Beppe Grillo Vs Perino un commento

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Tgvallesusa

di Orso Grigio – dal suo profilo FB, per gentile concessione

Rivolgendosi al leader dei no  Perino,  ha detto che “non avere i numeri per bloccare l’Alta velocità non significa tradire”
No, caro Beppe, non ci provare. Non con noi. Non siamo scappati di casa e nemmeno scesi dai monti con la piena. Abbiamo votato il M5S dopo scelte dolorose ma l’abbiamo fatto convintamente e lealmente.
E pretendiamo la stessa lealtà.

La chiusura del Tav doveva essere un punto fermo del programma, irrinunciabile, come e più del reddito di cittadinanza. Non abbandonata al destino di un’inutile analisi costi benefici e quindi ad un voto parlamentare che sarebbe stato comunque perdente visto che il Movimento era l’unico contrario. In quel programma si doveva sentire il peso maggiore del M5S, che aveva – e ha, cazzo – il doppio dei parlamentari della Lega.

E certe scelte andavano imposte, pena fermarsi al giro di ricognizione e annullare la gara. Quell’accordo era una cazzata e si doveva tornare subito al voto per costringere gli italiano a scegliere, ma questo è quello che penso io e non conta. Perciò torniamo ai fatti.

C’erano rapporti di forza evidenti in quel momento, e non solo numerici, e dovevano pesare. Altrimenti, ciao. Capisco i disastri di Casalino e della Castelli persa nel suo telefonino, che è stato come portare i passerotti al gatto (cit. Trautman), ma qualcosa di più andava fatto, ed era possibile.
Non si sperculano così gli elettori.

Così la Madre di tutte le promesse è diventata la Madre di tutti gli errori, che ha partorito poi tutta una progenie di disgrazie, dalla mancata autorizzazione a procedere contro Salvini al voto dell’altro giorno sul decreto sicurezza.
Ci siamo fatti zimbellare come polli.

E adesso, un’opera di cui non fregava, e non frega, un cazzo a nessuno, visto che se ne parla a vuoto dal paleozoico, già prima dell’era Berlusconi, verrà fatta, non perché diventata improvvisamente utile, ma solo per brandirla come lo scalpo del Movimento e attaccarla alla cintura dei trofei. E per mettere le basi di un appoggio esterno del pd al prossimo governo della Lega, così per essere del tutto sicuri che i 5S, e soprattutto chi si è fidato di loro, non rompano più il cazzo.

Gli errori si pagano. Forse i ragazzi non lo sapevano ancora, giovani, ingenui, un po’ storditi e abbacinati da quel boccone di potere, ma tu, come me, certe cose le sai. Avresti dovuto vigilare, consigliare. Gliel’avresti dovuto dire a Di Maio che stava facendo un mare di cazzate! Come un padre con un figlio.
E invece.

Ah, visto che ci siamo, sempre a proposito di cazzate giganti, vorrei chiederti quanto deve durare ancora quest’agonia. Cazzo, accetterete ancora l’umiliazione di farvi trattare a pesci in faccia per poi farlo decidere a Salvini quando staccare la spina? Neanche la dignità di togliervi dai coglioni avete!

Vedi, qui ci vorrebbe un vaffanculo, di quelli catartici, liberatori, che conosci bene e nei quali eri maestro, ma è più forte il dolore.
E ti abbraccio lo stesso.

TAV, 10 SINDACI DELLA VALSUSA DISERTANO L’INCONTRO CON LA REGIONE E ATTACCANO CIRIO: “SCORRETTEZZA ISTITUZIONALE”

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CHIOMONTE – La maggior parte dei sindaci della Valsusa non parteciperà all’incontro con la Regione organizzato dal presidente Cirio con la giunta regionale, programmato per venerdì 9 agosto a Chiomonte per parlare di Tav e compensazioni insieme a Virano, Foietta, Giachino e le “madamin”. Lo annunciano con un comunicato stampa ufficiale i sindaci di Bruzolo, Bussoleno, Caprie, Giaglione, Mattie, Mompantero, Salbertrand, San Didero, Susa e Venaus.

Altri 6 sindaci probabilmente andranno all’incontro, in quanto non hanno firmato il documento: Buttigliera Alta, Cesana, Chiomonte, Exilles, Gravere e Meana di Susa.

Ma il fatto che due tra i più importanti Comuni della Valsusa (Susa e Bussoleno) abbiano detto no all’invito di Cirio, lancia un segnale forte. Così come l’assenza di altri due Comuni dove dovranno essere realizzate altre opere: suscita curiosità invece la presenza di Cesana Torinese, che non è assolutamente toccata dal progetto Tav.

“I sindaci sono stati invitati all’incontro senza che sia prevista la possibilità di intervenire – spiegano gli amministratori dei 10 Comuni valsusini – e riveliamo la grave scorrettezza istituzionale dell’iniziativa”.

Nella loro nota, i sindaci precisano che “i Comuni della Valle di Susa non hanno mai sottoscritto il “Patto per il territorio”, questo è clamorosamente falso. Il documento ha le sole firme di Chiamparino, Virano e Foietta. Chiediamo pertanto alla Regione una immediata smentita ufficiale di tale affermazione”.

L’attacco dei sindaci della Valsusa all’iniziativa del presidente Cirio è forte: “Con scarsissimo senso delle istituzioni i sindaci sono stati invitati a fare da mera cornice ad interventi di parte, ad opera di figure che non rivestono alcun ruolo istituzionale”.

“Qualora la Regione desiderasse, al di là delle proposte meramente mediatiche ai limiti della provocazione, intrattenere in forma istituzionale e nelle sedi istituzionali un dialogo/confronto con tutti i sindaci della Valle – scrivono nella nota – noi esprimiamo sin d’ora la nostra totale disponibilità”.

Gli amministratori dei 10 Comuni della Valsusa quindi ribadiscono: “Noi non parteciperemo all’incontro, al quale con la nostra eventuale presenza conferiremmo solamente una immeritata legittimità, mentre al contrario ci preme far sentire le ragioni del nostro disappunto e del nostro sdegno istituzionale”.

Il comunicato stampa è stato sottoscritto il 7 agosto, in un’apposita riunione a Bruzolo, dai sindaci e amministratori dei Comuni di Bruzolo, Bussoleno, Caprie, Giaglione, Mattie, Mompantero, Salbertrand, San Didero, Susa e Venaus

SALVINI PER SEMPRE?

Ricevo e diffondo un articolo lungo ma che merita ampiamente di essere letto dal maggior numero di persone.
L’autore è Cesare Allara e del pezzo posso solo dire che chiunque lo legga gli dispiacerà di non averlo scritto lui. E’ un quadro esaustivo, lucido, spietato, drammatico, della situazione politica in cui ci hanno immerso.
Cesare è un mio amico e compagno di lunga data. Insieme abbiamo percorso l’Iraq alla vigilia della guerra che ha distrutto questo magnifico, libero e orgoglioso paese, culla di tanta civiltà. Ci eravamo fatti scudi umani e documentatori contro i carnefici.
Vorremmo continuare a esserlo contro chi distrugge il nostro paese
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SALVINI PER SEMPRE?

                A meno di eventi eccezionali al momento del tutto imprevedibili, Matteo Salvini diventerà prima o poi presidente del Consiglio con una maggioranza di destra, Lega, Fratelli d’Italia e frattaglie di Forza Italia. Non essendoci in campo, né all’orizzonte, neppure l’ombra di un’attendibile opzione alternativa, Salvini può aumentare i suoi consensi pescando in tutti i bacini elettorali: a destra come a sinistra, fra i pro-euro e gli anti-euro, fra la tradizionale Lega secessionista del Lombardo-Veneto che vuole più “autonomia” cioè danè, schei, e la nuova Lega clientelare sudista, fra coloro che desiderano tanti immigrati per abbassare sempre più il costo del lavoro e quelli che vorrebbero invece fermare l’invasione …

                Insomma, Salvini è in una botte di ferro, magistratura consentendo e nonostante le contraddizioni del composito blocco sociale che lo sostiene.  E questo accade perché può godere di un vitalizio politico infinito, frutto della coglionaggine dei suoi “avversari”, la cosiddetta “opposizione” che è diuturnamente impegnata a fornirgli incredibili assist.  I più indefessi attivisti leghisti stanno proprio a “sinistra”, e infatti educatamente, con un sorriso, Salvini sovente li ringrazia mandando “bacioni” a chi lo insulta o lo contesta dandogli del “fascista, nazista, razzista, populista, xenofobo …”. Afferma Marco Travaglio: “Ogni volta che si accosta Salvini a Mussolini gli si fa un favore perché l’unico che avrebbe piacere a essere scambiato per Mussolini è Salvini(Tagadà, 13 giugno). E, come hanno sommessamente notato anche il sociologo Domenico De Masi e l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, ogni ONG che forza il blocco e sbarca immigrati in Italia nel tripudio della “sinistra” regala un punto percentuale in più nei sondaggi alla Lega. Per fermare almeno temporaneamente l’avanzata di Salvini  non resta ormai che seguire le previsioni meteo e sperare che il maltempo freni le partenze dalle coste africane.

                Qualche esempio fra i tanti. Nel maggio scorso, Konrad Krajewski, cardinale polacco elemosiniere di Sua Santità Francesco riattiva la corrente elettrica in un palazzo di Roma occupato abusivamente, moroso per 300.000 euro, a cui l’azienda elettrica aveva staccato i fili. Come Zorro, vicino ai contatori manomessi il cardinale lascia anche il suo biglietto da visita. Una smargiassata che suscita l’entusiasmo della curva della “sinistra” papista arcobalenga, ma che si rivela un clamoroso autogol. Per Salvini è come calciare un rigore a porta vuota: “Ci sono tanti italiani che aspettano una casa popolare e non la occupano; ci sono tanti italiani e migranti regolari che anche in difficoltà le bollette le pagano. Se poi qualcuno in Vaticano vuole pagare le bollette degli italiani in difficoltà ci diano un conto corrente che lo diffonderò a tutti i sindaci perché da Nord a Sud ci sono tanti italiani che fanno fatica a pagare le bollette della luce”.  Pochi giorni dopo il cardinale Zorro ha estinto personalmete il debito del condominio.

                Questa “sinistra” papista, arcobalenga, poltronista, sinistrata, fuksia (PAPSF), pur ciarlando solo più di immigrazione e fascismo, non ha mai espresso, sottolineo mai, analisi credibili sul fenomeno dell’immigrazione, e men che meno su altri argomenti. Quando Salvini “blocca” i porti alle ONG, gli intellettuali più educati, sempre i soliti nomi, sanno solo parlare di “cattiveria”, di “disumanità” del ministro dell’Interno. Ci si deve accontentare così dell’analisi degli ultras. Eccone un esempio significativo che girava in rete in occasione dello “scontro” Salvini-Rackete: “Senti, brutto stronzo. Ti piace insultare una giovane donna in gamba a nome del governo italiano, eh? Maramaldo. A nome degli italiani, 60 milioni? Pallone gonfiato, ceffo vigliacco. Ti sei rotto le palle, eh? Coglione. Te li sudi tu i tuoi selfie, eh?, disgustoso gradasso. Non è granché, ammetto. Sento che si può fare di meglio, cioè di peggio. Tu sì, mezza calzetta, tu puoi, fatti un altro selfie, completa tu a piacere. Controfirmo tutto”.  Roberto Saviano è entusiasta di questo breve scritto di Adriano Sofri apparso sul quotidiano clandestino Il Foglio: Condivido con voi l’analisi politica più lucida degli ultimi mesi. Grazie Adriano”. Salvini gentilissimo ringrazia: “Essere insultato dal pregevole duo Sofri-Saviano mi rende ancora più orgoglioso del mio lavoro in difesa del Popolo Italiano. Bacioni e querele”. Quando si dice “lavorare per il re di Prussia” …                

                L’immigrazione non è “un’arma di distrazione di massa”, come si  sostiene ancora oggi a “sinistra”, di cui si serve Salvini per nascondere la corruzione nel suo partito, per distogliere l’attenzione dai temi economici e dalle inchieste della magistratura sui finanziamenti alla Lega. Non c’è più bisogno di sotterfugi. Ormai il popolo italiano si è assuefatto all’illegalità, anzi ognuno nel suo piccolo ci sguazza, ha imparato a convivere con la corruzione, con le varie mafie, o con quelle che pudicamente vengono declassate a lobby; non gli importa nulla se i partiti si finanziano con rubli o dollari.  Con la fame di lavoro e di salario che c’è, il popolo italiano non sta neppure a sottilizzare se il lavoro creato con fondi pubblici è utile al Paese o no. L’illegalità, la corruzione e le mafie sono il principale motore di sviluppo del Paese. L’avventura di Virginia Raggi a Roma dimostra che inimicandosi le mafie la macchina municipale stenta a funzionare, s’inceppa, fra boicottaggi, piccole e grandi truffe ai danni dell’amministrazione, bandi che vanno deserti , l’esercito che presidia qualche sito della monnezza e la stampa tutta di proprietà delle lobby che spinge per far tornare in Comune i cari vecchi partiti da sempre loro complici. Gli scandali che colpiscono la Lega, dove le varie lobby hanno già spostato i loro uomini, non scalfiscono minimamente la sua lenta, ma inesorabile avanzata nei sondaggi.   

                L’immigrazione, assieme al lavoro e al welfare, è da tempo, volenti o nolenti, il tema dei temi, non solo in Italia. Le tre materie sono fra loro strettamente collegate. Non sono venute per caso le vittorie del repubblicano Trump negli USA o di Farage (Brexit Party) in Gran Bretagna che, al contrario della “sinistra” che a ogni latitudine vuole accogliere tutti i migranti, promettevano di proteggere la manodopera autoctona. Interessante il caso della Danimarca dove il 5 giugno scorso si è votato per il rinnovo del Parlamento. Un risultato sorprendente, in controtendenza: i cosiddetti “populisti” (Partito del Popolo Danese) perdono la metà dei voti. Vincono i socialdemocratici che in campagna elettorale promettono però “una linea meno permissiva sui migranti”. La vincitrice Mette Frederiksen dichiara: “Al primo posto rimetteremo il welfare, il clima, l’educazione, i bambini, il futuro”; in netto contrasto con le ragioni fondative dell’Europa di Maastricht nata invece per adeguare il capitalismo europeo a quello USA, innanzitutto con il ridimensionamento o l’abolizione del welfare. 

                Questo rovesciamento della rappresentanza dei ceti sociali – la destra che difende gli interessi dei lavoratori autoctoni (ad esempio Marine Le Pen in Francia), mentre tutta la sinistra (partiti, centri sociali e troika sindacale) è allineata sulle posizioni di mafie e lobby, ne sposa le esigenze di manodopera schiavile a basso costo partecipando attivamente in vario modo alla deportazione dall’Africa – non è una novità delle ultime tornate elettorali. Ero ormai in uscita dal PRC, ed ecco cosa scrivevo  il 14 marzo 2006  nel “Diario elettorale” (13 puntate) circa l’inizio della campagna elettorale di Bertinotti a Torino e Bussoleno per le Politiche del 9/10 aprile di quell’anno. Ad eccezione del riferimento al congresso di Rimini della CGIL dell’1/4 marzo, questo stralcio del report sembra scritto oggi: “(…) Dopo la tregua (o resa?) preventiva regalata dalla CGIL nel recente congresso di Rimini al prossimo governo, il PRC, che Bertinotti ha definito il più fedele alleato di Prodi, è più che mai ostaggio della riedizione della famigerata politica di concertazione e di pace sociale, con tanti saluti ai movimenti rivendicativi e al ruolo di portavoce delle lotte. Sull’immigrazione, Bertinotti ha in particolare posto l’accento sulla vitale necessità che ha il nostro Paese di mano d’opera straniera, pena il blocco delle attività produttive. Curiosamente, ma non troppo, questa tesi della sinistra alternativa coincide con quella di Confindustria, e ciò deve far riflettere. I padroni, che per uscire dalle ricorrenti ‘crisi’ conoscono solo la strada della riduzione del costo del lavoro e di un maggior sfruttamento della mano d’opera, desiderano avere sempre a disposizione quello che, se ricordo bene, un tale aveva definito esercito industriale di riserva. Ho scoperto che oggi questa esuberanza di disponibilità di mano d’opera di cui i padroni hanno bisogno è chiamata ventre molle. Questo ventre molle, che continua ad ingrossarsi per effetto degli incessanti flussi immigratori, è indispensabile ai padroni per alimentare il lavoro nero, per mettere in concorrenza la mano d’opera locale con quella extracomunitaria e così perseguire l’obiettivo di un costo del lavoro sempre più basso. Un corollario di questa tesi afferma che gli stranieri non rubano il lavoro agli italiani perchè sono impiegati in lavori che gli italiani, ormai imborghesiti, non vogliono più fare e da qui nasce la necessità della presenza del lavoratore immigrato. In realtà gli italiani hanno fatto per secoli i lavori più umili, e ancora li farebbero se fossero retribuiti adeguatamente e non con salari africani o asiatici. Questa sottovalutazione, questa superficialità nel maneggiare il problema dell’immigrazione che come si è visto gratifica i padroni e i padroncini, ma acuisce i disagi delle classi meno abbienti italiane, regala al razzismo della Lega Nord il cuore ed il voto di larghi strati popolari (…)”. I fatti hanno poi dimostrato che la scelta della “sinistra” di dividere i lavoratori, occupandosi eslusivamente degli immigrati e lasciando i lavoratori italiani, i ceti popolari nelle grinfie della troika sindacale e dell’“orrendo serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD”, è stata catastrofica.

                La prima domanda da porsi per iniziare un’analisi del fenomeno è la seguente: le migrazioni sono un fenomeno complessivamente positivo o negativo? La seconda domanda è: cui prodest?, a chi giova? Chi ci guadagna, chi ci perde? Chi sostiene la positività afferma che il fenomeno è inarrestabile, e quindi non si può far altro che gestire l’accoglienza. Anche perché, dato il crollo demografico recentemente ribadito dall’ISTAT (notoriamente gli italiani oltre che choosy, schizzinosi sul lavoro, hanno perso anche la voglia di trombare e figliare), l’immigrato è conveniente; i vantaggi che ne derivano sono indistintamente utili a tutta la collettività. Vantaggi già in parte accennati più sopra dall’on. Bertinotti all’unisono con Confindustria, a cui si può aggiungere quell’altra colossale minchiata divulgata per decenni dalla “sinistra” sempre nel coro con Confindustria, quella delle pensioni degli italiani pagate solo grazie ai contributi degli immigrati.

                La propaganda sugli immigrati come risorsa universale è martellante, fan della globalizzazione capitalista in prima fila. “Le migrazioni sono una ricchezza, ma vanno sapute gestire” dice ad esempio il regista Oliver Stone sul Fatto Quotidiano del 2 luglio scorso, ma non precisa per chi sono una ricchezza, una risorsa. Ma fra le innumerevoli dichiarazioni di fede nella globalizzazione e nelle migrazioni vale la pena ricordare, per chi se la fosse dimenticata, quella ormai leggendaria dell’on. Laura Boldrini, all’epoca presidente della Camera, alla presentazione del Rapporto 2014 di Italiadecide che delineò anche il futuro che ci aspetta: “Dobbiamo dare l’esempio concreto di un cultura dell’accoglienza, che sia integrale, l’accoglienza come un nostro valore a 360 gradi e che sappia misurarsi con la sfida della globalizzazione. Quella sfida che porta con sé, com’è ovvio, anche maggiori opportunità di circolazione delle persone, perché nell’era globale tutto si muove. Si muovono i capitali, si muovono le merci, si muovono le notizie, si muovono gli esseri umani e non solo per turismo. I migranti oggi sono l’elemento umano, l’avanguardia di questa globalizzazione e ci offrono uno stile di vita che presto sarà uno stile di vita molto diffuso per tutti noi, loro sono l’avanguardia dello stile di vita che presto sarà uno stile di vita per moltissimi di noi”.

                Nei secoli XVI e XVII, nel grande centro minerario di Potosì in Bolivia, dove si estraeva gran parte dell’argento spagnolo, gli indigeni americani schiavizzati morivano come mosche per le condizioni di estremo sfruttamento, per le nuove malattie importate dagli spagnoli a cui i fisici dei nativi del Sudamerica non erano abituati e per “l’uso del mercurio per l’estrazione dell’argento con il metodo dell’amalgama che avvelenava quanto, o più dei gas tossici nelle viscere della terra. Faceva cadere capelli e denti e provocava tremiti incontrollabili. Gli ‘intossicati da mercurio’ si trascinavano per le strade chiedendo l’elemosina. 6.500 falò ardevano nella notte sulle pendici del cerro rico, e in essi si lavorava l’argento con l’aiuto del vento che il ‘glorioso Sant’Agostino’ inviava dal cielo. A causa del fumo, in un raggio di sei leghe, nei dintorni di Potosì, non c’erano pascoli né seminagioni e le esalazioni erano altrettanto implacabili con i corpi degli uomini” (Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America    Latina, 1997, Sperling & Kupfer). Non si conoscono i numeri esatti, ma si parla di milioni di persone, anche perché non c’era solo Potosì. Di certo fu un vero e proprio genocidio. Quando nelle miniere la manodopera comincia a scarseggiare si ricorre all’importazione dei negri africani, ritenuti anche fisicamente più adatti al lavoro schiavile in condizioni di estremo sfruttamento. Non si può non notare come gli attuali dirittumanoidi, le ONG che si prestano a gestire l’ultima tratta della deportazione in Italia della manovalanza prelevata in acque africane, somigliano tantissimo a quelle navi negriere che dall’Africa portavano una manodopera più robusta nei possedimenti spagnoli in Sudamerica per sostituire gli indios ormai in estinzione.    

                La “sinistra” PAPSF, che mette la sua bandierina su questa sostituzione della manodopera italiana con quella assai più a buon mercato proveniente dall’Africa, scambia un’operazione coloniale per solidarietà internazionalista. Le ONG marinare colluse col traffico di esseri umani come le brigate internazionali che combatterono a fianco dei republicanos nella guerra di Spagna (1936-1939)? O come Ilio Barontini, Domenico Rolla, Anton Uckmar che andarono in Etiopia (1935-1936) per organizzare la resistenza armata contro l’occupazione fascista? O come Gino Doné, partigiano e combattente internazionalista, unico italiano a partecipare alla rivoluzione cubana negli anni 50? Carola Rackete come Ernesto Guevara? Certo il Che fallì nei tentativi di accendere il “foco guerrillero”, di innescare rivoluzioni in Congo nel 1965 e in Bolivia nel 1967. Pagò personalmente a caro prezzo i suoi fallimenti. Ancora oggi però si pone in Africa il tema della rivoluzione, della liberazione di quel continente dal giogo colonialista, imperialista, soprattutto francese. Una sinistra degna di questo nome di questo dovrebbe occuparsi. Perciò, come si dice a Torino, per favore, non confondiamo la cacca col risotto. 

                Se, invece, si pensa che il fenomeno migrazioni merita complessivamente un giudizio negativo, se si ritiene che la globalizzazione capitalista non è irreversibile, che le migrazioni non sono inarrestabili, che da questi fenomeni c’è chi ci guadagna, ma la stragrande maggioranza delle popolazioni ne esce sconfitta, più povera, allora si aprono praterie politiche sconfinate, territori inesplorati soprattutto per una sinistra che volesse collocarsi a sinistra. Si prenda ad esempio il Mezzogiorno d’Italia, da sempre terra di emigranti, dove oggi si assiste a una fuga di massa soprattutto dei suoi giovani: “Così radicale, estesa, imponente la fuga da poter essere considerata la terza ondata migratoria dopo quella dei primi del 900 verso le Americhe, del secondo dopoguerra verso la Germania e Milano del miracolo economico o Torino di mamma FIAT (…) Non più solo cervelli in fuga, la cui formazione è comunque costata 30 miliardi di euro alle casse pubbliche, ma anche camerieri in fuga, dentisti in fuga, tubisti, saldatori, operai generici, infermieri, insegnanti delle elementari, autisti, baristi, pizzaioli. Un intero popolo scomparso così folto che gli arrivi degli immigrati, o di coloro che ritornano a casa, non riescono a compensare. Il saldo demografico è paurosamente negativo. 783.511 italiani (che sono parte di quei quasi due milioni di migranti) che hanno avviato le pratiche per i cambi di residenza o nuovi passaporti, di cui 218.771 in possesso della laurea. Dal Sud è fuggita, persa ai radar, la meglio gioventù: mezzo milione di giovani (564.796 per la precisione) di cui 163.645 laureati. (Antonello Caporale, Quasi due milioni via dal Meridione, e mezza Italia sta diventando un deserto, Millennium, novembre 2018). Un Paese che costringe i suoi giovani più preparati a fuggire all’estero per trovare un lavoro e uno stipensio che consenta di vivere, ma che ha bisogno di importare raccoglitori di pomodori a due euro l’ora, è una colonia, un Paese fallito.

                Prosegue Caporale, che si basa sul rapporto SviMez dell’agosto 2018: “Oltre il Garigliano i paesi cadono come foglie in autunno. Scompaiono silenziosamente e nell’indifferenza, il conto lo tiene l’ISTAT che stila periodicamente la lista dei morituri: a oggi sono più di 1.650 i Comuni colpiti da un abbandono che s’annuncia definitivo, una morte triste e non più lenta che nei prossimi anni si gonfierà di altre vittime e presto certificheremo la desertificazione. (…) Un quinto dei Comuni italiani è infatti in cammino verso il nulla, un sesto della superficie nazionale resterà disabitata. Mura cadenti, pietre rotolate giù e rovi, solo rovi. Sarà il cimitero la nuova dimensione di questo svuotamento che infragilisce fino a consumarla tutta la colonna vertebrale del Paese, la linea montuosa centrale costellata fino a due decenni fa di villaggi, di comunità, insomma di vita, che invece cederà alla morte per via della fame che l’attanaglia. (…) Né capannoni né vacche, né sviluppo industriale né agricoltura sostenibile. Né strade, né treni. Tolti, tagliati, inutilizzati più di 6.000 km di ferrovia, il treno, da vettore economico e popolare, si è via via trasformato nel costoso ed efficiente connettore dell’Italia ricca, nella direttrice verticale tra le grandi città. Il Frecciarossa è il simbolo di un’Italia che ha scelto non due, ma una sola velocità. Biglietti alti, ma puntualità quasi sempre garantita per quelli che ce la fanno. Poi la seconda classe nel resto del Paese, specialmente al Nord, un reticolo di tratte per i pendolari mal tenute e mal gestite, mentre al Sud – terza classe – semplicemente il nulla”.

                Come facilmente si intuisce, le migrazioni sono un furto. Perpetrato da tutti i Nord del mondo ai danni dei Paesi eternamente in via di sviluppo che permarranno sempre tali se rapinati continuamente delle loro risorse naturali, se privati soprattutto delle migliori risorse umane di cui dispongono. Da decenni l’Africa produce i migliori atleti, i migliori calciatori del mondo di statura fisica e tecnica eccezionale, ai quali però lo Stato colonizzatore offre subito la naturalizzazione: la nazionale francese di calcio è diventata campione del mondo di calcio nel 2018 con più della metà dei titolari di origine africana naturalizzati o diventati francesi attraverso lo ius soli. E così nessun Paese africano, nonostante i suoi ottimi calciatori,  è mai riuscito a diventare campione del mondo. Non riesco ad immaginare che succederebbe in Africa se ciò accadesse.

                Negli anni 60 e 70 dello scorso secolo c’erano i cosiddetti “movimenti terzomondisti” che appoggiavano le lotte anticoloniali di liberazione nazionale dei popoli del cosiddetto “Terzo Mondo”. Erano l’anima della sinistra. Oggi invece nel pantheon della “sinistra” ci sono Carola e le ONG. Oltre che democristiani, ho la certezza che moriremo anche leghisti.  Buone vacanze a tutti.

Torino, 30 luglio 2019                                                                                                   Cesare Allara

L’utilizzatore finale della sceneggiata

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manifesto

 

 

 

«Dagli amici mi guardi Iddio». Potranno ben dirlo i valorosi difensori della Val di Susa che da trent’anni tengono con dignità la posizione, di questi amici d’occasione pentastellati che giunti al dunque, dopo aver perduto tutto anche l’onore, hanno gettato quella nobile causa sul palcoscenico truccato della Bisanzio senatoriale. Una questione grave, tremendamente seria, tecnicamente complessa, su cui grava una pesante ignoranza dei dati reali e un carico di interessi gigantesco, liquidata, in una mattinata di fine stagione – i senatori con i trolley già pronti e sotto pelle il timore di perdere il posto a ferie consumate – in un passaggio parlamentare surreale e grottesco, praticamente senza discussione e con un esito scontato in partenza.

D’ora in poi anche il più sprovveduto dei Sì Tav potrà proclamare che l’organo sovrano si è pronunciato, e «l’Opera s’ha da fare. Punto!».

È stato questo il prezzo pagato da chi davvero ci ha creduto alla battaglia contro un’opera inutile, dannosa e dispendiosa, al bisogno disperato di un movimento politico allo sbando di tentare di salvare una faccia perduta da tempo. E sopravvivere qualche mese al divoramento da parte del suo partner di governo. Rivela quale potere dissolvente e destrutturante abbia la politica – quando declinata nella forma vuota e insieme arrogante del populismo: quello, ricordate, che dichiarava di voler rappresentare il basso contro l’alto – nei confronti delle espressioni più autentiche di ciò che davvero proviene «dal basso».

Mostra, plasticamente, la fine dell’equivoco che voleva l’insorgenza populista davvero trasversale tra destra e sinistra, anzi potenzialmente veicolo di antiche istanze ribelli, e l’approdo di quell’onda lunga su posizioni esplicitamente di destra, anzi di destra estrema, innervate nel precedente sistema di potere e colluse con i suoi peggiori gruppi d’interesse, qual è appunto la Lega salviniana.

Questo ci dice la mattina politica, pur nella sua furia del dileguare: che il grillo parlante di ieri si è rivelato un grillo impotente. Un trojan, che ha veicolato l’uomo nero, il quale poi da avatar si è fatto padrone. Ma c’è anche un’altra «rivelazione», filtrante tra le maglie strette della giornata a Palazzo Madama. Ed è quella di una maggioranza trasversale e occulta, omogenea al di là dei giochi delle parti, famelica nel servizio a interessi altrettanto trasversali e insaziabili, portatrice di una visione del mondo tutto sommato condivisa – tanto condivisa quanto distruttiva -, che risponde al comune dogma dell’enrichissez vous e all’ecumenico appello del partito degli affari, sorda a ogni richiamo alla sobrietà, alla cultura del limite, al rispetto della gente e dell’ambiente. Va dai neofascisti di Fratelli d’Italia ai post-tutto del Pd, passando per i sovranisti della Lega e i neoliberisti a oltranza di Forza Italia. Hanno votato tutti insieme, prima contro la mozione 5Stelle ostile al Tav, poi a favore delle reciproche mozioni ad esso favorevoli, in una commistione di amorosi sensi che lascia senza parole. La Lega ha votato quella del Pd, il Pd quella della Meloni, Forza Italia tutte e due. Uniti in un abbraccio mortale per le finanze e la sostenibilità ambientale del Paese, ma vitale per i rispettivi azionisti di maggioranza.

Poi, liquidata la pratica Tav come il macellaio smaltisce l’ossame residuo, è incominciato il ballo vero: quello che ha come posta il Governo e la sua tenuta. Quello che si gioca fuori dalle sedi istituzionali e che vede un unico dominus, l’uomo a cui tutti gli altri hanno regalato scena e ruolo di primattore.

Matteo Salvini (ancora lui!), in fondo l’utilizzatore finale della sceneggiata, a cui il combinato disposto dell’insipienza Cinquestelle, del gioco al massacro renziano dentro il Pd e dello stato comatoso di Forza Italia, permette di tenere il governo – e col governo il Paese – appeso al proprio dito. E allora la mattina scipita del Senato una verità, profonda, ce la consegna, ed è che la fortuna di Salvini, la sua irresistibile ascesa, quel suo gonfiarsi senza limite nonostante l’orrore che emana dai suoi gesti e dalle sue parole, è dovuta a un semplice fattore di fisica politica: al fatto che intorno a lui non c’è nessun materiale resistente. Che il suo dilatarsi avviene in un vuoto che fa paura.

Torino-Lione: firmato il Patto per il Territori

http://www.torinoggi.it/2018/11/23/leggi-notizia/argomenti/viabilita-1/articolo/torino-lione-firmato-il-patto-per-il-territorio.html

Il documento, di durata triennale, è stato sottoscritto oggi. Chiamparino: “Un segnale inequivocabile della volontà del territorio di realizzare la Tav, un atto di fiducia per la conclusione dei lavori, oltre che un’opportunità per la Valsusa”

Torino-Lione: firmato il Patto per il Territorio

Realizzare un programma organico, coordinato e congiunto di collaborazione per rendere i cantieri della Torino-Lione un motore di sviluppo dell’economia locale dando una risposta strutturale alle esigenze e alle ambizioni delle zone interessate dalla costruzione della tratta italiana della nuova linea ferroviaria ed armonizzando l’utilizzo dei fondi compensativi sono i risultati che intende ottenere il protocollo d’intesa denominato “Patto per il Territorio”.

Il documento, di durata triennale, è stato sottoscritto il 23 novembre dal presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, dal direttore generale di Telt (Tunnel Euralpin Lyon Turin Sas), Mario Virano, e dal commissario di Governo, Paolo Foietta. Erano presenti l’assessore regionale ai Trasporti, Francesco Balocco, il viceprefetto di Torino, Marita Bevilacqua, amministratori dei Comuni della Valsusa, ed esponenti delle associazioni di categoria.

“La firma – ha rimarcato Chiamparino – mi pare un segnale inequivocabile della volontà del territorio di realizzare la Torino-Lione, un atto di fiducia verso la conclusione dei lavori, oltre che un’opportunità per la Valsusa. Ovviamente, questi interventi avanzeranno se avanzerà l’opera principale. Quello che mi aspetto – ha proseguito il presidente – è che il Governo sciolga le riserve per la realizzazione del tunnel di base. Ma non sono così tranquillo che avvenga, anzi sono sinceramente preoccupato, e temo molto che questo continuo rimpallare l’analisi costi/benefici sia solo un modo per arrivare il più possibile in là nei tempi delle decisioni. Mi auguro di essere clamorosamente smentito e sarei felice se nell’incontro tra Governo e imprenditori del 5 dicembre prossimo venisse dato il via libera”.

“Con questo protocollo, il cui testo è stato visionato e condiviso dal Ministero, mettiamo in equilibrio – ha evidenziato il direttore Virano – la situazione tra Italia e Francia per quanto riguarda le opere di compensazione. Il primo esempio della sua applicazione sarà la gara per la nicchia della Maddalena”.

“Viene portato a termine – ha aggiunto il commissario Foietta – un lavoro impegnativo iniziato nel 2013 con Smart Susa Valley e che dimostra che l’ostilità dei Comuni della Valsusa verso la Torino-Lione è una fola. Gli stessi Comuni avranno un ruolo di partecipazione e di controllo”.

Gli obiettivi
Nel dettaglio, il protocollo si propone:
– la realizzazione delle opere di mitigazione di competenza di Telt previste nel quadro economico del progetto definitivo della nuova linea;
– l’attuazione delle misure di accompagnamento al cantiere destinate a rendere l’opera un’opportunità per la collettività e lo sviluppo del territorio, con particolare riferimento alle esigenze di favorire la formazione e l’occupazione, ridurre l’impatto sul territorio e sull’ambiente, garantire la salute personale e pubblica, salvaguardare l’ambiente, assicurare la trasparenza e la comunicazione;
– l’esecuzione delle misure e delle opere di accompagnamento ambientale, territoriale e sociale al territorio, in coerenza con quanto disposto dalle deliberazioni del Cipe e con particolare riferimento alla riqualificazione ambientale, allo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili, alle attività agricole, turistiche e produttive, alla connettività materiale e info-telematica, alla tutela e gestione del patrimonio forestale e agricolo, alla riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico, a partire dagli edifici scolastici, e privato, al recupero dei centri storici, agli interventi di riqualificazione urbana.

Nell’ambito dello sviluppo del programma verranno incrementate progettualità ed iniziative, delineate di volta in volta anche attraverso specifici accordi attuativi con i soggetti competenti, utilizzando le modalità di finanziamento esistenti e promuovendo, laddove possibile, l’utilizzo di fondi strutturali e d’investimento europei. Seguendo lo spirito del protocollo, le parti si impegnano a favorire le forme di coinvolgimento più ampie di tutti gli attori interessati allo sviluppo delle iniziative individuate, dai principali stakeholders territoriali, alle istituzioni territoriali locali, al mondo associativo, datoriale e imprenditoriale.

Le opere e le misure compensative potranno essere attuate, come stabilito dalla delibera n.67/2017 del Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe), che stanzia 98,5 milioni di euro, di cui 32 disponibili e 10 già spesi, per interventi da effettuare a Bussoleno, Chiomonte, Giaglione, Gravere, Mattie, Meana di Susa, Mompantero, Salbertrand e Susa come Comuni coinvolti nell’opera principale, a Venaus, Caprie, Torrazza Piemonte, San Didero, Bruzolo, Buttigliera Alta, Cesana Torinese come Comuni interferiti. A questa cifra si dovranno sommare quelle che saranno stanziate per la formazione, l’accoglienza, la ricettività, la gestione dei servizi previsti.

Gli impegni dei firmatari
Il protocollo elenca gli impegni che i tre enti firmatari si assumono per ottenere i risultati che si intendono raggiungere:

– la Regione Piemonte si occuperà di individuare risorse complementari per l’attuazione delle opere previste, favorire l’occupazione locale promuovendo percorsi formativi per facilitare la disponibilità dei profili professionali ricercati dalle aziende appaltatrici, sostenere la riqualificazione del patrimonio immobiliare destinato all’accoglienza del personale proveniente da fuori area impiegato nei cantieri anche attraverso interventi destinati alla riqualificazione energetica o alle forme di ricettività diffusa, creare sinergie con la Regione Auvergne Rhône Alpes per permettere una lettura globale dell’attività dei cantieri e dei suoi effetti.

– il commissario di Governo, in qualità di presidente dell’Osservatorio dell’asse ferroviario Torino-Lione, si farà garante delle istanze territoriali nelle fasi di esecuzione delle misure e delle opere e di progettazione e realizzazione dei servizi al territorio, accompagnerà la creazione di strumenti operativi per la gestione integrata di servizi destinati alle imprese appaltatrici e volti alla valorizzazione delle risorse locali; predisporrà di concerto con Osservatorio e Regione Piemonte un programma operativo triennale per l’attuazione delle misure e delle opere di accompagnamento; avvierà un progetto di comunicazione coordinato ed unitario.

– Telt, in qualità di committente dei lavori, inserirà nei propri bandi di gara d’appalto una clausola sociale quale criterio di selezione delle offerte, inerente l’assunzione di lavoratori svantaggiati e molto svantaggiati,e un criterio di valutazione dell’offerta che preveda l’attribuzione di punteggio maggiore in relazione alla minor distanza tra il cantiere e il luogo di abitazione degli addetti al cantiere in modo da consentire la riduzione del traffico veicolare derivante dai trasferimenti casa-lavoro e la riduzione dell’impatto ambientale in termini di qualità dell’aria ed acustico, fornirà alla Regione Piemonte tempestiva informazione ed aggiornamento circa le stime dei fabbisogni di personale, promuoverà la piena conoscenza dell’andamento dell’opera garantendo completa informazione sui cantieri e completa trasparenza sulle imprese e sugli appalti.

Congiuntamente, le parti si impegnano a contribuire alla creazione di una Maison de l’Habitat sul modello di quanto già realizzato sul versante francese, concepita come sportello per valorizzare le opportunità ricettive del territorio per l’ospitalità dei lavoratori impegnati nei cantieri, nonché a garantire la salute pubblica e l’ambiente mediante attività di monitoraggio e verifica continua degli impatti dei lavori.

COMUNICATO STAMPA DEGLI EX SINDACI DEI COMUNI DI: CAPRIE – SAN DIDERO –VENAUS

Alla luce dell’invito, da parte del Presidente della Giunta Regionale Alberto Cirio, sulla tematica dello “stato dell’arte dei lavori della linea Torino – Lione e delle opere di compensazione territoriali” che si terrà venerdì 9 agosto 2019 alle ore 14 presso la sala consigliare del Comune di Chiomonte, i sottoscritti ex Sindaci: Paolo Chirio (CAPRIE) Loredana BELLONE (SAN DIDERO) Nilo DURBIANO (VENAUS) sottolineano l’inesattezza e “cosa gravissima” che i suddetti comuni invitati avrebbero siglato “il patto territoriale”, vale a dire una sorta di accettazione dell’opera con compensazioni. NIENTE DI PIU’ FALSO!

I Comuni non erano neanche presenti al tavolo di concertazione e come spesso accade, quest’informazione è stata appresa dai giornali.

VERO che questo protocollo d’intesa è stato siglato dai promotori dell’opera EX Presidente della Regione CHIAMPARINO- il Direttore Generale di TELT Mario VIRANO e il Commissario Straordinario di Governo per l’asse ferroviario Torino-Lione Paolo FOJETTA in data 23 novembre 2018.

CHIEDIAMO inoltre ai Sindaci neo-eletti di disertare da questo incontro perché è forte la sensazione di una strumentalizzazione da parte dei proponenti l’opera per colpire ancora il tessuto sociale della Valle, dove molte amministrazioni sono cambiate e questo fa il loro gioco. Teniamo alta l’attenzione e non facciamoci ingannare dagli slogan di salotto.

Paolo Chirio Loredana Bellone Nilo Durbiano

Io, diciottenne della Val Susa, racconto il Tav

https://www.ilfattoquotidiano.it/…/io-diciottenne-…/5375539/

di Matteo Angelo Lauria | 8 AGOSTO 2019

Numerose sono le questioni che ruotano attorno alla realizzazione del Tav, partendo dallo spinoso tema ambientale, ma non intendo soffermarmi sull’impatto fortemente negativo che la sua realizzazione avrebbe sull’ecosistema della Val di Susa e neppure sulle conseguenze sulla popolazione (incluso me, diciottenne della Valle), come la perdita di falde acquifere importanti per le zone circostanti il cantiere di Chiomonte e il temuto pericolo dell’amianto.

Vorrei porre l’attenzione sulle parole dei deputati leghisti, i quali affermano che l’alta velocità diminuirà sensibilmente l’inquinamento dell’aria e, soprattutto, porterà a una maggiore sostenibilità. Si tratta di propositi sicuramente nobili, ma, valutando i tempi necessari per il completamento della tratta, che secondo le stime attuali vedrà la luce nel 2035 circa, i 15/20 anni interessati dagli scavi richiederanno un grande passaggio e movimento di camion e tir per lo smaltimento delle macerie, che non diminuiranno assolutamente l’inquinamento; anzi, non faranno altro che aumentarlo. Chi risanerà, quindi, 15/20 anni di emissioni e di carburanti alle stelle per trasporto su strada di tutti i mezzi connessi alla costruzione della galleria?

Altra questione calda è quella politica: in un’Italia che si sbriciola in assenza di prevenzione geologica, in un’Italia in cui mancano molti servizi, o se ci sono, risultano insufficienti, in un’Italia in cui i terremotati di Amatrice e dell’Aquila attendono ancora l’intervento concreto delle istituzioni, in un’Italia in cui Matera diventa Capitale della cultura europea ma i turisti non possono arrivarci perchè c’è la stazione ma non il treno, il nostro unico vitale interesse è il Tav?

Un’altra riflessione su cui vorrei soffermarmi è la seguente: durante le elezioni per il nuovo presidente della Commissione europea, avvenute il 16 luglio scorso, la Lega ha gridato “al tradimento” contro i suoi alleati grillini, dichiarando che essi votarono a favore di una candidata, ovvero Ursula von der Leyen, osteggiata dal Carroccio. Tuttavia, allo stesso tempo, la Lega promuove e chiede di andare avanti su un’opera ad alta velocità richiesta in primis dalla Francia di Macron (duramente attaccata dal vicepremier leghista) e dalla stessa Unione europea di cui è divenuta il capo la von der Leyen criticata dai leghisti: divertente, no? E a tutti coloro che chiedono di rispettare i trattati internazionali ed europei, bisognerebbe ricordare che si tratta di accordi firmati da governi precedenti, passati, ovvero non stipulati dall’attuale maggioranza, e da un’Europa che il governo gialloverde ha espresso più volte di voler cambiare. Che il vento di tempesta italiano che si doveva abbattere su Bruxelles si sia trasformato in flebile brezza?

Per non parlare dell’aspetto economico e tecnologico della linea: miliardi di euro dei cittadini italiani che, invece di essere utilizzati per una tratta ormai vecchia e non prioritaria per il Paese, dovrebbero essere investiti in infrastrutture nuove, nella messa in sicurezza dei cavalcavia, nel risanamento della sanità pubblica e nella prevenzione di disastri idrogeologici (a questo proposito, vorrei ricordare la tragica alluvione del Tanaro nel 2016 in Piemonte, uno fra i tanti esempi di mal salvaguardia del territorio). Quando verrà completata, la Torino-Lione non potrà che essere minimizzata dalle nuove tecnologie che avanzano giorno dopo giorno ed essere, di conseguenza, declassata a normale mezzo di trasporto merci come ve ne sono tanti già adesso. Altro che progetto al passo con i tempi, visto che il trasporto merci è e diventerà sempre più imponente in un futuro quanto mai prossimo tramite mastodontiche navi mercantili e portaerei oggigiorno in fase di sperimentazione. È su queste tecnologie che bisognerebbe investire per rimanere, come molti chiedono, al passo con i tempi!

di Matteo Angelo Lauria

«Traditori», i No Tav non perdonano i grillini. È rottura totale

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manifesto

Edizione del 8 Agosto 2019

Val Susa. Beppe Grillo non digerisce le critiche e attacca il leader storico Alberto Perino: «fermacarte». Venerdì manifestazione a Chiomonte in occasione della visita del governatore della regione Piemonte e della sua giunta

Beppe Grillo e Alberto Perino
 Beppe Grillo e Alberto Perino

«I cinque stelle sono gli unici veri No Tav, non disperdiamo il voto»: le parole che Alberto Perino, figura di riferimento del mondo anti Torino-Lione, pronunciò durante un incontro pubblico pochi giorni prima del voto del 2018, provocarono una vistosa frattura politica in val Susa. Perino se ne fece carico e mise il suo prestigio personale, la sua storia di No Tav, e non solo – fu tra i primi aderenti al Movimento non violento, e finì a processo per renitenza alla leva obbligatoria negli anni Sessanta – al “servizio” del M5s, portandogli percentuali bulgare nelle passate elezioni politiche.

Ieri il comico garante del M5s, Beppe Grillo, è esploso in un post in cui attacca Perino, di fatto l’intera comunità No Tav, dandogli del «fermacarte» e pentendosi di aver camminato al suo fianco, aizzando così folle pentastellate nei commenti.

Grillo non ha digerito le critiche, per altro pacate, pronunciate da Perino qualche giorno fa.

I due furono uniti fin dal 2005, quando sul palco di un parco torinese forgiarono durante una delle manifestazioni No Tav più massicce di tutti i tempi, circa ottantamila persone, il mito fondativo del M5s con questi tre concetti: mai più con la sinistra, i partiti sono tutti uguali, democrazia diretta come in val Susa.

Con Perino e Grillo sul palco erano presenti Marco Travaglio e Dario Fo e da quel lontano giorno di quattordici anni fa l’unione No Tav-M5s è stata indissolubile.

L’attacco di Grillo è stato poi rincarato dal parlamentare Manlio di Stefano che ha accusato implicitamente il movimento No Tav, citando i dati del Piemonte, di aver votato Lega nelle passate elezioni regionali ed europee.

Rottura totale, che sancisce la frana dell’ultimo anno, per altro molto lenta, perché il mondo No Tav ha sperato fino all’ultimo che gli uomini spediti a Roma – Alberto Airola, Elisa Pirro, Laura Castelli e Luca Carabetta – ottenessero qualcosa, o facessero qualcosa, o almeno si facessero vedere.

Di fronte alla sceneggiata delle mozioni post annuncio via social del presidente del Consiglio che ribadiva la volontà di proseguire con la costruzione della Torino-Lione, esasperati dalla fuga silente da ogni confronto di tutti i parlamentari 5S, il mondo No Tav è esploso in un moto di collera che si è cristallizzato nell’aggettivo «traditori» propagandato nel reame social dei 5S.

Il primo appuntamento che chiarirà le dimensioni dello scontro tra No Tav e governo giallo verde, sempre che sopravviva, è previsto per venerdì quando il governatore della regione Piemonte, Alberto Cirio, porterà la sua giunta a Chiomonte a parlare di compensazioni. Invitati all’incontro i sindaci che hanno sottoscritto il «patto del territorio», alcune madamine non si sa a che titolo, e l’ex sottosegretario di Forza Italia, governo Berlusconi, Mino Giachino.

«Noi non mancheremo all’appuntamento e andremo a protestare perché la val Susa non è in vendita. E non sarà certo il decreto sicurezza bis approvato da leghisti e 5S a fermarci», commentava ieri la No Tav Nicoletta Dosio. «Oltre a essere disumano per gli indegni motivi che conosciamo tutti, il decreto di Salvini è chiaramente contro i No Tav: noi andremo. Ci denuncino tutti: siamo pronti», concludeva.

In un comunicato il movimento No Tav ieri dichiarava: «Questo teatrino costruito sulla nostra pelle si svolge mentre decine di fogli di via vengono notificati ancora in questi minuti da carabinieri e polizia a tanti della valle che quotidianamente si spendono nelle iniziative di contrasto all’opera devastatrice. Continuiamo da noi. Da un cantiere di fatto fermo da oltre 400 giorni grazie alla nostra opera costante di presidio e iniziativa, da dei lavori di allargamento che sfidiamo Salvini a far partire, così da poter toccare con mano cosa significa cantierizzare un territorio ostile».

Tav, Frediani (M5s): “Tutti a casa”. Esultano i sì Tav, il fronte del no alza le barricate

https://www.lastampa.it/torino/2019/08/07/news/tav-frediani-m5s-tutti-a-casa-la-lega-ci-ha-trascinato-nel-suo-baratro-di-ignoranza-e-fascismo-1.37309040?fbclid=IwAR3iq-qK1kZJsIgicmQNV1KWi5YhVS1zPrKdRZL_Itx4rCobFF_4At39c2c

TORINO. La crisi tra i due partiti di governo, Lega e M5s, continua a crescere. Francesca Frediani, consigliera regionale M5s e valsusina, ha scritto oggi, mercoledì 7 agosto, sui suoi canali social: «La Lega ha violato platealmente il contratto di governo. Vi prego: tutti a casa e cerchiamo di recuperare il nostro meraviglioso progetto così com’era concepito. Il cambiamento culturale richiede tempo, abbiamo dimostrato di saper fare cose ottime per il Paese, ma la Lega ci ha trascinato nel suo baratro di ignoranza e fascismo. È l’ultima possibilità per dire basta e ripartire.#RidateciilM5S».

 «Se fossimo stati degli ingenui ci saremmo aspettati che, con il Si alla Tav, il M5S avrebbe sfiduciato, come peraltro annunciato, il governo Conte in Parlamento e il sindaco Appendino a Torino» ha detto dal canto suo Silvia Fregolent, deputata del Partito democratico, a proposito dei voti del Senato sulle mozioni relative alla Tav. «Purtroppo non sarà così perché gli interessi personali dei parlamentari e consiglieri comunali grillini prevalica il bene del paese. E infatti l’unica a prendere posizione in tal senso è il consigliere regionale del M5S Frediani, sicura in caso di elezioni anticipate nazionali e comunali a tenere salda la poltrona. Quello di cui siamo sicuri è che oggi, con la conferma della Tav, viene ribadita la posizione del Pd che è riuscita a far approvare un progetto capace di coniugare sviluppo e progresso con il rispetto dell’ambiente e delle comunità locali».

Dopo la bocciatura della mozione M5S in Senato sulla Torino-Lione c’è un Piemonte del ‘Sì’ che canta vittoria. «Con oggi – dice il governatore Alberto Cirio – cala definitivamente il sipario su un dibattito di cui avremmo fatto volentieri a meno. Ciò che conta, soprattutto, è che adesso la Tav è un’opera irreversibile». «Buona estate finalmente si’, Tav!» scrivono su twitter le madamine del comitato «Si’,Torino va avanti». «Il voto di oggi mette definitivamente fine alla discussione Sì Tav- No Tav. La linea ferroviaria ad alta velocità fra Torino e Lione si farà nel rispetto dei trattati internazionali e della volontà della grande maggioranza degli italiani. Volontà che è emersa chiaramente nelle tre grandi manifestazioni che abbiamo organizzato nel centro di Torino e che, grazie alla mobilitazione attiva di tanti cittadini, sono servite per dare la spinta decisiva al proseguimento dell’ opera».Ma ci sono anche i No Tav sul sentiero di guerra. Il primo atto della mobilitazione (salvo sorprese) sarà venerdì prossimo a Chiomonte, dove Cirio ha convocato una giunta per parlare della Torino-Lione. “Ci saremo – spiega la Dosio – per marcare con precisione che i nostri territori non si possono occupare”. I No Tav della Valsusa avevano smesso di illudersi da un pezzo: l’ultima mossa dei senatori pentastellati, peraltro, era considerata – nel più benevolo dei giudizi – semplicemente inutile. Ma con oggi la frattura con i pentastellati si trasforma da profonda a completa. Ed è un post al vetriolo di Beppe Grillo a mettere fine a qualsiasi tentativo di ricomposizione: è un attacco frontale ad Alberto Perino, settantatreenne leader carismatico degli oppositori della Torino-Lione, reo di avere parlato di “tradimento”. Nel messaggio, indirizzato al “Perinone”, Grillo alterna l’analisi politica («Non avere la forza numerica per bloccare l’inutile piramide non significa essersi schierati dalla parte di chi la sostiene») allo scoramento personale: «In Val di Susa ho rimediato un candelotto in faccia e 4 mesi di condanna, ma il peggio è essere stato al fianco di uno che oggi (solo per il fatto che questo è un paese democratico) mi dà del traditore. Questa è una delusione. I suoi sforzi per insultare me ed il movimento, con tarda pacatezza, esprimono la dinamicità di un fermacarte, incapace di farsi delle nuove domande, mentre l’avversario ha già cambiato pelle moltissime volte».

Mal di pancia in casa Cinque Stelle anche a Torino, dove gli occhi sono puntati sulla maggioranza che continua a sostenere Chiara Appendino. Tra i consiglieri comunali più oltranzisti spicca Viviana Ferrero: «Oggi non è giornata. Quando governi decidi e se fai accordi, e sei in maggioranza, li fai nel tuo interesse. Vado a camminare per smaltire la rabbia e pensare a cosa fare». «Un voto che conferma la predominanza dei poteri speculativi rispetto ai bisogni della gente», commenta invece Nilo Durbiano, ex sindaco di Venaus e promotore dell’ipotesi di mini-tav avanzata negli scorsi mesi. «Quando si parla di tanto denaro, non esistono destra e sinistra, ma esistono i soldi – continua – Pd e Lega hanno votato sotto braccio insieme a Meloni e Berlusconi. Ciò non nasconde l’incapacità politica del M5S che, con il 33% dei parlamentari e oltre un anno di tempo, non è stato in grado di costruire una soluzione politica, che pure esiste, al problema. L’unica istanza per una soluzione politica – aggiunge – è stata presentata dal territorio, nonostante l’assenza di dialogo e confronto con il governo. Auspichiamo che negli anni a venire i governi entrino nell’ottica di una soluzione politica e non a mezzo con l’esercito».

TAV. Niente di nuovo sul fronte (nord)occidentale

https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2019/08/07/tav-niente-di-nuovo-sul-fronte-nordoccidentale/?fbclid=IwAR0jNjHij-xUKnr6lWEC_KQKwFTMIXgp60EukKost2sQ0Z_RUgPiEqg2YPA

Ultimamente il tema della TAV (che non dovrebbe chiamarsi così, ma facciamocene una ragione) ha avuto un ritorno di fiamma a seguito delle dichiarazioni del presidente del consiglio (seguite dal dibattito parlamentare innescato dalla mozione M5S) che lo scorso 23 luglio ha di fatto sbloccato l’iter per la realizzazione del tunnel di base (a due canne) della nuova linea Torino-Lione perché, alla luce di una serie di nuovi fatti, fermare il TAV “costerebbe” all’Italia “molto più che completarlo”. Il presidente del consiglio non presenta dati, ma affermazioni. In questo non ci sono novità, in quanto l’osservazione empirica dice che in politica (non importa chi sia l’interlocutore del momento) il merito delle questioni tende ad essere marginale: le decisioni vengono per lo più assunte “per altri motivi” legati all’assetto sociale e all’opportunità; in ogni caso guardando a un orizzonte temporale vicinissimo, per non dire immediato. Ad ogni buon conto proviamo a ricapitolare la situazione.

1.

Innanzi tutto la sostanza (quella che non conta nulla): lungo la frontiera italo-francese, guardando i dati di traffico merci, in tutte le modalità, negli ultimi 25 anni (15 governi, di centro-destra, centro-sinistra, tecnici e, ora, giallo-verdi) si trova un andamento moderatamente decrescente (precipitosamente decrescente nel caso della ferrovia). Contemporaneamente si trovano andamenti crescenti attraverso le frontiere italo-svizzera e italo-austriaca, a prescindere dal tipo di infrastrutture presenti. Col linguaggio di chi si occupa di scienza diciamo poi che “è altamente improbabile” che questi andamenti si capovolgano in un ragionevole futuro, perché sono legati alla struttura dei mercati: le direttrici nord-sud sono, tramite i porti, connesse con l’estremo oriente dove i mercati non sono materialmente saturi, mentre gli assi est-ovest, per altro molto praticati, connettono mercati materialmente saturi, fatto che fa rabbrividire gli adoratori della “mano invisibile” (del mercato, s’intende) ma che cionondimeno non cessa di essere un fatto. Insomma, proprio niente di nuovo: il volume di traffico non è tale da giustificare investimenti di miliardi di denaro pubblico che non ritornerebbero. 
Restando sul versante materiale, val la pena di fare il punto anche riguardo a un aspetto richiamato da un certo numero di improbabili “ambientalisti” dell’ultima ora e amplificato (senza verifica) da gran parte dei mezzi di comunicazione: l’immissione di anidride carbonica in atmosfera. Dicono questi attori, che non hanno tempo di, né sono interessati a, fare verifiche, ma sono sempre in cerca di frasi che diano sostegno alle loro scelte a priori: la ferrovia (per chilometro e per tonnellata di merce – questa precisazione la faccio io) immette in atmosfera meno CO2dei camion e dunque meglio soddisfa l’esigenza di contenere il mutamento climatico in atto. Senza infilarci in una analisi dei costi, in termini di emissioni, della realizzazione di due gallerie affiancate di 57,5 km e poi del loro mantenimento in condizioni di efficienza e sicurezza, limitiamoci ad osservare che un risparmio nelle emissioni si avrebbe, in astratto, se il traffico globale restasse quello di oggi e però una quota rilevante di tale traffico (nei documenti dei proponenti, il 55%) si trasferisse dalla strada alla rotaia (cosa tutt’altro che automatica). Ma se il traffico totale restasse quello di oggi il gioco non varrebbe la candela (vedere il punto precedente), tanto è vero che i proponenti basano le proprie valutazioni sulla (improbabile) crescita dei flussi di merci, arrivando ad affermare che nel 2035 il volume che transiterà sarà addirittura tre volte quello del 2010. Se davvero il mondo fosse fatto così (ma non lo è) si scoprirebbe che anche col 55% delle merci sulla rotaia l’immissione di CO2 in atmosfera aumenterebbe: certo, aumenterebbe meno di quanto sarebbe aumentata con solo il 9% su rotaia, ma aumenterebbe, e l’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico ci dice che per contenere i guai (ormai inevitabili) entro il 2030 dovremmo dimezzare le immissioni. Anche qui assolutamente niente di nuovo: c’è chi parla perché ha la lingua in bocca e le decisioni le prende a priori “per altri motivi”.

2.

Il Presidente del Consiglio però dei fatti nuovi li ha citati: riguardano i rapporti con la Francia e con l’Europa. Proviamo a dare un’occhiata da vicino. Il presidente Conte dice di aver avviato una interlocuzione col presidente francese Macron; non ci dice, logicamente, quale sia il contenuto di questa interlocuzione, ma noi proveremo a ragionare su quello che dovrebbe essere il contenuto. I rapporti Italia-Francia riguardo a quest’opera sono regolati da un accordo (a rigore una serie di accordi) che è divenuto un trattato con valore di legge dopo la ratifica dei rispettivi parlamenti. Questo trattato dice molte cose. Vediamo:
– vi si definisce (artt. 2 e 4) l’oggetto dell’accordo che riguarda una tratta di 112,5 km composta di una sezione transfrontaliera (il tunnel di base a due canne); una parte francese con 33 km per le due gallerie (a due canne) di Belledonne e di Glandon; una parte italiana con la galleria (due canne) dell’Orsiera per 19,5 km. Questa complessivamente è la parte definita “comune”, al di là della quale ci sono ancora dei tratti che non hanno tale qualifica e sono di competenza esclusiva di ciascun paese. Quello su cui concretamente si litiga è solo la tratta transfrontaliera, ma il trattato riguarda anche il resto. E resta fuori il completamento della linea verso Lione che comprende l’ulteriore galleria della Chartreuse;
– l’art. 16, poi dice che «La disponibilità del finanziamento sarà una condizione preliminare per l’avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo francese della sezione internazionale». Sembra essere una clausola di assoluto buon senso… cui apparentemente nessuno (di coloro che dovrebbero avere delle “responsabilità” decisionali) fa caso. In concreto si dice che per cominciare i lavori di una qualunque fase occorre che siano disponibili (tecnicamente “disponibile” non vuol dire proclamato in un comizio ma stanziato) i fondi necessari: il 100% di quanto necessario. Ora, il tunnel di base non è sezionabile in lotti costruttivi (o si fa per intero o non si comincia nemmeno) e quindi per iniziarlo occorre che siano stanziati i circa 9,6 miliardi necessari (cifra aggiornata al 2017 dal nostro CIPE) da parte dei contraenti, cioè di Italia e Francia. Il terzo attore, l’Europa, interviene solo successivamente: i contraenti debbono quindi stanziare il 100% del fabbisogno, salvo poi recuperare quanto l’Europa a tempo debito assegnerà;
– a oggi lo Stato italiano, con delibera CIPE 18A00396 del 7 agosto 2017, ha stanziato la cifra di 2.565 milioni di euro circa suddivisi in una provvista annua (una specie di dotazione) tra il 2015 e il 2029: per l’anno in corso sono 243,540 milioni. La stessa delibera, in ottemperanza a quanto scritto nel punto precedente, fissa in 5.574 milioni e rotti il massimale di spesa, lato Italia, pari al 57,9% dei 9.600 del costo totale dell’opera;
– cosa ha stanziato a oggi lo Stato francese? Nulla. Dichiarazioni politiche molte e persino infastidite; documenti di programmazione che menzionano la Torino-Lione, sì; ma a bilancio nulla. È vero che l’ordinamento francese non ha un analogo del nostro CIPE, ma comprende un’agenzia speciale (AFITF) che deve provvedere al finanziamento delle opere pubbliche. Tale agenzia non ha né erogato né programmato alcunché per il tunnel di base della Torino-Lione. Tra l’altro è appena il caso di osservare che la Court des comptes francese ha criticato AFITF (istituita nel 2004) perché sostanzialmente priva di programmazione o margini di manovra [1]. Penso che oggi nemmeno più alla fiera del bue grasso di Carrù i contratti si possano siglare sputandosi nel palmo e poi stringendosi la mano tra contraenti. Da parte francese mancano 4.056 milioni e rotti e pare dunque che, a norma di trattato internazionale vigente, non ci siano le condizioni per avviare i lavori della tratta transfrontaliera.
Forse il presidente del consiglio Conte avrà parlato di queste cose col presidente Macron; chissà?

3.

Ma con la Francia non abbiamo finito.
Come si è intravisto al punto precedente, a norma dell’art. 18 del trattato tra i due paesi, il costo di realizzazione della tratta transfrontaliera (le gallerie di base) grava per il 57,9% sull’Italia (sul cui territorio le gallerie insistono per circa 12 km) e per il 42,1% sulla Francia (sul cui territorio l’opera insiste per i restanti 45 km). Questo evidente squilibrio è motivato, se non giustificato, dal fatto che la tratta francese della parte comune definita dal trattato, che comprende due addizionali doppie gallerie, è decisamente più onerosa della tratta Italiana che ne comprende una sola, più breve.
Sennonché…. Un organo ufficiale dello stato francese, il COI (Conseil d’orientation des infrastructures) ha rilevato che al momento non ci sono le condizioni di traffico e potenziale saturazione della linea tali da preoccuparsi, nonché di realizzare, di avviare gli studi per la tratta di adduzione al tunnel di base dal lato francese, i quali, nella migliore delle ipotesi dovranno essere intrapresi dopo il 2038[2]. Chissà se gli indaffaratissimi fautori istituzionali della nuova linea si sono mai chiesti come sia possibile che non sussistano le condizioni per fare la nuova linea di adduzione francese e invece ci siano quelle per fare il doppio tunnel di base (che è la cosa più costosa). Ma non importa: il progresso richiede questo e altro. Qui però importa rilevare che se la parte di competenza solo francese oggetto del trattato non si sa né quando né se si realizzerà, perché mai l’Italia dovrebbe, fin da subito pagare il 57,9% delle spese della sezione transfrontaliera? Forse questo dettaglio è sfuggito ai sovranisti nostrani? Oppure la sintonia con Confindustria val bene un regalo alla Francia?
Alla luce di quanto sopra e senza voler vestire i panni di Machiavelli posso osservare che, se una delle due parti (la Francia) non ritiene ci siano le condizioni concrete per realizzare la linea prima di una ventina d’anni, non c’è bisogno di invocare rotture unilaterali di un trattato con passaggi parlamentari, improbabili mozioni, dibattiti recitati, vesti stracciate e così via. Il trattato resta in vigore e verrà applicato quando entrambe le parti giudicheranno che ci siano le condizioni per procedere sull’intera linea. In effetti non dovrebbe essere difficile capire, anche senza una laurea in ingegneria, che se di un condotto allargo la tratta centrale e lascio invariate le adduzioni la portata dell’intero condotto resta quella di prima.

4.

Non voglio però farmi prendere la mano e accumulare troppe considerazioni; torniamo dunque alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio e osserviamo che fin qui manca un attore: l’Europa. 
Cosa non si è detto e scritto al riguardo (senza verificare, ben inteso)! In sostanza se non si fosse sbloccato l’iter dell’opera si sarebbero “persi i finanziamenti europei”: quali e perché?
Dal 2001 ad oggi per la Nuova Linea Torino Lione (così si chiama) si sono spesi o formalmente impegnati in complesso 1.840 milioni, di cui materialmente liquidati circa 1.200 milioni, in massima parte per studi e lavori preliminari (i “cunicoli” geognostici, tra cui quello in fase di completamento in Francia). Sulla carta questa spesa avrebbe dovuto essere per metà a carico dell’Unione Europea, e il resto suddiviso in parti uguali tra Italia e Francia. In realtà l’Unione Europea è intervenuta con vari stanziamenti, prima del settennato 2014-2020, per un totale di più di 500 milioni di cui una novantina sono andati persi (senza che nessuno si stracciasse le vesti), perché LTF (predecessore di TELT) non ha rispettato i tempi previsti. Per il settennato 2014-2020 lo stanziamento europeo è stato di circa 814 milioni[3] di cui una parte destinata a opere preparatorie dello scavo principale. Tali fondi, in base alla delibera di assegnazione, dovrebbero essere spesi entro il 31 dicembre 2019, ma TELT ha accumulato ritardi (che non c’entrano con le vicende italiane) tali per cui risulta comunque impossibile spendere tutta la somma entro la scadenza, sicché, in base alle norme europee, ciò che non viene speso entro il termine viene “perso”. Si tratterebbe all’incirca di 300 milioni. Questi sono i famosi fondi europei “da non perdere” e per non perderli, sempre in base alle regole europee, si può chiedere, in maniera motivata, una proroga dei termini che può essere concessa fino a 24 mesi. 
Di questo si trattava, ma certo le dichiarazioni del Presidente del Consiglio (e quelle degli attori politici e giornalistici che evitano di informarsi perché per i loro fini non ce n’è bisogno) non l’hanno chiarito. Non si tratta del finanziamento europeo per le gallerie principali, che non è stato ancora deliberato e che ovviamente se non si facesse l’opera non verrebbe erogato. Fin qui, una volta di più, assolutamente niente di nuovo.
Negli ultimi mesi però varie fonti europee hanno dichiarato che il contributo europeo per le gallerie di base potrebbe salire dal previsto 40% al 50% e al 55% (ci sono di mezzo delle sottigliezze riguardo a quest’ultimo passaggio che non è il caso di approfondire). In concreto, siccome il riferimento europeo è al costo ufficiale dell’opera in valuta 2012, senza rivalutazione, cioè a circa 8.600 milioni, si tratterebbe di un contributo massimo che potrebbe arrivare a 4.730 milioni di euro. Questo contributo però dovrebbe essere deliberato dai nuovi organi europei per il settennato 2020-2027 nell’ambito delle disponibilità complessive di bilancio e tenendo conto di altre opere da finanziare sulla stessa voce. Al momento di stanziato non c’è nulla, per cui, a norma dell’art. 16 del trattato Italia-Francia i due Stati, come già detto, se vogliono partire, debbono congiuntamente assicurare la copertura iniziale del 100% del costo dell’opera e la Francia (con cui interloquisce il premier Conte) non ha formalmente stanziato nulla. E siamo punto e daccapo.

5.

Ma il Presidente del Consiglio ha introdotto un’altra novità: la possibilità, ventilata a livello di dichiarazioni e non di atti formali (che non potrebbero nemmeno essere adottati, al momento), che l’Europa intervenga contribuendo anche alle tratte nazionali della linea, e qui il presidente parla di un costo totale di 1,7 miliardi: per fare che?
Se dovesse trattarsi del tunnel dell’Orsiera (previsto dal trattato) sembrano piuttosto pochini e poi il ministro dei trasporti del precedente Governo non l’aveva lasciato cadere? È vero peraltro che anche in quel caso documenti diversi dalle chiacchiere non ce ne sono… Si tratta forse del nodo di Torino? Ma la cifra da dove sbuca? E poi il nodo di Torino non fa parte della tratta comune di competenza italiana prevista dal trattato; sarebbe un po’ come parlare del tunnel francese della Chartreuse… Potrebbe trattarsi del costo della messa a (nuova) norma di sicurezza europea del tunnel esistente e delle altre gallerie della linea storica: lì la cifra sembra più congrua e dovrebbe essere erogata comunque, a prescindere dalla realizzazione del nuovo tunnel. Ma che c’entra?
Ancora. Dice il Presidente Conte: non fare l’opera ci costerebbe di più che farla. Avvocato, però lei si dimentica di citare le motivazioni e le argomentazioni a supporto. Accenna al fatto che fermandosi ci sarebbe da pensare ai costi derivanti dalla rottura dell’accordo con la Francia; cioè? Il trattato e i diversi accordi non prevedono mai nulla di simile a compensazioni o rimborsi e anzi si premurano sempre di tutelare ciascuna parte nel caso di abbandono unilaterale dell’opera. Si riferisce forse alla messa in sicurezza del tunnel geognostico della Maddalena? Non trova che quel costo sarebbe una frazione del costo sostenuto per scavarlo? E quindi sarebbe nell’ordine delle decine di milioni.
Dice ancora il Presidente che i fondi europei destinati all’opera non potrebbero essere utilizzati per altre finalità. Ovvio, tanto più che non sono ancora stati stanziati e rientrerebbero nel bilancio dell’Unione cui accedono tutti i paesi, Italia inclusa. Viceversa i soldi stanziati dal CIPE per l’opera, quelli sì che potrebbero essere destinati ad altre opere decisamente più utili e sostenibili.

Insomma, la commedia, passaggi parlamentari inclusi, continua senza che nulla in realtà cambi: l’opera ha, per chi non ha un interesse diretto, una valenza ideologica e coincide con la difesa a spada tratta di un modello economico incompatibile coi vincoli ambientali (oltre che di bilancio, per un paese indebitato in maniera molto pesante) e che genera, mantiene e fa crescere le diseguaglianze sociali. Per chi ha interessi diretti l’utilità e sostenibilità dell’opera non hanno importanza; l’importante è fare qualsiasi cosa che converta a breve termine denaro pubblico in utili privati.

NOTE

[1] « Comme elle l’a déjà fait dans son rapport public annuel de 2009, la Cour constate l’absence de plus-value apportée par l’AFITF, opérateur de l’État sans feuille de route ni marge de manœuvre. Elle insiste, indépendamment de la question du devenir de cet opérateur, sur la nécessité d’une maîtrise de la trajectoire de financement des infrastructures de transport»: Cour des Comptes Publications 29.08.2016.
[2] « Il semble peu probable qu’avant dix ans il y ait matière à poursuivre les études relatives à ces travaux qui au mieux seront à engager après 2038», p. 78 rapporto COI 2018.02.01.
[3] Grant agreement INEA/CEF/TRAN/M2014/1057372 del 31 luglio 201