Prima dello sbarco dei mille, la Sicilia era uno degli Stati più ricchi d’Europa.

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Luglio 19, 2019 

I libri di scuola ci hanno insegnato che il Regno delle Due Sicilie era uno stato arretrato e povero, ma non era così. Prima dello sbarco dei garibaldini, la Sicilia  possedeva la seconda flotta di Europa (9.848 bastimenti con 259.910 tonnellate di stazza totale), un debito pubblico ininfluente e una moneta forte. Il complesso siderurgico del Napoletano, vantava un fatturato che al Nord si sognavano. I Siciliani furono la prima nazione ad esportare in Russia, instaurando anche solidi rapporti commerciali con l’America.

Gli armatori De Pace, con le loro navi, collegavano l’Europa con il Nuovo Mondo e i Florio avevano iniziato la loro scalata industriale e commerciale. La prima ferrovia d’Italia fu la Napoli – Portici, inaugurata il 3 ottobre 1831.
Prima dell’annessione, il Regno del Sud, nel settore dell’industria, contava 2 milioni di occupati a fronte dei 400.000 della Lombardia, possedendo 443 milioni di moneta in oro, ossia l’85% delle riserve auree di tutte le province. 
Ancora prima dell’Unità, fioriva nelle due maggiori città dell’Isola, Palermo e Catania, l’industria della seta esportata con successo, per la qualità dei suoi prodotti, nei mercati europei e mediterranei.
L’industria del tabacco produceva migliaia di tonnellate di manufatti all’anno, occupando tra operai e indotto, diverse migliaia di Unità lavorative.
Fiorenti, a quei tempi, erano anche le attività cantieristiche, navali, metalmeccaniche, chimiche, della lavorazione del cotone e del lino, l’industria conserviera, la produzione e la commercializzazione dei vini e l’estrazione e la lavorazione dello zolfo, quest’ultima la più importante e ricca d’Europa.
Vero fiore all’occhiello, poi, dell’economia isolana era la flotta mercantile con la compagnia Florio che gareggiava con le principali marinerie del Mediterraneo.
Nel decennio che va dal 1850 al 1860 era stato varato, dal punto di vista amministrativo, un notevole numero di provvedimenti, a salvaguardia dell’economia isolana, di innegabile portata. Fu costituito un debito pubblico con un immediato risveglio nel movimento dei capitali.
Fu creato il Banco Autonomo di Sicilia, due casse di sconto e numerose casse di risparmio.
Con l’Unità d’Italia di tutto questo non rimase più nulla. Il nascente sistema industriale e le risorse del Sud furono progressivamente smantellate e trasferite al Nord. E fu appunto allora che con l’Unità d’Italia sorse “La questione meridionale”.
E fu così , con l’impoverimento e le spoliazioni del Sud e della Sicilia, che iniziarono i grandi flussi migratori dalla Sicilia verso le Americhe e verso altri Stati europei e verso altri Paesi del mondo. Prima della costituzione del nuovo Stato unitario, ossia prima del 1860, negli Stati Uniti, per esempio, si contavano molti più emigranti del Nord che del Sud. L’impoverimento e lo stravolgimento delle regioni meridionali invertirono tali tendenze.
Le rimesse e i risparmi degli emigranti meridionali finirono poi, negli anni a venire, paradossalmente, per favorire lo sviluppo delle fiorenti industrie del Nord e l’acquisto delle materie prime necessarie alla loro crescita.
Le enormi risorse drenate e rapinate, i grandi sacrifici imposti, l’impoverimento del Sud a favore del Nord, le repressioni soffocate nel sangue furono un prezzo che il Mezzogiorno e la Sicilia furono costretti a pagare, più di tutti gli altri, al processo di Unità nazionale. E nella perdurante logica economica che si instaurò allora un Paese “programmato” a due velocità con un Nord ricco e produttivo e un Sud povero, colonizzato ed assistito che ancora oggi continuiamo a pagarne le drammatiche conseguenze.

I primati del Regno delle Due Sicilie.
1735. Prima Cattedra di Astronomia in Italia
1737. Costruzione S.Carlo di Napoli, il più antico teatro d’Opera al mondo ancora operante
1754. Prima Cattedra di Economia al mondo
1762. Accademia di Architettura, tra le prime in Europa
1763. Primo Cimitero Italiano per poveri (Cimitero delle 366 fosse)
1781. Primo Codice Marittimo del mondo
1782. Primo intervento in Italia di Profilassi Antitubercolare
1783. Primo Cimitero in Europa per tutte le classi sociali (Palermo)
1789. Prima assegnazione di “Case Popolari” in Italia (San Leucio a Caserta)
1789. Prima assistenza sanitaria gratuita (San Leucio)
1792. Primo Atlante Marittimo nel mondo (Atlante Due Sicilie)
1801. Primo Museo Mineralogico del mondo
1807. Primo Orto Botanico in Italia a Napoli
1812. Prima Scuola di Ballo in Italia, gestita dal San Carlo
1813. Primo Ospedale Psichiatrico in Italia (Real Morotrofio di Aversa)
1818. Prima nave a vapore nel mediterraneo “Ferdinando I”
1819. Primo Osservatorio Astronomico in Italia a Capodimonte
1832. Primo Ponte sospeso, in ferro, in Europa sul fiume Garigliano
1833. Prima Nave da crociera in Europa “Francesco I”
1835. Primo Istituto Italiano per sordomuti
1836. Prima Compagnia di Navigazione a vapore nel mediterraneo
1839. Prima Ferrovia Italiana, tratto Napoli-Portici
1839. Prima illuminazione a gas in una città città italiana, terza dopo Parigi e Londra
1840. Prima fabbrica metalmeccanica d’ Italia per numero di operai (Pietrarsa)
1841. Primo Centro Sismologico in Italia, sul Vesuvio
1841. Primo sistema a fari lenticolari a luce costante in Italia
1843. Prima Nave da guerra a vapore d’ Italia “Ercole”
1843. Primo Periodico Psichiatrico italiano, pubblicato al Reale Morotrofio di Aversa
1845. Primo Osservatorio meteorologico d’Italia
1845. Prima Locomotiva a vapore costruita in Italia a Pietrarsa
1852. Primo Bacino di Carenaggio in muratura in Italia (Napoli)
1852. Primo Telegrafo Elettrico in Italia
1852. Primo esperimento di illuminazione elettrica in Italia, a Capodimonte
1853. Primo Piroscafo nel Mediterraneo per l’America (il “Sicilia”)
1853. Prima applicazione dei pricìpi della Scuola Positiva Penale per il recupero dei malviventi
1856. Expò di Parigi, terzo paese al mondo per sviluppo industriale
1856. Primo Premio Internazionale per la produzione di Pasta
1856. Primo Premio Internazionale per la lavorazione di coralli
1856. Primo sismografo elettrico al mondo, costruito da Luigi Palmieri
1860. Prima Flotta Mercantile e Militare d’Italia
1860. Prima Nave ad elica in Italia “Monarca”
1860. La più grande industria navale d’Italia per numero di operai (Castellammare di Stabia)
1860. Primo tra gli stati italiani per numero di orfanotrofi, ospizi, collegi, conservatori e strutture di assistenza e formazione
1860. La più bassa mortalità infantile d’Italia
1860. La più alta percetuale di medici per numero di abitanti in Italia
1860. Primo piano regolatore in Italia, per la città di Napoli
1860. Prima città d’Italia per numero di Teatri (Napoli)
1860. Prima città d’Italia per numero di Tipografie (Napoli)
1860. Prima città d’Italia per di Pubblicazioni di Giornali e Riviste (Napoli)
1860. Primo Corpo dei Pompieri d’Italia
1860. Prima città d’Italia per numero di Conservatori Musicali (Napoli)
1860. Primo Stato Italiano per quantità di Lire-oro conservata nei banchi Nazionali (443 milioni, su un totale 668 milioni messi insieme da tutti gli stati italiani, compreso il Regno delle Due Sicilie)
1860. La più alta quotazione di rendita dei Titoli di Stato
1860. Il minore carico Tributario Erariale in Euro.

Garibaldi? Ma quale eroe. Fu solo un invasore sanguinario al soldo dei piemontesi

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Gennaio 26, 2016 

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E’ ora di dire “basta” a questa paccottiglia su Garibaldi! In un’era in cui si revisiona la Resistenza e la Costituzione (le basi della nostra repubblica), si inizi a picconare quel falso mito del Risorgimento. Che cosa diremmo oggi se un nugolo di avventurieri, foraggiati dal governo turco, partissero alla conquista di Cipro? Come minimo si beccherebbero l’accusa di terroristi.

E’ possibile nel 2016 sorbirsi la stessa retorica delle camice rosse e dei “mille” e non ricordare che il “merito” di questi pseudoeroi mercenari (come Garibaldi) , foraggiati dalla massoneria e dai servizi segreti britannici, fu solo quello di invadere uno stato sovrano, prospero e secolare come il Regno delle Due Sicilie con la complicità della mafia e delle truppe di uno stato invasore come il regno dei Savoia, alla faccia di ogni diritto internazionale? Ma dove è questa impresa? Ma chi li voleva i “liberatori” garibaldini e sabaudi? Ma quale stato dovevano liberare? E da chi? Dai loro legittimi sovrani (i Borboni)?

Tutti questi storici ansiosi di celebrare il falso mito di Garibaldi vadano a tirar fuori i dagherrotipi e i documenti custoditi negli archivi delle Prefetture e delle Questure del Sannio, dell’Irpinia, della Puglia, della Lucania, degli Abruzzi, del Molise, della Terra di Lavoro, della Calabria (insomma di quasi tutto il Sud) e restino scioccati dalle stragi, dagli incendi, dalle devastazioni, dai genocidi compiuti dal 1860 al 1865 nel sud Italia durante quello che al storiografica dell’Italietta ottocentesca definitì “Brigantaggio” e che invece fu solo una grande guerra di popolo e di liberazione repressa nel sangue! Al confronto degli artefici di queste “imprese” Kappler, Reder e Priebke sono dei dilettanti! Tutti noi ricordiamo (e anche giustamente – Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Caiazzo e altri luoghi delle rappresaglie nazifasciste. Ma chi ricorda, chi ha dedicato vie e piazze e monumenti a Castelduni, Pontelandolfo, a Gaeta, a Civitella del Tronto e ai centinaia e centinaia di paesi del Regno delle Due Sicilie messi a ferro e fuoco dall’esercito invasore piemontese che trattò il neoconquistato Regno di Francesco II di Borbone come o peggio di una colonia? Nemmeno il Fascismo si spinse a così tanta barbarie e repressione nei confronti dei libici negli anni ’20 e ’30.

Non vogliamo – giustamente – avere vie e piazze intitolate a Tito, ma accettiamo che lo siano a Bixio, Farini, Cialdini e al mercenario Garibaldi, che furono solo dei criminali di guerra. Sì, anche Garibaldi perché la prima rappresaglia, quella di Bronte, fu compiuta propria dai suo fedelissimi generali. Perché non dire finalmente quella che fu la conquista del Regno delle Due Sicilie, il tradimento messo in atto dalla massoneria e dai corruttori inviati da Cavour che si comprarono ministri del governo borbonico? Perché non ricordare che i tanto celebrati “Mille” vennero a patti con la Mafia siciliana e con la Camorra napoletana per comprarsi i potentati locali? E perché non ricordare che il popolo, quello vero, i meridionali rimasero fedeli, fino alla morte più atroce, al loro Re e alla loro Patria? Le gesta di schiere di cafoni e di cosiddetti “briganti” (Ninco Nanco, il generale Borghes, Carmine Crocco), che nulla hanno da invidiare ai partigiani della Secondo Guerra mondiale? Anzi, diciamola tutta: la vera Resistenza, intesa come lotta di popolo, che l’Italia ha conosciuto non è quella del ’43-45, ma quella vissuta nel Sud Italia dal ’60 al ’65! Non sono chiacchiere: basta leggere i documenti! Invece di allestire mostre sui “cimeli” garibaldini, gli storici e i curatori di musei, facciano vedere al pubblico gli orrori che i bersaglieri, i carabinieri e i garibaldini commisero ai danni dei sudditi di Re Francesco. Immagini di stupri, torture, villaggi incendiati, di montagne deforestate. Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che la nascente industria settrentrionale fu foraggiata con il denaro pubblico delle casse statali borboniche? Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che il denaro pubblico e le riserve auree del secolare Regno di Napoli furono depredate per ripianare il debito pubblico del Piemonte? Perché non riveliamo che subito dopo la “liberazione” dei Mille e dei Piemontesi, nei villaggi dal Tronto allo Ionio i contadini si affrettarono ad abbattere le insegne tricolori degli invasori e ad issare di nuovo la loro vera e legittima bandiera, il giglio borbonico? Perché non ammettiamo che i famosi plebisciti del 1861 furono una farsa in quanto vi parteciparono solo il 2% della popolazione in seggi elettorali che erano tutto un trionfo di stemmi sabaudi, busti del “re” cosiddetto “galantuomo” e di tricolori che ben presto di sarebbero macchiati del sangue dei meridionali? Perché nessuno ha il coraggio di ammettere che l’eroe dei due Mondi aveva il vizio di andare a “rompere le scatole” – come diremmo oggi – agli stati sovrani, prendendosela anche con lo Stato pontificio (1866) che al tempo non aveva nulla da invidiare all’Iran degli Ayatollah in quanto a … liberalismo, ma era pur sempre uno stato sovrano i cui sudditi non smaniavano certo di passare sotto i Savoia? Perché questa sinistra che si professa libertaria, si impossessa del “mito Garibaldi” o del mito della repubblica partenopea, di realtà che in fondo erano solo l’esplicitazione della repressione delle patrie e dei popoli?

Quando si parla del Sud, del suo sottosviluppo post unitario, della sua arretratezza, bisogna una volta per tutte, anche a scapito del meriodionalismo straccione e piagnucolone di Giustino Fortunato, di De Sanctis, di Tommaseo e di altri intellettuali che oggi potremmo definire tranquillamente come “venduti e traditori”, ebbene bisogna avere il coraggio di ammettere che quel sottosviluppo ha un responsabile ben preciso: la repressione feroce, anche ambientale, che il governo di Torino compì sulla colonia quale era considerato l’ex Regno delle Due Sicilie. Da quella forzata “Unità d’Italia” si avvantaggiò quella classe borghese e arruffona che è stata la rovina del Sud e di tutta l’Italia. Se di eroi si deve parlare, questi non sono i piccolo borghesi avidi di affari al seguito del mercenario Garibaldi, Nel XXI° secolo è ora di celebrare i patrioti e gli eroi che resistettero fedeli al loro re Borbone a Gaeta e a Civitella del Tronto, e ai sudditi meridionali che furono massacrati, deportati nei lager del Piemonte, imprigionati. Quanti sanno che a Fenestrelle, vicino Cuneo, operò un vero e proprio campo di concentramento dove furono confinati e lasciati morire migliaia e migliaia di capi briganti, ex ufficiali borbonici, capi contadini, colpevoli secondo la storiografia italica di “non volere l’Italia”, in realtà colpevoli solo di voler difendere la loro Patria! A Francesco II e il suo Regno, abbandonati da tutti, da Vienna, dagli zar (pur suoi alleati), dalla Royal Navy che pure poteva intervenire per fermare i “Mille”, mancò una cosa: un esercito di popolo fatto di contadini, di artigiani, di commercianti, delle classi umile ma maggioritarie allora.

Se il Regno di Napoli avesse avuto un esercito di popolo (sul modello francese) e non di mercenari, stiamo certi che i “Mille” non avrebbe neanche fatto un passo in più sulla costa di Marsala.

Fonte:orgoglio sud

I curdi? Se li sono venduti tutti, senza ritegno

https://www.remocontro.it/2019/10/21/i-curdi-se-li-sono-venduti-tutti-senza-ritegno/?fbclid=IwAR3VSDPBb5a1mHMCrIHxciIt7_T-zRBRdzVmB_mBezY9s3O6lDhRnKq_cYE

L’Occidente parolaio e la cinica America non guardano in faccia nessuno. I turchi hanno usato bombe al fosforo bianco, armi chimiche vietatissime.

Perché i curdi traditi da tutti

Ormai è chiaro a tutti: l’attacco turco e la tragedia curda hanno avuto semaforo verde, più o meno tacito o più o meno concertato a tavolino, dagli Stati Uniti, dall’Europa e dalla Russia. Lo abbiamo scritto più volte: i curdi sono la carne da cannone del Medio Oriente. E i sepolcri imbiancati che da Washington, Bruxelles, Parigi, Roma e chi più ne ha più ne metta cianciano di pace, indipendenza e libertà dei popoli mentono sapendo di mentire. Vergogna. La tregua raggiunta con tanto di strombazzamenti è durata solo un pomeriggio. I turchi hanno continuato a battere con la mazza da fabbro ferraio sull’incudine e, a quanto pare, hanno anche usato bombe al fosforo bianco. Vietatissime. Ma ad accorgersene è stata solo l’Organizzazione contro le armi chimiche, perché all’Onu e alla Commissione europea ronfano o fanno finta di essere interessati. Ma a loro riguarda solo la spartizione dei pani e dei pesci in Siria, quando si firmerà la pace definitiva. Ergo, Erdogan sa di avere il coltello dalla parte del manico e continua a prendere Trump a schiaffoni.

La pelle dei curdi per la Turchia nella Nato

Ieri si è saputo che una lettera di velate minacce economiche scritta dal Presidente americano due settimane fa è stata cestinata dal sultano di Ankara. Erdogan tiene il piede in due staffe: alleato della Nato, contemporaneamente flirta con Putin. E’ in condizione di fare un sacco di danni al blocco occidentale, perché può rivelare piani di difesa militari, tecnologie d’arma di ultima generazione e segreti di ogni tipo. Un’aquila con due teste, pronta a vendersi al primo venuto. Gli altri abbozzano, perché dei curdi non gliene frega niente. Li hanno utilizzati come fantaccini da massacrare nella battaglia contro l’Isis, ma ora che la guerra è vinta possono andare a farsi strabenedire. L’area del nord-est della Siria occupata dai turchi è stata concordata fino all’ultimo centimetro quadrato con la Casa Bianca e con gli europei. Quando Conte strepita al telefono con Erdogan, prima si informi di quello che hanno fatto i suoi presunti alleati. Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Germania hanno spudoratamente tirato la coperta dalla loro parte.

Fascia di sicurezza nelle teste di Trump ed Erdogan?

Qualcuno, per cortesia, avverta l’Italia, perché se no facciamo la figura degli scemi del paese. Se il Ministro degli Esteri Di Maio respira, che batta un colpo. O che almeno qualcuno gli spieghi che il Kurdistan non è una benzodiazepina è che il Lexotan non è una repubblica dell’Asia centrale. Spifferi di corridoio che arrivano dai servizi segreti occidentali, dicono che non è finita qua. Erdogan vorrebbe andare oltre la testa di ponte che si è costruito nel nord-est della Siria lungo una fascia di 120 km, profonda 30. Da lì può avere mano libera per assestare rovinose legnate ai curdi in tutte le direzioni. Trump minaccia di rovinare l’economia turca. Ma minaccia e basta, per ora. Sa benissimo che l’ex Sublime Porta è in grado di ballare un valzer diplomatico azzardatissimo, che potrebbe portarla a rasentare un clamoroso voltafaccia, per gettarsi armi e bagagli nelle braccia della Santa Russia di Putin. Parliamoci chiaro, non conviene né ad Ankara e né alla Nato, un affare in perdita.

Dal tradimento coloniale anglo-francese

Per questo, per mettere tutti d’accordo, la soluzione resta quella del massacro dei curdi. Ancora una volta presi in giro dagli uomini e dalla storia. Hanno solo la colpa di essere le scorie incandescenti di un retaggio coloniale anglo-francese che non ha mai guardato in faccia nessuno. Quando oggi Macron e Johnson si permettono di dare lezioni di civiltà, meriterebbero di essere presi a pedate nel fondoschiena. Hanno fatto carne di porco della convivenza tra i popoli e hanno spremuto il limone fino alla buccia. E adesso lo scaraventano nella spazzatura, assistiti dal cinismo americano che in politica estera ha fatto più danni di Attila. Forse si stava meglio quando si stava peggio. Prima delle Primavere arabe. Oggi il Medio Oriente è diventato un pentolone in ebollizione e naturalmente i più deboli, i curdi, pagano per tutti.

AVEVAMO DETTO

Patto Nato Trump-Stoltenberg sulla pelle dei curdi è Alleanza vergogna

L’esercito di Erdogan avanza in Siria con l’aiuto dei jihadisti. L’Onu: sono già 130 mila gli sfollati fuggiti dalle loro case. Il ministro scopre ora che l’Itala vende milioni di armi alla Turchi. Trump a la Nato di Stoltenberg, facce come quella parte che noi usiamo per sederci, chiedono ad Erdogan moderazione

Il Massacro di Nanchino: l’Eccidio dimenticato di 300.000 innocenti

https://www.vanillamagazine.it/il-massacro-di-nanchino-l-eccidio-dimenticato-di-300-000-innocenti/?fbclid=IwAR3hIUfkWahKCZmecnm3aAmgDUhLD6gFsIYi16Dph41Ncp2UajPrVC4rFSc

Molti anni fa un cantautore italiano scrisse una struggente canzone per le vittime di Auschwitz, affermando profeticamente “ancora non è contenta di sangue la bestia umana”. Ma lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti non fu un peccato originale: spesso si dimenticano altri genocidi, come quello degli Armeni, o dei nativi americani o degli aborigeni del continente australe. Poi ci sono atrocità ancor meno conosciute, perpetrate negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale, perché commesse in quel sud-est asiatico così lontano da noi geograficamente e culturalmente, quando ancora la globalizzazione era un concetto astratto.

Il Massacro di Nanchino, anche detto “Stupro di Nanchino” è uno di quegli episodi che impediscono di pronunciare parole adeguate, di esprimere ogni possibile commento sull’atrocità dei comportamenti umani, che nulla hanno a che vedere con azioni di guerra.

Uno dei tanti bambini vittime del Massacro di Nanchino

Alla fine degli anni ’30, mentre l’Europa andava inesorabilmente incontro alla seconda guerra mondiale e agli orrori del regime nazista, in Asia era già in atto il secondo conflitto sino-giapponese, che si protrasse dal luglio 1937 al settembre 1945, quando il Giappone fu costretto ad arrendersi incondizionatamente.

Teste mozzate di abitanti di Nanchino


La Repubblica di Cina tentava di difendersi dall’invasione dei giapponesi, che volevano lanciarsi alla conquista dell’Asia.

Il generale giapponese Iwane Matsui entra a Nanchino


Alla fine del 1945 il conto dei caduti cinesi ammontava a 20 milioni, tributo di vite umane secondo solo a quello dell’Unione Sovietica. Si stima che 16/17 milioni di quelle vittime fossero civili disarmati e indifesi, travolti da una ferocia bestiale.

Cadaveri accanto al fiume Qinhuai


Ferocia bestiale che probabilmente raggiunse il suo apice durante le sei settimane successive alla conquista della città di Nanchino, allora capitale della Cina.

Un inerme contadino cinese

ucciso a sangue freddo

Durante la loro marcia di conquista, i soldati giapponesi erano stati autorizzati, con l’approvazione dello stesso imperatore Hirohito, a non tenere in considerazione le convenzioni internazionali che proteggevano i prigionieri di guerra, anzi:

Gli ufficiali dovevano proprio bandire l’espressione “prigioniero di guerra”


Avvicinandosi alla capitale, i soldati giapponesi si erano già dimostrati capaci di azioni criminali che avevano costretto la popolazione rurale a riversarsi in città, dove nessuno trovò la salvezza ma piuttosto una morte atroce.

Dopo la resa di Nanchino, il 13 dicembre 1937, le truppe giapponesi uccisero un numero di persone difficile da quantificare, ma che si aggira tra le 200 e le 300 mila (secondo fonti USA desecretate da poco le vittime furono 500 mila), incendiarono e saccheggiarono la città, stuprarono migliaia di donne, anche bambine e anziane, prima di torturale e ucciderle in modi atroci. A tanto orrore assistettero alcuni stranieri residenti a Nanchino e qualche giornalista, sia straniero sia giapponese. In una lettera alla famiglia un missionario scrisse:

È una storia orribile da raccontarsi; non so come incominciare né come finire. Non avevo mai sentito o letto di una tale brutalità. Stupri: stimiamo che ce ne siano almeno 1.000 per notte e molti altri durante il giorno. In caso di resistenza o qualsiasi segno di disapprovazione arriva un colpo di baionetta o una pallottola

Vennero stuprate circa 20.000 donne pubblicamente, e spesso di fronte ai loro familiari, poi tutti venivano uccisi. I soldati giapponesi rastrellarono sistematicamente gli edifici di Nanchino, prelevando ragazze che venivano denudate e legate lungo le strade, per consentire a qualsiasi militare di violentarle. Alla fine venivano impalate con canne di bambù o con le baionette, mentre le donne incinte erano sventrate. Nemmeno i bambini riuscirono a suscitare la pietà degli invasori: molti furono mutilati, violentati, sbudellati e poi lasciati morti a terra per giorni interi.

La decapitazione di un soldato cinese

Le vittime del massacro furono sepolte in fosse comuni, a volte anche vive, oppure gettate nelle acque del Fiume Azzuro, oppure ancore bruciate, nel tentativo di mascherare in qualche modo la portata dell’eccidio, durante il quale due soldati giapponesi fecero addirittura una scommessa, seguita dai giornali nipponici come fosse una sfida sportiva, su chi avesse per primo ucciso cento cinesi con la propria spada.

La raccapricciante sfida di due soldati giapponesi, raccontata da un giornale nipponico

Alla fine della seconda guerra mondiale alcuni degli ufficiali che comandavano le truppe giapponesi furono processati: il generale Matsui e l’allora ministro degli esteri Koki Hirota furono condannati a morte, insieme ad altri cinque criminali, mentre lo zio dell’imperatore, il principe Asaka, presente a Nanchino durante le atrocità commesse, riuscì ad ottenere l’immunità perché membro della famiglia reale.

Innocenti sepolti vivi in fosse comuni

Nonostante le prove evidenti del massacro, in Giappone molte associazioni di veterani hanno continuato a negare l’eccidio fino a non troppi anni fa. Solo nel 1995 il Giappone si scusò formalmente con la Cina per le azioni dell’esercito giapponese, ma non in forma scritta, come sarebbe stato auspicabile.

Il ghigno bestiale di un soldato giapponese con una testa mozzata nelle mani

Eppure, ancora oggi, sono molte le personalità di spicco nipponiche (politici, industriali, legislatori) che continuano a negare le atrocità commesse dalle loro Forze Armate, come fosse disonorevole l’ammissione della colpa, e non invece il crimine commesso.

Sotto, la targa commemorativa del massacro:

Del massacro sono stati scritti molti libri e girati diversi film. Uno fra questi è “Black Sun – The Nanking Massacre”, del 1995, di cui trovate sotto il trailer:

Le fotografie sono di pubblico dominio.

17 ottobre 1977 la strage di Stammheim

Nel 1976 e nel 1977,  lo stato della Germania dell’Ovest, per cercare di stroncare la guerriglia interna, assassinò nelle sue carceri i prigionieri della Raf: Ulrike Meinhof nel 1976;  e l’anno successivo,  nel carcere di Stammheim, Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, i primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Möller (a volte scritto anche Moeller), anche lei prigioniera a Stammheim, è stata l’unica sopravvissuta a quel massacro: fu ferita gravemente da quattro coltellate. (da un’intervista alla Moeller di prossima pubblicazione su questo Blog)

Questa è la sua testimonianza su quella notte. La Moeller smentisce tutte le menzogne che hanno sostenuto la tesi di regime del “suicidio”. Tesi sostenuta anche da “pentiti” e “dissociati” in cambio di congrui sconti di pena. Queste falsità sono presenti nel bruttissimo film di Uli Edel  “La banda Baader Meinhof” del 2007, e nel libro pieno di falsità del “pentito e dissociato” Peter Jürgen Boock “L’ autunno tedesco” (vedi qui cosa ne dice il militante della Raf, Klaus Viehmann).
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*Nel 1976 Ulrike Meinhof è morta in carcere. Come hai appreso la notizia?
Di mattina alla radio, con il supplemento che disse che si era suicidata. In quel periodo ero ancora ad Amburgo Holstenglacis ed avevo l’ora d’aria con Ilse Stachowiak o Christa Eckes o Margrit Schiller. Eravamo come elettrizzate. La notizia era identica a quella del BILD del luglio 1972 nel quale era corsa voce che Ulrike si fosse suicidata per tensioni nel gruppo. Per questo pensammo all’inizio “ non può essere vero”, lei vive, era poi stata da noi. Quando non ci furono più dubbi sulla morte avemmo la consapevolezza che fosse stata assassinata. Conoscevamo le sue lettere che fino all’ultimo aveva scritto ad ognuno di noi. Da esse si capiva la stretta relazione che aveva con noi e sapevamo altresì del suo lavoro sul processo di Stammheim dove si trattava di chiamare a testimoniare testi del governo USA, membri del governo e rappresentanti del pentagono, membri del governo RFT di tutto il decennio della guerra del Vietnam, ex membri della CIA, polemologi  cioè tutti quelli che avrebbero potuto dire qualcosa sull’escalation e la partecipazione del governo federale tedesco alla guerra di aggressione contro il Vietnam.
Infine aveva lavorato ad una istanza per chiamare a testimoniare Willy Brandt e chiedergli del suo rapporto con la CIA. Era particolarmente ferrata e dirompente nella storia della repubblica federale.
Ulrike sapeva che c’era un azione di liberazione ma come noi non sapeva esattamente né quando né come. Si trattava concretamente di due azioni, l’una dietro l’altra ed entrambe preparate da più organizzazioni. La prima fu il sequestro aereo del giugno 1976 conclusosi ad Entebbe, azione che , per come si svolse, non ebbe il nostro assenso. La seconda per gli sviluppi in Libano saltò. Che un’azione di liberazione ci dovesse essere lo sapevano anche i servizi segreti. Il ministro Maihofer lo dichiarò pubblicamente per giustificarsi di fronte al caso Traube (è il caso del fisico Walter Traube, socialdemocratico collaboratore di una società di costruzione di centrali nucleari, che fu licenziato dopo un anno di controlli telefonici da parte del Verfassungsschutz-servizi segreti- per i suoi contatti con attivisti antinucleare). Dopo la storia di Stoccolma, il governo Schmidt era deciso a fare l’impossibile per evitare nuove azioni di liberazione. Il modo più efficiente è alla fine quello di uccidere i prigionieri. Dopo le torture nel braccio morto e il tentativo di psichiatrizzare Ulrike per impedirgli di pensare, sembrò essere la soluzione migliore. Sin dall’inizio Ulrike fu l’obiettivo centrale delle azioni contro la RAF. La sua storia particolare di vent’anni di resistenza antifascista, la sua rottura rivoluzionaria con le forme borghesi della politica comunista e il legalismo senza esito dell’opposizione alla guerra in Vietnam, il movimento studentesco, la sua notorietà internazionale furono le coordinate della trama e del calcolo per l’azione che, inscenando un “suicidio”, avrebbe avuto un effetto demoralizzante  nei gruppi di guerriglia e nei movimenti di liberazione, ma anche che facesse apparire un’azione di liberazione inutile e che fosse  “l’eliminazione dei capi per sgretolare il gruppo” per usare le parole del capo del Verfassungsschutz di Amburgo Horchem. Che con noi fosse diverso, è un’altra questione.
Ci fu una commissione d’inchiesta indipendente sulla sua morte nella quale si sono riuniti personalità internazionali. Nel resoconto finale arrivarono alla conclusione “ Non è stato prodotto un solo dubbio che superi tutte le prove che Ulrike non fosse più viva al momento dell’impiccagione. Al contrario si può dimostrare che fosse già morta”.
*La procura ha sostenuto che Ulrike si fosse suicidata per le tensioni all’interno del gruppo, prima tra tutte Gudrun Ensslin
Come prova portarono bigliettini singoli forniti dalla procura e dal ministero della giustizia del Baden Württemberg tra Ulrike e Gudrun, ma risalivano a  un particolare periodo nel 1975, quindi già vecchi. Inoltre non erano completi… La polemica interna era già stata risolta da tanto tempo al momento della sua morte. Quando fummo assieme a Stammheim ne parlammo a lungo, anche di come un prigioniero possa vedere la morte come unica possibilità contro la lenta distruzione. Eravamo sicuri che se Ulrike si fosse sentita così ce ne avrebbe parlato. Ad Andreas e agli altri. Non c’era motivo di nascondere questi sentimenti in una tale situazione, anzi il contrario.

=cronaca di quel periodoL’autunno tedesco e le sue conseguenze
Il 1977 fu un anno di crisi. A febbraio lo Spiegel pubblicò i documenti del caso Traube titolando “stato di diritto o stato atomico?”. Si scoprì inoltre che nel biennio 1975/76 si erano effettuate intercettazioni nelle celle di prigionieri, soprattutto della RAF.
Il movimento antinucleare si trovò di fronte al confronto con la questione della violenza. Se a febbraio a Brokdorf c’era stata una manifestazione pacifica dove i manifestanti non si lasciarono dividere tra buoni e cattivi, a Malville in Francia  la polizia fece un morto e numerosi feriti gravi.
Il 23 e 24 settembre si manifestò contro il reattore di Kalkar, 20.000 furono bloccati dagli sbarramenti della polizia con carri armati, elicotteri e un intero apparato militare. L’impreparazione  a tale apparato militare venne definita “Kalkar Schock”. Il movimento antinucleare non fu solo indebolito dall’aspro confronto con la polizia, si era anche orientato in maniera diversa nei contenuti. Non si parlava più del significato militare della cosa, ma di quello ecologico, del pericolo di fronte ad una catastrofe nucleare.
La RAF intanto cercava di liberare i suoi prigionieri. Durante il 1977 si consuma la seconda offensiva della RAF. Il 7 aprile ‘77 a Karlsruhe il ”Kommando Ulrike Meinhof “ assalta l’auto dove viaggia il procuratore generale Sigfried Buback uccidendo a raffiche di mitra lui, il suo autista ed un poliziotto della scorta.
Il 28 dello stesso mese si conclude il lungo processo a carico di Baader, Ensslin, Raspe per gli attentati del 1972: tutti e tre vengono condannati all’ergastolo.
Il 30 luglio il presidente della Dresdner Bank, Juergen Ponto viene ucciso nella sua casa in un tentativo di sequestro.
Il 5 settembre ‘77 a Colonia il commando “Siegfried Hausner” della RAF sequestrò il presidente della Arbeitgeber Hans Martin Schleyer uccidendo i tre agenti della scorta e l’ autista. In cambio della liberazione di Schleyer il commando chiedeva la liberazione di 8 detenuti della RAF e il trasporto in un paese a loro scelta, così come la somma di 100.000 Marchi ciascuno.
Due giorni dopo, 72 prigionieri vengono posti in isolamento con il blocco totale dei contatti sia tra prigionieri sia con l’esterno, radio tv e giornali vengono altresì proibiti.  L’ operazione viene legalizzata da una legge ad hoc approvata il 29 settembre. Occorre far notare che con le due unità di crisi vengono uniti potere legislativo ed esecutivo e che gli ordini del tribunale che sanciscono l’incostituzionalità dei provvedimenti e che  permettono un incontro tra prigionieri ed avvocati vengono ignorati.
A metà settembre il commando con l’ostaggio si trasferisce da Colonia a l’Aia per sfuggire alla pressione investigativa. Alla fine del mese il commando si divide : una parte si trasferisce con l’ ostaggio a Bruxelles e gli altri membri vanno a Baghdad per incontrarsi con membri della resistenza palestinese con la mediazione di un membro delle R.Z. (Cellule Rivoluzionarie). Nella capitale irachena Abu Hani propone un dirottamento aereo a supporto del sequestro Schleyer.
Visto che le autorità non cedevano allo scambio il 13 ottobre un commando palestinese del S.A.W.I.O, con la supervisione di Abu Hani del PFLP/SC dirottò il Landshut, un Boeing 707 della Lufthansa della  linea Maiorca Francoforte, con 86 passeggeri a bordo chiedendo la liberazione di una lista di prigionieri politici , tra i quali il vertice della RAF.
I giornali reazionari come il BILD chiedono l’ esecuzione di “terroristi” per rispondere a quella di ostaggi, pure sul giornale liberale FAZ si legge “non sarebbe il tempo di istituire un diritto d’emergenza contro i terroristi?” settori della  CSU chiedono la pena di morte.
Il 17 ottobre verso la mezzanotte un commando delle truppe speciali tedesche, il GSG 9, assaltò l’ aereo uccidendo tre dei quattro dirottatori e ferendo la quarta. La mattina seguente nelle loro celle di massima sicurezza del carcere di Stammheim (Stoccarda) vennero trovati morti Andreas Baader,  Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin, I primi due a seguito di colpi di arma da fuoco, la terza impiccata. Irmgard Moeller invece era ferita gravemente da quattro coltellate al petto. La versione ufficiale parla di suicidi a seguito della notizia del fallimento del  dirottamento aereo, senza però riuscir a spiegare come avevano potuto saperlo e come potevano avere due pistole e un coltello in un carcere di massima sicurezza, trovandosi inoltre in isolamento da due mesi. Per l’estrema sinistra furono omicidi di stato.
Oltre alla seguente testimonianza della Moeller ci sono numerose incongruenze nella versione. Perché il mancino Baader teneva la pistola nella mano destra? Come ha fatto a spararsi da trenta a quaranta centimetri nella nuca? Perché il cavo elettrico con la quale la Ensslin si sarebbe impiccata si rompe al tentativo di sollevarla? Inoltre vennero rinvenute ferite che non avevano a che fare con l’impiccagione. Appare altresì strano che non ci fossero impronte sulla pistola di Raspe.
A seguito di questi avvenimenti venne ucciso Schleyer. Il suo cadavere fu scoperto dietro segnalazione, nel portabagagli di un Audi 100 a Mulhouse, in Francia. 
Il mese successivo venne trovata impiccata nella sue cella, anche Ingrid Schubert, un’altra prigioniera della RAF di cui era stata chiesta la liberazione. Permangono gli stessi dubbi, tanto più che lei, a differenza dei tre che avevano preso da poco un ergastolo, sarebbe uscita nel 1982. Nei due anni successivi nel corso di operazioni di polizia, vennero uccisi altri tre membri della RAF:  Willy Peter Stoll (a Duesseldorf il 6 settembre1978), Michael Knoll (24 settembre1978 presso Dortmund) ed Elizabeth Von Dyck (a Norimberga il 4 maggio 1979). Rolf Heissler scampò invece alla morte solo perché riuscì a ripararsi la testa con una cartellina che deviò il  colpo mortale.
Nella società tedesca si assistette ad un operazione di massiccia censura di tutto ciò che mostrasse simpatia per i movimenti di liberazione, persino un pezzo teatrale come “Antigone” (di Sofocle) venne censurato. L’interdizione dall’impiego, la limitazione dei diritti della difesa e la censura furono criticati dal tribunale Russell.
*Quando avete saputo a Stammheim che Schleyer era stato rapito?
La sera stessa dalla TV. Poco dopo venne un commando di polizia. Dovemmo spogliarcinudi, i nostri vestiti vennero vagliati minuziosamente e poi fummo chiusi in celle vuote ad aspettare la fine della perquisizione di sbirri e magistrati. Alla prima occhiata mancavano la radio, tv, giradischi e tutti gli accessori. A questo punto eravamo 4 nel braccio morto, Nina era stata spostata a Stadelheim il 18 agosto e doveva tornare subito da noi. Fino ad allora avevamo delle mensole davanti alle celle (nel corridoio) con degli oggetti che usavamo in comune come libri, roba da toilette ecc. il 6 settembre il corridoio venne sgomberato e tutta la roba fu messa sotto chiave. Da allora in avanti non potevamo usare più nulla in comune né consolarci a vicenda. Il blocco dei contatti era già stato attivato, non solo contro di noi, ma contro tutti i prigionieri politici nella RFT. Erano più di 90.
*Prima del rapimento Schleyer avete vissuto in celle d’isolamento?
Prima a notte potevamo rimanere assieme, uomini e donne divisi. Da agosto ero assieme a Gudrun, anche perché era estremamente indebolita dagli scioperi della fame e della sete e pensavamo che non ce la facesse a sopravvivere. Nella notte fummo divise e rimanemmo tutti in celle d’isolamento.
*Avete riavuto le cose confiscate nella perquisizione?
No. Dopo alcuni giorni riavemmo solo il giradischi. Ciò che poteva servire per  l’informazione se lo sono tenuto.
*Avevate saputo in anticipo che Schleyer sarebbe stato rapito? C’erano stati accordi tra di voi e le persone che formarono il commando Siegfried Hausner?
Non c’erano stati accordi col commando. È stato detto che i prigionieri gestivano le azioni dalla cella, ma non è così. Come avremmo potuto farlo? Avemmo però il presentimento che qualcosa sarebbe avvenuto. Il 7/4/77 il commando Ulrike Meinhof uccise il procuratore generale  Buback mentre ci trovavamo in sciopero della fame per ottenere la revoca dell’isolamento e la riunione in un gruppo di 15 persone. Durante questo sciopero, dopo l’uccisione di Buback, fummo isolati per la prima volta, senza poter ricevere nemmeno gli avvocati, allora non c’era una base legale che lo permettesse. Per protesta siamo entrati in sciopero della sete. Il blocco dei contatti è stato rimosso, ma le nostre richieste non sono state accolte. In questo periodo ci fu un enorme solidarietà internazionale, teologi, giudici americani, belgi, francesi e inglesi avvocati e giuristi sostennero le nostre richieste di riunione. Il 30 aprile abbiamo ottenuto la promessa che altri prigionieri sarebbero stati trasferiti a Stammheim. Poi il 30 luglio venne ucciso Ponto (….). In quel periodo era chiaro che il processo di Stammheim si avviava alla fine e che ci sarebbe stata la sentenza. Era una fase nella quale è successo molto e l’atmosfera era tesa. Per questo ci aspettavamo che succedesse qualcosa, anche se non sapevamo cosa. Quando abbiamo sentito che Schleyer era stato rapito abbiamo pensato che potesse avere a che fare con noi. Le richieste furono divulgate il giorno successivo, allora fummo isolati completamente.
*C’era comunicazione tra di voi?
Potevamo gridarci qualcosa. Principalmente la notte. Quando se ne sono accorti ci hanno inchiodato materassi di gommapiuma davanti alla porta. Inoltre le grida erano difficili da capire perché, dopo che il corridoio era stato svuotato, rimbombava assai
*Oltre alla comunicazione a voce c’erano altre possibilità di comunicazione?
No, non avevamo nessuno a cui poter dire le cose.
[….]
Avevo dormito pochissimo nei giorni precedenti, anche di giorno; niente pisolini. Fisicamente ero esaurita per lo sciopero della fame, perché non mangiavo quella roba e ci era proibito acquisto di viveri. Non avevo più riserve per rimanere attiva, ma mi aiutava a stare sveglia. Poi ho chiamato Jan tardi in nottata. La cella dove allora stavo era abbastanza sformata e se ci si sdraiava si poteva chiamare da sotto la porta. Jan era davanti a me, a  un paio di metri di distanza di lato. Mi ha sentito e risposto ho detto “He, um” per sapere che succedeva. Poi mi son messa sotto le coperte e mi sono addormentata. Quando non so dirlo, con esattezza , ma fu nelle ore successive.
La mia prima sensazione fu un rumore in testa, mentre qualcuno mi apriva le palpebre sotto la luce accecante del corridoio, molte figure attorno a me che mi hanno afferrato. Dopo ho sentito una voce che ha detto “Baader ed Ensslin sono morti”. Infine ho perso i sensi. Mi sono risvegliata completamente giorni dopo nell’ospedale a Tubinga. Un giudice sedeva accanto al letto e voleva sapere cosa fosse successo. Da lui ho sentito che anche Jan era morto. Da lui ho anche appreso che l’aereo era stato assaltato e che i dirottatori, tranne una donna, erano stati uccisi. La mia avvocatessa mi ha detto che ha tentato senza successo di arrivare a me per tutto il tempo.
Ma non potrei raccontarti il senso di quel discorso. Prova a immaginarti che dopo settimane di blocco totale, era il primo contatto con una persona di fiducia. Inoltre ero gravemente ferita ed avevamo solo un ora di tempo. Ero nel reparto ustionati e tutto era piastrellato e sterile. Ero attaccata ad una flebo che gorgogliava, avevo dolori terribili, c’erano sbirri ovunque, persino i dottori di questo reparto erano sorvegliati.
Inizialmente non seppi che ferite avevo. Me lo disse dopo un medico di fiducia. Di 4 coltellate al petto, una aveva colpito il pericardio e ferito un polmone che si era riempito di sangue. A Tubinga mi dovettero incidere la gabbia toracica e posizionarvi un drenaggio per aspirare tutto il liquido della ferita. Il corpo contundente doveva essere stato conficcato con violenza ed essere stato fermato da una costola che presentava un’incisione.
Nel reparto rianimazione rimasi una settimana, là una fisioterapista mi ha aiutato a recuperare la capacità respiratoria. Ho ricevuto forti dosi di tranquillanti e sedativi e mi ricordo poco di quel giorno. Ma un immagine mi è rimasta impressa: giorno e notte c’erano due o tre sbirri con i berretti, mantelli e soprascarpe  sterili, mentre davanti alla finestra pattugliavano altri armati di mitra. Il fine settimana mi riportarono in carcere a Hohen Asperg  con l’elicottero. Là rimasi 4 settimane per molto tempo non fui in grado di camminare ed ebbi dolori per anni a respirare,tossire, sdraiarmi di fianco e persino a ridere.
*Hanno trovato l’arma con la quale sei stata ferita?
Nella versione officiale si parla del coltellino in dotazione, ma non quadra perché la ferita è piuttosto profonda. Quello era un coltellino che si utilizza per spalmare il burro e, assieme alle forbicine per ritagliare giornali che erano in un angolo, fu l’unico oggetto “da taglio” ritrovato in cella. Ma non si trattava di esse, loro dissero che era stato il coltello smussato.
*Il tuo avvocato ha parlato con i medici per sapere se le ferite sarebbero state compatibili con un coltellino del genere.?
Hanno provato a parlare con i medici e il personale d’assistenza, ma hanno sempre trovato porte chiuse. Gli era proibito parlare con il mio avvocato. Alcune infermiere hanno tentato di fargli arrivare notizie, ma non ha funzionato granché. Il personale aveva paura. Anche gli avvocati erano stati intimiditi. Vennero istituiti numerosi procedimenti disciplinari contro i nostri avvocati, non erano certo buone premesse per chiarire qualcosa. Io stessa ho provato ad avere gli atti e la documentazione, inutilmente. Le lastre non ho mai potuto vederle. Anche in seguito, quando ero a Lubecca ed avevo ancora dolori al respiro, il medico della prigione le ha richieste. Pensavamo che da prigione a prigione potesse funzionare. Ma nulla, le due prigioni non le hanno spedite (Hoheasperg e Stammheim).
*Quando hai raccontato per la prima volta ciò che ti è successo?
Prima ho parlato con un avvocato, poi ho fatto le mie  dichiarazioni davanti alla commissione di inchiesta. Era il 16 gennaio 1978. avrebbero già voluto farlo nel dicembre 1977, ma ero troppo debole e mi trovavo in sciopero della fame perché volevo assolutamente essere raggruppata con gli altri. Fu tremendo. Giacevo in divisa carceraria sul materasso in terra ed ero sorvegliata continuamente. Venne poi un funzionario della commissione d’inchiesta e mi disse che ero tenuta a rilasciare una dichiarazione e di tenermi pronta per l’8 dicembre. La dichiarazione si sarebbe svolta a porte chiuse. Ma in questo modo mi sono rifiutata. Così hanno stabilito il termine per gennaio 1978.
Ci andai perché volevo dichiarare pubblicamente di fronte alla stampa. L’audizione si svolse nella sala dove c’era stato il processo. C’erano 200 posti ed erano tutti gremiti. Risposi alle loro domande. Il protocollo si può anche leggere. Gli atti della commissione non li ho ricevuti fino ad oggi. Non ho potuto correggere, cambiare o aggiungere cose al contenuto della mia dichiarazione perché nessuno me l’ha data. La versione stampata non è autorizzata e neppure completa.
*Com’era la situazione per te?quella notte ti sei alzata ed eri gravemente ferita. Che hai pensato?
Per me fu tutto confuso. C’era il dolore terribile che gli altri non fossero più con me. Non avevo però neppure il tempo di rattristarmi, dovevo chiarirmi la situazione. Riflettei ai segnali che c’erano stati di una tale escalation. Volevo chiarire un po’ di cose. Nel corso degli anni c’erano state minacce di morte contro Andreas, Ulrike era morta, avevamo pensato che tali omicidi potessero succedere, non ci siamo mai sentiti sicuri in galera. Questo era un motivo per il quale volevamo restare uniti e non lasciarci dividere, per proteggerci a vicenda. Ma sapere che questo può avvenire, è ben altro che viverlo in realtà. Da sola dovevo venirne a capo. Era un dolore totale che mi stordiva più della paura che qualcuno ci riprovasse.
Poi ho tentato meglio che potevo per arrivare alle informazioni. Ciò ha caratterizzato il corso dei miei giorni allora. Fu terribilmente difficile perché non avevo giornali, non avevo gli atti e non potevo avere visite. Gli avvocati venivano ma avevamo appena il tempo di discutere solo le cose più necessarie e urgenti. Non avevo nulla da verificare o controllare. All’Hohen Asperg hanno tolto il blocco dei contatti a fine ottobre. La radio non me l’hanno ridata perché dissero che avrei potuto usare il filo per impiccarmi. Con questa scusa mi hanno tolto tutto. In questo periodo, quando giravano la gran parte delle informazioni ed ho tentato con urgenza di sapere le cose. Non avevo accesso al modo.
*Non avevi neppure giornali? Con quelli è difficile impiccarsi..
Tagliavano tutto ciò che potesse aver a che fare con Stammheim o il Landshut nel senso più ampio. Li ho avuti 20 anni dopo quando sono uscita di carcere nella cassa dei “beni”. Allora dai giornali leggevo solo lo sport e forse un paio di articoli del Feuilleton.
*Non hai potuto ricevere testi o informazioni per posta dai difensori?
Gli avvocati non hanno spedito nulla. Avevano paura che tutto fosse illegalizzato come sistema d’informazione. Di fronte al clima arroventato era anche un timore giustificato. In Germania due avvocati erano già in galera e Klaus Croissant era in Francia in attesa di estradizione.
*Quando avesti di nuovo contatti con qualcuno del tuo gruppo?
Per lungo tempo non avvenne. Avevo voglia di essere riunita con gli altri, in particolare con Nina (Ingrid Schubert). A Hohen Asperg sentii da lontano un brano della radio: Ingrid Schubert si era impiccata a Hohen Asperg. Ero come tramortita. Questo era il 12 novembre. Si parlò subito di suicidio per quanto tutti i fatti parlassero contro. Ho letto molto più tardi le sue lettere dell’ultima settimana e descrive di come fu assalita il 18 ottobre e sottoposta a perquisizione ginecologica. I suoi piani per il futuro prossimo erano quelli di tornare con noi. Dalla pubblica discussione è uscita subito perché non è morta a Stammheim e perché nonostante le stranezze non ci fu nessuno che continuò le indagini. Gli atti furono chiusi nel 1978.
[…]
*Altra domanda fondamentale è come avreste potuto procurarvi armi. K.H. Roth in un’intervista al “Konkret” sostiene che c’erano armi in cella e la cosa era risaputa dalle autorità senza che si sapesse però esattamente quali fossero.
Non avevamo armi. Dire che avessimo nascosto armi in cella ha poco senso perché durante il blocco dei contatti dovemmo spostarci più volte e non sapevamo in anticipo né quando né dove.
Se avessimo avuto armi ne avremmo fatto altro uso che quello di suicidarsi. Ci saremmo difesi o tentato di uscirne e certamente non ci saremmo uccisi isolatamente
*Vista così avrebbe senso lo scenario ipotizzato da Schmidt a una conferenza: Baader avrebbe tentato di portare qualcuno della cancelleria da voi in prigione per prenderlo in ostaggio
Ma non l’ha fatto! Se avessimo progettato un’azione di liberazione da Stammheim avremmo tramato ben altro. Scenari del genere sono, di fronte agli scenari che avevamo davanti, totalmente irrealistici. Siamo stati perquisiti continuamente, tutto era sorvegliato. Non avevamo armi. Come poi? Andreas, come risulta anche dalla documentazione del governo, aveva uno scopo politico. Non era un’azione mascherata. Certo che di solito piace girarci intorno, ma porta poco lontano. La realtà del 1977 ha lasciato poco spazio a questi pensieri artistici. Vivevamo in una condizione estrema, il blocco dei contatti appunto.
*Il fatto che avevate armi in cella non è sostenuto solo dalla commissione, ma anche alcuni testimoni che dicono di aver aiutato a imboscare le armi. A questa storia di Volker Speitel c’è anche una variante di Peter Jürgen Boock che sostiene di aver preparato più armi.
È sempre difficile dimostrare che qualcosa non è successo. Su Volker Speitel non posso dire molto perché io stessa non ebbi a che fare con lui. Ma Hanna Krabbe lo conosceva perché originariamente voleva partecipare all’azione di Stoccolma. Ma se l’è svignata un paio di settimane prima per riapparire poi nell’ufficio dell’avvocato Klaus Croissant. Dice di aver preparato le armi ed esplosivi nella primavera del 1977 che sarebbero poi state portate da Arndt Müller nascoste in un coperchio degli atti e poi passate durante il dibattimento a Jan, Andreas e Gudrun che le portarono dal tribunale in cella. Chi sa come venivano controllati i nostri avvocati non può credere a questa versione. Ci fu fin dall’inizio la propaganda che gli avvocati fossero nostri corrieri, ambasciatori e galoppini. Per questo venivano perquisiti a fondo ed in maniera pignola. Ogni foglio veniva spiato, in queste condizioni introdurre armi sarebbe stata pura pazzia. Inoltre per come era fattaStammheim sarebbe stato poco probabile uscirne anche se si avevano tre pistole e dell’esplosivo. Ci aspettavamo di essere liberati da fuori dalla RAF.
Le storie di Speitel non sono per niente credibili. Inizialmente ha dichiarato di aver ricevuto le armi dagli illegali, tramite un corriere nel marzo del 1977, dopo ha sostenuto che gli illegali stessi gli avessero dato le armi, in ogni caso non si poteva ricordare chi fosse il corriere o gli illegali che gliele dettero. Dopo disse che fu Sieglinde Hoffmann a dargli una pistola e l’anno successivo si ricordo esattamente che erano due. Ricorda poi che potrebbe essere stato il Giugno 1977, ma in quel periodo il processo era alla fine e gli avvocati, anche se lo avessero voluto, non avrebbero più potuto introdurre le armi nel modo indicato dalla commissione. Le favole di Boock non sono migliori:  Speitel, che sostiene di aver preparato le armi, non appare nel racconto di Boock e Boock, che sostiene di aver preparato le armi per il trasporto,non appare nel racconto di Speitel.
*Ci sono altre due “interne” che dichiarano che voi vi sareste suicidati. Susanne Albrecht e Monika Helbing, che nel 1977 erano nella RAF e che in seguito andarono da fuoriuscite nella DDR hanno dichiarato che ci sarebbe stato tra i quadri della RAF un “azione suicida” nel caso che non ci fossero più state altre possibilità di uscire. Entrambe si riferiscono a Brigitte Mohnhaupt che fu rilasciata nella primavera del 1977 e che rientrò subito in clandestinità
Entrambe hanno escogitato la cosa in un momento nel quale erano testimoni in un processo e volevano ottenere uno sconto di pena. Questo sui motivi. Posso dire che tra noi non c’era nulla del genere né come discussione né come piano.
[…]
*Per voi quindi il solo sopravvivere era una vittoria?
Sicuro. Nel momento in cui devi essere schiacciato ma sopravvivi, qualcosa l’hai raggiunto e ci rimani attaccato. Ciò che avevamo in testa era di fare un ulteriore sciopero della fame per accelerare alla decisione in quella settimana. Si trattava anche di prendere dalle mani del governo la decisione su di noi, come dicemmo in quei giorni, che non si tratta certo di annunciare il nostro suicidio come interpretarono avidamente governo e polizia. Perché poi avremmo dovuto annunciarlo? Per dargli la gioia dell’attesa?. Sapevamo bene che ci avrebbero visto più volentieri morti che vivi. Inoltre era chiaro che fino a che eravamo dentro e vivi, ci sarebbero stati quelli fuori che avrebbero voluto liberarci.
[…]
*Negli anni , hai riflettuto di un possibile scenario, di cosa poté essere successo in quella notte?
Ero e sono convinta che fu un’azione dei servizi. Il BND poteva entrare ed uscire liberamente da Stammheim ed aveva installato da noi le apparecchiature per le intercettazioni ambientali. Era anche risaputo che il personale del carcere non era ritenuto abbastanza degno di fiducia per un’azione del genere. Alcuni hanno sempre raccontato qualche nostra ridicola storia al “Bunten”, “Quick” o allo “Stern” e se qualcosa doveva succedere doveva essere fatta senza coinvolgerli. In relazione a ciò è importante che il personale fu cambiato, anche se non tutto, durante il blocco dei contatti. Le telecamere del corridoio poi non funzionavano la notte.
*Pensi che il governo federale fosse coinvolto in quest’azione omicida o è solo opera autonoma dei servizi?
Penso che il governo fosse coinvolto e che anche all’interno della NATO se ne fosse discusso. Al tempo c’era l’unità di crisi anche negli USA, che si teneva in continuo contatto con Bonn. Loro avevano un grosso interesse che noi non ci fossimo più. Il metodo di far apparire un omicidio per un suicidio è proprio della CIA.
*Nella discussione all’interno della sinistra su Stammheim, c’è per lo meno da parte della sinistra la tendenza a non considerare importante la risposta alla domanda se si tratti di omicidio o suicidio. In ogni caso la morte dei tre è da attribuirsi allo stato che o ha provveduto direttamente o ha portato i tre a suicidarsi.
Le condizioni carcerarie erano terribili e nello sciopero della fame vennero uccisi prigionieri con la sottoalimentazione, Holger Meins per esempio. Ma è comunque una grossa differenza se qualcuno si spara, si impicca si pianta un coltello nel petto o se lo fanno gli altri. Si tratta dei fatti. Non volevamo morire, volevamo vivere.

da  

SIRIA, CURDI, TRUMP-PUTIN, NOI——– DIMMI CON CHI VAI…..

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/10/siria-curdi-trump-putin-noi-dimmi-con.htmlMONDOCANE

GIOVEDÌ 17 OTTOBRE 2019

 Manbij liberata

https://youtu.be/mHLp6U-xWzE Soldati siriani tra la folla a Manbij

Alle scomposte geremiadi delle prefiche imperialiste sul ritiro delle truppe Usa dalla Siria e sull’ “abbandono” della loro fanteria curda, hanno risposto correttamente, tra poche altre iniziative, una mobilitazione del Comitato contro la guerra di Milano, un articolo di Pino Arlacchi, uno di Mauro Gemma (Marx XXI) e un ottimo comunicato stilato dall’amico Enzo Brandi, poi leggermene modificato da altre mani della rete No War. Lo riporto in calce, dopo una serie di mie considerazioni.

Intanto una precisazione in riferimento alla «maggiore autonomia ai curdi» inserita ex-post nel comunicato e, a mio parere, spuria e inopportuna, tale da costeggiare pericolosamente la forsennata campagna di sostegno ai curdi. Sostegno a prescindere. C’è il rischio che venga interpretato dai curdi e dai curdomaniaci come avallo alle prestazioni e pulizie etniche che le Forze Democratiche Siriane (etichetta che maschera il mono-etnicismo curdo del YPG) hanno operato su un terzo della Siria araba, protetti dagli Usa e armati e finanziari da Israele e Arabia Saudita.
E siccome non perde mai validità il detto “Dimmi con chi vai…”, la presunta nobiltà politica dei curdi autodefinitisi e riconosciuti dall’Occidente “democratici, ecologici, femministi, multiculturali e confederativi” si risolve in un ignobile mercenariato al servizio degli sbranatori della libera, laica, pacifica e socialista Siria. Ricordino i fustigatori del “traditore” Trump, come fosse Obama, nel 2010, a lanciare le guerre per procura contro la Siria con l’utilizzo di gruppi terroristici mercenari, cominciando con Al Qaida e concludendo con l’Isis, chiamando il tutto “guerra al terrorismo”. Da noi, inveterati colonialisti, si cianciava di “opposizione democratica”, di “moderati” dell’Esercito Siriano Libero, lo stesso ora utilizzato da Erdogan per l’ennesima invasione.

Area storicamente a maggioranza 

curda in verde scuro; area occupata insieme agli Usa in verde chiaro.

I curdi in Siria erano un milione su 25 e occupavano una striscia di territorio sul confine. La Siria ne ha poi accolti centinaia di migliaia, insieme a Ocalan, in fuga dalla repressione turca. In compenso i curdi si sono fatti aiutare dagli assassini della Siria a rubare terre, case, paesi, giacimenti, industrie. Una Premia Nobel statunitense del 1997, Jody Williams, del genere Obama, si straccia le vesti sulla “pulizia etnica” compiuta dai turchi nei confronti dei curdi. Abbiamo mai udito suoi lamenti per la pulizia etnica degli squartatori della Siria in cantoni mono-etnici, monoconfessionali, monotribali, come previsto dal Piano Yinon israeliano fin dagli anni ’80?

”Fascia di sicurezza” progettata da turchi e Usa in grigio, area siriana occupata da Usa e curdi in giallo.

Chi ha alzato un sopracciglio quando i curdi, usciti dal loro enclave siriano, si sono fatti mercenari dell’imperialismo e avventati su terre arabe, occupando un terzo della Siria, comprendente le migliori terre agricole e quasi tutte le ricchezze petrolifere, da spartire con gli Usa e altri rapinatori? Migliaia di arabi siriani sono stati cacciati dai loro villaggi, dalle loro case, le loro istituzioni sono passate sotto controllo curdo, le loro scuole sono state chiuse. Una pulizia etnica, se mai ce n’è stata una, ma di cui gli amici dei curdi (“dimmi con chi vai”) non pare abbiano mai saputo nulla.

Superando ogni vetta dell’ipocrisia, gli amici del giaguaro politici e mediatici d’Occidente, con al seguito masse di utili idioti, attribuiscono ai curdi del SDF il merito di aver debellato da soli l’orrore dello Stato Islamico. Di aver salvato il mondo dal terrorismo jihadista. Loro che si sono fatti affittare dagli Usa, padrini e padri del terrorismo universale, come fanteria della guerra alla Siria. Il colmo dei paradossi. E’ un giudizio falso e strumentale, teso a

oscurare l’eroismo di un popolo, quello siriano, che, tra indicibili sofferenze e privazioni, con il suo esercito e i suoi volontari delle unità popolari, da otto anni regge – e vince, con l’aiuto di russi, iraniani e hezbollah – lo spaventoso urto della potenza militare (aeronautica, forze speciali e sanzioni genocide) di mezzo mondo (Nato). Una potenza integrata da decine di migliaia di bruti mercenari addestrati da Usa, Regno Unito, Israele, dalle oscene dittature del Golfo, a compiere atrocità che neanche nella Seconda Guerra Mondiale, o nello sterminio dei nativi d’America.

Raqqa dopo i bombardamenti Nato

Sia chiaro poi che ad aprire e spianare la strada ai combattenti YPG sono stati i bombardamenti a tappeto della Coalizione, tesi a polverizzare la Siria, i suoi beni, i suoi esseri viventi, più che a far fuori i propri clandestini mercenari dell’Isis (regolarmente salvati da Raqqa e altre città e assegnati a unità curde). Sono i combattenti patrioti della Siria ad aver indicato al mondo come si possa debellare il mostro imperialista. La nostra riconoscenza non sarà mai all’altezza di quel merito. Ed è merito di queste ragazze e questi ragazzi combattenti se oggi possiamo gioire come mai prima, nella storia terribile e gloriosa di questa guerra, alla vista della bandiera siriana su Kobane e Manbij, affiancata da quella russa, di nuovo al suo fianco, esplicita e senza le ambiguità compromissorie che hanno accompagnato molte furbizie turche, tipo tregue, demilitarizzazioni, zone di de-escalation.
I curdi hanno molto da farsi perdonare dal popolo siriano tradito e accoltellato alla schiena. E anche dagli ingenui loro sostenitori suggestionati da una propaganda assordante che presentava al mondo l’area abusivamente da loro occupata e straziata come una specie di repubblica di Platone. Ora i curdi rientrino nella loro zona originaria, facciano ammenda, si riconoscano nella Siria multiculturale, multiconfessionale, multietnica, tollerante e progressista, antimperialista, restituiscano quanto hanno predato e lucrato e difendano la Siria unita, integra. laica e libera.

Rispetto alle forze in campo e al loro peso nel quadro geopolitico, si ha a che fare con un ginepraio difficilmente districabile. Quanto a Erdogan, è trasparente l’obiettivo del suo imperialismo neo-ottomano di ingrandirsi attraverso l’annessione dei pezzi più ricchi di Siria nel Nord della cosiddetta “Striscia di Sicurezza” e oltre. Ma è anche quello di neutralizzare la minaccia storica dell’irredentismo curdo in casa, costringendo i curdi legati al PKK ad accontentarsi di una ridotta da qualche parte nella Siria orientale e in Iraq, ma fuori e oltre le aree di interesse turco, così confermando l’impegno strategico della frantumazione dei grandi Stati arabi della regione, comune a Turchia, Nato, Israele e ai suoi alleati del Golfo.
Trump, al contrario dei democratici clintoniani e neocon nello Stato Profondo Usa, con i loro tentacoli nei regimi UE, pare disposto a lasciarlo fare. Anche perchè sa bene che un conflitto diretto con la Turchia porterebbe alla disgregazione della Nato, organizzazione a cui lui tiene poco, ma la cui distruzione quale braccio armato per il dominio globale fornirebbe nuovi armi propagandistiche agli avversari che da sempre, a dispetto dell’immane flop del Russiagate, lo denunciano come traditore e terminale di Putin.
Con il quale Trump potrebbe davvero avere un’intesa segreta, visto l’evidente via libera che gli ha dato con il ritiro dei Marines dalla Siria occupata e l’implicito arrivo nelle maggiori città di confine delle truppe di Assad accompagnate dai russi. Forse, vista la buona accoglienza elettorale che gli ha dato il suo appeasement con Mosca nella campagna di 4 anni fa,Trump cerca di sottrarsi alla morsa bellicistica dei suoi avversari Democratici e falchi vari (alla Bolton) e presentarsi al secondo mandato come uomo che, rispetto alle sette guerre di Obama, è consapevole della volontà di pace espressa nei sondaggi dalla maggioranza dei suoi cittadini e di quelli dei paesi alleati.
Tutte queste, badate bene, sono parole scritte sulla sabbia e dette al vento. Domani potrebbero succedere cose che mi renderebbero un fantasioso sparaballe. Con Trump non si sa mai. Ma ancora più non si sa mai come reagirà il drago nel profondo della caverna Usa, il complesso militar-industrial-securitario, il suo corollario dell’Intelligence e la sua espressione politica nel Partito Democratico, quello del complotto Russiagate. Per cui, ripeto, peggio di Trump non ci sono che gli anti-Trump.

 La Siria si riprende Manbij

Comunicato Stampa 15.10.2019.

NO ALL’INVASIONE DELLA SIRIA E AL GENOCIDIO DEI CURDI.

La Rete NO WAR condanna fermamente l’invasione della Siria a opera dell’esercito turco come crimine di guerra. Rischia di provocare ulteriori disastri e sofferenze per tutte le popolazioni di quel paese, e per tutte le popolazioni del Medio Oriente già cosí gravemente provate.

Plaude la decisione della comunità curda siriana di riunirsi agli altri popoli della Siria, lottando a fianco dell’esercito nazionale per respingere l’invasione delle truppe turche, invece di continuare a rincorrere l’illusoria “protezione” degli Stati Uniti, la cui stessa presenza in Siria è comunque illegittima.

I siriani di tutte le etnie e confessioni – arabi, curdi, armeni, assiri, sunniti, sciiti, alawiti, drusi, cristiani, yazidi – sono convissuti insieme pacificamente e proficuamente da generazioni e potranno farlo in futuro, se lasciati in pace.

La sconfitta dell’invasore turco ed il ritiro di tutte le forze straniere e delle formazioni jihadiste e terroriste presenti nel paese è premessa indispensabile per l’apertura di una trattativa per una maggiore autonomia dei curdi-siriani nel quadro di una Siria multietnica, integra, indipendente, laica e socialista.

Chiediamo al Governo italiano di adottare tutte le misure necessarie, non solo per porre un embargo totale su tutte le forniture di armi alla Turchia, ma anche per sottoporla se necessario a sanzioni, e – contemporaneamente – chiediamo di annullare le sanzioni alla Siria, che causano enormi sofferenze alla sua popolazione, e riallacciare normali relazioni con il Governo di Damasco.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 12:41

LE VRAI TOURNANT GEOPOLITIQUE EN SYRIE : DAMAS REPREND LE CONTROLE DU ‘ROJINA’ ET DE SA FONTIERE AVEC LA TURQUIE ! (AGRESSION TURQUE CONTRE L’ETAT SYRIEN II)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 10 14/

LM.GEOPOL - Syrie invasion turque II rojina damas (2019 10 14) FR

 « Face à la menace turque, les Kurdes s’allient à Bachar al-Assad

En Syrie, les Kurdes ont annoncé un accord avec Bachar al-Assad. »

– (France2, Paris, ce jour).

 « Il n’y a plus que Bachar al Assad pour sauver les kurdes »

– LCI (Paris, ce jour).

 «”Des unités de l’armée arabe syrienne en route pour le Nord pour affronter l’agression turque sur le territoire syrien »

– SANA (Damas, ce matin).

Alors que l’offensive d’Ankara dans le nord de la Syrie a engendré le déplacement de 130.000 personnes, l’armée arabe syrienne est « appelée à libérer toutes les localités occupées par l’armée turque », dans le cadre d’un accord surprise passé dimanche soir entre Damas et les Kurdes. Dans ma précédente analyse, j’annonçais que les kurdes du ‘Rojina’ n’avaient qu’une seule alternative pour « sauver leur peau ». L’allégence à Damas et le retour dans le giron de l’Etat syrien unitaire. Ce jour, sous les acclamations des kurdes, l’Armée Arabe Syrienne reprenait le territoire national occupés par les YPD.

Exit la sécession du « Kurdistan syrien » trahie par Washington et Paris !

Exit aussi la blitzkrieg d’Erdogan qui veut s’emparer d’une bande de territoire syrien longue de 120 km et profonde d’une trentaine de kilomètres dans le nord du pays !

* Voir mon analyse :

POURQUOI LE PRETEXTE DE L’OFFENSIVE TURQUE CONTRE LES FORCES KURDES EN SYRIE EST UNE AGRESSION TURQUE CONTRE L’ETAT SYRIEN !?

sur http://www.lucmichel.net/2019/10/10/luc-michels-geopolitical-daily-pourquoi-le-pretexte-de-loffensive-turque-contre-les-forces-kurdes-en-syrie-est-une-agression-turque-contre-letat-syrien/

En Syrie, la situation est toujours très tendue depuis le début de l’offensive turque. À Tal Abyad (Syrie), des hommes armés circulent dans les rues. Ce ne sont pas des Turcs, mais ce sont leurs alliés. Des supplétifs qui ont pris le contrôle de la ville. Elle est quasiment déserte. Les Kurdes ont fui la zone. Ces Arabes tiennent leur revanche, ils avaient dû quitter cette région quand les Kurdes l’avaient prise. “Je suis d’ici, on nous a chassés il y a cinq ans à cause de Daech et des Kurdes”, explique un homme.

De l’autre côté de la frontière, en Turquie, on assiste à une liesse populaire. Les forces du président Erdogan ont repris une route stratégique. Le territoire des Kurdes est désormais scindé en deux, leur ligne d’approvisionnement est coupée. Pendant ce temps, les forces américaines quittent la région. Donald Trump a décidé dimanche 13 octobre de retirer les 1 000 hommes stationnés dans le nord-est syrien. Les Kurdes, en position de faiblesse, n’ont donc eu d’autre choix que de se tourner vers Bachar al-Assad. Qui a pris tout le monde de vitesse !

LES KURDES ANNONCENT UN ACCORD AVEC DAMAS SUR LE DEPLOIEMENT DE L’ARMEE ARABE SYRIENNE A LA FRONTIERE TURQUE

Malgré le refus de leur autonomie par Damas, les Kurdes ont conclu un accord avec l’armée syrienne pour qu’elle se déploie près de la frontière turque. Les Kurdes syriens ont annoncé ce dimanche soir avoir conclu un accord avec Damas pour le déploiement de l’armée syrienne près de la frontière turque, au cinquième jour de l’offensive d’Ankara contre les forces kurdes dans le nord-est de la Syrie. “Afin de faire face à l’agression turque et empêcher qu’elle se poursuive, nous sommes parvenus à un accord avec le gouvernement syrien pour que l’Armée se déploie le long de la frontière turco-syrienne dans le but de soutenir les Forces démocratiques syriennes (FDS)”, a annoncé dans un communiqué l’administration kurde.

Outre le soutien à cette alliance de combattants kurdes et arabes, il est précisé dans le communiqué que l’armée syrienne est “appelée a libérer toutes les localités occupées par l’armée turque et ses supplétifs syriens” depuis le début de cette offensive.

DES SOLDATS SYRIENS EN ROUTE VERS LE NORD

L’agence de presse étatique Sana avait annoncé peu auparavant que « l’armée syrienne allait envoyer des troupes dans le nord du pays pour affronter l’agression de la Turquie », qui y mène depuis cinq jours une offensive pour éloigner de sa frontière la milice kurde des Unités de protection du peuple (YPG, la branche armée du PKK en Syrie), épine dorsale des FDS, considérée comme une organisation terroriste par Ankara et l’Union Européenne. “Des unités de l’armée arabe syrienne en route pour le Nord pour affronter l’agression turque sur le territoire syrien”, avait indiqué Sana sur son site Internet.

Fin 2018, alors qu’Ankara avait déjà menacé de lancer une opération contre les forces kurdes en Syrie, les YPG avaient déjà appelé l’armée à se déployer dans les environs de la ville de Minbej, dans le nord, en annonçant leur propre retrait du secteur. L’armée s’était effectivement déployée aux environs de la ville, sans y entrer.

Les forces de Damas se sont rapprochées lundi de la frontière avec la Turquie, où les troupes d’Ankara et des supplétifs syriens mènent toujours des combats contre une milice kurde, a rapporté un correspondant de l’AFP. Brandissant des drapeaux syriens, entourées par des habitants venus saluer leur arrivée, les forces se sont déployées à la périphérie de Tal Tamr, au sud de la ville frontalière de Ras al-Aïn, où se déroulent des combats. L’agence officielle syrienne Sana a confirmé l’arrivée «des unités de l’armée arabe syrienne» à la localité de Tal Tamr, située à une trentaine de kilomètres de Ras al-Aïn. Selon des sources, certaines unités de l’armée sont même arrivées jusqu’à près de six kilomètres de la frontière.

DES TROUPES SYRIENNES SERAIENT PAR AILLEURS ENTREES DANS LA VILLE DE TABQA

En milieu de journée, selon le correspondant sur place de la chaîne de télévision libanaise Al Mayadeen, des troupes syriennes seraient par ailleurs entrées dans la ville de Tabqa (gouvernorat de Racca), jusqu’à présent contrôlée par les Kurdes, et située à 200 km à l’est de Tal Tamr. Cette même chaîne de télévision libanaise avait affirmé dès dimanche « que l’armée syrienne pourrait, dans les 48 heures à venir, reprendre le contrôle de plusieurs villes frontalières, dont celle de Manbij et de Kobané », respectivement situées dans l’est et le nord du gouvernorat d’Alep.

DAMAS N’A FAIT AUCUNE CONCESSION ET REFUSE L’AUTONOMIE DES KURDES

les Kurdes ont instauré une autonomie de facto dans le nord du pays, à la faveur du conflit déclenché en 2011. Encouragé par l’autonomie totale du Kurdistan irakien, organisée depuis 1995 sous parapluie américain. Damas refuse cette autonomie et, par le passé, le pouvoir est même allé jusqu’à qualifier de “traîtres” les combattants de la minorité pour leur alliance avec Washington dans le cadre de la lutte antijihadiste. Craignant une offensive turque, les Kurdes avaient amorcé l’an dernier des pourparlers avec Damas, mais aussi Moscou, sur l’avenir de leurs régions, mais ces négociations sont restées sans suite.

Coup de théâtre dimanche soir, au cinquième jour de  l’offensive d’Ankara contre les forces kurdes dans le nord-est de la Syrie. Les Kurdes de Syrie ont donc annoncé avoir conclu un accord avec Damas pour le déploiement de l’armée syrienne près de la frontière turque. Un accord qui paraissait complètement impossible il y a quelques mois encore alors que tout semblait opposé le gouvernement syrien aux milices kurdes. « Afin de faire face à l’agression turque et empêcher qu’elle se poursuive, nous sommes parvenus à un accord avec le gouvernement syrien pour que l’armée se déploie le long de la frontière turco-syrienne dans le but de soutenir les Forces démocratiques syriennes (FDS) », a annoncé dans un communiqué l’administration kurde. Et de préciser qu’outre le soutien à cette alliance de combattants kurdes et arabes, l’armée syrienne est « appelée à libérer toutes les localités occupées par l’armée turque et ses supplétifs syriens » depuis le début de cette offensive.

ECHEC AU VERITABLE BUT DE GUERRE D’ERDOGAN :

LA TURQUIE VOULAIT UNE ZONE DE SECURITE DE 3.000 KM2 !

C’est Damas et pas les kurdes que vise vraiment Erdogan !

Ankara voulait, dans une première phase, s’emparer d’une bande de territoire syrien longue de 120 km et profonde d’une trentaine de kilomètres dans le nord du pays, allant des villes de Tal Abyad, à Kobané et Ras al-Aïn, avant de peut-être élargir ce territoire sur une longueur de 480 km. Ankara affirme que cette zone tampon accueillerait une partie des 3,6 millions de Syriens actuellement réfugiés en Turquie, ce qui semble toutefois impossible pour des raisons de logistique et de sécurité.

« L’offensive turque devrait impliquer des dizaines de milliers de soldats, appuyés par des blindés et des chasseurs F16, face à des YPG aguerris par des années de combat. Cette offensive est la troisième d’Ankara en Syrie depuis 2016. La dernière, en mars 2018, avait permis à son armée de s’emparer d’une partie du canton d’Afrine, l’un des trois de la région « fédérale » kurde autoproclamée en 2016. Selon l’ONU, la moitié des 320.000 habitants de l’enclave avaient dû fuir leurs foyers, dont beaucoup avaient été pillés », dit une source citée par Les Echos.

MAIS AUSSI ECHEC DE LA POLITIQUE FRANCAISE DE SOUTIEN AU « KURDISTAN » ET A LA DIVISION DE L’ETAT SYRIEN !

La carte kurde est jouée contre l’unité arabe syrienne depuis les Accords Sykes-Picot (1) en 191§ et l’éphémère Kurdistan de 1918. Les kurdes seront joués contre les arabes pendant toute la durée du mandat colonial français sur la Syrie et le Liban jusqu’en 1945. Lors de l’agression contre la Syrie ba’athiste en 2011, Paris jouera à nouveau la carte kurde et nouera des relations militaires et diplomatiques avec les YPG/FDS et le « Rojina » …

« Depuis que Trump a jeté le pavé dans la marre en annonçant le retrait de ses 1 000 soldats du nord-est de la Syrie, l’Élysée est dans tous ses états », commentait Pars Today (Iran). Au fait, si la France de Sarkozy puis celle de Hollande s’est engagée sur les pas US dans le bourbier syrien était justement pour faire tirer des ruines de la Syrie ce fameux « Rojava » (Kurdistan syrien indépendant) ne serait-ce que pour s’assurer un repose-pied sûr en Syrie à l’image du Kurdistan irakien. « De son coup, la France était tellement sûre que début 2019 l’ex- ministre français des A.E. Kouchner s’est rendu au nord-est syrien pour remettre aux kurdes et ce, sur le dos de l’Etat syrien, la Constitution du Rojava », dit encore Pars Today !  C’était sans compter avec ce coup fourré de Trump.

Au conseil de défense tenu ce dimanche, le président Macron dont le pays possède une vingtaine de bases à Raqaa, à Manbij à Hassaké entre autre, n’a pas osé évoquer un retrait des forces spéciales françaises pas plus que le pétrin dans lequel la diplomatie absurde de Paris a plongé la France dans le dossier syrien.  Macron s’est contenté uniquement de dire « qu’il allait annoncer dans les heures à venir les mesures sécuritaires à prendre » (sic). Mais quelles mesures? Les forces spéciales françaises iront-elles se heurter à l’armée turque pour défendre les Kurdes que Paris n’a cessé de choyer ? Ou alors, ce sera contre l’armée syrienne que la France se battra?

Le coup de théâtre de l’accord Assad-Rojina est un coup de Jarnac pour Paris ! Une délégation militaire russe est arrivée vendredi soir à Qamishli. Sa mission ?

Selon des sources d’information, l’armée syrienne va être déployée à la frontière turque, et les forces kurdes vont se retirer derrière les lignes de déploiement de l’armée syrienne. Ce que disent maintenant les Kurdes devraient bien alarmer la France: « Dès le débout, notre plan n’était pas de se séparer de la Syrie, mais nous sommes toujours pour une solution politique », a annoncé dimanche l’administration kurde dans un communiqué. Et de poursuivre : « Pour contrer l’agression turque, nous avons convenu avec le gouvernement syrien à qui revient la responsabilité de la protection des frontières et de la souveraineté du pays ». Un autre signe encore plus alarmant pour Paris : les habitants de la ville de Hassaké ont scandé des slogans en soutien aux troupes syriennes avant de les accueillir chaleureusement. Et tout ceci alors que les troupes américaines se sont retirées d’une nouvelle base d’observation située au sud de la ville syrienne de Kobané (2).

NOTES :

(1) Les accords Sykes-Picot, typiquement impérialistes ou colonialistes, sont des accords secrets signés le 16 mai 1916, après négociations entre novembre 1915 et mars 1916, entre la France et le Royaume-Uni (avec l’aval de l’Empire russe et du royaume d’Italie), prévoyant le partage du Proche-Orient à la fin de la guerre (espace compris entre la mer Noire, la mer Méditerranée, la mer Rouge, l’océan Indien et la mer Caspienne) en plusieurs zones d’influence au profit de ces puissances, ce qui revenait à dépecer l’Empire ottoman. Ces accords secrets n’ont été finalement révélés au grand public que le 23 novembre 1917 dans un article des Izvestia et de la Pravda et le 26 novembre 1917 puis repris dans un article du Manchester Guardian.

Les accords Sykes-Picot ont pris de l’importance sous la forme d’une légende noire attribuant certains événements supposés aux Alliés pendant la Première Guerre mondiale, nourrissant plus tard les prétentions nationalistes arabes et islamistes.

Mark Sykes, et François Georges-Picot, l’accord dit Sykes-Picot est conclu entre la France et le Royaume-Uni à Downing Street entre Paul Cambon, ambassadeur de France à Londres, et Sir Edward Grey, secrétaire d’État au Foreign Office. Il prévoit à terme un découpage du Proche-Orient, c’est-à-dire l’espace compris entre la mer Noire, la mer Méditerranée, la mer Rouge, l’océan Indien et la mer Caspienne, alors partie intégrante de l’Empire ottoman. L’Empire russe participe aux délibérations et donne son accord, comme l’Italie, aux termes du traité secret. Le Proche-Orient est découpé, malgré les promesses d’indépendance faites aux Arabes, en cinq …

(2) La base a été située au sud de la ville de Kobané dans la province d’Alep, et était utilisée comme base de surveillance par l’armée américaine. Cette annonce intervient quelques heures à peine après que des sources locales syriennes aient fait part du retrait des troupes américaines de leur base à Manbij à Alep. « L’armée américaine a complètement évacué la base d’al-Matahen à Manbij, la plus grande base américaine où abrite des restaurants, des hôpitaux et d’autres installations mises en place en juin dernier ».

(Sources : SANA – France2 – LCI – Les Echos – Al Mayadeen- Pars Today – Syria-Committees-TV – EODE Think Tank)

Photo :

Des Syriens et des Kurdes, unis, accueillent les forces de l’Armée Arabe Syrienne à l’entrée de la ville de Tal Tamr, dans la campagne de la province de Hasakeh, dans le nord-est de la Syrie. SANA / AFP

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

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Dichiarazione del WPC (Consiglio Mondiale della Pace) sull’aggressione e l’invasione della Turchia alla Siria

Il WPC condanna con forza la nuova e terza invasione dell’esercito turco in Siria.

Dopo un periodo in cui le forze armate turche hanno ammassato uomini e mezzi militari lungo i confini della Siria e i successivi attacchi aerei contro obiettivi siriani, in questi giorni si sta verificando una pericolosa escalation con l’invasione delle truppe di terra.

Questa aggressione nella parte nord-orientale della Siria arriva come continuazione delle precedenti aggressioni nella parte nord-occidentale della Siria e come parte dei piani espansionistici del regime turco, con il pretesto della sicurezza per la Turchia. Si svolge con la piena complicità degli Stati Uniti e dei suoi alleati che mantengono anche truppe nell’area da diversi anni. Questa aggressione e la silenziosa tolleranza di molte parti costituisce una nuova grave minaccia ed un grande pericolo per i popoli della regione, soprattutto per il popolo siriano che soffre per gli 8 anni di aggressione imperialista senza precedenti e ben orchestrata, mentre gli Stati Uniti, la NATO, il L’UE, la Turchia e i loro alleati regionali hanno ospitato, finanziato, addestrato e istruito decine di migliaia di mercenari armati, con l’intenzione di attuare un violento cambio di regime a Damasco.

L’invasione e l’occupazione turca del territorio sovrano della Siria creeranno nuovi sfollati e aumenteranno il flusso di rifugiati. L’affermazione della Turchia di creare una “zona sicura” lungo i suoi confini con la Siria è ipocrita e non può nascondere le sue intenzioni di creare una vasta area controllata dalla Turchia stessa, cambiando anche il carattere demografico dell’area. La vera minaccia alla pace e alla stabilità deriva dai piani imperialisti per controllare le risorse energetiche, i gasdotti e creare sfere di influenza attraverso regimi accondiscendenti in Medio Oriente.

Il WPC, condannando con forza l’aggressione, chiede contestualmente il ritiro delle forze di occupazione straniera, sostiene il diritto sovrano del popolo siriano di decidere liberamente il proprio destino per il suo futuro. Esprimiamo la nostra solidarietà al coraggioso popolo siriano, alle forze antimperialiste in Turchia e chiediamo ai membri e agli amici del WPC di intraprendere azioni e iniziative per condannare l’aggressione in corso.
Giù le mani dalla Siria!

La Segreteria del WPC

10 Ottobre 2019

Nuova immagine

POURQUOI LE PRETEXTE DE L’OFFENSIVE TURQUE CONTRE LES FORCES KURDES EN SYRIE EST UNE AGRESSION TURQUE CONTRE L’ETAT SYRIEN !?

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 10 10/

« Le comportement hostile du régime d’Erdogan met en évidence les visées expansionnistes de la Turquie vis-à-vis de la Syrie. C’est un comportement injustifiable et inadmissible. Le manquement par la Turquie à ses engagements, pris dans le cadre de l’accord d’Adana, prouve que le régime turc ne fait aucun cas de la sécurité des frontières syriennes, au contraire de ce qu’il prétend »

– Un diplomate syrien.

LM.GEOPOL - Syrie invasion turque (2019 10 10) FR (2)

Les kurdes sont un prétexte, un pion sacrifié (1) !

Ce qui est visé c’est à la fois la Victoire de l’Etat syrien dans sa guerre de libération du territoire national et l’unité et l’indivisibilité de la Syrie. Zone d’occupation turque sur la frontière syro-turque (sur un territoire ottoman à Afrin et Idlib convoité par Erdogan) ou zone d’exclusion aérienne, tout revient au même. Ajoutons que l’agression d’Erdogan répond à l’épuisement du processus d’Astana et des accords de Sotchi. Le reste n’est que désinformation des médias de l’OTAN (où l’on désinforme sur les kurdes) et cynisme absolu de Erdogan et Trump (Ankara roulant encore et toujours pour Washington) (2) !

L’ARMEE TURQUE ET DES SUPPLETIFS SYRIENS ONT LANCE MERCREDI UNE OPERATION A LA FRONTIERE SYRIENNE

Les frappes aériennes et les tirs d’artillerie ont visé plusieurs secteurs frontaliers dans le nord syrien. Ces « supplétifs syriens », présentés par les médias de l’OTAN comme « des membres de l’Armée nationale syrienne, alliée de la Turquie »,  sont en fait en grande partie des djihadistes dits « modérés » (sic) protégés par Ankara, dont divers groupes issus du Jahbaat al-Nosra, al-Qaida en syrie.

« En France, aux Etats-Unis, en Iran, en Israël, en Arabie saoudite… Partout dans le monde, des voix inquiètes s’élèvent pour dénoncer l’intervention turque dans le nord-est de la Syrie », dit l’AFP. Le Conseil de sécurité de l’ONU doit se réunir en urgence, jeudi 10 octobre, à la demande de ses membres européens. Une réunion extraordinaire de la Ligue arabe est prévue samedi. Si Ankara a assuré, dans une lettre adressée au Conseil de sécurité de l’ONU, que son opération serait “proportionnée, mesurée et responsable”, les conséquences de cette offensive pourraient s’avérer graves, à l’intérieur comme à l’extérieur de la région.

LM.GEOPOL - Syrie invasion turque (2019 10 10) FR (4)

QUESTION 1 :

QUE SE PASSE-T-IL VRAIMENT EN SYRIE ?

La Turquie a lancé officiellement une offensive militaire ce mercredi 9 octobre contre les forces kurdes du nord-est de la Syrie, dans le cadre d’une opération baptisée “Printemps de la paix.” Selon la presse turque, les troupes ont pénétré en Syrie par quatre points : deux à proximité de la ville syrienne de Tell Abyad et deux autres proches de Ras al-Aïn, plus à l’est. Ces frappes aériennes et d’artillerie ont visé les positions des Unités de protection du peuple (YPG), la milice kurde qui constitue la colonne vertébrale des Forces démocratiques syriennes (FDS). En fait la branche syrienne, hégémonique, du PKK. Selon un porte-parole de la milice arabo-kurde, les combattants des FDS ont repoussé une attaque au sol des troupes turques à Tell Abyad.

« Jeudi, les forces turques se sont emparées de plusieurs de leurs objectifs et poursuivent leur progression sur la rive orientale de l’Euphrate », a assuré leur état-major. Selon le ministère de la Défense turc, « 181 cibles de la milice kurde ont été touchées par l’aviation et l’artillerie depuis le début de l’opération ».

QUESTION 2 :

QUELS SONT LES BUTS REELS DE CETTE OFFENSIVE ?

1- Le prétexte sont les kurdes. En  annonçant le début de l’opération, le président turc Recep Tayyip Erdogan s’est justifié en assurant que l’objectif était d’empêcher, selon ses mots, « la création d’un corridor terroriste » à la frontière méridionale de la Turquie. Les autorités turques assimilent les YPG au Parti des travailleurs du Kurdistan (PKK), qui mène une longue guérilla en Turquie même, et qu’elles considèrent comme une organisation terroriste. En menant cette offensive, Erdogan prétend « empêcher l’apparition d’une région autonome kurde non loin de la frontière sud ».

Les Kurdes sont un peuple apatride, réparti sur les territoires turc, syrien, iranien et irakien. Selon les estimations, entre 2 et 3,6 millions de Kurdes vivraient en Syrie, essentiellement dans le nord du pays. La Turquie redoute r’éellement, mais ce n’est qu’une raison secondaire, qu’un embryon d’Etat kurde galvanise les velléités séparatistes sur son propre territoire. En janvier 2018, le président turc avait d’ailleurs déjà lancé une offensive à Afrin, dans le nord-ouest de la Syrie, avec le même objectif.

2- Les autorités turques souhaitent surtout créer une zone tampon de 30 km de long et de 500 km de large entre la frontière turque et les zones syriennes contrôlées par les milices kurdes dans la région, afin de diviser le territoire national syrien. Il s’agirait aussi de “réimplanter 2 des 3,5 millions de réfugiés syriens présents en Turquie.

3- En fait, la Turquie vient surtout de lancer une invasion militaire dans le nord-est de la Syrie, pour préserver au cœur d’une Syrie désormais quasi libérée, un foyer de crise.

4- Enfin l’affaiblissement du régime AKP (qui vient de perdre la muncipale d’Istanbul) (3) conduit à des raisons intérieures à l’agression d’Erdogan. « L’offensive turque serait également motivée par les problèmes de politique intérieure que rencontre le président Erdogan », selon Didier Billon, directeur adjoint de l’Institut de relations internationales et stratégiques (Iris) : “Il faut comprendre l’isolement d’Erdogan pour des raisons politiques, militaires aussi. Rappelons qu’une partie de l’état major de l’armée turque a été ‘purgée’ après la tentative de coup d’État. Toutes ces raisons se conjuguent”.

QUESTION 3 :

QUEL ROLE LES KURDES JOUENT-ILS DANS LE CONFLIT SYRIEN ?

Les Kurdes sont les alliés des Occidentaux dans la lutte antijihadiste. Via les Unités de protection du peuple (YPG), ils forment la majorité des Forces démocratiques syriennes (FDS), une alliance de combattants kurdes et arabes créée dans le nord de la Syrie, qui a combattu Daech. Mais qui a trahit Damas (4), encouragés par les occidentaux, caressant le rêve d’un état kurde indépendant.

Environ 10 000 combattants de l’EI, ainsi que des familles des jihadistes, sont toujours détenus dans des camps contrôlés par la milice kurde YPG. Parmi les prisonniers figurent près de 2 000 jihadistes étrangers, que leurs pays d’origine refusent de reprendre. Pour juger les crimes de l’EI, les Kurdes de Syrie demandent la création d’un tribunal international spécial, qui serait installé dans le nord-est du pays.

QUESTION 4 :

LES ETATS-UNIS ONT-ILS FACILITE L’OFFENSIVE TURQUE CONTRE LES KURDES ?

Entre Erdogan et Trump, il y a un mélange permanent de comédie et de chantage. Lorsque l’on va au fond des choses, on constate que l’un et l’autre s’appuient en réalité ! Dans un communiqué publié dimanche, soit trois jours avant l’offensive, la Maison Blanche a annoncé le retrait immédiat de ses troupes en Syrie (environ 2 000 soldats). Pour certains experts, qui désinforment dans les médias de l’OTAN, cà ne serait pas une surprise : “Donald Trump avait annoncé qu’il souhaitait que les Etats-Unis se retirent des zones où le pays n’a pas de bénéfice. C’est une réflexion de businessman. L’Amérique ne veut plus s’engager dans des guerres lointaines” (sic). Or, la présence des troupes américaines en Syrie constituait un rempart à une nouvelle offensive de la Turquie qui, rappelons-le, veut imposer sa fameuse “zone tampon” dans la région. La décision de Donald Trump de retirer ses troupes, laissant le champ libre à Erdogan, a ainsi été qualifiée par les FDS de “coup de poignard dans le dos”.

D’anciens combattants de l’armée américaine, laquelle a travaillé avec les combattants kurdes, ont même estimé que les Etats-Unis avaient “abandonné” les Kurdes. Diplomates et autres chefs d’Etat ont en chœur dénoncé la décision américaine. En réponse à cette vague d’indignation, Donald Trump a assuré mercredi ne pas cautionner l’offensive, que Washington considèrerait comme une “mauvaise idée”, et a même menacé de “ruiner l’économie turque si la Turquie détruit les Kurdes”.

Les Etats-Unis sont particulièrement pointés du doigt puisque le président américain a annoncé le retrait des forces américaines dans le nord-est de la Syrie dimanche dernier, ouvrant directement la porte à cette intervention, même s’il la condamne aujourd’hui publiquement.

Mais ce n’est pas la première fois que les Américains laissent le sentiment de trahir les Kurdes, rappelle Gilles Dorronsoro, professeur de sciences politiques à Paris : « On est dans la politique hyper réaliste, avec le style Trump qui en rajoute un peu. Mais il faut voir qu’on est dans la continuation de la politique d’Obama (…) On est dans une grande tradition de la politique américaine par rapport aux Kurdes ».

QUESTION 5 :

POURQUOI CETTE OFFENSIVE TURQUE POURRAIT-ELLE RANIMER L’ETAT ISLAMIQUE ?

Plusieurs pays redoutent que l’offensive turque dans le nord-est de la Syrie contre les forces kurdes ne permette un sursaut du groupe jihadiste Etat islamique. Jeudi, les Kurdes de Syrie ont accusé la Turquie d’avoir bombardé la veille au soir une prison abritant de nombreux jihadistes dans une “tentative évidente” de les aider à s’enfuir. Ils craignent de perdre le contrôle de ces prisons, mais aussi des camps abritant des milliers de familles de jihadistes, et où s’est développée une idéologie radicale, expliquait le quotidien français La Croix dans un reportage réalisé en juillet dans les camps de Al-Hol et de Roj. Selon l’Institute for the Study of War (ISW), “l’EI prépare probablement des opérations plus coordonnées et sophistiquées pour libérer ses membres détenus”.

Libérés, les djihadistes pourraient mener de nouvelles attaques dans la région, voire en Europe pour les membres de l’EI étrangers qui voudraient rejoindre leur pays d’origine. Deux djihadistes britanniques de haut rang, soupçonnés d’avoir exécuté plusieurs Occidentaux en Syrie, ont ainsi été placés sous la garde de l’armée américaine.

QUESTION 6 :

L’OFFENSIVE TURQUE PEUT-ELLE INITIER UNE NOUVELLE CRISE MIGRATOIRE DANS L’UE ?

Outre bien sûr la recrudescence du terrorisme islamique, « la communauté internationale craint que cette offensive n’ouvre la voie à une nouvelle vague migratoire », commente FranceInfo. En réponse à l’indignation de l’Union européenne, Recep Tayyip Erdogan a menacé jeudi d’ouvrir les portes de l’Europe à des millions de réfugiés. “Ô Union européenne, reprenez-vous. (…) Si vous essayez de présenter notre opération comme une invasion, nous ouvrirons les portes et vous enverrons 3,6 millions de migrants”, a-t-il déclaré lors d’un discours à Ankara. Enfin, selon certains experts, « le retrait des soldats américains et une offensive turque pourraient entraîner une vague migratoire kurde vers l’Europe, ces derniers fuyant les combats ».

QUESTION 7 :

IMMIGRATION ET TERRORISME, WASHINGTON VEUT-IL IMPORTER LE CHAOS EN UNION EUROPEENNE ?

Ces conséquences en matière d’immigration sauvage et de terrorisme  « ne font pas partie des préoccupations américaines », selon l’expert Gilles Dorronsoro. Interrogé sur le sort des jihadistes européens, Donald Trump, « avec une certaine brutalité », note l’expert, a déclaré qu’ils « vont s’échapper vers l’Europe. C’est là qu’ils veulent aller. Ils veulent rentrer chez eux ». « On retrouve ce qui a été fait de manière un peu plus subtile par Obama , pointe Gilles Dorronsoro. La crise syrienne n’est pas très importante pour les Etats-Unis parce que c’est les Européens qui payent le prix. Pour les Etats-Unis cela ne faisait pas véritablement partie de l’équation stratégique ».

QUESTION 8 :

EST-CE L’OUVERTURE D’UN NOUVEAU CHAPITRE DE LA GUERRE SYRIENNE ?

Rappelons que la libération d’Idlib et la destruction des dernières forces djihadistes, précisément protégées par Ankara, devait marquer la fin de la Guerre de Syrie. Qui n’est pas « une guerre civile » comme l’affirment les médias de l’OTAN, mais une guerre d’agression étrangère organisées par les USA, la France, l’OTAN et les pétro-monarchies réactionnaires arabes (5) ! Pour cette offensive contre les Kurdes syriens, les militaires turcs sont appuyés par la soi-disant « Armée nationale syrienne ». Constituée de rebelles mais surtout de djihadistes soutenus par Ankara, cette armée émane des anciens de la pseudo « Armée syrienne libre », branche armée de l’opposition (sic) au gouvernement de Bachar al-Assad. Depuis plusieurs années, ces Syriens et une majorité de combattants étrangers, s’entraînent de l’autre côté de la frontière, en Turquie, “en prévision de leur retour sur leur terre natale” (resic), explique Le Monde (financé par les réseaux de Georges Sorös. Certains éprouvent un désir de vengeance, explique le quotidien, après que les YPG aient commis en 2013 et 2015 des exactions à Tell Abyad et dans des villages syriens “soupçonnés de sympathies jihadistes”.

Combattants syriens anti-Assad armés et financés par la Turquie, Kurdes syriens, Armée arabe syrienne (nationale de Damas), cellules dormantes du groupe Etat islamique… Si cette nouvelle offensive inquiète la communauté internationale, c’est aussi parce qu’elle risque de déstabiliser encore une région éprouvée par près de neuf ans de guerre.

QUESTION 9 :

QUELLE EST LA POSITION DU GOUVERNEMENT LEGITIME DE DAMAS ?

Damas qualifie le gouvernement turc de « régime expansionniste », ajoutant qu’Ankara sera considéré comme un « groupe terroriste » s’il ose attaquer le sol syrien. Selon l’agence de presse officielle syrienne SANA, un responsable du ministère syrien des Affaires étrangères a déclaré, ce mercredi 9 octobre, que « la Syrie utiliserait tous les moyens possibles pour contrecarrer Ankara ». Le diplomate syrien auprès du ministère des Affaires étrangères a souligné que Damas condamnait vivement la décision de la Turquie de préparer une offensive militaire visant le territoire syrien. « La Syrie dénonce les propos absurdes et les objectifs hostiles du régime turc ainsi que le déploiement en masse des forces militaires turques sur la frontière syrienne. Le fait que les troupes turques se regroupent sur la frontière syrienne est une violation flagrante du droit international et des résolutions du Conseil de sécurité qui mettent l’accent sur le respect de l’intégrité territoriale et la souveraineté de la Syrie », a déclaré la même source.

Et d’ajouter : « Le comportement hostile du régime d’Erdogan met en évidence les visées expansionnistes de la Turquie vis-à-vis de la Syrie. C’est un comportement injustifiable et inadmissible. Le manquement par la Turquie à ses engagements, pris dans le cadre de l’accord d’Astana, prouve que le régime turc ne fait aucun cas de la sécurité des frontières syriennes, au contraire de ce qu’il prétend ». Le responsable syrien a fait part de la ferme volonté de la Syrie de contrecarrer l’offensive turque par tous ses moyens légaux, disant que Damas était prêt à « accueillir ceux s’étant laissés duper ». « Si le régime d’Erdogan attaque la Syrie, il sera traité comme terroriste, du moins comme un groupe armé et il perdra sans aucun doute sa place en tant que garant de la mise en application de l’accord d’Astana. Ce qui portera un coup irréparable au processus politique du règlement de la crise dans son entièreté », a souligné l’officiel syrien.

Les négociations portant sur le règlement de la crise en Syrie dont plusieurs séries se sont déjà déroulées à Astana, actuellement appelée Noursoultan, ont entraîné, jusqu’ici, des accords sur la province d’Idlib dont le respect est garanti par l’Iran, la Russie et la Turquie.

Le gouvernement syrien avait, auparavant, à maintes reprises, conseillé aux Kurdes pro-américains de s’asseoir à la table du dialogue et de ne pas se laisser impliquer dans un jeu voué à l’échec. En réponse à cet appel de Damas, les miliciens kurdes ont suicidairement insisté sur « la formation d’un État autonome » et ils sont même allés plus loin en menaçant Damas « d’opérations militaires ».

QUESTION 10 :

COMMENT LES KURDES POURRONT SAUVER LEUR PEAU ?

« Une fois de plus, les Kurdes se font trahir », renchérit Didier Billion. « Ils se font lâcher par ceux qui les avaient instrumentalisés ». Dans la foulée, un député du Parlement syrien a déclaré « qu’une agression militaire turque visant le nord de la Syrie pourrait aboutir à un conflit direct entre l’armée syrienne et l’armée turque ». Le député Mohammed Kheir al-Akam a souligné que « Damas cherchait à nettoyer ses territoires de la présence des terroristes. La Syrie a pour priorité de mettre fin au terrorisme à Idlib où la Turquie se sent prise dans une situation difficile. Elle envisage d’anéantir le PKK mais elle n’a pas le droit de réaliser cet objectif en Syrie. Ça, c’est une violation ». Le parlementaire syrien a souligné que « Damas défendrait l’intégrité de ses territoires et sa souveraineté et que la Turquie et les États-Unis devraient prendre en considération cette réalité (…) Toute agression militaire contre la Syrie aboutira à un conflit direct entre l’armée syrienne et l’armée turque, voire entre l’armée syrienne et l’armée américaine ».

Selon le député syrien, « Damas ne pose aucune condition pour les Kurdes qui souhaitent prêter allégeance au gouvernement syrien. La Syrie accueillera à bras ouverts tous ceux qui témoignent de nouveau de leur fidélité envers le pays ». « Les Kurdes font partie intégrante de la population syrienne et on ne les abandonne pas. Les Kurdes sont puissants lorsqu’ils font partie de la Syrie. Ils devront tirer les leçons des événements passés car ils se sont laissés instrumentaliser par les parties étrangères qui les ont finalement lâchés », a expliqué Mohammed Kheir al-Akam. Rappelons que la Syrie ba’athiste est un Etat multiconfessionnel et multiculturel, acceuillant toutes les minorités …

NOTES :

(1) Voir aussi LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

GEOPOLITIQUES ANTAGONISTES : SOUTIEN AU KURDISTAN OU ALLIANCE TURQUE, LA QUADRATURE DU CERCLE GEOPOLITIQUE POUR WHASHINTON

Sur http://www.lucmichel.net/2017/10/19/luc-michels-geopolitical-daily-geopolitiques-antagonistes-soutien-au-kurdistan-ou-alliance-turque-la-quadrature-du-cercle-geopolitique-pour-whashinton/

(2) Cfr. LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

* FLASH INFO/ VU DES USA : RIEN ‘NE MODIFIERA FONDAMENTALEMENT L’ALLIANCE STRATEGIQUE ENTRE WASHINGTON ET ANKARA’(‘GEOPOLITICAL FUTURES) !

Sur http://www.lucmichel.net/2019/06/10/luc-michels-geopolitical-daily-flash-info-vu-des-usa-rien-ne-modifiera-fondamentalement-lalliance-strategique-entre-washington-et-ankarageopolitical-future/

Et ‘ERDOGAN CHEVAL DE TROIE DE L’OTAN EN SYRIE’ (PRESSE IRANIENNE)

Sur http://www.lucmichel.net/2018/03/22/luc-michels-geopolitical-daily-erdogan-cheval-de-troie-de-lotan-en-syrie-presse-iranienne/

(3) Cfr. EODE/ OBSERVATOIRE DES ELECTIONS/

TURQUIE. ELECTION PARTIELLE POUR LA MAIRIE D’ISTANBUL : LE PARI PERDU D’ERDOGAN, QUI SUBIT UNE LOURDE DEFAITE FACE AUX LAIQUES KEMALISTES !

Sur http://www.lucmichel.net/2019/06/23/eode-observatoire-des-elections-turquie-election-partielle-pour-la-mairie-distanbul-le-pari-perdu-derdogan-qui-subit-une-lourde-defaite-face-aux-laiques-kemalistes/

(4) Voir sur SYRIA-COMMITTEES-TV/

LE REFERENDUM KURDE DESTABILISE-T-IL LA SYRIE ? (PRESS-TV)

http://www.lucmichel.net/2017/09/30/syria-committees-tv-le-referendum-kurde-destabilise-t-il-la-syrie-press-tv/

(5) Cfr. LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

* GEOPOLITIQUE DE LA SYRIE 2017 (I):

REGARD SUR SIX ANNEES DE GUERRE

Sur http://www.lucmichel.net/2017/11/30/luc-michels-geopolitical-daily-geopolitique-de-la-syrie-2017-i-regard-sur-six-annees-de-guerre/

Et GEOPOLITIQUE DE LA SYRIE 2017 (II):

LES QUESTIONS GEOSTRATEGIQUES D’AUJOURD’HUI ET DE DEMAIN

Sur http://www.lucmichel.net/2017/12/01/luc-michels-geopolitical-daily-geopolitique-de-la-syrie-2017-ii-les-questions-geostrategiques-daujourdhui-et-de-demain/

(Sources : FranceInfo – AFP – La Croix – Sana – EODE Think Tank)

Photo :

Des membres de l’Armée nationale syrienne, alliée de la Turquie, entrent sur le territoire syrien dans le cadre de l’offensive turque contre les Kurdes en Syrie.

Des membres de l’Armée nationale syrienne posent avec le faux drapeau syrien de l’opposition (celui du mandat colonial français) en arrivant à Tell Abyad, en Syrie, dans le cadre de l’offensive menée par la Turquie, le 10 octobre 2019.

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire –

Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme

(Vu de Moscou et Malabo) :

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Chi sono le donne kurde che difendono la democrazia e la libertà dagli islamisti dell’IS

http://www.greenreport.it/news/donne-kurde-difendono-democrazia-liberta-dagli-islamisti-dellis/?fbclid=IwAR3f6zE_JNyzu3WTJi5tQ0zAin2D7P0491NoUVX5EOJOYZddZ_876-qAusI

«Combattiamo per le donne del Medio Oriente e del mondo, difendiamo i valori dell’umanità»

Le Women’s Protection Units dal 2 luglio in trincea a Kobane contro i tagliagole fascisti islamisti

[6 Ottobre 2014]

di Umberto Mazzantini

Il Vicepresidente del Parlamento europeo Davide Sassolli scrive sulla sua pagina FacebooK. «Sono ore drammatiche, decisive. Nella città siriana di Kobane un manipolo di combattenti curdi, tra cui molte donne, si oppone casa per casa all’avanzata dei fanatici dell’Isis. Sanno benissimo che, se catturate, verranno torturate e decapitate. Ma combattono per la propria terra, per la libertà, per l’umanità. Il mondo si inchini di fronte a tanto coraggio». Quello che scrive l’esponente del PD è vero e giusto, ma da ex giornalista non può non sapere che quelle coraggiose donne Kurde appartengono alle  Women’s Protection Units delle forze di autodifesa dal Partito di Unione Democratica (PYD),  che ha instaurato un governo autonomo nel Rojava (o Kurdistan occidentale siriano), una forza politica di sinistra considerata molto vicina al Partîya Karkerén Kurdîstan  (PKK – Partito dei Lavoratori del Kurdistan), dichiarato organizzazione terroristica dalla Nato, dagli Usa e dall’Italia. Non dice che quelle donne che difendono la democrazia e la libertà di fronte ai tagliagole fascisti dello Stato Islamico (Daesh in arabo) hanno sulle divise la stella rossa comunista e che a fianco a loro ci sono i guerriglieri del PKK infiltratisi in Siria, mentre la Turchia (Paese Nato) impedisce ai kurdi di andare a dar manforte alle loro compagne e compagni assediati dagli islamisti tagliagole e misogini dell’Isis.

La comandante dell’unità  protezione delle donne del YPJ di Kobane, Meysa Ebdo, ha detto che «L’Isis sta cercando di massacrare i civili nella regione e il mondo intero sta guardando», poi ha a invitato tutte le forze politiche del Kurdistan a «mettere da parte le loro differenze e difendere il Kurdistan» ed ha invitato  i giovani a «stare dalla parte della resistenza a Kobane. Questa resistenza sta per demolire i confini».

In un programma andato in onda ieri sera su Med Nuce, la Ebdo ha detto che, dato che lei e le sue compagne sono «in trincea contro l’Isis dal 2 di luglio non siamo in grado di seguire la stampa ed i media, ma ringraziamo tutti coloro che hanno sostenuto la resistenza a Kobane. L’Isis spera di massacrare centinaia di migliaia di curdi nella regione di  Kobane. Stiamo resistendo contro questo. E il mondo tace. Le organizzazioni per i diritti umani sono rimaste silenti di fronte alle nostre richieste. Ciò dimostra che l’Isis non sta lavorando solo per se stesso. L’Isis viene utilizzato come strumento per fare in modo che i Kurdi rinuncino alla loro a volontà».

Questa coraggiosa comandante di un battaglione di eroiche donne musulmane e di alte religioni racconta cosa sta succedendo nella fascia di territorio kurdo che divide la Turchia dal proclamato Stato Islamico: «Molti dei nostri amici, maschi e femmine, sono stati martirizzati mentre resistevano contro questi attacchi. Attualmente, migliaia di nostri combattenti sono nei campi di battaglia dove fanno storia. Abbiamo evacuato i civili dai villaggi che erano sotto attacco. Chiunque sia abbastanza in forma per portare armi lo ha fatto per proteggere le nostre case e terre. Tutti dovrebbero sapere che non permetteremo a queste bande di avere successo. Chiunque sia dietro queste bande, qualsiasi arma tecnologica possiedano, non ci riusciranno. Da qui in poi, nessuno può far fare un passo indietro al  popolo kurdo».

Ebdo, prima di tornare a combattere i fascisti islamisti ha ricordato che «Questi attacchi non sono solo contro Kobane e la sua gente, ma contro la volontà del popolo kurdo. Vorremmo che tutti i partiti politici e le organizzazioni del Kurdistan capissero che questi attacchi sono contro di loro. Quella che viene attaccata a Kobane è l’idea del Kurdistan. Vorremmo invitare tutti i partiti politici a mettere da parte le loro differenze ed a proteggere il Kurdistan».  Intanto, il 26 settembre, un gruppo di anarchici turchi di Istanbul sarebbe riuscito a traversare la frontiera turca ed a raggiungere  Kobane, creando una sorta di battaglione internazionale che rimanda alla guerra civile spagnola, speriamo che anche questa volta non vincano i fascisti.

Jacques Berès, chirurgo e co-fondatore di Médecins Sans Frontières e Médecins du Monde, tornato da una missione umanitaria nell’area della  battaglia nel Rojava, ha detto: «Faccio questo lavoro da più di quarant’anni, ma quello che ho effettivamente visto nelle ultime settimane in Siria è peggio di qualsiasi cosa io abbia mai visto in tutta la mia vita. Se i paesi occidentali non agiscono immediatamente ci sarà  sicuramente un genocidio. La guerra in Siria è orribile.  Ho visto corpi bruciati, strappati a pezzi, senza braccia o gambe, la maggior parte dei quali civili. Il mio lavoro, durante una missione di due settimane, è inadeguato rispetto al lavoro richiesto. Non ho potuto effettuare più di 7 o 8 interventi chirurgici al giorno. Ma ogni attacco da parte dei  jihadisti dell’Isis causa decine di feriti. Ogni  giorno ci sono decine di questi attacchi.

E tra i combattenti uccisi o feriti per difendere il Rojava dalle orde barbariche dello Stato Islamico ci sono giovani e molte donne.  «La percentuale di donne che combattono nelle file dell’YPG / YPJ ( (People’s Protection Unit)  – ha detto  Berès – è molto alta.  Almeno il 40% dei combattenti gravemente feriti che ho medicato  sono donne. Questa è una caratteristica unica della regione. Le strutture della società curda sono laiche, il ruolo delle donne è molto importante, a capo di ogni istituzione di solito ci sono un uomo e una donna, una visione che è in contraddizione con la misoginia tipica di questa zona del Medio Oriente. Questo punto di vista si scontra anche con il fondamentalismo dogmatico dell’Isis. Ero solo un chilometro di distanza dal fronte di battaglia e ho visto le donne ed i giovani combattenti respingere gli assalti dei jihadisti con semplici fucili semplici e kalashnikov.  I combattenti  sono armati di coraggio e spesso provengono da Kurdistan turco per aiutare la resistenza nel Rojava. Ma sono dotati solo di vecchi  kalashnikov».

La questione delle armi, non è secondaria: le bande islamo-fasciste dell’Isis attaccano le milizie della sinistra kurda con  carri armati, lanciamissili, veicoli blindati e armi pesanti. D’altra parte le donne e gli uomini kurdi sono equipaggiati solo con kalashnikov e lanciarazzi. «Dove sono le armi che l’Occidente  (Italia compresa, ndr) ha promesso di consegnare? – si chiede Berès – Non abbiamo visto le armi occidentali qui ,  invece non  solo abbiamo visto jihadisti provenienti dalla Turchia, ma anche carri armati che passano attraverso il confine turco. La Turchia continua ad avere un comportamento ambiguo a causa degli interessi  strategici ed economici coinvolti».

Infatti il Rojava- Kurdistan Occidentale è una terra ricca di petrolio, cosa che attira l’interesse non solo dello Stato Islamico/Daesh, ma anche dela Turchia. «In questa regione – spiega Berès – ci sono 1.173 campi petroliferi. La maggior parte dei quali erano operativi prima della guerra civile. Più del 60% del petrolio siriano proveniva da questa regione. Oggi sono chiusi ma il loro potenziale energetico è molto alto. Prima della guerra civile, questa regione era tra le più prospere e tolleranti di tutta la Siria. Qui si trovano  moschee o sinagoghe. Se l’Isis prenderà il controllo del Rojava sarà la fine di tutto questo».

Ma Kobanê è completamente circondata «Ora è come un enclave. Nella regione abbiamo visto venire la FSA (Free Syrian Army), il Fronte Al Nusra, ora la città di Kobanê è assediata dalle squadracce dell’Isis. Il problema è che il confine con la Turchia rimane chiuso e la Turchia ha costruito un muro alto 5 metri. Niente armi, niente medicine, nemmeno un sacchetto di riso o un litro di latte passa attraverso il confine. La Turchia blocca ogni convoglio. Così i Kurdi combattono da soli, sono intrappolati tra soldati turchi e le bande dell’Isis  e non possono fuggire nessuna parte. Ma una cosa è certa: se la città di Kobane cadrà nelle mani dell’Isis, la Turchia avrà un’enorme responsabilità nel genocidio che ne seguirà». E con la Turchia la Nato e gli altri Paesi suoi alleati, compreso il nostro. Invece l’esercito turco impedisce a migliaia di giovani, socialisti, sindacalisti, comunisti, rivoluzionari, femministe, libertari, provenienti da tutta la Turchia, di passare il confine per andare a  Kobane a sostenere i rifugiati e le milizie kurde che difendono la città dai fascisti del Daesh.

Intervenendo al meeting  dell’International Political Women’s Council in Germania, la co-presidente dell’Assemblea popolare del Rojava, Sinem Muhammed, ha ricordato che «La YPJ (Woman’s Protection Units) sta lottando per conto di tutte le donne del Medio Oriente e del mondo. Ora io  sono qui, però nel mio paese le donne si trovano ad affrontare la minaccia di un massacro su larga scala. La Rivoluzione del Rojava, con le Assemblee delle sue donne, le accademie e le case delle donne è una rivoluzione delle donne. Insieme alle altre ragioni, questo è uno dei motivi principali per spiegare perché l’Isis  sta attaccando Rojava».

Muhammed, rivolgendosi alle democratiche donne occidentali ha ricordato  per cosa stanno combattendo le “comuniste” kurde: «Resistendo a questo attacco, l’YPJ combatte  contro l’Isis  per conto di tutte le donne del Medio Oriente e del mondo. I ranghi dell’YPJ sono costituiti da donne di diverse fedi ed etnie, tra cui curde, arabe, assire, Yezide e cristiane».

La Muhammed ha concluso: «Oggi si potrebbe pensare che l’Isis sia  lontano dall’Europa. Tuttavia, questa è una minaccia contro tutte le donne del mondo. Il silenzio deve essere rotto. Oggi, nel Rojava  l’YPG e il YPJ stanno difendendo i valori dell’umanità».