IL CENTRO MILITARE DEI VIRUS SI E’ TRASFERITO A SIGONELLA. E POI L’EPIDEMIA.

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    17 Marzo 2020

La sigla NAMRU3 … sta per Naval  Medical Resarch Unit. E’ il reparto della Marina  USA che  conduce ricerche e sperimentazioni  su virus e batteri  –  ufficialmente, i patogeni che possono infettare le truppe americane sparse nei più sanitariamente discutibili paesi del  mondo.

Le ricerche di base, epidemiologiche e cliniche di NAMRU-3 si rivolgono in particolare alle malattie enteriche, alle infezioni acute respiratorie, alle epatiti, alla tubercolosi, alle meningiti, all’HIV e a varie infezioni da parassiti, batteri e virus che sono endemiche e rappresentano un grave problema pubblico nelle regioni d’intervento”.  Studia “ malaria, leishmaniosi,  dengue le altre patologie virali, alle malattie da batteri come la “diarrea del viaggiatore” (ETEC, campylobacter, shigelle), ecc”.

Un  potente  e multiforme ente sanitario  benefico, che  ha sotto-basi in mezzo mondo,  collabora  con l’OMS in ricerche sull’HIV,  ed oggi per esempio  fornisce al Ghana  i tamponi per i test del coronavirus


Il logo del reparto

Fin dal dopoguerra  (1946) questo ente filantropico del Pentagono  è  stato basato in Egitto. Si vorrebbe sapere come mai  adesso il NAMRU3 si trova a Sigonella, nella base militare, dove si è trasferito  a cominciare  dal febbraio 2019: un trasloco gigantesco, visto che è stato completato solo a dicembre; è arrivato qui armi e bagagli, è il caso di dire.

E  due mesi  dopo l’Italia è 

a) colpita dal coronavirus

b) di un ceppo distinto e indipendente  da quello che ha colpito la Cina,

c) così particolarmente virulento, da chiedersi come mai in Italia ci sono più malati e morti, ormai, che in Cina e in Corea.

Ad informarne è stato  il solo Antonio Mazzeo, un  giornalista ricercatore  alternativo  siciliano, al cui lungo e densissimo articolo rimando, col consiglio di leggerlo attentamente.


Antonio Mazzeo (al centro) si batte contro il MUOS

http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2020/03/a-sigonella-i-militari-usa-che.html

Qui si aggiungono stralci di un articolo del 27 gennaio 2012 del quotidiano  egiziano Al-Wafd  che lanciava sul NAMRU-3 i più pesanti sospetti: gestisce i patogeni capaci di ” sterminare l’intera nazione egiziana”,   conduce ricerche volte a manipolare i geni egiziani per alterarli e causare deformità;  sta conducendo esperimenti su bambini egiziani; che potrebbe essere responsabile di un aumento di infertilità, impotenza, ritardo e disabilità; e che i dati raccolti vengono utilizzati per progettare alimenti, semi e farmaci che sono stati sviluppati in America e poi venduti  agli egiziani.


Il nuovo capo  del NAMRU, capt. Marshall Mandeville, è quello a destra. Ora sta a Sigonella.

Il giornale definiva questo  ente filantropico del Pentagono “un demonio”:

L’unità americana di ricerca medica navale 3 (NAMRU-3) è un diavolo che controlla e indebolisce la salute degli egiziani

Diceva Al-Wafd:

“Quando si passa accanto al grande quartier generale della NAMRU  situato nel quartiere Al-‘Abbasia, nel cuore del Cairo  [e vede] il suo cancello rinforzato con ferro e cemento,  l’ampio spazio di terreno spianato che lo circonda,  le telecamere di sicurezza e le alte mura che lo proteggono, non si può non sospettare la grande importanza di ciò che si trova all’interno di questo edificio.  [..]  “I ricercatori dell’unità e i medici americani godono dell’immunità diplomatica. Alcuni di loro, infatti, appartengono alla CIA”.

“Dalla fondazione dell’unità NAMRU in Egitto, sono state scoperte dozzine di malattie virali nuove e mutate. Ciò può far sospettare che questi agenti patogeni sono importati. Nessun istituto medico di ricerca  si è infiltrato in Egitto in misura maggiore di NAMRU, che controlla il segreti dei virus utilizzati nelle [armi di] distruzione di massa e armi biologiche”

Per esempio, “l’Etiopia ha deciso di far chiudere l’unità NAMRU sul suo territorio, a causa di accuse e sospetti sulla sua attività, e [a seguito di affermazioni] che sta provando nuovi medicinali  sugli etiopi in cambio di denaro e regali, ciò che ha causato la diffusione di malattie incurabili ed epidemie. Vi sono anche sospetti che [NAMRU] abbia diffuso il virus dell’HIV.  Allo stesso tempo, NAMRU ha ampliato la sua attività in Egitto. Le sue operazioni sono approvate da un accordo con la Salute e Ministero degli alloggi e con l’Ospedale Febbri di  Abbassia.

“Già nel 1976, il pubblico egiziano venne  a conoscenza del  nome NAMRU in occasione di  un focolaio di meningite in Egitto; allora  NAMRU si offrì di collaborare con l’Ospedale Abbassia. Tuttavia, gli studi [di NAMRU] su [le vittime di questa malattia] in Egitto furono avvolti nel mistero. Ottocentocinquantasette persone furono infettate dalla malattia e 50 morirono in seguito all’intervento della NAMRU, dopo aver ricevuto un medicinale chiamato  Dexametazon. Si disse che il medicinale non produceva gli effetti sperati “.

“Nel 2006 il  NAMRU ha suscitato un altro scandalo,  placato con una rapidità sospetta. Una delegazione americana della NAMRU ha visitato il quartier generale   dell’ospedale di Al-‘Abbasia, e diversi giorni dopo è stata scoperta l’influenza aviaria [in Egitto]. I medici egiziani sono stati in grado eliminare [la malattia] quasi completamente entro sei mesi, ma poi Maher Abaza [un potente oligarca ammanicato con Mubarak]  è stato nominato ministro dell’agricoltura e ha deciso, senza motivo [apparente], di sospendere il coinvolgimento dell’Egitto nella gestione del virus, in cambio di un contratto con NAMRU-3. Più tardi, gli egiziani   furono colpiti da un mutante  non trattabile del virus  dell’influenza aviaria. Questo virus mutante apparve dopo che NAMRU ricevette campioni [di sangue] dai pazienti egiziani, che furono inviati negli Stati Uniti …

“Esperimenti sui bambini”

“NAMRU considera i bambini egiziani come un’opportunità per testare nuove medicine. Nei suoi rapporti, osserva che i bambini egiziani hanno i migliori sistemi immunitari, anche in confronto ai soldati dell’esercito americano. NAMRU controlla i nostri bambini quando sono ancora feti;  inserisce medici e ricercatori americani nei centri sanitari nei villaggi rurali, in modo che possano entrare in contatto con madri incinte e le informazioni [raccolte da questi medici e ricercatori] sono collegate alla rete di banche-dati della NAMRU. [NAMRU] ha suscitato scalpore quando i suoi medici hanno cercato di condurre uno studio sperimentale sui bambini ad Al-Bahira, sostenendo che desideravano sviluppare un siero dalla diarrea per una nuova vaccinazione. [Come parte di questo sforzo,] doni e denaro sono stati   dati alle famiglie dei [bambini] in Farshut, Umm Al-Laban, Kum Al-Qanatir,e altri villaggi nel centro di Abu Homs, ma le famiglie hanno rifiutato categoricamente di trasformare i loro figli in topi da laboratorio …

[Si tratta della ricerca “sui tamponi con tessuti rettali e feci di bambini rurali   di interesse internazionale pubblicata  dal Journal of Virology, citata  da Antonio Mazzeo].

Ma continuiamo a leggere il giornale egiziano:

“Questo scandalo ha suscitato una tempesta in parlamento … Inoltre, il dott. Farag Al-Dib, capo dell’Ufficio sanitario di Abu Homs, è stato dimesso dal suo incarico dopo essersi opposto alla sperimentazione su bambini innocenti tra uno e tre anni.”

“Le mani americane sono dietro infertilità, ritardo mentale e disabilità tra i bambini”

“Questo incidente ha sollevato domande, che sono rimaste senza risposta, se le mani americane nella NAMRU fossero dietro l’aumento di infertilità, ritardo mentale e disabilità tra gli egiziani nati negli ultimi anni …impotenza  [sic].  NAMRU ha raccolto sugli egiziani tutte le informazioni genetiche possibili, ed è nota  la sua capacità di distruggere i geni naturali e il sistema immunitario [degli egiziani] [e anche considerando il fatto] che invia [ Egitto] medicinali, semi e foraggi per animali ed è coinvolto in tutti gli esperimenti [condotti in Egitto] nei settori dell’agricoltura, del bestiame, dell’acqua, del cibo, ecc …

I campi di ricerca della NAMRU  totalmente sottratti alla supervisione delle autorità  egiziane. Oltre alla ricerca sull’AIDS, l’afta epizootica, l’emofilia, l’influenza aviaria, la febbre della Rift Valley, la febbre di Chikungunya – causata da zanzare – tubercolosi, malattia di Lumpyskin e altri, è responsabile anche delle vaccinazioni contro queste malattie, e dei metodi per eliminarle. Tutto ciò che resta è immaginare quanto pericolosamente semplice sarebbe usare tutto questa [informazione] contro il popolo egiziano, secondo la volontà americana, che ha Israele con forza dietro di sé “.

https://www.memri.org/reports/article-egyptian-al-wafd-daily-american-naval-medical-research-unit-three-namru-3-devil

Come vedete, benché datato 2012, un articolo  di eccezionale attualità. Ed anche ricco di insegnamenti per i governanti che si fanno  corrompere e  diventano servi e complici  del potere americano:  la fedeltà passata non ha salvato Mubarak quando Washington ha deciso di “sostituirlo”  con l’ esperimento dei Fratelli Musulmani.

Un notiziario militare statunitense ha dato notizia, nel luglio 2019, dell’insediamento del nuovo capo del NAMRU  a Sigonella, Marshall Manteville.  Ma questo lo avete già letto da Mazzeo.

Ron Paul : “E’ un trucco autoritario”

A noi non resta che riferire che Ron Paul si aggiunge alla fila di quelli che dicono che il coronavirus è un “trucco” per instaurare un regime autoritario.

Ron Paul, che è medico di famiglia, dice: “Non significa che la malattia sia innocua. Senza dubbio le persone moriranno di coronavirus. Coloro che appartengono a categorie vulnerabili dovrebbero prendere precauzioni per limitare il rischio di esposizione. Ma abbiamo già visto questo film. Il governo ingigantisce la minaccia come una scusa per strapparci ancora un po’delle nostre libertà. Quando la “minaccia” è finita, tuttavia, non ci restituiscono mai le nostre libertà.


Ron Paul, classe 1935, physician.

Un panico studiato, in cui interi stati si mettono in auto-isolamento, “e per cosa?”, dice il dottor Ron Paul: “Un virus che finora ha ucciso poco più di 5.000 in tutto il mondo e meno di 100 negli Stati Uniti? E  dov’è il panico per la  la tubercolosi, una vecchia malattia  tornata in forza,  che nel 2017 ha ucciso quasi 1,6 milioni di persone? Perché della TBC si discute così poco sui media?

http://www.ronpaulinstitute.org/archives/featured-articles/2020/march/16/the-coronavirus-hoax/

 

Nell’Europa del virus i bombardieri Usa da attacco nucleare

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manifesto

L’arte della guerra. A causa del Coronavirus American Airlines e altre compagnie aeree statunitensi hanno cancellato molti voli per l’Europa. C’è però una «compagnia» Usa che, viceversa, li ha aumentati: la US Air Force

A causa del Coronavirus American Airlines e altre compagnie aeree statunitensi hanno cancellato molti voli per l’Europa. C’è però una «compagnia» Usa che, viceversa, li ha aumentati: la US Air Force. In questi giorni essa ha «dispiegato in Europa una task force di bombardieri stealth B-2 Spirit».

Lo annuncia da Stoccarda lo US European Command, il Comando Europeo degli Stati Uniti. Esso è agli ordini di generale, attualmente Tod D. Wolters della US Air Force, che allo stesso tempo è a capo delle forze Nato quale Comandante Supremo Alleato in Europa. Lo US European Command precisa che la task force, composta da un numero imprecisato di bombardieri provenienti dalla base Whiteman in Missouri, «è arrivata il 9 marzo a Lajes Field nelle Azzorre, in Portogallo».

Il bombardiere strategico B-2 Spirit, l’aereo più caro del mondo il cui costo supera i 2 miliardi di dollari, è il più avanzato aereo Usa da attacco nucleare. Ciascun velivolo può trasportare 16 bombe termonucleari B-61 o B-83, con una potenza massima complessiva equivalente a oltre 1.200 bombe di Hiroshima. Per effetto della sua conformazione, del suo rivestimento e delle sue contromisure elettroniche, il B-2 Spirit è difficilmente rilevabile dai radar (per questo è detto «aereo invisibile»).

Anche se è già stato usato in guerra, ad esempio contro la Libia nel 2011, con bombe non-nucleari di grande potenza a guida satellitare (ne può trasportare 80), esso è progettato per penetrare attraverso le difese nemiche ed effettuare un attacco nucleare di sorpresa.

Questi bombardieri, precisa lo US European Command, «opereranno da varie installazioni militari nell’area di responsabilità del Comando Europeo degli Stati Uniti». Tale area comprende l’intera regione europea e tutta la Russia (inclusa la parte asiatica). Ciò significa che i più avanzati bombardieri Usa da attacco nucleare opereranno, da basi in Europa, a ridosso della Russia.

Capovolgendo lo scenario, è come se i più avanzati bombardieri russi da attacco nucleare operassero da basi a Cuba a ridosso degli Stati uniti. È evidente lo scopo perseguito da Washington: accrescere la tensione con la Russia usando l’Europa quale prima linea del confronto.

Ciò permette a Washington di rafforzare la sua leadership sugli alleati europei e di orientare la politica estera e militare dell’Unione europea, nella quale 22 dei 27 membri appartengono alla Nato sotto comando Usa.

Tale strategia è facilitata dalla crisi provocata dal Coronavirus. Oggi più che mai, in una Europa in gran parte paralizzata dal virus, gli Usa possono fare ciò che vogliono.

Lo conferma il fatto che essi vi trasferiscono i loro più avanzati bombardieri da attacco nucleare con il consenso di tutti i governi e i parlamenti europei e della stessa Unione europea, con il complice silenzio di tutti i grandi media europei.

Lo stesso silenzio calato sulla Defender Europe 20, il più grande spiegamento di forze Usa in Europa dalla fine della Guerra Fredda, di cui i media hanno parlato solo quando lo US European Command ha comunicato che, a causa del Coronavirus, ridurrà i soldati Usa partecipanti all’esercitazione da 30.000 a un numero imprecisato, mantenendo comunque «i nostri obiettivi di più alta priorità».

Nel quadro di una vera e propria psy-op (operazione psicologica militare) vari organi di «informazione», anche in Italia, si sono subito scagliati contro «le bufale sull’esercitazione Defender Europe» (La Repubblica, 13 marzo) e, attraverso i social, si è diffusa la voce che l’esercitazione è stata praticamente cancellata.

Notizia tranquillizzante, rafforzata dall’assicurazione, data dallo US European Command, che «nostra principale preoccupazione è proteggere la salute delle nostre forze e quella dei nostri alleati».

Appunto sostituendo in Europa un numero imprecisato di soldati Usa con un numero imprecisato di bombardieri Usa da attacco nucleare, ciascuno con una potenza distruttiva pari a oltre 1.200 bombe di Hiroshima.

Putin denuncia le nuovi armi biologiche USA: virus che riconoscono il DNA dei popoli da attaccare

https://informarexresistere.fr/putin-denuncia-le-nuovi-armi-biologiche-usa-virus-che-riconoscono-il-dna-dei-popoli-da-attaccare/?fbclid=IwAR0qL21PyA9nlWUaS2yZNdntWL6jYg2vpIpvPJWMgQyWont5oqHNW6VIN_0

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PUTIN: STANNO PRELEVANDO CAMPIONI BIOLOGICI DAI RUSSI (una nuova guerra batteriologica)

  • di Maurizio Blondet

“Sapete che viene raccolto materiale biologico in tutto  il paese, prelevato da differenti gruppi etnici, da persone che vivono i regioni geografiche diverse della Federazione Russa?  Lo si fa deliberatamente e con metodi professionali. La domanda è: perché viene fatto? Sembra che siamo un oggetto di grande interesse”.

Vladimir Putin ha fatto questa rivelazione  lunedì, mentre presiedeva il Consiglio dei Diritti Umani in Russia.  Uno dei membri, Igor Borisov (che è direttore della Commissione Elettorale centrale, dunque si occupa di voti), ha riferito trasmissioni dal  vivo dai seggi elettorali  durante le recenti elezioni regionali sono state inondate di spettatori stranieri. Circa un milione di  “guardate” venivano dall’estero.  Borisov s’è domandato come mai tanti stranieri erano interessati a raccogliere immagini e facce di votanti, e come sarebbero state usate.

Bisogna sapere che dal 2012  in tutti i 93 mila seggi elettorali russi sono state installate telecamere proprio per accrescere la trasparenza delle operazioni e contrastare l’accusa, elevata dalle note centrali occidentali, che le elezioni in Russia sono truccate per fare eleggere Putin.  Da un sito web aperto nel 2012, chiunque sia interessato può guardare le operazioni di voto in qualunque seggio del paese.  Ma per quanto di valore civico, la  visione non  è, ammettiamolo, tanto appassionante da attrarre un milione di spettatori  dall’estero. Da cui il sospetto che Borisov ha espresso ad alta  voce.

La rivelazione del  presidente Putin è molto più che   un sospetto.  Nel luglio scorso, la US Air Force (dipartimento  Air Education and Training Command)   ha fatto una offerta pubblica per acquistare “campioni di acido ribonucleico (RNA) e  liquido sinoviale di russi”. Nell’offerta si specifica che il materiale biologico, 12  RNA e 27  di fluido sinoviale – deve provenire da donatori russi di origine caucasica –  quindi non asiatici o turcomanni – e  che occorre  la scheda completa: sesso, età,peso, altezza, storia medica. Molto indicativo: la Air Force non accetterà campioni provenienti dall’Ucraina.

Igor Nikulin,che è  stato commissario ONU per le ispezioni nei siti  di armi biologiche, ha subito concluso l’ovvio: “Stanno sviluppando nuovi tipi di armi biologiche,  più precisamente, vogliono “militarizzare” virus. Non c’è altro motivo per cui un ente militare faccia una simile richiesta”.

“Gli Usa stanno sviluppando vari tipi di armi biologiche specificamente mirate contro individui che hanno uno specifico patrimonio genetico, e i caucasici sono la maggioranza della nostra popolazione”.

La rivelazione del presidente Putin “viene giusto in tempo”, ha detto Franz Klintsevich, vicepresidente della Commissione Difesa e Sicurezza del consiglio federale: “Le agenzie  occidentali  implicate in questa “mietitura” è bene che sappiano  che noi sappiamo del loro  interesse”.

Vladimir Putin non ha  aggiunto altre spiegazioni. Solo una sua tipica frase: “Che loro facciano  quel che vogliono, e noi facciamo quel che dobbiamo”.

L’amico lettore che mi ha segnalato la notizia l’ha commentata così:

“Come le dico spesso, con grande timore, stiamo avvicinandoci  molto velocemente ad una singolarità tecnologica che stravolgerà qualsiasi equilibrio. Vorrei sbagliarmi, ma questa questione potrebbe essere una delle facce di questa sinistra prospettiva”.

Fonte: Maurizio Blondet

Prova per il Mose, ma le paratoie si bloccano: non si chiudono per troppi detriti

https://www.fanpage.it/attualita/prova-segreta-per-il-mose-ma-le-paratoie-si-bloccano-non-si-sono-chiuse-per-troppi-detriti-video/

Test questa mattina all’alba a Punta Sabbioni: cinque paratoie restano sollevate. Il motivo? Gli alloggiamenti in fondo al canale si riempiono di spazzatura e detriti vari rendendo necessario l’intervento di una squadra di sommozzatori per pulire “manualmente” questi vani e permettere la chiusura della barriera. Un intervento già effettuato 22 volte da febbraio solo sulla barriera di Punta Sabbioni.

16 DICEMBRE 2019 13:40di Giorgio Scura

VENEZIA – Il Mose non si chiude. Questa mattina all’alba c’è stata una prova a Punta Sabbioni, dove è presente ma non ancora completamente funzionante una delle tre barriere per difendere Venezia. Durante queste prove di emersione e di successiva immersione cinque paratoie sono rimaste emerse. Il motivo? Gli alloggiamenti di queste paratoie, fissate al fondo del canale da cerniere, si sono riempite di sabbia e detriti e questo ne impedisce la chiusura. In pratica, quando si alzano, questi immensi cassoni lunghi 20 metri, alti quasi 30 e spessi fino a 5, creano un “risucchio” che trascina negli alloggiamenti detriti e spazzatura di ogni genere che impediscono alle paratoie di rientrare nella loro posizione. Sul posto è dovuta intervenire una squadra di sommozzatori che è scesa sul fondale per pulire manualmente questi vani, con l’aiuto di due gru, come testimoniano i video e le foto in possesso di Fanpage. Le operazioni di pulizia sono andate avanti per tutta la giornata e al momento non sono concluse: i test dovrebbero andare avanti fino a giovedì, in vista di una prova generale alla quale sarà invitata la stampa, ma la data ancora non c’è, ovviamente, visto che ancora il sistema non funziona.

Il Mose non si chiude a causa di detriti e spazzatura: pulizie continue
219870195Pubblicato da Giorgio Scura

Un problema, questo, che si è già verificato diverse volte, che pare essere strutturale e al momento non ha una soluzione. In pratica quindi, ogni volta che il Mose entrerà in funzione e che quindi le paratoie vengono riempite di aria compressa e fatte emergere, bisognerà andare a pulire gli alloggiamenti sul fondo. Come? Ancora non si sa, visto che le pompe presenti, evidentemente, non bastano, o non funzionano. Perché se da una parte l’intervento umano sembra l’unica strada, dall’altra i costi per gestire decine di squadre di sommozzatori che ogni volta si immergano per permettere al Mose di abbassarsi è una follia economica. L’ennesima. Così qualcuno pensa a robot marini, una specie di spazzini del mare che possano essere immersi al posto dei sub e tenere gli alloggiamenti sgombri. Peccato che questi robot, al momento, non esistono, quindi non si sa quando potrebbero entrare in funzione, quanto potrebbero costare effettivamente e quanto questo andrà a influenzare i tempi di realizzazione dell’opera (consegna lavori annunciata per fine 2021) e i costi di manutenzione, già ora spropositati. Da febbraio ad oggi, infatti, solo per quanto riguarda questa barriera, sono stati effettuati 22 test di sollevamento per la pulizia di questi alloggiamenti.

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Tunnel sotto il Baltico: la Cina prenota il tesoro dell’Artico

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Scritto il 15/8/19

L’Artico si scioglie e la Cina è già lì: per il grande affare. Lo spiegano, sul “Corriere della Sera”, Milena Gabanelli e Luigi Offeddu. «Le prime prenotazioni on line, 50 euro l’una, sono state vendute subito dopo l’annuncio ufficiale: il più lungo tunnel sottomarino del mondo (100 km) sarà scavato dal 2020 sul fondo del Mar Baltico, fra la capitale estone Tallinn e quella finlandese, Helsinki. Lo scaveranno e pagheranno quasi tutto i cinesi: 15 miliardi di euro, più 100 milioni offerti da un’impresa saudita». Il colossale investimento, a oltre 6.300 chilometri da Pechino, non è lontano dalla loro “Via della Seta marittimo-terrestre”, che dovrebbe collegare circa 60 paesi di tre continenti. Uno dei suoi tratti vitali sarà la “Via Polare della Seta”, che sfrutterà i mari artici sempre più liberi dai ghiacci grazie al riscaldamento del clima. Oggi, per viaggiare da Shangai a Rotterdam attraverso la rotta tradizionale del canale di Suez, bisogna navigare per 48-50 giorni. Con la Via Polare si scende a 33 giorni. La nuova tratta «accorcerà di una settimana anche il viaggio che unisce Atlantico e Pacifico costeggiando Groenlandia, Canada e Alaska, rispetto al passaggio attraverso il canale di Panama». Tutto pronto: «Navi cinesi hanno già collaudato entrambe le rotte. A fine maggio, il vice primo ministro russo Maxim Akimov ha annunciato che anche Mosca potrebbe unirsi al progetto di Pechino».
La Cina è pronta a fare il suo gioco, raccontano Gabanelli e Offeddu: da una parte, marcare la sua presenza commerciale, politica e militare nel mondo, e dall’altra sfruttare il sottosuolo dell’Artico. «Parliamo del 20% di tutte le riserve del pianeta: fra cui petrolio, gas, uranio, oro, platino e zinco». Pechino ha già commissionato i rompighiaccio, fra cui – gara appena chiusa – uno atomico da 152 metri con 90 persone di equipaggio (costo previsto: 140 milioni di euro). Sarà il più grande rompighiaccio al mondo e potrà spaccare uno strato ghiacciato spesso un metro e mezzo. La Cina ha iniziato anche i test per “l’Aquila delle nevi”, un aereo progettato per i voli polari, e sta studiando l’impiego di sommergibili in grado di emergere dai ghiacci. Spiega il “Giornale cinese di ricerca navale”, subito monitorato dagli analisti occidentali: «Sebbene il ghiaccio spesso dell’Artico provveda una protezione naturale per i sottomarini, tuttavia costituisce anche un rischio per loro durante il processo di emersione». Segue uno studio dettagliato sulle manovre da eseguire. «Tutte le superpotenze compiono queste ricerche, però la Cina non è uno Stato artico come la Russia o gli Usa». Eppure, aggiungono Gabanelli e Offeddu, nel 2018 si è autodefinita uno “Stato quasi-artico”, irritando il segretario di Stato americano Mike Pompeo, secondo cui «ci sono solo Stati artici e non artici, una terza categoria non esiste».
Ma Pechino “tira dritto”, e lo fa soprattutto in Groenlandia, «portaerei naturale di fronte agli Usa e al Canada, dove il riscaldamento del clima sta sciogliendo 280 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno: un dramma mondiale, che però agevola l’estrazione di ciò che sta sotto». Per questo, osservano Milena Gabanelli e Luigi Offeddu, con le sue compagnie di Stato la Cina ha acquistato o gestisce i 4 più importanti giacimenti minerari della Groenlandia. «All’estremo Nord, nel fiordo di Cjtronen, c’è quello di zinco, gestito al 70% dalla cinese Nfc, considerato il più ricco della Terra. È strategico perché si trova di fronte all’ipotetica “Via Polare della Seta”, quella del passaggio verso Canada e Usa, e perché potrebbe placare la domanda di zinco della Cina, salita del 122% dal 2005 al 2015». Poi c’è il giacimento di rame di Carlsberg, proprietà della Jangxi Copper, colosso di Stato considerato il massimo produttore cinese di rame nel mondo (il suo ex-presidente, intanto, è stato appena condannato a 18 anni per corruzione). Pechino ha inoltre in mano la miniera di ferro di Isua (della General Nice di Hong Kong) e infine Kvanefjeld, nell’estremo Sud: una riserva mai sfruttata di uranio e “terre rare”, cioè i metalli usati per costruire missili, smartphone, batterie e hard-disk.
Kvanefjeld, accessibile solo via mare, è proprietà della compagnia australiana Greenland Minerals Energy e al 12,5% della compagnia di Stato cinese Shenghe Resources, considerata la maggiore fornitrice di “terre rare” sui mercati internazionali. Con un investimento da 1,3 miliardi di dollari, documenta il reportage sul “Corriere”, il giacimento potrà fornire una delle più alte produzioni al mondo di “terre rare”. «La quota azionaria della Shenghe è limitata, ma il suo ruolo nel progetto no», spiegano Gabanelli e Offeddu, «perché il prodotto estratto da Kvanefjeld sarà un concentrato di “terre rare” e uranio, i cui elementi dovranno essere processati e separati». E questo «accadrà soprattutto a Xinfeng, in Cina, dove gli stabilimenti sono già in costruzione». Nel progetto c’è anche un nuovo porto, nella baia accanto al giacimento. «La Cina possiede già oltre il 90% di tutte le “terre rare” del mondo, dunque ne controlla i prezzi». E ora, «con quel che arriverà da Kvanefjeld, chiuderà quasi il cerchio». Nei lavori del porto è coinvolto anche il colosso di Stato cinese Cccc, «già messo sulla lista nera della Banca Mondiale per una presunta frode nelle Filippine». I dirigenti della Shenghe, nel gennaio di quest’anno, «hanno formato una joint-venture con compagnie sussidiarie della China National Nuclear Corporation».
La sigla del colosso edilizio Cccc, continuano Gabanelli e Offeddu, è riemersa nella gara d’appalto lanciata dal governo groenlandese per tre nuovi aeroporti intercontinentali (a Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq) che dovrebbero assicurare all’isola collegamenti diretti con gli Usa e l’Europa. Nel 2018 sei imprese sono state ammesse: l’unica non europea era la Cccc. «Ma la sua offerta ha preoccupato gli Usa (nell’isola c’è la base americana di Thule, che può intercettare i missili in arrivo su Washington) e la Danimarca (che ha un diritto di veto sulle questioni che toccano la sicurezza)». Così, i danesi hanno lanciato all’ultimo momento un’offerta d’oro, «rilevando un terzo della compagnia groenlandese che appaltava la gara», e così la Cccc è stata esclusa. «Ma lo scorso 5 aprile è stata annunciata una nuova gara per il “completamento” delle piste e dei terminal a Nuuk e Ilulissat, altro affare milionario, e i cinesi hanno tentato di rientrare grazie a joint-venture formate con imprese olandesi, canadesi e danesi». Tutto procede: i lavori inizieranno a settembre.
Secondo Gabanelli e Offeddu, Pechino ha messo a segno un altro successo nordico, questa volta a Karholl, in Islanda: si tratta dell’osservatorio meteo-astronomico battezzato “Ciao”, acronimo di China-Iceland Joint Arctic Science Observatory, interamente finanziato dai cinesi. Alto tre piani ed esteso su 760 metri quadrati, controlla i cambiamenti climatici, le aurore boreali, i percorsi dei satelliti. E, per inciso, anche lo spazio aereo della Nato. Non è di poco conto, infatti, il risvolto strategico-militare della nuova geopolitica cinese nell’Artico: il vice responsabile del nuovissimo osservatorio è Halldor Johannson, che in Islanda è anche portavoce di Huang Nubo, «il miliardario imprenditore ed ex dirigente del Partito comunista cinese che nel 2012 tentò di comprare per circa 7 milioni di euro 300 chilometri di foreste islandesi, dichiarando di volerne fare un parco naturale e turistico». Anche su quelle foreste – annotano Gabanelli e Offeddu – passavano (e passano) le rotte della Nato, su cui ora “vigilerà” l’indesiderata superpotenza cinese.

L’Artico si scioglie e la Cina è già lì: per il grande affare. Lo spiegano, sul “Corriere della Sera”, Milena Gabanelli e Luigi Offeddu. «Le prime prenotazioni on line, 50 euro l’una, sono state vendute subito dopo l’annuncio ufficiale: il più lungo tunnel sottomarino del mondo (100 km) sarà scavato dal 2020 sul fondo del Mar Baltico, fra la capitale estone Tallinn e quella finlandese, Helsinki. Lo scaveranno e pagheranno quasi tutto i cinesi: 15 miliardi di euro, più 100 milioni offerti da un’impresa saudita». Il colossale investimento, a oltre 6.300 chilometri da Pechino, non è lontano dalla loro “Via della Seta marittimo-terrestre”, che dovrebbe collegare circa 60 paesi di tre continenti. Uno dei suoi tratti vitali sarà la “Via Polare della Seta”, che sfrutterà i mari artici sempre più liberi dai ghiacci grazie al riscaldamento del clima. Oggi, per viaggiare da Shangai a Rotterdam attraverso la rotta tradizionale del canale di Suez, bisogna navigare per 48-50 giorni. Con la Via Polare si scende a 33 giorni. La nuova tratta «accorcerà di una settimana anche il viaggio che unisce Atlantico e Pacifico costeggiando Groenlandia, Canada e Alaska, rispetto al passaggio attraverso il canale di Panama». Tutto pronto: «Navi cinesi hanno già collaudato entrambe le rotte. A fine maggio, il vice primo ministro russo Maxim Akimov ha annunciato che anche Mosca potrebbe unirsi al progetto di Pechino».

La Cina è pronta a fare il suo gioco, raccontano Gabanelli e Offeddu: da una parte, marcare la sua presenza commerciale, politica e militare nel mondo, e dall’altra sfruttare il sottosuolo dell’Artico. «Parliamo del 20% di tutte le riserve del pianeta:Orsi polarifra cui petrolio, gas, uranio, oro, platino e zinco». Pechino ha già commissionato i rompighiaccio, fra cui – gara appena chiusa – uno atomico da 152 metri con 90 persone di equipaggio (costo previsto: 140 milioni di euro). Sarà il più grande rompighiaccio al mondo e potrà spaccare uno strato ghiacciato spesso un metro e mezzo. La Cina ha iniziato anche i test per “l’Aquila delle nevi”, un aereo progettato per i voli polari, e sta studiando l’impiego di sommergibili in grado di emergere dai ghiacci. Spiega il “Giornale cinese di ricerca navale”, subito monitorato dagli analisti occidentali: «Sebbene il ghiaccio spesso dell’Artico provveda una protezione naturale per i sottomarini, tuttavia costituisce anche un rischio per loro durante il processo di emersione». Segue uno studio dettagliato sulle manovre da eseguire. «Tutte le superpotenze compiono queste ricerche, però la Cina non è uno Stato artico come la Russia o gli Usa». Eppure, aggiungono Gabanelli e Offeddu, nel 2018 si è autodefinita uno “Stato quasi-artico”, irritando il segretario di Stato americano Mike Pompeo, secondo cui «ci sono solo Stati artici e non artici, una terza categoria non esiste».

Ma Pechino “tira dritto”, e lo fa soprattutto in Groenlandia, «portaerei naturale di fronte agli Usa e al Canada, dove il riscaldamento del clima sta sciogliendo 280 miliardi di tonnellate di ghiaccio all’anno: un dramma mondiale, che però agevola l’estrazione di ciò che sta sotto». Per questo, osservano Milena Gabanelli e Luigi Offeddu, con le sue compagnie di Stato la Cina ha acquistato o gestisce i 4 più importanti giacimenti minerari della Groenlandia. «All’estremo Nord, nel fiordo di Cjtronen, c’è quello di zinco, gestito al 70% dalla cinese Nfc, considerato il più ricco della Terra. È strategico perché si trova di fronte all’ipotetica “Via Polare della Seta”, quella del passaggio verso Canada e Usa, e perché potrebbe placare la domanda di zinco della Cina, salita del 122% dal 2005 al 2015». Poi c’è il giacimento di rame di Carlsberg, proprietà della Jangxi Copper, colosso di Stato considerato il massimo produttore cinese di rame nel mondo (il suo ex-presidente, intanto, è stato appena Il tunnel sotto il Baltico tra Estonia e Finlandiacondannato a 18 anni per corruzione). Pechino ha inoltre in mano la miniera di ferro di Isua (della General Nice di Hong Kong) e infine Kvanefjeld, nell’estremo Sud: una riserva mai sfruttata di uranio e “terre rare”, cioè i metalli usati per costruire missili, smartphone, batterie e hard-disk.

Kvanefjeld, accessibile solo via mare, è proprietà della compagnia australiana Greenland Minerals Energy e al 12,5% della compagnia di Stato cinese Shenghe Resources, considerata la maggiore fornitrice di “terre rare” sui mercati internazionali. Con un investimento da 1,3 miliardi di dollari, documenta il reportage sul “Corriere”, il giacimento potrà fornire una delle più alte produzioni al mondo di “terre rare”. «La quota azionaria della Shenghe è limitata, ma il suo ruolo nel progetto no», spiegano Gabanelli e Offeddu, «perché il prodotto estratto da Kvanefjeld sarà un concentrato di “terre rare” e uranio, i cui elementi dovranno essere processati e separati». E questo «accadrà soprattutto a Xinfeng, in Cina, dove gli stabilimenti sono già in costruzione». Nel progetto c’è anche un nuovo porto, nella baia accanto al giacimento. «La Cina possiede già oltre il 90% di tutte le “terre rare” del mondo, dunque ne controlla i prezzi». E ora, «con quel che arriverà da Kvanefjeld, chiuderà quasi il cerchio». Nei lavori del porto è coinvolto anche il colosso di Stato cinese Cccc, «già messo sulla lista nera della Banca Mondiale per una presunta frode nelle Filippine». I dirigenti della Shenghe, nel gennaio di quest’anno, «hanno formato una joint-venture con compagnie sussidiarie della China National Nuclear Corporation».

La sigla del colosso edilizio Cccc, continuano Gabanelli e Offeddu, è riemersa nella gara d’appalto lanciata dal governo groenlandese per tre nuovi aeroporti intercontinentali (a Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq) che dovrebbero assicurare all’isola collegamenti diretti con gli Usa e l’Europa. Nel 2018 sei imprese sono state ammesse: l’unica non europea era la Cccc. «Ma la sua offerta ha preoccupato gli Usa (nell’isola c’è la base americana di Thule, che può intercettare i missili in arrivo su Washington) e la Danimarca (che ha un diritto di veto sulle questioni che toccano la sicurezza)». Così, i danesi hanno lanciato all’ultimo momento un’offerta d’oro, «rilevando un terzo della compagnia groenlandese che appaltava la gara», e così la Cccc è La Via Polare della Setastata esclusa. «Ma lo scorso 5 aprile è stata annunciata una nuova gara per il “completamento” delle piste e dei terminal a Nuuk e Ilulissat, altro affare milionario, e i cinesi hanno tentato di rientrare grazie a joint-venture formate con imprese olandesi, canadesi e danesi». Tutto procede: i lavori inizieranno a settembre.

Secondo Gabanelli e Offeddu, Pechino ha messo a segno un altro successo nordico, questa volta a Karholl, in Islanda: si tratta dell’osservatorio meteo-astronomico battezzato “Ciao”, acronimo di China-Iceland Joint Arctic Science Observatory, interamente finanziato dai cinesi. Alto tre piani ed esteso su 760 metri quadrati, controlla i cambiamenti climatici, le aurore boreali, i percorsi dei satelliti. E, per inciso, anche lo spazio aereo della Nato. Non è di poco conto, infatti, il risvolto strategico-militare della nuova geopolitica cinese nell’Artico: il vice responsabile del nuovissimo osservatorio è Halldor Johannson, che in Islanda è anche portavoce di Huang Nubo, «il miliardario imprenditore ed ex dirigente del Partito comunista cinese che nel 2012 tentò di comprare per circa 7 milioni di euro 300 chilometri di foreste islandesi, dichiarando di volerne fare un parco naturale e turistico». Anche su quelle foreste – annotano Gabanelli e Offeddu – passavano (e passano) le rotte della Nato, su cui ora “vigilerà” l’indesiderata superpotenza cinese.

Auto e batterie elettriche, l’insostenibile costo ambientale e sociale delle materie prime

http://europa.today.it/ambiente/auto-elettriche-materieprime.html?fbclid=IwAR1AHuy6ty2dlMXRCpO9qpHAL0MCPzme1apn90pxLNZ4F4Ip-QvcAmXBTxM

Un rapporto di Transport & Environment punta il dito contro “l’accertato sfruttamento minorile nelle miniere del Congo” e “i problemi ambientali legati all’estrazione del litio in Sud America”. Proposto un piano di regolamentazione per rendere sostenibile l’intera filiera

“Spostare le emissioni”

L’estrazione mineraria delle materie prime delle batterie e il processo di trasformazione finale “richiedono quantità significative di energia che potrebbero generare emissioni di gas serra così elevate da ridurre i benefici climatici marginali derivanti dall’uso di veicoli elettrici anziché di quelli con motore a combustione”. In altre parole, “le emissioni vengono spostate da una ‘conduttura’ all’altra”, creando una filiera che “richiederebbe nuove normative”. 

Le variabili in gioco

Il rapporto analizza quindi in precedenti studi scientifici in materia di misurazione di tale impatto ambientale, soffermandosi sulle varie difficoltà di calcolo dovute a troppe variabili, quali le tecniche di lavorazione, il luogo di produzione e persino i metodi di trasporto delle batterie. Un capitolo a parte è dedicato anche all’utilizzo della batteria, alla sua vita media, al numero di ricariche e allo smaltimento delle celle, che a sua volta apre nuove problematiche legate al riciclo. 

Il problema delle materie prime

Ma in mezzo a tante complessità, emerge un punto fermo sull’estrazione delle materie prime. La produzione di batterie agli ioni di litio si avvale infatti “dell’attività estrattiva artigianale nella Repubblica Democratica del Congo” e “in alcune aree del Sud America”. Il rapporto fa quindi riferimento ad altre due ricerche che hanno rivelato “lo sfruttamento di manodopera, anche minorile” nei siti minerari africani e “problemi ambientali” legati all’attività estrattiva in Cile.

Le miniere che sfruttano i bambini

Lo studio sulle miniere congolesi fa luce sullo sfruttamento della manodopera minorile per l’estrazione di cobalto, che viene compiuta, come denuncia una videoinchiesta del Wall Street Journal, senza rispetto delle più elementari norme di sicurezza. Un’altra inchiesta giornalistica pubblicata dal Guardian rivela che sarebbero 35mila i bambini “dai sei anni in su” impiegati nelle attività estrattive, su una forza lavoro totale del comparto che impiega 255mila persone. 

La riserva naturale in pericolo

L’altro studio citato mette in relazione l’estrazione del litio in Cile con l’impatto ambientale nel lago salino Salar de Atacama, nella parte settentrionale del Paese. “Abbiamo identificato le attività di estrazione del litio come uno dei principali fattori di stress per il degrado ambientale locale”, scrivono gli autori dello studio, che punta il dito contro il comparto minerario locale, responsabile “del declino della vegetazione, dell’aumento delle temperature diurne, di una tendenza al calo dell’umidità del suolo e all’aumento delle condizioni di siccità nelle aree di riserva nazionale”.

L’appello

T&E fa dunque notare come non esista “una legislazione attuale a livello Ue che regolamenti l’uso del lavoro forzato o minorile nei prodotti venduti in Europa” e “tantomeno esiste una legislazione che regoli il danno ambientale al di fuori dell’Ue”. L’organizzazione chiede quindi un intervento del legislatore europeo al fine di assicurare la tracciabilità delle materie prime ed il rispetto dei valori etici ambientali nella filiera che si appresta a rimpiazzare quella dei motori a combustibili fossili.

Entro 3 anni la Bolivia sarà il più grande esportatore di litio del mondo

http://www.greenreport.it/news/energia/entro-3-anni-la-bolivia-sara-il-piu-grande-esportatore-di-litio-del-mondo/?fbclid=IwAR3KeJi1K8x9augEOX5jw7EJ_1TNatK2LhIk9y_2W4yMhyB6xNHFEYUOI1E

Il miracolo economico del socialismo indigeno di Evo Morale che guarda alla green economy

[3 Gennaio 2019]

Il vicepresidente della Bolivia, Álvaro García Linera, ha detto in un’intervista concessa a Patria Nueva e Btv che «Con l’incremento dell’industria dello sfruttamento del litio nei salares di Pastos Grandes y Uyuni (Potosí) e Coipasa (Oruro), questa nazione diventerà la prima potenza di esportazione di questo metallo. Questo rivoluzionerà il mondo scientifico boliviano, rivoluzionerà l’industria boliviana, le entrate della Bolivia, questo non è un sogno, abbiamo appena iniziato». L’investimento previsto è di 740 milioni di dollari

E la Bolivia punta a diventare un Paese industriale della green economy, con la costituzione di una joint venture tra lo Stato plurinazionale boliviano  e un consorzio tedesco per la realizzazione di impianti di idrossido di litio, solfato di potassio, idrossido di magnesio, solfato di sodio, catodi e batterie, con un investimento previsto in circa 1,2 miliardi di dollari.

E’ previsto anche un investimento da 2,3 miliardi di dollari per produrre, solfato di potassio, acido borico, bromuro di sodio, carbonato di litio idrogeno e cloruro di litio e litio metallico nei salares di Pastos Grandes e Coipasa .

García Linera ha ricordato che il 50% delle riserve mondiali di litio si trovano in Bolivia e che entro 3 anni quello che era il più povero Paese sudamericano diventerà il numero uno al mondo per la produzione di litio: «Con i soli Pastos Grandes e Coipasa, calcoliamo che i guadagni per la Bolivia saranno di un miliardo di dollari, in più c’è Uyuni, facilmente, il litio, a prezzi bassi, darà 2,5 miliardi di dollari di profitti».

Se gli altri governi di sinistra dell’America Latina sono assediati dalle destre e stanno sprofondando, come il Nicaragua. in una mutazione familistica e reazionaria di un sogno di giustizia e libertà, o come il Venezuela in una crisi di un modello clientelare basato sullo sfruttamento del petrolio, la Bolivia del socialismo indigeno di Evo Morales sembra in buona salute e segna performances economiche invidiabili. Come ha detto Garcia Linera, «La Bolivia di ieri era quella dell’arretratezza, della povertà assoluta e della stagnazione; la Bolivia di oggi guarda al progresso, che, con grande entusiasmo, sta creando benessere; Abbiamo smesso di essere un Paese povero per diventare un Paese a reddito medio. Ci sono ancora molti bisogni, ma abbiamo fatto passi da gigante e, se continueremo su questo trend di progressi, in circa 8 anni avremo un reddito simile a quello del Cile o dell’Argentina. Queste sono conquiste di tutti boliviani perché il cambiamento è stato fatto grazie alla lotta di tutta la popolazione del Paese».

Il vicepresidente boliviano ha sottolineato che «La Bolivia è, per il sesto anno, cinque consecutivi, il campione” dell’economia continentale con la più alta crescita economica in America Latina, il 4,5%. Questa non è una coincidenza (…) La Bolivia ancora una volta il campione sudamericano in economia e il segreto della crescita è una miscela di quattro cose: mercato interno, mercato esterno, distribuzione della ricchezza e ruolo dello Stato nell’economia. Questo modello economico, costruito con così tanto sforzo, deve essere mantenuto perché è un modello vincente, abbiamo battuto tutti i vicini; dobbiamo preservare queste quattro caratteristiche che ci ha permesso di raggiungere i risultati attuali».

Il Paese andino in pieno boom economico ha un debito estero basso: il  23%, in rapporto al Pil perché il balzo in aventi della Bolivia socialista è impressionante per un Paese in via di sviluppo: l’economia del Paese è passata dai 9,5 miliardi di dollari del  2005 ai 40,8 miliardi di dollari, oltre il 400% in più, e García Linera può tranquillamente affermare che «Questo non è mai accaduto in Bolivia, è un miracolo economico (…) che cambierà il panorama geopolitico del continente e cambierà la posizione della Bolivia di fronte al Cile, l’economia è quella che decide se si può parlare in condizioni uguali». Il vicepresidente si riferisce alla rivendicazione della Bolivia di un accesso al mare con il recupero di una parte del territorio perso in una vecchia guerra.

Inoltre, in Bolivia sono state trovate nuove riserve di idrocarburi per 10 trilioni di piedi cubici, per un valore di circa 70 miliardi di dollari e il governo dice che non si seguirà la strada fallimentare del Venezuela ma quella della Norvegia: queste entrate verranno investite per garantire il benessere delle generazioni future. Inoltre la Bolivia ora si potrà permettere di importare meno gas e Garcia Linera ha annunciato che «La Bolivia sta battendo un record continentale perché ha perforato fino a  7.800 metri di profondità e, se la Pachamama  sarà generosa con il Paese, troveremo idrocarburi».

Prima che Evo Morales diventasse presidente della Bolivia, l’azienda petrolifera di Stato Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos (Ypfb) valeva 100 milioni di dollari, ora vale 15 miliardi di dollari e sta  aprendo altri mercati «L’industrializzazione del gas che si sviluppa in Bolivia  dalle mani di un presidente contadino», ha riassunto  García Linera  che poi ha vantato un altro risultato: «La produzione di etanolo, che consente l’uso di questo biocarburante per evitare la contaminazione, che si ottiene mescolando benzina con l’alcol proveniente dalla canna da zucchero, che è viene praticata in altri Paesi da più di 30 anni. Questa è una rivoluzione perché l’etanolo permetterà all’economia di crescere dell’1% in più, la crescita agricola sarà di 4 punti, la crescita dell’industria di quasi 0,7 punti, smetteremo di sovvenzionarla con 143 milioni di dollari perché non compreremo più additivi dall’estero, la Ypfb migliorerà le sue entrate di 300 milioni, produrrà 27 mila nuovi posti di lavoro nell’industria, nella distribuzione, nell’agricoltura; sostituiremo 80 milioni di litri di benzina importata, le colture di canna da zucchero saranno aumentate del 38% e smetteremo di emettere il 6% di gas serra. E’ un grande traguardo per l’economia boliviana: risparmia denaro, genera occupazione, espande l’agricoltura, è rispettosa dell’ambiente e farà crescere l’economia». Grazie a questo, nel  2019 la Bolivia potrebbe smettere completamente di importare biodiesel da olio di soia e olio di palma coltivato in Amazzonia.

A questo si aggiunge che la Bolivia sta aumentando fortemente la produzione di energia rinnovabile  eolica, solare, geotermica e idroelettrica e geotermica per sostituire l’uso di gas: «Dell’energia totale prodotta, il 12%, lo facciamo con le energie alternative, il nostro obiettivo è che queste, fino al 2025, saliranno al  50%», ha detto il vicepresidente.

Il socialismo boliviano punta a migliorare i guadagni delle micro, piccole e medie imprese, anche sovvenzionando il consumo di energia elettrica, garantendo il rifornimento di gas, di acqua e altri benefit. Il  miracolo economico del socialismo indigeno si riflette anche  sul risparmio interno e nel miglioramento delle condizioni di vita delle persone  che sono sempre più in grado di accedere al credito per comprarsi una casa.

Una crescita che va anche a vantaggio dell’agricoltura, la cui produzione è cresciuta a 13,6 milioni di tonnellate su 2,5 milioni di ettari di terreno coltivato, ma si prevede un aumento di mezzo milione di ettari all’anno. Morales ha chiesto ai boliviani di produrre più cibo per far crescere una società sana e per le esportazioni che vanno a beneficio dell’economia nazionale.Álvaro García Linera ha concluso: «L’’agricoltura ha mercato, si stanno aprendo mercati e scommettere in una maggiore produzione è una buona scommessa e vogliamo incrementarla molto di più».

Per giornale spagnolo “inutile” la bomba nucleare più potente sviluppata dall’Urss

https://it.sputniknews.com/mondo/201911028247961-per-giornale-spagnolo-inutile-la-bomba-nucleare-piu-potente-sviluppata-dallurss/?utm_source=push&utm_medium=browser_notification&utm_campaign=sputnik_it

Tsar Bomba (foto d'archivio)

© Sputnik . Mikhail Voskresensky
22:34 02.11.2019

Il 30 ottobre del 1961 l’Unione Sovietica testò la cosiddetta Tsar Bomba (nota anche come Bomba Zar o RDS-220 – ndr) nell’Artico, ma in realtà un ordigno così grande si rivelò inadatto per una vera guerra, si legge in un articolo del quotidiano spagnolo La Vanguardia.

In particolare, la Tsar Bomba, secondo il giornalista, non poteva essere lanciata a grande distanza. Inoltre gran parte della sua energia sarebbe andata dispersa nello spazio sotto forma di radiazione, sostiene l’autore dell’articolo.

L’Urss voleva intimidire le potenze capitaliste con una dimostrazione dell’insuperabile tecnologia sovietica, ma di fatto era solo un enorme bluff, si afferma nell’articolo. La leadership sovietica ne era consapevole e voleva nasconderlo, ipotizza l’autore dell’articolo.

La RDS-220 è una bomba aerea termonucleare sviluppata in Unione Sovietica tra il 1956 e il 1961 da un gruppo di fisici nucleari guidati dall’accademico Igor Kurchatov.

© SPUTNIK . MIKHAIL VOSKRESENSKIY
La copia della Tsar Bomba

Il test di questo ordigno nucleare si svolse il 30 ottobre 1961: un aereo Tu-95V sganciò la bomba nel poligono di test nucleari di Sukhoi Nos, sull’isola Novaya Zemlya. La potenza dell’esplosione venne misurata in 58.6 megatoni.

La Tsar Bomba è il più potente dispositivo esplosivo fabbricato nella storia dell’umanità. È entrato nel Guinness dei primati come il più potente ordigno termonucleare ad aver superato un test.

Partiti in Germania i primi treni ad idrogeno al mondo, ecologici ed a zero emissioni

Pubblicato il: 19 Settembre 2018

treni idrogeno germania

La Germania da Lunedì può vantare un primato mondiale

infatti in bassa Sassonia, sono già attivi da 2 giorni e stanno già circolando i primi due treni ad idrogeno del mondo, destinati a cambiare radicalmente il trasporto su rotaia.

Manderanno in pensione le locomotive a diesel, infatti sono ecologici, non inquinanti dato che emettono vapore acqueo, silenziosi e hanno 1000 chilometri di autonomia.

i due treni, Coradia iLint hanno iniziato a viaggiare lunedì scorso percorrendo i 100 chilometri di ferrovie tra Cuxhaven, Bremerhaven e Buxtehude Bremervörde, in Bassa Sassonia, a ovest di Amburgo, e sono stati lanciati su rotaia dalla compagnia francese Alstom.

treni idrogeno germania

i due treni sono di colore blu e al momento sono in grado di raggiungere i 140 km/h, sono dotati di celle a combustibile che convertono l’idrogeno immagazzinato sul tetto e l’ossigeno ambientale in elettricità.

Le batterie agli ioni di litio verranno utilizzate anche per immagazzinare l’energia recuperata durante la frenata, che viene riutilizzata nelle fasi di accelerazione.

Hanno un’autonomia di 1000 chilometri prima di essere ricaricati, e la parte migliore è che utilizzando acqua ed energia elettrica sono totalmente a zero emissioni inquinanti.

i treni stanno viaggiando per conto dell’autorità locale dei trasporti (LNVG) e dell’operatore regionale EVB e possono viaggiare per l’intera giornata prima di essere ricaricati.

Già prevista per il 2021 la consegna di altri 14 treni e il posizionamento di una stazione di rifornimento fissa negli spazi di EVB, secondo un contratto firmato lo scorso anno per il valore di 81 milioni di euro, nel 2021 la rete Evb sarà dunque interamente composta da treni a idrogeno

La bella notizia è che la Germania anche se è la prima ad avere investito nella tecnologia Green, non è l’unica che lo sta facendo,

la Francia per esempio punta a far correre i primi treni ad idrogeno entro il 2022 e la società Alstom ha confermato di essere in trattativa per la produzione di treni ad idrogeno anche con Regno Unito, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, Canada e Italia,

Nel nostro paese le prime regioni a manifestare il loro interesse sono state il Trentino e la Toscana che stanno valutando l’utilizzo di fondi europei per cofinanziare l’operazione.

Stefani Schrank product manager di Alstom spiega:

il treno a idrogeno comporta un costo maggiore all’inizio rispetto a uno diesel ma dopo 10 anni l’investimento è già in pari e in attivo per i rimanenti 20 anni della vita del prodotto.

treni idrogeno germania

 

Altro che TAV, la Cina rivela un prototipo di treno a levitazione magnetica capace di raggiungere i 600 km/h (VIDEO)

https://veritaglobale.altervista.org/altro-tav-la-cina-rivela-un-prototipo-treno-levitazione-magnetica-capace-raggiungere-600-kmh-video/?fbclid=IwAR0MJ-AmnzVna5hVlTywXWozb4XfxWeDeh29UQAVeCG5wAHtpvSkuasanSg

Il dibattito in Italia è fermo intorno a una obsoleta linea TAV che dovrebbe collegare Torino e Lione per trasportare più velocemente fantomatiche merci. Intanto in Cina il progresso tecnologico prosegue senza sosta tanto che Pechino ha appena mostrato al mondo un nuovo prototipo di treno veloce, a levitazione magnetica, capace di raggiungere i 600 km/h.

La China Railway Rolling Stock Corporation (CRRC) ha presentato il primo prototipo di un nuovo treno a levitazione magnetica che promette di ridurre drasticamente i tempi di percorrenza tra Shanghai e Pechino. Il treno può raggiungere velocità incredibili di 600 chilometri all’ora (372 miglia orarie) perché utilizza i magneti per librarsi sopra i binari, risultando in un viaggio essenzialmente privo di attrito e molto fluido.

Il treno è stato costruito dalla controllata di CRRC Qingdao Sifang nella città di Qingdao, a metà strada tra Pechino e Shanghai. Ding Sansan, capo del team di ricerca e sviluppo del team di Maglev e vicecapo ingegnere dell’azienda, ha dichiarato a China Daily: “Il prototipo ha già raggiunto la levitazione statica ed è in condizioni ideali”, osservando che gli ingegneri sperano mettere in funzione il treno di prova nel 2021.

I treni Maglev rimangono una tecnologia in gran parte futuristica, anche se esistono alcune linee maglev.
La Cina ha lanciato la prima linea funzionale al mondo nel 2002 a Shanghai utilizzando la tecnologia acquistata dalla Germania; può raggiungere velocità di 430 km / h. Il Giappone ha testato un treno a levitazione magnetica nel 2015 che può raggiungere i 603 km / h e spera di avere una linea maglev in funzione entro il 2027.

Ding ha osservato che l’obiettivo di questa nuova linea è di sostituire in gran parte i viaggi aerei tra le due metropoli. Con un viaggio in aereo, compreso il tempo di preparazione, circa 4,5 ore e un viaggio in Cina sulla linea ferroviaria ad alta velocità di circa 5,5 ore, Ding spera che la nuova linea di maglev impiegherà circa 3,5 ore.

Xinhua ha notato all’inizio di quest’anno che la Cina vanta oltre 29.000 chilometri di ferrovie ad alta velocità – due terzi del totale mondiale.

https://www.lantidiplomatico.it