Il trucco per cui i francesi voteranno di nuovo un socialista. Dei Rotschild

macron guevaraSembrava impossibile, dopo l’esperienza tristissima di Hollande, ormai al 4% dei sondaggi tanto che non s’è  ripresentato, e la gauche spaccata fra quattro  candidati. Era uscito il libro “Gli ultimi 100 giorni del Partito Socialista”; dove l’umorista Bruno Gaccio riferiva che la morte imminente era dovuta alle malattie che lo rodevano da 35 anni: Liberoencefalite degenerativa, Bordelloplastia, Debussolite Retrattile, Sindrome di Valls-sette, Sordità profonda, Cecità totale”. La sepoltura era prossima.
 
Il ritorno al potere del centro-destra sembrava ormai certo. Il vincitore a mani basse era dato Francois Fillon: scelto alle primarie, centro-destra, abbastanza a destra per raccattare al ballottaggio i voti di Marine Le Pen, pro-Ue è vero, ma anche filo-Putin. I sondaggi lo favorivano.
 
Poi, il trappolone. Le Canard Enchainé (“da lustri strofinaccio della Cia”, per Nicolas Bonnal) tira fuori lo scandalo:  Fillon ha pagato alla moglie Penelope uno stipendio come assistente parlamentare (500 mila euro lordi  in 8 anni), e  la signora ha preso 5 mila euro mensili alla Révue des Deux Mondes, a cui ha collaborato dal 2012 al 2013. I 500 mila in 8 anni fanno colpo; ma sono, in realtà, la dotazione che Fillon ha ricevuto come parlamentare per le spese connesse, poteva non impiegare un assistente e tenerseli tutti per sé senza commettere alcun reato. Altra cosa è  l’impiego ben pagato della signora alla Révue. I media cominciano a dire che prendeva 5 mila euro mensili, per la redazione “di due o tre note di lettura”.
Il giorno stesso della rivelazione del Canard, la magistratura “apre un fascicolo”. E il giorno dopo, fulminea, già manda con fanfare e sirene spiegate la polizia a fare una perquisizione alla Révue des Deux Mondes, per sospetto di “impiego fittizio”. La strana fulminea rapidità della magistratura, la grancassa mediatica assordante, hanno avuto l’effetto: Fillon è crollato nei sondaggi, lui ha chiesto scusa e si presenta comunque, ma non sarà lui a sfidare Marine per vincerla al secondo turno.
Perché nessuno si illuda, la Le Pen non andrà mai all’Eliseo. Anche  se oggi è al primo posto nelle preferenze degli elettori (26%, tutti gli altri candidati la seguono a distanza) al secondo turno tutto l’elettorato “antifacho” concentra i voti sull’avversario di Marine, chiunque sia. E’ così ed è sempre stato così.
Il punto è che a sfidare la Le Pen non sarà un esponente del centro-destra, Fillon. E chi sarà dunque? Uno della “sinistra”, diciamo così: Emmanuel Macron. Uno che oggi ha fondato il suo movimento  (“En  Marche”, come le sue iniziali) ma che è stato ministro di Valls e di Hollande fino all’agosto scorso, quando si è staccato dai PS per fingersi indipendente. Un PS  che s’è messo una nuova maschera appena in tempo.
Immediatamente esaltato e promosso dai media come colui che incarna “il rinnovamento e la modernità”, ultra-europeista, liberista (come Hollande), “Superare destra e sinistra, la folla lancia l’anti-Le Pen al grido Europa! Europa!”,  ha scritto il Fatto Quotidiano.
Insomma si è capito: stessa zuppa di prima. E’ bastato che Marine Le Pen presentasse il suo programma politico perché le Borse europee crollassero, i “mercati” si terrorizzassero, e lo spread dei titoli nostri, ma anche francesi, si allargasse: ed è tutta una manfrina, perché non esiste nessuna possibilità che la signora entri all’Eliseo per attuare quel programma. Fa’ parte della messinscena del drammone “Il Fascismo alle Porte”, la recita della paura che  susciterà nell’elettorato il riflesso pavloviano di andare a votare chiunque per fermare il Front National. Già adesso, i sondaggi dicono che al ballottaggio Macron prenderà il 65 % contro Marine al 35.
Vediamo dunque che tipo di socialista è Macron, che la Francia si terrà all’Eliseo per un mandato o due. Anzitutto: è un banchiere d’affari della Rotschild. C’è entrato  nel 2008  come analista – per i buoni uffici di Jacques Attali (j) ministro di Mitterrand e maitre à penser, ed è salito in carriera fino a diventare “partner”, socio di David de Rotschild, che è un intimo di Sarkozy (j) e di Alain Minc (j).
E’ un ragazzo svelto a imparare. Si occupa di fusioni ed acquisizioni: sostanzialmente vende aziende francesi a multinazionali, americane o no. Nel 2012, affianca e consiglia la Nestlé nell’accaparramento del settore “latti per l’infanzia” della Pfizer, soffiando il lucroso settore alla Danone che lo voleva. E’ un affare valutato a 9 miliardi di euro.
Le  commissioni lucrate allora dal giovanotto sono tali che, si dice,Macron è al riparo dal bisogni fino alla fine dei suoi giorni”. Un super-milionario. In quell’attività, ovviamente si è fatto una quantità di complicità e amicizie nel salotti buoni che contano, conosce tutti i segreti, i misteri, i progetti  nel mondo dei veri grandi ricchi; tanto più che spesso nelle fusioni ha operato come “consulente acquirente”, mettendoci il suo capitale insieme a quello del cliente.
La Banca Rotschild presta volentieri i suoi giovani più brillanti al governo, ministri, segretari generali dell’Eliseo, aggiunti, capi di gabinetto…”Ad ogni cambiamento di governo – ha scritto il Nouvel Osbservateur – Rotschild riesce a piazzare qualche collaboratore fra gli incartamenti del potere. Chiama ciò “mettersi al servizio”. Macron perpetua la tradizione”,  divenendo ministro dell’Economia dell’Industria e del Digitale  dal 2014. Nell’agosto scorso, come detto, si dimette per fondare il suo movimento: forte il sospetto che sia stata una dimissione concordata nel quadro del vasto progetto  – in cui è entrato anche il trappolone per Fillon – per mantenere il potere agli stessi circoli.  Siamo, molto al disopra della Gauche-Caviar. Molto prossimi alla Squadra e al Compasso, ma sopra ancora. Siamo, se così si può dire, alla Gauche-Rotschild.
Quindi la liberazione della Francia è ancora una volta rimandata. Macron è un superliberista e promotore del mercato unico mondiale.
Articoli dedicati a Macron in confronto a quelli dedicati ai tre candidati della sinistra (Jean-Luc Mélenchon, Arnaud Montebourg e Benoît Hamon) messi insieme.
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I media mainstream, che a volte sono profeti,  hanno subito capito di quante virtù è pieno il candidato, e l’hanno elevato a forza di servizi speciali, sempre più in alto nei sondaggi: l’ottobre 2014, solo l’11 per cento degli interpellati desiderava che Macron avesse un ruolo più importante nella politica; il 6% degli operai, il 4% degli artigiani. Oggi i sondaggi lo dicono la personalità politica preferita dai francesi.
 
A  meno che…
Il  6 febbraio, Sputnik e Russia Today hanno cominciato a dire che Julian Assange ha trovato dei particolari compromettenti su Macron. Cose che avrebbero a che fare con i circoli intimi della Clinton, e il capo della campagna di Hillary John Podesta, se capite cosa intendo:
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Il deputato Nicolas Dhuicq (Les Républicains) ha  cominciato a spifferare quello che sembra un segreto di Pulcinella: “Macron è il coccolino dei media francesi, che sono proprietà di certe persone, come sappiamo tutti”. No, quali persone? Non sappiamo, noi. “Fra gli uomini che lo sostengono, si trova il celebre uomo d’affari Pierre Bergé, compagno di lunga data di Yves Saint-Laurent, apertamente omosessuale e promotore delle nozze omosessuali. C’è una ricchissima lobby gay dietro di lui. Non dico altro”.
 
Chissà. Magari i siluri degli hacker russi che hanno affondato Hillary, sono già caricati per colare a picco Macron.

“Macron non è né un outsider né uno sfidante dello staus quo: è solo una pedina dell’establishment per bloccare la Le Pen”

Il candidato «centrista» Emmanuel Macron non era neanche stato proclamato vincitore del fillonmacronlepenprimo turno delle elezioni presidenziali francesi che l’establishment politico si è precipitato a serrare i ranghi contro la rivale Marine Le Pen del Fronte Nazionale, scrive Finian Cunningham sul giornale online della Strategic Culture Foundation, Macron ha vinto il primo turno con il 23,8 per cento dei voti. La Le Pen è arrivata seconda con il 21,5 per cento. I due si affronteranno nel secondo turno, che si terrà il 7 maggio.
 
Il leader del FN ha il diritto di chiamare il suo risultato elettorale un risultato «storico». E’ stato il miglior risultato per il partito nazionalista alle elezioni presidenziali francesi dalla sua fondazione nel 1972. Ma mentre i suoi sostenitori stavano celebrando una vittoria storica, l’establishment francese stava serrando le fila per assicurarsi che la le Le Pen non acceda mai alla sede del potere.
 
Le Pen, che ha preso la leadership del partito nel 2011 da suo padre Jean-Marie, ha portato il FN ad essere la principale forza politica francese e a concorrere per vincere la presidenza della Repubblica francese. Ma è improbabile che Marine Le Pen diventi Madame Presidente – almeno nel 2017. Il suo rivale Macron ha già ricevuto il sostegno dei due ex partiti principali, i repubblicani e i socialisti in carica. Entrambi i partiti hanno subìto dolorose sconfitte nel fine settimana, la prima volta in 60 anni che nessuno di loro avrà un candidato al secondo turno.
Il candidato repubblicano Francois Fillon, che ha ottenuto il 19,9 per cento dei voti, ha dato subito il suo appoggio a Macron, dicendo ai suoi sostenitori che la Le Pen sarebbe un «disastro» per il paese.
Il concorrente socialista, Benoit Hamon, la cui prestazione elettorale si è fermata al 6,5 per cento dei voti, è stato ancora più forte nel sostenere Macron. Nel suo discorso di sconfitta, Hamon ha invitato i suoi sostenitori a sostenere Macron perché la Le Pen era «un nemico dello Stato».
Jean-Luc Melénchon è arrivato al quarto posto con un  rispettoso del 19,6 per cento, subito dietro Fillon. Considerando che Melénchon ha fatto campagna su un manifesto socialista e che il suo partito è stato appena costituito, è stato un risultato lodevole per il cadidato di estrema sinistra. Egli può affermare di aver assicurato il mantello della «vera e propria sinistra» in Francia, e andare avanti con una base forte su cui costruire un nuovo partito socialista. Per questo motivo, Mélenchon ha rifiutato di appoggiare sia Macron che la Le Pen per il secondo turno. A suo merito, non sta vendendo i suoi principi politici.
 
L’elezione del capo dello stato francese potrebbe trasformarsi in una ripetizione dell’elezione presidenziale del 2002, quando il padre di Marine, Jean-Marie, ha causato uno shock politico quando è approdato al secondo turno . All’epoca, come ora, l’establishment si è unito per sostenere Jacques Chirac, dell’Ump di centro-destra (precursore dei Repubblicani attuali). Nel 2002, Jean-Marie Le Pen è stato sconfitto, ottenendo solo il 18 per cento dei voti, contro l’80 per cento di Chirac.
Come allora, è in corso la stessa manovra  contro Marine Le Pen. Macron consoliderà gli elettori dei repubblicani di Fillon e i socialisti di Hamon, e sarà proiettato a vincere con il 60 per cento contro Marine Le Pen.
In termini di voti, FN di Le Pen si è evoluto diventando una indubbia forza politica centrale nella politica francese. Durante il fine settimana, ha guadagnato circa 7,6 milioni, meno di un milione dietro Macron, e ben prima degli altri contendenti. La performance del suo partito ha superato quello del suo miglior risultato nelle elezioni comunali del 2015 quando il FN ha ottenuto 6,6 milioni di voti.
 
Tuttavia, il FN di Le Pen è ancora inquinato dalla sua associazione originale con il fascismo, il razzismo e l’antisemitismo. Le Pen afferma che l’etichettatura dei media mainstream del suo partito come di «estrema destra» è una calunnia. Preferisce chiamare il FN «nazionalista». In larga misura, l’avvocato di 48 anni è riuscita a «disintossicare» l’immagine del partito e lo ha posizionato come un movimento populista che si oppone al capitalismo globale e alla servilizzazione dell’Unione europea per la finanza aziendale.
 
Le Pen sta facendo campagna sulle politiche economiche di sinistra della “protezione sociale” e sul portare la Francia fuori dall’Unione europea, allo stesso modo della Brexit per la Gran Bretagna. Inoltre vuole abbandonare la NATO a guida Usa e chiede apertamente relazioni amichevoli con la Russia. Il FN punta a ripristinare il controllo nazionale sulle frontiere francesi e ad attuare grandi tagli nel numero degli immigrati. La sua denuncia   di «islamizzazione» della cultura francese le è valsa l’accusa di xenofobia.
Tuttavia, etichettare Le Pen e il FN come «un nemico dello stato» sembra essere una caricatura isterica. Il sospetto è che le politiche del suo partito che si oppongono al capitalismo globale, all’UE e alla NATO siano la vera fonte dell’animus dell’establishment, nascoste da accuse accuse di «razzismo, xenofobia e fascismo» e «nemico dello stato».
 
È notevole che i leader dell’UE si siano uniti a figure dell’stablishment francese  per sostenere Macron durante il fine settimana. Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker e il cancelliere tedesco Angela Merkel hanno risposto rapidamente per congratularsi con lui per aver vinto il primo turno presidenziale. A due settimane dal secondo e ultimo round, i commenti pubblici dei leader dell’Unione europea sembrano una flagrante interferenza nelle elezioni francesi. Tuttavia sottolineano l’urgenza per l’establishment politico in Francia e in tutta Europa di impedire a Le Pen di entrare all’Eliseo il 7 maggio.
Quanto a Macron, il branding del politico “centrista” ha l’aria inconfondibile di marketing slick dai poteri-that-be. Naturalmente, essendo proficuamente pro-UE, pro-NATO e gelido verso il leader russo Vladimir Putin, Macron è apprezzato agli occhi dello status quo.
Macron sostiene che, politicamente, non è “né di destra né di sinistra” e i media mainstream lo hanno brillantemente definito un “outsider” . Confronti sono stati fatti con John F Kennedy, Tony Blair e Barack Obama. Macron è presentato come il ragazzo d’oro della politica che porterà “speranza e cambiamento” per tutti.
 
Solo in un senso crudo e superficiale Macron potrebbe essere descritto come «un outsider» che sta forgiando una «nuova politica». È vero che non ha mai ricoperto una carica elettiva e che ha fondato il suo partito politico, En Marche!, solo un anno fa.
Ma Macron è espressione dell’establishment e dello status quo. Con un’educazione d’élite, ha lavorato come ex banchiere di   Rothschild  prima di essere nominato ministro dell’economia  da Francois Hollande, quattro anni fa. In quel posto è stato l’architetto delle «riforme»  «pro-business» ampiamente odiate, che il governo di Hollande è stato costretto ad adottare con decreto, nonostante le massicce proteste pubbliche.
 
Macron ha abbandonato abilmente il suo posto di ministro in anticipo per entrare nella corsa presidenziale e prendere le distanze dai socialisti al governo largamente invisi alla popolazione. Il governo di Hollande (2012-2017) ha servito come sostenitore ardente del capitalismo neoliberista al servizio della finanza globale. Questo è in parte il motivo per cui il  successore di Hollande, Benoit Hamon, ha vissuto un tracollo elettorale , mentre Jean-Luc Melénchon  è emerso con un sostegno rispettabile.
 
Quindi, Macron non è certamente «estraneo»  dello status quo. Questo è solo marketing per assicurare che impedisca la vittoria della le Le Pen.  Macron si rivelerà essere un servo del capitalismo globale, l’Unione europea e la NATO, e un colpevole economico nei confronti della classe operaia.
La lista dei sostenitori di Macron dice molto. Essa comprende: il presidente incaricato Francois Hollande e l’attuale primo ministro Bernard Cazeneuve, il ministro degli esteri Jean-Marc Ayrault e il ministro della difesa Jean-Yves Le Drian. Oltre all’intera leadership repubblicana del centro-destra. Questi due partiti sono stati rigettati solidamente al primo turno delle elezioni presidenziali. Eppure ora appoggiano Macron, il supposto «outsider». Ciò significa che i politici francesi falliti hanno generato altri politici francesi falliti. Wow, che cambiamento!
Notizia del: 26/04/2017

Macron presidente? Non illudetevi, sarà un nuovo Hollande

macron-rothschildEmmanuel Macron è stato eletto e non è certo una sorpresa. La sua è una vittoria annunciata e, se gli exit polls saranno confermati, ben oltre le previsioni.
 
E ora dobbiamo chiederci: che presidente sarà? So di andare controcorrente ma Macron non rappresenta, a mio giudizio, una vera novità politica ovvero non costituisce il cambiamento che  ha promesso in campagna elettorale. D’altronde, pensateci bene: come può un uomo che è stato consigliere dell’Eliseo e poi ministro dell’economia di un governo socialista incarnare un movimento politico se non rivoluzionario perlomeno molto innovativo, considerando che poco più di un anno fa “En marche!” non esisteva nemmeno?
Come può un ex banchiere rappresentare le istanze del socialismo e della sinistra?
I veri movimenti sorti dal nulla richiedono tempi di incubazione e di crescita più lunghi, vedi il lungo percorso della Lega Nord in Italia e, in tempi più recenti, del Movimento 5 Stelle  o di Podemos in Spagna.
In realtà Macron è, da sempre, un rappresentante dell’establishment e la sua ascesa è frutto di una brillante quanto spregiudicata operazione di marketing politico.
Ragioniamo. Sulla Francia incombeva un rischio: che  dopo la Brexit e  la vittoria di Trump, il vento del cambiamento si imponesse anche qui, spazzando via i due partiti tradizionali, sia quello socialista sia l’Ump, accomunati, agli occhi degli elettori, da lunghi anni di promesse tradite. Come scongiurarlo? Puntando sul nuovo, ma teleguidandolo. Dunque, più precisamente, presentando il vecchio vestito di nuovo.
Attenzione: non si tratta di congetture. Jacques Attali nell’aprile del 2016 pronosticava che uno sconosciuto avrebbe vinto le presidenziali del 2017 e indicava due possibili nomi: Emmanuel Macron a sinistra e Bruno  Le Maire. Vedi questo video in cui tra l’altro afferma che sarebbe stato lui a riempire di contenuti il programma di Macron.
Jacques Attali è uno dei personaggi più influenti in Francia sin dai tempi di Mitterrand, un francese globalista, convinto europeista, introdotto e stimato nell’establishment internazionale.  Era l’eminenza grigia di Mitterrand, poi è stato consigliere di Sarkozy ed era considerato da Hollande. Trasversale, come molti dei membri dell’élite che contano davvero in Francia e non.
Con queste premesse non è difficile scremare la retorica elettorale per decriptare le intenzioni  di Macron, il quale  non rappresenta il cambiamento ma la continuità. Sotto ogni punto di vista, anche riguardo la sua personalità. Con lui i francesi otterranno il proseguimento delle politiche di Hollande, che, paradossalmente, tanto hanno odiato.
 
Naturalmente il nuovo presidente non si scoprirà subito. Prima dovrà riuscire ad ottenere la maggioranza alle legislative di giugno e non sarà facile, poi beneficerà, come sempre, di un periodo di grazia ma nell’arco di qualche mese mostrerà il suo vero volto e le sue vere intenzioni. Temo che sarà una profonda delusione per molti dei suoi sostenitori, anche a sinistra.
L’uomo giusto per la Francia di oggi era Fillon, ma non era gradito a quell’establishment che infatti lo ha azzoppato.
 
E Marine Le Pen? Per portare a compimento la rimonta impossibile avrebbe dovuto vincere, anzi stravincere il confronto televisivo. E questo non è avvenuto per l’incapacità di mostrarsi presidenziale e propositiva nella seconda parte del dibattito di mercoledì sera. Anche la scelta di denunciare i presunti conti segreti alle Bahamas  di Macron è stata azzardata: queste cose le fai se ne sei sicurissimo altrimenti ti si ritorcono contro. Aggiungete la presunta gaffe con il Corriere della Sera  e gli echi del cosiddetto Macronleaks (le email trafugate), che, contrariamente a quanto scritto da molti giornali, hanno rafforzato il candidato di “En marche!”  permettendogli di presentarsi come vittima di una macchinazione.
 
La campagna di Marine Le Pen è stata ben strutturata e, per nove decimi, riuscita: il suo scopo era di presentarsi come un candidato sempre più neogollista e sempre meno Front National ma ha sbagliato la volata finale, contraddicendosi. Per stanchezza o forse in seguito a una suggestione. E possibile che lei e il suo stratega Florian Philippot abbiano pensato di replicare le tattiche  di Trump,  alzando i toni e sparando ogni cartuccia (conti alle Bahamas) . Ma la Francia non è l’America. E le svolte improvvise sono sempre rischiose. Se ti ispiri a De Gaulle non puoi comportarti d’un tratto come Trump.  Negli ultimi tre giorni della campagna la Le Pen ha bruciato i progressi fatti negli ultimi dieci.
 
Il suo è comunque un risultato storico, mai un candidato del Fronte aveva ottenuto tanti consensi, praticamente raddoppiati rispetto al 17,8% di Jean-Marie Le Pen nel 2002.
Resta un dato di fondo: se sommate i voti ottenuti al primo turno a destra dalla Le Pen e da Dupont-Aignan e a sinistra da Mélenchon, risulta che quasi il 50% dei francesi ha votato per partiti in aperta rottura con l’establishment, quasi anti-sistema. Questo significa che il malessere francese è profondo ed è destinato ad aumentare se l’economia francese non ricomincerà a crescere davvero e se la società francese non troverà un  nuovo slancio. Quel che l’élite alla Jacques Attali è incapace di realizzare da oltre un decennio.
Come dire: risentiremo parlare della Le Pen e di Mélenchon.
di Marcello Foa – 07/05/2017 Fonte: Marcello Foa

Il predestinato del Club Bilderberg

Dico la mia (e poi mi taccio) sulle elezioni presidenziali francesi. Apprendo da Internet macron attali2delle trame di Jacques Attali, il banchiere gran suggeritore di strategie mondialiste e stratega impegnato nella distruzione di identità, diritti, garanzie sociali in nome del potere finanziario internazionale senza volto (ma con molto culo), quel progressismo liberal che tanto piace anche ai coglioncelli liberali nostrani.
Apprendo quindi che fu Attali nel 2014 a presentare alla riunio…ne di quelli che tramano nel Club Bilderberg, questa sua giovane creatura di plastica in grado di rimpiazzare la rovinosa caduta del piccione Hollande e dare la mazzata finale allo Stato sociale in versione francese.
 
Da subito il promettente Macron si mise all’opera nel governo del Presidente che i francesi avevano scelto in massa dimostrando già allora la forte propensione ad essere fregati alla grande.
Dalla penna di Macron – divenuto ministro del piccione – infatti è uscita la legge che ha distrutto le garanzie del lavoro, premessa antisociale ad una serie di altri provvedimenti “global” come la svendita dei gioielli di famiglia dell’industria francese.
Non ci resta che stare a vedere cosa combinerà su questa strada la marionetta locale del Bilderberg anche se non ci vuole molta fantasia per indovinarlo.
Certo è che le strategie mediatiche dei vampiri internazionali si vanno sempre più affinando e le tecniche di controllo (del pensiero) di chi ancora cerca di contrastarle stanno sempre più diventando poliziesche.
Un altro piccolo esempio ci viene dalle elezioni tedesche di ieri in un Land, lo Schleswig-Holstein, nel quale come avevo facilmente previsto tempo fa sulla mia bacheca fb, i votanti locali hanno potuto scegliere con cosa suicidarsi, se con il cappio o con una revolverata, ovvero tra la Merdel e quella faccia da Kapò (per dirla una volta tanto con una immagine azzeccata da quell’altro bel tipo del Berlusca) di Schulz.
 
Anche in questo caso, gli “alternativi” locali dell’AfD (Alternative für Deutschland) che volavano nei sondaggi poco tempo fa, hanno visto un travaso di elettori dal loro campo a quello della Merdel, tentativo estremo (montanellianamente turandosi il naso) di bloccare l’avanzata del più spinto globalizzatore locale, probabilmente peggiore della democristiana dell’Est.
 
Il risultato, ai fini delle strategie mondialiste non cambia ma anche qui i cosiddetti “antieuropeisti” (che probabilmente sono veri europeisti a leggere la loro stampa!) sono stati messi nell’angolo dal quale difficilmente – almeno per il momento – riusciranno a muoversi.
Quando verrà il tempo che gli infamati messi nei ghetti di destra e di sinistra dai loro nemici “centristi” la smetteranno di finire nella trappola degli schemi del passato e si uniranno per rovesciare il sistema che tutti vuol rendere schiavi senza volto e identità?
 
[Nella foto, burattinaio e burattino: Attali e Macron]
di Amerino Griffini – 08/05/2017 Fonte: Amerino Griffini

No TAV – Comunicato Stampa 18 maggio 2017 – Lettera Aperta alle Istituzioni della Repubblica – Occorre fermare il Decreto “Cavallo di Troia”

PresidioEuropa

Movimento No TAV

Comunicato Stampa

18 maggio 2017

http://www.presidioeuropa.net/blog/?p=12120

Lettera Aperta alle Istituzioni della Repubblica

Occorre fermare il Decreto “Cavallo di Troia” che distrae fondi

pubblici per la Torino-Lione, una Grande Opera Inutile e Imposta

Il Senatore valsusino No TAV Marco Scibona ha scritto ieri alle più alte Istituzioni della Repubblica una Lettera Aperta nella quale chiede loro se “volete abdicare ai Vostri ruoli istituzionali permettendo che in questo Paese continui ad essere considerata straordinaria, necessaria ed urgente la distribuzione di fondi pubblici per appalti di opere e servizi non necessari ?”

La domanda è legittima alla luce del vergognoso utilizzo del Decreto Legge n. 50 del 24 aprile 2017 quale cavallo di troia utile ad introdurre un intervento derogatorio alla normativa vigente in tema di approvazione delle Opere Pubbliche. E tale intervento derogatorio, considerato dal Governo “eccezionale ed imprescindibile al Paese”, non ha ad oggetto le necessarie opere riferite alle zone colpite dagli eventi sismici bensì il TAV Torino Lione.

Per comprendere il senso delle dure parole scritte nella Lettera Aperta basta leggere con attenzione il comma  9 dell’Art. 47 del Decreto Legge n. 50 del 24 aprile 2017 (cfr. in basso) “Disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo”, che contiene un intervento derogatorio che non riguarda la sistemazione dei territori colpiti dal sisma ma, al contrario di quanto chiesto dai cittadini, sblocca e rende disponibili 2,5 miliardi di € per la Torino-Lione.

Questo Decreto consente l’avvio dei lavori propedeutici dell’intera opera TAV Torino Lione – opere in Italia e in Francia – in assenza di qualsivoglia delibera autorizzativa del CIPE. Ricordiamo che è attribuita al CIPE la competenza ad approvare il progetto definitivo dell’intera Sezione transfrontaliera della Nuova Linea Ferroviaria Torino Lione (art. 3 legge 5 gennaio 2017, n. 1 art. 3).

La Lettera Aperta termina sollecitando le Alte Istituzioni ad approfondire la “vergognosa strumentalizzazione del dolore delle popolazioni interessate ai passati eventi sismici” e “a reagire mettendo gli italiani in condizione di non vergognarsi più delle istituzioni del proprio paese”.

NOTA: Decreto Legge n. 50 del 24 aprile 2017 Art. 47 comma 9: Nelle more della sottoposizione al CIPE del progetto  definitivo della  sezione  transfrontaliera  della   nuova   linea   ferroviaria Torino-Lione ai fini dell’avvio della realizzazione dell’Opera con le modalità di cui all’articolo 2, commi 232, lettere b) e c),  e  233, della legge 23 dicembre 2009, n. 191, come  previsto  dalla  legge  5 gennaio 2017, n.  1,  sono  autorizzate  le  attività  propedeutiche all’avvio dei lavori a valere sulle risorse di  cui  all’articolo  1, comma  208,  della  legge  24  dicembre  2012,  n.  228  allo   scopo finalizzate a legislazione vigente. L’opera è  monitorata  ai  sensi del decreto legislativo 29 dicembre 2011, n. 229.

LETTERA APERTA 17 maggio 2017 : Sisma e Grandi Opere TAV

Al Presidente della Repubblica prof. Sergio Mattarella

Al Presidente del Senato della Repubblica on. Sen. Pietro Grasso

Alla Presidente della Camera dei Deputati on. Laura Boldrini

Ai Presidenti delle Regioni colpite dagli eventi sismici

Gentilissime Autorità,

svolgo alcune brevi ma allarmanti considerazioni sul contenuto del Decreto Legge n. 50 del 24 aprile 2017, avente, quale titolo, “disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo”, provvedimento attualmente in corso di conversione alla Camera dei Deputati.

Nel titolo si legge che il decreto ha ad oggetto i doverosi, straordinari, necessari ed urgenti “interventi per le zone colpite da eventi sismici”.

Vorrei soffermare la Vostra attenzione sul vergognoso utilizzo del titolo ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici quale “cavallo di troia” utile ad introdurre un intervento derogatorio alla normativa vigente in tema di approvazione delle Opere Pubbliche. E tale intervento derogatorio, considerato dal Governo “eccezionale ed imprescindibile al Paese”, non ha ad oggetto le necessarie opere riferite alle zone colpite dagli eventi sismici bensì il TAV Torino Lione.

Mi riferisco all’art. 47 comma 9 del Decreto Legge n. 50 del 24 aprile 2017 che, in spregio alla legislazione vigente, consente l’avvio dei lavori propedeutici dell’intera opera TAV – opere in Italia e in Francia – in assenza di qualsivoglia delibera autorizzativa del CIPE. Ricordo che al predetto Comitato è attribuita la competenza ad approvare il progetto definitivo dell’intera Sezione transfrontaliera della Nuova Linea Ferroviaria Torino Lione (art. 3 legge 5 gennaio 2017, n. 1 art. 3).

Il predetto intervento derogatorio risulta essere incomprensibile salvo per i soliti addetti ai lavori in conseguenza dell’immensa provvista di denaro che viene in tal modo sbloccata e resa disponibile: 2,5 miliardi di € !

Ritengo opportuno mettervi a conoscenza che l’attuale esecutivo, ed in particolare il Ministero delle Infrastrutture, artefice del vergognoso intervento derogatorio, è stato oggetto di recentissima censura da parte dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti per aver (il Ministero) sottoscritto l’aggiornamento del contratto di programma con RFI – di vari miliardi di € – in assenza dell’ obbligatorio parere della competente Autorità, violando, così il D. Lgs. 15 luglio 2015, n. 112, normativa quest’ultima in attuazione di direttiva UE in tema di concorrenza.

Gentilissime Autorità, volete abdicare ai Vostri ruoli istituzionali permettendo che in questo Paese continui ad essere considerata straordinaria, necessaria ed urgente la distribuzione di fondi pubblici per appalti di opere e servizi non necessari ?

Nulla ci hanno insegnato gli scandali delle “lenzuola d’oro”, l’arresto di Lorenzo Necci e tutto l’affare Tav definito da alcuni Giudici come “la madre di tutte le tangenti”, fino ad arrivare agli ultimi scandali che hanno creato un vero e proprio terremoto nel Ministero delle Infrastrutture con le dimissioni del capo del dicastero?

Vi siete accorti che al Ministero delle Infrastrutture nulla è cambiato e che il nuovo Ministro, in sostituzione di Incalza, al centro del citato scandalo, ha nominato un personaggio colpito da una citazione a giudizio avanti la Corte dei Conti campana per danno erariale?

Ritengo sia opportuno che Voi siate messi a conoscenza della vergognosa strumentalizzazione del dolore delle popolazioni interessate ai passati eventi sismici.

Alle persone oneste di questo paese riecheggiano ancora le risate di un rappresentante locale dell’esecutivo e le intercettazioni tra imprenditori e politici di vecchio corso dopo il terremoto dell’Aquila.

Vi chiedo di reagire e di mettere gli italiani in condizione di non vergognarsi più delle istituzioni del proprio paese.

Roma, 17 Maggio 2017

Senatore Marco Scibona

Segretario 8ª Commissione Lavori pubblici, comunicazioni

CON TRUMP TRA LE ZANNE DELLO STATO PROFONDO, SIRIA STRAZIATA, SQUARTATA, VENDUTA, DIFFAMATA

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2017/05/con-trump-tra-le-zanne-dello-stato.html

MONDOCANE

MERCOLEDÌ 17 MAGGIO 2017

Festival di fake news. E di risate omeriche, non fosse per l’esercito di intruppati che ogni fake news se la bevono con il gusto dell’apericena. E se ne sentono confortati nel loro imbecille convincimento di stare dalla parte dei buoni e giusti, cosa che gli caccia nell’angolo più remoto del cervello la sgradevole sensazione, incorporata nell’ultima cellula cerebrale non contaminata, che, forse forse, i buoni e giusti sono una spaventosa manica di mascalzoni.

Auschwitz a Damasco. E le tappe per arrivarci.

Per la prima bufala e, per imperizia, disinvoltura, carattere circense, probabilmente quella destinata a maggiore diffusione e successo, il “forno crematorio di Assad” scoperto dal Dipartimento di Stato, c’è stata l’oculata preparazione della dependance di quel Ministero, Amnesty International, con il liscia e busso al presidente Siriano dell’indimenticabile impiccagione, dal 2014 al 2016, di un numero tra 3000 e 13mila detenuti, nella prigione di Saydnaya, fuori Damasco. C’è voluta tutta la buona disposizione al servaggio decerebrato del  “milieu” che sostiene il nostro regime-gangster, come tutta l’improntitudine dei giornaloni e delle televisionone Usa, redatti a distanza da Tel Aviv, nell’approfittare del coma non vigile  del pubblico americano, per accreditare una bambocciata di tale carenza di professionalità. Infatti, un po’ per quell’onirico vagolare tra una cifra minima e una massima di strozzati da Assad, un po’ per le solite fonti abborracciate dell’organo umanitario facilitatore delle guerre imperiali, fonti perlopiù esterne, tutte anonime e del tipo “sentito dire – passa parola”, il rapporto bomba di questi militanti delle cause Regeni-Del Grande, ebbe lo scoppio limitato e la risonanza breve di un petardo.

L’ex-capa kazara di Amnesty e di HRW

Un precedente preludio, tanto più schifoso quanto più grottesco, programmato per arrivare poi al forno crematorio, con il suo valore aggiunto dell’odore di carne bruciata da olocausto hitlerista, erano state le foto dell’anonimo Cesar, presunto fotografo di regime, cui il regime, evidentemente consapevole del proprio tornaconto, aveva consentito di fotografare migliaia di sue vittime torturate e mutilate e poi di portarsi via le foto per distribuirle a matrimoni e comunioni nei paesi civili. Nonostante i tentativi di molti scemi del villaggio mediatico di rianimare questa carogna di notizia, l’operazione fallì quando parecchi siriani riconobbero tra le foto i volti dei loro cari, soldati caduti in battaglia e regolarmente sepolti sotto i loro occhi.

La tragicomica vicenda del forno crematorio nella prigione siriana viaggia sulle ali spennate di alcune vecchie foto satellitari commerciali che mostrano il complesso carcerario e lavori strutturali attorno a un edificio. Cioè zero via zero, quanto a esistenza di crematori. Inventarli, si sa, produce effetti poderosi nel tempo. Pensate a cosa è arrivato un tecnico Usa, solo e sbertucciato nella schiera di esperti che si sono scompisciati in tutto il mondo, per dimostrare l’assunto: a un certo punto la neve sul tetto di un edificio si è sciolta. Ergo, sotto c’erano le fiamme. Mica una caldaia, mica una centrale di riscaldamento. No, un forno crematorio. E Mengele era stato visto passare di là.

I detenuti impiccati, i forni crematori dove li si bruciava al ritmo olimpionico di 50 al giorno, i ripetuti bombardamenti al gas nervino, gli ospedali pediatrici di Medici Senza Frontiere colpiti apposta e accanitamente, tutta una serie di formidabili scoperte regolarmente fatte alla vigilia di qualche scadenza, tipo, ora, l’incontro di Ginevra, o di qualche mossa pro-pace di Putin, o di qualche avanzata delle truppe patriottiche, sono trasparenti tentativi di arrivare a un tale grado di indignazione di massa, da consentire all’Idra a tre teste, Usa (cum Nato) – UE – Israele (cum lobby),  l’ennesimo staticidio

E Trump? Spaccone, incompetente, bislacco, imprevedibile, forse anche un po’ fuori di testa (niente rispetto a predecessori e rivali). Ma il dato centrale è che coloro che non hanno accettato l’esito delle, per loro, democratiche elezioni presidenziali e ne vogliono rovesciare il vincitore, Donald Trump lo tengono per le palle. Così, mentre si apprestava a condividere con i russi una sistemazione della Siria, catastrofica per i siriani,  ma di relativa soddisfazione per le maggiori parti in causa, gli hanno schiaffato tra i piedi il forno crematorio e ne hanno silenziato gli scambi con Putin e con Lavrov con le urla scomposte del solito pendaglio da forca israeliano, Il ministro Yoav Galan: “Giustiziano la gente, effettuano attacchi chimici sul popolo, bruciano cadaveri come 70 anni fa… è nientemeno che un genocidio… la linea rossa è superata, è arrivato il momento di assassinare Assad”. L’uomo, membro rumoroso ma consapevole di una conventicola che dell’assassinio ha fatto la propria ragione di vita, salivava mentre lo diceva. E un pensierino lo faceva anche sul Consigliere di Trump per la sicurezza nazionale, McMaster, che, in due infami occasioni, si era rifiutato di riconoscere al territorio rivendicato da Israele il Muro del Pianto.

Lo Stato profondo Usa

E’ la guerra  di Hillary, neocon, Cia, Sion

Fatto fuori da Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, per contatti con l’ambasciatore russo assolutamente legittimi, ora la tenaglia si chiude sul presidente stesso. L’accusa da impeachment è di aver rivelato al ministro degli esteri e all’ambasciatore russi segreti dell’ intelligence. La manina è sempre quella israeliana. Da lì sarebbe venuto l’avvertimento che l’Isis stava preparando attentati al tablet sugli aerei. Dal momento che tra i primissimi burattinai di Isis ci sono gli israeliani in combutta con i neocon americani , la minaccia era assolutamente credibile. Ed era non solo legittimo, ma doveroso, per il presidente Usa comunicare la cosa al suo partner russo. E’ o non è sancito da due titolari della Casa Bianca in successione, e fin dall’epifania del mercenariato imperiale in Siria e Iraq, che il terrorismo andava combattuto assieme?

E allora cosa andavano cercando gli organi telescritti nelle centrali del Mossad e integrati dalla Cia, Washington Post e New York Times, quando accusavanoTrump di aver spifferato al “nemico” segreti di Stato? Seccati perché un progettino di quelli all’israeliana era stato sventato? O piuttosto, o anche, all’affannosa ricerca del pretesto finale per abbattere Trump e andare avanti con l’assassinio di Assad, l’annientamento della Siria, la Grande Israele, la guerra all’Iran, alla Russia, alla Cina, alla galassia?


Ultranazi all’assalto delle istituzioni

Chi, a forza di scaricare i suoi lanciafiamme su Trump, non conserva neanche un po’ di brace da lanciare su agevolatori e battistrada mediatici di Rothschild e del relativo complesso predatore e necrogeno di classe, dal New York Times al “manifesto”, si deve inevitabilmente considerare complice di una manovra eversiva che punta al sovvertimento degli ultimi rimasugli delle istituzioni statunitensi. Siamo all’alto tradimento di una cosca di felloni impegnati alla definitiva realizzazione del piano neocon per il Nuovo Secolo Americano (PNAC) o, meglio, talmudista-statunitense. L’abbattimento di Trump, attraverso impeachment, o soluzione più drastica, qualunque giudizio si dia dello strampalato personaggio, introduce alla dittatura mondiale e a qualcosa di molto simile alla fine del mondo.

Siria per Putin e tutti noi: hic Rhodus, hic salta

Il reiterato sforzo, da parte dei massimi stragisti della storia, di attribuire ad Assad – impunito e irriducibile difensore del suo popolo e, dunque dell’umanità tutta – carneficine di ogni tipo serve, nella congiuntura, anche come arma di distrazione di massa dagli ininterrotti eccidi operati dagli Usa e dalla loro coalizione aerea sui civili di Siria e Iraq. Non c’è giorno che donne, bambini, uomini di questi due paesi non vengano massacrati da bombe che poi si dicono dirette su concentramenti di jihadisti. A Mosul, Deir Ezzor, Raqqa, in tutte le aree dove si svolgono combattimenti veri o presunti, piovono bombe sui civili e sulle rimanenti infrastrutture che gli consentono la sopravvivenza. Spesso, come a Deir Ezzor, il bersaglio è lo stesso l’esercito arabo siriano quando va mettendo in difficoltà le bande terroriste di obbedienza USraeliana.

Perché, dichiarando all’universo mondo di voler combattere quel  terrorismo islamico che ferisce lo stesso Occidente di cui gli Usa si dicono vindici e difensori, poi gli spianano la strada svuotando di popolazioni, ovviamente non complici, i territori che quel terrorismo occupa e impedendone la liberazione da parte dell’esercito legittimo? Saperlo non è difficile. Questa guerra non è guidata dal “comander in chief” Trump. Trump, sapendo di aver i rottweiler dello Stato Profondo, Cia, FBI, neocon, i clintoniani, le grandi multinazionali, pezzi di Pentagono, alle calcagna, ogni tanto gli butta un boccone. Tipo l’attacco missilistico alla base aerea siriana di Al Shayat, in buona misura inefficaci e fuori bersaglio. Per poi – anatema ! – tentare di riprendere il vecchio filo del dialogo con i russi.

Questa guerra è condotta e diretta dallo Stato Profondo che punta allo scontro diretto e globale. Ne campa. Ne campano i suoi caveau. Dalla strage di civili, un po’ affidati ai mercenari, un po’ alle proprie bombe, si aspetta lo spopolamento della Siria. Sia per eliminazione fisica, sia per quella fuga per la quale jihadisti e bombe sono il push factor e le navi delle Ong, Soros e suoi militanti umanitari, accoglitori universali,  il pull factor. In questo, in qualche modo, siriani ed europei, specie quelli del Sud, sono uniti dalla comune sorte di vittime, per vari gradi, dello stesso mostro.

Di fronte a tutto questo, fidandosi di chi non si dovrebbero mai fidare, i russi si sono inventati le quattro aree di de-escalation, di riduzione del danno per così dire. Una è quella di Idlib, dove sono e resteranno i turchi. Le altre sono enclavi di varie formazioni terroriste e dei relativi sponsor esterni a Damasco: Homs, Deraa, Quneitra. Il Kurdistan che passa da un pezzettino di Siria a un pezzettone grosso, perlopiù arabo prima della pulizia etnica curdo-americana, è ufficialmente riconosciuto. Come quello iracheno, raddoppiatosi nelle more. Gli iracheni si stanno riprendendo Mosul. Probabilmente in cambio accetteranno un Kurdistan indipendente su gran parte di terre e petrolio arabi. Sembra che ai siriani sia consentito di avanzare verso est a riprendersi almeno Deir Ezzor, da anni assediata. A Raqqa regnerà un proconsole curdo degli Usa, magari un farabutto narcos come Massud Barzani, di cui le nostre “sinistre” diranno che è Che Guevara. Forse nei due paesi-martiri si morirà di meno.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:06

L’Alta velocità non conviene. Ecco il bilancio tra costi e benefici

https://altreconomia.it/lalta-velocita-non-conviene-bilancio-costi-benefici/

di — 1 aprile 2017

A fronte di un investimento pubblico di 32 miliardi di euro in 11 anni, l’infrastruttura “veloce” non è in grado di restituire i vantaggi attesi. Secondo una ricerca, sarebbe meglio puntare sulla “capacità” delle linee esistenti

Tratto da Altreconomia 192 — Aprile 2017

Un “Frecciarossa”
in arrivo alla stazione di Milano Centrale - http://www.rail-pictures.com
Un “Frecciarossa” in arrivo alla stazione di Milano Centrale – http://www.rail-pictures.com
Si parte: il 2 marzo è stato assegnato il contratto per la progettazione e la realizzazione dei primi 15 chilometri della linea ferroviaria Alta velocità (AV)/Alta capacità (AC) tra Napoli e Bari, quelli tra il capoluogo campano e Cancello (CE). L’intervento ha un valore di 397 milioni di euro, pari al 6,4% del costo complessivo dell’opera, che al 31 dicembre del 2016 veniva stimato dal ministero delle Infrastrutture in 6,17 miliardi di euro. Italferr, società del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, ha assegnato l’appalto a un inedito consorzio d’imprese formato da Salini Impregilo (60%) e Astaldi (40%), che sono rispettivamente il primo e il secondo tra i gruppi italiani nel settore delle costruzioni.

L’intervento è complesso: per raggiungere Bari da Napoli questa linea Av dovrà in qualche modo superare l’Appennino -e la tratta Bologna-Firenze, l’unica che lo fa, è la più costosa tra quelle realizzate a partire dagli anni Novanta, con un costo stimato di 68 milioni di euro a chilometro-. Ad oggi, inoltre, non è possibile nemmeno stabilire se verrà mai completata, perché il 43% del budget è senza copertura finanziaria.

Si parte, però, senza aver analizzato costi e benefici dell’ennesimo investimento pubblico sull’AV ferroviaria, che AC non è perché “ad oggi nessun treno merci ha mai usato la linea”, come sottolinea Paolo Beria, professore di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano e direttore del Laboratorio di politica dei trasporti dell’ateneo (http://www.traspol.polimi.it). Beria è autore, con Raffaele Grimaldi, di un’analisi su costi e benefici dell’Alta velocità in Italia, “un’analisi di carattere socio-economico”, spiega, che non guarda cioè ai bilanci di Trenitalia (la società del gruppo Fs che fa correre i treni) e di NTV spa, i due operatori che usano la rete, ma “ai vantaggi per gli utenti e per l’ambiente, con la riduzione delle esternalità negative legate, ad esempio, agli spostamenti effettuati in auto o in aereo”.

A undici anni dall’inaugurazione della Torino-Novara, il primo segmento dell’Alta velocità, e ad otto dall’apertura della Torino-Salerno, il risultato esposto nel paper di Beria e Grimaldi è chiaro: il rapporto tra benefici netti e investimenti (l’acronimo inglese è NBIR, Net Benefits Investment Ratio) è pari a 0,76. Questo significa che per ogni euro investito dal pubblico -complessivamente circa 32 miliardi di euro- ne siano tornati alla collettività i tre quarti, calcolati guardando agli effetti di una riduzione dei tempi di viaggio e di attesa, ma anche alla crescita dell’utenza e a una riduzione media delle tariffe legato alla presenza, dal 2012, di due operatori sulla linea. Solo considerando “l’effetto rete”, ovvero i vantaggi legati all’incremento del traffico anche su linee non Av, come la Firenze-Roma, si può arrivare a un indice di 1,01, che “non è granchè a fronte di un investimento di  32 miliardi -sottolinea Beria-. Cinque anni fa, in un altro lavoro, ci chiedevamo quanti passeggeri fossero necessari per avere un rapporto ottimale tra costi e benefici” spiega Beria: la risposta (altreconomia.it/il-flop-dellalta-velocita) era che forse la Milano-Bologna avrebbe saputo attirare una domanda adeguata, cosa che è poi avvenuta. Il flop maggiore resta, nel 2017 come nel 2012, quello della Torino-Milano, incredibilmente -è tutta in pianura- costata 54 milioni di euro a chilometro. Il rapporto tra beneficio netto e investimenti è 0,40.
Analizzando il caso italiano, Beria e Grimaldi scrivono che “il beneficio diretto legato alla velocità è marginale”, mentre più importante è quello legato a un aumento della “capacità”, il numero di tracce occupabili dai treni. A determinate condizioni, cioè, potrebbe essere più efficace un raddoppio o una velocizzazione delle linee esistenti, con interventi solo tecnologici. Un esempio, riportato anche nel paper, riguarda la Milano-Venezia, che è ancora in fase di progettazione nella tratta tra Brescia e Padova (costo stimato al 31 dicembre 2016, 8,74 miliardi di euro): “Quando esistono tanti centri a una distanza ridotta, com’è tra Brescia, Verona, Vicenza e Padova, non c’è differenza se un treno viaggia a 250 o a 300 chilometri orari -sottolinea Beria-. In questi casi, i potenziali benefici legati a un raddoppio della capacità lungo la linea esistente potrebbero essere pari a quelli dell’Av, ma con un investimento ridotto” sottolinea Beria.

È possibile, però, anche far peggio. Il docente del Politecnico definisce “un pasticcio indissolubile” la vicenda della nuova stazione fiorentina dedicata all’Alta velocità (altreconomia.it/lalta-velocita-sotto-firenze), in costruzione nel quartiere Belfiore: “Non serve una stazione Av separata dai binari del traffico regionale, perché si perderebbe l’‘effetto rete’, e i conseguenti benefici legati a un risparmio nei tempi di viaggio. Come potrebbe raggiungere le altre località della Toscana chi arriva a Firenze con le Frecce?” si chiede Beria. Anche Rfi -la società del gruppo Fs che gestisce la rete- è arrivata nel gennaio del 2017 a mettere in discussione l’utilità dell’opera, ma intanto è stata scavata una “buca” di quasi un milione di metri cubi.
Se dall’analisi socio-economica di Beria e Grimaldi si passa alla lettura dei bilanci si scopre che i problemi con l’Alta velocità stanno anche altrove. Nel primo semestre del 2016, ad esempio, per la prima volta le Frecce hanno registrato un “rosso” a bilancio, con ricavi in calo di 22 milioni di euro rispetto allo stesso periodo del 2015.

Nel 2016, 1,37 milioni di italiani hanno utilizzato treni regionali di Trenitalia. I pendolari dell’Alta velocità, nello stesso periodo, sono stati meno di 10mila

A incidere negativamente sui conti è una riduzione del 2,5% del “ricavo medio unitario”. Trenitalia ha cioè ridotto le tariffe per rispondere alla concorrenza dei treni Italo di NTV. E mentre pianifica una parziale privatizzazione della società, con la quotazione in Borsa del ramo d’azienda dedicato alla “lunga percorrenza”, un perimetro che oltre alle Frecce tiene dentro gli Intercity, l’amministratore delegato del gruppo Fs Italiane, Renato Mazzoncini, va in Senato (il 24 gennaio scorso) a chiedere allo Stato di “sussidiare” i treni Alta velocità usati dai pendolari, in particolare sulla Torino-Milano e sulla Napoli-Roma. Propone la sottoscrizione di un contratto di servizio, che permetta al gestore di coprire i costi delle corse nelle fasce orarie dedicate agli abbonati, che al mattino e alla sera arrivano ad occupare fino a nove posti su dieci. Un “contratto” come quello rinnovato a gennaio 2017 per dieci anni, che riguarda gli Intercity: fino al 2026, Trenitalia riceverà dal ministero delle Infrastrutture 3,64 miliardi di euro per garantire ogni giorno 108 corse (e dieci in più nei fine settimana), arrivando a coprire in un anno “25,1 milioni di chilometri-treno”.

“Non è stata fatta alcuna vera ‘gara’ -sottolinea il professor Beria-, e siccome tutta la lunga percorrenza verrà privatizzata si tratta di un ‘regalo’ anche ai futuri azionisti”. Che lo Stato continui a sostenere lo sviluppo industriale delle Fs è evidente anche guardando al Piano industriale 2017-2026 del gruppo: su 94,5 miliardi di euro di investimenti previsti, appena 23,2 (il 24,5%) sono in regime auto-finanziamento. Resta una domanda senza risposta: l’azionista unico, e principale finanziatore del gruppo, ha anche il potere di indirizzarne le politiche? Secondo il rapporto Pendolaria 2016 di Legambiente, diffuso a gennaio 2017, ogni giorno dello scorso anno 1,37 milioni di italiani hanno utilizzato i convogli regionali di Trenitalia, mentre i pendolari dell’Alta velocità sono meno di diecimila. Il Parlamento e l’opinione pubblica, però, hanno discusso più del paventato aumento del costo per gli abbonamenti Av, che non dei 412 chilometri di rete ordinaria che risulta “sospesa” per inagibilità dell’infrastruttura, o della riduzione complessiva del servizio Intercity, che nel 2010 copriva una distanza superiore del 20 per cento rispetto a quella prevista nel rinnovato contratto di servizio.

“Una soluzione plausibile per i pendolari sono dei buoni regionali veloci (RV), che costano, ma almeno danno benefici a tutti gli utenti; purtroppo, si è preferito ‘forzare’ questi clienti sui segmenti di mercato, riducendo l’offerta Intercity e ‘spezzando’ i RV” sottolinea Beria. Oggi che il costo degli abbonamenti Av diventa per molti utenti insostenibile, siamo di fronte a un corto-circuito. Sarebbe stata forse sufficiente un’analisi costi-benefici, prima degli investimenti, per valutare anche opzioni alternative. E invece nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) Trenitalia ha speso 6 milioni di euro per ristrutturare le carrozze dei vecchi Ic, e 5 milioni per modernizzare le carrozze Bistrot dei convogli Frecciarossa ETR 500. Diciotto ETR 1000 sono costati 623 milioni di euro; con la stessa cifra, avrebbe potuto acquistare cento complessi Jazz dedicati al trasporto regionale (ne sono stati comprati  41, investendo 250 milioni di euro).

Sisma e Opere TAV

Al Presidente della Repubblica prof. Sergio Mattarella

Al Presidente del Senato della Repubblica on. Sen. Pietro Grasso

Alla Presidente della Camera dei Deputati on. Laura Boldrini

Ai Presidenti delle Regioni colpite dagli eventi sismici

Gentilissime Autorità,

svolgo alcune brevi ma allarmanti considerazioni sul contenuto del Decreto Legge n. 50 del 24 aprile 2017, avente, quale titolo, “disposizioni urgenti in materia finanziaria, iniziative a favore degli enti territoriali, ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici e misure per lo sviluppo”, provvedimento attualmente in corso di conversione alla Camera dei Deputati.

Nel titolo si legge che il decreto ha ad oggetto i doverosi, straordinari, necessari ed urgenti “interventi per le zone colpite da eventi sismici”.

Vorrei soffermare la Vostra attenzione sul vergognoso utilizzo del titolo ulteriori interventi per le zone colpite da eventi sismici quale “cavallo di troia” utile ad introdurre un intervento derogatorio alla normativa vigente in tema di approvazione delle Opere Pubbliche. E tale intervento derogatorio, considerato dal Governo “eccezionale ed imprescindibile al Paese”, non ha ad oggetto le necessarie opere riferite alle zone colpite dagli eventi sismici bensì il TAV Torino Lione.

Mi riferisco all’art. 47 comma 9 del Decreto Legge n. 50 del 24 aprile 2017 che, in spregio alla legislazione vigente, consente l’avvio dei lavori propedeutici dell’intera opera TAV – opere in Italia e in Francia – in assenza di qualsivoglia delibera autorizzativa del CIPE. Ricordo che al predetto Comitato è attribuita la competenza ad approvare il progetto definitivo dell’intera Sezione transfrontaliera della Nuova Linea Ferroviaria Torino Lione (art. 3 legge 5 gennaio 2017, n. 1 art. 3).

Il predetto intervento derogatorio risulta essere incomprensibile salvo per i soliti addetti ai lavori in conseguenza dell’immensa provvista di denaro che viene in tal modo sbloccata e resa disponibile: 2,5 miliardi di € !

Ritengo opportuno mettervi a conoscenza che l’attuale esecutivo, ed in particolare il Ministero delle Infrastrutture, artefice del vergognoso intervento derogatorio, è stato oggetto di recentissima censura da parte dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti per aver (il Ministero) sottoscritto l’aggiornamento del contratto di programma con RFI – di vari miliardi di € – in assenza dell’ obbligatorio parere della competente Autorità, violando, così il D. Lgs. 15 luglio 2015, n. 112, normativa quest’ultima in attuazione di direttiva UE in tema di concorrenza.

Gentilissime Autorità, volete abdicare ai Vostri ruoli istituzionali permettendo che in questo Paese continui ad essere considerata straordinaria, necessaria ed urgente la distribuzione di fondi pubblici per appalti di opere e servizi non necessari ?

Nulla ci hanno insegnato gli scandali delle “lenzuola d’oro”, l’arresto di Lorenzo Necci e tutto l’affare Tav definito da alcuni Giudici come “la madre di tutte le tangenti”, fino ad arrivare agli ultimi scandali che hanno creato un vero e proprio terremoto nel Ministero delle Infrastrutture con le dimissioni del capo del dicastero?

Vi siete accorti che al Ministero delle Infrastrutture nulla è cambiato e che il nuovo Ministro, in sostituzione di Incalza, al centro del citato scandalo, ha nominato un personaggio colpito da una citazione a giudizio avanti la Corte dei Conti campana per danno erariale?

Ritengo sia opportuno che Voi siate messi a conoscenza della vergognosa strumentalizzazione del dolore delle popolazioni interessate ai passati eventi sismici.

Alle persone oneste di questo paese riecheggiano ancora le risate di un rappresentante locale dell’esecutivo e le intercettazioni tra imprenditori e politici di vecchio corso dopo il terremoto dell’Aquila.

Vi chiedo di reagire e di mettere gli italiani in condizione di non vergognarsi più delle istituzioni del proprio paese.

Roma, 17 Maggio 2017

Senatore Marco Scibona

Segretario 8a Commissione Lavori pubblici, comunicazioni.

Smascherato il piano Boldrini sull’immigrazione: SCOPERTA AGGHIACCIANTE!

http://www.videoelinkdivertenti.com/smascherato-il-piano-boldrini-sullimmigrazione-scoperta-agghiacciante/

Il video è estratto dal programma TV “La Gabbia” e smaschera una volta per tutte l’orribile e agghiacciante piano della Boldrini riguardo gli immigrati e i clandestini che giungono in massa in Italia. Cosa serve secondo voi per mantenere la popolazione italiana con l’attuale numero di 66 milioni di abitanti? Incentivi alle famiglie? Una riforma sul lavoro che permetta ai giovani di costruire una famiglia?

Boldrini Gabbia

Secondo la Boldrini NO! Secondo lei la soluzione è quella di far entrate 15 milioni di immigrati nei prossimi 5 anni! Avete capito bene… Tra qualche anno il piano della Boldrini prevede italiani sempre più poveri e tanti nuovi “schiavi” immigrati da far lavorare nei campi. Condividiamo questo video e cerchiamo di far aprire gli occhi ai buonisti che ancora non vogliono capire!

Messora Gabbia

LA CINA E LA TORINO-LIONE, IL MIRAGGIO DEL GOVERNO ITALIANO

Iniziativa OBOR – One Belt One Road

Gentiloni a Pechino siede accanto alla moglie del Presidente cinese


La vicinanza delle poltrone è stata indicata dai media italiani come “grande attenzione della Cina all’Italia”, una sorta di annuncio di prossimi investimenti cinesi in Italia. (Fonte http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/05/14/gentiloni-e-la-moglie-accanto-coppia-xi_08906633-d332-43dd-b06b-8162a7ce97aa.html)

In tempi di vacche magre, Gentiloni e Delrio sognano di certo che la Cina accorra in soccorso dell’Italia con copiosi investimenti infrastrutturali e magari adotti la Torino-Lione che, secondo l’Unione Europea e il Governo italiano, sarebbe l’anello mancante ai collegamenti ferroviari, economici e sociali tra l’Oriente e l’Occidente! Chiamparino direbbe: Esageruma nen! e per una volta saremmo d’accordo con lui.

A proposito di Via della Seta ricordiamo che nel 2012 era nato il fanta Progetto MIR, un’iniziativa russo-italiana del valore di €1315,6 miliardi per la creazione di una  “Nuova Via Ferroviaria della Seta” (http://mir-initiative.com/http://silkroad-forum.com/) sostenuta dall’ex sindaco di Torino Piero Fassino e da Mario Virano di TELT – che proprio per questo progetto ha ricevuto il 13 aprile scorso a Ginevra il premio del Carretto d’Oro per “il suo contributo al grande collegamento ferroviario ad alta velocità tra le principali città europee con la Russia e il Medio Oriente fino a Pechino.” (Fonte https://www.ferpress.it/golden-chariot-award-a-ginevra-mario-virano-ritira-il-premio-per-il-forum-delle-citta-della-via-della-seta/.

Virano ha affermato il 5 maggio 2016, all’inaugurazione della sede torinese di corso Regina Margherita 163 della Nuova Via Ferroviaria della Seta http://mir-initiative.com/news-and-media/forums-headquarters-opening.html : “L’inserimento in questo grande mercato globale è un’opportunità che non possiamo perdere”. http://www.lagenda.news/la-nuova-via-ferroviaria-della-seta-trova-casa-a-torino/ Si tratta ancora una volta di un tentativo italiano per accreditare l’utilità della Torino-Lione, con argomenti che possono solo confondere un’opinione pubblica disinformata sulle rotte dei traffici internazionali ma non certo gli operatori della logistica che sanno che la rotta ferroviaria più logica tra l’Europa occidentale verso oriente parte da Duisburg (Germania) e prosegue verso la Polonia, ecc. e non passa certo da Lione e Torino.

Consigliamo a questo proposito di visitare questa pagina http://mir-initiative.com/silk-metro/ per verificare la fanta super velocità dei treni della ditta MIR/Fassino/Virano (ad es. Torino/Mosca 7 ore per 7586 km alla media di 370 km/h).

Ma quale relazione esiste tra il progetto della Torino-Lione e la nuova Via della Seta – OBOR ? Nessuna !

Appare invece chiaro che la vera natura dell’iniziativa cinese  “Via della Seta – OBOR” è geopolitica ed ha l’obiettivo indiretto di ridurre l’importanza degli USA negli scambi mondiali (gli USA non partecipano al Forum OBOR del 14-15 maggio a Pechino) e di cambiare il baricentro del potere mondiale.

In queste ultime settimane i media nazionali ed internazionali hanno dato spazio alla “falsa” alternativa dell’uso del treno al posto delle navi sulla rotta Oriente-Occidente e fatto credere che “La nuova Via della Seta – OBOR” fosse un progetto di trasporto ferroviario al posto dei cammelli del passato.

Ma la questione dei trasporti ferroviari al posto delle navi è solo una boutade pubblicitaria che è stata colta al volo da Delrio, Virano-TELT, Fassino & C. per sostenere la quotazione dell’investimento della loro vita, la Grande Opera Inutile e Imposta Torino-Lione e il fanta progetto MIR.

E’ noto che la spedizione via mare è il sistema più efficiente di trasporto su lunga distanza (fonte http://www.worldshipping.org/pdf/liner_shipping_carbon_emissions_policy_presentation.pdf). Sul trasporto ferroviario su lunghissima distanza è stato scritto un argomentato articolo, tradotto in italiano Un treno che sbuffando sulla linea “One Belt, One Road” non arriva da nessuna parte qui  pubblicato: http://www.presidioeuropa.net/blog/?p=12058

Appare chiaro agli esperti che il transito di merci sotto le Alpi italo-francesi con un tunnel ferroviario di 57 km è totalmente fuori dalle prevalenti rotte mercantili e soprattutto non serve alle merci che, provenienti dall’Oriente, si dirigono via il canale di Suez in Europa giungendo nei porti del Pireo, di proprietà cinese, e in quelli del nord dell’Adriatico (in Italia: Marghera, Ravenna, Trieste, Koper in Slovenia e Rijeka in Croazia), per quindi proseguire verso i porti del nord Europa (Anversa, Rotterdam e Amburgo)

(fonte: http://www.ifaitaly.com/destinazioni-e-settori/211-i-cinque-porti-dell-adriatico-sulla-via-della-seta.html)  La mappa qui riprodotta indica le rotte terrestri e marittime dell’iniziativa OBOR.

L’iniziativa cinese OBOR (One Belt One Road) fu lanciata da Xi Jinping nel 2013 per “ripristinare lo storico status della Cina di potenza dominante dell’Asia”. (Fonte Tom Miller, autore di “China’s Asian Dream: Empire Building Along the New Silk Road,”

Per raggiungere questo obiettivo il Presidente Xi ha annunciato per l’iniziativa OBOR ulteriori fondi per un importo di 124 miliardi di dollari, inclusi prestiti, sovvenzioni e 8,7 miliardi di dollari in assistenza ai paesi in via di sviluppo. Secondo i media statali cinesi, circa un miliardo di dollari è già stato investito in OBOR, e altri trilioni di dollari dovranno essere investiti nel prossimo decennio.

Fonte http://edition.cnn.com/2017/05/13/asiachina-belt-and-road-forum-xi-putin-erdogan/

Questa ipotesi di OBOR come un progetto per “restaurare il dominio cinese” è stata confermata anche dal prof. Giovanni Andormino lo scorso 10 maggio nel corso della conferenza al MAO di Torino su la Via della Seta-OBOR.

(Nota  http://www.maotorino.it/it/eventi-e-mostre/calendario-completo-appuntamenti-occasione-della-mostra-dallantica-lla-nuova-della 10 maggio 2017, ore 18 Giovanni Andornino, Università degli Studi di Torino e Torino World Affairs Institute (T.wai), Le nuove Vie della Seta: la globalizzazione secondo Pechino e le implicazioni per l’Italia Incontro a cura de Il Mulino)

Il prof. Giovanni Andormino ha anche illustrato il ciclo economico cinese che pare ora procedere verso la parte discendente della parabola e ha affermato che, per sostenere la sua economia, la Cina avrebbe due possibilità: (i) redistribuire le enormi ricchezze accumulate creando servizi per la popolazione oppure (ii) investire le stesse ricchezze nella creazione di nuove infrastrutture di cui anche la Cina pare aver poco bisogno. Inutile dire che la Cina pare aver optato per la seconda soluzione, come in Italia.

E’ interessante sentire da un politologo, che tratta anche di economia politica, che l’opzione “grandi opere”, voluta dalla élite economica cinese che controlla le grandi imprese cinesi, crea una crescita drogata che non può che portare, prima o poi, ad un collasso economico. Pare che anche in questo caso la Cina copi dagli errori dell’Italia, della Francia e della Spagna.

Un collasso che sarebbe evitabile attraverso una eventuale crescita dovuta alla redistribuzione della ricchezza tramite l’offerta di servizi che stimola una crescita economica sana ed ecologicamente sostenibile e garantisce una vita migliore ai cittadini.

La CNN ha affermato che “A causa del declino dell’economia, la Cina ha sofferto per una una sovracapacità diffusa nelle industrie pesanti dell’acciaio, del cemento e dell’alluminio. I modi per affrontare la domanda interna diminuita includono il taglio di posti di lavoro – più di 1,2 milioni nel 2016 e nel 2017 – e l’espansione della domanda all’estero”.

“La Cina sta impiegando i propri capitali per aiutare altri Paesi a diventare più ricchi in modo da poter diventare clienti di prodotti cinesi e spedire la propria sovrapproduzione domestica al di fuori dei confini nazionali.

Fonte: http://edition.cnn.com/2017/05/11/asia/china-one-belt-one-road-explainer/index.html