Una discarica di amianto blocca il cantiere della Tav

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il manifesto - quotidiano comunista

Val di Susa. Sedicimila metri quadrati di roccia mai bonificata sequestrati dalla Guardia di finanza

La vicenda è nota ai pendolari della val Susa, che ogni giorno, da anni, vedono scorrere a pochi metri dal finestrino un’area di circa sedicimila metri quadri su cui si erge un cumulo di roccia contenente amianto che doveva essere bonificato. Di colore biancastro, ricoperta da teloni, rappresenta il concretizzarsi delle paure del movimento Notav legate alla gestione delle rocce amiantifere che un eventuale maxi tunnel dovrà dapprima scavare e poi gestire.

L’amianto, la sua volatilità, l’accertata presenza nelle montagne della val di Susa: tutto questo fu trenta anni fa tra le cause scatenanti della resistenza alla Torino – Lione. L’area che vede susseguirsi montagnole di rocce è stata data in concessione all’Itinera Spa, società che fa capo al Gruppo Gavio: qui si prevede la costruzione di capannoni dove il materiale di scavo estratto dal tunnel di base, verrà trasformato in “conci”, ovvero le volte in cemento armato che ricopriranno la galleria.

Dato che la montagna di amianto non è stata trattata, la costruzione della “fabbrica dei conci” non potrà iniziare quando si inizierà la nuova fase di scavo. Manca quindi un luogo fisico dove iniziare la produzione, data l’assenza della bonifica del materiale stoccato da anni.

E’ un piccolo ingranaggio che blocca l’intera mega macchina del Tav, perché altri luoghi dove produrre i conci non sono previsti dalla stessa Telt, la società incaricata di progettare e realizzare l’opera.

La complessa situazione assume contorni misteriosi se si pensa che il sito prescelto si trova a pochi metri dal greto del torrente Dora Riparia, già oggetto di esondazioni importanti in passato. Incongrua anche la dimensione economica del problema rispetto all’esiguità dei fondi necessari per la bonifica del sito. La Torino–Lione vale circa 8,6 miliardi di euro, mentre i lavori di bonifica non dovrebbero superare i quattro milioni.

Perché le opere di bonifica non siano mai state eseguite e si sia giunti a poco tempo dall’allargamento del cantiere è un enigma. Ma il problema non si limita al sito che dovrebbe essere coperto da capannoni: accanto vi è un secondo deposito, dalla composizione poco chiara, che occupa altri ventiduemila metri quadri di terreno. Mai bonificato anche quello, oggetto di una causa civile che ha intimato all’imprenditore che doveva “gestirla” di bonificarla. Il contenuto semi ignoto di quelle montagnole è ancora al suo posto.

Il sindaco di Slabertrand si chiama Roberto Pourpour, ed ha vinto inaspettatamente le recenti elezioni partendo da una raccolta firme sui cumuli amianto. Le sue posizioni sono contrarie al Tav: «Nell’area non è stato fatto nulla e non può essere un piccolo comune come il nostro a sobbarcarsi i costi di una impresa simile. Si tratta di lavori molto complessi, che necessitano di una fase preliminare per comprendere cosa sia stoccato. Al momento perfino i carotaggi sono risultati difficili data la franosità dei cumuli. Sopra quella montagna di amianto era calata una spessa coltre di silenzio da troppo tempo: eppure io credo che i rischi per la popolazione non debbano essere sottovalutati, sopratutto un presenza di materiali dalla provenienza poco chiara».

Una discarica di amianto blocca il cantiere della Tavultima modifica: 2019-11-09T20:25:19+01:00da davi-luciano
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