Il consorzio che ristrutturò la scuola di Amatrice costruì le fondamenta di Expo

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/consorzio-che-ristruttur-scuola-amatrice-costru-fondamenta-1299710.html

Il Consorzio Valori Scarl ristrutturò per 500mila euro la scuola di Amatrice ora distrutta. Nel 2013 vinse l’appalto per costruire le fondamenta di Expo

 - Ven, 26/08/2016 – 17:38
Nel settembre del 2012, a ristrutturare la scuola di Amatrice ora distrutta dal sisma fu il Consorzio Valori Scarl di Roma.

Un insieme di aziende nato 11 anni fa e che si definisce “un punto di riferimento” nel mercato “sempre più complesso degli appalti pubblici e privati”. Forse anche grazie all’esperienza sviluppata ad Amatrice riuscì ad accaparrarsi, pochi mesi dopo, un bando di gara da 18 milioni di euro per costruire le fondamenta di Expo.

Le migliorie tecniche alla scuola di Amatrice

Per assicurare un tetto stabile ai bambini, la Regione Lazio ed il Comune stanziarono ben 500mila euro. I lavori piacquero talmente tanto che di fronte alla scuola si possono ancora notare dei cartelli “propagandistici” che definiscono gli interventi tecnici come “un’opera sontuosa. Peccato ora sia crollata.

Il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, sostiene che dopo il terremoto a L’Aquila i tecnici giurarono che lo stabile era a posto. Parliamo del lontano 2009. Nel mezzo ci sono stati gli interventi “anti-sismici” del 2012 e nuove scosse nel 2013. In quel caso la struttura non subì consegueze. “Anzi – dice il Sindaco – per la stabilità della scuola io ricevetti addirittura i complimenti”.

Tuttavia la Procura di Rieti ha aperto un’indagine per stabilire eventuali resposabilità sul crollo del plesso scolastico. Di certo il Pm dovrà sentire i dirigenti del Consorzio Valori Scarl. La scuola, infatti, rientra tra il lavori realizzati insieme ad altri incarichi ricevuti in tutta Italia, da Aosta fino a Catania, passando per Torino, Lecco e Milano.

Le fondamenta di Expo

Milano, appunto. L’ultimo bando vinto dalla Valori Scarl riguarda l’Esposizione Universale diExpo. Una ricca commessa da 18 milioni di euro tondi tondi. Esatto: 18 milioni. Nell’avviso di aggiudicazione appalto pubblicato su expo2015.it è possibile controllare tutti i dettagli dell’accordo quadro che la Società guidata da Beppe Sala stipulò con il Consorzio romano.

Si va dall’esecuzione “di sfalci e disboscamenti” alla “fornitura e posa in opera di tubazioni per teleriscaldamento e teleraffrescamento”, fino ad arrivare alla “posa in opera di tubazioni, pozzetti, camerette” per le fogne. Inutile tediare il lettore. Se non per far notare che lo sforzo più rilevante riguardò la “realizzazione di opere di fondazione in cemento armato” relativeai manufatti delle varie delegazioni straniere“. In sostanza, le fondamenta dei padiglioni costruiti dai vari Paesi partecipanti.

La Società Consortile, va detto, si occupa di “prestare supporto ed assistenza” alle imprese consorziate per fargli vincere la gara. Poi sono le aziende a realizzare i progetti a suon di cazzuola e cemento. In sostanza i costruttori che hanno messo effettivamente le mani a Milano e ad Amatrice potrebbero essere diversi. Anche se convivono sotto lo stesso tetto.

Expo assegnò i lavori alla Valori Scarl nell’ottobre del 2013, appena 400 giorni dopo la conclusione nel settembre 2012 degli interventi “anti-sismici” al plesso scolastico “R.Capranica”. Che a soli 4 anni di distanza è crollato.

Forse, anzi sicuramente, sarebbe dovuto rimanere in piedi.

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LUC MICHEL: INTERVIEW SPECIALE ‘LE GABON AU VENT MAUVAIS DU SOI-DISANT PRINTEMPS AFRICAIN’

EODE-TV & AFRIQUE MEDIA/

LUC MICHEL:

INTERVIEW SPECIALE

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‘LE GABON AU VENT MAUVAIS DU SOI-DISANT PRINTEMPS AFRICAIN’

(26 AOUT 2016)

sur https://vimeo.com/180412276

Laura MUSAT, Ceo de EODE-TV, interviewe le géopoliticien Luc MICHEL sur la déstabilisation du Gabon.

Du « Sommet USA-African Leaders » d’août 2014 à l’élection présidentielle de fin août 2016, voici deux années où le Gabon tremble sous les vents mauvais du soi-disant « printemps africain » (sic). Luc MICHEL nous explique comment, pourquoi, pour qui …

EODE-TV / EODE PRESS OFFICE

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LA STANGATA . TUTTI CONTRO TUTTI, TUTTI CONTRO LA SIRIA E IL PIÙ PULITO HA LA ROGNA

VENERDÌ 26 AGOSTO 2016

 
 Mercenario curdo con targhetta Usa. O viceversa.
 
Mercenario Isis con tatuaggio US Army
 
Prevenzione anti-terremoto no, Tav sì
Scrivo da un’Italia che, dopo aver esaurito le sue lacrime e i calcinacci da spostare, farebbe bene a urlare in faccia  ai nostri mafioreggenti, tanto da travolgerli, le loro colpe per ogni singola tragedia che ci colpisce, dal terrorismo, alla mancata prevenzione, alle Grandi Opere, alle grandi guerre. Tragedie sulle quali poi reclamano e sciaguratamente ottengono – vecchio trucco di tutti i farabutti – la “grande unità nazionale”. Un miliardo in 10 anni per la ricostruzione dell’Aquila, 44 milioni per il 2016, briciole scandalose per non sforare a Bruxelles. Invece arriviamo ai 50 miliardi per le Grandi Opere, tutte devastanti, tutte inutili, tutte mafiose: Tav Torino Lione, Tav Terzo Valico, altri TAV, trivelle dappertutto in terre e mare, Olimpiadi, Orte-Mestre, Ponte sullo Stretto, per citarne solo alcune, Grandi Opere di uno Stato killer. Con 10 miliardi all’anno si metterebbe in sicurezza un paese in cui per il 70% si è costruito senza criteri antisismici. Basterebbe rimettere l’IMU a chi può.
Si ristabilirebbero l’organico e i bisogni finanziari dei Vigili del Fuoco, si potenzierebbe un Corpo Forestale ora sequestrato dai carabinieri. Intanto Nicoletta Dosio, tanto per citarne una, quasi 70 anni, da un quarto di secolo combattente nonviolenta anti-Tav e punto di riferimento di una resistenza nazionale che va oltre la Valsusa, protagonista con Alberto Perino del mio docufilm “Fronte Italia-Partigiani del 2000”, rischia il carcere perché non accetta il diktat di una magistratura alla Torquemada che le impone i domiciliari e l’obbligo di firma. E l’ex-procuratore generale Giancarlo Caselli, uno che, a dispetto del suo narcisismo, non ha fatto proprio il massimo delle figure nel contrasto a mafia e brigatisti (vedi “La trattativa” di Sabina Guzzanti), e i suoi due para-dioscuri Padalino e Rinaudo alla procura di Torino, persistono implacabili nella persecuzione di quelli che il senatore piddino e fucilatore politico di sindaci eterodossi come Marino e Raggi, gli indica come terroristi della Valsusa. Basterà un terremoto a darci la sveglia?
Il baro di Ankara
Al grande poker mediorientale chi vince questa mano è Erdogan, biscazziere e baro principe (ma il casinò è in mano a USraele), mentre il pollo, meritatamente e con soddisfazione di chiunque abbia in odio i rinnegati, i venduti e i traditori, sono i curdi. Naturalmente idolatrati e difesi oltre ogni limite della decenza e della verosimiglianza, dall’italiota quotidiano salafita (nella specificità curda, ma solo in questa, adornato di scintillanti piume laiche. Per il resto Fratellanza Musulmana fino alla morte). L’invasione turca della Siria, per prendersi la città arabo-siriana di Jarablus (per nulla curda, come tante altre occupate dall’YPG e dal geografo del “manifesto” diplomato a Tel Aviv assegnate ai curdi, in parallelo con  la stessa revisione operata sui territori arabi dell’Iraq), dopo quella di Manbij e dopo l’attacco curdo-americano ad Hasakah, respinto dai lealisti, insegna ai rinnegati di Rojava che vendersi al primo venuto, nel caso gli Usa, di solito conduce all’essere rivenduti.

Cosa immediatamente dimostrata dalla dichiarazione del vice-Obama, Joe Biden, con sospetta puntualità sul posto, a sostegno del partner di poker dalla lucidissima follia e dal formidabile ricatto (vedi migranti, UE, Merkel, Putin). Dopo aver condotto al guinzaglio i curdi dell’YPG, che il patetico “manifesto” insiste a definire “Forze Democratiche Siriane”, vedendoci, oltre ai curdi, inesistenti arabi, circassi, assiri e turcomanni, a espandersi su territorio arabo sotto sovranità della libera, democratica e laica Siria, ora Biden gli intima di arrendersi ai propri boia turchi, anzi di arretrare al di là della riva orientale dell’Eufrate, dove storicamente gli spetta di stare.

Curdi arlecchini, servitori di qualunque padrone
 
 La vera estensione della presenza curda.
 
Dunque i curdi, dalla figura da cioccolatai per la dabbenaggine e di merda per l’linfamia, prestatisi a fare da ascari a Nato, Usa, Israele, Golfo, internazionalmente più accettabili dei jihadisti logorati dal tempo, dalle sconfitte, dalle eccessive barbarie e dalle nequizie loro attribuite in Europa, hanno assolto al proprio compito e se ne ritornino a cuccia. Restano sul bagnasciuga dei detriti spiaggiati tutti coloro che si erano arrapati a vedere frantumare la Siria renitente a colonialismo, imperialismo, non più dagli impresentabili scuoiatori e crocefiggitori Isis (richiamati nella riserva) o Al Qaida-Al Nusra (rigenerati da Assopace, Cia e Hillary in milizia moderata), bensì dalla meraviglia di un nuovo popolo eletto, democratico, laico, partecipativo, femminista. Non per nulla portato in spalla dall’altro popolo eletto e dalla sua lobby, che non nega armi, fondi, ospedali, propaganda a chiunque si presti a fare a pezzi stati arabi felicemente multietnici e multiconfessionali.
Grande è la confusione sotto il cielo con i curdi, mercenari degli Usa e longa manus di Israele, che picchiavano l’Isis, mercenari Usa-Nato-Israele-Golfo, e ora vengono picchiati dai turchi con il beneplacito dei loro padrini e compari americani e israeliani, mentre i russi, amici di Damasco, che, avendo flirtato con i curdi in funzione anti-Nato, se li sono visti sottrarre dalla Nato in funzione anti-Damasco e ora però sono costretti a biasimare i turchi che li picchiano, ma con i quali turchi s’erano illusi di poter consumare merende. Collateralmente, anzi in subordine, al rientro del “maverick” (mattocchio imprevedibile) turco nell’ordine geopolitico che, in un modo o nell’atro, con i partner e subordinati che capitano, corrisponde alla visione dell’élite mondialista, plaudono i diretti interessati europei, a partire da Hollande fino allo zannuto ministro della Difesa tedesco.
Carta perde, carta vince
A prima vista Erdogan parrebbe aver calato il poker: ha rimesso in riga gli odiati curdi, si è rifatto una verginità davanti all’opinione pubblica occidentale, dopo il mezzo autogolpe e la successiva epurazione da rendere la Gestapo un corpo di boy scout, fingendo di dare addosso al califfo che aveva fin lì avuto come socio d’affari e di genocidio in Iraq e Siria. Difatti l’Isis, ricevuto l’ordine di servizio, ha abbandonato Manbij e Jarablus senza lasciarsi dietro neanche una mina (mentre ad Hasakah l’eroico YPG delle splendide ragazze e dagli invincibili giovanotti, infiltratosi in città  compiendo assassinii, saccheggi e sequestri, ne è stato cacciato da forze armate serie, quelle di Bashar el Assad.). A questa rigenerazione d’immagine ha poi aggiunto la costituzione della famosa “zona cuscinetto” di 30 km per 7 all’interno del territorio siriano, quella che andava invocando da due anni, che Hillary non perdeva l’occasione per definire indispensabile e urgente, ma che Obama frenava perché apprensivo su un’eventuale seguito di impegno Usa a terra.
Freno saltato nel momento in cui forze di terra e aria americane, richiamate dai curdi, ansiosi di farsi sudditi e mercenari dell’Impero al pari dei fratelli del Kurdistan iracheno, sono penetrate in Siria attraverso l’ospitale Rojava e vi hanno costituito una base (che domani, in caso di liti in famiglia, potrebbe anche rimpiazzare quella turca di Incirlik).
Il fascino del modello Erdogan
 
Il biscazziere di Ankara, grande bluffatore, ma anche grande ricattatore ha vinto questa mano: sta dentro la Siria e questo significa che in Siria ci sta ufficialmente la Nato. Ha preso in giro la Russia ventilando qualcosa che, per i nostri grandi e sprovveduti analisti, pareva addirittura un cambio di campo. Ha sottratto la milizia curda  agli Usa, che da quella avevano ricevuto grande beneficio propagandistico (vedi “il manifesto” e la lobby), dopo essersi macchiati col parto, l’allevamento e la manutenzione del terrorismo jihadista. Ha anche rabbonito gli iraniani che, nell’incontro dei rispettivi ministri della Difesa, hanno convenuto con i turchi che, sì, i curdi sono per entrambi una gran rottura di coglioni. E chissà se questo non si riverbererà sull’appoggio di Tehran a Hezbollah e Damasco. E poi ha turlupinato il mondo intero facendo credere che andava menando quell’Isis  che, commissionatogli da USraele, nelle persone di Hillary, Obama e Netaniahu, è stato il rompighiaccio del suo ottomanesimo d’assalto contro Siria e Iraq e suo partner nel colossale business del petrolio rubato, trasportato, venduto a Israele e altri. Ora che, con la scusa di colpirlo (avendogli attribuito gli autoattentati compiuti contro i propri cittadini) s’è tolto dai piedi i curdi, complici nella distruzione della Siria, ma concorrenti su chi se ne deve avvantaggiare, e ha ricondotto gli Usa alla coerenza Nato, la mano parrebbe davvero sua.
Erdogan mette sul tappeto verde, col cinismo del serial killer, la posizione geostrategica del suo paese e del suo esercito, il secondo Nato dopo quello degli Usa, la più preziosa per mosse in qualsiasi direzione da questa specie di “heartland”: Mediterraneo, Medioriente, Africa, Iran e Asia, Russia. Un autentico pivot. Ma che senza il perno sul quale girare, gira vuoto. E il perno sono gli Usa, fornitori dell’intero armamentario delle forze armate turche (che nessuno riuscirebbe a sostituire in meno di vent’anni); Israele, che ne può stabilizzare o destabilizzare l’assetto agendo sulle minoranze curde, come fa da sempre in Iraq; e la NATO insieme all’UE, che lo vedono inserito-incastrato in un sistema reticolare di alleanze e interdipendenze che, se Erdogan prova a usarle tipo agitando i milioni di turchi contro Merkel, può davvero isolarlo da quella “comunità internazionale” nella quale, per intima sintonia criminale, non può non restare collocato. Venendo ai russi, è proverbiale la loro prudenza. E la prudenza è spesso saggezza. Ma non sempre.  Con questa fissa di tenersi buoni tutti quanti, trascurano che il diavolo e l’acqua santa alla resa dei conti sono inconciliabili.
 
Poker contro scala reale
Se dunque il tiranno di Ankara ha calato il poker, che stia in guardia: c’è di fronte un giocatore che potrebbe avere in mano i colori. E non credo che all’altro lato del tavolo vi sia un russo disposto ancora a rilanciare. Per quanto forse gli converrebbe. Ora. C’è ancora una finestra temporale nella quale il grande pezzo degli Usa che guarda a Trump (non a quello bislacco e islamofobico, a quello anti-guerra, distante dalla Nato e che vuole il dialogo con Mosca) non pare disponibile all’armageddon probabilmente nucleare. Quello che arriverà con il pendaglio da manicomio criminale, Hillary. Perché allora non ce ne sarà più per nessuno. Quanto a noi, che da qui guardiamo col fiato sospeso e il cuore in gola a cosa riserverà il domani alla Siria e, con lei, al mondo, troviamo conforto nello sguardo sull’Iraq dove l’avanzata delle forze nazionali irachene verso le ultime roccaforti dell’Isis alimenta la speranza che il progetto anglosionista della spaccatura del grande paese in frammenti coloniali possa stavolta non riuscire. A dispetto degli ineffettuali mercenari Peshmerga e del loro narcomafioso presidente Barzani.
 
Curdi buoni, egiziani cattivi, Regeni martire
Mettendo sottosopra la realtà per ridurla nei termini in cui ce la intendono proporre da Washington (Langley), Londra, Tel Aviv, Bruxelles, il quotidiano salafita, da autentico virtuoso, si spacca in due opposti e ci offre un doppio paginone-ossimoro (il manifesto, 29/8/16). Da un lato lo scontro tra manigoldi attorno a Rojava, curdi, turchi, Isis, Usa, con il corredo delle forze speciali (squadroni della morte) Nato, ci viene presentato come il martirio degli unici buoni, i curdi, che solo loro combattevano e vincevano i jihadisti (i siriani lo fanno da quasi 6 anni, ma non conta, non sono i buoni) e, hai visto mai, alla lunga ce l’avrebbero fatta anche contro il “dittatore di Damasco”. Bombardando i civili siriani a Hasakah avevano bene iniziato.
Sulla pagine di fronte riesumano, ormai ultimi giapponesi nella giungla, affiancati dal solito virulento capo-Amnesty d’Italia (indifferente all’epico fiasco del recente rapporto sugli scomparsi nelle carceri siriane, diligentemente ripreso dall’agenziucola umanista “Pressenza”), un Giulio Regeni ormai prudentemente lasciato ai trafiletti dal resto della stampa. Un estremo, quasi disperato sforzo pro Fratelli Musulmani e loro braccio armato terrorista (delle cui imprese bombarole contro civili e funzionari egiziani nulla fanno sapere). L’occasione è l’uscita del presidente Al Sisi  – che ha resi verdi di bile sia i manifestini che gli amnestini – sui rapporti normalizzati con Roma. Noury di Amnesty abbaia e Chiara Cruciati risponde con guaiti frustrati su quella che è la loro “mission non accomplished”: l’isolamento dell’Egitto uscito dalle benefica morsa dei Fratelli Musulmani e dalla tutela di Erdogan, che ne avrebbero garantito docilità e collaborazionismo incondizionato. Sulla Libia e tutto.
Contro quella che viene definita la resa del governo italiano, questo duetto di botoli lancia su Al Sisi (come già su Assad e, prima, su Milosevic, Gheddaffi, Saddam) fantasmagoiriche e totalmente indocumentate cifre di omicidi extragiudiziali, prigionieri politici, scomparsi. Di quello che al momento, anche per la nuova amicizia con Mosca e il ruolo determinante in Libia, per il controllo del Canale di Suez da lui raddoppiato, per la scoperta disponibilità, grazie all’ENI, di un’enorme ricchezza di idrocarburi in mare, è diventato un protagonista dell’area e oltre l’area e, oggettivamente, un antagonista di Israele e dei suoi sodali in Turchia e nel Golfo, si pretende grottescamente che sia un apripista dell’espansionismo sionista. E gli si invoca contro tutto l’amamentario già collaudato contro altri birbaccioni: rotture diplomatiche, sanzioni, ostracismo politico, boicottaggio economico e alla fine, non detto ma sperato, bombe.
 
Ciò che questi trombettieri e pifferai dell’Impero devono occultare, come si sono affannati a fare fin dall’inizio, è la vera natura del personaggio Regeni., come evidentemente è nota al governo italiano, a molti media e agli accademici di Oxford e Cambridge che alla richieste di complicità della famiglia Regeni hanno opposto un consapevole silenzio. Chi e come abbia chiuso la vicenda umana del giovanotto non è dato ancora saperlo. Non deve essere facile per gli inquirenti egiziani: la controparte opera bene. Del resto noi aspettiamo da un po’ di tempo che ci  dicano chi abbia abbattuto l’Itavia di Ustica, chi abbia rapito e ucciso Moro, chi abbia colpito l’Italicus e via ignorando. Ma sapendo il cui prodest.
Trattasi di papere
E’ dato sapere qualcosa che Amnesty e il quotidiano salafita, pur avendone piena contezza, nascondono e, a domanda, non rispondono. Cosa andava facendo Regeni in Egitto, all’Università americana, dopo aver lavorato in Inghilterra alle dipendenze di maestri spioni e masskiller angloamericani come David Young, carcerato per il Watergate, Colin McCole, ex-capo dei servizi segreti britannici, e John Negroponte, creatore dei Contras e degli squadroni della morte in Centroamerica e poi in Iraq. La loro ditta, Oxford Analytica, si occupava di spionaggio economico e politico, aveva 1.400 dipendenti e sedi a Londra, Parigi, Washington e New York. Non un ufficetto alla Callaghan. Regeni lavorava per delle spie. Regeni faceva corsi all’Università Americana del Cairo. La resistenza afghana ha appena fatto saltare l’Università American a Kabul. Io conoscevo molto bene l’Università Americana di Beirut. Tutti sanno che le università americane in quei paesi allevano i virgulti dei diplomatici e delle multinazionali Usa insieme a quella che dovrebbe diventare la futura classe dirigente collaborazionista locale. In parole povere, sono scuole e covi di spie.
Regeni non era una spia, mandata a farsi ammazzare per sfrucugliare un governo non gradito? Diceva qualcuno che se cammini come una papera, fai quac quac come una papera, deponi uova come una papera, è molto probabile che tu sia una papera.
Pubblicato da alle ore 18:09
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NOUS SOMMES 100.000 MEMBRES SUR ‘AFRIQUE MEDIA GROUPE OFFICIEL’ !!!

Bravo et une fois de plus merci à tous.

Plus que jamais AFRIQUE MEDIA TV, attaquée de toutes parts (Quai d’Orsay, CNC, émissions de diversion pour déstabiliser notre TV, faux « panafricanistes » et vrais escrocs, médias occidentaux, politiciens fantoches), a besoin de chacun de vous …

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NOUS VENONS DE FRANCHIR LA PREMIERE ETAPE,

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MAINTENANT VERS LES 250.000 MEMBRES !

Nous sommes fiers de vous.

CONTINUEZ. Notre SECOND objectif ce sont précisément ces 250.000 membres pour AFRIQUE MEDIA TV !!!

100.000 déjà depuis le 30 octobre 2014, un taux de développement exceptionnel pour le seul groupe reconnu par AFRIQUE MEDIA TV !

En avant vers notre seconde étape : 250.000 membres …

LM (pour les administrateurs)

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Il Radon come precursore dei terremoti?

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/06/16/il-radon-come-precursore-dei-terremoti/265064/

di  | 16 giugno 2012
Profilo blogger

Professore ordinario Dip. di Energia del Politecnico di Torino
I grandi terremoti (magnitudo 5.5 o superiore) sono il più devastante di tutte le calamità naturali per la vita umana e per le cose. Il recente terremoto in Emilia e quello in Abruzzo (aprile 2009) hanno avuto conseguenze tragiche per l’Italia.

Gli studi scientifici che portano alla previsione di grandi terremoti, con sufficiente anticipo, hanno quindi un grande significato per l’umanità. Purtroppo, ad oggi, nessun metodo affidabile è stato sviluppato: se si possono avere successi applicandoli su scale dei tempi geologiche, quando essi vengono applicati ad una scala umana, che richiede tempi precisi, la localizzazione e l’intensità sono fattori non facili da definire esattamente.

Notevoli cambiamenti nella concentrazione di Radon, un gas radioattivo emesso naturalmente dal terreno, sono stati osservati in molte zone soggette a terremoti pochi mesi o giorni prima, durante e dopo un grande terremoto. Tale comportamento è stato osservato in miniere profonde, in cantine e pozzi in cui le fluttuazioni indotte sulla concentrazione di radon a causa di altri fattori ambientali possono virtualmente essere escluse. Pertanto, si è tentati di prendere in considerazione un’improvvisa irregolarità della concentrazione di radon, per giorni e giorni, in particolare nei pozzi profondi in una zona sismica, come un presagio potenziale per un terremoto.

Un argomento standard per giustificare scientificamente la variazione della concentrazione di Radon disciolto in faglie e pozzi d’acqua prima, durante e dopo un terremoto in quella zona, è la variazione nel rilascio dei gas intrappolati nelle rocce della crosta terrestre dovuto al collasso dei pori e/o apertura di micro-fratture causati da variazioni di stress.

Recentemente, insieme ad un collega dell’Università della Tuscia, Fabrizio Aumento, abbiamo proposto [1,2] un affinamento delmetodo del “Radon precursore”, basato sui risultati di una rete di dodici stazioni multiple, sincrone, di monitoraggio della concentrazione di Radon. I nostri lavori sono stati presentati a Conferenze scientifiche internazionali, ma nessun finanziamento è arrivato in Italia, anche a causa delle polemiche su questo tipo di studi. Queste polemiche a noi non interessano, interesserebbe essere messi in grado di portare avanti scientificamente un programma di ricerca serio.

Sulla base di studi a lungo termine, esistono alcuni precursori dei terremoti: i cambiamenti nella concentrazione di ioni in acqua, variazioni nella concentrazione di Elio, Neon, Argo, Radon e Azoto nell’ambiente della zona interessata, la anormalità del comportamento in alcuni animali, la presenza di lievi scosse prima di un grande terremoto, l’improvviso cambiamento del livello dell’acqua in alcuni pozzi, le deformazioni del suolo. Ma la maggior parte di questi precursori sono soggetti a influenze così diverse che si comportino in modo irregolare e, pertanto, sono stati poco conosciuta finora, rendendo previsione dei terremoti una questione controversa.

Il radon può essere un precursore di terremoto efficace, se un metodo di valutazione molto raffinato è impostato in modo da spiegare ed eliminare le altre variazioni di Radon non collegate ad un possibile terremoto. Un perfezionamento del metodo del Radon – per il quale eventualmente rimandiamo ai lavori scientifici sopra citati – si è rivelato efficace nell’area di Bolsena/Bagnoregio/Civita/Montefiascone (Alto Lazio), basandosi sui risultati di una rete di dodici stazioni multiple di monitoraggio: la nostra proposta è di rompere la rete di diffidenza su questo tipo di ricerche. Non ci definiamo maghi o santoni, ma vogliamo semplicemente affinare la robustezza scientifica del metodo del Radon per prevedere terremoti: credo che in Italia valga la pena di provarci.

[1] M. Zucchetti, F. Aumento, “Radon Flux Variations as Earthquake Precursors”, NURT Conference Proceedings, La Habana, Cuba, Feb. 2011, pp. 101-105, ISBN 978-959-7136-79-8.
[2] Luís Neves, Susana Barbosa, Alcides Pereira, and Fabrizio Aumento, “Soil-gas radon concentration monitoring in an active granite quarry from Central Portugal”, Geophysical Research Abstracts, Vol. 12, EGU2010-8006, 2010, EGU General Assembly 2010.

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Buco da 700 milioni: 10 arresti. Nelle carte il nome di Verdini

 Buco da 700 milioni: 10 arresti. Nelle carte il nome di Verdini
di  | 16 giugno 2016

Ville a Cortina e jet privati, stipendi ai figli senza che questi abbiano mai messo piede in azienda e opere d’arte: se ne sarebbero andati così parte dei soldi di “Impresa spa”, importante società di costruzioni con appalti che vanno dalle autostrade alle metropolitane di Milano, Napoli e Genova. L’inchiesta sul crac di Impresa si […]

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La legge della Valsusa Manifesto Livio Pepino

vi allego un articolo che compare oggi (venerdì) sul Manifesto, con il titolo “La legge della Valsusa”, relativo ad alcune delle ultime vicende in Valle, in particolare alla misura cautelare emessa nei confronti di Nicoletta, al suo significato e alle reazioni che ha provocato. A quanto mi hanno detto dal giornale il pezzo dovrebbe avere un notevole rilievo e occupare tutta l’ultima pagina. Io ho suggerito di mettere qualche foto dalla Valle con il cartello “io sto con chi resiste violando le imposizioni ingiuste del tribunale di Torino”. Spero lo abbiano fatto…

La legge della Valsusa

- Livio Pepino, 26.08.2016

. Mille e cinquecento indagati in sei anni e mezzo, al ritmo di uno ogni due giorni. Le misure cautelari trasformate da alternativa in anticamera al carcere. Un’incredibile sequenza di diritti e garanzie violate, di prescrizioni vessatorie e imputazioni fantasiose. Ma gli «indiani» No Tav resistono

Il trionfalismo dell’establishment non riesce a nascondere la realtà: la nuova linea ferroviaria Torino-Lione, come hanno spiegato domenica scorsa su queste pagine Pagliassotti e Vittone, è ancora di là da venire. Intanto, dopo ventisette anni, i No Tav, gli «indiani di Valle» non demordono e anzi rilanciano, contrapponendo all’alta velocità l’alta felicità (per riprendere il titolo della grande festa di Venaus del luglio scorso che ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone e di artisti di prim’ordine). A sostegno dell’opera resta una repressione crescente e sempre più scoperta.

Non bastavano l’evocazione di una valle di black bloc, i 1.500 indagati negli ultimi sei anni e mezzo (con una punta di 327 nel 2011 e di 183 dal luglio 2015 al giugno 2016: più di un indagato ogni due giorni), un centinaio di misure cautelari, una gamma di reati che vanno dalle violazioni della zona rossa a fantasiosi attentati con finalità di terrorismo (dichiarati infine insussistenti, dopo lunghe carcerazioni in isolamento, dai giudici di merito e dalla Cassazione). Non bastavano e, puntuali, sono arrivati nuovi dispositivi repressivi. Un caso per tutti, tra i molti quest’estate.

Chiunque è stato in Valsusa sulle tracce del movimento No Tav conosce l’osteria «La Credenza» di Bussoleno (luogo di incontro e di confronto di persone provenienti da ogni dove) e la sua animatrice, Nicoletta Dosio, per tutti semplicemente Nicoletta, già professoressa nel locale liceo, esponente politica della sinistra non omologata, personaggio di primo piano nell’opposizione al Tav. Ebbene, con ordinanza 26 maggio 2016 del gip di Torino, a Nicoletta è stata imposta la misura cautelare dell’obbligo di presentazione quotidiana all’autorità di polizia per fatti commessi un anno prima di fronte al cantiere di Chiomonte, integranti, nell’ipotesi accusatoria, il delitto di resistenza e violenza a pubblico ufficiale (consistente nel lancio di oggetti contundenti e di artifici pirotecnici). Nicoletta non ha lanciato pietre o alcunché ed era, come sempre, a viso scoperto. Ciò che le viene contestato è altro: aver «contribuito a consegnare una fune munita di arpione ad altra persona che, arrampicata sulla griglia di un betafence, agganciato l’arpione alla griglia, ne determinava il successivo abbattimento». La battitura e l’abbattimento delle reti e delle strutture connesse è, come tutti sanno, uno degli obiettivi di sempre del movimento per dimostrare che il cantiere può essere violato e che la determinazione della valle è più forte della militarizzazione. Ma per pubblici ministeri e giudici della cautela tutto ciò scompare e quella condotta non ha finalità dirette ma è strumentale «a disturbare le forze di polizia ed a consentire ad altri di compiere i lanci di pietre e ordigni direttamente sulle forze dell’ordine senza necessità che il lancio dovesse, con una parabola, superare il betafence». Di più, «l’avvicinarsi non travisati, impugnanti palloncini rosa, striscioni e bandiere», lungi dall’essere una modalità di protesta responsabile e civile è un subdolo inganno «per far credere alle forze dell’ordine che l’intenzione fosse di manifestare pacificamente con grida e al più compiere la c.d. battitura delle reti». Così il cerchio si chiude e Nicoletta diventa concorrente nel reato di resistenza perché, contribuendo ad abbattere il betafence, ha fatto sì che altri potessero lanciare degli oggetti contro la polizia con una traiettoria rettilinea anziché con la parabola necessaria a superare un ostacolo dell’altezza di poco più di due metri. Non è la prima imputazione singolare elevata dalla procura torinese ma prudenza avrebbe almeno voluto che la verifica di una costruzione fattuale e giuridica tanto opinabile venisse sottoposta al giudice del dibattimento con l’imputata (reperibilissima e prossima ai 70 anni) in stato di libertà. E invece no: il pubblico ministero chiede addirittura l’obbligo di dimora e il gip dispone la presentazione quotidiana all’autorità di polizia!

Ma le torsioni della legge della Valsusa non finiscono qui. I valsusini, come noto, vivono la militarizzazione del territorio e la valanga di processi e misure cautelari come una vessazione e da tempo hanno deciso di non subirla passivamente. Di conseguenza Nicoletta rifiuta, e lo dichiara pubblicamente, di collaborare all’esecuzione della misura («Che sia chiaro, io non accetterò di andare tutti i giorni a chiedere scusa ai carabinieri, non accetterò che la mia casa diventi la mia prigione. Io a firmare non ci vado e nemmeno starò chiusa in casa ad aspettare che vengano a controllare se ci sono o non ci sono!»). Dopo qualche settimana, in considerazione «della personalità dell’imputata estremamente negativa, intollerante delle regole e totalmente priva del minimo spirito collaborativo», la misura cautelare viene trasformata in obbligo di dimora, aprendo la strada a ulteriori possibili aggravamenti fino alla custodia in carcere. Il copione è scolastico (e destinato a estendersi ad altri esponenti No Tav). Tutti dicono che Nicoletta può manifestare liberamente la sua opposizione alla grande opera ma, poi, le modalità per quanto la riguarda pacifiche di tale protesta vengono parificate ad azioni violente. Nessuno penserebbe di applicarle in prima battuta la custodia in carcere (non foss’altro per la scarsa rilevanza della condotta e per l’età) ma a tale esito si può arrivare per la sua mancata “collaborazione”: secondo lo schema del diritto penale del nemico quel che rileva non sono le esigenze cautelari ma la mancata collaborazione dell’imputata, la sua alterità al sistema.

Così si compie lo snaturamento delle misure cautelari non detentive. Introdotte per limitare la custodia carceraria ai casi di assoluta necessità, esse vengono applicate a imputati che, in loro assenza, sarebbero non in carcere ma in libertà e si convertono così da alternativa al carcere in sua anticamera.

Parallelamente, in particolare con l’applicazione di obblighi tanto gravosi quanto immotivati, si realizza, in sintonia con le prassi dei regimi autoritari, la trasformazione dei provvedimenti cautelari in misure di sicurezza, la cui unica finalità è la neutralizzazione del “nemico”: a sorreggerle non c’è alcuna esigenza cautelare in senso proprio (mancando ogni pericolo di fuga o di inquinamento delle prove) ma solo la previsione che gli indagati possano commettere (non delitti di particolare allarme sociale ma) ulteriori reati della stessa specie, cioè partecipare ad altre manifestazione di protesta.

La posta in gioco, anche in termini generali, è elevata e ben chiara ai valsusini, che hanno lanciato la campagna «mettiamoci la faccia» facendosi fotografare a centinaia con il manifesto: «Io sto con chi resiste violando le imposizioni ingiuste del tribunale di Torino».

Quando un segno di vita della cultura garantista e dei magistrati democratici?

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© 2016 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

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Consigli inutili

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di Marco Travaglio | 26 agosto 2016

Avvertenza per i lettori: questo articolo è quasi certamente inutile, come tutti quelli che abbiamo scritto (non solo noi) dopo i terremoti in Emilia, in Abruzzo, in Umbria ecc.. Però, non avendo altra arma che la penna, lo scriviamo anche questa volta. Nella segreta speranza che un domani, chissà, una classe dirigente finalmente degna di questo nome ne ritrovi qualche brandello in fondo a un cassetto, o in una bottiglia alla deriva nel mare.

I terremoti non si possono prevedere con esattezza, ma prevenire con oculatezza sì. I terremoti non si possono evitare, ma molte delle loro conseguenze sì. I terremoti non sono eventi inaspettati: non si sa di preciso quando arriveranno, ma si sa che prima o poi arriveranno e anche dov’è più probabile che arrivino (anche se il territorio italiano è quasi tutto a rischio). I terremoti sono tragiche fatalità, ma i morti quasi mai. Tant’è che in Giappone o in California – due delle aree a maggiore rischio sismico del mondo – la scossa di magnitudo 6 che l’altroieri ha polverizzato interi paesi uccidendo centinaia di persone e lasciandone all’addiaccio migliaia avrebbe provocato danni e vittime infinitamente più limitati. Così come a Norcia, ricostruita e messa a norma dopo i terremoti del ’79 e del ’97: è a due passi dall’epicentro dell’altra notte, ma non piange morti.

Il premier Matteo Renzi ha fatto bene quel poco che poteva fare: ha usato parole misurate e non retoriche, ha evitato le passerelle di ministri a favore di telecamera, ha annunciato una ricostruzione rapida ed efficiente. Il Giornale ha titolato “Forza italiani. Forza Renzi”, ripetendo un’assurdità che già sosteneva a suo tempo B. quando comandava lui: e cioè che l’opposizione avrebbe dovuto sparire in nome dell’unità nazionale, avallando a prescindere qualunque scelta del governo. Ora, l’unità nazionale è già garantita dai volontari che si precipitano a dare una mano ai soccorritori e dai cittadini che mettono mano al portafogli per aiutare le popolazioni colpite. Ma le forze politiche possono assicurarla facendo bene il loro mestiere: chi governa trovi i soldi per fare il necessario, le opposizioni controllino che questo avvenga evitando di mettersi di traverso per sabotare le misure giuste, ma contrastando quelle che dovessero rivelarsi sbagliate. Le cose da fare non sono un mistero: sono note dalla notte dei tempi. Manca soltanto una classe dirigente all’altezza che non pensi alle elezioni di domani, ma alle generazioni del futuro.

1. I soldi. La prima è trovare i fondi per la prevenzione. Il miliardo in 10 anni stanziato dalla legge post-L’Aquila e i 44 milioni previsti per il 2016 sono uno scandalo. È vero che il Patto di stabilità europeo è troppo rigido e disegnato su misura dei paesi europei al riparo dal pericolo sismico, dunque a danno di:  quelli più pericolanti, come Italia e Grecia (le agevolazioni fiscali concesse ai comuni terremotati vengono regolarmente bocciate dalla Commissione Ue come “aiuti di Stato” indebiti). Ma prima di buttare la palla in tribuna a Bruxelles, è il caso di fare tutto il possibile in casa nostra. Anzitutto, basta una volta per tutte con le grandi opere e i grandi eventi inutili. Niente Ponte sullo Stretto (che fra l’altro sorgerebbe su una faglia super-sismica), Tav Torino-Lione, Orte-Mestre, Terzo Valico, niente Olimpiadi 2024 e così via. Le decine di miliardi risparmiati saranno preziosi per mettere in sicurezza territorio ed edifici, a partire da quelli pubblici. Se le case private sono mal costruite è già grave, ma se scuole, asili, ospizi e ospedali crollano in testa ai cittadini è doppiamente inaccettabile. I costruttori criminali ci saranno sempre, ma lo Stato non può fare il serial killer.

2. Tante piccole opere. Per rendere sicuri gli edifici pubblici, occorrono almeno 100 miliardi. Finora questa cifra è stata usata per seminare sfiducia e rassegnazione: siccome tutti insieme non li troveremo mai, inutile cominciare a cercarli. Ma, come disse nel ’96 l’allora sottosegretario alla Protezione civile Franco Barberi, basterebbe “un flusso costante di 2-3 mila miliardi all’anno” per mettere al riparo i 24 milioni di italiani delle zone a più alto rischio. Facciamo 4 miliardi di euro l’anno: tanti quanti prima B., poi Letta, infine Renzi hanno gettato dalla finestra abolendo la tassa sulla prima casa. Che va ripristinata subito (esentando solo i meno abbienti) e destinata a rendere antisismiche le nostre città. Con l’aggiunta dei risparmi dalle grandi opere inutili, in 10 anni ce la si può fare. Ma bisogna partire subito, finanziando adeguatamente l’ecobonus: ora limitato alle singole abitazioni, va esteso a edifici interi, blocchi urbani omogenei, strutture pubbliche e imprese da adeguare (le case fuori norma sono il 70%). Diversamente dalla ricostruzione, la prevenzione è un affare (per ogni euro speso prima, se ne risparmiano 4 o 5 dopo). Un grande Piano per la sicurezza urbana e la conservazione del patrimonio culturale, con contributi pubblici e privati e appalti controllati dall’Anac, rilancerebbe non solo l’edilizia, ma anche la crescita del Pil e soprattutto dei posti di lavoro: ne creano molti di più tante piccole opere che poche cattedrali nel deserto. Se poi il governo volesse revocare i tagli ai fondi dei Vigili del Fuoco, depredati negli ultimi dieci anni di risorse preziose per il turn over e l’addestramento, farebbe cosa utile.

3. Scuola di prevenzione. Siccome, nei terremoti come nelle alluvioni e nelle frane, un morto su due è dovuto a reazioni e comportamenti sbagliati durante l’evento, la prevenzione va insegnata nelle scuole, con esercitazioni periodiche aperte anche alle famiglie. In Giappone questa è la normalità: ciascuno sa cosa fare in caso di catastrofe. In Italia c’è chi muore perché non si mette al riparo di un muro portante, di uno stipite, di una scrivania, ma corre per le scale o scende in strada sotto la casa che crolla, o magari quando l’acqua sale si rifugia in cantina anziché sul tetto.

4. Repressione. Le ricostruzioni sono sempre state, a eccezione del Friuli, dei clamorosi fallimenti, infatti continuiamo a pagarle tutte, compresa quella del Belice (dal 1968!). In tutto sono costate 160 miliardi, di cui 70 solo per il dopo-terremoto in Campania. Spese folli, soldi a comuni mai sfiorati da scosse, clientele, ruberie, mafierie e tangenti. La malaimprenditoria che prima costruisce sulla e con la sabbia, per poi ricostruire (spesso sulla e con la sabbia) va colpita non solo con gare d’appalto regolari, trasparenti e controllate, ma anche con una repressione implacabile. Così come la malapolitica sua complice. Perciò c’entra molto col terremoto anche la riforma della prescrizione, bloccata da due anni in Parlamento: quanti costruttori ladri sarebbero tagliati fuori dalle gare se non l’avessero fatta franca tirando in lungo i tempi dei loro processi? La prescrizione deve fermarsi al momento del rinvio a giudizio, o al massimo della condanna in primo grado. E i reati contro l’ambiente, puniti per finta con ridicole ammende, devono diventare gravi come quelli contro la persona, viste le stragi che provocano. Altrimenti, fra qualche mese, ascolteremo nella solita intercettazione il solito ladrone che sghignazza sul terremoto pregustando il solito appalto truccato. E non potremo farci niente.

Ecco: se il governo è pronto a varare questo pacchetto di riforme, finalmente utili ai cittadini e non ai soliti noti, l’unità nazionale avrà un senso anche in politica. E opporsi sarà non solo sbagliato, ma criminale. Se invece arriveranno i soliti annunci seguiti dai soliti bruscolini, opporsi sarà giusto e doveroso.
Ps. Qualcuno ci chiede se le Feste del Fatto Quotidiano, a Roma il 27-28 agosto e alla Versiliana il 2-4 settembre, si terranno ugualmente. La risposta è: sì, e a maggior ragione. Saranno l’occasione per riflettere su questi e altri temi cruciali, e anche per raccogliere fondi tra i lettori e gli amici nella sottoscrizione che oggi lanciamo per ricostruire a regola d’arte la scuola di Amatrice. Alla quale devolveremo il ricavato delle due manifestazioni. Vi aspettiamo

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