IRAQ, FORSE KURDISTAN, FORSE ISIS, FORSE NO. —– RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A SPIEGARCI COSA FANNO LI’? E PERCHE’?

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MONDOCANE

Iraq, forse Kurdistan, forse Isis, forse no.
RIUSCIRANNO I NOSTRI EROI A SPIEGARCI COSA FANNO LI’? E PERCHE’?
 
Chi ne ha mai sentito parlare? Quando mai la questione è stata affrontata in parlamento. Quali giornali o telegiornali ne hanno dato conto al loro pubblico? Chi ne ha deciso l’invio in Iraq, nel Kurdistan iracheno, per addestrare miliziani Peshmerga? Incredibile. Ogni volta che si ha a che fare con il militare vengono fuori comportamenti opachi, coperti da segreto del tutto indebito e strumentale. In particolare riguardo cosa succede nelle nostre missioni all’estero, quali sono i veri compiti di quelle dette grottescamente “di pace”, seppure, guardacaso, sempre nel quadro di qualche aggressione o ingerenza di nostri alleati e sottratte alle decisione sovrana del popolo di partenza, come di quello di destinazione.
 
Al cittadino era stato comunicato tempo fa solo l’invio di un centinaio di soldati a protezione contro l’Isis della diga di Mosul. Violando la sovranità dell’Iraq, il diritto internazionale e la trasparenza democratica, il governo ha spedito forze speciali da combattimento a sostegno di una milizia regionale separatista, perfino dopo il fallimento del referendum per l’indipendenza, per cui se sostegno doveva esserci, non doveva che essere da nazione sovrana a nazione sovrana, mica a bande di guerriglieri.
Ci sono contraddizioni e versioni diverse nei riferimenti alle dichiarazioni delle autorità militari e politiche che le cronache della stampa fanno all’interno della solita glorificazione del nostro ruolo militare nel mondo, “che ci dà credibilità e rispettabilità all’estero” (sì, specialmente tra coloro cui “andiamo a dare una mano” e che ne subiscono gli effetti).
 
Un po’ sembra che stessimo accompagnando unità di Bagdad nel rastrellamento di cellule Isis. Un po’ eravamo lì solo per addestrare le milizie feudali dei capiclan Barzani e Talabani, dette Peshmerga, cui si farebbe risalire il trionfo sull’Isis, come in Siria ai curdi dell’YPG, mentre coloro che hanno lottato, sanguinato, sono morti e hanno  sconfitto, sia la congiura imperialista, sia i suoi mercenari, in Iraq e Siria, sono stati al 90% gli eserciti lealisti e le milizie popolari (il resto l’hanno fatto le bombe Usa-Nato, mirate essenzialmente a distruggere la gente e le infrastrutture dei due paesi arabi). Senza addestramento o compagnia del Col. Moschin, o di altre teste di cuoio italiane.
 

Barzani con Netaniahu, Talabani con Hillary Clinton

Oltre tutto il Kurdistan iracheno è retto da una banda di  feudatari e narcotrafficanti facenti capo a vecchi fiduciari della Cia e del Mossad, Masud Barzani, il cui clan si chiama Partito Democratico del Kurdistan, e Jalal Talabani, padrone dell’Unione Patriottica del Kurdistan, morto due anni fa. La regione è una colonia di Israele, suo massimo proprietario immobiliare e terriero, suo cliente petrolifero, suo bancomat. A chi il governo italiano ha fatto illegalmente un favore anti-iracheno? È ovvio, visto che, con perfetto sincronismo, si affianca alla rivolta da mesi in atto in Iraq, e di cui la massima autorità irachena, religiosa, ma anche autorità in assoluto, l’ayatollah Al Sistani, ha attribuito l’innesco e la gestione nell’ombra ai soliti esperti di regime change statunitensi e sauditi. Si tratta di punire un Iraq che, negli anni, si è troppo avvicinato al moloch Iran e, sulle basi oggettive delle sue vittorie sulla congiura jihadista-imperialista-sionista, ha riacquistato autostima e una volontà di autodeterminazione. Tanto più che andava insistendo sul ritiro delle forze Usa dal paese.
 
Andava ricondotto alle condizioni in cui l’aveva lasciato il vicerè americano, Paul Bremer, all’indomani dell’occupazione del 2003. L’occasione l’aveva fornita il diffuso malcontento popolare per le gravose condizioni di vita, le carenze di tutti i servizi, la mancanza di lavoro, l’insicurezza, tutti attribuiti a una dirigenza incapace e corrotta, ma in massima parte lascito della devastazione totale di un paese che, nelle intenzioni di Israele e dell’Occidente, spaccato in tre cantoni etnico-confessionali, non avrebbe mai più dovuto risorgere come nazione. Né tantomeno rivendicare i proventi del suo petrolio (tutto sotto controllo delle multinazionali angloamericane) per un minimo di ricostruzione.
 
Ora, arriva il bel risultato di cinque soldati italiani sacrificati e della cui vita rovinata ci dispiace sinceramente. Ragazzi, almeno quelli non motivati da fremiti guerreschi, probabilmente hanno scelto quella professione – che non richiede, né mai richiederà, la difesa di una patria che nessuno aggredisce, né da vicino, né da lontano, se non i suoi stessi alleati – per le condizioni che il “mercato” del lavoro offre ai giovani italiani disoccupati al 35% almeno. Con questi giovani messi fuori combattimento, feriti, e mutilati a vita, abbiamo fatto un figurone internazionale (secondo Repubblica e tutti gli altri) e saremmo vigliacchi, indegni di ogni considerazione internazionale (da parte di chi???), se ora ripiegassimo e permettessimo che si rivedesse il nostro impegno all’estero. Di pace.
 
E torna l’Isis, alla grande, e ha rivendicato la paternità dell’ordigno che ha fatto saltare in aria i nostri connazionali. E’ tornato come già in Siria, di colpo, quando Trump annunciò la ritirata, poi rimangiata. E allora come non chiedersi se non sia dovere delle democrazie intensificare il proprio impegno a contrasto del terrore?  Ma siccome in Siria e in Iraq, ma anche a Washington e Tel Aviv, tutti sanno chi è che alleva e sparge Isis e Al Qaida là dove occorre qualche cambio di assetto, chi è che ha davvero colpito i soldati italiani?
  
La Repubblica, nella sua fregola bellicista, elenca con orgoglio le 23 missioni militari italiane nell’universo mondo. Ovunque a difendere il paese e libertà e democrazia. E ne fornisce la mappa. Chissà, alla luce della trasparenza e della prolificità di informazioni fornite al parlamento dalle gerarchie, quanti italiani, dopo quelli in Afghanistan, Somalia, Iraq, dovranno immolarsi per la pax amerikana e accrescere il credito di cui godiamo all’estero. Magari dopo aver compiuto qualche risolutiva operazione da forze speciali nel paese ospitante.
 
Non avevano, i Cinquestelle, rumoreggiato vigorosamente contro il rinnovo della spedizione in Afghanistan e contro le missioni militari tutte? Ora che sono alleati con la sinistra pacifista, progressista e anti-odio, non sarebbe il caso di ricordarsene? Nel frattempo, noi aspettiamo impazientemente di sapere dai nostri generali cosa diavolo ci fanno i nostri commandos in Niger, o in Mali. o in Lettonia. Alt, lì lo sappiamo: impediscono all’orso russo di sbranare l’Italia con tutto l’Occidente. Hai visto mai che un domani, magari su suggerimento di Manlio Di Stefano, vanno a difendere pace e libertà contro il golpe Usa in Bolivia….
 
 

Quale Scienza? Eugenetica ed esperimenti

http://www.cinziaricci.it/resistenze/galleria06-note.htm

EUGENETICA

Con il termine eugenetica ci si riferisce a quella disciplina pseudoscientifica volta al perfezionamento della specie umana attraverso lo studio, la selezione e la “promozione” dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi (eugenetica positiva) e la rimozione di quelli negativi.

L’eugenetica ha una storia antica, a Sparta i bambini nati con malformazioni venivano gettati dal monte Taigete, ad Atene venivano abbandonati, nell’antica Roma esistevano pratiche simili. Platone, nella Repubblica utopica da lui descritta, vuole che non siano curati e allevati (quindi lasciati morire) bambini che nascano privi delle qualità ottimali, come pure che i malati inguaribili non vengano più curati dal medico perché non farebbe altro che “rendere lunga e penosa la vita dell’uomo”. Lo storico francese Jean Dumont descrive gli eccidi eugenetici di prostitute e di ritardati mentali, perpetrati nelle prigioni rivoluzionarie francesi del 1792. C’è stato un crescendo che ha avuto nell’epoca recente una recrudescenza di vaste proporzioni, un’idea terribilmente sbagliata di cui gli uomini ancora oggi non si sono liberati.

Negli anni sessanta dell’Ottocento l’eugenetica comincia ad affermarsi grazie a Francis Galton (cugino di Charles Darwin) che teorizzò il miglioramento progressivo della razza secondo criteri analoghi a quelli dell’evoluzione biologica. Galton ideò anche il termine, traendolo dal greco classico.

Ad inizio Novecento, anche grazie all’impegno di soggetti come la Fondazione Rockefeller e la Massoneria di Rito Scozzese, l’Inghilterra divenne il centro della diffusione delle teorie eugenetiche. Nel 1912 si tiene a Londra il primo congresso internazionale, con la presenza di una folta delegazione di “scienziati” italiani, ispirati anche dalle teorie degenerazioniste di Cesare Lombroso.

Le società di eugenetica sociale nate in Europa e negli Stati Uniti, come la Britain’s Eugenics Society e l’American Eugenics Society, aderirono tutte al paradigma ereditarista, rafforzato dal diffondersi del mendelismo. Promossero l’istituzionalizzazione dell’eugenica come nuova teoria sociale, il cui scopo era la salvaguardia e il miglioramento del patrimonio biologico della specie umana. Tra i primi paesi ad applicare la sterilizzazione forzata c’è gli Stati Uniti dove nel 1898 lo Stato del Michigan esaminò la proposta di legge per la castrazione di malati mentali, epilettici e criminali recidivi. W. Duncan McKim, nel suo libro Heredity and Human Progress del 1899, propone di sopprimere quanti non erano degni di procreare impiegando il gas dell’acido carbonico.

Molti genetisti rinomati sostenevano l’eugenetica negli USA. Intorno al 1906 e 1915, la maggior parte dei genetisti erano attivi nella divulgazione come, per esempio, tutti i membri del primo comitato editoriale della principale rivista scientifica “Genetics”. L’eugenetica divenne una disciplina scientifica a tutti gli effetti. Gli scienziati cominciarono a parlarne anche in riviste di larga diffusione come “Popular Science” che negli anni ’10 riportava molti di questi articoli; in una relazione sulle “psicopatologie degli ebrei”, il Dottor Wilson affermava che essi sono fra le razze più promiscue e predisposte alle psicopatologie e li poneva al secondo posto nella lista degli immigrati per “inferiorità mentale”.

Nel 1910 Charles B. Davenport (tra i fondatori dell’ecologia) fondò il più importante centro americano per la ricerca e la diffusione della dottrina eugenetica, l’Eugenics Record Office che promosse la sterilizzazione dei “non idonei” alla riproduzione perché portatori di tare ereditarie. Nel 1924, con il “Johnson Act” (Immigration Restriction Act) l’America, in armonia con i principi del movimento eugenetico americano, limitava i flussi d’immigrazione per difendere la propria purezza razziale dai popoli dell’area del Mediterraneo e dell’Europa dell’Est, per una presunta inferiorità biologica. Theodore Roosevelt, membro del del circolo di Osborn e cofondatore del Boone and Crockett Club (B&C, Club fondato dall’evoluzionista e convinto razzista Henry Fairfield Osborn, la prima associazione ambientalista degli Stati Uniti) , 26esimo Presidente degli USA disse: «(…) il primo dovere di ogni buon cittadino, uomo o donna, di giusta razza, è quello di lasciare la propria stirpe dopo di sé nel mondo; e non è di alcun vantaggio consentire la perpetuazione di cittadini di razza sbagliata… spero ardentemente che agli uomini disonesti sia impedito del tutto di procreare (…)».

In oltre mezzo secolo la California ha sterilizzato 60 mila malati di mente. Questa pratica riguardava non solo i malati mentali ma anche delinquenti recidivi, violentatori, alcolisti, prostitute, malati cronici, poveri, portatori di tare ereditarie – in generale, persone ritenute deboli, inutili, indesiderate. È del 1907 la prima legge che autorizza la sterilizzazione forzata nello stato dell’Indiana, segue nel 1909 la California, che, con una legge ulteriore del 1913, prevede la sterilizzazione degli ospiti degli ospedali psichiatrici e delle prigioni. L’esempio dell’Indiana e della California è seguito da più della metà degli stati fino agli anni trenta.

In fondo Hitler ha applicato quanto gli americani avevano già da tempo teorizzato e fatto, in particolare s’ispirò al libro dell’antropologo razzista Madison Grant The Passing of the Great Race (1916) che considerava la sua Bibbia.

Alcuni stati si sono distinti per un maggior impegno in tal senso, con una legislazione eugenetica non solo positiva, mirante cioè ad indirizzare le scelte riproduttive (vedi Progetto Lebensborn), ma anche negativa, ovvero tesa alla rimozione forzata dei caratteri considerati negativi.

Ecco il numero di vittime i cui “caratteri negativi” sono stati rimossi forzatamente:

• Germania, 1933-1941: oltre 400.000

• Stati Uniti, 1899-1979: circa 65.000

• Svezia, 1934-1976: 62.888

In Svezia, tra il 1935 e il 1996, sono stati sterilizzati circa 230.000 tra handicappati, malati mentali e asociali, delinquenti, minoranze etniche, indigeni di razza mista e prostitute, tutti accusati di pesare sull’assistenza pubblica e di essere portatori di malattie e di stili di vita dagli alti costi sociali. La sterilizzazione coattiva è rimasta in vigore fino al 1976, anno in cui una nuova legge rende obbligatorio il consenso degli interessati. Nel maggio del 1999, il Parlamento svedese ha deciso di indennizzare le vittime della politica di sterilizzazione forzata condotta dal 1934 al 1975. La Svezia è stato il primo paese a fondare, nel 1921, un Istituto statale di biologia razziale.

• Finlandia, 1935-1970: 58.000

• Norvegia, 1934-1977: 40.891

• Danimarca, 1929-1967: 11.000

• Canada, 1928-1972: circa 3.000

• Francia: circa 15.000, quasi esclusivamente donne considerate pazze e internate nei manicomi

• Svizzera, 1928-1985: circa 1.000

In Svizzera, inoltre, tra il 1926 e il 1972, oltre seicento bambini jenisches (zingari) sono stati sottratti forzatamente alle loro famiglie dall’Opera di soccorso “Enfants de la grand-route” che aveva il compito di sradicare il nomadismo. Questi bambini sono stati collocati presso famiglie affidatarie, negli orfanotrofi, incarcerati o internati in ospedali psichiatrici. Furono praticate anche sterilizzazioni forzate. Vi erano 35.000 jenisches, ne sono rimasti 5.000. In Europa 500.000 zingari sono stati sterminati durante la seconda guerra mondiale.

Le leggi eugenetiche furono votate pressoché ovunque a stragrande maggioranza. Le forze politiche di ogni orientamento furono concordi sull’utilità delle pratiche di sterilizzazione, per il miglioramento della razza, o per motivi demografici ed economici. In particolare in Svezia e Finlandia la gestione del welfare state portò a scegliere interventi di questo tipo per ridurre il carico degli assegni di maternità. Negli Stati uniti ad essere sterilizzati era chi veniva dichiarato debole di mente, pazzo, idiota, imbecille, criminale-nato, o addirittura epilettico, moralmente degenerato o sessualmente pervertito.

Oltre alle sterilizzazioni vi erano le politiche che miravano a favorire la riproduzione tra soggetti “adeguati”, ad esempio il divieto di matrimonio tra “adatti” e “inadatti”. Misure eugenetiche positive più o meno blande sono state prese pressoché ovunque. Negli Stati Uniti, la violazione delle regole sul matrimonio era punita con fino a 10 anni di reclusione.

Il regime fascista, nonostante la vicinanza con alcuni scienziati sostenitori dell’eugenetica, non prenderà mai misure sostanziali di questo tipo. Solo alcuni provvedimenti legati alla politica di espansione demografica hanno tentato di proporre una disciplina morale che portasse al “miglioramento della razza”. Posizione perfettamente in sintonia con il parere della Chiesa, che non vedeva di buon occhio i provvedimenti eugenetici ma apprezzava la proposta di igienizzazione “morale” al fine del “miglioramento razziale”.

Dopo la caduta del fascismo e proprio per la mancanza di normative specifiche, in Italia si è praticata la sterilizzazione di alcune categorie sociali e in particolare si è intervenuti su giovani donne con handicap mentale. Il professor Pinkus, coordinatore del gruppo di lavoro sulla sterilizzazione del Comitato Nazionale per la Bioetica, stima che tra 1985 e il 1999 (anno di pubblicazione del documento del CNB) siano stati sterilizzati almeno 6.000 disabili psichici.

STERILIZZAZIONE COATTA (1933 – 1939)

L’attuazione della «Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie») prevedeva la sterilizzazione forzata di persone affette da una serie di malattie ereditarie – o supposte tali – tra le quali schizofrenia, epilessia, cecità, sordità, corea di Huntington, deficienza mentale e alcoolismi cronico. I candidati erano individuati nelle case di cura, negli istituti psichiatrici, nelle scuole per disabili e nelle prigioni. Speciali Erbgesundheitsgerichten («Tribunali per la sanità ereditaria») formati da tre membri (due medici e un giudice distrettuale), avevano il compito di esaminarli e giudicarli per avviarli alle sale operatorie. I responsabili degli istituti (medici, direttori, insegnanti, ecc.) avevano l’obbligo di riferire ai funzionari dei Tribunali, in palese violazione del codice deontologico, il nome di chi rientrava nelle categorie da sottoporre a sterilizzazione. Nonostante le numerose proteste, si stima che tra il 1933 ed il 1939 siano state sterilizzate 200.000 – 350.000 persone. La legge fu utilizzata, in alcuni casi, a scopo punitivo contro donne considerate colpevoli di prostituzione e, nonostante la mancanza di senso logico, furono anche sterilizzate persone affette da disabilità non ereditarie. Martin Bormann, stretto collaboratore e successivamente segretario privato di Hitler, fece circolare una direttiva nella quale era specificato che in una diagnosi di debolezza mentale era necessario tener conto del comportamento politico e morale della persona esaminata, una chiara allusione alla possibilità di colpire i nemici del Partito attraverso il provvedimento e di soprassedere invece nel caso opposto. La Chiesa cattolica, pur deplorando il provvedimento, si tenne in disparte limitandosi a chiedere che i medici cattolici fossero dispensati dall’applicazione della legge.

IL CASO SVEDESE

I paesi dell’area scandinava potevano vantare, agli inizi del Novecento, una delle principali comunità di eugenisti presenti nel panorama mondiale. Tra di essi Lundborg, il cui attivismo aveva portato nel 1922 alla costituzione, a Uppsala, dell’Istituto svedese di Biologia Razziale, un’istituzione nel suo genere unica al mondo fino a quel momento, ed il norvegese Mjøen, a lungo massima autorità europea in materia di eugenetica. Le politiche di sterilizzazione, varate tra il 1929 ed il 1935 in Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia, negli anni successivi avranno tra loro parecchie similitudini, a loro volta determinate dalla condivisione di un medesimo modello culturale, sociale ed economico. In tutti i casi si cercherà di legittimare le teorie pseudoscientifiche sulla degenerazione, ma nella realtà saranno le ragioni del Welfare State a prevalere. Tra questi paesi, la Svezia è probabilmente il caso più eclatante, considerando il posto che ha occupato, nell’immaginario collettivo, in relazione a presunti archetipi di “progresso” e “civiltà”.

Anche in Svezia il motivo della bonifica dagli elementi biologicamente tarati rimarrà in seguito ridondante nella propaganda eugenetica, ma il ricorso alle retoriche degli svedesi “di serie A” servirà da mero pretesto, mascherando un intervento repressivo di ordine socio-economico che teneva in considerazione, molto più che fattori razziali, un paradigma di “buona cittadinanza” plasmato nel rispetto di un’etica calvinista e puritana. Le pressioni esercitate in tal senso dall’ala riformatrice guidata da Gunnar ed Alva Myrdal furono decisive nel dare un taglio ‘socialdemocratico’ all’eugenetica svedese. Nel 1934 è varata la prima legge svedese per la sterilizzazione eugenetica, poi estesa nel 1941 a nuove categorie di marginali. L’obiettivo era di eliminare dal ciclo riproduttivo gli individui moralmente ed economicamente incapaci di assicurare ai propri figli un’educazione “appropriata”.

La macchina sterilizzatoria svedese ebbe come suo principale, quasi esclusivo bersaglio, le donne. L’eccessiva prolificità venne stigmatizzata sia come deleteria per l’ethos collettivo, sia per il bilancio pubblico, prevedendo il Welfare-State un sistema di assegni di maternità. Delle oltre 60.000 sterilizzazioni effettuate in Svezia tra il 1934 ed il 1976, anno in cui la legge eugenetica venne definitivamente accantonata, circa il 95% riguardano donne. Risentire di uno stato depressivo, alzarsi tardi al mattino, avere amicizie maschili, parlare liberamente in pubblico della propria vita sessuale, seguire svogliatamente le lezioni scolastiche o le funzioni religiose, o semplicemente andare a ballare, divennero atteggiamenti potenzialmente destabilizzanti. Atteggiamenti da stigmatizzare e reprimere attraverso la sterilizzazione, la cui necessità era decretata da compiacenti diagnosi di “schizofrenia”, “devianza”, “irresponsabilità morale” opportunamente formulate dai medici al servizio dell’organigramma normalizzatorio svedese.

PROGETTO LEBENSBORN

Il Progetto Lebensborn (eugenetica positiva) fu uno dei diversi programmi avviati per realizzare il folle proposito di preservare e/o fondare una società composta esclusivamente da individui di “pura razza ariana”. Solo a conclusione della seconda guerra mondiale è stato possibile scoprire che tale programma consisteva nel creare residenze segrete dove far accoppiare individui umani “razzialmente puri” al fine di allevarne la progenie. La maggior parte delle donne selezionate a questo scopo, erano coniugate con i soldati della Wehrmacht, della Luftwaffe o della Kriegsmarine – gli uomini erano ufficiali.

Il progetto ebbe inizio nel 1935 e fu concepito inizialmente per assistere le mogli delle SS durante la gravidanza, ma si trasformò ben presto in un processo di selezione razziale. A partire dal 1938 la sua direzione venne affidata al Persönlicher Stab RFSS, in pratica all’ufficio centrale del personale delle SS. In questo senso il suo ruolo fu modificato. Le sedi del “Lebensborn Eingetragener Verein” (Società Registrata Fonte di Vita) divennero il punto di incontro tra ufficiali delle SS e donne tedesche “razzialmente pure”. Scopo ultimo era la messa al mondo di figli di puro ceppo germanico. Dopo la nascita i bambini venivano separati dai loro genitori e affidati all’organizzazione delle SS che si prendeva cura della loro educazione. Non tutti gli ufficiali delle SS facevano parte al Progetto Lebensborn: l’adesione era volontaria.

All’inizio del 1940, con l’occupazione della Danimarca e, soprattutto, della Norvegia nell’Operazione Weserübung, la Germania nazista ebbe a disposizione i territori sui quali realizzare il progetto. Vennero costruite strutture apposite, ospedali geriatrici e case di degenza, in cui le puerpere potevano portare avanti la gravidanza e partorire i figli in condizioni di vita eccellenti.

Vennero creati istituti in Germania (inclusa l’Austria) a Bad Polzin, Bofferding bei Luxemburg, Gmunden, Hohenhorst, Klosterheide, Nordrach, Pernitz, Schalkhausen, Steinhoering, Wernigerode e Wiesbaden; in Belgio a Végimont; in Danimarca a Copenaghen; in Francia a Lamorlaye; nel Governatorato Generale a Cracovia, Otwock e Varsavia; nei Paesi Bassi a Nijmegen; e in Norvegia a Bergen, Geilo, Hurdalsverk, Klekken, Os, Oslo, Stalheim e Trondheim.

Si stima che i bambini ariani nati nel periodo di occupazione nazista siano stati qualche decina di migliaia. Dopo la fine del conflitto, essi e le loro madri furono ripudiati dal resto della popolazione che li isolò facendoli oggetto di scherno ed odio.

Nell’ambito del Progetto Lebensborn, inoltre, si calcola che siano morti non meno di 5.000 bambini tra il ’39 e il ’44. Oltre agli accoppiamenti selettivi tra persone con caratteristiche razziali ottimali, l’operazione comportò il rapimento di bambini dai territori occupati: 200.000 in Polonia, 50.000 in Ucraina, 50.000 nella regione baltica, un numero imprecisato in Norvegia e Francia e i superstiti del massacro di Lidice in Ceccoslovacchia. Questi bambini furono affidati a famiglie ariane. Coloro che non avevano abbastanza sangue ariano o che non riuscivano ad adattarsi, furono sterminati in Polonia nel campo di Kalish.

IL PROGETTO LEBENSBORN IN NORVEGIA

“Lebensborn” (Sorgente di vita), fu un progetto segreto ideato nel 1935 da Heinrich Himmler per “arianizzare” la popolazione del Reich attraverso l’unione pianificata tra “perfetti esemplari della razza ariana” e donne, anche straniere, che offrivano sufficienti garanzie di “purezza”. La Norvegia era considerata terra “ariana” d’elezione. Al momento dell’invasione, i militari nazisti furono incoraggiati in prima persona da Hitler a fare il maggior numero di figli con le donne del luogo. Dopo la conquista, non meno di 350 mila soldati tedeschi considerati l’elite della purezza “ariana” entrarono in Norvegia ed ogni donna norvegese incinta di uno di essi, purché fosse in grado di provare le origini “ariane” del bambino, aveva diritto ad essere sostenuta finanziariamente e riceveva un trattamento privilegiato. Tra il 1940 e il 1945, nacquero dai 10 ai 12 mila bambini figli di donne norvegesi e soldati nazisti, 6 mila dei quali ospitati in istituti speciali preposti ad allevarli. Qui ricevevano un’alimentazione particolare e venivano educati alla mentalità nazista. Dal 1941 in poi, i bambini nati in seguito al progetto Lebensborn divenivano automaticamente cittadini tedeschi così da poter essere trasferiti in Germania dove avrebbero portato una massiccia dose di purezza nordica. Sarebbero divenuti i superuomini del nazismo, incarnazione perfetta della follia hitleriana. Ma con le prime sconfitte della Wehrmacht e la rabbia crescente della popolazione scandinava nei confronti degli occupanti, il progetto perde importanza. Poco prima della fine del conflitto, migliaia di documenti riguardanti i “Lebensborn” furono distrutti e andarono perdute molte delle carte che legavano i bambini alle loro famiglie di origine. A pagare sono prima di tutto le donne: inserite nelle liste pubbliche di «traditrici della Patria», sono abbandonate dalla famiglia, perdono il lavoro, diventano oggetto di inaudite violenze. Da subito, il governo norvegese non le tutela, anzi: a fine maggio del 1945 sono circa mille le arrestate nella sola Oslo, rinchiuse in campi di concentramento e smistamento. Ma l’esecutivo fa di più: nell’agosto dello stesso anno approva una legge retroattiva secondo la quale ogni donna «sposatasi nei cinque anni precedenti con un nemico tedesco, perderà immediatamente la cittadinanza». E i sondaggi di opinione confortano il legislatore: tre cittadini su quattro sono favorevoli a una loro punizione, caldeggiata anche dalla maggior parte dei media. Dopo la guerra, una commissione norvegese stabilì che i bambini dovevano rimanere in Norvegia. Qui, a causa del “vergognoso” atteggiamento delle madri che si erano accoppiate con soldati nazisti, i “Lebensborn Kinder” subirono ogni sorta di abuso e discriminazione. I bambini già trasferiti in Germania rimasero con le famiglie di adozione e molti di loro non conobbero mai la verità, altri furono restituiti alle madri, alcuni ebbero una sorte drammatica, furono trasferiti in orfanotrofi, in ospedali psichiatrici, picchiati e maltrattati. Almeno il 90 per cento degli ex bambini di Lebensborn non ha mai conosciuto i propri genitori biologici.

Nel marzo del 2007, 154 norvegesi, 4 svedesi ed un tedesco, hanno presentato ricorso contro il governo Norvegese alla Corte europea dei diritti dell’uomo accusandolo di Violazione dei diritti umani, in quanto, non solo non li avrebbe tutelati dopo la guerra, ma si sarebbe comportato nei loro confronti in modo pesantemente discriminatorio, in taluni casi addirittura persecutorio. Chiedono 250 mila euro come risarcimento per i danni subiti. In passato, il governo avrebbe offerto loro limitati risarcimenti, senza mai ammettere la propria responsabilità. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo si è pronunciata nel 2007 in appoggio al governo norvegese, ponendo fine ai ricorsi giudiziari.

ESPERIMENTI SU CAVIE UMANE

Durante la Seconda guerra mondiale, in alcuni campi di concentramento nazisti e in altre strutture, venivano effettuati degli esperimenti di presunto carattere scientifico sui deportati e gli internati. In qualche caso il fine dichiarato era quello di verificare la resistenza umana in condizioni estreme, più spesso gli obiettivi erano riconducibili alla perversione degli operatori medici.

L’EUGENICA E LE STERILIZZAZIONI FORZATE NEL XX e XXI SECOLO

• Nel 1979 la Cina emana una normativa denominata “Legge eugenetica e protezione salute” con la quale intende risolvere il problema della sovrappopolazione. Essa prevede che una coppia non possa avere più di un figlio. La nascita di una femmina è considerata una maledizione perché comporta l’estinzione della propria dinastia. E’ per questo che in Cina spariscono milioni di bambine. Sono uccise appena nascono, molte donne incinte vengono arrestate e costrette ad abortire, poi vengono sterilizzate. Le madri che si rifiutano di perdere le loro bambine vengono minacciate dalla polizia, possono perdere il lavoro, essere isolate dalla comunità e cacciate dai parenti. Le famiglie ricche possono avere più bambini pagando una tassa sui figli. La tassa corrisponde, per il secondo figlio, a tre volte il reddito annuo della coppia. Molte famiglie non iscrivono le figlie all’anagrafe rendendole di fatto inesistenti. Queste bambine non godono di alcun diritto o tutela, sono respinte dagli ospedali, non possono curarsi, sono vittime di ogni abuso e violenza che resta impunito. La maggior parte di esse sono vendute come schiave. Negli anni ’90 il governo cinese ha allentato la pressione sulle famiglie. In caso di nascita di una femmina, la famiglia è autorizzata ad avere un secondo figlio, ma ovviamente il problema è tutt’altro che risolto.

• Normative che permettono la sterilizzazione coatta sono emanate anche in Spagna dove la Corte Costituzionale ha ammesso la sterilizzazione coatta dei malati psichici nel 1994. in Giappone la sterilizzazione a scopo eugenico è legalizzata nel 1948 e revocata nel 1996, tra il 1949 ed il 1995, 16.520 donne handicappate sono state sterilizzate senza il loro consenso. Attualmente, in Austria, dove non ci sono norme in materia, risulta che il 70% delle donne con handicap psichico è normalmente sterilizzato.

• In Brasile, almeno al 45% delle donne sono state legate le tube, spesso senza il loro permesso o senza che fossero informate sulla irreversibilità dell’intervento. Ciò è avvenuto con il sostegno finanziario degli Stati Uniti e delle istituzioni economiche internazionali che hanno elargito 32 milioni di dollari attraverso vari enti tra i quali l’International planned parenthood federation, il Population council, l’International federation for family life promotion, la Ford foundation, la Rockefeller foundation e la Banca mondiale. Sette milioni e mezzo di donne brasiliane sono state minorate in 5 anni, nonostante la sterilizzazione sia vietata.

• Nel Messico si usa la sterilizzazione chimica che consiste nell’introdurre 7 pillole nell’utero delle donna. Le pillole, costituite di una sostanza chiamata quinacrina, brucia l’utero e le ovaie provocando cicatrici. L’Istituto Statale Messicano della Salute (IMSS) impianta spirali nell’utero delle donne senza il loro consenso.

• Si stima che oltre 10.000 donne siano state sterilizzate nei paesi in via di sviluppo (Vietnam, Cina, Bangladesh, Filippine, Marocco).

• In Tibet, dopo l’occupazione militare cinese, sono morte circa un milione e mezzo di persone, una pulizia etnica accompagnata ancora oggi dalla sterilizzazione di massa e dagli aborti forzati eseguiti sulle donne tibetane. Solo nel 1997 si è avuta notizia di ben 883 casi. Dopo il primo figlio, le donne tibetane sono costrette a fuggire all’estero per partorire, poi tornano in Tibet lasciando il bambino orfano in India o in Nepal.

• Il Centro per i diritti alla Riproduzione (CRR) di New York ha pubblicato un rapporto sulla sterilizzazione forzata di 110 zingare in Slovacchia dal 1989 ad oggi.

• La Commissione Civile Internazionale di Osservazione dei Diritti Umani (CCIODH) segnala in Chiapas il sequestro di bambini indigeni e la sterilizzazione forzata di donne nelle zone con forte presenza dell’esercito. Il direttore di Pro-Vida, Jorge Serrano Limon, ha documentato nel 1996 più di 300 casi di sterilizzazione forzata effettuati in istituti medici governativi.

• 1976-2002. Programmi di sterilizzazione coatta e di massa vengono realizzati, col supporto di agenzie Onu, in India, Cina, Perù e in altri paesi del Terzo Mondo.

• In Perù più di 300.000 donne sono state sottoposte a sterilizzazione forzata dal 1996 al 2000 durante il secondo governo dell’ex presidente Alberto Fujimori.

STERILIZZAZIONI FORZATE NEGLI USA DAL 1907 AL 1940

Di seguito è indicato lo Stato, tra parentesi la data di promulgazione della legge eugenetica, le categorie colpite e il numero di interventi

Alabama (1919) – Deboli di mente: 224
Arizona (1929) – Internati in istituzioni per squilibrati: 20
California (1909) – Deboli di mente, criminali abituali, pazzi, idioti: 14.568
Connecticut (1909) – Deboli di mente, pazzi, idioti, imbecilli, criminali-nati: 418
Delaware (1923) – Deboli di mente, pazzi, epilettici: 610
Georgia (1929) – Deboli di mente: 127
Idaho (1925) – Epilettici, imbecilli, pazzi, criminali abituali, persone moralmente degenerate: 14
Indiana (1907) – Deboli di mente, pazzi ereditari, epilettici: 1.033
Iowa (1911) – Imbecilli, sifilitici, pazzi, criminali abituali, persone moralmente degenerate: 336
Kansas (1913) – Deboli di mente, pazzi, criminali abituali: 2.404
Maine (1925) – Deboli di mente: 190
Michigan (1913) – Pazzi, deboli di mente: 2.145
Minnesota (1925) – Pazzi, deboli di mente: 1.830
Mississippi (1928) – Persone con forme ereditarie di pazzia, epilessia, idiozia, cretinismo: 523
Montana (1923) – Deboli di mente, pazzi, epilettici: 186
Nebraska (1915) – Pazzi, deboli di mente: 388
New Hampshire (1917) – Deboli di mente ed altri mentalmente degenerati: 430
New York (1912) – Deboli di mente, rapitori, criminali: 42
North Carolina (1919) – Mentalmente tarati: 1.017
North Dakota (1913) – Imbecilli, pazzi, epilettici, criminali abituali, persone moralmente e sessualmente pervertite: 534
Oklahoma (1931) – Criminali abituali, idioti, epilettici, imbecilli, pazzi: 470
Oregon (1917) – Imbecilli, pazzi, epilettici, criminali abituali, persone moralmente e sessualmente pervertite: 1.450
South Carolina (1932) – Idioti, epilettici, imbecilli, pazzi: 35
South Dakota (1913) – Deboli di mente: 577
Utah (1925) – Criminali abituali, idioti, epilettici, imbecilli, pazzi: 252
Vermont (1931) – Idioti, imbecilli, malati di mente, pazzi: 212
Virginia (1924) – Idioti, imbecilli, deboli di mente, pazzi, epilettici: 3.924
Washington (1909) – Imbecilli, pazzi, epilettici, criminali abituali, persone moralmente e sessualmente pervertite: 667
West Virginia (1929) – Idioti, imbecilli, malati di mente, pazzi, epilettici: 46
Wisconsin (1913) – Deboli di mente, pazzi, persone epilettiche e criminali: 1.156

Totale 35.878

Il primo sterminio nazista non fu contro gli ebrei: fu il genocidio dei bambini disabili, meno noto alla storia

https://www.curioctopus.it/read/18196/il-primo-sterminio-nazista-non-fu-contro-gli-ebrei:-fu-il-genocidio-dei-bambini-disabili-meno-noto-alla-storia?fbclid=IwAR2WPhyxdXPKhf0q0hyJ66WXH-Hk92sLPkHywictUkQeEO4D1Na8dpOZLwo

Ad animare il progetto non fu l’odio diretto verso un popolo straniero, bensì contro un particolare gruppo di connazionali tedeschi, considerati comunque geneticamente “inferiori” e per questo condannati ad una fine atroce: i disabili.

Aktion T4 fu un programma di eugenetica tenuto nascosto ai più: lo stesso nome prese ispirazione dall’indirizzo in cui aveva sede: 4 Tiergartenstraße, Berlino. Le basi ideologiche si ritrovano nello stesso manifesto ideologico del nazifascismo, il “Mein Kampf“: in esso, l’obiettivo di “igiene razziale” si declinava anche nel senso di preservare esclusivamente i “bambini generosi sani”.

Tale proposito fu implementato già all’indomani dell’ascesa di Hitler al potere nel 1933, attraverso la sterilizzazione forzata di 400.000 disabili fisici e mentali.

immagine: wikiwand

Foto: Manifesto nazista dell’eugenetica del 1935 in cui si denuncia la minaccia rappresentata dalla riproduzione degli “indesiderabili genetici”, che avrebbero potuto diventare la maggioranza della popolazione.

immagine: Marcel/wikimedia

Fu nel 1939 che l’Aktion T4 prese avvio: con una lettera (vedi foto) Hitler autorizzava la creazione del Comitato del Reich per la registrazione scientifica delle malattie ereditarie e congenite, guidato, tra gli altri, dal dottor Karl Brandt e dal capo nazista della Cancelleria Philipp Bouhler.

immagine: USHMM/wikimedia

Chi era Karl Brandt? Il dottore responsabile del primo omicidio di un neonato tedesco disabile nella Germania nazista, Gerhard Kretschmar. Nato pochi mesi prima con con gravi e incurabili disabilità fisiche e mentali, il padre scrisse a Hitler chiedendogli di autorizzarne l’eutanasia. Ovviamente, essendo in linea con l’ideologia ed il programma d’azione nazisti, Hitler concesse la sua autorizzazione: era il luglio 1939. La lettera che dava inizio ad Aktion T4  fu scritta poco tempo dopo.

Per decreto tutti i medici, infermieri e ostetriche dovevano segnalare i bambini di età inferiore ai 3 anni affetti da grave disabilità mentale o fisica, i cui genitori furono incoraggiati ad internare i figli malati in una delle sei cliniche pediatriche appositamente designate in Germania e Austria.

All’inizio, i medici e gli amministratori della clinica includevano solo neonati e bambini piccoli nell’operazione, ma ben presto furono internati anche i ragazzi fino ai 17 anni, ed in breve la misura fu allargata anche ai disabili adulti.

A partire dal gennaio 1940, il programma di eutanasia venne quindi applicato in maniera seriale ed estesa. Pool di medici valutavano e selezionavano i pazienti per la “fase finale” del programma. Si trattava di persone affette per lo più da schizofrenia, epilessia, demenza, encefalite e altri disordini psichiatrici o neurologici cronici. I pazienti scelti erano trasportati direttamente in un centro per “cure speciali”, ovvero dotato di camere di monossido di carbonio travestite da docce. 

Fu Bouhler ad escogitare lo stratagemma del “bagno e disinfezione” come mezzo per tenere tranquille le vittime il più a lungo possibile: un metodo che fu anche adottato contro gli ebrei.

Nonostante i tentativi di camuffarlo e tenerlo segreto, il programma Aktion T4 venne ben presto smascherato per ciò che era, un genocidio su basi eugenetiche. I primi a rendersene conto furono i parenti delle vittime: impossibilitati a visitare i cari internati, finivano per ricevere lo stesso tipo di lettera che annunciava la morte del caro per “morbillo” o altra malattia infettiva che ne aveva resa necessaria la cremazione. Fu la Chiesa a raccogliere intorno a sé la resistenza al programma e a promuovere la consapevolezza pubblica intorno alla grave questione.

Infine, Hitler dovette fermare il programma nell’agosto del 1941. Il bilancio finale fu di 300.000 vittime, tutte tedesche o austriache, la metà delle quali bambini.

immagine: wikimedia

Alla fine della Guerra, solo alcuni dei responsabili nazisti del programma furono consegnati alla giustizia. Il Tribunale Militare Internazionale nel 1946-1947 condannò diversi medici nazisti per il loro ruolo nel programma (tra gli altri reati), incluso il dottor Brandt.

Il dottor Pfannmüller fu infine condannato per il suo ruolo in 440 omicidi nel 1951 a cinque anni interi di prigione, poi ridotti a 4 in appello : finì la sua vita da uomo libero nella sua casa di Monaco nel 1961.

ODIO, RAZZISMO, XENOFOBIA, NAZIONALISMO, ETNICISMO… LILIANA SEGRE CI SALVERA’

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/11/odio-razzismo-xenofobia-nazionalismo.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 5 NOVEMBRE 2019

 

“Il modo migliore per vivere con onore in questo mondo è essere ciò che pretendiamo di essere” (Socrate)

Grazie a Dio l’uomo non sa volare, e devastare il cielo come ha devastato la terra” (Henry David Thoreau)

Liliana Segre: vittima tra le vittime

Da zoticone vernacolare, isolato nel suo borghetto dietro la Luna, mi sono inevitabilmente sfuggiti i meriti per i quali la signora Liliana Segre, a parte il suo indubitabile fascino emanante sollecitazioni formidabili alla simpatia, sia assurta al prestigioso e prodigioso rango di senatrice a vita della Repubblica Italiana. Condivido necessariamente la dolorosa indignazione dei tanti per la sorte crudelissima che le è stata inflitta da ragazza. Ma non credo possa essere l’aver subito ingiustizia ed essere rimasta circondata da morte e devastazione, la motivazione per cui l’infallibile Mattarella l’ha incluso, in quel parnaso di non eletti. Altrimenti non basterebbe che le Camere Alte del mondo intero avessero le dimensioni della tundra siberiana per accogliere tutti e tutte coloro che, adolescenti, si sono visti circondati da morte e distruzione e ne sono scampati. E mi riferisco solo all’epoca da Bush in giù.

Un’impresa epocale. E globale.

Detto ciò, se i meriti di prima mi sono ignoti, quello monumentale di oggi glielo riconosco in pieno. E come non potrebbe essere così davanti a una donna che, pur nella fragilità dei suoi novant’anni, ha prodotto il generosissimo sforzo di affrontare, con la semplice proposta di una Commissione Parlamentare, lo smisurato e scellerato universo dell’odio, del razzismo, antisemitismo, nazionalismo, etnicismo, di tutto quello che si oppone con turpi metodi alla serena avanzata del bene corretto e globale. Di quale immane lotta sia paladina Liliana, nell’autunno del nostro scontentissimo scontento, provo a fornire alcune, del tutto inadeguate, risposte.

Non senza aver condiviso, con commosso trasporto, il vastissimo e travolgente coro che, come una sola voce, si è arruolata in questa epocale battaglia. Penso al solido unanimismo di tutti i media, penso all’immancabile Saviano, penso a Greta Thunberg, che ispirata dal nobile intento, ha subito chiesto ai vigilanti di Facebook, di sopprimere seduta stante ogni pur vago riferimento a odio per una Green New Economy che oltre a salvare l’umanità, le continuerà a far percorrere le vie che l’hanno innalzata all’attuale livello di benessere e giustizia sociale. E guardando molto in alto, penso al nostro Saggio sul l Quirinale che, antesignano della campagna lanciata da Liliana, ha ribadito che i capisaldi irrinunciabili della lotta all’odio sono e devono restare in perpetuo Nato, UE, Euro e le alleanze che, fin dalla fine della guerra, hanno vegliato acchè nel nostro paese non prevalesse l’odio, l’invidia sociale, il razzismo di classe, la xenofobia bene espressa nell’infame slogan di Yankee go home.

Antisemitismo contro 450 milioni di esseri umani

Quali contundenti armi non ci ha messo in mano la senatrice a vita! A partire dalla prima delle sue dolorose preoccupazioni: l’antisemitismo. Pensate ai 450 milioni di arabi, secondo gruppo etnico del mondo dopo i cinesi Han, tutti semiti e tutti abbastanza maltrattati a forza di guerre ininterrotte, milionate di morti, complotti destabilizzanti, desertificazioni, pessima stampa! Mario Monforte, che ne sa una più del demonio, ai semiti arabi aggiunge anche gli akkadi, i gutei, gli assiri e babilonesi, gli aramei. Parlavano tutti semita. Perfino gli ebrei che, tuttavia, o non lo sono (ashkenaziti), o lo sono essendo stati arabi prima di diventare ebrei (sefarditi), ma nondimeno sono universalmente considerati degni di protezione dall’antisemitismo.

Siria

Una lunga storia di odio

Ciò che poi la commissione della senatrice a vita consente, anzi imporrà, è una guerra totale e senza tregua a chi si appropria di beni altrui, che siano monete o terre, in virtù di una vantata superiorità, solitamente vera nel suo contrario. Che sono poi xenofobia, razzismo nella fase dell’erezione. Ciò a cui qui la Commissione Segre allude, anche se si guarda dall’esplicitarlo, è, senz’ombra di dubbio, il colonialismo nelle sue varie e via via ammodernate forme. Si va dalle crociate, con Goffredo da Buglione che ad Acri non lasciava sul collo una sola testa degli autoctoni infedeli, al “fardello dell’uomo bianco” di Kipling, emissario della Regina nell’India di tutti paria del vicerè. Fardello che si è abbattuto su qualche miliardo di persone bisognose di fardelli, fino all’intervento delle Ong per facilitare lo spostamento di quelle persone da casa loro a casa altrui.

Nazioni eccezionali

Avremo finalmente strumenti giuridico-parlamentari, insieme al vitale supporto dell’oligopolio mediatico-partitico-bancario-militare, che ci daranno modo di inaugurare finalmente un’era di pace, non più turbata da nazionalismi antistorici che rivendicano alla propria comunità “destini manifesti,” basati su una presunta “nazione eccezionale”, o sul “mandato divino del popolo eletto”. Quel mandato divino e quel destino manifesto che, grazie a Costantino, Teodosio, Torquemada e successori fino a noi, ha ridotto all’1% il patrimonio letterario, filosofico e artistico costruito dai classici in un millennio. Lottando con Liliana e Greta contro nazionalismo ed etnicismo, fomentatori di violenza, sapremo liberarci, non solo delle fisime patriottiche di paesi che hanno infierito sui loro civilizzatori e, oggi, sui portatori di democrazia e diritti umani, da Cuba al Venezuela, dalla Siria all’Afghanistan. Ma anche di coloro che, per profitti stellari e abietta xenofobia, provvedono i nuovi colonizzatori di armamenti che radano al suolo popoli e civiltà non compatibili con una gestione politicamente corretta del mondo.

Una commissione contro guerre e sanzioni. Finalmente!

Sicuramente, come ci insegna con particolare vigore “il manifesto”, saremo ora in grado di meglio affrontare quanto dai progressisti viene chiamato “discriminazione dei Diversi”. Impediremo che si blandiscano giovani di pelle scura perché lascino casa, famiglia, comunità, terra, storia, per favorire la Coop, Don Ciotti, Zanotelli, Bergoglio e Amazon, dopo seimila chilometri di angustie, in virtù di 14 ore nei campi per 14 euro. Inesorabilmente il mandato della senatrice è anche che si rifiuti che, solo per il fatto di non essere anglosassoni o europei, a certi paesi, seppure affetti da abietto sovranismo, vengano inflitte sanzioni, di indiscutibile natura razzista e xenofoba, a volte anche antisemita, quasi sempre nazionalista ed etnicista, mirate a sfoltirli a forza di malattia e fame.

Lotta alle fobie

Il fatto che “il manifesto” e altri strumenti di comunicazione (una faccia una razza) sfrenatamente plaudano alla senatrice a vita e al suo parto, che affida, a chi ha tutti i titoli per giudicare, la missione di separare il bene dal male e mettere a tacere le bocche de renitenti alla bonifica, non toglie che anche costoro, non sempre immacolati, subiscano gli effetti benefici della campagna. Coerenza con l’adesione alla commissione anti-odio esige che abbiano fine e giusta punizione certe forsennate campagne xenofobe. Campagne che pervadono tutto il nostro respirare, come russofobia e sinofobia, ma anche talibanofobia, o sirofobia e, soprattutto, islamofobia. Campagne fondate sull’accumulo spasmodico di fake news, tipo Russiagate, attinte da chi a Bagdad, 2003, ho visto poter pubblicare i suoi servizi in dipendenza da tre bottoni installati dal Pentagon nelle redazioni. Rosso, non pubblicabile; giallo, da rivedere; verde, pubblicabile. Ma forse già allora si trattava di neutralizzare, con la verità, l’incontenibile odio degli iracheni.

Con Liliana contro la stampa falsa e bugiarda

Cos’era la stampa, baby, mi si era già chiarito a vedere BBC e ITV riferire sulla strage di Bloody Sunday a Derry, a cui avevo assistito e che avevo documentato in maniera opposta a quanto veniva detto dagli schermi, quella sera e per altri quarant’anni. Quella di Bagdad non era che una modesta conferma. Ma anche a Tripoli, dove un’ombra di odio, mai scorta dal “manifesto”, deve aver lievemente increspato il ghigno di Hillary per la sodomizzazione alla baionetta di Gheddafi. Nulla, peraltro, rispetto ai suoi meriti in quanto donna, defraudata da quell’odiatore (e odiato) seriale di Trump (sempre secondo “il manifesto”). Avremo Liliana al nostro fianco sicuramente anche contro questa “vedova nera” di Libia, Honduras e Ucraina. E contro i suoi finanziatori, a Riyad, quelli del modernizzatore Mohammed bin Salman, quello della vivisezione di Khashoggi.

La Commissione Odio contro l’UE

Sollevandoci a un livello geopolitico, traiamo dal messaggio Segre l’insegnamento inconfondibile e incontrastabile della fuoruscita, oltreché dalla Nato, per i motivi nazionalistico-xenofobi citati sopra, dall’UE e dall’euro. Due entità che hanno consacrato il nazionalismo carolingio bi-etnico franco-tedesco, fondato su un odio millenario verso i paesi del Mediterraneo. Odio irrefrenabile in individui come Moscovici, Dombroski, Juncker. Un odio esplicitatosi con l’assalto a mano bancaria a Grecia e Italia, colpevoli di continuare a far scorrere nel sangue e circolare nelle sinapsi il retaggio di una civiltà che è la negazione di un Nuovo Ordine Mondiale fondato sull’odio di chi non si omologa all’1%.

Oppure c’è anche l’odio per i bambini di certe maestre d’asilo, di certe suorine francescane, di certi fucilatori al limitar di Gaza, di cui “il manifesto” non dice, di certi spacciatori di morte chimica, a volte farmaceutici, a volte perfino “migranti” neri, di cui “il manifesto” non dice. Ma di cui sicuramente Liliana Segre si occuperà. Gliene siamo grati.

E, per chiudere, abbassandoci invece a livello di terra, aria e mare, non credo possa essere sfuggito alla finissima sensibilità delle madri e dei padri della Commissione Odio, il razzismo specista di chi va per le fratte e se la spassa sparando a esseri viventi per mangiarseli e anche no. O chi nei laboratori e mattatoi degli scienziati pazzi esercita la sua xenofobia (avversione all’estraneo) tagliando a fettine cani, spellando volpi, elettrificando visoni, accecando conigli, torturando vitelli, polli e maiali. Ma forse andiamo oltre il seminato….E sicuramente Norma Rangeri, che, da modesta critica televisiva, è assurta per meriti Deep State alla direzione dell’edizione italiana di quell’organo, me ne vorrà. Indimenticabile una sua inveterata contro di me quando, al TG3 feci, secondo lei, servizi splatter “inutilmente agghiaccianti” quando mostravo le sevizie sofferte da certe scimmiette cui si fracassava il cranio con lenta pressione, per vedere quanto la testa del  conducente umano avrebbe resistito all’urto.

Sono certo che Liliana Segre e la Commissione Odio saranno al fianco mio e degli animali anche non umani, anche quando si tratta di tirare le orecchie alla loro corifea Rangeri.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:47

80 anni fa lo ‘Stupro di Nanchino’, l’olocausto dimenticato

https://www.agi.it/blog-italia/agi-china/stupro_nanchino_80_anni-3260264/post/2017-12-13/

L’olocausto asiatico ha causato oltre 14 milioni di vittime nella sola Cina: Il 13 dicembre 1937 i giapponesi entrarono nell’allora capitale cinese trucidando 300 mila persone nelle prime settimane di occupazione e stuprando oltre 20 mila donne, anziane, madri e bambine

80 anni fa lo 'Stupro di Nanchino', l'olocausto dimenticato
 Commemorazioni a Pechino per gli 80 anni del massacro di Nanchino

La Treccani definisce l’olocausto come “Forma di sacrificio praticata nell’antichità, specialmente nella religione greca e in quella ebraica, in cui la vittima veniva interamente bruciata.” Di fronte agli orrori di Nanchino, tuttavia, forse persino queste parole suonano limitanti. A bruciare interamente sono state una città, i raccolti, le persone, ma non è stata questa la parte peggiore. Cosa accadde a Nanchino 80 anni fa e perché? Cosa rimane oggi di quel tragico evento?

Il contesto storico: “Una guerra mondiale in anticipo”

La storiografia ufficiale individua lo scoppio della Seconda guerra mondiale nell’invasione nazista della Polonia del 1939. Tuttavia, negli anni ’30, numerosi focolai stavano già preparando il terreno per lo scontro. Uno degli avvenimenti più importanti, che per alcuni segna il reale inizio del conflitto globale, fu la seconda guerra sino-giapponese nel 1937, l’alba della Guerra nel Pacifico che incendiò Pearl Harbor e tramontò con Hiroshima e Nakasaki.

La Cina andava incontro a profondi mutamenti dopo secoli di colonialismo occidentale e la caduta dell’Impero più longevo della storia. Oltre alle potenze straniere, la Repubblica fronteggiava 10 anni di guerra civile tra Nazionalisti e Comunisti. Nel mentre, il Giappone si era affermato come prima super potenza asiatica sconfiggendo la Russia e uscendo vittorioso dalla Grande Guerra. I suoi piani espansionistici e la sua propaganda sulla superiorità razziale non avevano nulla da invidiare al Terzo Reich. I cinesi erano considerati una razza inferiore e si prevedeva la presa della Cina in soli 3 mesi, stile guerra lampo hitleriana.

80 anni fa lo 'Stupro di Nanchino', l'olocausto dimenticato
 1937, i giapponesi entrano a Nanchino

Nel 1931 il Giappone era già riuscito a creare uno stato fantoccio in Manciuria, nel nord della Cina, ma il conflitto esplose il 7 luglio 1937 col pretesto dell’incidente del Ponte Marco Polo. I giapponesi sbarcarono a Shanghai e trovarono una strenua resistenza ad aspettarli. Quei tre mesi previsti per l’intera nazione bastarono solo per la prima città e costarono oltre 40mila uominiFu proprio la strenua resistenza che spronò ulteriormente le truppe nipponiche a marciare su Nanchino, nonostante non fosse una tappa militarmente fondamentale. Dopo Shanghai, infatti, il governo nazionalista si era trasferito a Chongqing e non erano rimaste grosse difese nella capitale, ormai abbandonata a se stessa, senza piani di evacuazione per i civili o di ritirata per i soldati. Nonostante tutto, la Cina non dichiarò la resa e il Giappone ordinò di radere al suolo Nanchino senza fare prigionieri.

Le dimensioni e la brutalità del massacro

L’olocausto asiatico causò dalle 14 alle 20 milioni di vittime per mano giapponese nella sola Cina, due volte il peso della Shoa nazista. Esattamente 80 anni fa avvenne quello che è forse il suo episodio più brutale. Il 13 dicembre 1937, i giapponesi entrano a Nanchino.

Un corrispondente del New York Times in fuga dall’ex-capitale scrisse: “Mentre partivo per Shanghai assistetti all’esecuzione di 200 uomini in soli 10 minuti.” Il Tribunale per i Crimini di Guerra di Tokyo ha stimato che in sole sei settimane siano state stuprate 20 mila donne, anziane, madri e bambine e uccise 200mila persone nei modi più barbari. Molte altre fonti ne contano oltre 300mila. “Un agenzia umanitaria ha sepolto 100mila persone; la Croce Rossa invece 43mila” raccontano Denis and Peggy Warner “In soli 5 giorni i giapponesi hanno gettato nel fiume Yangtze 150mila cadaveri.”

80 anni fa lo 'Stupro di Nanchino', l'olocausto dimenticato
 Xi Jinping

Alcuni report trattano di contest con la spada indetti dagli ufficiali. Chi più rapidamente avesse ucciso 100 cinesi sarebbe stato ricompensato militarmente. “La gara fu riportata con grande seguito nei giornali giapponesi come un’evento sportivo”. 

Lo storico Yoshiaki Yoshimi descrive invece come il Giappone istituì circa 2000 centri in tutta l’Asia orientale che coinvolgevano circa 200mila “comfort women” da Cina, Filippine, Corea e altre nazioni. Ci sono ragazze cinesi che sono state stuprate 37 volte, e bambine di undici anni abusate per diversi giorni. Purtroppo gli abusi delle truppe non si limitarono ad essere solo di carattere sessuale. Le carte del Nanking Massacre Project, Women Under Siege e Nanking elencano una serie di atrocità tra cui: versare acido sui prigionieri; cannibalismo; decapitazioni; infanticidi; famiglie costrette all’incesto e alla necrofilia, sepolte con il busto fuori per essere bruciate vive o attaccate dai cani.

80 anni fa lo 'Stupro di Nanchino', l'olocausto dimenticato
 Reduci del massacro di Nanchino 

Fondamentale fu il ruolo di alcuni occidentali come John Rabe, Minnie Vautrin, Bob Wilson e George Fitch, che si impegnarono per l’istituzione di una Safety-Zone internazionale non autorizzata dai giapponesi e disarmata, ma capace di salvare migliaia di vite.

L’olocausto dimenticato: Memoria e controversie tra Cina, Giappone e occidente

Nazionalismo, revisionismo, negazionismo e indifferenza. Sono queste le principali lenti di lettura cinese, giapponese e occidentale su quanto accaduto. I cinesi parlano di datusha (大屠杀 grande massacro), i giapponesi parlano di shijian (事件 incidente), noi quasi non ne parliamo. Per questo la scrittrice Iris Chang l’ha definito “l’olocausto dimenticato”.

I cinesi vogliono giustamente che la memoria sia preservata e parlano dei fatti reali, ma li condiscono spesso all’interno di una narrazione nazionalista e di rivendicazione storica. I giapponesi hanno riconosciuto le proprie colpe ma questo non ha fermato le pulsioni di revisionisti e negazionisti. Infatti, nonostante il presidente Shinzo Abe abbia come di rito fatto ammenda per le atrocità del suo paese, non si è sottratto dal rendere omaggio al santuario di Yasukuni, mausoleo ospitante 1068 criminali di guerra, scatenando le ire di Cina e Corea. Al tempo stesso ha attuato un revisionismo dei libri di testo, volti a diffondere una “più bilanciata” visione dei fatti storici.

80 anni fa lo 'Stupro di Nanchino', l'olocausto dimenticato
 Commemorazioni a Pechino per gli 80 anni del massacro di Nanchino 

L’approccio alla memoria di Cina, Giappone e occidente su Nanchino ci ricorda di come delle volte la storia, per quanto brutale, possa non insegnare nulla. E’ folle ignorare l’accaduto. E’ folle negarlo o mistificarlo. È folle usarlo per rivendicare l’odio. Ian Buruma scrisse, “Fatti come questi non possono essere spiegati da una particolare cultura o storia. Dopo tutto, in precedenti guerre come la guerra Russo-Giapponese nel 1904-05, i soldati giapponesi erano rinomati per la loro disciplina. Sfortunatamente, uomini da ogni nazione sono capaci di estrema brutalità, una volta che l’animale che hanno dentro viene sguinzagliato.” La memoria sfida quella bestia.

per approfondire – Bibliografia e Filmografia

Per giornale spagnolo “inutile” la bomba nucleare più potente sviluppata dall’Urss

https://it.sputniknews.com/mondo/201911028247961-per-giornale-spagnolo-inutile-la-bomba-nucleare-piu-potente-sviluppata-dallurss/?utm_source=push&utm_medium=browser_notification&utm_campaign=sputnik_it

Tsar Bomba (foto d'archivio)

© Sputnik . Mikhail Voskresensky
22:34 02.11.2019

Il 30 ottobre del 1961 l’Unione Sovietica testò la cosiddetta Tsar Bomba (nota anche come Bomba Zar o RDS-220 – ndr) nell’Artico, ma in realtà un ordigno così grande si rivelò inadatto per una vera guerra, si legge in un articolo del quotidiano spagnolo La Vanguardia.

In particolare, la Tsar Bomba, secondo il giornalista, non poteva essere lanciata a grande distanza. Inoltre gran parte della sua energia sarebbe andata dispersa nello spazio sotto forma di radiazione, sostiene l’autore dell’articolo.

L’Urss voleva intimidire le potenze capitaliste con una dimostrazione dell’insuperabile tecnologia sovietica, ma di fatto era solo un enorme bluff, si afferma nell’articolo. La leadership sovietica ne era consapevole e voleva nasconderlo, ipotizza l’autore dell’articolo.

La RDS-220 è una bomba aerea termonucleare sviluppata in Unione Sovietica tra il 1956 e il 1961 da un gruppo di fisici nucleari guidati dall’accademico Igor Kurchatov.

© SPUTNIK . MIKHAIL VOSKRESENSKIY
La copia della Tsar Bomba

Il test di questo ordigno nucleare si svolse il 30 ottobre 1961: un aereo Tu-95V sganciò la bomba nel poligono di test nucleari di Sukhoi Nos, sull’isola Novaya Zemlya. La potenza dell’esplosione venne misurata in 58.6 megatoni.

La Tsar Bomba è il più potente dispositivo esplosivo fabbricato nella storia dell’umanità. È entrato nel Guinness dei primati come il più potente ordigno termonucleare ad aver superato un test.

L’isola Calva: il Gulag dimenticato di Tito

https://www.vanillamagazine.it/l-isola-calva-il-gulag-dimenticato-di-tito/?fbclid=IwAR0b77tpdMxKuBnpMzUhwHmOlJbV2Zc9dliumhuvJ_SLEPSbkh6xZii2uUc

Nel Mar Adriatico si trovano le isole Quarnerine, una serie di isolotti di appartenenza della Croazia, fra le quali la più famosa è l’Isola Calva, sede nel secondo dopoguerra del famigerato campo di prigionia del dittatore jugoslavo Tito. L’Isola Calva (in croato Goli otok) si trova a 3,3 chilometri dalla costa croata, dalla quale è separata dal canale della Morlacca. L’isolotto è di piccole dimensioni, una superficie di 4,54 chilometri quadrati, che al momento risulta disabitata. Il nome di Calva deriva dalla sua aridità e dalla vegetazione quasi inesistente.

Un’isola brulla e anonima, come tante nell’Adriatico, se non fosse che dal 1949 al 1989 l’Isola Calva è stata sede di un campo di rieducazione politica voluto dal generale Josip Broz, passato alla storia con il nome di Tito, per isolare i suoi oppositori e convertirli al socialismo jugoslavo.

L’isola Calva, fotografia di Roberta F condivisa con licenza CC-BY SA 3.0 via Wikipedia:

Tito era stato a capo dei partigiani jugoslavi durante l’ingresso della Jugoslavia nella Seconda guerra mondiale a fianco delle forze alleate britanniche, francesi e sovietiche. Concluso il conflitto bellico, nel 1949 il futuro dittatore jugoslavo, definito lo strappo con l’URSS di Stalin con l’inizio del “Periodo Informbiro”, è Primo ministro della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia sotto la presidenza di Ivan Ribar.

In quell’anno Tito, libero da ogni dovere nei confronti dell’Unione Sovietica e persuaso che sia il momento adatto per rafforzare il suo potere, decide di mettere su un campo di concentramento destinato a ospitare tutti gli oppositori che avrebbero potuto contrastare la sua ascesa allo scranno di Presidente della Repubblica, avvenuta nel 1953, e da lì al ruolo di dittatore del paese.

Sotto, celebrazione del primo Maggio sull’isola di Goli Otok (la fotografia risale probabilmente al 1954). Immagine rubata da un prigioniero negli archivi della polizia di Goli Otok. Per molti anni è stata l’unica testimonianza dell’esistenza del campo di Concentramento sull’isola

All’inconsistente ombra del monte Glavina (il punto più alto dell’isola con i suoi 227 metri sul livello del mare), vicino l’insediamento ora abbandonato di Maslinje, nasce così il campo di prigionia dell’Isola Calva – per gli slavi conosciuta come l’Isola Nuda – un piccolo complesso di costruzioni rettangolari sferzate dal vento e invecchiate dal sole.

BEIRUT, BAGHDAD, CAIRO, HONG KONG, QUITO, SANTIAGO, LA PAZ… C’E’ ORO E C’E’ SIMILORO —– MASSE AUTODETERMINATE, MASSE ETERODIRETTE

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2019/11/beirut-baghdad-cairo-hong-kong-quito.html

MONDOCANE

VENERDÌ 1 NOVEMBRE 2019

 

Otpor a Beirut

“Credo che tutta questa operazione è un trucco. Baghdadi verrà ricreato con un nome diverso, un diverso individuo e l’Isis, nella sua interezza, potrà essere riprodotto con un  altro nome, ma con lo stesso pensiero e gli stessi scopi. Il direttore di tutta la commedia è lo stesso, gli americani”. (Bashar al Assad)

E, alla luce di Storia e cronaca, mi fido più di Assad che di qualsiasi fonte occidentale.

https://twitter.com/i/status/1189650911888642055 video del Pentagono su uccisione di Al Baghdadi, un bombardamento sul presunto bunker. Punto.

Sesta morte di Al Baghdadi

Per prima cosa dobbiamo smettere di sghignazzare- peraltro rabbiosamente – sull’ennesima eliminazione del turpe socio del noto fu senatore McCain, Al Baghdadi, che piagnucola e si fa scoppiare senza che nessuno lo possa riprendere, dato che tutto quello che gli Usa hanno fatto con i Chinook è polverizzare un presunto bunker, mettere al confronto qualche lembo di qualcuno con le mutande che un presunto curdo avrebbe sottratto a un presunto califfo e disperdere ogni presunta prova scientifica e inoppugnabile in mare. Copia poco fantasiosa di quanto questi illusionisti da baraccone dello Stato Profondo avevano fatto con Osama bin Laden, o a Pearl Harbor, o nel Golfo del Tonchino, o l’11 settembre, o con John e Robert Kennedy quando volevano smetterla in Vietnam, o con Nixon, quando strinse la mano a Mao. Quanto, ma quanto ci hanno fatto ridere. Con tanto di smorfia.

Oro o vermiculite (lega di  finto oro )?

Veniamo a noi. Se, seguendo il mio rozzo, ma efficace criterio di valutare, almeno approssimativamente, gli eventi alla luce di chi li appoggia e chi li disapprova, direi che a Beirut, come in Iraq, è in atto una bella rivoluzione colorata, finalizzata all’ennesimo regime change da Stato Profondo Usa, agli ordini della cupola militar-finanziaria capitalista. A prova adduco l’analisi dell’ISPI, quell’Istituto di studi di politica internazionale che più atlanticista non si può e il cui direttore ci viene presentato in ogni congiuntura come il guru delle verità geopolitiche. Il succo del pippone ISPI – pifferaio “tecnico” seguito con devozione dal monopolarismo mediatico, “il manifesto” in testa – è che il nemico della democrazia e del cambiamento in Libano, e dunque dei bravi manifestanti, non sono altri che Hezbollah e il loro alleato Michel Aoun, capo dello Stato e del partito dei Cristiani Liberi, peraltro storicamente primo esempio di convivenza e alleanza tra settori confessionali la cui separazione istituzionale il colonialismo francese in partenza impose  con il classico “divide et impera” confessionale e geografico.

Le analoghe rivolte libanesi del 2015 e del 2005, come queste e quelle di altre rivoluzioni colorate iconicamente rappresentate dalle prime file di signorine, signore e giovanotti freschi di moda e di trucco, come a Belgrado, Caracas, La Paz, Kiev, Hong Kong, poi spesso integrate da misteriosi cecchini che sparano equamente su polizia e dimostranti, furono parimenti apprezzate dall’ISPI, ma anche dalla finta sinistra talmudica e laica, con mosca cocchiera l’ex-“Liberazione” e oggi “il manifesto”, Guido Caldiron.

Passeggiate mediorientali

Pubblicità non occulta. Perdonate.

Metto le mani avanti. Mi picco di saperne un po’ di Libano, frequentato fin dal 1967, Guerra dei Sei Giorni, quando ci passai espulso da Israele per i miei pezzi al Paese Sera. Ma anche di Palestina, Egitto, Siria e Iraq, di cui fino a oggi ho scritto pezzi, libri e girato documentari. Del Libano credo di conoscere alcuni dei più significativi protagonisti: Walid Jumblatt, capo dei Drusi e spesso kingmaker, i dirigenti palestinesi, le grandi famiglie maronite fascistizzanti Chamoun, Gemayel, Geagea, Naim Kassem, vicesegretario degli Hezbollah, gli stessi Hezbollah con i quali e con Stefano Chiarini, il migliore giornalista mai incontrato, abbiamo girato il sud del paese. E poi i militanti, i combattenti nella guerra civile 1975-1990, i contadini, i palestinesi dei campi, Talal Salman, il grande direttore del quotidiano di sinistra Al Safir, per il quale ho scritto anni fa. Lo dico perché un po’ di antropologia e relativa morfologia mi è rimasta attaccata da tante frequentazioni, per cui, quando vedo una folla, non mi è difficile intuirne classe, motivazione e obiettivi.

Quando il pugno racchiude stelle e strisce

In Libano le prime file sono uguali a quelle che ho visto a Belgrado, nei moti che portarono al rovesciamento di Milosevic, visto appresso a Greta Thunberg, visto in tutte le operazioni di regime change Usa: benvestiti, lisci e belli, curati e che, fino a quando non arrivano quei certi cecchini (in Ucraina, Hama, Bengasi, Iraq, e Libano), appaiono personcine educate da ammirare e vezzeggiare. Non fosse per un particolare: il pugno, il pugno di Otpor, la camarilla delle manifestazioni popolari catturate e pervertite, creata dalla Cia in Serbia e poi riemersa e adoperata in tutte le rivoluzioni colorate. Pugno chiuso rubato furbescamente all’iconografia di antiche, autentiche sollevazioni per libertà e giustizia. Proprio come l’ormai abusatissima e dunque screditata “Bella Ciao” (contaminata perfino dalle ugole dei parlamentari PD), e che ora echeggia tra certe folle libanesi, egiziane, irachene.

Anche a Baghdad s’è visto il pugno, anche se lì la morfologia umana è più varia e a prevalenza di poveri e arrabbiati, merito di cui può vantarsi il mullah Moqtada al Sadr, passato dall’ obbedienza iraniana a quella saudita, ambiguo Masaniello che si è assicurato un vasto seguito tra gli strati sciti più deprivati. Il che non toglie nulla, né alle rivendicazioni dei partecipanti, tanto giuste, quanto strumentalizzate, né all’identità della manina spuria di chi s’è messo a capo di organizzazione e rifornimenti (del resto di una qualità, quantità e omogeneità incompatibili con quanto si definisce “protesta spontanea e senza capi”: tende, caschi, maschere antigas, comunicazioni, logistica, fino agli slogan e alle pubblicazioni. E ai finanziamenti di NED, Usaid, Soros).

“In Iraq come in Cile”?

Il trucco, cui quasi tutti i media ricorrono, per imporre una grandiosa mistificazione dei sommovimenti in atto in diversi continenti, è emblematicamente rappresentato dal “manifesto”, fidanzato di tutti i mediorientali purché curdi, quando scrive “In Iraq come in Cile”. Cosa deve metabolizzare il lettore di tale “questa e quella per me pari sono”, cantato da tutti gli altri fakenewisti, nel sincronismo che li unisce quando si tratta di far echeggiare la voce del padrone? Il Cile è al di là di ogni discussione. Incombe, nella figura, nello squilibrio sociale, nella garrota economica, nei carri armati in strada, con tale evidenza l’ombra del dittatore Pinochet; è talmente enorme e traversale l’insurrezione, dai nativi Mapuche, agli studenti, agli operai, ai professionisti e, soprattutto, talmente forte la ripulsa degli yankee da parte del “pueblo unido jamas serà vencido”, che perfino i più accaniti fan dei Chicago Boys e della Cia sono costretti a scappellarsi, “chapeau.

Ed è questa, per altri versi fortunata circostanza che gli permette di infliggerci la Grande Mistificazione: visto che i manifestanti di Santiago sono bravi e hanno ragione, come non può essere così anche per quelli, ugualmente giovani, con tante donne, spontanei, senza capi, senza partiti, del Cairo, di Baghdad, Beirut, Bassora, La Paz? Ed ecco che tutti, perfino gli ultimi lettori del “manifesto”, i creduloni che ritengono i talk-show di “Fake News” su cui costruire “Fake Thoughts” (falsi pensieri), condotti da Gruber, Zoro, Floris, Formigli, Giletti e, ahimè, a volte anche del mio vecchio collega e amico, Ranucci, credibili finestre sul mondo, sono convinti che da Iraq, Libano, Egitto emani lo stesso profumo della Rivoluzione dei Garofani portoghese (che LC, meglio di altri, raccontò in Italia).

Ribadisco: non v’è dubbio che nei ceti dirigenti di quei paesi vi siano magagne a josa, che ci siano dominati in malessere e dominanti al caviale. Come da noi, forse di meno, forse di più, come dappertutto. In particolare dove le forze della globalizzazione, tanto benefiche verso la terra quanto benevole verso i deprivati, hanno fatto piovere i propri principi di democrazia, libertà, “law and order”, magari scortati da sanzioni, truppe, forze speciali, crociati e cultori di mezzelune impiegate sui colli.

Il non detto delle “rivoluzioni”

Dunque le colpe ci sono: corruzione, inefficienza, disuguaglianze, prepotenze, clientelismi, polizie brutali. Insomma, un bel po’ di pidismo, renzismo, andreottismo, leghismo. E da mo’ che ne soffriamo, loro e noi. Ma per scatenare oggi quelle proteste, far riemergere quel pugno chiuso, c’è qualcosa di non detto, come sempre. Qualcosa che non piace proprio, non tanto alla piazza, che si batte per i cazzi suoi, quanto a chi, lontano e in alto, non gradisce certi comportamenti di certi governi.

Vediamo. Per due volte il Libano ha ricacciato a casa sua chi lo aveva invaso, gli aveva inflitto Sabra e Chatila, ne viola da decenni la sovranità, lo ha messo in ginocchio a forza di missili, lo ha avvelenato con armi proibite. Ancora mi batte il cuore quando, nel 2006, a Bint Jbeil, rasa al suolo quanto Beirut e tutte le altre città libanesi, vidi le truppe israeliane scappare come lepri davanti agli sgarrupati guerriglieri Hezbollah, per la seconda volta vittoriosi. Il Libano era in macerie. Gli Hezbollah furono acclamati da tutto il popolo liberatori della patria e ne furono consacrati difensori in perpetuo. E l’Iran maledetto aveva trovato sul Mediterraneo un alleato forte e affidabile. Ne era nata un’unità nazionale con tutti i movimenti rappresentativi delle varie comunità e confessioni al governo, compresi gli Hezbollah con tre ministeri, e un presidente, il general Michel Aoun, cristiano ma loro alleato. E poi, quegli Hezbollah, non sono andati a combattere e vincere anche in Siria e Iraq? Intollerabile carcinoma nel Medioriente arabo da frantumare.

Saad Hariri, uomo dei sauditi e, dunque, degli Usa, si dimette a seguito, dice, delle proteste. I manifestanti puliti e civili si scontrano con omaccioni che si fanno passare per Hezbollah e Amal, l’altro partito scita. Saad, figlio del più grande e ricco speculatore libanese, ucciso in un attentato, chiede ad Aoun un esecutivo di tecnici: via dalle scatole gli Hezbollah. Libano aperto alle vendette israeliane. Ciò che deve crollare è l’accordo che ha posto fine alla guerra civile: l’unità nazionale di segno patriottico. Chi ne godrebbe?

A Baghdad si rialza la cresta

Poi le colpe degli iracheni, in primis delle Unità di Mobilitazione Popolare che, assieme al ricostituito esercito iracheno, hanno inflitto all’Isis la sconfitta più cocente, ricuperando per intero il territorio nazionale (tranne una striscia occupata dal solito Erdogan) e costringendo le mafie curde di Barzani e Talabani alla mera autonomia regionale. Il governo di Abdul Mahdi, meno prono ai voleri dei tuttora occupanti Usa, non si è opposto a che il parlamento e le milizie popolari denunciassero il sostegno dato dagli Usa all’Isis durante tutto il conflitto e alle recenti incursioni israeliane e chiedessero alle truppe Usa, evacuate dalla Siria e entrate in Iraq, di togliere il disturbo entro 30 giorni.

Chi ha ridotto l’Iraq in quello stato?

Gli apologeti nostrani dei rivoltosi, in effetti duramente repressi dopo aver dato alle fiamme edifici e personale governativo, denunciano i black out elettrici, la carenza di acqua potabile, lo sfascio delle infrastrutture, gli alti prezzi. Non si sognano neanche di accennare a due guerre distruttive, inframmezzate da bombardamenti clintoniani ogni quattro giorni per sei anni, al petrolio, che dovrebbe fornire l’energia e permettere la ricostruzione, per intero in mano ai grossi petrolieri anglosassoni insieme ai suoi proventi, l’acqua del Tigri e dell’Eufrate ridotti a fiumiciattoli dalle nuove, abusive, dighe turche. E se il bluff Moqtada, raffigurato come colui il cui seguito resistette agli occupanti Usa e Nato, mentre contro questi non ha mai sparato un colpo (la resistenza era tutta saddamita e Baath), ora chiede le dimissioni del governo di cui faceva parte e scende in piazza con i manifestanti, vuol dire che al gioco partecipano sauditi, americani e israeliani.

Del Cairo e di Al Sisi mette poco conto parlare. Bastano Amnesty International, HRW, Avaaz, gli atlantisti all’orgasmo del “manifesto”, “Fatto Quotidiano” e tutti gli altri pappagallini a farci capire di chi è nemico al Sisi e di chi sono amici i Fratelli musulmani. La loro descrizione dell’Egitto del presidente che si è avvicinato alla Russia, sostiene Haftar in Libia, ha pacificato il paese, ha raddoppiato il Canale, erige una nuova capitale per decongestionare il Cairo, ha costruito più case popolari di qualsiasi predecessore, deve affrontare ogni giorno un terrorismo jihadista sanguinario quanto e più di quello in Siria (e nessuno ne parla), fa della Giudecca di Dante un parco giochi.

Toccherebbe andare a vedere con i propri occhi. I dossier di Amnesty meritano la sorte dei diari di Hitler. Strillano che chiunque parli contro il “regime” finisce incarcerato, torturato e ucciso. Come Regeni. Come la grande operazione Regeni. Poi, per sostanziare l’affermazione citano “giornali d’opposizione”, “attivisti dei diritti civili”, “Ong”, tutti vivi e vegeti e parlanti. Strano.

E ora vediamo come la mistificazione dei destri-sinistri e destri-destri si estenda all’America Latina. Anche di questa, permettete, qualcosina ne so, e non solo sul piano fisionomico.

Americas reaparecidas

 Cile e Argentina

Quanto al Cile, con codesti impresentabili continuisti del macello sociale nel paese del miracolo economico latinamericano, nessuno ha potuto sottrarsi, salvo qualche testa di Bolton, McCain, Ong, setta evangelica, o ISPI, al riconoscimento che qui si tratta della rivoluzione di un popolo contro il pinochettismo. Una “democratura” confermata nella pratica e nella Costituzione anche negli anni dei fasulloni della democrazia riconquistata. Personaggi sbaciucchiati dalla sinistra Deep State, alla “manifesto”, tipo Azocar, Escobar, la fellona Bachelet, corsa in Venezuela a dar mano forte al guappo amerikano Guaidò e alle calunnie di Pompeo. Cile nel quale, cosa non riferita dai mass media e non vista né al Cairo, né a Baghdad, né a Beirut, alle spalle del caudillo da abbattere, i manifestanti prendono univocamente per bersaglio i gringos.

Così in Argentina, dove vedo ripresentarsi, grazie a 4 anni di neoliberismo sotto ferula FMI (40 miliardi di dollari da trasformare nel debito di 45 milioni di argentini (escluso lo 0,01 % che ha incamerato il prestito), l’identica situazione lasciata dall’altro ladrone, Carlos Menem. Situazione aberrante che ho filmato nel 2002, attraversando un paese dove il 60% della gente, ridotta alla fame, veniva tenuta in vita dalle mense e dagli ambulatori delle organizzazioni popolari di sinistra. I soliti media, sempre col gufo “manifesto” in testa, masticano amaro. Tanto, che costretti a riconoscere una sollevazione sacrosanta contro l’ennesimo restauratore amerikano del “cortile di casa”, si rifugiano negli acidi sospetti su una Cristina Kirchner, già protagonista col marito Nestor della rinascita argentina. Cristina farebbe la vicepresidente dell’altro peronista Fernandez (più moderato, nella speranza dei media) per garantirsi l’impunità da una serie di inchieste montatele contro da una magistratura che fa il paio con la brasiliana dell’incarceratore di Lula, il procuratore Sergio Moro, poi premiato da Bolsonmaro con il ministero della…Giustizia.

In Bolivia, dove limpidamente ha vinto per la quarta volta Evo Morales, l’uomo che ha estromesso l’FMI, registrato un miglioramento delle condizioni di vita e della macro e micro-economia senza precedenti nella storia del paese, siamo alle solite: contestazione del risultato e accusa di brogli. La rivolta, del tutto analoga negli obiettivi, nei protagonisti e nelle manipolazioni di quelle di Libano e Iraq, stesso padrino, stesse Ong, parte come altre volte da Santa Cruz, feudo e regione di irriducibili latifondisti e covo dei revanscisti dell’alta borghesia, oggi guidata dallo sconfitto Carlos Mesa. Morales, in un soprassalto di generosità, ha invitato l’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), a verificare i risultati. Visto la natura di zerbino yankee di questa organizzazione e del suo segretario, Luis Almagro, ha assunto un notevole rischio.

Ecuador: la vittoria tradita

Un discorso a parte merita l’Ecuador dove tutti, chi inconsapevole, chi da sorcio nel formaggio, festeggiano l’accordo tra il presidente Lenin Moreno, traditore e poi persecutore dell’ex-presidente Rafael Correa, che, in cambio del solito prestito miliardario FMI, s’era venduto il paese e Assange agli Stati Uniti. Correa  aveva fatto entrare il paese nell’ALBA, la coalizione antimperialista messa in piedi da Chavez, e adottato misure contro l’endemica povertà, in difesa dell’ambiente. Aveva anche lui cacciato il FMI. Sostenuto dalla Rivolucion Ciudadana, aveva risollevato il suo popolo dalle disastrose condizioni in cui l’aveva lasciato tutta una serie di fantocci di Washington.

Ho avuto la fortuna di passare con telecamera e taccuino dalle parti di Ecuador e Bolivia, proprio nella fase del passaggio dall’abiezione colonialista a una liberazione-emancipazione conquistata da enormi insurrezioni popolari e da due nuovi leasder. A Quito avevo intervistato Luis Macas, segretario della CONAIE, il coordinamento delle associazioni indigene e ne avevo notato la totale estraneità alla lotta e ai suoi obhiettivi anticapitalistici. Fatto da collegarsi al sostegno della Conaie al presidente Lucio Gutierrez, indigeno anche lui ma filo-americano e dollarizzatore del paese, abbattuto dall’insurrezione.

Indigeni alla vermiculite

Ebbene, oggi la stessa Conaie, stavolta protagonista delle rivolta, ma che aveva tentato di espellerne il movimento di Correa, Alianza Pais, ha concluso con Moreno un accordo nettamente a ribasso, confermandolo a una presidenza che le masse avevano voluto ritirata, rimandando a casa, nelle lontane province amazzoniche, le tribù che si erano mobilitate. Contro la promessa, si badi bene: promessa, di ritirare il paquetazo che aveva innescato la lotta, un insieme di tagli dei sussidi e di aumento dei prezzi, soprattutto del combustibile, la Conaie ha accettato che tutto rimanesse com’era: il caudillo Moreno, il sistema neoliberista, un’economia estrattivista al servizio delle multinazionali Usa. Un nuovo tradimento.

Non sempre le organizzazioni indigene, si veda Bolivia e, appunto, Ecuador, ma anche gli zapatisti dell’ex Marcos in Chiapas, sono esenti da ambiguità e corporativismi etnici, a dispetto degli indigenisti nostrani che, chiunque sia o qualunque cosa faccia l’indigeno, spesso in combutta con interessate Ong, si schierano senza se e senza ma dalla sua parte. Come con i migranti, fossero anche la mafia nigeriana.

Concludendola fattucchiera che, da capa del tritacarne FMI, ha ridotto l’America Latina nelle condizioni viste, salvo Bolivia e Venezuela dalle quali era stata cacciata, ce l’abbiamo oggi alla testa della grattugia BCE. Volessero gli dei che anche da noi cominciasse a spirare il vento che oggi gonfia le vele dell’America Latina.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:55

EN EXCLUSIVITE LE ‘GRAND JEU’, L’ÉMISSION DE GÉOPOLITIQUE DE LUC MICHEL : LA SECONDE EMISSION DE LA SAISON III AVEC LA SUITE DE NOTRE EDITION SPÉCIALE SUR LE SOMMET RUSSIE-AFRIQUE A SOTCHI !

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 10 28/
PUB LM.GEOPOL DAILY - Pub grand jeu sotchi II (2019 10 27) FR

Avec le géopoliticien Luc MICHEL

Et Fabrice BEAUR (adm de EODE-ROSSIYA)

en duplex depuis Sotchi

Présenté par le journaliste iranien Amir FATI

Avec des images exclusives EODE-TV du Sommet de Sotchi

# AFRIQUE-MEDIA-BRUXELLES & EODE-TV/
EDITION SPECIALE DU « GRAND JEU GEOPOLITIQUE » (SAISON III – 2 ) : SOMMET RUSSIE-AFRIQUE DE SOTCHI (PARTIE II). PASSE ET PRESENT D’UNE GRANDE IDEE

* AFRIQUE-MEDIA-BRUXELLES & EODE-TV/
EDITION SPECIALE DU « GRAND JEU GEOPOLITIQUE » ( SAISON III – 2 ) :
SOMMET RUSSIE-AFRIQUE DE SOTCHI (PARTIE II).
PASSE ET PRESENT D’UNE GRANDE IDEE
sur https://vimeo.com/369066216

Thématique de la Partie II :

* RETOUR EN ARRIERE.

LA CONSTRUCTION DE LA « RUSSOSPHERE » EN AFRIQUE

6) Luc Michel : Le retour de Moscou a été préparé par un intense travail de lobbyisme, pouvez-vous nous en dire plus ?

7) Fabrice Beaur (depuis Sotchi) : Nous retrouvons Fabrice BEAUR depuis Sotchi, ou il est l’envoyé spécial d’Afrique Média et EODE TV. Fabrice, vous avez vous aussi joué un rôle très actif dans la construction de cette « Russosphère » qui fait très peur aux médias occidentaux ?

8) Luc Michel : Vous avez vous-même joué un rôle dans la construction de cette Russosphère en Afrique. L’hebdo parisien « L’express » a dit de vous que vous êtes « omniprésent dans la Russosphère internationale ». Son édition belge « Le Vif-L’Express » a encore dit que vous étiez « le plus visible en Belgique dans les réseaux de Kremlin » ?

9) Luc Michel : Dans de nombreuses interviews, vous dites que ce qui vous a conduit à être « un homme de Moscou », ce sont des raisons qui sont à la base même de la géopolitique. Expliquez nous cela ?

* VERS LA GEOPOLITIQUE DU FUTUR.

AXE EURASIE-AFRIQUE ET AFROEURASIE

10) Luc Michel : Depuis 2014, vous avez développé la thèse géopolitique dite de « l’Axe Eurasie-Afrique », quelle est votre thèse ?

11) Luc Michel : Y a-t-il des liens entre les « nouvelles routes de la Soie » de Xi Jinping, le Néoeurarisme (ou la « Grande-Europe de Vladivostok à Lisbonne ») de Poutine et Lavrov, et votre « Axe Eurasie-Afrique » ?

A PROPOS DE NOTRE SECONDE EMISSION SUR LE SOMMET RUSSIE-AFRIQUE DE SOTCHI

Bonjour à tous, bienvenue pour la seconde émission de cette saison III du Grand Jeu, nous continuons notre interview avec Luc MICHEL, grande figure de la « Russosphère », et consacrée à la suite de notre analyse de fond sur le sommet Russe-Afrique de Sotchi. Nous

retrouverons aussi, sur place à Sotchi, Fabrice BEAUR, collaborateur de Luc MICHEL en Russie, administrateur de EODE- ROSSIYA. A la différence de notre précédente émission, nous vous livrerons, cette fois, des images inédites du sommet de Sotchi.

Si dans la première partie de notre analyse, nous avions examiner au fond le dossier Russie-Afrique, et l’événement qu’est ce premier sommet à Sotchi, dans cette seconde partie, nous irons dans le passé, vous expliquer comment s’est constituée la « Russosphère » en Afrique et avant en Eurasie. Luc MICHEL possède à fond ce sujet, puisqu’il est l’un des initiateurs du lobby pro-russe, mais nous irons aussi en seconde partie, dans le futur, ou nous vous parlerons de l’axe Eurasie-Afrique et de l’afro-Eurasie.

VOICI LA SAISON III DU « GRAND JEU »

Bienvenue pour cette nouvelle Série de notre émission LE GRAND JEU. AU CŒUR DE LA GEOPOLITIQUE MONDIALE, produites avec Luc MICHEL, géopoliticien et administrateur  d’AFRIQUE-MEDIA-BRUXELLES et patron d’EODE-TV, qui apporte son expertise à l’émission. Et nous dévoile le dessous des cartes de la géopolitique mondiale et des idéologies qui mènent le monde. Avec sa vision transnationale ouverte sur les dimensions continentales, Luc MICHEL nous donne les clés des géopolitiques rivales vues de Moscou, Washington, Bruxelles ou encore ici de Pékin …

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire –

Géopolitismes – Néoeurasisme – Néopanafricanisme

(Vu de Moscou et Malabo) :

PAGE SPECIALE Luc MICHEL’s Geopolitical Daily

https://www.facebook.com/LucMICHELgeopoliticalDaily/

________________

* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

WEBSITE http://www.lucmichel.net/

PAGE OFFICIELLE III – GEOPOLITIQUE

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LUC-MICHEL-TV https://vimeo.com/lucmicheltv

* EODE :

EODE-TV https://vimeo.com/eodetv

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Edizione straordinaria!!! Dichiarazione bomba di Donald Trump sull’eliminazione di al-Baghdadi. C’è da rimanere attoniti, senza parole. Leggete e capirete perché.

Si, e gli asini volano. Come volavano quando i Navy Seals avrebbero ucciso Osama bin Laden nel 2011, sorvolando sul fatto che l’affetto da diabete e perennemente attaccato alla macchina della dialisi, dove l’aveva trovato anche il capostazione Cia a Dubai, era morto, con comunicazione su tutti i media, nel Pakistan, in ospedale, nel dicembre 2001.  Corpo ovviamente sottratto a ogni esame autoptico per accertarne l’identità e gettato in mare dalla nave Usa che avrebbe dovuto esibirlo al mondo per comprovare il fatto. Niente riprese video mostrate al pubblico di quanto i Navy Seals avrebbero certamente dovuto filmare da telecamere piazzate sugli elmetti.

Analogamente, ma proprio analogamente, Al Baghdadi (per l’attacco al quale gli Usa si sarebbero anche serviti di curdi, a Idlib, dove un curdo non s’è mai visto e dell’assistenza russa, smentita da Mosca) si sarebbe polverizzato da solo insieme alle sue donne, per cui niente cadavere, niente esame autoptico, niente prove.

Tutto questo a prescindere dagli asini che volano anche sulle teste di coloro che accreditano essere stati Osama e Al Baghdadi liberi e indipendenti combattenti islamici contro l’Occidente e non di quell’Occidente particolarissimo, creature e fedeli esecutori.

Fulvio

Da: Piero Pagliani
Inviato: domenica 27 ottobre 2019 19:10
Oggetto: Edizione straordinaria!!! Dichiarazione bomba di Donald Trump sull’eliminazione di al-Baghdadi. C’è da rimanere attoniti, senza parole. Leggete e capirete perché.

Donald Trump ha hannunciato ufficialmente che gli USA hanno ucciso al-Baghdadi nel raid di ieri, assieme a tre bambini che lui aveva portato nel tunnel dove cercava di nascondersi, mentre altri 11 bambini erano stati fatti evacuare.

Un ufficiale dell’Intelligence irachena ha dichiarato che i servizi segreti iracheni hanno contribuito a localizzare al-Baghdadi ad Idlib.

Chissà se i media mainstream la smetteranno adesso di dire che a Idlib c’è l’opposizione “democratica”. Dovrebbero farlo, ma non è detto, visto a chi devono rispondere. Magari, al contrario, condanneranno quest’azione del detestato Trump (e a ragione: tutto sommato sia l’ISIS che al-Qaeda erano “assets” dei guerrafondai neo-liber-cons clintonoidi, quelli che da una parte sono tanto filo LGBT e dall’altra finanziano e armano abominevoli tagliagole che gli LGBT li lapidano o li gettano dall’alto delle torri).

E la nota ufficiale di Donald Trump sembra essere stata concepita proprio per dichiarare guerra al’establishment clintonoide, alla CIA e al Deep State.

Perché c’è un colpo di scena straordinario. Fate bene attenzione perché sembra di vivere in un’epoca diversa o in un altro mondo.

Verso la fine della sua dichiarazione ufficiale il presidente degli Stati Uniti ringrazia per il successo dell’operazione la Russia (sì, avete capito bene), la Turchia, la Siria (sì, avete capito ancora bene), l’Iraq e i Curdi siriani:

I want to thank the nations of Russia, Turkey, Syria and Iraq, and I also want to thank the Syrian Kurds for certain support they were able to give us.

( https://www.whitehouse.gov/briefings-statements/statement-president-death-abu-bakr-al-baghdadi/)

Non so voi, ma io ho la sensazione che ne vedremo delle belle.