No Tav ai Mulini, sale la tensione. Polizia pronta allo sgombero

https://torino.corriere.it/cronaca/20_giugno_22/no-tav-presidio-mulini-area-interdetta-ma-abbiamo-raggiunta-a3b11a8c-b4b8-11ea-b466-221e2b27ce86_amp.html

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23 giugno 2020 – 10:51

di Floriana Rullo

Tornano le tensioni al cantiere Tav di Chiomonte. Oggi, nel tardo pomeriggio, numerosi manifestanti sono partiti in corteo da Giaglione diretti al nuovo presidio No Tav dei Mulini, in Valsusa. Ma a bloccargli la strada hanno trovato un jersey e la polizia. A decidere l’interdizione dell’area il prefetto di Torino per garantire l’ordine pubblico.

«Assediati»

«Alcuni attivisti in presidio permanente sono stati “sequestrati” dalle forze dell’ordine – scrive il movimento su Notav.info – li hanno circondati e non fanno avvicinare nessuno. Grazie ad un’ordinanza emanata in fretta e furia nella nottata dal prefetto per esigenze di ordine pubblico, la Questura prova ad impedire i rifornimenti di acqua e cibo ai No Tav assediati da quasi 24 ore».

L’allargamento del cantiere

Nell’area della Clarea è corso la prima fase dell’allargamento del cantiere per la Torino-Lione a Chiomonte. Consentirá l’avvio dei lavori connessi alla realizzazione del tunnel di base. Le attività iniziate questa notte, che rientrano nel programma condiviso da Italia e Francia con l’Unione europea. Sono il primo passo per far partire nei prossimi mesi circa 200 milioni di opere in Piemonte. Chiomonte è il principale cantiere italiano, il sito in Valsusa è stato esteso di circa un ettaro, poco meno di un campo di calcio. Telt aveva fatto ripartire i lavori proprio la scorsa notte. Per l’occasione i No Tav avevano allestito dall’ultimo fine settimana il nuovo presidio nella zona dei Mulini. «Il coordinamento dei comitati notav ha inaugurato sabato un presidio permanente nella zona dei mulini storici, edifici che dovrebbero essere distrutti dall’avanzare del cantiere come tutta la zona boschiva circostante».

Lacrimogeni

Sul posto ora ci sono le forze dell’ordine, che probabilmente procederanno per lo sgombero del nuovo presidio. I No Tav sono riusciti a raggiungere gli attivisti rimasti nel presidio passando da vie secondarie. Per bloccarli le forze dell’ordine hanno iniziato a sparare lacrimogeni.

No Tav, nuovo presidio: «Cantiere verso la ripresa, riparte la resistenza. Fermare l’opera è possibile»

https://torino.corriere.it/piemonte/20_giugno_20/no-tav-nuovo-presidio-cantiere-la-ripresa-riparte-resistenza-fermare-l-opera-possibile-cd811598-b336-11ea-8839-7948b9cad8fb_amp.html

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21 giugno 2020 – 09:56

di Floriana Rullo

Torna a mobilitarsi il movimento No Tav in Valsusa. Domenica 21 sarà inaugurato il presidio permanente dei Mulini, dove secondo gli attivisti ci sarebbe «un importante movimento di mezzi di lavoro all’interno del Cantiere. E’ possibile che si stiano preparando ad una ripresa dei lavori, pertanto da oggi, meglio monitorare il territorio ed essere pronti a Resistere».

L’appuntamento è alle 14 di domenica. Insieme, rispettando le norme anti contagio si muoveranno dal campo sportivo di Giaglione per raggiungere il presidio permanente. «Proprio perché sappiamo che fermare il Tav è possibile e oggi come ieri tocca a noi – dicono dal movimento-, abbiamo lanciato un appello per un’estate che ci vedrà mobilitati sul territorio valsusino in un’attenta opera di monitoraggio e Resistenza ad ogni tentativo da parte del sistema Tav di distruggere ed attaccare il nostro territorio.

Alberto Perino: «La Tav è un’opera climaticida e inutile»

https://www.dinamopress.it/news/alberto-perino-la-tav-unopera-climaticida-inutile/?fbclid=IwAR2vt6RJxb_TSM7bxiDqD2V-gbg779uTD35YeVJv_8PETWoJMM1pS6Td7uw

di Riccardo Carraro

Lo storico attivista No Tav commenta la sonora e impietosa bocciatura da parte della Corte dei Conti Europea al progetto di raddoppio ferroviario contestato da oramai trent’anni. «Le istituzioni tradiscono, la lotta rimane nelle strade»

La Corte dei Conti Europea ha diffuso il 16 giugno un suo report valutativo rispetto alle opere pubbliche finanziate con fondi comunitari e superiori agli otto miliardi di euro. Tra queste, ovviamente il raddoppio della linea ferroviaria Torino Lione. La bocciatura da parte della Corte è drastica e senza appello. Vengono elencati tutti i punti nevralgici da sempre ribaditi dagli oppositori all’opera: i costi eccessivi e già raddoppiati, lo scarso coinvolgimento delle comunità locali nei processi decisionali, le previsioni clamorosamente errate di aumento del traffico merci, l’impatto ambientale che non sarà mai mitigato da una eventuale riduzione del traffico su gomma.

Abbiamo allora chiesto ad Alberto Perino, storico attivista del movimento No Tav, di commentare il parere espresso dalla Corte.

Quale è il giudizio politico e tecnico che come movimento date a questo report, prodotto da un’importante istituzione comunitaria?

La Corte dei Conti Europea dice quello che noi abbiamo sempre detto. Questa opera è sovradimensionata rispetto ai reali traffici, non c’è nessuna speranza che venga ripagato l’investimento, né che riesca a compensare le emissioni di Co2 necessarie alla sua costruzione. Ci vorranno 50 anni dalla entrata in servizio per pareggiare le emissioni di Co2 ma soltanto nel caso in cui vengano rispettati i volumi di traffici previsti, cosa che è impensabile perché hanno “sparato” cifre incredibili in tempi andati e tutte le previsioni degli anni passati di aumenti di traffico si sono rivelate sbagliate. L’Unione Europea è stata accusata da Foietta (presidente dell’Osservatorio sulla Torino-Lione, ndr) di non fornire cifre esatte, ma la realtà è che quest’ultima ha invece accusato i promotori dell’opera di aver scritto fesserie enormi.

Noi continuiamo a dire che queste grandi opere, in particolare la Torino Lione sono opere climaticide. Le grandi opere distruggono il pianeta e il clima, non c’è nessuna speranza che l’inquinamento attuale sia compensato dalla riduzione del traffico merci su strada.

L’Unione Europea ha dichiarato che non c’è alcuna possibilità di coprire questo gap tra le emissioni di Co2 prodotte e quelle che verranno ridotte in un futuro non precisato. Tale calcolo non vale solo per la Torino-Lione ma per cinque delle otto grandi opere monitorate, cioè i corridoi logistici. La politiche sui grandi corridoi di traffico ferroviario per spostare le merci si sono dimostrate insostenibili, perché il trasporto è un fattore molto più complesso e variabile di quanto questi signori ci vogliano far credere.

Negli anni il movimento ha sempre tenuto assieme pressione politica verso le istituzioni e lotta popolare. C’è qualche possibilità che questo report possa aiutare concretamente a fermare l’opera?

Non c’è alcuna possibilità in tal senso. Purtroppo la via istituzionale non fermerà l’opera. Lo abbiamo visto con il Movimento Cinque Stelle, e loro rappresentano l’ultimo dei tanti esempi che si potrebbero fare. Si erano sempre pronunciati contrari, noi avevamo spiegato loro con attenzione quali fossero i passaggi tecnici da mettere in atto per bloccare l’opera, non ci hanno mai ascoltato perché si fidavano ciecamente dei burocrati ministeriali. Il risultato lo abbiamo visto, sono arrivati alla farsa pietosa che hanno messo in scena la scorsa estate, portando ai voti per l’opera un parlamento che già sapevano essere favorevole. In seguito abbiamo scoperto, avevano già concordato come procedere per l’opera addirittura con Telt.

Inoltre la Corte dei Conti Europea, così come quella francese e quella italiana possono emettere solo pareri consultivi su queste scelte, non hanno alcun valore giuridico vincolante.

La Corte Italiana si trova a un “livello” diverso, dal momento che svolge anche attività giudiziaria e può incriminare, ma quella francese e europea non hanno neppure questa facoltà. La Corte dei Conti Francese dice da 20 anni che questa opera è inutile ma nessuno li ha mai ascoltati purtroppo.

Come movimento No Tav, in questo momento di ripresa delle lotte in strada, che prospettive avete e in che direzione volete muovervi?

Ieri per esempio siamo andati a San Didero a contestare l’inizio della costruzione dell’autoporto da parte di Sitaf (opera propedeutica all’inizio dei lavori del tunnel di base, ndr) ed erano presenti all’ora di pranzo più di 50 persone.
Noi c’eravamo, ci siamo e ci saremo sempre. Ci metteremo sempre di traverso contro questa opera devastante e inutile. In Valsusa però hanno messo in campo lo Stato contro i cittadini. Ci hanno comminato una marea di anni di galera, più di mille persone sono state denunciate e si sono trovate o si troveranno sotto processo. La strada che abbiamo intrapreso non è per nulla facile, la resistenza è dura.

Voglio sottolineare che abbiamo ritrovato di recente alcuni documenti importanti, reperibili con un po’ di difficoltà anche in rete, che sembrerebbero spiegare perché questa opera vada avanti nonostante tutte le opinioni istituzionali e scientifiche che dimostrano quanto sia inutile.

In particolare sembrerebbe che vi sia un interesse militare da parte della Nato a usufruire di questi corridoi logistici per il trasporto rapido di materiale bellico e truppe a livello continentale.

Sono in corso esercitazioni della Nato (mesi fa rimandate per il coronavirus) che includono lo spostamento rapido di truppe. Pertanto possiamo ipotizzare che ci siano anche motivazioni geopolitiche e militari che stanno dietro al progetto del tunnel di base.

Nei discorsi di Conte rispetto alla ripresa post pandemia, le opere per l’Alta Velocità (ma addirittura il Ponte sulla Stretto di Messina) ritornano ancora come “strumento di sviluppo”…

Le grandi opere sono il bancomat dei partiti, e per questo fanno gola a loro e a Confindustria. Grandi opere vogliono dire grandi furti, clientele, mafia. Abbiamo ponti che crollano perché sono stati fatti male perché ci hanno mangiato sopra, come ad Aulla, ma tutto viene dimenticato in fretta. I giornali mainstream sono al servizio degli imprenditori e della lobby del tondino e del cemento e continuano con questa lettura distorta della situazione nel nostro paese. Marco Ponti e altri studiosi e scienziati hanno dimostrato che per ogni euro speso in grandi opere il ritorno in posti di lavoro è il più basso in assoluto. Il ritorno in termini di know-how che sia innovativo è il più basso in assoluto perché su tondino e cemento non c’è innovazione vera. Ci sono due grandi opere da fare: sanità e scuola. Poi c’è una terza, difendere l’ambiente e difenderci dal dissesto idrogeologico. Abbiamo un governo che continua a scrivere leggi antisismiche e per la sicurezza ma i primi edifici non a norma sono quelle dello stato, come le scuole. Il governo fa delle leggi ma lui è il primo a non rispettarle sugli spazi “suoi” e che hanno bisogno di forti manutenzioni.

Ci rivedremo presto in strada allora?

La lotta in Val Susa continuerà, ma non possiamo più dire “a sarà dura” ormai mettiamola al presente “a lé dura”, non siamo più al futuro, siamo all’oggi. Ci continueremo a battere contro queste opere, e ci metteremo di traverso con tutte le nostre forze contro uno spreco incredibile di denaro pubblico. Questa pandemia ci ha dimostrato che non possiamo più permetterci uno stile di vita che includa lo spreco e il furto. Tuttavia si fa finta di niente e ci si affida agli opinionisti dei giornali mainstream che stanno al soldo di confindustria e avvallano l’opera.

Per concludere ricordo una frase tipica di inizi novecento «la politica è l’avanspettacolo del capitale».

Fermarlo è possibile, fermarlo tocca a noi. Appello per un’estate di mobilitazione No Tav

https://www.notav.info/post/fermarlo-e-possibile-fermarlo-tocca-a-noi-appello-per-unestate-di-mobilitazione-no-tav/?fbclid=IwAR3QNwr8HGbGl92CiI4WLp78CIFCgun9OeXXMU6LNRtDhZ1KDaKigX83puY

post — 20 Giugno 2020 at 18:25

Il movimento No tav, riunitosi in coordinametno dei Comitati in data 20/06 lancia il seguente appello alla mobilitazione in vista dell’estate:

Fermarlo è possibile, fermarlo tocca a noi

Appello per un’estate di mobilitazione No Tav

Questa valle ha sofferto, come il resto del paese, il periodo del lockdown.

Ha pagato un prezzo, in termini di vite e perdite degli affetti, ha atteso preoccupata amici, figli, fratelli, genitori costretti a lavorare in condizioni rischiose, perché lavoratori di servizi essenziali. Dopo la riapertura, in tanti si è rimasti senza lavoro o con prospettive preoccupanti per il futuro, tanto da non sapere come arrivare fino alla fine del mese.

Le stesse persone che con grosse lacune ci dicevano di stare a casa ed organizzavano alla bene e meglio ciò che è sopravvissuto ai tagli della sanità pubblica degli ultimi anni, oggi spingono sull’acceleratore per la ripresa della Torino Lione, auspicando una sburocratizzazione e quindi una velocizzazione di tutto l’iter di questa, come di molte grandi mala-opere.

La pandemia, la sofferenza, l’evidenza di un modello socioeconomico mortifero ed evidentemente superato non ha insegnato nulla, in primis ai politici dei palazzi che avrebbero dovuto imparare molte cose. A distanza di poche settimane infatti, a parlare per bocca degli affaristi-politicanti Si Tav è sempre e solo l’interesse parziale e il desiderio di profitto a vantaggio dei pochi, cosa che le grandi opere, nessuna esclusa, rappresentano.

Parliamo di un sistema che per rinnovarsi ha bisogno di divorare risorse, distruggere territori, inquinare e cementificare.

Sembrava, fino a poche settimane fa, che davvero qualcosa dovesse (potesse cambiare), si sperava che una profonda crisi mondiale come quella appena innescata potesse davvero spingere a delle riflessioni più profonde e di cambiamento a tutela del pianeta e della salute delle persone che vi vivono.

Il Tav, opera inutile, inquinante e non sostenibile sarebbe dovuta essere tra le prime sacrificate sull’altare della giustizia sociale e del contrasto ai cambiamenti climatici, invece siamo sempre qui, ad ascoltare e leggere i soliti mantra, a dover affrontare la stessa ipocrisia di chi nega ciò che è oramai sotto gli occhi di tutti:   il Tav è un crimine ambientale ed uno spreco enorme di denaro pubblico.

Ci è venuta in aiuto la Corte dei Conti Europea che senza troppi giri di parole ha bocciato l’opera definendola costosa, inutile ed inquinante. Nonostante questo, i suoi sostenitori continuano a testa bassa, perché non hanno vergogna e di sicuro non hanno a cuore il futuro della collettività.

Tanto loro, comunque vada, non avranno un prezzo da pagare e resteranno impuniti, a differenza di chi come noi per anni si è battuto per la difesa di questa valle e delle nostre vite.

Il governo e i suoi degni rappresentanti (con poche eccezioni No Tav) fa orecchie da mercante, mentre un’azienda privata come Telt cerca di portarsi avanti, guadagnare spazio e terreno, comprare, espropriare come un vero invasore, con le buone e con le cattive, supportata dalla forze dell’ordine e dai militari.

Abbiamo sperimentato per anni sulla nostra pelle la violenza dei “tutori dell’ordine” e della magistratura con cui viaggiano a braccetto, e mentre in tutto il mondo si alzano proteste contro la polizia e il suo essere a servizio dei poteri più razzisti, sessisti e di un sistema che produce ingiustizia sociale, continuiamo in valle a subire la loro presenza, ingiustificabile come gli interessi che difende.

Ed ora arriviamo a noi, popolo indomito che in questi anni ha resistito agli attacchi di un sistema prepotente, sordo alle ragioni trentennali di chi ha a cuore il futuro di tutte e tutti.

Noi che stiamo ancora insieme a ragionare di un futuro diverso e che non accettiamo che la nostra valle diventi il salvadanaio di farabutti fuori tempo massimo.

Proprio perché sappiamo che fermare il Tav è possibile e oggi come ieri tocca a noi, lanciamo questo appello per un’estate che ci vedrà mobilitati sul territorio valsusino in un’attenta opera di monitoraggio e Resistenza ad ogni tentativo da parte del sistema Tav di distruggere ed attaccare il nostro territorio.

Ci vediamo in Valsusa!

Avanti No Tav!

 

La Torino-Lione bocciata su tutta la linea

https://ilmanifesto.it/la-torino-lione-bocciata-su-tutta-la-linea/?fbclid=IwAR1ezKfk-uBPuvoZZGRMnfCr-tOhVIXsG0gWRr5MoBcT2R1xU76CTEG3qV4

manifesto

Alta velocità. Benefici sovrastimati, previsioni di traffico gonfiate, costi lievitati e ritardi infiniti. L’impietosa relazione della Corte dei conti europea. I 5 stelle rilanciano lo stop. I Notav: un disastro annunciato, c’è tempo per fermarlo

Lavori al cantiere della Tav di Chiomonte
 Lavori al cantiere della Tav di Chiomonte 

PER QUANTO RIGUARDA i ritardi, solo il Canal Seine Nord Europe – il canale fluviale che coinvolge Francia, Belgio e Paesi Bassi – già indietro di 18 anni, è risultato peggiore nelle valutazioni rispetto al discusso collegamento ferroviario ad alta velocità, in ritardo, secondo le stime più recenti, di 15 anni (doveva essere inaugurato nel 2015). «È probabile che il collegamento Torino-Lione – si legge nelle osservazioni del rapporto che indaga otto progetti – non sarà pronto entro il 2030, come al momento previsto, poiché il termine ultimo attuale per il completamento è il dicembre 2029».

RISPETTO ALLE STIME iniziali l’incremento per il Tav è stato dell’85%: da 5,2 miliardi di euro a 9,6. Un dato che però Telt, il promotore pubblico incaricato di costruire e gestire la tratta trasfrontaliera di 65 chilometri, contesta: «L’aumento dei costi (+ 85%) cui fa riferimento la relazione della Corte dei conti Ue si riferisce a uno studio preliminare effettuato da Alpetunnel, negli anni ’90, che riguardava una galleria di base con una sola canna, anziché le due attuali diventate obbligatorie per le normative di sicurezza. Il costo finale è stato certificato da un soggetto terzo a 8,3 miliardi di euro in valore 2012, convalidato e ratificato dagli Stati e a oggi pienamente confermato».

LA TORINO-LIONE sarebbe, secondo Mario Virano, direttore generale di Telt, «pienamente integrata nel Green Deal, come attore di riequilibrio modale e strumento essenziale di una politica più verde». Una fotografia che non combacia con quella del rapporto della Corte che considera i benefici ambientali sovrastimati: «Nel 2012 il gestore dell’infrastruttura francese ha stimato che la costruzione del collegamento transfrontaliero Torino-Lione, insieme alle relative linee di accesso, avrebbe generato 10 milioni di tonnellate di emissioni di Co2, con un beneficio netto in termini di emissioni a 25 anni dall’inizio dei lavori». Secondo gli esperti consultati dalla Corte «le emissioni di Co2 verranno compensate solo 25 anni dopo l’entrata in servizio dell’infrastruttura».

MALE ANCHE LE PREVISIONI trasportistiche. La più recente stima riferita al 2035 parla di 24 milioni di tonnellate di merci, ossia otto volte l’attuale flusso di traffico. Fallimentari, per la Corte, «le procedure di coinvolgimento dei portatori d’interesse» sfociate in 30 cause intentante da associazioni o privati cittadini che si opponevano ad essa per ragioni ambientali o di procedura.

UNA PAGELLA IMPIETOSA. Il M5s ha colto la palla al balzo: «Cos’altro serve per mettere la parola fine sul Tav? La relazione della Corte dei Conti europea estrinseca, uno dopo l’altro, tutti i limiti dell’opera che il MoVimento bolla da sempre come inutile e costosa», hanno detto i senatori piemontesi Alberto Airola, Susy Matrisciano ed Elisa Pirro. In sintonia con i colleghi alla Camera: «Per noi, da sempre, si tratta di un’opera non prioritaria».

COSÌ NON LA PENSA la deputata di Italia Viva, Silvia Fregolent, secondo cui i ritardi sulla Tav «rallentano la crescita di un’intera nazione». Non vogliono rinunciare al Tav la Lega («L’Italia rischia essere tagliata fuori da corridoi Ue» per Edoardo Rixi) e Forza Italia con l’europarlamentare Massimiliano Salini, che ritiene «discutibile» il rapporto di Bruxelles: «Fermare la Tav sarebbe una follia». Silenti i dem che, però, vengono chiamati in causa dal presidente della commissione cultura M5s, Luigi Gallo: «Ora il Pd spieghi in Parlamento perché vuole una inutile opera che ha 11 anni di ritardi, non pronta prima del 2030».

TRA LE OPERE VALUTATE nel rapporto c’è anche la galleria di base del Brennero, che registra un incremento dei costi del 42% e un ritardo di 12 anni. Caratteristiche che non sono solo italiane, l’Ue – evidenzia il rapporto – ha un problema nel costruire le opere rispettando costi e tempi. Intanto, in Val di Susa, i No Tav, che ieri si sono ritrovati a San Didero, preparano la mobilitazione estiva. Saranno impegnati «in un’opera di monitoraggio e denuncia».

Finalmente bocciato il Tav e il partito del Pil

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Il 16 giugno la Corte dei conti dell’Unione Europea ha bocciato il progetto del Tav Torino-Lione: sballato (cioè falso) il preventivo dei costi, quasi raddoppiati rispetto al progetto iniziale; sballati i tempi di realizzazione (doveva essere completato nel 2015; ora nel 2029; ma non era nemmeno iniziato alla prima data né potrà essere completato alla seconda); sballate le previsioni di merci e passeggeri (cosa che fa del progetto un pozzo senza fondo); sballati soprattutto i benefici ambientali vantati: se le merci da trasportare fossero quelle (false) ipotizzate, si andrebbe in pari con le emissioni climalteranti solo al 2050; ma se fossero anche solo la metà i tempi di recupero raddoppiano.

Niente di nuovo: si sapeva già tutto. Lo sta mettendo in chiaro da ormai 30 anni, mano a mano che il progetto cambia e si precisa, il movimento NoTav della Valsusa, sostenuto da incontestabili pareri tecnici di gran parte dei trasportisti italiani; ma anche dalla Corte dei conti francese e perfino dalla bislacca analisi costi-benefici del prof. Marco Ponti, che pure era basata su assunzioni molto favorevoli al progetto, benché difficilmente sostenibili. Insieme al Tav Torino Lione la Corte ha bocciato sei (compreso il traforo del Brennero) degli otto progetti analizzati, tutti relativi al programma Ten-T (i cosiddetti “corridoi europei”) varato quasi trent’anni fa, contestualmente al trattato di Maastricht, e mandati avanti nonostante che sull’intero programma pesassero sempre nuovi pareri negativi.

Ma fra tutti, per la Corte, il progetto più negativo è proprio il Tav Torino-Lione. Prova evidente che la Commissione europea non si preoccupa se i soldi che distribuisce vengono sprecati. Ma non solo la Commissione. Neanche i paesi cosiddetti “frugali” (ma frugali solo a spese altrui, e da cui si è sfilata da poco la Germania), quelli che hanno mandato a fondo la Grecia e ora minacciano di farlo con l’Italia, e che pretendendo di controllare euro per euro i conti dei paesi che vogliono sottoposti alla loro sorveglianza, hanno mai trovato niente da ridire sullo spreco gigantesco rappresentato dal progetto del Tav Torino-Lione, che va avanti solo grazie ai soldi promessi dalla Commissione. Perché?

Perché in difesa e a sostegno di quel progetto sciagurato si è consolidato in Italia tutto il cosiddetto “partito del Pil”, che va dai sindacati confederali alle destre di Salvini, Meloni e Berlusconi, passando per Confindustria e “madamine SiTav”, ma che ha il suo pilastro portante nel Pd piemontese e nazionale; e che ha propri referenti anche all’estero, nelle associazioni industriali e nelle maggioranze di governo di quasi tutti i paesi dell’Unione. Viva le Grandi opere, anche se inutili e dannose; viva i Grandi eventi, anche se lasciano dietro di sé solo macerie e contribuiscono ad accelerare la catastrofe climatica e ambientale. Perché Grandi opere e Grandi eventi “fanno Pil”, anche se a spese dell’ambiente, delle comunità locali e del welfare nazionale. Non c’è altro modo di promuovere il “loro” sviluppo.

Ora l’Unione europea ha promosso un green deal, variamente intrecciato con i fondi per far fronte alla stasi produttiva del Covid-19. Che farne? Il partito del Pil ha pronta la risposta: Grandi opere! Tunnel, stazioni sotterranee, alta velocità, là dove non ci sono nemmeno i treni per trasportare pendolari e prodotti agricoli, autostrade per incrementare il traffico (anche se l’industria automobilistica langue e languirà per anni; o per sempre), porti per cargo che non navigano più da ben prima della pandemia, nuovi aeroporti anche se il traffico aereo è fermo e farlo riprendere vuol dire far precipitare la crisi climatica; e, naturalmente, Olimpiadi (invernali), anche se quelle estive di Tokyo sono andate a rotoli, trascinando con sé metà del paese. Non manca nemmeno il Ponte sullo Stretto!

Tanto il partito del Pil è sicuro di sé che, a suo nome, durante l’incontro di villa Pamphili, il nuovo presidente di Confindustria non si è nemmeno dilungato a illustrare il “loro” programma per la fase 3. Si è limitato a battere cassa: l’intendenza, cioè i “progetti”, la Grandi opere, seguiranno…

Mancavano a quell’incontro – con l’eccezione di un rappresentante (incatenato) delle centinaia di migliaia di misconosciuti e maltrattati lavoratori migranti, su cui l’azienda Italia ha costruito le sue (scarse) fortune – le forze con cui il partito del Pil, e non solo quello italiano, dovrà fare i conti non appena si riapriranno le piazze: innanzitutto il movimento NoTav dalla Valsusa e tutti i movimenti che in esso si riconoscono; poi i rappresentanti dei milioni di giovani di Fridays for future che non intendono farsi rubare il futuro da programmi così sciagurati; poi le donne di nonunadimeno, che hanno in mente ben altro: la cura della Terra; poi la voce di Francesco, che essendo un papa non ha al suo seguito divisioni corazzate, ma miglia di associazioni di laici e credenti impegnate anch’esse nella cura della casa comune. La partita è aperta.

“Cos’altro serve per fermarla?”. M5s e No Tav all’attacco della Torino-Lione dopo il rapporto della Corte dei conti Ue

https://www.huffingtonpost.it/entry/torino-lione-m5s-e-no-tav-tornano-ad-attaccare-lopera-dopo-il-rapporto-della-corte-dei-conti-ue_it_5ee9f96dc5b670a2f40ee9d3?ncid=other_facebook_eucluwzme5k&utm_campaign=share_facebook&fbclid=IwAR1UBrP82ORh5yXwoLj_tboyQWrqZmttECXrkwgNczWgRJo0MEH6Ekz8e2M

17/06/2020 13:17 CEST | 

“Giudizio impietoso”. La Corte ha sottolineato che la linea dell’alta velocità non sarà pronta prima del 2030

NURPHOTO VIA GETTY IMAGES

“Anche per la Corte dei conti europea la Tav Torino-Lione non sarà mai pronta per il 2030. Per noi, da sempre, si tratta di un’opera non prioritaria e che una volta ultimata non sarà in grado di dare vantaggi ambientali ed economici. Nel suo rapporto, la Corte dei conti Ue ritiene improbabile che la linea alta velocità – alta capacità possa essere pronta per la scadenza fissata e certifica che non si avrà alcun vantaggio per decenni”. Lo dichiarano le deputate e i deputati del MoVimento 5 Stelle nelle commissioni Ambiente e Trasporti.

“Oltre ai ritardi enormi, all’inesistente beneficio ambientale- proseguono i 5 stelle -, c’è il tema della lievitazione spropositata dei costi. Uno sperpero di denaro che poteva essere impiegato per infrastrutture davvero utili e necessarie al Paese, non certo per un’opera progettata decenni fa sulla base di scenari poco credibili anche per il massimo ente contabile dell’Unione Europea, che condivide il nostro scetticismo sulle ragioni di esistenza di questa opera e che con il tempo si rivelano sempre più insussistenti”

I deputati M5s aggiungono: “Ribadiamo che noi non siamo contrari a dare maggiori infrastrutture al Paese, ma saremo sempre fermamente contrari a quelle inutili e dannose: dobbiamo concentrare attenzione e risorse sulle opere davvero urgenti e indispensabili, in grado di migliorare la vita quotidiana dei cittadini e non su quelle pensate soltanto arricchire i soliti pochi”

Anche i No Tav, in una nota, fanno sapere che il rapporto della Corte dei conti europea di valutazione dei mega progetti co-finanziati dalla commissione Ue è “impietoso e demolisce letteralmente il progetto Tav, giudicato al contempo troppo oneroso, dai dubbi benefici in termini economici ed ecologici, basato su previsioni di traffico errate ed insostenibile sul lungo periodo”.

“Davanti a un documento così pesante speriamo che chi in questi anni ha blaterato di ‘esperti’ e di Europa non metta per l’ennesima volta la testa sotto la sabbia – aggiunge il Movimento che si oppone alla realizzazione della Torino-Lione -. Per fortuna, siamo ancora in tempo per fermare questo disastro annunciato chiamato Tav, che per troppo tempo ha drenato soldi pubblici sottraendoli alle reali necessità del Paese, come la recente crisi sanitaria ha dimostrato”.

“L’estate che avanza ci vedrà mobilitati sul territorio in un’opera di monitoraggio e denuncia – concludono i No Tav -, perché questa torta del Tav continua a fare gola a troppi, nonostante tutto, ma non di sicuro a chi come noi ha a cuore la salute di chi vive in Valle, la tutela dell’ambiente e l’utilizzo delle risorse pubbliche per ciò che realmente è necessario”.

COMMENT LA GUERRE PAR PROCURATION D’ISRAEL CONTRE LA SYRIE CIBLE EN FAIT L’IRAN (LES GUERRES DU CORONAVIRUS)

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2020 05 01/ LM.GEOPOL - Coronavirus Israel cible l'iran (2020 05 01) FR (3)

« Covid-19: Les effets géopolitiques au Moyen-Orient (…) La bataille mondiale contre le nouveau coronavirus a peut-être pris le pas sur le cycle normal de l’actualité, mais sous le radar, la guerre parallèle d’Israël contre l’Iran se poursuit »

– Jerusalem Post (ce 1er mai).

« Naftali Bennett, a souligné: «Non seulement nous continuons à contenir la présence militaire de l’Iran en Syrie, mais nous sommes également passés à une stratégie d’expulsion. Gardez vos oreilles ouvertes », a-t-il dit. «L’Iran ne se repose pas un instant, mais nous non plus. Pour Téhéran, c’est une aventure à mille kilomètres de chez soi ; pour nous, c’est la vie (de tous les jours) », a poursuivi Bennett : « Et nous sommes donc plus déterminés que jamais à ne pas autoriser l’Iran à établir une base avancée contre nous en Syrie. »

– Naftali Bennett

(ministre de la défense israélien, ce 26 avril).

L’article publié ce matin dans le journal israélien (1), et largement rediffusé en France par la presse likoudnik, a le mérite de mettre bas les masques. Comme partout dans le monde, la pandémie n’a pas arrêté les conflits, mais les a même exacerbés. Cetrtains voyant dans la crise mondiale l’occasion de rabattre les cartes, voire des fenêtres d’opportunités géopolitiques.

Il donne aussi un coup de projecteur sur la « likoudisation » (2) de la politique israélienne, qui a contaminé la diaspora juive dans le monde, en particulier aux USA et en France. Même le vieux parti travailliste gravite dans l’orbite de ce grand disciple de Jabotinski qu’est Netanahyou (3). La vieille gauche sioniste est désormais ultra minoritaire et se limite aux marges intellectuelles (comme par exemple le quotidien ‘Times of Israel’ …

« LA GUERRE PARALLELE D’ISRAËL CONTRE L’IRAN » :

QUE DIT LE ‘JERUSALEM POST’ ?

Cet article, véritable manifeste géopolitique, est ce mélange habituel d’arrogance israélienne et de catastrophisme sensationnaliste :

Il commence par vanter les agressions israéliennes en Syrie, au mépris des lois internationales. « (…) la liste est longue – il y a eu au moins quatre frappes aériennes connues en février et deux autres en janvier.

Par qui? Ah. Cela reste un mystère.

Presque toutes les frappes sont attribuées à Israël. Tsahal a admis son implication après certaines, mais est restée silencieuse dans la plupart des cas, ne confirmant ni infirmant aucun rôle.

Quoi qu’il en soit, les hauts responsables de la défense confirment ouvertement qu’Israël a atteint des milliers de cibles en Syrie ces dernières années, principalement iraniennes.

 Bien que la liste ci-dessus ne stipule que les attaques que dont le public a eu connaissance au cours des trois derniers mois, il y en aurait beaucoup d’autres menées bien en dessous du radar ».

Israël voit visiblement dans la pandémie du coronavirus une fenêtre d’opportunité pour faire avancer son agenda géopolitique : « Alors que le monde et le grand public restent concentrés sur le COVID-19 et l’effort mondial pour freiner sa propagation, Israël a, non seulement, mis le pied dans la guerre contre l’Iran, mais il a même intensifié la campagne pour essayer d’empêcher le régime et le Hezbollah de se retrancher en Syrie. L’objectif, comme le dit le ministre de la Défense Naftali Bennett lors de ses réunions régulières avec les officiers de Tsahal, est de faire comprendre à l’Iran qu’il perdra plus qu’il n’obtiendra en restant stationné à travers la frontière nord-est d’Israël ». Tel-Aviv ne cache pas que la pandémie est utilisée comme une arme contre l’Iran : « Tsahal a constaté une baisse de l’action de Téhéran telle que l’Iran ne pourrait continuer ce combat pendant longtemps », se réjouit le journal israélien. « C’est loin d’être une victoire, mais on pense que c’est le résultat d’une combinaison de la politique agressive que Bennett a amenée, à son poste au ministère de la Défense depuis qu’il a pris ses fonctions il y a six mois; de l’impact du virus en Iran; et de la baisse du prix du pétrole, une source clé de revenus pour le gouvernement islamique ».

Quel est l’agenda de Tsahal : « L’idée a été d’empêcher l’Iran de pouvoir créer une infrastructure en Syrie, de la portée et à l’échelle de l’arsenal de missiles du Hezbollah au Liban, qui aujourd’hui, que cela plaise ou non à Israël, a créé un niveau de dissuasion : tandis qu’Israël attaque régulièrement la Syrie, il ne frappe pas au Liban. La raison en est que le Hezbollah pourrait potentiellement riposter avec ses 150 000 missiles capables de frapper n’importe où en Israël. Jusqu’à présent, la Syrie ne le peut pas ».

LA PANDEMIE EXPLOITEE CONTRE TEHERAN

C’est ce qu’explique cyniquement les sources militaires israéliennes au ‘Jerusalem Post’ : « Ce qui est clair, c’est que le virus a tout changé (…) C’est pourquoi le chef d’état-major, le lieutenant-général. Aviv Kochavi réunira lundi tous les officiers de Tsahal supérieurs au grade de brigadier général pour un séminaire de deux jours sur les changements qui ont eu lieu dans la région depuis l’épidémie du virus. Le défi pour Kochavi – qui a passé les six dernières semaines à formuler une nouvelle stratégie, en collaboration avec la Direction du renseignement et la Division de la planification – est double. Premièrement, prévoir ce qui se passera dans la région devient de plus en plus compliqué alors que le rôle de la pandémie dans les calculs de sécurité nationale n’est pas encore clair. Le lancement du satellite iranien montre-t-il une détermination à continuer d’avancer même pendant cette crise sanitaire, ou s’agit-il davantage de se montrer, de sorte que ses adversaires – Israël et les États-Unis – croiront que rien n’a changé alors qu’en réalité, tant de choses l’ont déjà fait? »

‘Debka’, le think tank israélien « proche de l’Etat-major de Tsahal, précise cet agenda centré sur l’Iran (ce 29 avril) : « C’est en Syrie – avant même Bagdad – que le général Esmail Qa’ani a effectué sa première visite à l’étranger après avoir succédé au regretté Qassem Soleimani en tant que chef d’Al Qods – preuve que l’Iran continue de se concentrer sur le maintien de cette base avancée. Qa’ani a inspecté les actifs iraniens dans la ville d’Alep, dans le nord du pays ».

L’AGENDA ISRAELIEN EN ACTION :

« RAID ISRAELIEN SUR DAMAS MALGRE LA CRISE SANITAIRE »

Des raids attribués à Israël près de la capitale syrienne confirment la mise en action de cet agenda. Dans la nuit du 26 au 27 avril, des raids attribués à Israël près de la capitale syrienne ont tué trois civils, selon l’agence officielle ‘Sana’. Comme d’habitude, Tel-Aviv n’a fait aucun commentaire. « Trois civils sont morts en martyrs et quatre autres, dont un enfant, ont été blessés lorsque des éclats des missiles israéliens ont touché des habitations [de la banlieue de Damas] », a rapporté l’agence gouvernementale syrienne ‘Sana’, ce 27 avril. L’agence a précisé que la défense antiaérienne de l’armée syrienne avait abattu «la plupart» des missiles, lancés depuis l’espace aérien du Liban voisin un peu avant l’aube. Selon la chaîne saoudienne ‘Al-Arabiya’ citée en anglais par le ‘Jerusalem Post’, « des membres [d’une] milice iranienne ont également été tués lors de ces frappes aériennes ».

Israël n’a, pour le moment, pas commenté ces bombardements. Depuis le début, en 2011, de la guerre syrienne, Tel-Aviv a mené de multiples attaques contre des positions en Syrie, la plupart visant des cibles iraniennes ou du Hezbollah, et martèle « qu’il ne laissera pas ce dernier devenir la tête de pont de Téhéran », son ennemi juré. Israël confirme rarement avoir mené des frappes en Syrie. En novembre 2019, néanmoins, l’armée israélienne avait revendiqué « des frappes de grande ampleur contre des cibles iraniennes de la Force al-Qods [branche des Gardiens de la Révolution chargée des opérations extérieures] et des forces armées syrienne en Syrie en réponse à des tirs de roquettes contre Israël ». Le 20 avril, l’agence ‘Sana’ a aussi évoqué des tirs de missiles qu’elle a imputé à Israël contre des cibles dans le désert central de Palmyre. Le 31 mars, ‘Sana’ avait également rapporté des tirs de missiles menés par l’aviation d’Israël contre des cibles dans le centre de la Syrie.

NOTES ET RENVOIS :

(1) Voir “What type of Middle East will the IDF meet after COVID-19?”, The Jeruslam Post, 1er mai 2020.

(2) Voir LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

RUSSIE-ISRAEL : LE VOTE RUSSE EN ISRAEL OU L’HERITAGE DES ‘REFUZNIKS’, UN DOSSIER GEOPOLITIQUE

sur http://www.lucmichel.net/2020/03/13/luc-michels-geopolitical-daily-russie-israel-le-vote-russe-en-israel-ou-lheritage-des-refuzniks-un-dossier-geopolitique/

(3) Voir « Israël: le Parti travailliste se joint au gouvernement d’union nationale », sur i24NEWS, 26 avril 2020,

https://www.i24news.tv/fr/actu/israel/1587931365-israel-le-parti-travailliste-se-joint-au-gouvernement-d-union-nationale

Le Parti travailliste a voté dimanche en faveur de son entrée au gouvernement d’union nationale, qui doit voir le jour en vertu d’un accord conclu entre le Premier ministre Benyamin Netanyahou et le chef de file de la liste centriste Bleu Blanc, Benny Gantz. Les membres de la convention du parti ont voté par 64,2% en faveur de cet accord prévoyant la mise en place d’un gouvernement qui sera dans un premier temps dirigé par B. Netanyahou pendant 18 mois puis par B. Gantz. Le dirigeant du Parti travailliste, Amir Peretz avait signé un accord avec M. Gantz et accepté de faire partie du gouvernement. Deux portefeuilles, celui de l’Economie et celui des Affaires sociales devraient leur être confiés.

Le Parti travailliste, longtemps au pouvoir en Israël mais en déclin ces vingt dernières années, n’avait obtenu que trois sièges au sein d’une union de trois formations aux élections du 2 mars dernier, sur les 120 que compte le Parlement.

(Sources : Jerusalem post – Debka files – SANA – Al-Arabiya – EODE Think Tank)

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DEBAT: CORONAVIRUS COVID-19. QUI A PERDU LA BATAILLE DE L’ORIGINE ? LA CHINE OU LES USA ?

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2020 04 27/ LM.GEOPOL - Débat l'origine du coronavirus (2019 04 27) FR (2)

L’enjeu central géopolitique de la pandémie, c’est la confrontation entre Washington et Pékin, voulue et engagée par l’administration Trump et Mike pompeo. Qu’il ne faut pas confondre avec la confrontation idéologique, qui a vu la déchéance de l’Occident, que ce soit à Washington ou à Bruxelles (1). Beaucoup, en dehors de l’Occident jugent que la bataille a déjà été engagée et qu’elle a déjà son vainqueur …

Tom Cotton, un faucon, un sénateur américain qui a une position ferme contre la Chine, a déclaré en janvier que « le coronavirus pourrait provenir d’un laboratoire dans la ville chinoise de Wuhan », selon un rapport publié par ‘The Middle East News Agency’. « Cette déclaration a circulé comme une rumeur aux États-Unis. Le porte-parole du ministère chinois des Affaires étrangères a également suggéré de son côté « que les troupes américaines pourraient avoir amené ce virus en Chine » (2) (3). Donald Trump, qui ne savait pas jusque là louer ou blâmer la Chine, a qualifié le coronavirus de « virus chinois » (Ndla : et même de « Kung Flu ») », a encore écrit ‘The Middle East News Agency’.

« La voie empruntée par les États-Unis et la Chine est dangereuse », estime-t-on à Moscou. « Ils doivent la quitter ». Trump a été critiqué pour avoir suspendu son aide financière à l’Organisation mondiale de la santé (OMS). Il a accusé « la Chine et l’OMS d’avoir retardé l’annonce de la propagation du coronavirus ». L’Associated Press a rapporté plus tard que « la Chine n’a pas averti le monde entier de l’épidémie dans les six premiers jours importants ».

LA PROPAGANDE ANTI-CHINOISE DE PARIS ET WASHINGTON ET LE RETOUR DU THEME DE LA « CHINAFRIQUE »

Dans la foulée des officines francafricaines ont relancé en Afrique le thème de la « Chinafrique ». Et des vidéos trafiquées ont commencé à circuler accusant la Chine de discriminer les africains. En Afrique, où l’émotion prime sur l’analyse,de nombreux panafricanistes se sont lancés sur la thème, ne réalisant pas qu’ils soutenaient une campagne purement néocoloniale. La chaîne chinoise CGTN a réfuté cette campagne (4).

La campagne, initiée par la TV des Néocons, ‘Fox News’, a associé aussi l’OMS, associée à Bill Gates. Alors que la confrontation véritable, de nature géopolitique, c’est Trump-USA vs la Chine et l’OMS … Dont le directeur est un africain, éthiopien (un des rares postes de ce type occupé par un africain). Et que le premier ministre éthiopien Abiy Ahmed, proche allié de Pékin, et pilier de l’Union Africaine, est la cible depuis plusieurs mois d’une déstabilisation régionale (attentat, tentatve de coup d’Etat, tensions ethniques, arrivée des djihadistes). Encore une fois la théorie des dominos en action …

SUR QUOI REPOSE LA CRITIQUE AMERICAINE DE PEKIN ?

 « Il ne fait aucun doute qu’une enquête est nécessaire pour déterminer l’origine du virus, mais il est ridicule de blâmer la Chine pour un retard de six jours dans l’avertissement de l’épidémie », a écrit l’analyste de ‘Middle East News’. Car les pays occidentaux étaient bien conscients de la menace que représenterait l’épidémie du coronavirus à partir du mois de janvier, mais ils ont réagi six semaines plus tard pour empêcher la propagation de la maladie, et cette maladie les a touchés de plein fouet sur les scènes économique et humaine ».

« Les relations entre les États-Unis et la Chine ne seront plus les mêmes », a déclaré ‘Middle East News’, citant un article du ‘Global Times’. « Les États-Unis ne pourront tolérer la Chine que si elle arrête le développement de ses technologies avancées et se concentre uniquement sur les industries bon marché qui ne peuvent pas rivaliser avec les usines américaines et occidentales », a ajouté cette source.

L’ARME BIOLOGIQUE DANS LA CONQUETE DE L’OUEST CONTRE LES INDIENS !

Il n’est caché à personne que les États-Unis n’ont jamais hésité, pendant leur histoire, à avoir recours aux armes chimiques et biologiques (sans oublier la monstrueuse arme atomique contre la Japon en 1945), là où ils en sentaient le besoin.

« Un missionnaire dénonçait au XIXe siècle la contamination des Indiens avec la variole » », écrit ‘Le Point’ (5) :  « Ce missionnaire baptiste décrit avec horreur la façon dont certaines compagnies américaines du XIXe siècle répandent le virus pour exterminer les Indiens (…) Tout au long des XVIIIe et XIXe siècles, des épidémies de variole déciment les tribus indiennes d’Amérique du Nord. Cette maladie, inconnue sur le continent américain jusqu’à l’arrivée de Christophe Colomb, ne rencontre aucune défense immunitaire chez les autochtones. On lui doit certainement des centaines de milliers de morts, mais aussi la quasi-disparition de plusieurs tribus. Constatant cette vulnérabilité des Indiens, plusieurs « âmes monstrueuses » n’hésitèrent pas à en profiter pour propager le virus pour faire place nette devant eux. Plusieurs témoignages incontestables vont dans ce sens … »

CORONAVIRUS, UNE ARME DESTINEE A TUER

QUI FRAPPE LES ENNEMIS EURASIENS DES ETATS-UNIS

« Pékin est d’avis que ce que les États-Unis veulent vraiment, c’est affaiblir la Chine afin qu’elle réduise sa rivalité stratégique avec les États-Unis », poursuit ‘Middle East News’. Les dirigeants chinois entrevoient leurs relations avec les États-Unis comme une compétition dans les domaines économique et technologique. Mais les États-Unis ne semblent pas accepter qu’il y ait une menace pour leur hégémonie dans le monde. Tout pays qui représenterait une menace pour les États-Unis, est considéré comme un ennemi.

Le Covid-19 frappe particulièrement les ennemis eurasiens des Etats-Unis, la Chine l »adversaire géopolitique, et l’UE l’adversaire économique et financier. Le coronavirus gagne du terrain dans les grands pays européens tels que l’Allemagne, l’Espagne, la France et l’Italie ainsi qu’en Iran et en Chine alors que l’Inde, le Pakistan et l’Afrique du Sud dépourvue d’un fort système sanitaire, restent à l’abri. Quelle en est la raison ? Une bizarrerie? Pas tant que cela.

Selon l’influent magazine ‘Rai al-Youm’, citant le journaliste panarabe Abdel Bari Atwan (qui collabore aussi à la BBC) (6) le Covid-19 « s’en prend paradoxalement aux ennemis de Trump à savoir la Chine, l’Iran et les économies européennes qui s’opposent à leurs politiques » : « Un ami qui fait partie de l’Association internationale du barreau m’a appelé juste au moment où je commençais à rédiger un article à propos des attaques visant les bases américaines en Irak. Il a souligné quelques coïncidences : les pays touchés par l’épidémie étaient sous le coup des sanctions US visant à affaiblir leur économie et cela au profit de celle des États-Unis ».

Le porte-parole du ministère chinois des Affaires étrangères a accusé la CIA de propager le coronavirus via ses soldats dans la ville de Wuhan ce à quoi Trump a riposté en qualifiant le coronavirus de “virus chinois” (7). « Mais Les Chinois ont raison de demander des explications à la Maison-Blanche et au Congrès à propos de la fermeture soudaine des laboratoires de recherche biologique de l’armée américaine à Fort Detrick, fin 2019 », ajoute Atwan (8). Selon ‘Global Times’, « le porte-parole des laboratoires de Fort Detrick a annoncé leur fermeture pour “des raisons de sécurité nationale” alors qu’ils étaient en pleine recherche sur les virus d’Ebola et de SARS ». Le site se demande « comment 38 000 personnes ont perdu la vie en raison d’un virus suspect alors que Washington tente de faire croire qu’elles sont décédées d’une grippe. »

« Les Chinois se nourrissent de viandes de chauves-souris, de chiens et de rats depuis des milliers d’années, poursuit Atwan. Mais le coronavirus dont les chauves-souris seraient à l’origine, n’avait jusqu’ici tué personne ce qui prouve qu’il ne peut pas être transmis aux êtres humains pour de multiples raisons. Et on en arrive à la question fatidique. Pourquoi l’Allemagne, l’Espagne, la France, l’Italie, l’Iran et la Chine sont les pays les plus touchés par le coronavirus alors que l’Inde, le Pakistan et l’Afrique du Sud en sont à l’abri ? La réponse est simple: les pays touchés ne partagent pas les mêmes opinions que celles de l’administration Trump, d’autant plus qu’ils sont engagés dans une guerre commerciale ou politico-militaires qui leur a valu des sanctions américaines ».

ALORS CE VIRUS EST-IL CHINOIS OU AMERICAIN ?

« Alors Ce virus est-il chinois ou américain ?, interroge finalement le journaliste palestinien. On tend à croire les affirmations des Chinois parce que l’administration Trump n’est pas la partie à qui on peut faire confiance. Vient à l’appui de cette affirmation le plan de Donald Trump pour monopoliser une compagnie allemande qui est sur le point de produire un vaccin pour le coronavirus. Le gouvernement allemand a dit un grand « non » à cette demande fasciste US, signe que l’Europe sait parfois dire non aux Américains. J’ose même penser que les liens transatlantiques ne sortiraient pas intactes cette affaire ».

Il n’est caché à personne que les États-Unis n’ont jamais hésité, comme nous l’avons expliqué, pendant leur histoire, à avoir recours aux armes chimiques et biologiques, là où ils en sentaient le besoin : face aux indigènes, lors de la guerre civile américaine, au Vietnam, en Irak et finalement en Syrie. Ces antécédents pas très clairs nous permettent  de nous interroger si le coronavirus a été créé dans les laboratoires américains dans le cadre d’une guerre biologique.

« Les rétrovirus sont des virus à ARN monocaténaire de polarité positive. Le virus de VIH en est un exemple. Le génie génétique est en mesure de manipuler un rétrovirus, dans un laboratoire, pour en accélérer le rythme de propagation ». L’idée qui suggère la naissance d’une pandémie en raison de la mutation d’une mouche du vinaigre ou d’un rat de laboratoire est « aussi simpliste que celle de la mutation d’un rétrovirus ».  « Les recherches menées par les États-Unis destinées à manipuler les rétrovirus des chauves-souris afin de les adapter au génome d’un être humain ; voici les facteurs qui laissent penser que le coronavirus aurait été créé en laboratoire ».

Selon des rapports, élaborés par des sources à l’industrie médicale qui faisaient partie des études sur la Covid-19, « les caractéristiques du nouveau coronavirus (rapide mutation, affaiblissement graduel, etc.) prouvent que ledit virus a été créé en laboratoire ». Les personnes touchées par le coronavirus qui guérissent souffriront toujours des problèmes dans leurs poumons et elles risqueraient même d’attraper le cancer. Théoriquement parlant, le nouveau coronavirus est une excellente option pour servir d’une arme biologique. Premièrement, il s’agit d’un virus qui attaque le système respiratoire, ce qui lui offre une propagation rapide et efficace. Deuxièmement, la période d’incubation du coronavirus est assez longue. Troisièmement, le coronavirus réprime, dès son infiltration dans le corps, toute réaction du système d’immunité.

Les « théories du complot » sont une réfutation trop facile. D’autant plus qu’un  « complotisme atlantiste », anti chinois et anti russe celui là, est apparu avec la pandémie (9).

Tout cela répond pourtant à des accusations précises contre l’origine de la pandémie : une bio-arme déployée à Wuhan par l’US Army. Les médias aux ordres de l’OTAN balayent l’accusation d’un revers … de gazette : « théories du complot » est leur seul argument. Mais cette fois un détail leur échappe, les accusateurs ne sont pas des journalistes français marginaux ou des américains de la « lunatric fringe ». Ce sont le ministère chinois des Affaires étrangères, l’ambassadeur français à Paris, ou encore la diplomatie iranienne, sans oublier des généraux russes spécialistes de la guerre biologique ! Or, les grands médias américains et européens rejettent catégoriquement toute hypothèse sur le caractère artificiel du coronavirus …

NOTES ET RENVOIS :

(1) Cfr. sur UC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY :

* GEOPOLITIQUE DU CORONAVIRUS (IV):

COMMENT LA PANDEMIE PROVOQUE LA CHUTE ET LA ‘TIERS-MONDISATION’ DU PREMIER MONDE OCCIDENTAL !?

http://www.lucmichel.net/2020/03/21/luc-michels-geopolitical-daily-geopolitique-du-coronavirus-iv-comment-la-pandemie-provoque-la-chute-et-la-tiers-mondisation-du-premier-monde-occidental/

* Et : UN SIECLE APRES SPENGLER ‘LE DECLIN DE L’OCCIDENT’ SE PRECIPITE (LA CHUTE DU PREMIER MONDE OCCIDENTAL II)

http://www.lucmichel.net/2020/04/08/luc-michels-geopolitical-daily-un-siecle-apres-spengler-le-declin-de-loccident-se-precipite-la-chute-du-premier-monde-occidental-ii/

(2) Cfr. LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

A PEKIN, TEHERAN, MOSCOU ON ACCUSE : LE CORONAVIRUS COVID-19 EST UNE ‘BIO-ARME’ AMERICAINE !

http://www.lucmichel.net/2020/04/21/luc-michels-geopolitical-daily-a-pekin-teheran-moscou-on-accuse-le-coronavirus-covid-19-est-une-bio-arme-americaine/

(3) Cfr. LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

DOCUMENT: COVID-19 ET EXERCICE ‘EVENT 201’. L’AMBASSADE DE CHINE A PARIS ACCUSE LES USA !

http://www.lucmichel.net/2020/04/22/luc-michels-geopolitical-daily-document-covid-19-et-exercice-event-201-lambassade-de-chine-a-paris-accuse-les-usa/

(4) QUE PENSER DE LA PROPAGANDE ANTI-CHINOISE ? CGTN INTERVIEWE D’UN HOMME D’AFFAIRES AFRICAIN EN CHINE

https://vimeo.com/412706625

Les mesures de quarantaine prises par la Chine pour faire face à l’augmentation des cas importés ont engendré des accusations de xénophobie et de discrimination raciale. La journaliste de CGTN a discuté avec un homme d’affaires africain en Chine pour voir comment il perçoit ces allégations.

(5) Voir sur :

https://www.lepoint.fr/culture/un-missionnaire-denonce-la-contamination-des-indiens-avec-la-variole-06-04-2020-2370190_3.php

(6) Je vous parle souvent ‘Rai Al-Youm’, quotidien en ligne basé à Londres.

Ce site panarabe a été créé à Londres en septembre 2013 par le journaliste Abdel Bari Atwan, ancien directeur du quotidien Al-Quds Al-Arabi. “L’opinion d’aujourd’hui” se veut nationaliste arabe, antisaoudien et antisioniste.

www.raialyoum.com/

(7) Cfr. 2 supra

(8) Cfr. 3 supra

(9) Cfr. LUC MICHEL’S GEOPOLITICAL DAILY/

QUELS SONT LES SCENARIOS GEOPOLITIQUES POUR L’APRES-PANDEMIE DU CORONAVIRUS ?

http://www.lucmichel.net/2020/04/15/luc-michels-geopolitical-daily-quels-sont-les-scenarios-geopolitiques-pour-lapres-pandemie-du-coronavirus/

(Sources : Rai Al-Youm – Global Times – Middle East News – CGTN – Le Point – EODE Think Tank)

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LA FRANCE FACE À LA NOUVELLE GÉOPOLITIQUE DES OCÉANS

 

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de l’Ong EODE

EODE-BOOKS - France geopol des océans (2020 04 24) FR

# RECONQUÉRIR PAR LA MER –

LA FRANCE FACE À LA NOUVELLE GÉOPOLITIQUE DES OCÉANS

Richard Labévière,

Éditions Temporis.

La critique de Robert Bibeau, ‘éditeur du Webmagazine ‘Les 7 du Québec’, emporte notre agrément :

La thèse géopolitique de Labévière repose sur un postulat :

« 1) mers et océans constituent le vecteur structurant de l’économie globalisée;  » … alors qu’il faudrait lire :  » l’économie globalisée et mondialisée (il y a des nuances entre ces deux termes) utilise les voies maritimes comme l’un de ses vecteurs structurant (à côté du train, de l’avion, et du camionnage tous indispensables). Ceci pour réaffirmer que c’est la puissance économique = les capacités globales des moyens de production = qui détermine ce qu’une puissance impérialiste (la France par exemple) pourra faire de sa façade maritime et de celle de ses concurrents,

Ce qui entraine que la France 5e ou 6e puissance industrielle mondiale – immensément loin de la Chine – la 1ere – ne peut soutenir ses illusions maritime : « A l’initiative de la France, une «Route de la soie à l’envers» s’est esquissée: la stratégie dite «Indo-Pacifique» est considérée comme une «géostratégie de troisième voie». Que la France gaspille ou non des milliards de dollars dans l’armement et le militarisme cela ne changera en rien de puissance industrielle en déclin accéléré. C’est pourtant ce que voulait signifié le stratège chinois : «Le Civil d’abord, le Militaire après», concept en filiation directe des enseignements du grand stratège Sun Tzu, auteur de l’un des manuels majeurs –L’Art de la guerre– Le Civil étant ici = les échanges commerciaux découlant et supportant le développement industriel et productif capitaliste.

Ainsi n’en déplaise à M. l’officier Labévière le 6e de la classe sur les continents ne peut aspirer qu’au 6e rang sur les océans impériaux. Napoléon l’avait pourtant appris il y a plus d’un siècle passé.

PARTIE I

UN MANIFESTE STRATÉGIQUE À L’INTENTION D’UN PAYS À LA FOIS DEUXIÈME DOMAINE MARITIME ET PREMIER ESPACE SOUS MARIN DU MONDE.

A la hache, à la manière d’un bûcheron chevronné, l’auteur assène ses vérités, comme pour secouer de sa torpeur une technostructure à bout de souffle, comme pour réveiller de sa léthargie une caste politico médiatique plombée par ses délires et dérives de la guerre de Syrie, comme pour réveiller un pays de sa torpeur du fait d’un grand malaise social dû à son endettement colossal et son enlisement dans des guerres post coloniales au Sahel et en Syrie. Comme pour administrer un électrochoc à l’effet d’enrayer la relégation de la France du classement des grandes puissances mondiales, en lui proposant un objectif dynamisant à la mesure de l’ambition qu’il veut lui insuffler.

«La France possède le deuxième domaine maritime et le premier espace sous marin du monde. Sa marine nationale est opérationnelle partout. Ses savoir faire techniques couvrent tous les enjeux de défense et de sécurité, comme ceux de l’économie bleue, de la recherche et de la protection environnementale. Pourtant notre pays peine à exploiter ses atouts, alors qu’une nouvelle géopolitique des océans multiplie guerres commerciales, rivalités de ports destructions et pillage des ressources naturelles, crises ouvertes en mer de Chine méridionale, dans le golfe Persique, les océans Indien et Arctique, en Méditerranée et en mer Noire….

«Dans cette confrontation globale, même si l’action de l’état en mer reste un modèle, même si notre gouvernance maritime est efficace, nos forces se perdent dans le court-termisme d’un pouvoir exécutif hyper-centralisé. Exemple emblématique: l’absence d’un deuxième porte-avions affaiblit la crédibilité stratégique du «Charles de Gaulle» et de son éventuel remplaçant. Force est d’admettre qu’il est des économies qui coûtent cher».

DEUX PORTE-AVIONS SINON RIEN

L’auteur consacre un chapitre complet à ce problème: «Deux porte-avions sinon rien»: «Il n’y a pas de réelle mobilité si l’on ne possède pas qui va avec, d’autant plus grande que la distance va avec. Sur ce point il y a confusion habituelle entre mobilité et rapidité. Il faut en réalité les deux. C’est l’avantage des forces aéronavales de les concilier par le mariage de la mobilité et de l’ensemble qui fait planer l’incertitude avec la foudroyance de leur moyens: missiles et aéronefs embarqués» (Chapitre 3).

…«Après l’effondrement de Mai 1949, c’est par la mer qu’ont démarré la France Libre et la reconquête. Certes, la France d’aujourd’hui n’est pas occupée militairement.Mais face aux abandons successifs de souveraineté induits par la mondialisation, contraints par l’Union européenne et l’OTAN, la mer représente une fantastique opportunité de reconquête de l’indépendance nationale et de liberté».

Tout est dit avec précision et concision. Ce constat n’émane pas de verbeux médiacrates qui peuplent nos lucarnes, mais d’un homme de terrain.

L’AUTEUR

L’auteur de «Reconquérir par la Mer» (Temporis), Richard Labévière, est un connaisseur des choses de la mer et de beaucoup d’autres choses. Fils d’un officier de la marine, cet officier de la réserve opérationnelle embarque chaque année au début de l’été à bord du navire école de la Marine Nationale pour inculquer aux élèves officiers les rudiments de la nouvelle géo stratégie planétaire. Une session pédagogique intensive pour le plus grand profit de la génération de la relève.

Ancien Rédacteur en chef de la revue «Défense» de l’Institut des Hautes Études de la Défense Nationale, il est le promoteur de la notion de «rizhome islamique» pour expliquer le déploiement arachnéen de la métastase terroriste. Son ouvrage en la matière «Le terrorisme face cachée de la Mondialisation» (Pierre Guillaume de Roux- Éditions) fait autorité.

«La France face à la nouvelle géopolitique des Océans», le sous-titre de son nouvel ouvrage, est une thématique qui échappe aux préoccupations et à la sagacité de la quasi totalité de la classe politique française. Un manifeste pourtant en résonance avec la thématique développée uniquement et exclusivement par deux personnalités politiques françaises, Jean Luc Mélenchon lors de sa campagne présidentielle de 2017, et Jean Pierre Chevènement, le préfacier de cet ouvrage.

Paraphrasant le commandement de Sir Walter Raleigh, le théoricien de la colonisation occidentale du Monde: -«Celui qui commande la mer commande le commerce; celui qui commande le commerce commande la richesse du monde, et par conséquent le monde lui-même », (Cf. Sir Walter Raleigh (1554-1618), History of the world,)-, l’ancien ministre socialiste de la Défense fixe le débat: «La France n’est pas que le Finistère de l’Eurasie… et la mondialisation a rebattu les cartes. En 1950, on transportait un peu plus de 500 millions de tonnes de marchandises par voie maritime. Aujourd’hui plus de dix milliards de tonnes. Plus de 80 pour cent des transports des marchandises se font par voie maritime».

Jean Pierre Chevènement déplore en conséquence la frilosité des Français dans ce domaine: «Depuis Trafalgar, la France a laissé aux Anglais le grand large… alors qu’elle dispose avec la CMA-CGM (Compagnie Maritime d’Affrètement – Compagnie Générale Maritime le 3eme transporteur mondial… et que la conteneurisation du trafic maritime est un progrès irréversible, étroitement corrélé à la mondialisation des échanges».

PARTIE II

MORCEAUX CHOISIS DE L’OUVRAGE:

«La mondialisation, c’est la mer! Oui, la mondialisation, bien avant Christophe Colomb et les Vikings – avec les migrations des tribus du bout de l’Asie -, la mondialisation c’est d’abord la mer et les océans. Ce constat se fonde sur trois raisons principales: 1) mers et océans constituent le vecteur structurant de l’économie globalisée; 2) plus de 65% de la population mondiale vit dans les zones portuaires et côtières; 3) enfin, la plupart des crises internationales se déversent, aujourd’hui dans l’eau: détroits, canaux et nombres d’îles sont devenus des enjeux stratégiques de premier plan.

Depuis la chute du Mur de Berlin, la mondialisation se caractérise aussi par une guerre économique tous azimuts, une dérégulation généralisée et une dé-territorialisation des centres de décision, conséquence d’une «disruption numérique» optimale. On peut renvoyer ici aux travaux du sociologue Bernard Stiegler.

LES STRATÉGIES NAVALES EN TROIS NIVEAUX:

1 – Le niveau impérial, voire néo-colonial incarné par les États-Unis qui assurent une hégémonie américaine globale. En 2018, près de 200.000 hommes, soit 10% du personnel militaire américain, étaient déployés à l’étranger dans 800 bases militaires, le plus souvent maritimes, dans 177 pays.

2- Le «niveau intermédiaire», qui intègre et recycle un passé colonial pour présenter aujourd’hui des stratégies dites de «troisième voie»: c’est le cas de la Grande Bretagne et de la France, disposant de marines hauturières, présentes sur l’ensemble des mers et océans du globe.

3- Le niveau de stratégies de pays émergents, ré-émergentes, sinon émergées: c’est le cas de l’Inde, du Pakistan, du Brésil, du Japon, de l’Australie et bien-sûr de la Russie, qui revient à ses sauvegardes maritimes de proximité, mais qui renoue aussi avec son mouvement ancestral vers les mers chaudes.

LA STRATÉGIE CHINOISE: LA GRANDE BOUCLE

Cette boucle part de la mer de Chine méridionale, se déploie dans l’océan Indien, remonte par la mer Rouge jusqu’en Méditerranée, passe le détroit de Gibraltar pour remonter en Atlantique Nord, avant d’emprunter la «route du Nord», de Mourmansk au détroit de Béring –sur près de 4000 kilomètres– pour dépasser le Kamtchatka avant de revenir en mer de Chine: la boucle est, ainsi bouclée…Mais dans son déploiement la Chine se heurte à des problèmes: En mer de Chine méridionale à travers des présences contestées, notamment autour des îles Paracel et Spratley, opposant la Chine et le Vietnam. Dans bien d’autres zones, Pékin est en confrontation directe avec plusieurs états de la sous-région: Japon, Indonésie, Malaisie, Thaïlande, Australie, etc.

En océan Indien: il y a d’abord les conséquences de la présence chinoise dans le port militaire pakistanais du Baloutchistan–Gwadar, qui inquiète l’Inde voisine.

En Afrique: Dans la zone du canal du Mozambique et de Madagascar, les prétentions économiques de Pékin se heurte frontalement aux intérêts français liés aux îlots de Tromelin et des Eparses.

En mer Rouge, autour de Djibouti. En juin 2017, le président Xi Jinping a officiellement inauguré la première base militaire chinoise extraterritoriale à Djibouti (capacité d’accueil de plus de 10.000 hommes), l’état portuaire étant devenu le «hub stratégique» de l’Afrique de l’Est. Devenu l’un des épicentres majeurs de la mondialisation, le grand jeu djiboutien n’a pas encore dit ses dernières ruses …

La mer Rouge: au delà de la confrontation Qatar-Turquie à l’encontre de l’Arabie saoudite, à partir de l’île de Suakin, juste à la hauteur du port militaire de Djeddah, la mer Rouge et son prolongement par le canal de Suez constitue l’une des articulations majeures des Routes de la soie maritimes. Plus largement, le canal de Suez (qui vient d’être doublé sur son segment central) demeure l’un des pivots stratégiques de la mondialisation maritime, qui nous amène aux enjeux méditerranéens et à une implantation militaire chinoise pérenne dans le port syro-russe de Tartous.

En Méditerranée, Pékin multiplie des implantations dans les ports civils, notamment ceux du Pirée en Grèce, de Cherchell en Algérie, en Italie et au Portugal. Concernant la route dite du «Grand Nord», les accords de coopération Russo-Chinois détermineront –à terme– un rail arctique de première importance. Toujours est-il que «La grande boucle maritime» des Routes de la Soie ne va pas de soi… et génère nombre d’interrogations économiques et stratégiques, même si, officiellement, ce déploiement planétaire s’opère, d’abord, de manière civile, avant de révéler des aspects militaires induits à plus long terme.

UN JEU DE GO PORTUAIRE

Dans leur stratégie des «nouvelles routes de la soie», les ports européens sont des cibles privilégiées de Pékin. Depuis la prise de contrôle totale du Pirée en avril 2016, une douzaine de ports ont vu des opérateurs chinois investir leurs quais. Se joue ici, un «jeu de G0» planétaire. Et Pékin n’en fait pas mystère! Les ports européens font partie de ses cibles de sa stratégie maritime. Méthodiquement, les sociétés chinoises investissent les quais et les terminaux de conteneurs délaissés par les opérateurs privés européens et les collectivités territoriales. La prise de contrôle la plus symbolique est celle du port du Pirée, en Grèce, en avril 2016. Sous la pression de la Troïka (FMI, BCE, Commission européenne), le gouvernement grec a privatisé l’ensemble du port voisin d’Athènes. Le repreneur est un groupe chinois, COSCO, qui détenait déjà 49 % du port.

Les opérateurs chinois détiennent désormais plus de 10 % des capacités portuaires européennes.: Du Pirée à Vado Ligure en Italie, en passant par Valence en Espagne, Zeebrugge en Belgique et enfin Dunkerque et Marseille, une emprise grandissante des sociétés chinoises dans les infrastructures portuaires européennes est constatée.

Cette stratégie repose sur un concept-clé: «Le Civil d’abord, le Militaire après», concept en filiation directe des enseignements du grand stratège Sun Tzu, auteur de l’un des manuels majeurs –L’Art de la guerre– enseigné dans toutes les écoles de guerre et selon lequel, il s’agit de gagner les guerres sans les déclarer…

Dernièrement, l’Amiral Christophe Prazuck, chef d’état-major de la Marine nationale française, a rappelé qu’en moins de quatre ans, Pékin avait mis à flot l’équivalent du tonnage de la totalité de la marine militaire française, à savoir plus de 80 bâtiments!

«Le budget officiel chinois de la Défense, en constante augmentation depuis les années 1990, classe Pékin désormais au deuxième rang mondial derrière Washington avec en 2008, 5,8% des dépenses mondiales, soit 84,9 milliards de dollars – en augmentation de 194% entre 1999 et 2008. On reste tout de même loin des 600 milliards de dollars votés par le Congrès américain à l’armée des Etats-Unis en 2018», ajoute-t-il. Aujourd’hui, le budget américain de la défense dépasse les 750 milliards de dollars…

LA STRATÉGIE FRANÇAISE:

A l’initiative de la France, une «Route de la soie à l’envers» s’est esquissée: la stratégie dite «Indo-Pacifique» est considérée comme une «géostratégie de troisième voie». Elle vise à élargir les axes vitaux de défense et de sécurité. A partir des bases et points d’appuis existants à Djibouti, Abou Dhabi, Mayotte, La Réunion et la Polynésie. En approfondissant sa coopération militaire avec l’Egypte, qui vient de moderniser le canal de Suez, la France entend consolider le sommet d’une pyramide qui va s’élargissant de la mer Rouge, de l’océan Indien jusqu’au Pacifique en renforçant trois partenariats principaux avec l’Inde, l’Australie et, dans une moindre mesure, le Japon.

LA NOUVELLE MÉDITERRANÉE: L’ACCORD LIBYE-TURQUIE.

L’accord conclu fin 2019 porte sur une spectaculaire violation de l’espace maritime méditerranéen qui redéfinirait unilatéralement les Zones économiques exclusives (ZEE) des deux pays. En effet, une clause secrète instaure, aussi artificiellement qu’illégalement, une frontière maritime turco-libyenne au beau milieu de la Méditerranée. «Cet accord permettrait à Ankara d’augmenter de 30 % la superficie de son plateau continental et de sa ZEE, pouvant ainsi empêcher la Grèce de signer un accord de délimitation maritime avec Chypre et l’Égypte, ce qui renforcerait considérablement l’influence de la Turquie dans l’exploitation des hydrocarbures en Méditerranée. Autant dire qu’on assiste à la délimitation arbitraire d’une nouvelle Méditerranée», estime un expert de l’IFREMER.

Ce coup de force turc visait à anticiper l’accord du gazoduc East-Med, signé le 2 janvier 2020 à Athènes: infrastructure par laquelle transiteront les futures exportations de gaz du gigantesque gisement de la Méditerranée orientale vers l’Italie et le reste de l’Union européenne.

La découverte d’importantes réserves d’hydrocarbures en Méditerranée orientale a déclenché une ruée vers les richesses énergétiques et ravivé la tension entre Chypre et la Turquie, laquelle fait déjà face à des sanctions de l’Union européenne en raison de ses navires qui cherchent du pétrole et du gaz au large de Chypre.

EAST-MED : ALLIANCE GRECE/CHYPRE/ISRAËL

L’oléoduc East-Med– 1.872 kilomètres pour un coût évalué entre 6 et 7 milliards d’euros – va définitivement changer la carte énergétique de l’Europe. Présenté dès 2013, le projet East-Med consiste à acheminer entre 9 et 10 milliards de mètres cubes par an de gaz naturel d’Israël et de Chypre en direction de la Grèce, puis de se relier aux projets de gazoducs Poseïdon (interconnexion entre la Grèce et l’Italie) et IGB (interconnexion entre la Grèce et la Bulgarie).

East-Med comprendrait quatre parties: un pipeline offshore de 200 km, allant des sources de la Méditerranée orientale à Chypre, un pipeline offshore de 700 km reliant Chypre à l’île de Crète, un pipeline offshore de 400 km de la Crète à la Grèce continentale (Péloponnèse) et un pipeline terrestre de 600 km traversant le Péloponnèse et la Grèce occidentale.

Directeur du site https://prochetmoyen-orient.ch/, Richard Labévière, on l’aura compris, n’est pas un journaliste de déférence, ni un journaliste de révérence, encore moins un journaliste de convenance. Mais un journaliste de pertinence et d’impertinence. Un journaliste de référence.

TABLE DES MATIÈRES

Préface: Jean Pierre Chevènement.

Introduction: Une opportunité historique

1- 2me domaine maritime et premier espace sous-marin

2- Seconde maritime militaire

3- Deux porte-avions sinon rien.

4- L’arsenalisation des mers

5- Le grand jeu djiboutien

6- Une guerre des ports

7- Nouvelles razzias dans l’océan Indien

8 -Un rapport abandonné … à la critique rongeuse des souris

9- La terre est bleu citron

10 – Une gouvernance rhizomatique

11- Servitude et grandeur des préfets maritimes

12- Quel est l’ennemi?

13- OTAN et «en même temps» Europe de la défense?

14- Réponse en 3 cercles

Conclusion: Changement de cap.

Post scriptum I: Jurisprudence Vendémaire

Post scriptum II: Cinq leçons de la crise du golfe Persique

Post scriptum III: Tous sous un même ciel menaçant

RECONQUÉRIR LA MER /

LA FRANCE FACE À LA NOUVELLE GÉOPOLITIQUE DES OCÉANS»

Temporis Éditions, dont le directeur est François d’Aubert, ancien secrétaire d’état à la Recherche.

Prix 18,5 euros. ISBN978-2-37300-057-3

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