“IL MANIFESTO” SU JULIAN ASSANGE —– QUANDO UN GIORNALE (ANTI)COMUNISTA SI MISURA CON UN GIORNALISTA VERO E CON IL CARCERE ALLA LIBERTA’ DI STAMPA

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/02/il-manifesto-su-julian-assange-quando.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 25 FEBBRAIO 2020

 

«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare»

Martin Niemöller (1892-1984)

Operazione Coronavirus, scusa un attimo

Sorvolo per il momento sul focolaio di carognavirologi e carognamediatici e carognapolitici che dovrebbe fare da innesco al dilagare di un incendio, globale come tutti gli altri crimini contro l’umanità, programmato per incenerire quanto ci resta di libertà, socialità e vivere collettivo. Siamo davvero alla più massiccia esercitazione dell’arma fine del mondo mai compiuta, sia in termini di avvio dello scontro finale con la Cina e la sua Via della Seta, che poi significa evitare la fatale (nel senso della logica storica, geografica, culturale e, quindi, del destino) congiunzione eurasiatica, contro l’insensata, artificiale, forzata e letale aggregazione subalterna transatlantica.

Ma devo dire due parole su un simbolo dello scontro in atto tra libertà individuale e collettiva (a 75 anni dalla fine delle dittature europee siamo a questo punto!) e su come questo simbolo, maestoso, incorrotto, di un coraggio senza uguali nel mondo cui appartiene, capace di raccogliere il sostegno, l’indignazione e la commozione di milioni di persone perbene, viene pugnalato alle spalle da chi si professa dalla parte dei giusti e delle vittime.

Assange come lo vedono gli umani

Sabato un gruppo neanche poco folto di romani s’è riunito in Piazza del Popolo per ricordare, onorare, sostenere Julian Assange. Erano gli “Italiani per Assange”. Lo stesso a Milano, il Comitato per Assange, in Piazza Liberty, domenica. Nelle stesse giornate a partire da Londra, una grande marcia è stata dedicata al giornalista vindice della libertà di stampa e di espressione e rinchiuso per queste colpe in un carcere di massima sicurezza in attesa di estradizione in una prigione Usa per 175 anni, sotto 17 accuse di spionaggio e rivelazione di documenti classificati. In tutto il mondo persone custodi dell’onesta percezione e trasmissione della realtà si sono mosse nello stesso senso. Persone perbene, impegnate per il bene massimo che rende dignitosa e vivibile la vita: la verità, il poter vedere e capire la differenza tra male e bene, giusto e ingiusto, vero e falso. Il poter attribuire responsabilità, negare l’impunità. Quindi, borghesi, operai, studenti, intellettuali, poeti, scienziati, comunisti, socialisti, liberali, vagabondi, animalisti, destri, atei, religiosi…. giornalisti.

Non tutti. In Italia pochi frammenti di un discorso che infastidisce, reazioni rituali. Come quasi sempre in Europa, in Occidente, nei media “mainstream” (per dire “di regime”), se non per fortuna qualche volta nei social, la categoria dei “comunicatori” ha saputo dare il meglio dell’ignavia, dell’opportunismo, del servilismo, dell’ignoranza. I migliori erano comunicati secchi, qualcuno con un veloce riferimento all’eventuale minaccia alla libertà di stampa, sulla prima udienza lunedì in tribunale per il no o sì (garantito) all’estradizione nelle Guantanamo della belva colpita da Assange. Da Assange e da chi, ora donna, gli ha fornito gran parte delle informazioni che la belva l’hanno spogliata delle sue tonache e dei suoi sai: Chelsea Manning, dopo 7 anni di galera, ora di nuovo incarcerata perché, eroica, si rifiuta, “fino alla morte” ha giurato, di testimoniare contro Julian davanti alla schifezza di un Gran Giury segreto. E predeterminato.

Alla luce della fervida predilezione del “manifesto” e del nume Soros per certe minoranze, almeno la transgender Chelsea avrebbe dovuto meritarne, se non altro, un po’ di solidarietà. Ma c’è evidentemente transgender e transgender.

Il meglio di sé l’ha dato un giornale che in ogni pagina, ogni titolo, ogni riga, rinnega quanto figura nella testata: “quotidiano comunista”. Sono abituato, per annosa consuetudine, alla lettura di questo organo, che richiederebbe da chiunque di essere demistificato e sottratto alle illusioni dei suoi sempre più contaminati lettori, ad affrontare giornalmente le prove dell’allineamento del “manifesto” con le direttrici (o direttive?) atlantiche. Neanche solo di Washington, tipo Giovanna Botteri o Vittorio Zucconi, neanche solo del corrottissimo e guerrafondaio partito obamiano, per il quale ha a suo tempo condotto una campagna invereconda per la signora del genocidio libico, Hillary Clinton.

Un po’ equidistante, un po’ né-né, un po’ Soros

No, se cercate divergenze tra quanto sapete dei progetti della globalizzazione neocon e del loro bancomat George Soros e quanto vedrete sostenuto da questo giornale in termini di “dittatori”, “diritti umani”, gender, migrazioni, Russia, Cina, Iran, Nicaragua, regime change e rivoluzioni colorate, non le troverete. E quindi non troverete nulla che si avvicini a una protesta perché uno Stato della sorveglianza universale, della totale mancanza di trasparenza, della successione di guerre sterminatrici e terrorismi, della manipolazione sistematica e strutturale della verità, si accinge a spegnere una delle ultime, delle più valide e dirompenti voci che ne abbiano rivelato la natura.

Dopo una foto qualche tempo fa di Assange col suo gatto, titolato con avvedutezza  “personaggio controverso” (non riferito al gatto), erano martedì tre quarti di pagina che, da Londra, Leonardo Clausi dedica ad Assange e che riempie di supponenza finta-equidistante e sostanziale denigrazione. E la sua rappresentazione di chi ci ha rivelato gli orrori delle guerre Usa e Nato in Iraq, Afghanistan, la tortura sistematica alla Abu Ghraib, la complicità di Hillary con i terroristi jihadisti finanziati dai sauditi, gli intrighi e le cospirazioni ai danni di governi e popoli per sottometterli a un dominio ricattatorio e totalitario, il servilismo di politici venduti e complici delle sventure inflitte al proprio paese, i colpi di Stati diretti o indiretti in serie, le prepotenze economiche, la libertà di delinquere delle multinazionali, insomma una buona parte della cicuta che di questi tempi viene amministrata all’umanità. Leggetelo per farvi un’idea di cos’è oggi da noi il giornalismo “de sinistra”.

Assange come lo vede “il manifesto”: un hacker!

Accennato in dieci righette all’unico episodio che proprio, delle nefandezze Usa non si potevano nascondere, il mitragliamento dall’elicottero di 12 innocenti, tra cui due giornalisti Reuters a Baghdad, con relative celebrazione a bordo, l’autore, davanti a uno scontro epocale sui fondamentali della società, mantiene un equilibrio da perfetto funambolo tra carnefice e vittima, citando, senza deviare di un millimetro in un senso o nell’altro, la posizione degli Stati Uniti e quella dei difensori di Assange: Usa: “con i “leaks” Assange e Manning avrebbero messo a repentaglio la vita di centinaia di dissidenti in Iraq e Afghanistan, esponendoli a violenza, tortura e morte. Per questo il giornalista e hacker (mai hackerato niente, ma il termine sa di russo e quindi è infamante. Ndr) è da considerarsi un criminale comune e non un perseguitato politico, come sostiene la difesa”.

La Difesa. “L’estradizione non va concessa per la natura politica delle accuse rivolte e perché si sarebbe limitato a divulgare quanto ricevuto dalla stessa Manning e da altri”. Punto. Che chi fa di mestiere il narratore e analista di quanto succede nel mondo perchè i cittadini sappiano sempre tutto, soprattutto le malefatte dei pochissimi che li gestiscono e comandano e per questo, incredibilmente ancora rischia l’intera sua professione, libertà, salute, vita, è una cosa che per il cronista da Londra non vale un battito sulla tastiera. Potrebbe mai balenare a questi nipotini di Hillary che quanto Assange ha fatto avremmo dovuto farlo tutti noi? Per lui il trattamento, per ormai 9 anni, di una persona rinchiusa in una stanza, senza luce del sole, spiata, vessata, chiusa in isolamento in carcere per oltre 50 settimane, ridotta a una larva che, in aula non sa capire il procedimento, fa fatica a declinare le sue generalità, è solo una “persona depressa che rischia di suicidarsi”.

E così sia

Infamia! 
Assange è stato strappato a forza dall’ambasciata dell’Ecuador e, dal cellulare, ha salutato con il segno della vittoria. Che, nonostante le sue condizioni, ha ripetuto in aula. Mai manifestato propositi suicidi. Quelli sono la traslitterazione del “manifesto” di quanto dichiarato ripetutamente dal Relatore dell’ONU contro la Tortura e per i Diritti Umani, Nils Melzer: “Il trattamento di Julian Assange corrisponde a tortura e rischia di farlo morire”.Ma quale suicidio! Forse per esonerare i carcerieri di Londra o quelli futuri di Washington?

Altro vanto deontologico di Clausi è la breve nota su come tutto è iniziato. Su sollecitazione della Cia, in Svezia Assange viene fermato con l’accusa di aver stuprato una donna. La persona in questione nega di essere stata stuprata, ma che voleva solo sapere se ad Assange poteva essere richiesto un test per l’HIV, dato che il rapporto è avvenuto senza protezione. La polizia modifica la deposizione e insiste sullo stupro. La donna protesta pubblicamente e si ritira dal caso. Nel 2011 la Procura di Stoccolma si accinge a chiudere, ma da Londra, dove Assange è chiuso nell’ambasciata, le viene chiesto di mantenerlo aperto. Data la sua totale inconsistenza, alla fine Stoccolma archivia comunque tutto. Non c’è mai stata violenza. Clausi, raccontato il fatto pruriginoso, non riferisce niente delle manipolazioni accertate e si limita a rilevare che “lo Stato svedese ha lasciato cadere le accuse” (per pura generosità?).

Berlino: statue di Snowden, Assange e Manning

Pensate che questo giornaletto sovvenzionato da noti e ignoti, che tanto si agita quando una corretta interpretazione della parità di condizioni di concorrenza gli toglierebbe le decine di milioni che riceve da noi per non essere da noi comprato, e tanto strepita contro l’attacco alla libertà di stampa, avrebbe anche solo lievemente accennato alla minaccia alla libertà, non solo di stampa, implicita nella condanna di un giornalista a cui,  tra tante cose che dovremmo riconoscergli, è di essere, nel nostro tempo, colui

“Che, temprando lo scettro a’ regnatori,
Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela
Di che lagrime grondi e di che sangue
”.


Stiamo con Roger Waters, Brian Eno, Vivienne Westwood e Yanis Varoufakis che a Londra stavano sul palco per Julian Assange e Chelsea Manning. E per quanto ancora ci rimane tra le mani di diritto di dire e di sapere. Stringiamolo nel pugno. “Il manifesto” c’è servito per starnutirci il nostro coronavirus.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 21:24

“IL MANIFESTO” SU JULIAN ASSANGE —– QUANDO UN GIORNALE (ANTI)COMUNISTA SI MISURA CON UN GIORNALISTA VERO E CON IL CARCERE ALLA LIBERTA’ DI STAMPAultima modifica: 2020-02-26T21:11:00+01:00da davi-luciano
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