MILOSEVIC, ULTIMA INTERVISTA PRIMA DELL’ARRESTO

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MERCOLEDÌ 10 APRILE 2019

Molti, dopo l’ultimo mio post sul XX anniversario dell’aggressione Nato alla Serbia, mi chiedono di ripubblicare l’intervista che feci a Milosevic, nella sua abitazione, pochi giorni prima del suo arresto e del successivo trasferimento nel carcere dell’Aja. Eccola. 
L’intervista fu rifiutata da “Liberazione”, con il pretesto che avrebbe “appiattito il giornale e il partito(PRC) su Milosevic“. La pubblicò poi il Corriere della Sera. E’ lunga, ma ne vale la pena ed è  per la Storia.

MILOSEVIC, ULTIMA INTERVISTA PRIMA DELL’ARRESTO IL 29 MARZO 2001

(25 marzo 2001)

Di FULVIO GRIMALDI

L’appuntamento con Slobodan Milosevic ricorda quelli che ho avuto
ripetutamente con Yasser Arafat: assoluta incertezza sul luogo e sui
tempi dell’incontro fino alle 19 di venerdì sera, mentre mi accingevo a
partire per Kragujevac per intervistare i dirigenti del sindacato di
sinistra che hanno appena registrato una sorprendente, schiacciante
vittoria sul sindacato vicino al nuovo potere, nelle elezioni per il
rinnovo dei dirigenti sindacali della fabbrica automobilistica
Zastava.  In quel preciso momento arriva l’ex.ministro degli esteri e
oggi vicepresidente del Partito Socialista Serbo, Zivedin Jovanovic,
del quale pure era stato annunciato l’arresto, poi smentito, insieme a
quello, effettivo, di otto alti dirigenti del partito. Vengo portato di
gran carriera alla residenza dell’ex-presidente e nel tragitto
Jovanovic esprime il timore che tutti questi arresti e una feroce
campagna contro Milosevic, allestita dal movimento giovanile del
premier Zoran Djindjic, le “Camicie Nere”, insieme all’organizzazione
Otpor, rivendicata dagli USA come proprio strumento insurrezionale,
stiano cercando di fare il vuoto intorno a Milosevic, in vista
dell’arresto entro il 31 marzo, intimato da Washington pena il rifiuto
di qualsiasi finanziamento e il mantenimento delle sanzioni.
Passati per la cancellata  della residenza, nella periferia di
Belgrado, attraversiamo un ampio parco, fortemente illuminato e
presidiato da militari dell’esercito e da carri armati che mi  dicono
posti a difesa di Milosevic, contro un qualche colpo di mano che voglia
arrivare alla sua cattura.
Sull’uscio di un fabbricato a un piano, l’ex-presidente jugoslavo mi
viene incontro e mi saluta con cordialità. Vengo introdotto in un ampio
salone di stile neoclassico, con al centro tre divani a ferro di
cavallo. Milosevic si siede su quello centrale, con me e Jovanovic ai
due lati. Chiede di non utilizzare apparecchi di registrazione e
insiste che questa è una conversazione e non un’intervista. Ma mi
consente di pubblicarla.
Slobodan Milosevic, 60 anni, appare più giovane e più vigoroso di
quanto non risulti nelle foto o in televisione. Non da l’impressione di
un uomo sconfitto e piegato, magari impaurito. Si esprime con la stessa
spontanea e tranquilla sicurezza che lo avevano caratterizzato in altre
occasioni. Apparentemente animato da  ottimismo, esprime i suoi
ringraziamenti a tutti coloro che, nel mondo, manifestano solidarietà
alla Jugoslavia, ne sostengono la sovranità  e integrità e condannano
sia l’aggressione Nato, sia la richiesta di Carla del Ponte e degli USA
di consegnarlo al tribunale internazionale dell’Aja, da Milosevic
definito il “braccio illegale della Nato” e “uno strumento per
perpetuare il genocidio della Jugoslavia”. A questo proposito, l’ex-
ministro Jovanovic illustra un forte scontro in corso tra il premier
serbo Zoran Djindjic, definito l’uomo dei servizi tedesco-americani, e
il presidente Vojislav Kostunica. Verterebbe sui vertici delle forze
armate, apparentemente ancora fedeli all’ex-presidente (che però ne
avrebbe sempre voluto inibire l’intervento contro il nuovo potere), che
Djindjic starebbe sostiutuendo  con uomini di sua fiducia. Alla mia
prima domanda sulla possibilità di un arresto di Milosevic, sia
Jovanovic che l’ex-presidente si dicono fiduciosi in una risposta di
massa. Jovanovic parla addirittura di possibile guerra civile,
specialmente se Djindjic dovesse decidere di consegnare Milosevic nelle
mani del Tribunale dell’Aja, un tribunale squalificato non solo agli
occhi dei sostenitori del vecchio governo,  ma visibilmente
inaccettabile per gran parte della popolazione che, pur schierandosi
contro colui che per dieci anni è stato presidente della Serbia e della
Jugoslavia, resta critica dei bombardamenti Nato e di quello che viene
visto come uno strumento legale per rovesciare sui serbi la
responsabilità di quanto hanno subito, in termini di smembramento,
danni e uccisioni, i popoli jugoslavi, nonché per evitare qualsiasi
richiesta di risarcimento e di bonifica dei territori contaminati dalla
chimica e dall’uranio.
La conversazione, dominata da Milosevic e che mi lascia poco spazio per
le domande, scivola subito su quella che, non essendovi ancora state
avvisaglie di un tentativo di cattura del capo socialista, appare come
la questione più bruciante: gli attacchi dei “terroristi” UCK in
Macedonia e Serbia del Sud. “E’ in corso”, dice con gravità
Milosevic, “una enorme manovra di destabilizzazione del Sud-Est
europeo. I terroristi dell’UCK vengono utilizzati dagli USA in funzione
antieuropea ed antibalcanica con il miraggio della “Grande Albania”. In
stretta collaborazione con il regime turco, uno dei massimi
finanziatori degli albanesi, si stanno attivando, sotto la direzione
UCK e con la copertura politica di Rugova, tutte le minoranze albanesi
nei paesi balcanici: Serbia del Sud, l’intera Macedonia e presto anche
Bulgaria e Grecia, dove vivono forti comunità albanesi (800.000 in
Grecia). In Romania, invece, vengono istigate alla rivolta le minoranze
ungheresi. Lo scopo strategico è di mantenere in permanente subbuglio
l’intera area, contro l’interesse europeo ad una stabilizzazione, in
particolare per contrastare le tendenze anti-Nato forti in Grecia e in
crescita in Bulgaria e Romania e per assicurare ampi territorio al
controllo della criminalità narcotrafficante diretta dall’UCK.
L’approccio politico è ancora una volta inteso a sfruttare le
differenze etniche”.
Chiedo al mio interlocutore se non ritenga che anche il precedente
governo jugoslavo non abbia la sua parte di responsabilità in questa
frammentazione lungo linee etniche, religiose, linguistiche, culturali
e per il  controllo delle rotte delle risorse energetiche. Milosevic
risponde con fervore: “La Federazione jugoslava, con la sua convivenza
pacifica, era un modello di Unione Europea, fino a quando non sono
entrate in gioco le trame del’imperialismo tedesco ed americano Viveano
in pace  popoli di diversa cultura, storia, confessione. Vivevano in
armonia da 80 anni. In Jugoslavia non si chiedeva a nessuno di che
razza o nazionalità fosse. La rottura è venuta quando da fuori si sono
istigati gruppi di potere con la promessa di grandi privilegi personali
e di elite. Quanto alla popolazione croata, per esempio, come si
sarebbe potuto convincerla della bontà di una frantumazione, quando
tantissimi croati vivevano in Bosnia, in Serbia e in Kosovo? Lo stesso
valeva per i serbi, a cui invece è poi stata negata
l’autodeterminazione, e per i musulmani. Non era nell’interesse
nazionale di nessuna di queste comunità  arrivare a una divisione e
contrapposizione.”
“Anche la Germania e gli USA hanno un sistema federale”.
“Già, ma nessuno per ora ha cercato di mettere il dito in quei
matrimoni. Quello degli Stati Uniti, del resto, è un sistema federativo
obsoleto e che presto andrà in forte crisi perché riconosce solo
geometriche divisioni geografiche e non le diverse comunità etniche,
culturali, linguistiche, sociali. Di fatti è un sistema che non sa dare
risposta alle sacrosante richieste dei latinos, dei neri, dei nativi,
degli italiani, dei poveri. Si tratta di comunità emergenti che
vorranno essere riconosciute. Tanto che Bush ha sentito il bisogno di
rivolgersi in spagnolo agli immigrati latinos. Dovrebbe essere un
principio di riconoscimento delle comunità etniche e sociali. E’ la
dimostrazione che tutti esigono un nuovo codice, una nuova formula di
convivenza. E di questi la Jugoslavia era un esempio. Anche questo
spiega perché è vista come nemica dai poteri attuali”
A Belgrado, nei giorni precedenti, si era svolto un convegno
internazionale convocato dal Forum di Belgrado, una coalizione delle
sinistre jugoslave, nel secondo anniversario della guerra. Da molti
paesi, Stati Uniti, Germania, Russia, Palestina, Iraq, Libia, Grecia,
Italia e altri paesi erano venute delegazioni ad esprimere solidarietà
a questo paese. Milosevic ne è apparso molto incoraggiato: “Gli
italiani che ci hanno visitato durante la crisi, tra i quali Cossutta e
molti politici di paesi europei,  ci hanno fatti chiaramente capire che
i loro paesi non sono indipendenti. Al popolo italiano non è stato
neanche chiesto se volesse una guerra. Se ne è parlato informalmente in
Parlamento. E’ la prova che la Nato non è un’alleanza tra uguali, ma
una macchina da guerra che si trascina dietro tutto l’Occidente. I
popoli vengono sopraffatti e assistono inermi alla distruzione di
ospedali, scuole, treni e autobus pieni di civili in un paese amico e
inoffensivo”
Poco prima del mio arrivo, Milosevic aveva dato un’intervista al
quotidiano israeliano Haaretz. Ne cita qualche osservazione ribattendo
all’affermazione di Kostunica secondo cui ci sarebbero similarità tra
il Kosovo e Gerusalemme, entrambi aggrediti dai musulmani: ” E’
un’interpretazione aberrante e razzista. Le similarità sono altre, sono
quelle tra genocidio dei serbi e genocidio degli ebrei e, ora,
genocidio dei palestinesi. I mezzi sono differenti: non più camere a
gas, ma una scientifica satanizzazione dei nemici attraverso i media.
Si tratta di anestetizzare la sensibilità pubblica di fronte al
massacro di civili e all’embargo.” Nelle parole di Milosevic si
inserisce una punta di indignazione e il suo gesticolare si fa ampio e
veloce: “Ci hanno lasciato un esercito assolutamente integro, ma hanno
fatto stragi di civili, bambini, infrastrutture: 88mila tonnellate di
esplosivo e di uranio sulle teste degli jugoslavi. Siamo l’unico popolo
che sia stato bombardato in Europa dopo la seconda guerra mondiale. E
con un’arma criminale e genocida come l’uranio. Queste sono le
analogie!”
Sottopongo a Milosevic una questione che dovrebbe risultare
inquietante: la mancata o debole solidarietà manifestatagli nel mondo
da parte della maggioranza delle sinistre, anche di quelle che si
dicono contrarie all’egemonia Nato. L’ex-presidente assume
un’espressione amareggiata e punta ancora una volta il dito sui mezzi
d’informazione che, in questa occasione, avrebbero perfezionato agli
ordini del supremo potere politico-economico-militare USA, salvo poche
eccezioni, un meccanismo quasi perfetto di narcotizzazione: “Un
meccanismo fondato sull’inganno che, dunque, ha abolito la democrazia
sostanziale in America e in Europa. Si sono vendute menzogne anziché
verità. E’ incredibile: adesso non hanno più nessuno scrupolo ad
ammettere di non aver trovato tracce di una pulizia etnica fatta dai
serbi in Kosovo (mentre loro ne hanno protetto una dell’UCK), che le
foto di presunti campi di concentramento serbi erano un fotomontaggio,
che i duecentomila stupri erano secondo l’.ONU, tra tutte le parti e in
tutta la guerra, solo 300, che non si sono trovate le fosse comuni. A
che servono le istituzioni democratiche e la libertà se tu, governo,
non diffondi che bugie? Una democrazia non è possibile senza la verità.
Le istituzioni diventerebbero delle  vuote quinte”.
Poi Milosevic mi ha invitato a confrontare il pluralismo dei media (e
dei partiti) esistenti in Jugoslavia, perfino durante la guerra , con
la granitica omologazione della stampa in Occidente.
“Ma voi alcuni dei media d’opposizione li avete chiusi.” A questo punto
si inserisce nella conversazione il vicepresidente del PSS, Jovanovic:
“Per brevissimo tempo, quando in piena aggressione incitavano il popolo
a liberarsi con la violenza del governo ed era stato provato che
venivano diretti e finanziati dalla CIA. Agivano da quinta colonna e
istigavano alla sovversione violenta. Qualsiasi governo avrebbe reagito
in quel modo. Anzi, da noi, pure in guerra, non c’era neanche la
censura e a Belgrado 4 quotidiani su 6 ci attaccavano
sistematicamente”.
“Presidente. Una domanda che molti dei suoi denigratori considereranno
provocatoria. Cuba, col suo partito unico resiste da oltre 40 anni. Non
c’è stato da voi un eccesso di democrazia, visto che l’opposizione se
la sono potuta comprare gli americani?”
“E chi lo può dire. Io alla democrazia ci tengo. Se non è democrazia il
fatto che ci fossero i partiti d’opposizione e il 95% dei mezzi
d’informazione erano in mano loro… Non hanno mai subito censure. In
Kosovo c’erano 20 giornali albanesi che tuonavano contro il governo.
Non sono mai stati chiusi. Da noi non c’è mai stato un priginiero
politico e ora questi concedono l’amnistia a terroristi, tagliagole,
infanticidi. E così che si difene il Sud della Serbia aggredito? Da noi
tutti potevanol avere il passaporto, Rugova teneva conferene stampa al
centro di Belgrado attaccandomi a morte. Mai nessuna vessazione,
nessuno ucciso. Eppure mi hanno accusato di omicidi quando in 12 anni
nessun oppositore è stato ucciso. Sono stati invece uccisi i miei
migliori amici. Se potessero mi darebbero anche la responsabilità
dell’uccisione di Moro o di Kennedy. Ma le bugie hanno le gambe corte.
Mi hanno accusato di crimini di guerra e il giorno prima hanno lanciato
le foto satellitari delle fosse comuni. C’è stata una rivolta di 22
mesi in Kosovo, e non hanno trovato che una fossa comune, piena di
serbi. Questo tribunale dell’Aja e le sue bugie non sono che una parte
del meccanismo di genocidio del popolo serbo, mascherato con una
spruzzata di croati e musulmani. Del resto, la Del Ponte era coinvolta,
nella Commissione Europea, in un gravissimo scandalo. Poi  l’hanno
fatta procuratore all’Aja”.
Sottopongo a Milosevic l’osservazione di molti, secondo cui lui sarebbe
stato a un certo punto “l’uomo degli americani”. L’ex-presidente
respinge con veemenza la definizione: “Mai. Semmai ho trattato con gli
americani finchè appariva che volessero salvaguardare l’unità della
Jugoslavia, o almeno di quanto rimaneva dopo le secessioni di Croazia
e  Bosnia. Del resto i continui ricatti e strangolamenti del FMI, cui
ci siamo dovuti piegare fino a un certo punto per le condizioni
terribili in cui le secessioni e le sanzioni avevano gettato il nostro
paese, raccontano un’altra storia. Gli USA devono rendersi conto che
non è possibile avere la democrazia in casa propria e sottomettere
altri popoli. E’ una contraddizione in termini. Posso capire che gli
Stati Uniti, il paese oggi più potente e ricco, abbia l’aspirazione a
fare da leader della squadra. Ma due anni fa ho detto a Holbrooke
(inviato di Clinton.Ndr.), quando ci minacciava: avete sbagliato
millennio, non il secolo. Potevate essere i capisquadra lanciando un
grande progresso per il benessere, la diffusione delle tecnologie,
della giustizia, della democrazia. La vostra ossessione di dominio e di
profitti vi  porta invece a uccidere gente e piccole nazioni, come
Giulio Cesare 2000 anni fa. Il vostro è un comportamento cesarista:
comico se non fosse tragico. Per voi esiste solo la vostra economia di
mercato che produce, accanto a straordinari profitti per pochi,
diseguaglianze e sfruttamento. La vostra massima legge nella conquista
del mondo è abbassare il costo del lavoro. Siete portatori di un nuovo
schiavismo.”
Chiedo a Milosevic se non abbia registrato, nei mesi dopo la sconfitta
e la pulizia etnica dell’UCK contro le minoranze in Kosovo ,
riconosciuta se non condannata da tutto il mondo, un mutamento
dell’opinione pubblica interna ed internazionale. “Per fortuna”,
risponde Milosevic, mentre sul tavolino si ammonticchiano caffè,
bibite, tè portati da un militante del partito, “non siamo in Uganda ma
in Europa, dove, nonostante la marcia blindata della stampa, si stanno
aprendo spiragli alla presa di coscienza. Lo noto soprattutto tra gli
albanesi che, in numero enorme, sono fuggiti dal Kosovo in Serbia.
Holbrooke mi disse chiaro e tondo: “Non ce ne importa niente degli
albanesi”. Ebbene, a noi serbi, gli albanesi stanno a cuore, sono
nostri cittadini. Gli ho anche posto una domanda cui non ha risposto:
quali interessi mai potete avere voi, USA, a un’alleanza con terroristi
e trafficanti di armi, droga, organi, che a un certo punto non saprete
più controllare?”
Faccio a Milosevic l’obiezione che tante volte è stata sollevata in
Occidente: l’abolizione dell’autonomia del Kosovo. La risposta è
tecnica. Non ci sarebbe mai stata una tale abolizione. Nel 1989, dopo
numerosi pogrom antiserbi, al Kosovo si sarebbe tolta la facoltà di
paralizzare la federazione con un diritto di veto che una provincia
poteva imporre alle altre provincie autonome,  alle repubbliche e,
addirittura, all’intera federazione. Nel discorso che Milosevic tenne a
Kosovo Polje, giudicato di un nazionalismo esasperato, l’allora
presidente avrebbe invece sollecitato all’uguaglianza  e al rispetto
tra tutti i popoli della federazione. E mi cita le parole testuali del
discorso.

Alla conversazione  non può sfuggire l’antefatto principale della
guerra: Rambouillet e un accordo che prevedeva, come ammesso dallo
stesso Dini più tardi, l’occupazione  dell’intera Jugoslavia da parte
delle forze Nato, a la loro sottrazione alla giurisdizione della
magistratura federale. Racconta Milosevic: “Durante i negoziati di
Rambouillet, il generale Wesley Clark  è andato ripetutamente con
Hashim Thaci, leader dell’UCK, nei ristoranti parigini. Eppure tutti
sapevano che Thaci aveva per ufficiali pagatori i narcotrafficanti
albanesi. Cosa ne poteva venire di positivo al popolo americano? Di
intese con la mafia si può avvantaggiare solo un profitto economico
senza scrupoli. Ma quell’intesa continua a funzionare e a produrre
disastri nei Balcani”.
Milosevic, sul quale di lì a poco si abbatterà la resa dei conti
finale, non da l’impressione di un uomo braccato, in cerca di una
qualsiasi via d’uscita per sé e per la famiglia. Anzi, del suo destino
personale non parla mai. Crede nella possibilità di una resistenza che
si svilupperà e che trarrà impulso dalle sempre più disastrose
condizioni della popolazione. In effetti, la Belgrado di oggi, tuttora
sottoposta ad embargo, salvo per il petrolio, appare più spenta, cupa,
desolata di quella del tempo di guerra e del dopoguerra. L’inflazione
galoppa al 100%. Secondo dati dei ricercatori scientifici, taciuti o
minimizzati dalle autorità, le patologie da contaminazione chimica e
radioattiva dilagano. A Pancevo, l’Istituto dell’Igiene del Lavoro
denuncia un  buon 80% della popolazione adulta affetta da tumori,
linfomi e malattie connesse all’inquinamento.

Su una possibile risposta di lotta ai vincitori delle elezioni
presidenziali, Milosevic dice:”Quella che conta, nella vita delle
nazioni, è resistere. Il complotto antijugoslavo sta diventando
visibile. Guardate ai fatti semplici della storia. Nell’ottobre del
1997 c’è il vertice sudeuropeo a Creta. C’eravamo tutti e tra tutti si
era stabilito un ottimo accordo. Avevo anche suggerito un’area di
libero scambio sudeuropea, senza dogane. In un’economia di mercato, pur
con le nostre irrinunciabili salvaguardie dei lavoratori (la legge che
garantiva ai lavoratori delle industrie privatizzate il 60% delle
quote. Ndr), ogni paese avrebbe avuto spazi più ampi di manovra,
mercati più vasti. Un’ottima soluzione anche prima di un ingresso
nell’UE. Per gli americani era una minaccia. Anche Fatos Nano, il
premier albanese, era d’accordo per l’apertura delle frontiere alle
persone, alle merci, alla normalizzazione. Mi disse: il Kosovo è un
problema interno della Jugoslavia, non negoziabile. Nel sud-est le cose
si sarebbero potute risolvere in pace e cooperazione. E’ stato un forte
segnale d’allarme per i destabilizzatori e un mese dopo il ministro
degli esteri francese, Hubert Vedrine, espresse gravi preoccupazioni
per la sorte del Kosovo. Perché, se non era preoccupato neppure Fatos
Nano? E subito dopo la Germania si mette ad organizzare e armare i
gruppi criminali. Nel 1988 iniziano a sparare a poliziotti, forestali,
magistrati, postini, bombe nei caffè, nei mercati. Abbiamo reagito come
tutti avrebbero fatto. Alla fine del ’98 l’UCK era finito. In TV si
vedevano camionate di armi UCK consegnate alla polizia. Ma arriva
Holbrooke e insiste sulla spedizione di personale armato. Rifiutai
ovviamente e ci accordammo sulla missione di osservatori dell’OSCE,
solo civili. Appena Holbrooke ametteva che il problema era risolto, il
giorno dopo lo riapriva: erano arrivate nuove istruzioni da Washington.
Ma in Kosovo tutto restava calmo, alla presenza di 2000 osservatori
Osce, centinaia di membri della Croce Rossa, giornalisti, diplomatici.
Poi il criminale William Walker (capo dell”OSCE. Ndr) si inventò la
strage di Racak, successivamente smentita da tutti gli investigatori.
Fu il pretesto per Rambouillet e per l’aggressione. Quando il nostro
giurista Radko Markovic definì il diktat “spazzatura”, James  O’Brian,
assistente della Albright, si inalberò: “Come può dirci questo? Non si
rende conto che il testo è stato preparato da colui che ha elaborato il
testo per l’indipendenza tibetana?” Ho detto tutto.”
Chiedo a Milosevic se anche la distruzione della Jugoslavia faccia
parte del processo di globalizzazione. “La distruzione del mio paese è
la dimostrazione che non esiste la globalizzazione, ma solo un nuovo
colonialismo. Se si trattasse di vera globalizzazione, cercherebbe
l’integrazione, su basi di parità, di popoli, culture, religioni. Si
sarebbe preservata la Jugoslavia, che aveva messo in atto la formula
migliore. Se le nazioni, gli stati, i popoli fossero trattati da
soggetti pari, non conquistati, stuprati, se il mondo non dovesse
appartenere a una minoranza ricca, che deve diventare più ricca mentre
i poveri diventano più poveri, si avrebbe la giusta globalizzazione.
Non si è ma vista una colonia svilupparsi e conquistare la felicità. Se
si perdono l’indipendenza e la libertà, tutte le altre battaglie sono
perse. Gli schiavi non prosperano”.
“Eppure a condurre la guerra sono stati i governi di sinistra,
socialdemocratici, europei”.
“La disinformazione e manipolazione sono purtroppo penetrati anche
nelle sinistre, dato che oggi in Europa abbiamo solo sinistre false.
Blair, Schoreder, Jospin, D’Alema sono forse di sinistra? Perché Kohl è
stata rimosso  con il solito sistema degli scandali? Perché rifiutava
di sottomettere la Germania totalmente al controllo USA. Questi qua,
invece, sono disposti a fare da sciuscià. Gli USA sono penetrati nelle
loro strutture politiche e dunque mediatiche. Sono state
paradossalmente le sinistre a bombardarci. Con i greci di Mitsotakis,
per esempio, c’era un’intesa più rispettosa che con l’amerikano
Papandreu. Quanto agli italiani, ho poco da dire. Non si sono molto
adoperati per avere un dialogo con noi. Sono rimasti nell’ombra”
Chiedo a Milosevic giudizi su paesi e personaggi in qualche misura
all’orizzonte della crisi jugoslava. “La Cina? Ci sostiene
discretamente e indirettamente, ma si occupa dei fatti suoi. I cinesi
sono calmi e pazienti. Dicono di aver bisogno di cent’anni per
competere con le potenze imperiali. La Russia è stata distrutta
dall’amerikano Gorbaciov. Ingenui i russi se pensavano che la
devastazione si sarebbe fermata ai loro confini. Ora, forse, c’è
qualche segnale di ripresa. Ramsey Clark, l’ex-ministro statunitense
della giustizia  e leader dei diritti civili, è un grande combattente
per la pace. Quando iniziò la guerra Iraq-Iran, la crisi degli ostaggi,
Clark chiese a Kissinger cosa si aspettasse da quella guerra. La
risposta fu “che si uccidano a vicenda”. La storia si ripete: guerra
tra slavi e tra slavi e musulmani perché si indeboliscano, si uccidano,
sgomberino il campo. Basta guardare al Kosovo, alla Cecenia, al
Daghestan, alla Macedonia. Ora gli USA si sentono minacciati da Putin
(sul nome del presidente russo Milosevic alza dubbiose sopracciglia.
Ndr), dalla Moldavia, dalla Bielorussia, dall’Ucraina. Li considerano
tutti minacce all’Occidente solo perché hanno iniziato a muoversi verso
sinistra e a curare con maggiore responsabilità i propri interessi.
Molte cose stanno cambiando. La gente si sveglia dall’ipnosi che gli
aveva fatto credere che il suo futuro dipendesse da FMI e Banca
Mondiale. Hanno rubato alla Russia centinaia di miliardi e poi
vorrebbero negoziare crediti a tassi d’interesse da strozzino. Questa
Russia ha un potenziale enorme. Deve liberarsi delle mafie nutrite
dall’Occidente che ne governano l’economia. Putin se ne rende conto e
questo spiega  tutte le sue recenti iniziative internazionali. La
Russia deve mandare al diavolo il Fondo Monetario i cui schemi servono
solo a distruggere quel paese”.
“Certa sinistra europea l’ha accusata per le privatizzazioni”.
Nella nostra costituzione tutte le proprietà sono garantite: statali,
sociali, cooperative, private. Il grado di privatizzazione dipende
dallo sviluppo dell’economia, dalle condizioni imposte dagli organismi
internazionali (che alla fine abbiamo rifiutato), dall’indebitamento e
dalla protezione sociale. Noi abbiamo cercato un equilibrio ottimale
nelle circostanze date. Abbiamo respinto una privatizzazione totale,
soprattutto dei settori strategici, per mantenerne il controllo
pubblico. Abbiamo assicurato ai nostri operai il 60% delle aziende
privatizzate e limitato al 40% i capitali nazionali o stranieri.
Nessuno in Europa lo ha fatto. Abbiamo dato molta terra ai contadini. I
10 ettari della precedente legge erano troppo pochi per una famiglia
nell’economia moderna. Ora gli ettari che si possono possedere  sono
160. Non è certo un latifondo.
Quanto alla Telekom, la mediazione di un miliardo e mezzo di un prezzo
che per noi era conveniente,  per gli italiani costoso, è andata per
metà a intermediari cechi. Noi non abbiamo visto un dinaro in termini
di mazzette. Quella somma ci occorreva per ricostruire un’economia
devastata dalle sanzioni che avevano determinato nel 1993 un’inflazione
del 350mila per cento. Entro il 1994 eravamo riusciti a ridurre
l’inflazione a zero. Il dinaro rimase stabile, l’inflazione sotto
controllo fino al l999. Eravamo in miseria, ma sani, e tra il 1994 e il
1998 il nostro PIL aumentò tra il 4 e l’8 per cento, più che in tutti i
paesi vicini, per quanto foraggiati. Ecco un’altra minaccia jugoslava:
non c’è un serbo che lavori in altri paesi, mentre qui vengono a
lavorare migliaia di rumeni e bulgari. Ne sono fiero.  Come sono fiero
della ricostruzione che in poco più di un anno questo paese ha saputo
fare. Oggi ci sono i black-out continui, allora neanche uno.

“Presidente, l’accusano spesso di aver accumulato tesori in banche
estere, anche se alcuni sospettano che si trattava di conti che
servivano ad aggirare l’embargo e nutrire la popolazione”.
“Già, due anni fa Holbrooke mi annuncia:”La Svizzera ha congelato i
suoi conti”. Gli risposi che gli avrei subito firmato la donazione di
tutti i miei fondi svizzeri. Del resto la massima autorità finanziaria
svizzera ha dichiarato di non aver trovato traccia di miei averi in
quel paese. L’unico conto che possiedo è qui in una banca e serve a
ricevere il mio stipendio. Ora si parla di Cipro, ma anche lì non hanno
trovato niente e hanno fatto arrabbiare molto i ciprioti”.
“Presidente, nutre fiducia nel futuro? Le circostanze sembrano a lei
molto sfavorevoli. Si parla di un arresto imminente. Lo hanno chiesto
gli USA.”
“Credo di poter nutrire fiducia. Tutto dipende dalla linea politica del
nuovo governo, da chi vi prevarrà e da come reagirà il popolo quando
capirà di essere stato ingannato e impoverito. Il gruppo dirigente è
molto diviso. Kostunica è meglio degli altri, pare voglia difendere gli
interessi nazionali, ma è debole e non ha la maggioranza nella
coalizione. Vedremo cosa ne verrà fuori. Noi intanto lavoriamo al
rafforzamento del partito, nostra unica difesa, e alla presa di
coscienza della gente. Sentiamo che il nostro punto di vista si sta
diffondendo tra operai, contadini, clero. Siamo invalidati dalla quasi
totale mancanza di mezzi d’informazione. Abbiamo un solo quotidiano.
Tutti i media sono controllati dalla DOS, altro che democrazia. Una
volta un giornalista in TV ha preso a criticare questa  blindatura
dell’informazione. Hanno immediatamente interrotto le trasmissioni. Con
noi non era mai successo”.
Milosevic mi congeda con calore. “Grazie per l’informazione corretta”.
E aggiunge con forza: “Never give up”, forse in inglese perché suocera
intenda: arrendersi mai. Poi mi richiama per una citazione di Madeleine
Albright, la segretaria di stato di Clinton, riferitagli dal
giornalista del New York Times, Steve Erlander. Esclamò Albright: “Ma
come, Milosevic ha accettato il risultato delle elezioni? E’ il colmo,
non è possibile! Lo avevamo incriminato apposta di tutti quei delitti,
per dieci ergastoli, onde non rinunciasse a nessun costo al potere. E
adesso questo se ne va… Non è una vittoria, questa”.  Poi, con un
sorriso amaro, mormora una raccomandazione: “Non è vero che avessimo
saputo del bombardamento della nostra televisione. Hanno incarcerato
Dragoljub Milanovic, l’ex-direttore, per questo. Proprio lui che era
rimasto fino a pochi minuti prima delle bombe. Come se uno potesse
sapere il minuto secondo del botto. E’ una delle tante infamie di Carla
del  Ponte per coprire il crimine del bombardamento sui giornalisti.
Non dovevano esserci? E lei in guerra non terrebbe presidiato il mezzo
di comunicazione più immediato per avvertire le popolazioni, chiamare
soccorsi, provvedere a  mantenere operativo il sistema di comunicazione
d’emergenza? Quei ragazzi erano tutti  volontari. Li ha uccisi la Nato.
Come ha fatto uccidere tutti i miei più cari e validi collaboratori
facendo passare gli omicidi come guerre di mafia”.
E qui Slobodan Milosevic abbassa gli occhi. Adesso pare un po’ piegato.

Fulvio Grimaldi

Fonte: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/878

Una versione abbreviata di questa intervista e’ stata pubblicata
sul “Corriere della Sera” dell’1/4/2001

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:27

LIBIA, ULTIMA BATTAGLIA —– CHI HA PAURA DI KHALIFA HAFTAR ?.

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/04/libia-ultima-battaglia-chi-ha-paura-di.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 8 APRILE 2019

 

Biscazzieri e bari

Nel paese del milione e mezzo di tossici da gioco d’azzardo, dei 70mila minori dipendenti, dei 19 miliardi spesi per il gioco, dei107 miliardi raccolti, delle 366.399 slotmachine,  delle 55.824 videolottery e delle 529 concessioni tra sportive, online, bingo, lotto e lotterie, volete che non ci siano e trionfino i bari? E’ un’intuizione facile. Basta  leggere nel giornale di oggi, prima, i dati allarmanti dei biscazzieri e delle loro vittime e, poi, i resoconti allarmatissimi sulle vicende di una Libia a rischio di essere unificata, diononvoglia, addirittura militarmente. Anatema, dopo che, negli 8 anni dalla frantumazione del più ricco e avanzato paese dell’Africa, tanto si era fatto per tenerlo diviso e spartito tra i vari interessi che, dopo averlo cucinato, si apprestavano a divorarlo.

Bari allora, quando ci trascinavano per i capelli alla guerra raccontandoci che Gheddafi bombardava la sua gente (e io ero proprio nel punto dove sarebbero cadute le bombe e non c’era che un tranquillo mercato), che allestiva fosse comuni e tutti vedemmo un cimitero normale con fosse scavate per morti normali, che rimpinzava di viagra i soldati libici perché stuprassero meglio le donne libiche (Save the Children, Ong ripresa da tutti), mentre io incontravo ragazze del liceo che, con i loro compagni, si addestravano alla resistenza. Bari oggi, quando ci terrorizzano con una Libia nel caos per colpa del “feldmaresciallo” militarista, mentre sul caos dai loro padrini militaristi, provocato dal 2011 in qua, ci hanno costruito traffici di petrolio e migranti.

Perché da quando il colonialismo è colonialismo, l’imperialismo è imperialismo, la Nato è Nato e il PNAC è PNAC (Piano per il Nuovo Secolo Americano dei Neocon), se non riesci a farne un boccone, del soggetto da abbattere, ne fai spezzatino. Approfittando del caos che, in mancanza di vittoria, ti sei lasciato dietro e che andrai potenziando. Così abbiamo visto nella recentemente rivisitata Jugoslavia, spezzettata in almeno sei frantumi; nella Serbia, cui hanno epurato e poi strappato il cuore kosovaro; nella Siria, con un terzo, etnicamente pulito, affidato dagli Usa prima all’Isis e poi ai curdi; nell’Iraq, dove però è andata buca l’operazione califfato, ma aleggia ancora quella della spartizione tra sciti e sunniti; e da noi, dove quelli delle “autonomie differenziate” vanno spaccando l’Italia per mettersi a disposizione del nuovo Sacro Impero franco-tedesco.

Haftar, unità della Libia in vista

Ora salta fuori quel generalone di Khalifa Belkasim Haftar, già comandante di Gheddafi nella guerra persa in Ciad, esule negli Usa, rientrato dopo l’impresa di Sarkozy, Cameron, Obama e del nano da giardino Berlusconi e per niente d’accordo, né con il proposito di costoro e dei loro successori, di dividere il paese in tre, né di decidere loro a chi e quanto gas e petrolio vadano. Per cui si è messo a capo delle forze armate, Esercito Nazionale Libico, che obbediscono all’unico governo legittimo, quello eletto e insediato a Tobruk.

E qui tocca puntualizzare un tantino, rispetto al quadretto che i bari in Occidente, e con particolare diligenza i nostri, ci impongono sulla situazione istituzionale della Libia. All’inizio del 2014, con un colpo di mano, i Fratelli Musulmani, sconfitti in Egitto, esautorano la maggioranza parlamentare nazionalista, laica e federale e impongono la Sharìa. A giugno, nuove elezioni decretano il trionfo dello schieramento laico e nazionalista, che decide di trasferire la Camera dei Rappresentanti  a Tobruk, nel frattempo liberato in gran parte dal generale Haftar dagli elementi islamisti, nell’intento di avvicinare la Cirenaica al resto del paese, Tripolitania e Fezzan al Sud. I Fratelli Musulmani si impongono a Tripoli, si definiscono Governo di Accordo Nazionale, si avvalgono dell’arrivo dei jihadisti di Al Qaida e Isis da Turchia e Qatar e governano poco più della città, grazie a una pletora di milizie, peraltro in lotta continua tra loro, in uno spietato arraffa arraffa di quanto lo spolpato paese può ancora offrire tra contrabbando di petrolio, prelievi dalla Banca Nazionale e traffico di migranti in combutta con le note Ong.

Riconoscere chi è stato eletto? Quando mai.

Chi si affretta a riconoscere un legittimo rappresentante della Libia? Coloro che ne avevano operato la distruzione? Cioè il mondo della democrazia rappresentativa, quello fondato su libere elezioni e sui diritti umani e civili? Quelli che si definiscono “comunità internazionale” (leggi Nato) e che mettono le loro ipocrisie al riparo dell’ombrello dell’ONU? E non riconoscono forse l’unico parlamento e rispettivo presidente, Aguila Saleh, legittimati da elezioni regolari, tra l’altro meritevoli di encomio per essere l’unica forza politica e militare che combatte l’estremismo terrorista patrocinato dalla Fratellanza e che ha portato in Cirenaica un’accettabile ordine economico e sociale, con tanto di terminali petroliferi, concentrati sulla costa della  Cirenaica fatti mettere in azione dalle rispettive compagnie, oltre alla NOC libica, l’ENI e altre?

Figurarsi!  Sono i colpevoli di aver messo i bastoni tra le ruote a chi prospettava i suoi successi su spartizione e caos. A coloro che, quanto meno, puntavano sul proconsolato di un governo controllato  dai Fratelli Musulmani che, fin dagli anni venti, sono i fiduciari del Regno Unito e dell’Occidente colonialista nel contrasto al panarabismo laico e socialista. Sono i nostalgici di una dittatura che ha riaccolto la componente gheddafiana, sociale, politica e militare, giustamente epurati da quelli di Tripoli, gli amici della Sharìa, che ne avevano condannato a morte, o al carcere, tutti gli esponenti, fino all’ultimo maestro di scuola pubblica. Figurarsi! Con il Tribunale Penale Internazionale che, dopo Muammar, aveva voluto incriminare anche Saif al Islam Gheddafi, il figlio maggiore, per crimini contro l’umanità. Sono i detriti revanscisti che ora arrivano a parlare di Said come possibile candidato alla presidenza!

Figurarsi! Sarebbe un controsenso nell’inappuntabile logica dell’imperialismo. Come nel caso dell’Egitto, con i Fratelli musulmani di Morsi e rispettive milizie terroriste, la scelta non può non cadere su chi obbedisce, promette spappolamento dell’unità nazionale con conseguente subalternità strutturale agli interessi che nel 2011 si erano avventati sul bottino. La scelta non poteva non cadere su Fayez Al Serraj, proclamatosi presidente di quanto di islamista era rimasto a Tripoli, e sul suo pseudo-parlamentare entourage. Lo traghetta a Tripoli una nave italiana, sulla quale rimane bloccato per l’impossibilità di entrare in una capitale in preda alle bande islamiste. Grazie a spartizioni di varia natura garantite ai capibanda, riesce ad assicurarsi l’appoggio, per altro costantemente a rischio, di alcune e, soprattutto, della più attrezzata ed esperta milizia della città Stato di Misurata. Riesce così a spostare il suo “governo” in un albergo della capitale e ad assicurarsi il controllo di qualche quartiere e di alcune località lungo la costa verso la Tunisia. Quelle che hanno in mano il business dei migranti e dei rispettivi campi di raccolta. E, di conseguenze, la collaborazione con le Ong e i ricatti nei confronti dei paesi di sbarco.

La mia Libia

Durante la guerra, nella primavera del 2011, ho trascorso due lunghi periodi in Libia. L’ho percorsa in lungo e in largo incontrando di tutto: studenti, mercanti, politici, giornalisti, lavoratori, donne, combattenti, insegnanti, migranti africani.  Ero a Tripoli quando cadevano i missili e le bombe partiti da Sigonella e sfracellavano case, ospedali, scuole per disabili, centro di solidarietà araba e africana, infrastrutture, depositi di viveri, porti e aeroporti. Da est avanzavano i jiahadisti e le forze speciali dei vari paesi Nato. Con mezzi infinitamente inadeguati, Gheddafi, l’esercito, le forze popolari resistevano. Ma si era tutti consapevoli che l’assalto di mezzo mondo contro il più renitente, ma anche il più pacifico, dei paesi africani sarebbe finito come è finito. Ciononostante, ovunque la gente, la popolazione, dichiarava con assemblee, presidi, corsa alle armi, soccorso civile, la sua lealtà alla Jamahirja, la sua fedeltà a Gheddafi, poi trucidato come Hillary Clinton voleva. Non c’era dubbio che questo popolo sapeva chi fossero i nemici. Tanto è vero che quelli li hanno dovuti importare tutti quanti.  E non se l’è scordato.Tanto è vero che, almeno da qualche informatore estero, si apprende che la marcia di Haftar, fino  a circondare Tripoli da tutti i lati in due o tre giorni, dopo aver liberato il Sud del Fezzan e della Tripolitania, con i rispettivi grandi giacimenti, è stata ovunque accolta dal giubilo della popolazione.

Misurata, un inferno vero

Ho anche avuto esperienza di Misurata. Una città in mano a una dozzina di oligarchi cui i rifornitori Nato avevano prestato particolare attenzione. E anche i celebrati Medici Senza Frontiere, lì installati. Mai li ho visti, tra Somalia, Iraq e Siria, dalla parte delle vittime dell’Occidente. Efferata nei confronti dei “gheddafiani”, anche solo contro chi non intendeva partecipare, la milizia di Misurata dava a questi la caccia, li catturava, torturava, stuprava le donne e le faceva a pezzi. Quello,sì, un vero inferno di cui nessuna Ong, con i  rispettivi corifei medatici, si è mai scandalizzata, ma di cui potete trovare agghiacciante testimonianza nel mio documentario “Maledetta Primavera – Arabi tra rivoluzioni, controrivoluzioni e guerre Nato”.

I misuratini si sono poi confermati un’eccellenza nel mercenariato assoldato dai nostri pacificatori nella successiva pulizia etnica dei libici neri, quelli di cui Gheddafi aveva proibito si chiamassero “neri”, Tawergha era una città vicina a Misurata, popolata interamente da libici neri, provenienti dal Sud del paese. Sono stati massacrati a migliaia dai prodi miliziani della città-Stato, un bagno di sangue senza precedenti in Libia, dopo quelli del maresciallo Graziani. Oggi le forze di Misurata costituiscono l’estrema possibilità per Al Serraj di non essere spazzato via e per il progetto colonialista di spartizione del paese di non vanificarsi.

Non va bene chi libera i rifugiati?

Fa riflettere che sulle nefandezze in Libia contro i neri, non solo di Tawergha, non si senta un sospiro, una deprecazione, al cospetto degli orrori negli attuali campi di raccolta ossessivamente denunciati da coloro che, per alimentare il traffico di persone, hanno bisogno di quegli orrori. Strano, visto che in tutti quei campi sono ormai presenti sia l’UNHCR, sia l’OIM, enti Onu per i migranti, che non si riesce mai a vedere, sui sanissimi giovanotti in arrivo l’indelebile marchio della tortura e delle privazioni e che per molto meno attribuito – falsamente – a Gheddafi, sulla Libia si scatenò l’apocalissi della “comunità internazionale”. Strano, anche, che proprio coloro che cercano di farti rizzare i capelli all’idea che i naufraghi “salvati” possano essere riconsegnati ai loro aguzzini in Libia, oggi siano, “manifesto”  come “Repubblica” e tutti gli altri sicofanti dell’accoglienza, in prima fila ad agitare la “minaccia del generale Haftar”. Non hanno udito la sua promessa di eliminare dalla scena tutti i 3000 terroristi che a Tripoli, tra le altre opere buone, trattengono i migranti nei loro “lager”? Non dovrebbe suonargli bene una tale annuncio? Forse no.

Dialogo per dividere, lotta per unire

Dal cripto-colonialista “manifesto”, ai giornaloni e alle televisionone dei magnati in combutta con il revanscismo coloniale, è tutto uno stracciarsi le vesti per essersi persa in Libia la burletta del “dialogo” (ricordate il “dialogo” per la pace in Palestina?), invocata e complottata in vertici e conferenze, e di essere passati alla tanto brutta opzione militare. Che tanto brutta non era quando si trattava di rimuovere un tizio che ai popoli del mondo aveva insegnato che si può vivere indipendenti, sovrani, liberi e con il consenso del popolo. E anche felici, grazie a istruzione, salute, casa, mezzo di trasporto, reddito, acqua potabile, gratuiti, tutti assicurati da una strepitosamente equa distribuzione della ricchezza. Tutti accompagnati – questo era più inaccettabile dell’insieme delle altre magagne anticapitaliste – dal futuro di un continente unito e reso padrone delle sue risorse e sovrano dalla sua moneta. Ci pensano quelli che, in sinergia con gli spogliatori economici e militari dell’Africa e del Medioriente, oggi coltivano l’accoglienza senza se e senza ma? No, non ci pensano. Provate a chiedergli un’opinione su Gheddafi (che di migranti ne ospitava due milioni, con pari diritti dei cittadini, ma investiva anche nei paesi dai quali i migranti non avrebbero mai voluto andar via).

Resta da meditare su cosa potrà succedere. Non v’è dubbio, a dispetto degli orchi bene armati di Misurata, che Haftar e il suo Esercito Nazionale Libico (altro che “milizia”, è la forza armata di un parlamento eletto democraticamente) delle sbrindellate e affamate milizie tripoline si farebbero un boccone. Lo faranno? Alla luce delle posizioni geopolitiche manifestatesi c’è da dubitarne. Si sa che la Francia, che sa fare i conti, da tempo sostiene Haftar, che pure l’Italia, pur dando idea di traccheggiare, con Conte, si è sbilanciata verso Tobruk. Che è sostenuta da Russia, Egitto, Arabia Saudita. Emirati. Il resto dell’Occidente sta a vedere cosa succede. Al Consiglio di Sicurezza tutti si sono espressi in favore di una sospensione delle ostilità. Russi e cinesi, probabilmente, per mantenere le apparenze.

A metà mese si sarebbe dovuta tenere la grande conferenza internazionale di tutte le parti, promossa dall’ONU. E poi elezioni. Di cui si sa fin d’ora chi le vincerà, Per cui i fantocci e le loro milizie non le vogliono. E Haftar? Prendere Tripoli con la forza e assicurare a sé e ai libici una nazione riunificata, contro tutti i piani di chi ha dato il via a questa storia? Oppure presentarsi alla conferenza dalle posizioni di forza acquisite (vedi mappa), e imporre comunque la fine della divisione, del cancro islamista e un rapporto con l’esterno che imponga di trattare con una Libia riunita da quella che, giustamente, è chiamata “Operazione Dignità”? Questo è il problema.

Intanto Tripoli sembra la Saigon della disfatta: gli americani che, dall’ambasciata  si arrampicano sulle scalette degli elicotteri, mentre scalciano verso il basso a cacciare i collaborazionisti terrorizzati. Per primi, da Tripoli, sono partiti, raccolti da una portaerei, i Marines. E’ stato il segnale del fuggi fuggi generale dei bonzi di Serraj. Non c’è che dire, è un bel vedere.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:57

PARLA IL MINISTRO DEGLI ESTERI DI MILOSEVIC ——- SERBIA: VITTIME, CARNEFICI E LORO VIVANDIERE ——- IN MARGINE A UN CONVEGNO A FIRENZE

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/04/parla-il-ministro-degli-esteri-di.html

MONDOCANE

SABATO 6 APRILE 2019

Una Serbia che non muore

Zivadin Jovanovic  ha 80 anni, ne dimostra venti di meno, da viceministro degli Esteri fino al 1998 e poi ministro fino alla caduta del governo nel 2000, è stato protagonista e testimone serbo, accanto a Slobodan Milosevic, dell’intera vicenda jugoslava e balcanica. Oggi è il protagonista della custodia, rivendicazione e propagazione della memoria di quanto fatto alla Serbia dalla Nato. Contro le turbe di occultatori e mentitori, è anche il combattente della verità sui Balcani e sulla Serbia di oggi e sui complotti che l’Occidente insiste a tessere a danno di sovranità, integrità e autodeterminazione della Serbia. Alto, snello, dritto e determinato, come uno di quegli abeti rossi che nel Sud Tirolo svettano verso la luce del sole, ha appena organizzato, nel XX dell’aggressione Nato e nel LXX della fondazione dell’Alleanza Militare Atlantica, l’ennesimo  convegno internazionale del Forum di Belgrado per un Mondo di Uguali, da lui presieduto e al quale ho avuto il privilegio di partecipare. Ve ne ho riferito in  www.fulviogrimaldicontroblog.info: Convegno internazionale a vent’anni dall’aggressione – “DIMENTICARE?  PERDONARE?  MAI !” Inviato sotto le bombe, testimone di oggi.

Ci siamo trovati fianco a fianco, in amicizia e causa comune, grazie al modesto contributo che ho potuto dare da responsabile del “Comitato Ramsey Clark per la Jugoslavia” e poi da portavoce, insieme a Enrico Vigna, del “Comitato Milosevic”, che si batteva per la liberazione del Presidente della Federazione Jugoslava e della Repubblica Serba, e per la demistificazione delle menzogne che ne volevano giustificare l’arresto e il processo da parte di un tribunale-farsa.

Le trombe degli eserciti

Jovanovic mi ha concesso l’intervista sull’oggi dei Balcani, sottoposto a nuove minacce da parte degli stessi criminali di ieri e di sempre. La leggerete più avanti. Prima, mi vorrei soffermare brevemente sul contributo che alla tragedia serba hanno fornito quelli che chiamerei “vivandiere”, o “corifei”, dei carnefici. Coloro che, pur passando per oppositori dell’opzione guerra, per “sinistri”, pur lamentando bombe e uranio, ne hanno avvallato gli obiettivi, spesso nel nome della democrazia, dei diritti umani e del dittatore da abbattere. Quella volta e tutte le successive.. Una genìa che non ha mai smesso di prosperare e che, oggi come non mai, rappresenta una conventicola clerico-sinistra di amici del giaguaro e utili idioti per i Grandi Vecchi dei genocidi. Il manto fatto di  buonismo, di carità, solidarietà, democrazia, diritti umani e civili, inserito nel guardaroba dell’epistemologia imperialista, continua a fornirgli copertura e credibilità.

Se ne registra la comparsa sia nell’ante, quando si tratta di condividere calunnie e falsità dell’aggressore, lastricandone la strada; sia nel post, dove ci si può permettere di piangere sui piatti rotti, ma senza mai smentire l’iniziale assunto mistificatorio. Ciò vale per l’operazione global-neoliberista e neocolonialista di spostamento e confusione dei popoli, come per le varie guerre per le quali quella della Serbia – “colpa degli ultranazionalisti, pulitori etnici, dittatori (solo Milosevic, però) del Balcani” – ha fornito il precedente e il modello, con effetto di progressiva normalizzazione di efferatezze belliche, regime change, sanzioni e conseguente passivizzazione dell’opinione pubblica.

Sotto questo cielo, striato di scie tossiche (stavolta vere), a Firenze, vittime, loro difensori e vivandiere del carnefice, sono stati riuniti, all’insaputa dei più della prima categoria, per una grande kermesse per il  20° della frantumazione delle Serbia e il 70° della fondazione Nato. Per un obiettivo assolutamente da condividere, la lotta alla Nato, hanno partecipato alcuni tra i più intemerati assertori della verità e della denuncia, come lo stesso Jovanovic, il canadese prof. Michel Chossudovsky, Diana Johnstone, saggista euro-americana e tra coloro che più a fondo hanno guardato nel pozzo delle mistificazioni e dei delitti Nato, Paul Craig Roberts, analista Usa, Peter Koenig, analista svizzero. Gente davanti alla quale tutti, non solo i patrioti serbi, devono togliersi il cappello. Gente che ha costituito il plotone di esecuzione politico e morale di mandanti ed esecutori. Tra i relatori degni di attenzione da molti anni, per la profonda e onesta osservazione dei fatti balcanici (seppure spesso presente su una rivista come “Limes”), va citata anche Jean Toschi Marazzani Visconti.

Ma, incredibilmente, perfino preponderanti, accanto ad alcune delle più valide e coraggiose figure dell’informazione corretta e della battaglia per la verità sui Balcani, il battaglione delle vivandiere delle armate con i cingoli e le bombe all’uranio, alla grafite, a grappolo, degli spargitori di veleni perenni attraverso la disseminazione di sostanze chimiche conseguenti a bombardamenti assolutamente intelligenti. Cosacce deprecate, è ovvio, “restiamo umani”, no? Ma che l’altro ieri, ieri e fino a stamattina, non hanno ritirato quanto, da corifei dell’inganno, del rovesciamento dei fatti, avevano avallato: Milosevic macellaio ultra nazionalista, dittatore, repressore delle opposizioni e dei media e pulitore etnico in Kosovo, i serbi tutti in preda a fanatismo nazionalista ed etnico, gli albanesi del Kosovo perseguitati e massacrati, Mladic e Karadzic sterminatori di bosniaci fino all’eccidio di Srebrenica. E intanto correvano a Sarajevo, “città martire” per colpa dei serbi, a straparlare di un assedio  serbo che decimava civili. Erano due le parti in conflitto, ma sono stati i 130mila serbi a essere cacciati, sostituiti dai jihadisti importati dal despota vero, Izetbegovic e di quell’altro fascista, il croato Tudjman, pagati dai sauditi, ma definiti vittime della Grande Serbia di Milosevic. Jihadisti poi ritrovatisi in centinaia in Siria.

Acrobati tra pace e guerra: deprecare i bombaroli e condividerne le ragioni

Uno Slobo iperdemocratico, che tollerava le bugie e i sabotaggi dei media di Soros e Cia , libere elezioni, rivoluzioni colorate in piena aggressione, con libertà d’azione per la Quinta Colonna esterna (Casarini e i suoi centri sociali, i pellegrini di Sarajevo) ed interna (Donne in Nero, monarchici, Otpor, Zoran Djindjic, poi premier per grazia di Washington, che da Vienna indicava ai raid di D’Alema e Clinton gli obiettivi serbi da disintegrare). Io stesso ho potuto incontrare, sotto le bombe, in una sala di governo in pieno centro di Belgrado, dirigenti politici e sindacali d’opposizione , compreso il famigerato Srda Popovic di Otpor (da allora utilizzato in tutti i colpi di Stato), che si vantavano di essere sostenuti dalle “democrazie occidentali”, CIA e NED in particolare.

Il Comitato No Guerra No Nato, che fa capo a Giulietto Chiesa, organizzatore del convegno, ha ritenuto di mettere a fianco di chi ha subito o denunciato i crimini Nato (e dei fantasmi degli oltre 4.000 civili che ne sono morti, delle generazioni di avvelenati da uranio e chimica), coloro che hanno lastricato la via dell’inferno accreditandone le bugie. Manca Casarini, impegnato in mare per impresa analoga a quella di Belgrado, quando è corso ad abbracciate i giornalisti di Soros di Radio B-92. Manca Adriano Sofri, che s’inventò, reiterando la menzogna, due bombardamenti serbi sulle donne al mercato di Sarajevo, poi provati colpi dei bosniaci. Manca Alex Langer, che a Lotta Continua allestiva “processi del popolo”  contro devianti e poi si erse a santone della non violenza, ma sui serbi invocò le bombe.

Ma molti altri ci sono: Tommaso Di Francesco, vicedirettore del “manifesto”, che incontrai mentre gironzolava per Belgrado, mandava a Roma notizie sul despota Milosevic e ribadiva, ancora oggi, sia la “contropulizia etnica” inflitta agli albanesi, sia  la terribile balla di Srebrenica (*). Un suo collega in mestiere e spirito, Salvatore Cannavò, cestinava miei reportage sui profughi Rom del Kosovo, accolti a Belgrado e sistemati nelle ottime case del quartiere della loro etnia, perché tornavano “troppo a favore di Milosevic”. Poi tutti i pacifisti, nonviolenti, protettori dei poveri musulmani di Bosnia, assertori della naturale malvagità dei serbi come constatata a Sarajevo, o biasimatori dei fanatici nazionalisti eredi di Tito: i comboniani con Zanotelli che scriveva: “Una Europa che in tutti questi anni e’ stata incapace di fare una politica seria per i Balcani lasciandola fare solo agli interessi economici, egemonici o imperial, quando proprio l’Europa, dentro la Nato, Germania in testa, era fautrice ed esecutrice della tragedia balcanica. Insieme al papa di Zanotelli, postosi a vessillifero della distruzione.

“Sarajevo, la Gerusalemme d’Europa”

Alberto Negri, allora del Sole24 Ore e ora del “manifesto”, sempre dalla parte di chi è schiacciato da “dittatori”. Oggi denuncia la “minaccia” di Haftar che sta investendo Tripoli. Quella del generale Haftar è l’unica forza nazionale legittima, emanata dall’unico parlamento eletto, sostenuto dai gheddafiani. Ovunque arrivi, viene festeggiato dalle popolazioni patriottiche, salvo che dai jihadisti di Misurata, quelli dello sterminio della popolazione nera a Tawarga, cari al fantoccio Serraj e alla “comunità internazionale”. I religiosi dei Beati Costruttori di Pace, i preti e le suore di Pax Christi (“Sarajevo, la Gerusalemme d’Europa”), soliti a tornare sul luogo del delitto per ribadire le coltellate alla schiena della Serbia, accompagnati anche da questo papa che non si è mai dolto, anzi, del bellicismo del predecessore in armi, ma ne ha ribadito le ragioni. Delle quali l’apparentemente meno complice, ma più infingarda, era e rimane quella che mette tutti sullo stesso piano, croati, bosniaci, albanesi, serbi, Clinton, e poi immerge le mani nella bacinella di Ponzio Pilato. Ma che la pulizia etnica fosse fatta dai serbi, e mai più dagli albanesi sostenuti da Soros e da Madre Teresa fin dagli anni ’60, e poi dai trafficanti di droga e organi dell’UCK, nessuno di questi l’ha mai messo in dubbio.

Neanche la Tavola della Pace, invitata al convegno, ha avuto mai dubbi in proposito. Il suo leader Flavio Lotti, ultimamente visto a fianco dei “ribelli” anti-Assad, è uno che marcia per la pace sottobraccio al bombardiere D’Alema e che ha avallato, senza un attimo di dubbio, ogni campagna diffamatrice inventata dall’imperialismo per far fuori regimi e paesi disobbedienti. Qualche martellata ai chiodi nelle tombe di Milosevic, Saddam, Gheddafi, dei serbi, iracheni, libici, siriani, l’ha data anche lui. Con particolare accanimento.

Ma la ciliegina su questa torta è stato il deus ex machina Michail Gorbaciov, tuttora in vita, con un suo epocale messaggio. Poteva esserci un più splendido coronamento dell’iniziativa che la parola, a quanto pare riguadagnata grazie a qualche borbottio sugli eccessi militari Usa, tra una conferenza multimilionaria e l’altra, tra Boston e Los Angeles, di questo supremo costruttore di ponti tra banche e multinazionali Usa e le macerie dell’URSS?

Gorbaciov e Bush Sr

Concludo. E’ a questo che si arriva quando, come qualcuno ritiene si debba fare, si inalbera il vessillo italiota del volemose bene, dell’uniamoci tutti, anche se del panorama complessivo si condivide solo un albero e del bosco nient’altro. Tocca far numero, anche se poi  qualcuno dei commensali sporca la tovaglia in modo indelebile.  I “poveri bosniaci” sostenuti e compianti da certi commensali di Firenze, hanno avuto lo stesso ruolo dei curdi in Siria. Mercenari al servizio di un progetto nazionicida e sociocida dell’imperialismo USA-UE. Pure in questo caso strumenti consapevoli dello squartamento di un paese democratico, socialista, multiculturale, multietnico, multiconfessionale, antimperialista. Con il risultato, in Siria per ora fallito, di una costellazione di satelliti inoffensivi, subordinati, fuori dalla Storia.

Chissà se  al convegno di Firenze, Tommaso Di Francesco avrà avuto l’occasione di ripetere a colui che è stato per 8 anni l’uomo della politica estera di Milosevic, Zivadin Jovanovic e oggi custodisce la memoria di quelle vicende, che il suo presidente era un despota che praticava “contropulizie etniche”  in Kosovo e che i suoi serbi uccisero 8000 persone a Srebrenica.

Serbi, con voi non abbiamo finito: Grande Albania e altro

Passiamo all’oggi. Nuovi nuvoloni si addensano sulle terre europee degli slavi. Alla Serbia, circondata da frammenti di Jugoslavia diventati Stati Nato, o alla Nato infeudati e inseriti nel corteo armato che Usa, UE e Nato stanno muovendo contro la Russia, si continua a non perdonare di essere stato l’unico paese ad aver avuto ragione, di continuare a non aderire alla Nato, di traccheggiare sull’inserimento-subordinazione alla UE, di denunciare i crimini dell’aggressore e di coltivare rapporti, alleanza e amicizia con la Russia di Putin. Tsipras, il rinnegato greco, accedendo alla nuova denominazione di “Macedonia del Nord” del vicino  settentrionale, ha dato il via libera all’accesso di Skopje ai due grandi concerti della democrazia, della pace e della sovranità popolare: Nato e UE. Manca un altro passo decisivo per la destabilizzazione-normalizzazione dell’assetto dei Balcani uscito dalla guerra Nato: la Grande Albania.

La riunione in un unico Stato, inesorabilmente atlantista e islamista, di “tutte le terre su cui vivono albanesi”, formula che imperversa da Tirana a Pristina, dal Montenegro alla Macedonia del Nord, alla Grecia e alla Serbia e che riecheggia quella di Hitler relativa alle terre su cui c’erano tedeschi, dovrebbe essere il prossimo passo. Comporterebbe la mutilazione del Montenegro, la cui parte meridionale è popolata da Greci e albanesi, della Macedonia, in cui gli albanesi sono disseminati ovunque, ma anche i greci, e della Serbia, che annovera una minoranza albanese nella valle di Presevo. E si può immaginare con quali conseguenze: maggioranze che diverrebbero minoranze, sul modello tragico e feroce dei serbi sopravvissuti a Mitrovica, in Kosovo, alla pulizia etnica dell’UCK.

Trattative molto opache su uno scambio di territori, sotto l’egida delle potenze vincitrici, si sarebbero svolte tra Vucic e il narcos Thaci, presidenti rispettivamente di Serbia e dello pseudostato kosovaro, a latere di questo progetto imperial-albanese con griffe Nato. Vucic le ha disconosciute, forse sotto la pressione di un’opinione serba che in quasi tutte le sue componenti, rifiuta ogni cedimento sull’identità storica serba del Kosmet. E il milione di profughi dalle terre sottratte alla Serbia e da questa ospitato, un decimo della popolazione attuale, non glielo consentirebbe mai.

Del resto, con un Kosovo in cui Mitrovica Nord popolata da serbi passerebbe alla madrepatria e in cambio vi entrasse la valle serba popolata da una minoranza di albanesi, le istituzioni serbe che, bene o male, in Kosovo convivono con quelle albanesi a Pristina, cesserebbero di esistere e le restanti enclavi serbe sparse su tutta la regione sarebbero alla mercè di chi in Kosovo ha bruciato 230 monasteri, cacciato 300mila tra serbi (di cui solo 1% sono rientrati), Rom e altre nazionalità, fattosi portinaio della più grande base Usa d’Europa e principale ponte per il passaggio  della droga afghana in Europa.  Il Kosovo riceverebbe il riconoscimento degli 80 Stati che finora lo hanno rifiutato. Un abominio non meno gravido di disastri di una Grande Albania nel ruolo di Israele in Medioriente. Alla Serbia occorre lo spirito del suo popolo e una mano da Putin e Xi Jin Ping.

(*)Sempre su Srebrenica articolo interessante: http://informare.over-blog.it/2014/07/il-massacro-di-srebrenica-un-altro-falso-pianificato-con-cura-dagli-americani.html
La cosa più interessante è l’esistenza di un “rapporto redatto sui fatti di Srebrenica da una commissione speciale del governo della Republika Srpska” che “pur ammettendo che sporadici episodi di giustizia privata e di vendetta sommaria possono aver avuto luogo ai danni della popolazione musulmana, evidenzia come fu proprio la presenza sul campo e la determinazione del generale Ratko Mladić a scongiurare il reiterarsi di tali circostanze”. Rapporto che guarda caso non è mai stato tradotto dall’ONU che ha preferito farne redigere una propria versione.

Mia intervista a Zivadin Jovanovic


La UE e la Nato circondano la Serbia . Vi sentite isolati o fidate, per conservare sovranità e indipendenza, nel fronte alternativo di Russia e Cina?

Sono convinto che l’opzione migliore per la Serbia sia il mantenimento di relazioni equilibrate tra Est e Ovest, per restare libera e neutrale. Per questo occorrono buoni rapporti di vicinato con la UE e la Nato e, allo stesso tempo, l’espandersi della collaborazione strategica con Russia, Cina e altri paesi importanti. Ricordandoci che la Serbia non ha mai fatto parte di un’alleanza militare, una tale politica rispetterebbe sia le esperienze storiche della Serbia , sia i profondi mutamenti attuali nei rapporti globali.

Cosa si ripromettono le manifestazioni e i tumulti delle opposizioni contro il governo, con la loro curiosa combinazione di destre e sinistre. C’è qualcosa che ricorda il movimento del 2000-2001 di Otpor?

Non riesco a vedere alcun programma o visione coerente nell’opposizione serba. Alcuni dei capi lo erano anche con Otpor, per cui le affinità col passato non sorprendono. Sono la loro seconda natura. Altri leader sono detriti  della passata coalizione antisocialista e ripetono la formula del “nuovo accordo con il popolo”. Ma non spiegano cosa ne sia stato dell’accordo precedente, che avrebbero concluso con il popolo nel settembre 2000. A cosa puntavano quando, l’altro giorno, hanno fatto irruzione nelle redazioni della TV RTS (Tv di Stato), nel preciso momento in cui la nazione commemorava le vittime della criminale aggressione Nato di vent’anni fa e la Serbia è sottoposta a nuove pressioni perché riconosca il furto delle provincie di Kosovo e Metohija in cambio dell’entrata nell’UE, chissà quando dopo il 2030!

Viviamo in un’epoca in cui globalizzazione, militarizzazione, finanzcapitalismo totalitario attaccano la base stessa della sovranità e autodeterminazione delle nazioni e infrangono ogni legge e trattato internazionali. Quale sarà il futuro e ci sono forze che sapranno resistere?

Il nostro futuro è incerto e contiene molti rischi, compreso il pericolo di un conflitto globale. La “Sacra Trinità” del capitalismo liberista multinazionale, la strategia del dominio e la Nato come suo strumento sono la principale fonte delle minacce alla pace e alla stabilità. A partire dall’aggressione Nato del 1999 alla Jugoslavia, il principio militarista nel processo decisionale ha occupato tutte le sfere della vita politica, economica e sociale. Nell’UE, ad esempio, infrastrutture civili come ferrovie, autostrade, ponti, aeroporti, dovranno in futuro soddisfare standard militari. Paesi membri devono anche reclutare imprese che garantiscano la sicurezza nazionale, ma sottratte alla trasparenza del libero mercato. Aggiungiamo a ciò l’assoluto disinteresse per i trattati internazionali, la nuova corsa alle armi, comprese le nucleari, la proliferazione di basi all’estero, soprattutto nelle regioni della “nuova Europa”, abbondano i motivi di preoccupazione e per chiederci dove siamo diretti. Un nuovo ordine mondiale, fondato sul multipolarismo apre spazi alla democratizzazione delle relazioni internazionali, al partneriato e a una cooperazione win-win. Le forze della pace dovrebbero evolversi, rafforzarsi e unirsi, al fine di fermare la globalizzazione di guerre, sfruttamento e povertà. Media di massa indipendenti sono chiamati a sostenere questi obiettivi e sforzi.

Kosovo-Metohija e Grande Albania: una nuova minaccia per i Balcani e l’Occidente. Come affrontarla?

La questione di Kosovo e Metohija può essere risolta soltanto rispettando i principi base del diritto internazionale. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244 (1999) garantisce la sovranità e integrità territoriale della Serbia, che della Jugoslavia è il successore legale, e autonomia essenziale alla provincia di Kosovo e Metohija all’interno della Serbia. Premere sulla Serbia e perfino ricattarla, come fa l’Occidente, per legittimare il furto di territori dello Stato, significa caricare un potenziale conflitto di conseguenze incalcolabili. Questa problema non può essere affrontato solo dal punto di vista degli interessi geopolitici dei grandi paesi occidentali, nel quadro della loro “espansione ad Est”. Per una soluzione equa e sostenibile il processo negoziale deve includere anche Russia e Cina, vale a dire tutti i membri permanenti del CDS. Non dobbiamo dimenticare che vi sono molti “Kosovo” in lista d’attesa sul continente euroasiatico.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:50

VENEZUELA-SIRIA, TAV- EASTMED, SECESSIONE DEI RICCHI-REDDITO DI CITTADINANZA… O SI MUORE. —– AL CROCEVIA DEL DESTINO

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/03/venezuela-siria-tav-eastmed-secessione.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 12 MARZO 2019

Potevano essere indotti ad accettare le più flagranti violazioni della realtà, poiché non hanno mai pienamente compreso l’enormità di quanto da loro si pretendeva e non erano abbastanza interessati ai fatti pubblici per accorgersi di cosa stava succedendo”. (George Orwell)

Di questioni che ci impongono a scegliere fra due o più strade in direzioni divergenti, perché sono in grado di determinare il nostro presente e futuro, dopo che è stato alterato e travisato il nostro passato, ce ne sono molte. Mi sono limitato a considerarne, a volo d’uccello, alcune, quelle che mi paiono al momento le più pressanti.

Siria e Venezuela: non è fatta!

Vedo buontemponi che si fregano le mani  convinti che in Siria, se non alla vittoria completa di quel popolo, dei suoi alleati e della sua dirigenza, con relativo riequilibrio geopolitico, si sia quanto meno alla sconfitta di assalitori e loro mercenari. Quando gli assalitori covano progetti elaborati nei decenni, in buona parte realizzati, dotati di forza militare (nucleare) e mediatica senza pari, decisivi per il loro ruolo e i loro obiettivi nel mondo, e dunque irrinunciabili, nessuna partita si può dire vinta, anche se nemmeno persa. E di mercenariato, tra masse alienate e alla canna del gas, ce n’è una fonte inesauribile.  Colonialismo e neoliberismo ne sono prodighi.

La stessa schiatta di fiduciosi nelle “magnifiche sorti e progressive”, ma ignari del pessimismo cosmico leopardiano, passato un mese dalla grottesca epifania di un teppistello da angiporto, però addestrato da Otpor a Belgrado e dalla National Endowment for Democracy (leggi CIA) a Washington, sottovalutando la psicopatologia dei mandanti e la determinazione dei banchieri sulle loro spalle, crede che basti la mancata defezione dei militari e il sostegno popolare maggioritario per affermare la vittoria di Nicola Maduro e della resistenza bolivariana. Magari restando un tantino interdetti per i tre micidiali colpi cibernetici che hanno annientato il funzionamento energetico del paese.

Il primo dei quali subito smascherato come atto bellico Usa dalla rivista “Forbes”, ma, prima ancora, in quanto annunciato, a 2’40” dal suo verificarsi, dal vaticinatore per il presidente venezuelano della stessa fine di Gheddafi, Marco Rubio, uno di cui andrebbe messa in discussione la natura umana. Con ogni evidenza, la guerra per cancellare dalla faccia della Terra la realtà bolivariana e l’intera emancipazione latinoamericana è appena iniziata. E se il moloch ripete con accanimento “tutte le opzioni sono sul tavolo”, sa quel che si dice e il blackout in atto si può definire l’inizio della guerra (economica) totale.

Chi vince prende tutto

Di crocevia della Storia, in entrambi i casi si tratta. Qui (ma anche in Afghanistan, Yemen, Libia, Iraq, Iran, Ucraina, Corea del Nord, Europa) alcuni miliardi di esseri umani sono coinvolti in un processo che li pone al bivio tra la fine dell’uomo voltairiano e socratico, e l’uomo del consumo-autoconsumo, abbarbicato alla slotmachine, o affogato nello smartphone, con zero altre opzioni o diritti. Ma anche tra esproprio totale e fine dell’uomotout court. E, meglio ancora, tra mafia e padrini, definitivamente elevati al rango di governo globale, e quanto ci resta di sovranità dell’individuo, sublimata in sovranità di popolo e Stato.

O vince l’imperialismo USA (con l’appendice junckeriana UE e del neofeudalesimo tirannico dei detriti antistorici sauditi), strumento dei finanzdittatori del mondialismo, o resiste uno straccio di potere del diritto, come emerso dai bagni di sangue della storia con il Trattato di Westfalia e poi la Carta dell’ONU. O il governo della legge, o l’arbitrio di chi si arroga il diritto di imporre gli interessi del proprio 1% al resto del pianeta vivente. Tipo tagliandoti le mani se non ottemperi alle sanzioni all’Iran, ti incammini sulla Via della Seta, sposti denaro dall’alto al basso, non accetti di fare da bersaglio alle rappresaglie missilistiche russe a missili Usa, o non riconosci un turpe fantoccio emerso dal  laboratorio di pendagli da forca per rivoluzioni colorate e colpi di Stato, inaugurato a Belgrado contro la Jugoslavia e ricaricato a molla ovunque occorresse.

Camere a gas 2.0

Il TAV non serve a nessuno, se non alle mafie degli appalti e loro padrini politici, è il doppione di una ferrovia esistente, ma costa/rende 20 miliardi e la devastazione di Prealpi e Alpi, con relativa umanità, fauna e flora. L’Eastmed, il gasdotto ora all’esame del governo, sarà il più lungo del mondo, con 1.500 km subacquei che passano su faglie sismiche e vulcaniche, costa 12 miliardi di euro (in effetti il doppio) e fornisce appena il 5% della domanda europea (contro il terzo fornito a prezzo più basso dalla Russia), coinvolge Israele, Cipro, Grecia e Italia e sbocca, come il TAP, in Puglia. Taglia fuori Turchia, Libano, Siria e Palestina (Gaza), che si affacciano sugli stessi giacimenti del Mediterraneo Orientale. Cerca di ridurre il ruolo della Russia. Ma elimina dal gioco soprattutto l’Egitto e l’ENI, possessori del giacimento più vasto e fornitori più ricchi, meno costosi e a noi vicini. Dal che si capisce meglio, sia l’operazione Regeni, che la spaventosa guerra terroristica lanciata contro l’Egitto dai Fratelli Musulmani (Isis) a nome dei concorrenti.

TAV, TAP, Eastmed, Italia hub del gas europeo, trionfo del fossile e sacrificio della nostra residua integrità ecologica nel tempo in cui incontrovertibili studi e conseguite evidenze ci lasciano 10 anni perché l’inizio dell’estinzione di massa (già in atto per il 40 % dei vertebrati e per molto di più degli insetti), sia irreversibile. Grazie all’energia fossile siamo stati capaci di arrivare a fine agosto avendo già esaurito quanto il pianeta può fornire in un anno. Non c’è un vertice sul disastro climatico e sulle morìe che provoca, tranne quello di Kyoto, dove personalmente ho visto gli Usa, con l’ambientalista Al Gore, bloccare l’obbligatorietà dei vincoli, che imponga sanzioni agli Stati che non raggiungono i già tardivi e minimalisti obiettivi di riduzione dei gas serra e di consumo del suolo. Abbiamo un piede sospeso sul baratro, ma i padrini della criminalità organizzata politico-economica si costruiscono bunker e isole buenos retiros. E ricercatori Frankenstein ben pagati cercano tecnologie per spegnere il sole due ore al giorno, o raccogliere le alluvioni in innaffiatoi.

Sbloccare i cantieri o bloccare le frane?

Lo sfessante e ormai ridicolo rinvio della decisione sul TAV, per sentire francesi ed europei che sanno benissimo  come tutto il Corridoio 5 non esista più e fare quel buco serva solo a bastonare gli sconvenienti 5 Stelle, finirà in parlamento. Qui il da sempre finto bipolarismo si tradurrà in perfetto monopolarismo, come del resto su tutto ciò che conta (Atlantismo, Israele, Venezuela, Via della Seta, trivelle, affari, malaffari), e il TAV finirà,.anzi partirà, come il TAP e l’ILVA. Di Maio ha detto: “Noi le infrastrutture le vogliamo fare, anche quelle nuove” e tutti i gialloverdi si riempiono la bocca dello “Sbloccacantieri”, eco tonitruante del renziano “Sbloccaitalia”. Mica hanno detto “Qui tocca rifare l’Italia”. Dissestata, inquinata, franata, siccitata, alluvionata, cementificata, soffocata, con i ratti che impazzano e gli esseri umani che stanno a guardare. E a morire. C’è uno che lo dice. Si chiama Costa e fa il ministro dell’ambiente, come nessuno l’aveva fatto prima. Al crocevia non va lasciato solo.

Fare o disfare l’Italia

In compenso qualcuno ha detto, anzi ha bisbigliato, dato che ancora le plebi non hanno saputo niente, che l’Italia va… disfatta. E qui siamo a un altro crocevia  del destino, dalla scelta irrinunciabile. Speravamo in un nuovo bipolarismo: 5 Stelle da una parte, tutti gli altri, come loro natura e le rimpiante larghe intese bancarie comandano, dall’altra. Invece siamo al monopolarismo con frange. E siccome noi di signori abbiamo i signorotti di provincia, il nostro nuovo feudalesimo subimperiale si articolerà in piccole unità monovernacolari, monoculturali, monofiscali, insignificanti e inoffensive sulla scena europea e mondiale, con la classica vocazione dei microbaroni e microprincipotti italioti: Francia o Spagna purchè se magna. Nel caso si tratta di Francia e Germania. E gli altri?Un volgo disperso che nome non ha.

E questi che governano, lo stesso custode della Costituzione, di cui il valore più alto è l’unità d’Italia, si rendono meritevoli delle misure che la Patria prevedeva per alto tradimento Perciò lo fanno di soppiatto. Come ladri nella notte. E nessuno, né tantomeno Salvini, gli spara.

Al bivio tra Via del Padrino e Via dei picciotti

Resta un ultimo bivio tra la via al mondo dei gangster e quella al mondo degli umani, con il loro indispensabile corredo animale, vegetale, ambientale. Non s’era mai visto, dopo gli uomini saggi e buoni di Neanderthal, che il flusso della ricchezza dalla terra agli uomini e, tra questi, da quelli bassotti a quelli altotti, cambiasse verso, dall’alto verso il basso. Attimi, in migliaia di anni, si sono avuti dopo il 1917, qua e là nel mondo. Ma è durato poco. Poi quattro stenterelli, intestatisi le stelle, ci hanno riprovato. Un piccolo esperimento, capace però di fare da innesco, soprattutto alla consapevolezza che il trasferimento dal basso verso l’alto non era necessariamente nella natura delle cose. E per cinque milioni di italiani hanno invertito la corrente. E’ successo il finimondo. Anatemi, scomuniche, roghi (mediatici) Come quando Copernico (15°secolo D.C), informatosi da Aristarco di Samo (terzo secolo A.C), asserì che la Terra girava intorno al sole. E non viceversa, neanche se è sulla Terra che era venuto Gesù bambino.

E fu il reddito di cittadinanza. Quello per i fannulloni sul divano. Quello del suo più nevrastenico oppositore. Tale Roberto Ciccarelli che, a disco rotto, ha ripetuto 127 volte l’esorcismo: “sussidio di povertà impropriamente detto reddito di cittadinanza”. E’ uno che vanta tutti i crismi della credibilità: sull’11 settembre ha sepolto sotto sberle e sputazzi oltre 3000 scienziati e tecnici che non erano proprio d’accordo con il racconto di Bush. Scrive sul “quotidiano comunista” . Quindi i soldi per i poveri gli vanno proprio di traverso. All’incrocio, non ha esitato un attimo.

Possiamo esitare noi che siamo il 99% e abbiamo la scelta tra il padrino, che infila popoli tra i tondini delle fondamenta dei suoi edfici e quelli che mafiosi non sono.  Ci facciano un pensierino colui che si chiama con termine antipatizzante “capo politico” e la polvere di stelle che lo segue. Al crocevia, che strada sceglieranno, dato che la scelta di Salvini, e dei suoi compari nel monopolarismo, chierici del pensiero unico, quello del padrino, la conosciamo bene?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 23:00

“BUCHI NERI DELLA SIRIA”. O BUCHI NERI DEL GRANDE GIORNALISTA?

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/03/buchi-neri-della-siria-o-buchi-neri-del.html

DOMENICA 10 MARZO 2019

 

Pubblico un mio commento ai due articoli sulla Siria inviatimi da un amico di provata competenza.

Non ho mai capito come esperti di geopolitica e attenti osservatori delle questioni mediorientali, di cui si occupa il giornalista citato nei due commenti che riporto, abbiano potuto dare a esso credito di indipendenza e alterità rispetto alla stampa main stream.Sempre interno ai media di regime, prima al “Sole24Ore” e ora al “manifesto”, questo esperto di politica estera è un autentico campione della rappresentazione della realtà in chiave di vero/falso, di quelli particolarmente abili, ma anche trasparenti all’occhio collaudato. Il credito viene dal saper mescolare verità scontate con elementi spuri. A questi  si è portati a credere perchè, appunto, affiancate da verità riconosciute.

Nel pezzo sul “manifesto”, richiamato dall’amico Jure, solito campionario di ambiguità e di rappresentazioni in chiave di vulgata ufficiale, i passaggi rivelatori sono parecchi. Non per nulla il vicedirettore del quotidiano, Tommaso Di Francesco, riprende ed esalta il pezzo di Negri nella prima pagina del numero successivo. Atto dovuto per uno che ha rappresentato il meglio del “manifesto” al tempo della Jugoslavia, quando  lacrimava sui bombardamenti Nato e, al tempo stesso, gli spianava la strada parlando, alla tedesca e americana, di “Milosevic despota” e di “ultranazionalismo serbo”, accentuando poi la mistificazione con l’accredito offerto all’infame menzogna di Srebrenica.

Curdi? I bravi ragazzi della pulizia etnica

Si inizia con riferimento alle FDS (Forze Democratiche Siriane), mercenariato degli Usa al 90% curdo, con irrilevanti presenze assoldate da minoranze della zona. A definirle “curdo-arabe” gli si vorrebbe dare una legittimazione inter-nazionale e occultarne il ruolo, vuoi di ascari degli invasori occidentali, incaricati di rimpiazzare l’Isis nello squartamento della Siria, vuoi di unici buoni sulla scena, in quanto, rispetto al “regime”, “progressisti”,  “femministi”, “federalisti”, “ecologici”, “democratici” (nulla di più delle caratteristiche proprie, ma vere, delle forze patriottiche siriane). Nulla è detto della pratica di queste formazioni di espellere  dai centri abitati arabi coloro che non si piegano al loro potere, all’occupazione di case ed edifici pubblici, alla presa in possesso e allo sfruttamento degli impianti petroliferi e delle coltivazioni di Stato siriano e privati.

Si prosegue con la notizia di “6 miliziani delle forze scite” fatte fuori dall’Isis nella vicina Makmour, in Iraq, quando si tratta delle “Forze di Mobilitazione Popolare” irachene, a composizione totalmente inter-etnica, che sono state decisive nell’affiancare l’esercito di Baghdad nella disfatta dell’Isis (a dispetto del costante, documentato aiuto in materiali e armi fornito ai jihadisti dagli Usa e denunciato ripetutamente dalle FMP e dagli stessi parlamentari di Bagdad). Questi “miliziani” (termine che li dovrebbe apparentare ai terroristi) sono definiti “sciti” nell’intento propagandistico che vuole ridurre l’intero tentativo di ridisegnare il Medioriente in chiave colonialista a uno scontro religioso tra sfera scita e sfera sunnita.

L’aviazione della coalizione a guida Usa prepara il terreno ai curdi bombardando senza posa la zona ad est dell’Eufrate, come aveva fatto radendo al suolo Raqqa, provocando migliaia di vittime civili e distruggendo ogni vestigia storica, civile, infrastrutturale, con lo stesso scopo di ridurre all’inoffensività dell’età della pietra e allo spopolamento umano perseguito da Churchill sulla Germania della Seconda Guerra Mondiale. Di queste stragi degne, secondo l’ONU, della definizione di genocidio, non v’è parola nel pezzo dell’illustre analista. In compenso si evidenzia un’ “aviazione siriana che da giorni martella a Khan Shaykhun e Jisr Shughur, a sud e a ovest di Idlib”.  Brutti e cattivi bombaroli i siriani che lottano per far sloggiare il terrorismo turco-jihadista dal proprio territorio; taciuti  e dunque degni di silenzio, comprensione e attenuanti, gli invasori imperiali che spazzano via, più che i mercenari obsoleti, per insediare quelli moderni e presentabili, intere parti umane e materiali della Siria.

I curdi, ci informa Negri, alla luce delle incertezze sul restare o partire dei prosseneti americani, chiedono una forza internazionale di interposizione. Effettuata la pulizia etnica degli arabi siriani e allargato di cento volte il proprio territorio iniziale, sapendo che non saprebbero resistere nemmeno 24 ore allo scontro con l’Esercito Arabo Siriano, invocano i caschi blù, o qualcosa di simile, magari ascari del Golfo, per garantirsi la conquista e la frammentazione della Siria, progetto iniziale del colonialismo, mai abbandonato

Kurdistan siriano ieri e oggi

Non poteva mancare, nel racconto di Negri, la ribadita natura di “rivolta popolare contro il regime alauita” (notare: “popolare” e “regime”), che poi si sarebbe “trasformata in una guerra di procura contro l’influenza dell’Iran, vero motivo strategico del conflitto”. Ecco così purificata in rivolta popolare contro il regime una cospirazione imperial-colonialista, progettata da decenni, contro un paese laico, progressista, bastione antisionista e antimperialista, sopravvissuto alla distruzione di Libia e Iraq. Macchè, si trattava, per Negri, oltrechè di giusta rivolta popolare, di contenere l’espansionismo, detto “influenza”, dell’Iran. Un Iran assediato e minacciato da anni, in crisi umanitaria grave per via di sanzioni sociocide, che in Siria è intervenuto legittimamente, su richiesta di un paese aggredito da mezzo mondo, e solo dopo tre anni dall’inizio dell’assalto.

In tutto questo quadro non vi è una sillaba, neanche un pensierino nascosto tra le righe,sul fattarello che fin dal primo giorno della crisi, in Siria operava la marmaglia jihadista di Al Qaida, poi al Nusra, poi Isis, rastrellata in Libia, Marocco, Tunisia, Cecenia, Xinjang, repubbliche asiatiche, finanziata dagli illuminati governanti democratici di Saudia e Golfo, addestrata in Turchia e Giordania da turchi e marines, fornita di armi e assistenza sanitaria da Israele, arricchita dal furto di petrolio siro-iracheno tramite intermediari di Erdogan. E, naturalmente, spaventato il colto e l’inclita con l’affermazione, del tutto priva di fondamento, che oramai hanno vinto l’autocrate Putin, il regime di Assad insieme all’Iran, e ulteriormente terrorizzatolo con la denuncia che l’ideologia e le affiliazioni dell’Isis si sono diffuse ben oltre i confini del Medioriente, dall’Asia all’Africa, competenza, esperienza, e deontologia vietano ad Alberto Negri di ricordare che si tratta pur sempre di una fauna fiorita nelle serre seminate, coltivate dall’Occidente, da questo innaffiate, potate e portate a nuove fioriture. In caso contrario, che ne sarebbe mai dalla “guerra al terrorismo”, strumento indispensabile per la realizzazione del Nuovo Ordine Mondiale?

Ciò che invece al nostro attentissimo analista è incredibilmente sfuggito è proprio la notiziona del giorno. Quella che da 24 ore gira sulla rete ed è stata addirittura ripresa, a volte con malcelato orgoglio, dalla stampa occidentale, questa sì di regime. Ci siamo indignati perché i britannici si sono appropriati dei miliardi depositati dalla Libia nei loro caveau?  E poi, recentemente, che gli stessi illustrissimi banchieri della City abbiano requisito tonnellate di oro del fondo sovrano venezuelano? Gangsterismo? Ma no, pratica legittima, a protezione dei dirtti umani, delle democrazie colonialiste, dai tempi della Compagnia delle Indie e dello sbarco di Cristoforo Colombo “scopritore”.

Gangster e ladri

Ciò su cui l’esperto del “manifesto” ha sorvolato è di dimensioni ancora più grosse. Un sogno di Al Capone. Gli occupanti Usa in Siria hanno sottratto a quello Stato ben 50 tonnellate di oro. Lo affermano, non smentite, fonti dell’una e dell’altra parte. Comprese quelle locali. E’ successo nella provincia di Deir Ez Zor, a est dell’Eufrate, dove imperversava l’Isis e ora imperversano basi e forze speciali Usa e mercenari curdi.10 tonnellate erano stata rastrellate qua e là, dalle banche dei centri via via occupati. Ma ben 40, insieme a milioni di dollari in banconote, erano custoditi nell’ultimo presidio Isis ad al Baghuz. Il malloppo è stato consegnato ai militari statunitensi e portato via su elicotteri. In cambio, quelli dell’Isis e le loro famiglie hanno avuto quel salvacondotto che ha portato all’evacuazione da tutti vista nei notiziari dei tg. Ai curdi delle SDF sarebbe stato concesso una mazzetta, guiderdone per i servizi prestati.

Davvero un’altra tacca sul fucile dell’YPG, unità curde, e del giornalismo alla “manifesto”.

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La guerra infinita nella Siria dei «buchi neri»

Alberto Negri Il Manifesto

EDIZIONE DEL09.03.2019

PUBBLICATO8.3.2019, 23:58

Questa è la Siria dei «buchi neri», un conflitto con un campo gravitazionale così intenso che non se ne vede la fine. La guerra siriana proprio non si esaurisce all’orizzonte del modesto villaggio di Al Baghouz, sull’Eufrate.

Dove le forze curdo-arabe hanno assediato l’ultima sacca di un Califfato che a un certo punto controllava migliaia di chilometri quadrati a cavallo tra Iraq e Siria e la vita di quasi nove milioni di persone.

Al culmine della sua potenza ho potuto vedere sventolare la bandiera nera a 15 chilometri dal centro di Damasco, a 70 da quello di Baghdad, a 40 minuti di auto dalla capitale curda irachena di Erbil, a Makmour, dove proprio ieri l’Isis ha fatto fuori 6 miliziani delle forze sciite. E nella roccaforte dei curdi siriani a Kobane, nell’ottobre 2014, il vessillo di Al Baghdadi era di fronte, dall’altra parte della strada.

Dal buco nero di Al Baghouz vediamo emergere, insieme a centinaia di cadaveri di donne e vittime yazide nelle fosse comuni, i prigionieri dell’Isis e le loro famiglie. Le mogli dei jihadisti accusano ad alta voce gli americani di essere i veri massacratori del popolo siriano.

Qualche cosa di diverso mi racconta Lamya Haji Bashar la giovane yazida, premio Sakharov, ridotta in schiavitù dai jihadisti. «Le donne dell’Isis sono state quasi peggio degli uomini che mi hanno stuprato. Sono stata venduta cinque volte – racconta Lamya – e ogni volta picchiata, violentata e torturata dai miei aguzzini: gli uomini mi stupravano, le donne mi trattavano come un animale che striscia per terra». Il volto di Lamya porta le cicatrici di una granata esplosa mentre tentava la fuga ma i segni dentro la sua anima sono ben più profondi. «Vedo che oggi escono dall’assedio e chiedono di tornare a casa, mi domando se questa sia davvero giustizia: forse dovrebbero affrontare un processo alla Corte penale internazionale».

La guerra non finisce in questo lembo di terra siriana si Al Baghouz affacciata sul governatorato iracheno di Al Anbar – dove si stima ci siano ancora 5-7mila combattenti – per i seguenti motivi che elenchiamo:

1) A Idlib e nel Nord siriano _ 2,5 milioni di abitanti – ci sono ancora decine migliaia di jihadisti affiliati di Al Qaida, con stime variabili da 20mila a 40mila. La loro resa o ricollocazione è affidata all’accordo tra Russia, Turchia e Iran, ma non c’è ancora niente di deciso neppure dopo il vertice trilaterale di Sochi del 14 febbraio. L’aviazione siriana da giorni martella a Khan Shaykhun e Jisr Shughur, rispettivamente a sud e a ovest di Idlib, dove sono asserragliate anche le milizie filo-turche.

2) Continua il conflitto tra curdi e la Turchia. I curdi, considerati da Ankara dei «terroristi», chiedono una forza internazionale di interposizione mentre Erdogan insiste per ampliare la sua «fascia di sicurezza» dopo essersi impossessato del cantone curdo di Afrin: qui nelle scuole si insegna il turco e Ankara ha imposto la sua economia.

Il presidente turco ieri ha ribadito la minaccia di invasione e al contempo ha confermato la sua sfida a Usa e Nato con l’acquisto del sistema di difesa missilistico S-400 e per gli S-500 di prossima generazione. È chiaro che vuole il via libera di Putin, il quale nicchia, mentre tiene sulla corda gli americani.

3) Permane il vero motivo strategico del conflitto che nel 2011, da rivolta popolare contro il regime alauita, si è trasformato in una guerra per procura contro l’influenza dell’Iran, l’alleato storico di Assad, con il coinvolgimento della Turchia delle monarchie del Golfo e delle potenze occidentali che pur di abbattere il regime hanno sostenuto i jihadisti, come del resto ha affermato di recente il colonnello francese François-Régis Legrier nell’intervento sulla Revue de la Défense nationale, con grande disappunto delle Forze Armate.

4) Israele, che gli Stati uniti si ritirino o meno, continuerà i raid in Siria contro i pasdaran iraniani. Azioni militari che coinvolgono inevitabilmente gli Hezbollah, alleati di Teheran in Libano. Gli israeliani sono stati investiti da Washington del ruolo di guardiani della regione mentre anche Putin, che finora ha contato sugli iraniani, deve arrivare a un accordo sia con l’Iran che con Netanyahu che ha incontrato la scorsa settimana a Mosca.

Chi «tradirà» chi? Putin è il vincitore della guerra, insieme all’Iran e al regime di Assad, ma ha anche grandi interessi politici ed economici con Israele, la Turchia e le monarchie del Golfo: deve far fruttare, con la ricostruzione, una vittoria militare di prestigio ma assai costosa.

5) La fine territoriale dell’Isis non è la fine del jihadismo: continueranno azioni di guerriglia e l’insurrezione sunnita, tra Siria e Iraq, non è sepolta perché le rivendicazioni settarie restano sia in Siria che tra la minoranza sunnita dell’Iraq. Come non è certo evaporata sull’Eufrate l’ideologia dell’Isis che si è diffusa con le sue affiliazioni ben oltre i confini del Medio Oriente, dall’Asia all’Africa.

Una questione si lega all’altra, una guerra si lega all’altra. La fine dell’Isis, nel gioco degli specchi mediorientali, riflette il netto contorno di una sconfitta militare ma anche il destino tragico e precario di interi popoli e nazioni.

Aram Mirzaei for the Saker blog

Trump declares “victory” over ISIS but Washington’s foul plans in Syria are far from over

https://thesaker.is/trump-declares-victory-over-isis-but-washingtons-foul-plans-in-syria-are-far-from-over/

At the eve of the 8 year anniversary of the Syrian war, the battle for one of the last ISIS strongholds in Syria is still raging. The so called “caliphate” is on its last knees as US president Trump declares that “100 percent of ISIS ‘caliphate’ has been taken back.

Trump was of course only referring to the US coalitions “efforts” and didn’t even bother to mention that it is Syria and her allies that have done most of the heavy lifting. Nevertheless, he was right about ISIS losing all of the territories they occupied in Syria, but what happens now?

The US has for long declared that their presence (occupation) in Syria is mainly to fight ISIS, while sometimes also claiming to “prevent Iran from entrenching itself” in Syria. Of course any serious observer who has the slightest interest in Middle Eastern politics understands that this is a lie.

The US’ top priority has been from the beginning to save its masters in Israel from their day of reckoning. In the long run this objective is and has always been linked to the much greater plan of destroying the Islamic Republic, the only true threat to Israel’s continued existence. For years Washington has deceived and fooled a vast majority of the world’s population and “analysts” into believing that its presence in Syria is tied to “fighting ISIS”, while hiding their intentions to overthrow the Syrian government and destroying the Resistance Axis. Now, Washington’s true objective will resurface for everyone to see.

This goal has not been linked to a specific US administration but has been a very longstanding policy for decades no matter who’s the president.

Despite Trump’s bogus declaration back in December that the US is pulling out of Syria, Washington recently backtracked and declared it won’t fully withdraw its troops from Syria but will leave “400 peacekeeping forces”, making these soldiers an official occupation force as the last ISIS stronghold is about to be destroyed. This new situation leaves the US and European allies without any cloak of legality since the pretext of “counterterrorism” is no longer plausible.

But this should not come as a surprise to anyone. Only a fool would believe that the US has spent so much time and money on training and arming Kurdish militias to grab as much land as possible east of the Euphrates, just to let the Syrian government take all the land back in a deal with the Kurdish militias.

The continued US occupation makes any kind of reconciliation between the Kurdish militias and Damascus impossible. Now that the ISIS terrorists are gone, the future of the Kurdish militias remain very much at the hands of Washington. Where will they be used next?

Turkey has for long threatened to invade north eastern Syria as Turkish president Erdogan vowed to create a “safe zone” along the Syrian-Turkish border after a phone call between him and Trump. At the same time Trump has threatened Turkey to refrain from attacking its Kurdish proxies in that region. This contradictory situation became even messier when Moscow declared that it will not accept such a “safe zone” without Damascus approval, a highly unlikely outcome as relations between Damascus and Ankara remain very hostile.

To the northwest, jihadist group Hayat Tahrir Al-Sham has outmanoeuvred and taken over most of the other “rebel groups’” positions and now remains the sole powerhouse in the Idlib province. Turkey’s inability or rather lack of interest to remove these terrorists has opened up the possibility for a new Syrian Army offensive on the region. If history is to repeat itself, we should expect Washington to threaten Damascus to refrain from launching this offensive.

Meanwhile, voices are being raised in neighbouring Iraq, demanding US forces stationed near the Syrian border to leave the country. Despite the unlikelihood of US troops withdrawing from Iraq, such a scenario would give Washington even more incentive to hold on to its foothold in Syria.

Washington has recently showed a great obsession with Iran and will do its utmost to destroy the Iranian-Syrian alliance and to isolate Iran, making the Islamic Republic an easy target for Washington’s next planned “humanitarian intervention”. This is manifested through Washington’s strategic occupation of eastern Syria and the Al-Tanf region, located right next to the Iraqi border and close to the Golan Heights. This was further proven after President Assad’s surprise visit to Iran where Iranian officials revealed that Washington had offered Assad to back his presidency in exchange for him breaking ties with Tehran.

Terrorist forces in Syria may be on the verge of defeat, but their sponsors in Washington remain as dangerous as ever. The last chapter of the Syrian war is yet to be written.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 15:35

SECONDO GLI SCIENZIATI ATOMICI SIAMO A 2 MINUTI DALL’APOCALISSE……. SE SETTE GUERRE VI SEMBRAN POCHE, NE FACCIAMO ALTRE DUE

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/02/secondo-gli-scienziati-atomici-siamo-2.html

MONDOCANE

DOMENICA 17 FEBBRAIO 2019

Qui si parla dell’Iran. L’abbiamo girato in lungo e in largo, ne abbiamo conosciuto i giovani, gli operai, le donne, gli artisti, gli storici, i politici. Ne abbiamo visitato le bellissime città antiche, i siti archeologici. Ne abbiamo incontrato la sofferenza per le atrocità del terrorismo che colpisce alla cieca e delle sanzioni che puntano ad affamare per sottomettere. E’ un Iran civile e ospitale, il rovescio di quello che ci viene raccontato. Un paese che non ha mai aggredito nessuno. Ora lo vorrebbero annientare. Conviene conoscerlo per sostenerlo. Il mio docufilm “TARGET IRAN” ve ne offre l’occasione. Per sapere come riceverlo scrivete a visionando@virgilio.it.  Il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=haEQNk6gE8M&feature=youtu.be

Da discorsi dell’odio a fatti dell’odio

Quelli che, da quando li ha inventati Hillary Clinton e da noi li ha rilanciati Renzi, per poi passarli a Boldrini, onde ne coprisse paginate su “Repubblica” “Foglio” e “manifesto”, ci scassano le gonadi con la campagna contro i  “discorsi dell’odio”, gli hate speeches, se fossero onesti dovrebbero gettare un’occhiata su quanto è successo a Varsavia e ritirarsene con orrore. Dopo l’abbandono  USA del Trattato ABM già nel 2002, e ora di quello sui missili a corto e medio raggio (INF) che coinvolgono l’Europa e in vista dell’abbandono anche del trattato New START che scade nel 2021, siamo alla più demenziale corsa al riarmo nucleare dai tempi di Eisenhower. Una corsa che ha fatto spostare l’orologio degli scienziati atomici a 2 minuti da mezzanotte, dove era stato solo temporaneamente nel 1953 e nel 1960, nei momenti più acuti della guerra fredda.

Ma dei fatti dell’odio pochi si curano. Sono i discorsi che contano. E i discorsi dell’odio, i rancori, le invidie sociali, li facciamo solo noi. Noi che non sappiamo adattarci al migliore dei mondi possibili e non comprendiamo la bellezza e la bontà dei diritti umani esercitati sui fregati dalle banche, su coloro che producono a un costo più alto del ricavato, sui migranti che, tolti dall’inferno di casa loro e dei campi libici, vengono trasformati in cavernicoli della plastica, in formiche operaie e poi in torce umane, sui popoli da liberare dai “dittatori” che avevano liberamente eletti….Dopo averci negato la lotta di classe, anzi dopo averne promossa solo una, dall’alto verso il basso, hanno marchiato l’inverno del nostro scontento di “discorso dell’odio”. E Boldrini e Facebook stanno li, acquattati, pronti a coglierci in fallo.

Varsavia-Gerusalemme, vertici di una nuova coalizione RtP

A Varsavia, nei giorni scorsi, altro che “discorso dell’odio”. Dell’odio c’è stato una kermesse, un festival, una fiera, un’apoteosi. Ma nessuno la definira mai tale.  Essendo quei sentimenti tutti diretti contro l’Iran, sentina mondiale massima dell’odio, andavano classificati come “vertice della pace e della cordialità”. Ci si sono messi in tanti, i migliori: i quattro del Gruppo di Visegrad, fino a ieri brutti xenofobi sovranisti, i tre cavalieri dell’apocalisse trumpiana (Pence, vicepresidente, Bolton, Sicurezza Nazionale, Pompeo, Segretario di Stato), i tre semistati baltici, i sauditi con le grandi democrazie del Golfo  e, a coronamento, l’eccellenza assoluta dei buoni e pacifici sentimenti, Benjamin Netaniahu. Razzisti con antirazzisti, nazionalisti con globalisti, sovranisti con antisovranisti (colonizzati), semiti con antisemiti. Tutto fa brodo se ci si fa bollire l’Iran. Per fargli la guerra ci voleva la solita “coalizione dei volenterosi”, sa di “comunità internazionale”, l’ente che è buono per definizione. Quella che si assume la RtP, Responsibility to Protect.

Come potevano mancare i radicali!

E non finisce qui, giacchè pochi giorni dopo a Gerusalemme, la stessa compagnia dei buoni sentimenti torna a riunirsi per dare la limatina finale all’armageddon che dovrà abbattersi sull’Iran, definito, con umorismo necrofilo, “centro mondiale del terrorismo”, appena dopo aver subito un attentato costato la vita a 40 Guardie della rivoluzione (ultimo di una serie ininterrotta israelo-americana dal 1979 a oggi). Tutto questo serva da avvertimento all’arroganza di un paese che si permette di festeggiare, con tutto un popolo, salvo frange in vendita, i quarant’anni della sua uscita dal girone occidentale e da una tirannia monarchica che, quanto a ferocia repressiva, fa sembrare la Spagna di Torquemada un parco giochi per bimbi. Non per nulla, seguendo una vocazione congenita ai diritti umani, si sono precipitati a Parigi i radicali, ad omaggiare l’erede dell’ultimo Shah e farneticare insieme di ritorno della monarchia a Tehran. Gli iraniani, è evidente, non aspettano altro.

Come, del resto, i venezuelani che, dalle immagini presso di noi trasmesse, affluiscono in masse oceaniche a ogni fischio dell’autentico presidente. Quello che, dopo aver fatto saltare un po’ di teste di motociclisti chavisti sui cavi stesi attraverso la strada (tecnica delle guarimbas, ricordate), tanto è piaciuto a Trump e al veterano delle macellerie in Salvador, Guatemala e Nicaragua, Abrams, da nominarlo presidente del Venezuela. Come potevano, Mattarella e il suo portalettere Moavero, non essere d’accordo? Quanto alle immagini, vedrete prima un Guaidò  con un capannello di gente e poi, a stacco, un’immane folla. Guardate bene: c’è un sacco di rosso chavista. Vecchio trucco, facevano così anche con le dimostrazioni contro Assad.

Un po’ di photoshop

Sette guerre di Obama, altre due di Trump

 Qualcuno dovrebbe ricordare a Trump la lezione del maestro Von Klausewitz e, andando più indietro, del sommo Sun Tsu. Mai aprire due o più fronti. Ora, Obama ne ha aperti ben sette, tra piccoli e grandi, tra fatti condurre da terzi e mercenari e quelli condotti direttamente, con stivali sul terreno, o solo con guerra dall’aria: Afghanistan, Libia, Siria, Iraq, Yemen, Somalia, Ucraina. In quasi tutte queste ci siamo di mezzo anche noi, in quanto Nato. Guerre guerreggiate, al netto delle destabilizzazioni con rivoluzioni colorate, o regime change da colpi di Stato, che poi sono guerre anche quelle. Trump ha ereditato e continuato tutte queste guerre, anche se, ora, dalla siriana pare voglia tirarsi fuori, se quelli che lo portano al guinzaglio lo lasciano fare. Magari in cambio dei due nuovi fronti appena aperti: Venezuela e Iran.

Alla vista del protagonismo di un sovra-eccitato Netaniahu che, pressato da una caterva di inchieste per ladrocinio e corruzione suoi e della consorte, deve trovare la molla che lo proietti verso l’ennesima vittoria elettorale, c’è da porsi una domanda: è il cane americano che agita la coda israeliana, o è la coda israeliana che agita il cane americano? A favore della seconda ipotesi milita anche il fatto che senza il supporto degli evangelici statunitensi, difficilmente Trump sarebbe arrivato alla Casa Bianca. E per questi cristiani rinati la Grande Israele è in qualche modo la chiave  che aprirebbe i cieli alla seconda venuta di Cristo. Gente, questa, da non sottovalutare, come s’è visto in Brasile.

Grande Israele o mondo?

Vecchia questione, quella del cane e della sua coda, dalle risposte non univoche. Anche perché di sionismi non ce n’è solo uno. C’è quello ipernazionalista dello Stato per soli ebrei che punta all’impero dal Nilo  all’Eufrate e che poco si interessa al progetto del dominio globale sul mondo, tramite strumenti più economico-finanziari che militari, fondamento invece della strategia dell’altra componente. Che questi due scenari non si siano reciprocamente simpatici parrebbe segnalato anche da come lo speculatore George Soros, campionissimo del mundialismo, sia malissimo visto in Israele e dagli amici di Israele. Qualcuno dirà che vado farneticando quando individuo anche nel “manifesto”, gazzettino dello Stato Profondo in Italia, la linea sorosiana. Da sempre filo-palestinese e duramente critico di Israele, con un bravo corrispondente, Michele Giorgio, per tutto il resto e specialmente nelle sue pagine “culturali”, quasi per intero appaltate alla tribù, sostiene con passione le campagne del globalismo imperiale (migrazioni, terrorismi strumentali, “dittatori” e diritti umani, gender e femminismi, russo- e sinofobia, #metoo, Bonino, Hillary, Troika…)ù

Se forse qualcuno a Washington  si pone il problema che oltre ai conflitti minori, suscettibili alla peggio di causare diverticoli, due bocconi insieme. come Venezuela e Iran, possano anche strozzarti, non è questione che pare turbare Netaniahu. E’ l’unico da quelle parti che tiene l’indice sul bottone di 200-400 bombe atomiche. E ora che, intorno a questo arsenale ha fatto inginocchiare anche Arabia Saudita, Emirati, Kuweit, Bahrein, Oman, con i palestinesi accalappiati dal piano di pace Trump-Kushner che li riempierà di dollari in cambio della resa, tiene anche le spalle coperte.

Delle riluttanze europee, di cui a Varsavia non si sono visti né quelle del Sacro Romano Impero, e nemmeno delle loro periferiche marche, né Usa, né Israele terranno alcun conto. L’esercito comune franco-tedesco e la relativa industria delle armi sono di là da venire. Come parrebbe di là da venire la fiera risposta alle sanzioni Usa contro l’Iran, che l’UE aveva detto di voler dribblare.

Il trio di Astana a Sochi: prova e riprova….

La stampa nostrana parla di flop a Varsavia.Ne dubito, forse è un esorcismo di fronte alla prospettiva di una conflagrazione generale. Intanto sta in piedi, ed è nucleare, la Nato-arabo-israeliana. Di nulla di fatto si parla anche dell’altro vertice, a Sochi, con Putin, Rouhani ed Erdogan.  tenuto quasi in contemporanea, che vedeva riuniti per la quarta volta i tre brutti e cattivi, compreso quello preso di mira a Varsavia. Sotto le apparenze di concordia e serenità tra i tre protagonisti-concorrenti del conflitto siriano, si sono confermate le differenze tra Iran e Russia, in particolare sull’atteggiamento da tenere verso la sempre più impunita aggressività israeliana. E non si è fatto neanche un passo avanti sulla questione di Idlib, vasta provincia siriana  di cui i turchi hanno fatta una ridotta jihadista, affidata ad Al Nusra, Isis e altre milizie, spesso in lotta tra loro, ma che insistono, contro ogni accordo russo-turco di demilitarizzazione, ad attaccare la provincia di Aleppo. Ne si è venuto a capo di cosa fare della regione di confine, ora in mano ai curdi , ma di cui Erdogan, d’accordo con Washington, vorrebbe fare in profondità la sua “zona di sicurezza”. Ovviamente senza curdi. E senza Damasco.

Intanto i curdi, sotto forma di Forze Democratiche Siriane, assediano Baghuz,  l’ultima città in mano all’Isis, sul confine con l’Iraq, con copertura aerea Usa. Si tratta di territorio arabo siriano come quello di tutto il Nord Est, un terzo della Siria, occupato e pulito etnicamente dai curdi. Ai civili intrappolati a Baghuz e nei villaggi vicini, il governo siriano aveva fatto arrivare una colonna di soccorsi, da utilizzare anche per l’evacuazione. Ma i curdi l’hanno bloccata e rispedita indietro.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:21

PADRI DELLA PATRIA E PADRI SPIRITUALI…… VENEZUELA – IL GIULLARE AI RE: SIETE TUTTI NUDI!

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/02/padri-della-patria-e-padri-spirituali.html

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 6 FEBBRAIO 2019

 

“La pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” (George Orwell “1984”, la neolingua Socing). E quella di Trump, Guaidò e Abrams è democrazia (Sergio Mattarella).

In piena temperie rivoluzionaria, nel 1837, H.C. Andersen, scrittore danese che quelle temperie esprimeva in fiabe, scrisse “I vestiti nuovi dell’imperatore”. Che non erano né nuovi, né vestiti, ma un nulla confezionato da astuti ed eversivi sarti per fregare un imperatore, narciso fino all’idiozia, e un suo popolo, servile fino all’autolobotomia. Ma siccome l’inganno funziona solo da una certa età in poi, in mezzo alla folla osannante dove si panoveggiava il sovrano, un bambinello dalle facoltà intatte perchè non leggeva giornali, non vedeva tv ed era sfuggito alla Boldrini, esclamò “il re è nudo!”. Le scaglie mediatiche caddero dagli occhi del popolo che, fattosi cosciente della realtà, cioè populista e anche sovranista al posto del sovrano, diede il via alla rivoluzione. Che, infatti, via via, dagli anni ’30, nel 1848, nel 1870, si sarebbe diffuso tra un bel po’ di popolo.

Qui l’imperatore è riapparso vestito di panni democratici inesistenti, ma vistigli addosso, inconfutabile sicurezza, da vassalli, cortigiani, gazzettieri, augusti padri di patrie e padri spirituali futuribili santi. Tutti altrettanto ignudi, ma che nel giurare di vedere vestito l’imperatore, pensavano di convincere anche i loro di sudditi  a vederli adornati di porpore e zibellini. E ci riuscivano, sempre sorretti da banditori e scriba, illusionisti e saltimbanchi, e, con particolare efficacia, da coloro che affermavano di vestire gli ignudi per vocazione e professione: sinistri, Ong, Zanotelli, Ciotti, Strada, Comitati Pace, curdi, Peacelink, chierici vari. Finchè Bolsonaro non affoga nell’Atlantico barconi con venezuelani in fuga dal golpe amerikano, in America Latina va tutto bene.

 

C’è voluto uno, bambino al pari di quello di Andersen, ma con i capelli bianchi e la chitarra, artista come tutti i bambini prima di una certa età, a gridare di nuovo e con tutta la forza della sua musica, una voce più augusta, eletta e santa di qualsiasi bonzo, padre della patria o padre spirituale: “IL RE E’ NUDO!”.

E non è stato neanche tanto originale, giacchè non ha che ripreso il grido di milioni, dal Venezuela ai popoli latinoamericani, africani, asiatici, pentoloni a pressione su cui si affannano a tenere il coperchio coloro che vedono sete, damaschi e broccati addosso ai furfanti. Originale forse no, ma coraggioso  e temerario, visto quel che succede a chi dà del golpista ai golpisti, o rifiuta di suonare in Israele.

E’ Roger Waters, dei Pink Floyd, gruppo che ha inciso nella carne dell’Occidente le colpe dei suoi criminali e la bellezza e la forza delle sue vittime, ad aver lanciato quel grido, ad aver ripreso quello che i gabbatori tentavano di ricacciare in gola ai venezuelani (vedihttps://youtu.be/Vb_NDQpYyXc). E’ il grido di un solo uomo, ma se vi arriva alle orecchie, vi dissolverà frastuoni, schiamazzi e cacofonie di ogni genere e fonte, pure quelle che in questi giorni vi arrivano dall’arma di distrazione di massa delle ugole, unificate dal ruffiano e dall’inane, della kermesse di Sanremo (fatta eccezione per Daniele Silvestri e Rancore).

Una voce laterale, di quelle che seminano verità definite fake news dagli specialisti di fake news, il sito l’Antidiplomatico, lo ha fatto arrivare tra noi. Tra noi, smarriti, che vediamo le nudità dove sono e ci chiediamo, davanti a un golpe che più golpe di tutti quelli che sempre lo stesso paese, sempre sostenuto dagli stessi accecati dal bagliore di vesti inesistenti, va praticando da secoli, in che civiltà occidentale vivessimo, quale UE ci riunisse nel nome della democrazia e dell’autodeterminazione dei popoli, quale diritto internazionale e costituzionale garantisse noi e i cittadini in Venezuela e ovunque, che razza di informazione ci venisse propinata, quali capi di Stato conducessero il nostro paese e dove, quali padri spirituali ci indicassero la via del giusto e del bene.

Uno dei penultimi di questa serie, il custode primo della Costituzione, ci invita, “senza incertezze ed esitazioni”, ad assumerci la nostra responsabilità “per l’autentica democrazia” (Guaidò, Trump ed Elliot Abrams) e “contro la violenza della forza” (Maduro e quelli che vedete nel video). Apprezzabile coerenza: ai tempi dei suoi bombardamenti sulla Serbia era ministro della sedicente Difesa. Il più sommo di tutti, poi, impegnato negli Emirati Arabi, accanto all’altro monarca assoluto, a convincerci che è cosa santa e buona tacere su quanto l’altro fa inYemen e anche a buona parte dei propri sudditi, scontenti dei ceppi alle mani nel regno delle mille e una notte, anche lui ha scatenato le proprie truppe in tonaca e zucchetto rosso a fianco del “popolo venezuelano che soffre”. Soffre insieme a Guaidò, Trump ed Elliot Abrams. Di quest’ultimo, eccellenza del consorzio neocon a zanne sguainate e del PNAC, programma per il Nuovo Secolo Americano, pianificato in vista dell’operazione Torri Gemelle, si dirà dopo.

E se dovessimo rassegnarci a trovare conforto tra coloro che, pur non prostrandosi ai piedi dei terminator, gente che solo dai propri mercenari tagliagole dovrebbe essere applaudita, accetta il dileggio e la calunnia  contro Maduro, come prima contro Gheddafi, Assad, Saddam, Fidel, Lumumba, Ho Ci Minh, Sankara, Mossadeqh…tanti altri,  puniti per aver denunciato le nudità dell’imperatore, ebbene affideremo vita e coscienza alle mani di Ponzio Pilato. E all’acqua sporca della sua bacinella.

Ora l’imperatore ha messo il Venezuela nelle mani di Elliot Abrams. Come prima, altri imperatori, nudi e orrendi alla vista quanto questo, gli avevano affidato Guatemala, Salvador, Nicaragua. Quei popoli che ancora faticano  a riemergere dall’oceano di sangue in cui questo inviato di Washington li ha annegati (anche perchè qualcuno, tipo “il manifesto” nel caso del Nicaragua, si ostina a respingerli sotto. E non c’è Ong al mondo che si muova a salvarli…).

Di famiglia newyorkese ebraica, al servizio di Reagan, H.Bush, W.Bush, Trump, in coppia con il gemello del colonialismo all’americana, John Negroponte,  promossi e vezzeggiati dall’ANPAC, l’onnipotente lobby israeliana negli Usa, hanno inventato e gestito,da ambasciatori, consiglieri della Sicurezza Nazionale, addirittura, capi del dipartimento di Diritti Umani, gli squadroni della morte di Centroamerica e poi Iraq. Si entrava nei villaggi, si riuniva la popolazione della zona , si passavano per le armi tutti, si stupravano le donne, si impiccavano i bambini e si bruciava tutto il resto. Tipo mille indigeni ammazzati a El Mozote, Salvador, in un colpo solo. Poi condannato per aver mentito al Congresso sui crimini ordinatigli da Reagan. Graziato da Bush, ricuperato da Obama.

Lo sanno i capi di Stato e di governo che affilano la sega elettrica di Abrams per la prossima missione in Venezuela?

Per ricordarglielo non posso pubblicare nessuna immagine dei successi di Abrams e Negroponte (datore di lavoro di Giulio Regeni nel 2013-14). Quelle degli impiccati  e massacrati dal maresciallo Graziani in Libia, pur pubblicati mille volte in libri, saggi, documentari e in Google, Facebook me li ha rimossi dal post “Giornata della memoria”. Avrebbero turbato qualche sensibilità. Dei padri della patria e dei padri spirituali, immagino.

La parola a Roger Waters.

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Da l’antidiplomatico

«Lasciate in pace il popolo venezuelano», Rogers Waters chiama alla mobilitazione contro il golpe in Venezuela

Contro il golpe in Venezuela scende in campo una vera e propria icona della musica mondiale. Il musicista ed ex membro del gruppo britannico Pink Floyd, Roger Waters, ha fatto appello alla mobitazione per protestare contro le aggressioni degli Stati Uniti (USA) nei confronti del governo e del popolo della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Attraverso il suo account Twitter, Waters ha lanciato una mobilitazione di fronte alla missione diplomatica degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite (ONU) per questo lunedì 4 febbraio.

Roger Waters

✔@rogerwaters

A note from Roger:

THIS IS TODAY!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

STOP THIS LATEST US INSANITY, LEAVE THE VENEZUELAN PEOPLE ALONE. THEY HAVE A REAL DEMOCRACY, STOP TRYING TO DESTROY IT SO THE 1% CAN PLUNDER THEIR OIL.

US HANDS OFF #VENEZUELA#NICOLASMADURO #STOPTRUMPSCOUPINVENEZUELA

 Waters ha condannato le minacce degli Stati Uniti e ricordato che in Venezuela vige un sistema democratico: “Hanno una vera democrazia, fermano il tentativo di distruggere un paese solo affinché l’1% (i ricchi) possa appropriarsi del loro petrolio”.

«Lasciate in pace il popolo venezuelano», è il messaggio del musicista britannico.

L’ex leader dei Pink Floyd ha anche promosso degli hashtag #USHANDSOFF #VENEZUELA! (US Hands off Venezuela), #STOPTRUMPSCOUPINVENEZUELA (Stop al colpo di Stato di Trump contro il Venezuela).

Attraverso i suoi canali social, l’artista ha mostrato solidarietà verso le ingiustizie e le violazioni dei diritti umani in tutto il mondo.

In questo modo, Waters è riconosciuto non solo per le sue canzoni, ma anche per essere un attivista politico. Ha inoltre mostrato solidarietà con la causa palestinese e ha promosso campagne per evitare che band e artisti non si recassero a suonare in Israele.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:41

COSA VIVE E COSA MUORE A CARACAS ——- IL TRAMONTO DELL’OCCIDENTE——- CON MESSAGGINO AI 5STELLE

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/cosa-vive-e-cosa-muore-caracas-il.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 29 GENNAIO 2019

 

“Già oggi cominciamo a sentire in noi e intorno a noi i primi sintomi di un fenomeno del tutto simile quanto a decorso e a durata, il quale si manifesterà nei primi secoli del prossimo millennio, il «tramonto dell’Occidente”(Osvald Spengler, “Il Tramonto dell’Occidente”).

“Siamo invisi agli Stati Uniti perché abbiamo qualcosa di molto più importante delle ricchezze materiali che è lo spirito bolivariano che ci muove e che abbiamo risvegliato negli altri paesi. Siamo un esempio per il mondo intero, per tutti quei popoli che vogliono emanciparsi, che vogliono difendere la propria dignità e la pace. Questo è considerato per gli Stati Uniti una minaccia” (Olga Alvarez, costituzionalista venezuelana).

Spero che quel regime comunista cada il più presto possibile” (Matteo Salvini).

Nancy e Roberto presidenti

Nancy Pelosi, speaker (presidente) della Camera bassa Usa, è apparsa a Baltimora da dove ha lanciato la sfida al presidente eletto, Donald Trump, proclamandosi nuovo presidente – ad interim – degli Stati Uniti in virtù del fatto che quello in carica è un usurpatore essendo stato eletto, sì ai termini della Costituzione e della legge elettorale vigente, ma contro la effettiva volontà del popolo, espressosi a maggioranza per Hillary Clinton. A  parte qualche pigolìo contrario di rappresentanti di terzo e quarto livello, la Comunità Internazionale ha condiviso l’azione di Pelosi. Alcuni  ne hanno riconosciuto subito la titolarità, altri hanno intimato all’usurpatore di indire nuove elezioni entro otto giorni e di ricordarsi che “tutte le opzioni sono sul tavolo” a sostegno dell’autonominata. Uno spiazzatissimo Trump, che aveva dato spago a un’analoga novità istituzionale in Venezuela, non ha potuto far altro che capovolgersi per l’ennesima volta e chiamare i suoi sostenitori della Rust Belt a unirsi ai bolivariani del presidente di quel paese nella resistenza agli infervorati presidenti golpisti delle Camere di tutto il mondo.

Accomodatasi nella posizione di usciere alla porta orientale del palazzo e guadagnatasi il sussidio di sussistenza per la riconferma del suo servizio – costi quel che costi – a Usa, Nato e UE, l’Italia si è immediatamente allineata all’impresa interamericana. Roberto Fico, presidente della Camera, sceso dalla nave sulla quale aveva portato a viaggiatori dell’Agenzia Soros fette biscottate, permessi di soggiorno, asilo politico, licenze di spaccio e prostituzione in alternativa a contratti di lavoro nelle masserie di Foggia e contratti d’affitto nelle ecobaracche di Rosarno, si è proclamato duce d’Italia. Non si sa bene se al posto degli usurpatori Mattarella o Conte. Nessuno dei quali come lui eletti dal popolo. La comunità internazionale ha celebrato con ole e turiboli la coraggiosa mossa del diversamente pentastellato e ha intimato, chi a Conte, chi a Mattarella, di togliersi dai piedi entro otto giorni.

Sotto impulso della nuova presidente americana, liberaldemocratica, il metodo si è diffuso un po’ ovunque, tagliando le gambe a tutti i presidenti non perfettamente inseriti, secondo la nuova epistocrazia insegnata dai costituzionalisti euro-americani, nelle logiche del progresso liberaldemocratico  e quindi sostituiti  da presidenti autoproclamati in piazza, davanti un minimo di 80 persone, anche jihadisti.

Assemblea mafiosa? E’ la nostra!

A questo punto è apparsa deboluccia, al confronto con i suoi imitatori, la posizione del neopresidente venezuelano, dato che, diversamente da questi imitatori, confortati dall’obbedienza di un’assemblea parlamentare regolarmente eletta e legittimamente funzionante, la sua era inficiata da un forte deficit legale. I suoi membri erano incorsi nel reato di aver avallato l’elezione di tre deputati mafiosi, dei quali era stato dimostrato il voto di scambio. Per questo  l’intera assemblea era segnata da irregolarità e aveva dovuto essere sanzionata dal Tribunale Supremo di Giustizia (Corte Costituzionale) e sostituita con altra assemblea. Cosa, tuttavia, cui i media unificati non hanno fatto dare molto nell’occhio e, poi, era stata una mossa del precedente regime, quello dell’usurpatore. Si poteva soprassedere.

Cari amici, nel titolo ho citato “Der Untergang des Abendlandes” (“Il tramonto dell’Occidente”), opera massima del filosofo, scrittore e storico Oswald Spengler, topseller in Germania e fuori negli anni Venti. Nei primi anni ’30, l’autore aveva flirtato con Hitler, ma poi aveva pesantemente criticato il nazionalsocialismo e ne era stato ridotto al silenzio. La sua visione di un Occidente assediato da fuori e da dentro sul cammino di un inesorabile declino culturale e dei suoi valori fondativi, gli fu ispirata dallo studio della caduta del mondo classico e dalla visione, intorno a lui, della Germania ai tempi di Weimar, della sua umiliazione a Versailles, della sua depressione. Fu anche preoccupato critico di tecnica, tecnologia, industrialismo, che avanzavano come rulli compressori su popoli che non riuscivano a farsene una ragione evolutiva. Visione forse aristocraticamente conservatrice, ma con un che di profetico alla vista di quanto ci succede oggi, in termini di piattaforme totalitarie, tecnocrazia, robotica, intelligenze artificiali, a scapito di libertà, diritto, cultura, controllo individuale e collettivo e di evoluzioni decerebranti a tutto questo collegate. Ma anche alla vista di una civiltà occidentale che, a eccezione di populisti e sovranisti, da sinistra a destra si piega alla suicida sottomissione a un potere e al suo Stato-strumento che vanta un tasso di criminalità non raggiunto da nessuno nella Storia, nemmeno dalla Chiesa.

Putrefazione

Se l’avventuriero Juan Guaidò, presidente di un’assemblea illegittima, preceduto dai bombardamenti di un poliziotto sul palazzo presidenziale, da un attentato a Maduro tramite drone in occasione di una parata, accompagnato dalla grottesca occupazione di un commissariato di polizia da parte di quattro militari ribelli, dalla compravendita negli Usa di un ambasciatore fellone, da un paio di anni di sporadiche ma sanguinarie sollevazioni, guarimbas, tutte iniziative amerikane e tutte fallite; se a tale tenuta del “regime” e del popolo che ne ha beneficiato socialmente e in termini di libertà come nessun altro paese latinoamericano, si accompagnano le ininterrotte vittorie elettorali dei chavisti e bolivariani, tutte riconosciute internazionalmente come corrette; se l’unica vittoria dell’opposizione di destra, per il parlamento nel 2015, avvenne con lo stesso sistema elettorale e fu immediatamente riconosciuta dal governo…. allora si conclude imperativamente che la democrazia è assalita invano in Venezuela, ma muore in larga parte dell’Occidente. O, più precisamente, se ne decompone la carcassa da tempo corrosa ed eviscerata.

Al pari di briganti di passo, i regimi atlantosionisti hanno incamerato tutti i fondi del Venezuela nelle rispettive banche e imprese, hanno rubato il petrolio venezuelano nelle loro raffinerie e hanno rimpinguato i satrapi feudal-fascisti di Caracas con i trenta denari (20 milioni di dollari), in aggiunta a quanto Cia, NED e USAid hanno iniettato negli anni.

Gangsterismo? Ok per noi.

Il riconoscimento del gangsterino golpista, con l’infondata scusa dell’illegittimità  di Maduro per elezioni dal risultato l’anno scorso non disconosciuto, ma ora sì, e per aver affossato nella miseria il suo popolo, che, seppure menomato, è riuscito a tenere in piedi, a dispetto della più feroce guerra economica condottagli dalle élites interna ed estere, con sanzioni, boicottaggi, imboscamenti, contrabbandi, speculazioni sulla valuta alla Soros, rappresenta  la frantumazione totale, negli Usa e tra i satelliti, della residua finzione di legge e democrazia. E’ la sussunzione di Al Capone nel sistema del potere istituzionale. E la partnership  con il gangsterismo. Quella che da noi si pratica, concordata con l’eterno sopra e-sottobosco mafiomassonico italiota dall’eterno Stato Profondo Usa, fin dal dopoguerra. E il disvelamento della natura ontologicamente eversiva delle nostre classi dirigenti, oggi impudicamente esibita da chi si precipita, in tutta l’opposizione e in metà governo, ad avallare l’ennesimo colpo di Stato imperiale.  E poi non vogliamo parlare dell’Untergang des Abendlandes?

L’America latina che ho visto assaltata, riscattata e riaggredita

Permettetemi ricordi e lavori personali. Ci sono stati altri tentativi, oltre a quelli patetici degli ultimi anni, di rovesciare, in Venezuela e America Latina, il corso della migliore Storia umana. Mi è stato dato di viverne i tre maggiori e di raccontarli in film. Nell’Argentina del default provocato nel 2002 dal FMI con i suoi sguatteri locali. Il più ricco paese del continente, sopravvissuto all’Operazione Condor delle dittature kissingeriane in America Latina, sprofondò nella miseria totale del 50% della popolazione. Letteralmente non mangiavano. Qualcuno s’arricchì, come ora in Grecia e in tutti i disastri sociali, e nei suoi bidoni della spazzatura rovistavano milioni. Poi la rivolta di popolo, l’autorganizzazione, le mense sociali, le fabbriche occupate e da questa materia incandescente i governi della rinascita. Ora abbattuti.

In Honduras, colpo di Stato di Obama e Hillary Clinton contro Manuel Zelaya, un legittimo presidente che aveva osato inserirsi nel flusso dell’emancipazione latinoamericana e nel riscatto anticoloniale. Mesi e anni di resistenza di un popolo in stracci al costo di una repressione sanguinaria, assassini mirati in serie (Berta Caceres, la martire degli indigeni, una mia amica di profondissima cultura marxista e antimperialista). Oggi un paese tornato a essere masticato e divorato dalle multinazionali, con il primato continentale degli omicidi, governato da un regime espresso, questo sì, da brogli constatati perfino dall’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), oggi tornata a essere il braccio diplomatico degli Usa e che il suo presidente-fantoccio, Luis Almagro, vorrebbe braccio armato.

Del golpe del 2002 in Venezuela,  che, come vorrebbero oggi, instaurò un dittatore, anche lui subito riconosciuto dalle “demcrature”, ma disintegrato nel giro di due giorni da un popolo che, con Chavez, aveva assaporato per la prima volta, dopo Bolivar, dignità, giustizia e libertà, mi ricordo la lunghissima serrata degli imprenditori e della compagnia petrolifera PDVSA, ancora non resa al popolo. Mancava tutto, ma la Guardia Nazionale requisiva le stazioni di rifornimento, i contadini organizzavano un circuito di distribuzione alternativo, Chavez distribuiva terre e case, cantava la  limpidezza del cielo a davanti  a milioni in camicia rossa che cantavano con lui. La gioventù del mondo si riuniva a Caracas a imparare e promettere antimperialismo. Nel giro di cinque anni, l’ONU proclamò il Venezuela libero dall’analfabetismo. Era primavera e il profumo si spargeva dall’America Latina, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, Cuba (ancora), Uruguay, Paraguay, Argentina, sul pianeta.

Chiaroscuri venezuelani, ma più chiaro che  da qualsiasi altra parte

Non tutto è andato bene dopo la morte di Hugo nel 2013. Nel vuoto lasciato dal carisma del Comandante provarono a inserirsi le vecchie serpi, i vecchi vermi, ampiamente foraggiati dal Nord. Ci furono ritardi, anche cedimenti, fenomeni di corruzione. Fu persa l’occasione di avanzare sul solco della rivoluzione, nazionalizzando, diversificando l’economia, radicalizzando la lotta di classe. Apparì un fenomeno deleterio, la cosidetta bolibourgeoisie, strati del movimento che si adagiavano in pratiche dei tempi peggiori. Bisogna dare atto che Maduro reagì come e quando poteva, lanciando campagne di contrasto e bonifica. Ma le condizioni che l’assalto revanscista infliggevano al paese, ne minavano l’efficacia.

Le maschere sovraniste sulle facce degli atlantosionisti

Salvini e gli altri azzardano un Maduro “affamatore del proprio popolo, economista inetto, profittatore senza scrupoli”. Tra queste indimostrate falsità neanche un accenno alla feroce aggressione economica, agli ininterrotti e violenti tentativi eversivi, ai sabotaggi, alla sempre presente mano yankee prodiga di dollari e spie Ong, alla complicità della Chiesa, reazionaria e filofascista, qui come ovunque in Latinoamerica, malamente mimetizzata dalle genericità su dialoghi, pace e benessere dell’ “amato popolo venezuelano”, che fluiscono dall’uomo in bianco.

Quella dell’ennesimo fantoccio da regime change americano, con al seguito i guaiti dei botoli europei che si permettono, Spagna, France, Germania e clienti, di dare gli otto giorni al presidente legittimo di un paese sovrano, a sostegno di un gangster da angiporto, riducendosi definitivamente a portastrascico del cannibalismo imperiale (e noi dovremmo stare in un’Unione con questi!), non rappresenta la fine del Venezuela. Sancisce la fine della legittimità di quella che chiamano “comunità internazionale” e della credibilità del suo progetto maltusiano. Si può calcolare, anche alla mano delle “folle sterminate” che hanno applaudito il giuramento di Guaidò (un video manomesso: prima Guaidò con alcune centinaia di persone, taglio, poi, senza Guaidò, la grande folla di chissà quale avvenimento), che i bolivariani stanno ai golpisti nel rapporto di dieci a uno. Per vincerli occorrono eserciti, o paraeserciti, di Colombia e Brasile. E bombe, missili e Forze Speciali Usa. Come quelle, chiamate Squadroni della morte, dei genocidi Usa, sotto Reagan e Bush Senior, in Salvador e Nicaragua, gestite dal nuovo inviato di Trump per il Venezuela, il neocon con le zanne Elliot Abrams. E da John Negroponte, già datore di lavoro del “povero Giulio Regeni” insieme all’ex-capo delle spie britanniche MI6 (Fico, informati). Ma ormai è tardi: sono arrivate Russia e Cina – un grazie a loro, qualunque ne siano i motivi – e le masse del “terzo mondo” non subiscono più. Altro che Venezuela isolato.

In prospettiva

Sarà comunque durissima per i venezuelani fuori dall’1% golpista. Vivranno tempi ancora più difficili, sotto aggressione, nel sangue: i licantropi non molleranno. Non vinceranno ma, come minimo, puntano al caos. Come in Libia, Somalia,  Afghanistan. Qualcuno ha parlato di brigate internazionali in difesa dell’emancipazione venezuelana.. Non certo quelle che vanno a sostenere i mercenari curdi degli Usa contro la Siria. Tanto meno quelle invocate da Rossana Rossanda ad affiancarsi ai “rivoluzioni democratici” di Al Qaida in Libia. Per il Venezuela sarebbero giuste e belle.

Vanno lasciati da parte, come gusci vuoti di noci un po’ andate, i pronunciamenti striscianti su otto giorni e dialoghi, dei vari Moavero e Salvini, perfettamente euroatlantici. Va sottolineata con un ghigno la coerenza dei nostri fervorosi umanitari delle accoglienze senza se e senza ma, che si allineano con gli umanitari di Guaidò, dato che Maduro, che ha tutta la grande stampa e televisione nazionale contro e non le ha mai sanzionate, “è un dittatore”. La sanno più lunga dei 19 paesi su 35 dell’OSA che si sono rifiutati di riconoscere Guaidò. E che sanno bene che, a parte il petrolio, l’oro, il coltan, l’acqua, quello che più disturba Washington e i suoi corifei è il modello, l’esempio. Come con Gheddafi.

Letterina a Di Battista, per una sesta stella

Diverso è il discorso per i Cinque Stelle, Di Battista, Di Mario, Di Stefano. Se non l’onore, dell’Italia hanno salvato la decenza, riflettendo, non appieno, i sentimenti e le conoscenze di tanti italiani. Non hanno riconosciuto il golpista, non hanno disconosciuto Maduro, hanno denunciato le interferenze. Con Messico e Uruguay hanno chiamato al dialogo. Personalmente, avrei chiamato all’arresto, come è giusto nei confronti dei golpisti e dei traditori della patria. Ma non si può avere tutto. Specie dopo aver attestato la propria fedeltà alle alleanze tradizionali, alla Nato, all’Euro. Quello che vorrei avere e che ci spetterebbe da Alessandro Di Battista, uno che ha vissuto le sofferenze e la volontà dei popoli oppressi in America Latina e le ha così bene raccontate nei suoi reportage sul FQ, è un giudizio un pò meno eurocentrico sulla natura di certi regimi. Intanto Nicolas Maduro non va messo sullo stesso piano, sopra o sotto, di Saddam, Gheddafi, Assad. Nasce da un altro sistema, altra tradizione, più contigua alla nostra. E se si voleva fare un accostamento tra dittatori, o despoti, o autocrati, è uno sbaglio in ogni caso. L’errore su Maduro è fattuale, perché è stato ripetutamente eletto democraticamente, non ha limitato le libertà di nessuno, non ha ristretto l’azione dei partiti, purtroppo neanche quelli sediziosi, tollera i media locali, quasi tutti contro.

L’immaginario collettivo dei popoli colonizzati

Quanto a Saddam e gli altri, caro e stimato Alessandro, è davvero ora per un politico che si occupa di mondo e di storie, ma anche per tutti i cittadini dei paesi del Nord, imparare a rispettare ciò che è il prodotto di altre culture, altre tradizioni, altri bisogni. Intanto, si tratta di società sottoposte da secoli a domini arbitrari esterni, romani, ottomani, coloniali, a cui era lasciata solo la libertà di decisione all’interno della tribù, della sua amministrazione e giustizia. Trovatisi liberi e indipendenti appena mezzo secolo fa, cosa potevano inventarsi, se non il governo del capo tribù, del più autorevole, del più stimato. Che ne sapevano della rivoluzione borghese o proletaria? Eppoi, erano incessantemente, ossessivamente, insidiati dai revanscisti coloniali, dai loro infiltrati, dalle loro spie, dai loro complotti destabilizzanti.

Nel 2000 intervistai a Baghdad l’unica donna componente del Consiglio di Comando della Rivoluzione, organo supremo sotto Saddam. Era una biologa ed è stata la prima a studiare e denunciare gli effetti dell’uranio lanciato dagli Usa sul paese. Mi disse: “Ci accusano di esercitare un potere di controllo autoritario. Ci piacerebbe aprire tutte le finestre del paese. Ma sa che razza di uragano tossico vi farebbero entrare. E 40 anni di indipendenza e di conquiste sociali sarebbero perdute”.  Facile squadernare esigenze di democrazia come la volle il 1789 in Francia, in queste condizioni, difficile, se non impossibile attuarla. Gli intelligenti, i consapevoli, sanno dare tempo al tempo. Ogni popolo ha i suoi e non è accettabile che gli si impongano i modelli prodotti da altre storie. Il metro di giudizio, in primis, è quello che misura la distanza tra ricchi e poveri. E chi obbedisce all’Impero e chi no. Un po’ di rispetto per favore. Chi siamo noi per giudicare?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 12:00

GIORNATA DELLA MEMORIA

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/giornata-della-memori.html

MONDOCANE

DOMENICA 27 GENNAIO 2019

Il maresciallo Rodolfo Graziani massacra la Libia, occupata e seviziata dal 1911, chiude in campi di concentramento (i primi!) metà della popolazione e uccide seicentomila libici, tra civili e partigiani della resistenza, un terzo della popolazione, brucia centinaia di villaggi, bombarda centri abitati e carovane, avvelena i pozzi, impicca centinaia di libici, tra cui l’ottantenne leader della Resistenza, Omar al Mukhtar.

Gli Stati Uniti, dal 1945 ad oggi, iniziando con l’invasione della Corea e poi del Vietnam e poi proseguendo con la storica media di una guerra d’aggressione all’anno, con colpi di Stato, guerre civili innescate ad arte, sanzioni genocide, uccidono 50 milioni di persone nel mondo. Nel solo Vietnam sono uccisi 3 milioni di civili, mentre gli effetti del napalm e dell’agente Orange continuano a far nascere e morire decine di migliaia di bambini deformi.

Re Leopoldo del Belgio, occupante colonialista del Congo, provoca la morte di 20 milioni di congolesi. Il genocidio prosegue nel ‘900 per opera di fantocci dell’Occidente e delle multinazionali che controllano i territori delle risorse mineraria attraverso l’intervento del protettorato franco-statunitense del Ruanda e l’uso di milizie tribali.

Mussolini, nella guerra d’Etiopia, fa uccidere da Graziani e Badoglio 280mila abissini, 5 milioni di buoi, 7 milioni di ovini,1 milione di cavalli, 700mila cammelli. Vengono bruciate 2000 chiese e distrutte 525mila case e capanne. L’Italia perde 4.350 militari coscritti o volontari.

Per assicurare all’Italia Trento e Trieste, che l’Austria è pronta a cedere se l’Italia non dovesse entrare in guerra, e colonizzare il Sud Tirolo, il potere industriale e bancario italiano commissiona al governo Salandra e al re Vittorio Emanuele III l’ingresso in guerra. Cadono 600mila italiani, perlopiù contadini e operai, molti fucilati dai propri ufficiali. Scompare una generazione.

Nella guerra d’Algeria il regime colonialista francese rinchiude 3 milioni di algerini in campi di concentramento della tortura e dello stupro. 1 milione di algerini, su 10 milioni scarsi di abitanti. viene ucciso.

Un milione di antinazisti tedeschi vengono trucidati dal Reich tra il 1933 e il 1940.

Vogliamo parlare di Palestina 1945-2019?

Ci fermiamo qui, con un pensiero al bambino che ogni 3 secondi muore di fame e malattia nel mondo per il modo di gestire l’umanità da parte dell’Occidente.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:33

GLOBALIZZAZIONE: EPICENTRO SUD —– “O LA TROIKA O LA VITA” A FIRENZE, CINEMA ODEON

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/01/globalizzazione-epicentro-sud-o-la.html

MONDOCANE

EVENTI SPECIALI

JANUARY 17: O LA TROIKA O LA VITA

http://www.odeonfirenze.com/january-17-o-la-troika-o-la-vita/   ANDATE SUL LINK

Giovedì 17 Gennaio (ore 21) all’Odeon la prima nazionale del film documentario O LA TROIKA O LA VITA di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini. Sarà presente in sala il regista Fulvio Grimaldi e in videocollegamento (su Skype) il filosofo Diego Fusaro (tra gli intervistati nel film).

Il film illustra gli effetti sull’area mediterranea della globalizzazione neoliberista imposta da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. La Grecia distrutta nel corpo e nell’anima, il Medio Oriente e l’Africa devastati da guerre e saccheggi. Popolazioni sradicate per creare masse di manovra dello sfruttamento e delle destabilizzazioni. Un territorio nazionale già dissestato sul quale imperversano, nella complicità di una politica succube delle lobby, le multinazionali del fossile. Mancata prevenzione, speculazione edilizia e abbandono segnano il destino dei terremotati (una parte del film è dedicata al sisma del 2016 che ha colpito il Centro Italia). Crimini contro l’umanità in Grecia e e resistenza umana in Italia.

Tra gli intervistati spiccano, oltre al filosofo Diego Fusaro, l’economista Vladimiro Giacchè e il fisico teorico Francesco Silos Labini, ambedue editorialisti de “Il Fatto Quotidiano”.

Con l’approfondimento cinematografico Grimaldi scuote gli animi verso il cambiamento, ponendo l’accento su tutta una serie di problematiche misconosciute, dalla perdita di potere degli Stati nazionali ultimo baluardo della rappresentatività popolare, alla creazione di una dimensione transnazionale cinica, dominata dalle oligarchie finanziarie che speculano e ricattano quegli stessi Stati e i loro popoli perseguendo esclusivamente i propri interessi lobbistici. Così la tragedia sociale ed umanitaria della Grecia ridotta al fallimento dall’Europa che doveva essere il sogno di una casa solidale per tutti gli europei, ma si è invece rivelata l’incubo di una dittatura spietata della finanza e del capitale sugli esseri umani, si collega con quella del terremoto nei nostri territori dove la ricostruzione, a distanza di oltre un anno, non è neanche iniziata. Il dramma dei migranti e il problema del loro afflusso nei paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo i quali entrano in crisi nella gestione “solitaria” di questo problema, si collega alle guerre, ai bombardamenti e allo sfruttamento economico e delle risorse naturali dei paesi di origine di queste masse di disperati che le oligarchie egemoniche conducono da sempre con il colonialismo prima e oggi con il neocolonialismo. Il documentario ci guida a una lettura di questi fenomeni all’interno di un contesto globale che viene nascosto dai mass media.

Fulvio Grimaldi, giornalista, inviato di guerra e di ambiente, firma della BBC, Rai e altre testate nazionali e internazionali, ha realizzato 24 documentari sui conflitti, tra chi pretende di dominare e chi resiste: Vietnam, America Latina, Medio Oriente, Africa.

Sandra Paganini, studiosa di storia e scienze umane, videoperatrice, storica collaboratrice di Grimaldi, è co-autrice di questo documentario.

O LA TROIKA O LA VITA (Italia, 90′) – Un film di Fulvio Grimaldi e Sandra Paganini

Versione italiana

Cinema Odeon Firenze

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:24