Le pietre che costituiscono le mura risultano squadrate e quindi chiaramente prodotte da opera umana. E sono anche di grandi dimensioni, tanto che si può parlare di veri e propri macigni.

I massi sono posati gli uni sugli altri, con blocchi di pietra che mostrano misure mediamente di almeno 1 metro e 80 di altezza per 1 metro e 60 di larghezza, e altrettanto di profondità. Si può stimare che ogni pietra delle mura pesi dalle 4 alle 5 tonnellate.

Le gigantesche pietre appaiono sistemate a secco tra di loro con sagomature che rivelano come gli antichi architetti abbiano voluto dare la massima coesione tra le stesse e quindi compattezza alle mura. In alcuni casi si può notare come le pietre siano accostate tra di loro senza che ci sia la possibilità di far penetrare nelle fessure la lama sottile di un coltellino.

L’aspetto di queste mura, per loro forma e lavorazione, può ricordare quello delle fortezze andine o le pietre a più angoli di Cuzco. Ricordano senza dubbio le mura delle fortezze megalitiche del centro Italia, come quelle dell’area del Circeo laziale, vicino a Roma, realizzate si presume dai Pelasgi e poi riutilizzate in epoche successive dai romani. Possono essere accostate per la loro struttura anche ad alcune opere megalitiche della Sardegna.

C’è da aggiungere che sul versante francese delle Alpi si stanno svolgendo scavi in un sito archeologico attribuito all’antica Rama. Nel sito archeologico di Champcella, nei pressi del comune che guarda caso si chiama “La Roche de Rame”, tra Embrun e Briançon, sono in corso da alcuni anni scavi archeologici che hanno portato alla luce strutture in stile megalitico del tutto simili a quelle delle mura di Rama rinvenute in Valle di Susa.

Il Cerchio di Pietre di Dreamland raccoglie naturalmente tutti i viandanti richiamati dal cromlech, che intendono migliorare la propria vita e dare un contributo per un mondo migliore, proprio come succedeva intorno al Cerchio di Pietre di Fetonte
Il Cerchio di Pietre di Dreamland raccoglie naturalmente tutti i viandanti richiamati dal cromlech, che intendono migliorare la propria vita e dare un contributo per un mondo migliore, proprio come succedeva intorno al Cerchio di Pietre di Fetonte

I Tre Doni di Fetonte

Un altro elemento che rende viva la leggenda, a supporto della concretezza di una Tradizione che ha lasciato tracce nella storia, è ravvisabile nei “Tre Doni di Fetonte”.

Secondo l’antica tradizione narrata nel “Tai Saar i Mnai” (Il Libro del Cielo e della Terra), l’antico libro dello sciamanesimo druidico, Fetonte avrebbe lasciato agli uomini del tempo tre doni che rappresentano tre modalità di esperienza concatenate in sequenza tra di loro. Doni che possono contribuire a cambiare il mondo in un nuovo Eden, dove non esistano più sofferenza, violenza e guerre. 
Un mondo dove possa esistere pace e fratellanza tra tutte le specie viventi, libertà di espressione per ogni individuo e vera gioia di vita per ogni creatura che si affaccia e vive la natura assoluta e reale del Vuoto, l’elemento fisico e mistico da cui ha avuto origine l’universo e la vita di ogni creatura che lo popola.

Ma la comparsa di Fetonte sulla Terra non rappresenta solo un mito. Ci sono evidenti certezze della sua apparizione nella storia di questo pianeta. E queste certezze risiedono in precisi elementi che si evidenziano nei tre doni che avrebbe lasciato all’umanità del tempo e poi trasmessi dalla tradizione dell’antico sciamanesimo druidico dei nativi europei.

Il primo è la Ruota Forata, simbolo della via mistica del Vuoto. Rappresenta l’oggetto che Fetonte avrebbe donato all’umanità del tempo nel momento del suo congedo dal pianeta come prova e ricordo della sua venuta sulla Terra.

È il simbolo della sua conoscenza, interpretabile nella sua esegesi: una dottrina mistica e una cosmologia dello Shan, la natura nella sua concezione immateriale. Il simbolo della ruota forata si trova presso tutte le culture antiche e moderne di tutto il pianeta, con i suoi numerosi nomi, lasciando senza spiegazioni gli archeologi del mondo maggioritario che sono avulsi dalla storia effettiva di questo mondo.

Un simbolo che si trova soprattutto diffuso in tutta la Valle di Susa dove sarebbe avvenuto l’antico evento della venuta di Fetonte.

Il secondo dono è la Nah-sinnar, la Musica del Vuoto. Uno straordinario strumento di terapeutica dello spirito che attraverso il potere del suono si esprime con una musica in grado di agire sull’inconscio e liberare l’individuo dalla prigionia soggettiva della mente.

Il terzo dono è la Kemò-vad, una disciplina che deriva dall’antico sciamanesimo druidico che si attua con una forma di meditazione sia dinamica sia statica ed è basata sull’ “Arte del gesto consapevole”. Questa disciplina è in grado di risanare il corpo e la mente portando a intuizioni mistiche, risultato che nessun’altra tecnica similare permette di ottenere con la stessa rapidità.

Nel tempo la Kemò-vad è giunta nei giorni nostri anche trasformandosi nelle discipline di cultura orientale dove sarebbe stata portata dagli Ard-rì, gli Allievi di Fetonte.

I tre doni di Fetonte rendono concreto il mito in quanto attualizzano un insegnamento nato in ere arcaiche, quando forse l’umanità non aveva ancora l’aspetto che ha oggi, e tuttavia sono in grado di provocare cambiamenti significativi nell’individuo di ogni tempo, portandolo ad una qualità di vita migliore.

Nelle Valli di Susa e di Lanzo è facile trovare delle ruote forate davanti alle abitazioni in segno propiziatorio e protettivo. Anche se magari molti non ne ricordano più il significato, l’antica usanza è rimasta
Nelle Valli di Susa e di Lanzo è facile trovare delle ruote forate davanti alle abitazioni in segno propiziatorio e protettivo. Anche se magari molti non ne ricordano più il significato, l’antica usanza è rimasta

Cosa rimane della città di Rama?

Oggi apparentemente della leggendaria città di Rama non vi è più traccia.

Eppure, dal materiale raccolto, leggende, miti, racconti, dai reperti megalitici e dalle ricerche effettuate da appassionati del settore, tutto può far pensare ad un passato epico di cui le Valli del Piemonte sono state testimoni dirette. Il mito della città di Rama evoca un’epoca eroica e leggendaria, una vera e propria saga che avrebbe avuto come epicentro le valli del Piemonte, la cui influenza si sarebbe estesa in tutta Europa.

Ai nostri giorni, della ciclopica città di Rama rimangono le tradizioni conservate da quello che è rimasto della cultura druidica dell’area piemontese e che probabilmente hanno alimentato la cultura laica dei salotti illuministi di Torino fino ai giorni nostri.

Nella Valle di Susa e nelle Valli di Lanzo si tramandano ancora oggi leggende locali che narrano in maniera molto viva eventi relativi alla città di Rama e alla sua scomparsa.

Nell’area di Mompantero, in Val di Susa, esistono leggende locali che narrano in maniera molto esplicita eventi relativi alla città di Rama e alla sua scomparsa. Secondo le leggende, non tutti i suoi abitanti scomparvero a causa della catastrofe che distrusse l’antica città, ma una parte di loro si salvò e costruì una città segreta nelle viscere rocciose del Roc Maol, il Rocciamelone, dove i sopravvissuti si rifugiarono mantenendo nascosta la loro esistenza. Altre leggende asseriscono che all’interno del Roc Maol vi sarebbe un mago benevolo che veglia su un immenso tesoro fatto di monili preziosi e di strumenti magici.

Secondo alcune credenze, in posti segreti, conosciuti solo a pochi valligiani, sono rimasti strumenti di scavo e varie strane macchine che furono usate dagli abitanti di Rama con le quali è possibile fare ancora oggi delle cose straordinarie. Altre credenze ancora affermano che il Dio disceso tra gli uomini avrebbe lasciato uno dei suoi aiutanti di metallo dorato a proteggere la grande Ruota d’Oro e tutti i segreti della sua conoscenza.

L’aiutante del Dio sarebbe stato in grado di mutare a piacimento le sue sembianze” e si sarebbe trasformato in un “grande drago d’oro” che custodirebbe il Graal, o un smeraldo di intensa luce verde, nascosto in una grotta celata all’interno di una montagna della Valle di Susa.

L’influenza delle leggende legate al Rocciamelone e alla Città di Rama hanno una eco anche nelle Alte Valli di Lanzo, dove ancora oggi si possono trovare numerosissimi reperti megalitici: coppelle, incisioni, dolmen e menhir, ma anche usanze, tradizioni locali e leggende riferibili al mito di Rama.

Le tracce della città di Rama rimangono vive non solo nelle molteplici leggende locali ma anche nei nomi di vari luoghi dell’area su cui sorgeva Rama.

In Val di Susa esiste ad esempio un’area che porta il nome di “bosco di Rama”; a Chianocco, sempre in Valle di Susa, c’è una frazione denominata “Ramats”. Ancora più specifico è il nome di una via di Caprie: Via Città di Rama. Moltissimi sono i cognomi riferiti a Rama, così come le insegne dei negozi, segno evidente che nella gente del posto il nome è rimasto a significare ancora qualche cosa.

Il libro “Rama, antica città celtica” di Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero, pubblicato da Edizioni Età dell’Acquario, anche in e-book
Il libro “Rama, antica città celtica” di Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero, pubblicato da Edizioni Età dell’Acquario, anche in e-book

Il Cerchio di Pietre di Dreamland

Rama continua a far parlare di sé, a volte anche a sproposito. Sono molti gli pseudo-ricercatori o druidi improvvisati che vantano certezze su Rama e sul luogo dove sarebbe sorta, organizzando meeting, escursioni, improbabili riti druidici e quant’altro, ovviamente a pagamento.

In realtà le Famiglie Celtiche delle Valli di Susa e di Lanzo custodiscono gelosamente il segreto delle sue mura e dei suoi reperti, affidandoli esclusivamente a persone di loro fiducia.

Nel rispetto dei principi costruttivi delle antiche tradizioni e ispirandosi al mito della città di Rama, Giancarlo Barbadoro ha voluto progettare un grande Cerchio di Pietre che risiede nell’antica terra sacra di Rama in un preciso luogo indicatogli da esponenti delle Famiglie Celtiche.

Oggi questo anfiteatro antico assume il ruolo di palco e tribuna di un teatro immerso nell’ambiente dove avvengono eventi musicali e culturali che richiamano lo spirito della natura e della grande avventura della vita vissuta dall’individuo.

Lo Stone Circle assolve anche a funzioni didattiche poiché rappresenta un elemento di archeoastronomia in grado di illustrare le antiche scienze dei Celti e di avvicinare il pubblico ai fenomeni della volta celeste. Il cerchio di pietre di Dreamland, nell’intenzione del suo promotore, è stato costruito per dare visibilità alla cultura celtica, una cultura che si è sempre riferita alla natura. Nel riferirsi alla natura la cultura celtica ha sviluppato tutti i valori che dalla natura si possono trarre. Essenzialmente l’esperienza del silenzio, fondamentale per tutte quelle culture che si ispirano alla natura.

Il cerchio si trova ad essere posizionato in modo tale da poter segnalare l’inizio dei solstizi e degli equinozi; vi sono delle pietre che indicano l’inizio del solstizio d’estate e l’inizio del solstizio d’inverno e presentano l’arco percorso dal sole nel cielo, dando così la proporzione della durata delle stagioni. Il cerchio è orientato esattamente sulla stella polare e serve pertanto anche come strumento notturno per l’osservazione del cielo stellato.

Presso i Celti l’astronomia rivestiva una scienza sacra perché riuniva praticamente tutte le discipline ed era vista come un modo di rapportarsi al mistero dell’esistenza. Secondo queste culture un cielo stellato rappresentava una realtà che trascende sia l’individuo che le cose terrene e pertanto studiare l’astronomia assumeva un valore di sacralità.

Il Cerchio di Pietre di Dreamland, così come è la natura dei cromlech, ha anche una funzione simbolica in quanto la struttura manifesta il principio della ruota forata di Fetonte , un ente mistico che rappresenta l’evolversi dell’individuo nella natura: dal suo ingresso nel cerchio, che simboleggia l’affacciarsi nella vita dell’universo materiale attraverso l’esperienza della nascita, fino al raggiungimento del centro del cerchio, che simboleggia l’unione con la natura immateriale dell’esistenza.

Il luogo dove sorge il cerchio di pietre è stato indicato dalle Famiglie Celtiche per la valenza simbolica che rappresenta: qui infatti sorgeva anticamente un grande albero, come l’Yggdrasil che Fetonte regalò agli uomini del tempo, che in occasioni particolari veniva addobbato con nastri multicolori e attorno al quale si creavano grandi cerchi di danze collettive, rito che è stato poi adottato da tutti i Paesi celtici.

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COSA HANNO IN COMUNE ZEFFIRELLI, BERLINGUER, MORSI? —— LESA MAESTA’——— E ER MEJO FICO DEL BIGONCIO (NON) RISPONDE

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/06/cosa-hanno-in-comune-zeffirelli.html

MONDOCANE

DOMENICA 23 GIUGNO 2019

 Possiamo facilmente perdonare a un bambino di aver paura del buio. La vera tragedia nella vita è quando gli uomini hanno paura della luce”(Platone)

Er mejo Fico del bigoncio (non) risponde

Una premessa. A proposito della mia “lettera aperta a Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati”, molti si sono chiesti se mai Fico avrebbe replicato. I più si sono dati una risposta negativa. Hanno avuto ragione. Lettere che richiedono risposte argomentate che confermino o ribattano considerazioni, dati e fatti espressi possono essere ignorate, o perché imbarazzanti, o perché non si hanno quegli argomenti, o perché non ci si abbassa al rango del troppo poco meritevole corrispondente. Scegliete voi tra queste possibilità. Comunque una risposta, seppure indiretta, a noi tutti è arrivata dal cosiddetto “rosso” e “sinistro” del MoVimento. Ed è una conferma, se non della buonafede, che non potevo non attribuirgli in assenza di una sua ricevuta di guiderdone da George Soros, di tutti i motivi per cui Fico è gradito al consorzio monopolarista destro-sinistro, che ne intravvede l’uso come piede di porco tra posizioni divergenti nei 5 Stelle.

La risposta indiretta a chi gli spiegava quali fossero i retroscena geopolitici e propagandistici dell’assalto all’Egitto tramite Regeni e quale fosse il retroterra, diciamo, di “intelligence”, del collaboratore italiano dello squadronista della morte John Negroponte, è venuta da quanto Fico ha replicato a Mohamed Saafan, ministro del Lavoro egiziano che aveva osato affermare che quello di Giulio Regeni era “un omicidio ordinario che avrebbe potuto accadere a chiunque in qualunque Stato”. Ha alzato il ciuffo, il presidente della Camera, e ha reagito da par suo: “Queste parole sono un’offesa all’intelligenza e alla dignità dell’intero popolo italiano” (RF ha imparato da Renzusconi a rivendicare il diritto di parlare a nome di 60 milioni di italiani). “Sappiamo benissimo (lui!) che la rete degli apparati di sicurezza egiziani lo ha inghiottito. Giulio Regeni è stato ucciso già una, due, tre, quatto volte”. Roberto Fico, non solo terza carica dello Stato (ohibò!), ma anche inquirente, accusa, giuria e giudice. Difesa? Non se ne parla.

Non basterà, perché quando a Berlino si riuniranno le Commissioni Esteri e Comunitari UE, la delegazione italiana capeggiata da Fico, non mancherà di dare risalto internazionale, sia alla sentenza da lui pronunciata alla faccia di ogni divisione costituzionale dei poteri, da noi e in Egitto, sia alla battaglia perché sradicamento e accoglienza di manovalanze gestite da Ong private diventino immediatamente principio fondante della così avverantesi globalizzazione. Perseverare diabolicum.

Premessa lunghetta, ma la dovevo ai miei ottimi interlocutori.  Passiamo a quanto adombrato nel titolo. E se il meme “lesa maestà” è tra quei termini che fanno calare l’ostracismo di Google e Facebook, di tutto questo non leggerete una cippa.

Come combattere la ‘ndrangheta? Ma in processione, no?

Del Rio a Cutro

Il nuovo millennio è fausto per la ‘ndrangheta a Reggio Emilia. La provincia vanta una delle più alte densità mafiose d’Italia. Che vota compatta. La sua capitale è però ancora in Calabria, a Cutro, dove regna il clan Grande Aracri. Nel 2009 è sindaco a RE Graziano Del Rio. Afferma che la città è gemellata con Cutro per cui è giusto avventurarsi fin laggiù a prenderlo di petto quel clan. Come, partecipando alla cerimonia, messa e corteo, del Santissimo Crocifisso, annualmente celebrata in onore dei Grande Aracri. E perché mai non dovrebbe farlo? L’evento è in onore dei defunti e ai defunti non si nega nulla, tanto meno i massimi onori. Anche se quelli di Cutro, a cui Del Rio ha intitolato la più grande strada di Reggio Emilia, sono più vii che mai.

Ecco, in Italia siamo abituati così. Una celebrità muore e, che abbia fatto miracoli per l’umanità o solo per se stesso e, magari, a danno del resto, non importa: va celebrato, ingigantito, gonfiato, magnificato, pianto più che la mamma. Muori e la tua reputazione è salva, per quante tu ne abbia combinate. Non seguire questo benevolo, generoso, costume ti fa sotterrare dall’indignata accusa di lesa maestà.

Lesa Maestà: Franco Zeffirelli, regista dei santini

Prendiamo Franco Zeffirelli al quale mi uniscono tre cose e nient’altro. Uno: siamo nati a Firenze e battezzati da Arno in Battistero; due: abbiamo vissuto sulle colline di Fiesole; tre: orgogliosamente e dolorosamente abbiamo tifato Fiorentina. Il “nient’altro” è tutto il resto di Zeffirelli, il maestro, il genio, quello che ha messo in scena opere epocali, girato film capolavoro. Santo subito. Visconti, che ne condivideva il barocchismo, ma col gusto selezionato da generazioni di lignaggio abituato al bello, che allo Zeffirelli faceva difetto, lo chiamava “arredatore”. E, per umana carità, non aggiungeva “di posticce chincaglierie”. Ma diciamolo, non è solo alla morte che uno che ha fatto regie di gigantesca fuffa, film di un kitsch inguardabile, deve tanta gloria postuma. Infatti, gli è stata tributata anche in vita. Segno che a volte la santificazione è merito non solo della scomparsa dalla scena, ma anche della degenerazione estetico-etica che contrassegna certi tempi all’americana. Eppoi, non serpeggia sotto tutto questo la speranziella che, se dico tanto bene degli altri, quando sarà il turno mio magari i posteri ricambieranno……

Lesa Maestà: Berlinguer

E’ ricorso l’anniversario della morte di Enrico Berlinguer, il 35esimo. Avete sentito, percorrendo per intero ogni arco, costituzionale, extracostituzionale o arcobaleno che fosse, un pur timido, vago, pudico, accenno di critica a colui che ha fatto dei lavoratori, degli onesti, degli umiliati e sfruttati il più grande Partito Comunista d’Occidente, per poi farli arrivare in mano, via via, agli Occhetto, D’Alema, Veltroni, Bersani, Renzi, Zingaretti, ? No, non l’avete sentito, si sarebbe subito elevato l’urlo di lesa maestà. E pour cause. Come non potrebbero celebrare, esaltare, quel politico dietro alla cui altissima morale oggi possono nascondere, anzi giustificare, i propri arretramenti-tradimenti-sparimenti? Essendo lui la causa e loro gli effetti?

Perché è per la causa della liberazione dei popoli e dell’emancipazione del proletariato che Berlinguer, preso in mano il testimone di Togliatti (mentre quello di Gramsci si perdeva nella polvere) ha proseguito quella” lunga marcia attraverso le istituzioni” che ci avrebbe portato, inesorabilmente, non al lugubre e sanguinario esito della rivoluzione, bensì a quello sorridente, benevolo, inclusivo della socialdemocrazia. Quella contraffatta, però. L’arma sinistra del capitale. Con l’altosonante compromesso storico si sono stroncati decenni di lotta partigiana e civile per un assetto sociale rovesciato rispetto a tutti i capitalismi, fascisti e non. Ci si é messi d’accordo tra cervi reali ridotti a pecore e rettili cobra rimasti tali. 


Lama cacciato e chi lo ha cacciato

E quando a questi ultimi sembrava venisse a mancare il fiato, glie lo abbiamo insufflato a forza di “austerità” e di “sacrifici” Erano gli anni ’70 e c’era chi, ancora una volta, come nel ’48 dell’800, nei ’20, nei ’40 del secolo successivo, per tutto il paese faceva riecheggiare il grido di ogni giustizia: “vogliamo tutto”. I padroni, alla vigilia di una nuova salto d’epoca, dall’industriale alla tecnologica, si trovavano in affanno di accumulazione. L’austerità  di quanti stavano sotto era quella che li avrebbe facilitati. Erano anche gli anni della delazione, della repressione a fianco dello Stato delle stragi e, coerentemente, con Pinochet, quelli del Berlinguer che ci trascina tutti verso l’ombrello sotto il quale si sentiva, lui, “più sicurola Nato”. Hai voglia poi ad andare ai cancelli della Fiat, a batterti per lo Statuto dei lavoratori. Atti di contrizione. Non ti avevano giocato, te l’eri giocata. Anzi, ci avevi giocati.

Anche se una mano, una sola, l’avevamo vinta a coronamento del migliore ‘68 e ancora mi ci ringalluzzisco: la meravigliosa cacciata del tuo emulo sindacale dall’Università. E c’è chi si meraviglia se oggi stiamo al Prodi, ai D’Alema, agli Orfini, ai Calenda, agli Zingaretti, alle Serracchiani, ai Marcuzzi, ai Lotti. E, dopo Lama i Cofferati, trovati sulle liste UE di Soros, le Camusso, i Landini,  in piazza assieme alla Confindustria e a quelle degli uteri in affitto. E poi c’è chi parla di dinastie a proposito della Corea del Nord. Era già stato tutto scritto. Da Palmiro, poi da Enrico. Con Gramsci in carcere.
  

Lesa Maestà. Una che farà particolarmente piacere a Fico.

Si chiamava Mohamed Morsi, ex.presidente d’Egitto tra il 2012 e il 2013, morto d’infarto durante un’udienza in tribunale, ma per Fico e tutti i media e politici che stanno compatti, unipolarmente, sotto l’ombrello caro a Berlinguer, “assassinato dal regime Al Sisi”. Come Giulio Regeni. Destino che in quel mattatoio incomberebbe anche sui 60mila detenuti nelle orrende carceri egiziane. Detenuti “politici”, è ovvio. Magari catturati nel Sinai, dove, come braccio armato Isis della Fratellanza Musulmana, con armi fornite da Qatar e Turchia, sotto il benevolo sguardo dei nostalgici Usa di Morsi, sgozzano infedeli, bruciano villaggi, scannano poliziotti, bazookano caserme. Oppure presi con le mani ancora impastate di tritolo dopo aver fatto saltare una dozzina di chiese copte. O, ancora, messi in prigione per aver assassinato alcune delle più alte cariche della magistratura. Insomma valorosi combattenti di una guerra civile alla libica o alla siriana, e dunque “prigionieri politici”. Lasciamo perdere, sono le cose di Amnesty International e Human Rights Watch.

Ma chi era Morsi? L’unico presidente eletto democraticamente in Egitto? Mica vero. Vedi Wikipedia. Eletto dal 17%degli aventi diritto, con per unico antagonista un detrito del vecchio regime di Mubaraq, dato che tutti gli altri avevano disertato le urne. E, appena un anno dopo, spazzato via da una rivolta di massa come non si era mai vista in quel paese e alla quale i suoi hanno reagito sparando sulla folla e ammazzando centinaia di persone. Altre centinaia di oppositori li aveva fatti uccidere nelle proteste di novembre-dicembre 2012.Dopodichè il popolo ha preferito votare in massa per i militari anziché per lui. Che aveva modificato la costituzione per darsi pieni poteri sulla magistratura, per imporre la sharìa, la legge islamica che subordina e controlla ogni particella della vita umana; che aveva vietato gli scioperi, che aveva perseguitato i copti, che aveva convinto Hamas a Gaza di mettersi d’accordo con Israele. Un dittatore se ce ne’è uno. Ma caro al “manifesto”.

Morsi e Hillary Clinton

Morsi non poteva non essere salutato con entusiasmo da Obama e Clinton, visto che aveva la nazionalità statunitense, avendo lavorato negli Usa per la Nasa e godendo addirittura di un nullaosta di intelligence del Pentagono, cioè era una spia abilitata. Diventa presidente dopo che la commissione elettorale era stata minacciata di morte da suoi sostenitori armati se non lo avesse proclamato vincitore a dispetto di fantastici brogli e interventi manipolatori. Da presidente ha esaltato le imprese dei confratelli a Luxor, dove il 17 novembre 1997 furono massacrati, accoltellati, mutilati, 64 visitatori stranieri di un sito archeologico. Fece governatore di Luxor uno dei responsabili di quella strage. Ha ridotto in brandelli l’economia egiziana, ha provato a vendere al Qatar il Canale di Suez (che poi al Sisi in un anno ha raddoppiato).

Chi gli ha dedicato il necrologio più agiografico è una  vecchia conoscenza britannica dei miei giri in Medioriente, fin dal 1967, Guerra dei Sei Giorni. L’ultima volta l’ho incontrato a Baghdad, mentre si divertiva a irridere al nostro gruppo di “scudi umani” contro l’allora imminente attacco Usa. Passa per essere filopalestinese e competente sulle questioni arabe. Scrive per l’Independent ed è sicuramente in eccellenti rapporti con l’MI6, servizio segreto del Regno Unito per l’estero. Di cui, novello Lawrence d’Arabia, prova a rappresentare l’ala che cinguetta con i Fratelli musulmani e spara a palle incatenate contro i “dittatori arabi”. Quelli disobbedienti. Di Morsi ha celebrato, con la lacrima sul ciglio, l’eloquenza straordinaria, l’altissimo senso dell’onore. E, guardate, Fisk è molto anziano, ma per niente rincoglionito. Da noi ci sono tanti piccoli Robert Fisk in sedicesimo, per i quali la questione se stanno bene o male di testa non si pone nemmeno. Non c’è mezzo d’informazione italiano che non ne abbia esibito uno. Girano come tante figurine nella giostra del tirassegno. Basta vederci bene e le tiri giù.

Il vero problema nostro è che quando c’è da far strada allo straniero, tedesco, americano, Total, Exxon, BP, Shell, che sia, da noi non ce n’è per nessuno.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:44

75° DELLO SBARCO IN NORMANDIA ——— L’UN POPOLO E L’ALTRO SUL COLLO VI STA

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/06/75-dello-sbarco-in-normandia-lun-popolo.html

MONDOCANE

SABATO 8 GIUGNO 2019

https://www.youtube.com/watch?v=vZmWlQfFuMk  dedicato agli innominabili

Lo sbarco

Vittorie, liberazioni, processi

Nei giorni scorsi, in Normandia, rianimando un po’ di vecchietti scampati al pianificato massacro e ciononostante belli giulivi, con in testa il basco e sul petto la spilletta di reduce, hanno iniziato alla grande a scassarci quanto è particolarmente caro a noi e prezioso alla continuità della specie minacciata. E diabolicamente persevereranno quando, dallo sbarco, l’anno prossimo, passeranno al settantacinquesimo della “vittoria”. Da noi, in mancanza di quella,  si blatererà di “Liberazione”, che è come dire bravo a chi ha raso al suolo Montecassino. Indi, un altro anno, ottobre 1946, fanfare, piatti e timpani per la celebrazione del primo processo chiamato “Giustizia”, inflitto dal vincitore al vinto, dal bene assoluto al, per antonomasia, “male assoluto”.

Da lì in poi, come sappiamo, non passa anno che non vi sia occasione per celebrare la ricorrenza di un qualche glorioso effetto della “vittoria”. Tipo l’UE, con concomitante fine di un’obsoleta forma di democrazia costituzionale antifascista e della pericolosamente nazionalista autodeterminazione dei popoli; tipo Nato, che ci permette di diffondere i suddetti principi a un universo mondo preda di fobie anti-occidentali; tipo mercato, addetto a una più felice distribuzione della ricchezza, come già sperimentata in forme meno radicali nella migliori tradizioni della civiltà umana: feudali, imperiali, coloniali. E non ci sarà celebrazione  nella quale non si onorerà anche il magistero della Chiesa, sempre e comunque patrocinatrice di ogni forma di processo che irrobustisca i forti e nobili.

Il processo di Norimberga era quella fantasiosa innovazione post-giuridica (come c’è il post-fascismo, c’è pure il post-diritto), che in inglese viene chiamata “Kangaroo Court”, tribunale del canguro, probabilmente perché nel marsupio il soggetto porta già bell’e pronte le sentenze dell’addomesticatore. Ha poi figliato efficaci succedanei sotto forma di Tribunale Penale Internazionale per la Jugoslavia, o per il Ruanda, o Corte Penale Internazionale (riservato ai soli umani di colore scuro), o, ancora, i Grandi Giurì segreti statunitensi, tipo quello che tiene in carcere quella capocciona di Chelsea Manning, finchè non testimonia contro il “traditore e spione Assange”. Incombenza che le verrà risparmiata quando il trattamento riservatogli prima dagli ecuadoriani e poi dai servizi britannici avrà ottenuto lo scopo: la scomposizione fisica di Assange.  Ma anche alcune magistrature italiane vi si sono ispirate, come è venuto a galla in questi giorni.

Giudici e giudicati

Accantonando per l’occasione il nostro disprezzo e dispetto per fascismi  e nazismi (quanto le loro eredità di dittature non più in orbace e campi di concentramento, ma psicotropiche, con tanto di campi di internamento mentali), dobbiamo attribuire a chi si è ispirato a dadaisti come Duchamp, o surrealisti come Breton, la scelta dei padrini di certi processi. Come quelli in cui le accuse a generali e bonzi del nazismo venivano da giureconsulti  del livello di Churchill, che a milioni di cittadini inermi in Iraq, India, Dresda, aveva insegnato il diritto a forza di bombe e gas tossici. O come dai successori di un Napoleone che aveva, sì, portato il Codice e l’emancipazione laica al resto d’Europa, ma a costo di ridurre al lumicino la popolazione maschile francese dai 15 ai 70 anni; o di quelli del Mayflower che, per portare il diritto all’America e al resto del mondo, dall’eliminazione dei nativi sono passati alla media di una guerra all’anno al resto del mondo.

Sia come sia, non si può negare che Trump, Macron e la May in via di dissoluzione, in Normandia abbiano tratto dallo sbarco vittorioso la certezza, primo, che l’Unione Sovietica – e oggi la Russia – non c’entra nulla in tutto questo, sebbene si vanti di aver sacrificato 27 milioni di suoi cittadini e sconfitto la Germania quando il D-Day era ancora di là da essere concepito. Del resto i morti mica si contano, si pesano. Un conto sono quelli dei paesi civili. Un conto gli altri. E cosa sono le 148,3 le vittime russe su 1000 abitanti, 95,1 le tedesche, rispetto alle 3,1 Usa, le 7,6 britanniche e le 13,4 francesi? Dice, già, ma sono i tedeschi ad aver incominciato. Intanto non è proprio del tutto vero, ma c’è anche chi ha contribuito a dargli la forza per farlo. Come per esempio, Wall Street e sue banche e imprese come Ford, General Motors, Du Pont, ITT e altre, tutte statunitensi. Hanno tutti collaborato a fare di World War II il più bel fuoco d’artificio della storia umana.

Una storiografia come i vangeli, una cronaca come le tavole di Mosè

Vabbè, ognuno si guardi in casa sua e, come ci informa la Storia, di cui si sa chi la scrive e su quale pelle viene scritta, quella tedesca, o italo-tedesca, era indubbiamente la casa che andava rasa al suolo, per essere poi ricostruita “più bella e più superba che pria”. E visto che c’erano, anche quella di tutta Europa. Ed ecco  che ci siamo goduti settant’anni di pace, osservando dall’alto le macerie fumanti della Jugoslavia (che c’entra, era fuori dall’UE e pure socialista) e lasciando che furori bellici si scatenassero, ma lontano da noi, seppure spesso con il nostro fattivo contributo in armi e salme, sempre per diffondere la pace e quel diritto che era germogliato da Norimberga. Corea, Vietnam, Palestina (per interposti terzi), America Latina, Caraibi, Cambogia, Laos, Somalia, Iraq, Libia, Siria, prossimamente Iran, Venezuela, Russia, Cina. E dove l’ordine democratico poteva essere ristabilito evitando terrorismi, invasioni e bombe, ecco che si procedeva sul velluto, con rose, gelsomini e altre inflorescenze colorate: Georgia, Ucraina, Kirghizistan, Libano, Honduras, Egitto, DDR, Tien An Men, Budapest. E ora Algeria, Sudan, paesi, questi,  sotto regime change, sui quali le solite disossate pseudoradicalsinistre cadono nelle più scontate e grossolane trappole allestite dai colonialisti….

Fedeli alla linea

Gli inconsapevoli vegliardi in basco, tremolanti sull’attenti a Caen, ma più sinceri di qualsiasi loro commilitone con più di un grado sul braccio o una stella sulle mostrine, e i del tutto consapevoli Trump e soci, hanno di che vantarsi della missione condotta dai loro predecessori  e oggi da loro portata avanti. Dalle spiagge imbiancate dagli ossi di seppia e di uomo della Normandia, possono guardare a un continente liberato ed evolutosi a immagine loro e di dio. Saggi piovuti dal cielo dei management supergalattici, ci dicono da Bruxelles cosa fare, dire, pensare, amare, detestare. Noi li confortiamo ogni cinque anni con un voto che i loro missi dominici locali ci consentono di dare e ci consigliano di indirizzare, anche a forza di odorose fritture di pesce. E in tal modo che da noi ha potuto fiorire una classe dirigente omologa, perfettamente rispondente agli auspici scaturiti dagli sbarchi, con tutti i suoi presidenti (tranne uno), tutta la sua magistratura (tranne forse una dozzina di PM), tutti i suoi media (tranne mezzo) in linea.

L’uomo e la società nuovi

Ma non solo politica e istituzioni. Magnifiche e progressive se ne sono sparse per l’Europa società e cultura. Un rinnovamento e rilancio di civiltà. Lucky Luciano, in diretta dalla New York dei Gambino, dalla Chicago degli Al Capone, giunto sulla scia di un altro sbarco glorioso, in Sicilia, ha proposto e fatto realizzare una nuova forma di coesione sociale, di solidarietà e fratellanza umana. Tutta proiettata sulle opere di emancipazione e progresso. Ne è uscita, in fattiva sinergia, la classe dirigente più illuminata e perspicace d’Europa. Una società dell’armonia tra le sue componenti destrosinistre e di perfetta aderenza al paradigma formulato al momento di quegli storici sbarchi. Non stupiamoci, dunque, semmai sbigottiamoci, se ci capitano dinastie, se non arcaicamente di sangue, modernamente di destinazione d’uso,  come quelle degli Andreotti, Renzi,  Napolitano, Salvini. A proposito di quest’ultimo, può succedere perfino a un Saviano di dire una cosa giusta, ricordate…..

Culture e popoli sul collo

Forme e contenuti innovano su schemi logorati dal tempo: niente cappuccetto rosso, ma Barbie, basta col lupo cattivo, Mazinga. E la favolistica che costituiva la narrativa di formazione delle nostre infanzie assume quel carattere concreto, realistico e pedagogico  a Hollywood, fucina di cultura, dove la plebe lavoratrice vivacchia residuale nelle sole pellicole di un vecchio fissato inglese. Nuovi portatori di giustizia e libertà sono gli LGBTQI e nei videogiochi si vince sfoltendo l’umanità a colpi di spada o pallottola e allargando gli spazi ai buoni. E se prima per farti una giocatina alla roulette, e spararti in frak sulla gradinata del casinò dopo la rovina totale, oggi scommesse e giochi ce li hai a ogni angolo e di azzardo ti puoi strafare perfino a casa, online. E poi, non è forse meglio del vaiolo la ludopatia?

Quanti turbamenti e cambiamenti da assimilare nel corso dei secoli quando sopra ci passavano, perlopiù predando e bruciando, goti, longobardi, turchi, unni, borboni, francesi, austroungarici, germani (unici a comportarsi bene, greci e arabi, toh!). Poi, assunto il peso dell’unità nazionale, abbiamo, da soli, sbagliato un po’ tutto, sia come colonialisti, sia nella scelta tra perdenti e vincitori. Ma poi, un bel giorno del 1945, ci siamo detti liberati. Procedendo con coerenza, c’è chi pensa a liberarci anche dall’unità.

Alessandro Manzoni, lamentando che un popolo, i longobardi, e l’altro, i franchi, ci stavano sul collo, denunciava quella che allora, pure, era detta liberazione: non liberati dagli uni e, in compenso, dominati dagli altri. A lui pareva brutto, ma eravamo nell’800. Oggi tra Usa, UE, Nato e Vaticano, di liberatori sul collo ne abbiamo tanti. E stiamo benissimo. Viva il 75°!

Il forte si mesce col vinto nemico,
Col novo signore rimane l’antico;
L’un popolo e l’altro sul collo vi sta.
Dividono i servi, dividon gli armenti;
Si posano insieme sui campi cruenti
D’un volgo disperso che nome non ha.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:56

‘LIBERATION’ OU PASSAGE D’UNE ARMEE D’OCCUPATION A L’AUTRE (LE MYTHE DU ‘6 JUIN 1944’ II)

LM DAILY / 2018 06 07/

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

REVUE DE PRESSE COMMENTEE

LM.GEOPOL - Géohistoire le mythe du 6 juin 44 II rp (2019 06 07) FR

« Des scènes de sauvagerie et de bestialité désolent nos campagnes. On pille, on viole, on assassine, toute sécurité a disparu aussi bien à domicile que par nos chemins. C’est une véritable terreur qui sème l’épouvante. L’exaspération des populations est à son comble »

– La Presse Cherbourgeoise (quotidien normand, 17 octobre 1944).

« On ne peut pas dire que les relations [avec les Allemands] étaient cordiales mais elles furent correctes »

– La Presse Cherbourgeoise (mai 1945).

 « On montrait des Français exultant devant l’arrivée «des Américains». En fait les troupes alliées furent souvent accueillies dans un silence glacial par une population décimée par les bombes et dont les villes et les villages avaient été rasés sans pitié par les avions libérateurs. Encore aujourd’hui, la Normandie, à Caen, à Saint-Lô, à Valognes ou Carentan, porte les stigmates de ces frappes impitoyables sur les civils, sans que l’efficacité militaire de ces destructions soit entièrement prouvée, source de débats infinis entre historiens. Tout comme elle garde parfois un souvenir mélangé du comportement des soldats alliés, trop souvent enclins au viol et à la destruction préventive des fermes et des maisons »

– ‘La Lettre’ de Laurent Joffrin (5 juin).

Nous évoquions hier le déluge de propagande occidentale pour le 75e anniversaire du ‘

 Juin 1944’. Entre autres impostures historiques, le mythe repose sur la « Libération » et l’accueil délirant des populations européennes aux « libérateurs » anglo-saxons. Les cérémonies de ce 6 Juin en France, objet d’une récupération indécente par un Macron plus américanolâtre que jamais, reposaient sur cette imposture historique, qui aura mis des décennies à être dévoilée et dénoncée par certains historiens.

Auteur du livre « La Normandie américaine », fruit de nombreux témoignages et d’archives dépouillés aux États-Unis, l’historien Stéphane Lamache, note qu’« Après ce cataclysme, les Normands n’aspirent qu’à être débarrassés de la guerre. Les Américains visent la victoire finale sans plus se préoccuper des états d’âme des habitants ». « La Libération a été payée au prix du sang et des destructions massives dans la Manche, 4 000 morts civils, le double de blessés, 10 000 maisons rasées, 50 000 autres endommagées, 130 000 sinistrés qui n’ont plus rien (…) Les graines du divorce sont semées », commente ‘Le Point’ (Paris).

LES ALLEMANDS N’AIMAIENT PAS LES JUIFS, L’US ARMY SEGREGATIONNISTE N’AIME PAS SES SOLDATS NOIRS …

Auteur de « Les Manchois dans la tourmente 1939-1945 », l’historien Michel Boivin (cité par ‘Le Point’) a recensé 206 viols d’origine américaine. Selon la Military Police, « 80 à 85 % des crimes graves (viol, meurtre) ont été commis par des troupes de couleur » (sic). « L’armée américaine des années 1940 est, à l’image du pays, ségrégationniste. À Cherbourg, on compte deux foyers de la Croix-Rouge : un pour les soldats blancs, un pour les noirs. Dans sa recherche de criminels, la police militaire s’est-elle montrée plus compréhensive pour les premiers que pour les seconds ? Les soldats de couleur cantonnés à la logistique ont stationné de longs mois dans le Cotentin, territoire étroit, alors que les combattants n’y ont que transité. La gendarmerie locale avait recommandé l’ouverture de maisons closes, les autorités américaines s’y sont opposées », commente ‘Le Point’.

Je partage évidemment la conclusion du ‘Point’ : « Les alliés de 1944 s’apprêtent à fêter le 75e anniversaire du Débarquement et ses scènes d’allégresse. Ne serait-il pas temps d’évoquer des épisodes plus sombres ? »

LM

# REVUE DE PRESSE :

« À L’AUTOMNE 1944, FRANÇAIS ET TROUPES AMERICAINES AU BORD DE L’AFFRONTEMENT » (LE POINT, 6 JUIN 2019)

Après la presse normande et le journaliste de ‘Libé’ Laurent Joffrin, ‘Le Point’ (Paris) consacrait hier une analyse fouillée à cette imposture historique : « Trois mois après le jour J, les Normands n’en peuvent plus des exactions des soldats qui les ont libérés. Retour sur un épisode méconnu » …

Extraits :

« Des scènes de sauvagerie et de bestialité désolent nos campagnes. On pille, on viole, on assassine, toute sécurité a disparu aussi bien à domicile que par nos chemins. C’est une véritable terreur qui sème l’épouvante. L’exaspération des populations est à son comble. » Le 17 octobre 1944, quatre mois et demi après le Débarquement en Normandie, La Presse cherbourgeoise, quotidien local de Cherbourg, publie cette mise en garde sous le titre « Très sérieux avertissement ». À l’automne 44, ceux qui pillent, violent et assassinent sont les Américains : le journal accuse les libérateurs de se comporter en soudards dans un pays conquis. Comment un tel paradoxe deux mois après la fin des combats en Normandie ?

Une fois libérés, la presqu’île du Cotentin et son port sont devenus une gigantesque base logistique. Sur les quais, un millier d’officiers et marins américains assurent, avec les dockers français, le débarquement quotidien de 10 000 tonnes de véhicules, munitions, nourriture. Le 29 septembre 1944, 1 318 camions GMC en partance de Cherbourg acheminent vers les troupes alliées du front 8 000 tonnes de matériel. Sur les premiers kilomètres de la « Red Ball Highway Express », la route du front, défilent hôpitaux, dépôts, aérodromes, camps de repos, chaînes de réparation pour tanks et camions. Les entrepôts du Cotentin mobilisent des militaires en nombre : les 430 000 habitants du département de la Manche cohabitent avec 120 000 soldats américains, dont 50 000 Afro-Américains. D’emblée, la cohabitation, qui s’est prolongée jusqu’en 1946, ne s’annonce pas facile : « L’enthousiasme des Normands pour les forces anglo-américaines risque de s’inverser proportionnellement à la durée de notre séjour en Normandie », prévient dès l’été 1944 la 1re armée américaine (…) »

« Les premières blessures relèvent de l’amour-propre. Les GI, qui organisent des bals sous tente avec plancher, mettent en place des tournées en GMC pour amener les jeunes femmes sous leurs guinguettes. Mais pas ou peu de place pour les jeunes Normands. Le stade de Cherbourg devient un enjeu. Au terme de quatre mois de négociations, les mardi et jeudi sont réservés aux footballeurs cherbourgeois. Un mardi de mai 1945, une violente bagarre éclate entre joueurs de base-ball américains, campant sur place, et footballeurs qui réclament les lieux. La Presse cherbourgeoise compare les libérateurs avec les occupants précédents : « On ne peut pas dire que les relations [avec les Allemands] étaient cordiales mais elles furent correctes. » À la rentrée scolaire 1945, l’état-major allié (le Shaef pour Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force) annonce vouloir maintenir dans plusieurs écoles des détachements de la Military Police, qui y sont installés depuis la Libération : « Maintenant que nous sommes en paix, nous ne pouvons pas tolérer que les militaires aient le pas sur la population civile », tonne le maire de Cherbourg, René Schmitt. »

Suivent les querelles financières et matérielles. Fin août 1944, les Américains emploient 7 000 travailleurs civils pour 75 francs par jour et une ration militaire. « Avec 100 francs, les Allemands payaient mieux » constatent les ouvriers. L’Organisation Todt, chargée de construire le mur de l’Atlantique, n’avait pas lésiné sur les moyens. Rapidement, les Français seront remplacés par des prisonniers de guerre allemands (…) »

« Ces multiples agaceries réciproques auraient pu rester sans conséquence sans les bruyantes rafales tirées en l’air par des soldats ivres, mais surtout les morts accidentelles. Bien que les routes militaires soient interdites aux civils, on ne compte plus les victimes des camions américains : un enfant de 8 ans tué le 27 août 1944, une mère de famille le 11 septembre, un cycliste le 30 septembre, pour ne citer qu’eux. Autant d’accidents soigneusement rapportés par La Presse cherbourgeoise plus discrète à propos des violences et agressions par les troupes américaines. Du moins jusqu’à son « très sérieux avertissement » du 17 octobre 1944 sur les pillages, viols et assassinats. Le général français, Alphonse Juin, transmet l’article au général Eisenhower avec ce commentaire : « C’est le sentiment de tous les habitants de la Manche et de la Normandie au contact des Américains. » Mais il n’y aura pas de grand déballage. Les autorités américaines se disent « émues des crimes dont se rendent coupables les militaires de couleur (sic) » et répliquent dans le même journal en déclarant la « guerre à l’alcool pour enrayer la criminalité (…) En réponse aux exactions touchant les femmes, la justice militaire américaine frappe fort : le 23 novembre, trois GI sont condamnés à mort pour le viol de deux victimes en juillet 1944, près de Cherbourg. En août sont recensés dix-huit viols. Selon la gendarmerie, on en dénombre trente-cinq en septembre et sept en octobre. Dans les campagnes, plus aucune femme ne veut aller traire les vaches seule le soir dans les champs (…) »

(Sources : Le Point – La Lettre de LK. Joffrin – EODE Think Tank)

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