DECISIONE OPPORTUNA, TARDIVA E NEL MOMENTO SBAGLIATO—– DI MAIO SE NE VA. IL MOVIMENTO RITORNA? —– E IL MATTOCCHIO PIDINO DI SANT’ILARIO QUANDO TORNA A FACCE RIDE?

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/01/decisione-opportuna-tardiva-e-nel.html

MONDOCANE

VENERDÌ 24 GENNAIO 2020

 

Era ora, sospira una gran moltitudine dei 5Stelle, dopo aver dovuto assistere, nell’impotenza della mancanza di proposte alternative dichiarate, al precipitare nella quasi irrilevanza della più grande forza politica e sociale del paese, anche l’unica morale nel quadro depravato delle realtà partitiche dei tempi. Nel titolo esprimo impazienza per l’abbandono di uno che valeva tutti, cui non ho risparmiato critiche dure fino allo sberleffo. Sberleffo commisurato alla sua supponenza, alla spropositata ambizione, fonte di irrimediabili cantonate, poi sofferte da tutto il Movimento.

Ritiro “tattico”, secondo il garante

Va però visto anche il pericolo, per il futuro del movimento sopravvissuto alla cura Di Maio e sodali, che l’uscita di scena, per quanto probabilmente strumentale e parziale (in vista, magari, di un richiamo “per acclamazione” agli Stati Generali, o al Congresso), sia in questo momento, nell’immediata imminenza delle elezioni in Emilia-Romagna e Calabria, l’ennesima botta micidiale che l’improvvido capo politico infligge alla sua gente. Che, già disorientata prima, ora, in pieno marasma elettorale, si trova addirittura priva del riferimento a quel paparino-padroncino. La sua, da questo punto di vista, è una fuga. Altro che dare la colpa a “chi critica in modo distruttivo anziché costruttivo”. Distinzione falsa e tendenziosa di chi le critiche non le vuole in alcun modo. Come s’è visto con Paragone, esempio di fedeltà all’impegno. Dunque “costruttivo”.

Di Maio si scravatta a favore di telecamera, dopo aver incravattato l’intero movimento, fino al quasi suo strangolamento. Un indumento, quello col nodo, con cui l’uomo qualunque è tenuto ad assomigliare al padrone, come la creatura a quattro zampe col collare deve corrispondere al dettato di quella a due. Di Maio, uno che è divorato dall’ambizione senza averne i presupposti culturali e di carisma. se ne va per tornare e sono convinto che si tratta di ritiro tattico, partorito dall’idea diabolica dell’untore καλλίκομος (dalla bella chioma) promotore della pestilenza Cinquestelle-PD-Italia Viva. Non è stato Beppe Grillo, tra un vaffa e l’altro, a perseguire questo sposalizio, prima solo morganatico, poi congiunturale, infine inciucio ad eternum? Le stelle volessero che al rientro di Di Maio a Pomigliano d’Arco, a fare, che so, un bravissimo sindaco (il ragazzo è capace e svelto) corrispondesse anche il ritorno sulle scene, definitivo però, di questo teatrante plautino dai mille travestimenti.

 Fuga dalla casa cadente

Di Maio, se ne va perché, ritrovandosi la faccia sfregiata da un disastro elettorale dopo l’altro, fino a un sesto del patrimonio elettorale offertogli nel 2018 dal fior fiore del nostro popolo, a metterci la faccia anche alla reductio ad unum che gli riserva l’Emilia Romagna non ci pensava proprio. Di Maio se ne va non perché è stato “accoltellato alla schiena da traditori ingrati”, come ha lamentato, con la mancanza di gusto che gli riconosciamo da quando, inseguendo il papeetista, si è fatto sbaciucchiare dalla fidanzata a favore del peggiore fogliaccio scandalistico del “giornalismo” italiano; da quando, lusingando i gennarielli napoletani, ha baciato la teca del sangue del loro santo; da quando ha prestato la sua testa al barbiere dei calciatori; da quando ha messo la cravatta per assomigliare a Mario Draghi; da quando, ministro degli Esteri (non ci si crede!), appare al mare in Sardegna con Virginia, mentre il Medioriente esplode come il vulcano Krakatoa. Gesti spontanei, gesti di fede?  Non riesco a salvarmi dai miasmi che emanano da queste rozze captationes benevolentiae (vuol dire ruffianeria. Scusate, ma con il latino ci si esprime sempre meglio)

Il bene e il male a 5Stelle

Di Maio se ne va perché, agli occhi e al cuore dei malamente detti “grillini”, risulta alla fine squilibrato al negativo il rapporto tra cose buone e cose non buone. Ne cito alcune, prima le non buone. Intanto l’incapacità, o la non volontà e la mancanza di rispetto per i seguaci, della mancata organizzazione capillare sul territorio, per non intaccare la degenerazione verticistica del capo. L’inversione a U sul rifiuto ontologico all’alleanza con ognuno dei due peggiori arnesi della politica tradizionale italiana. La disastrosa scelta, per il biumvirato Premier-Vicepremier nel Conte 1 e poi, ancora, del Premier per il Conte 2, di un finanzdemocristiano per ogni stagione, mezzo Scilipoti e mezzo Forlani. Vero Jago, se Giggino si sentiva Otello, e il MoVimento era Desdemona. La mancata rottura con Salvini sul TAV, pilastro formale e sostanziale di tutta la politica 5Stelle su popolo, sovranità, ambiente, economia.Ne sarebbe uscito un MoVimento da almeno il 40%.

Di Maio con il Segretario di Stato Pompeo e  con il ministro degli Esteri israeliano Katz

Eppoi,TAV, TAP, MUOS, tutti no e dopo sì, UE ed Euro no, ma dopo come no! Nato ni e dopo sì, missioni militari no e dopo sì, migranti no, ma dopo sì, revoca concessioni no e ora boh, sanzioni Russia no, ma poi zitto. Voto scandaloso per Ursula von der Leyen eurocommissaria, già la più austerista e militarista ministra dell’imperial-regime Merkel. Corsa e ricorsa a rendersi graditi agli strangolatori di Washington e Tel Aviv. Passione smodata, chissà perchè, per le Forze dell’Ordine, per quanto si sappiano pretoriani del sovrano. Ce ne sarebbe, ma chiudo con il terribilissimo voto pro MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) di cui tutti, da Draghi a von der Leyen a Bergoglio a Mario Rossi sappiamo che serve esclusivamente a trasferire talleri dalle tasche sbrindellate di noialtri, ai caveau dei banchieri, soprattutto francesi e tedeschi e a fare di noi sudeuropei un’altra Graecia infelix

Cinque Stelle luminose

Quante alle buone cose, a dispetto dei rosiconi, pidocchiosi dell’ideologia, livorosi odiatori (questi sì) sorosiani e Bilderberghiani, alla Gruber o “manifesto”, ce ne sono state tante e grosse, come non se n’erano mai viste, almeno dalla decennale insurrezione di studenti, operai, intellettuali e sottoproletari, partita nel 1968. La tiritera da ossessione compulsiva dei “dilettanti, incompetenti, impreparati” fa giustizia di sé alla vista dei malavitosi, truffatori, ladri, inetti totali e servi delle lobby, che la eruttano. Anche qui lo spazio mi costringe al braccetto corto. Su tutto, il reddito di cittadinanza per i senzalavoro che ha tolto dalla miseria metà dei miseri: 520 euro a ciascuno dei due milioni e mezzo. Ignobili agiati lo schifano perché ai 520 euro non è seguito un lavoro e tra i beneficiati c’è stato anche qualche furbetto del quartierino. Senza contare che il lavoro non c’è perché UE e capitalisti hanno bisogno di un esercito di disoccupati di riserva e quanto ai furbetti del quartierino, si pensi piuttosto alle varie centinaia di costoro in Parlamento che beccano 15mila euro al mese a sbafo, o, meglio, per far danno alla collettività.

E poi, il decreto spazzacorrotti, la galera agli evasori, il decreto Dignità contro i torturatori di lavoratori, la prescrizione bloccata, alla faccia di farabutti, frodatori e famelici azzeccagarbugli, per evitare che dai 400mila ai 600mila processi all’anno vadano in fumo, ridandoci in giacca e cravatta personcine ammodo come Andreotti o Berlusconi e grassatori e mariuoli vari. Qualcuno minimizza, si mette a spidocchiare quasi fosse un cammelliere al caravanserraglio, trova un limite là, un’imperfezione qua, una macchia d’olio sulla copertina. Si tratta, vuoi di tutta quella canea arroventata d’odio aristocratico, borghese, padronale, che s’è vista sbattere sul muso lo specchio con il riflesso della sua pochezza, bruttezza, abiettezza, vuoi gli innamorati delusi che non si sanno fare una ragione dell’arcadia sognata e svaporata.

Ci sarebbero anche provvedimenti che, per una parte, si possono qualificare buone e, per l’altra, cattive. Un esempio sono i decreti Sicurezza dai 5Stell condivisi. Sacrosanti per quanto riguarda il contrasto agli infami speculatori sullo svuotamento dell’Africa e di altri paesi per rifornire di schiavi il nostro padronato, ma sciagurati nella parte fascistoide che punta a criminalizzare ogni dissenso, paralizzando con estremismi punitivi ogni diritto a manifestare, a protestare contro gli abusi della repressione, a usare i propri corpi contro i soprusi. Altro che “democrazia diretta”, oligarchia feroce.

MoVimento senza visione, ma con un cuore

Ce ne sarebbero ancora parecchie di cose concrete delle quali essere grati al MoVimento. A partire e a chiudere dall’avere, con la parola d’ordine e la testimonianza dell’onestà, dimostrato che, dopo tutto, non siamo un popolo di mafiosi, mafiosetti, mafizzati e cialtroni. Ma, su tutte, albeggia la luce che si è accesa nelle menti e il calore che ha invaso i cuori di milioni di esseri umani perbene, proiettati in un futuro migliore. Cittadini stufi di essere sudditi e consapevoli che le cose si potevano prendere nelle proprie mani, senza affidarsi a coloro che campano bene pretendendo di saper fare meglio. Quelli con la cravatta e le tre carte. S’è visto che non c’era organizzazione, che qualcuno andava esautorando quel movimento di protagonisti, incominciando a togliere di mezzo elaborazioni collettive, come i Meet Up (parolaccia inglese), convogliando tutto in un percorso digitale inadeguato e opaco, sotto controllo di chi da nessuno era controllato, che nessuno conosceva, nessuno aveva scelto. S’è sentita la mancanza di una casa, di un corpo a corpo, faccia a faccia, parola a parola tra iscritti, militanti, simpatizzanti, popolo, per contribuire alla tattica, alla strategia, alla coscienza collettiva, per sapere scegliere consapevolmente e non a cazzo i rappresentanti e non congelare ogni elaborazione in un ghiacciolo digitale leccato solo dal Capo. Tutto vero.

Ideologia, postideologia, destra, sinistra?

S’è anche detto che al movimento mancava una “visione”, un progetto compiuto di società e di mondo. Un’ideologia. E anche questo è vero. Però si pensi cosa ne è stato del PCI, che di visione si vantava di averne una, globale e precisissima. Ma l’ideologia resta in ogni caso imprescindibile. L’ideologia e l’idea e il logos (la parola) con cui vedi il mondo. L’ideologia è concezione e progetto, tipo “sto con chi vale, soffre, è giusto e onesto, o sto con chi non vale, sta bene a spese di altri, è ingiusto e disonesto”. E’ la distinzione tra sinistra e destra e, da che mondo e mondo, altre non ce ne sono. E se si guarda a principi e azioni dei 5Stelle, su dove vada collocato non rimane il minimo dubbio. Serve anche vedere come tutti i media italiani, tutti indistintamente di destra, detestino e attacchino senza posa i 5Stelle, che siano al governo o all’opposizione. Vorrà pur dire qualcosa, no? Capisco il motto “né di destra, né di sinistra”, nasce spontaneo se si fa riferimento a quanto di falso e turpe oggi rappresentano queste due posizioni, la sinistra che è diventata destra e la destra che è diventata ancora più di destra. Reazionarie entrambe. Ma questo non cambia il dato, né in filosofia, né in ideologia, né in politica.

A chi tocca ora, secondo gli uni e secondo gli altri

E ora tutti rimpiangono la dipartita, vera o farlocca che sia, del bravissimo partner e onesto oppositore Giggino. Sono gli stessi, e con lo stesso spirito e interesse, che celebrano l’arrivo delle Sardine. E si fanno voti e pronostici sul, più o meno temporaneo successore. Tra quelli ventilati non ce ne dovrebbe essere uno che si discosti dal luminoso modello Di Maio. Intanto abbiamo un “reggente”, quasi fossimo in attesa del minorenne Tutankamon. E’ Vito Crimi, personalità non troppo definita da poter diventare Tutankamon lui stesso, ma gradita alla cerchia Casaleggio e, dunque, non a me. Cui, peraltro, era graditissimo da responsabile per l’editoria quando doverosamente voleva evitare, a  vantaggio di giornali locali, che ignari pagassero media che nessuno o pochi compravano e che, perlopiù, disseminavano fake news: il manifesto, il Foglio, l’Avvenire dei poverissimi vescovi, Radio Radicale con gli ululati, anche postumi, di Pannella.

Gli altri cultori della civile convivenza PD-5Stelle vedono bene Vincenzo Spadafora, specialista, con la Lombardi, di spazzatura rovesciata sull’ottima Virginia Raggi; la Sardina Roberto Fico, resasi meritevole per l’avallo all’operazione italo-britannica Regeni e per l’antisovranismo espresso con la Festa della Repubblica dedicata a migranti e Rom; Chiara Appendino, perché è cara al fuggiasco e non rompe più le palle sul Tav, Paola Taverna, perché da controfigura di Alessandro Di Battista è passata a quella boiata, ovviamente nominata dal capo, dei “facilitatori”.

Roba, questa, che coltiverà la guerra per bande e lacererà ulteriormente la schiera dei parlamentari 5Stelle, tra poltronari, gente che non sa come sia finita lì e cosa ci stia a fare, e i non pochi che non si sono dimenticati per cosa sono stati eletti. Se ci possa essere un futuro per il MoVimento dipende da questi ultimi. E soprattutto dalla maggiore e migliore parte del MoVimento, che è anche la migliore parte del nostro popolo. Sanno come va il mondo e come deve andare il mondo. O ne conoscete altri?

Vedete, c’è la foto di un pannello luminoso che decora l’ingresso alla sede dei 5Stelle di Macerata. Ingranditela e leggete: c’è un elenco di “cose fatte”. Poi accanto ce n’era un altro con le cose da fare. I “grillini” maceratesi sono quelli che, anni fa, accolti e apprezzati ovunque, mi hanno accompagnato per tutto il territorio terremotato in Centro Italia. Che hanno spiegato, denunciato, lottato. Giorni fa, sono stato nella loro sede. Sede voluta e creata da loro, senza aspettare un tardivissimo via dal vertice. Come suole per un’organizzazione radicata tra la gente. C’era, convocata dai consiglieri comunali del MoVimento, un’assemblea di una cinquantina di persone, iscritti, attivisti, simpatizzanti, interessati e molti esperti appassionati alla materia. Si discuteva di urbanistica, di cosa fare di una città rimasta ferma nel tempo tra integrità storica e carenze strutturali. Si denunciava, si proponeva, si dibatteva. Ci si preparava, con COMPETENZA, a fare di questo pezzo del paese e del mondo, una cosa migliore.

Dice che i 5Stelle non hanno una visione, una strategia. Se ci fosse stata dall’inizio sarebbe letteratura, o dogma. Questi miei amici sono la materia  che ci vuole per far nascere la famosa visione strategica. Di questo c’è bisogno per sapere che fare e poi leggere le “Lettere dal carcere”. Di Maio lascia un Movimento al minimo storico, in crisi di identità, privo di organizzazione. Ma a Macerata non siamo al minimo storico, non c’è crisi di identità, né mancanza di organizzazione. Il terreno idea da dove far fiorire la “visione”.  E così in tante parti d’Italia. Il MoVimento è qui. E da qui e da nessun’altra parte, tocca ricominciare.

O preferite farvi, con Annunziata, Formigli, Gruber. Zoro, Repubblica, manifesto e tutti i megafoni del potere, Sardina al petrolio, come Sartori? O fondare un altro PaP del Sacro Ordine delle pippe? O lasciare la vostra vita in mano all’ossario della triade Zingaretti-Renzi-Salvini?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 09:12

Libia, la sardinizzazione dei “pacifisti” alla Soros – UNO SCAMBIO POLEMICO SUL CHE FARE CONTRO LA GUERRA: COERENZA CONTRO MISTIFICAZIONE?

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MONDOCANE

LUNEDÌ 20 GENNAIO 2020

Conviene partire dall’intervento in fondo e risalire alle contestazioni

Oggetto: I: (ListaNoNato) Re: [nowaroma] Nè con gli USA nè con l’ Iran: lo stravolgimento della manifestazione internazionale per la pace del 25 gennaio

(PRIMA DI PROSEGUIRE SUGGERISCO DI ANDARE SU GOOGLE E LEGGERE L’APPELLO PER LA MANIFESTAZIONE CONTRO LA GUERRA DEL 25 GENNAIO)

Aggiungo alle considerazioni sulla cantonata di Patrick Boylan, referente americano di NO War-Roma, e sul carattere peggio che ambiguo della versione italiana di un appello internazionale, assai più corretto, per la manifestazione del 25 gennaio, valutazioni imprescindibili su altri punti inaccettabili e subimperialisti di tale appello.
Si afferma o chiede: “L’UE, nata per difendere la pace deve assumere una forte iniziativa”. L’UE, blocco imperialista voluto dagli USA per eliminare le fastidiose sovranità e costituzioni democratiche e progressiste degli Stati europei usciti dal nazifascismo, non e nata per difendere la pace e non l’ha mai difesa. Col braccio armato NATO, a direzione Usa, ha partecipato a guerre, genocidi ed ecocidi imperialisti, a partire dalla Jugoslavia. Quanto alla “forte” iniziativa, con azioni di “SICUREZZA”, già si parla di forze armate UE da mandare in Libia per impedire la sconfitta delle milizie Isis e Al Qaida al servizio del regime esclusivamente tripolino dei golpisti Fratelli Musulmani.
CON LA RICHIESTA DI I”INTERROMPERE LA SPIRALE DI TENSIONE E DI VIOLENZE”, ovviamente senza paternità e quindi vaghe e indistinte, si mistifica una aggressione con mercenari sanguinari a vari paesi disobbedienti del Medioriente e dell’Africa. Fermare tale “spirale” sarebbe “responsabilità italiana”. Come, con chi? Con le forze speciali o i droni che, occultati al parlamento e all’opinione pubblica, operano militarmente in Iraq, Libia e altri paesi???
“ Opporsi all’impiego della NATO in Iraq e Medioriente”. In Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso, Libia, sì??? Non c’era una volta la proposta di uscire dalla NATO, macchina dittatoriale di guerra e colonialismo?
“Negare l’uso delle basi USA in Italia per interventi in paesi terzi senza mandato ONU”. Con mandato ONU, tipo Jugoslavia, o Libia, invece sì? Senza interventi in paesi terzi, ma solo per occupare, inquinare, condizionare vaste regioni italiane e cancellare ogni residuo di sovranità nazionale e popolare, sì???
“Mantenere vivo l’accordo sul nucleare iraniano”. Un accordo imposto da Obama a una popolazione stremata da decenni di criminali sanzioni e a un governo detto “moderato” perché, con Rouhani e Zarif, espressione dei ceti ricchi del paese e prono a ricatti che lo privano dello sviluppo economico e industriale costringendolo a rinunciare al legittimissimo nucleare civile a fini di sanità ed energia?
Sommo insulto e prova di subalternità alla schifosa narrazione imperialista sul generale Soleimani assassinato, “comandante di una milizia iraniana”, che pone una componente istituzionale e costituzionale delle forze armate iraniane, espressione nobilissima della resistenza iraniana e mondiale, decisiva nella lotta al terrorismo mercenario dell’imperialismo in Iraq e Siria, sullo stesso piano delle milizie jihadiste agli ordini di turchi, Usa, Golfo e Nato.
Queste porcate, compatibilissime con l’imperialismo, sono rivendicazioni “nostre”, afferma Boylan, cioè interamente sue. Con il che si qualifica una volta per tutte e dovrebbe ritirarsi a vita privata.
All’appello hanno aderito mille sigle, molte rappresentative solo di se stesse, tantissime ambigue o consociative, con le quali non dovremmo avere nulla a che fare e tantomeno avallare i loro raggiri. Saremo pochi, non avremo la forza per contrastare in piazza questa gente. Ma meglio soli che male accompagnati. Basterebbe allora qualche bandiera iraniana, o irachena o siriana alla finestra. Magari con l’immagine di Qassem Soleimani.
Fulvio

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Oggetto: R: (ListaNoNato) Re: [nowaroma] Nè con gli USA nè con l’ Iran: lo stravolgimento della manifestazione internazionale per la pace del 25 gennaio

Con la solita disinvoltura politica e una valutazione ideologica del tutto inadeguata, Patrick Boylan parla di “sbavatura” riguardo all’appello italiano, modificato rispetto a quello statunitense, che due giorni fa ho diffuso in inglese, per la mobilitazione del 25 gennaio (25 gennaio 2020: giornata di mobilitazione internazionale per la pace – Appello). Pur di entrare nel gregge ed erigere davanti a qualche macchina fotografica o telecamera la propria persona con relativi cartelli, si passa sopra assolute indecenze per qualunque antimperialista non prono al consociativismo democraticista dei taralucci e vino e che regolarmente finiscono col rafforzar le più ambigue e nefaste motivazioni e parole d’ordine.
Leggiamo qui sotto, dall’appello italiano, quella che secondo Boylan è solo qualche “sbavatura”:
Si evita con la massima e molto sospetta circospezione di evitare in ogni caso i responsabili di TUTTE le guerre, di TUTTI i genocidi, di TUTTE le pulizie etniche, di TUTTE le sanzioni sociocide, di TUTTI gli assassini mirati (da Obama in poi), di TUTTE le extraordinary renditions, di TUTTA la decrebrazione mediatica, confondendo in un indistinto miscione le cosiddette “potenze regionali e globali che si contendono con la guerra aree di influenza….” E chi sarebbero queste potenze regionali e globali per il cittadino comune? Forse la Russia, l’Iran, la Siria, oltre, forse agli USA e Israele, che invece andrebbero nominati come gli UNICI responsabili di ogni aggressione, violazione dei diritti umani, crimini di guerra e contro l’umanità”! E’ la tecnica della marionetta Greta e del movimento sorosiano sardinesco dei Fridays For Future e Extinction Rebellio, che non fanno nomi, ma colpevolizzano chiunque abbia più di 25 anni con il chiaro proposito di occultare i veri, concretissimi responsabili.
Stessa domanda SENZA RISPOSTA: chi sono coloro che, secondo l’appello, “reprimono, torturano, corrompono”? Guadi a nominarli. Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di americani, britannici, francesi? Oppure quelli che vengono indicati da Repubblica, dal manifesto, da Pompeo o Bolton?
Chi sono le popolazioni le cui proteste hanno occupato pacificamente le piazze e le strade, da Baghdad a Tehran, da Beirut ad Algeri, da Damasco al Cairo (e, a titolo di copertura, Gerusalemme)? Quelle che sono care al Corriere, alla CNN, alla BBC, al manifesto, a Repubblica, a Soros, alla Cia, alla NED, a Freedom House, all’Atlantic Council, a tutti gli arnesi della destabilizazione al fine della dittatura mondiale dei mercati a obbedienza USA-UE-Nato che le pagano tutte e che tutte sono mobilitate contro governi che irritano Washington e Netaniahu? Avete letto una sola parola in difesa dei manifestanti per la libertà e la giustizia massacrati dagli sbirri dell’oligarchiafilo-Usa, golpista e non, in Bolivia, Cile, Francia, Colombia? Che altro ci vuole per percepire il tanfo imperialista e collateralista degli autori di questo appello adottato dal solito Patrick Boylan?
Non basta, questo appello di mistificatori e infiltrati mirato a completamente eludere colpe e meriti, crimini e difesa dai crimini, guerrafondai patologici e forze che difendono la verità e il diritto, conclude con la richiesta delle solite missioni di peacekeeping a mandato ONU, forma soft dell’imperialismo economico, sociale, culturale e militare dell’Occidente. Onu che ha sulla coscienza l’avallo a tutto ciò che capita in testa ai serial killer Usa, ma che se ne infischia quando Israele manda a cagare lei e tutte le sue risoluzioni in difesa dei palestinesi, o quando per un anno si diverte a fare il tiro al piccione su ragazzini e infermiere inermi a Gaza. Qualcuno ha sentito una parola del segretario generale dell’ONU, il pacioccone fantoccio Guterres, sull’incredibile operazione dello Stato Criminale, in un paese sovrano, contro un generale, protetto da immunità diplomatica di uno Stato sovrano, vincitore di quella che gli Usa definiscono la “guerra al terrorismo”, un terrorismo tutto spurgato dalla bandiera a stelle e strisce o da quella di David?
Ricordate altre istanze quando si sono invocati “corpi civili di pace” ? Ovviamente dove occorreva consolidare una missione militare imperialista non riuscita e porsi come interposizione a difesa dell’Ordine gradito all’Occidente: in Jugoslavia, in Siria, in Nordirlanda, o sotto forma di contingente italiano in Libano a difesa dei confini abusivi israeliani. Missioni, Ong e corpi civili che si spera non opprimano, maltrattino, torturino, stuprano, uccidano, come succede con certe missioni ONU o ONG in Somalia, ad Haiti, Centroamerica, Mali, Niger, ovunque…..
La ciliegina su questa operazione di finto pacifismo ed effettivo collateralismo colonialista, che ancora persegue obiettivi ottocenteschi di dominio, questo sì razzista, anziché togliersi dai coglioni ovunque abbia già segnato col sangue e la rapina la sua presenza nei secoli passati, è la richiesta di “una rapida implementazione del Piano Europeo per l’Africa”. Piano che non è che uno sciagurato tentativo neocolonialista UE e delle sue oligarchie franco-germanico-britanniche, con sguatteri italiani al seguito, di imporre il trionfo dei mercanti europei, con la complicità delle classi corrotte africane, sulle risorse del continente, tra l’altro sottratte ai loro legittimi titolari con l’infamia di un’emigrazione sollecitata e forzata, mirata anche a destabilizzare le società e culture europee e a fornire manovalanze schiavizzate alle loro classi dirigenti.
Quanto all’aereo abbattuto “per errore” nei cieli di Tehran, gli ignavi dell’appello dovrebbero informarsi un po’ meglio su quanto perfino il New York Times, vantandosene, ha documentato e di cui questi sedicenti attori sulla scena della lotta ai crimini di guerra avrebbero dovuto informarsi, a condizione di essere interessati alla verità (se ne può avere contezza dal mio scritto “www.fulviogrimaldicontroblog.info Colonialismo: Berlino 1885- Berlino 2020 E’ IL TURNO DELLA LIBIA — La solita manina misteriosa nella caduta dell’aereo a Tehran).
Per un intervento non dissimile da questo, di critica alla sua disponibilità ad dottare le più disinvolte e imprecise posizioni politiche o concettuali proposte da altri, il padre padrone dell’associazione NO War mi ha democraticamente escluso dalla lista email dell’associazione. Io riterrei opportuno che noi escludessimo dalla nostra tolleranza e pazienza le perniciose deviazioni che al buon Boylan sono suggerite da attori politici che con un genuino e chiaro antimperialismo non hanno nulla a che fare. Anzi.
Fulvio

Dall’appello italiano per una mobilitazione il 25 gennaio (lo trovare intero su Google)
Nella crisi del vecchio ordine internazionale, potenze regionali e globali si contendono con la guerra aree di influenza sulla pelle delle popolazioni locali. La sola alternativa consentita al momento è il mantenimento dei regimi teocratici o militari – comunque illiberali e non rispettosi dei diritti umani – con i quali si fanno affari, chiudendo occhi e orecchie su repressione, torture e corruzione. La guerra non produce solo distruzione, ma cancella anche dall’agenda politica la questione sociale, oramai incontenibile ed esplosa nelle proteste delle popolazioni che hanno occupato pacificamente le piazze e le strade….
Non possiamo stare a guardare Dobbiamo gridare il nostro no alla guerra, alla sua preparazione, a chi la provoca per giustificare la produzione e la vendita di armi. Guerre che, in ogni momento, possono fare da miccia ad un conflitto globale tanto più preoccupante per il potenziale degli armamenti nucleari oggi a disposizione dei potenti del mondo. Le vittime innocenti dell’aereo civile abbattuto “per errore” da un missile, dimostrano una volta di più che la guerra è un flagello per tutti, nessuno può chiamarsi fuori, siamo tutti coinvolti. Manifestiamo il nostro sostegno alle popolazioni, vere vittime delle guerre, a chi si rivolta da Baghdad a Teheran, da Beirut ad Algeri, da Damasco, al Cairo, a Gerusalemme, a Gaza. Quel che sta avvenendo nel Golfo Persico, aggiungendosi alle sanguinose guerre e alle crescenti tensioni in corso, mette in luce la drammatica attualità e il vero realismo dei ripetuti ma inascoltati appelli di Papa Francesco per l’avvio di un processo di disarmo internazionale equilibrato. L’UE, nata per difendere la pace, deve assumere una forte iniziativa che – con azioni diplomatiche, economiche, commerciali e di sicurezza – miri ad interrompere la spirale di tensione e costruisca una soluzione politica, rispettosa dei diritti dei popoli, dell’insieme dei conflitti in corso in Medio Oriente e avviare una rapida implementazione del Piano Europeo per l’Africa (Africa Plan) accompagnandolo da un patto per una gestione condivisa dei flussi migratori.
ritirare i nostri soldati dall’Iraq e dall’Afghanistan, richiedendo una missione di peacekeeping a mandato ONU ed inviare corpi civili di pace; • adoperarsi per la sicurezza del contingente italiano e internazionale in missione UNIFIL in Libano;

Da: Patrick Boylan
Inviato: domenica 19 gennaio 2020 22:50
:
Che fare?

Possiamo semplicemente manifestare il giorno 25 in risposta all’appello dei gruppi pacifisti statunitensi. Incredibile, ma sono molto più avanti rispetto ai gruppi pacifisti italiani e della sinistra di opposizione italiana. Per esempio, la loro prima rivendicazione è “NO alla guerra con l’Iran, Basta sanzioni!”
http://nepajac.org/unac_011520.html

Mentre, come Enzo osserva, Sinistra Anticapitalista fa un incontro dietro la parola d’ordine: “NO agli USA e NO all’Iran, entrambi imperialisti”. E che non spreca una parola su Israele — che invece, di imperialismo, ne sa qualcosa: ha invaso e occupato la Palestina, invaso e occupato una parte della Siria, invaso più volte il Libano prima di essere respinto dai Hezbollah, e ora proclama di voler occupare tutta la trans Giordania. Se non è imperialismo questo! L’Iran, invece, che ha dispute territoriali con alcuni stati ai suoi confini, ha sempre cercato di risolverle diplomaticamente, non ha mai invaso né occupato nessun altro paese. La sua presenza in Siria è stata RICHIESTA dal governo legittimo.

Ecco quindi il gioco di Sinistra Anticapitalista: tacere su Israele e presentare l’Iran come l’aggressore. Proprio la velina che Netanjahu ha dato a Trump da leggere e evidentemente anche a qualcuno tra i promotori della manifestazione italiana del 25. Così si giustifica una futura aggressione contro l’Iran, già allo studio a Tel Aviv e a Washington.

Ma tutto ciò è una pecca di Sinistra Anticapitalista. Non c’entra con l’appello italiano per il 25 gennaio. Non confondiamo le due cose.

Come ho già detto, l’appello italiano per il 25 gennaio parla di “ingerenze iraniane”, è vero, e questo è sì una sbavatura: ma non dice altro. Non dà addosso all’Iran, non lo equipara agli USA, come fa Sinistra Anticapitalista.

E, in compenso, l’appello italiano chiede: (1.) la revoca dell’embargo contro Iran; (2.) la negazione dell’uso delle basi Usa in Italia per interventi in paesi terzi senza mandato ONU (sarebbe da sottoscrivere l’appello solo per questa rivendicazione); (3.) il ritiro della proposta di impiego della Nato in Iraq e in Medio Oriente; (4.) il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq e dall’Afghanistan, e altro ancora.

Ma queste sono rivendicazioni nostre, porco giuda! Come si fa a non essere d’accordo? A volersi distanziare comunque, a causa di qualche sbavatura di linguaggio e il silenzio sui crimini imperialisti UE passati e futuro (leggi esercito UE)?

Io non butterei il bambino con l’acqua sporca. Sono per aderire alla giornata del 25, appunto, sulla piattaforma dei pacifisti statunitensi, miracolosamente senza sbavature.

Basta con il Calvinismo: “una volta che hai peccato, sei peccatore e dannato per sempre.”

Basta con il Calvinismo, dico. Perché gli organizzatori del 25 in Italia sono tutti peccatori, è vero, ma lo siamo anche noi. Già, anche noi. Dove eravamo quando l’esercito israeliano stava uccidendo in sangue freddo — settimana dopo settimana — decine di giovani palestinesi disarmati? Dove eravamo quando la Francia ha cominciato la sua guerra del Vietnam nel Malì? Dove eravamo quando l’Italia ha annunciato di voler mandare truppe nel Niger, facendoci tornare all’epoca di quando c’era Lui?

Da nessuna parte. Tutti zitti e buoni.

Allora stiamo zitti ora, non facciamo i Calvinisti e andiamo il 25.

Patrick

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 12:44

COLONIALISMO: BERLINO 1885- BERLINO 2020 —– E’ IL TURNO DELLA LIBIA —– LA SOLITA MANINA MISTERIOSA NELLA CADUTA DELL’AEREO A TEHRAN

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/01/colonialismo-berlino-1885-berlino-2020.html

MONDOCANE

GIOVEDÌ 16 GENNAIO 2020

 

Bombe inesplose tra Tehran e Tripoli

Le notizie-bomba che vi nascondono sono: 1) Un cyberattacco USA che con ogni probabilità, secondo il NYT, nella notte dell’8 gennaio ha abbattuto il Boeing 737-800 ucraino sopra Tehran, con i suoi 176 passeggeri ed equipaggio e che forse darà il via alla battaglia finale tra patrioti e vendipatria iraniani;  2) Il generale Soleimani, che aveva lo status diplomatico, era in missione di pace con piena consapevolezza USA. Era stato invitato a Baghdad dal premier iracheno Abdul Mahdi per mediare nella contesa tra Iraq e Arabia Saudita. Gli americani ne erano al corrente e ne hanno approfittato per allestire la trappola e ucciderlo. 3) il regime fantoccio dei Fratelli musulmani a Tripoli, difeso dagli stessi tagliagole Isis e Al Qaida che, per conto Usa-Nato-Turchia, hanno imperversato in Siria, Iraq, Nigeria e a cui corrono in soccorso gli sponsor neocolonialisti che pretendevano di combatterli. Allora servivano a frantumare Siria e Iraq, oggi li si impiega per spartirsi la Libia, come si progetta dai convenuti a Berlino.

Si abbattono torri, si abbattono aerei….
La prova degli occultamenti relativi all’abbattimento dell’aereo sopra Tehran nella notte della risposta iraniana all’assassinio del generale Qassem Soleimani, viene pubblicata nientemeno che dal New York Times, standard aureo del giornalismo imperiale e guerrafondaio. Pur di vantarsi di un crimine riuscito, a volte i suoi apologeti si scordano della riservatezza. Di Libia e degli irresponsabili e fieri sguatteri Nato, Conte, Di Maio e Guerini, che cianciano di interventi più o meno armati, più o meno nazionali o internazionali, parliamo dopo.

Ho partecipato a una conferenza in video su Iran e Libia dell’ottima web-tv “Byoblu” dell’amico Claudio Messora (mercoledì 15 gennaio, ore 18). Oltre a me c’erano un competente ex-capo di Stato Maggiore e due propalatori di versioni Nato degli avvenimenti nel mondo. Doveroso negare qualsiasi attenzione alle panzane atlanticistico-sioniste che sparavano in faccia agli spettatori. Per riassumerle ne bastano due. Nella prima si diceva che l’aereo ucraino era stato abbattuto dai Guardiani della Rivoluzione perché, con ogni probabilità, vi si trovava a bordo un qualche personaggio poco gradito al regime. Per cui valeva la pena ammazzare 176 persone di cui 90 concittadini. La seconda, ancora meglio, supponeva che il missile fosse partito dal ditino di un ragazzetto inesperto dei Pasdaran. E’ la stampa, baby. E solo disponendo di un audience di gente in coma neanche tanto vigile, può sfidare il ridicolo a tal punto. Non credo sia il caso del pubblico di Byoblu, per fortuna.

Ma la stampa è anche, ahinoi, il “New York Times”, standard aureo del giornalismo che si finge di sinistra, sta con il Partito Democratico, col Pentagono, con i ben 16 servizi di Intelligence Usa e immancabilmente con tutto ciò che queste nobili forze di pace e diritti umani producono. Quello che, nella foga di uno scoop, oppure nella tracotanza di chi sa se stesso e i suoi referenti impuniti, parrebbe uno scivolone del quotidiano a direzione talmudica, al mondo stupefatto dovrebbe apparire come un’ammissione agghiacciante. Riassumo.

Miracolo: beccare con la fionda una mosca in cima alla Torre di Pisa….

Un cronista investigativo e video-esperto del NYT, Christian Triebert, ottiene da un dissidente iraniano, Nariman Gharib, molto popolare da quelle parti per il suo ruolo di fustigatore delle malefatte del regime degli Ayatollah, un video di 19 secondi girato da un anonimo video-maker a Tehran. E lo pubblica sul NYT. Triebert e Gharib sono anche collaboratori del sito “Bellingcat”, definitosi di giornalismo investigativo e, con ogni evidenza, megafono dei seminatori di sesquipedali balle antirusse. Non per nulla viene ospitato anche dal “Fatto Quotidiano”. Che cosa c’è nel video?

L’esatto momento in cui un missile e poi un altro colpiscono e fanno esplodere il Boeing ucraino uccidendo 179 persone, di cui 90 giovani iraniani, perlopiù in viaggio di studio. Ebbene? I cellulari oramai sono miliardi e i videomaker pronti per qualsiasi evenienza, pochi di meno. Tutto normale? Anche che l’anonimo videomaker si trovasse alla periferia di Tehran, in una zona industriale derelitta, poco prima dell’alba, con tanto di telecamera professionale, puntata sul punto del cielo notturno dove sarebbe passato l’aereo e dove lo avrebbe colpito il missile. Prendere quel punto in quell’istante era come da terra beccare una mosca in cima alla Torre di Pisa. Culo? O precognizione?

…. o con la camera un puntino che esplode nel cielo buio della notte

Le compagnie aeree avevano sospeso in quelle ore i decolli e gli atterraggi a Tehran, Poche ore prima, missili iraniani avevano disfatto due basi USA in Iraq. L’unico aereo decollato in pieno marasma notturno era il Boeing della Ucraina Airlines. Chi si è messo di notte a puntare un punto preciso nel buio, sapeva. Chi ha fatto decollare 176 sicure vittime, sapeva? Di certo sapevano i comandi militari USA in Iraq che, poche ore prima, sarebbero arrivati su quelle basi oltre 20 missili iraniani. Li aveva avvertiti il governo iracheno che, a sua volta, era stato avvisato da Tehran. Tanto che i militari USA e della Coalizione, compresi i nostri professionisti, ebbero modo di mettersi al sicuro. E qualcosa sapevano anche i numerosi aerei statunitensi che ronzavano attorno ai confini aerei dell’Iran nei momenti precisi dell’abbattimento dell’aereo.

Guerra cibernetica: non è la prima volta

In Iran si ricordano i casi del tutto analoghi dell’Il-20 russo abbattuto nel 2018 dalla contraerea siriana mentre pensava di colpire un caccia israeliano che si nascondeva dietro a quello russo e quello del MH-17 malese colpito nel 2014 sopra il Donbass da un missile Thor russo (in dotazione agli ucraini dal tempo dell’URSS). E si parla di guerra elettronica e di attacco cibernetico. Che gli Usa abbiano sviluppato la tecnologia dei cyber-attacchi di questo tipo è noto e ammesso. Che con tale tecnologia si possa interferire nei radar altrui, facendo apparire minacce volanti e che i comandi degli aerei possono essere controllati dall’esterno è altrettanto noto e assodato. Che l’operatore notturno di Tehran, puntando la sua camera su un punto nero nel cielo in quel momento sapesse cosa stava per avvenire è ancora più assodato. Qualcuno dei nostri eroi dell’informazione libera e democratica vi ha sottoposto almeno qualche dubbio su quanto avvenuto nella notte di Tehran, dopo che il segretario di Stato Pompeo e il ministro della Guerra Esper avevano fregato Trump imponendogli di attribuirsi l’assassinio di Soleimani e l’Iran aveva risposto devastando due basi USA?

Ahmadinejad e Rouhani

Gli schieramenti che si confrontano in Iran. Quelle vere e quelle viste in Occidente

Non meno interessante, ma riguarda l’Iran, è quanto succede dopo la tragedia. I comandi militari e quelli dei Guardiani della Rivoluzione si sono riservati un comunicato definitivo. Il presidente Rouhani e il ministro degli Esteri Zarif hanno invece subito condiviso la versione accreditata in Occidente, del missile iraniano che ha preso l’aereo per errore della contraerea. E sollecitano i militari a chiedere scusa. Ne hanno preso spunto le Sardine sorosiane di Tehran per rimettersi in piazza contro il “regime” e per far calare l’ombra mediatica sui sette milioni che avevano seguito la bara di Qassem Soleimani nella sola capitale.

I “bravi analisti”, gli stessi che il taumaturgo Trump fa tutto lui e ignavi segretari di Stato e Consiglieri della Sicurezza neocon gli vanno dietro come pecorelle, vedono in Iran l’eterna divisione tra “ultraconservatori” (alla Khamenei e Ahmadinejad) e “moderati o progressisti” (tipo Khatami, Rouhani, Zarif). Curiosamente, sotto Ahmadinejad, oltre al riscatto delle classi lavoratrici e dei poveri, c’è stato anche il più forte allentamento delle prescrizioni islamiche, tipo sull’abbigliamento delle donne, mentre, con i “moderati”, si è tornati alle restrizioni clericali.

Per una contrapposizione meno banale, consentitami anche dalla conoscenza diretta dell’Iran, del suo popolo e delle sue istituzioni, va chiarito che in Iran c’è la classica e immancabile divisione di classe. Da un lato chi esprime la volontà e i bisogni delle classi popolari, le più colpite dalle criminali sanzioni, e chi quelli dell’alta borghesia e dei grossi bazari ansiosi di scambi a largo raggio e a qualsiasi costo politico. I primi, i presunti ultraconservatori, costituiscono la base elettorale di presidenti laici come Ahmadinejad, di segno sociale e patriottico e dunque antimperialista. I quartieri alti producono dirigenti come Khatami, Rouhani, o il famigerato speculatore Rafsanjani, detto “lo Squalo”, tutti pronti alla mediazione, al compromesso, ansiosi di neoliberismo. Sono gli autori del tafazziano accordo sul nucleare voluto dall’astuto Obama per bloccare, con l’annullamento del nucleare civile, peraltro legalissimo, l’intero sviluppo industriale e sociale dell’Iran,  come era stato promosso dal laico Ahmadinejad. Tra questi due schieramenti si gioca il destino del grande paese, della sua resistenza, come del Vicino e Medio Oriente.

Da una Berlino all’altra: corsi e ricorsi coloniali

A Berlino, tra il 1984 e il 1885, le restaurate monarchie d’Europa riunirono, sotto il cancelliere Otto von Bismarck, i portatori dei loro interessi vetero-feudali e neo-capitalisti per muoversi a un nuovo assalto al Sud del mondo, Africa nello specifico, e spartirsi territori, risorse e vie strategiche. Che la conferenza sulla Libia veda coinvolti gli stessi predatori di allora, associati al nuovo protagonista imperialista USA e a Stati di contorno, è il segno della tracotanza impunita con cui, sotto la maschera benevola dei diritti umani, come allora sotto quella della civiltà e del progresso, le potenze dell’Occidente si apprestano a nuove aggressioni, devastazioni, genocidi, rapine a mano armata, liberista, missionaria e ONG. Oggi come ieri, nel segno e con la benedizione della Croce.

Tutto procedeva da anni nel tran-tran di chi deplorava l’attacco e la distruzione della pacifica e prospera Libia unita, da esso stesso commessi; per poi approfittare del controllo dei Fratelli musulmani di Al Serraj su segmenti del tripolitano con il suo business dei migranti. Business sia promosso (dalle Ong e referenti politici globalizzanti), sia avversato (dai cercatori di elettori spaventati). Ci si adattava alla spartizione nei fatti della Libia; si calcolavano la porzioni di idrocarburi da spartire e si contava sul caos libico perché la ricolonizzazione del Sahel da parte di Francia e compari non fosse disturbata da un ritorno a una Libia forte e autonoma. Tutto questo, sotto copertura di un governo riconosciuto dalla “comunità internazionale” (un sesto dell’umanità) e dall’ONU, era la ricaduta benefica di un graditissimo colpo di Stato islamista dei jihadisti misuratini, che aveva costretto l’ultimo parlamento e governo legittimi, eletti democraticamente, a rifugiarsi a Tobruq. Governo di cui il generale Khalifa Haftar, comandante del Esercito Nazionale Libico (ENL), e il legittimo ministro degli Esteri.

Guai se non ci fossero i cari fratellini musulmani

I Fratelli Musulmani, come s’è visto in molte occasioni, recentemente col presidente Morsi in Egitto, cacciato da una rivoluzione di popolo che poi si sono intestati i militari, sono, da quando furono inventati dai britannici negli anni ’20, la Quinta Colonna del colonialismo occidentale nel mondo arabo, prima europeo, poi Usa-Nato. Quando un movimento civile e militare, diretto da Tobruk, è riuscito a ottenere il consenso della maggioranza delle tribù, compresa quella di Gheddafi e il controllo sull’80% del territorio nazionale e stava per realizzare la liberazione di Tripoli, ecco che tutti si sono svegliati di soprassalto. E’ partita,  prima piano, poi con accelerazione frenetica, la girandola degli incontri diplomatici (con Conte e Di Maio che ridicolmente si rincorrevano di capitale in capitale), delle conferenze di mediazione, dei soccorsi al fidato burattino Fayez al Serraj  che, guarda il caso, è di origine etnica turca. A Erdogan questo è bastato per rivendicare a sé la “provincia ex-ottomana”, spostarvi da Idlib migliaia di scuoiatori e stupratori jihadisti di Isis e Al Qaida e concordare con il socio di minoranza turco-libico il possesso delle acque tra Turchia e Libia e degli idrocarburi ivi contenuti (con tanti saluti, oltrechè a Grecia e Cipro, a Greta e al Green New Deal).

C’è da ghignare sul fatto che per molti che avevano dato del macellaio a Erdogan per la cacciata dei curdi dai territori siriani,da questi invasi e occupati con l’aiuto Usa, ora lo vedono di buon occhio, perché promette di bloccare, magari far fuori, il generale amico di Al Sisis, “dittatore egiziano e assassino di Regeni”. Per altri, la venuta dei turchi è benvenuta nella misura in cui il sultano non se ne approfitti troppo e lasci ad altri porzioni del bottino petrolifero, idrico e geopolitico. Il congresso di Berlino, di cui l’assonanza con quello del 1885 è chiaramente voluta, è a questo che punta.

Il cattivo anticurdo diventa il buono anti-Haftar
Tanto più che a Mosca, Putin, lo “Zar” – che ha appena avviato una riforma costituzionale mirata a democratizzare l’assetto istituzionale con un premier eletto dalla Duma e non più nominato dal presidente (riforma ovviamente letta in Occidente, “manifesto” & Co, come ulteriore spinta dello “Zar” all’autocrazia) – ha sparigliato facendo sottoscrivere una tregua a Erdogan e al pesantemente pressato Serraj. Ma non a Haftar, che ha considerato la proposta irriguardosa e offensiva nei riguardi del popolo libico e del suo parlamento. E non a torto. Le tregue che, dagli incontri di Astana in qua, Mosca ha concordato con il neo-ottomano, dalle aree di de-escalation in Siria, al governatorato di Idlib zeppo di tagliatori di gola da cento paesi, fino a questa, sono tutte servite e serviranno, anche contro le intenzioni russe, a far riprendere fiato ai jihadisti in difficoltà e a farli rifornire di armi e uomini. Né dei tagliagole, né dei loro protettori (USA, Nato e Turchia) c’è mai stato da fidarsi. Ne ce ne sarà in Libia. La buona figura mediatrice e pacificatrice che Putin ha tutti i tioli per rivendicare rispetto alla psicopatologia bellica degli USA e dei loro ascari, a volte comporta un prezzo troppo alto. Lo sanno i siriani quando guardano a Idlib, alla cosiddetta “fascia di sicurezza” presa dai turchi, o alla regione del Nord Est sotto occupazione USA.

Lasciateci almeno i migranti e un po’ di petrolio

Libici trucidati dai soldati di Graziani

Gli italianuzzi senza arte né parte, ma con un solido e sanguinario passato coloniale in Libia, si danno un gran e inutile da fare. Con Haftar potrebbe rinascere una Libia unita e indipendente. Se avessimo avuto l’intelligenza di stare con colui che ha ragione e non con i fantoccio Isis di Tripoli e i cacciatori di neri di Misurata, l’ENI avrebbe avuto la migliore delle chance rispetto ai concorrenti (ENI, che fa la vera politica estera italiana, scevra dai servilismi partitici e perciò viene demonizzata dagli atlantistico-sionisti alla Travaglio e Stefano Feltri-Bilderberg).

Ma Haftar rischia anche di far seccare una fonte vitale di reddito, prestigio e propaganda di quella lobby plurilaterale che prospera sullo svuotamento dell’Africa da depredare e dei nuovi schiavi con cui esaltare la fetta padronale del mercato del lavoro. Se prende Misurata e Tripoli, ha promesso di farla finita con la detenzione e il traffico di esseri umani che costituiscono il profitto e l’arma di ricatto dei Fratelli musulmani e delle loro milizie armate “governate”, si fa per dire, da Serraj. Che ne sarà delle Ong di Soros e Merkel, delle speronatrici di navi militari italiane, delle cooperative, della Caritas, degli Angelus di Bergoglio, degli argomenti di Salvini, del profumo d’incenso attorno ai buonisti della maggioranza?

 Haftar e Said al Islam, figlio di Muammar Gheddafi

Di Maio e Conte farneticano di caschi blù europei (che non esistono) da mettere a guardia del bidone e salvare Serraj. Un mini-Pompeo italiota che fa il ministro della Difesa vorrebbe che quel dicastero fosse dell’Offesa e pretende, insieme ai suoi generaloni, una “rimodulazione del nostro impegno militare in Libia”. Oltre ai 400 militari scandalosamente mescolati tra i bruti di Misurata. Hanno il coraggio di parlare di “Forza di interposizione”, che non significa altro che la sciagurata spartizione della Libia tra Cirenaica e Tripolitania. Colonialisti d’accatto. Qui, dopo i 600mila libici massacrati da Graziani e il paese distrutto con il concorso dei bombardieri di Giorgio Napolitano, noi non abbiamo che “una parola d’ordine, categorica e imperativa per tutti”: starsene fuori dalle gonadi. Aì vari occidentali, colpevoli delle peggiori tragedie inflitte all’umanità nel Sud del mondo non spetta parola in capitolo. La Libia ai libici e la soluzione non può che essere militare, come lo è stata in Siria, Iraq, Vietnam. Giù le mani dal Sud del mondo. La “soluzione politica”, ai tempi delle lotte di liberazione, è sempre e solo una fregatura. Non si può che stare con Haftar. Anche perché, se quelli di Serraj incarcerano e impiccano i gheddafiani, lui li ha riabilitati e accolti.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:08

 

Grandi opere, dalle promesse elettorali a nuovi piani flessibili

https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2020/01/15/grandi-opere-dalle-promesse-elettorali-a-nuovi-piani-flessibili/5671560/

Grandi opere, dalle promesse elettorali a nuovi piani flessibili

Serve un approccio di pianificazione che punti a soluzioni più tecnologiche e alla manutenzione. E che sia meno impattante sull’ambiente e più aperto alla concorrenza

Un nuovo piano nazionale dei trasporti sembra essere nelle intenzioni della ministra De Micheli, come lo è stato di molti ministri precedenti. I grandi piani politicamente piacciono. In teoria, cosa c’è di meglio? Finalmente le scelte sono rese coerenti tra loro, dibattibili in pubblico in modo organico, e le risorse assicurate. Razionalità e trasparenza regneranno sovrane. In pratica la storia non funziona così, anzi proprio al contrario, e occorre capire perché. E questo non solo in Italia. Ma incominciamo da noi. Sono stati fatti due piani generali dei trasporti (Pgt) e mezzo (un Pgtl, cui si era aggiunta la logistica). Sono rimasti tutti lettera morta, e da subito. Poi nel 2001 è arrivata la lavagna di Berlusconi da Vespa, con le 19 grandi opere, che non pretendevano di essere un piano: era una lista di soldi (nostri) da spendere per far felici tutti. Una operazione a suo modo onesta: il fine era il consenso elettorale, e questo era per la prima volta dichiarato senza perifrasi. Poi dopo una pausa (di riflessione?) è arrivato un altro super elenco: i 133 miliardi delle opere strategiche di Delrio, nemmeno queste valutate in alcun modo. Anche questo elenco non osava chiamarsi “piano”, ma per le infrastrutture lo era.

Le infrastrutture di trasporto sono diventate promesse elettorali (persino il Tav, in negativo: “Non si farà mai”!). M5S tentò di cambiare logica facendo qualche analisi costi-benefici, ma si arrese subito alla forza politica del partito del cemento. Ma perché i mega-piani infrastrutturali non possono funzionare? Perché in questa fase tutto cambia velocemente, i soldi pubblici sono scarsi, e i rischi di sprechi in questo contesto sono grandissimi. Cambiano gli obiettivi, con il cambiare dei governi. L’ambiente è diventato più importante, forse anche dello sviluppo economico. Emerge un crescente problema di disparità della ricchezza e dei redditi. Si accelera l’urbanizzazione. Cambia la geopolitica (la via della Seta, i flussi degli scambi mondiali, il turismo). Cambia la popolazione che invecchia e in alcune regioni del Sud si riduce in modo rilevante. Cambiano le tecnologie, e in fretta: veicoli stradali sempre più sicuri e meno inquinanti (forse autonomi). Cambiano i mercati con l’apertura alla concorrenza già avvenuta in cielo e sull’alta velocità, e speriamo si estenda a concessioni e servizi collettivi. Cambia il mercato del lavoro, e la mobilità connessa. Cambia la disponibilità di soldi pubblici, in funzione di condizioni e situazioni interne e esterne non prevedibili. Come diceva Darwin: “Non sono le specie più grandi e forti che sopravvivono, ma quelle che meglio si adattano ai cambiamenti”.

Niente mega-piani strategici allora? Non è così semplice: le maggiori infrastrutture sono opere di lungo periodo (10 anni in media): come si fa a non programmarle per tempo? Una prima risposta è tecnica: in un contesto così variabile, i rischi di sprecare soldi pubblici aumentano, quindi, potendo scegliere, è meglio orientarsi su soluzioni più flessibili, per esempio frazionare al massimo i maggiori investimenti nel tempo, rendendoli funzionali all’eventuale crescere della domanda di trasporto. Persino i progetti dei “corridoi europei” (noti come Ten-T) son stati temporalizzati in funzione della domanda, che è risultata inferiore al previsto (per esempio, i francesi non faranno nulla fino al 2038 dall’uscita dal tunnel Tav a Lione, causa traffico insufficiente, di fatto cancellando il corridoio europeo relativo). Se flessibilità (nello spazio, cioè “dove”, e nel tempo, cioè “quando”) diventa la giusta regola degli investimenti nei trasporti, alla flessibilità giova molto che le opere siano anche redditizie in termini finanziari. Questo, oltre a far bene alle casse pubbliche, rende maggiori le possibilità di ri-indirizzare risorse fresche se le esigenze e economiche sociali cambiano. Opere che “congelino” vaste quantità di denaro pubblico rendono le scelte politiche meno flessibili.

Va ricordato il grande esempio dell’Inghilterra all’inizio dell’800, quando fu costruito un grande numero di canali navigabili che fu rapidamente abbandonato all’avvento delle più flessibili ed economiche ferrovie: uno spreco terribile (anche metà delle linee ferroviarie subirono la stessa sorte con l’avvento del trasporto stradale, un secolo dopo). Le soluzioni tecnologiche sono più flessibili di quelle infrastrutturali, oltre che creare più occupazione e di tipo più stabile. Ma il “partito del cemento” è ancora ben radicato: a questo sembra essersi attaccato anche il partito di Renzi con un piano da 130 miliardi. E dell’alta velocità al Sud ha parlato, sembra, anche il primo ministro (quelle linee rimarrebbero sicuramente deserte, basta il retro della busta per fare i conti). Un approccio di pianificazione che punti di più su soluzioni tecnologiche, sulla manutenzione e sul potenziamento graduale dell’esistente, sarebbe più flessibile, probabilmente meno impattante sull’ambiente, e certo più aperto alla concorrenza (le gare per le soluzioni tecnologiche e per le piccole opere funzionano). Ma proprio quest’ultimo aspetto potrebbe essere non gradito a molti.

Il Texas viaggerà ad alta velocità col made in Italy

http://www.ilgiornale.it/news/texas-viagger-ad-alta-velocit-col-made-italy-1813439.html

La prima Tav degli Usa, che collegherà Dallas a Houston, sarà realizzata dall’ingegneria di Salini Impregilo e percorsa dai supertreni giapponesi

La ferrovia ha fatto l’America, ma l’America si è (quasi) dimenticata della ferrovia. Un paradosso solo apparente. Pochi, pochissimi statunitensi ricordano che il 10 maggio 1869 due grandi squadre una proveniente da Chicago, l’altra da San Francisco stabilirono il collegamento ferroviario tra le due coste a Promontory Point, vicino a Salt Lake City.

Fu un’impresa memorabile. Le rudimentali tecniche dell’epoca ricordate le scene di C’era una volta il West di Sergio Leone? facevano paventare errori di calcolo e rendevano molto aleatoria la giunzione dei due tronchi. I binari posati in fretta e furia sul terreno senza massicciata, erano di pessima qualità, ma i costruttori non ci fecero caso. L’importante era far scivolare le locomotive «American type», dal vistoso fumaiolo e munite dal caratteristico cacciabuoi anteriore, attraverso la linea intercontinentale e poi lungo tutti i 112.000 chilometri di binari, la più grande rete del mondo. Cinquant’anni dopo l’apogeo: nel 1928 gli USA disponevano del 32 per cento delle ferrovie del pianeta a fronte di una popolazione del 6,1 per cento e di una superficie del 5,7.

Raggiunta la primizia mondiale arrivò, imprevisto quanto rapidissimo, il declino del «cavallo di ferro», un tramonto segnato da due nomi iconici: Henry Ford, il genio dell’industria automobilistica, e i fratelli Wright, i pionieri dell’aeronautica. In una manciata d’anni, presidenti e governi decisero d’investire massicciamente su automobili e autostrade, su aerei e aeroporti piuttosto che su treni e stazioni. Nella seconda metà del Novecento il crollo definitivo: nel 1946 i km/passeggero (ossia i chilometri che ogni passeggero compiva in un anno) erano 770 milioni, nel 1964 appena 298 milioni. Oggi poco meno di 20 milioni. Nel 1954 c’erano oltre 2.500 treni a lunga percorrenza, nel 1969 500, oggi nessuno. L’Amtrack, società federale delle ferrovie e unica a gestire il trasporto passeggeri (i privati preferiscono investire esclusivamente sul comparto cargo) è ormai un fossile industriale, con convogli lenti, obsoleti e sempre meno utenti.

In questo quadro sconsolante, dal Texas arriva ora un forte segnale in controtendenza. A primavera si apriranno i cantieri per la costruzione della Texas High Speed Rail, la prima linea statunitense ad Alta Velocità, trecentonovanta chilometri di binari che collegheranno Dallas e Houston, rispettivamente quarta e quinta realtà economica degli USA. Un progetto giustamente ambizioso che mira a rivoluzionare vita e abitudini dei texani: nelle ore di picco i convogli sfrecceranno tra le due città con uno stop nella Brazos Valley dove sorge la Texas A&M University, la seconda università degli States ogni 30 minuti riducendo drasticamente i tempi di percorrenza. Invece d’impiegare quattro-cinque ore di macchina percorrendo una delle autostrade più pericolose e congestionate della Federazione o due (compresi i tempi d’imbarco ed esclusi i ritardi) volando, si arriverà a destinazione in soli novanta minuti.

Per i sette milioni di passeggeri annui previsti nel 2026 a fine lavori ma l’obiettivo è spostarne sul ferro almeno 13) un indubbio risparmio di tempo, sicurezza e comfort e per tutti un notevole beneficio ambientale: il super treno ridurrà le emissioni di CO2 di circa 700mila tonnellate l’anno. Non a caso (avvertite i No Tav di casa nostra e il lunare Toninelli) gli ecologisti locali sono i più entusiasti sostenitori del progetto.

Dato significativo, gli americani, consci della loro arretratezza in campo ferroviario, hanno dovuto affidarsi all’esperienza delle aziende straniere, in particolare giapponesi e italiane. Per razionalizzare e velocizzare al massimo i lavori si è evitato di dividere la grande opera in lotti è stata prevista un’unica soluzione con pochi selezionatissimi partners. Sul percorso verrà impiegato il Tokaido Shinkansen N700S, il nuovo gioiello della Central Japan Railways ideato per le Olimpiadi 2020 di Tokyo. I convogli saranno di otto carrozze e con una velocità operativa di 320 km/h.

La parte del leone, fortunatamente, sarà però di Salini Impregilo, un’eccellenza tutta tricolore, che da decenni opera con successo in tutto il mondo. Attraverso Lane Construction Corporation, il braccio americano acquisito nel 2016, il gruppo realizzerà la progettazione e costruzione dei viadotti (50 per cento del tracciato) e le sezioni in rilevato, l’installazione del sistema di binari e l’allineamento di tutti gli edifici e servizi per la manutenzione e lo stoccaggio dei materiali. Accanto a Impregilo vi saranno anche i tecnici di Italferr, la società d’ingegneria del Gruppo Ferrovie dello Stato; quindici specialisti cureranno gli aspetti progettuali propedeutici alla costruzione della linea.

Alla firma del contratto, lo scorso 13 settembre a Dallas, un soddisfatto quanto misurato Pietro Salini, amministratore delegato del gruppo, ha dichiarato: «Siamo entusiasti di avere questa opportunità unica nel suo genere che ci consente di apportare la nostra vasta esperienza e il nostro know-how in questo progetto. Portare l’Alta Velocità su rotaia in Texas e in America, in qualità di leader dei lavori di progettazione e costruzione, è un’esperienza unica di cui siamo onorati».

In conclusione, ancora qualche numero: interamente sostenuta da capitali privati la realizzazione della Texas High Speed Rail costerà 20 miliardi e svilupperà 10mila nuovi posti di lavoro durante la fase costruttiva e altri 1500 permanenti. Una volta operativa, avrà ricadute economiche importanti per lo Stato del Texas (36 miliardi di dollari nei prossimi 25 anni). Per Salini Impregilo il super-contratto «design built» vale 12,7 miliardi di euro. Ancora una volta «italians do it better»

UN’OCCHIO PULITO SULLA PIAZZA DI SANTIAGO ———— IL FALSO DALL’IRAN, IL VERO DAL CILE

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/01/unocchio-pulito-sulla-piazza-di.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 13 GENNAIO 2020

Questo che segue, dopo una mia premessa, è il capitolo cileno, a Santiago in lotta, del diario di viaggio di un mio giovanissimo amico, Tommaso Cherubini, con le sue belle e significative fotografie. Il suo è un viaggio per l’America Latina, con zaino, sacco a pelo e in autostop, di esplorazione e formazione.

I falsari dell’informazione ci stanno saturando con le immagini di proteste popolari in paesi accuratamente selezionati. Di altre manifestazioni e di repressioni ben più feroci si sforzano di non farci sapere nulla. Sono documenti come quello che vi propongo che ci fanno avere bagliori di verità e che riducono alla vergogna e al ridicolo le manipolazioni ormai ontologiche e generalizzate, a sinistra-destra come a destra-destra.

Così veniamo inondati da cronache stampate e televisive che ci dovrebbero entusiasmare sulla “rivolta dei giovani iraniani” contro il loro governo. Prima, perché erano stati decisi prezzi appena più alti sui carburanti (10 centesimi al litro) per poter convogliare questo aumento alle fasce più colpite e impoverite dalle sanzioni genocide che, da Obama a Trump e dai loro rispettivi referenti, colpiscono una nazione che rifiuta di inchinarsi ai presunti padroni del mondo. E, successivamente, in protesta contro l’abbattimento dell’aereo delle aviolinee ucraine e le sue 170 vittime  a causa dell’errore dell’antiaerea iraniana. Non “ammesso con colpevole ritardo”, come infieriscono i media, ma dopo due giorni, con l’inchiesta neanche terminata. Vorremmo altrettanta onestà da parte di chi bombarda Siria e Iraq e nasconde la mano. Oppure da chi ha abbattuto il DC-9 dell’Itavia su Ustica e da chi sa tutto. O da chi ha fatto ammazzare Ilaria Alpi e Miran Hovratin a Mogadiscio. O da chi ha ordinato e supervisionato tutte le stragi di Stato da noi. O alle Torri Gemelle…………

Nessuno rileva che queste dimostrazioni, al pari di quelle di Hong Kong, Algeria, Libano, Iraq, tutte fomentate ai fini del “regime change” perseguito dall’Occidente nei confronti di governi disobbedienti, si rapportano a quelle di milioni in tutti i paesi arabi e islamici, ma anche latinoamericani, contro l’assassinio del generale Qassem Soleimani, come un roveto è paragonabile a una foresta. Soleimani, vincitore della guerra contro il terrorismo Isis e Al Qaida in Iraq e in Siria, era in missione di pace a Baghdad per negoziare la distensione tra Iraq e l’ostile Arabia Saudita, creatrice e foraggiatrice, insieme agli Usa e Israele, di questo mercenariato jihadista (oggi, peraltro, attivo in Libia su mandato dell’altro sponsor del jihadismo, Erdogan, e impegnato, con il beneplacito di potenze e gregari, a fermare la liberazione in atto di quel paese dai Fratelli musulmani e loro milizie Isis).

L’assassinio di Soleimani, a cui oggi plaudono sia l’ISIS che Israele, costituisce una criminale violazione del diritto internazionale, delle convenzioni di Ginevra e della sovranità di due paesi, Iraq e Iran. Immaginate cosa sarebbe potuto succedere se qualche paese aggredito da sanzioni, eserciti, o mercenari Usa-Nato, avesse ucciso con un drone il Segretario di Stato Pompeo, superfalco e vero protagonista dell’estremismo Usa, o l’influentissimo politico e parlamentare statunitense John McCain (defunto nel suo letto), massimo guerrafondaio americano, compare di tutti i capi della sovversione terroristica, da Al Baghdadi, con cui si fece fotografare in amichevole colloquio, ai golpisti di Kiev. Coloro che ora sono rispuntati nelle piazze di Baghdad, Beirut, Tehran, avevano inneggiato all’uccisione di Soleimani. Veri patrioti.

C’è da aggiungere, a prova del tasso di deontologia dei nostri media, che si sorvola con grazia leggera sulle repressioni in Cile e Bolivia, di netta natura pinochettiana, che vanno avanti da mesi e hanno prodotto centinaia di morti, tra l’un paese e l’altro, e migliaia di arresti, con l’immancabile corollario della tortura. Mentre viene trasformata in inaudita violenza contro inermi l’incredibile moderazione delle forze di polizia di Hong Kong davanti ad autentiche brigate di squadristi, uniformate e armate, che tutto devastano, invadono il parlamento, distruggono la metropolitana, danno fuoco a chi ne prende le distanze, sventolano le bandiere del colonialismo e dell’imperialismo, britannica e statunitense.

Il documento che ci fa avere Tommaso sul Cile di un pinochettismo mai morto, ma anche di un popolo mai domo, rende giustizia alla verità. Non ci arriva dagli schermi e dalle pagine che si fanno passare per fonti di informazione. Sono occhi che hanno visto, cuore che ha sentito, mente che ha capito. Ci arriva via rete. Quella rete che tutti i corruttori di un giornalismo che, per me, dovrebbe essere la più utile e bella professione del mondo, denunciano come la massima fonte di fake news. Freud parlerebbe di transfert.

Tommaso mi perdonerà se taglio la breve parte storica, ben nota ai miei interlocutori

E questi sono due link che ristabiliscono la verità sui bombardamenti iraniani sulle due basi Usa in Iraq. Il primo è la cronaca dell’inviata della CNN che mostra la distruzione causata (e negata) alla base di Ain el Asad, con uno dei dieci crateri prodotti dalla dozzina di missili. L’altro è un’ulteriore illustrazione dei danni a quella base. Se ne può trarre la conclusione che, seppure non sarebbero state causate vittime, l’intento della ritorsione all’assassinio di Soleimani , come si sa preavvisata al governo iracheno, non era una strage, ma la dimostrazione di quanto l’Iran potrà infliggere a qualunque aggressore. Risposta civile alla barbarie.

https://youtu.be/xXl6wEcRYOg Base Usa a Ain el Asad distrutta, cratere di uno dei 10 missili arrivati (CNN)

https://youtu.be/AR2-LHXUXNg  danni alla base di Ain el Asad

 Tommaso Cherubini da Santiago

Una città in protesta, un popolo stanco che rivendica i propri diritti

Sono finalmente a Santiago de Chile.

Al contrario degli altri luoghi finora visitati, questo mi attira per tutt’altri motivi. Non per la natura e le emozioni dei paesaggi, ma per la situazione storica che sta vivendo questo paese, raccolta e rappresentata dalla capitale.

Prima di iniziare questa pagina di diario, vorrei precisare che quello che scrivo e scriverò è frutto di ciò che ho vissuto e mi è stato raccontato.  Non voglio offendere nessuno né considerarmi l’unico possessore della verità assoluta, solo raccontare la mia esperienza.

L’inizio delle proteste si ha il 14 Ottobre 2019, in seguito all’aumento del costo del biglietto della metro. Come mi viene spiegato, però, questo è da considerarsi solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, infatti le motivazioni sono molteplici: carovita, corruzione, disuguaglianze, legge sull’aborto e molti altri.

Ma tutto ha inizio, quindi, dalle stazioni della metro e dagli studenti universitari che iniziarono a non pagare il biglietto.

Il 18 settembre, vedendo la situazione peggiorare, con continue occupazioni e danneggiamenti delle stazioni metro, il presidente Piñera decide di dichiarare lo stato di emergenza, spiegando le forze militari. Quel giorno, per la prima volta dalla dittatura Pinochet, viene attuata una repressione militare, con coprifuoco e limitazione della libertà.

Le proteste sono tutt’ora in atto, da più di 80 giorni.

Il 22 Novembre, il presidente ha affermato che “Il Cile è in guerra”.

Io, nel mio piccolo, dall’Italia avevo avuto notizie solo attraverso i media e la situazione sembrava critica in tutto il Cile. Parlando, però, con i miei amici cileni, ero stato rassicurato e mi era stato consigliato di non dare retta ai notiziari, in quanto controllati dal governo. Così ho deciso di andare a vedere con i miei occhi, non volevo farmi sfuggire questa opportunità.

Il giorno del mio arrivo mi imbatto subito nella prima protesta, mentre mi dirigo alla fermata della metro per andare in centro. C’è una strada ad alta velocità che attraversa la città, a pagamento, il cui pedaggio continua ad essere aumentato di anno in anno. Passando al fianco di essa, mi accorgo di un accumulo di persone, fuori dal recinto che la delimita, ma tutte rivolte all’interno. Avvicinandomi mi accorgo che lungo la pista è pieno di macchine e camion che la percorrono a velocità molto bassa, suonando il clacson.

È in corso una manifestazione di protesta contro il caro prezzi, i veicoli vengono condotti a bassa velocità per creare traffico ed intoppi.  L’assembramento di persone al lato della strada è all’altezza di un posto di blocco dei carabinieri.

Mi unisco alla folla e subito mi salta all’occhio che i carabinieri, indossando abbigliamento color militare e giubbotti antiproiettile, hanno in mano armi più grandi di quelle che mi aspettavo e si muovono con veicoli blindati davvero enormi. Fermano ogni auto, fanno scendere il conducente e i passeggeri, li perquisiscono, il tutto mentre la folla gli urla contro di non toccarli e di rispettare i loro diritti. C’è anche una giornalista col suo cameraman che riprende tutto, all’interno di quella che sembra un’autostrada.

Davanti ai miei occhi increduli, una ragazza che conduceva una delle macchine a bassa velocità, viene caricata su una delle camionette blindate e portata via. Così. Chiedo spiegazioni ad un ragazzo tra la folla e lui mi spiega le motivazioni di tale protesta. Il pedaggio di questa strada è stato aumentato per l’ennesima volta quest’anno, per coprire i costi di investimento iniziali e la manutenzione. Secondo i manifestanti, però, l’investimento è già stato coperto da anni e la manutenzione è solo una piccolissima percentuale rispetto al guadagno dello stato sulle spalle dei cittadini.

Mi fa subito impressione la quantità spropositata di carabinieri rispetto ai protestanti. Ci sono almeno 5  per ogni manifestante, si muovono a gruppi, con scudi, elmetti, manganelli ed armi.

Resto un po’, per fare qualche foto e video, poi me ne vado verso il centro.

Come primo giorno non c’è male.

L’indomani esco per fare un giro nel centro di Santiago. Piazza Italia è il punto nevralgico della protesta cilena, la fermata metro Baquedano, al centro di essa, è fuori servizio dai primi giorni di tensione. Scendo quindi alla precedente e mi avvio a piedi, le proteste iniziano ogni giorno verso le 17, quindi sono tranquillo essendo più o meno le 12.

Avvicinandosi alla piazza si notano i cambiamenti, gli edifici iniziano ad essere pitturati e pieni di murales, i pavimenti distrutti, i negozi chiusi con lastre di metallo o cemento, la quantità di carabineros che aumenta a dismisura. Arrivato, ho subito la sensazione di trovarmi in un luogo dove è successo, e sta succedendo, qualcosa di storico. L’aria è tesa, come piena di energia per le proteste del giorno prima e pronta per quelle in arrivo. La statua al centro è completamente vandalizzata, i semafori distrutti, i negozi e gli edifici pieni di scritte e murales contro il governo e i “pacos”, come vengono chiamati carabinieri.

Dà i brividi. Carabineros in tenuta antisommossa, armati di scudo, casco ed armi. Impassibili alla gente comune che passeggiando o andando a lavoro gli urla “asesinos”.

Allontanandomi mi imbatto nella seconda manifestazione, un gruppo di una 60ina di persone in mezzo alla strada con dei cartoni raffiguranti degli occhi. Mi avvicino e noto che, come sempre, sono circondati da carabinieri. Ma la manifestazione è tranquilla, un microfono passa di mano in mano permettendo alle persone di esprimere la loro rabbia. Si parla di mancanza di diritti, di necessità di sanità gratuita, di corruzione, della violenta repressione delle proteste. Di come non sia possibile festeggiare il Natale vista la situazione in cui verte il Cile.

I cartelli stanno a significare che è necessario aprire gli occhi, rendersi conto del problema e non far finta di nulla.

Quello che mi ha colpito, oggi, è la varietà di persone presenti alla manifestazione. Dall’adolescente, al signore di mezza età, alla vecchietta che mi ha rapito il cuore. Tutti in piedi, in piazza, intenti a far sentire la propria voce e ad unirsi facendosi forza l’uno con l’altro.  Gente incazzata, gente in lacrime, gente orgogliosa e convinta di quello che sta facendo.

Vengo informato che il venerdì seguente, 20 dicembre 2019, ci sarebbe stata l’ultima grande manifestazione prima delle vacanze natalizie.

Il giorno stesso mi dirigo lì verso le 18, la fermata di piazza Italia, come già detto, è fuori servizio, quindi scendo a quella prima: San Salvador. Esco dalla stazione ed è già manifestazione. Centinaia di persone tutte intorno a me, con bandane a coprire naso e bocca o maschere da snowboard. Tamburi, trombe, canti e balli.  Tutti in strada, diretti a Piazza Italia, incitando chi ancora sul marciapiede ad avvicinarsi. L’atmosfera è allo stesso tempo gioiosa ed incazzata. Gioiosa per me, perché si percepisce quanto la gente faccia tutto ciò col cuore, perché ama il proprio paese e preferisce questo ad abbandonarlo. Incazzata perché questo paese non è disposto ad ascoltarla, ma preferisce reprimerla con la forza.

Mi aggiungo al corteo, non è il classico corteo di una manifestazione in cui sono tutti appiccicati, in questo la gente è a più di 2 metri di distanza, sparsa su tutta la strada, sviluppato molto in lungo. Percorro meno di 50 metri quando sento qualcuno urlare in lontananza, poi vedo i manifestanti correre in senso opposto al mio.

Tutto succede molto velocemente. Mi rendo conto di colpo che a 20 metri da me c’è un gruppo di un centinaio di poliziotti che corre verso di noi, scudo e manganello in mano. Mi giro e corro più veloce che posso. Sento cadere la borraccia dallo zaino.  Mi giro per dargli l’ultimo saluto, ma è già nelle mani di una ragazza che me porge, mentre continuiamo a scappare.

Sento scoppi in lontananza, poi più vicini. Poi nuvole di fumo. Volano lacrimogeni.

Non ho idea di quanto spazio o tempo io abbia corso, finché vedevo gente correre intorno a me, non mi fermavo.

Ho avuto paura. Arrivo al ponte che attraversando il fiume in secca va verso l’esterno del centro. Mi giro e la situazione sembrava più tranquilla, i manifestanti intorno a me, a quanto pare molto abituati al contesto, ricominciano come se niente fosse. Quelli in bici urlano “blocchiamo qui” e si buttano in mezzo alla strada fermando le macchine in entrambe le direzioni. I tamburi ricominciano a battere, mentre si aggiungono un gruppo di ragazze sbattendo mestoli contro pentole. Poi dei ragazzi suonano dei grossi sassi contro i pali della luce.

Ho la pelle d’oca da un’ora. Tutto ciò mi emoziona. Mi sento fortunato a poter vivere tutto questo, nonostante sia nel mezzo di una guerrilla. Sono commosso sotto la bandana e gli occhiali da sole.

 I carabinieri di fanno indietro, io cerco di avvicinarmi di nuovo a Piazza Italia, rinominata in questo periodo Plaza de la Dignidad.

Stavolta passo più vicino al fiume, dove sembra più tranquillo. Perché nonostante tutto quello che sto raccontando, la gente continua ad attraversare queste zone come se niente fosse, semplicemente per arrivare dall’altra parte. Sono a pochi metri dalla piazza più famosa del Cile. Inizia a prudermi il naso, inizio a starnutire. Poi la gola, un lieve prurito che diventa piano piano forte e costante. Poi gli occhi, non riesco a tenerli aperti. Si arrossano e pizzicano, moltissimo.

La piazza è piena di lacrimogeni e le forze armate continuano a lanciarne. Ad altezza uomo. Qualche giorno fa hanno ucciso una ragazza di 15 anni colpendola in faccia con uno di questi.

Sono costretto ad allontanarmi perché non respiro. Ci sono dei ragazzi che girano per le zone di protesta con acqua e bicarbonato in uno spruzzino, per aiutare la gente alleviandole il dolore. Ne incontro uno che mi aiuta e mi permette di tornare verso la piazza. Un prato di forze armate, sparpagliate, alcune in moto, altre a cavallo, decine di camion blindati, gruppi a piedi con scudi e manganelli. Tutti con casco e giubbetto antiproiettile.

La situazione è come quella precedente, migliaia di manifestanti sparsi per la piazza, il suono dei tamburi sovrastato da quello del lancio dei lacrimogeni. Dalle strade tutto intorno la piazza, tutti suonano nel traffico, con un ritmo che è lo stesso dei tamburi, per invitare la protesta. Non è facile né scontato muoversi in mezzo a tutto ciò. Si segue il movimento delle masse, se qualcuno scappa tu scappi, se si avvicina cerchi di avvicinarti. Se senti qualcuno urlare “arriba!” guarda in alto, è stato appena lanciato un lacrimogeno.

Resto li in mezzo, faccio foto, video, parlo con i manifestanti. Sono emozionato, eccitato, adrenalinico, ma soprattutto molto impaurito. Il dolore provocato dai lacrimogeni torna insopportabile e decido di lasciare la zona, mi è stato suggerito di andarmene presto, prima che i carabinieri ricevano l’ordine di far finire tutto e diventino ancora più violenti.

Tornando a casa ripenso a quello che ho vissuto, mi sento di nuovo molto fortunato. Si, è stato pericoloso. Ma non sarebbe stato più pericoloso vivere con il rimorso di essere stato qui, in questo momento storico così importante per questo paese, e non aver vissuto da vicino tutto ciò?

Ho deciso di andare perché spesso, da fuori, gli avvenimenti vengono distorti per vari motivi. Spesso cose come questa, che riguardano vite umane e problemi seri, si riducono a chiacchiere da bar dove ci si sente in diritto di esprimere un’opinione pressappochista della realtà. Dall’Italia ero informato solo sul vandalismo rivoluzionario del popolo cileno. Vivendolo in prima persona ho visto persone che, stanche della situazione in cui verte il proprio paese, rivendicano diritti sacrosanti pacificamente. In opposizione, il loro governo li reprime con la violenza, venendo meno anche ai diritti conquistati con la fine della dittatura.

Mi sento vicino al popolo cileno e spero che questa situazione si risolva nel migliore dei modi.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:16

Torino, corteo dei no Tav per Nicoletta Dosio: 3000 persone sfilano in centro

https://video.repubblica.it/edizione/torino/torino-corteo-dei-no-tav-per-nicoletta-dosio-3000-persone-sfilano-in-centro/351800/352376

11 GENNAIO 2020

nico

È partito da piazza Statuto il corteo dei no Tav in solidarietà con Nicoletta Dosio, l’attivista 73 enne arrestata prima di Natale nella sua casa di Bussoleno, dopo che è diventata esecutiva una condanna a un anno e dopo che la donna ha rifiutato di avvalersi delle misure alternative. Circa tremila persone stanno sfilando per le vie del centro di Torino dietro lo striscione con la scitta “Partigiane della terra e del futuro no Tav”, scandendo slogan contro la linea ad alta velocità.

di Alessandro Contaldo

Tav, il governo blocca le compensazioni per i Comuni: in ballo altri 60 milioni per la Valle

https://www.lastampa.it/torino/2020/01/12/news/tav-il-governo-blocca-le-compensazioni-per-i-comuni-in-ballo-altri-60-milioni-per-la-valle-1.38319954?fbclid=IwAR2N892YIUh7pNG0VBul46Ksf_CIvflZ43ftgNvBSPpEHsWcyaU7ofia-wE

Nessuno convoca l’Osservatorio: tra i primi interventi di compensazione c’è la rete del metano a Chiomonte

TORINO. Un cortocircuito che non trova soluzione e continua a rallentare i lavori collegati alla Tav. Mentre sul fronte dell’opera Telt sta procedendo nei tempi e già sono iniziati gli incontri con i sindacati per stabilire gli accordi relativi ai lavoratori che serviranno in cantiere, la partita delle compensazioni è ferma e dal governo non arrivano segnali che possano sbloccare i milioni previsti.

Il problema principale, come ormai evidente da quasi un anno, è che dal governo non ci sono indicazioni sul piano da 35 milioni presentato come ultimo atto dall’Osservatorio prima che scadesse il mandato dell’ex Commissario Paolo Foietta. Senza una risposta non si può procedere nonostante i fondi siano già stanziati e riguardino interventi fondamentali in valle. Come il completamento della rete di metano di Chiomonte, dove sono a buon punto i lavori del primo lotto mentre una porzione di territorio dovrà ancora aspettare perché non sono ancora nemmeno partite le procedure di gara per il secondo. E poi ci sono progetti legati allo sviluppo turistico, alla viticoltura, alla tutela del paesaggio e alla digitalizzazione che coinvolgono anche gli altri comuni.

Ma il silenzio del governo riguarda anche la nomina di un commissario che possa poi presiedere e convocare l’Osservatorio. Senza convocazioni non si può nemmeno iniziare a discutere di un altro piano di compensazioni ben più corposo. Ci sono, infatti, altri 60 milioni che potrebbero essere spesi . La Regione, oltre a portare avanti buoni propositi, sull’Osservatorio ha le mani legate e non può fare altro che sollecitare il ministro Paola De Micheli. Le strade possibili restano due ma problematiche. La prima è procedere con l’autoconvocazione dell’Osservatorio, che avverrà il 20 gennaio. Ma il timore è che senza l’attenzione del governo, diventi solo un dialogo sterile. Il governatore Cirio e l’assessore alle Infrastrutture Marco Gabusi intendono procedere con una cabina di pilotaggio regionale, prevista per tutte le grandi opere, che inizi a cercare accordi sul piano di spesa di questi 60 milioni. Ma in questo caso i membri del comitato di pilotaggio dovrebbero essere meno rispetto all’Osservatorio quindi i Comuni dovrebbero accordarsi per esprimere dei portavoce condivisi. E poi anche in questo caso il governo dovrebbe nominare un suo rappresentante. «Non vogliamo perdere altro tempo quindi andremo avanti anche senza rappresentante – spiega Gabusi – almeno per iniziare un processo che porti a stabilire i capitoli di spesa». Ma, per Foietta, assegnare il potere di gestire i fondi per le compensazioni al comitato di pilotaggio è «altamente complesso. È necessario riformulare gli atti con cui il Cipe ha messo a disposizione i soldi e per farlo servirebbe un nuovo confronto con il ministero. Quindi altro tempo che si perde».

Altra questione sulla quale la Regione è ferma, ma sia Chiorino sia Gabusi sostengono si procederà a breve, è la formazione degli operai che poi serviranno in cantiere. «I fondi ci sono – assicura Gabusi – quando avremo chiare le figure professionali necessarie si partirà. Il comitato di pilotaggio oltre che delle compensazioni può occuparsi di questo». L’assessore Chiorino aveva anche già convocato un incontro con i sindacati a ottobre e nelle prossime settimane è pronta a convocare altre riunioni. Insomma: nonostante già lo scorso governo abbia sciolto le riserve sull’opera, l’attuale non sta facendo nulla di concreto per andare avanti.

Il leader No Tav Alberto Perino non si arrende: “In Val Susa resisteremo finché non se ne andranno” [VIDEO]

Migliaia in piazza a Torino per manifestare contro gli arresti dei militanti del movimento. Duro attacca al pg Saluzzo: “Chiudere il tribunale è strategia della tensione”

Il leader No Tav Alberto Perino non si arrende: "In Val Susa resisteremo finché non se ne andranno" [VIDEO]

“Sono trent’anni che resistiamo in Val Susa e resisteremo finché non se ne andranno”. A rinnovare l’urlo di battaglia dei No Tav è Alberto Perino, leader storico del movimento che si oppone alla costruzione della Torino-Lione.

Insieme a migliaia di persone (3.500 secondo la questura, almeno 5mila secondo gli organizzatori), Perino è sceso in piazza in segno di solidarietà nei confronti dei No Tav arrestati, fra cui l’ex insegnante di 73 anni Nicoletta Dosio, che dal 30 dicembre si trova in carcere per scontare una pena di un anno.

perino

Il corteo da piazza Statuto ha raggiunto piazza Castello senza alcun disordine e lentamente la tensione della vigilia si è smorzata. A fare discutere è stata soprattutto la decisione del procuratore generale di Torino, Francesco Enrico Saluzzo, che ieri in vista del corteo odierno aveva annunciato la chiusura del tribunale. “Una grandissima provocazione”, ha dichiarato Perino rivolgendosi alla folla, aggiungendo come il provvedimento “è strategia della tensione”.

Al termine del corteo un’attivista ha letto al megafono una lettera scritta da Nicoletta Dosio. “Il movimento No Tav non lascia da soli nessuno, ora non c’è più tempo da perdere, bisogna agire per evitare la catastrofe sociale e ambientale, è il momento di essere lucidi e irriducibili”.

I sindaci No Tav a Torino al fianco di Nicoletta Dosio

http://www.lunanuova.it/valli/2020/01/11/news/i-sindaci-no-tav-a-torino-al-fianco-di-nicoletta-dosio-505355/?fbclid=IwAR1dXGNm6U0lkdj98SmR9Uwj88OJYYpXX9xtqSu8H-f30ifpaeNfJFHsU7c

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Alcune migliaia di attivisti stanno sfilando da piazza Statuto verso piazza Castello

11 Gennaio 2020 – 16:04

I sindaci No Tav a Torino al fianco di Nicoletta Dosio

Alcune migliaia di No Tav stanno sfilando nel cuore di Torino a sostegno di Nicoletta Dosio, l’attivista storica di Bussoleno in carcere dal 30 dicembre per aver occupato l’A32 nel 2012, e degli attivisti oggetto delle misure cautelari decise dalla magistratura, per manifestare contro la repressione in atto contro il movimento che da 30 anni si batte contro la Torino-Lione. Tra i partecipanti al corteo, partito da piazza Statuto e diretto verso piazza Castello, aperto dagli striscioni “Nicoletta continua a fare scuola, la scuola sta con Nicoletta” e “Partigiane della terra e del futuro”, ci sono anche numerosi sindaci e amministratori comunali, che senza fascia tricolore hanno deciso di schierarsi apertamente al fianco di Nicoletta Dosio.

I sindaci Ombretta Bertolo (Almese), Andrea Archinà (Avigliana), Mario Richiero (Bruzolo), Bruna Consolini (Bussoleno), Gian Andrea Torasso (Caprie), Fabrizio Borgesa (Chiusa San Michele), Marina Pittau (Mattie), Piera Favro (Mompantero), Sergio Lampo (San Didero), Danilo Bar (San Giorio), Antonella Falchero (Sant’Ambrogio), Enzo Merini (Vaie), Avernino Di Croce (Venaus) e Emilio Chiaberto (Villarfocchiardo) hanno sottoscritto un documento in cui affermano: «Come cittadini che hanno il ruolo di amministratori partecipiamo alla manifestazione dell’11 gennaio a Torino per esprimere solidarietà a Nicoletta e per continuare a porre all’attenzione collettiva i temi a cui ha dedicato la sua vita. Nicoletta Dosio, una donna di 73 anni, insegnante di greco e latino, che ha sostenuto i valori della Resistenza, lo spirito democratico, la libertà di espressione, il diritto al lavoro, la difesa dell’ambiente, la lotta contro il Tav, ora con la sua condotta rompe il silenzio sull’applicazione di pene più severe contro il dissenso sociale rispetto a quelle applicate ad altri settori. Non solo intendiamo ribadire la contrarietà a questa grande opera inutile, ma vogliamo esprimere preoccupazione per le pene gravose contro i cittadini che hanno il coraggio di dissentire dalle decisioni prese dall’alto e fatte ricadere sulle popolazioni senza condivisione. Vogliamo essere vicini a Nicoletta per la coerenza, la determinazione e la dignità con cui ha portato avanti ideali di civiltà, di accoglienza e di integrazione e perché la sua vita è stata sempre improntata all’impegno culturale, sociale e politico a beneficio di tutta la comunità. Grazie Nicoletta». Sono presenti alla manifestazione anche i sindaci di Moncenisio, Mauro Carena, e di Giaglione, Marco Rey, oltre all’ex presidente dell’Unione montana ed ex primo cittadino di Susa, Sandro Plano.