La polizia tedesca ordina: non dite la verità sul terrorismo islamico

Il Corriere del Ticino, principale testata del gruppo che dirigo, ha pubblicato questa mattina un documento riservato del Bundeskriminalamt (BKA) la Polizia criminale tedesca. Si intitola «Come agire in presenza di attacchi terroristici” e contiene le linee guida sulle informazioni da trasmettere alla stampa in queste circostanze. L’intenzione è lodevole: evitare il diffondere di allarmismi, ma le conseguenze pratiche sono sorprendenti. E inquietanti.
 
La premessa dà già il tono:
“Nell’anno elettorale 2017 non ci sarà alcun attentato, almeno se si sarà in grado di evitarlo. Ciò significa che, non importa quanto siano sicuri dei fatti i funzionari in campo, davanti alla stampa e all’opinione pubblica, per cominciare, si deve negare sempre tutto. Lo staff di consulenza del Governo ha bisogno di tempo per illustrare l’accaduto e per mettere insieme un racconto credibile agli occhi dell’opinione pubblica».
Capito? E ancora:
«Le lettere di rivendicazione devono essere citate solo se necessario, ma senza fornire particolari. In caso di dubbio, escludere l’attacco terroristico. Divulgare la teoria dell’autore singolo, come pure quella della persona psichicamente disturbata. In aggiunta: evitare sempre, per cominciare, di parlare di IS (Stato islamico, n.d.r.) o di Islam».
L’autore dello scoop, Stefan Müller, cita un esempio concreto: l’attentato di Dortmund dell’11 aprile contro il bus dell’omonima squadra di calcio. La polizia, dopo una decina di giorni, annunciò che era stato compiuto da Sergej W. (28.enne russo-tedesco nel frattempo arrestato a Tubinga), che aveva ordito l’attentato per speculare in Borsa. Versione, che all’epoca aveva suscitato non poche perplessità. Dal documento scoperto dal Corriere del Ticino si scopre che era giunta una rivendicazione dell’Isis, mai però comunicata ai media. Inevitabile chiedersi adesso: Chi è stato davvero? Sergei o un fanatico del Califfo?
 
 
Due pagine del documento della BKABKA docu
Molto interessante anche la parte del documento in cui, rilevando un netto aumento dei fenomeni terroristici in Europa, si osserva che il quadro è andato peggiorando con «l’apertura delle frontiere da parte di Merkel». Ovvero la Polizia criminale tedesca avvalora l’equazione che le sinistre tendono a liquidare come un pregiudizio o un teorema populista: più immigrati fuori controllo, più terrorismo. La BKA parla di un traffico di passaporti rubati usati dagli attivisti dell’Isis in Europa.
«Dieci milioni di visitatori stranieri all’anno entrano in Germania con passaporti falsi o rubati. In tal senso è possibile correlare la quantità di passaporti rubati con Al Qaeda (IS) e le attività terroristiche islamiste».
 
Sono menzognere anche le cifre sull’immigrazione clandestina, almeno quelle comunicate in Germania. Leggete questo passaggio del rapporto:
«La percentuale degli ingressi illegali è cresciuta del 70%. I colleghi italiani prevedono l’arrivo di circa 350 mila, fino a 400 mila migranti dall’Africa nell’anno 2017. Verso l’esterno, alla stampa e ad altri media, indichiamo una cifra di 250 mila unità».
E lo stesso vale per i crimini ordinari commessi dagli immigrati. Nel 2015 erano 309 mila, nel 2016 sono saliti a 465 mila. Queste cifre, peraltro, non contengono reati contro l’asilo e la socialità.
Ma “ai media – si legge nel rapporto – si parla rispettivamente di 209 mila reati e di 295 mila». Ben 170 mila in meno.
Decisamente esplosivo questo passaggio del rapporto:
«Mai parlare di migranti economici. La sollecitazione giunge direttamente dal ministro della Cancelleria e dal portavoce del Governo. Queste indicazioni sono tassative, per chi non le rispetta sono previste sanzioni severe, procedure disciplinari e il licenziamento dalla polizia».
Sia chiaro: le autorità, da sempre, si riservano una certa discrezionalità nel diffondere le notizie più sensibili o per proteggere agenti infiltrati. Non dicono mai tutta la verità, com’è ovvio. Ma il quadro che emerge da questo rapporto va oltre i normali confini dell’intelligence.
 
Quando si modificano sistematicamente le statistiche, quando si tenta di dissimulare gli attentati fino a dare istruzioni per fabbricare versioni credibili agli occhi dell’opinione pubblica, quando un governo vieta di parlare di “migranti economici” si è in presenza di un metodo per la creazione di Post Verità governative o, se preferite, di una manipolazione sistematica delle informazioni.
E tutto questo al fine di non turbare il processo elettorale, dunque di non intralciare la campagna elettorale della cancelliera Merkel.
Cose che capitano nella democratica Germania.
di Marcello Foa – 20/06/2017 Fonte: Marcello Foa

Cosa dite, gli accoglienti svedesi adesso avranno capito che non è la Russia il nemico alle porte ?

Stoccolma1per vedere le numerose foto collegate all’articolo linkare la fonte in fondo
 

Al netto di una situazione in Siria ridimensionata nell’aspetto meramente bellico dell’attacco dell’altro giorno (un Tomahawk costa 1,81 milioni di dollari, mandarne a bersaglio 23 su 59 non pare un risultato dei più brillanti) ma non in quello politico tra USA e Russia, tutto da valutare in base alle prossime mosse (la CNN ha sentenziato che “l’altra notte Donald Trump è diventato davvero presidente” e il Senato americano si è detto certo di avere le prove del coinvolgimento russo nell’attacco chimico, vedremo se come al solito solo a parole), la giornata di venerdì ci ha regalato un’altra perla: ovvero, lo stupore generale nel constatare che il paradiso del multiculturalismo non sia affatto esente da attentati d matrice estremista.
Insomma, la Svezia felix tanto felix non è. Certamente nessuno dei frequentatori di questo blog è stato colto di sorpresa, visto che mi sono scordato il numero di articoli che ho dedicato alla Svezia e alla devastante situazione di degrado sociale creata da decenni di accoglienza senza limiti e welfare a pioggia. Basta mettere in fila qualche dato, d’altronde. E’ stato accolto dall’aperta società svedese Fuad Mohammed Khalad, somalo divenuto capo degli estremisti di Al-Shabaab, così come il capo di Al Qaeda in Iraq: di più, il Paese scandinavo è terzo per numero di foreign fighters in relazione al numero di musulmani residenti, dopo Belgio e Danimarca. E nonostante il governo lo neghi, le forze dell’ordine hanno stilato una lista di cosiddette “no-go areas”, zone in cui la polizia di fatto non entra, se non in casi di conclamata emergenza e in numero massiccio, ovviamente con assetto anti-sommossa: si trovano soprattutto nelle periferie delle grandi aree urbane, Malmoe in testa.
Insomma, il lassismo ha generato un microclima perfetto non solo per l’estremismo islamista ma anche per la creazione di ghetti dove la legge che impera è quella delle gang legate allo spaccio: nemmeno a dirlo, la gran parte dei membri è straniero di seconda o terza generazione.
E’ il caso di Rinkeby, sobborgo proprio di Stoccolma di cui vi ho già parlato in passato e balzata agli onori delle cronache lo scorso anno, quando la troupe del programma “60 minutes” svelò al mondo la quotidianità di questo quartiere composto all’80% da stranieri di prima, seconda e terza generazione, la gran parte dei quali somali dediti ad attività criminali, tanto che in gergo la zona è conosciuta come “piccola Mogadiscio”. Diciamo che l’accoglienza per i giornalisti USA non fu delle migliori.
Nel 2014, tanto per capire l’andazzo, la stazione di polizia del quartiere fu chiusa: il motivo? Essendo stata costruita per servire una comunità svedese, ovvero dedita principalmente a far attraversare la strada ad anziane signore o ritrovare cani smarriti, con gli anni era diventata non solo insicura per i poliziotti ma, addirittura, oggetto di attacchi continui al pari di un fortino assediato dagli indiani: ogni fine settimana, specialmente d’estate, auto in fiamme e pietre e molotov contro la stazione. E nonostante le negazioni formali dell’emergenza da parte delle autorità, il fatto che la situazione a Rinkeby sia fuori controllo lo dimostra questo,
il rendering della nuova stazione di polizia, la quale sarà pronta nel 2019 e costerà 40 milioni di dollari, oltre a un affitto annuale di 1,6 milioni. Le particolarità? Vetri anti-proiettile ovunque, filo elettrificato a protezione, mura e infissi rinforzati e lo status di “luogo a protezione speciale, il che significa che tirare un sasso costa automaticamente un anno di carcere.
Ma non basta: al suo interno lavoreranno 250 persone per una comunità di 15mila, di fatto una ratio di un poliziotto ogni 60 residenti. A Chicago quella ratio è di 270 a 1. Ma tranquilli, non c’è alcuna emergenza legata al degrado e alla criminalità nei quartier svedesi a maggioranza straniera: sono invenzioni, sono solo fake news dei blog populisti come questo.
Insomma, nessuna sorpresa per quanto accaduto nel centro pedonale di Stoccolma. Questo però non vuol dire che non ci siano i soliti dubbi al riguardo, perché il timing appare davvero sospetto. Ammetterete che per riuscire a depotenziare una notizia come quella dell’attacco USA in Siria ce ne volesse ma, alla fine, il risultato è stato ottenuto. Direte voi: se anche si trattasse di un’azione organizzata da qualche centrale del disordine per alzare una cortina fumogena, i tempi per organizzarla sarebbero stati davvero da record. Organizzare cosa? A Nizza, il depresso tossico aveva fatto più di un sopralluogo, aveva rubato il camion usato per la strage e si era creato una via di fuga. A Berlino, stando alla versione ufficiale, Amis Amri aveva preso in ostaggio il camionista polacco da ore, potendo contare su un mezzo con il quale compiere l’azione non appena giunto nella capitale tedesca. Lo stesso per l’attacco con il suv a Westminster due settimane fa, preso diligentemente a noleggio a Birmingham.
 
A Stoccolma il camion è stato rubato “in corsa”, mentre consegnava la birra in un ristorante: insomma, il presunto jihadista, di cui si sono perse ovviamente le tracce, ha atteso che l’autista scendesse per scaricare, è salito sul mezzo e ha dato vita all’operazione. Un po’ campato per aria, come piano: quante ore avrebbe potuto dover attendere, magari invano?
 
C’è poi l’uomo con la felpa grigia e il giubbotto verde, di cui la polizia svedese ha diramato la foto identificativa, premurandosi di dire che non lo riteneva responsabile dell’atto ma voleva parlargli perché, forse, in grado di identificare l’autore: anche qui, diciamo che siamo nel solco investigativo di “Scuola di polizia”. Poi, la svolta: l’uomo è un uzbeko di 39 anni ed è stato fermato, potrebbe essere lui l’attentatore. A suo carico, abiti sporchi di detriti e fuliggine e un “like” messo alla foto dell’attentato alla maratona di Boston (un amante del vintage). Infine, sarebbe saltata fuori anche una bomba artigianale. Per ora, nessun documento d’identità dimenticato nel camion. Insomma, poco lineare l’insieme ma resta un dato di fondo: se fai entrare chiunque, poi è difficile sapere chi ti sei messo in casa. E controllarlo.
Comunque sia, l’effetto panico è stato raggiunto, proprio in quella Svezia che a metà febbraio scorso Donald Trump descrisse come vittima di un attentato legato all’islamismo estremista, facendo andare su tutte le furie il governo di Stoccolma, il quale chiese delle spiegazioni e delle scuse. All’epoca, l’entourage del presidente disse che il tycoon si era confuso, avendo visto recentemente in televisione un servizio dedicato a un attacco compiuto a Sehwan, in Pakistan, dove rimasero uccise 85 persone. Insomma, Sehwan e Sweden suonano più o meno uguali, non vi pare? A voler pensar male, un’altra ipotesi – altrettanto originale, magari – salta fuori. Soprattutto se uno, invece che un telegiornale, guarda un memorandum. Si scherza, ovviamente.
Ma la questione a mio avviso più inquietante è un’altra, perché non più tardi dello scorso inizio di marzo la Svezia aveva tracciato con chiarezza le sue priorità in materia di sicurezza, dimostrando grande risolutezza da parte del governo. Per la prima volta dopo la fine della Guerra Fredda, infatti, la pacifica e neutrale Svezia reintroduceva il servizio militare obbligatorio, abolito sette anni fa. E, in onore del mantra del gender, lo stesso servizio militare riguarderà sia donne che uomini: per il governo di sinistra a guida socialdemocratica del premier Stefan Loefvén, tutti i cittadini nati dal 1999 in poi saranno chiamati a prestare servizio nelle forze armate. Preveggenza per quanto accaduto ieri? No, la ragione della decisione è spiegata chiaramente dai portavoce governativi: la Russia di Putin fa paura.
Ecco come raccontava la decisione “Repubblica”: “Continue violazioni delle acque territoriali da parte di sottomarini-spia della Voyenno-Morskoj Flot, frequenti sconfinamenti di caccia e persino di bombardieri atomici della Voyenno-Vozhdushnye Silij Rossii, fino a grandi aerei strategici vettori di armi nucleari che a transponder spento si mettono a volare sulla rotta d’atterraggio di Arlanda (il più grande dei 4 aeroporti della capitale svedese) con rischi di collisioni e stragi nei cieli. E ancora: propaganda ostile, fake news, spionaggio, cyberwar. Alla fine, Stoccolma ha deciso di reagire. In corsa”. Me cojoni, come dicono a Goteborg.
 
Ma non basta. “Allo stesso tempo, il governo rossoverde è pronto ad accogliere subito l’appello urgente dello stato maggiore interforze delle forze armate reali per un rapido, consistente aumento delle spese militari. Per dotare le forze svedesi – modernissime ma puramente difensive – di più armi dell’ultima generazione: i supercaccia Saab JAS 39 Gripen continuamente aggiornati, i nuovi sottomarini invisibili che Saab-cantieri sta sviluppando in corsa, e carri armati pesanti: la versione già in servizio prodotta su licenza e migliorata dai tecnici svedesi del Lopard 2 tedesco è ritenuta un’arma che forse è nel campo dei tank quanto di meglio il mondo libero schieri in risposta al temibilissimo T-14 Armata, il più nuovo panzer delle forze della federazione russa”. Me cojoni bis, siamo alle prove generali di scontro. Ora, al netto che Mosca potrebbe invadere il Baltico e la Scandinavia in due giorni, se davvero volesse, vi pare che con la situazione interna della Svezia, la priorità assoluta sia la deterrenza verso la Russia di Putin? A quanto pare sì, perché queste fotografie ci dimostrano come la russofobia sia diventata ormai patologica in Svezia, tanto i 65mila bunker anti-atomici costruiti durante la Guerra Fredda stanno subendo in questi giorni lavori di manutenzione e miglioramento, il tutto in caso di invasione russa del Paese.
Già oggi, i rifugi proteggono da esplosioni, radiazioni e agenti chimici ma le esercitazioni militari russe sul confine hanno spinto le autorità a farli ulteriormente migliorare, rendendoli soprattutto immediatamente pronti all’uso. Di fatto la Svezia, una nazione di 9,5 persone, riattiva la leva obbligatoria e fa revisionare in fretta e furia i bunker anti-atomici per timore di Mosca. Delle due, l’una: o il rischio è imminente come ci dice l’operazione sui rifugi o è di medio termine, come suggerirebbe la mossa del servizio militare, visto che non si addestra la gente nell’arco di due settimane. Soprattutto per fronteggiare l’esercito russo. Tant’è, il governo svedese aveva trovato un nemico da additare alla popolazione e un motivo per espandere il budget difensivo, nonostante lo status di neutralità. Che dite, dopo ieri gli svedesi avranno rivisto le loro priorità in fatto di sicurezza? E, cosa più importante, sapranno rispondere come si deve ai loro governanti, quando torneranno alle urne il prossimo anno?
Mauro Bottarelli – 08/04/2017 Fonte: Rischio Calcolato

Alla tv tedesca si può dire che Trump va ucciso. Ma basta un “like” per Marine Le Pen e sono guai


Avete notato come l’attentato di Quebec City sia sparito in fretta dalle notizie che contano? Eppure sono morte sei persone e altre otto sono rimaste ferite in quello che il premier canadese, il Big Jim del buonismo, Justin Trudeau, ha subito chiamato “attacco terroristico” e che le autorità hanno bollato come “l’atto di un lupo solitario”. Lo studente universitario fermato è stato accusato di omicidio plurimo premeditato e di tentato omicidio di cinque persone: insomma, accuse pesantucce. Certo, non ha ammazzato dei vignettisti francesi molto chic ma soltanto un macellaio, un professore universitario e un farmacista, tra gli altri: niente che faccia tendenza.
Tanto più che l’unica cosa che conta è il suo profilo Facebook, immediatamente oscurato, dal quale si desume la sua simpatia per Donald Trump e Marine Le Pen. Insomma, Alexandre Bissonnette è perfetto mostro xenofobo da sbattere – per poco – in prima pagina. Di più, stando alla stampa canadese, il nostro sparatore trumpista è noto nei circoli di attivisti cittadini come un troll di estrema destra che spesso esprimeva posizioni contro gli stranieri e contro le femministe.
 
Di fatto, però, il suo profilo on-line e la sue frequentazioni mostrano un ragazzo con poco interesse alle politiche estremistiche, almeno fino allo scorso marzo, quando Marine Le Pen visitò proprio Quebec City e parve ispirare l’attivismo on-line di Bissonnette. A confermare il profilo estremista ci ha pensato un amico con cui il killer è cresciuto e che conosceva la sua attività su Facebook, Vincent Boissoneault. Ecco le sue parole: “Posso dirvi che sicuramente non era un musulmano convertito. Lo descriverei come uno xenofobo. Non penso nemmeno che fosse totalmente razzista ma era affascinato da un movimento razzista e nazionalista borderline”.
 
C’è poi François Deschamps, un consigliere per l’occupazione che gestisce una pagina Facebook di supporto per i rifugiati, il quale ha detto di aver riconosciuto immediatamente Bissonnette dalla fotografia: “Era qualcuno che faceva frequenti ed estremi commenti sui social network, denigrando i rifugiati e il femminismo. Non era proprio odio totale, più che altro era parte di questo nuovo movimento nazionalista, conservatore e identitario che è più intollerante che pieno d’odio”.
 
Insomma, dalle descrizioni, abbiamo il profilo del perfetto lupo solitario. E di tutti i movimenti anti-establishment di mezzo mondo, da Wilders ad AfD passando per Orban: tu guarda che combinazione. Peccato che un altro amico d’infanzia del killer, Michel Kingma-Lord, abbia offerto ai media una narrativa un po’ diversa.
Ecco le sue parole: “Sono sotto shock, ultimamente non ci vedevamo più tanto ma quando eravamo più giovani abbiamo passato molto tempo insieme, ci univa la passione per i minerali. Era un bravo ragazzo, generoso, educato e sempre pronto ad ascoltare. E sempre stato più interessato al club degli scacchi del campus che all’ideologia politica. Non ha mai postato nulla sull’hate speech, non avrebbe mai condiviso qualche ideologia politica. Quando parlavamo, erano dialoghi normalissimi”.
 
Ma si sa, le cose possono essere cambiate dopo la visista di Marine Le Pen a Quebec City. E poi ci sarebbero state quelle lodi su Facebook proprio verso la candidata della destra francese e verso Donald Trump: ora i suoi commenti sono spariti insieme al suo profilo ma si sa che il suo “like”, oltre che sulle pagine della Le Pen e anche di altri politici di destra, era finito anche su quelle di Garfield e di alcune pop-star, tra cui Katy Perry. Che strano tipo di lupo solitario estremista: odio le femministe ma ama Katy Perry, la quale a sua volta odia Donald Trump che, invece, il killer venera. E cosa sarà successo dopo la visita di Marine Le Pen? Mistero.
 
Ma la domanda è un’altra. Al netto della solita assenza di certezze e dettagli che segue questi casi, tutti i particolari resi noti dipingono un quadro chiaro: dietro chi è molto attivo on-line, dietro a chi opera da troll, dietro a ogni commento fuori dalle righe, potrebbe esserci un potenziale lupo solitario pronto ad entrare in azione. Dettagli su come abbia trovato le armi? Nessuno. Il famoso secondo killer? Sparito, il cittadino marocchino fermato è diventato rapidamente un “testimone”: quindi, potenzialmente inseribile in un programma di protezione che lo renderebbe innocuo. Qualcuno ha gridato davvero “Allah akbar” come confermato dalle prime notizie o trattasi di delirio uditivo? Capite da soli che se il solo fatto di ammirare (o aver messo il “like” alla pagina Facebook) Marine Le Pen o Donald Trump può diventare qualcosa di sospetto, di tracciabile in via preventiva, un’aggravante a qualsiasi commento si posso postare on-line, siamo alla psico-polizia.
 
L’attentatore di Quebec City, a quanto ne sappiamo, non ha mai sparato in vita sua ma, di colpo, decide di attaccare una moschea con un fucile d’assalto, centrando 14 bersagli, uccidendone sei e ferendone otto. Ricorda lo sparatore di Monaco di Baviera, un adolescente che ha comprato la pistola su Internet e, nell’arco di due settimane, era diventato un cecchino degno dell’IRA su bersagli in movimento e con una Glock 19. Non so se avete mai visto “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri e con un sempre straordinario Gian Maria Volontè. Se non lo avete fatto, questi cinque minuti di una delle scene principali, forse potrebbe farvi capire meglio il mio punto di vista e i miei timori.
Perché “sotto ogni criminale può nascondersi un sovversivo e sotto ogni sovversivo può nascondersi un criminale”. Ovvero, la criminalizzazione del dissenso iniziato con la guerra contro le fake news e la post-verità e che ora fa il salto di qualità con le tracciature dei profili social che diventano – di fatto – le uniche prove di un omicidio premeditato multiplo per ragioni d’odio, perpetrato non si sa come e non si sa perché da un studente 24enne di scienze politiche alla prestigiosa università Laval. Ma che aveva dato il suo “like” alla pagina Facebook di Trump e della Le Pen. Anche se io propendo per Garfield come fiancheggiatore, mentre Katy Perry potrebbe essere stata l’armiere.
Ma ironia a parte, se invece dite in televisione che l’unico e più semplice modo per porre fine alla catastrofe di Trump è ammazzare il presidente alla Casa Bianca, magari non ti applaudono pubblicamente ma il circo Barnum del politicamente corretto ti garantisce una pacca sulla spalla, magari scomodando il concetto aristotelico di tirannicidio come obbligo morale. E successo al direttore ed editore del settimanale tedesco, “Die Zeit”, Josef Joffe, nel corso di un filo direttore con i telespettatori nella trasmissione ADR-Presseclub.
 
Quando gli è stato chiesto se fosse possibile porre Trump sotto impeachment e porre fine alla catastrofe che rappresenta, Josse ha così risposto: “Deve esserci una maggioranza qualificata di due terzi del Senato perché si possa rimuovere il presidente. Questi sono ostacoli politici e legali particolarmente duri, deve succedere qualcosa di molto grave per questo e non siamo ancora a quel punto… Ci potrebbe però essere un omicidio alla Casa Bianca”. Eco di questa sparata? Zero. Auspicare l’omicidio del presidente degli Usa in diretta tv in Germania è ormai normalissimo. In compenso, se metti “like” al profilo di Marine Le Pen, sei tracciato come potenziale lupo solitario. Tutti avvisati.
 
Di Mauro Bottarelli , il 31 gennaio 2017

E la Boldrini incontra ​discussa Ong islamica

Ieri Laura Boldrini ha incontrato Nour Dachan, medico italio-siriano a capo di una Ong molto discussa
lauraboldrini20-660x330
 
Gli ultimi due tweet di Laura Boldrini sembrano più che in contraddizione. Prima ha espresso “soddisfazione per l’azione della polizia che ha portato all’uccisione del terrorista sospettato della strage di Berlino”.
Poi ha informato entusiasticamente di aver “incontrato il dottor Danchan, medico italiano di origini siriane” di cui ha condiviso un appello contro la guerra in Siria. Tutto normale, visto che l’incontro era organizzato da tempo. Se non fosse che nella storia di questo dottore islamico ci sono alcune ombre. Che forse rendono la visita di ieri inopportuna.
 
Nour Dachan è famoso per essere presidente emerito dell’Ucoii, l’Unione delle Comunità Islamiche Italiane, da più parti indicata con “una forte influenza dei Fratelli Musulmani”. Come noto, la Fratellanza è stata bandita da Emirati Arabi, Arabia Saudita e Egitto con l’accusa di essere un’organizzazione terroristica. Dachan ha sempre negato ogni vicinanza, ma nel 2015 – come ricostruito da Valentina Colombo su La Bussola Quotidiana – Nour Dachan avrebbe invitato a parlare ad un evento alcuni membri dei Fratelli Musulmani.
Poi c’è la questione dell’organizzazione islamica “Onsur”. La stessa Boldrini, nella biografia di Nour Dachan pubblicata sul suo sito, indica l’Onsur come “la sua Ong”.
 
Nulla di strano, se non fosse per alcune foto “imbarazzanti” che possiamo documentare. Ad essere coinvolto è Ahmad Amer Dachan (il figlio, se non si tratta di ominimia), dottore commercialista che lavora nella Onsur e ne è stato Presidente. In un’occasione Ahmed si è fatto immortalare abbracciato con un volontario di Islamic Relief, un’altra Ong musulmana con base a Londra che Israele ha messo sotto accusa per aver aiutato una cellula terroristica a rapire tre studenti israeliani nel 2014. Se non bastasse, qualche mese fa sempre Ahmed ha pubblicato una foto di un un gazebo a sostegno dell’ex presidente egiziano dove sembrerebbe apparire anche Nour Dachan.
 
Chissà se la Boldrini era a conoscenza di tutto questo.
Giuseppe De Lorenzo – Sab, 24/12/2016 – 13:49