Stampa israeliana: Ecco perché USA e Israele non vogliono che l’Esercito siriano liberi il Ghouta orientale

stampa israeliana

Il quotidiano israeliano ‘The Jerusalem Post’ spiega perché USA e Israele non vogliono che l’esercito siriano prenda il controllo del Ghouta orientale, a est della città di Damasco.
In un articolo pubblicato mercoledì scorso il quotidiano israeliano ‘The Jerusalem Postsi sostiene che la ripresa della regione del Ghouta Orientale da parte delle forze siriane e dei suoi alleati significherebbe due cose: presenza iraniana nei pressi di Israele e la sconfitta degli Stati Uniti di fronte alla Russia in Siria.
Sul ruolo della Repubblica Islamica dell’Iran nel conflitto siriano ha sottolineato che i consiglieri militari del paese persiano hanno aiutato le forze siriane nella loro lotta contro il terrorismo nel paese arabo, in particolare nella campagna di Damasco , Quneitra (sud-ovest) e la città di Daraa (sud-ovest).
Si evidenzia, tra l’altro, che l’Iran ha anche aiutato le forze siriane per sradicare la presenza di gruppi terroristici come l’ISIS (Daesh, in arabo) nel deserto siriano per passare al alture siriane del Golan, vicino al confine con Israele, che rappresenta una minaccia diretta per Israele. Con questi risultati, sostiene il quotidiano israeliano, l’Iran ha aperto un percorso da Teheran a Beirut.
A tal proposito si sottolinea il recupero di questa regione, che è stato per mesi sotto l’occupazione da parte di gruppi armati, garantirà a Teheran il potere di mettere pressione su Israele.
Tuttavia, per la Russia, la liberazione del Ghouta orientale significherebbe che tutta Damasco è sotto il controllo del governo del presidente siriano, Bashar al-Assad, e ciò garantirebbe la permanenza a lungo termine della Russia in Siria, nonché la sicurezza della sua basi aeree e navali nel paese arabo.
La seconda ragione dietro il sostegno russo all’operazione anti-terrorismo nel Ghouta orientale è che se l’intera provincia di Damasco sarà liberata dalle forze governative, ciò darebbe alla Siria e alla Russia una forte influenza nei negoziati politici.
Secondo il media israeliano gli Stati Uniti dovrebbero essere preoccupati perché la caduta del Ghouta farà pressione sui “ribelli siriani” a Daraa e vicino al confine con la Giordania. Questa sarebbe una minaccia per l’influenza degli Stati Uniti e del Regno Unito nel sud della Siria e metterebbe in pericolo la presenza di truppe statunitensi ad Al-Tanf, dove gli Stati Uniti hanno una base militare, ha avvertito il quotidiano israeliano.
Fonte: The Jerusalem Post Notizia del: 16/03/2018

Ritrovate le razioni da combattimento della US Army in un rifugio utilizzato dai terroristi dell’ISIS in Iraq

razioni-USA-in-Iraq

Razioni della US Army nelle grotte dei terorristi
Secondo quanto riferito da una fonte militare irachena, l’esercito iracheno ha trovato razioni da campo dell’esercito americano nelle caverne usate dall’ISIS
La grotta potrebbe essere stata utilizzata come area di sosta da cui i jihadisti potevano riposare e mangiare.
La direzione 4, un canale di Telegram che monitora la situazione della sicurezza in Iraq e in Siria, ha riportato il ritrovamento, dicendo che nella grotta utilizzata come rifugio dai terroristi, sono state trovate confezioni di razioni da campo individuali MRE (Pasto, pronto per l’uso) in dotazione alle forze militari degli Stati Uniti.
“Rifugio Daesh trovato dalle forze irachene nel sud di Mosul”.
 
Il canale ha spiegato che oltre alle quantità di armi e munizioni, l’esercito iracheno ha trovato anche questi tipi di rifugi sotterranei del Daesh (ISIS) * dove i jihadisti potevano riposarsi e rilassarsi. La direzione 4 ha aggiunto che si può presumere che alcune di queste strutture segrete continuino a essere utilizzate.
I militari siriani e iracheni hanno trovato grandi scorte di armi, munizioni e altri rifornimenti nei territori controllati da Daesh. Lunedi, le unità dell’esercito siriano hanno scoperto una massiccia pila di armi prodotte negli Stati Uniti e in Europa, in giacenza all’interno dei nascondigli di Daesh, vicino alla città orientale siriana di Deir ez-Zor.
L’organizzazione terroristica del Daesh aveva proclamato un “califfato” in Iraq nel 2014, catturando Mosul, la seconda città più grande del paese, e espandendosi verso ovest in Siria. Con gli sforzi combinati delle forze armate irachene e delle milizie kurde e il sostegno della coalizione guidata dagli Stati Uniti, il gruppo terroristico era stato cacciato dall’Iraq; l’esercito siriano e i suoi alleati russi e iraniani hanno combattuto per liberare le aree controllate dalla Daesh in Siria, con le forze curde che fanno la loro parte nel nord della Siria.
A partire dalla fine di febbraio 2018, le proprietà dei terroristi sono state ridotte a poche aree isolate del territorio nella Siria orientale.
Traduzione: Alejandro Sanchez

Mosca: “Washington non sarà in grado di distrarci dalla Siria con la situazione nel Regno Unito”

skripal

“La Siria rimane al centro dell’attenzione della diplomazia russa”, ha affermato la missione diplomatica della Russia negli Stati Uniti.
Mosca ha esortato Washington ad abbandonare i suoi “piani irresponsabili” sulla Siria, che porterebbero all’escalation del conflitto, ha riferito l’ambasciata russa negli Stati Uniti nel suo account Facebook.
Nella sua dichiarazione, la missione diplomatica russa afferma che pochi giorni fa ha messo in guardia Washington dalla tentazione di approfittare delle provocazioni dei terroristi in Siria che usano armi chimiche contro i civili per attaccare Damasco.
“Le minacce del rappresentante degli Stati Uniti all’ONU di commettere tali azioni e incoraggiare una corrispondente atmosfera nei principali media statunitensi”, causano pre occupazione a chiunque di fatto appoggia Washington nel Ghouta orientale,  prosegue il comunicato.
Secondo i rappresentanti dell’ambasciata russa, tutta la “resistenza” da un lungo periodo di tempo è controllato dal gruppo jihadista di Al-Nusra, che per anni ha attaccato la periferia pacifica della capitale siriana, comprese le missioni diplomatiche russe.
“Ancora una volta invitiamo Washington ad abbandonare le dichiarazioni e piani di irresponsabili, carichi di escalation irreversibile del conflitto,” ha aggiunto l’ambasciata russa, che ha anche sottolineato che “non potranno distrarci dalla Siria” con la situazione nel Regno Unito. “La Siria rimane al centro dell’attenzione della diplomazia russa”,è stato ribadito.
Fonte: https://www.facebook.com/RusEmbUSA Notizia del: 15/03/2018

ALERTE ROUGE : TENSION INTERNATIONALE GRAVE (II). L’ARMEE RUSSE RAPPELLE SES RESERVISTES SUR FOND D’HYSTERIE RUSSOPHOBE UE-OTAN ET DE DEPLOIEMENT DE LA VIe FLOTTE US EN MEDITERRANEE ORIENTALE

Luc MICHEL/En Bref/ 2018 03 23/

Avec Interfax/

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L’armée russe se prépare à toute éventualité !

Sur fond de vives tensions en Méditerranée qui risquent à tout instant de se transformer en une guerre totale, la Russie vient de mobiliser ses réservistes.

Le président russe Vladimir Poutine a signé le 19 mars un décret appelant pour une période de rappel les jeunes russes figurant dans la réserve. « L’objectif principal est de compléter les compétences que les gens ont pu oublier après la fin du service militaire et des chaires militaires, et ce n’est en aucun cas une préparation à une guerre totale ou à une opération militaire dans un pays du tiers monde », a déclaré Dmitri Safonov, ancien analyste du journal russe ‘Izvestia’.

Chaque année, le président signe un décret appelant pour une période de rappel des citoyens russes réservistes aptes au service militaire.

Pendant une période pouvant aller jusqu’à deux mois, environ 5 000 personnes échangent ainsi leur vie civile contre la discipline militaire. « Ces jeunes réservistes sont urgemment nécessaires pour des événements de grande envergure. Par exemple, lors des grandes manœuvres de l’année dernière Zapad-2017, en plus du personnel militaire actif, des jeunes gens qui vivaient près des zones d’entraînement ont été impliqués », a déclaré l’expert.

Les « réservistes » seront impliqués dans tous les types d’activités militaires en parallèle avec leurs spécialités professionnelles. Ils devront réaliser des marches forcées et iront sur le terrain d’entraînement. Certains étudieront, pendant que d’autres affineront leurs compétences de tir au pistolet, au fusil automatique et au fusil de sniper.

« L’idée d’un clash entre les États-Unis et la Russie est plus que jamais d’actualité après de nouvelles nominations au sein du département d’état », dit la presse russe.

LUC MICHEL/ ЛЮК МИШЕЛЬ/

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ALERTE ROUGE : TENSION INTERNATIONALE GRAVE (I). L’ARMEE ARABE SYRIENNE ATTAQUEE PAR L’ARME TURQUE !

 

Luc MICHEL/En Bref/ 2018 03 23/

Avec PRESS-TV – Fars – al-Mayadeen/

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Grave tension internationale !

« Alep: les positions de l’armée syrienne à Alep visées par les Turcs », titre Fars … « L’Artillerie de l’armée turque a pilonné, ce jeudi le 23 mars, les positions de l’armée syrienne dans le district de Tell Jabin au nord de la province syrienne d’Alep », rapporte la télévision libanaise, ‘al-Mayadeen’.

Épaulée par les groupes armés terroristes, avec à leur tête l’ASL (même les experts de ‘France24’ parlent d’une « armée turco-djihadiste »), l’armée turque s’est infiltrée dans trois villages de la région et avance vers les frontières administratives des deux cités de Nubl et d’al-Zahra.  Avec la progression des troupes d’Ankara dans la région d’Alep, les combats meurtriers qui opposaient, au départ, les militaires turcs et les groupes armés kurdes, « se sont transformés en des affrontements entre l’armée syrienne et ses alliés qui tentent de bloquer l’offensive de la Turquie en Syrie ».

Depuis le 20 janvier 2018, les militaires turcs mènent une opération militaire à Afrin, dans le nord de la Syrie, qui vise, prétend Ankara, « à lutter contre les groupes kurdes liés aux  « terroristes » actifs sur ses frontières ». Les Kurdes ayant quitté la ville après sa chute, Ankara refuse toujours d’en remettre le contrôle à l’État syrien.

L’armée d’Erdogan étend son offensive à Alep alors que cette province est assez loin d’Afrin.

LA TURQUIE CHEVAL DE TROIE DE L’OTAN

Simultanément à l’aventurisme militaire turc sur le sol syrien, le président turc, Recep Tayyib Erdogan s’est entretenu, ce jeudi 22 mars, au téléphone avec son homologue américain, Donald Trump. La conversation des deux hommes était axée sur des questions régionales et bilatérales. La Turquie et les États-Unis sont membres de l’OTAN.

Les deux hommes ont évoqué, lors de cet entretien, l’importance des coopérations stratégiques entre Ankara et Washington.

Hier les médias iraniens (la Syrie est alliée à Damas et à Moscou) titraient « Syrie: le cheval de Troie de l’Otan ? » et posaient la question : « La Russie et l’axe de la Résistance ont-ils commis une erreur ou s’agit-il d’une stratégie bien calculée ? »

Ce qui est mon analyse depuis le début des « évolutions » turques …

LUC MICHEL/ ЛЮК МИШЕЛЬ/

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Attacco genocida a Afrin: centinaia di civili sono stati uccisi

http://www.uikionlus.com/attacco-genocida-a-afrin-centinaia-di-civili-sono-stati-uccisi/

UIKI ONLUS

Attacco genocida a Afrin: centinaia di civili sono stati uccisi

I massacri dello stato turco contro la popolazione civile continuano a Efrin. Nell’attacco aereo a Jinderêsê ieri, centinaia di civili sono stati uccisi. Gli attacchi che mirano all’ occupazione ad Efrin hanno raggiunto il centro città nel 58° giorno. Si è appreso che centinaia di civili sono stati uccisi nei bombardamenti fatti sia da terra che dal cielo.

Secondo le informazioni ricevute ieri, un convoglio civile nella regione di Jinderêsê è stato bombardato da aerei da guerra turchi. Si è saputo che 300 persone del convoglio abbiano perso la vita.

Nel bombardamento di insediamenti civili nel centro della città di Efrin, si apprende che molte persone sono state uccise. Tuttavia non è possibile ottenere informazioni chiare perché le linee di trasporto della città sono troncate. Secondo quanto riferito molti civili sono stati rapiti o uccisi dalle forze di invasione.

Tra le informazioni si apprende che le forze di occupazione hanno tagliato la testa di due civili nel centro della città di Efrin.

Negli ultimi due giorni di attacchi, il numero di civili uccisi a Efrin ha superato le 500 persone.

GUERRE AU YÉMEN : ‘LA FRANCE VIOLE LE TRAITÉ SUR LE COMMERCE DES ARMES’

EODE/ OBSERVATOIRE GEOPOLITIQUE/

EODE/ 2018 03 21

Avec Le Point/

REVUE DE PRESSE :

GUERRE AU YÉMEN : « LA FRANCE VIOLE LE TRAITÉ SUR LE COMMERCE DES ARMES » (LE POINT, 21 MARS )

EODE - GEOPOL rp france yemen (2018 03 21) FR

INTERVIEW. L’ONG Aser milite pour que la France cesse de vendre des armes aux pays engagés dans la guerre au Yémen. Et s’apprête à saisir le Conseil d’État.

Extraits :

«  Yémen, qui fait rage depuis trois ans, a fait plus de 10 000 morts civiles, quasiment dans l’indifférence générale. À des milliers de kilomètres de là, la France poursuit activement ses ventes d’armes aux pays membres de la coalition emmenée par l’Arabie saoudite et les Émirats, qui soutiennent le président yéménite Abdrabbo Mansour Hadi, reconnu par la communauté internationale, face aux rebelles yéménites houthis, aidés par l’Iran. L’ONG française Aser (Action sécurité éthique républicaines) a engagé le 1er mars une démarche juridique pour obtenir la suspension des licences d’exportation accordées à plusieurs industriels français de l’armement. Elle s’apprête à poursuivre cette procédure devant le Conseil d’État. Interview de son vice-président, Benoît Muracciole.

Le Point : De nombreuses ONG ont lancé une campagne pour demander que la France cesse de vendre des armes aux pays arabes engagés dans la guerre au Yémen. Quelle est votre position ?

Benoît Muracciole : Elle est très claire : l’ONG Aser, soutenue par l’association Droit-Solidarité (section française de l’Association internationale des juristes démocrates, AIJD), a engagé une démarche juridique pour demander que les licences d’exportation accordées par le gouvernement français aux industriels livrant des armes aux belligérants du conflit au Yémen, notamment l’Arabie saoudite et les Émirats arabes unis, soient suspendues. Nous savons que ces licences existent, puisque plusieurs industriels français, dont Dassault et Nexter, ont fait publiquement état des succès opérationnels de leurs productions, précisément dans cette guerre atroce. Ces armes ont donc été vendues et livrées. Elles sont actuellement utilisées dans les combats.

Certes, mais ce que nous dénonçons, c’est l’utilisation de ces armes françaises par des armées qui agissent en contradiction formelle avec les lois françaises et les traités internationaux signés par notre pays. Ces usages illicites sont notamment liés à de nombreuses et graves violations du droit international humanitaire et des droits humains. Ces pratiques, qui sont celles de toutes les parties au conflit, sont sans cesse dénoncées par l’ONU depuis 2014. Cinq ans auparavant, en 2009, Amnesty International avait déjà pointé du doigt les violations exercées par les Émirats arabes unis et l’Arabie saoudite. La France n’a pas été la seule avertie par les ONG. Tous les pays vendeurs d’armes à ces clients l’ont été. Ces ONG, avec l’ONU et le Parlement européen, ont réclamé la mise en place d’un embargo.

Les belligérants s’en prennent à des populations civiles sans défense, de manière totalement indiscriminée.

Les États sont souverains. Ils vendent en fonction de leurs règles et des garanties qu’ils prennent. Que leur reprochez-vous précisément, et à la France en particulier ?

Les États vendeurs sont garants du suivi de leurs ventes et du respect des engagements pris par les acheteurs. Autrement formulé, les États parties au traité sur le commerce des armes (TCA) n’entendent pas cesser d’en vendre, mais ont un intérêt commun à la régulation de ce commerce face à la mondialisation croissante des échanges. Les déplacements massifs de populations, l’accès de plus en plus facile à des armements sur les marchés illicites, de même que le développement du terrorisme sont autant de conséquences néfastes pour les gouvernements d’un marché de l’armement dérégulé. Il devient de plus en plus difficile de justifier aux yeux de l’opinion publique notre inertie face aux horreurs de la guerre et des violations massives du droit international humanitaire.

Or, s’agissant seulement de la France, ces règles contraignantes ne sont pas appliquées. Pire : notre pays viole le TCA. Il écrit dans son préambule qu’il « reconnaît aux États des intérêts légitimes d’ordre politique, sécuritaire, économique et commercial dans le commerce international des armes classiques » ; il n’en souligne pas moins « la nécessité de prévenir et d’éliminer le commerce illicite d’armes classiques et d’empêcher leur détournement vers le marché illicite ou pour un usage final non autorisé, ou encore à destination d’utilisateurs finaux non autorisés, notamment aux fins de la commission d’actes terroristes ». La France sait que, depuis le début de cette guerre, les lois de la guerre sont systématiquement violées.

Les belligérants s’en prennent à des populations civiles sans défense, de manière totalement indiscriminée. Dans un rapport de janvier 2017, l’ONU recensait déjà 987 frappes sur des cibles civiles. La France le sait parfaitement. Et il faudrait que nous laissions passer ça ?

Avez-vous obtenu des réponses officielles à vos questions sur ces ventes ?

Jamais. Pas une seule. C’est pour cette raison que nous nous sommes adressés le 1er mars au Premier ministre et secrétariat général de la sécurité et de la défense nationale (SGDSN), afin de demander la suspension immédiate des licences d’exportation de matériels de guerre et matériels assimilés destinés aux pays impliqués dans la guerre au Yémen. Il s’agit d’obtenir du gouvernement qu’il respecte les engagements internationaux souscrits par la France et de demander à la juridiction administrative qu’elle sanctionne l’action illégale de l’administration ; nous n’obtiendrons rien sans une vaste campagne d’opinion. Le droit reste la traduction d’un rapport de force au sein de la société. Nous convions les représentants des associations dont l’objet social recoupe ces objectifs et les parlementaires à se rassembler pour renforcer notre saisie prochaine du Conseil d’État aux fins de voir la France suspendre ses exportations d’armes destinées aux pays impliqués dans la guerre au Yémen. »

* Lire sur :

http://www.lepoint.fr/editos-du-point/jean-guisnel/guerre-au-yemen-la-france-viole-le-traite-sur-le-commerce-des-armes-20-03-2018-2203928_53.php

ALLER PLUS LOIN SUR LA GUERRE DU YEMEN :

* Voir sur EODE-TV/

LUC MICHEL : GEOPOLITIQUE.

GUERRE DU YÉMEN ET CHOC TEHERAN-RYAD (SUR AFRIQUE MEDA)

sur https://vimeo.com/152874189

* Voir sur EODE-TV/

GEOPOLITIQUE/ LUC MICHEL:

YÉMEN. L’AUTRE GUERRE DU PROCHE-ORIENT

(AFRIQUE MEDIA, LE DEBAT PANAFRICAIN, 27 DEC. 2015)

sur https://vimeo.com/150869206

* Lire sur LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/ LE ‘VIETNAM’ DES SAOUDS:

YÉMEN LA SECONDE GUERRE CHAUDE DU PROCHE-ORIENT APRES LA SYRIE.

sur http://www.lucmichel.net/2017/12/13/luc-michels-geopolitical-daily-le-vietnam-des-saouds-yemen-la-seconde-guerre-chaude-du-proche-orient-apres-la-syrie/

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VICTOIRE RUSSE EN SYRIE – VICTOIRE SYRIENNE DANS LA GHOUTA – REELECTION DE POUTINE : LA RUSSOPHOBIE SE DECHAINE (VII). AFFAIRE SKRIPAL, MOSCOU RECLAME DES PREUVES OU DES EXCUSES !

LM/ 2018 03 19/

« D’autres pays que la Russie travaillaient sur les substances Novitchok. Ces pays, ce sont le Royaume-Uni, la Slovaquie, la République tchèque, la Suède. Au sujet des Etats-Unis, il faut aussi se poser la question »

– Maria Zakharova (porte-arole de MAE russe sur ‘Rossiya 24’).

LM.NET - RP russophobie 2018 VII (2018 03 19) FR (2)

« C’est un spectacle, une mystification absolue, une séance de magie

(…) Les déclarations des autorités officielles de Londres au sujet de l’affaire Skripal s’inscrivent « dans le droit fil de la campagne antirusse déployée dès que la Russie a lancé son opération en Syrie.

Parce que le sujet des armes chimiques doit être toujours présent dans les médias. Parce qu’il faut dénigrer les efforts de la Russie en Syrie  »

– Maria Zakharova (sur ‘NTN’).

Affaire Skripal: Moscou réclame des “preuves” ou des “excuses” !

Moscou a réclamé lundi des “preuves” ou des “excuses” du gouvernement britannique qui l’accuse d’être responsable de l’empoisonnement d’un ex-espion russe au Royaume-Uni, où des experts internationaux sont attendus pour participer à l’enquête.

“Tôt ou tard, il faudra répondre de ces accusations infondées: soit fournir des preuves, soit présenter ses excuses”, a déclaré aux journalistes le porte-parole du Kremlin, Dmitri Peskov, tandis qu’à Bruxelles les chefs de la diplomatie de l’Union européenne faisaient bloc derrière Londres, l’assurant de leur “totale solidarité”.

Tout juste réélu pour un 4e mandat avec un score écrasant, le président russe Vladimir Poutine avait vivement rejeté toute responsabilité dimanche soir, parlant de “grand n’importe quoi”.

Mais la Première ministre Theresa May a réitéré ses accusations, lors d’un déplacement à Birmingham (centre de l’Angleterre) lundi.

“J’affirme que ce que nous avons vu montre qu’il ne peut y avoir d’autre conclusion que la culpabilité de l’Etat russe dans ce qu’il s’est passé dans les rues de Salisbury”, a-t-elle dit, toujours sans preuves sur la table. Le président français Emmanuel Macron a appelé lui “les autorités russes à faire toute la lumière sur les responsabilités liées à l’inacceptable attaque de Salisbury, et à reprendre en main fermement d’éventuels programmes qui n’auraient pas été déclarés à l’Organisation pour l?interdiction des armes chimiques”

(OIAC) (sic).

L’ex-agent double Sergueï Skripal, 66 ans, et sa fille Ioulia, 33 ans, ont été empoisonnés le 4 mars à Salisbury (sud-ouest de l’Angleterre) à l’aide, selon les Britanniques, d’un agent innervant identifié comme appartenant à la famille des agents Novitchok, développés par la Russie.

« ABSURDE » DIT MOSCOU …

Des experts de l’OIAC devaient arriver lundi au Royaume-Uni pour rencontrer leurs collègues du laboratoire militaire de Porton Down, situé près de Salisbury, et de la police britannique. Ils doivent repartir avec des échantillons de la substance utilisée. Ces prélèvements “seront testés dans les laboratoires internationaux les plus réputés”, les résultats devant être connus au mieux “après deux semaines”, selon les autorités britanniques.

“Que quelqu’un puisse penser qu’en Russie quelqu’un se permettrait de faire de telles choses juste avant l’élection et la Coupe du monde de football, c’est absurde, du grand n’importe quoi”, a commenté dimanche Vladimir Poutine. “Nous avons détruit toutes nos armes chimiques sous la supervision d’observateurs internationaux”, a-t-il affirmé, assurant que la Russie était “prête” à “participer aux enquêtes nécessaires”. “Pour cela, il faut que la partie d’en face (les Britanniques, ndlr) soit aussi intéressée. Pour l’instant, nous ne le voyons pas”.

QUAND LE ROYAUME-UNI, LA SLOVAQUIE, LA REPUBLIQUE TCHEQUE, LA SUEDE FABRIQUENT DU ‘NOVITCHOK’ !!!

La porte-parole de la diplomatie russe Maria Zakharova, a elle suggéré que d’autres pays que la Russie travaillaient sur les substances Novitchok. “Ces pays, ce sont le Royaume-Uni, la Slovaquie, la République tchèque, la Suède. Au sujet des Etats-Unis, il faut aussi se poser la question”, a-t-elle dit sur la chaîne Rossiya 24.

FALSE FLAG A SALISBURY ET A DAMAS :

QUE DIT MARIA ZAKHAROVA ?

La porte-parole du ministère russe des Affaires étrangères, Maria Zakharova, a évoqué dans une interview à la chaîne ‘NTV’ le lien existant entre les affirmations de Londres sur l’implication de Moscou dans l’empoisonnement de l’ancien agent double Sergueï Skripal et les accusations d’usage d’armes chimiques portées contre la Syrie. Dans une interview accordée à la chaîne de télévision ‘NTV’, Maria Zakharova, porte-parole du ministère russe des Affaires étrangères, a qualifié de «spectacle» les déclarations et mesures prises par Londres qui accuse Moscou d’être impliqué dans l’empoisonnement de l’ex-espion Sergueï Skripal et de sa fille.

« C’est un spectacle, une mystification absolue, une séance de magie », a-t-elle déclaré.

Et d’ajouter: « Cela ne fait même plus rire. C’est une question de honte totale pour le Royaume-Uni avec tous ses services secrets. C’est un échec colossal. »

Maria Zakharova a fait remarquer que les déclarations des autorités officielles de Londres au sujet de l’affaire Skripal s’inscrivaient « dans le droit fil de la campagne antirusse déployée dès que la Russie a lancé son opération en Syrie » : « Parce que le sujet des armes chimiques doit être toujours présent dans les médias. Parce qu’il faut dénigrer les efforts de la Russie en Syrie  », a-t-elle souligné.

Évoquant les déclarations de la Première ministre Theresa May au sujet de l’empoisonnement de Sergueï Skripal et de sa fille Ioulia, Maria Zakharova a rappelé que Londres n’avait toujours pas fourni à Moscou d’informations sur Sergueï Skripal et sa fille, sur leur état, sur le lieu où ils se trouvaient, sur ce qui se passait. Le 4 mars 2018, Sergueï Skripal et sa fille ont été retrouvés inconscients aux abords d’un centre commercial de Salisbury. M. Skripal a reçu l’asile au Royaume-Uni en 2010 après un échange d’agents de renseignement entre la Russie et les Etats-Unis. La Première ministre britannique Theresa May a accusé la Russie d’implication dans l’empoisonnement de Sergueï Skripal et de sa fille Ioulia, sans toutefois présenter de preuves tangibles pour appuyer ses allégations. Le Royaume-Uni a refusé de fournir des éléments de preuve que Vassili Nebenzia, représentant permanent de la Russie auprès de l’Onu, avait demandés auparavant.

Luc MICHEL / Люк МИШЕЛЬ /

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1945-2018 UOMINI, CAPORALI E BASTIAN CONTRARI UN ’68 LUNGO UNA VITA

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2018/03/1945-2018-uomini-caporali-e-bastian_18.html

MONDOCANE

DOMENICA 18 MARZO 2018

https://ilpostodelleparole.it/fulvio-grimaldi/fulvio-grimaldi-un-sessantotto-lungo-vita/

Non fosse che sui due eventi, il ’68 e l’uccisione di Moro, che hanno cambiato l’Italia più di ogni altro, dal dopoguerra ad oggi, a dispetto dei tentativi messi in atto nei successivi 50 e 40 anni dall’establishment, sempre quello, di offuscarli, deformarli, seppellirli nelle menzogne, stanno sbracando in maniera indecente tutti, me ne sarei rimasto zitto. Consapevole che la mia singola e debolissima voce, per quanto testimonianza diretta del tempo, diversamente da quella dei tanti figuranti, comparse, millantatori, epigoni, scopertisi protagonisti ex post, non avrebbe neanche inciso una lieve stonatura nel coro delle rievocazioni di regime.

Berlino apre al ’68. Vero.

Poi però è successo che la Germania, Stato oligarchico, plutocratico, capitalista quanto e peggio di altri, quello contro il quale cadde Rudi Dutschke, mi abbia dato l’occasione di scoprire che lo Stato borghese, quando si sente forte e sicuro, ha anche l’intelligenza di riservare qualche spazio all’altro, magari diverso, magari antagonista, senza boldrineggiare con la caccia a Fake News, estremisti, nazifascismi cartonati da sciogliere nell’acido. Avvertito della mia modesta e vetusta esistenza antimperialista e “sovversiva” grazie ad alcune apparizioni sugli schermi e nelle onde radio di un bravo giornalista contro, Ken Jebsen, copia in bella del Beppe Grillo d’un tempo, questo Stato decise di irrobustire la mia voce in misura tale da potersi udire anche in mezzo al rumoreggiare dei rievocatori di servizio.

A conferma di quanto ho appena detto sullo Stato tedesco e i suoi angoletti di democrazia, vi esiste e lavora una Centrale Federale per l’Educazione Politica (Bundeszentrale für politische Bildung) che dalla ricorrenza del ’68 ha tratto lo spunto per una grande mostra internazionale che si apre al Ludwig Forum di Aquisgrana il 19 aprile 2018. Porta il titolo niente male di “LAMPI DEL FUTURO – L’arte dei sessantottini, ovvero il potere degli impotenti” ed esporrà opere, scritte o figurative, di alcune decine di attori, testimoni, artisti, descrittori e analisti di quell’epoca e del suo Zeitgeist. Ancora mi chiedo perché, per l’Italia, anziché esponenti notori, come Oreste Scalzone, famigerati come Sofri o Mario Moretti, o storici come Bobbio o Mieli, ci sia io, semplice militante, mai leader di niente, semmai divulgatore del nostro ’68-’77, ma anche di quelli vissuti altrove. Forse qualcuno aveva scoperto che il mio ’68, in senso escatologico, nasce nel 1945, proprio in Germania, tra camicie brune e bombe angloamericane, alle elementari e poi alle università di Monaco e Colonia con l’Erasmus di allora, per riapparire alla Sapienza di Roma. E non è ancora finito.

Insomma, gentili e molto empatiche funzionarie di questa Centrale di “coscientizzazione” politica (il termine “Bildung” è più che “educazione”) mi chiedono un contributo al catalogo della mostra del ’68 sotto forma di scritto che racconti la mia esperienza in quel contesto. Liberamente. Il catalogo, di ben 600 pagine, e i suoi autori, soprattutto tedeschi, ma anche latinoamericani, francesi, britannici e altri) verranno presentati il 19 aprile, in occasione dell’apertura della mostra. Concomitante con il catalogo della Bundeszentrale, esce ora, per i tipi dell’editore Zambon, onorato da una prefazione di Vladimiro Giacchè e curato nella redazione e grafica da Fabio Biasio, un mio libro con quel testo in italiano e un altro con lo stesso, ma nell’originale tedesco: “Un ’68 lungo una vita”, ora alla Fiera del LIbro di Milano. (In Italia lo si può acquistare o ordinare nelle librerie, o rivolgersi a www.zambon.net . In calce elenco altri miei libri).

Parte da lontano ogni ‘68

Dubito che questo mio breve cammino narrativo, lungo un filo rosso che congiunge tempi e fatti che potrebbero sembrare incongrui, rivesta un particolare valore letterario o storico. Forse riesce a mostrare come quanto s’intende per ’68, nella sua specificità, non è limitato a quel decennio, ma che la messa in discussione dell’esistente, più o meno radicale, serpeggia, può serpeggiare, dovrebbe serpeggiare, sempre, in contesti apparentemente lontani e diversi. Cosa dice Totò nel magistrale monologo di “Siamo uomini o caporali”? Caporali si nasce, non si diventa: a qualunque ceto essi appartengano, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso: hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi, pensano tutti alla stessa maniera. Degli uomini, “trattati come bestie”, Totò fa la denuncia, non esprime la rivolta. Erano i tempi. Valletta schiaffava gli operai nei reparti punitivi, lo Stato sparava impunemente contro i braccianti ad Avola. Ma non ci sarebbe stata, pochi anni dopo, Valle Giulia, senza quei prodromi. Prologhi, antefatti, ouvertures del melodramma.

Uomini che diventano caporali

Del ’68 molti degli “uomini”, che per Totò tali nascono, come i “caporali”, “caporali” sono invece diventati. Un po’ la metamorfosi di Kafka, da uomo a scarafaggio. Ciò che irrita sommamente e indigna e forse giustifica il mio libretto, è che molti di questi non si sono accontentati di diventare caporali, con le conseguenti gratificazioni concesse dalla categoria, ma non si sono peritati addirittura di rappresentare gli “uomini” di allora. Il primo a balzare sul tema è stato Flores D’Arcais con numeri speciali e convegni di Micromega. Vi imperversavano degne persone, dalle sagge rappresentazioni e considerazioni, ma che sinceramente io non avevo mai incrociato, né in piazza, né nelle università, né negli intergruppi, né nelle redazioni, né ai cancelli delle fabbriche, né nell’occupazione di case a Via Tibaldi, né in carcere. Gente del calibro di Camilleri, Renzo Piano, Carlo Verdone, Massimo Cacciari, Alberto Moravia… Magari ero distratto, o hanno fatto tutto mentre i processi al quotidiano “Lotta Continua”, di cui ero direttore responsabile, mi avevano costretto all’esilio: Londra, Bruxelles, Yemen.

Uno, portato in palmo da Flores D’Arcais, è Paolo Mieli, lo storico da schermo, onnipresente e onnisciente dove si parli di vicende tra il 1922 e il 1945, o il tuttologo dove si dicano parole definitive sui massimi sistemi politici, economici, sociali. o dietetico-cosmetici. Un padre della patria al cui confronto cambiacavallo e autoriciclati come Adriano Sofri, Lucia Annunziata, Paolo Liguori, Mario Tronti, Massimiliano Fuksas, Galli Della Loggia, pur ampiamente compensati per il passaggio di classe, fanno la figura delle vallette.

Le grandi metempsicosi, o darwinismo all’incontrario.

Non ricordo quale mese del ’69 fu, stavo ancora a Paese Sera ma ero già in Lotta Continua, che c’incontrammo per creare a Roma il primo giornale del movimento, “La Classe”. Quelli di cui ricordo la partecipazione alle riunioni “di redazione” erano Paolo Mieli, appunto, Oreste Scalzone, Stefano Lepri, Gianmaria Volontè, Lorenzo Magnolia (con i quali due ultimi avevo fatto “teatro di strada” sui temi che allora fiorivano rigogliosi: operai e padroni, divorzio, sessualità, Vietnam, colonialismo, e poi il film Oscar “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, il più forte film italiano sul Potere mai passato sugli schermi). Da quel giornaletto ultrà marxista-leninista, venni cacciato da Mieli perché, ancora infettato dalla “swinging London”, dove avevo passato gli anni dal 1962 al 1967, avevo contaminato il progetto suggerendo di inserirvi degradanti e borghesi fenomeni di costume come il rock, i nuovi rapporti sessuali, i fumetti, l’animalismo, l’avanguardia artistica. De “La Classe” uscirono tre numeri. Mieli è assurto all’empireo del Sistema, uomo-establishment a tutto tondo, Gianmaria Volontè ci ha lasciato gemme di grandezza umana. Io sto qua. Con una cervicale mi buca l’occipite.

Binocoli rovesciati

Dalla polvere di ignoranza, falsificazione, strumentalizzazione sotto cui il revanscismo postfascista democristiano, con la fattiva complicità del già marcescente PCI, ha sepolto quel decennio che aveva reso credibile l’alternativa totale, ora si lasciano riemergere voci inoffensive. Quale sciropposa e nostalgica, come si trattasse di un giardino dell’Arcadia in cui ci avevano lasciato giocare tra ninfe e pastorelli; quale impegnata a irridere e ridurre il tutto allo sfogo di adolescenti borghesucci, insoddisfatti della propria medietà sociale; quale rivendicatrice del proprio ruolo rivoluzionario senza averne i titoli. Mentre le prime di queste voci perlopiù non c’erano, se non col ciucciotto in bocca, non hanno capito niente e parlano per puntellare la catastrofe, o l’indecenza, della propria condizione attuale, altre c’erano e rivendicano, o senza averne i titoli, o bluffando, o millantando. Siamo al terzo mese del cinquantesimo e quelli seri non si sono ancora fatti avanti.

Molto si dà da fare “il manifesto”, che insiste a titolarsi “quotidiano comunista” contro ogni evidenza della sua identità reale e del ruolo assegnatogli. Primeggiano sul proscenio le due “signore del 900”, Rossana Rossanda, che vive la sua agiata senescenza all’ombra delle Tuleries, e Luciana Castellina, il superego oggi vessillifero, accanto ai simili Boldrini e D’Alema, dei propositi rivoluzionari di Liberi e Uguali. Di cui lei, ancora una volta, è l’anima, il cuore, i garretti, l’io. Il “manifesto”, da noi militanti con le bocce e la pizza a taglio, era visto come il calmiere delle istanze e pratiche del movimento. Signore e signori già allora inesorabilmente “radical chic”, fauna da salotti. Vi albergavano e ne venivano lanciati verso destini altamente remunerati e di prestigio sistemico i vari Riotta, Annunziata, Maiolo, Barenghi, Ruotolo, Menichini….

 Rossana e Luciana, mai un passo falso

Accanto a questi, va concesso, si sono espresse firme più coerenti e, dunque, pesantemente contrastate dai capi. Penso al grande inviato di guerra, mio amico indimenticabile, Stefano Chiarini, e alla grama vita riservata in direzione al suo eccellente lavoro in Medioriente. Colleghi inconsapevolmente ma sostanzialmente fuori linea rispetto all’orizzonte strategico del giornale. Quest’ultimo riconoscibile anche dal salvifico contributo disinvoltamente ottenuto da grandi inserzionisti dei poteri forti ENI, ENEL, COOP, Telecom, lobby della caccia e delle relative armi. Di Soros si mormora, ma non si dimostra, se non per induzione, seguendo le campagne disgregatrici sostenute dall’ufficiale pagatore del mondialismo neoliberista: Obama, Hillary, minaccia neonazista, molestie, migranti, russofobia, LGBT, diritti umani… . Ecco come la sinistra del “manifesto” si batte per l’ecosistema di tutti i viventi (vedi pubblicità “Caccia”).

Pubblicità sul manifesto

Campagne che potremmo dire ben definite dalle polene sulla prua della nave, Rossanda e Castellina, rappresentanti di quella lobby che è sempre stata preponderante nel giornale e oggi lo ha quasi militarizzato, specie nei suoi inserti, a partire dal raffinatamente proletario “Alias”, Una delle ultime sferzate per raddrizzare una linea che, sulla Libia, con l’inviato Matteuzzi, era scivolata in critiche all’assalto Nato e jihadista, la diede Rossanda prima di ritirarsi nei Boulevard. “Contro Gheddafi, sanguinario dittatore, e accanto ai rivoluzionari di Bengasi, vanno richiamate in servizio le Brigate Internazionali di Spagna”, tuonò. La perspicacia e lungimiranza dell’altra, prima di farsi incoronare da D’Alema e Bersani dama di compagnia della Boldrini nei LeU, aveva dato luminosa prova di sè nella creazione della lista “Un’altra Europa con Tsipras”. Meravigliosa la “Brigata Kalimera”, di cui era capogita ad Atene, appena qualche ora prima che il nuovo alfiere della rivoluzione socialista non pugnalasse il suo popolo alle spalle rinnegando l’esito anti-Troika del referendum e sottoponendo la Grecia alla triturazione dei memorandum. Con l’ovvio corollario dell’eterna fedeltà alla Nato e dell’alleanza con Israele.

Il “quarantenario” delle voci del padrone

Rimane da dire che al cinquantenario si accompagna, altrettanto malamente, il quarantenario. Quello dove finiamo noi e incominciano gli anni di piombo dei padroni. Quello del rapimento Moro e dell’esecuzione della sua guardia del corpo. Ricercatori, indagatori, analisti coscienziosi come Flamigni, i Cipriani, Imposimato, esperti stranieri di vaglio, su questa operazione Gladio-Nato-Cia-Mossad-‘ndrangheta, hanno rivelato l’(in)credibile tessuto imperialista. “Il manifesto”, in complice sintonia con gli eredi di coloro che in questo modo consolidarono lo Stato delle stragi, lo Stato colonia degli Usa e succube di Israele, venne lanciato dalla solita Rossanda sulla pista dell’autenticità delle BR e viene su questa confermato oggi. Erano veri, uscivano dall’Albo di Famiglia del PCI. Come sono vere le interferenze di Putin nella vittoria di Trump, come è vero che i russi spargono gas nervino nelle città inglesi, come è vero che Assad, Gheddafi e Saddam minacciavano di invadere l’Occidente, come è vero che Hillary ci avrebbe salvato e i 5 Stelle sono tutti fascisti e le Ong tutte sante. Nessun infiltrato nessuno manipolato, figurati, Nemmeno tra quelli che fulminarono in pochi secondi, con precisione da Berretti Verdi, 5 guardie e nessun altro, senza aver mai sparato più di mezzo caricatore.. E che ancora oggi hanno la spudoratezza di coprire la verità.

A dispetto delle infinite bugie, degli omertosi silenzi di brigatisti a cui, sicuri fino alla tracotanza, si permette ancora oggi di pontificare in tv e di tacere sulle borse e sui memoriali di Moro trafugati, sugli ambienti vaticani e dei servizi segreti all’interno dei quali l’operazione si svolse e venne protetta, su tutto il resto. Su un’operazione con cui gli Usa e i loro sguatteri vollero tenere l’Italia nell’orbita mortale che ci ha portato fino all’oggi e, al tempo stesso, militarizzare e criminalizzare un’opposizione civile di massa che aveva fatto scorrere brividi lungo la schiena della demo-dittature uscite dalla guerra anti-nazifascista. Di tutte le maleodoranti voragini spalancate sulla vulgata di regime cronisti d’ordine, come Purgatori, Ezio Mauro, Gotor, sicari reduci come Gallinari, Morucci, Moretti, Balzarani, Fiore, e cantori nel coro come “il manifesto”, si limitano a parlare di zone d’ombra”. Punto. Sono, non siamo, tutti coinvolti.

E il mio libro racconta un’altra storia. Molto personale. Ma perlomeno vera. E neanche pagata, dato che gli introiti vanno all’ottimo editore Zambon, combattente di una straordinaria controinformazione (vedi catalogo).

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SPOT. Astenersi i disinteressati.

Da Zambon ho pubblicato anche un altro libro “L’Occidente all’ultima crociata”, mentre “Mondocane – Serbi, bassotti, Saddam e Bertinotti” l’ho pubblicato con KAOS, “Mamma ho perso la Sinistra! – Convergenze, connivenze, obbedienze di una Sinistra ex” , “Di resistenza si vince – Il futuro di Palestina e Medioriente, la riscossa araba, la crisi di Israele”, e “Delitto e castigo in Medioriente – Gaza, Baghdad, Beirut” sono tutti usciti presso Malatempora, casa editrice che nel frattempo è defunta. Ai miei bassotti è dedicato “Rambo, Nando e io”, edito da Il Salvagente. Di questi libri ho a disposizione alcune copie.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 10:08

DISTRUZIONE-DEPORTAZIONE-INVASIONE JUS SOLI CONTRO JUS PATRIAE

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2018/03/distruzione-deportazione-invasione-jus.html

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 14 MARZO 2018

https://www.facebook.com/lacasa.rossa.3/videos/1670870933000786/ 

Una gentile mano ha girato questa clip, estratta da un intervento che, sabato 10 marzo, ho fatto alla presentazione a Milano, Casa Rossa, del mio film O la Troika o la vita – epicentro Sud, non si uccidono così anche i paesi”. Aggiungo alcune riflessioni a quelle che cercavano di illustrare il parallelo che corre tra la sistematica distruzione dei patrimoni di civiltà dei popoli aggrediti dall’Uccidente e le cosiddette migrazioni. Che è improprio definire migrazioni, perché di spostamenti coatti di genti si tratta.

Le forze del vero male assoluto, oggi del mondialismo neoliberista e totalitario, da sempre sterminatrici, saccheggiatrici, belliciste, colonialiste, sperimentarono il massimo del loro potenziale di morte prima con le crociate (Goffredo da Buglione in “Terra Santa” ad Acri passò a fil di spada tutti gli abitanti musulmani; Saladinonon ha torto un capello  neanche a uno dei successivi cristiani; era già “scontro di civiltà”) e, poi, olocausto di tutti gli olocausti, con l’eliminazione delle popolazioni native delle Americhe.e dell’Africa (20 milioni di morti ammazzati in Congo per grazia di Leopoldo del Belgio, tra 50 e 100 nel genocidio degli amerindi). Lo fecero nel nome e con la benedizione della Chiesa che, da tale taglio di messi si aspettava un concomitante allargamento del proprio dominio su beni e anime. 

Nome e benedizione della Chiesa che anche oggi, col Bergoglio indefesso raccoglitore di “migranti” per conto terzi e suo, concorre a validare le imprese ancora e sempre di quelle che da qualche secolo si confermano le potenze del male assoluto. La clip allegata si limita a riferire alcuni episodi che hanno segnato la marcia devastatrice delle armate uccidentali e dei  loro mercenari jihadisti nella stagione delle guerre contro gli arabi. Arabi protagonisti di una delle più grandi civiltà della Storia, oggi in macerie. Arabi che potremmo chiamare gli zii della nostra civiltà, in quanto fratelli dei nostri padri latini, figli dei greci, insieme ai quali dell’Ellade ci hanno fatto arrivare le parole di Euripide, Aristofane, Euclide, Pitagora, Aristotele e tanti altri. Senza i quali non saremmo quelli che siamo. Quelli che eravamo prima del “meticciato” prossimo venturo. Per quei poteri colpa grave loro, difetto ormai quasi genetico nostro. Occorre provvedere: si tratta di elementi identitari incompatibili con l’architettura della globalizzazione, dove ogni elemento strutturale deve rispondere al requisito della decostruzione di identità specifiche, dell’uniformità funzionale a produzione, consumi, assetti politici, economici, sociali, culturali (per dire anticulturali).

Così, come ricordo nella clip, distruzioni (ma anche predazioni di quanto può produrre profitto nei caveau bancari e museali) di ogni segno del percorso storico di un gruppo umano, della comunità costituitasi attorno a territorio, lingua, opere, civiltà. Subito, aprile 2003, appena arrivati a Baghdad, distruzione e saccheggio del Museo Nazionale iracheno, cui ho assistito, e della Biblioteca Nazionale: polverizzati 4000 anni di quanto le genti di quei luoghi avevano contribuito ai più alti valori del genere umano e dell’ambiente in cui si sono perpetuati, fedeli e profondamente consapevoli di un progetto collettivo proiettato ai limiti del tempo. A seguire i cingoli e gli artigli dell’invasore e dei suoi briganti di passo sui siti con le opere della passione, dello sforzo evolutivo di generazioni  in sfida con l’oblio. Cingoli e missili anche sulle opere contribuite da ospiti e invasori, greci, persiani, romani, bizantini, ottomani. Opere divenute tanto carne e ossa e spirito della nazione, quanto i suoi neuroni, le sue vertebre, il suo cuore.

Stessa procedura in Libia e in Siria, tra Leptis Magna e Palmira. Stessa procedura in Africa dove, mancando le bombe, il deserto naturale e civile viene esteso e incrementato dai cambi climatici, nostri, dai terroristi di una artefatta Jihad, nostri, dalle multinazionali della devastazione mineraria, agraria, urbana, morale, nostre.

E il momento in cui vengono attivate luci verdi che lumeggino da lontano e promettono a chi non se lo mangia il deserto, non se lo scarnifica il trafficante, o non se lo beve il mare, la salvezza sotto padrone e prete bianco. Promessa di mantenerlo in vita, magari a pace e acqua, di integrarlo, assimilarlo, meticciarlo. Alienarlo per sempre, elevandolo al proprio rango di  occidentale. Ma privato definitivamente di nome e cognome. Di un sostegno, un retroterra a cui appoggiarsi, da cui prendere la rincorsa. Una volta che milioni di costruttori del futuro della propria comunità, di quella comunità abbiano perso la memoria, la speranza, il filo conduttore e il senso, tra macerie da bombe e fiumi disseccati da dighe, la preda è spoglia, inerme, inerte. Pronta a concorrere con chi lo dovrà ospitare per chi si vende al prezzo più basso.

Una comunità umana generizzata, uniformizzata, de-destinizzata, con un futuro, un progetto, squallidamente individuali, senza il conforto, il coraggio, il calore della collettività. Una comunità plebizzata, inconsapevole di sé perché inconsapevole di origini e futuro. Prostrata al verbo falso  di un progresso senza la sua impronta. Costretta a rinnegare, tradire la missione che i padri hanno realizzato e trasmesso e i figli dei figli aspettavano che gli venisse affidata.

Qualcuno a Babilonia si chiederà  da dove mai venissero quei frammenti di smalto con una zampa, o una testa di antilope.  Qualcuno di Timbuctu, occupata dalla Legione Straniera e i cui mausolei millenari i mercenari al soldo del colonialismo hanno raso al suolo, sotto una coperta alla Stazione Centrale, o in corsa affannata in un magazzino Amazon, si vedrà apparire in sogno la Grande Moschea di Djenne, alla cui ombra sostava con i padri. Suo figlio, nella scuola multietnica e multiculturale, sosterà tra le luci dell’Outlet finto moresco. Forse qui avrà avuto lo jus soli. In cambio gli hanno preso lo Jus Patriae.

Com’è che della catena della “migrazione” nessuno veda mai il primo anello? Forse perchè il manifesto non gliene parla? Forse perchè Soros glielo nasconde?  Forse perchè colonialisti inveterati e razzisti sono quelli che accolgono senza se e senza ma? Appunto senza se e senza ma. 

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:36