COME CON L’EDITTO DI CARACALLA

Il governo «giallo-grigio», servo di Ue, globalismo, liberalismo sfrenati, punta a velocizzare ed estendere la «cittadinanza» (che è già conseguibile nella legislazione attuale) tramite lo ius culturae (quale cultura? Ma questo è un altro discorso…) donde poi passare allo ius soli (da contrapporre all’“ovviamente” – secondo il «politicamente corretto» – xenofobo, razzista, fascista e salmo cantando, ius sanguinis, relativo alla perpetuazione di realtà storiche e socio-culturali autoctone). È evidente – contro la reazione che sta restaurando l’abietta subordinazione ai diktat altrui (centrali del capitale transnazionale e Ue), ossia il governo e le sue forze costituive: M5S, Pd, Renzi, LeU, Autonomie e Italiani all’estero, con accordo entusiasta della Chiesa di Bergoglio – che si tratta della piena apertura al flusso migratorio, contro il nostro paese e la sua popolazione, e contro i paesi di origine dei migranti: colpi a questi ultimi paesi e tratta neo-negreria, “da noi” forza lavoro disponibile a tutto, pressione di «esercito di riserva», ulteriore dissoluzione del tessuto sociale e culturale. E voglio riproporre una rielaborazione di un mio vecchio intervento, relativo a come si vanifica il diritto di cittadinanza, riducendolo a mera statuizione di sudditanza, in base a un parallelo storico.

Come con l’editto di Caracalla.  Nell’Impero romano avviato al declino (nel III sec. d. C.: eliminata ogni vitalità autonoma delle città, radici fondamentali dell’Impero stesso, nella seconda metà del secolo sarebbe caduto nella crisi da cui sarebbe uscito come Stato dispotico, burocratico-militare, di tipo orientale – e la sua parte occidentale si dissolverà nel 476), nel 212 d. C. l’imperatore Marco Aurelio Antonino Bassiano (dinastia dei Severi), detto Caracalla (dalla tunica con cappuccio che usava mettersi), concesse lo status di civis romanus a tutti gli abitanti dell’Impero. “Era l’ora!”, in consonanza all’odierno liberalismo, si avverte nella maggior parte delle spiegazioni dell’evento. Gran passo avanti! Sí? Verso dove? La cittadinanza fu generalizzata perché essere civis romanus non significava piú nulla in sé, mentre le differenze erano di intralcio al trattamento uniforme dei sudditi, sul piano militare e fiscale, sociale e culturale. La contrapposizione era fra honestiores (autodichiarati) – l’oligarchia dominante (esercito e burocrazia, interconnesse proprietà agrarie e cittadine, e lavorazioni collegate) – e umiliores (cosiddetti) – le classi subalterne, di città e campagne. Non è simile all’oggi? «Cittadinanza» significa avere i «diritti» liberali, che comprendono quello di elettorato, e «doveri» – tasse, leggi, decisioni “dall’alto” – in un regime che si ammanta del termine «democrazia», ma che è il potere dell’oligarchia (statuale, politica, economica, sociale, culturale) con i suoi seguiti di addetti e interessati. Quindi, avere la «cittadinanza» significa solo essere un suddito regolare. Per il resto, anche gli irregolari (migranti) hanno gli stessi diritti, escluso quello elettorale – anzi, qualche vantaggio in piú (sovvenzioni, alloggi, esenzioni, etc.). E dare a tutti la «cittadinanza» significa annoverare tutti alla condizione di sudditi, senza che cessino gli impegni di «accoglienza» e «integrazione», e segni vari di «rispetto culturale».

Nel Mondo antico, pre-dominio romano, specie nelle póleis elleniche dove era stata creata la democrazia, quelli che, da fuori, volevano andare a stabilirvisi, dovevano chiedere e ricevere il permesso – se no, giungendo in massa senza richiesta e permesso, si trovavano le triremi da guerra in mare e gli opliti su molo e approdi, e vie di accesso. Se il permesso c’era (in quanti, dove, come, a far che …), avevano tutele e  diritti (esclusi quelli politici) come i cittadini di quelle città, ma erano métoikoi (meteci: «abitanti fuori casa») e potevano poi, sí, ottenere la cittadinanza (e completi diritti), ma in base a una lunga, avvenuta e soprattutto comprovata assimilazione (culturale, politica, sociale) ai cittadini stessi (con assunzione e rispetto dei loro usi e costumi).

Nel regime oligarchico liberale, e con governi come altri del passato e come quello presente, si tende a conferire la «cittadinanza» a tutti per avere un informe “mescolone” su cui comandare. Ciò che “conta” e “basta” sono il mercato (= il capitalismo) e le stabilite statuizioni (= lo Stato), con uso ad hoc della scienza (= la tecnologia scatenata – vedi quanto si ventila sui pagamenti via carta postale, verso l’eliminazione del contante e il controllo di tutto, ovviamente “sul basso”). A ciò serve l’estensione sempre piú para-automatica della «cittadinanza»: tutti sono sudditi – ufficiali, legali, approvati. In un magma informe e senza senso, su cui il governo passacarte (come simili precedenti) per conto delle potenze della «globalizzazione» e dell’Ue (franco-tedesca) può comandare. Con le felicitazioni per il «progresso» dei non pochi buffoni solenni, a petto in fuori e sguardo acceso, fieri “antidiscriminazionisti”, valorosi antifascisti senza fascismo, «anime belle» liberali, decisi “rivoluzionari” pro-accoglienza, umanitaristi ottusi (a tutto), e fissati religiosi: tutti alfieri del declino nel dissolvimento.

Mario Monforte

COME CON L’EDITTO DI CARACALLAultima modifica: 2019-10-15T21:57:46+02:00da davi-luciano
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