Pro Natura Piemonte: nuovo ritrovamento Uranio in Val Susa

https://www.tgvallesusa.it/2018/12/pro-natura-piemonte-nuovo-ritrovamento-uranio-in-val-susa/?fbclid=IwAR0540A307PPicmx1nW3dnuqNSqLcfCVyxZedzAMT_eI0ukRlKkXDcmysNo

Uranio in Val Susa, un nuovo ritrovamento. Mentre molti politici, madamine e Confindustria parlano di progresso, si confermano i pericoli per i cittadini.

COMUNICATO STAMPA

30 novembre 2018 Comunicato stampa Pro Natura Piemonte

Valle Susa: ritrovato nuovo giacimento di 

Nel corso di una indagine per verificare ed aggiornare i dati in merito ai pericoli per la salute connessi al progetto di scavo di un tunnel di base, il team di persone che nel novembre di 21 anni fa avevano ritrovato e segnalato le gallerie ed il giacimento di uranio di Venaus, hanno ritrovato anche il secondo importante giacimento della valle che risultava essere in comune di Salbertrand in località San Romano.

L’affioramento non fu scavato con gallerie geognostiche probabilmente per la sua vicinanza al paese da cui dista 1 chilometro ed è localizzato in un prato in cui, in una area piuttosto circoscritta, si misurano alti valori di radioattività, provenienti da rocce profonde uno o più metri rispetto al suolo ed, al momento attuale, irraggiungibili.

I valori registrati sono stati di circa 100 volte il fondo naturale, quest’ultimo misurato ad un centinaio di metri di distanza, sul fondovalle, presso la fontana comunale, Il giacimento è anche a meno di un chilometro a ovest del previsto cantiere della  Lione dove si porterà il materiale scavato per frantumarne una parte da mescolare al
cemento da utilizzare per la preparazione dei “conci” che serviranno a sostenere le volte del tunnel.

Il rimanente materiale di scavo sarà avviato ai luoghi di deposito. Inoltre il giacimento è solo a qualche decina di metri di differenza di quota. Questo conferma l’esattezza degli studi e delle prospezioni eseguite nel 1980 dall’Agip mineraria che aveva rilevato 19 “anomalie spettrometriche” nella parte italiana del Massiccio dell’Ambin in cui deve essere scavato il tunnel.

Due di esse sono i giacimenti di pechblenda di Venaus e Novalesa. LTF/TELT, la società che ha progettato la Torino Lione, non ha mai esplicitato come intende gestire il reperimento di materiali radioattivi, restando assolutamente nel generico su di un rischio che nel peggiore dei casi potrebbe impedire l’attraversamento di una parte del massiccio, mentre in una previsione più “ottimistica” potrebbe mettere in pericolo la salute degli abitanti ovunque siano trasportate o lavorate le rocce estratte.

Per la valutazione del rischio direttamente connesso allo scavo del tunnel di base occorre ricordare che LTF/TELT, relativamente alla galleria geognostica di Chiomonte, non ha mai spiegato:

1) perché a dicembre 2014 ad un solo anno dall’inizio dei lavori di scavo con la “talpa” TBM, ha interrotto le misurazioni della concentrazione del radon, anche se i lavori sono proseguiti nel 2015 e tutto il 2016

2) perché la galleria geognostica di Chiomonte preventivata di 7.540 metri di lunghezza, sia stata bruscamente interrotta a 7.020 metri, cioè 520 metri prima del termine fissato, originando il problema del licenziamento anticipato delle maestranze addette allo scavo.

I problemi per la salute connessi alla costruzione della Torino Lione sono di drammatica attualità anche dopo l’esame degli ultimi progetti: Per il problema dell’amianto la soluzione proposta del deposito nell’ex tunnel geognostico di Chiomonte riguarda un quantitativo di rocce corrispondente ai primi 420 metri di galleria dopo l’imbocco di Susa.

Eventuali altri reperimenti dovrebbero essere affrontati con lo scavo di altre gallerie di deposito che bloccherebbero i lavori per due o tre anni. Ci sarebbero quindi forti pressioni per ignorare il pericolo. Il problema delle polveri sottili PM10 è tutt’ora irrisolto, perché anche valesse la soluzione di utilizzare dei silos, aumenterebbero enormemente i travasi.

Resta quindi di piena attualità la valutazione contenuta nello stesso studio di VIA sul progetto preliminare di LTF secondo cui, “in caso di lavori, ci si dovrà attendere un incremento del 10% delle malattie (e quindi della mortalità) di natura cardiocircolatoria e polmonare.”

Il giacimento di pechblenda di Salbertrand, secondo gli studi pubblicati dal Politecnico di Torino nel 1999 e nel 2004, esprime livelli di radioattività analoghi a quello di Venaus. Ma differenza di questo, a Salbetrand non si può raggiungere la roccia madre ed avvicinare lo strumento di misurazione alla fonte radioattiva.

A Salbertrand è disponibile solo una stretta buca profonda una sessantina di centimetri in cui bisogna infilare la testa ed il braccio attendendo che il contatore raggiunga i valori massimi. In questo modo si son visti valori di 8,50 mR/h (milliRoentgen/ora, uno dei metodi per misurare la radioattività). Estraendo il contatore la misura decade velocemente e questo è il motivo per cui la foto dà una misurazione di 6,52 mR/h. Essendo una operazione pericolosa senza le necessarie protezioni, ci si è fermati a due tentativi.

Il sito di Salbertrand dovrebbe avere una notevole estensione perché ad un centinaio di metri, sempre in una zona a prato montano, è presente almeno un secondo affioramento, qui probabilmente molto più profondo perché i valori sono risultati di dieci volte inferiori. Politecnico di Torino, che dice testualmente: “L’eventuale estrazione del minerale ed il suo abbandono non controllato potrebbe essere molto pericoloso per la salute, anche perché
un contatore geiger non darebbe alcun risultato. La radioattività è proporzionale alla massa del minerale e la polverizzazione delle pechblenda (che avviene all’estrazione, nel deposito e nella frantumazione per produrre sabbia) non consentirebbe una sua facile rilevazione”.

Dal punto di vista biologico il pericolo è costituito in particolare dalle polveri di rocce uranifere, in quanto gli ossidi di uranio emettono radiazioni alfa e beta che, al contrario dei raggi gamma, hanno una massa maggiore ed impattano fortemente persino contro le molecole dell’aria. In condizioni normali queste si esauriscono in distanze dell’ordine di centimetri ma, per questa stessa caratteristica, quando una particella di polvere di pechblenda si posa sulla pelle o viene inalata ed entra negli alveoli polmonari, crea gravi danni perché, la radiazione beta, non attraversa ma colpisce le molecole delle cellule viventi e danneggia il loro DNA, aprendo la via a malattie degenerative.

Il presidente
(Mario Cavargna)

Conferenza Stampa 6 dicembre 2018 – MEDIA KIT + asimmetria costi Italia / Francia

Comunicato Stampa

PresidioEuropa

Movimento No TAV

6 dicembre 2018

www.presidioeuropa.net/blog/?p=17886

Conferenza Stampa No TAV

6 dicembre 2018

MEDIA KIT

L’ASSEMBLEA POPOLARE : 8 DICEMBRE VI ASPETTIAMO A TORINO

Il popolo No TAV riunito venerdì 30 novembre a Bussoleno lancia un’ampia mobilitazione verso l’8 dicembre 2018 con la manifestazione di Torino segue…

Appello per l’8 Dicembre 2018 – 9a Giornata Internazionale contro le Grandi Opere Inutili e Imposte e per la Difesa del Pianeta

Le Resistenze nei Territori Rilanciano il Bel Paese e Difendono il Futuro del Pianeta – Adesioni e Iniziative in Italia

LE AMBIZIONI E GLI OBIETTIVI DEL VERTICE DI CONFINDUSTRIA

Il 3 dicembre, giorno in cui si inaugurava la COP 24 in Polonia, Confindustria si è riunita a Torino, Città No TAV e ha affermato: “Dobbiamo proteggere i “nostri” grandi Progetti dei Corridoi europei” segue…

LA MINISTRA BORNE: SENZA UNA DECISIONE ALL’INIZIO DEL 2019 I LAVORI SARANNO FERMATI

La Francia non l’ammette pubblicamente ma  è ansiosa che l’Italia denunci gli Accordi, con particolare riguardo all’asimmetria della ripartizione di costi che trasferisce alla Francia oltre 2 miliardi di € di fondi pubblici italiani rispetto ad una divisione “condominiale” dei costi. Ma nessuno in Italia ha il coraggio politico di dirlo.

I COSTI NASCOSTI DEL PROGETTO TORINO-LIONE

Ma c’è un altro fatto sul quale desideriamo richiamare l’attenzione di Confindustria, ricordando nuovamente le parole del Presidente Mattarella: il bilancio dello Stato è un bene pubblico.

Gli accordi con la Francia statuiscono che l’Italia dovrà pagare la maggior parte dei costi della parte transfrontaliera della Torino-Lione: perché l’Italia deve finanziare la Francia? segue…

INCERTEZZE NELLA REALIZZAZIONE DEI MEGA PROGETTI

Circa le incertezze, il prof. Bent Flyvbjerg lancia un allarme: “Ci sono sempre stati dei grandi progetti che sono falliti, la differenza oggi è che adesso ce ne sono molti di più, sono molto più grandi, e i fallimenti sono più spettacolari”. segue …

TRA IDOLATRIA E MISTIFICAZIONE

Analisi puntuale del documento ufficiale del 3 dicembre 2018 diffuso da Confindustria a conclusione dell’incontro alle OGR

Boccia, Confindustria:

guerra ai NO TAV per garantirsi profitti parassitari

 …

Invitiamo le/i giornaliste/i a consultare anche il Media Kit della Conferenza Stampa del  7 novembre 2018

CONFERENZA STAMPA NO TAV 7 NOVEMBRE 2018 DOSSIER PER I MEDIA

Ma c’è un altro fatto sul quale desideriamo richiamare l’attenzione di Confindustria, ricordando nuovamente le parole del Presidente Mattarella: il bilancio dello Stato è un bene pubblico.

Gli accordi con la Francia statuiscono che l’Italia dovrà pagare la maggior parte dei costi della parte transfrontaliera della Torino-Lione: perché l’Italia deve finanziare la Francia?

La ripartizione asimmetrica dei finanziamenti tra i due Paesi prevista nell’Art. 18 dell’Accordo di Roma del 30.1.2012 genera un costo al km del tunnel per l’Italia di €287 milioni, ben 4,8 volte più caro del chilometro francese di €60 milioni al km (cfr. il grafico al fondo).

E’ bene ricordare che questa asimmetria aveva portato i Commissari francesi che hanno redatto il Dossier dell’Inchiesta preliminare alla Dichiarazione di Utilità pubblica della sola parte francese del tunnel a scrivere: “L’operazione è positiva per la Francia a causa dell’assunzione della maggior parte dell’investimento da parte dell’Italia”.

La Francia, mentre continua ancora in questi giorni a dichiarare “a parole” di voler rispettare gli accordi con l’Italia, non ha mai aperto il rubinetto dei finanziamenti per il tunnel di base, nonostante debba mobilitare un piccolo investimento per la Torino-Lione (€2,68 Mld. per 45 km di tunnel) di fronte a quello dell’Italia che sarebbe ben più oneroso (€ 3,50 Mld. per soli 12,2 km).

Confindustria e il Governo in carica sono al corrente di questo futuribile trasferimento di ricchezza italiana alla Francia di circa €2,19 miliardi?

 Costo del Tunnel di Base e Importi delle relative quote (11/2018)


Confronto tra la lunghezza delle tratte italiana e francese del tunnel di base e il relativo costo/km

Francia (km 45) € 60 milioni/km

Italia (km 12,5) € 287 milioni/km

LE CAMEROUN PRIVE DE LA CAF: UNE DESTABILISATION ANGLO-SAXONNE ?

* Voir sur PANAFRICOM-TV/

LE CAMEROUN PRIVE DE LA CAF :

UNE DESTABILISATION ANGLO-SAXONNE ?

(‘ZOOM AFRIQUE’ SUR PRESS TV, IRAN, CE 05 DECEMBRE 2018)

sur https://vimeo.com/304825484

Capture

Après avoir été choisi pour accueillir la Coupe d’Afrique des nations de l’année 2019 (CAN 2019), le Cameroun vient de se voir retirer cette organisation au cours d’une réunion extraordinaire du comité exécutif de la Confédération africaine de football (CAF) qui s’est tenue le 30 novembre 2018 à Accra au Ghana.

« CERTES, IL S’AGIT D’UNE INSTANCE AFRICAINE MAIS C’EST SOUS LA PRESSION ANGLO-SAXONNE QUE CETTE DECISION VIENT D’ETRE PRISE » (PRESS TV)

Certes, il s’agit d’une instance africaine mais c’est sous la pression anglosaxonne que cette décision vient d’être prise. Ces mêmes puissances anglo-saxonnes (USA, Grande-Bretagne, Canada et cie) et leurs complices « africains » qui déstabilisent déjà le Cameroun avec la « crise anglophone » au Southern Cameroun, et la sécession terroriste de la soi-disant « Ambazonie » …

Ce qui n’est pas du goût des autorités camerounaises qui expriment leur mécontentement, surtout après le lourd investissement de plus de mille milliards de francs CFA consenti, soit 1,5 milliard d’euros !

Images : PressTV

Montages : PressTV & PANAFRICOM-TV

Diffusion : PANAFRICOM-TV

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L’8 DICEMBRE IN PIAZZA CONTRO TAV, PER IL CLIMA E LA DECRESCITA FELICE

http://www.decrescitafelice.it/2018/11/l8-dicembre-in-piazza-contro-il-tav-per-il-clima-e-la-decrescita-felice/

La linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione è l’emblema delle le grandi opere inutili e dannose che devastano il mondo. Un’opera segnata ormai da una clamorosa mole di documenti e dati che ne dimostrano l’assoluta inutilità e l’enorme danno ambientale e sociale. Basata su previsioni di traffico assolutamente divergenti dalle tendenze riscontrate nella realtà e progettata prima per persone, poi ripensata per merci.

Perché allora costruirla?

La manifestazione “Si TAV” del 10 novembre a Torino è stata voluta e promossa da un cartello di interessi politici ed economici variegato ed alquanto inquietante. Non ha proposto nessun nuovo contributo documentale o tecnico a supporto dell’opera, dato che, per stessa ammissione delle organizzatrici, non vi era grande interesse ad essere competenti in materia: “Non ne sappiamo niente di trasporti – va fatta perché….va fatta’ è stata la dichiarazione quasi letterale di una di loro” .

Ed ecco che allora bisogna “fare per fare”, perché bisogna crescere – investire miliardi in un tunnel che quasi nessuno utilizzerà è più importante dello spreco di denaro, è più importante del disastro ambientale, è più importante dello stravolgimento della vita di una comunità. Questo perché siamo accecati dalla speranza di una crescita che non averrà mai.

Più che una manifestazione, quella del 10 Novembre è stata l’ingenua espressione di una profonda paura dei tanti cambiamenti che accompagnano la fine di un’epoca, un attaccamento irrazionale ad un modello ideologico morente. Potremmo quasi definirla una sorta di “crisi d’astinenza da crescita”.

Il distruttivo modello basato sulla ideologia di una crescita infinita e a “qualsiasi costo” su di un pianeta finito, ha dominato l’immaginario collettivo degli ultimi due secoli, ed ora, dopo aver fallito tutte le sue promesse di prosperità e benessere, sta collassando sotto il peso della propria insostenibilità trascinando con sè l’intera biosfera. Siamo circondati dai disastri ecologici e sociali prodotti da questo modello: cambiamenti climatici, rialzo della temperature, innalzamento del livello dei mari, inquinamento di acqua, aria e suolo, migrazioni di massa ed esclusione sociale crescente. Insieme stiamo concorrendo alla distruzione delle condizioni che permettono la vita della specie umana sulla Terra.

Eppure c’è qualcuno che sembra ignorare tutto questo: il grado di distanza della piazza “Si TAV” dalla realtà si è palesato nelle dichiarazioni di una delle organizzatrici sulla decrescita felice.

Chiunque cerchi di proporre un paradigma culturale diverso, più sostenibile e che aspiri ad un maggior benessere per tutti, viene scimmiottato, travisato, percepito come forma di disturbo o addirittura di “minaccia” dimostrando l’assoluta cecità a ciò che sta avvenendo nel mondo.

Per questo l’ 8 Dicembre saremo in piazza a Torino.

Il Movimento per la Decrescita Felice aderisce pienamente alla manifestazione NO TAV e invita tutte e tutti a presentarsi in Piazza Statuto a Torino l’8 Dicembre alle ore 14.00 saremo in piazza per affermare la necessità di un paradigma diverso da quello delle grandi opere inutili e dannose.

Saremo in piazza per ribadire la nostra vicinanza alla lotta NO TAV e alla Val Susa, nella quale si è creata una comunità che ama il suo territorio senza escludere, che ha rafforzato i suoi legami con la natura e tra le persone e ha iniziato a costruire concretamente un’economia diversa: compatibile con l’ambiente, solidale ed equa.

Saremo in piazza come azione di lotta ai cambiamenti climatici, perché dal 3 al 24 Dicembre a Katowice in Polonia, si terrà la COP 24 nella quale i capi di governo di tutto il mondo si riuniranno per concordare delle strategie per la riduzione di produzione di CO2. Saremo in piazza per far sentire la nostra voce, per ricordargli che non c’è più tempo! Che abbiamo bisogno di una strategia a emissioni zero ora!

Saremo in piazza perché questo è decrescita: non rinuncia, ma la costruzione collaborativa e partecipata di alternative sul territorio.

Saremo in piazza per iniziare un percorso di cambiamento, per un Mondo nel quale diminuiscano globalmente produzione e consumi di materie prime ed energia, si riducano quindi emissioni e i rifiuti; ridisegnando allo stesso tempo i rapporti sociali di comunità, per una vita più equa, solidale e felice.

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Tav, la pasionaria del no: “Quel treno è pornografia. Paghino gli industriali”

REPORTERS
 
Doriana Tassotti: “Progetto inutile: i convogli merci e passeggeri viaggiano vuoti
 

INTERVISTA

«Guardi, per me, per noi che siamo contro quest’opera, il Tav è soltanto pornografia. Di fronte ai disastri del Paese, davanti a ponti che crollano,a scuole che cadono a pezzi, sentire parlare di un treno che costa miliardi, è inaccettabile». Doriana Tassotti, è dal 2005 che indossa la bandiera la No Tav. Insegnante di inglese in un liceo, valsusina da sempre, la causa l’ha abbracciata ormai 13 anni fa. E dice. «Davanti ad una situazione di questo tipo non essere contro il supertreno è da irresponsabili».

Andiamo con ordine. Parliamo di crescita del Paese. Lei non crede che questo collegamento sarebbe utile all’economia del territorio?

«Sa a chi sarebbe utile?A chi vuole guadagnarci. Se agli industriali quest’opera piace così tanto, perchè non tirano fuori loro i soldi e se la fanno da soli? Io questo non l’ho sentito l’altro giorno alla super riunione delle Ogr».
Ma del Piemonte isolato non gliene importa nulla?
«Questa è una storia finta, che piace soltanto a Chiamparino. Tav non sarebbe un treno passeggeri. E noi che vediamo ogni giorno passare decine di convogli verso la Francia, sia merci che passeggeri, sappiano benissimo che passano mezzi vuoti. Usino quei denari per sistemare i convogli dei pendolari. Non per un’opera inutile». 
Ma questi sono slogan…
«No, questa non è ideologia, sono dati di fatto. Sono anni che studiamo le carte. Che ci confrontiamo con studiosi, che lavoriamo sulla Tav. Ideologia e slogan sono quelli di chi sostiene che questa linea è fondamentale per un ipoteco sviluppo».
E non crede che la lina servirebbe come volano per l’economia?
«Guardi, noi non siamo contro le infrastrutture, ma quelle utili. Per questo diciamo che l’economia si rilancia con tante piccole opere sul territorio. Se ci sono questi soldi, perché dobbiamo metterli su un treno? Andiamo a sistemare quelle infrastrutture che cadono a pezzi. La verità è che con quei denari si arricchirà soltanto qualcuno e non si fa nulla ci davvero utile per la gente». 
Secondo lei il Paese è favorevole alla Tav?
«Il Paese va dove lo si vuole far andare. Io sono contro un referendum. Perchè la gente voterebbe da disinformata. Gli fanno credere altre cose mentre quest’opera porterà soltanto devastazione e sperpero di soldi».
Ma in valle è stato eletto un senatore della Lega che è tutt’altro che contro la Tav. Come se lo spiega?
«Con il fatto che molti No Tav neanche vanno più a votare. Lo diciamo da sempre: non ci sono governi amici. Questo forse ha qualche interesse in più verso di noi».
Quindi lei spera che l’analisi costi-benefici blocchi il progetto?
«Io spero che si investa sui progetti importanti. E poi: in trent’anni di lotta, siamo riusciti sempre a rallentare la macchina. A metter sabbia negli ingranaggi. Qualcosa vorrà pur dire. Noi non ci arrendiamo». 

INTERVISTA AD ANTONIO FERRENTINO SUL TAV.

https://inarchpiemonte.it/intervista-ad-antonio-ferrentino-sul-tav/?fbclid=IwAR2WOOXdq9XOUY-mAzuSU2C-wwO2Yh2NtQwn8WX_y_JprMwLyHE439g7DFY

Intervista ad Antonio Ferrentino sul TAV.

Antonio Ferrentino, Lei inizialmente non era persona che poteva annoverarsi fra i sostenitori dell’opera, anzi. Che cosa le ha fatto cambiare idea?

Il collegamento ferroviario Torino – Lione è nato in modo pessimo agli inizi degli anni novanta, con un totale disinteresse per il nostro territorio. Un progetto in sinistra orografica della Dora che avrebbe prodotto un impatto insopportabile sul territorio, era pensato per raggiungere direttamente Milano, la Lombardia e così avrebbe marginalizzato totalmente Torino e il Piemonte e condannato definitivamente lo scalo di Orbassano.

Un territorio di solo transito quindi e perciò che accadde?

Il territorio e le istituzioni si mobilitarono e si arrivo così ai gravi scontri di Venaus, l’8 dicembre 2005, la data che invece i NO Tav di oggi celebrano. Il Governo comprese l’errore e cancellò il progetto già approvato al CIPE condividendo l’idea di attivare un tavolo tecnico con esperti di tutte le parti coinvolte. Fu la nascita dell’Osservatorio tecnico in contrapposizione al becero falso decisionismo della Legge obiettivo.

Quali erano i compiti affidati all’Osservatorio e chi vi partecipava?

L’Osservatorio era ed è un organo tecnico istituto presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ne fanno parte i tecnici dei comuni della Valle di Susa e della cintura ovest e sud di Torino, della provincia/città metropolitana, dei diversi settori regionali (ambiente, urbanistica, trasporti…), dell’Arpa Piemonte, dell’Asl, della Città di Torino, dei ministeri coinvolti (Ambiente, trasporti). Era Presieduto da Mario Virano ed oggi da Paolo Foietta, la nomina spetta al Presidente della Repubblica su indicazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Normalmente, ancora oggi,  si riunisce a cadenza settimanale presso la prefettura di Torino.

Il compito dell’Osservatorio è di individuare una metodologia di lavoro, che prevede il coinvolgimento dei rappresentanti territoriali nella costruzione del processo decisionale, per il miglior progetto possibile con le ricadute di sistema per l’area coinvolta.

Per i territori sono disponibili per interventi diretti, quelli definiti dalla legge come “opere compensative”, con risorse pari al 5% del finanziamento nazionale quindi valgono una cifra di circa 130 milioni di euro. Ripeto sono opere che non riguardano i lavori della TAV ma diretti a finanziare opere sul territorio, dall’assetto idrogeologico agli interventi sui nuclei abitati, alle attività produttive. Ovviamente le risorse sono di accompagnamento ai lotti di lavoro dell’opera e sono disponibili solo se l’opera viene eseguita.
Dopo ca 70 riunioni l’osservatorio decise di organizzare un momento seminariale, un focus sul lavoro svolto e optò per una due giorni nella struttura di Pra Catinat, lontani da condizionamenti dei media e degli amministratori.

A quale scopo?

Si doveva dare una svolta al lavoro dell’Osservatorio, dare un esito a quella lunga sequenza di riunioni e trovare un punto di accordo che fosse soddisfacente per tutti sul quale basare i passaggi futuri del lavoro. Una full immersion di due giorni senza distrazioni, altri impegni, orari, era l’unico modo per farlo, le premesse c’erano ma accorreva tirare le fila con un documento che sottoscrivesse gli impegni sul pano politico/tecnico.
Allora ero Sindaco e Presidente della Comunità Montana Bassa Valle Susa e Val Cenischia, con altri 6/7 Sindaci della Valle e della cintura torinese aspettavamo, il secondo giorno, che i due tecnici che ci rappresentavano nell’Osservatorio, Ing. De Bernardi e Ing. Tartaglia, venissero a riferirci sull’andamento dei lavori. Ho questo ricordo preciso, ci raggiunsero mentre eravamo a pranzo in una trattoria ad Usseaux ed iniziarono ad illustrarci il lavoro, facemmo alcuni interventi nel testo, precisazioni, limature come si dice in gergo, ma nella sostanza condividemmo il testo dell’accordo, demmo il nostro assenso.

Un buon risultato dunque da parte di chi, voi stessi, individuava forti criticità nel progetto dell’opera e sino a quel momento si opponeva. È così?

Direi di sì, tanto che si arrivò presto a concludere. Il 29 giugno 2008, in Prefettura a Torino, venne organizzata una conferenza stampa per illustrare il testo dell’accordo approvato dai Sindaci che lo salutarono anche con un applauso convinto e liberatorio. Intervenendo a nome dei Sindaci chiarii che non vi era un accordo sul nuovo tracciato (al quale avrebbe dovuto lavorare l’Osservatorio) ma un accordo politico sul percorso sancito dal documento condiviso di Pra Catinat.

Tutto bene quindi ma allora perchè ancora oggi siamo in questa situazione a dieci anni di distanza?

Il giorno dopo, l’ala oltranzista del movimento No Tav, al posto di condividere l’accordo ed iniziare a lavorare sul nuovo tracciato, cominciò a fare pressioni sui Sindaci ed iniziarono i distinguo, ci furono prese di distanza con la motivazione, molto sibillina, che si trattava di un accordo tecnico che non impegnava i consigli comunali e i Sindaci. Questo non corrispondeva assolutamente al vero perché almeno i Sindaci che come ho raccontato erano presenti in trattoria a Usseaux avevano dato il loro assenso all’accordo, anzi per la precisione fu proprio uno dei Sindaci a scrivere le condizioni per il si dei tecnici usando un tovagliolo di carta del locale.

Potrebbe essere un reperto storico, lo avete conservato?

Bisognerebbe chiederlo agli ingegneri, loro si portarono via gli appunti.  

Era una battuta ovviamente, però ora saremmo curiosi di chiederlo a De Bernardi e Tartaglia. Ma come andò a finire?

L’Osservatorio riprese i lavori ma alcuni Sindaci continuarono a non riconoscere quell’accordo che è stato e rimane una pietra miliare in questa vicenda. Accettava la realizzazione per fasi e poneva attenzione al territorio e alla richiesta di utilizzare la linea attuale assolutamente non in grado di fornire risposte esaustive per il traffico misto previsto(merci, alta velocità, regionali).
Quello di Pra Catinat fu un ottimo risultato, che l’intero movimento avrebbe dovuto riconoscere.
In quei giorni tutti i riferimenti istituzionali (Sindaco di Torino, Presidente di Provincia e Regione, Presidente dell’Osservatorio) hanno dovuto riconoscere che l’opposizione territoriale aveva ragioni fondate e attraverso la discussione si è evitato un progetto, quello sulla sinistra orografica della Dora assolutamente sbagliato.
L’attuale cantiere e il nuovo progetto sono il risultato di quell’accordo e questa è la risposta alla prima domanda, attraverso la discussione ed anche l’opposizione, il territorio attraversato dalla linea Torino/Lione ha trovato un punto di equilibrio positivo.

Per questo oggi sono favorevole alla realizzazione dell’opera.

Le vogliamo fare ancora una domanda. Il Suo racconto è chiaro e convincente, tuttavia ancora oggi movimenti di opposizione ci sono e conducono ancora una battaglia contro l’opera. La sensazione che abbiamo in questo periodo che la discussione si è riaccesa è che ci sia una contrapposizione anche sui dati e sulla loro veridicità. IN/Arch perciò ha immaginato di mutuare qui a Torino un’esperienza che i francesi hanno realizzato in relazione alla stessa opera. A Modane, come certamente sa, c’è un centro di documentazione sulla Totino/Lione dove chiunque può conoscere il progetto ed approfondirne la conoscenza, IN/Arch propone di fare un centro analogo anche qui a Torino, lei che ne pensa? Non crede che possa contribuire a mitigare la tensione sociale?

Un centro di documentazione sul collegamento ferroviario misto (merci, TAV, regionale), sul modello francese di Modane, è stato preso in esame più volte e sempre accantonato per ragioni di ordine pubblico. La prefettura deve già gestire il cantiere di Chiomonte come se fosse un sito militare strategico e non un normalissimo cantiere ferroviario, l’ipotesi di dover proteggere un secondo punto sensibile in prossimità del cantiere ha sempre allontanato la sua realizzazione.

Lo stesso progetto è stato modificato evitando, al momento, un secondo cantiere a Susa e allargando l’area di Chiomonte proprio per evitare un secondo sito da proteggere.

L’ipotesi di realizzare il centro di documentazione a Torino potrebbe avere una diversa valenza. Forse adesso si può prendere seriamente in esame la proposta che IN/Arch ha fatto.

Nella foto una vista della Val di Susa dalla Sacra di San Michele.

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Antonio Ferrentino

Nato a Nocera Inferiore (SA) e residente dal 1976 a Sant’Antonino di Susa. Dal 1976 insegna Elettrotecnica presso vari istituti tecnici e ora presso l’Istituto Professionale di Stato per l’industria e L’Artigianato “Galileo Ferraris” a Torino. E’ stato Sindaco del Comune di Sant’Antonino di Susa e nel 2009 è stato eletto Consigliere Provinciale. Dal 2005 al 2008 è stato Presidente del distretto industriale della meccanica Pianezza-Pinerolo e dal 1995 ad oggi presta servizio nella giunta dell’Unione Comuni Montani (UNCEM), nel direttivo dell’Unione Province Italiane (UPI), come componente dell’ufficio di presidenza del C.A.L. (Consiglio Autonomie Locali) e della Lega Autonomie Locali.

C’è l’accordo, bandi Tav nel 2019 (ma la manfrina continua)

http://lospiffero.com/ls_article.php?id=42972&fbclid=IwAR1BaU2QdOk_CGP7FLnZ_rIhm0roRvqcLu-gkpyvnnSRyu2eBu29cEFdd1Q

GRANDI OPERE

La Francia “concede” a Toninelli di posticipare la pubblicazione delle gare di appalto. Il ministro grillino non parla di “blocco” e assicura di non avere pregiudizi sull’opera. Si prepara l’exit strategy? Fonti del Mit spiegano: “Tutto congelato”. Il nodo dei finanziamenti europei

Pochi mesi, forse appena uno. Stavolta ad impedire a Danilo Toninelli di inciampare nel calendario, ma soprattutto di provare a tirarla per le lunghe sulla Tav ci ha pensato la sua collega francese Elisabeth Borne. Il ministro delle Infrastrutture la vende su facebook come una conquista, ma in realtà lo spostamento in avanti dei bandi di Telt, la società mista pubblica che fa da ente appaltante, superando la deadline di dicembre, appare null’altro come una gentile concessione della Francia al Governo italiano per agevolare quella che si annuncia come una assai probabile exit strategy dalla intransigente posizione grillina contro la Torino-Lione. Si tratta di tre bandi per l’avvio dello scavo principale del valore totale di circa 2,3 miliardi di euro.

“La Francia condivide il nostro metodo e l’opportunità di una analisi costi-benefici approfondita e finalmente obiettiva sul Tav Torino-Lione” scrive Toninelli ricordando come “ieri, a margine del Consiglio Ue dei Trasporti, ho siglato con la mia omologa di Parigi, Elisabeth Borne, una lettera per chiedere congiuntamente a Telt, il soggetto attuatore, di pubblicare oltre la fine del 2018 i bandi dapprima attesi a dicembre”. Di “pubblicare” – ha scritto – e non “bloccare”, come ci si poteva aspettare, giusto per cercare di fare l’esegesi del pensiero toninelliano. Dopo qualche ora, fonti del Mit danno una lettura assai più restrittiva: il rinvio della pubblicazione dei bandi Telt “congela di per sé qualunque aspetto della procedura”, lasciando intendere che, al momento, tutto sia stoppato. Insomma, la manfrina continua.

Non specifica il nuovo termine, il ministro grillino, rinnovando la stessa vaghezza della gaffe sul ponte Morandi. E forse tacendo quel margine assai ristretto di tempo ottenuto dai francesi. Lui assicura che che con loro “stiamo conducendo un iter condiviso, ordinato e di chiarezza. Adesso condivideremo il percorso con la Commissione europea, applicando in pieno il contratto di governo”. Afferma, a dispetto della tesi da sempre sostenuta dal suo movimento sulla Torino-Lione che non c’è “nessun pregiudizio sull’opera, ma solo l’obiettivo di fare quanto mai fatto prima: usare bene i soldi di tutti i cittadini italiani”.

L’annuncio arriva a pochi giorni da un altro: quello in cui il ministro delle Infrastrutture aveva messo le mani avanti spiegando che oltre all’analisi costi-benefici affidata alla commissione del professor Marco Ponti, la decisione sulla Tav dovrà tenere conto anche dalla valutazione tecnico-giuridica “al vaglio dell’Avvocatura dello Stato”.In questa precisazione molti hanno visto trasparire una sorta di replica di quanto accaduto per il gasdotto Tap: la dichiarata avversione dei Cinquestelle e le loro promesse per bloccare l’opera si sono infrante contro quello che il premier Giuseppe Conte aveva definito un obbligo, viste le condizioni contrattuali internazionali e i costi.

Con la Tav potrebbe finire allo stesso modo. Per poter contare su una via d’uscita, la meno disonorevole possibile, il M5s e il suo ministro hanno tuttavia bisogno di alcuni appoggi e un po’ di tempo. I primi potrebbero arrivare dalla valutazione giuridica (che quasi certamente confermerà quel che da anni sostengono i fautori dell’opera, ricordando i costi ma anche i trattati internazionali siglati), mentre il tempo (poco) è stato concesso ieri dalla Francia. E che sarà un periodo assai limitato lo stabiliranno, anche in questo caso, i costi: “Ogni mese di ritardo nella realizzazione dell’opera costa all’Italia 75 milioni di euro” aveva ricordato recentemente il commissario straordinario del Governo per la Torino-Lione Paolo Foietta, esortando a far partire i bandi “altrimenti chi ritarda dovrà mettere mano al portafoglio e l’Italia perderà i finanziamenti europei”. Magari qualche ulteriore indizio sulle intenzioni del governo gialloverde potrebbero uscire dalla riunione di domani a Palazzo Chigi con la delegazione delle organizzazioni datoriali e sindacali. Saranno in tredici in rappresentanza delle 33 associazioni del mondo dell’industria, dell’artigianato, dell’agricoltura, del lavoro, della cooperazione e delle professioni. Ci saranno i presidenti dell’Api Corrado Alberto, dell’Unione Industriale di Torino, Dario Gallina, di Confartigianato Torino, Dino De Santis, di Cna Nicola Scarlatelli, dell’Ascom Maria Luisa Coppa, di Confesercenti Torino Giancarlo Banchieri, di Legacoop Piemonte Giancarlo Gonella, di Confagricoltura Piemonte Enrico Allasia, dell’Ance Torino Giuseppe Provvisiero, dell’Ordine degli Architetti di Torino, Massimo Giuntoli, il segretario generale della Feneal Uil Torino Claudio Papa, il segretario organizzativo della Fillea Cgil Anna Maria Olivetti, il segretario generale della Filca Cisl Gerlando Castelli.

TAV, RINVIATI GLI APPALTI DA 2 MILIARDI PER IL TUNNEL DI BASE PREVISTI PER DICEMBRE

Francia e Italia scrivono a Telt pubblicateli oltre il 2018. E fonti del ministero aggiungono: così si congela tutta la procedura

Danilo Toninelli e la collega francese Elizabeth Borne firmano il documento che sblocca gli appalti

Pubblicato il 04/12/2018
MAURIZIO TROPEANO
TORINO

Le gare da 2 miliardi per l’avvio dei lavori della Torino-Lione non saranno pubblicate a dicembre, così come previsto dal calendario condiviso da Francia, Italia e Unione Europea. Lo annuncia su Facebook il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, spiegando di aver firmato ieri una lettera con la collega francese Elizabeth Borne per chiedere a Telt, la società incaricata di realizzare il tunnel di base, di «pubblicare oltre la fine del 2018 i bandi attesi per dicembre».  

L’annuncio di Toninelli arriva alla vigilia dell’incontro in programma domani tra il premier Conte, il vice premier Luigi Di Maio, lo stesso Toninelli e gli industriali di Torino che hanno promosso la manifestazione per il si all’opera. Nel post Toninelli spiega che la Francia condivide il «nostro metodo di realizzare un’analisi costi e benefici». E aggiunge: «Condivideremo il percorso con Ue». Nel pomeriggio fonti del Mit hanno precisato che il rinvio della pubblicazione «congela di per sé qualunque aspetto della procedura». 

Per fare partire i lavori definitivi di scavo del tunnel occorre che i fondi italiani e francesi siano disponibili, come indicato nell’art. 16 dell’Accordo di Roma del 30 gennaio 2012 che prevede che la disponibilità del finanziamento sarà una condizione preliminare per l’avvio delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale.

Nuova immagine

La Francia non ha stanziato i fondi, l’Italia lo ha fatto parzialmente.

Occorre che qualcuno informi Toninelli e gli faccia leggere l’articolo 16.

A proposito degli appalti da due miliardi di cui vociferano i media, l’UE ha stanziato con il GRANT AGREEMENT del 25 novembre 2015 € 813.781.000 a copertura di lavori per € 1.915.054.750 (e non due miliardi), come dettagliato più sotto, da utilizzare entro il 31 dicembre 2019.

Sappiamo che TELT non riuscirà a utilizzare tutto il “dono” europeo entro la scadenza, in quel caso la UE annullerà il saldo non utilizzato (principio del use it or lose it).

Le gare di appalto per i prossimi lavori (se riferiti alla scavo del tunnel) potranno essere lanciate da TELT solo dopo che la Francia avrà aperto il rubinetto dei fondi.

Ci sono delle sequenze da rispettare.

Sarebbe molto temerario che TELT lanciasse degli appalti all’inizio del 2019 (per tentare la politica del fatto compiuto), ossia si impegnasse con delle imprese per lavori di scavo del tunnel di base della durata di moltissimi anni, senza avere la certezza delle disponibilità del finanziamento europeo, francese e italiano (ex art. 16).

Qui la Scheda finanziamento: https://ec.europa.eu/inea/sites/inea/files/fiche_2014-eu-tm-0401-m_final.pdf

Studi € 477.600.000 – contributo UE 50,0%   = € 238.795.500,principalmente per terminare la prima fase degli studi geognostici in Italia, la cui scadenza era 2013, poi prorogata al 2015

Lavori € 1.437.463.750 – contributo UE 40,0% = € 574.985.500

Totale €  1.915.054.750 per un contributo totale di € 813.781.000 (42,49% degli studi e dei lavori previsti).

Nessun pregiudizio perchè è in corso la costi – benefici. Che è un’analisi imparziale.

Cosa dovrebbe dire? Siamo pieni di pregiudizi e stiamo facendo una costi – benefici di parte?

Questa è un’ulteriore precisazione dal MIT rispetto alle notizie che stanno uscendo sui bandi:
TAV: FONTI MIT, RINVIO BANDI CONGELA OGNI ASPETTO PROCEDURA 

Roma, 4 dic. (AdnKronos) – Il rinvio della pubblicazione dei bandi
Telt congela di per sè qualunque aspetto della procedura. Lo precisano
fonti del Mit in riferimento a notizie di stampa secondo le quali per
la Tav si sbloccano gli appalti da 2 miliardi ma le gare si faranno
nel 2019. Il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Danilo
Tonineli, ha annunciato di aver siglato, ieri, a margine del Consiglio
Ue dei Trasporti, con l’omologa francese Elisabeth Borne, una lettera
per chiedere congiuntamente a Telt, il soggetto attuatore, di
pubblicare oltre la fine del 2018 i bandi dapprima attesi a dicembre.

ma non capisco questa inquietante frase di Toninelli : Nessun pregiudizio sull’opera…

++ Tav: Toninelli, lettera con Francia per spostare bandi ++
Siglata con omologa Borne per chiedere a Telt pubblicarli 2019            

(ANSA) – ROMA, 4 DIC – “La Francia condivide il nostro metodo
e l’opportunità di una analisi costi-benefici approfondita e
finalmente obiettiva sul Tav Torino-Lione”.
Lo scrive su
Facebook il ministro delle infrastrutture e trasporti Danilo
Toninelli, che aggiunge: “ieri, a margine del Consiglio Ue dei
Trasporti, ho siglato con la mia omologa di Parigi, Elisabeth
Borne, una lettera per chiedere congiuntamente a Telt, il
soggetto attuatore, di pubblicare oltre la fine del 2018 i bandi
dapprima attesi a dicembre”.
(ANSA).

(ANSA) – ROMA, 4 DIC – “Con la Francia stiamo conducendo un
iter condiviso, ordinato e di chiarezza. Adesso condivideremo il
percorso con la Commissione europea, applicando in pieno il
contratto di governo.
Nessun pregiudizio sull’opera, ma solo
l’obiettivo di fare quanto mai fatto prima: usare bene i soldi
di tutti i cittadini italiani”, aggiunge Toninelli. (ANSA).

LE REGIME MACRON REPRIME AVEUGLEMENT !!! “ILS N’ONT MÊME PAS MANIFESTÉ ET LES VOILÀ EN GARDE À VUE !” : APRÈS LES VIOLENCES À PARIS, LE DÉFILÉ DES “GILETS JAUNES” AU TRIBUNAL …

# LUCMICHEL. NET/
NO COMMENT …
2018 12 04 (IV)

« On a simplement une personne entourée de “gilets jaunes” et c’est suffisant pour l’emmener devant le tribunal (…), c’est complètement fou.
– Me Fabrice Helewa, avocat devant le tribunal de Paris.

« “Mais on a surtout l’impression que la justice essaye d’envoyer un message à tous les “gilets jaunes” pour qu’ils s’arrêtent”, clame un avocat. »

« A de nombreuses reprises, les avocats dénoncent la teneur des dossiers, selon eux “vides”, imprécis, “hallucinants” et sans “qualification possible des faits”. »

« La procureure requiert pour ce groupe entre 3 et 6 mois d’emprisonnement avec sursis, et une interdiction de venir à Paris.
“Ils n’ont même pas manifesté, ils n’ont même pas été auprès de forces de l’ordre que les voilà en garde à vue !” s’insurge l’un de leurs avocats commis d’office, Me Djian, rappelant que “les pétards sont juste interdits à des enfants de moins de 12 ans”. »

* Info intéressante. MAIS A lire avec esprit critique …

https://www.francetvinfo.fr/economie/transports/gilets-jaunes/ils-n-ont-meme-pas-manifeste-et-les-voila-en-garde-a-vue-apres-les-violences-a-paris-le-defile-des-gilets-jaunes-au-tribunal_3083317.html

REVUE DE PRESSE …

https://www.facebook.com/Pcn.luc.Michel/

http://www.lucmichel.net/

QUANDO UN PAESE SI MARTELLA LE GONADI PER COMPIACERE CHI GLI HA VENDUTO IL MARTELLO—– GAS PER TAFFAZZI

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2018/12/quando-un-paese-si-martella-le-gonadi.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 4 DICEMBRE 2018


C’è chi martella chi se lo merita

Francia, specchio dei tempi e dello scontro di classe le cui nuove forme le cosiddette sinistre radicali non vogliono capire: quelle della guerra sociale, culturale e geopolitica dei popoli, pressochè tutti proletarizzati dal globalismo neoliberista, contro le élites. Lotta insurrezionale che presenta affinità stretta con quella del 1789, per la sovranità del popolo (lavoratore, operaio, contadino, intellettuale) contro la sovranità del sovrano e dei ceti alle sue fortune legati e dai suoi poteri beneficiati e che, ammaestrata dalla rivolte soprattutto contadine e dalle insubordinazioni dei barbari nel fine-impero, si accoppia al monopolio della forza. Sovranità e monopolio di cui i gruppi dell’accumulazione e della predazione, della menzogna e della cospirazione, sono tornati padroni, dopo che rivoluzioni e rafforzamento in varie forme della volontà, coscienza, conoscenza, forza, dei dominati se l’erano conquistata, o, quanto meno, l’avevano condivisa. Vedi, da noi, le costituzioni, dallo Statuto Albertino a quella antifascista del 1948. Vedi la cubana, quella di Thomas Sankara nel Burkina Faso e la venezuelana, la migliore in assoluto.

Lo strumento di corruzione psicologica impiegato dai gruppi di potere, oggi contestati in varie forme, è la criminalizzazione del termine sovranità, spesso deformato e, nelle intenzioni, vilipeso, in “sovranismo”. Poi si arriva alla separazione tra manifestanti buoni e cattivi, a volte sfruttando l’inserimento di provocatori di regime. Nel caso francese, tra i fermati non si sono trovati i famigerati Black Block, ma solo infermiere, camionisti, contadini e altra gente ridotta allo stremo dagli assiomi della globalizzazione. Di fronte hanno l’uomo di Goldman Sachs, cioè della cima della Piramide. Quello che avevamo noi, in sinergia con le mafie, con tutti i governi degli ultimi trent’anni, prima dell’attuale, non il migliore sognato, ma il meno peggio di tutti (almeno per la parte 5 Stelle). Come dice il collega Marco Cedolin, in Francia abbiamo un popolo di populisti antimondialisti contro il regime neoliberista; da noi siamo un passo avanti: abbiamo una canea euro-mediatica contro un governo populista. Ci siamo portati avanti col lavoro con il voto, anziché con la sollevazione di popolo. Quella era venuta prima, anche se più soft di quella dei fratelli francesi.

Souvranité, parolaccia o salvezza?
Il tema che affronto in questo articolo sta al cuore della questione. Per cui, senza se e senza ma, lunga vita ai Gilè Gialli e alla loro parola d’ordine: “Libertè, egalitè e souvranitè”.

Conoscendo qualche lingua, molti paesi europei, avendo vissuto in alcuni (Germania, Olanda, Regno Unito, Irlanda) credo di permettermi di valutare il sistema mediatico italiano il più sgarruppato dal punto di vista sociale, il più corrotto da conflitti d’interesse, e quello più degradato da coloro che ne condizionano la narrazione. Se ne ha dimostrazione quotidiana. Come vi spiegate che la quasi totalità della stampa-radio-televisione sosteneva con passione più o meno fervida i precedenti governi, quelli della tratta degli schiavi, dell’austerità, dei trattati capestro EU, della devastazione ambientale, del precariato, e oggi si abbatte con furia degna di miglior causa sull’attuale, che qualche latrato, o guaito, contro quei delitti lo emette? Come vi spiegate gli spazi chilometrici dati ai gabbiotti di lamiera, ai quattro mattoni in nero e alla piscina gonfiabile di papà Di Maio, non inquisito, e gli spazi ristretti come un golfino di pessima lana regalati a papà Renzi plurinquisito? 

Come vi spiegate che su alcuni accadimenti, per loro natura meritevoli di dibattito e pluralismo di analisi, tipo il caso Giulio Regeni, la stessa, neanche più quasi, totalità esprima un giudizio uniforme e del tutto apodittico? Non è sintomatico che coloro che contro i pentastellati (e il finto nemico Salvini) mettono in campo pressioni, gazzettieri, minacce di obliterazione del paese, siano gli stessi che in questi termini affrontano ogni opposizione all’eurogangsterismo, compresa la rivolta dei Gilet Gialli il cui urlo è souvranité? Non vi dice nulla, a vantaggio e onore dei gialli nel Gialloverde, che l’apparato padronale italiano abbia fatto ricorso ad un’adunata, mai vista prima, di tutti i vertici a Torino, per attivare catapulte di ferro e fuoco sui 5Stelle e non solo per il Tav? E nella scia di questo gesto volutamente drammatico, l’ancor più drammatico grido di dolore dei più grossi cementific tori italiani, Condotte, CMC, Tecnis, Astaldi, Grandi Lavori e altri, che proprio nel momento della messa in discussione di appena una grande opera o due lamentano di trovarsi all’orlo del default e del rischio di decine di migliaia di licenziamenti. Puzza di ricatto, o no?

Treni e catorci di riserva

A fianco di questa locomotiva globale, che ha invertito la marcia di Guccini e si sta lanciando contro chiunque non le fornisca carbone, corre (si fa per dire) in analoga direzione un nostro trabiccolo locale. Succede che, con l’atomino dell’estrema “sinistra radicale” in costante bilico tra scissione dello stesso, ricomposizione, o epifania di una nuova, inedita, micro-unità da un lato e, dall’altro, una destra confindustriale, sedicente centrosinistra, da questo pulviscolo sorga il taumaturgo, il messia rosso da lunga pezza atteso. 

Potrebbe chiamarsi Giggino o’ sindaco, oppure Robertino o’ presidente. Il primo amoreggiava con i 5 Stelle, ma s’è ricreduto. Il secondo è la mina vagante dentro i 5 Stelle, fa il presidente della Camera, ma anche il ministro degli Esteri quando rompe con l’Egitto, ma anche il catalizzatore di nano particelle. Un po’ Pizzarotti, un po’ forse Scilipoti. Ha ottenuto il master dalla cattedra “Come ti sposto i popoli” dei luminari Boldrini e Bonino. Si è laureato a pieni voti e lode con una tesi “Per un globalismo dalla faccia umana, fondato sul lancio del cuore verso il Global Compact Migrazioni e il guanto di sfida in faccia al presidente egiziano Al Sisi”.

Grida e sussurri

C’è stato in questi giorni un susseguirsi e un sovrapporsi frenetico di avvenimenti di grande portata per tutti, ma parzialmente oscurati da episodi come il totalmente inconsistente festino G20 a Buenos Aires, riuscito a rilegittimare uno psicopatico assassino seriale in dishdash con tanti pozzi di petrolio, o la captatio benevolentiae dei suoi militi nazisti e degli armaioli Usa che Poroshenko ha messo in atto nello stretto di Kerch. La Merkel, con il gasdotto North Stream, che sta per unire Russia e Germania attraverso il Baltico, è stata messa per l’ennesima volta sul banco degli imputati di filo-russismo. Per quanto la poveretta abbia sostenuto l’aggressività Usa e Nato mettendole a disposizione tutto il suo paese, ella cerca almeno di parare qualche ulteriore abbandono di elettori grazie a un’energia a basso costo. Che è quella del gas russo e non di quello liquefatto e da scisti statunitense che le imporrebbe altro che gli aumenti di Macron.

Poi, quatta quatta, come una talpa che fa capolino dalla tana, è sbucata la notizia dell’EastMed Pipeline, il gasdotto che dovrebbe collegare i giacimenti del Mediterraneo Orientale alla solita bistrattata Puglia, passando per Cipro e Grecia. Si affiancherebbe al TAP, quello dall’Azerbaijan amerikano al Salento, che già aveva compensato il blocco del South Stream, dalla Russia all’Italia e all’Europa centrale, blocco ordinato al cliente bulgaro. I quattro paesi coinvolti lo stavano negoziando in gran segreto da un paio d’anni, ma Israele, giorni fa, ha infranto il pissi pissi bau bau, annunciandolo all’universo mondo. Per Italia, Grecia e Cipro, l’EastMed, come già il TAP, è la classica mazzata di Taffazzi sulle parti molli, da non più indurirsi. 

Fornendo, secondo il costruttore IGI Poseidon, appena 10 miliardi di metricubi di gas, molto meno del meno costoso gas russo in arrivo da più vicino, il TAP è già una formidabile fregatura. Figuriamoci l’EastMed, che sarebbe il più lungo e profondo del mondo e, date queste caratteristiche, più il rischioso passaggio sui fondomare vulcanici tra Cipro e Grecia, sarebbe anche di gran lunga il più costoso, pur fornendo la stessa modesta quantità del TAP o STC. Ma, ovviamente, non sono i costi il problema. La questione è al cento per cento politica e, lì, dollari o euro non contano, anche perché escano dalle tasche dei Gilet Gialli e di tutti noi. 

EastMed, i suoi padrini, le sue vittime

Da chi partono da questi meravigliosi progetti che promettono di fare dell’Italia, sismica soprattutto là dove passa la rete di tutti questi gasdotti, impianti di depressurazione, liquefazione, stoccaggi, per un gas che non ci serve ma che viene venduto all’estero dalle compagnie? Domanda oziosa: l’input è ovviamente degli Usa, il progetto è dell’UE e del suo “Connecting Europe Facility Program”. Ed è l’UE che ci mette gran parte dei soldi, nostri. Vuoi che non ci dia addosso sui deficit da impiegare per la pappa dei bambini di 5 milioni di poveri assoluti, anziché far fare soldi a Snam e Shell con la vendita del gas a Vienna e Amsterdam?

Si ciancia di monopolio russo del gas europeo, una specie di garrota sul cranio del continente. Non è vero. La Russia fornisce all’Europa tra il 30 e il 40% del suo fabbisogno. E lo fornisce ai prezzi più bassi di tutti gli altri fornitori. Ma i gas di Tap e EastMed daranno utili solo una volta che quello russo, e magari quello arabo, saranno ridotti ai minimi termini e le nostre tasse ai massimi. A proposito di solidarietà europea, della quale abbiamo già conosciuto i benefici nella distribuzione delle vittime della tratta, edificante il confronto tra la Germania che avrà il ricco gas a basso prezzo del North Stream, checché gli Usa si agitino, l’Italia quello costoso da lontano per il quale fungerà da inquinatissimo hub per i potenti del Nord. La Merkel ne gode quanto della cancellazione della Grecia dai registri d’Europa. Controllare l’energia, per parafrasare Kissinger che, umanamente, parlava di cibo, significa controllare gli altri. In ispecie, il Sud Europa. Merkel e Macron, cioè per l’UE “Italia delenda est”, finchè ci sono questi “cialtroni” a governarla.

Pensate che la vicenda EastMed finisca qui? Gli israeliani pescano da un gigantesco giacimento che si estende dalle coste libiche fino alla Turchia. Qualcosa pertiene alla Turchia, grazie alla sua occupazione di Cipro Nord (ricordate la nave ENI presa a schiaffi dai turchi?), qualcosa a Cipro, parecchia alla Palestina davanti a Gaza e la massima parte all’Egitto dove opera l’ENI. Ed ecco che vi si accende una lampadina quando tutte queste cose le mettete accanto al furibondo rilancio della campagna Regeni contro l’Egitto. E un assordante sbattere di sciabole alle porte della Russia. Un Egitto potenzialmente massimo concorrente di Israele e una Russia troppo pacifica, ma resistente, con troppo buon gas a buon prezzo, ecco le pompe di carburante da abbattere.

Perché Giulio Regeni?

Riassumiamo. Giulio Regeni, dopo aver frequentato studi di intelligence negli Usa, si arruola alla Cambridge University e, intanto lavora per due anni per Oxford Analytica, multinazionale potentissima, 4000 dipendenti in tutto il mondo, specializzata in spionaggio, specie industriale, diretta da personaggi con tratti gangsteristici come John Negroponte, inventore degli Squadroni della Morte in Nicaragua e Iraq e altri grandi bonzi dello spionaggio. Arriva in Egitto con visto turistico per sviare dal suo ruolo di ricercatore in rapporto con l’Università Americana e alla ricerca di contatti con oppositori. Trova un sindacalista che ritiene di opposizione. Ma Mohamed Abdallah è un agente dei servizi e registra una conversazione del tutto compromettente. Abdallah gli chiede soldi per la moglie ammalata di cancro, per sondarne la solidarietà umana. Regeni rifiuta e gli promette invece 10mila dollari (da quale fonte?) in cambio di un non meglio precisato “progetto”. Subito dopo, il 25 gennaio 2016, il giovane ricercatore sparisce. Ne vien ritrovato la salma, con i segni della tortura lungo uno stradone, il 3 febbraio, lo stesso giorno in cui la ministra Guidi e una serie di industriali italiani si incontrano con il presidente Al Sisi per chiuder contratti miliardari, anche relativi ai giacimenti di idrocarburi. L’università di Cambridge si avvolge nella sua tunica e tace.

A chi è convenuta questa zeppa tra i piedi dell’Egitto, risollevatosi a furor di popolo dalla tirannia integralista dei terroristi Fratelli musulmani, e del suo partner privilegiato Italia? Uno Stato dai servizi segreti più temuti della regione araba si fa scoprire con le mani nel sacco non avendo saputo disfarsi di un ingombrante cadavere? O piuttosto dei mandanti, visto che il loro delegato è stato bruciato dal controspionaggio nemico, hanno rimediato il risultato della missione – demolire il nemico dei loro amici Fratelli Musulmani – gettandolo tra i piedi di Al Sisi, concorrente importuno sia per la Libia, con Haftar, amico dei russi, sia per il gas, con Israele. Via libera a EastMed, per la soddisfazione del taffazzismo italiota e delle quinte colonne tipo “manifesto”. 

Fico, fatti una domanda e datti una risposta

Roberto Fico, che hai deciso per lo Stato italiano di rompere i rapporti tra la Camera dei Deputati italiana e quella egiziana, costringendo a rincorrerti il vero ministro degli Esteri, Moavero Milanesi, non vuoi farti una domanda e darti una risposta? Ci sono sul tavolo almeno due ipotesi, una però più fondata dell’altra. Allora, un minimo di cautela, prima di tagliare ad Al Sisi il filo delle Moire no? La tratta dei migranti che si va ad organizzare globalmente a Marrakesh con il Global Compact e la menomazione dei diritti e interessi italiani con il gioco del gas, imposto dai vampiri, tra chi è vicino e ci costa poco e chi è lontano e ci costa un botto, sono un giusto prezzo per remare contro un movimento che difende la nostra sovranità?

Quanto alla decisione della Procura di Roma di inquisire funzionari dello Stato egiziano e di pretendere un processo “entro sei mesi”, sulla base esclusivamente di illazioni scaturite da una campagna di stampa forsennata, con in testa “il manifesto”, beh, si chiama colonialismo. E quando si tratta di quella Procura, il pensiero corre a Virginia Raggi. E alla sentenza che “Mafiacapitale” non è mafia.