Traduzione dell’intervista a Virgilio Bellone

Tra i fondatori del PCd’I nel 1921

N.B.: Il colloquio avviene in LINGUA piemontese.

(durante l’intervista Bellone dice di avere 94 anni, quindi dovrebbe essere stata effettuata nel 1974).

Lato A

Pochi minuti di ricordi di quando era a Milano, ricordi della madre, della moglie, del figlio Sergio della sua attività antifascista del 1938 e poi ad inizio resistenza. Nell’ultima parte, su richiesta dell’intervistatore – Gigi Richetto di Bussoleno –, esprime giudizi sul compromesso storico che non approva, ma dice di aver votato PCI al Senato e Democrazia Proletaria alla Camera.

Lato B

I primi dieci minuti sono ricordi di fine ‘800, quando racconta degli scontri e querele con il clero a livello locale nella Valle di Susa.

Poi prosegue sulla realtà operaia di fine ‘800 e sulla nascita del PCd’I.

Domanda

Questi operai che si alleavano al movimento socialista vivevano in condizioni durissime nelle fabbriche è da li che sentivano l’esigenza di organizzarsi, venivano a cercarvi o eravate voialtri che andavate davanti alle fabbriche. Come svolgevate la propaganda?

     C’era tanto analfabetismo, la gente viveva chiusa, gretta. Di politica non capivano niente, nei paesini su 100 persone 90 erano analfabeti. Io ero maestro a San Giorio facevo tre classi I-II-III in tutto erano 40 ma quasi nessuno veniva a scuola.

     Quando hanno fatto la fabbrica a Borgone (Cotonificio Valle Susa n.d.t.), i bambini di 10 anni partivano a piedi da San Giorio per andare a lavorare e prendere 8 soldi al giorno. Se di notte venivano presi a dormire la multa era di 4 soldi, e finiva che la giornata era di 4 soldi.

     Le ragazze avevano 20 soldi e gli uomini 24/25. Poi è arrivata la fabbrica di Chianocco (sempre il CVS n.d.t.), parliamo del 1884-85-86. Aveva aperto nel 1890 e avevano già fatto qualcosa ma a mezzogiorno andavano a mangiare fuori sulla strada e quando pioveva o nevicava andavano sotto il ponte della ferrovia per ripararsi perché non li lasciavano mangiare dentro e facevano 12 ore, entravano che era notte ed uscivano che era notte. Quando sono arrivate le 10 ore erano già in paradiso, ma lì avevano già fatto le leghe. E allora noi andavamo a parlare, ma erano tutti gelosi uno dell’altro perché c’era chi prendeva di più e chi di meno e spesso litigavano e sembravano i capponi di Renzo nei Promessi Sposi. Io quell’esempio lo portavo davanti alle fabbriche. Gli dicevo di non litigare, di unirsi perché quando il padrone ha da fare con tutti e non con uno solo le cose cambiano.

     Un altro esempio. Quando hanno fatto la fabbrica a Borgone era tutto un acquitrino e gli operai che la costruivano lavoravano estate e inverno scalzi nel fango per qualche soldo in più, e a 40 anni erano tutti ammalati o morti. Poi si è saputo che l’azienda pagava all’impresario 10 lire per operaio ma l’impresario che si chiamava Coda gliene dava solo 5. Oppure uno scalpellino di San Giorio che una pietra gli ha schiacciato la gamba, è stato licenziato e andava in giro a chiedere l’elemosina sulle grucce.

     E io che ero già stato in città e avevo girato la campagna romana dove c’erano già le leghe facevo propaganda ma non ero tanto creduto, la gente non si fidava diceva che ero solo un ciarlatano e facevo il maestro di paese perché nessuno mi voleva a lavorare. Ed è stata un po’ la mia fortuna perché sono andato in città e ho preso la laurea.

     Io cercavo di fare la lega, gli dicevo non importa se siete di chiesa o se bestemmiate, ricordate che lavorate tutti insieme. Poi quando ho fatto la prima sezione socialista, lì si faceva anche propaganda anticlericale.

     Ricordo che una volta per la festa di Santa Lucia ai Martinetti, quelli della Lega degli scalpellini vennero da me dicendo che gli scalpellini volevano far dire una messa e io gli risposi che se è quello che la maggioranza voleva era giusto farlo, l’importante era stare uniti.

     Prima si faceva la Lega e poi la sezione socialista e modestia a parte io in Valle di Susa ho fatto molto e dovessi tornare indietro lo rifarei anche se sono stati tanti sacrifici, mia mamma ha pianto spesso per me.

Domanda

In un articolo lei scrive che la maggioranza della Valle di Susa aderisce al Partito Comunista. Ci può raccontare qualcosa sulla scissione?

     Quando si è deciso per la scissione la riunione è stata fatta a casa mia a Milano a settembre. C’era Ljubarskij (si tratta di Nikolaj Markovič Ljubarskij, alias Carlo Niccolini n.d.t.), rappresentante della Terza Internazionale che era stato a Bucarest, c’era Bordiga di Napoli, Grieco che poi è diventato deputato, Fortichiari che era segretario federale di Milano, l’onorevole Belloni di Alessandria e nella sala della mia casa a Milano abbiamo gettato le basi del Partito Comunista, ufficiosamente.

     C’era anche Gramsci ma è arrivato l’indomani, quel giorno non è arrivato in tempo, è arrivato di notte e ha dormito sul sofà di casa mia. C’era anche Terracini che è ancora vivo e ha dormito su un materasso messo sul tavolo. Alla fine della riunione per celebrare abbiamo mangiato una torta e bevuto vermuth. Bordiga ha mangiato da me, ma lui aveva una stanza sua a casa mia. Fatta la riunione abbiamo iniziato subito a fare propaganda nelle sezioni per la scissione.

     Alla direzione centrale del Partito Socialista c’ero anche io, per il Piemonte c’era Terracini. Ma la riunione a casa mia è stata ufficiosa, Ljubarskij è restato in un paesino vicino a Milano fino al Congresso di Livorno e in quel periodo ha imparato l’italiano; parlava italiano come noi.

     Io giravo con Bordiga e altri per propagandare la scissione. Ravetto che era Bussoleno ed era ancora un giovanotto girava la Valle per noi, ecco perché era delegato a Livorno mentre io ero per la Lombardia.

L’ultima parte del nastro ripete nuovamente l’episodio di Graziadei e dello zucchero rubato (vedi A1)

Lato A1

Tutto il colloquio riguarda la scissione con i socialisti e l’occupazione delle fabbriche.

Domanda

Lenin conosceva bene la situazione italiana e seguiva attentamente il dibattito che c’era allora all’interno del partito socialista contro i riformisti e per la fondazione di un partito comunista realmente rivoluzionario e disciplinato. Lenin parla della mozione giusta dei compagni rivoluzionari dentro il Partito Socialista all’interno del comitato centrale di Milano, può dirmi qualcosa di questa mozione di Bellone-Terracini ?

     Vede in quella adunanza si è parlato a lungo, c’erano due tendenze quella rivoluzionaria capeggiata da Terracini, Gennari, Bellone e da altri membri del partito che adesso non mi ricordo.

     Il primo a parlare fui io sostenendo la necessità di separarsi nel partito da quelli che noi chiamavamo controrivoluzionari e che facevano capo a Turati, Treves, anche Serrati direttore dell’Avanti. Si diceva che Serrati aveva in mano una lettera di Lenin, noi l’abbiamo obbligato a leggerla.

Lenin diceva pressappoco quello che dicevamo noi. Il partito era diventato antirivoluzionario da un pò di tempo a questa parte poiché seguiva la linea dei grandi maggiorenti. Nel partito c’era Turati, nella confederazione del lavoro c’è D’Aragona che era un controrivoluzionario.

     Noi volevamo mettere un freno e chiedevamo alla “minoranza”, perché avevamo già fatto una prova nel partito e noi eravamo risultati la “maggioranza”: voi della minoranza accettate le 21 tesi della Terza Internazionale ed abbandonate la vostra propaganda riformistica, oppure noi siamo costretti a staccarci. C’è stata poi una lunga di discussione e poi si è fatta la votazione in favore della successione.     Prima ho parlato io che ero stato nominato segretario della riunione, un segretario che redige il verbale. Dovendo fare il verbale ho deciso di parlare per primo, dopo hanno parlato anche Terracini e Gennari poi alcuni meridionali ma non mi ricordo il nome mi pare ci fosse anche l’onorevole Belloni di Alessandria. Viceversa Bacci, D’Aragona, Sanarini e altri specialmente quelli del Mezzogiorno hanno votato contro ma noi abbiamo avuto la maggioranza.

     Serrati non era né con noi né con i riformisti. Serrati aveva deciso di dimettersi da direttore dell’Avanti ma noi abbiamo insistito perché restasse fino al Congresso per non creare uno scompiglio a pochi mesi dal congresso, però era rimasto con l’obbligo di non fare propaganda per la sua frazione sull’organo del partito e mantenesse la sua neutralità.

     Qui ci sarebbe poi qualche cosa da dire ma è un pettegolezzo.

Erano ritornati i rappresentanti di partito da Mosca e c’era anche l’onorevole Graziadei che faceva parte della frazione rivoluzionaria. A un certo punto della discussione Graziadei sostiene la nostra tesi; D’Aragona presidente della confederazione del lavoro era molto a destra ha investito Graziadei con un pettegolezzo dicendo: “Stai zitto tu che tuo figlio a Mosca ci ha rubato tutto lo zucchero che avevamo portato dall’Italia”.

     In Russia non c’era niente e la commissione era andata a Mosca con dei bauli dove c’era pane salame e formaggio. Graziadei si era arrabbiato dicendo che non c’era e non aveva visto ma non ci credeva perché suo figlio era una persona seria.

     In quella discussione era intervenuto anche il Baldesi che era un vice di D’Aragona è ancora un po’ si prendevano a pugni. Siamo intervenuti e li abbiamo divisi. Dopo un’oretta Graziadei rientra col figlio e il figlio era pronto a prendere per il collo D’Aragona.

     La mattina sul Corriere della Sera appare tutta la scena precisa con tutto quello che era successo ed eravamo tutti stupiti. Serrati si alza e dice “ma qui c’è una spia” e visto che eravamo tutti di noi ci siamo chiesti come aveva fatto il Corriere della Sera a sapere queste cose. Si è poi saputo un mese dopo che era Baldesi della confederazione del lavoro, pagato dal Corriere della Sera. Pubblicato dal Corriere della Sera la cosa ha preso uno sviluppo enorme.

     Dopo la votazione dove abbiamo avuto la maggioranza si è stabilito che l’Avanti rimanesse ancora a Serrati fino al congresso e che il partito incominciasse a far propaganda verso le sezioni.

     E allora abbiamo combinato nei fatti che Bordiga pur non essendo nella direzione del partito ma era uno dei capi più influenti a favore della frazione rivoluzionaria ha incominciato lui a fare il giro per l’Italia a propagandare i principi dai 21 punti di Mosca e poi anche gli altri dalla parte inversa hanno cominciato a fare altrettanto.

     E così siamo andati avanti fino al 21 di gennaio dell’anno appresso al congresso di Livorno.

Domanda

Noi siamo andati a leggerci Ordine Nuovo di quel tempi; la rubrica “Vita di classe” riporta tutte le assemblee che si facevano nelle sezioni del Partito Socialista anche in Valle di Susa. In queste riunioni c’era Pietro Ravetto che andava e discuteva. Si ricorda qualcosa di questo dibattito in Valle di Susa.

     Questo lavoro l’ha fatto soprattutto il povero Ravetto, io ero a Milano ma Ravetto mi informava e aveva un grande ascendente sulle sezioni in contrasto con Barbieri di Condove che sosteneva la tesi minoritaria del partito e che diventerà poi podestà fascista.

     Ravetto invece sosteneva la tesi maggioritaria e rivoluzionaria e quasi tutte le sezioni hanno aderito alle tesi di Ravetto tranne a Condove e nei paesi limitrofi.

Tutti la alte sezioni scelsero la maggioranza. Ci chiamavamo Massimalisti mentre gli altri erano i Riformisti.

     A Livorno mi sono incontrato con Ravetto e anche con Barbieri e nella Valle di Susa era passata a grande maggioranza la frazione massimalista.

Domanda

In queste sezioni c’erano tanti operai? Gli operai sono passati alla frazione rivoluzionaria?

     Quasi tutti operai ma anche contadini. Per esempio a Bussoleno gli operai delle fabbriche, a San Giorio quasi tutti gli scalpellini e qualche contadino. Le sezioni che erano controllate da Ravetto diventeranno subito sezioni comuniste. I riformisti riescono a ricostruire solo la sezione di Condove e di Sant’Antonino. Erano sezioni di minoranze che non avevano più nessun credito presso gli operai.

Domanda

Il credito questi riformisti lo hanno perduto con l’occupazione delle fabbriche?

     Si, l’avevano già perduto li perché erano tutti arrabbiati perché avevano restituito le fabbriche.

Infatti le fabbriche le abbiamo restituite per la grande pressione dei D’Aragona, Baldesi, Colombino tutti riformisti. Quando ci siamo radunati il 13-14-15 settembre a Milano al Salone dell’Umanitaria la notte… noi la chiamavamo la notte tragica perché si trattava di restituire le fabbriche e le terre occupate. In Lombardia il Passalcqua aveva già requisito la meliga dai campi.

     Io avevo fatto un giro nelle campagne ed erano tutti pieni di entusiasmo. Quella notte in una saletta a fianco c’erano Fortichiari, Repossi, io e qualcun altro e quando abbiamo visto che D’Aragona e altri capi riformisti stavano per avere la maggioranza avevamo deciso di sequestrare D’Aragona, caricarlo su un auto e mandarlo a …. (non si capisce n.d.t.).

     Era già tutto organizzato, tanto più che il presidente della Banca Commerciale di Milano, l’ebreo Toeplitz è venuto da noi quella notte ad offrirci i soldi della Banca Commerciale perché la borghesia era ormai convinta che fossimo i padroni del paese e si trattava solo di cambiare il governo a Roma.

     Più di così! Avevamo i soldi, avevamo la maggioranza delle classi lavoratrici, dicevamo: tiriamo via questi capi riformisti, facciamo la votazione, siamo in maggioranza. Domani proclamiamo lo stato proletario d’Italia.

     Viceversa quando Serrati ha sentito parlare di sequestrare D’Aragona e Colombino ha incominciato a dire No, non facciamo questo, è una piazzata, una roba che sarà deplorata da tutti.

     Così abbiamo discusso fino al mattino e poi l’ordine del giorno di D’Aragona ha avuto la maggioranza. Tanto più che D’Aragona, lo abbiamo saputo poi, aveva avuto un colloquio con Giolitti che gli aveva promesso che se si restituivano terre e fabbriche ai legittimi proprietari lui non avrebbe fatto rappresaglie, avrebbe passato una spugna su tutto, anche sui più compromessi.

     E così ci fu una delusione generale e la maggior parte passò con il Partito Comunista. Per convincere a far restituire le fabbriche mi ricordo che Bozzi disse che durante l’occupazione alla Fiat non si lavorava più, che la fabbrica andava in perdita, che gli operai erano assenti altri dormivano, che avevano fatto delle ruote di treni che non resistevano al peso dei vagoni, che il lavoro era mal fatto, che era tutto un disastro, che se si va avanti ancora così 15 giorni l’Italia va a rotoli.

     E quello in parte era anche vero, io sul treno sentivo gli operai della Fiat che tornavano dal lavoro parlare tra loro e dire che dormivano, oppure giocavano a bocce. Lo stesso alla Pirelli o alla Breda e allora è stato buon gioco quella notte convincere tanti a restituire le fabbriche.

Lato B1

Nell’intervista si parla della fine dell’occupazione delle fabbriche, della delusione, del riflusso di una parte e del passaggio al Partito Comunista degli elementi più attivi. Il riflusso con la crescita del fascismo e delle vicende elettorali.

Bellone si candida alle elezioni politiche nel 1919 e nel 1921 ed in entrambe le elezioni risulta il primo escluso. Bellone viene eletto nel 1922 in provincia a Milano, ma vi resta pochi mesi in seguito a dissidi con il prefetto che blocca ogni sua iniziativa a favore della scuola dell’obbligo e dei sordo-muti – Bellone era direttore didattico di Milano – .

Domanda

Lei era nel Partito Comunista, quali erano le prime difficoltà che avete avuto con il fascismo per poter continuare a fare politica tra gli operai.

     Riunioni segrete, per cellule, per gruppi. Invece di radunarsi in tanti ci si riuniva in 10-12, poi con altri 10-12 e si lavorava clandestinamente. C’era una reazione feroce, io a Milano avrò avuto 100 perquisizioni. Mi hanno portato via tutti i libri, avevo le opere di Marx, di Engels e di tutti i grandi del passato.. io ho perso migliaia di libri, portavano via i miei appunti e perfino le cartoline.

Domanda

Ma poi lei è uscito o è restato nel Partito Comunista.

     Sono sempre restato nel Partito Comunista fino a qualche anno fa. Però dopo la guerra non sono mai stato considerato anche se mi sono presentato alle elezioni del 1948.

     Finche si viveva nella clandestinità io e mia moglie servivamo molto. La signora Pajetta, la madre, aveva da dare dei soldi ai perseguitati politici, li portava a mia moglie, che non era conosciuta, e lei li portava alle famiglie indicate con mariti in galera o all’estero.

     Durante la liberazione mio figlio era uno dei capi partigiani e prima era stato condannato a 14 anni insieme a Ravetto. Noi abbiamo sempre appoggiato e lavorato per il partito, ma dopo la liberazione ci hanno messo da parte.

Lato A2

     Prima della liberazione conoscevo bene la famiglia Pajetta dopo la liberazione sono spariti tutti.

Io ero iscritto al partito, frequentavo le assemblee della sezione 18 in Corso Regina Margherita dove abitavo. Un giorno arriva a casa mia un compagno, un certo Anselmi e mi dice: “domani trovati in sezione che distribuiamo le medaglie per il 25° della fondazione del Partito Comunista e diamo la medaglia ai fondatori”.

     Io ci vado: c’era il salone pieno e la musica suonava. Luciano Gruppi sale sul palco, fa il suo discorso e poi chiama per la premiazione e dà la medaglia a Clelia Montagnana che era una turattiana di sette cotte, avversaria dei comunisti, riformista e che ha avuto tante discussioni con me.

     Cosa c’entra lei con la fondazione del partito? Poi a tanti altri e a me niente. Io uno dei fondatori del partito niente medaglia, non è per la medaglia che è una sciocchezza ma è per il riconoscimento.

     Torno a casa, ne parlo con mia moglie e voglio sentire Ravetto che era a Livorno se a lui l’hanno data. Qualche giorno dopo vedo Ravetto, che passava ogni tanto a casa mia e gli chiedo se a lui hanno dato la medaglia. Non ne sapeva niente. Allora mi sono arrabbiato, ho scritto al partito e ho restituito la tessera anche se ho sempre votato per il partito, fino a poco fa quando è uscita la porcheria del compromesso storico.

Domanda

Della svolta di Salerno, di quando Togliatti è tornato dalla Russia, cosa ne pensa.

     Io di Togliatti non ho mai avuto grossa fiducia. Quando è tornato dalla Russia voleva fare un alleanza con cattolici e socialisti. Io ero contrario e non la pensavo così. Togliatti lo avevo conosciuto in altri tempi ma era un po’ opportunista: prima era stalinista poi è diventato antistalinista.

Domanda

Lei ha conosciuto anche Gramsci, Bordiga e altri. Adesso il partito comunista cerca di fare vedere una continuità tra Gramsci, Togliatti e Berlinguer. Io penso che Gramsci fosse un grande rivoluzionario e Togliatti non c’entra niente.

     Lì chi era rivoluzionario, lavorava bene ed aveva una grande intelligenza era Bordiga.

Bordiga è stato a Milano e abitava a casa mia, un uomo di grande valore, con lui c’era anche Grieco che poi ha abbandonato. In una riunione che si è tenuta a Torino a novembre del ’20 con Bordiga, Terracini, Gramsci c’ero anche io e qualcun altro che non ricordo mi sembra anche un operaio della Fiat. Bordiga e Gramsci avevano le stesse idee che differivano molto da quelle di Togliatti.

Domanda

Di Gramsci cosa si ricorda anche dal lato umano.

     Gramsci l’ho frequentato assai poco, mi ha dato l’idea di un grande rivoluzionario e un uomo con delle idee chiare specialmente quando aveva fatto la proposta dell’unità degli operai del nord con i contadini del sud. Che ha lavorato molto anche con Bordiga su questo argomento. E stato a casa mia e ha dormito li anche qualche volta. Io di Gramsci avevo grande fiducia. Credevo che all’epoca i due migliori uomini del Partito Comunista fossero Bordiga e Gramsci.

     Bordiga l’ho riconosciuto grande quando c’è stato a Milano la strage del teatro Diana quando una bomba ha ucciso 20 o più persone al teatro. L’indomani a Milano sembrava un giorno di terremoto, uscivi per strada era tutto cupo, triste, la gente camminava a testa bassa.

     Bordiga è venuto a piedi a casa mia a scrivere un manifesto dove si prendeva lui la responsabilità, anche se non ne sapeva niente. A detto che questo fatto è avvenuto semplicemente per la repressione fascista, la divisione della classe operaia, ecc.. ecc.. che ha irritato talmente il proletariato che è arrivato a un punto che la classe operaia ha dovuto reagire. Allora cercavano Bordiga per metterlo in galera ma non ci sono riusciti perché è scappato. L’hanno poi messo dopo.

     Bordiga ha avuto il fegato di prendersi la responsabilità del Diana anche se lui non ne sapeva niente per dimostrare che il fatto era una conseguenza della reazione precedente.

Poi io fui chiamato in questura e il commissario mi diceva: “ lo so che lei non c’entra niente ma lei dovrebbe sapere chi ha promosso questa azione criminosa”. “Io non so niente, io non frequento gli ambienti anarchici. Io so che ogni azione ha una conseguenza.

     Anche l’uccisione di re Umberto a Monza il 29 luglio del 1900 è stata una conseguenza delle azioni del generale Bava Beccaris del ’98”. E’ andata così secondo me ogni cosa ha un’azione e una reazione ho visto dalla storia che è sempre stato così.

Domanda

Certamente durante l’occupazione delle fabbriche e anche prima e anche dopo vi ponevate come partito il problema della forza. Già i socialisti all’inizio si occupavano dei soldati cioè che i soldati fossero alleati della classe operaia…

     Abbiamo fatto qualcosa ma di superficiale, primitivo. Mi ricordo che ero stato a Roma ad una riunione di partito nel ’20 o nel ’21 e mi hanno caricato una valigia di opuscoletti antimilitaristi da buttare nelle caserme. Io li ho portati a Milano poi i nostri giovani li portavano clandestinamente sotto le porte dei quartieri. Mi ricordo che a qualche riunione segreta vedevi qualche soldato ma era una cosa primordiale, superficiale.

     Facevamo degli opuscoli di 3-4 pagine, alcuni li ho fatti anch’io ma bisognava distribuirli clandestinamente e non facevano presa.

Dal minuto 17.30 l’intervista volge su questioni religiose e di chiesa di minore interesse.

Lato B2

Domanda

Per concludere, che messaggio darebbe ai giovani in base alla sua esperienza.

     Bisogna fare un lavoro non sotterraneo ma meticoloso, lento, paziente per cercare di aprire lentamente la mente alla gioventù, adesso che la cultura si allarga con le scuole per tutti invitare questa gente a leggere. Io sarei sempre del parere mai abbastanza ascoltato di fare come una volta molti opuscoli semplici, facili come una volta che c’era “Il seme”. Io poi avrò fatto 100 opuscoli di propaganda.

L’intervista prosegue e si conclude sul dibattito che c’era in Valle sui giornali la Valsusa e La Valanga.

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FONTE: Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino, Fondo Sacco Sergio.

No Tav, il cuore è vivo e batte il ritmo della lotta…

https://contropiano.org/interventi/2020/07/04/no-tav-il-cuore-e-vivo-e-batte-il-ritmo-della-lotta-0129731?fbclid=IwAR0aL5jsEsijH7dWQsd2fJ7wvEro_Jn_9gr0oWBz7IqMXMZaLfHRWBc16sw

La lotta NO TAV si rimette in cammino lungo i sentieri della Clarea. Da giorni arrivavano scampoli di notizie su un’imminente ripresa dei lavori. Da tempo materiali si andavano ammassando oltre le reti, lungo il torrente, ai piedi dei piloni autostradali.

Intanto in Valle aumentavano i controlli; gli alberghi collaborazionisti si preparavano ad ospitare le truppe, ogni mattina si sentiva il rombo dell’elicottero che saliva da Torino.

Ieri il movimento NO TAV si è ritrovato a Giaglione e si è messo in marcia. E’ nato il presidio permanente ai Mulini di Clarea. Le foto ci raccontano la bella giornata di sole, la costruzione delle barricate, l’allegria che accompagna la vita anche nei momenti più duri, quando si attende e si sa che il difficile sta per venire, ma si è anche consapevoli che, nonostante tutto, non si può disilludere un sogno ed abdicare al senso di responsabilità verso il futuro

Sono arrivati, di notte, come sempre. Hanno circondato il presidio, alzato barriere sui sentieri, ma non sono ancora riusciti a piegare i resistenti, alcuni saliti sugli alberi, altri sui tetti dei mulini, qualcuno incatenato ai cancelli. Le bandiere NO TAV garriscono con le rondini, al vento della Clarea.

In Valle volano incessanti le notizie, gli appuntamenti del fare concretamente, gli appelli alle realtà solidali: come sempre si deve partire insieme, con una risposta che sia di tutti e per tutti.

La rabbia è tanta: non si può che provare odio per i lobbisti che, rinchiusi nel Palazzo, continuano a presentare come pubblica utilità la devastazione sociale e ambientale legata a questa e alle altre Grandi Opere, inutili, costosissime, mortali.

Questo è il CuraItalia messo in piedi dalla folle bulimia dei nostri nemici di sempre che siedono nelle istituzioni e non rinunciano a trasformare in oro per i loro forzieri aria, acqua, suolo, salute, cultura, bellezza… e la memoria del passato, la vita del presente, la speranza del futuro di tutti.

Care compagne, cari compagni, per la prima volta non sono con voi nei luoghi della resistenza. Questi arresti domiciliari mi pesano insopportabilmente e più che mai in questi momenti, quando tutte e tutti sarebbero indispensabili, anche chi come me ha ormai poco da dare in forza fisica… ma il cuore è vivo e batte il ritmo della lotta…

Ha violato divieto di dimora, finisce ai domiciliari storico leader No Tav

https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/07/06/news/ha_violato_divieto_di_dimora_finisce_ai_domiciliari_storico_leader_no_tav-261092097/?fbclid=IwAR0qz9qzQkYQMNnOGVplI71qwlCv7v9IZpH4gytYXBf9LSomj8iaEBu8vIM

Scalzo identificato dalla Digos nei boschi della Clarea 

06 luglio 2020
 

Ha violato il divieto di dimora nei comuni  di Chiomonte e Giaglione che gli era stato imposto dopo gli scontri del 27 luglio di un anno fa. Ora è ai domiciliari. Emilio Scalzo, 65 anni, storico del Movimento No Tav valsusino  e residente a Bussoleno, è stato identificato dagli uomini della digos  di Torino mentre frequentava i boschi della Clarea, durante le manifestazioni che in queste settimane hanno riacceso la protesta in valle di Susa in occasione del nuovo ampliamento del cantiere di Chiomonte. Per questo motivo è stato disposto un aggravamento della misura cautelare disposta nei suoi confronti. Questa mattina la Digos lo ha arrestato e messo ai domiciliari.
A dicembre quando erano arrivate le prime disposizioni contro i registi e i responsabili delle proteste violente del 27 luglio 2019, erano state 14 le misure cautelari disposte dal gip ed eseguite dalla polizia

Tav: chiodi in autostrada, forate gomme ai mezzi della polizia che andavano al cantiere di Chiomonte

https://torino.repubblica.it/cronaca/2020/07/05/news/tav_chiodi_in_autostrada_forate_gomme_mezzi_polizia_che_andavano_al_cantiere_di_chiomonte-261019132/?fbclid=IwAR0YoBilhJSU2zUdlikyC2E1PUFljmlUNNMTekptfPYXwpgTq_UygQFWtF4

Tav: chiodi in autostrada, forate gomme ai mezzi della polizia che andavano al cantiere di Chiomonte

La denuncia del sindacato Siulp: “Poteva finire in tragedia”

di CARLOTTA ROCCI

 

05 luglio 2020

Agguato la scorsa notte alla colonna di mezzi del Reparto Mobile della polizia di Stato diretta al cantiere della Tav di Chiomonte, in Valle di Susa. All’interno della galleria Cels, sull’autostrada A32, chiodi a tre punte hanno forato le gomme degli automezzi. I chiodi sono simili a quelli usati in passato nelle azioni del movimento No Tav che da circa una settimana ha ripreso a protestare in valle in occasione dei lavori di ampliamento del cantiere di Chiomonte. I primi mezzi  della colonna sono stati danneggiati dai chiodi e gli altri sono rimasti bloccati dai primi che non potevano ripartire. È successo poco prima  dell’una di notte.


“Questi delinquenti con questo “attentato” all’incolumità dei poliziotti e di eventuali viaggiatori privati, hanno superato il limite. Per il Siulp l’unica risposta che uno Stato di diritto che salvaguarda la propria Autorità e la propria volontà politica, non può che essere tolleranza zero. Non è più possibile sperare in atti di responsabilità da parte di chi per decenni ha costretto le forze dell’ordine e l’Autorità dello Stato a continui e pressanti servizi di contenimento, prevenzione e repressione, per garantire la costruzione della Tav” commenta Eugenio Bravo segretario prrovinciale Siulp.
Da un paio di settimane i No Tav che hanno contestato le forze  dell’ordine anche a Susa, hanno creato un presidio nela zona dei Mulini a Chiomonte.

n.b. qualcuno è in grado di spiegare come mai questi chiodi “intelligenti” hanno colpito solo i mezzi delle Forze dell’Ordine?

La Tav si può ancora fermare? A che punto sono i lavori (e i costi) in Italia

https://www.open.online/2020/07/03/la-tav-si-puo-ancora-fermare-a-che-punto-sono-i-lavori-e-i-costi-in-italia/?fbclid=IwAR1xkQEKfjihZVOFS-HK_7K0pM7qL89Bk0FWxa-rVo_5sUuh7m5qb-Sxjak

3 LUGLIO 2020 – 08:29

Dopo le parole del sindaco di Lione sulla grande opera è ricominciato il dibattito: è davvero possibile fermarla?

Un’opera, due città coinvolte e due sindaci che non vorrebbero fare parte del progetto. La Tav, la ferrovia ad alta velocità che dovrebbe collegare Torino e Lione continua a dividere. In unintervista pubblicata sul quotidiano La Stampa il nuovo sindaco di Lione Grégory Doucet ha chiarito subito la sua posizione: «Non bisogna insistere su un progetto sbagliato. È la scelta peggiore. Bisogna fermare la Tav».

Le parole di Doucet non sono una sorpresa. Il nuovo sindaco di Lione è stato eletto nella lista di Europe Ecologie-Les Verts (Eelv), il partito ecologista che nel 2019 alle Europee ha guidato la coalizione verde francese. Insieme all’Alliance écologiste indépendante, Eelv aveva conquistato oltre il 13% delle preferenze. Tra queste elezioni e le ultime amministrative, l’avanzata dell’«ondata verde» ha portato anche lo stesso Macron a cambiare passo nella sua politica.

A che punto sono i lavori


ANSA | Uno dei tunnel dei cantieri Tav

La società che gestisce il cantiere della Torino Lione è la Telt, una realtà pubblica le cui quote sono divise al 50% tra Francia e Italia. Il nostro Paese partecipa attraverso il gruppo Ferrovie dello Stato. L’11 giugno Telt ha comunicato che sono stati assegnati lavori inerenti alla Tav per altri 250 milioni di euro. Dopo i rallentamenti dovuti al Coronavirus anche questo cantiere è ripreso a pieno regime.

Secondo i dati diffusi da Telt al momento sono stati scavati circa 30 km di gallerie, su un totale di 162 km che sarebbero necessari per la realizzazione dell’opera. Telt dichiara quindi che il 18,5% delle gallerie previste sono state completate. La colonna portante dell’opera resta però il tunnel di base, la galleria da cui dovrebbero passare i treni. Di questa galleria a settembre del 2019 sono stati terminati gli scavi per i primi 9 km, tutti realizzati dal cantiere francese di Saint-Martin-La-Porte.

Il totale da raggiungere per questa parte dell’opera è 57,5 chilometri, di cui 45 in Francia e 12,5 in Italia. In Italia deve ancora svolgersi la gara di appalto, dal valore di circa un miliardo di euro, per la costruzione del tunnel base. Per quanto riguarda il nostro versante delle Alpi, nelle ultime settimane si sono concluse le opere di allargamento del cantiere di Chiomonte, in Val di Susa. Da questo sito, ormai grande circa un ettaro, partiranno i lavori per il lato italiano del tunnel base.

Ha ancora senso fermare il progetto?


ANSA | L’analisi costi-benefici della Tav era stata promossa dall’allora ministro dei Trasporti Danilo Toninelli

Il documento è lì. Si può ancora scaricare dal sito del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, insieme alla Relazione tecnico-giuridica. LAnalisi costi-benefici è stato uno dei temi più discussi dalla politica lo scorso anno, nonché uno dei capitoli su cui la maggioranza ha rischiato di spaccarsi. È stata firmata da cinque esperti e i risultati si possono considerare negativi. Secondo gli scenari analizzati, ultimare la Tav produrrebbe un danno economico compreso tra 5 e 8 miliardi di euro.

Uno dei cinque esperti che hanno firmato il progetto è Francesco Ramella, ingegnere meccanico specializzato in trasporto pubblico. Open lo ha contattato per chiedergli se l’analisi fatta un anno fa, e sostanzialmente ignorata dal governo, può ancora ritenersi valida: «Per completare la Tav saranno ancora necessari 11 miliardi euro. Al momento l’unico elemento di novità è questa recessione dovuta al Coronavirus. Ed è un elemento negativo: le persone avranno meno soldi per viaggiare».

La posizione del sindaco di Lione sulla Tav è la stessa della sindaca di Torino. Chiara Appendino ha sempre chiarito di essere contraria all’opera. Il fatto però che i due sindaci abbiano espresso lo stesso giudizio non dovrebbe cambiare le carte sul tavolo: «Dal punto di vista giuridico, non credo che né l’uno, né l’altro possano influire sul processo decisionale».

Ramella risponde anche a una delle domande che più venivano fatte nei primi mesi del 2019: ha ancora senso fermare la Tav? «La mia idea è la stessa dell’analisi costi-benefici: sì. Una parte dei soldi spesi andranno persi ma almeno risparmieremo i soldi che verranno investiti nei prossimi anni. Per la fine dei cantieri si parla infatti di 2030, anche se le possibilità di andare oltre ci sono».

Leggi anche:

Il sindaco di Lione accusato di terrorismo e di legami con le BR!

https://contropiano.org/corsivo/2020/07/02/il-sindaco-di-lione-accusato-di-terrorismo-e-di-legami-con-le-br-0129689?fbclid=IwAR3rEEdoQAa9nYsUnjrSOLq-_TOMiM1GUtjevkvxB27Xm4-5RQag20HrYWU

L’agenzia Ansia riferisce che il giudice Giancarlo Casilli, per l’intercessione e con l’avallo dei Pm della Procura di Torino, chiede la messa in stato d’accusa, corroborata da una rogatoria internazionale, per il Sindaco di Lione, Gregory Doucet.

L’accusa sarebbe gravissima: terrorismo internazionale ai danni dello stato italiano e del suo erario.

Il sindaco Doucet, infatti, si dichiara contrario al Tav, definendola opera inutile.

Casilli, intervistato dall’Ansia, ha sentenziato: «Doucet è un terrorista ambientalista, il cui scopo è affamare la classe dirigente e le elites finanziarie italiane, che sarebbero ridotte a non potersi più permettere le vacanze alle Maldive in panfilo, se i lavori del Tav venissero proditoriamente sospesi. L’atteggiamento intimidatorio e disfattista di Duocet è dunque inaccettabile e va punito con una pena detentiva da 6 a 10 anni».

Ma l’intransigente e severissimo Casilli non si ferma qui.

Aggiunge: «Potremmo anche pensare al 41 bis, se si accerteranno legami più che probabili con le Brigate Rosse».

Secondo quanto sostenuto da Casilli e dalla Procura torinese, Doucet sarebbe infatti in contatto con alcuni irriducibili ex Br, in combutta con i quali starebbe organizzando addirittura il rapimento del Presidente Macron.

Pare nella nota Via Fanon. Sita non distante dalla zona della Camillè.

Si attendono gli sviluppi della delicatissima indagine!

Polizia, carabinieri e finanza fermati dai chiodi a 4 punte in autostrada in Valle di Susa

https://www.lastampa.it/torino/2020/07/05/news/polizia-carabinieri-e-finanza-fermati-dai-chiodi-a-4-punte-in-autostrada-in-valle-di-susa-1.39046962?fbclid=IwAR27fEo6S8GwplmIjX9YztjVcCTmXl3w4r1EHGtc9_Hq8i1v8RUCFKh25wk

Si sospetta il movimento No Tav. Oggi alle 16 marcia in Clarea

Uno dei chiodi a 4 punti che ha bucato lo pneumatico di uno dei mezzi delle forze dell'ordine. Valle di Susa, 4 luglio 2020
Uno dei chiodi a 4 punti che ha bucato lo pneumatico di uno dei mezzi delle forze dell’ordine. Valle di Susa, 4 luglio 2020

 

Chiodi a quattro punte sulla Torino-Bardonecchia per bloccare i mezzi delle forze dell’ordine. E’ successo ieri sera in Valle di Susa, all’altezza della galleria Cels, sull’autostrada che dal cantiere Tav porta a Torino, dove – ruote bucate – sono rimasti incolonnati diversi mezzi della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza. L’azione nell’ambito della protesta del movimento No Tav contro il cantiere della linea ad alta velocità Torino-Lione.

«Un gesto criminale, che noi cataloghiamo nel reato di attentato alla sicurezza dei trasporti – dice Luca Cellamare del sindacato “Lo Scudo” – E’ intuibile capire chi possa essere stato a compiere questa azione, poiché da giorni gruppi organizzati stanno ponendo in essere azioni volte a minacciare e intimidire gli appartenenti alle Forze dell’Ordine che operano al cantiere Tav».

Eugenio Bravo del Siulp parla di un «agguato. Un’azione che avrebbe potuto coinvolgere anche altri viaggiatori privati e che dimostra come il livello di scontro sia arrivato ad un punto pericolosissimo». 

Due settimane fa in Valle di Susa sono ripartiti lavori di ampliamento del cantiere Tav e anche la mobilitazione del movimento che si oppone all’opera. Oggi alle 16 è prevista una marcia sino in Clarea, ai Mulini, dove alcuni manifestanti hanno creato un presidio.

Lyon-Turin : les nouveaux maires verts de Grenoble et Lyon donnent des ailes aux opposants italiens de la ligne TGV

https://france3-regions.francetvinfo.fr/auvergne-rhone-alpes/lyon-turin-nouveaux-maires-verts-grenoble-lyon-donnent-ailes-aux-opposants-italiens-ligne-tgv-1849322.html?fbclid=IwAR18OshBYP4KBXReh_8WQ-OdzvWaeyKBICs881DJ2TlSlAQ596pPvbFkx9Y

Il y a eu l’élection d’Eric Piolle à Grenoble, puis celle de Chiara Appendino, à Turin… Lyon a désormais aussi son maire écolo. Les opposants français et italiens (NO TAV) au TGV Lyon-Turin affichent un 3 à 0, face aux promoteurs de la ligne toujours en chantier. De quoi leur donner des ailes.

Le  maire de Grenoble Eric Piolle et Gregory Doucet, maire de Lyon.
Le maire de Grenoble Eric Piolle et Gregory Doucet, maire de Lyon. • © PHILIPPE DESMAZES / ROMAIN LAFABREGUE – AFP
Il y avait déjà (par ordre d’apparition à l’écran), Eric Piolle, élu maire de Grenoble en 2014. Puis, 2 ans plus tard, Chiara Appendino, la maire de Turin… Désormais renforcés par le nouveau maire écologiste de Lyon, Grégory Doucet, les opposants français et italiens (NO TAV) au TGV Lyon-Turin affichent un 3 à 0, net et sans bavure face aux promoteurs de la ligne toujours en chantier. De quoi leur donner des ailes.
 
Son nom s’affichait ce mercredi à la une du principal quotidien piémontais, « La Stampa » « les chantiers italiens et français dans la tempête : le nouveau maire de Lyon rejette le TGV ! ». Le ton du journal historiquement lié à la famille Agnelli, les fondateurs de Fiat, n’a rien de surprenant. Les milieux économiques turinois sont depuis toujours favorables à la construction de ligne, jugée « vitale » pour l’avenir d’une capitale piémontaise qui veut continuer de compter dans l’économie italienne et européenne, sous peine de se voir devenir la banlieue de sa voisine et rivale milanaise.
Dès 2014, le pas en arrière fait par l’alors nouveau maire de Grenoble Eric Piolle, n’avait pas inquiété grand monde à Turin. ( la ville de Grenoble s’était désengagée du financement du Lyon-Turin).  Deux ans plus tard, lorsqu’à la surprise générale, Chiara Appendino avait été élu maire de Turin, l’évènement avait été perçu comme un sérieux avertissement.
Mais cette fois, l’entrée en scène d’un nouveau maire NO Tav comme on les appelle de ce côté-ci de la frontière, a été ressenti comme un véritable coup de semonce !
 

« Le Lyon-Turin : un projet erroné qu’il faut arrêter »

 
 Il faut dire que dans son interview accordée à « la Stampa » parue ce mercredi, Grégory Doucet ne mâche pas ses mots : « il est inutile d’insister sur ce projet complètement erroné. On a fait le pire choix qui soit. Il faut donc arrêter ce Lyon-Turin à tout prix. »
Et quand le confrère italien lui fait observer que dans l’économie en crise de l’après-Covid, ce grand projet structurant européen ferait sans doute du bien à l’économie, la réponse du maire de Lyon se fait cinglante : «On veut nous faire croire que l’on relancera l’activité économique avec ce TGV. Mais c’est absurde ! La ligne Lyon-Turin existe déjà. C’est l’ancienne ligne. C’est sur elle qu’il faut miser en investissant »

Côté Chantiers : Silence on bosse !

« Rien de nouveau dans ces propos », se tranquillise-t-on du côté « Si Tav », chez les promoteurs et bâtisseurs de la future ligne. Il est vrai que dans la déjà longue histoire de la construction de l’ouvrage, on en a déjà entendu mille fois des déclarations politique fracassantes. Dans les deux sens d’ailleurs. Des volontaristes : « le tunnel sera fini en 2012 », du ministre des transports de Lionel Jospin ; et jusqu’au « avec nous au gouvernement, le Turin-Lyon ne se fera pas », d’un certain Luigi di Maio, un leader du parti  5 étoiles aujourd’hui toujours au gouvernement à Rome, mais beaucoup plus discret sur le sujet ; chez LTF (Lyon Turin Ferroviaire) devenu Telt (Tunnel Euralpin Lyon Turin) la société franco-italienne on garde un flegme…quasi britannique.

« Avec les 4 chantiers qui ont recommencé de tourner après le Covid, explique Alain Chabert, directeur adjoint de TELT pour la France, nous donnons déjà du travail à presque 800 personnes, aussi bien dans le percement du tunnel de base qui a atteint les 9 kilomètres vers Modane, que sur les 2 fronts de taille commencés dans l’autre sens, de Saint Martin la porte vers Saint Jean de Maurienne. Notre réponse, elle est là.  Nous respectons la démocratie, mais on ne peut tout de même pas s’empêcher de ressentir un peu d’amertume à être systématiquement être dépeint par les élus écologistes comme de fossoyeurs de l’environnement alors que c’est l’inverse ! ».

« Et puis, poursuit Maurizio Bufalini, directeur général adjoint de TELT côté italien, lorsque l’on nous ressort l’argument qu’il faut investir sur la ligne historique, je dirais que ce raisonnement s’apparente à celui d’un propriétaire d’Iphone 3 qui croirait qu’en achetant un autre Iphone 3, il pourrait faire un Iphone 6. Cela ne tient pas. Si le Turin-Lyon était déjà construit, je suis sûr qu’il serait en voie de saturation. Regardez le tunnel du Gothard en Suisse…il est déjà saturé quelques années seulement après sa mise en service ! La vieille ligne Lyon-Turin ne pourrait jamais supporter un tel trafic ».

Des NO TAV italiens relancés par les deux maires français

 Il n’y a pas qu’à la une de « la Stampa » que le nouvel édile rhodanien était à la une ce mercredi. Online, le journal des « No tav » avait décidé de dédier sa photo de une à Grégory Doucet. « Grâce à lui, nous sommes vraiment entré dans une période où « tout va basculer » (en français dans le texte), affirme, plus convaincu que jamais Paolo Prieri, un opposant de la première heure au TGV Lyon-Turin.

« Nous avons été déçu par Appendino », la maire de Turin du parti 5 étoiles, et son « buon viso, a cattivo  gioco » ; (beau visage mais mauvais jeu ; ou contre mauvaise fortune, bon cœur). Malgré ses quelques coups d’éclat, comme lorsqu’elle a pratiqué la politique de la chaise vide lors des réunions de l’observatoire technique du Lyon-Turin, elle a été bien trop modérée. Mais avec le maire de Lyon et le maire de Grenoble à ses côtés, ce sera un bon point pour marquer les esprits à Bruxelles. Car c’est là que désormais tout se joue…on verra ça dès la rentrée lors des sessions plénières où sera examinée la proposition de 11 de nos eurodéputés. Elle vise à arrêter tout grand projet qui émettrait  davantage de CO2 pendant sa construction que lors de son utilisation ».

Alors, verra-t-on bientôt les nouveaux maires de Grenoble et Lyon défiler en Vallée de Suse, sous les banderoles « No Tav » qui ont déjà promis un été chaud pour les policiers et gardes mobiles qui se relaient toujours jours et nuits autour de l’unique chantier italien du Lyon-Turin. Un conseil toutefois, si l’envie leur en prend : avoir à portée de main un casque plus résistant que leur traditionnel casque de vélo. Car les manifestations « No Tav » du mois dernier autour de la galerie de reconnaissance italienne ont encore donné lieu à bien des échauffourées avec les forces de l’ordre.

Réaction d’Eric Piolle à l’interview accordé au quotidien « La Stampa » par son homologue lyonnais Grégory Doucet

“Nous partageons avec Gregory Doucet les mêmes priorités: accélérer la transition vers un monde soutenable et donc développer le ferroviaire sur les lignes existantes. La ligne Lyon-Turin actuelle est utilisée à 20% de sa capacité de fret. Comme les cours des comptes Française et Européenne et tous les experts indépendants des lobbys nous disons ensemble qu’il est absurde de dépenser 26 milliards € pour une nouvelle infrastructure au cout environnemental énorme. L’Etat doit mettre le paquet sur la maintenance du réseau fret et TER existant, et non pas dilapider l’argent dans des projets d’une autre époque.”

STATI GENERALI: FUFFA AL VELENO — COLAO AND FRIENDS: GOVERNO E PARLAMENTO SOSTITUITI DA MICROSOFT E VODAFONE — COL DIGITALE VERSO LA TRANSUMANITÀ

https://fulviogrimaldi.blogspot.com/2020/06/stati-generali-fuffa-al-veleno-colao.html

MONDOCANE

GIOVEDÌ 25 GIUGNO 2020

La sicurezza del Potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini” (Leonardo Sciascia)

Cari amici e interlocutori, stavolta vado davvero per le lunghe. Più del solito. Ma fate finta che sia un livre de chevet, libro da comodino, come li chiamava Montaigne, da prendere a pizzichi e bocconi. Come cinque pezzi corti. Anche perché per un mese e passa non ce ne saranno altri. Non busserò a casa vostra. Sto in montagna, a rompere le palle alle marmotte.

Stati Generali per corona(virusa)re il nostro futuro

Negli Usa ormai si manifesta con crescente spudoratezza quel governo parallelo, chiamato “Deep State”, nella cui militanza confluiscono i falchi repubblicani e, ben più guerrafondai, quelli democratici. Stato profondo ben rappresentato nella serie “Saw”, formato da elementi non eletti ma più potenti degli eletti e che tiene sulla graticola, ultimamente con le sommosse, l’eterodosso Donald Trump, sebbene pure lui prodotto dallo (s)fascio statunitense. Dal momento che l’Italia, da sempre, è l’apprendista stregone minore su cui sperimentare il peggio del colonialcapitalismo, anche qui abbiamo un governicchio in vetrina, parzialmente eletto, e un Deep State per niente eletto, (in)visibile nelle varie task forces, dietro al banco. Ora questo insieme metastatico deve essere davvero bravo per fare avere ragione a gente come l’opposizione che oggi completa il nostro degrado. Eppure ci riesce quando a una conventicola formatasi alle fonti del Po, nel mausoleo di Predappio e nel ventre di Cosa Nostra ha potuto legittimamente dire “non c’è più democrazia”, o “sul Coronavirus ci marciate”, o “è tornata la Troika”.

Con quella celebrazione del suo ego espanso e del “servo encomio” ai rapinatori UE e neoliberisti in genere, la banda del Conte Pippo ha per il quinto mese fatto come se il Parlamento non esistesse e ha sgovernato agli ordini di una combriccola di non eletti che stanno al Deep State come l’Isis sta ai Fratelli Musulmani, o come il Gatto e la Volpe stanno al pescecane che inghiotte Pinocchio e babbo Geppetto (posso dire che il tonno che li salva mi fa pensare a Sara Cunial e ai suoi?).

Per i non decerebrati dalla paura, la risposta alla domanda “a chi conviene il circo dell’orrore Covid-19” è stata facilissima dal primo contagio, a Wuhan come in tutto il mondo. Mancavano i numeri. Che, secondo gli alti sacerdoti del sinedrio, sarebbero, al 22 giugno 2020, complessivamente 469.122 morrti, tutti ovviamente da questo virus, su 9.003.042 contagiati, magari presunti giacchè asintomatici. Magari morti per mancanza di cure perchè ristretti in casa. Magari e perlopiù morti di altro. E ci sarebbe andata pure bene, se pensiamo al pronostico di Bill Gates, nella sua precisissima simulazione-previsione dell’ottobre 2019: 20 milioni di decessi. E bene c’è pure andata, se pensiamo che nell’influenza 2017-2018 ci sono state decine di migliaia di morti in più (si chiamava influenza e basta e nessuno veniva rinchiuso e vessato da misure Gestapo). Per avere un’idea non manipolata ai fini della dittatura digital-sanitaria, vedere i diagrammi statistici fornitimi da un attento amico.

 1) Morti in Svezia senza lockdown. Curva in alto, previsioni dell’Imperial College di Londra, portavoce dell’OMS, in caso di mancata chiusura. Curva bassa, con chiusura moderata. Curva quasi piatta, morti effettivi.

2) Epidemie e relative vittime, dalla “Peste di Antonino il Pio (165-180al covid-19.

https://en.wikipedia.org/wiki/List_of_epidemics (il server non consente la pubblicazione qui)

Su questi numeri di morti, quelli effettivi e quelli inventati, si sono sviluppate altre cifre, stavolta tutte veritiere. Dieci miliardari transnazionali, in prima linea quelli di sanità e digitale, i più ricchi del mondo, hanno guadagnato insieme più di 7 miliardi di dollari da quando l’OMS ha dichiarato la pandemia. E molti di più gliene verranno dal post-virus. Capifila dei numeri, ovviamente, gli USA. Nei 23 giorni dall’inizio della pandemia l’élite finanziaria ha guadagnato 282 miliardi di dollari, con un’economia che, nel primo trimestre, si è contratta del 40%. Dal 2080 al 2020 il contributo fiscale di questi paperoni è calato del 79% e la loro ricchezza è cresciuta di oltre il 1.100%. In piena epidemia, Jeff Bezos di Amazon, uomo più ricco del mondo e Bill Gates, della Fondazione Gates per i vaccini, sono arrivati ad avere un patrimonio netto pari a quello della metà della popolazione statunitense. La cui aspettativa di vita, nel frattempo è precipitata come succede solo in fasi di guerre e carestie. Anche perchè i dipendenti di Amazon, per potersi nutrire, devono ricorrere ai buoni cibo elargiti dallo Stato ai poverissimi.

Come è possibile che questi cannibali ci vengano presentati a volte come filantropi, a volte come portatori di sviluppo e progresso? Ci vuole poco (dal punto di vista dei miliardari). “Mint Press” ha scoperto che Bill Gates ha “donato” 9 milioni al liberal “Guardian” (fratello maggiore del “manifesto”), 3 milioni alla tv NBC-Universal, 4,5 a NPR, 1 milione ad Al Jazeera e ben 49 milioni alla BBC. Quanto a Bezos, i media preferisce comprarseli direttamente. E’ la stampa, bellezza.

Il Conte-re, gli Stati Generali, il 17 gennaio 1793
Forte delle soddisfazioni cavate da una nazione debitamente sconquassata nei beni spirituali e materiali e dal fatto che è riuscito a prospettare ai suoi mandanti UE, Big Pharma e Silicon Valley, un paese pronto all’innovazione bio-tecno-fascista, popolato dall’“homo-machina”, Pippo Conte si è presentato agli Stati Generali con la (virus)corona in capo. Stati Generali, tra villa e parchi, paggi, ancelle e dame di compagnia, nell’intimità senza mascherine e distanze, a marcare l’ulteriore obliterazione del parlamento, degli eletti ed elettori, per consegnarsi ancora una volta agli stregoni che vanno sperimentando l’era post-democratica del vaccino e della connessione. Stati Generali delle teste autocoronate, come erano quelle di Filippo IV nel 1302 e di Luigi XVI nel fatidico 1789. Stati Generali dove il primo Stato erano i preti, il secondo i nobili e il terzo, che non contava una mazza perché gli altri due gli si alleavano contro, genti urbane e rurali. Venivano convocati quando alla nazione non andava troppo bene e si dovevano imporre tasse, vessazioni e restrizioni. Come vedete, Historia magistra vitae anche per il ben-titolato Conte Pippo. Cui potrebbe anche capitare, e noi non glielo auguriamo, il destino del re che degli Stati Generali convocò l’ultima edizione: 17 gennaio 1793.

 Dagli Stati Generali, spunta il governo di coalizione Microsoft e Vodafone.

Potete immaginarvi Jack lo Squartatore che, dopo averle squarciato la gola, alla vittima tampona il sangue? O Obama che, dopo aver raso al suolo la Libia, corre a donarle i mezzi per ricostruirsi prospera e indipendente? Allora dovreste avere presente anche Conte Pippo e il socio Colao Vittorio che promettono cure all’Italia annichilita. Pensate alle le loro origini. Rispettivamente, da un megastudio di avvocati, organicamente legato all’Olimpo del finanzcapitalismo sovranazionale e da una delle più micidiali compagnie telefoniche pro-5G e digitalismo. Poi da alcune delle più grandi banche d’affari. Conviene anche che pensiate, sempre in parallelo con Jack e Obama, al retroterra giudiziario di Ursula von der Leyen e di Christine Lagarde, Entrambe distintesi, negli incarichi originali per corruzione, come dame di corte di Bill Gates e tagliagole di una Troika che ha fatto a pezzi, la Grecia. Come Jack, una per una, le allegre ragazze di Whitechapel.

Ciò che lega il fondatore e poi capo di Microsoft Bill Gates a Vittorio Colao e al valletto Conte, è uno dei più colossali conflitti d’interesse mai visti, cementati dalla finanza speculativa da cui tutti provengono, o dipendono (Colao da Morgan Stanley e McKinsey). Se non si viene dalla formazione al furto su scala mondiale, ce lo ricorda Goldman Sachs, non si va da nessuna parte. Per somma virtù anche bilderberghiani, si sono presentati al popolo, che si era scritto la nota costituzione, e a un parlamento, che la considera meno del diploma del nonno alla parete, con l’eleganza del noto marchese del Grillo. Protagonisti della telefonia e delle piattaforme, feldmarescialli dell’economia privata, bilderberghiani e davosiani di lusso (e dunque anche a Villa Pamphili, le cose avvenivano a porte chiuse), ecco che agli Stati Generali (Conte per il clero, Colao per l’aristocrazia) si sancisce che in Italia le cose pubbliche, come la vita e tutto il resto, passano alla mano, alla manona, del privato. Preferibilmente sanitario, digitale, protetta da quelli che hanno alla cintura le manette.

(Ri)lancio Italia 2010-2030, o lancio pandemia elettrosmog?

Quando uscì il Piano di 121 schede di Vittorio Colao, scritto con qualche commensale delle piattafome nel loft di Londra, poco se ne parlò da parte degli amici, molto si disse che trattavasi di fuffa, banalità, roba scritta sull’acqua, vuoto pneumatico. Gelosia dell’apprendista stregone, Conte, nei confronti dello stregone? Anche. Ma soprattutto depistaggio, fuffa per boccaloni. Una fuffa, comunque, che è tutta lievito velenoso, ultraliberista, destinato a crescere. Una visione del pubblico (devi da morì) e del privato (devi da vince’) di un bilderberghiano di peso, osannato dal reparto Risorse Umane Bilderberg, come Stefano Feltri, o Lilli Gruber, o Mario Monti, Draghi,.Elkann, Prodi, Letta, Bonino, Visco…

Quello di peso ci è stato inflitto da direttore del Tesoro, poi di Goldman Sachs e poi governatore di Banca d’Italia, fino a elargitore di miliardi alle banche da direttore di quella centrale europea. E’ il principio delle porte girevoli, felice giostra del capitalismo. Principio che mantiene in circolazione perfino uno il quale, per ciò che, nelle, e alle, nostre istituzioni, ha combinato (Codice Penale, articoli 241-274, Delitti contro la personalità dello Stato). avrebbe tutti i titoli di merito per stare come stava nella Torre della Muda il conte Ugolino (1220-1289)

Di costui, Mario Draghi (nomen omen), col nome che al plurale dell’archetipo che, da sempre, spaventa l’umanità e che ora ci si minaccia addirittura come incombente Supremo di qualcosa, governo o repubblica, o magari Nuovo Ordine Mondiale, non si dimentichi mai l’impresa del 1992. Pifferaio di Hamelin, con il suo programma di devastazione privata di ogni bene pubblico e relativa svendita ai compari esteri, perfezionato poi da Amato e Prodi. Sul panfilo della Regina, insieme ad altri della Banda del buco, banchieri, CEO, George Soros, la créme della massomafia, il ministro Andreatta, congiurò contro il patrimonio pubblico e contro gli italiani.

Grillo c’è!

Scuola e Agricoltura? Zero. Ci pensano i privati e il Terzo Settore, per l’una, Bayer/Monsanto per l’altra

Il copia e incolla dell’omologo Colao si arricchisce di un particolare che tutti i nostri affiliati alla Cupola, maggioranza e opposizione, hanno tenuto nell’ombra cianciando di “fuffa”, per quanto ne abbiano profittato. Beppe Grillo, veterano del cavallo giusto, l’ha invece subito individuato e ci si è fiondato sopra perorando la causa della banda velocissima, in altre parole la connessione di quinta generazione, il 5G, nel quadro della digitalizzazione dell’intera vita, di cui era stato precursore con l’abominio “Rousseau”. Il comico, finito lo spettacolo dei travestimenti vaffa, è così riapparso sul proscenio in borghese a prendersi gli applausi di quelli che fino a ieri lo avevano spernacchiato e a farci capire il solidissimo perno intorno al quale tutta la fuffa ruotava.

La fuffa, più che altro una dissolvenza, riguardava due settori precisi. La scuola, lasciata nelle laccate mani di una ministra dell’istruzione, delirante come un criceto nella ruota, impegnata a fare uscire di senno studenti, genitori, insegnanti, presidi ed edifici scolastici. Scuola da lei affidata alla nebulosa del Terzo Settore e quindi al “volontariato” (eccome!) delle Ong di Soros e dei manager di McDonald’s.

L’altro settore, tanto insignificante da non arrivare neanche alla fuffa, è l’agricoltura. Intanto perché se ne occupa eccellentemente la ministra Bellanova, per la soddisfazione di semi brevettati e fertilizzanti al glifosato di Monsanto/Bayer e soci. La quale Monsanto ha appena finito di pagare 10 miliardi di euro in risarcimenti per danni causati dal glifosato. E poi perché da quelle parti è giù tutto previsto: campi, campetti, orti, tutta l’agricoltura “di prossimità” che nutre noi, pronta a passare all’agrobusiness intensivo/esteso multinazionale degli OGM. Così il Covid-19 sarà servito anche a farci esportatori netti del cibo che nasce da noi e importatori netti del cibo-spazzatura che nasce altrove. E’ la globalizzazione, baby.

Decorporizzare ed elettromagnetizzare l’Italia

Il cuore del “manifesto” di Colao per il nostro futuro è un altro. Il virus, ovviamente “de paura” perché letale, anche per chi cade dal balcone, risponde al principio di Giambattista Vico. Nessuno ne sa una cippa (come giustamente dice la somma virologa eretica del “Sacco” di Miano, Maria Rita Gismondo), ma è certissimo che segua la legge dei “Corsi e ricorsi”. Dunque resteremo, o ritorneremo, mascherati, distanziati, menomati, carcerati. E salvati, sia dal vaccino ID2020 (programmino Gates-Rockefeller-Davos per l’identità digitale universale sottopelle dalla nascita), sia dalle piattaforme. Soccorritori, non per nulla capeggiati dai più ricchi del mondo, per migliorare l’individuo sottraendolo alle contaminazioni di ogni genere, non solo da virus fasulli e transeunti, soprattutto da colletivi e comunità.

Di 7,5 miliardi di persone, qualche miliardo, privo di strumenti digitali (un terzo di italiani), va messo alla macina. Gli altri avranno la vita facilitata grazie al telesesso (riduzione della sovrapopolazione là dove il Covid-19, sanzioni e guerre, non sono bastati) e tutte le altre attività che impiegavano i nostri arcaici sensi corporei: teleworking, telestudio, teleacquisti, telesport, telegiochi (già fatto), televiaggi, teleconfessioni, telepenitenze . Alle teleagonie e telemorti ci hanno già abituati, quando sottraevano i moribondi da presunto Covid-19 ai loro cari e viceversa. Vedrete come, a forza di tele, ci identificheremo sempre più con lo strumento, fino a diventarlo. Basta un dato: tra il 2019 e fine marzo 2020, i lavoratori italiani da remoto sono passati da 570mila a 8 milioni.  E alle start-up di questo business Colao ha fortemente alzato le detrazioni.

Bancomat, Visa, American Express, Go…. Una bella cresta e ci pensiamo noi

Finirà anche questa storia del contante, funesto veicolo del virus e dell’autodeterminazione. La determinazione passerà alle banche che, per un lieve pizzo, faranno da passadati a chi ci deve dire cosa fare e cosa avere per cui, se traligniamo, finisce che sul conto non ci troviamo più nulla. Serve a combattere le mafie che, come è noto, non hanno idea di come si usa l’elettronica. Intanto, detta Colao, riduciamo i possibili pagamenti in cash da 3000 a 2000. E tiriamo giù la serranda al commerciante che non usa il Pos. Ce n’est che un debut.
Tutto diventerà velocissimo grazie alla banda ultralarga, il 5G. I suoi 30mila satelliti dallo spazio e i milioni di sue antenne, sotto e sopra casa, ci faranno comunicare in un nanosecondo con la zia e, nello stesso nanotempo, il gendarme di zona e quello a Forte Braschi comunicheranno a chi di dovere chi siamo, dove siamo, cosa facciamo, come lo facciamo, con chi e in quali condizioni di salute psicofisica, morale e finanziaria. Con la fine del contante, chi ha più bisogno dell’app “Immuni” per tracciarci? Anche perché tutto verrà agevolato dai vaccini. Insieme alla riduzione dei limiti ai livelli di elettromagnetismo, imposta dal telefonista Colao, saremo tracciabilissimi, perché fosforescenti come lampadine. Col plusvalore che, sterilizzati dalle radiazioni, contribuiremo alla così intensamente perseguita depopolazione.

Per tre mesi ci hanno ristretti. Ma gli alberi no. Forse è per questa irriverente anomalia che, durante quei giorni, si sono precipitati a tagliarli. Mica sarà stato perchè si intraponevano tra le antenne 5G e le nostre cellule cerebrali da scomporre?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:30

Quarto giorno di mobilitazione, iniziative e passeggiata serale

https://www.notav.info/post/quarto-giorno-di-mobilitazione-iniziative-e-passeggiata-serale/

post — 25 Giugno 2020 at 01:02 

Si è concluso anche questo quarto giorno di mobilitazione No Tav.

Con il presidio dei Mulini che si rafforza in presenze di ora in ora, anche nel resto della Valle ci si continua a mobilitare in solidarietà ai presidianti e contro l’atto vergognoso di riprendere i lavori (anche se minimi) in una territorio che ha ben dimostrato cosa pensa del Tav.

Durante tutto il giorno tanti valligiani sono riusciti a raggiungere il presidio evitando i cacciatori di Sardegna, impegnati a scovare i sentieri praticati dalla popolazione autoctona ed impedirne il passaggio. Rispetto a questa novità viene da chiedersi se a qualcuno non appaia un po’ ridicolo impiegare un corpo speciale dei carabinieri, generalmente  impegnato nelle operazioni di ricerca dei sequestrati e della localizzazione di latitanti, contro delle persone che cercano di portare viveri a chi risulta di fatto assediato da oltre 72 ore. Retorica a parte, ricordiamo come da anni questo corpo speciale sia utilizzato in valle insieme a militari e tutte le altre forze dell’ordine per imporre con la violenza e la minaccia un qualcosa di pericoloso, inquinante ed inutile.

Tornando alle iniziative della giornata, nel pomeriggio un gruppo di No Tav ha improvvisato un flash mob presso piazza Trento a Susa, costringendo alcuni poliziotti che vi banchettavano a lasciare il ristorante in fretta e furia, sommersi dai  cori che sottolineavano quanto poco sia gradita l’occupazione militare ad oggi operativa in valle.

Terminata questa iniziativa ci si è riuniti ai giardini di Giaglione da dove, dopo una partecipata assemblea, si è partiti in direzione presidio nonostante continui ad esserci la strada bloccata dai jersey.

Tra cori, battiture e tentativi di prendere diversi sentieri per raggiungere il presidio e portare viveri, alla fine anche questa volta si è perseguito l’obiettivo.

Ogni giorno che passa si rafforza la nostra determinazione. Il coraggio non ci manca. A sarà dura….per loro!!

Avanti No Tav!