COLPO SU COLPO VERSO LA GUERRA? —– TRUMP! E CHI SENNO’? —– LE BUFALE DELLE ANALISI, LE PANZANE DELLE PREVISIONI

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MONDOCANE

MERCOLEDÌ 8 GENNAIO 2020

Le guerre verranno fermate solo quando i soldati si rifiuteranno di combattere, quando gli operai rifiuteranno di caricare armi su navi e aerei, quando la gente boicotterà i presidi economici dell’Impero sparsi su tutto il globo” (Arundhati Roy. “Il potere pubblico nell’era dell’Impero)

Una prima risposta

La risposta iraniana, una prima risposta, è venuta subito. Da poche ore, sette milioni di iraniani avevano terminato il corteo funebre, quando dozzine di missili iraniani si sono abbattuti su due basi USA in Iraq, a Ain el Assad, nella provincia centrale di Anbar e a Irbil, Kurdistan iracheno. Qui alcune decine di militari italiani, lasciati lì col cinismo servile propri di tutti i nostri regimi dal 1945, l’hanno scampata nei bunker, dato che Tehran, consapevole del diritto di internazionale e delle pratiche di guerra quanto non lo sono gli USA e tutta la Nato, aveva dato preavviso dell’attacco alle autorità irachene.

E’ una prima ritorsione all’assassinio del generale Suleimani, ma è anche un monito a Washington e alla Coalizione, in linea con la richiesta di Baghdad, di togliersi di mezzo. A Tehran, nella mattinata successiva, è precipitato un aereo delle Ucraina Airlines (perfino l’Ucraina, dissestata più di noi, ha una sua compagnia di bandiera!). 177 le vittime.

Entrambe le parti minimizzano. Le 80 vittime dell’attacco missilistico iraniano non ci sarebbero, le 177 dell’aereo di linea sarebbero dovute a un guasto dopo il decollo. E’ probabile che il conto dei morti nelle basi sia esatto, e forse riduttivo, ma che la propaganda provi a sminuire l’efficacia dell’azione. Che nel caso dell’aereo caduto, potrebbe avere tutte le caratteristiche di un’operazione emulativa del principale alleato degli Usa nel Vicino Oriente.

Difficile fare previsioni come quelle in cui si avventurano i guru della geopolitica a seconda del vento che soffia (sono le apocalissi che fanno vendere i giornali), dato anche che il caso ha il suo ruolo in partita. Ragionevole sembrerebbe aspettarsi un ping pong di operazioni dei due avversari senza arrivare allo scontro generale, che Trump ha escluso nel suo messaggio a Rouhani. Non la vera potenza che lo condiziona e spesso lo manovra. Ma che per i nostri sapienti esperti politico-mediatici non esiste proprio. Guardate.

Fa tutto The Donald.  C’est plus facile


I quotidiani del 5 gennaio:
Excusatio non petita a reti unificate: ha fatto tutto Trump.

Il Messaggero: Trump ha ordinato di uccidere il generale
Il Tempo: Trump fa uccidere il n.2 dell’Iran
La Repubblica: Trump fa uccidere il generale
Corriere delle sera: Trump, dovevamo ucciderlo prima
La Stampa: eliminazione frutto della volontà di Trump
Libero: Evviva Trump
Il Giornale: Trump elimina il generale
Il Fatto: Trump uccide Soleimani
Il Piccolo: su ordine di Trump
El Paìs: attacco ordinato da Trump
WallSJ: decisione di Tump
Le Figaro: eliminazione su ordine di Trump
Le Monde: operazione ordinata da Trump

Dai destri supposti sinistri e dai destri orgogliosamente destri, il coro è unanime. E’ stato Trump, e chissenò? Ogni unanimità che così si stabilisce tra presunti e finti opposti e dalla quale ormai si distinguono solo singole voci in rete (sulla quale rete non per nulla si chiedono misure sempre più ferocemente censorie), punta a un risultato. Far fuori l’elemento estraneo e imprevisto alla testa della potenza più armata della Terra che, per uno scherzo fatto dai “deplorables” col loro voto sbagliato, così definiti da Hillary Clinton, ha sottratto la vittoria all’anima nera che avrebbe dovuto rappresentare il passato nero, il presente nero e il futuro nero degli Usa e del loro dominio sul mondo.

Il nero, il bianco e le anime nere

E qui la negrità del predecessore di Trump impallidisce al confronto col nero nerissimo della sua presidenza. Non è stato Obama quello delle 7 guerre, dell’installazione di barbarie terroristiche in mezzo mondo, onde giustificare gli interventi Usa e Nato, della militarizzazione della polizia domestica, con un’impennata di gente ammazzata dalla polizia? Non è stato colui che ha inaugurato gli assassinii extragiudiziali con drone, che ha espulso più migranti dagli Usa (1,5 milioni) di qualsiasi altro presidente, che ha proseguito e intensificato le extraordinary renditions di sospetti o fastidiosi  in carceri segrete della tortura in paesi compiacenti, carceri governate di persona da Gina Haaspel, oggi capa della Cia?

Donald Trump sarà pure l’imprevisto, colui che esce dal seminato, promettendo in campagna elettorale di fermare, almeno sospendere, almeno ridurre, una storia di interventi sanguinari, spesso genocidi (3,5 milioni nel solo Iraq). Interventi che le classi dirigenti si permettono in virtù di una tara genetica segnata da decine di milioni di autoctoni uccisi e di un’Africa la cui depredazione attuale supera in sterminii sociali ed economici quelli di tutte le potenze coloniali messe insieme. Ma è anche colui che, non avendo alle spalle una qualche lobby determinante come Wall Street, o il complesso militar-securitario-tecnologico e del controllo dell’industria della droga, sta nella Casa Bianca esposto a tutti i venti, ai quali sistematicamente gli tocca piegarsi. Per cui questo puntare da ogni parte frecce, colpe, responsabilità sul riportante giallo, non è solo la semplificazione del  pressapochismo mediatico che se la cava con l’unico protagonista, il moloch, a cui far risalire ogni cosa. Nasconde consapevolmente l’intero meccanismo che, in ogni apparato, fa muovere le persone, le cose, gli eventi e si adegua alla tendenza generale, diciamo allo Zeitgeist. E’ come riferire tutto il bello e il brutto a Prodi, Renzi, Conte, Andreotti, sorvolando su multinazionali, Vaticano, Bilderberg, massoneria, mafia….

Uno spirito del tempo che scaturisce sistematicamente dall’impunità delle classi dirigenti (vedi la virulenta opposizione alla prescrizione subito). Storicamente quella dell’ipercapitalismo USA, come storicamente impersonato dall’apparato politico bipartisan e, nelle contingenze, da quella che i poteri di vita e di morte negli Stati Uniti (le banche, gli armieri, le multinazionali, l’intelligence) decidono essere il loro rappresentante. L’altro ieri i neocon repubblicani, ieri e oggi i Democratici. Al di là della critica strumentale al crimine perpetrata contro il generale Qassem Soleimani, sono coloro che stanno cercando di rovesciare il verdetto pronunciato dagli elettori attraverso la farsa dell’impeachment, ad aver sulle mani il sangue dell’eroe iraniano. E altri oceani di sangue, con l’impunità confortata dall’oblio, dallo sterminio degli indiani a quello delle popolazioni nel Sud geopolitico del mondo.

Per Soleimani il meme degli sguatteri


Naturalmente le analisi di quelli che impeccabilmente sono definiti gli sguatteri non si discostano dal meme “E’ stato ucciso un massacratore di soldati americani (neanche uno) e che stava per commettere altre stragi di cittadini USA”. Dalla bugia al processo alle intenzioni. La colpa vera, come ho già scritto, essendo quella che in Iraq e Siria il probabile futuro leader dell’Iran, colui che avrebbe strappato il governo alla conventicola “moderata” che aveva sottoscritto con gli Usa l’accordo capestro e castrante sull’industria nucleare, aveva fatto fallire i piani di spartizione israeliano-americani delle nazioni arabe in staterelli etnico-confessionali. Non per impedire che entro dieci anni l’Iran si sarebbe fatto la bomba atomica, come qualche voce del Mossad ha inventato, ma per bloccare l’emancipazione industriale, fortemente in corso in quel paese, attraverso l’annullamento di un nucleare categoricamente civile, finalizzato a fornire isotopi sanitari ed elettricità a tutto il paese.

Non dimenticherò mai i medici volontari e i pazienti leucemici di Tehran che, in ambulatori improvvisati, sopperivano con trasfusioni al taglio dei medicinali imposto dalle sanzioni di Obama (li potete incontrare nel mio documentario “Target Iran”, insieme a tanti altri protagonisti dell’Iran indomito e antimperialista). Sanzioni che Obama mantenne e inasprì, a dispetto dell’accordo sul nucleare concepito, come le aperture a Cuba, per minare il paese dall’interno, piuttosto che attraverso costosi mezzi militari.

I sinistronzi nel gregge dei destri

Altro che i social! E’ la stampa, bellezza!

Non stupisce che dai noti sguatteri mediatici si deplori lo svaporamento delle proteste cosiddette “popolari e per ragioni sociali” che incompetenti, o volponi, avevano individuato in Iraq (e prima in Libia e Siria) e che avevano provato a mescolare con altre di segno opposto. Le prime essendo l’ennesimo prodotto dell’innesco e controllo su tensioni popolari degli organi occidentali di destabilizzazione collaudati in Ucraina, Venezuela, Algeria, Libia (Cia, Mossad, NED, USAID, ecc.). Le altre essendo rivolte contro regimi dispotici agli ordini dell’impero (a partire dal Cile). Si lamenta che dai modesti tentativi di Sardine locali, già in corso di esaurimento, contro governi in urto con gli Usa, di Abdul Mahdi in Iraq, dei pur “moderati progressisti” iraniani di Rouhani, si fosse passati a sterminate masse in corteo d’onore a Suleimani e in marcia d’odio contro gli Usa. Sette milioni solo a Tehran, a discredito di tutte le varie presunte “primavere” care a Soros e ai regime changers Democratici. Sono questi oceani di popolo, questi milioni di persone il cui sano e salutare odio indica l’avvicinarsi inesorabile della fine dell’impero, nato dal sangue e spento nel sangue.

Si arriccia il naso sul consolidamento in Iran e Iraq delle forze sociali e politiche della resistenza (dette “conservatrici!”) in reazione ai crimini occidentali, a scapito delle espressioni collaborazioniste, dette “moderate, democratiche, progressiste”, che si annidano soprattutto in un governo iraniano che, fin dai tempi del moderato Khatami, molto gradito agli Usa, ha cercato di neutralizzare la militanza sociale e politica  poi espressasi con Ahmadinejad, della quale il capo dei Pasdaran, insieme alla Guida Suprema Khamenei, sono gli esponenti più illustri e più amati (se non dai quartieri alti e dai fuorusciti in Occidente). E, in Iraq, si prova a indebolire il carattere nazionale, rappresentativo della volontà di libertà e autodeterminazione di tutta una nazione, insistendo ossessivamente a definire puramente “scite” le Forze di Mobilitazione Popolare che hanno debellato Isis e Al Qaida e che comprendono ben 40 formazioni di ogni confessione. L’ennesima tattica del divide et impera colonialista, che si tira dietro anche alcune delle migliori intenzioni.

Per uccidere Saddam non è bastato il boia Moqtada

E’ una costante dell’unanimità mediatica e politica degli odiatori dell’Iraq e di Saddam Hussein, sicuramente uno dei più grandi leader nella Storia della liberazione araba, denigrare facendone dei trasformisti e opportunisti che saltano da un carro all’altro. Così si favoleggia di un Saddam “alleato degli Usa” e che contro l’Iran da questi sarebbe stato armato. Si insulta l’evidenza di un Iraq rivoluzionario, da me frequentato fino alla fine, che in nessun momento, dalla rivoluzione di Kassem negli anni ’60, ha cessato di denunciare l’imperialismo e il sionismo. Quanto ad armi americane, mai arrivata neanche una colt. Bastava vedere, a me capitò sul posto, come le uniche armi a disposizione dell’Iraq nel 2003, durante l’attacco Nato-Usa, fossero antiquati armamenti russi, carri degli anni ’70, pochi aerei Mirage francesi, parcheggiati in Iran. Punto.

C’è poi chi da quelle parti non sembra aver mai messo il naso, ma che se lo sia soffiato utilizzando i Kleenex prodotti dal “manifesto” e affini. Secondo i quali non v’è mai stata una resistenza nazionale all’occupazione americana e Nato che non fosse quella del clerico scita Moqtada el Sadr, capo di una milizia detta del Mahdi. Ebbene si tratta del personaggio più ambiguo e nefasto dell’intera classe dirigente irachena. Prima devoto all’Iran e studioso da ayatollah a Qom, ai piedi della statua di Khomeini, poi rientrato e convolato a esiziali nozze con i sauditi del bravo assassino Mohammed Bin Salman al Saud, principe ereditario della famigliola padrona dell’Arabia Saudita. Sfortunamente, in combine con il solito Partito Comunista revisionista (che, su ordine di Mosca, si schierò contro Saddam, con cui era al governo), aveva vinto le ultime elezioni parlamentari.

Moqtada al Sadr e Mohammed bin Salman. Lombroso avrebbe da dire qualcosa.

Quando, per screditare l’Iraq, lo si diceva alleato degli USA

Altra panzana, noleggiata dai disinformatori delle centrali sinistro-destre, è quella del Saddam armato dagli Usa, grazie a tali armi  lanciatosi in guerra contro l’Iran e allo sterminio dei curdi col gas. Si deve capire che i poteri che alimentano le balle dei sinistro-destri, o fessi, o pali delle rapine, pencolavano nel loro odio dall’Iraq all’Iran, a seconda di quale dei due paesi risultasse il più fastidioso. Così, quando la minaccia massima a Israele e ai colonialisti tutti era l’Iraq rivoluzionario, panarabo e laico di Saddam, si riforniva Tehran di armi israeliane (scandalo Iran-Contras), si inventavano nefandezze del rais iracheno, come l’uccisione di ben 400.000 curdi (cioè quasi tutti i maschi adulti), mai avvenuta, e la gassazione di 5000-8000 curdi a Halabija, che era invece il bombardamento di un villaggio del tutto abbandonato a cui, secondo l’Istituto di Guerra Usa, sarebbero stati gli iraniani a rispondere con i gas.

Saddam impiccato da Moqtada al Sadr su ordine degli USA

Sono fole che equivalgono alle armi chimiche di Assad su Douma, oggi smentite dagli onesti tra gli scienziati dell’OPAC, e all’immensa menzogna degli 8000 bosniaci (cifra che fa impressione, e magari si arriva ai 6 milioni) fucilati dai serbi a Srebrenica. Quanto poi a Saddam che avrebbe iniziato la guerra all’Iran, ci si dimentica che dalla rivoluzione khomeinista in poi, l’Iran non ha cessato di destabilizzare l’Iraq a forza di martellamento propagandistico, di invito agli sciti a sollevarsi e di bombardamenti sulle zone irachene di confine, prima dello scoppio del conflitto, di cui io stesso, nel 1979, sono stato testimone, proprio a Halabija! Ora, demolito l’Iraq di Saddam, il pendolo di Israele, Usa e Nato torna a centrare sull’Iran (ma anche sull’Iraq, visti i recentissimi sviluppi che rivelano un popolo e le sue forze combattenti ancora in piedi e, stavolta, in alleanza con l’Iran!).

Bravo in proclami, Moqtada, l’uno il contrario dell’altro, non ha mai sparato un colpo contro gli americani, né è mai stato partecipo con l’Esercito Del Mahdi, della Resistenza all’occupazione. Quella è stata tutta del partito Baath, dei saddamiti e del popolo patriottico iracheno. Illuminando Moqtada, si vuole evidentemente oscurare quella resistenza che ha inflitto agli Usa, nel corso di ben cinque anni, più di quanto abbiano perso nelle due guerre. A parte alcuni dirigenti del Baath che, equivocando sulla natura del mercenariato Usa, si sono uniti all’Isis, sono stati i partigiani della resistenza all’invasore-occupante che hanno fornito la base scita-sunnita alle vittoriose Forze di Mobilitazione Popolare.

E ora cosa succede

Il ritiro dall’Iraq nella lettera del Generale Seely (da ingrandire)

Non cessa la tempesta mediatica che vede conflagrazioni apocalittiche e globali prodotte dall’evento dell’aeroporto di Baghdad. In varie forme, dal conflitto armato convenzionale, a quello nucleare (visto che l’unico attore atomico sulla scena e che non ha firmato il trattato di non proliferazione, è Israele, il più bellicoso), fino a quello “ibrido”, con successive punture di spillo, sotto forma di proxies, alla Isis, di contractors, di attacchi a obiettivi singoli, di sanzioni da non lasciare in vita una mosca. Queste ha promesso il vacillante Trump, dopo aver sentito della richiesta del parlamento iracheno (esclusi ovviamente il mercenariato curdo) di portare a casa gli occupanti Usa e Nato e della lettera del comandante in capo Usa in Iraq, Generale William Seely III, qui riprodotta, che annunciava tale ritiro per i prossimi giorni.

Figuriamoci truppe iraniane in Messico, Canada, Caraibi.

Tutto questo, insieme alla minaccia di sanzionare a morte il popolo iracheno e di colpire 52 siti di valore culturale e storico dell’Iran (tipo Isis in Siria e Iraq a ciò istruiti dagli Usa che, come con i trasferimenti coatti di popoli, le migrazioni, così intendono recidere le radici delle nazioni), pare farina del sacco di Trump. In linea con quanto già aveva fatto sapere a Tehran, che tutto si farà fuorchè una guerra o un regime change, come invece auspicato dai neocon e dai Dem. Ai quali va fatta invece risalire l’immediata smentita a Seely da parte del capo del Pentagono Mark Esper. Il quale ha già aggiunto ai 5000 marines e agli incalcolati contractors presenti, altri 750 uomini.  Del resto chi mai poteva illudersi che gli Usa, questi Usa controllati delle forze oscure del Deep State, avrebbero mai lasciato spontaneamente l’Iraq, l’Iraq del petrolio e l’Iraq piattaforma indispensabile per l’egemonia militare e dunque economica in Medioriente. Egemonia, non guerra all’Iran. Esclusa per il semplice fatto che a Tehran basta bloccare il Golfo Persico. Affondando un paio di grosse navi, manderebbe in tilt l’economia  di mezzo mondo. Per la gioia di Greta e pochi altri.


Vittoria o caos?

Quanto ai nostri professionisti inquadrati nella Nato, siamo occupanti e complici degli Usa, quanto lo erano i repubblichini con le formazioni della Wehrmacht. C’è chi ciancia di “un ruolo dell’Italia” in Iraq, in Libia, ovunque. Ovunque le vecchie e nuove potenze coloniali provino a ricuperare i beni perduti. E’ una vergogna senza fine. Ne erano consapevoli i 5Stelle fino a qualche tempo fa. Ora condividono la fola e la vergogna di questo “ruolo dell’Italia”. Magari con effetto “collaterale” di qualche altra Nassiriya, da far inorgoglire il Quirinale e piagnucolare il Vaticano. Noi con Mussolini, Graziani, Balbo e Badoglio, con Crispi e Giolitti, abbiamo già dato. Già rubato, già distrutto, già ucciso. Nessun ruolo, mai, a noi e a chiunque altro pretenda di farsi ancora vedere da quelle parti. Fuori dalle palle, punto.

Qualcuno valuta che avendole perse, o piuttosto non vinte, Washington non rischierebbe un’altra sconfitta. Ma quello che si sono ripromessi, a partire da Bush, Clinton e Obama, i poteri cosiddetti occulti, non è tanto la vittoria, quanto il caos. Una vittoria rischia di sistemare le cose per un verso o per l’altro. Il caos mantiene in vita le operazioni e, dunque, le catene di montaggio dell’industria militare a tempo indeterminato. E così il terrorismo, al quale è demandato anche di giustificare stati sempre più di polizia e sorveglianza. Il caos, poi è creativo, poichè  impedisce che la Russia e i popoli si assicurino vittorie definitive e si mettano di traverso nella marcia per il dominio globale. Che un po’ nasce dal caos e un po’ dalla pax americana, in un benefico mix.

Uniti dalla calunnia


Mi hanno tirato le orecchie per aver accostato il grandissimo generale Suleimani, il Che Guevara del Medioriente, al piccolo rinnegato ed espulso Cinquestelle, Gianluigi Paragone, nella comune opposizione all’arbitrio, alla prepotenza, ai delitti, di ominicchi, quaquaraquà, ruffiani. Probabilmente i critici avevano ragione. Ma non rinnego tale similitudine che è quello tra una quercia e un roveto. Entrambi piante sono. Tanto più che oggi al comune destino di vittime di abusi si somma un’altra consonanza: quella della diffamazione riservata ad entrambi e dalle stesse fonti. Che sono quelle dell’unanimità sopra citata, cui tornano in uggia tutti coloro che non stanno agli ordini del preside. Mi permettete di includere nella compagnia di alti e bassi, grandi e medi e piccoli, anche un’altra figura di valore che paga per la sua coerenza e il suo rifiuto di chinare la testa e di battersi a tutti i costi per il giusto e il vero, non con la vita, non con l’ostracismo, ma con il carcere? E’ Nicoletta Dosio, No Tav in Val di Susa, in Italia e nel mondo. Alla faccia di Conte e Di Maio. E chi obietta, peste lo colga.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:50

Nel 2019, meno automezzi pesanti rispetto al 2018 nei tunnel franco-italiani del Monte Bianco e del Fréjus.

Nuova immagineRIDUZIONE DEL TRAFFICO PESANTE

Nuova dimostrazione dell’assurdità di spendere 26 miliardi di euro

per il progetto Torino-Lione. 07/01/2020

Nel 2019, meno automezzi pesanti rispetto al 2018 nei tunnel franco-italiani del Monte Bianco e del Fréjus.

Questo numero di 1.399.717 camion è inferiore a quello del 2018, nonostante il trasferimento di oltre 8.000 automezzi pesanti dalla ferrovia alla strada a causa della chiusura della linea ferroviaria a luglio e dello sciopero di dicembre. Sarebbe stato molto più basso e la qualità dell’aria molto migliore se il governo avesse dato direttive e attuato le soluzioni immediate proposte dalle ONG e dagli autotrasportatori per spostare il traffico dalla strada alla ferrovia.

Questo dato è ugualmente inferiore a quello del 1993 e conferma il plafonamento del traffico merci su strada, nonostante il basso livello del trasporto merci su rotaia su questa tratta transfrontaliera.

Nel 2006, i promotori del progetto Torino-Lione hanno concluso che ci sarebbe stata una perdita socio-economica di quasi 3 miliardi di euro, con una previsione di 2,772 milioni di veicoli pesanti entro il 2017. Con il traffico stradale effettivo pari alla metà delle previsioni, il fallimento di questo progetto è inevitabile.

Dopo 5 anni di funzionamento, la liquidazione giudiziaria della società che gestiva la tratta ferroviaria transfrontaliera Perpignan-Figueras dovrebbe incoraggiare il governo francese a seguire i ripetuti consigli degli alti funzionari che per più di 20 anni hanno raccomandato la fine di questo progetto, l’aumento dell’uso della linea ferroviaria esistente e studi seri e indipendenti.

1/ Evoluzione del traffico stradale nel Monte Bianco e nel Fréjus. Fonte SITAF ATMB
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2/ Previsioni di traffico e risultati socio-economici. Fonte Lione – Torino Ferroviaire 2006

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3/ Parere negativo della funzione pubblica superiore. Fonte Conseil d’Orientation des Infrastructures 2018

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Contatti: François MAUDUIT +33 6 31 58 01 71 / Daniel IBANEZ +33 6 07 74 10 17 / contact@lyonturin.eu

DIMINUTION DU TRAFIC POIDS LOURDS
Nouvelle démonstration de l’absurdité d’une dépense de 26 milliards d’Euros pour le projet Lyon-Turin. 07/01/2020

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En 2019, moins de poids lourds qu’en 2018 dans les tunnels franco-italiens du Mont-Blanc et du Fréjus.

Ce nombre de 1 399 717 camions est inférieur à celui de 2018, malgré le report de plus de 8 000 poids lourds du rail vers la route lié à la fermeture de la voie ferrée en juillet et à la grève de décembre. Il aurait été bien inférieur et la qualité de l’air bien meilleure, si le gouvernement avait donné des directives et mis en œuvre les solutions immédiates proposées par les ONG et les transporteurs routiers pour reporter le trafic de la route vers le rail.

Ce chiffre est également inférieur à celui de l’année 1993 et confirme le plafonnement des trafics routiers de marchandises, malgré la faiblesse du fret ferroviaire sur cet axe transfrontalier.

En 2006, les promoteurs du projet Lyon-Turin concluaient à une perte socio-économique de près de 3 milliards d’euros avec une prévision de 2,772 millions poids lourds pour 2017. Avec un trafic routier réel de la moitié de la prévision, la faillite de ce projet est inéluctable.

Après 5 ans d’exploitation, la liquidation judiciaire de la section ferroviaire transfrontalière Perpignan-Figueras doit inciter le gouvernement à suivre les avis répétés des hauts-fonctionnaires qui depuis plus de 20 ans recommandent l’arrêt de ce projet, l’utilisation accrue de la ligne ferroviaire existante et des études sérieuses et indépendantes.

1/ Évolution du trafic routier au Mont-Blanc et au Fréjus. Source SITAF ATMB

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2/ Prévisions de circulation et résultat socio-économique. Source Lyon-Turin Ferroviaire 2006

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3/ Avis négatif de la haute fonction publique. Source Conseil d’Orientation des Infrastructures 2018

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Contact : François MAUDUIT 06 31 58 01 71 / Daniel IBANEZ 06 07 74 10 17 / contact@lyonturin.eu

TERRORISME D’ETAT US/ LE GENERAL IRANIEN SOLEIMANI ASSASSINE PAR LES AMERICAINS EN IRAK : VERS UNE ESCALADE PLANIFIEE PAR WASHINGTON

 

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE/

Luc MICHEL pour EODE/

Quotidien géopolitique – Geopolitical Daily/

2019 01 03/
LM.GEOPOL - Soleimani assassiné I (2020 01 03) FR (2)

« Un contexte brûlant depuis fin octobre. L’Irak va-t-il se transformer en champ de bataille par procuration entre Washington et Téhéran ? Une dizaine d’attaques à la roquette ont en tout cas visé depuis fin octobre des soldats et des diplomates américains, tuant il y a une semaine un sous-traitant américain. Dimanche soir, Washington, qui accuse les factions pro-Iran du Hachd al-Chaabi d’être derrière ces attaques non revendiquées, a répondu en bombardant des bases de l’une d’elles près de la frontière syrienne, faisant 25 morts »

– FranceInfo (ce 3 janvier).

« Il n’y a aucun doute sur le fait que la grande nation d’Iran et les autres nations libres de la région prendront leur revanche sur l’Amérique criminelle pour cet horrible meurtre »

– le président iranien Hassan Rohani.

L’émissaire de Téhéran pour les affaires irakiennes, le puissant général Qassem Soleimani, et un autre leader du Hachd al-Chaabi (le « Hezbollah » pro-iranien en Irak) ont été tués tôt ce matin dans un raid américain à Bagdad, trois jours après une attaque inédite contre l’ambassade américaine (1) (2). Le bombardement a été déclenché sur ordre du président américain Donald Trump, ce qui ravive fortement les tensions entre les deux pays. La mort du général Qassem Soleimani, tué dans un bombardement américain, est un point de non-retour dans l’escalade planifiée par les USA dans le triangle géopolitique Iran-Irak-Syrie. Le Pentagone a confirmé avoir abattu ce responsable militaire pour “protéger le personnel américain à l’étranger” (sic), quelques jours après l’attaque de l’ambassade américaine à Bagdad.

QUELLE EST LA GEOPOLITIQUE DES USA EN IRAK EN 2020 ?

J’avais traité précisément ce 1er janvier pour le REPORTAGE de PRESS TV (Iran) les grandes lignes de la Géopolitique des USA en Irak en ce début 2020, caractérisée par une perte d’influence compensée par une fuite en avant des faucons du State Department et du Pentagone :

* Voir la video du REPORTAGE de ce 1er janvier 2020  :

sur https://youtu.be/aRA01WE4wVo

POURQUOI LE PENTAGONE A ASSASSINE LE GENERAL SOLEIMANI, L’HOMME-CLÉ DE L’INFLUENCE IRANIENNE AU MOYEN-ORIENT ?

La tension entre Etats-Unis et Iran grimpe encore. Le guide suprême iranien, l’ayatollah Ali Khamenei, s’est engagé ce vendredi 3 janvier à “venger” la mort du puissant général iranien Qassem Soleimani, tué plus tôt dans un raid américain à Bagdad, en Irak. Il a également décrété un deuil national de trois jours dans son pays.

Le département américain de la Défense a confirmé avoir abattu ce responsable militaire et a évoqué une mesure “défensive” (sic) prise pour “protéger le personnel américain à l’étranger” (resic). Le Pentagone a pris soin de souligner que le général Soleimani était le chef des opérations extérieures des Gardiens de la révolution, une organisation considérée comme terroriste par Washington depuis avril dernier. Le général iranien présidait par ailleurs aux négociations pour former le futur gouvernement irakien. Accusé par Washington « d’être derrière de l’attaque de l’ambassade américaine », “Le général Soleimani préparait activement des plans pour attaquer des diplomates et des militaires américains en Irak et à travers la région”, indique le Pentagone, qui attribue au puissant général iranien l’attaque survenue cette semaine contre l’ambassade des Etats-Unis à Bagdad. Le président n’a pas immédiatement fait de commentaire mais il a tweeté un drapeau américain.

AL-MUHANDIS, CHEF DE LA MILICE IRAKIENNE HASHD AL-SHAABI, ET NAEM QASSEM N°2 DU HEZBOLLAH, ONT ÉGALEMENT ÉTÉ ASSASSINÉS (SOURCES IRAKIENNE ET ISRAÉLIENNE)

Deux sources de la milice HASHD AL-SHAABI (confirmées par des sources israéliennes) ont déclaré que « les deux invités avaient également été tués dans l’attaque, mais ont refusé de les identifier ». On suppose que Soleimani était l’un d’eux, tandis que le chef adjoint du Hezbollah Naem Qasm était l’autre. Cependant, aucun rapport officiel n’a été confirmé. Un responsable de la sécurité, s’exprimant sous couvert d’anonymat, a déclaré qu’Al-Muhandis était arrivé à l’aéroport en convoi avec d’autres personnes pour recevoir Soleimani (et Naïm Qassem), dont l’avion était arrivé du Liban ou de Syrie. La frappe aérienne a eu lieu près de la zone de cargaison, après que les “invités” ont quitté l’avion pour être accueillis par al-Muhandis et d’autres.

Le raid a été effectué par des hélicoptères d’assaut américains ce vendredi matin 3 janvier et aurait tué sept personnes. Les Unités de mobilisation populaire (HASHD AL-SHAABI) sont l’organisation coordinatrice des milices chiites irakiennes pro-iraniennes. Ses dirigeants étaient à l’aéroport de Bagdad pour recueillir des «invités de haut niveau».

COMMENT TRUMP A FAIT ASSASSINE LA BETE NOIRE DES ISRAELIENS ?

« A cette heure, les forces Al Quds d’Iran sont décapitées (et reconnues officiellement comme telles) par un raid surprise des forces israélo-américaines », affirme une source israélienne à Paris ! « On peut considérer que, techniquement, les Etats-Unis, Israël, d’un côté, l’Iran et le Hezbollah, de l’autre sont, techniquement, entrés en guerre », ajoute la même source.

“L’ennemi américain et israélien est responsable de la mort des moudjahidines Abu Mahdi al-Muhandis et Qassem Soleimani”, a déclaré Ahmed al-Assadi, porte-parole du groupe de coordination des Forces de mobilisation populaire irakiennes, composé de milices soutenues par l’Iran.

QUI ETAIT LE GENERAL QASSEM SOLEIMANI ?

Le général Qassem Soleimani, tué ce vendredi à Bagdad dans un bombardement américain, était une figure centrale de l’influence de l’Iran dans la région. Considéré comme un adversaire redouté des États-Unis et de ses alliés, il était aussi un acteur majeur de la lutte véritable contre les forces jihadistes.

C’était une figure clé de la politique iranienne. Le puissant général Qassem Soleimani était le chef de la Force Al-Qods des Gardiens de la révolution, chargée des opérations extérieures de la République islamique. Ce personnage charismatique a notamment exercé une influence clé dans les tractations politiques depuis 2018 en vue de former un gouvernement en Irak. À 62 ans, il est aussi devenu ces dernières années une véritable star en Iran avec de très nombreux followers sur son compte Instagram, qui n’est plus accessible. Le général iranien a aussi joué un rôle important dans le combat contre les forces jihadistes. Il est devenu un personnage caractéristique de l’influence iranienne au Moyen-Orient, où il a renforcé le poids diplomatique de Téhéran, notamment en Irak et en Syrie, deux pays où les Etats-Unis sont engagés militairement.

“Pour les chiites du Moyen-Orient, c’est un mélange de James Bond, Erwin Rommel et Lady Gaga”, écrivait l’ancien analyste de la CIA Kenneth Pollack dans son portrait de Qassem Soleimani pour le numéro du magazine américain ‘Time’ consacré aux 100 personnalités les plus influentes du monde en 2017. En Iran, plongé dans le marasme économique, certains lui avaient suggéré de se lancer sur la scène politique locale. Mais le général iranien avait tenu à rejeter les rumeurs selon lesquelles il aurait pu se présenter à l’élection présidentielle de 2021. Le haut-gradé a déployé notamment ses talents dans l’Irak voisin. À chaque développement politique ou militaire dans ce pays, il a fait le déplacement, pour agir en coulisses et, surtout, en amont. Percée du groupe État islamique, référendum d’indépendance au Kurdistan ou aujourd’hui formation d’un gouvernement… À chaque fois, il a rencontré les différentes parties irakiennes et défini la ligne à tenir, affirment différentes sources qui ont assisté à ces réunions, toujours tenues dans le plus grand secret.

Son influence était ancienne puisqu’il dirigeait déjà la Force Al-Qods lorsque les Etats-Unis ont envahi l’Afghanistan en 2001. “Mes interlocuteurs iraniens étaient très clairs sur le fait que même s’ils informaient le ministère des Affaires étrangères, au bout du compte c’était le général Soleimani qui prendrait les décisions”, confiait en 2013 à la BBC Ryan Crocker, un ex-ambassadeur américain en Afghanistan et en Irak.

Après être resté dans les coulisses pendant des décennies, Qassem Soleimani a commencé à faire la une des médias après le début du conflit en Syrie en 2011, où l’Iran, poids lourd chiite de la région, apporte une aide précieuse au gouvernement de Bachar al-Assad. Ce haut commandant des Gardiens de la révolution, l’armée idéologique de la République islamique d’Iran, avait également raconté avoir passé au Liban – avec le Hezbollah chiite libanais – l’essentiel du conflit israélo-libanais de l’été 2006, dans un entretien exclusif diffusé par la télévision d’État iranienne en octobre dernier. À l’étranger, certains dirigeants occidentaux le voient comme un personnage central dans les relations de Téhéran avec des groupes comme le Hezbollah libanais et le Hamas palestinien.

Selon une étude menée par IranPoll et l’université de Maryland, 83 % des Iraniens interrogés avaient une opinion favorable du général, classé devant le président, Hassan Rohani, et le chef de la diplomatie, Mohammad Javad Zarif.

A NOTER ENCORE LA REACTION DES MARCHES DU PETROLE

La nouvelle de la mort de Qassem Soleimani a fait bondir de plus de 4% les cours du pétrole. L’or noir iranien est déjà sous le coup de sanctions américaines et la montée en puissance de l’influence de Téhéran en Irak, deuxième producteur de l’Opep, fait redouter aux experts un isolement diplomatique et des sanctions politiques et économiques …

NOTES :

(1) Des dizaines d’analyses et de commentaires publiés depuis ce mardi relèvent très peu l’échec militaire que constitue pour les États-Unis, l’infiltration des dizaines d’Irakiens dans l’enceinte de l’ambassade américaine et la totale paralysie des militaires américains à défendre le bâtiment. Alors que le Pentagone affirme vouloir déployer 4.000 soldats et mercenaires supplémentaires dans la région pour assurer la sécurité du « personnel diplomatique US », bon nombre d’observateurs se demandent à quoi servira « un contingent militaire » qui ne sait se défendre contre quelques tirs de roquettes.

(2) Que s’est-il passé ?

Des milliers de manifestants ont forcé l’entrée de l’ambassade des Etats-Unis. Ils ont brûlé des drapeaux, arraché des caméras de surveillance et crié “Mort à l’Amérique”. Selon des journalistes de l’AFP présents sur place, ils sont parvenus à pénétrer à l’intérieur de l’enceinte de la représentation diplomatique américaine. Pour disperser la foule, les forces américaines ont alors tiré des grenades lacrymogènes et assourdissantes depuis l’intérieur du bâtiment.

Qui étaient les manifestants ?

Il s’agissait d’hommes portant l’uniforme des combattants du Hachd al-Chaabi. Cette coalition de paramilitaires est dominée par des factions chiites pro-iraniennes à laquelle appartiennent les brigades du Hezbollah. Des femmes étaient également présentes dans la foule, brandissant dans le ciel des drapeaux irakiens et du Hachd. Les journalistes de l’AFP sur place ont aussi constaté la présence des plus hauts dirigeants du mouvement, des officiels de l’Etat irakien qui interagissent régulièrement avec les officiels américains.

D’autres lieux ont-ils été attaqués ?

Oui. Avant de s’en prendre à l’ambassade, les milliers de combattants et de partisans ont traversé les checkpoints de l’ultrasécurisée “zone verte” de Bagdad, où siège l’ambassade américaine et les institutions irakiennes. Ils ont brûlé des installations de sécurité à l’extérieur, jeté des pierres sur les tourelles de ses gardes et couvert les vitres blindées avec des drapeaux du Hachd et des brigades du Hezbollah. Sur les murs, ils ont écrit “Non à l’Amérique” ou “Fermé sur ordre des brigades de la résistance”.

Pourquoi manifestaient-ils ?

Les manifestants irakiens se sont rassemblés pour dénoncer les bombardements américains contre un groupe armé irakien pro-Iran qui ont tué au moins 25 miliciens du Hezbollah dimanche. Les frappes américaines ont été organisées en représailles de la mort d’un sous-traitant américain, vendredi. Washington attribue cette onzième attaque à la roquette en deux mois aux brigades du Hezbollah. Les milices soutenues par Téhéran ont immédiatement répliqué par des tirs de roquette contre une base américaine près de la capitale irakienne. “La guerre de l’ombre que se livraient jusqu’ici Donald Trump et l’ayatollah Khamenei se transforme peu à peu en un conflit frontal”, rapporte RFI.

(Sources – Press TV – Farsi – AFP – FranceInfo – France24 – EODE Think Tank)

Photos :

Voici une image du général Soleimani diffusée par l’administration du guide suprême iranien. Elle date du 1er octobre 2019 et est issue d’une interview filmée, menée par des dirigeants iraniens.

Le général de division Yahya Rahim Safavi, commandant en chef des Gardiens de la Révolution islamique (Islamic Revolutionary Guards Corp – IRGC) de l’Iran (à gauche), salue le cheikh Naim Qassem, secrétaire général adjoint du Hezbollah libanais, lors d’une cérémonie religieuse à Téhéran, Iran, le 18 août 2007.

LUC MICHEL (ЛЮК МИШЕЛЬ) & EODE

* Avec le Géopoliticien de l’Axe Eurasie-Afrique :

Géopolitique – Géoéconomie – Géoidéologie – Géohistoire –

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60e ANNIVERSAIRE DU CAMEROUN INDEPENDANT

VOIR OU REVOIR SUR ‘KAMERUN#1-TV’ : LA SALE GUERRE DU KAMERUN !

 Le 1er janvier 1960 le Cameroun accédait à « l’indépendance ».

Retour sur la Sale Guerre du Kamerun » …
RELIRE EODE - LM sale guerre du Kamerun II

* KAMERUN!

LA SALE GUERRE COLONIALE DE LA FRANCE AU CAMEROUN (1952-71) ET L’INVENTION DE LA FRANCAFRIQUE (EODE-TV)

sur https://vimeo.com/223459487

Direction et analyses : Luc MICHEL

Coproduction LUC MICHEL – EODE-TV – AFRIQUE MEDIA

Diffusion KAMERUN#1 TV

Images, Réalisation et Montage :

EODE-TV (Unité de Bruxelles-Capitale)

LA GUERRE DU KAMERUN (1952-1971)

et l’invention de la Françafrique

Le Géopoliticien Luc MICHEL analyse la sale guerre coloniale de la France au Cameroun (1952-1971) et ses séquelles aujourd’hui …

# LES LIVRES ‘KAMERUN’ ET ‘LA GUERRE DU CAMEROUN’

SUR LA SALE GUERRE COLONIALE DE LA FRANCE (1952-1971)

ET L’INVENTION DE LA FRANCAFRIQUE …

Luc MICHEL vous parle du débat ouvert sur deux livres essentiels sur l’Histoire du Cameroun …

* KAMERUN ! UNE GUERRE CACHEE AUX ORIGINES DE LA FRANCAFRIQUE (1948-1971)

Manuel DOMERGUE, Jacob TATSITSA et Thomas DELTOMBE

Editeur : La Découverte

* LA GUERRE DU CAMEROUN. L’INVENTION DE LA FRANÇAFRIQUE (1948-1971)

Manuel DOMERGUE, Jacob TATSITSA et Thomas DELTOMBE

Editeur : La Découverte

Luc MICHEL, géopoliticien et patron du Think Tank EODE, donnera les clés pour comprendre comment les enjeux politiques actuels soulevés par ces livres et vous dira tout sur la « guerre du Cameroun », cette « petite guerre d’Algérie » occultée à Paris …

Il répondra notamment aux questions suivantes :

* Vous allez nous parler non pas de géopolitique mondiale comme d’habitude mais de l’histoire de la décolonisation du Cameroun, une histoire dont vous nous dites qu’elle n’est pas finie ?

* Pourquoi ce débat historique est en fait un enjeu politique actuel pour les camerounais ?

* Y a-t-il un lien avec la crise politique actuelle au Cameroun ?

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BUSSOLENO, I PROF DEL LICEO DIFENDONO NICOLETTA DOSIO

https://www.valsusaoggi.it/valsusa-i-prof-del-liceo-difendono-nicoletta-dosio-solidarieta/?fbclid=IwAR3VeDArQFMhQI7IzM-1hSp6XIhK242dJWio66Kkr7P4B5u6-eaDok7E4MM

dai DOCENTI DEL LICEO NORBERTO ROSA

BUSSOLENO – Esprimiamo sconcerto e profondo turbamento di fronte all’arresto di Nicoletta Dosio, che è stata prelevata dalla sua casa a Bussoleno il 30 dicembre scorso e tradotta nel carcere delle Vallette di Torino, dove dovrà scontare un anno di pena.

Assistiamo a una realtà in cui una donna mite, incapace di atti violenti nei confronti di persone e di animali, colpevole di un “reato” irrisorio, viene condannata a un anno di carcere in un Paese dove invece chi si è macchiato delle peggiori stragi, delle frodi più eclatanti, vive libero e indisturbato. Di fronte a questi eventi sentiamo urgentemente la necessità di esprimere a Nicoletta tutta la nostra solidarietà e vicinanza.

Conosciamo bene Nicoletta, perché molti di noi hanno lavorato con lei per anni, mentre alcuni sono stati, prima che colleghi, anche suoi allievi. Per questo abbiamo potuto apprezzare le sue doti di insegnante di competenza e professionalità estreme; precisa, corretta, interessata unicamente al bene dei suoi studenti, non più bambini e non ancora adulti. Ha saputo accompagnarli verso il loro futuro con rigore e tenerezza insieme, come fossero figli, dando loro tutto ciò di cui era capace.

Come insegnante Nicoletta è stata servitrice dello Stato, servitrice e non serva, e ha dimostrato di essere soprattutto un’educatrice, un esempio vivente di senso civico, insegnando che si può essere severi usando il cuore. L’esistenza stessa del liceo di Bussoleno, dove molti di noi lavorano, o hanno lavorato, e dove si sono formati ormai migliaia di ragazzi valsusini e non, è frutto del suo impegno e della sua tenacia.

Infatti proprio lei, insieme ai colleghi del tempo, aveva curato e fatto crescere negli anni ’80 e ’90 l’iniziativa che ha portato alla nascita di un nuovo liceo scientifico a Bussoleno, di cui è stata a lungo anche vicepreside. In un momento successivo, non senza difficoltà, ha seguito la costruzione dell’edificio in cui noi oggi lavoriamo, inaugurato nel 1998. Noi non riconosciamo Nicoletta nella parola “pasionaria”, nell’accezione astorica con cui il linguaggio semplicistico e riduttivo del giornalismo ama descriverla.

Le sue scelte sono frutto di una riflessione lucida e sono ponderate con cura, intelligenza, dirittura morale e grande coraggio; ma soprattutto Nicoletta è persona che senza risparmiarsi ha impiegato tante delle sue energie per migliorare le condizioni fisiche e intellettuali di chi le vive intorno, chiunque esso sia.

La nascita della nostra scuola è un atto di promozione della cultura importante per la nostra valle: ne è un esempio quanto mai significativo, che tocca soprattutto a noi, che vi lavoriamo, mettere in evidenza. Un atto esemplare di impegno sociale e culturale al tempo stesso, che ben rappresenta il suo temperamento e di cui tutta la comunità deve essere riconoscente.

Coraggio Nicoletta. Vorremmo che queste parole potessero essere per te un conforto e un abbraccio. Gli insegnanti sottoscritti, in servizio e in pensione, del Liceo Norberto Rosa.

Cinzia Anzolin: Italiano e Latino
Marina Arbrun: Italiano e Latino
Donatella Bellando: Matematica e Fisica
Eleonora Bertone: Latino e Greco
Cristina Boeris: Filosofia e Storia
Elisabetta Bordoni: Scienze naturali
Simona Bosio: Matematica e Fisica
Maura Bruno: Scienze naturali
Patrizia Cerrato: Italiano e Latino

Marisa Chiapusso: Latino e Greco (in pensione)
Bruna Consolini: Matematica e Fisica (in pensione)
Anna Conti: Scienze naturali
Laura Debenedetti: Storia dell’arte
Lorella De Risi: Italiano e Latino
Monica De Silvestro: Disegno e Storia dell’Arte
Fabrizia Farci: Lingua e letteratura inglese
Paolo Ferrero: Italiano e Latino
Luciana Ferzero: Italiano e Latino (in pensione)
Flavio Gagnor: Italiano e Latino (in pensione)
Chiara Gallo: Religione
Michele Genna: Filosofia e Storia
Sara Giorgi: Italiano e Latino
Alessandra Girard: Matematica e Fisica
Ennio Guglielmetto: Filosofia e Storia
Simonetta Guglielmetto: Matematica e Fisica
Laura Iguera: Scienze naturali
Salvatore Lanza: Religione
Barbara Lo Manto: Scienze umane
Marina Maberto: Lingua e letteratura inglese
Lucia Malengo: Italiano e Latino (in pensione)
Manuela Malvicino: Italiano e Latino
Renato Martin: Matematica e Fisica (attualmente docente presso il Liceo annesso Convitto Nazionale Umberto I di Torino)
Antonella Meirone: Scienze naturali
Francesca Olivero: Matematica e Fisica
Paolo Pagliaro, Informatica
Vanessa Pelissero: Latino e Greco
Nicoletta Petris: Filosofia e Storia
Elena Pettigiani: Italiano e Latino
Maria Giulia Pettigiani: Lingua e letteratura inglese (attualmente docente presso l’I.I.S. Curie – Vittorini di Grugliasco)
Graziano Pettinari: Filosofia e Storia
Grazia Podda: Lingua e letteratura inglese (in pensione)
Valentina Radoni: Scienze motorie e sportive
Enrica Regis: Lingua e letteratura inglese (in pensione)
Paola Re Viglietti: Latino e Greco
Gabriella Rey: Lingua e letteratura inglese
Gigi Richetto: Filosofia e Storia (in pensione)
Irene Ricci: Disegno e Storia dell’arte
Francesca Rocci: Filosofia e Storia
Daniela Rosito: Storia dell’arte
Caterina Sartirana: Italiano e Latino (in pensione)
Paola Sbodio: Matematica e Fisica
Fulvia Scaglione: Matematica e Fisica
Francesca Scibona: Discipline plastiche
Corinna Senore: Italiano e Latino
Cristina Senore: Matematica
Silvana Sicheri: Scienze motorie e sportive (in pensione)
Monica Suppo: Lingua e letteratura inglese
Doriana Tassotti: Lingua e letteratura inglese
Alessia Terziano: Sostegno
Giuseppina Venuti: Filosofia e Storia
Fabio Zanatta: Filosofia e Storia (attualmente docente presso il Liceo Massimo d’Azeglio di Torino)

Grazia per Nicoletta Dosio, non un atto di clemenza

Nicoletta Dosio
Nicoletta Dosio

La proposta di una campagna per la concessione della grazia a Nicoletta Dosio, la precisazione dell’interessata di essere contraria a ogni soluzione individuale, le prese di distanza di diversi comitati e siti No Tav hanno aperto un confronto sul che fare di fronte alla stretta repressiva in atto contro le lotte sociali. È un confronto importante, anzi necessario, per evitare che, come spesso accade, una volta spenti i riflettori si spengano anche, fuori dalla comunità della Val Susa, l’attenzione e la tensione.

Essendo tra coloro che hanno lanciato, proprio su queste pagine, la proposta della grazia mi compete approfondirne le ragioni, anche perché il confronto degli argomenti può contribuire ad aprire nuove strade (che pure oggi non vedo).
C’è un punto fermo. La concessione della grazia come misura di «clemenza» di carattere individuale sarebbe in evidente contrasto con la scelta di Nicoletta di rinunciare a chiedere misure alternative al carcere. Quella rinuncia è stata un atto di coerenza etica ma anche – vorrei dire soprattutto – un gesto politico per denunciare e contestare l’escalation repressiva (ben oltre i vincoli legislativi) nei confronti della stessa Nicoletta e di tutto il movimento No Tav. Ciò è ben chiaro a tutti coloro che hanno parlato di grazia, i quali hanno esplicitamente sostenuto che deve trattarsi «non di un atto di clemenza individuale ma di un segnale di cambiamento generalizzato di una politica e di un intervento giudiziario che mostrano sempre più il loro fallimento». Di questo – non d’altro – occorre, dunque, parlare. Può, la grazia, essere un gesto politico, un elemento di discontinuità, un segnale di cambiamento?

La risposta non può fermarsi al dato emotivo legato al termine «grazia», che fa pensare a un provvedimento individuale e in qualche misura «compassionevole». Da tempo non è così e la grazia ha acquisito, in positivo e in negativo, un carattere squisitamente politico e una valenza generale. Ovunque. Mandela è uscito dal carcere grazie a un provvedimento di liberazione individuale che ha, peraltro, decretato la fine dell’apartheid e il crollo del regime bianco del Sudafrica. E a nessuno sfugge il significato che avrebbe sull’evoluzione della questione curda la liberazione di Abdullah Öcalan (non a caso mai presa in considerazione dal regime di Erdogan, neppur dopo 20 anni di prigionia in condizioni di totale isolamento). Sul piano nazionale, poi, c’è un caso clamoroso: le grazie – più di una – concesse agli agenti della Cia responsabili del sequestro di Abu Omar a Milano non hanno avuto nulla di «personale» ma sono state solo l’esplicito mortificante riconoscimento della subalternità italiana ai desiderata e al potere degli Stati Uniti. Le situazioni sono evidentemente diverse: non vanno assimilate ma valgono a dimostrare l’accentuata valenza generale dell’istituto. In questo contesto, un provvedimento di liberazione di Nicoletta (deciso di ufficio dal presidente della Repubblica) avrebbe all’evidenza una ricaduta politica, in controtendenza rispetto alle scelte repressive della magistratura, che ne uscirebbero a dir poco incrinate, e, più in generale, all’atteggiamento istituzionale di chiusura di fronte alla lotta contro il Tav.

Ci sono delle obiezioni. Due su tutte. La prima è che sarebbe ben più chiara e leggibile un’amnistia politica o sociale. È certamente vero. Personalmente ne sostengo da anni la necessità «per tutti i reati bagatellari (per i quali la sanzione penale è in ogni caso inadeguata e sproporzionata) e, a prescindere dalla pena, per quei delitti che stigmatizzano le persone (ovviamente quelle sgradevoli o sgradite) più che i fatti e di cui si trovano molteplici esempi nella legge sugli stupefacenti, in quella sull’immigrazione e nella parte del codice penale dedicata all’ordine pubblico» (così, su queste pagine, il 29 agosto 2013, Un’amnistia che guardi al futuro). Di più, penso che anche il solo parlarne «significhi aprire, finalmente, un dibattito sul diritto penale che vogliamo, sulle regole della nostra convivenza, sulle modalità di gestione del conflitto sociale». Ma l’amnistia richiede il voto favorevole dei due terzi del Parlamento e ciò la rende all’evidenza impraticabile nell’attuale contesto politico. Nessun atteggiamento rinunciatario, ovviamente, ma la percezione che occorre costruire le condizioni per la sua praticabilità modificando equilibri politici e incidendo sugli orientamenti repressivi dell’opinione pubblica. Proprio la grazia, demandata al presidente della Repubblica, potrebbe essere un primo passo in questo senso.

La seconda obiezione è che le possibilità di concessione della grazia sono, per usare un eufemismo, assai limitate. Vero anche questo. Ma una mobilitazione per un risultato possibile, anche se difficile, avrebbe una molteplicità di effetti positivi: costringerebbe la politica, la cultura, il mondo del lavoro a schierarsi, metterebbe in atto nuove alleanze, ridarebbe centralità alla questione del Tav (oggi accantonata in base alla, pur falsa, affermazione che ormai tutto è deciso e non c’è più nulla da fare). Non sarebbe, in ogni caso, poca cosa.

IRAN, PER SAPERE DI COSA PARLIAMO

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/01/iran-per-sapere-di-cosa-parliamo.html

MONDOCANE

DOMENICA 5 GENNAIO 2020

A integrazione del mio precedente pezzo “Soleimani, il Che Guevara del Medioriente”, che mi permetto di raccomandare a chi non si accontenta delle narrazioni di regime

Il punto su una situazione che ha ritrovato in piazza milioni di onesti combattenti per la verità e la giustizia e ha spazzato le consorterie di Sardine a stelle e strisce dalle piazze “colorate” nei vari paesi da riportare all’ordine imperiale.

L’intera nostra classe politica, con seguito di sicofanti mediatici (compresi iraniani convenientemente occidentalizzati, vedi “il manifesto), ontologicamente autorelegatasi a funzioni di complemento e servizio di despoti globali, balbetta tremebonda dinnanzi ad eventi di cui non capisce nulla e che non ha la minima idea di come affrontare. Eunuco tra energumeni che manovrano la politica internazionale, si rifugia negli stereotipi propagandistici e mistificatori dei suoi padroni Usa e UE, ben ammaestrata in questo senso dalle voci, presunte sagge e super partes, quirinalizie e vaticanesi.

Abbiamo un ministro degli esteri privo di qualsiasi preparazione ed esperienza nel gigantesco campo a cui è demandato e che, a partire da un Pinochet collocato in Venezuela, non sa di cosa stia parlando e borbotta cosa insignificanti su “dialogo e moderazione”. Smarrito tra le sue formule legulee, un po’ Don Abbondio e un po’ Azzeccagarbugli, un capo di governo buono per ogni stagione, ogni compromesso e ogni connubio, se ne rimane nascosto per giorni, ridotto a grattarsi la tinta testa nella preoccupazione su che pesci prendere, che non siano Sardine, o gamberi a ritroso verso il nulla. Pesci che, ancora e sempre, non diano il minimo fastidio a chi gira il mondo bucandolo qua e là con il martello penumatico e ventilando di usare quello atomico.

 Altro che “rivoluzione colorata”!

Il fracassone di una opposizione di cartone, che è tutta boati e distintivo, si distingue dal resto del mondo ululando sanguinarie scempiaggini contro un martire eroico del riscatto umano. In tal modo la sua strepitata sensibilità patriottica offre i nostri ascari imperiali su un piatto d’argento alla ritorsione di chi avrebbe ogni titolo per compierla. Ascari di cui il ritiro da tutte, in parte misteriose e occulte, missioni all’estero, dovremmo urgentemente e moralmente imporre prima di subito. Abominio praticato, quello di Salvini, dopo aver provato a spremere un bancomat a Mosca, per ricuperare le grazie di un presidente travolto da fatti decisi dai veri protagonisti del verminaio a stelle e strisce.

Baghdad, funerali di Qassem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, leader degli Hezbollah iracheni

Fatti che l’uomo con la testa polentata (e che ci saremmo augurati di migliore pasta nel confronto con il male assoluto che l’élite rappresenta) è costretto a inseguire e intestarsi. Fatti di cui, in ogni caso, con le sue oscillazioni e il suo ricorrente prostrarsi ad armieri, multinazionali e banchieri, porta la sua parte di responsabilità. Fatti che ora, con grottesca ipocrisia, gli vengono rimproverati dal Partito di Obama e dello Stato Profondo, il partito della forsennata russofobia (con i suoi ragazzi di bottega a casa nostra), nella continuità di una strategia per cui, qualsiasi cosa faccia, o che gli si attribuisce, Trump va cannoneggiato e ricondotto all’ordine. Anche perché una ripresa della sua linea moderata, di distensione e isolazionismo, quella che lo fece vincere nel 2016, prometterebbe di farlo trionfare anche alle presidenziali di fine anno, visto che il Russiagate è svaporato nella sua nullità, che l’impeachment fallirà e l’economia Usa, da lui impostata, va a gonfie vele (anche perché trainata dai colossi delle armi che sanno con chi allearsi e chi convincere).

Baghdad, funerali di Qassem Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, leader degli Hezbollah iracheni

Un solo uomo politico di rango, inevitabilmente dei migliori Cinquestelle, Alessandro Di Battista (datemi pure del fissato, tanto son fatti), dice pane al pane e vino al vino sulla mostruosità di una superpotenza che va travolgendo ogni regola e diritto della convivenza umana e, in preda a psicopatologia da nevrosi necrofila ossessiva, ci sta trascinando tutti all’orlo di un pianeta che pare tornato a essere piatto, tanta è l’insipienza di chi lo manovra. Non per nulla, Dibba stava per andare in Iran, per quei reportage eccellenti a cui ci aveva abituato dall’America Latina.

A tutto questo, un omuncolo scribacchino e audiovisivo come il sottoscritto, non sa che opporre un tentativo di luce sulla cupa ignoranza nella quale ci vogliono far sprofondare quando si tratta di minchionarci su chi sia amico e chi nemico.

In diretta dall’occhio del ciclone che sta turbando il mondo, il primo docufilm, non dettato dalla propaganda imperialista e “progressista”, sul paese che in occidente viene definito il cuore dell’Asse del Male, una minaccia mortale alla sicurezza globale. Un viaggio per tutto il paese alla ricerca di una verità vera, vissuto nel rapporto diretto con cittadini, lavoratori, medici, studenti, donne, luoghi e protagonisti delle istituzioni. Una società serena, solidale, coesa, che va percorrendo la sua propria via verso l’emancipazione e la modernità. Una storia che copre quasi tre millenni, partendo da Ciro il Grande e che, nella modernità, ha avuto due grandi emancipatori: Mossadeqh e Ahmadinejad e un eroe da scolpire nella Storia degli uomini, Qassem Soleimani. Tutti laici.

Per riceverne copia a costo di produzione scrivere a visionando@virgilio.it

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 17:07

UCCISO IL VINCITORE DELLA VERA GUERRA AL TERRORISMO —- SOLEIMANI, IL CHE GUEVARA DEL MEDIORIENTE —- COSA C’ENTRA GIANLUIGI PARAGONE? C’ENTRA, C’ENTRA. COME CI DIMOSTRA ALESSANDRO DI BATTISTA

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/01/ucciso-il-vincitore-della-vera-guerra.html

MONDOCANE

VENERDÌ 3 GENNAIO 2020

Guerra AL terrorismo? Guerra DEL terrorismo!

Il generale Qassem Soleimani è stato assassinato il 2 gennaio 2020 a Baghdad da un drone statunitense. Insieme a lui sono cadute altre 8 persone, tra cui il dirigente delle Forze di Mobilitazione Popolare irachene (Haashd al-Shaabi), Abu Mahdi al-Muhandis. E’ l’ennesimo atto di guerra illegale, di aggressione ai termini di Norimberga, diventato la costante della politica estera Usa.

Qassem Soleimani, comandante della Brigata “Al Quds” (Gerusalemme) delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, era nato nel 1957 da una famiglia di contadini nel villaggio montagnoso di Rabord, nella provincia di Kerman, vicino alle montagne dell’Afghanistan. Lo hanno assassinato coloro che, dal 2001, 11 settembre, nel nome della “Guerra al terrorismo”, terrorizzano il mondo intero con una serie di guerre terroristiche contro paesi e popoli che non si sono mai sognati di attaccarli, di cui non si vede né la fine, né l’ombra di una vittoria americana e Nato. Autentico difensore di popoli, sul piano militare era paragonato al maresciallo Zukov, vincitore di Hitler, o a Rommel, da Hitler assassinato.

 Soleimani e Ahmadinejad, Ahmadinejad e Chavez

Qassem Soleimani era la mente e il braccio strategici dell’Iran contro gli aggressori dell’Iran e dell’intero Medioriente. Primo consigliere della Guida Suprema, Ali Khamenei, era politicamente vicinissimo a Mahmud Ahmadinejad, l’ex-presidente amato dal popolo per la sua sensibilità sociale e l’irriducibile antimperialismo, grande amico di Hugo Chavez. Il suo successore, Hassan Rouhani, firmatario dell’accordo capestro con cui Obama costrinse l’Iran a smantellare la sua industria nucleare mirata a fini clinici ed energetici, trattato poi rinnegato da Trump, nel 2013 era invece stato eletto, nell’infausta divisione del campo radicale, dallo schieramento di destra, sostenuto dall’alta borghesia di Tehran.

In Iran, da Ahmadinejad, sul fronte di Soleimani

Quando, durante il secondo mandato di Ahmadinejad, per girare un documentario conobbi in profondità il meraviglioso paese e il suo popolo cordiale e sereno, a smentita assoluta delle descrizioni calunniose che se ne fanno da noi per compiacerne i nemici, nostri padroni, capitai nelle innevate montagne al confine con l’Afghanistan. Era la zona dove Soleimani era nato ed era presidiata da unità militari in quella fase da lui comandate. Si trattava della guerra ai trafficanti afghani di oppio ed eroina che, sotto la supervisione degli occupanti Usa, grandi promotori della produzione di droga, provavano a infiltrare in Iran stupefacenti. Operazione che, per i contrabbandieri significava enormi profitti, per gli americani la destabilizzazione sanitaria e sociale del paese disobbediente e già minato dalle loro feroci sanzioni.

Confine Iran-Afghanistan

Quando in un avamposto vidi appeso il poster del Che Guevara, immagine del resto diffusa in tutto il Medioriente e chiesi ai soldati di parlarmene, mi fu risposto: “Il nostro Che Guevara è il generale Qassem! E tale il comandante dei Pasdaran si dimostrò anche in Siria e in Iraq, nell’addestrare e guidare le milizie popolare, Hezbollah e altre, miste scite e sunnite, tutte animate da un fortissimo sentimento patriottico ed unitario. E sono stati tale addestramento e tali motivazioni a farne la forza risolutiva nella sconfitta dell’Isis a Mosul e poi in tutto l’Iraq, e nella cacciata di Daesh e delle varie formazioni Al Qaida dalla maggior parte della Siria.

Iraq dell’Iran o degli iracheni?

Ora la belluina stampa occidentale abbaierà con più forza contro un Iraq che, grazie anche al comandante delle sue milizie popolari, si starebbe facendo longa manus dell’Iran. A prescindere dal fatto che ciò favorirebbe meglio l’autodeterminazione della nazione, che non l’occupazione e il tiranneggiamento statunitensi, con i saccheggi delle risorse petrolifere che comporta, Qassem Soleimani non ha fatto altro che assolvere a quella che un tempo si chiamava solidarietà internazionalista con un popolo aggredito. Sui manifestanti che hanno invaso l’ambasciata Usa sventolavano appaiati la bandiera nazionale irachena, sempre quella di Saddam, e i vessilli degli Hezbollah e di altre brigate patriottiche.

Bandiere irachene e di Hezbollah sull’ambasciata Usa in fiamme

Innumerevoli, evidenziate in video, foto, documenti e testimonianze, sono state le prove fornite dalle unità di Soleimani e dagli eserciti iracheno e siriano, sulla collaborazione di Stati Uniti e Nato con le orde dei jihadisti: armamenti, rifornimenti di ogni genere da aerei, intelligence, evacuazione da situazioni compromesse, come a Raqqa e Mosul. Oltre alle note e documentate attività di finanziamento, addestramento e fornitura di armi, nei paesi vicini, Turchia, Arabia Saudita, Giordania, supervisionati dagli Usa.

Tale era la popolarità, oltre che la forza militare, delle milizie volontarie guidate da Soleimani che, in Iraq, poterono esercitare una fortissima pressione sui successivi governi che, installati con il beneplacito di Washington, gradualmente assunsero posizioni sempre più ostili all’occupante e alle migliaia di militari e mezzi tuttora nel paese. Quando Trump trasferì dalla Siria truppe in Iraq, accadde l’inverosimile: il Parlamento iracheno compatto chiese agli Stati Uniti di togliere il disturbo.

 Se l’attacco dei manifestanti iracheni all’ambasciata statunitense di Baghdad, la penetrazione nella blindatissima Zona Verde e l’incendio di parti della rappresentanza diplomatica vengono da Washington e dai suoi corifei nostrani portati a pretesto della strage in cui è perito Soleimani, il movente è un altro. Il generale iraniano e i combattenti iracheni hanno una volta di più negato che intrighi e complotti antinazionali e imperialisti prevalessero. Soprattutto – ed è questo che ha ridato coscienza e orgoglio nazionali agli iracheni – hanno sconfitto il possente mercenariato Isis-Al Qaida a cui gli Usa e l’Occidente tutto avevano dato il mandato di completare l’annientamento di due nazioni: Siria e Iraq. Il drone della strage di Baghdad era il portatore di questa vendetta.

Forze di Mobilitazione Popolare

Vendetta per aver sconfitto i mercenari Usa

Da anni sorrido al mantra di Giulietto Chiesa che, dagli anni ’90, va annunciando l’imminente Armageddon, la guerra mondiale, magari atomica, a giorni. Non ho mai capito se si trattasse di autentico timore, traveggole, o di qualcosa di strumentale. In ogni caso, come si vedeva allora e come s’è visto poi, tale conflagrazione globale non si prospettava per niente. C’erano e ci sono le sette guerre di Bush e poi di Obama, ma restano confinate nelle regioni da ricuperare al colonialismo. Oggi è tutto il coro degli strepitoni mediatici che intravvede bagliori di apocalisse all’orizzonte. Ovviamente, mica tanto per l’irriducibile bellicosità dell’apparato militar-industriale Usa, il Deep State e il suo Partito Democratico, quanto per un “Iran irresponsabile” che promette risposte. Senza la quale risposta, che io penso verrà comunque calmierata da Mosca, il paese perderebbe credibilità, sia all’interno, sia in tutta la regione, nel mondo arabo, nell’Islam di cui è il simbolo del riscatto. Magari sbaglio. Le 50 atomiche che Washington sposterebbe dalla base turca di  Incirlik a Ghedi (BS) e che, nell’abietto servilismo della classe politica, si aggiungono alle altre 70-90 già nel nostro paese, non sono un buon auspicio.

Quanto alle dinamiche che hanno prodotto l’attentato terroristico di Baghdad, personalmente ritengo che sia stato ancora lo Stato Profondo Usa a prendere la mano all’eternamente traccheggiante Trump. Nel riferirsi alla matrice dell’operazione tutti accennano a Pompeo, segretario di Stato, a Mark Esper, ministro della Difesa, entrambi neocon, e al Pentagono. Il Trump che dilaga sui social per ogni mosca che vola, il Trump che aveva legato le sue speranze di secondo mandato alla distensione con Putin, con i nordcoreani e che non si decideva mai sull’attacco all’Iran, preteso anche da Netaniahu, su Facebook si era limitato a pubblicare la bandiera statunitense. Troppo poco per un tweeter maniacale e un successone militare del genere.

Luigi Paragone, Qassem Suleimani e omini, ominicchi e quaquaraquà

Nel titolo ho avvicinato Gianluigi Paragone, deputato 5Stelle, espulso dal Movimento, a Qassem Soleimani, nientemeno. Raffronto indubbiamente azzardato. Ma, si parva licet componere magnis, cosa che, quando si va per simboli, si può, provo a dimostrare che nel piccolo si rispecchia il grande e viceversa. Sia l’ambito della nostra miserevole repubblica, sia quello dell’assassinio di Soleimani inseriti nel quadro di un conflitto mondiale, fanno parte dell’ambito umano. E qui che, ci si trovi bimbetti nel nido, o generali, o presidenti, o manager, possiamo avere, nelle parole di Sciascia, omini, ominicchi e quaquaraquà.

E su questo piano abbiamo un uomo, Soleimani, un ominicchio, Trump, e tanti quaquaraquà, tutti i media e i politici (il patetico capoleghista in testa) che rovesciano la frittata e cianciano dell’assassinio di un uomo, di un grande uomo, di un uomo umano, come della rimozione di una minaccia. E abbiamo un uomo, Paragone, un ominicchio, Di Maio e i quaquaraquà da poltrona, sedia e strapuntino che, con l’osso in bocca, abbaiano contro colui che “non è stato alle regole”.

Siamo ad Antigone, a capocchia invocata per la mozza ONG di Soros, che sperona navi italiane. Paragone non ha obbedito alle regole che dovrebbero tenere a bada eventuali dissidenti del capo ominicchio, anche quando fa puttanate, o tradimenti di tutto ciò per cui è stato portato dove si trova e dove non merita minimamente di trovarsi. Paragone è stato alle regole che ha concordato con quella parte del popolo di uomini che lo ha votato. Non ha votato vergogne, le leggi imposta dagli avvoltoi UE e dai grassatori mafiopidini, repulsive a quel popolo e, perciò inevitabilmente a lui.

L’ho conosciuto da eccellente giornalista, competente come pochi su banche, finanza, manomorta europea e realizzatore della trasmissione “La Gabbia”, dove finalmente s’è visto qualche 5Stelle e si è tirato qualche schiaffazzo ai dominanti. Titolo appropriato, la Gabbia, se si pensa che spiccava in una rete, La7, dove informazione e analisi sono quelle di Gruber, Formigli, Floris, Giletti, Damilano, Zoro….. Senza dubbio uno dei più validi rappresentanti di quello che è stato – e spero sia tuttora – un autentico anelito al riscatto.

Non per nulla è uscito dal suo Grande Silenzio, Alessandro Di Battista: “Gianluigi è infinitamente più grillino di tanti che si professano tali. Non c’è mai stata una volta che non fossi d’accordo con lui”. Il 33% delle ultime politiche lo si deve a questi uomini e ai valori per la fedeltà a contro i quali un ominicchio senz’arte né parte si permette espulsioni. Sembra che ne abbia nel mirino un’altra trentina, di “uomini”.

Magari. Contiamo su di loro, su Paragone, su Di Battista, su Fioramonti, altro esempio di intelligenza e coerenza, dimessosi da ministro dell’Istruzione in opposizione all’eterna strategia dei padroni: rimbecillire i giovani italiani, tagliandogli fondi e conoscenza. Anche rendendoli obesi con le famigerate merendine e bevande zuccherine che un ministro, come non lo si era mai visto da quelle parti, voleva strappare agli intossicatori. Aspettiamo gli altri: Morra, Corrao, Lezzi, Lanutti, i tantissimi sul territorio. Non è più tempo di esitare. L’ominicchio, col vecchio guru uscito di senno, ha ridotto una galassia luminosa, il 33%, a pochi detriti stellari. Paragone, Di Battista, gli altri, i confusi, i persi per strada, tutto quello che non è né ominicchio, né quaquaraquà, riprendano il discorso, riaccendano le stelle spente dagli ominicchi e odiate dai quaquaraquà, ma ancora care al meglio di questa povera Italia.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:22

Nicoletta: se un anno di carcere vi sembra poco…

https://volerelaluna.it/tav/2020/01/03/nicoletta-se-un-anno-di-carcere-vi-sembra-poco/?fbclid=IwAR19UxO-LEExmuKJQKsEM8hKNphQZeQal70wjji_aJ0v6Uu4W5Rsosu3Uig

03-01-2020 – di: 

Le parole sulla carcerazione di Nicoletta Dosio del Procuratore Generale della Repubblica di Torino, che ha ritenuto di dover replicare alle molte critiche e proteste contro questo provvedimento nei confronti di una ex professoressa di lettere antiche affermando che sono state rispettate tutte le procedure, devono spingere a una riflessione.

In primo luogo, ciò che il Procuratore non pare cogliere è il significato profondo della scelta della prof. Dosio, che non può certo essere semplificato in un rifiuto di presentare delle istanze. Decidere di non chiedere nulla, affermare che non si è disponibili ad essere carcerieri di sé stessi (queste le parole utilizzate da Nicoletta nel dire che non avrebbe rispettato eventuali restrizioni connesse a una detenzione domiciliare), è stata la scelta consapevole di una donna che ha spiegato che non aveva nulla per cui doversi “riabilitare”. Nicoletta è stata condannata a un anno per violenza privata e interruzione di pubblico servizio in concorso con altri perché aveva tenuto uno striscione, al bordo dell’autostrada, nel corso di una manifestazione No TAV che per circa un’ora aveva invitato gli automobilisti ad attraversare la barriera autostradale di Avigliana non pagando il pedaggio (con un danno di 777 euro alle autostrade). Una condotta che giustificava, secondo la Procura, una pena di ben tre anni (questa la pena chiesta in primo grado dal PM) e che ha comunque condotto alla condanna di Nicoletta a un anno di carcere.

Non stupisce che alcuni non vogliano cogliere il senso di estrema dignità e coerenza della decisione di non utilizzare quelle pur sacrosante misure alternative alla detenzione che esistono grazie ad anni di lotte. Nulla ritiene di avere Nicoletta per cui doversi rieducare, e nulla ritiene di aver fatto per cui aver “meritato” un anno di carcere. Nulla ha dunque Nicoletta da chiedere alla clemenza del sovrano, e altro non può fare che subire quello che le viene imposto.

Quel che piuttosto con la sua scelta di coerenza e dignità Nicoletta ha voluto denunciare, facendo del suo corpo detenuto un’arma non violenta (contrapposta alla violenza delle istituzioni), è l’uso (e spesso l’abuso) del sistema repressivo penale contro il movimento No TAV in particolare, e contro tutti i movimenti che esprimono istanze, a volte ma non sempre radicali, di dissenso e conflitto sociale. Decine di processi, centinaia di indagati e condannati, misure di prevenzione richieste (come non pensare a chi era andato a combattere contro l’ISIS e al suo ritorno si è visto chiedere la sorveglianza speciale perché era anche un No TAV) e ottenute, fogli di via, sono l’unico modo che lo Stato ha trovato per rispondere alla protesta (a volte violenta certo, ma più spesso pacifica e non violenta, come nel caso che ha portato alla condanna di Nicoletta) dei No TAV, e sono spesso l’unico modo che lo Stato trova per rispondere al conflitto sociale. Conflitto che ‒ è bene precisare ‒ non è antitetico alla democrazia, ma ne è anzi elemento essenziale di vitalità (laddove oggi, sempre di più, si vorrebbe una democrazia anestetizzata e plebiscitaria). E allora Nicoletta non aveva altra scelta che rifiutarsi di chiedere scusa e non fuggire dal carcere nel quale ingiustamente la si è voluta rinchiudere.

Risposta repressiva, si diceva, dello Stato: quando una manifestazione viene contrastata e repressa con lacrimogeni e manganelli, quando le persone vengono arrestate, processate e (a volte o spesso) condannate per aver manifestato, è lo Stato che sta lanciando lacrimogeni, che sta manganellando, che sta arrestando, processando, condannando. E quando queste sono le uniche risposte che lo Stato mette in campo contro il conflitto sociale e il dissenso, come nel caso del movimento No TAV, allora a entrare in crisi è la tenuta del sistema democratico.

Certo, si può (correttamente) obiettare che un giudice ha valutato che quelle condotte costituiscono reato e che ha condannato i suoi autori seguendo una procedura garantita dalla legge. Formalmente tutto vero. Il problema, guardando al dato sostanziale, è che perseguire una condotta è spesso frutto di una scelta di politica giudiziaria, che inquadrare un fatto in una determinata fattispecie è frutto di attività interpretativa non sempre e non solo tecnica ma spesso anche “politica” (quanto meno nel senso di aderente a quella che si ritiene la volontà o l’utilità della maggioranza), che decidere di portare avanti un fascicolo o un altro non è (quasi) mai frutto del caso o del semplice ordine temporale ma deriva da scelte precise e consapevoli, che condannare a una determinata pena è frutto di una scelta provocata (a volte) da valutazioni politiche (si noti che per i reati per i quali Nicoletta è stata condannata la legge prevede una pena minima di quindici giorni e che, quindi, decidere di condannare a un anno ha un preciso significato: nella sentenza di condanna della Corte di appello si evoca del resto «il collegamento degli imputati con l’ala più radicale e violenta del movimento No TAV e, di conseguenza, la pericolosità sociale» sì che ad essere punito duramente, più che il fatto di reato, è l’autore del fatto in quanto tale, in quanto parte di un movimento). E, ancora, che celebrare ogni processo per fatti legati al conflitto sociale con le forze dell’ordine massicciamente presenti e riconoscibili nelle aule giudiziarie (come accade a Torino) ha un significato che esula dalle esigenze di ordine pubblico e disvela una volontà di costruzione mediatica del nemico.

Alla luce di tutto ciò diventa più agevole comprendere che l’esecuzione della pena detentiva di un anno di reclusione nei confronti di Nicoletta è solo l’ultima (probabilmente la meno discrezionale) di una serie di valutazioni non solo tecniche ma fondamentalmente politiche, con conseguenti decisioni che – in questo come in moltissimi altri casi, a Torino contro il movimento No TAV come altrove verso ciò che è ritenuto conflittuale e distonico rispetto al volere omologato – hanno infine condotto al carcere.

Le sbarre che dal 30 dicembre circondano il corpo di Nicoletta impongono di preoccuparsi e di interrogarsi su ciò che questa discrezionale giustizializzazione della risposta a quanto si considera non coerente con l’“ordine costituito” può comportare per quella che ancora aspira a essere una democrazia.

Il popolo valsusino di Greta Thunberg si schiera a fianco di Nicoletta Dosio

https://www.lastampa.it/torino/2020/01/04/news/il-popolo-valsusino-di-greta-thunberg-si-schiera-a-fianco-di-nicoletta-dosio-1.38286572?fbclid=IwAR3hQaAT324CmVoJ7F9U_cdvFysEGX_MuPs2DdeML5udj_mwT3X5ESPCIUY

L’attivista No-Tav di Bussoleno è finita in carcere lunedì scorso in seguito alla condanna per una manifestazione di protesta del 2012


La fiaccolta di Bussoleno in favore della Dosio

BUSSOLENO. Anche il popolo valsusino di Greta Thunberg si schiera al fianco di Nicoletta Dosio, l’attivista No-Tav di Bussoleno finita in carcere lunedì scorso in seguito alla condanna per una manifestazione di protesta del 2012. Stamattina, sabato 4 gennaio, il Gruppo Clima Valsusa ha diramato una lettera aperta a sostegno dell’ex professoressa di liceo arrestata a 73 anni e ora detenuta alle Vallette per «una delle tante azioni di disubbidienza civile non violenta messe in campo dai militanti No Tav» sottolinea l’associazione ambientalista che nelle scorse settimane ha animato il primo Fridays for future organizzato in Valle, ad Avigliana.

«Tutti noi conosciamo e apprezziamo l’idealismo e la rettitudine di Nicoletta, così come ci riconosciamo debitori nei confronti dei militanti che ormai da decenni mettono in campo energie, intelligenza, tempo per cercare di contrastare un’opera inutile, costosissima e devastante da un punto di vista ambientale» spiega il Gruppo ambientalista a pochi giorni dall’analoga presa di posizione dell’Anpi di Bussoleno.
«Ci pare che si stiano condannando cittadini che dovrebbero essere considerati benemeriti, soprattutto in un momento in cui risulta ormai certo che all’umanità restano pochi anni per invertire la rotta e salvare il pianeta dagli effetti catastrofici dell’emergenza climatica e della devastazione degli ecosistemi. Bisogna uscire dalla cecità indotta ad arte dai grandi poteri economici che traggono beneficio da questo sistema» accusano gli esponenti di Clima Valsusa.