SIRIA: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO. CHI SONO I CURDI. —- MEDIORIENTE: YANKEE GO HOME

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MONDOCANE

VENERDÌ 25 OTTOBRE 2019

Cosa ne viene da Sochi

Del miscione che gli arnesi stampati e videoriprodotti del colonialismo 2.0 ci rifilano,  confondendo in obnubilante simmetria rivolte contro il Potere e sommosse gestite dal Potere, da Libano e Iraq a Ecuador, Cile e Bolivia, parleremo nel prossimo articolo. Prima, ci interessa evidenziare con grande soddisfazione la rabbia da rettili pestati sulla coda con cui i media reagiscono agli esiti della soluzione (positiva, ma parziale, s’intende) che Putin, con il concorso obtorto collo di Erdogan, ha saputo imporre al branco di sbranatori della Siria. Media tra i quali riconosciamo il ruolo da mosca cocchiera al giornaletto anticomunista “il manifesto”. La vocina vernacolare del Governo Parallelo Usa (obamian-clintoniani, Intelligence, Pentagono, Wall Street, lobby talmudista), si è distinta per accanimento a stigmatizzare come imperialismo russo la difesa vincente della (quasi) integrità territoriale e della stessa sopravvivenza della Siria, aggredita e maciullata, e il ridimensionamento drastico degli appetiti degli aggressori (Turchia, illuministi coronati del Golfo, esportatori di diritti umani americani e israeliani).

Il grande lamento degli amici degli amici

Per questo pifferaio di carta, che è riuscito a trascinare nel baratro la colonna sperduta dei bambinelli di sinistra, l’esito del vertice di Sochi è una catastrofe planetaria. Catastrofe, ovviamente, per chi si riprometteva, come l’augusta fondatrice Rossanda ai tempi della Libia, uno Stato libero, sovrano, prospero ed equo cancellato dalla faccia della terra per mano di sicari tagliagole, scatenatigli contro dal meglio delle pluto-mafio-psicopatocrazie occidentali.

La tragedia, come rappresentata da questo portavoce dell’unipolarismo mediatico nell’era delle Grande Finzione, si articola in questi punti:

–       Il fallimento del progetto, formulato esplicitamente da Parigi anni fa, di costituire in un terzo della Siria, zona di ricchezze petrolifere e agricole, un mini-Israele curdo, assimilabile, in quanto “democratico, libertario, inclusivo, femminista ed ecologista”, all’ “Unica Democrazia del Medio Oriente” e con esso in combutta per frantumare la Siria. Il fallimento del progetto è completato dalla riduzione degli invasori e pulitori etnici curdi del Rojava alla zona di loro origine di Qamishli, nell’estremo Nord-Est della Siria, unica zona in cui vi è una maggioranza curda.

–       La sostituzione delle forze armate Usa e Nato – abusive poiché mai invitate – con le rispettive basi nell’area più ricca di risorse della Siria, dal confine turco a Raqqa, nel cuore del paese, con l’Esercito Arabo Siriano, forza armate del governo legittimo, sostenuto da unità russe, legittimate dall’invito di Damasco.

–       La riduzione della “zona di sicurezza” turca su territorio siriano dai 440 x 32 km concordati con Washington, a soli 100 x 10 km, da Tell Abyad a Ras al-Ayn, pattugliati da unità congiunte turco-russe, con il resto del confine sotto controllo governativo siriano e pattuglie congiunte russo-siriane, a garanzia contro reviviscenze jihadiste (vedi mappa).

Per la proprietà transitiva, dovrebbero essere considerati, dal felice connubio mediatico destro-sinistro, sviluppi da sostenere: il trasferimento in Iraq delle unità Usa costrette a lasciare la Siria, affrontate peraltro dall’inspiegabile insoddisfazione degli iracheni che, tramite governo, hanno chiesto ai nuovi ospiti di togliere il disturbo entro 30 giorni; la permanenza di una grande base Usa in Siria, ad Al Tanf, centro di raccolta e addestramento di mercenari Isis disoccupati; il presidio militare conservato da Trump intorno al petrolio siriano, così che non se ne approfitti il dittatore per ricostruire con i proventi il paese dagli stessi aggressori distrutto; la persistente occupazione della provincia di Idlib da parte di truppe turche e loro mercenari Al Qaida-Isis, per mantenere aperta la possibilità di una riconquista turca di Aleppo, indebitamente sottratta approfittando della caduta dell’impero ottomano; l’annessione israeliana di un altro pezzo di Golan, dal quale insegnare a siriani e Assad, a forza di missili, che il troppo di sovranità ed integrità nazionale stroppia.

La Siria recuperata

Il presidente Assad, pur dichiarando di approvare i risultati del vertice di Sochi, ha aggiunto che “la Turchia deve smettere di rubare terra siriana e che il governo siriano sosterrà ogni formazione che attuerà resistenza popolare contro l’aggressione turca”. Nel che si può individuare l’ennesima divergenza tra le istanze nazionali di Damasco e l’approccio compromissorio, o magari solo gradualista, di Mosca. Naturalmente Assad fa bene a ribadire l’irrinunciabilità dell’integralità territoriale siriana, confermata a parole anche da Mosca e Ankara, e a cautelarsi contro certe espressioni di realpolitik russa, anche alla luce dell’incredibile tolleranza dei russi vis a vis le incessanti incursioni aeree israeliane e il silenzio sull’annunciata annessione del resto del Golan occupato nel 1967. Ma il dato acquisito che i turchi si dovranno limitare a una fetta di Siria di soli 10 km di profondità e 100 km di lunghezza, oltre tutto controllata congiuntamente con i militari russi, e che il resto dell’agognato cuscinetto di 32 x 440 verrà invece reso alla sovranità siriana, a sua volta garantita da forze siriane e russe, è sicuramente un passo avanti.

… e da ricuperare

Rimane da vedere in che misura i russi saranno disposti a sostenere l’indispensabile offensiva siriana per recuperare anche l’area di Idlib, controllata da truppe turche in alleanza con la peggiore feccia jihadista e dalla quale, perduta Aleppo e relativa provincia, Al Qaida e Isis continuano a operare incursioni terroristiche contro la città liberata e in fase di rapida ricostruzione. Rimane anche da vedere se i quasi due milioni di profughi siriani nei campi turchi, selezionando tra rifugiati jihadisti e famiglie fuggite all’aggressione, verranno concentrati nella “fascia di sicurezza” turca, per costituire anche da lì una perenne minaccia, sia terroristica alla Siria, sia di ondate migratorie verso l’Europa, o se gli si darà modo di tornare alle proprie case, distribuendosi in tutto il paese. Incognite che vanno sorvegliate e poi risolte, ma che non negano l’evoluzione in direzione di giustizia e pace ottenute dal valore dei resistenti siriani e dall’abilità diplomatica di Putin.

Confrontiamo il quadro di oggi, con quello che si presentava in Medioriente solo un anno fa. Gli Usa non solo hanno dovuto restituire alla Siria una vasta fetta del proprio territorio, l’espansionismo neo-ottomano di Erdogan ha subito una robusta battuta d’arresto, la Siria sta rientrando gradualmente nei propri confini. E’ in stagnazione quella che avrebbe dovuto essere, nelle intenzioni di un Netaniahu – oggi detronizzato e a rischio di galera per una sfilza incredibile di reati – e dei suoi complici obamian-clintonian-neocon, l’eliminazione del principale alleato dell’Iran e l’assalto a quest’ultimo. Dopo quasi 5 anni dall’attacco di Arabia Saudita ed Emirati, orchestrato da Pentagono e Cia, e 9 anni dall’inizio dell’insurrezione popolare yemenita, gli Huthi a dispetto di blocco totale, colera, fame, distruzione di una delle meraviglie storiche e ambientali del mondo, controllano la maggior parte del paese. Vedono i due paesi aggressori azzannarsi tra loro. Con la distruzione della metà della capacità produttiva dell’Arabia Saudita, hanno inflitto al massimo alleato degli Usa nella regione un colpo, se non mortale, probabilmente decisivo per l’esito del conflitto, ma anche per la strategia reazionaria e imperialista di lunga lena.

L’esito finale del grande rimescolamento mediorientale non è certo la vittoria definitiva della Siria, che da molte sognanti parti si sente proclamare. E’di sicuro una formidabile affermazione della giustizia che il piano iniziale della cancellazione della Siria sovrana e unita sia fallito, per merito in prima linea del popolo siriano e della sua dirigenza. Ma la questione dell’egemonia nella regione non è di certo risolta e la Turchia di Erdogan non è minimamente disposta ad abbandonarla. In prospettiva, lo scontro tra Turchia e Siria rimane inevitabile, che è anche lo scontro tra l’integralismo da Fratelli musulmani e laicità. Saprà la Russia, con i suoi piedi in tante staffe (Siria, Turchia, Iran, Saudia) contenere l’urto o, in alternativa, volgerlo a vantaggio di un equilibrio non islamista e non reazionario della regione? E i neocon obamian-clintoniani, con il loro retroterra di Intelligence e Pentagono, si rassegneranno all’uscita di scena? O costringeranno, con nuovi ricatti e nuove bufale alla Russiagate, il volatile Trump a rimangiarsi le tentazioni isolazionistiche?

Dagli amici dovrei guardarmi io

Meritano un paragrafo finale i cocchi del nostro sistema mediatico unipolare. La questione curda, nel suo profilo storico è manipolata e in quello attuale rovesciata nel suo contrario. Diversamente dalle realtà anticolonialiste africane, arabe e persiane, o di quelle latinoamericane da Bolivar a Guevara-Castro a Chavez, i curdi non hanno mai saputo elaborare un progetto di società autenticamente unitario, inclusivo, plurietnico ed emancipatorio, che superasse la loro struttura feudale, clanista, regressiva, rigidamente patriarcale. Alle origini della loro mancata realizzazione di uno Stato unitario, non sta tanto la mancata implementazione del trattato di Sèvres del 1920, quanto la separatezza tribale e culturale tra i segmenti divisi tra i quattro paesi ospitanti, Turchia, Iraq, Iran e Siria, e, al loro interno, una costante di arcaiche faide interfamigliari e intertribali. Con la conseguente assenza di un teoricamente solido movimento unitario irridentista.

zona curda originaria in Siria e zona occupata dai curdi

In tutto questo, i curdi sono, insieme ai guerrafondai nel regime Usa (che ora ripuntano all’Iraq), i sicuri perdenti. Non è chiaro se l’ipotesi del loro inserimento nelle forze armate siriane, per la comune difesa contro terroristi e invasori, sopravviverà all’accordo russo-turco per il loro disarmo totale e per il rientro nel territorio storicamente da loro abitato, a Qamishli. Certa è invece la scomparsa dallo scenario mediorientale di una riedizione curda in Siria di quanto inflitto alla Palestina nel 1948 e seguenti. Ai dirigenti dell’YPD-YPG, in effetti del PKK, rimane da riflettere sulla saggezza di un’alleanza con i nemici dei popoli liberi al fine di acquisire vasti territori, che non gli spettano, a forza di violente pulizie etniche. Riflettere anche sulla convenienza di aver ripetuto in Siria, magari su scala minore, quanto gli viene addebitato dagli armeni quando, al tempo di quel genocidio turco, si rivelarono tra i massacratori più feroci. Oppure sulla scelta, sempre praticata, di ricorrere per raggiungere i propri obiettivi, contro uno Stato unitario, a complicità subalterne con padrini interessati solo allo sfruttamento di mercenari per scopi coloniali e imperialisti.

Ho frequentato per decenni i paesi nei quali è divisa l’etnia curda ed ho esperienza diretta di quanto scrivo. In particolare per ciò che concerne il carattere retrogrado della struttura sociale che, di conseguenza, si è sempre appoggiata, per la realizzazione degli interessi dei propri capiclan, più che del popolo nel suo insieme, a forze esterne parimenti reazionarie, ma perdipiù colonialiste e imperialiste. Come gli Usa e la Cia, con in Iraq il capoclan Mustafà Barzani e poi suoi figlio Massud, entrambi strumenti Cia per la destabilizzazione dell’Iraq. O come con Israele, principale alleato e massimo proprietario immobiliare nel Kurdistan iracheno, affidato a feudatari narcotrafficanti, come i Barzani o i Talabani, in perenne conflitto tra di loro. Il vittimismo curdo è sempre stato lo strumento propagandistico occidentale, di sinistra come di destra, per perseguire obiettivi di revanchismo coloniale.

Il tanto propagandato e osannato progressismo curdo sotto tutela Usa-Nato in Siria, basilarmente diffondendo immagini di ragazze in mimetica e racconti di foreign fighters in Siria, tesi a occultare l’operazione di occupazione e smembramento della Siria araba e multietnica, ha la stessa valenza del “sovranismo” di un Salvini, tanto patriota da voler staccare dall’Italia le regioni più prospere per porle a disposizione della centralità imperiale franco-tedesca.

Tutto questo non è andato a discapito solo degli Stati multietnici e multiconfessionali, laici e sovrani, usciti vittoriosi e uniti dalla lotta anticolonialista, ma anche delle stesse popolazioni curde, finite sistematicamente soggette a ceti dirigenti corrotti e opportunisti e a protettori stranieri, al dunque meri utilizzatori finali del sangue, delle speranze e degli interessi di quelle comunità. Il bel risultato è stato, nella contingenza specifica, l’avallo dell’aggressione occidentale, israeliana, turca e del Golfo a uno degli Stati più emancipati della regione, l’ennesimo fallimento dell’aspirazione all’entità nazionale monoetnica, l’utilizzo per un’ignobile pulizia etnica in territori abusivamente occupati, reminiscente di quella sugli armeni, l’abbandono del protettore imperiale e il rientro nel proprio territorio originale.

Sia chiaro, quando qui si parla di “curdi”, ci si riferisce a chi, nelle varie fasi, ne ha assunto la direzione, affidandosi sistematicamente al peggio del peggio del quadro geopolitico, per realizzare i propri interessi di ceto dominante. Al popolo curdo spetta al massimo la “colpa” di essersi fatto rendere alibi per le mire razziste, colonialiste e imperialiste dell’Occidente. Ma chi siamo noi per lanciare la prima pietra?

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:08

SIRIA: CHI HA VINTO, CHI HA PERSO. CHI SONO I CURDI. —- MEDIORIENTE: YANKEE GO HOMEultima modifica: 2019-10-26T22:38:21+02:00da davi-luciano
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