CHI CONTROLLA LA NARRAZIONE, CONTROLLA IL MONDO —– SIRIA, UNA LIBERAZIONE MANIPOLATA IN CATASTROFE UMANITARIA —– BERGOGLIO, DI MAIO, AMNESTY, NATO: VAI CON AL QAIDA

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/02/chi-controlla-la-narrazione-controlla.html

MONDOCANE

VENERDÌ 28 FEBBRAIO 2020

I meglio fichi del bigoncio in soccorso al carnefice

Quaquaraquà e uomini

https://twitter.com/i/status/1230448143973732352   Colonna prima di russi e di turchi pattuglia il confine turco-siriano. Notare la differenza tra come la popolazione accoglie i russi e poi i turchi

Una novena per Al Qaida

Che il papa argentino (che in Argentina non mette piede), connivente dei generali dei Desaparecidos e il suo Segretario di Stato Parolin, motore della Chiesa antichavista venezuelana e ospite di Bilderberg, si inserissero, anzi, prendessero la guida morale della campagna contro la Siria e in difesa del terrorismo erdoganian-jihadista, non stupisce. Bergoglio si era già qualificato con i suoi “appelli”, ispirati all’inversione zanotelliana della verità, a denunciare le “violenze”, non del carnefice invasore e terrorista, ma del difensore della pace, della civiltà, del diritto, Bashar el Assad. Niente di sorprendente neanche qui, se si guarda al ruolo di protagonista assoluto che la Chiesa globalizzante di quest’uomo assume nel promuovere lo sradicamento dei popoli dal Sud del mondo, per fornire a lui pecorelle tramite tanto Caritas quanto Ong e, ai suoi affini laici, materiale schiavistico per incrementare gli utili.

Sapendo abbastanza della Chiesa Cattolica, cristiana tutta, e dei suoi 2000 anni di collusione con i più brutali, sanguinari e manipolatori sistemi di dominio sugli umani normali, non è tanto questo allineamento con gli odiatori ontologici di vittime potenziali e effettive che sconvolge. E’quell’omino incolto, disconoscente, di un’ambizione e una pretenziosità pari solo all’incontrollato opportunismo, della cui continua esistenza politica e del cui continuo, disastroso ruolo nel Movimento Cinque Stelle, mi scandalizzo. Avete presente un guscio d’uovo vuoto, su cui qualcuno ha dipinto una faccia? Ecco Di Maio.

Tra Di Maio e Di Battista….

Metto al confronto, che è di una abbagliante evidenza, con la recente vergognosa uscita dell’omino Di Maio, i reportage che Alessandro Di Battista ci ha fatto dall’America Latina, prima e, ora, dall’Iran. Dimostrano studio, osservazione diretta, sensibilità umana, consapevolezza storica, conoscenza dei termini del particolare e del generale, enorme rispetto per i giusti e deboli e capacità di valutare chi è vittima e chi è aggressore, a dispetto delle deformazioni di un sistema politico-mediatico odiosamente prostituito ai distruttori di nazioni e popoli. E questo al netto della sua azione politica a casa che, segnano la maturità politica del popolo 5Stelle, gli ha meritato, a grande maggioranza, il primo posto nei favori del movimento.

Gli sguatteri dei padroni e i pifferai della menzogna si sono precipitati ai ripari di quella che prometteva di essere la liberazione di uno degli ultimi pezzi di terra strappato alla Siria dalla cospirazione militare e terroristica Usa-Nato-Turchia-Golfo, la vera Coalizione del Male che imperversa oggi sul Globo. Spicca tra i meglio fichi sopra nominati questo geopolitico, perfettamente consapevole di chi è oppresso e chi sfruttato, cui una congiunzione astrale nella galassia del Muselide, di quelle che capitano ogni par di milioni d’anni, ha concesso la nomina di ministro degli esteri, non del Lichtenstein, del paese crocevia nel Mediterraneo tra Nord e Sud, Est e Ovest.  ll diversamente anglofono che per virus dice “vairus”.

Un appello per Erdogan e Al Qaida

L’appello della vergogna (ingrandire), da assolutamente leggere e provando a non rimettere

Luigi Di Maio, di cui nessuno metterebbe in discussione la potenzialità di ottimo sindaco di Pomigliano, brilluccica addirittura primo nella lista dei 14 ministri degli esteri europei che hanno firmato un appello degno delle loro divinità #MeToo agli Esteri, come Madeleine Albright (“500mila bambini da noi uccisi in Iraq valgono la candela”), o Hillary Clinton (“Gheddafi linciato, Libia massacrata, che ridere!”). L’ominicchio anticasta e antisistema capeggia una fila di maitre del banchetto imperiale che vanno a stracciarsi le vesti di sicari, insanguinate dalle vittime siriane, perché a Idlib ci sarebbero stragi di civili, scuole, ospedali, donne, bambini (ricordate Aleppo alla vigilia della liberazione?), addirittura le ampiamente smentite armi chimiche, tutte ovviamente di Assad. Per cui, spapagallando Pompeo, ci vorranno altre sanzioni a Damasco, se non la smette e si ritira. E ha ragione Erdogan, quando rivendica il suo diritto di capo-tagliagole, a impazzare con soldati e bruti mercenari in casa altrui e far fuori chi gli dice di togliersi dai maroni. Un tempo il M5S chiedeva la fine delle sanzioni e condannava la guerra alla Siria.

L’inversione della colpa

Sull’attacco degli Alleati in Europa, carnefici di guerra vincenti contro carnefici di guerra vinti, ma detto della “liberazione”, chi oserebbe condannare i “liberatori” per le vittime che lo scontro ha comportato? E, anche dopo, in Algeria, Vietnam, Cuba, Cina, si sono addossate ai liberatori dai predatori colonialisti i caduti, i profughi, le distruzioni? Avevamo ancora una minima capacità di individuare colpe e chi ne era colpito. Delle apparenti 500mila vittime del crimine antisiriano, di tutte indistintamente le distruzioni, di ogni atrocità commessa da chiunque, tutta la responsabilità risiede esclusivamente su chi ha aggredito. E’ scientifico.

Al Qaida al lavoro su prigionieri siriani

Un grottesco concentrato d’odio per la Siria, in procinto di ricuperare, a costo di oceani di sangue versato dai suoi eroici figli e dalle sue figlie in armi, o sotto le bombe, una parte della sua terra amputata dalle più orrende orde di subumani che impero abbia mai saputo mettere in campo. Quelli che i mandanti e loro presstitute, e anche qualche testa di minchia “democratica” che si ritiene pacifista, chiamano, strizzando l’occhio, “ribelli”, o (“il manifesto”), “opposizione islamista”. Per Di Maio, che forse, spostando Pinochet dal Cile al Venezuela, non sa di cosa parla, ci sarebbe da ridere. Solo che quella voglia si disintegra a vedere attraverso la lettera, in trasparenza, le centinaia di siriani morti e il grande paese fatto a pezzi. Non gliela perdono, a Giggino.

Due M5S

A parte tutto il resto, come anche i punti di programma ultimamente indicati da Alessandro Di Battista, basterebbe la voragine tra questo Di Maio delle sanzioni a chi difende patria, diritto, civiltà, vita, l’umanità intera, dalla cospirazione USA-NATO, e il Di Battista della penna puntata sui misfatti di questa coppia di moloch, per rendere chiara l’esistenza, ormai, di due movimenti 5Stelle. Quello della resa e dell’inserimento nel sistema e quello della terza via, fuori dall’establishment, dai suoi somari di razza e dalle sue turpitudini. A me paiono inconciliabili e che una scelta si imponga a tutti, pena la fine. Oblio al primo, affogato nelle polverose poltrone, lunga vita al secondo, nelle strade, piazze e case d’Italia. Purchè ci si muova! Si fallirà, si verrà fatti secchi. Ma  si andrà contenti di averci provato. E’ il messaggio che si lascia, che conta.

Libertà come “disastro umanitario”

Da un paio di mesi, l’Esercito Arabo Siriano è alla riconquista e liberazione della provincia di Idlib, a nordovest. Con il nord-est petrolifero occupato dagli americani e dai loro ascari curdi, la zona di Afrin al centronord, invasa dai turchi e una base americana nel Sud, ad al-Tanf, sono gli ultimi territori della Siria che le forze armate del popolo, assistite da russi, Hezbollah e iraniani, dopo vent’anni di guerra d’aggressione da parte di mezzo mondo, con il corredo delle atrocità più terrificanti prodotte dalla manipolazione degli esseri umani, non hanno ancora ricuperate.

Aleppo ora in corso di ricostruzione dopo le devastazioni turco-jihadiste

Come al tempo della liberazione di Aleppo, la legittima, sacrosanta, operazione che uno Stato conduce per ricuperare integrità e sovranità e restituire al proprio popolo una società in pace, un cammino di civiltà da riprendere, una ricostruzione da mettere in campo e una vita giusta, libera e serena, dovrebbe suscitare approvazione, gioia, concorso. In Occidente suscita collera e invocazioni a supporto dei carnefici. Sono politici della stazza di Di Maio, guardioni di palazzo come tutti i nostri governanti, o informatori venduti che si abbeverano alle fonti tossiche manovrate dagli aguzzini, i famigerati “Elmetti Bianchi” creati e pagati dai servizi britannici, o tale “Osservatorio dei Diritti Umani” installato dagli stessi servizi e gestito da una spia siriana a Coventry sulla base di telefonate e dispacci di amici.

Indecente, la vittima predestinata resiste

L’allarme è scattato quando l’esercito siriano e le forze aeree russe si sono permesse di reagire a mesate e mesate di attacchi da parte della feccia terroristica rastrellata da Nato, turchi e petrodespoti dal Marocco alla Cecenia alla Bosnia e allo Xinjang. Incessanti bombardamenti e incursioni nelle zone liberate di Aleppo e della stessa Idlib, perfino sulla base aerea russa di Khmeimim. Il sultano che ha eletto il ricatto di tutti a strumento del proprio imperialismo ottomano e fondamentalista, aveva finto di concordare con i russi, a Sochi e ad Astana, la demilitarizzazione di Idlib ed il disarmo e ritiro dei jihadisti di Al Qaida (poi al Nusra e Hayat Tahrir al-Sharm, per mimetizzare la propria identità di crocifiggitori, stupratori, scuoiatori, torturatori ed essere chiamati “opposizione” dai media). Ingolositi dalla prospettiva di creare crepe tra Turchia, Usa e Nato, ovviamente a vantaggio della Siria e del loro ruolo in Medioriente, ma dimentichi di quel loro Sukhoi abbattuto nel 2015, da due F16 turco, a titolo di avvertimento, i russi si sono fidati. E il loro ambasciatore, minacciato e vessato, ne sta facendo le spese adesso.

Uno dei 12 presidi armati turchi in Idlib

E questa specie di terminator, il cui scopo è sempre stata l’annessione di larga parte della Siria (a partire dalla zona “di sicurezza” lunga 100 km e larga 35, concessagli in Siria dai russi), e l’abbattimento della repubblica laica di Assad, ne ha approfittato per riarmare, rimpinzare e rafforzare con propri uomini e mezzi militari la provincia in cui la marmaglia Al Qaida e Isis, cacciata dal resto, si era rintanata ed esercitava, insieme alla Sharìa, il regime del terrore sulla popolazione. Da miserabile ladro, s’è portato via anche tutti gli impianti industriali e idraulici dalle aree invase.

Ma è solo ora, quando i combattenti siriani, accolti da popolazioni festanti che nessuno vi fa vedere, ha liberato decine di città e paesi, centinaia di km quadrati e la strada strategica che collega Damasco ad Aleppo, che l’Occidente responsabile di una della più terribili tragedie del nostro tempo, su cui ultimamente taceva nella speranza che Erdogan e tagliagole prevalessero, si sveglia e grida alla “tragedia umanitaria”, alla fuga di “un milione di profughi” (alcune decine di migliaia di bruti psicopatici, con la cui invasione l’energumeno Fratello Musulmano, la genìa cara al “manifesto” e a Soros, ora ricatta gli europei). E berne fa la Grecia a bloccare tutto. Sentirete gli strilli di papa e “manifesto”! Intanto il papa pianta la sua bandiera accanto a quella di Al Qaida

Scontro finale? 

Pompeo, Di Maio, Salvini, Zingaretti, Renzi, Von der Leyen,….Ed è proprio il disastro umanitario, quello vero, quello inflitto agli umani, cui, dopo 10 anni di indicibili sofferenze e sacrifici, i siriani e i loro alleati stanno mettendo fine. Cosa dirà di questa gente e dei loro carnefici la Storia se, stavolta, saranno le gazzelle, e non i leoni, a scriverla?

Anche la Nato, fin lì in speranzosa attesa che Erdogan rientrasse a pieno titolo nell’alveo (da cui aveva solo fatto finta di uscire, benedetti russi!), ha colto l’occasione. Se Assad, se un popolo che ha voluto restare libero, vincono anche qui, cambia qualcosa nella direzione del mondo. E forse anche nella sua regia. E allora, visto che un paese Nato attaccato (sic!”), seppure da liberatori della terra che ha occupato, comporta che la Nato accorra in sua difesa, assisteremo a qualcosa che altro che “disastro umanitario”. Sarà interessante, forse drammatico, vedere cosa succede dopo le promesse di Pompeo di “soccorrere” il compare co-sbranatore di Siria e Libia. Erdogan pensa di sapere su quale lato della sua fetta di pane sia spalmato il burro. Quella di sempre. Quella di gente come lui. E Putin lo sa?

Il corollario paradigmatico che forniscono alla nostra, così rinnovata, valutazione del bene e del male le invocazioni a interventi “umanitari” contro la “tragedia umanitaria”, fatte dal papa e dai vari nanetti da giardino imperiale, significa una cosa enorme. Che umani sono solo quelli cari al papa e ai nanetti, anche se tagliano gole, o violentano nel nome di un dio pervertito nel suo contrario. Implicitamente, disumani, anzi, non umani, sono gli altri. Nella fattispecie, i siriani e i loro difensori. Un giochino già fatto 75 anni fa, a Norimberga. Ce la sentiamo di vivere in un mondo in cui il monopolio dell’umano ce l’hanno gli assassini?

Donne dalla parte giusta. Asma, moglie del presidente Assad, con combattenti siriane

Ne vedremo delle belle. Qui, a casa, la più bella sarebbe il ritorno di Di Maio al San Paolo, lavoro degnissimo, senza rischi di ignominia. Prima che quanto resta del MoVimento muoia. E che 14 ministri degli Esteri, sfregiati dalla benedizione del papa, vadano a chiedere scusa a 17 milioni di siriani.

E ai quattro milioni e mezzo che non ci sono più, ammazzati, o in fuga da coloro per i quali hanno scritto l’appello più schifoso dai tempi dell’editto di Costantino, o, se mi volete al passo, dalle leggi razziali del ‘38).

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 21:33

Putin denuncia le nuovi armi biologiche USA: virus che riconoscono il DNA dei popoli da attaccare

https://informarexresistere.fr/putin-denuncia-le-nuovi-armi-biologiche-usa-virus-che-riconoscono-il-dna-dei-popoli-da-attaccare/?fbclid=IwAR0qL21PyA9nlWUaS2yZNdntWL6jYg2vpIpvPJWMgQyWont5oqHNW6VIN_0

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PUTIN: STANNO PRELEVANDO CAMPIONI BIOLOGICI DAI RUSSI (una nuova guerra batteriologica)

  • di Maurizio Blondet

“Sapete che viene raccolto materiale biologico in tutto  il paese, prelevato da differenti gruppi etnici, da persone che vivono i regioni geografiche diverse della Federazione Russa?  Lo si fa deliberatamente e con metodi professionali. La domanda è: perché viene fatto? Sembra che siamo un oggetto di grande interesse”.

Vladimir Putin ha fatto questa rivelazione  lunedì, mentre presiedeva il Consiglio dei Diritti Umani in Russia.  Uno dei membri, Igor Borisov (che è direttore della Commissione Elettorale centrale, dunque si occupa di voti), ha riferito trasmissioni dal  vivo dai seggi elettorali  durante le recenti elezioni regionali sono state inondate di spettatori stranieri. Circa un milione di  “guardate” venivano dall’estero.  Borisov s’è domandato come mai tanti stranieri erano interessati a raccogliere immagini e facce di votanti, e come sarebbero state usate.

Bisogna sapere che dal 2012  in tutti i 93 mila seggi elettorali russi sono state installate telecamere proprio per accrescere la trasparenza delle operazioni e contrastare l’accusa, elevata dalle note centrali occidentali, che le elezioni in Russia sono truccate per fare eleggere Putin.  Da un sito web aperto nel 2012, chiunque sia interessato può guardare le operazioni di voto in qualunque seggio del paese.  Ma per quanto di valore civico, la  visione non  è, ammettiamolo, tanto appassionante da attrarre un milione di spettatori  dall’estero. Da cui il sospetto che Borisov ha espresso ad alta  voce.

La rivelazione del  presidente Putin è molto più che   un sospetto.  Nel luglio scorso, la US Air Force (dipartimento  Air Education and Training Command)   ha fatto una offerta pubblica per acquistare “campioni di acido ribonucleico (RNA) e  liquido sinoviale di russi”. Nell’offerta si specifica che il materiale biologico, 12  RNA e 27  di fluido sinoviale – deve provenire da donatori russi di origine caucasica –  quindi non asiatici o turcomanni – e  che occorre  la scheda completa: sesso, età,peso, altezza, storia medica. Molto indicativo: la Air Force non accetterà campioni provenienti dall’Ucraina.

Igor Nikulin,che è  stato commissario ONU per le ispezioni nei siti  di armi biologiche, ha subito concluso l’ovvio: “Stanno sviluppando nuovi tipi di armi biologiche,  più precisamente, vogliono “militarizzare” virus. Non c’è altro motivo per cui un ente militare faccia una simile richiesta”.

“Gli Usa stanno sviluppando vari tipi di armi biologiche specificamente mirate contro individui che hanno uno specifico patrimonio genetico, e i caucasici sono la maggioranza della nostra popolazione”.

La rivelazione del presidente Putin “viene giusto in tempo”, ha detto Franz Klintsevich, vicepresidente della Commissione Difesa e Sicurezza del consiglio federale: “Le agenzie  occidentali  implicate in questa “mietitura” è bene che sappiano  che noi sappiamo del loro  interesse”.

Vladimir Putin non ha  aggiunto altre spiegazioni. Solo una sua tipica frase: “Che loro facciano  quel che vogliono, e noi facciamo quel che dobbiamo”.

L’amico lettore che mi ha segnalato la notizia l’ha commentata così:

“Come le dico spesso, con grande timore, stiamo avvicinandoci  molto velocemente ad una singolarità tecnologica che stravolgerà qualsiasi equilibrio. Vorrei sbagliarmi, ma questa questione potrebbe essere una delle facce di questa sinistra prospettiva”.

Fonte: Maurizio Blondet

Perché l’Italia non si è mai liberata davvero del fascismo

http://contropiano.org/interventi/2019/04/27/perche-litalia-non-si-e-mai-liberata-davvero-del-fascismo-0114877?fbclid=IwAR2D4BqIWiod0vj6uokb11dazWyAQ0YmshQhzz_WzaaIOEJD02E6ebitdSI

Podhum è una piccola località croata, 8 km a nord di Fiume. Intorno alle 7 del mattino del 12 luglio 1942 truppe regolari dell’esercito italiano entrarono nel villaggio, accompagnate dai Carabinieri e dalla milizia fascista. Avevano l’ordine di giustiziare tutti gli uomini tra i 16 e i 60 anni, e lo eseguirono con fucilazioni di gruppo.

Neanche cinque ore dopo gli italiani avevano bruciato quasi tutte le 320 case del villaggio, mentre il resto della popolazione, oltre 800 persone tra donne, vecchi e bambini, venne spedita nei campi di concentramento in Italia. Oggi a Podhum c’è un monumento che ricorda quell’eccidio, riporta 91 nomi di vittime.

L’eccidio di Podhum è uno degli episodi più tragici accaduti in Jugoslavia in quegli anni, e va inserito all’interno di un disegno generale, un’operazione preparata con cura dagli italiani, il cui scopo era lo sterminio delle popolazioni slave dei territori annessi della Slovenia e della Croazia. Gli ordini erano chiari.

Mario Roatta era il comandante della II Armata operante in quei territori, il suo soprannome era la “bestia nera”. Il primo marzo 1942 aveva diramato la Circolare (aggiornata e stampata il primo dicembre, in un opuscolo di circa 200 pagine distribuito a tutti gli ufficiali dell’esercito). Si trattava di un documento programmatico con il quale si dava il via alla cosiddetta Operazione Primavera.

Cardine di quella circolare era il principio di spopolamento attraverso la deportazione e il massacro. Bisognava attuare una pulizia etnica, bisognava colonizzare, e farlo usando i mezzi più brutali. In quella circolare venivano definiti da Roatta i dieci punti che i quadri dell’Armata dovevano tenere “costantemente presente”, due dei quali esemplari per comprendere la totale infondatezza del mito degli ”italiani brava gente”.

Un mito che lo stesso Roatta cercava di allontanare il più possibile: al primo punto della Circolare, infatti, si esigeva il “ripudio delle qualità negative compendiate nella frase “bono taliano”. Gli italiani non potevano e non dovevano essere buoni. Per questo, come si specificava al punto 6, “il trattamento da fare ai partigiani” non doveva essere sintetizzato “dalla formula ‘dente per dente’ ma bensì da quella ‘testa per dente’!”

So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”. Così scriveva nel 1943 Benito Mussolini ai soldati della Seconda Armata in Dalmazia. Per volere del duce – quello che, grazie al meccanismo di cancellazione della memoria, secondo troppi “a parte la guerra, ha fatto cose buone” – e guidate da generali come Roatta, Graziani, Badoglio, le nostre truppe hanno ucciso centinaia di migliaia di civili, usato gas tossici, deportato donne e bambini nei campi di concentramento, bombardato la Croce Rossa. Tutto per distruggere culture che ritenevamo inferiori, noi che eravamo “i discendenti dell’Impero romano”.

Se non bastasse, dopo aver commesso tali atrocità abbiamo fatto di tutto per cancellarle dalla memoria collettiva. Tutta la storia della giovane Repubblica italiana si fonda sull’inganno che ci ha permesso di considerarci vittime della guerra, anche quando eravamo carnefici. I crimini perpetrati durante e dopo la Seconda Guerra mondiale sono stati coperti, così come i responsabili.

Erano più di mille i presunti criminali di guerra, accusati dai Paesi dell’Africa e dei Balcani, ma nessuno di questi ha mai affrontato la giustizia, per due motivi: da una parte la volontà di creare un mito nazionale, quello degli “italiani brava gente”, che da decenni ormai ci permette di confrontarci moralmente – e autoproclamarci vincitori – con il “rigore” tedesco o lo snobismo inglese e francese. Perché alla fine “l’italiano ti aiuta sempre”. Dall’altra quella di scagionarci e assolverci per sempre, cancellando le atrocità compiute mentre si “onorava la patria”, passando alla storia come vittime della guerra e non carnefici. E in questo siamo stati aiutati dagli Alleati, in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna.

In seguito all’armistizio di Cassibile, con il quale il Regno d’Italia cessava le ostilità verso gli Alleati, dal 18 ottobre all’11 novembre 1943 si tenne la terza conferenza di Mosca: in quell’occasione i rappresentanti degli Alleati – il britannico Anthony Eden, lo statunitense Cordell Hull e il sovietico Vyacheslav Molotov – stipularono la Dichiarazione di Mosca. Gli Alleati dichiaravano di voler agire affinché “I capi fascisti e generali dell’esercito, noti o sospettati di essere criminali di guerra” venissero “arrestati e consegnati alla giustizia.”

Il 20 ottobre venne costituita presso le Nazioni unite la United Nations Crimes Commission, con la partecipazione di 17 Paesi alleati (Francia, Grecia, Norvegia, Paesi Bassi, Australia, Canada, Stati Uniti, Regno Unito, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Belgio, Cina, India, Nuova Zelanda, Lussemburgo): il suo compito sarebbe stato quello di creare una lista dei criminali di guerra per facilitare l’azione dei governi in tutto il mondo.

Nei suoi Crowcass (Central register of war criminals and security sospects) entrarono così un migliaio di presunti criminali di guerra italiani, richiesti da Jugoslavia, Grecia, Francia, Inghilterra – l’Etiopia aveva tentato di partecipare ai lavori della Commissione per denunciare i numerosi delitti perpetrati sul suo territorio dalle forze di occupazione fasciste, ma non era stata ammessa in quanto la War Crime Commission si occupava solamente dei crimini commessi durante la seconda guerra mondiale.

Eppure, proprio quel generale Badoglio che il 13 ottobre aveva dichiarato guerra alla Germania ottenendo dagli alleati lo stato di “co-belligeranza”, aveva, per esempio, pianificato e messo in atto vari bombardamenti con gas tossici durante le guerre di annessione del ‘35 in Etiopia. Lo stesso Badoglio che poi fu a capo del governo che firmò l’armistizio del ’43; lo stesso in onore del quale Grazzano Monferrato, paese natale del generale, cambiò il nome in Grazzano Badoglio.

Una discussione fra gli Alleati sulla figura di Badoglio si aprì, ma il caso venne abbandonato grazie anche alla pressione del Foreign Office inglese: in un telegramma cifrato spedito all’ambasciatore inglese a Roma nel settembre 1945, si legge: “Dovrebbe cercare di portare all’attenzione dell’onorevole Parri [allora Presidente del Consiglio dei ministri] in maniera confidenziale e ufficiosa, il prezioso contributo che Badoglio ha fornito alla causa alleata, esprimere la speranza che questo contributo venga sottoposto alla attenzione della corte prima dell’udienza”.

È comprovato che gli anglo-americani fossero a conoscenza dei crimini italiani e della loro crudeltà, ma negli anni che seguirono l’armistizio li coprirono, ritenendo utili e affidabili per la lotta anticomunista molti dei nomi compresi in quelle liste. Paese nemico arresosi senza condizioni, l’Italia dopo l’8 settembre 1943 stava subendo l’occupazione tedesca, con numerose vittime fra la popolazione civile; per contro, negli anni di guerra combattuta a fianco della Germania le truppe italiane si erano macchiate di gravi crimini e molti loro ufficiali erano richiesti da Paesi che appartenevano alle Nazioni Unite. E così, pressati dalla necessità di decidere, si decise di prender tempo.

Viste le continue proteste per la mancata estradizione dei criminali di guerra italiani degli ex Paesi occupati, in particolare quelle della Jugoslavia, nel febbraio del 1946 il ministro della Guerra Manlio Brosio propose al presidente del Consiglio De Gasperi di istituire una “Commissione d’inchiesta” che indagasse sui “presunti” criminali di guerra italiani, col fine di “poter giudicare, con i propri normali organi giudiziari e secondo le proprie leggi, quelli che risultassero fondatamente accusati da altri Stati”, onde “eliminare la possibilità di arresti e di consegne di italiani agli Stati richiedenti, senza il concorso dello Stato Nazionale”. D’altronde, come si dice, i panni sporchi si lavano in casa.

È chiaro che Alleati e governo italiano volessero attuare una resistenza passiva alle richiesta dei Paesi esteri. Per questo, nel febbraio del 1948, con la Jugoslavia che continuava a chiedere l’estradizione dei crimini di guerra italiani, l’allora segretario generale del ministero degli Esteri Vittorio Zoppi propose alla Presidenza del Consiglio di “guadagnare tempo evitando di rispondere alle richieste jugoslave, mantenendo un atteggiamento temporeggiante”. La risposta a nome del Presidenza arrivò il 16 febbraio, firmata dal sottosegretario Giulio Andreotti: “Concordiamo con le vostre conclusioni”.

Anche la Commissione italiana non prese neanche in considerazione le azioni svolte dai militari italiani in Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia, dove anche contro i civili vennero usate bombe a gas, torture ed esecuzioni sommarie, o la deportazione in campi di concentramento.

Sono parecchi gli italiani che si sono resi tragicamente celebri nei Paesi del Nord Africa, come il generale Rodolfo Graziani, soprannominato il “macellaio di Libia”: era uno che attaccava vecchi e malati disarmati e che poi si faceva fotografare con in mano le teste dei “nemici”. Non fu mai processato per questi crimini, perché nessun processo nei confronti delle centinaia e centinaia di criminali di guerra fascisti è stato mai celebrato.

Come sottolineato da Filippo Focardi e Lutz Klinkhammer in un saggio del 2001 su Contemporanea, “nessuno dei criminali di guerra italiani fu mai giudicato. Nei confronti di alcuni fu spiccato un mandato di cattura da parte della magistratura italiana, ma venne dato a tutti il tempo di mettersi al riparo.”

Questa vicenda è solo parte dell’insabbiamento dei crimini nazifascisti, che vede un ulteriore, assurdo quanto oscuro, capitolo in quello che è stato rinominato da Franco Giustolisi “l’armadio della vergogna”. Nel 1994 venne ritrovato in via degli Acquasparta a Roma, dentro palazzo Cesi-Gaddi, sede della Procura generale militare, un vecchio armadio. Aveva le ante rivolte verso il muro. Così, per quasi 50 anni erano stati tenuti al segreto 695 fascicoli d’inchiesta e un Registro con 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista.

Quell’armadio era la manifestazione in legno, carta e inchiostro dell’occultamento degli orrori perpetrati dai nazifascisti, in Italia e fuori. E oggi più che mai dovrebbe far riflettere la motivazione che si addusse: quella di Stato. Stava infatti iniziando la Guerra fredda, vi era la necessità di evitare problemi alla Germania federale, che in quel periodo stava ricostituendo il proprio esercito e si sarebbe dovuta inserire in maniera forte nell’Alleanza Atlantica, e il governo italiano, così come gli alleati, aveva bisogno di ripulire il più possibile il passato fascista italiano, per utilizzare il Paese nella lotta al blocco sovietico.

Per questo hanno operato insieme per evitare sia di consegnare, ma anche di giudicare, i presunti colpevoli delle stragi.

L’Italia ha così consapevolmente rinunciato al diritto di richiedere la consegna e di perseguire i militari tedeschi accusati di strage in Italia: come sottolineato anche dalla Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, “il governo italiano si trovava nell’imbarazzante situazione da un lato di negare l’estradizione di presunti criminali italiani, richiesta da altri Paesi, e dall’altro di procedere alla richiesta, proveniente dalla magistratura militare italiana, per l’estradizione di militari e criminali di guerra tedeschi”. Così si decise di non fare né l’una né l’altra cosa.

A prevalere fu quindi una particolare convergenza di intenti tra l’Italia e gli Alleati. Da una parte, infatti, questi comprendevano l’importanza della pedina italiana nella spartizione in blocchi del mondo. Da parte nostra invece c’era la necessità di difendere i presunti criminali di guerra italiani richiesti da altri Stati. Secondo la relazione della Commissione, la difesa a oltranza dei presunti criminali italiani attuata dal nostro Paese fino al 1948 “è responsabilità dei governi dell’epoca, che condivisero la difesa ad oltranza dei presunti criminali italiani, e sacrificarono sull’altare dell’onore dell’esercito italiano la punizione dei gravi crimini commessi dai nazifascisti in Italia.” Dal ’48 in poi a questo si aggiunse una necessità di carattere internazionale, “non mettere in imbarazzo la Repubblica Federale tedesca, tassello essenziale del blocco occidentale. Con la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta, così, anche per l’Italia la stagione dei processi per crimini di guerra poteva dirsi conclusa.”

Ecco su cosa si fonda il mito dell’Italiano brava gente, quello del simpatico colonizzatore, del docile conquistatore. Un mito che ha la necessità però di essere costantemente alimentato. E così negli anni il nostro Paese ha continuato a rifiutarsi di analizzare con serietà, con il dovuto distacco, gli orrori commessi in nome e per la gloria della Patria.

Uno degli esempi più grotteschi, quasi ridicoli, è datato 1991. Quell’anno nelle sale italiane veniva presentato Mediterraneo, di Gabriele Salvatores. Il film è uno spaccato di un’ipotetica occupazione italiana su un’isola greca: il contingente italiano, goffo e impreparato, familiarizza con gli abitanti dell’isola, fino ad affezionarcisi e decidendo, in alcuni casi, di abbandonare l’Italia stessa. Mediterraneo vincerà anche il premio Oscar, consacrando in patria e all’estero il mito del buon italiano. Quello che va a prostitute ma poi se ne innamora e torna le rende “donne per bene”. Quello che sì, magari è un po’ nazionalista, ma alla fine, se gli dai da fumare un po’ d’hashish diventa un compagnone, e poi si fa pure fregare i vestiti dai turchi. Quello che “una fazza una razza”, insomma.

Proprio nel 1991 la Rai decise di acquistare dalla Bbc un documentario. Lo comprò, ma non per mandarlo in onda, anzi per il motivo opposto. Una decisione incomprensibile, almeno fino a quando non si legge il titolo di quel documentario: Fascist Legacy.

Era andato in onda due anni prima in Inghilterra, e raccontava degli ottocento criminali di guerra italiani responsabili della morte di circa un milione di civili e di come fossero sfuggiti a qualsiasi processo perché inglesi e americani avevano bisogno di loro per mantenere i comunisti fuori dal governo. Raccontava gli orrori dell’occupazione italiana in Jugoslavia, Albania, Grecia, della Libia, Etiopia. Narrava in che modo questi erano venuti finalmente a galla grazie a un’indagine compiuta negli archivi diplomatici americani e inglesi e in quelli della Commissione delle Nazioni unite per i crimini di guerra.

Già nell’89 il documentario aveva suscitato accese polemiche: l’allora ambasciatore italiano a Londra Boris Biancheri inviò addirittura una lettera di protesta al presidente della Bbc Marmaduke Hussey, accusando il programma di prendere di mira l’Italia su un tema che ha in realtà dimensioni ben più ampie; quando poi il consulente storico del programma, Michael Palumbo, chiese di discutere la sua trasmissione con l’ambasciatore italiano, questo si rifiutò sostenendo che i giudizi globali devono essere lasciati agli storici. Per questo era meglio che nessuno in Italia vedesse quel documentario. Solo nel 2004 La7 ne trasmise degli stralci durante il programma Altra Storia.

Come per le discariche sommerse di cui è pieno il nostro territorio, anche la storia dell’occultamento dei crimini nazifascisti ogni tanto torna a galla, attraverso episodi che sembrano marginali. Come quando, ancora nel 2001, l’Etiopia accusava l’Italia di non rispettare gli accordi internazionali rifiutandosi di comunicare la posizione dei suoi depositi segreti di armi chimiche risalenti al periodo dell’occupazione. Qualche settimana prima durante alcuni lavori in una scuola nella regione settentrionale del Tigray, i muratori avevano trovato un deposito nascosto con munizioni e granate. Avevano dovuto sospendere i lavori per paura che si trattasse delle armi con gas tossico.

È anche grazie a questa enorme operazione di insabbiamento che oggi un ministro può permettersi di dire che a lui “interessa poco il derby fascisti-comunisti”. Per questo può permettersi di non celebrare la Liberazione dell’Italia. Perché del fascismo in realtà l’Italia non si è mai liberata.

* Per ulteriori approfondimenti, Contropiano consiglia la lettura di Criminali di guerra italiani,  di Davide Conti e Il caso Roatta, di Laura Bordoni, entrambi editi da Odradek.

ODIATORI DI SISTEMA SCATENATI —– A CHI GIOVA LA STRAGE DI TURCHI IN GERMANIA (E DI TUTTI GLI ALTRI TERRORISMI)? —– GERMANIA, UN PASSATO CHE DEVE TORNARE SEMPRE. QUELLO DEGLI ALTRI, MAI.

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MONDOCANE

SABATO 22 FEBBRAIO 2020

 

Compaiono lupi, scompaiono agnelli

Scompare la Merkel, scompaiono Schaeuble, Steinmeier, l’euro-impero franco tedesco, il massacro della Grecia, il cappio che l’economia tedesca stringe sui paesi meridionali, il protagonismo tedesco sullo squartamento della Jugoslavia, la partecipazione della Bundeswehr a quasi tutte le carneficine provocate dalle aggressioni Nato, il rinnovato colonialismo in Africa, gli scandali della Deutsche Bank. La santa Rackete che sperona navi italiane per imporre la tramutazione di popoli in schiavi.

E appare il mostro. Appaiono le cellule neonaziste nella polizia e nell’esercito, i razzisti, xenofobi, i partiti di ultradestra, inesorabilmente neonazisti, l’AFD che ruba elettori ai grandi partiti istituzionali democratici e moderati. E, naturalmente, con l’aiuto di tutti i media europei di cui ci parla Ulfkotte (“Giornalisti Venduti”, editore Zambon), tutte le belle cose istituzionali e democratiche di cui sopra e di cui questi partitoni, compreso anche lo sgabello “verde”, alle cui smanie guerrafondaie Greta ha aggiustato la gamba zoppa, vantano la paternità.

E riappare immancabilmente, doverosamente, utilmente, enorme, sull’orizzonte pangermanico, con tentacoli in tutta Europa, il fantasma del PASSATO. Quello di cui la Germania non vuole, non può (o non deve?) mai liberarsi. C’è stata un’epurazione che ha di fatto tolto di scena mezza generazione, quando le altre le aveva eliminate la guerra. Molti dei 7,3 milioni di tedeschi, su 80, che, spesso nolenti o a forza, erano iscritti al Partito nazionalsocialista, furono processati, condannati, spesso ostracizzati, salvo alcuni bonzi che si ritenne utile cooptare nei nuovi poteri. E tutti quelli che erano sopravvissuti degli 80 milioni diventarono a loro insaputa “nazisti”.

Le colpe non ricadono sui figli. Dipende dalla nazionalità dei figli

Comunque, è stato ed è, grazie alla nota teoria dell’intelletto collettivo capitalista e alla scaltrezza di certi eterni “creditori”, per cui le colpe dei padri ricadono sui figli, nipoti, pronipoti, che la parola “tedesco£ divenne sinonimo di nazista”. E c’è chi più li definiva tutti nazisti e più si sentiva antifascista e comunista. Qualche rara testa d’uovo azzardava di escludere Goethe, Schiller, Marlene Dietrich, Einstein e Marx. Perfino un Kurt Waldheim, unico segretario dell’ONU, insieme all’egiziano Boutros Ghali, che non si è fatto portalettere degli Usa e di Israele, venne politicamente e moralmente decapitato per essere stato richiamato nella Wehrmacht a vent’anni.

“Il passato che torna”

E dunque può bastare uno psicopatico come Tobias Rathjen, che si arma di una delle sue quattro pistole e di un fucile liberamente acquistati e va in giro per locali Shisha di Hanau ad ammazzare turchi e poi la madre e se stesso, per far gridare al “passato che torna”, che non muore mai, che cova in tutti i tedeschi e che ora si manifesta in tutti coloro, razzisti, xenofobi, populisti, sovranisti, ovviamente nazifascisti, che vengono visti come fuori dal politicamente corretto come definito da Popper e Soros.

Sono i miscredenti che detestano quell’apparato, tipo Vergine di Norimberga, dove quattro giustizieri UE, senza legittimazione democratica, decidono vita e morte di popoli; che non condividono che la Germania sia sotto scacco per 80 basi militari americane (da noi 90), con 40.000 effettivi, sul proprio suolo; che la Nato ne determini la politica estera, che quando ci si accorda per un gasdotto dalla Russia, Usa e Nato le impongono di toglierlo; che 11 milioni di migranti, strappati dalle multinazionali e dalle loro guerre ai propri paesi, sono troppi, che non vanno votati all’Est coloro che quella parte della “patria” l’hanno depredata, impoverita e diffamata, ma che anche il resto della Germania è stata condotta dai partiti “democratici” all’orlo di una stagnazione che arricchisce i rami in cima e fa seccare quelli sotto.

AFD, sconosciuto, ma mostro.

Non posso dire niente di più, rispetto a questi o altri punti del programma e dell’anima dell’AFD. Un giorno andrò a documentarmi. Immagino che ci sia dentro di tutto, un po’ di Lega, qualche M5S, dei crani rasati, molto SED (il partito socialista della DDR), cittadini comuni senza particolare ideologia, patrioti, tantissima ragione per protestare,  e, soprattutto, guardando all’Est stuprato e ora anche all’Ovest profittatore, c’è tantissimo disagio, rabbia. L’odio, invece, come da noi, è quello che li teme e disprezza. Vanno ostracizzati e dannati, senza neanche provare a capire.

La Turingia o il diavolo

Il problema non è mica il completamente pazzo, così dichiarato dai sanitari, ma ciononostante lasciato libero di detenere un arsenale e di sparare deliri in rete. Il problema è la crisi di una Germania in cui la fine della Merkel coincide con la fine degli anni grassi, in prima linea per i ceti subalterni, in primissima linea per i rapinati dall’annessione colonialista nell’Est. E il problema più grosso è che in un Land dell’ex-DDR, la Turingia, a seguito di altre sostanziose crescite in tutto l’Est (è già il secondo partito in Sassonia e Brandenburgo), l’AFD ha sbaragliato i partiti grossi, CDU e SPD, responsabili dello sconquasso, assieme ai portatori d’acqua Verdi. Con l’AFD al 24% e la Linke (Sinistra) prima al 31%, CDU e liberali dell’FDP si sono acconciati a condividere il governo con i “fasciopopulisti” o “neonazisti”, come li chiama il ”manifesto”, foglio abusivamente sovvenzionato dai soldi di chi non lo compra e promotore virulento di tutte le campagne sui cui ombreggiano George Soros e il Deep State.

E’ successo il finimondo. Il neopresidente Kemmerlich, FDP, ha dovuto mollare e si prevedono nuove elezioni. Dove quel quarto di elettorato AFD rischia di crescere ancora e, in democrazia (?) non si può togliere di mezzo. Ma si può diffamare e destabilizzare, anche con l’utilizzo dell’attentato di un fuoritesta. Pensate, siccome l’AFD ha dichiarato, diversamente di tutti i media tedeschi, più o meno del livello dei nostri, e per i quali si tratta dell’ennesima prova del “ritorno del passato” e dell’orda hitleriana dentro le porte, che  sia impossibile negare che Tobia sia pazzo da legare (e mai legato dai servizi, come tanti altri), ecco che “AFD” cerca di coprire il suo emissario a Hanau!!! La malafede diventa ancora più evidente tenendo conto che il fattaccio dei Shisha è avvenuto 48 ore prima delle elezioni nella città-Stato di Amburgo. Non solo, nel momento in cui AFD, sembra a buona ragione, ha chiesto il riesame dell’assegnazione dei seggi, proprio nella regione di Hanau, l’Assia, con buona probabilità che dei cinque in ballo qualcuno vada agli Alternativi per la Germania.

Merkel buona, Merkel no buona

Ma, ditemi, si può???

Stamane, RadioRai 1, al pari di tutti i media di regime, dedicava metà del giornale radio e tutti gli approfondimenti a voci accorate, indignate, tutte con il dito puntato sulla Germania che non riesce a liberarsi del noto fantasma in camicia bruna, spettro nero che, via via, torna a dotarsi di ossa, vene, sangue, fisionomia visibile e rischia di infettare noi e tutta l’Europa. Ieri, dell’eurosovrana Merkel si acclamava il fatto che aveva condotta il paese “a fare i conti col passato”, visto che era la privilegiata alleata di una Potenza che non fa che copiare e migliorare quanto caricato su Hitler, misurandosi con la sua immagine nello sfoltimento dell’umanità e dei suoi beni. Oggi, con le vesti dell’imperatrice stracciate, non è altro che un’inetta che non ha saputo tener testa ai rigurgiti neonazisti e, anzi, col suo partito CDU, con questi in Turingia ha pure fatto comunella.

Il preavviso “ignorato”

“Il manifesto”

Prima di sparare a “popoli da eliminare”, questo principio lo stragista di Hanau l’aveva esplicitato in ben 24 pagine su Internet, perché tutti ne potessero essere istruiti, compresi la polizia di Hanau, i servizi segreti, il controspionaggio, gli organi di sorveglianza del Land Assia e di tutta la Bundesrepublik. Ma, guai a buttarci un occhio e imporre a Tobias un minimo di controllo. Almeno quello che si riserva ai pazzi furiosi e violenti che si propagandano pubblicamente. Cos’era, violazione della privacy di uno che promette di far fuori popoli interi (tra cui, abbastanza incoerentemente, Turchia, Israele e Stati latinoamericani)? Oppure, nei deliri di Rathjen, c’è forse, per noi altri fetidi complottisti che non ci accontentiamo del “manifesto”, del Fatto”, della “Repubblica”, di Gruber, Zoro e Formigli, da fare una riflessioncina su quel testo messo su Internet quando dice che “i nostri paesi sono infettati da società segrete, o sotterranee, e che esiste, nello specifico, un’organizzazione segreta  che pratica lettura del pensiero, o perlomeno sa condizionarlo e che gli altera e ruba le riflessioni”. Cose da pazzi? Mica tanto Non c’è servizio segreto che non abbia esperti impegnati sul tema.

Un pazzo incontrollato?

Per gli odiatori seriali dell’Establishment oggi è una giornata campale

Deliri di un pazzo. Incontrollato, però. O controllato? Diretto? Per gli odiatori di palazzo e redazione che vanno in crisi di astinenza se non scoprono in continuazione “odiatori”, è un neonazista punto e basta, prodotto da un’atmosfera sempre più pervasa da veleni di un passato che non passa mai. Come quegli altri, di Halle, dove l’attentatore si sarebbe scagliato contro la sinagoga che, però non ha nemmeno sfiorato, quando ha sparato per strada e ucciso due non ebrei. O come l’assassino del politico CDU Luebcke, ovviamente neonazista perché anti-migranti, sempre nell’Est. Poi ci sono stati quelli della strage di Duisburg, ‘Ndrangheta, o di Monaco, iraniano, e i tanti d Francia, Belgio e Inghilterra, presunti ISIS. Senza parlare dei killeraggi seriali di massa nelle scuole statunitensi, inesorabilmente matti, o suprematisti bianchi. O, da noi primattori dello sragismo, Piazza Fontana fino a Via D’Amelio e oltre, esclusivamente  di fascisti e mafiosi (i servizi, la Cia e i massoni “deviati” passavano di lì per caso).

Terrorismo neonazista, mafioso, islamista, fascista, razzista. Schiamazzi insensati e ingiustificati di fronte a epifenomeni risivi, o ad autentiche alternative politico-sociali al degrado malavitoso e totalitario che ci assedia? Non hanno dato ampiamente dei populisti, razzisti, sovranisti e, dunque, fascisti, per anni e tuttora ai 5Stelle? Quale migliore difesa per un establishment che preserva e estremizza il suo carattere criminale e antipopolare  che  rovesciare il proprio nero e bruno su chiunque esca dal seminato. “Il manifesto” ne è la più “manifesta” e volenterosa “manifestazione”. Ara un terreno, direi un’aiuola, fertile: quella degli allocchi che lo ritengono di sinistra.  Qualsiasi occhiuto teorico della cospirazione capisce che in nove casi su dieci (calcolo riduttivo) trattasi di terrorismo di stabilizzazione dell’esistente. Come nel ’69. Con correttivi: qualche telecamera, qualche colonna infame, qualche ceppo, alcune manette, qualche spione in casa, qualche bavaglio in più. E, soprattutto, con tutto questo rigurgito di nazismo di massa, non sono che da ringraziare E questo risponde all’interrogativo nel mio titolo.

“il manifesto”

Beato quel paese che non ha passati che ritornano

Com’è che né in Francia, né nel Regno Unito, né in Belgio, né negli Usa si parla mai di “passato che non muore”, delle “radici del male che continuano a produrre i loro perfidi frutti”. Eppure, tra questi Stati non c’è chi ha tagliato più teste e sterminato più ugonotti, chi spolpava e spolpa colonie e in Algeria ha compiuto genocidi e inventati i più orridi sistemi di tortura? Non c’è chi ha arricchito la sua classe dirigente e i suoi monarchi facendo killeraggi di massa e depredando paesi e continenti per secoli e, con Cromwell, protagonista sugli irlandesi del primo genocidio? E non ci dovrebbe essere quel paesuccolo artificiale, mezzo Olanda e mezzo Francia, ma che nonostante le sue dimensioni ha saputo far fuori 20 milioni in Congo e tuttora ne facilita, a scopo di estrazione, le sue rapine e le sue carneficine?

E non ci manca forse quel grande paese, oggi delle sette guerre di sterminio, ieri del Vietnam dai 4 milioni di uccisi, dell’Iraq dei 3 milioni di morti da due aggressioni, delle colorate destabilizzazioni di Stato dopo Stato con sanzioni e golpe, dei ricatti all’universo mondo, di Guantanamo e Abu Ghraib? Quel grande paese di cui le due parti si fecero vicendevolmente a pezzi, gli uni per difendere lo schiavismo, gli altri per imporre il capitalismo?  Non sono questi i frutti sempre maturi delle radici mai recise, tra le quali si aggirano le anime di 20 milioni di nativi eliminati dalla faccia della Terra?

Macchè, i paesi del Pensiero Unico non hanno nessun passato che risorge, nessuna bonifica morale, spirituale o materiale da compiere, nessuna colpa antica dei padri ricaduta sui figli e nipoti. Non sono tedeschi. E neppure italiani, e neppure greci, o arabi, o iraniani, o cinesi, che un passato ce l’hanno. Da evocare quando serve e, guardando a Dresda o a Palmira o al Coronavirus, da distruggere quando serve.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:39

PATRICK ZAKI: GIULIO REGENI 2.0, SOROS 100.0 —– SULL’EGITTO L’ODIO DEGLI ANTI-ODIO PATENTATI —– STAMPA ITALIANA D’ECCELLENZA. NON CI RESTANO CHE I SOCIAL

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/02/patrick-zaki-giulio-regeni-20-soros.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 10 FEBBRAIO 2020

Ve lo raccomando, come difesa dall’eccesso di presa per i glutei da parte della stampa, baby

Un nuovo Regeni: è in gioco il petrolio e la Libia

Permettetimi di raccomandarvelo: è una difesa dall’eccesso di presa per i glutei

Regeni raddoppiato

Su Giulio Regeni, dopo aver proposto ai retti e onesti tutte le notizie che media e Roberto Fico occultano e che rovesciano nel suo contrario la narrazione ufficiale (come occorrerebbe fare ogni giorno), avevo scritto una lettera aperta al presidente della Camera, oggi governista ad oltranza per amore di PD. Ma l’increscioso autore del colpo di mano che ha imposto ai parlamentari di rompere ogni relazione con il parlamento egiziano, non se n’è dato per inteso. Dando così prova della sensibilità democratica che, lo comprendiamo, con compagni di merende come PD e Italia Vivacchiante, è incompatibile. Un nuovo Regeni, l’Egitto, i media, sono l’oggetto centrale dell’odio dei nostri specialisti anti-odio e, dunque, di questo articolo. Ma partiamo da lontano.

Siamo sopravvissuti agli tsunami dell’odio rovesciatici addosso, prima, dal Giorno della Memoria e, poi, da quello del Ricordo, entrambi illustratici, come suole, con la nota correttezza dagli storici e parastorici dei vincitori. Per non farci mancare niente, hanno affiancato queste intemperie a quell’altro uragano dell’odio che ci accompagna da tempo e che riguarda gli sciagurati che, fuori da ogni discussione, si meritano l’odio degli anti-odio al potere in Occidente: Russia, Cina (oggi capolista), Siria, Iraq, Iran (sul quale si va esercitando, con particolare perizia Bilderberg, il promotore di Draghi presidente: Stefano Feltri del “Fatto”). Quanto alla Cina, oggi sottoposta a un prodromo di guerra in chiave economico-mediatica-occidentocentrica su base batteriologica, ci possiamo vantare di essere, con l’eccellenza clerico-atlantista Conte Bis, più realisti del re. Primi e, dopo giorni, ancora unici in Europa, nonostante l’OMS l’abbia ritenuto inutile, abbiamo imposto il blocco per un’epidemia influenzale che, nella sua forma in Cina (1,7 miliardi), ha ucciso quasi 800 persone e, nello stesso periodo, in quella degli USA (320 milioni), 10.000.

Ritocca all’Egitto, capofila arabo

Ma da domenica, 9 febbraio, è tornato alla ribalta un altro oggetto di sacrosanto odio, all’ennesima potenza a partire dall’insurrezione popolare che, nel 2013, ha cacciato Mohamed Morsi, il Fratello Musulmano della Sharìa per tutti, degli scioperi operai per nessuno e delle fiamme alle chiese cristiano-copte. Il reprobo di turno da anatemizzare è l’Egitto di Al Fatah al Sisi. Una nazione tornata alla laicità, all’amicizia con Mosca, di nasseriana memoria, al sostegno a una Libia in corso di riunificazione e riscatto sotto il governo di Tobruq (l’ultimo regolarmente eletto e, perciò, non riconosciuto dalla “comunità internazionale”), per mano del generale anti-Isis, Khalifa Haftar.

L’Egitto, come tutti sappiamo è, insieme a Siria, Algeria, Sudan e Libano, uno degli Stati arabi ancora non comprati, o annientati, dai colonialisti di ritorno a guida USA. Algeria, Sudan e Libano sono stati capaci, a forza di elezioni stravinte, di neutralizzare l’ennesimo tentativo colonialista di regime change alla Otpor-Soros. “Rivoluzione” affidata a manovratori di gente scontenta, strumentalizzata e spesso pagata e, in Algeria, dopo gli islamisti degli anni ’90, ai soliti berberi, quinta colonna francese fin dai tempi della liberazione.

L’Egitto, tuttavia, ha un’altra caratura. Dai tempi del liberatore Nasser, lo Stato-pilastro del panarabismo laico, strategicamente e geopoliticamente centrale per dimensioni storiche, geografichje e demografiche e ora anche per risorse energetiche, è rimasto l’unico vincitore netto della prima “Primavera Araba”, il più importante tentativo di sovvertire uno Stato sovrano in termini non militari, ma sociali e terroristici. Fallito il primo, con la sconfitta dei Fratelli Musulmani (FM), partoriti negli anni venti dalla reazione colonialista al nascente panarabismo laico e socialista, si è passati al secondo. Di nuovo con i FM, ma stavolta eminentemente in chiave terroristica, con il braccio armato jihadista dell’ISIS, impegnato in una sanguinaria guerriglia in Sinai, con le spalle coperte da Israele e con attentati contro esponenti delle istituzioni, a partire dei vertici della magistratura, che richiamano le stragi di civili e turisti, compiuti dai FM in decenni passati.

Si tratta di Libia e di Zhor

Vi annoio con un brevissimo sunto. Contro questo Egitto si scatena la canea vandeana di chi si vede sfuggire un importante pezzo del centro strategico del mondo, il Mediterraneo tracimante di petrolio e crocevia tra Est e Ovest, Nord e Sud. A punirlo per la estromissione a furor di popolo (20 milioni in piazza contro Morsi vincitore con il 17% degli aventi diritto in elezioni boicottate da tutti) del despota integralista, emerge il solito strumento dei “diritti umani”, brandito dai peggiori violatori di tali diritti. Giulio Regeni, ricercatore preso l’Università Americana del Cairo, scompare il 25 gennaio 2016 e viene ritrovato in strada, torturato a morte, il 3 febbraio.

Come con Enrico Mattei

Elementi che qualsiasi inquirente e giornalista prenderebbe in massima considerazione, ma che da noi vengono pervicacemente ignorati. Il giorno del ritrovamento di Regeni è quello in cui una missione del nostro ministero dello Sviluppo, con decine di rappresentanti delle maggiori industrie italiane, si incontra con Al Sisi per siglare contratti per miliardi, compreso quello per lo sfruttamento da parte dell’ENI di Zhor, il più grande giacimento di idrocarburi del Mediterraneo. Gas che renderà l’Egitto indipendente ed esportatore sul piano energetico e a noi fornirà approvvigionamenti certi. Non ne sono per niente contente le grandi compagnie petrolifere anglo-franco-americane. Fregate come dall’ Enrico Mattei degli accordi con l’Iran di Mossadeq. Seguiranno esiti non dissimili. L’incontro al Cairo salta.

Uno dei più attrezzati servizi segreti del mondo avrebbe fatto ritrovare un corpo da esso orrendamente mutilato, al lato di una strada principale, l’avrebbe buttato tra i piedi del suo presidente nel giorno del contrattone con il paese di cui il soggetto era cittadino. Tanto per favorire gli accordi…. Un’intelligence di cretini, tafazzisti, o Fratelli musulmani ostili al loro capo. Sciocchezze da escludere a chiunque non abbia la sciocchezza o i motivi di accusare il governo egiziano.

Cosa cercava il ricercatore italiano?

Il giovane Regeni aveva un passato da esplorare con cura. Mai fatto. La sua formazione inizia negli Stati Uniti sotto il patronaggio di ambienti dell’intelligence. Il suo lavoro prosegue nel Regno Unito al servizio di una centrale di spionaggio e commercio dati più illustre della notoria Cambridge Analytica (scandalo Facebook), la Oxford Analytica. Una potente e oscura multinazionale fondata e guidata da tre dei più illustri esponenti di un simpatico “milieu” alla marsigliese: Colin McColl, già capo dei servizi britannici, David Young, già assistente di Kissinger e John Negroponte, già ambasciatore Usa, ma soprattutto creatore degli squadroni della morte in Centroamerica e Honduras. Un aspetto trascurabile del curriculum del giovane, vero?
John Negroponte, Hillary Clinton

Al Cairo lo imbarazza un sindacalista dell’economia informale, agente della Sicurezza sotto copertura, Mohamed Abdallah, che Regeni riteneva utile a fornirgli contatti con elementi dell’opposizione. Invece l’agente lo controlla e alla fine lo inchioda con un video in cui, alla richiesta provocatoria di Abdallah di un aiuto per la madre ammalata di cancro, Regeni risponde con un diniego e poi con l’offerta di 10.000 dollari (di chi?), ma non per il caso umano, bensì per un “progetto”. Sovversivo? Il resto sono chiacchiere vane e fatti sepolti sotto il profluvio delle accuse senza base. Solo borbottio, dell’Egitto, dell’Università di Cambridge dalla quale Regeni dipendeva e anche degli inquirenti della Procura di Roma. Silenzio, ma tra enormi boatos propagandistici sull’Egitto dittatoriale, torturatore, decimatore del suo popolo. Silenzio sui danni che vanno facendo questi boatos all’Egitto turistico e geopolitico, sui favori che questi boatos vanno facendo ai concorrenti dell’Italia nei rapporti con l’Egitto. Modello Libia di Gheddafi e poi di Al Serraj. Siamo sempre stati bravi a offrire gratis vasellina a chi non ci vuole troppo bene.

Pensate, i rimbrotti riservati a Erdogan, padrino dei tagliagole in tutto il MO, sono carezze rispetto all’esecrazione di Al Sisi. Nonostante che, con disprezzo assoluto per tutti e per ogni legge, il sultano pirata s’è preso la fascia del petrolio che congiunge la Turchia alla Libia. E’ che lui, alla faccia della dabbenaggine dei russi, resta solidamente incastonato nel consorzio imperialista della Nato. E gli USA lo sanno e lasciano fare. E lo sappiamo anche noialtri, che ce lo lasciamo fare.

Ma silenzio soprattutto su due elementi che neanche il fratello scemo dell’ispettore Clouseau avrebbe ignorato. Botta all’Egitto: un cittadino del paese estero privilegiato, dai servizi egiziani rapito, ucciso e fatto ritrovare nel giorno degli accordi tra i due partner. Botta ai mandanti di un possibile provocatore smascherato e quindi bruciato e quindi da eliminare, possibilmente attribuendone la paternità al governo da provocare. Vi stupite che i rispettivi governi con le loro magistrature, presi in questo pasticcio che coinvolge alleati potentissimi, traccheggino da quattro anni e non sappiano come uscirne? Dando libero campo. con inchieste parlamentari, articoli alla stricnina, striscioni, ai Bonino, Manconi, Colombo, Fico, sindaci vari e media tutti, a una delle più feroci campagne d’odio contro un altro paese e di danno al proprio che si siano mai viste.

Lo spirito di Hillary nei media italiani

A sostegno di tutto questo c’è un terzo elemento rigorosamente occultato. Quando Amnesty (figuriamoci, sono quelli che mostrificano tutti coloro che gli Usa devono far fuori) e, al seguito, “il manifesto” e gli altri parlano di decine di migliaia catturati, spariti, uccisi, ci devono far pensare a gente come te e me e nostri parenti e amici. Mica a migliaia di jihadisti dell’ISIS messi in campo dai Fratelli Musulmani, loro storica espressione politica e ora lanciati contro l’Egitto in una vera e propria guerra pseudo-civile del terrorismo provatamente affiliato e devoto alle Potenze occidentali, che continua dalla caduta di Morsi e prosegue con l’eccidio di centinaia di civili e soldati egiziani, soprattutto nel Sinai. Terroristi in guerra contro lo Stato fatti passare per innocenti civili colpevoli di dissenso. C’è, in questo, una spudoratezza paragonabile alla sghignazzata di Hillary Clinton quando annuncia il linciaggio di Gheddafi.

Spuntano quelli di Soros

Ebbene ci risiamo. Alle celebrazioni per Regeni e agli anatemi contro il “dittatore”, ora si affianca, rilanciando quelli, una campagna altrettanto violenta per l’arresto di Patrick George Zaki, studente a Bologna, rientrato in Egitto, fermato all’aeroporto ed, entro la nottata, trasferito nella sua città natale Mansura dove gli è stato confermato un fermo di 15 giorni e dove ha potuto incontrare legali e famigliari. Vi risparmio i miei commenti. Parlano da soli i titoli che riproduco e che riproducono il solito unanimismo di regime tra giornaluccoli come i sovvenzionati “il manifesto” o il “Foglio”, in edicola in virtù di chi non li compra, alle grandi testate main stream, vanto dell’FNSI, come di Usa, UE e Nato.

Aggiungo solo, per deontologia, un dovere da rintracciare nei meandri di incunaboli antichi, che non c’è un filo di verità nelle accuse di torture, bastonate, frustate per ore con cavi elettrici, elettrochoc, riferite ai carcerieri egiziani. I legali di Zaki, studente di questioni di genere, hanno riferito: “Zaki era molto provato, abbiamo parlato del caso giudiziario e di ciò che è successo”. Punto. Che sia “provato” è comprensibile. Il resto è fuffa. Sembra quasi un comunicato ufficiale della Questura, spedito ai giornali. Ma l’hanno detto un amico, una sorella e Mohamed Lotfy, amico di Zaki e direttore di un’associazione dei diritti umani. Tutti senza aver avuto un minuto di contatto con la “vittima”.

Infine, non è forse del tutto sprecato che si sappia che, in una foto diffusa da La7, dietro al volto di Zaki appare, appeso alla parete un poster con il pugno reso indimenticabile da Otpor a Belgrado e, poi, in tutte le “rivoluzioni colorate”. Zaki è membro dell’EIPR. “Iniziativa Egiziana per i Diritti della Persona” che si occupa in prevalenza di questioni di genere e di impedimenti alle pratiche religiose per motivi di laicità dello Stato. Dalle sue pagine internet si evince una stretta relazione con “Freedom House”, uno dei Think Tank neocon impegnati, come la Cia e NED, nella sovversione in paesi disobbedienti. EIPR ne ha preso le difese quando è stata multata per aver violato il divieto di farsi finanziare da enti stranieri. Divieto che ha visto inquisite altre 13 organizzazioni per i diritti umani, in parte legate a Soros. Hassam Baghat, fondatore di EIPR, nel 2010 ha ricevuto il premio per “Attivismo Straordinario” da “Human Rights Watch”. I comunicati di EIPR sono riportati e diffusi dalla “Open Society Foundation” di George Soros.

https://www.atlanticphilanthropies.org/wp-content/uploads/2016/04/Resource_Doc_Human_Rights_and_International_Justice_Report.pdf

A questo link troverete il lungo elenco delle organizzazioni sorelle che nel mondo collaborano per i “diritti umani”. Accanto a Open Society di Soros, Amnesty International, Human Rights Watch, Riockefeller Foundation, Ford Foundation, Avaaz e altri esperti castigatori di nemici dell’Occidente, chi trovate? “Egyptian Initiative for Personal Rights” (EIPR) di Patrick George ZakySono sorprendenti le misure cautelari delle autorità egiziane? Sorprendono le accuse di nequizie subito sparate dai media? Ne va di Zhor, ne va della Libia, ne va di più migranti, né va di diritti umani come visti dal colonialismo. Tout se tien.

Facebook ti banna, Google ti censura, Twitter ti cancella, Instagram ti esclude. Tutto vero, tutto bruttissimo. Ma di fronte a questa stampa-tv, che il cielo ci preservi i social media!

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:33

Stragi nazifasciste, l'”Armadio della vergogna” adesso consultabile online

https://espresso.repubblica.it/attualita/2016/02/15/news/stragi-nazifasciste-l-armadio-della-vergogna-adesso-consultabile-online-1.250535?fbclid=IwAR3IwtkjZUvNmZfCpSDiWAyZSSuIIJEQC_Wk1C7yvqLrCgmgDmHETzigNmA

La Camera pubblica i 695 fascicoli sugli eccidi commessi in Italia dai nazisti fra il ’43 e il ’45: da Marzabotto a Sant’Anna di Stazzema. Le battaglie di Franco Giustolisi sull’Espresso perché fossero condannati i colpevoli

DI PIER VITTORIO BUFFA

15 febbraio 2016

Stragi nazifasciste, l'Armadio della vergogna adesso consultabile online

L’ “Armadio della vergogna”, adesso, si potrà quasi toccare con mano. Dal proprio computer si potrà entrare nei singoli fascicoli, leggere documenti, chiederne copia. Vedere, personalmente, senza intermediari, quello che per decenni è rimasto chiuso in un archivio, sepolto, sottratto alla ricerca della verità.

Da domani, 16 febbraio, la Camera dei deputati mette online le tredicimila pagine dei documenti della Commissione parlamentare che aveva indagato sulle stragi nazifasciste e sull’occultamento dei fascicoli in quello che è stato poi chiamato l’ “Armadio della vergogna”. Fu Franco Giustolisi, che per primo, sull’Espresso, ne denunciò l’esistenza, a battezzare così un archivio ritrovato nel 1994 in uno scantinato della procura generale militare. Dentro vi erano 695 fascicoli che riguardavano gli eccidi commessi dai nazisti e dai fascisti durante gli anni della guerra in Italia, dal 1943 al 1945. Fascicoli con nomi e cognomi dei colpevoli, elenchi di vittime, testimonianze raccolte da carabinieri o da militari inglesi e americani, spesso anche a pochi giorni dai fatti. Fascicoli in cui è scritta la terribile storia della guerra condotta da nazisti e fascisti contro la popolazione italiana. La guerra contro i civili che causò almeno 15.000 morti.

Quei fascicoli, nel 1960, furono “provvisoriamente archiviati”, un provvedimento abnorme non previsto da alcuna norma, e che è consistito, semplicemente, nella loro “sepoltura nell’ “Armadio della vergogna”. La ragione fu politica. Processi che mettevano alla sbarra ex ufficiali dell’esercito tedesco con l’accusa di centinaia di omicidi non avrebbero giovato ai buoni rapporti tra Italia e Germania occidentale.

Nel 1994 i fascicoli riappaiono durante le indagini su Erich Priebke, poi condannato per l’eccidio delle Fosse Ardeatine. Il primo articolo che ne parla, firmato da Alessandro De Feo e Franco Giustolisi, esce sull’’Espresso nel 1996. Da Roma i fascicoli partono per le procure militari competenti. Vengono riprese, dopo cinquant’anni, le indagini, si celebrano processi dove sfilano a decine i testimoni diretti di quegli orrori, i sopravvissuti. Gli imputati sono ufficiali e sottufficiali delle forze armate tedesche. Molti vengono assolti, una cinquantina condannati all’ergastolo. Ci sono i responsabili delle stragi di Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, Fivizzano, Civitella in val di Chiana… Ma le sentenze non vengono mai eseguite, nessuno ne chiede mai davvero l’esecuzione.

La pressione dell’opinione pubblica aumenta, Giustolisi e l’Espresso sono in prima linea. Nel 2003 viene istituita una Commissione parlamentare di inchiesta. I documenti inviati dai tribunali vengono catalogati e studiati, le audizioni sono numerose ma alla fine le relazioni saranno due. Una di maggioranza che non attribuisce a una precisa volontà politica l’affossamento delle inchieste. Una di minoranza, firmata dal deputato dei Democratici di sinistra Carlo Carli, che dice esattamente l’opposto.

Adesso l’accesso diretto ai documenti della Commissione dovrebbe consentire una più ampia presa di coscienza sulla profonda ingiustizia perpetrata ai danni delle vittime di quelle stragi.  Dice la presidente della Camera Laura Boldrini: “Sono contenta che il percorso di trasparenza di Montecitorio si arricchisca di un nuovo e importante capitolo perché un Paese veramente democratico non può avere paura del proprio passato”. Restano, nella coscienza del nostro Paese e oltre al silenzio durato mezzo secolo, quelle condanne all’ergastolo dei criminali nazisti che nessuno ha mai cercato di eseguire. E il destino di altre decine di fascicoli che non sono mai stati oggetto di vere indagini e che sono simbolicamente tornati nell’ “Armadio della vergogna ”.

IL MINCHIATA-VIRUS ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA—– CIA DECAPITATA IN AFGHANISTAN —– MICIDIALE COLPO ALL’INTELLIGENCE USA DI CUI NESSUNO PARLA

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/02/il-minchiata-virus-arma-di-distrazione.html

MONDOCANE

SABATO 1 FEBBRAIO 2020

 

https://youtu.be/SwI9FWqWQ3c  Byoblu, trasmissione sulla caduta (abbattimento?) in Afghanistan dell’aereo con il capo CIA del Comando Medioriente.

Grazie alla preziosa web-tv Byoblu e a una discussione a cui ho potuto partecipare, ecco un altro link, dopo quello  in cui si parlava del dopo-Soleimani e dell’aereo ucraino abbattuto su Tehran (nell’ultimo post), su una gigantesca fake news andata a male. E stavolta si tratta del tentativo affannoso di far sparire dal confronto USANATO-resto del mondo una botta micidiale inferta al massimo strumento della strategia imperialista, la CIA. Vi hanno nascosto l’abbattimento di un aereo-spia che, per conto della Cia e del Dipartimento di Stato, eseguiva nell’area Iraq-Iran-Afghanistan e regioni collegate le stragi e gli assassinii mirati commissionati da Washington, o, più precisamente, dallo Stato Profondo, o Governo Parallelo neocon, dominato dalla stessa CIA.

Il minchiata virus come arma di distrazione di massa

La smisurata e scomposta campagna allarmistica sul Coronavirus in Cina, su cui si sono scatenati i delegati globalisti alla sinofobia, finalmente in auge dopo gli anni gloriosi degli addetti alla russofobia, serve, oltreché ad altri obiettivi, a diabolizzare la Cina, nemico numero uno, o due, a seconda delle fazioni. Ma, nella contingenza, è utilizzata per occultare in prima linea lo smacco senza precedenti subito dalla CIA in Afghanistan e, in seconda, a distogliere l’attenzione dalla disgregazione del gioiello antisovranista, totalitario e vampiresco delle oligarchie antidemocratiche Usa ed europee, felicemente iniziata con la dipartita dall’UE del Regno Unito. Noi complottisti con la fissa del dietro le quinte, ne conosciamo anche altri, di motivetti e motivoni per l’isteria. Tipo la vendita agli sciocchini di milioni di mascherine che non servono a una mazza. O, nel secondo caso, aggiungere “emergenza” legislativa a “emergenza” (terroristica, climatica, fascista, ora da minchiata virus), per arrivare, per tante buone ragioni, a quella emergenza generale e perpetua che ci fa ritrovare nell’agognato Stato di Polizia.

Qualcuno, Tg o giornale o radio ha anche solo accennato alla notiziola che, in Afghanistan, è stato polverizzato il Comando Cia per il Medioriente?

Prima di passare al tema centrale della tavola rotonda dell’emittente di Claudio Messora, due parole sull’operazione Big Pharma-Cina, attivata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che, a dispetto del suo dante-ragione yankee, non ha proprio potuto esimersi dal riconoscere l’efficienza del sistema sanitario cinese. Acclarato che il Minchiata Virus non è che l’ormai quasi annuale mutazione del solito, eterno, virus influenzale, che nel mondo falcidia ben oltre le vittime e i contagiati attribuiti a quello cinese dall’isteria strumentale dei nostri media e politici, miliziani di complemento della globalizzazione, ci si impone quel minimo di complottismo che fa uscire dai gangheri i propagandisti delle cospirazioni del Potere (ascoltate Fausto Biloslavo nel programma citato).

E arriviamo a due ipotesi, che possono anche essere complementari per quanto di matrice opposta. La più verosimile: la psicosi che induce un terrore tale nelle popolazioni da far sbattere allo Spallanzani e poi in quarantena chiunque starnuti, o abbia un colpo di tosse, serve a garantire i soliti miliardi ai produttori del vaccino che presto o tardi spunterà. La più azzardata: il governo cinese, pur consapevole della portata più o meno normale dell’epidemia influenzale, ha allestito quell’ambaradan gigantesco di interventi e blindature di popolo in un terzo della Cina, per sperimentare come difendere il paese in caso di un, attacco batteriologico che certi psicopatici alla Stranamore rendono del tutto verosimile.

Decapitata la CIA in Medioriente?

Lunedì 27 gennaio si sfracella a terra un aereo dell’Usa Airforce (USAF) nella provincia orientale di Ghazni, in Afghanistan. Gli Usa dicono che è caduto, i Taliban, che controllano l’area, fonti governative a Kabul, agenzie afghane, l’Intelligence russa, l’organizzazione dei reduci americani Veterans Today, due diffusissimi quotidiani britannici (Il Daily Mail, legato ai Servizi e il Daily Mirror, laburista), affermano che è stato abbattuto e che a bordo si trovava la créme de la créme del massimo servizio segreto Usa. Una decina di dirigenti CIA, insieme a colleghi della NSA (National Security Agency), con il capo CIA per le missioni speciali (leggi assassinii mirati) in Medioriente, Michael D’Andrea. Uno davvero grosso, uno specialista di ecatombi imperiali, un Darth Vader in carne e ossa, detto “The Dark Prince” (Il Principe Nero), per la sua valenza terroristica, e anche “Ayatollah Mike”, per essersi convertito all’Islam onde sposare una musulmana. L’estremo imbarazzo del Ministro della Difesa statunitense, Mark Esper, che su questo popo’ di calcio nei denti si limita a borbottare: “Sono al corrente della situazione, ma non ho altro da riferire al momento”, e il successivo silenzio di tutti, compresi i nostri media embedded, parrebbero avallare la versione dell’abbattimento.

Da parte di chi? Dei Taliban a cui potrebbe essere rimasto un missile Stinger, di quelli lasciati lì dai sovietici in partenza e che possono raggiungere anche le notevoli altezze del “Bombardier E-11A”?  Dei Guardiani della Rivoluzione Iraniana, dotati di missili Manpada di ben altra portata, lanciati o da una pattuglia penetrata nell’area, o da casa, visto che il confine iraniano si trova a superabilissimi 600 km da Ghazni, che così avrebbero completato la propria ritorsione per l’assassinio del loro capo Soleimani? E’ un’ipotesi accreditata dall’agenzia russa Avia.pro, mentre i Pasdaran tacciono. Forse non ce lo dirà la cronaca, visto con quale solerzia si è gettata sull’evento. Forse ce lo confermerà la mancata riapparizione di D’Andrea. Forse lo sapremo dalla Storia.

Precipitato, o abbattuto il vertice CIA in Medioriente?

Bombardier E-11A, aereo spia

E’ che il fatto è drammatico, umiliante, catastrofico per chi l’ha subito. L’aereo, di media grandezza e dunque capace di portare decine di persone, era un Bombardier E-11A, sviluppato dopo che una strage di ben 19 marines in un agguato dei Taliban, nel 2014, aveva illustrato le carenze di comunicazione tra reparti. Del “Bombardier E-11A, costosissimo, ne furono fabbricati solo quattro esemplari, tutti con gli stessi compiti. Come gli altri, quello schiantatosi era stracolmo di apparecchiature elettroniche sofisticatissime, utili non solo a comunicare con le unità a terra, ma anche a operazioni di spionaggio e interferenza elettronica a vasto raggio. Bruciature e altri danni visibili sulla carcassa indicherebbero l’abbattimento con un missile. Sui resti è intervenuto un reparto americano, ne ha portato via due corpi e ne ha distrutto quanto rimaneva dopo che i Taliban avevano recuperato sei corpi e parte degli apparati.

 Michael D’Andrea, comandante CIA Medioriente

Complottisti per evitare di essere minchiati

Dal silenzio delle autorità di Washington e Langley e da quello, davvero significativo, dei nostri media, come nelle volenterose minimizzazioni di alcuni interlocutori di Byoblu, il cui argomento principale era la stantia accusa di “complottismo” a chi non si rassegna a quel silenzio e osa avventurarsi verso altre fonti, emerge la credibilità di queste ultime. Tanto più che, a sei giorni dall’evento, non è arrivata alcuna smentita ufficiale a quanto affermato dai Taliban e, tanto meno, è apparso in vita Michael D’Andrea, a smentire i famigerati complottisti. D’Andrea era il massimo responsabile della Central Intelligence Agency per le operazioni in Medio Oriente. E’ definito “Capo delle operazioni contro nemici in Iraq, Iran e Afghanistan”. Di solito l’aereo, piattaforma spia più avanzata degli Usa, ospitava, con D’Andrea, tutto il Comando Mobile della Cia. Le attrezzature e i documenti sarebbero ora, secondo le agenzie russe, in mano ai Taliban. E questo, insieme alla scomparsa di D’Andrea, sarebbe davvero un colpo strategico funesto per le attività militari statunitensi  non solo in quello scacchiere.

D’Andrea e bersagli veri e finti: Bin Laden, Al Baghdadi, Soleimani….

Il “Principe Nero” aveva quella licenza di uccidere di cui il presidente Obama, caro ai nostri sedicenti sinistri, aveva dotato se stesso, nominandosi al tempo stesso accusatore, difensore, giudice e boia, quando inaugurò la lunga serie di assassinii di “sospetti” selezionati su suggerimento dei servizi e sanciti da sua scelta e firma. A D’Andrea vengono attribuiti la finta esecuzione di Osama bin Laden ad Abbottabad nel 2011. Ma il capo di Al Qaida viveva attaccato a una macchina ed era morto a Islamabad di diabete, degenerato in nefrite, prima del Natale 2002. Lo confermano gli annunci mortuali apparsi sulla stampa pakistana e convalidati da comunicati del governo e da una ricerca del Premio Pulitzer Seymour Hersh. Anche l’operazione che avrebbe portato all’uccisione del capo dell’Isis, Al Baghdadi, in Idlib, Siria, sarebbe una tacca sul suo fucile.

Peccato che dei corpi – quindi dell’evidenza – sia di bin Laden, che di Al Baghdadi, non sia rimasto nulla, per essere stati entrambi sottratti agli autoptici e alle nostre certezze mediante dispersione in mare. Del resto, l’inseguimento di un Al Baghdadi strepitante di paura, con le sue donne, per una galleria sotterranea, da parte dei soliti Navy Seals, arrivati a Idlib in elicottero, dopo aver bombardato a tappeto la zona, tanto da non lasciare in vita neanche i topi di quella galleria, è stato visto in diretta tv dal solo Donald Trump. Mentre nessun radar di tutte le forze interessate all’evento aveva registrato, per le ore e gli spazi indicati, un oggetto volante più grande di un passero. Ogni tanto il giustiziere di siriani, iracheni, iraniani, afghani, era indotto a millantare.

Soleimani, comandante delle Guardie della Rivoluzione, Al Muhandis, comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare

Di sicuro, invece, gli spetta la riconoscenza di Washington, dei suoi alleati, dei suoi mercenari, da Al Qaida all’Isis e ai curdi, per il missile americno che ha incenerito i due vincitori del terrorismo islamico, l’iraniano Qassem Soleimani e l’iracheno Abu Mahdi al Muhandis.

Tutto il resto e molto di più, grazie a coloro che si dicono miei colleghi, al link sopra indicato.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:41

BYOBLU, IL SOTTOSCRITTO, L’ASSASSINIO DI SOLEIMANI, L’ENORME FALSE FLAG DELL’AEREO UCRAINO ABBATTUTO SU TEHRAN, E STUPENDI ESEMPI DI GIORNALISMO EMBEDDED

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/01/byoblu-il-sottoscritto-lassassinio-di.html

MONDOCANE

VENERDÌ 31 GENNAIO 2020

Quello che troverete in questo link è una tavola rotonda di Byoblu, l’eccellente emittente web di Claudio Messora da cui riceviamo un’informazione che dà voce anche a eterodossi a rischio di censura come il sottoscritto che qui è chiamato a confrontarsi con alcune figure, abbastanza patetiche nei loro propagandismi Usa, del giornalismo cosiddetto embedded.
Qui si parla di Iran, dell’assassinio del generale Qassem Soleimani e di quanto i media di regime non hanno voluto farvi sapere sull’abbattimento dell’aereo ucraino sopra Tehran. Si tratta di informazioni davvero sconvolgenti su chi con ogni probabilità è stato il responsabile di questa enorme provocazione False Flag contro l’Iran, che poche ore prima con i suoi missili aveva colpito e devastato due basi militari Usa in Iraq.
 

BAGHDAD-ROMA: PACIFISTI ANTIGUERRA E PACIFISTI DI GUERRA —– CHI VIVRA’… IRAQ ! —– ELEZIONI: ZUPPA BATTE PAN BAGNATO

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/01/baghdad-roma-pacifisti-antiguerra-e.html

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 29 GENNAIO 2020

 

Elezioni: il punto, anzi il puntino

Archiviamo subito la sempre deprimente questione “elezioni”, per poi passare alle cose serie: pace e guerra, finta la prima, vera la seconda. Sfuggiamo a fatica all’onda anomala dello tsunami orgasmatico del 98% dei media italiani, scatenato dagli esiti giudicati esaltanti da chi padroneggia l’intero sistema di fake news nazionale, simboleggiato dalle 10 pagine della “Repubblica” dedicate ai sette punti di vantaggio di Bonaccini su Borgonzoni, seguite da una pagina sola in cui si nascondono i quasi venti punti di vantaggio del centrodestra in Calabria. Ecchissenefrega, alla Calabria (e molto oltre) ci pensa la ‘ndrangheta.

L’autofagia di Grillo e Di Maio

Quanto ai Cinque Stelle, hanno raccolto quanto hanno seminato Grillo, l’equivoco chierichetto degli orchi piattaformisti di Silicon Valley, il suo ragazzo di bottega Di Maio, il premier all’orecchio della Curia e soci. Hanno raccolto il frutto marcio prodotto dall’inquinamento di Sistema, dalla perdita di alterità, terzietà, rispetto a coloro che dovevano restare l’opposto e il contrario su tutti i piani, internazionale e domestico. Dall’ambiente abbandonato agli ecocidi, ai diritti degli ultimi, penultimi e non primi, dalle servitù in politica estera, all’annacquamento del contrasto all’etnocida operazione migranti del globalista Soros, con le sanguisughe Ong attaccate al bancomat costruito dalle Ong con la pelle degli africani, siriani, afghani. Fino al mancato recupero di una sovranità indispensabile alla democrazia, al riscatto sociale, alla liberazione dal cappio degli eurotiranni. Sulle loro spoglie mortali, ora si erge luminosa la figura di Vito Crimi, uno che suscita lo stesso entusiasmo ed emana lo stesso carisma di una patatina abbandonata dopo il Camparino.

Nell’armata brancaleonica dei parlamentari 5S, scesa dalla piscina sull’attico direttamente nelle canalizzazioni sotterranee, c’è una truppa di sprovveduti e opportunisti che dalla catastrofe trae il rimedio letale: consacrare in matrimonio la pratica sodomitica subita dalla Lega e poi dal PD. Masticati prima dall’una e poi digeriti dall’altro. O ci si libera di costoro, ultra-papisti alla Conte e ultra-atlantisti alla molti altri, che governano in nome del già citato brigante ungherese e di Padre Pio, cappellano squadrista nel 1922, e quel tantissimo che rimane del MoVimento sul territorio, più i vari Di Battista, Paragone, Morra, si dà una mossa, anche sotto altro nome, o è la fine. Che, per un bel po’, sarebbe la fine di tutti noi, diversamente italiani, diversamente umani. A sistemarci per le feste ci penserebbero spaventevoli sinistri, tipo Orfini e Renzi e loro fans nelle grazie di Soros, come le Sardine, o la “coraggiosa” Eli Schlein, decisiva per la vittoria a Bologna del primatista italiano di consumo del suolo (nella lista degli eurodeputati cari al globalista Soros, insieme a Cofferati e Spinelli).

La cruciale scelta tra zuppa e pan bagnato

Al di là dei trionfi celebrati dall’ ormai istituzionale unanimismo destra-destrosinistra, fatto passare per bipolarismo, il risultato emilianoromagnolo calza come un pedalino stinto il piede caprino del miscione politico nazionale. Uno è benemerito per clientelismo – do nido ut des voto – Grandi Opere, privatizzazioni, trivelle, cemento e asfalto a gogò, Nato e UE, secessione e, dunque, per alto tradimento dell’unità nazionale sancita dalla Costituzione. Costui ha sconfitto un altro benemerito per clientelismo – do armi per tutti ut des voto – Grandi Opere, privatizzazioni, trivelle, comento e asfalto a gogò, Nato e UE, secessione, dunque, per alto tradimento dell’unità nazionale sancito dalla Costituzione. Il più ganzo ed epico dei commentatori, Massimo Giannini di “Repubblica”, insignendo se stesso delle più alte onorificenze alleate, in attesa di essere proclamato baronetto dalla Regina, Sir Maximus, chiama questa collusione di operosi sensi, con meraviglioso senso delle proporzioni, “Stalingrado non è caduta”.

Sarebbe come proclamare megalopoli Sgurgola, o chiamare il mio bassotto Mohammed Ali. Peste colga invece quei Cinquestelle che, col voto disgiunto, hanno deciso la vittoria del cementificatore secessionista. Complimenti per come hanno recepito l’insegnamento del Grillo Sparlante, ahinoi non raggiunto dal martello di Pinocchio.

La Soros-Jugend

Voi invece provate a indovinare chi dei due gemelli bipartisan è centrosinistra e chi centrodestra. Le Sardine del filo-petrolieri Santori, con endorsement entusiasta del peggiore brigante mondiale, perciò anche dette Soros-Jugend, oggi in campo per lo Jus Soli, piede di porco (non c’è termine più adatto) per scardinare popoli, identità, radici, sovranità, cultura e futuro dei dominati, specchietto delle allodole della tratta, non hanno avuto dubbi: da sempre al fianco di chi queste cose le fa meglio. Sono rivoluzionari in difesa dell’esistente piramidale, amatissimi dal Potere, a chi lo rosicchia nei bassifondi, a chi ne prende il sole sui colli più elevati. Per fortuna fra un anno non ci saranno più. Li troverete, come certi predecessori del ’68 calpestato, nelle redazioni, nei consigli d’amministrazione, in Parlamento, o da Zuckerberg, alla cui libertà d’espressione la petrosardina Santori collabora, esigendo il DASPO per chi parla male di loro e dei loro referenti e sponsor.

Queste le parole d’ordine in USA.

Roma, manifestazione per la pace, o per la Pax Americana?

Una superfetazione di Ong, associazioni, gruppi e gruppuscoli, sindacati gialli, club del confortevole vivere colonialista e razzista, all’ombra e con le idee – e talvolta gli sghei – del solito Soros, commesso viaggiatore dello Stato Profondo USA, golpista e guerrafondaio, hanno proclamato e poi condotto, il 25 gennaio a Roma, una manifestanzioncella definita “per la pace”. Per la pace della coscienza di brave persone, sciocchi, utili idioti, amici del giaguaro e aperti propagandisti delle guerre USA-Nato con relativo mercenariato terrorista. Hanno colto al volo un appello della maggiore organizzazione pacifista statunitense e internazionale, l’UNAC (United National Antiwar Coalition), quella di cui vi ho fatto la cronaca da Dublino in occasione di un’assembla contro le basi USA-Nato. Una manifestazione chiara e precisa, quella negli Strati Uniti: “No alla guerra all’Iran, Usa fuori dall’Iraq e dalla Siria, Basta sanzioni, No Nato”

I finti emuli nostrani l’hanno pervertita e si sono gonfiati come tacchini di pacifismo farlocco. Quella che era una chiamata contro l’imperialismo, le sue guerre, in difesa dei popoli aggrediti, dalla parte delle vittime e contro i carnefici, è stata degradata in un fiancheggiamento politico-ideologico ai pretesti falsi e bugiardi addotti proprio dagli stessi carnefici

Concorso esterno in omicidio

Dal palco di questi sfigati, conniventi e collusi, si sono sentite soprattutto voci contro quelli che stanno sulle palle al colonialismo di ritorno. Ospiti d’onore, dissidenti iraniani e siriani, hanno imprecato contro l’Iran martoriato dalle sanzioni Usa, la Siria insanguinata e frantumata e i rispettivi “dittatori”, cantato alleluja per l’uccisione del generale Qassem Soleimani, “feroce assassino”, inni ai “popoli che si rivoltano contro dittature e lottano per la democrazia”. Dove si rivolterebbero codesti “popoli”? In Bolivia, Cile, Colombia, Francia? Scherziamo? Andiamo sul sodo dei Soros, Clinton, Bush, Obama, Blair,Trump: si parla di “popoli” alla Otpor, che danno fastidio ai governi che danno fastidio agli Usa, ai paesi Nato, al colonialismo-imperialismo tutto. Quindi: Libano, Iran, Iraq, Algeria, Sudan, Hong Kong e quanti altri “colorati” la Cia e la NED sanno mettere in piazza.…

Io ovviamente non c’ero e se ci fossi stato ci sarei andato come chi affronta il Coronavirus, la nuova SARS in Cina, quella pompata a dismisura dai media pur di parlare male della Cina e pur di occultare il proprio silenzio sul colera in Yemen, o dell’Ebola in Africa che ne stanno ammazzando a migliaia.

Ho criticato in rete, con un po’ di ortiche, un attivista statunitense  che, contro l’avviso dei suoi, ha voluto dare il suo concorso alla sorosata romana. Fa il capo del gruppo “No War”, ma è politicamente tagliato con l’accetta liberal yankee. Dal connubio con i tre trotzkisti e rifondaroli presenti e in oggettiva combutta con Soros per la guerra ai “dittatori” sgraditi alla plutodittatura USA, come all’etnocrazia israeliana, gli è venuta l’allucinazione di un “grande fronte antimperialista”. I “volemose tutti bene”, cultori del galateo praticato all’ora del tè con la Regina, si sono scatenati per la natura “scomposta” del mio rimbrotto. Naturalmente nessuno è entrato nel merito di quella che era una ragionata confutazione del perché ai collusi con le ragioni “democratiche e dirittoumaniste” avanzate per le guerre, semplicemente non ci si va. O semmai ci si va per buttare all’aria il palco. Verbalmente, per carità.

L’otporino italico

E quindi non ho visto Fabio Alberti, uno degli intervenuti anti-guerra. Lo conosco bene. Con un suo gruppo del “Ponte per…” sono stato varie volte in Iraq, quando, collaborando con le agenzie di Saddam, accompagnava gruppi di visitatori solidali e portava cartoni di medicine al popolo. Insieme a Baghdad nel 2003, nell’imminenza dell’attacco di Bush figlio, abbiamo perfino fatto gli scudi umani. E prima, insieme pure in Serbia, sotto le bombe, quando saltavano i ponti, i treni, gli ospedali e la grande Zastava, cuore operaio della Jugoslavia e davvero ci voleva coraggio. E, poi, al tempo del golpe contro Milosevic e la prima apparizione, con Otpor, dei “colorati” Cia.  Era un altro “Ponte per…” allora.

Oggi si è dato una mutazione genetica. Alberti e i suoi si sono ravveduti e la stella di Soros, quanto meno dei suoi propositi su migranti, guerre e mondo, splende sui ravveduti. L’ultima volta l’ho visto a Piazzale Ostiense, sotto lo sventolio delle bandiere  dei “ribelli” siriani e tra gli slogan di chi voleva Assad morto e la Siria democratizzata dagli americani e dall’ISIS. E lì è rimasto.

Confortato da quei personaggi che pensano di fare gli antimperialisti sui presupposti propagandistici degli imperialisti: “lotta contro i dittatori, la corruzione (non manca mai), per la democrazia, per i diritti umani”. Patrick Boylan, capo di No War Roma, che sei corso a rinfoltire questa gente, forse lo sai, forse no: hai fatto da stampella. E continuerai a farlo finchè condividerai il trucco della “lotta contro i dittatori e la democrazia”. Come facesti a Zagarolo, sul palco accanto a me, ricordi, a proposito di Assad.

Milioni a Baghdad per il ritiro degli Usa

Alberti e facilitatori affini, celebrando i “movimenti di rivolta dei giovani iracheni” si riferiva a quei sodali di Otpor in Serbia, Venezuela, Bolivia, Georgia, Ucraina, Hong Kong che, in coincidenza con la crescente protesta contro la presenza americana e Nato, da parte dei partiti e dei vincitori dell’ISIS, ISIS scelleratamente foraggiato dagli Usa, hanno allestito una loro “rivoluzione colorata” nel Sud del paese “Contro la corruzione, la mancanza di acqua ed energia, le infrastrutture a pezzi e, ovviamente, le interferenze iraniane”. Non una parola dedicata alle due guerre e all’occupazione Usa, alle devastazioni causate dall’irruzione dell’ISIS, alle rapine della risorsa petrolifera da parte delle multinazionali arrivate al seguito dei missili americani. E basterebbe questo.

CHI VIVRA’…IRAQ!

Ma dal volto sporco di servilismo e complicità col nemico, la maschera colorata è caduta definitivamente quando quei “giovani iracheni in rivolta” hanno reagito con efferata soddisfazione all’assassinio di un altissimo rappresentante istituzionale di uno Stato sovrano, ospite di un altro Stato sovrano, prestigioso e amatissimo vincitore della marmaglia mercenaria dell’imperialismo, protetto da immunità diplomatica: Qassem Soleimani.

https://twitter.com/i/status/1220641129651003392

https://youtu.be/f3plTR1Dcew   due video delle manifestazione per il ritiro degli Usa dall’Iraq

Milioni contro gli USA e…Otpor

Forze di Mobilitazione Popolare

Quando venerdì scorso le città irachene, a partire da Baghdad, sono state sommerse da una autentico popolo in rivolta, ma stavolta contro gli occupanti e rapinatori a mano armata, e perfino le agenzie internazionali hanno dovuto parlare di una massa sterminata di donne e uomini, tra uno e quattro milioni, che esigevano l’uscita dal paese di chi ne ha già ucciso tre milioni e affamato il resto, la rivolta del popolo colorato a stelle e strisce, celebrato dai cabalisti del 25 gennaio romano, si è risolta in pigolìo, per poi tacersi.

Quei milioni hanno dimostrato che, nonostante trent’anni di aggressione, genocidio, devastazione, sanzioni, depredazione, un oceano di sangue, il popolo culla della civiltà umana, che ho frequentato da quasi mezzo secolo, di cui ho visto la gloria, la prosperità, l’orgoglio, l’impegno per la Palestina e per gli oppressi tutti e, poi, l’incommensurabile ingiustizia, l’indicibile dolore, la distruzione, l’oscena diffamazione e al quale ho lasciato parte del mio cuore, è vivo. E lotta, purtroppo non posso dire “insieme a noi”, ma per tutta l’umanità. Cerchiamo di esserne degni.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:02

Giorno della Memoria – Leggi Razziali

In primo piano

A proposito delle “Pietre ad inciampo” perchè non posarne qualcuna con i nomi di quei Prefetti, Questori, Magistrati e Funzionari vari che durante il fascismo si distinsero nel fare rispettare ed applicare leggi infami.

Se Mussolini potette fare tutto quello che ha fatto, è perchè aveva molti collaboratori.

Leggi Razziali VIDEO 

leggi razziali

 Le leggi razziali. Ottant’anni. Perché tutti le approvarono. E perché contro gli ebrei.

leggi razziali Ottant'anni.

 

Giorno della Memoria – 1938 le Leggi Razziali – da Passato e Presente – RAI 3

Leggi Razziali

Il 16 ottobre 1938, in Italia, entrarono in vigore le Leggi Razziali (ancora non eravamo in guerra), VERGOGNA!

Leggendole oggi potrebbero addirittura sembrare ridicole ma le conseguenze furono TRAGICHE per milioni di esseri umani.

Le Prefetture avvalendosi della fattiva collaborazione delle Questure, notoriamente incapaci nel perseguire i veri criminali, dimostrarono in questo caso, una straordinaria efficienza, classificando, nell’arco di poche settimane, oltre 40 milioni di italiani in base agli ottavi di sangue ebraico e questi elenchi furono poi ovviamente consegnati agli occupanti nazional-socialisti Tedeschi che ebbero quindi facilitato il loro “lavoro”.

Da osservare il che se si fossero comportati “normalmente”, senza rischiare nulla, per una attività del genere avrebbero impiegato anni e si avrebbero avuti gli elenchi solo a guerra finita, quindi con tanti morti in meno.

Che la vergogna perenne cada sui responsabili di questa infamia, di questo crimine.

Da non dimenticare il che i solerti magistrati non si “tirarono” quasi mai indietro quando si trattava di applicare le Leggi fasciste, avrebbero potuto anche solo “tirarla un po’ alla lunga” come da loro normale abitudine, invece sovente lo fecero molto rapidamente e “volentieri “.

Gli attuali “occupanti” dei posti in Prefettura, in Questura ed in Magistratura, oggi si comporterebbero diversamente? Credo proprio di no, oggi come allora affermano di eseguire solo ordini, e lo fanno sempre con scrupolo e “volentieri”.