PADRI DELLA PATRIA E PADRI SPIRITUALI…… VENEZUELA – IL GIULLARE AI RE: SIETE TUTTI NUDI!

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MONDOCANE

MERCOLEDÌ 6 FEBBRAIO 2019

 

“La pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” (George Orwell “1984”, la neolingua Socing). E quella di Trump, Guaidò e Abrams è democrazia (Sergio Mattarella).

In piena temperie rivoluzionaria, nel 1837, H.C. Andersen, scrittore danese che quelle temperie esprimeva in fiabe, scrisse “I vestiti nuovi dell’imperatore”. Che non erano né nuovi, né vestiti, ma un nulla confezionato da astuti ed eversivi sarti per fregare un imperatore, narciso fino all’idiozia, e un suo popolo, servile fino all’autolobotomia. Ma siccome l’inganno funziona solo da una certa età in poi, in mezzo alla folla osannante dove si panoveggiava il sovrano, un bambinello dalle facoltà intatte perchè non leggeva giornali, non vedeva tv ed era sfuggito alla Boldrini, esclamò “il re è nudo!”. Le scaglie mediatiche caddero dagli occhi del popolo che, fattosi cosciente della realtà, cioè populista e anche sovranista al posto del sovrano, diede il via alla rivoluzione. Che, infatti, via via, dagli anni ’30, nel 1848, nel 1870, si sarebbe diffuso tra un bel po’ di popolo.

Qui l’imperatore è riapparso vestito di panni democratici inesistenti, ma vistigli addosso, inconfutabile sicurezza, da vassalli, cortigiani, gazzettieri, augusti padri di patrie e padri spirituali futuribili santi. Tutti altrettanto ignudi, ma che nel giurare di vedere vestito l’imperatore, pensavano di convincere anche i loro di sudditi  a vederli adornati di porpore e zibellini. E ci riuscivano, sempre sorretti da banditori e scriba, illusionisti e saltimbanchi, e, con particolare efficacia, da coloro che affermavano di vestire gli ignudi per vocazione e professione: sinistri, Ong, Zanotelli, Ciotti, Strada, Comitati Pace, curdi, Peacelink, chierici vari. Finchè Bolsonaro non affoga nell’Atlantico barconi con venezuelani in fuga dal golpe amerikano, in America Latina va tutto bene.

 

C’è voluto uno, bambino al pari di quello di Andersen, ma con i capelli bianchi e la chitarra, artista come tutti i bambini prima di una certa età, a gridare di nuovo e con tutta la forza della sua musica, una voce più augusta, eletta e santa di qualsiasi bonzo, padre della patria o padre spirituale: “IL RE E’ NUDO!”.

E non è stato neanche tanto originale, giacchè non ha che ripreso il grido di milioni, dal Venezuela ai popoli latinoamericani, africani, asiatici, pentoloni a pressione su cui si affannano a tenere il coperchio coloro che vedono sete, damaschi e broccati addosso ai furfanti. Originale forse no, ma coraggioso  e temerario, visto quel che succede a chi dà del golpista ai golpisti, o rifiuta di suonare in Israele.

E’ Roger Waters, dei Pink Floyd, gruppo che ha inciso nella carne dell’Occidente le colpe dei suoi criminali e la bellezza e la forza delle sue vittime, ad aver lanciato quel grido, ad aver ripreso quello che i gabbatori tentavano di ricacciare in gola ai venezuelani (vedihttps://youtu.be/Vb_NDQpYyXc). E’ il grido di un solo uomo, ma se vi arriva alle orecchie, vi dissolverà frastuoni, schiamazzi e cacofonie di ogni genere e fonte, pure quelle che in questi giorni vi arrivano dall’arma di distrazione di massa delle ugole, unificate dal ruffiano e dall’inane, della kermesse di Sanremo (fatta eccezione per Daniele Silvestri e Rancore).

Una voce laterale, di quelle che seminano verità definite fake news dagli specialisti di fake news, il sito l’Antidiplomatico, lo ha fatto arrivare tra noi. Tra noi, smarriti, che vediamo le nudità dove sono e ci chiediamo, davanti a un golpe che più golpe di tutti quelli che sempre lo stesso paese, sempre sostenuto dagli stessi accecati dal bagliore di vesti inesistenti, va praticando da secoli, in che civiltà occidentale vivessimo, quale UE ci riunisse nel nome della democrazia e dell’autodeterminazione dei popoli, quale diritto internazionale e costituzionale garantisse noi e i cittadini in Venezuela e ovunque, che razza di informazione ci venisse propinata, quali capi di Stato conducessero il nostro paese e dove, quali padri spirituali ci indicassero la via del giusto e del bene.

Uno dei penultimi di questa serie, il custode primo della Costituzione, ci invita, “senza incertezze ed esitazioni”, ad assumerci la nostra responsabilità “per l’autentica democrazia” (Guaidò, Trump ed Elliot Abrams) e “contro la violenza della forza” (Maduro e quelli che vedete nel video). Apprezzabile coerenza: ai tempi dei suoi bombardamenti sulla Serbia era ministro della sedicente Difesa. Il più sommo di tutti, poi, impegnato negli Emirati Arabi, accanto all’altro monarca assoluto, a convincerci che è cosa santa e buona tacere su quanto l’altro fa inYemen e anche a buona parte dei propri sudditi, scontenti dei ceppi alle mani nel regno delle mille e una notte, anche lui ha scatenato le proprie truppe in tonaca e zucchetto rosso a fianco del “popolo venezuelano che soffre”. Soffre insieme a Guaidò, Trump ed Elliot Abrams. Di quest’ultimo, eccellenza del consorzio neocon a zanne sguainate e del PNAC, programma per il Nuovo Secolo Americano, pianificato in vista dell’operazione Torri Gemelle, si dirà dopo.

E se dovessimo rassegnarci a trovare conforto tra coloro che, pur non prostrandosi ai piedi dei terminator, gente che solo dai propri mercenari tagliagole dovrebbe essere applaudita, accetta il dileggio e la calunnia  contro Maduro, come prima contro Gheddafi, Assad, Saddam, Fidel, Lumumba, Ho Ci Minh, Sankara, Mossadeqh…tanti altri,  puniti per aver denunciato le nudità dell’imperatore, ebbene affideremo vita e coscienza alle mani di Ponzio Pilato. E all’acqua sporca della sua bacinella.

Ora l’imperatore ha messo il Venezuela nelle mani di Elliot Abrams. Come prima, altri imperatori, nudi e orrendi alla vista quanto questo, gli avevano affidato Guatemala, Salvador, Nicaragua. Quei popoli che ancora faticano  a riemergere dall’oceano di sangue in cui questo inviato di Washington li ha annegati (anche perchè qualcuno, tipo “il manifesto” nel caso del Nicaragua, si ostina a respingerli sotto. E non c’è Ong al mondo che si muova a salvarli…).

Di famiglia newyorkese ebraica, al servizio di Reagan, H.Bush, W.Bush, Trump, in coppia con il gemello del colonialismo all’americana, John Negroponte,  promossi e vezzeggiati dall’ANPAC, l’onnipotente lobby israeliana negli Usa, hanno inventato e gestito,da ambasciatori, consiglieri della Sicurezza Nazionale, addirittura, capi del dipartimento di Diritti Umani, gli squadroni della morte di Centroamerica e poi Iraq. Si entrava nei villaggi, si riuniva la popolazione della zona , si passavano per le armi tutti, si stupravano le donne, si impiccavano i bambini e si bruciava tutto il resto. Tipo mille indigeni ammazzati a El Mozote, Salvador, in un colpo solo. Poi condannato per aver mentito al Congresso sui crimini ordinatigli da Reagan. Graziato da Bush, ricuperato da Obama.

Lo sanno i capi di Stato e di governo che affilano la sega elettrica di Abrams per la prossima missione in Venezuela?

Per ricordarglielo non posso pubblicare nessuna immagine dei successi di Abrams e Negroponte (datore di lavoro di Giulio Regeni nel 2013-14). Quelle degli impiccati  e massacrati dal maresciallo Graziani in Libia, pur pubblicati mille volte in libri, saggi, documentari e in Google, Facebook me li ha rimossi dal post “Giornata della memoria”. Avrebbero turbato qualche sensibilità. Dei padri della patria e dei padri spirituali, immagino.

La parola a Roger Waters.

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Da l’antidiplomatico

«Lasciate in pace il popolo venezuelano», Rogers Waters chiama alla mobilitazione contro il golpe in Venezuela

Contro il golpe in Venezuela scende in campo una vera e propria icona della musica mondiale. Il musicista ed ex membro del gruppo britannico Pink Floyd, Roger Waters, ha fatto appello alla mobitazione per protestare contro le aggressioni degli Stati Uniti (USA) nei confronti del governo e del popolo della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Attraverso il suo account Twitter, Waters ha lanciato una mobilitazione di fronte alla missione diplomatica degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite (ONU) per questo lunedì 4 febbraio.

Roger Waters

✔@rogerwaters

A note from Roger:

THIS IS TODAY!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

STOP THIS LATEST US INSANITY, LEAVE THE VENEZUELAN PEOPLE ALONE. THEY HAVE A REAL DEMOCRACY, STOP TRYING TO DESTROY IT SO THE 1% CAN PLUNDER THEIR OIL.

US HANDS OFF #VENEZUELA#NICOLASMADURO #STOPTRUMPSCOUPINVENEZUELA

 Waters ha condannato le minacce degli Stati Uniti e ricordato che in Venezuela vige un sistema democratico: “Hanno una vera democrazia, fermano il tentativo di distruggere un paese solo affinché l’1% (i ricchi) possa appropriarsi del loro petrolio”.

«Lasciate in pace il popolo venezuelano», è il messaggio del musicista britannico.

L’ex leader dei Pink Floyd ha anche promosso degli hashtag #USHANDSOFF #VENEZUELA! (US Hands off Venezuela), #STOPTRUMPSCOUPINVENEZUELA (Stop al colpo di Stato di Trump contro il Venezuela).

Attraverso i suoi canali social, l’artista ha mostrato solidarietà verso le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani in tutto il mondo.

In questo modo, Waters è riconosciuto non solo per le sue canzoni, ma anche per essere un attivista politico. Ha inoltre mostrato solidarietà con la causa palestinese e ha promosso campagne per evitare che band e artisti non si recassero a suonare in Israele.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:41

COSA VIVE E COSA MUORE A CARACAS ——- IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE——- CON MESSAGGINO AI 5STELLE

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MONDOCANE

MARTEDÌ 29 GENNAIO 2019

 

“Già oggi cominciamo a sentire in noi e intorno a noi i primi sintomi di un fenomeno del tutto simile quanto a decorso e a durata, il quale si manifesterà nei primi secoli del prossimo millennio, il «tramonto dell’Occidente”(Osvald Spengler, “Il Tramonto dell’Occidente”).

“Siamo invisi agli Stati Uniti perché abbiamo qualcosa di molto più importante delle ricchezze materiali che è lo spirito bolivariano che ci muove e che abbiamo risvegliato negli altri paesi. Siamo un esempio per il mondo intero, per tutti quei popoli che vogliono emanciparsi, che vogliono difendere la propria dignità e la pace. Questo è considerato per gli Stati Uniti una minaccia” (Olga Alvarez, costituzionalista venezuelana).

Spero che quel regime comunista cada il più presto possibile” (Matteo Salvini).

Nancy e Roberto presidenti

Nancy Pelosi, speaker (presidente) della Camera bassa Usa, è apparsa a Baltimora da dove ha lanciato la sfida al presidente eletto, Donald Trump, proclamandosi nuovo presidente – ad interim – degli Stati Uniti in virtù del fatto che quello in carica è un usurpatore essendo stato eletto, sì ai termini della Costituzione e della legge elettorale vigente, ma contro la effettiva volontà del popolo, espressosi a maggioranza per Hillary Clinton. A  parte qualche pigolìo contrario di rappresentanti di terzo e quarto livello, la Comunità Internazionale ha condiviso l’azione di Pelosi. Alcuni  ne hanno riconosciuto subito la titolarità, altri hanno intimato all’usurpatore di indire nuove elezioni entro otto giorni e di ricordarsi che “tutte le opzioni sono sul tavolo” a sostegno dell’autonominata. Uno spiazzatissimo Trump, che aveva dato spago a un’analoga novità istituzionale in Venezuela, non ha potuto far altro che capovolgersi per l’ennesima volta e chiamare i suoi sostenitori della Rust Belt a unirsi ai bolivariani del presidente di quel paese nella resistenza agli infervorati presidenti golpisti delle Camere di tutto il mondo.

Accomodatasi nella posizione di usciere alla porta orientale del palazzo e guadagnatasi il sussidio di sussistenza per la riconferma del suo servizio – costi quel che costi – a Usa, Nato e UE, l’Italia si è immediatamente allineata all’impresa interamericana. Roberto Fico, presidente della Camera, sceso dalla nave sulla quale aveva portato a viaggiatori dell’Agenzia Soros fette biscottate, permessi di soggiorno, asilo politico, licenze di spaccio e prostituzione in alternativa a contratti di lavoro nelle masserie di Foggia e contratti d’affitto nelle ecobaracche di Rosarno, si è proclamato duce d’Italia. Non si sa bene se al posto degli usurpatori Mattarella o Conte. Nessuno dei quali come lui eletti dal popolo. La comunità internazionale ha celebrato con ole e turiboli la coraggiosa mossa del diversamente pentastellato e ha intimato, chi a Conte, chi a Mattarella, di togliersi dai piedi entro otto giorni.

Sotto impulso della nuova presidente americana, liberaldemocratica, il metodo si è diffuso un po’ ovunque, tagliando le gambe a tutti i presidenti non perfettamente inseriti, secondo la nuova epistocrazia insegnata dai costituzionalisti euro-americani, nelle logiche del progresso liberaldemocratico  e quindi sostituiti  da presidenti autoproclamati in piazza, davanti un minimo di 80 persone, anche jihadisti.

Assemblea mafiosa? E’ la nostra!

A questo punto è apparsa deboluccia, al confronto con i suoi imitatori, la posizione del neopresidente venezuelano, dato che, diversamente da questi imitatori, confortati dall’obbedienza di un’assemblea parlamentare regolarmente eletta e legittimamente funzionante, la sua era inficiata da un forte deficit legale. I suoi membri erano incorsi nel reato di aver avallato l’elezione di tre deputati mafiosi, dei quali era stato dimostrato il voto di scambio. Per questo  l’intera assemblea era segnata da irregolarità e aveva dovuto essere sanzionata dal Tribunale Supremo di Giustizia (Corte Costituzionale) e sostituita con altra assemblea. Cosa, tuttavia, cui i media unificati non hanno fatto dare molto nell’occhio e, poi, era stata una mossa del precedente regime, quello dell’usurpatore. Si poteva soprassedere.

Cari amici, nel titolo ho citato “Der Untergang des Abendlandes” (“Il tramonto dell’Occidente”), opera massima del filosofo, scrittore e storico Oswald Spengler, topseller in Germania e fuori negli anni Venti. Nei primi anni ’30, l’autore aveva flirtato con Hitler, ma poi aveva pesantemente criticato il nazionalsocialismo e ne era stato ridotto al silenzio. La sua visione di un Occidente assediato da fuori e da dentro sul cammino di un inesorabile declino culturale e dei suoi valori fondativi, gli fu ispirata dallo studio della caduta del mondo classico e dalla visione, intorno a lui, della Germania ai tempi di Weimar, della sua umiliazione a Versailles, della sua depressione. Fu anche preoccupato critico di tecnica, tecnologia, industrialismo, che avanzavano come rulli compressori su popoli che non riuscivano a farsene una ragione evolutiva. Visione forse aristocraticamente conservatrice, ma con un che di profetico alla vista di quanto ci succede oggi, in termini di piattaforme totalitarie, tecnocrazia, robotica, intelligenze artificiali, a scapito di libertà, diritto, cultura, controllo individuale e collettivo e di evoluzioni decerebranti a tutto questo collegate. Ma anche alla vista di una civiltà occidentale che, a eccezione di populisti e sovranisti, da sinistra a destra si piega alla suicida sottomissione a un potere e al suo Stato-strumento che vanta un tasso di criminalità non raggiunto da nessuno nella Storia, nemmeno dalla Chiesa.

Putrefazione

Se l’avventuriero Juan Guaidò, presidente di un’assemblea illegittima, preceduto dai bombardamenti di un poliziotto sul palazzo presidenziale, da un attentato a Maduro tramite drone in occasione di una parata, accompagnato dalla grottesca occupazione di un commissariato di polizia da parte di quattro militari ribelli, dalla compravendita negli Usa di un ambasciatore fellone, da un paio di anni di sporadiche ma sanguinarie sollevazioni, guarimbas, tutte iniziative amerikane e tutte fallite; se a tale tenuta del “regime” e del popolo che ne ha beneficiato socialmente e in termini di libertà come nessun altro paese latinoamericano, si accompagnano le ininterrotte vittorie elettorali dei chavisti e bolivariani, tutte riconosciute internazionalmente come corrette; se l’unica vittoria dell’opposizione di destra, per il parlamento nel 2015, avvenne con lo stesso sistema elettorale e fu immediatamente riconosciuta dal governo…. allora si conclude imperativamente che la democrazia è assalita invano in Venezuela, ma muore in larga parte dell’Occidente. O, più precisamente, se ne decompone la carcassa da tempo corrosa ed eviscerata.

Al pari di briganti di passo, i regimi atlantosionisti hanno incamerato tutti i fondi del Venezuela nelle rispettive banche e imprese, hanno rubato il petrolio venezuelano nelle loro raffinerie e hanno rimpinguato i satrapi feudal-fascisti di Caracas con i trenta denari (20 milioni di dollari), in aggiunta a quanto Cia, NED e USAid hanno iniettato negli anni.

Gangsterismo? Ok per noi.

Il riconoscimento del gangsterino golpista, con l’infondata scusa dell’illegittimità  di Maduro per elezioni dal risultato l’anno scorso non disconosciuto, ma ora sì, e per aver affossato nella miseria il suo popolo, che, seppure menomato, è riuscito a tenere in piedi, a dispetto della più feroce guerra economica condottagli dalle élites interna ed estere, con sanzioni, boicottaggi, imboscamenti, contrabbandi, speculazioni sulla valuta alla Soros, rappresenta  la frantumazione totale, negli Usa e tra i satelliti, della residua finzione di legge e democrazia. E’ la sussunzione di Al Capone nel sistema del potere istituzionale. E la partnership  con il gangsterismo. Quella che da noi si pratica, concordata con l’eterno sopra e-sottobosco mafiomassonico italiota dall’eterno Stato Profondo Usa, fin dal dopoguerra. E il disvelamento della natura ontologicamente eversiva delle nostre classi dirigenti, oggi impudicamente esibita da chi si precipita, in tutta l’opposizione e in metà governo, ad avallare l’ennesimo colpo di Stato imperiale.  E poi non vogliamo parlare dell’Untergang des Abendlandes?

L’America latina che ho visto assaltata, riscattata e riaggredita

Permettetemi ricordi e lavori personali. Ci sono stati altri tentativi, oltre a quelli patetici degli ultimi anni, di rovesciare, in Venezuela e America Latina, il corso della migliore Storia umana. Mi è stato dato di viverne i tre maggiori e di raccontarli in film. Nell’Argentina del default provocato nel 2002 dal FMI con i suoi sguatteri locali. Il più ricco paese del continente, sopravvissuto all’Operazione Condor delle dittature kissingeriane in America Latina, sprofondò nella miseria totale del 50% della popolazione. Letteralmente non mangiavano. Qualcuno s’arricchì, come ora in Grecia e in tutti i disastri sociali, e nei suoi bidoni della spazzatura rovistavano milioni. Poi la rivolta di popolo, l’autorganizzazione, le mense sociali, le fabbriche occupate e da questa materia incandescente i governi della rinascita. Ora abbattuti.

In Honduras, colpo di Stato di Obama e Hillary Clinton contro Manuel Zelaya, un legittimo presidente che aveva osato inserirsi nel flusso dell’emancipazione latinoamericana e nel riscatto anticoloniale. Mesi e anni di resistenza di un popolo in stracci al costo di una repressione sanguinaria, assassini mirati in serie (Berta Caceres, la martire degli indigeni, una mia amica di profondissima cultura marxista e antimperialista). Oggi un paese tornato a essere masticato e divorato dalle multinazionali, con il primato continentale degli omicidi, governato da un regime espresso, questo sì, da brogli constatati perfino dall’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), oggi tornata a essere il braccio diplomatico degli Usa e che il suo presidente-fantoccio, Luis Almagro, vorrebbe braccio armato.

Del golpe del 2002 in Venezuela,  che, come vorrebbero oggi, instaurò un dittatore, anche lui subito riconosciuto dalle “demcrature”, ma disintegrato nel giro di due giorni da un popolo che, con Chavez, aveva assaporato per la prima volta, dopo Bolivar, dignità, giustizia e libertà, mi ricordo la lunghissima serrata degli imprenditori e della compagnia petrolifera PDVSA, ancora non resa al popolo. Mancava tutto, ma la Guardia Nazionale requisiva le stazioni di rifornimento, i contadini organizzavano un circuito di distribuzione alternativo, Chavez distribuiva terre e case, cantava la  limpidezza del cielo a davanti  a milioni in camicia rossa che cantavano con lui. La gioventù del mondo si riuniva a Caracas a imparare e promettere antimperialismo. Nel giro di cinque anni, l’ONU proclamò il Venezuela libero dall’analfabetismo. Era primavera e il profumo si spargeva dall’America Latina, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Cuba (ancora), Uruguay, Paraguay, Argentina, sul pianeta.

Chiaroscuri venezuelani, ma più chiaro che  da qualsiasi altra parte

Non tutto è andato bene dopo la morte di Hugo nel 2013. Nel vuoto lasciato dal carisma del Comandante provarono a inserirsi le vecchie serpi, i vecchi vermi, ampiamente foraggiati dal Nord. Ci furono ritardi, anche cedimenti, fenomeni di corruzione. Fu persa l’occasione di avanzare sul solco della rivoluzione, nazionalizzando, diversificando l’economia, radicalizzando la lotta di classe. Apparì un fenomeno deleterio, la cosidetta bolibourgeoisie, strati del movimento che si adagiavano in pratiche dei tempi peggiori. Bisogna dare atto che Maduro reagì come e quando poteva, lanciando campagne di contrasto e bonifica. Ma le condizioni che l’assalto revanscista infliggevano al paese, ne minavano l’efficacia.

Le maschere sovraniste sulle facce degli atlantosionisti

Salvini e gli altri azzardano un Maduro “affamatore del proprio popolo, economista inetto, profittatore senza scrupoli”. Tra queste indimostrate falsità neanche un accenno alla feroce aggressione economica, agli ininterrotti e violenti tentativi eversivi, ai sabotaggi, alla sempre presente mano yankee prodiga di dollari e spie Ong, alla complicità della Chiesa, reazionaria e filofascista, qui come ovunque in Latinoamerica, malamente mimetizzata dalle genericità su dialoghi, pace e benessere dell’ “amato popolo venezuelano”, che fluiscono dall’uomo in bianco.

Quella dell’ennesimo fantoccio da regime change americano, con al seguito i guaiti dei botoli europei che si permettono, Spagna, France, Germania e clienti, di dare gli otto giorni al presidente legittimo di un paese sovrano, a sostegno di un gangster da angiporto, riducendosi definitivamente a portastrascico del cannibalismo imperiale (e noi dovremmo stare in un’Unione con questi!), non rappresenta la fine del Venezuela. Sancisce la fine della legittimità di quella che chiamano “comunità internazionale” e della credibilità del suo progetto maltusiano. Si può calcolare, anche alla mano delle “folle sterminate” che hanno applaudito il giuramento di Guaidò (un video manomesso: prima Guaidò con alcune centinaia di persone, taglio, poi, senza Guaidò, la grande folla di chissà quale avvenimento), che i bolivariani stanno ai golpisti nel rapporto di dieci a uno. Per vincerli occorrono eserciti, o paraeserciti, di Colombia e Brasile. E bombe, missili e Forze Speciali Usa. Come quelle, chiamate Squadroni della morte, dei genocidi Usa, sotto Reagan e Bush Senior, in Salvador e Nicaragua, gestite dal nuovo inviato di Trump per il Venezuela, il neocon con le zanne Elliot Abrams. E da John Negroponte, già datore di lavoro del “povero Giulio Regeni” insieme all’ex-capo delle spie britanniche MI6 (Fico, informati). Ma ormai è tardi: sono arrivate Russia e Cina – un grazie a loro, qualunque ne siano i motivi – e le masse del “terzo mondo” non subiscono più. Altro che Venezuela isolato.

In prospettiva

Sarà comunque durissima per i venezuelani fuori dall’1% golpista. Vivranno tempi ancora più difficili, sotto aggressione, nel sangue: i licantropi non molleranno. Non vinceranno ma, come minimo, puntano al caos. Come in Libia, Somalia,  Afghanistan. Qualcuno ha parlato di brigate internazionali in difesa dell’emancipazione venezuelana.. Non certo quelle che vanno a sostenere i mercenari curdi degli Usa contro la Siria. Tanto meno quelle invocate da Rossana Rossanda ad affiancarsi ai “rivoluzioni democratici” di Al Qaida in Libia. Per il Venezuela sarebbero giuste e belle.

Vanno lasciati da parte, come gusci vuoti di noci un po’ andate, i pronunciamenti striscianti su otto giorni e dialoghi, dei vari Moavero e Salvini, perfettamente euroatlantici. Va sottolineata con un ghigno la coerenza dei nostri fervorosi umanitari delle accoglienze senza se e senza ma, che si allineano con gli umanitari di Guaidò, dato che Maduro, che ha tutta la grande stampa e televisione nazionale contro e non le ha mai sanzionate, “è un dittatore”. La sanno più lunga dei 19 paesi su 35 dell’OSA che si sono rifiutati di riconoscere Guaidò. E che sanno bene che, a parte il petrolio, l’oro, il coltan, l’acqua, quello che più disturba Washington e i suoi corifei è il modello, l’esempio. Come con Gheddafi.

Letterina a Di Battista, per una sesta stella

Diverso è il discorso per i Cinque Stelle, Di Battista, Di Mario, Di Stefano. Se non l’onore, dell’Italia hanno salvato la decenza, riflettendo, non appieno, i sentimenti e le conoscenze di tanti italiani. Non hanno riconosciuto il golpista, non hanno disconosciuto Maduro, hanno denunciato le interferenze. Con Messico e Uruguay hanno chiamato al dialogo. Personalmente, avrei chiamato all’arresto, come è giusto nei confronti dei golpisti e dei traditori della patria. Ma non si può avere tutto. Specie dopo aver attestato la propria fedeltà alle alleanze tradizionali, alla Nato, all’Euro. Quello che vorrei avere e che ci spetterebbe da Alessandro Di Battista, uno che ha vissuto le sofferenze e la volontà dei popoli oppressi in America Latina e le ha così bene raccontate nei suoi reportage sul FQ, è un giudizio un pò meno eurocentrico sulla natura di certi regimi. Intanto Nicolas Maduro non va messo sullo stesso piano, sopra o sotto, di Saddam, Gheddafi, Assad. Nasce da un altro sistema, altra tradizione, più contigua alla nostra. E se si voleva fare un accostamento tra dittatori, o despoti, o autocrati, è uno sbaglio in ogni caso. L’errore su Maduro è fattuale, perché è stato ripetutamente eletto democraticamente, non ha limitato le libertà di nessuno, non ha ristretto l’azione dei partiti, purtroppo neanche quelli sediziosi, tollera i media locali, quasi tutti contro.

L’immaginario collettivo dei popoli colonizzati

Quanto a Saddam e gli altri, caro e stimato Alessandro, è davvero ora per un politico che si occupa di mondo e di storie, ma anche per tutti i cittadini dei paesi del Nord, imparare a rispettare ciò che è il prodotto di altre culture, altre tradizioni, altri bisogni. Intanto, si tratta di società sottoposte da secoli a domini arbitrari esterni, romani, ottomani, coloniali, a cui era lasciata solo la libertà di decisione all’interno della tribù, della sua amministrazione e giustizia. Trovatisi liberi e indipendenti appena mezzo secolo fa, cosa potevano inventarsi, se non il governo del capo tribù, del più autorevole, del più stimato. Che ne sapevano della rivoluzione borghese o proletaria? Eppoi, erano incessantemente, ossessivamente, insidiati dai revanscisti coloniali, dai loro infiltrati, dalle loro spie, dai loro complotti destabilizzanti.

Nel 2000 intervistai a Baghdad l’unica donna componente del Consiglio di Comando della Rivoluzione, organo supremo sotto Saddam. Era una biologa ed è stata la prima a studiare e denunciare gli effetti dell’uranio lanciato dagli Usa sul paese. Mi disse: “Ci accusano di esercitare un potere di controllo autoritario. Ci piacerebbe aprire tutte le finestre del paese. Ma sa che razza di uragano tossico vi farebbero entrare. E 40 anni di indipendenza e di conquiste sociali sarebbero perdute”.  Facile squadernare esigenze di democrazia come la volle il 1789 in Francia, in queste condizioni, difficile, se non impossibile attuarla. Gli intelligenti, i consapevoli, sanno dare tempo al tempo. Ogni popolo ha i suoi e non è accettabile che gli si impongano i modelli prodotti da altre storie. Il metro di giudizio, in primis, è quello che misura la distanza tra ricchi e poveri. E chi obbedisce all’Impero e chi no. Un po’ di rispetto per favore. Chi siamo noi per giudicare?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 12:00

GIORNATA DELLA MEMORIA

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MONDOCANE

DOMENICA 27 GENNAIO 2019

Il maresciallo Rodolfo Graziani massacra la Libia, occupata e seviziata dal 1911, chiude in campi di concentramento (i primi!) metà della popolazione e uccide seicentomila libici, tra civili e partigiani della resistenza, un terzo della popolazione, brucia centinaia di villaggi, bombarda centri abitati e carovane, avvelena i pozzi, impicca centinaia di libici, tra cui l’ottantenne leader della Resistenza, Omar al Mukhtar.

Gli Stati Uniti, dal 1945 ad oggi, iniziando con l’invasione della Corea e poi del Vietnam e poi proseguendo con la storica media di una guerra d’aggressione all’anno, con colpi di Stato, guerre civili innescate ad arte, sanzioni genocide, uccidono 50 milioni di persone nel mondo. Nel solo Vietnam sono uccisi 3 milioni di civili, mentre gli effetti del napalm e dell’agente Orange continuano a far nascere e morire decine di migliaia di bambini deformi.

Re Leopoldo del Belgio, occupante colonialista del Congo, provoca la morte di 20 milioni di congolesi. Il genocidio prosegue nel ‘900 per opera di fantocci dell’Occidente e delle multinazionali che controllano i territori delle risorse mineraria attraverso l’intervento del protettorato franco-statunitense del Ruanda e l’uso di milizie tribali.

Mussolini, nella guerra d’Etiopia, fa uccidere da Graziani e Badoglio 280mila abissini, 5 milioni di buoi, 7 milioni di ovini,1 milione di cavalli, 700mila cammelli. Vengono bruciate 2000 chiese e distrutte 525mila case e capanne. L’Italia perde 4.350 militari coscritti o volontari.

Per assicurare all’Italia Trento e Trieste, che l’Austria è pronta a cedere se l’Italia non dovesse entrare in guerra, e colonizzare il Sud Tirolo, il potere industriale e bancario italiano commissiona al governo Salandra e al re Vittorio Emanuele III l’ingresso in guerra. Cadono 600mila italiani, perlopiù contadini e operai, molti fucilati dai propri ufficiali. Scompare una generazione.

Nella guerra d’Algeria il regime colonialista francese rinchiude 3 milioni di algerini in campi di concentramento della tortura e dello stupro. 1 milione di algerini, su 10 milioni scarsi di abitanti. viene ucciso.

Un milione di antinazisti tedeschi vengono trucidati dal Reich tra il 1933 e il 1940.

Vogliamo parlare di Palestina 1945-2019?

Ci fermiamo qui, con un pensiero al bambino che ogni 3 secondi muore di fame e malattia nel mondo per il modo di gestire l’umanità da parte dell’Occidente.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:33

GLOBALIZZAZIONE: EPICENTRO SUD —– “O LA TROIKA O LA VITA” A FIRENZE, CINEMA ODEON

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MONDOCANE

EVENTI SPECIALI

JANUARY 17: O LA TROIKA O LA VITA

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Giovedì 17 Gennaio (ore 21) all’Odeon la prima nazionale del film documentario O LA TROIKA O LA VITA di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini. Sarà presente in sala il regista Fulvio Grimaldi e in videocollegamento (su Skype) il filosofo Diego Fusaro (tra gli intervistati nel film).

Il film illustra gli effetti sull’area mediterranea della globalizzazione neoliberista imposta da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. La Grecia distrutta nel corpo e nell’anima, il Medio Oriente e l’Africa devastati da guerre e saccheggi. Popolazioni sradicate per creare masse di manovra dello sfruttamento e delle destabilizzazioni. Un territorio nazionale già dissestato sul quale imperversano, nella complicità di una politica succube delle lobby, le multinazionali del fossile. Mancata prevenzione, speculazione edilizia e abbandono segnano il destino dei terremotati (una parte del film è dedicata al sisma del 2016 che ha colpito il Centro Italia). Crimini contro l’umanità in Grecia e e resistenza umana in Italia.

Tra gli intervistati spiccano, oltre al filosofo Diego Fusaro, l’economista Vladimiro Giacchè e il fisico teorico Francesco Silos Labini, ambedue editorialisti de “Il Fatto Quotidiano”.

Con l’approfondimento cinematografico Grimaldi scuote gli animi verso il cambiamento, ponendo l’accento su tutta una serie di problematiche misconosciute, dalla perdita di potere degli Stati nazionali ultimo baluardo della rappresentatività popolare, alla creazione di una dimensione transnazionale cinica, dominata dalle oligarchie finanziarie che speculano e ricattano quegli stessi Stati e i loro popoli perseguendo esclusivamente i propri interessi lobbistici. Così la tragedia sociale ed umanitaria della Grecia ridotta al fallimento dall’Europa che doveva essere il sogno di una casa solidale per tutti gli europei, ma si è invece rivelata l’incubo di una dittatura spietata della finanza e del capitale sugli esseri umani, si collega con quella del terremoto nei nostri territori dove la ricostruzione, a distanza di oltre un anno, non è neanche iniziata. Il dramma dei migranti e il problema del loro afflusso nei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo i quali entrano in crisi nella gestione “solitaria” di questo problema, si collega alle guerre, ai bombardamenti e allo sfruttamento economico e delle risorse naturali dei paesi di origine di queste masse di disperati che le oligarchie egemoniche conducono da sempre con il colonialismo prima e oggi con il neocolonialismo. Il documentario ci guida a una lettura di questi fenomeni all’interno di un contesto globale che viene nascosto dai mass media.

Fulvio Grimaldi, giornalista, inviato di guerra e di ambiente, firma della BBC, Rai e altre testate nazionali e internazionali, ha realizzato 24 documentari sui conflitti, tra chi pretende di dominare e chi resiste: Vietnam, America Latina, Medio Oriente, Africa.

Sandra Paganini, studiosa di storia e scienze umane, videoperatrice, storica collaboratrice di Grimaldi, è co-autrice di questo documentario.

O LA TROIKA O LA VITA (Italia, 90′) – Un film di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini

Versione italiana

Cinema Odeon Firenze

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:24

“Crimini contro l’umanità”: La Francia denunciata per 193 test nucleari nella Polinesia francese

http://www.politicamentescorretto.info/2018/10/11/crimini-contro-lumanita-la-francia-denunciata-per-193-test-nucleari-nella-polinesia-francese/?fbclid=IwAR2Bqufhh8GD6Y3HKWHaDZI1fwY9cPUDUylLXyIMVM_Rzg8wg6FgO9BcjBM

Studi locali indicano che i 193 test nucleari condotti nel secolo scorso dalla Francia hanno moltiplicato i casi di cancro nelle isole, ma Parigi è riluttante ad assumersi la responsabilità di quanto accaduto.

L’ex presidente della Polinesia francese, Oscar Temaru ha annunciato, in una riunione della commissione delle Nazioni Unite incentrata sulla decolonizzazione, che ha presentato una denuncia contro la Francia davanti alla Corte penale internazionale per i test nucleari nel Pacifico del sud effettuati nel ventesimo secolo.

“Con un grande senso del dovere e determinazione, abbiamo presentato una denuncia al Tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità il 2 ottobre. Questo caso cerca di responsabilizzare tutti i presidenti francesi sui test nucleari contro il nostro paese”, ha dichiarato Temaru, citato da AFP, aggiungendo che i test sono stati imposti agli isolani “con la diretta minaccia di imporre un governo militare se li avessimo rifiutati.”

Per Temaru, “i test nucleari francesi non sono meno che il risultato diretto della colonizzazione” e presentare una denuncia era un dovere morale prima di “tutto per le persone che sono morte a causa delle conseguenze del colonialismo nucleare”.

Tra il 1960 e il 1996, in quella comunità francese d’oltremare in Oceania, sono stati effettuati 193 test nucleari che hanno coinvolto 150.000 civili e soldati. Inoltre, nel 1968 la Francia effettuò il suo primo test termonucleare multistadio sull’atollo di Fangataufa, con una potenza esplosiva che era 200 volte maggiore di quella della bomba di Hiroshima.

I test hanno causato 368 casi di fallout radioattivo nella Polinesia francese, composto da oltre 100 isole e atolli, ha dichiarato Maxime Chan, membro di un’associazione locale per la protezione ambientale, alla commissione ONU, aggiungendo che anche i rifiuti radioattivi erano stati scaricati nell’oceano in violazione degli standard internazionali.

A gennaio, il Ministero della sanità della Polinesia francese ha pubblicato dati che dimostrano che negli ultimi 15 anni sono state diagnosticate cancro a circa 9.500 persone. Precedenti studi condotti negli ultimi dieci anni hanno stabilito una “relazione statistica significativa” tra i tassi di cancro della tiroide e l’esposizione al fallout radioattivo da test nucleari francesi.

Nel 1996, l’allora presidente francese, Jacques Chirac, mise fine al programma di test nucleari e assegnò un pagamento annuale di 150 milioni di dollari alla Polinesia francese. Tuttavia, la Francia ha negato a lungo ogni responsabilità per gli effetti dei test, sia ambientali che sulla salute degli abitanti della zona, mentre la regione ha cercato di ottenere un risarcimento per il danno subito.

Nel 2013, documenti declassificati hanno rivelato che le conseguenze del plutonio utilizzato nei test coprivano un’area molto più ampia di quanto inizialmente ammesso da Parigi. La popolare isola turistica di Tahiti in particolare è stata esposta a un livello di radiazioni 500 volte superiore al massimo consentito.

Temaru ha affermato che la Francia “ha ignorato e mostrato disprezzo” per le ripetute proposte presentate dal 2013 a sedersi al tavolo dei negoziati sulla questione sotto la supervisione delle Nazioni Unite.

Fonte L’Antidiplomatico

DAL NIGER AL SUDAN, L’AFRICA NELLA MORSA DELL’IPOCRISIA CLERICOSINISTRA —– DECRETI SICUREZZA E GRANDI IMBROGLI

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/dal-niger-al-sudan-lafrica-nella-morsa.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 8 GENNAIO 2019

Intanto un plauso di cuore e di mente a Luigi Di Maio per la solidarietà totale data ai Gilet Gialli di Francia , la più bella e forte risposta alla globalizzazione finanzcapitalista da molti anni a questa parte, augurandoci che tale riscatto dei 5 Stelle si estenda ad altre aree politiche, sociali, ambientali  che erano nell’anima del MoVimento alle origini.

Due settimane davanti a Malta. Sarebbero bastate per sbarcare a Calais, Dover o Amburgo

Grande dibattito e grande esplosione di hate speech, discorsi dell’odio, rancore, invidia sociale (quelli che venivano attribuiti agli italiani che hanno votato questo governo) da parte dell’unanimismo politico-mediatico globalista e antisovranità, sul decreto sicurezza. Hate speech ulteriormente animati dalle due navi di Ong tedesche che girano per il Mediterraneo meridionale. Ong tedesche, vale a dire di quel paese e appoggiate da quel governo (oltreché da George Soros) che, dopo aver raso al suolo la culla della nostra civiltà (nuovamente barbari, alla faccia di Goethe, Bach, Duerer e Schopenhauer), si sono fatti giustizieri, insieme ai francesi e ai burattini di Bruxelles, del timido tentativo italiano di invertire il flusso della ricchezza perennemente dal basso verso l’alto.

Navi tedesche, mi viene da riflettere, che nel corso dei 18 giorni in cui andavano lacrimando su mari in tempesta e migranti, secondo l’immaginifico manifesto “in condizioni disperate” (benché rifornite da Malta di tutto il necessario…), tra Malta e Lampedusa, avrebbero potuto raggiungere, che so, New York, o magari Amburgo, visto che così tante città tedesche si erano dichiarate disposte ad ospitare i profughi. O Rotterdam, visto che è olandese la bandiera della Sea Eye. Non vi pare?

Posto che l’unica cosa buona fatta dal socio neoliberista e ultradestro della maggioranza di governo è stato mettere l’opinione pubblica di fronte al ricatto dell’Europa nei confronti dei paesi rivieraschi del Sud – o mangiate la minestra della destabilizzazione sociale ed economica di un’immigrazione incontrollata, o vi buttiamo dalla finestra -, posto che strumento di questo ricatto è la società anonima creata dal colonialismo tra multinazionali predatrici, trafficanti, Ong, santi peroratori dell’accoglienza senza se e senza ma, per sottrarsi a tale ricatto ritengo il decreto sicurezza del, per altri versi detestabile, fiduciario dei padroni, il minimo indispensabile per salvare una serie di paesi destinati al macero.

Razzista chi vuole rendere inappetibile l’Italia a migranti? Il contrario, antirazzista e anticolonialista

Pensate, un anticolonialista e antimperialista, uno che nel corso di quasi tutte le guerre e aggressioni di altro genere da parte degli antropofagi occidentali, ha vissuto, operato, scritto e filmato dalla parte delle vittime, con i rischi e le conseguenze connesse sul piano delle condizioni personali, che dice: il decreto sicurezza non basta! E che sarebbe giusto, umano, rispettoso dei diritti altrui, ostile a trafficanti e speculatori sulle pelli nere o brune, opposto alla tratta degli schiavi e agli eserciti industriali di riserva, evitare che vi possano essere motivi, perlopiù illusori, ma anche veri, per sollecitare lo spostamento di popolazioni. I famosi pull factor. Tutto ciò che rende appetibile per un africano abbandonare terra, patria, identità, cultura, fa torto e danno a lui e svuota e disarma il suo paese. Crudele, razzista? No, l’opposto. Il massimo del razzismo è quello degli eredi di coloro che sugli schiavi costruirono sviluppo, ricchezze, nazioni. Anche allora i civili facevano il bene dei selvaggi.

 Forse l’immenso divario che mi divide dai buonisti accoglitori di vecchio stampo, quelli che si mascheravano da sinistra (dal manifesto in su), come da quelli scopertisi tali dopo aver inflitto un massacro sociale e culturale ad autoctoni ed immigrati con pari entusiasmo, deriva in buona parte dal fatto che io dalle parti degli sradicati di oggi e accasati di ieri ci ho speso almeno metà della mia vita. E loro no. Dal che loro rivendicano il proprio diritto a stare, e bene, a casa propria, quella civile, moderna, democratica, ma anche il “diritto” degli altri a venirsene via da casa (chiamata “guerra, fame, dittatura”) e stabilirsi qui in un ghetto di cartone, in una stanza per dieci, in un campo di pomodori, in una cosca della mafia nigeriana, in una banlieu fuori dal mondo.. E io ho l’improntitudine xenofoba e razzista di mettere al primo posto il diritto di ognuno di restare a casa sua, di esservi trattato bene, di non essere oppresso e sfruttato.

Sinergie nella filiera dell’emigrazione

Non è segno di cecità, se non per gli irrimediabili utili idioti, ma di ipocrisia o di calcolo  non vedere la sinergia che esiste lungo la filiera che porta da Raqqa in Siria, o Herat in Afghanistan, o Dakar in Senegal, dove habitat ed economia sono stati occupati da necrofori armati o briganti economici dell’Impero e sue marche, all’organizzazione di trasporti in terra e traghettamenti da barca a barca (chiamati “salvataggi da naufragi”), fino alle cooperative delle creste sulla sopravvivenza, ai caporali, alla grande distribuzione dai prezzi discount, ai partner della criminalità organizzata.

Questo dello svuotamento di continenti e paesi da rapinare e della tracimazione di altri cui tagliare le gambe è la Grande Operazione globalista  per rilanciare il capitalismo dopo la crisi. Una trasparentissima strategia che ha il suo punto di forza nella cancellazione delle identità, particolarità, storia, nazionalità, culture, da Palmira e dalla Biblioteca Nazionale di Bagdad, fino alla cosiddetta integrazione del selvaggio nella società civile, il presunto meticciato e multiculturalismo, un amalgama senza faccia, senza anima e senza nome. E come con i barbari all’assalto di Roma, o con i colonialisti della depredazione e dei genocidi di Africa, Asia, America Latina e, oggi, con i neocolonialisti  di un mondialismo nel segno dell’élite finanzcapitalista e militarsecuritaria, unica identità da salvaguardare, con chi sta la Chiesa, tuttora potenza morale suprema a fianco dei manovratori? Ascoltate il papa.

Sudan, uno di quegli inverni che chiamano primavera araba

A proposito di Chiesa, sentivo stamane a Radio Uno sui tumulti in Sudan, oggi paese d’origine di gran parte dei migranti, l’immancabile frate missionario. E mi sono ricordato di quando, per una conferenza a Palermo, a un centro sociale che ospitava alcuni profughi dal Darfur, dovetti raccomandare di prendere cum granu salis i loro anatemi contro il governo di Khartum. Il frate, ovviamente comboniano, di quell’Ordine che in epoca pre-panarabista faceva il bello e il cattivo tempo in Sudan, con mano morta su tutto l’apparato scolastico e sanitario dell’immenso paese, sparava gli stessi anatemi sullo stesso governo, quello di Omar el Bashir. Così, grazie alla puntualissima Amnesty, i 12 morti ufficiali sono diventati 40 e la repressione, per quanto in nulla dissimile da quella fisiologicamente nostra, da Parigi, a Genova, Chicago, Atene, laggiù è ovviamente genocida. Come lo sarebbe al Bashir, secondo il Tribunale Penale dell’Aja, che non ha mai accusato chi non fosse di pelle nera. Nessuno dovrebbe negare che i manifestanti abbiano ottime ragioni, il pane, i prezzi, il carburante, ma non dire che questo accade in un paese che l’Occidente sottomette da decenni a sanzioni genocide e a mutilazioni che lo destabilizzano e lo privano delle proprie risorse, conferma ogni sospetto sulla nostra stampa.

Sono stato in Sudan o vi sono passato parecchie volte sulla strada per l’Eritrea o l’Etiopia.Oggi ne leggo i reportage da Khartum di una signora,  Antonella Napoli, il cui primo titolo, a mio avviso, non è tanto quello di giornalista della Repubblica, ma di fondatrice e presidente dell’Onlus “Italiani per il Darfur”. Basta e avanza per interpretare i suoi racconti.

Sud Sudan e Darfur: disfare il più grande e uno dei più ricchi paesi dell’Africa

Nasser, Nimeiri, Gheddafi

Già, il Darfur. Nel 1971 incontrai Gaafar Nimeiri, presidente del Sudan, e alcuni suoi ministri. Passammo una notte intera, in un villaggio del sud, a discorrere di storia, presente e futuro del paese e della rivoluzione araba. Sulla scia della rivoluzione anticoloniale di Gamal Nasser in Egitto e poi di Muammar Gheddafi in Libia, il colonello Nimeiri aveva preso il potere sostituendo il precedente governo di obbedienza britannica, storica potenza coloniale. Resosi di conseguenza ostico al sion-imperialismo, si vide innescare un’insurrezione separatista nella parte meridionale, cristiana, del paese. Protagonisti Israele, gli Usa, la Nato e il Vaticano, al quale il governo, nazionalizzando ogni cosa aveva sottratto il controllo dell’istruzione e degli ospedali. Li stavano i tre quarti dei ricchi giacimenti di idrocarburi del paese. Valse la pena per i cospiratori calare sul tavolo la carta di qualche centinaio di migliaia di morti. Neri. Quelli così cari ai loro prosecutori di oggi.

Nel 1986 il governo di Nimeiri, nel frattempo islamizzato, venne sostituito da quello di Sadiq el Mahdi, esponente dell’aristocrazia islamica, da tempo esule a Londra e strettamente collegato agli interessi di quella potenza. Più in nome dell’Umma, la comunità panislamica sostenuta dall’Occidente (vedi i Fratelli Musulmani), che del nazionalismo afro-arabo, ma sempre di segno contrario al neocolonialismo occidentale e favorevole all’Iraq di Saddam e all’URSS, fu il colpo di Stato che portò al potere, nel 1989, Omar al Bashir. L’ostilità revanscista dell’Occidente si manifestò presto e in vari modi. La rianimazione della rivolta cristiana nel Sud, il bombardamento di Clinton, nel 1997, della fabbrica farmaceutica di Al Shifa indispensabile per il Sudan e gran parte dell’Africa per i medicinali antimalarici. Rimasero sepolti 300 operai e si calcola che a seguito di quella distruzione morirono almeno 10mila sudanesi. Terza operazione, di lunga prospettiva e affine alla destabilizzazione del Sud, fu una specie di guerra civile nel Darfur, centro-ovest del paese, subito sostenuta da tutti gli arnesi delle rivoluzioni colorate, con in testa Soros e George Clooney. Il contributo di Roma sono i già menzionati “Italiani per il Darfur”.

La vera storia del Darfur

Con una validissimo ambasciatore italiano, innamorato del paese, a realizzare un reportage per il TG3, allora libero, andammo in Darfur e mi vennero spiegate le cose. Zona a gravissima desertificazione (dono del cambio climatico da noi inflitto a loro), tanto che la pista del nostro fuoristrada era seminata di carogne di ovini e bovini, subiva lo scontro per la pochissima acqua e le scarse terre fertili rimaste, cioè per la vita, tra tribù nomadi di allevatori e tribù stanziali di agricoltori. Il revanscismo colonialista, munito delle solite Ong, si gettò a pesce sull’occasione, inventandosi che il regime stava compiendo un genocidio, favorendo bande di briganti Janjawid (demoni a cavallo), che poi erano gli allevatori nomadi. E vai con vittime sudanesi raccolte nei campi e invitati poi a impinguire le colonne di rifugiati verso l’Europa, dove altre Ong si sarebbero occupate di loro.

Lo Stato più giovane del mondo muore subito. Nel sangue

Nel 2011, poi, sempre nel corso della collaudata strategia del divide et impera, il neocolonialismo riuscì a strappare a un Sudan indebolito da conflitti e dalle immancabili sanzioni, la sua parte meridionale, ricca di petrolio, di biodiversità, acqua, legname e altre ricchezze minerarie.  Non c’era solo il petrolio. C’era il Nilo con il quale, chiudendo il rubinetto, si potevano mettere in ginocchio, a valle, i riottosi Sudan ed Egitto. Un certo giro imperial-clericale festeggiò la nascita del più giovane Stato democratico del mondo e si tacque, da allora, sul bagno di sangue in cui questo artificio coloniale è sprofondato in seguito alla ferocissima lotta per i giacimenti tra due etnie opposte, i Nua e i Dinka, rappresentate rispettivamente da presidente e vicepresidente, con i loro immancabili sponsor. Una guerra civile con l’impiego di soldati bambini che nessuno denuncia. Un altro successo occidentale nell’Africa della “fuga da guerre, fame e persecuzioni”. Attendo ancora i comboniani “Nigrizia” e Zanotelli denunciare lo squartamento di un pacifico e acculturato paese africano, all’origine di una delle migrazioni più massicce.

Carcerieri per conto dell’Europa

Tutto questo non lo leggerete nei dispacci della fondatrice e presidente di “Italians for Darfour”, cronista invece della “primavera sudanese, repressa dal regime con tanto di lacrimogeni”,  né in altri reportages di quella nostra stampa libera e indipendente che, tanto per fare un esempio della sua linearità, coerenza e trasparenza, oggi si fa deprecatrice dei “tradimenti” dei 5 Stelle su Tap, Ilva, trivelle in mare, Terzo Valico, eccetera. Peraltro tutte questioni non definite e su cui sarà decisiva la scelta del ministro dell’Ambiente. Ma, stupefacentemente, tutte dispute in cui i deprecatori di oggi si trovavano ieri a deprecare chi ostacolava il progresso opponendosi a Tap, Ilva, Terzo Valico e altre loro remunerative devastazioni. Accanto a quei sindaci e governatori PD (con di mezzo un De Magistris che non capisce), oggi scopertisi umanitari benefattori, purchè di migranti. E al tempo stesso violatori di una legge votata dal parlamento e firmata dal venerato Capo dello Stato. Sono pubblici ufficiali e non possono farlo. Potrebbero farlo se si dimettessero. Ma perderebbero la poltrona. Del resto, conta il gesto, no?  Tocca farsi vedere antirazzisti.  E tocca contribuire a sfasciare quest’Italia ancora maledettamente unita e sovrana. Che giostra il mondo, ragazzi, tutta un “calcinculo”.

Appello ai buoni

Voglio fare un appello, vediamo che succede. Tra i migranti sudanesi si moltiplicano anche quelli del Niger. Tra sindaci, governatori e altre voces clamantes in moltitudine, ci siamo chiesti come potesse essere che sant’uomini come Zanotelli, Ciotti, Revelli, Noury, Bergoglio, Strada, non si fossero accorti che quel paese è stato rubato ai suoi abitanti. Eredi di antichissima civiltà, i nigerini si dissanguano nella resistenza a bande armate Nato, Usa, con la gigantesca base di droni, 500 italiani a fare da caporali di giornata, francesi in capo alla vecchia colonia, tedeschi, britannici, tutti a guardia di un colossale bidone zeppo di uranio, coltan , litio e altri beni utili alle bombe e all’elettronica delle democrazie occidentali. Ebbene, carissimi clericosinistri, non vogliamo allargare le nostre braccia, estendere le nostre grida, far tracimare le nostre lacrime anche sulle vittime e sui carnefici di questo episodietto della globalizzazione colonialista? Dai, su, facciamo in modo che possano restare a casa loro!

Ascolteranno l’appello i buoni? Accetto scommesse: il “SI” è dato a 97 a 1. Dovuto a una coda di paglia lunga da qui a Niamey.

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Hanno sepolto sotto anatemi i Cinque stelle per aver parlato di “terrorismo mediatico”. Per chiarivi le idee sui nostri media, andate su Facebook 
Adriano Colafrancesco

Ieri alle 15:00 ·

“Liberateci dalla stampa:
la tentazione del nuovo potere globale”
L’iniziativa al teatro Brancaccio di Roma: una mattinata di
incontri con Mario Calabresi, Ezio Mauro, Lucia Annunziata,
Massimo Giannini, Roberto Saviano e Vittorio Zucconi

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Vale davvero la pena.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 12:54

1914-18 UN SIECLE APRES … BILAN GEOPOLITIQUE DE LA PREMIERE GUERRE MONDIALE

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 02 02/
LM.GEOPOL - Bilan geopol de 1914-18 (2019 01 02) FR 2

Voici la seconde analyse de 2019 de mon Quotidien géopolitique. Le centenaire de la fin de la Guerre de 1914-18 a été un des grands événements médiatiques et médiatisés de l’année écoulée. Le ton donné révélait l’extrême confusion idéologique des médias et politiciens du Système bourgeois sur cet événement historique. Notamment une constante valse-hésitation entre l’idéologie européiste batarde de l’Union dite « européenne » et les restes faisandés des petit-nationalismes bourgeois qui ont précipité l’Europe, puis le monde, dans la grande catastrophe géopolitique de l’été 1914. 

Seule la Géopolitique pourtant permet de comprendre et de mesurer la portée de la Première Guerre mondiale. Qui continue encore aujourd’hui à avoir des conséquences sur notre monde.

J’ai réalisé pour vous spécialement cette video qui rencontre toutes ces questions : 1914-18 vu et jugé au prisme de la Géopolitique …

* Voir sur PCN-TV/

LUC MICHEL:

1914-18 UN SIECLE APRES …

BILAN GEOPOLITIQUE DE LA PREMIERE GUERRE MONDIALE

sur https://vimeo.com/309003154

Thématiques esquissées :

* Le regard géopolitique :

1914-18, le grand suicide géopolitique de la vieille Europe.

Comment une étincelle à Srajevo a mis le feu aux poudres, leçons pour le monde instable de l’ère Trump.

L’émergence en Europe d’une puissance impérialiste extra-européenne, les USA, seul gagnant de la Première Guerre mondiale.

Les théories géopolitiques anglo-saxonne (Mackinder, Mahan, Spykeman) en action, Washington à la conquête du « heartland » et de la suprématie mondiale (de 1917 à 1943-45).

* Ne pas oublier la Géoidéologie :

La vision du centenaire par les médias du Système révèle son idéologie batarde ou la valse-hésitation entre l’idéologie européiste batarde de l’Union dite « européenne » et les restes faisandés des petit-nationalismes bourgeois qui ont précipité l’Europe, puis le monde, dans la grande catastrophe géopolitique de l’été 1914. 

Aout 1914, la trahison définitive du Socialisme par la Sociale-démocratie européenne embourgepoisée.

Comment les leaders sociaux-démocrates ont envoyé leurs classes ouvrières se faire massacrer dans la grande guerre impérialiste ?

Les « justes de la Babylone sociale-démocrate », le « Groupe de Zimmerwald », Lenine et le parti bolchevique.

Lenine en 1917, ou comment transformer la guerre impérialiste  en guerre révolutionnaire.

* Et l’Afrique :

1918 bien oublié ou négligé en Afrique alors que c’est l’étincelle qui a permis la décolonisation.

Le rôle des bolcheviques, de la Conférence de Bakou (1922) à celle de Bandung (1955).

# ALLER PLUS LOIN :

LES EVENEMENTS A RETENIR …

De l’attentat de Sarajevo, le 28 juin 1914 à l’armistice du 11 novembre 1918, la Première guerre mondiale dans ses moments clefs. Ce conflit a fait dix millions de morts parmi les combattants, des millions d’autres victimes parmi les civils, bouleversé la carte de l’Europe, fait chuter trois empires, provoqué la révolution soviétique, et a porté en lui les germes de la seconde guerre mondiale. Mais aussi permis la décolonisation …

L’ATTENTAT DE SARAJEVO

Ou comment un événement perçu comme secondaire a conduit à l’explosion mondiale ? A méditer à l’ère de Trump, avec son instabilité !

Le 28 juin 2014, le prince héritier de l’empire d’Autriche-Hongrie, l’archiduc François-Ferdinand de Habsbourg, et son épouse Sophie, sont en visite à Sarajevo, capitale de la Bosnie. Cette ancienne province de l’empire ottoman a été annexée en 1908 par l’Autriche-Hongrie, dont la principale rivale dans les Balkans est la Serbie, elle même proche de la Russie. L’étudiant nationaliste serbe de Bosnie Gavrilo Princip tue de deux coups de feu l’archiduc et sa femme Sophie. L’Autriche rend la Serbie responsable de l’assassinat. S’enclenche alors la mécanique qui conduira à la guerre un mois plus tard. Le 28 juillet, l’Autriche déclare la guerre à la Serbie et bombarde Belgrade, après lui avoir adressé un ultimatum le 23 juillet. Le 30 juillet, la Russie, protectrice de la Serbie, décide la mobilisation générale pour intimider l’Autriche. Le 1er août, l’Allemagne, alliée de l’Autriche, et la France, alliée de la Russie, proclament la mobilisation générale. Berlin déclare le même jour la guerre à la Russie. Le 3 août, l’Allemagne déclare la guerre à la France, et les troupes allemandes envahissent la Belgique. Le lendemain, la Grande-Bretagne, alliée de la France et de la Russie, déclare la guerre à l’Allemagne pour violation de la neutralité belge. Le monde est en flamme …

LES ETATS-UNIS EN GUERRE.

LA VOIE DE L’EMERGENCE COMME PUISSANCE MONDIALE

En janvier 1917, pour rompre le blocus maritime britannique qui l’asphyxie, l’Allemagne se lance dans une guerre sous-marine à outrance. Elle espère hâter la fin du conflit en étouffant à son tour économiquement la Grande-Bretagne. Cette stratégie à risque s’avère contre-productive: le 6 avril, les Etats-Unis jusqu’alors attachés à leur neutralité dans le conflit malgré les torpillages de plusieurs de leurs navires –dont en 1915 le “Lusitania” transportant des civils américains mais aussi des armements– déclarent la guerre à l’Allemagne. Le 26 juin, le premier convoi américain arrive en France, à Saint-Nazaire. Le corps expéditionnaire atteint 1 million d’hommes à l’été 1918, puis 2 millions à la fin du conflit. En 1918, les USA sont devenus les créanciers de la vieille Europe et une puissance mondiale.

LA REVOLUTION RUSSE

Entre 1914 et 1917, la Russie perd au combat plus de 2 millions de soldats et d’officiers, en raison notamment d’un armement insuffisant. En mars 1917, une première révolution provoque l’abdication de Nicolas II et la formation d’un gouvernement provisoire, mais ce dernier ne contrôle presque rien et n’envisage pas de se retirer du conflit, devenu très impopulaire dans le pays. En novembre (octobre selon le calendrier orthodoxe alors en vigueur), les bolcheviques prennent le pouvoir et leur première décision est de proposer aux pays en guerre avec la Russie de mettre fin aux hostilités. Lénine conclut avec les Allemands à Brest-Litovsk (Bielorussie) le 15 décembre un armistice, qui met fin aux combats, puis le 3 mars 1918, un traité qui fait perdre à la Russie une grande partie de ses territoires occidentaux au profit de l’Allemagne (Pologne, Pays baltes, Finlande notamment). Mais Lenine sait que ce sera provisoire, il attend l’extension de la révolution russe à l’Allemagne. Ce qui échouera de peu. En 1918, la guerre continue à l’Est contre les bolcheviques cette fois. Qui la gagneront !

1918 VOIT LA DESTRUCTION DE TROIS EMPIRES :

APRES LA GUERRE UNE NOUVELLE CARTE DE L’EUROPE ET DU PROCHE-ORIENT

La guerre signe l’arrêt de mort d’un empire russe déjà mal en point.

La défaite de 1918, suivie du Traité impérialiste de Versailles, dépèce le IIe Reich de Bismark et prépare la voie à la Seconde guerre mondiale. On dira que Hitler est « l’enfant naturel » du Traité de Versailles. La république de Weimar qui succède au Reich est un régime bourgois instable et faible. Il est hypothéqué par l’alliance entre la Sociale-démocratie allemande et les généraux allemands, qui écrasent ensemble la révolution communiste (« Spartakiste », issus du « Groupe de Zimmerwald »). La guerre par ailleurs continue en Silésie contre la Grande-Pologne et dans le « Baltikum » (les pays baltes) contre les bolcheviques. Hitler en récoltera les fruits vénéneux …

L’empire d’Autriche-Hongrie, dirigé par la dynastie des Habsbourg, a été la puissance dominante en Europe centrale pendant cinq siècles. Il s’étendait en 1914 de la Suisse à l’Ukraine, rassemblant une douzaine de nationalités différentes. Mais les sentiments nationalistes vont saper l’unité de l’empire qui implose à partir de l’automne 1918. Le 28 octobre, naît la Tchécoslovaquie. Le lendemain, les Slaves du sud créent la Yougoslavie tandis que, le 1er novembre, une insurrection éclate dans la capitale hongroise, Budapest. Deux jours plus tard, l’empire est formellement dissous lors de la signature de l’armistice entre l’Autriche-Hongrie et les puissances victorieuses, États-Unis, France et Grande-Bretagne. Le 12 novembre, la République d’Autriche est proclamée.

Une nouvelle Europe semet en place, elle porte en elle les germes mortels de la Seconde guerre mondiale :

La conséquence de l’effondrement des deux empires est la partition de l’Europe centrale en plusieurs États. Outre la Tchécoslovaquie et la Yougoslavie, la fin de la guerre débouche sur la renaissance de la Pologne (auparavant éclatée entre l’Autriche, la Russie et la Prusse) qui veut réaliser « la Grande-Pologne », sur une « Grande-Roumanie » impérialiste, et à quatre nouveaux Etats constitués à partir de territoires russes: Finlande, Estonie, Lituanie et Lettonie. La Hongrie perd les deux-tiers de ses territoires. L’Italie reçoit une partie du Tyrol et “le reste”, selon le mot du chef du gouvernement français Georges Clemenceau, devient l’Autriche contemporaine.

Le 1er décembre 2018, c’est la proclamation par le roi Ferdinand de la Grande Roumanie, laquelle vient remplacer le Vieux Royaume créé en 1878 à partir de la réunion de la Valachie et de la Moldavie. Ce premier royaume qui s’était émancipé de l’Empire ottoman était un royaume frustré, qui aspirait à davantage de territoires. En 1918, cette Roumanie double en taille et en population, et c’est elle qui est considérée comme fondatrice du pays actuel, dont la fête nationale est du reste célébrée le 1er décembre. Elle annexe la Bessarabie, obtenue de la Russie en pleine révolution bolchevique, la Bucovine, après que le 28 novembre 1918, le Conseil général de cette région ait voté son détachement de l’Autriche, le Banat, ancienne terre hongroise, qui sera partagé en février 1919 entre la Roumanie et la Yougoslavie, autre nouvel État créé le même jour, le 1er décembre 1918, afin que ces deux pays proches de la France s’entendent au mieux – mais la Roumanie regrettera toujours de n’avoir pas obtenu l’intégralité du Banat. Et enfin la Transylvanie arrachée à la Hongrie. Entre 1939 et 1945, Staline lui fera payer au prix le plus cher cette politique d’annexions !

La dislocation de l’Empire ottoman suit la défaite ottomane :

Lorsque le sultan Mehmet V proclame la “guerre sainte” contre la France, la Grande-Bretagne et la Russie le 24 novembre 1914, l’empire ottoman a déjà été amputé de la plupart de ses possessions européennes. Les revers subis dès 1915 sur le front russe vont servir de prétexte contre la minorité arménienne.

Selon les estimations, entre 1,2 million et 1,5 million d’Arméniens ont été tués pendant la guerre. La défaite de l’empire ottoman, en 1918, parachève son dépeçage. Un premier traité, signé à Sèvres en 1920, est rejeté par les nationalistes turcs, rassemblés autour du général Mustapha Kemal Atatürk, qui poursuit les combats contre les Arméniens, les Grecs et les Français, et renverse le sultan. La Turquie, devenue une république, impose un nouveau traité aux Alliés qui sera signé à Lausanne en 1923. Elle conserve l’Anatolie et les Détroits mais perd toutes ses possessions arabes.

LA FRUSTRATION ARABE :

OU LES MANIUPULATIONS FRANCO-BRITANNIQUES AU PROCHE-ORIENT

En Mésopotamie et en Palestine, les Britanniques ont en effet pu vaincre l’Empire ottoman grâce au soulèvement des tribus arabes, auxquelles ils font miroiter l’indépendance. L’action de Lawrence d’Arabie, archéologue britannique devenu officier de liaison, est à cet égard déterminante. Mais les Britanniques s’entendent secrètement avec les Français dès mai 1916 pour se répartir le Proche-Orient, en vertu des accords Sykes-Picot: le Liban et la Syrie à la France, la Jordanie et l’Irak à la Grande-Bretagne. Ce partage en règle va nourrir la frustration des Arabes. La fameuse “Déclaration Balfour” (1917) ajoute à la confusion. En soutenant “l’établissement après la guerre d’un foyer national juif en Palestine”, le ministre britannique des Affaires étrangères, Arthur Balfour, pose les bases de la création, trente ans plus tard, de l’État d’Israël, semant les germes d’un conflit qui continue aujourd’hui à déchirer la région.

(Sources : AFP – EODE Think Tank)

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Presentazione a San Cesareo (RM) – docufilm “O la Troika o la Vita – Non si uccidono così anche i paesi?”.

San Cesareo
A San Cesareo (RM), il 12 gennaio, sabato, ore 16.30, presento il docufilm
“O la Troika o la Vita – Non si uccidono così anche i paesi?”. Dalla distruzione della Grecia in una precisa strategia UE e FMI di ridurre al silenzio, all’obbedienza e alla povertà, a beneficio del finanzcapitalismo del Nord, i paesi del Mediterraneo, alle aggressioni sociocide ed ecocide contro l’Italia, esemplificate dalle devastazaioni di mari e terre per i profitti da energie fossili (tap, Piattaforme in mare), allo sfruttamento dello spopolamento da terremoto ai fini di nuove destinazioni d’uso delle aree terremotate. Il tutto sullo sfondo della globalizzazione neoliberista e dell’assalto alla sovranità popolare.

 

SIRIA: ÉLITE MONDIALISTA E PACIFISTI SINISTRI CONTRO TRUMP — VATICANO-QUIRINALE: BENEDICTIO URBI ET ORBI ATQUE PD

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/siria-elite-mondialista-e-pacifisti.html

MONDOCANE

VENERDÌ 4 GENNAIO 2019

(E’ lungo, forse prolisso, ma tratta due temi grossi, si può digerire in due puntate e, giuro, per un po’ non mi farò vedere. Per combinare il testo con le immagini andate su www.fulviogrimaldicontroblog.info. Almeno da lì nessuno può rimuovere).

 Palloncino bucato

Una cosa si è confermata chiara e ha bucato il pallone gonfiato delle fake news dei grandi media e la loro forsennata passione per la globalizzazione di guerre, neoliberismo, totalitarismo. Una cosa ha definitivamente sancito la scomparsa, da noi, ma anche da molte altre parti, di quel settore della società politica che si definiva di sinistra e coltivava il paradosso di chiamare destra l’altro settore. Per la sedicente sinistra vale ormai al massimo il corrispettivo linguistico al maschile.

Questa cosa ha l’aspetto di Giano Bifronte: da un lato fulmina con occhiate di sdegno e riprovazione il trucidone della Casa Bianca  che, sfidando una tradizione di guerre d’aggressione che risale alla fondazione del suo paese e ne costituisce l’essenza ontologica e, ahinoi, anche escatologica, annuncia il ritiro di truppe da Siria e Afghanistan  (vedremo poi i perché e percome); dall’altro inneggia con passione smodata ai Supremi di casa nostra che, in occasione delle festività, ci hanno fatto volare sul capo aerostati gonfi di pace. Nella fattispecie aria calda.

Siamo il paese dei fessi che fanno i furbi, che tuffano il diavolo nell’acqua santa e se la cavano scegliendo  la sudditanza a discapito della cittadinanza.  Arlecchino servitore di due padroni. Don Abbondio, se di fronte c’è don Rodrigo, don Rodrigo, se si ha a che fare con don Abbondio. Dunque, don Abbondio prima con i tedeschi, poi con gli americani. Con tutti quelli che ci menano. E dunque con l’UE. Don Rodrigo con quelli che possiamo menare. Di solito noi stessi. E da questa caratteristica nazionale che nasce il prodigio di un paese, escluso il 32,7 % degli elettori che restano in stato d’attesa, che si diverte come un bambino sull’altalena nel parco giochi costruitogli dai potenti.

Francia o Spagna, purchè se magna

Contro il bifolco Trump, perché pare abbandonare il massacro di Siria e Afghanistan, e con coloro che, nella Cia, nel Pentagono, tra gli armaioli, e quindi nei media, se ne risentono. E paiono i più forti. Di conseguenza, apertamente per la guerra, da conclamati e storici pacifisti. Ma che è anche la guerra che il papa e il capo dello Stato aborrono, pur cautelandosi scrupolosamente dal riferirsi a chi le fa e ci campa. Per la democrazia del voto e del pluralismo, ma non quando il 70% dei siriani elegge liberamente il presidente Assad e neanche quando bande di ventura curde, al servizio degli aggressori Usa-Nato, senza essere stati votati da nessuno, uscendo dal loro territorio (un decimo della Siria abitato dallo 0,6 dei suoi abitanti, prima dell’afflusso di curdi turchi accolti e protetti da Damasco), occupano un terzo della Siria facendovi pulizia etnica degli arabi.

   Kurdistan siriano ieri e oggi

I santi dei buoni

Quello che, a schermi ed edicole unificate, è seguito alle omelie di fine anno di Bergoglio e Mattarella è stato un’onda anomala di saliva abbattutasi fin sul Colle e sulla Cupola. Dal “manifesto” al “Foglio” all“Avvenire”, fino ai main stream  dei grandi editori, puri come l’eroina Juliette del marchese De Sade, che tutti, con grande senso dell’humour, dicendosi liberi e indipendenti, si sono profusi in osanna ai due salmodianti da far invidia alla corte del bizantino Paleologo II. “L’equilibrio perfetto, il sorriso paterno e luminoso, moral suasion di prossimità e familiare, ruolo pedagogico, sorriso disarmante, un capolavoro, il vero rivoluzionario custode della ragione, il paese favola che diventa realeMattarella seppellisce tutti gli altri”…. Così il manifesto”, Corriere, Stampa, Foglio, Messaggero, Repubblica. Nessuno dei quali si risparmia l’esaltazione per lo share trionfale, senza precedenti, 10,2 milioni, il 40%. Per la verità, un topino di redazione ha sussurrato: “Ma, grazie tante, era a reti unificate, non c’era controprogrammazione,  chissà come avrà fatto l’altro 60% a non vederlo…”, ma nessuno gli ha detto retta.

pour cause. Se il manifesto titola “Mattarella argine contro il cattivista” (il governo) e cita il papa che definisce la stessa “cattiveria sintomo di debolezza” e, come tutti gli altri da posizioni politico-sociali presuntamente opposte, inneggia all’Italia delineata dal presidente, una ragione c’è. Sia l’uno che l’altro dei due taumaturghi, papi e presidenti di tutti gli italiani, hanno reso omaggio a tutti gli italiani meno su per giù il 50%. Al netto dei paroloni di calorosa sostanza retorica, buoni per tutte le omelie, dal principio alla fine, dall’accoglienza negata alle tasse ventilate sui buoni del Terzo Settore (leggi Ong e tutti la giungla dei sussidiari alla CL), alla denuncia dell’astio, dell’insulto, dell’intolleranza, dell’odio settario (così ben denunciato da Boldrini e Renzi), fino alla vecchietta sola che, a capodanno, per avere compagnia chiama i carabinieri (purchè non siano quelli di Cucchi, spero), quella che ci si presenta è l’Italia del bene contro quella del male. E quali sarebbero le due Italie dell’inventore del Cottarelli premier manidiforbice e banditore di Savona euroscettico? Indovinate. Un aiutino ve lo  dà la standing ovation di tutti quelli che al potere c’erano prima, sinistri imperiali compresi.

Uccidono la libertà di stampa. Pensate, ce l’avevamo!

Lasciatemi chiudere questo capitoletto, prima di passare al fatto serio del giorno -Trump, gli altri e la Siria – con qualche citazione da quello che è diventato l’organo del PD  e della guerra (ma solo in difesa dei curdi, per carità, e contro i tiranni, come comanda Rossanda), dopo il decesso dell’Unità. Vox clamantis in deserto, peraltro, dato che sta in piedi grazie ai quasi 3 milioni di contributi statali che, come i 6 all’Avvenire (giornale dei vescovi, tutti spiantati), i 3 al Sole24Ore (della Confindustria ridotta in miseria dai gialloverdi), i 3,7 a Libero (eh, Berlusconi non può mica mantenere tutti), il milione al Foglio (la Cia manca di spiccioli).

Giornali che nessuno legge, ma che, se privati dei sussidi,”muore la stampa libera e  indipendente”. Visto che rimangono solo Corriere, Repubblica, La Stampa e….. Indipendenza garantita al manifesto da una ricca successione di paginoni pubblicitari dell’ENI, cui il “quotidiano comunista” affianca inserti redazionali in cui una maestra amministra ai pargoli i valori del “viaggio di studio” offerto dall’ente petrolifero tra i salubri pozzi della Basilicata. Mentre NON produce, il manifesto, nemmeno una riga sugli scandali delle tangenti ENI-Nigeria-Congo che occupano le giornate e gli anni della Procura milanese.

Quel cialtrone di Dibba, quel raffinato analista di Negri

Ciò che oggi colpisce nel quotidiano è una prima pagina che, scontata la solita gigantografia con vignetta ossessivamente sorosiana di Biani sui migranti, migranti che quel vecchio marpione di Orlando, con dietro qualche altro sindaco dell’acquolina in bocca in vista delle Europee, vuole accasare, offre due perle di quella bontà e di quell’equilibrio che tanto ha esaltato il collettivo nelle omelie citate. ”Il Misfatto Dibba c’è” titola il condirettore Di Francesco uno spurgo di un livore che solo la più frustrata invidia può provocare. Il bersaglio del volgare vituperio è il rientrato Alessandro Di Battista che sul Fatto Quotidiano, in questi mesi, ci ha regalato una serie di reportages sul Messico e sul Centroamerica seviziato dagli Usa e dai loro sguatteri locali.

Un po’ me ne intendo e posso dire che articoli di tale competenza, conoscenza, profondità di analisi, sensibilità politico-sociale e, soprattutto umana, ne ho letto pochi. Ma per la prosa pernacchiosa del poeta Di Francesco, che non figurerà mai in un’antologia, ma nella storia dei Balcani sì, per aver definito Milosevic “despota ultranazionalista” e quindi aver dato una manina al disfacimento di quel paese e alla morte del suo presidente, “Di Battista è un “esperto di tutto ma di nulla” e quello che ha fatto nelle Americhe non è che un “camel trophy dell’eroe dei due mondi dal mood garibaldino e da guida turistica”. Secondo il giornalista che ha permesso che il manifesto si imbrattasse per giorni con le veline dei peggiori arnesi dei golpe striscianti, in occasione del fallito colpo di Stato contro il Nicaragua sandinista, l’incarico adatto al più temuto dei Cinque Stelle sarebbe quello di “commissario del popolo al turismo”. 

Degna apertura di un giornale che resta perfettamente sul suo binario imperial-diffamatorio con Alberto Negri, che, finge un’analisi della mossa di Trump, per tirare un grottesco quanto maligno parallelo tra le vite di Erdogan e del tre volte-autocrate Assad, dittatori che vanno a braccetto. Quello dei “sopravvissuti Assad ed Erdogan, sono regimi che non si riformano”, sentenzia il chissà perché sovrastimato commentatore del manifesto, estrazione Sole24Ore.Tout se tien.

Vae pauperibus!

Guai ai poveri, auspica nel racconto della giornata di segno comunista Roberto Ciccarelli, caro a chi sa lui per aver garantito per Osama bin Laden quale autore dell’attentato alle Torri Gemelle. Qui si accanisce sul reddito di cittadinanza in quanto “il più razzista dei provvedimenti e il più punitivo nei confronti dei poveri”.Speriamo che i poveri, all’arrivo dei 750 euro, se ne accorgano. Chiude in bellezza il solito tentativo di riesumare il bluff zapatista del Chapas, ricordandone la cavalcata di 35 anni fa a San Cristobal de las Casas con in testa il subcomandante Marcos. Il quale, dopo aver tentato di sabotare due volte l’elezione di Lopez Obrador alla presidenza del Messico, s’è dato da sub per rientrare insalutato ospite nell’ordine delle cose.  

Anche stavolta i nuovi subcomandanti hanno cercato di far passare per grande truffa l’unica speranza di riscatto disponibile nel Messico per grande truffa. E stanno attaccando Obrador ferocemente, prima ancora che abbia dato il suo primo buongiorno dal palazzo presidenziale. Il bue che dà del cornuto all’asino. Intanto i miseri resti della rivoluzione galattica se ne stanno rinchiusi a “ben governare” nei loro cinque villaggi e strepitano con rabbia contro la ferrovia che, al posto delle carrarecce di fango, dovrebbe finalmente collegarli al mondo. Non gli dà retta più nessuno, da anni. Venerano Luca Casarini, il Masaniello di Padova. Prima in Chapas con Marcos, poi a Belgrado a sostegno degli infiltrati Otpor e della radio di Soros B-52, poi con gli scudi di polistirolo a minacciare pioggia di rane sulla Genova del G8, oggi su un’imbarcazione Ong nel Mediterraneo. Sempre dalle parti di Soros.Tout se tien anche qui.

Tiritiri? O tiritero?

“Cane pazzo” Mattis

Passando alle cose serie. Sul ritiro in 100 giorni di tutte le truppe Usa dalla Siria (5000, tra Forze Speciali e bombaroli) e della metà di quelle che bombardano e trafficano oppio in Afghanistan, poi estesi a quattro mesi, vista la malaparata con lo Stato Profondo (Cia, Pentagono, Wall Street, Lockheed Martin, media). Malloppone guerrafondaio furibondo, capeggiato da “Cane Pazzo” Mattis, dimessosi da ministro della Guerra per non aver potuto ripetere in Siria il bagno di sangue e fosforo di Fallujah (Iraq 2004) e per essere stato privato del suo massimo godimento, così da lui espresso:”Cosa c’è di più divertente che sparare a qualcuno”. Per inciso, il noto quotidiano pacifista, il manifesto, ne ha deplorato la dipartita e lo ha qualificato “elemento razionale e di equilibrio” nella compagine trumpiana.

I curdi? Ingrassano con chi vince.

  Israele e curdi uniti nella lotta

Da noi, affetti dalla solita ipocrisia clericomafiosa, si piagnucola sull’abbandono dei curdi, “avanguardia democratica, laica, ecologista, femminista, LGBTI”, con tanto di majorettes in armi. Si sorvola su queste milizie curde YPG arrivate in massima parte dalla Turchia che, mascherate da Federazione Democratica Siriana (solo la Cruciati del manifesto li vuol far passare per coalizione multinazionale di arabi, assiri, turcomanni, puffi e curdi), grazie all’aiuto degli Usa dall’alto, si sono sostituiti all’Isis come fanteria Nato contro la Siria. Si ignora che, se sono passati da meno di un milione a parecchi di più è perché la Siria di Assad li ha accolti, insieme al leader Ocalan, profughi dalla Turchia. In compenso si sono fatti mercenari dell’aggressore in sostituzione dell’Isis e, assumendo il progetto dello squartamento della Siria, si sono presi un terzo del paese, imponendo, sfrattando, incarcerando e uccidendo gli autoctoni.

Ora, abbandonati dai loro danti causa, forse, pressati dai turchi che, alla faccia loro, ma anche di quella del popolo siriano, vorrebbero prendersi almeno una gran striscia di confine, con dentro i più ricchi giacimenti petroliferi, le più fertili terre e ricche acque della Siria, buttano la mimetica a stelle e strisce e con stella di David e, giurando di rispettare l’integrità territoriale del paese, invocano aiuto da Damasco. Che fa bene a darglielo e ad accorrere con la Guardia Nazionale e la Divisione Tigre a Manbij. Che tornino nel loro angolo di Siria e vadano a prendersela oltre confine con chi li ha maltrattati davvero.

Soldati Usa a Manbij

Chi taglia il nodo gordiano?

Qui la situazione è intorcinata. Ci stanno i turchi, che già avevano scacciato i curdi dal cantone di Afrin, in piena e tollerante vista degli americani, ci stanno i curdi, ci stanno i militari Usa da ritirare, nel tempo, e sono arrivati i siriani. Cosa faranno gli uni e gli altri? Qui non soccorrono le ambiguità e le indecenti equivalenze tra Assad ed Erdogan di Alberto Negri. Qui vanno visti gli attori e i loro interessi. Per primo Trump che ha accelerato alcune mosse per riprendere i temi della sua campagna elettorale: riduzione dell’impegno e della spesa militari globali, accomodamento con i russi, dialogo con i nordcoreani, sordina agli attacchi all’Iran e alla Cina dei dazi. Non stona con tutto questo la sorprendente e sacrosanta affermazione dell’avvocato di Trump, Rudi Giuliani, che ad Assange di Wikileaks, recluso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, non c’è proprio nessun reato da contestare. In compenso, dall’altra parte, i Democratici hanno eletto alla presidenza della Camera la collaudata Nancy Pelosi, espressione arcigna e inflessibile dell’apparato guerresco statunitense. E di Julian Assange, eroe della libera informazione, i Democratici vorrebbero fare polpette da servire a Mattis.

Stato Profondo Usa

Liberal per liberare i cani di guerra

Poi i nemici dell’outsider strambo, scatenati contro ognuno di questi obiettivi, tanto da rovesciare sul presidente accuse di alto tradimento per aver incontrato Xi, Putin e Kim Jong Un e inventarsi la bufala galattica del russiagate, ovviamente ripresa dai loro sodali e sguatteri in Europa. Nemici riuniti nello Stato Profondo Usa rappresentato politicamente da uno schieramento bipartisan Democratici-Repubblicani, ma con forte prevalenza dei primi, dalla banda guerrafondaia Obamian-Clintoniana, dai neocon, insomma da tutti coloro che hanno inventato, creato e nutrito Al Qaida e l’Isis, dalla Siria all’lraq alla Libia all’Egitto all’Africa e all’Afghanistan. In sostanza l’élite statunitense plutocratica e perennemente in guerra, sostenuta da media ethink tank di puntellamento, che vede sfidata la sua dottrina di base: una strategia di dominio militare e neoliberista mondiale, fondata su quasi mille basi militari, un’egemonia (sub)culturale onnipervasiva e l’assalto, con sanzioni, guerre, terrorismi, a chiunque vi si sottragga, o opponga modelli incompatibili. Vanificata da loro stessi l’equivoca alternativa del PCI e di forze simili, tutto ciò che si pretendeva di sinistra si è inserito in questo Zeitgeist, visione del mondo. La riprova è la solidarietà di chi ha lo stomaco di condividere con questa èlite la furia contro il ritiro delle truppe Usa da un teatro di massacri.

Ritiro che tale belluina reazione ha già costretto il malleabile cerchiobottista della Casa bianca a estendere da un mese a cento giorni e più. Ed è aperto a ogni ipotesi ciò che l’una e  l’altra fazione in campo, sullo sfondo dei probabili contenziosi russo-turchi sul che fare dei curdi e di quel pezzo di Siria,faranno e otterranno in questi quattro mesi. Sempre che i plutocrati in armi degli Usa non si rassegneranno e si accontenteranno del loro nuovo pivot: Africa e America Latina, dove sono in corso le altre loro grandi manovre imperialiste a contrasto di Russia e Cina. Difficile, però, che Israele non li tiri per la collottola. Quel che è certo è che sul Donald vanno a esercitarsi pressioni mai viste, con dentro anche gli sceicchi del Golfo e tutta la potenza lobbistica e ricattatoria di Israele. E’ probabile che, come altre volte, soccomberà. 

Geopolitica, ma anche petrolio

Perché Trump ha osato tanto? Può darsi che, più di un suo spirito conciliatorio, sia stata la prospettiva di uno scontro tra Usa-curdi nel cosiddetto Rojava, sottratto alla Siria e ambito da tutti e tre gli usurpatori in campo, e il bastione turco della Nato, alle porte di Iran e Russia, a sollecitare il ritiro di Trump. Se questo ritiro, con conseguente  occupazione turca di larghe fasce siriane, ha comportato la messa in crisi della triplice Russia-Turchia-Iran, oggi a capo della strategia mediorientale, la cancellazione dell’acquisto del sistema anti-aereo S400 russo e, chissà, la sospensione del gas-oleodotto Turkish Stream, allora lo scenario delle alleanze rischia ancora una volta di essere sovvertito. E quello che, secondo le colleriche geremiadi dei globalisti occidentali e di Israele, sarebbe stato un regalo a Russia e Iran, potrebbe ben rivelarsi una trappola mortale proprio per Mosca e Tehran. E Siria. Presto, dunque, per cantare vittoria.

Si vedrà. Intanto tra forze governative siriane, quelle che davvero hanno debellato il terrorismo jihadista, altro che la finta guerra all’Isis dei complici Usa e curdi, e a cui ora apre la strada il voltafaccia di sopravvivenza pro-Damasco degli stessi curdi, e reparti jihadisti al soldo di Erdogan trasferiti da Idlib, è in corso la gara a chi si prende Manbij. Dove ci sono ancora americani a custodire la porta d’accesso a quello che in chiave colonialista è chiamato Kurdistan siriano, moltiplicato per dieci rispetto alla sua dimensione storica, ai suoi pozzi petroliferi, alle sue terre agricole e alle 18 basi che gli Usa vi hanno stabilito. Senza dimenticare che da quelle parti c’è ancora una consistente presenza di Isis che gli Usa hanno estratto dalle macerie di Raqqa da loro polverizzata e cosparsa di fosse comuni delle migliaia di civili siriani frantumati dalle loro bombe.

La partita resta aperta a Washington come in Medioriente. Di sicuro c’è solo una cosa, anzi due. Che Trump è quello che è, ma resta comunque il pannocchione eterodosso  che, per la seconda volta in 70 anni, ha pronunciato la parola “ritiro” e ha familiarizzato col russo  L’altra volta, con Nixon e il cinese, si sa com’è andata finire. E che, per la seconda volta in 70 anni, un governo italiano ha sorriso a Mosca, ha tagliato qualche spesuccia militare, non si manifesta entusiasta delle guerre e delle sanzioni, non condivide l’estrazione dall’Africa di schiavi, piace a Trump e non agli altri. E si sa come è andata a finire la prima volta.

Fate tutti i distinguo che volete, ma quelli che ci sono stati prima e che ora sbraitano, in entrambi i casi, sono peggio. La speranza è gialla. Che i gialli la mantengano!

E per tirarci su, ecco un link in onore del meglio che l’Europa l’anno passato ha saputo offrirci: i gilet gialli. Lunga vita!

https://www.facebook.com/ilcorsaro.altrainformazione/videos/1150264541683275/ Bella Ciao suonata e cantata a Parigi a sostegno dei manifestanti contro la riforma del lavoro di Macron (l’hanno blaterata davanti a Montecitorio quelli che da noi quella riforma l’hanno fatta: eterogenesi dei fini).

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:21

ALGHERO: LA QUESTIONE ARABA IN IMMAGINI E PAROLE

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Ad Alghero, giovedì 27 dicembre 2018, dalle 17.00 in poi, a cura di varie associazioni di Alghero, conferenza sul mondo arabo a partire dalla rivolta di San Valentino in Bahrein.

Presenterò il mio documentario sulle cosiddette primavere arabe, con particolare rilievo alla guerra alla Libia. Verrà illustrata la strategia colonialista e imperialista occidentale contro il millenario obiettivo dell’unione di tutti i popoli arabi (panarabismo).

Una strategia  rivolta contro la resurrezione araba al momento del crollo dell’impero ottomano, alle grandi lotte di liberazione nazionale dei paesi arabi sotto dominio britannico, francese e italiano e si completa nel nuovo millennio con l’assalto Usa, Nato e israeliano a Iraq, Libia, Siria, Yemen.

proiezione del docufilm “MALEDETTA PRIMAVERA –

Arabi tra rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato”

A seguire la conferenza sull’unità araba e suoi nemici.

https://www.algheroturismo.eu/event/maledetta-primavera-di-fulvio-grimaldi/

La Rivolta di San Valentino. Bahrain 14 Febbraio 2011

Appuntamento con Fulvio Grimaldi, inviato di guerra RAI, autore e scrittore:

 “Strategie di contrasto all’unità araba dalla prima guerra del Golfo all’attacco alla Siria, tra cosiddette primavere, guerre e terrorismi, alla luce di nuovi protagonisti e inediti allineamenti geopolitici. Potenziali di resistenza”
A cura del Circolo Fotografico Le Conce

DOVE: Torre S. Giovanni