Tav, la presidente commissione trasporti dell’europarlamento chiede moratoria: “Progetto superato”

http://torino.repubblica.it/cronaca/2017/09/16/news/il_vicesindaco_montanari_la_lotta_al_tav_e_anche_una_lotta_di_torino_-175644144/

Al convegno di Venaus in vista del vertice di Lione il vicesindaco Montanari dice: “La lotta all’alta velocità è anche una battaglia di Torino”

16 settembre 2017
 

“La lotta al Tav è anche una lotta di Torino. Torino c’è, vi partecipa e la sostiene pienamente”. Lo ha detto il vicesindaco Guido Montanari (M5S) partecipando oggi a Venaus al convegno Alter-Vertice No Tav. “La lotta della Valle di Susa – ha aggiunto – riguarda tutti i cittadini. È una lotta per avere dei trasporti sostenibili in un ambiente decente”.

Chiede invece una “moratoria” ai governi italiano e francese l’eurodeputata dei Verdi Karima Delli, presidente della commissione Trasporti del Parlamento europeo, che ha lanciato la sua sollecitazione dal convegno valsusino aprendo i lavori dell’Alter-Vertice, convegno che, in vista del vertice italo-francese del 27 settembre a Lione, vuole ribadire le ragioni della contrarietà all’opera.

“Noi – ha spiegato Delli – non siamo oppositori: noi siamo propositivi. E la nostra soluzione è utilizzare l’esistente”.  Oggi come oggi – ha ancora detto l’eurodeputata – il progetto della Torino-Lione è vecchio: non corrisponde più alle necessità

 

 di questo momento storico, dove il trasporto merci è calato ed è diventata enormemente importante la questione climatica. Organismi di controllo hanno ribadito a più riprese che è un’aberrazione sia per i costi (dai 12 mld iniziali si è passati a 26), sia per le complicazioni sanitarie dovute al drenaggio delle acque”. “Sono disponibile – ha concluso Delli – a lavorare sulle alternative con i ministri dei trasporti di Italia e di Francia”.

Tav, il consorzio di Luigi Massa si prende lavori per 6 milioni

http://www.lunanuova.it/news/428150/Tav-il-consorzio-di-Luigi-Massa-si-prende-lavori-per-6-milioni.html

Intanto a Roma il governo presenta l’analisi costi-benefici e conferma l’impegno finanziario per l’opera

Finora alle ditte della valle di Susa è andata la fetta più grande dei lavori per il cantiere Tav di Chiomonte. Si tratta di quattro milioni 420 mila euro sui quattro milioni 505mila già affidati. Intanto,il Consorzio Valsusa Piemonte guidato dall’ex deputato Pds Luigi Massa, si è aggiudicato i primi lavori “fuori appalto” del tunnel della Maddalena per 6 milioni. Anche per Antonio Ferrentino le ditte valsusine devono essere privilegiate nei subappalti. Ieri a Roma il governo ha presnetato l’analisti costi-benefici di Virano e ha ribadito che «darà al Tav tutte le risorse».

Su Luna Nuova di venerdì 27 aprile

Torino, Di Maio e Appendino: “Con i Cinque Stelle al governo stop alla Torino-Lione”

http://torino.repubblica.it/cronaca/2017/09/11/news/torino_di_maio_e_appendino_con_i_cinque_stelle_al_governo_stop_alla_torino-lione_-175160341/

E la sindaca sulle periferie: “I risultati arriveranno, procediamo a piccoli passi”

di PAOLO GRISERI

11 settembre 2017

 

La strategia è quella dei picocli passi. Chiara Appendino giustifica così la mancanza di risultati immediatamente visibili nelle scelte del Comune a favore delle periferie. La sindaca si presenta alla festa di partito dei 5 Stelle al parco Peccei, nella zona di via Cigna. Lo fa per salutare Luigi Di Maio, poi intervistato da Marco Travaglio.
Appendino quasi si giustifica sul tema delle periferie: “Stiamo intervenendo. Abbiamo destinato a questo tema circa 40 milioni. So che per adesso non si vedono ancora gli effetti che tutti ci auspichiamo. Ma questo è dovuto a una scelta precisa, quella di non spendere tutto in pochi grandi interventi ma di destinare la somme ai molti interventi di miglioramento e manutenzione che sono necessari da tempo”. L’emergenza periferie è stato lo scorso anno uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale dei 5 Stelle. Ma quando arriva e incontra lo stesso pubblico della festa grillina (circa 400 persone) la sindaca viene subissata di domande sui campi rom e sul degrado. Segno che le cure

 

 promesse un anno fa non hanno ancora dato i loro frutti.
Dal palco Di Maio parla anche della situazione torinese. Il candidato premier in pectore esprime solidarietà alla sindaca: “Che cosa non ha trovato nei bilanci, eredità dei professionisti della politica”. Poi il cavallo di battaglia grillino: “Se andremo al governo – promette Di Maio – bloccheremo la Torino-Lione”. Appendino conferma: “Certo, è sempre stato nel nostro programma”.

L’INTERVISTA DI “ALTRECONOMIA” AD ALBERTO POGGIO e le contro-risposte di Beppe Gillio

È apparsa nel sito di “Altreconomia” (TAV Torino-Lione: il bilancio dell’opera dopo 27 anni di progetti, 22 agosto 2017) un’intervista all’ing. Alberto Poggio, membro della “Commissione Tecnica a supporto dei Comuni dell’Unione Montana Valle Susa, Torino e Avigliana”, che ripropone tesi e argomentazioni ormai settimanalmente ripetute nel “TECNOTOUR NOTAV” in corso in Val di Susa.

Abbiamo deciso di riprendere e commentare l’intervista perché pienamente aderente al “racconto” TECNOTOUR offerto dal movimento NO TAV negli incontri e nelle iniziative di questi ultimi mesi. Il movimento è oggi palesemente in difficoltà dopo la decisione definitiva dei parlamenti di Italia e Francia, assunta all’inizio del 2017 a grandissima maggioranza, di finanziare e realizzare il Tunnel di Base del Moncenisio (57,5 km). Opera che peraltro ha già prodotto 20 km di scavo di gallerie preliminari ed è cospicuamente cofinanziata dall’Unione Europea.

I numeri ed i fatti dimostrano come il Tunnel di Base sia indispensabile per adeguare l’intero asse ferroviario Torino Lione agli standard delle ferrovie moderne: condizione fondamentale di una significativa e quanto mai necessaria ridistribuzione modale del traffico merci tra Italia e Francia.

L’Italia, con la Francia e l’Ovest dell’Europa, ha un interscambio economico in crescita che ha recuperato le dimensione pre-crisi (160 MLD € anno), una dimensione di merci trasportata di 42 ML ton/a, superiore a quella che interessa l’asse svizzero. Per contro la linea ferroviaria attuale – obsoleta, antieconomica ed impraticabile per i trasporti ferroviari moderni – è oramai abbandonata dagli operatori ferroviari europei ed ha perso in 10 anni oltre il 70% delle merci trasportate mentre oltre il 93% delle merci viaggia oggi in autostrada.

Ma questo è ancora troppo poco per gli “esperti NOTAV”, o meglio “SITIR”, che non si arrendono  neppure davanti all’evidenza;  se i fatti non sono utili alla causa si omettono o si travisano, se la storia non piace la si riscrive.

Per questo rispondiamo non solo all’ing. Poggio, interprete assiduo del TECNOTOURNOTAV, ma all’intera cabina di regia, la cosiddetta “Commissione Tecnica”, a cui lo stesso appartiene. Esperti troppo impegnati a negare fatti ed ad aggiustare la storia per preoccuparsi delle smentite che la realtà stessa ha costantemente offerto. Ad esempio riguardo alle montagne “piene di amianto e di uranio” di cui non esiste traccia, alla presunta dissipazione di acque, le cui misure sono drasticamente inferiori persino ai dati di progetto, alle “pericolose” dispersioni di polveri sottili, i cui valori sono lontanissimi dai limiti di attenzione previsti dalle norme italiane ed europee. Oppure a quanto profetizzato su presunti tempi biblici dello scavo della Maddalena, felicemente concluso nel febbraio 2017, o a quanto spergiurato sull’impossibilità che l’UE finanziasse al 40% l’opera e che il parlamento francese la approvasse o ancora alla tesi dell’impossibilità di un’adozione della normativa antimafia in Francia.

E l’elenco di smentite delle “profezie”, pervenute ed ignorate, potrebbe continuare ancora a lungo.

Per questa ragione, ritenendo utile una rilettura critica del racconto di Poggio (e del TECNOTOUR), abbiamo chiesto a Pier Giuseppe Gillio, autore di un’originale e documentatissima monografia sulla Torino Lione (Le ragioni di un ambientalista “Sì Tav”, Altralinea Edizioni, 2016), di rispondere alle stesse domande dell’intervista lasciandogli lo spazio per utilizzare argomenti, dati e fatti.

A chi legge risulterà senz’altro chiara la distanza abissale che esiste tra i due racconti.

La Redazione di Veritav

NUOVE RISPOSTE ALLE DOMANDE DIALTRECONOMIA
di Pier Giuseppe Gillio

Che cosa comporta la recente decisione del CIPE ?

Diventato legge di Stato l’ultimo accordo italo-francese per la realizzazione della tratta transfrontaliera della Nuova Linea Torino-Lione, il CIPE ha approvato con deliberazione 7 agosto 2017 la realizzazione per lotti costruttivi e stanziato i fondi compensativi per il territorio interessato dal tracciato. L’atto, che costituisce impegno programmatico dello Stato Italiano per il completo finanziamento dell’opera, ha sbloccato i finanziamenti relativi alla quota italiana del primo e secondo lotto.

I lavori finanziati comprendono lo scavo di gran parte del tunnel di base in Italia e Francia, opere accessorie e all’aperto (in Italia svincolo di Chiomonte, galleria di ventilazione, rilocalizzazione autoporto e pista guida sicura, realizzazione infopoint, adeguamento linea storica tra Bussoleno ed Avigliana). Nel frattempo TELT ha pubblicato la “variante di cantierizzazione”, così denominata perché prevede modifiche esclusivamente legate alla logistica dei cantieri, mantenendo invariati tracciato e opere.

L’ing. Poggio formula considerazioni sull’inopportunità di lotti costruttivi che a suo dire dovrebbero essere funzionali. Nei fatti esistono gli uni e gli altri. Con il fasaggio dell’opera si sono infatti definite fasi funzionaliche consentono di anticipare le opere che permettono di accedere alla parte più significativa dei benefici attesi e di rinviare quelle che non risultano indispensabili prima dell’attivazione del tunnel. Con vantaggio socioeconomico riconosciuto anche da personalità non favorevoli al progetto (Ponti, Boitani, Debernardi, Grimaldi). Circa l’opportunità dei lotti si ricorda che conformemente all’articolo 2, commi 232-233, della legge 191/2009 afferiscono a opere con tempi di realizzazione molto lunghi, per le quali lo stanziamento in anticipo dell’intero importo risulterebbe antieconomico e vincolerebbe inutilmente per molti anni risorse ingenti a scapito di altri progetti realizzabili nello stesso periodo.

Aggiunge Poggio: “Se, come sembra dagli ultimi orientamenti politici, le tratte nazionali non saranno realizzate, il tunnel sarà collegato alle ferrovie già esistenti. Pertanto sarebbe un’opera sostanzialmente inutile perché non si avrebbe incremento della capacità di trasporto lungo il percorso ferroviario Torino Lione, che rimarrebbe pari a quelle delle linee attuali.” A parte il fatto che le tratte nazionali non sembrano affatto messe in discussione, suscitano stupore idee tanto confuse sulle criticità della linea storica. Perché il problema non è certamente quello della “capacità” della linea, intesa come potenziale del volume di transito, ma della “capacità” di traino dei singoli treni, decisiva del vantaggio o svantaggio economico del trasporto su ferro verso la strada.

Tra le specifiche tecniche d’interoperabilità della rete centrale europea, di cui la NLTL è elemento nodale, hanno infatti peso primario pendenze e raggi di curvatura, funzionali a standard di prestazione elevati (treni lunghi fino a 700 m e/o pesanti fino a 2000 tonn) e a esse si stanno adeguando anche in Italia le principali linee di pianura. E così pure i tunnel ferroviari di base svizzeri e austriaci e più in generale ogni altra linea della rete centrale. Se senza i nuovi standard neppure il traffico merci ferroviario di pianura risulta competitivo, come potrebbe mai esserlo quello sulla tratta di valico del Frejus dove le STI non possono trovare applicazione neppure con le onerosissime trazioni doppie e triple oggi usuali?

Per quanto riguarda le tratte nazionali italiane e francesi è vero che richiedono importanti interventi di potenziamento, tuttavia sin da oggi non offrono ostacoli insormontabili all’adeguamento alle STI; anche relativamente al transito di profili P/C 80. E questo spiega perché non costituiscano la prima urgenza.

Oltre al tunnel esplorativo che cosa abbiamo della tratta dopo 27 anni di progetti ed oltre 1 mld speso ?

Non mi sembra corretto parlare di “27 anni di progetti”. A meno che si vogliano considerare tali le proposte e gli studi relativi a un nuovo tunnel, ma in tal caso, facendo data dal contributo di Domenico Regis (cui altri ne seguirono), si tratterebbe non di 27 ma di 107 anni.

Per contro, dopo la prima attività largamente ricognitiva di Geie Alpetunnel, soltanto a seguito dell’Accordo italo-francese del 2001 si sono svolti studi di fattibilità, scavi geognostici, valutazioni di impatto ambientale e azioni progettuali. In questa complessa fase, affidata al promotore pubblico LTF, il progetto ha subito rilevanti trasformazioni sul lato italiano a seguito delle richieste del territorio e delle indicazioni formulate dall’Osservatorio. Con conseguente spostamento del tracciato di valle dalla riva sinistra alla destra e successiva definizione di un nuovo assetto di intervento per la tratta nazionale italiana di adduzione (fase 1) che riutilizza, con adeguamenti,  oltre 50 km  della linea ferroviaria storica.

Contemporaneamente alle fasi di progettazione sono stati scavati quasi 20 km di gallerie. Ultimata la prima funzione geognostica, le discenderie costituiranno parte integrante del tunnel di base in quanto essenziali alla sua ventilazione, a interventi di manutenzione, a uscite di sicurezza.

È pertanto del tutto fuori luogo l’affermazione dell’ing. Poggio che a oggi non si sarebbe scavato “neppure un metro”. Tanto più che oltre alle discenderie risultano scavati, al 4 settembre 2017, 1.528 m (1393 m con TBM) tra Saint Martin la Porte e La Praz (sui circa 9 km di tratta appaltati), sull’asse e nel diametro della canna sud del tunnel di base. La qual cosa significa che gli scavi ultimati costituiscono quasi il 12% del totale; ovvero il 17% includendo i lavori già appaltati e attualmente in corso.

Si ricorderà infine che a incidere sui tempi della programmazione non è stata soltanto la complessità delle fasi preliminari, ma la tempistica dei finanziamenti europei, cadenzata in quadri finanziari settennali. Per il 2007-2013 il finanziamento concerneva le fasi preliminari: ricognitiva e progettuale. Ed è peraltro in ragione di tale vincolo che è stato necessario ricorrere al titolo di tunnel geognostico per lo scavo di Saint Martin la Porte, di fatto primo segmento del tunnel di base. Soltanto nel quadro corrente (2014-2020, ma approvato con due anni di ritardo) il finanziamento è stato vincolato alla realizzazione dell’opera.

Circa la copertura finanziaria complessiva di parte italiana Poggio sostiene essere inadeguata. Nei fatti appare del tutto congrua, coprendo la realizzazione delle opere previste per i prossimi 5 anni e contemplando l’impegno programmatico dello Stato al prosieguo delle erogazioni (come peraltro avviene per Terzo Valico e Brennero). Del resto era già la legge di stabilità per il 2013 (L 228/2012 comma 228) a contemplare una spesa di circa 2,9 mld, spalmata fino al 2029

Come sono ripartite le spese ?

La previsione di ripartizione della spesa per la realizzazione della tratta transfrontaliera è di 3.328,3 mln a carico dell’UE; 2.884,9 mln per l’Italia; 2.087,5 mln. per la Francia (cui si aggiungono circa 300 mln diversamente ripartiti per espropri e interferenze). Al netto del cofinanziamento UE del 40% è a carico dell’Italia il 57,9% della spesa e della Francia il 42,1%.

Ha commentato Poggio: “nei primi accordi nel 2004 la Francia si lasciò convincere solo a fronte della promessa italiana di sostenere la quota maggiore delle spese”. Affermazione poco sostenibile perché a partire dal 1990 fu soprattutto la Francia a sostenere la necessità dell’opera. Inoltre, nell’ipotesi di una ripartizione paritaria, i due Stati avrebbero contribuito con 2.486 mln ognuno, per cui è difficile credere che uno “sconto” di 400 mlnsia stato l’elemento determinante dell’impegno francese. Soprattutto considerando, come lo stesso Poggio ricorda, che in prima ipotesi la Francia doveva farsi carico di una spesa di 11 mld per la realizzazione della propria tratta nazionale contro i 4,4 mld dell’Italia. E fu proprio tale divario a motivare una parziale perequazione con quote diversificate.

Con la spending review in corso, l’Italia ha dimezzato i costi della propria tratta nazionale sospendendo i progetti della galleria dell’Orsiera, della galleria tra Chiusa ed Avigliana e della gronda di Torino che verranno realizzati in un orizzonte temporale lontano e soltanto nel caso in cui se ne ravvisasse l’effettiva necessità. Il costo delle opere oggi a progetto, utili all’attraversamento del nodo di Torino (tratta tra S. Ambrogio e Orbassano con tunnel di Sant’Antonio, galleria artificiale di Rivalta, “duna” di Orbassano, interventi sul nodo e integrazione con linea SFM5), ammonta secondo il Contratto di programma MIT/RFI, approvato dal CIPE il 7 agosto 2017, a 1,7 mld.

Si conosceranno probabilmente nel 2018 le determinazioni della Francia relativamente a una riduzione similare della spesa, ma il forte divario tra gli impegni di spesa dell’uno e dell’altro paese è destinato a permanere. Se non altro per la grande differenza di lunghezza dei tracciati.

Al di là di queste considerazioni resta da aggiungere che potrebbe essere l’Italia a trarre il maggiore profitto dall’opera dal momento che nel 2015 l’export italiano verso la Francia valeva 42,5 mld contro un import di 32 ( http://www.infomercatiesteri.it/scambi_commerciali.php?id_paesi=68 ).

L’Europa come partecipa ?

Dopo la revisione della rete Ten-T e l’istituzione della rete centrale, l’UE ha inteso privilegiare la rimozione dei riconosciuti “colli di bottiglia” del sistema. A tal fine, anche per l’esortazione della Corte di conti europea a evitare un’eccessiva frammentazione dei contributi e a concentrare le risorse su progetti transfrontalieri, il finanziamento massimo, già del 10% e poi del 30%, è stato accresciuto al 40%.

Applicando criteri oggettivi precedentemente definiti, l’agenzia INEA ha proposto nell’ambito del progetto CEF l’assegnazione alla NLTL di un finanziamento che per entità risulta terzo in una lista di 270 progetti infrastrutturali (selezionati su circa 700) producendo la motivazione di un “forte valore aggiunto europeo”. Nel 2016 la proposta è stata approvata dai rappresentanti dei 29 paesi dell’Unione.

Scrive Poggio che “la partecipazione definitiva alle spese da parte dell’Europa non è ancora stata deliberata. Sarà oggetto di discussione dopo il 2020 e potrà arrivare al massimo a coprire il 40% sul costo del solo Tunnel di Base”. E non può che essere così perché l’UE non ha la possibilità di deliberare spese per periodi eccedenti il settennio finanziario. Congetturare per i successivi una marcia indietro significherebbe ipotizzare la rinuncia alla realizzazione della rete centrale e all’obiettivo del trasferimento modale al 50%; cosa che sarebbe alquanto incongrua dopo i poderosi stanziamenti, senza precedenti nella storia comunitaria, del settennio corrente. Infine, nonostante effettivi ritardi, non pare esaustiva la spiegazione “la Commissione europea ha revocato oltre 270 milioni di euro di contributi alla Torino-Lione a causa del notevole ritardo dovuto a difficoltà amministrative e tecniche” (benché si tratti della motivazione ufficiale), perché il precedente finanziamento UE includeva le prime fasi di realizzazione del tunnel dell’Orsiera, differite sine die.

La Francia ha cambiato idea sulla tratta ?

È veramente singolare la risonanza ottenuta nello scorso mese di luglio da un articolo della stampa francese riportante dichiarazioni della ministra ai trasporti Borne su un periodo di “pausa” sulla Torino-Lione. Già, perché la pausa è iniziata da qualche anno e più precisamente dopo l’opzione dei due paesi per un ulteriore fasaggio del progetto. Essendo in Francia cresciuto enormemente il programma di spesa per nuove infrastrutture, il Governo incaricava la commissione Mobilité 21 di formulare proposte di priorità temporaledelle realizzazioni. Nel rapporto del 27 giugno 2013 la commissione dava per scontata la realizzazione della tratta transnazionale della NLTL e confermava “l’interesse per la realizzazione degli accessi previsti”. Tuttavia, “considerata l’incertezza dei tempi di realizzazione del tunnel di base, non ha potuto valutare se i rischi di saturazione e dei conflitti d’uso che giustificano il progetto potranno aver luogo prima degli anni 2035-2040”. Di conseguenza raccomandava “un monitoraggio delle condizioni specifiche dello sviluppo del progetto complessivo, con una frequenza minima di 5 anni, nonché di verificare con regolarità l’orizzonte probabile della realizzazione degli accessi francesi”. A oggi non sono seguite determinazioni governative e soltanto il mese scorso il presidente Macron ha assunto impegno per l’emanazione di “una legge quadro sulla mobilità che sarà presentata al Parlamento per essere esaminata nel primo semestre 2018. E sarà il Parlamento a decidere sui diversi progetti” (“Il Fatto Quotidiano” 20/07/2017).

Relativamente all’orientamento francese si ricorderà che l’ultimo trattato è stato ratificato nel 2013 con il voto favorevole del 96% dei senatori. Nello stesso anno, il 23 agosto, è stata pubblicata la Dichiarazione di pubblica utilità degli accessi francesi da Lione a St. Jean de Maurienne. Il trattato perfezionato dal protocollo aggiuntivo è ora legge n. 116 del 1° febbraio 2017.

Con tutto ciò risulta piuttosto gratuita e incauta la tesi di una Francia che avrebbe “cambiato idea”.

Qual è la situazione dei flussi ferroviari ?

Sostenitori istituzionali del passato e oppositori del presente hanno commesso un colossale errore di valutazione, che ha medesime radici, confidando i primi in una saturazione della linea storica e ritenendo i secondi che l’attuale capacità della linea escludesse la necessità di una nuova. Quando nei fatti la linea si avviava a un’inesorabile agonia. Dice Poggio: “Perché spendere miliardi quando esiste una linea idonea?”. Ma se, come lui stesso riconosce, “il transito di merci sulla ferrovia della Valle è pari a 3-4 milioni tonnellate di merci all’anno” [per l’esattezza 2,9 mln nel 2016] vorrà dire che qualcosa non funziona. E certamente non per scarsità di traffico perché nel 2016 sono transitate ai confini italo-francesi, tra strada e rotaia, 42,44 mln/tonndi merce; ovvero più di quanta ne sia transitata in Svizzera (40,43 mln/tonn) (https://ec.europa.eu/transport/sites/transport/files/2017-observatoire-trafic-transalpin-chiffres-cles-2016.pdf).

Il grave squilibrio modale, che nel 2016 ha comportato sull’arco alpino occidentale il transito di quasi 2,8 mln di TIR (con buona dispensa di emissioni climalteranti, ossidi di azoto, polveri sottili, alti consumi energetici, incidentalità, congestione, inquinamento acustico), consegue a una realtà molto semplice: per la parte fortemente maggioritaria delle tipologie di merce il costo del trasporto ferroviario è molto più elevato su rotaia che su strada.

Programmi e normativa UE, letteratura trasportistica, voci dei grandi operatori del combinato sono assolutamente concordi nel riconoscere nell’aumento di capacità di carico l’unica possibilità di rendere economicamente competitivo il trasporto su ferro. Mentre la linea storica del Frejus offre ostacoli insormontabili al miglioramento di prestazioni. Basti dire che a causa di una acclività severa la capacità di traino a trazione semplice passa dalle 1.700 tonn della linea di adduzione Culoz-Chambéry alle 570 di Modane.

Vero è che la Svizzera è recentemente pervenuta a un 71% di merci su rotaia senza ancora i nuovi tunnel di base in esercizio a pieno regime, ma per merito di incentivi annui al combinato più o meno equivalenti a quanto pagherà annualmente l’Italia fino al 2030 per la realizzazione del tunnel di base. Ricorrendo inoltre a poderosi servizi di spinta, nonostante linee storiche più vantaggiose del Frejus per massa trainabile. Dunque una spesa rilevantissima che la Conferedazione ha potuto sostenere grazie ai proventi di una tassa sul traffico pesante che la normativa UE sulla concorrenza non consente in Italia e in Francia.

Quanto ricordato vale anche a spiegare perché in Svizzera siano in corso di ultimazione 129 km di tunnel di base sui due assi del Gottardo e del Lötschberg, nonostante un traffico merci complessivo inferiore a quello dell’arco alpino occidentale.

Alle criticità della linea storica si aggiungono limitazioni d’esercizio per ragioni di sicurezza, ingiunte dal traffico promiscuo merci e passeggeri. Già il rapporto COWI del 2006 riconosceva la pericolosità della linea, ma oggi il suo stato è abissalmente lontano da quello contemplato dalle normative di sicurezza, soprattutto per assenza di uscite di sicurezza e mancanza di ventilazione. E interventi risolutivi, sul tunnel di Modane e gli altri di adduzione, comporterebbero spese enormi e una lunga interruzione del traffico.

Tra le criticità denunciate ci sono anche le alte temperature interne alle montagne ?

Nel punto di maggior copertura del tracciato della NLTL, sotto il massiccio dell’Ambin, è stata rilevata dal sondaggio geognostico di Chiomonte una temperatura di poco superiore ai 45°C per un tratto di qualche centinaio di metri. Il fenomeno delle alte temperature di profondità è ben noto e recentemente è stato riscontrato in misura analoga a quella di Chiomonte nello scavo del Gottardo.

A detta di Poggio ne conseguirebbe la necessità di “raffreddare perennemente la galleria” con notevoli consumi energetici, ma così non è perché in fase di esercizio il passaggio monodirezionale del treno è sufficiente a permettere un adeguato ricircolo dell’aria e quindi l’abbassamento di temperatura. Esattamente come avviene al Gottardo e al Lötschberg e come è previsto per il tunnel del Brennero, ove gli impianti di ventilazione-refrigerazione sono predisposti per essere utilizzati esclusivamente in condizioni eccezionali. Infatti l’impianto di ventilazione è finalizzato all’estrazione massiva dei fumi presenti in galleria in caso di incidente o incendio e quello di refrigerazione al mantenimento delle condizioni igieniche dell’ambiente di lavoro nel corso di impegnativi interventi di manutenzione.

Nel mese di luglio TELT ha chiesto una variante dei lavori. Modifiche di che tipo ?

Non è TELT ad aver chiesto una variante dei cantiere, ma il CIPE ad averla prescritta recependo le indicazioni del Ministero dell’Interno. La scelta di spostare la localizzazione è frutto della stagione 2011-2014, afflitta da tentativi di sabotaggio al cantiere di Chiomonte e da ripetuti attacchi da parte delle frange antagoniste. Con l’esito di una progressiva fortificazione dell’area e l’istituzione di un sito di interesse strategico nazionale che consente normativamente il presidio di Forze dell’Ordine e Forze Armate. Secondo le autorità di P.S. il cantiere del tunnel di base nella Piana di Susa, già approvato dal CIPE nel 2015, risultava difficilmente gestibile, di conseguenza la variante è motivata da ragioni di sicurezza nonché di risparmio degli elevati costi di protezione di un secondo cantiere.

La nuova allocazione comporta, a parità di costi e di tracciato, il potenziamento del cantiere esistente e la realizzazione di rampe d’accesso all’autostrada (svincolo). I materiali di scavo saranno trasportati a Salbertrand ove in parte consistente saranno utilizzati per la produzione dei conci o dei rilevati ferroviari e in parte trasferiti su rotaia nelle aree di deposito permanente già previste nel progetto 2015.

Il programma di cantierizzazione di TELT prevede un nuovo tunnel che consentirà di raggiungere perpendicolarmente l’asse del tunnel di base e di introdurvi una TMB di diametro maggiore di quella precedentemente utilizzata. Tale soluzione consentirà di risparmiare la già prevista realizzazione del pozzo di ventilazione della Val Clarea e potrà tornare utile allo stoccaggio in sotterraneo dei materiali potenzialmente amiantiferi prodotti nei 300 m di scavo in cui ne è prevista presenza.

Sostiene Poggio che a effetto dello spostamento “ogni giorno centinaia di camion scenderebbero a Susa per poi invertire la marcia e risalire a Salbertrand, per il trasbordo sul treno”. L’inversione di marcia avverrà più precisamente allo svincolo di Susa ovest e pertanto non ci sarà attraversamento di centri abitati. Tuttavia l’osservazione è fondata, facendo riferimento a un elemento critico del progetto su cui si sta peraltro ancora discutendo in sede di Conferenza dei Servizi, con ricerca di soluzioni migliorative.

A quanto ammonterebbero le penali se si volessero sospendere i lavori ?

Dice Poggio che “nell’insieme degli accordi tra Italia e Francia stipulati dal 2001 a oggi non sono indicate penali”. Non sono esperto di diritto internazionale, ma mi pare scontato che in caso di recesso unilaterale la controparte avrebbe pieno diritto di richiedere il risarcimento dell’intera spesa sostenuta. Per quanto riguarda il finanziamento europeo il regolamento 1316/2013 stabilisce all’art. 12 che possa essere richiesto dalla Commissione “il rimborso totale o parziale dell’assistenza finanziaria concessa se, entro due anni dalla data di completamento stabilita nelle condizioni di assegnazione dell’assistenza finanziaria, la realizzazione dell’azione che ne beneficia non è stata terminata”. E a questi costi si sommerebbe la dissipazione della spesa sino a oggi sostenuta da parte italiana.

Nel caso del tutto ipotetico di una sospensione dei lavori occorrerebbe dunque includere nei costi i rimborsi a Francia e UE delle somme spese; la perdita dei futuri finanziamenti UE; i lavori di messa in sicurezza degli oltre 20 km di gallerie già realizzate. Dovendosi poi ripiegare sulla vecchia tratta di valico occorrerebbe spendere somme elevatissime per garantire standard di sicurezza europei. Rinunciando in ogni caso all’obiettivo del riparto modale che a questo punto sarebbe perseguibile soltanto con incentivi poderosi come quelli corrisposti in Svizzera e tuttavia non consentiti dalla normativa europea sulla concorrenza.

In altre parole, le cose rimarrebbero come sono. Con pregiudizio grave e irreparabile per la funzionalità della rete centrale e per i benefici ambientali da essa attesi. Inoltre, sotto il profilo economico, ci sarebbero altri costi diretti e indiretti derivanti dalla mancata realizzazione dell’opera, come quelli descritti dal rapporto Cost of non-completation of the TEN-T (2015) realizzato per la Commissione Europea da uno dei maggiori istituti di ricerca europeo, il Fraunhofer-Institut für System und Innovationsforschung.

In altre parole rinunciando all’opera si spenderebbe molto di più, in termini economici e in termini sociali.

Foto @ Alessandro Di Marco

UN MONDO DI PLASTICA

mercoledì 6 settembre 2017

Marco Cedolin

La notizia è di quelle da far rizzare i capelli in testa anche a chi più non ce li ha e poco importa il fatto che Repubblica (primo quotidiano in Italia a metterla in risalto) la banalizzi attraverso un ridicolo vademecum che tenta maldestramente di trasferire sulle spalle del cittadino quelle che sono le pesanti responsabilità della macchina del progresso.
Secondo una ricerca condotta da Orb Media (organizzazione no profit di Washington) in collaborazione con i ricercatori dell’Università statale di New York e dell’Università del Minnesota, in tutta l’acqua che beviamo, a prescindere dal fatto che si viva a Roma, a New York o in Patagonia e che la si beva in bottiglia o dal rubinetto di casa, esistono fibre di microplastica che entrano nel nostro organismo….
senza che gli scienziati ne abbiano individuato l’esatta provenienza o sappiano dare indicazioni sulle conseguenze che l’ingestione potrebbe avere per la nostra salute.
La concentrazione di tali fibre risulterebbe essere tutto sommato omogenea nell’acqua dei cinque continenti e la microplastica non risparmierebbe nessuno, neppure chi monta in casa un filtro ad osmosi inversa. Si tratta della prima indagine accurata concernente la presenza di plastica nell’acqua del rubinetto, anche perché finora la plastica non è mai stata inserita fra le possibili sostanze contaminanti che vengono ricercate all’interno dell’acqua potabile.
Riguardo alla provenienza non ci vuole in fondo molta fantasia, se pensiamo che nel mondo si producono ogni anno 300 milioni tonnellate di plastica e dagli anni 50 ad oggi ne sono stati prodotti oltre 8,3 miliardi di tonnellate. Tenendo conto del fatto che circa il 40% della plastica prodotta viene usata una sola volta, generalmente per pochi minuti, prima di finire nel secchio della spazzatura. E della peculiarità che molti elementi di plastica, in particolare le fibre sintetiche, rilasciano grandi quantità di microplastica nell’aria e circa 700mila fibre nell’acqua ad ogni lavaggio.
Riguardo agli effetti delle fibre di microplastica sul nostro organismo sembra esserci invece soltanto molta confusione. I ricercatori non sono in grado di dire se esista un bioaccumulo all’interno del corpo umano, non sanno se la microplastica all’interno dell’organismo possa influire sulla formazione delle cellule e quindi concorrere all’epidemia di tumori che caratterizza la modernità e neppure se possano rappresentare un vettore per gli agenti patogeni.
Sicuramente costituiscono un elemento estraneo all’interno del nostro corpo, con il quale siamo e saremo costretti a fare i conti giorno dopo giorno.
La macchina del progresso che si muove sull’asse produzione/consumo ha sicuramente delle responsabilità enormi all’interno di questo problema, così come responsabilità enormi le ha il mondo scientifico che da decenni è consapevole dell’accumulo delle fibre di plastica all’interno della vegetazione e degli animali. Scaricare le responsabilità sul cittadino comune, invitandolo a non usare i sacchetti di plastica e le cannucce, a lasciare a casa il proprio pile o portarsi in giro una bottiglia di vetro personale, così come fa Repubblica, è solamente un tentativo puerile di nascondere il vero problema, costituito da un progresso che nel suo sogno di onnipotenza ha perso di vista le più elementari logiche di buonsenso.
La speranza è che la questione venga affrontata scientificamente in maniera seria, possibilmente in tempi brevi, e non utilizzata per false battaglie ecologiche (modello riscaldamento globale) aventi come unico scopo l’imposizione di balzelli e la costruzione di un business ecologico che non eliminerebbe le fibre di microplastica, ma metterebbe un sacco di miliardi nelle tasche di quegli stessi soggetti che il problema l’hanno ingenerato e ora dandocene la colpa avrebbero la presunzione di aiutarci a risolverlo.

Assalto al cantiere di Chiomonte nell’ultima notte del campeggio No Tav

http://torino.repubblica.it/cronaca/2017/09/08/news/assalto_al_cantiere_di_chiomonte_nell_ultima_notte_del_campeggio_no_tav-174969140/

Un’ora di battaglia in Valsusa: lancio di sassi e petardi

di CARLOTTA ROCCI

 

08 settembre 2017

 

Notte di protesta al cantiere Tav di Chiomonte, preso d’assalto da un centinaio di persone che hanno lanciato sassi e fuochi d’artificio verso uno dei varchi di ingresso alla zona rossa, protetto dalle forze dell’ordine. 
Questa era l’ultima sera del campeggio studentesco No Tav –  ormai tradizionale appuntamento di fine estate in valle per i contestatori della linea ad alta velocità Torino Lioine –  che si è aperto a Venaus il 5 settembre e si conclude domani mattina con un’assemblea di bilancio. 
Una settantina di persone in arrivo di Venaus ha raggiunto la Clarea avvicinandosi al cancello della centrale intorno alle 21. Da qui sono partiti lanci di lacrimogeni e petardi in direzione di polizia e carabinieri che presidiano l’area dove si sta scavando il tunnel geognostico della Torino-Lione. Insieme con il gruppo di manifestanti anche una ventina di persone dei centri sociali.
L’assalto  è durato poco più di un’ora e la polizia ha disperso gli attivisti con l’uso di idranti e lacrimogeni. Intorno alle 22.30 la situazione è tornata alla normalità. La Digos indaga per identificare i partecipanti all’assalto.

Terzo Valico, appalto vinto dall’azienda dello scandalo del Tenda, il tunnel “fatto con lo sputo”

http://torino.repubblica.it/cronaca/2017/09/06/news/titolo-174780850/

Terzo Valico, appalto vinto dall'azienda dello scandalo del Tenda, il tunnel "fatto con lo sputo"
Un cantiere del Terzo Valico 

Lavori da 263 milioni a Fincosit, coinvolta nell’inchiesta in cui direttori e capicantieri si vantavano al telefono delle ruberie e della precarietà della nuova galleria tra Italia e Francia. Rettighieri, commissario del Cociv che assegna le commesse: “Tutto regolare”

di OTTAVIA GIUSTETTI

06 settembre 2017

L’impresa di costruzioni Grandi Lavori Fincosit, nel pieno dello scandalo per il cantiere del Colle di Tenda-bis, si è aggiudicata un nuovo appalto milionario, questa volta per la realizzazione dell’alta velocità tra Genova e Alessandria. Valore del contratto 263 milioni di euro. Il tutto mentre la procura di Cuneo va avanti con le indagini che a maggio hanno svelato uno scenario inquietante sulle modalità di realizzazione dei lavori della seconda galleria del Tenda, dove operai, direttori dei lavori e capi cantiere sono stati intercettati mentre rubavano le strutture in ferro per sorreggere la volta della galleria e le rivendevano come rottame, intascando oltre cento mila euro, e parlando al telefono di opere “fatte con lo sputo”.

Una scelta che fa scalpore, ma inevitabile almeno sotto il profilo tecnico, secondo Marco Rettighieri, commissario del Cociv, general contractor per la realizzazione del Terzo Valico. “Nessuna restrizione da parte dei giudici, l’impresa ha vinto un appalto regolarmente” dice Rettighieri. “Se Fincosit fosse stata raggiunta dal provvedimento di un giudice sarebbe stata esclusa, ma così non è successo e Cociv ha aggiudicato l’appalto aperto secondo i criteri dell’offerta più vantaggiosa”. Sul cantiere del Tenda-bis ci sono 11 indagati tra dipendenti di Anas e Fincosit accusati della maxi-frode, 5 arresti. Nulla che intervenga sull’operatività dell’azienda che ha licenziato i dipendenti infedeli e ha chiesto di essere parte lesa nel procedimento. Anche sul Terzo Valico pesa una complessa inchiesta penale che intreccia procura di Roma e di Genova. Le accuse sono di aver preso mazzette per pilotare le gare, ma in quel caso Grandi Lavori Fincosit non è stata in alcun modo coinvolta. Come forma di autotutela, Cociv aveva sospeso tutti i contratti, quindi anche quelli con Fincosit, temporanemente. E solo ieri il commissario Rettighieri li ha sbloccati.

Ma a Cuneo le indagini non sono concluse e la Francia è parte civile nel processo. Restano le frasi choc dal cantiere registrate  da gennaio 2014 a febbraio 2017 mentre la stessa Ati, tutta italiana, stava scavando pure dal lato francese avendo vinto l’intero appalto con procedura ristretta da 176 milioni di euro. Pali di ferro “fissati  con lo sputo”; uno degli indagati di Fincosti, che dice al telefono: “Eh qua finché non muore qualcuno non cambia niente!”. E un altro: “Si stanno spaccando tutti i mattoni, i mattoni non sopportano più il peso. Qua ci sono 6 metri dove si è mosso il muro, che la fondazione non ci sta”. Poi si scopre che il ferro per l’armatura delle fondazioni era finito a rottamare e il muro di contenimento sul lato francese stava crollando.

ВОЙНА ЕСТЬ ВОЙНА!/ LA GUERRE C’EST LA GUERRE, SALE TEMPS POUR LES ELITES COMPRADORES EN RUSSIE !

LUC MICHEL/ ЛЮК МИШЕЛЬ/
2017 09 06/

LM.NET - RU+FR ultimatum oligarques (2017 09 06) FR + RU

Война есть война.
Продажной элите все равно пришлось бы определяться. Просто изначально ставка была сделана на продажность народа. Санкции, курс доллара, цены, недовольство, восстание. Как сейчас помню вой на “эхе” о том, что вот вот, оставшиеся без пармезана, голодные обозленные “крымнашисты” выйдут на Красную площадь сносить режим. Реально ждали по часам, но не прошло и русские люди поддержали президента и суверенитет. (Наелись девяностых мы). Теперь очередь за элитами и президенту будет несладко. Но ему не привыкать, ибо он боец по природе. Хотя, на мой взгляд, это будет бой не на жизнь а на смерть. Элиты с%кливы, да и народу мало что могут предложить. Президент силен, но не всемогущ, но за него простые люди.
Да уж. Сложное время впереди.

АМЕРИКАНЦЫ РОССИЙСКУЮ ЭЛИТУ «ПОСТАВИЛИ НА СЧЕТЧИК», ЧАСЫ ТИКАЮТ

Обозреватели обращают внимание на появившийся в сети перевод принятого (некогда горячо любимым в Госдуме) президентом США Дональдом Трампом «Закона в целях противодействия агрессии иранского и российского правительств». В части России в течение 180 дней (до начала февраля 2018 года) необходимо выявить самых влиятельных российских олигархов и тех физических лиц, которые наиболее активно занимаются внешнеполитической деятельностью. Кроме того, президент США должен потребовать от российского правительства вывести войска с территории Абхазии, Донбасса, Крыма и Приднестровья, после чего передать контроль над границами властям Грузии, Украины и Молдавии соответственно.

Таким образом, российской финансово-политической и экономической элите дали 180 дней (до 2 февраля) на размышление и «сборы чемоданов». Это практический ультиматум, для одних дистанцироваться от «режима Путина», для других просто покинуть Кремль. Необходимая информация с большой вероятностью уже давно собрана. После 2 февраля 2018 года начнется преследование по «американским законам». Так сказать, посылка от доброго «дядюшки Трампа» на этапе российской предвыборной президентской кампании. Как говорится, «думайте-думайте ребята». Российскую элиту «поставили на счетчик», часы тикают.

Фактически Вашингтон зашел с «козырной карты», 26 лет зависимую элитку «воспитывали», давали в этой стране зарабатывать. Теперь задали конкретный вопрос: «вы все-таки с нами или не с нами».
Три года после присоединения Крыма российские элитарии «домкратили» как могли американскую экономику (за счет населения), уступали в рамках «консенсуса» во внешней политике и ожидали нормализации. Однако, получили не нормализацию, а конкретный ультиматум в «лучших американских традициях».

ЧТО В ЭТОЙ СИТУАЦИИ БУДУТ ДЕЛАТЬ НАШИ ОЛИГАРХИ И КРЕМЛЕВСКАЯ ПОЛИТИЧЕСКАЯ ЭЛИТА?
Срок ультиматума нашим олигархам истекает в феврале 2018 года в аккурат к президентским выборам в России. Если до этого момента олигархи не решат проблему Путина, то им будет очень грустно. Самое интересное то, что, если даже они и решат проблему Путина, то им будет грустно все равно. Что значит закон о санкциях, подписанный Трампом? Это означает, что американцы, приняв этот закон, сожгли за собой все мосты. Задний ход американцы теперь дать не смогут, иначе это будет их поражением. Бескомпромиссные условия, выдвинутые США российским олигархам, надо либо выполнять, либо посл.

LA GUERRE C’EST LA GUERRE …
PAR ULTIMATUM WASHINGTON SOMME LES ELITES COMPRADORES RUSSES DE CHOISIR LEUR CAMP !

La guerre c’est la guerre.
Les élites compradores qui vont essayer de la vendre doit encore être déterminées. Tout d’abord, un pari a été fait sur la vénalité des gens. Les sanctions, le taux du dollar, les prix, le mécontentement, l’insurrection. Comme maintenant, on nous a dit dans les médias pro-occidentaux, sans « Echo », que « le peuple en colère, ce même peuple qui a applaudi au retour de la Crimée à la mère-patrie, affamé viendra sur la Place Rouge pour abattre le régime ». On a attendu ce moment, mais il n’est jamais arrivé, et les Russes ont soutenu le président et la souveraineté du Pays. Les Russes ont digéré les années quatre-vingt-dix. Maintenant, la ligne à tenir pour les élites compradores et le président sera difficile. Mais le Président lui n’est pas impressionné, car il est un combattant par nature. Bien que, à mon avis, ce ne soit pas une bataille pour la vie et la mort. Les élites compradores et leurs gens ont peu à offrir. Le président est fort, mais pas omnipotent. Mais les gens ordinaires sont pour lui.
Des temps difficiles sont à venir.

LES AMERICAINS ONT DONNE UN ULTIMATUM A L’ELITE COMPRADORE RUSSE, L’AGENDA COÏNCIDE AVEC LA PRESIDENTIELLE RUSSE DE 2018

Les observateurs doivent prêter attention à la Loi adoptée par le président américain Donald Tramp, dans le but de « contrer l’agression des gouvernements iranien et russe ». Dans toute la Russie, dans les 180 jours (jusqu’au début de février 2018), il s’agit d’identifier les oligarques russes les plus influents et les personnes les plus actives dans les activités de politique étrangère. En outre, « le président américain doit exiger que le gouvernement russe retire les troupes des territoires d’Abkhazie, de Donbass, de la Crimée et de la Transnistrie, puis transfère le contrôle des frontières aux autorités de la Géorgie, de l’Ukraine et de la Moldavie, respectivement ». Ni plus ni moins !

Ainsi, il a été donné à l’élite financière-politique et économique 180 jours (jusqu’au 2 février) pour la réflexion et la fuite des avoirs. C’est un ultimatum pratique, pour que certains se distancient du «régime de Poutine», pour d’autres simplement de quitter le Kremlin. Les informations nécessaires ont été collectées depuis longtemps. Après le 2 février 2018, la persécution commencera selon les «lois américaines». Pour ainsi dire, le cadeau du bon “oncle Trump” au premier stade de la campagne électorale présidentielle russe. L’agenda coïncide !

QUE FERONT LES OLIGARQUES ET L’ELITE POLITIQUE DU KREMLIN DANS CETTE SITUATION?

Le délai de l’ultimatum aux oligarques expire en février 2018, juste à temps pour les élections présidentielles en Russie. Si, jusqu’à ce moment là, les oligarques ne résolvent pas « le problème de Poutine », ils seront dans une sale situation. Le plus intéressant est que, même s’ils résolvent « le problème de Poutine », ils seront dans une sale situation de toute façon. Quelle est la portée de la loi sur les sanctions, signée par Trump ? Cela signifie que les Américains, après avoir adopté cette loi, ont brûlé tous les ponts et tous les vaisseaux derrière eux. Les Américains ne seront pas en mesure de donner un coup de barre arrière, sinon ce sera leur défaite. Les conditions intransigeantes, imposées par les États-Unis aux oligarques russes, doivent être remplies sans alternative. La guerre c’est la guerre !

#LucMichel #ЛюкМишель
#LucMichelPCN #Russosphere #Подвицкий
#США #Россия #Санкции #Почитать
#ВВП_Обзор #Russie #Sanctions

* Dessin et commentaires du grand Vitaly Podtviski (adaptation française de Luc Michel).
Les USA veulent la guerre, mais avec quelles élites compradores contre le Kremlin ?

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IL NESSO RAQQA-STUPRI DI RIMINI. RAQQA, DA USA-ISIS A USA-CURDI: IL TURNOVER DEI TERRORISTI. SCAZZO TRA BAGHDAD E BEIRUT

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/09/il-nesso-raqqa-stupri-di-rimini-raqqa.html

MONDOCANE

LUNEDÌ 4 SETTEMBRE 2017

 

 Raqqa prima e dopo

Avete udito qualche borbottìo, qualche empito umanitario, qualche invocazione a smetterla di uccidere innocenti,  rispetto all’urbicidio in atto a Raqqa? Vi è capitato di vedere, o leggere a proposito dell’olocausto di Raqqa, nei grandi media e nel loro codazzo “di sinistra”, “progressista”, insomma tra gli amici del giaguaro sorosiano, qualcosa di comparabile all’uragano di indignazione, pena, raccapriccio, che costoro hanno scatenato su Aleppo, poi su Mosul, su tutte le città liberate dai “cattivi”, siriani, russi, hezbollah, iraniani, milizie popolari ed esercito nazionale iracheni?  E poi sulle Ong costrette ad abbandonare i migranti in mare?

Siete andati a scartabellare tra testate, siti, edicole, talkshow e vi siete dovuti ridurre a rivolgervi, in rete o all’estero, a qualche produttore di quelle fake news che tanto irritano la Boldrini e tutto il cucuzzaro umanitario,  per scoprire quella distesa ininterrotta di macerie e di edifici dalle occhiaie vuote che oggi è Raqqa. Per scoprire che per agevolare la conquista di questa città ur-araba, ur-siriana, da parte dei suoi ascari curdi,  i bombardieri degli Usa e dei loro sottopanza Nato hanno raso al suolo l’intera città (di Aleppo almeno metà era rimasta in piedi, a dispetto dei “raid a tappeto russi”, o delle oniriche “bombe barile” di Assad). E secondo calcoli non adulterati dagli amanuensi occidentali, ogni giorno, dall’inizio dell’offensiva, hanno centrato  centinaia di civili, donne, bambini.

E’ che lì a radere al suolo e a disintegrare erano i buoni e quelli sventrati erano, magari civili, ma pure cattivelli, dato che non stavano con l’Isis, o con Al Qaida, ma a queste avanguardie delle armate curdo-statunitensi  si erano addirittura opposti. Non solo. Se questo massacro indiscriminato, finto anti-Isis, con ogni evidenza serve ad allargare, a spese dell’integrità territoriale siriana, il protettorato Usa del Nord-Est siriano (a fianco di quello turco a Nord-Ovest) da affidare al proconsolato curdo (che ancora “il manifesto” maschera da “Forze Democratiche Siriane composte da circassi, drusi, turkmeni, assiri”, Qui Quo Qua e anche qualche curdo), la pervicacia con cui, dopo l’Isis, gli Usa vogliono svuotare Raqqa delle sue genti di oggi e di sempre, ha anche un altro scopo. Quello di cui gioiscono, campano e prosperano proprio i vari “accoglitori senza se e senza ma” del cucuzzaro di cui sopra.

Quello che prima l’Isis e ora gli Usa vanno facendo a Raqqa, uccidendo e, a chi scampa, imponendo la fuga, è quanto alimenta tutta la filiera della Grande Operazione Migranti. In questo caso non migranti  da angiporto, campi di pomodoro, aiuole davanti alle stazioni, spaccio e prostituzione, mafia capitale, ma da imprese elettroniche, studi di architetti, corsi di matematica, ingegneria meccanica, ospedali e studi odontoiatrici. Trattasi di siriani, mica di contadini africani cui il land-grabbing di Monsanto ha tolto il campetto di sorgo, o che è stato deportato per far spazio  alla diga di Impregilo-Salini.  Quelli che vanno benissimo al Nord,  al suo bisogno di quadri qualificati, come la Merkel del milione di siriani subito sistemati ci insegna. Alla Germania la borghesia siriana istruita, a noi i disperati dei tucul bruciati dalle milizie cristiane sotto padrinaggio francese in Ciad, buoni per il caporalato di cooperativa.

Che te lo dico a fa’: altra prova che Usa e terroristi sono papà e figli

Che ciò che gli Usa e loro giannizzeri curdi, non per caso santini della setta sorosiana dirittoumanista, femminista, omofila, xenofila, vanno facendo a chi è sopravissuto ai loro predecessori jihadisti, è solo il compimento del lavoro a questi ultimi assegnato, lo dimostra una volta di più, la vicenda della giornalista bulgara Dilyana Gaytandzhieva. Autrice di una esplosiva inchiesta, documentata dalle origini alla conclusione,che rivela come per anni la CIA abbia procurato armi all’Isis e ad Al Qaida occultando sotto copertura diplomatica il trasporto di centinaia di tonnellate di armamenti dall’Azerbaijan, fidato alleato, grazie a una compagnia aerea privata “Silk Way Airlines”, in Araba Saudita, Emirati Arabi e Turchia. Da qui i rifornimenti prendevano la via per le roccaforti jihadiste in Siria e Iraq. Armi il cui percorso la Gaytandzhieva ha saputo tracciare, con tanto di video, dalla partenza all’arrivo e all’uso ad Aleppo. In Turchia la base d’arrivo era quella di Incirlik, massimo centro di comando USA e Nato in Medioriente.

Alla fornitura  delle armi la Cia poi aggiungeva l’addestramento dei terroristi al loro uso da parte dei mercenari di una società statunitense di contractors, la Purple Shovel LLC, di cui la giornalista bulgara ha potuto esibire un paio di contratti del valore di 50 milioni di dollari, conclusi con la CIA per questo scopo. L’intera vicenda è stata ripresa dalla tv qatariota Al Jazeera, dopo che, come era da aspettarsi, l’autrice dell’inchiesta era stata interrogata dalla polizia bulgara e, subito dopo, licenziata dal suo giornale “Trud”. La storia è sensazionale, ma non sorprende. Che te lo dico a fa’:  a sensazioni di questo genere siamo abituati fin dall’11 settembre delle Torri Gemelle e da tutto il seguito di False Flag  che  ci hanno dimostrato l’utilizzo del terrorismo come arma-fine-del-mondo da parte di chi si propone, oltreché la fine di un mondo che risparmi solo lui, anche il governo totalitario del mondo che rimane.

Bombe al tritolo e bombe dei buoni sentimenti: stesso bersaglio

La sinergia tra predatori, bombaroli e terroristi, che nel Sud del mondo creano le condizioni (e anche le Ong) per sollecitare la gente che non muore a trasmigrare, costi quel che costi, verso quello che gli viene astutamente prospettato come l’eldorado europeo e, qui da noi, i buoni e caritatevoli che quelle condizioni mistificano facendole apparire ineluttabili, “fenomeno epocale inarrestabile”, guerre e miserie senza padri né madri, è da classificarsi come complicità tra agenti complementari di una stessa strategia criminale. Vale per le Ong di mare e di terra del “nastro trasportatore”. Vale per il papa e Zanotelli. Vale per politici e media di regime che, da un lato, ammantandosi di buonismo solidale, tuonano contro la xenofobia di chi pensa che bisognerebbe regolare i flussi e, dall’altro, ci assordano con  una spropositata visibilità data a misfatti di immigrati, (stupri di somali, congolesi e marocchini).

Visibilità tesa a fomentare quel dissesto socio-culturale che la loro accoglienza senza se e senza ma alberga nella sua matrice e nei suoi scopi reconditi.Fenomenale fabbricazione di chi si propone, per la propria governance politica, militare ed economica mondiale, la spoliazione e lo svuotamento dei paesi delle risorse e, contemporaneamente, la riduzione ai minimi termini della capacità di salvaguardarsi e autodeterminarsi dei satelliti europei (specie del Sud).

A questo proposito è interessante scoprire, in tutto il bailamme che i nostri buoni e caritatevoli agitano intorno al “suprematista” Trump e la da lui fomentata risorgenza fascista, che il loro guru, sponsor, riferimento morale e filantropico, George Soros, come costui rischi di essere dichiarato “terrorista interno” da una petizione lanciata su un sito della Casa Bianca e, nel giro di poche ore, firmata da 60mila persone. Altre 30mila e il governo Usa sarà tenuto a fornire una qualche risposta, eventualmente proponendo una mozione in parlamento.

Soros terrorista e i suoi soci del Russiagate

La pratica delle petizioni alla Casa Bianca venne inaugurato nel 2011 sotto Barack Obama con lo scopo di offrire ai cittadini il modo di interagire direttamente con l’Esecutivo. Divertente è che si ritorca contro la banda degli obamian-clintoniani, tutti tesi a far fuori The Donald, mentre ora si trova sotto accusa popolare il loro agit-prop Soros, che della mobilitazione contro il presidente è il massimo organizzatore e ufficiale pagatore. Imbarazzo per lo Stato Profondo golpista anche da un altro episodio rivelatore. Robert Mueller è un ex-direttore dell’FBI, caro a Bush e a Obama, oggi a capo della commissione d’inchiesta sul Russiagate, l’enorme bufalona che vorrebbe marchiare con la firma di Putin la vittoria di Trump (e anche dissimulare le interferenze degli Usa in ogni elezione che si tenga sull’orbe terracqueo) e che, a dispetto dell’impegno di Mueller, di passo in passo rivela la sua patetica inconsistenza.

Chi ha scelto, Robert Mueller,  come suo assistente nell’inchiesta Russiagate? Un magistrato di chiara e indiscussa indipendenza, non coinvolto, neanche per un’ombra, con una delle parti in gioco? Come no: il nuovo assistente si chiama Erich Schneiderman (talmudista come Soros e come tutti del giro) ed è il procuratore generale di New York. Non solo, è, guarda caso, anche intimissimo della famiglia Soros. Nell’agosto del 2016, prima delle elezioni presidenziali, in una riunione tra Schneiderman, George Soros e suo figlio Alex, venne deciso che il caro Eric avrebbe accusato Trump di truffa. Cosa che avvenne e che il giovane Soros festeggiò con una foto di loro due su Instagram, nella cui didascalia Alex Soros definisce Trump un truffatore e si congratula con il correligionario per averlo inquisito.

Tale è la limpidezza dei procedimenti giudiziari ai vertici dello Stato Usa. Tale è la potenza dell’ebreo ungherese padrino della flotta Ong. Ne avete sentito un accenno nei media nostrani? No? Neppure nel “manifesto” che, pure, chiama George Soros filantropo. Giusto per non chiamarlo papà.

Il passo falso di Hezbollah e Beirut

Il pezzo finirebbe qui. Ma lasciatemi aggiungere una nota di disappunto. In Siria le cose stanno andando alla grande per quel popolo eroico, per quell’esercito dall’incredibile resilienza e bravura, per gli alleati hezbollah, russi, iraniani, per la causa dei popoli e degli aggrediti di tutto il mondo. Stanno andando benissimo anche per il popolo iracheno che, salvo la colonia israeliana del Kurdistan allargato, con le sue validissime milizie popolari e con i suoi soldati di formazione saddamista, ha potuto riprendersi il paese che i noti avvoltoi avevano destinato allo squartamento. Sta andando bene anche al Libano, dove la fortunata collaborazione tra Hezbollah e l’esercito libanese comandato dal presidente patriota Michel  Aoun, è riuscita a liberare le zone di confine, Bekaa e Qalamoun, dall’infestazione Isis e Al Qaida. Tanto da irritare i protettori israeliani di questi carcinomi al punto da pretendere che l’ONU tramutasse il corpo di interposizione UNIFIL in corpo di guardia degli interessi israeliani sul Libano.

Cosa diavolo è venuto in mente a Hezbollah e Beirut, anziché eliminare definitivamente i terroristi, di garantirgli lasciapassare, vita e attività e di spedirli con una colonna di autobus nella provincia di Deir Ez Zor, al confine con l’Iraq, provocando una sconcertata risposta di Al Abadi a Baghdad? Regalando al mercenariato di Usa-Nato-Golfo non solo la possibilità di rientrare nell’Iraq liberato, ma, soprattutto, di andare a rafforzare i compari che da 4 anni assediano Deir Ez Zor, proprio quando l’esercito siriano stava per raggiungerla e liberare una popolazione e una guarnigione tanto eroica quanto stremata.

Verso Deir Ez Zor

Ora gli Usa sembra stiano bloccando la colonna dei 300 jihadisti con famiglie a metà strada. Ma non è che ce l’abbiano con loro e si curino di proteggere l’Iraq o Deir Ez Zor. La preoccupazione è un’altra. E’ ormai deciso che il vecchio corpo di spedizione surrogato di Isis e Al Qaida vada resettato in terrorismo urbano, ove ciò serva ad alimentare lo scontro di civiltà e a costruire con la paura e relativa repressione Stati di polizia. Gli spazi territoriali un tempo affidati al jihadismo, ora spettano ai curdi, più affidabili, meno sputtanati di una truppa di ascari di cui ormai anche le pietre sanno che sono amerikani , garanti istituzionali della frantumazione degli Stati arabi in questione. E amorevolmente sostenuti come campioni di democrazia partecipativa dal cucuzzaro di cui qualche capoverso prima.

Partecipativa con chi?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:21

‘BREXODUS’: LE DERNIER AVATAR DU BREXIT

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Flash géopolitique – Geopolitical Daily/

2017 09 03 (II)/

LM.GEOPOL - Brexodus (2017 09 03) FR 1

Brexodus !

Le mot de l’actu : « C’est le dernier avatar du Brexit, associé avec le mot exodus. Cet exode, c’est celui des citoyens britanniques et des pays de l’UE qui quittent la Grande-Bretagne, mais aussi celui des sociétés qui déménagent sur le continent » commente La tribune de Genève :

LM.GEOPOL - Brexodus (2017 09 03) FR 2

« Depuis le vote du Brexit, le 23 juin 2016, le nombre de citoyens européens quittant le Royaume-Uni a augmenté d’un tiers pour atteindre le chiffre de 122 000 en 2017. Le solde migratoire du pays a chuté d’un quart à la fin mars par rapport à l’année passée pour tomber à 246 000 (en baisse de 81 000 sur un an). L’office britannique des statistiques que cette baisse est due à la baisse du solde migratoire des citoyens des autres pays de l’UE (51 000). Le plus significatif est la baisse des arrivées de migrants des pays de l’Est européen. La chute de la livre rend les salaires britanniques beaucoup moins attractifs, pouvant atteindre aujourd’hui le niveau des salaires polonais, par exemple, alors que plus d’un million de Polonais résident actuellement au Royaume-Uni. La première ministre britannique Theresa May veut limiter le solde migratoire à quelques dizaines de milliers de migrants, mais cet objectif paraît utopique à nombre d’observateurs. La tendance devrait cependant se confirmer. Selon un sondage Deloitte, 47% des travailleurs envisagent de quitter la Grande-Bretagne dans les cinq ans qui viennent. Une délégation de négociateurs britanniques sont actuellement à Bruxelles pour un troisième round de discussions avec Michel Barnier, négociateur en chef de l’UE et son équipe. Selon Migration Watch UK, 3,3 millions d’Européens extra-britannique vivent sur l’île, tandis qu’1,2 million de Britanniques sont sur le continent. » (Source : TDG) ________________

* Luc MICHEL (Люк МИШЕЛЬ) :

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PAGE OFFICIELLE III – GEOPOLITIQUE

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* EODE :

EODE-TV https://vimeo.com/eodetv

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