UNO SGUARDO LUCIDO SUI 5 STELLE – E, DI PALO IN FRASCA, UNO SGUARDO ANNEBBIATO SUI MISTERI E ORRORI DI TRASTEVERE

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MONDOCANE

LUNEDÌ 29 LUGLIO 2019

Sembrerebbe che i due argomenti che ho affastellato qui c’entrino tra loro come i cavoli a merenda. E così è. Ma, se guardiamo al contesto, sono entrambi pioli di una scala che continuiamo a scendere.

Con Mario Monforte, della rivista “Il Ponte” fondata da Piero Calamandrei e una delle poche pubblicazioni rimaste a opporsi con intelligenza critica e propositiva, sono da tempo in  proficua e istruttiva corrispondenza, in particolare sulla vicenda, oramai parabolica, del Movimento 5 Stelle, forza sociale e politica che entrambi abbiamo sostenuto. Oggi mi ha inoltrato un breve intervento in vista di una delle assemblee che i 5 Stelle e i cittadini dell’ex-Repubblica Fiorentina organizzano per confrontarsi con gli eventi e, magari, reagirvi. Lo pubblico in calce e rimando a data successiva una mia seconda puntata su quanto sta determinando la sostituzione della lotta contro il Tav con una puramente strumentale e demagogica campagna verbale NoTav in un parlamento quasi tutto TAV e, dunque, dall’esito scontato. Una sciarada. Esito assolutamente per niente scontato, prima dell’ennesima fuga all’indietro del premier Conte e del patetico traccheggiare per mesi dei vari ministri 5 Stelle.

Il pasticiaccio brutto di Piazza Gioachino Belli

Ma lasciatemi dire un paio di parole sul fattaccio-fattone del giorno: l’uccisione di un carabiniere da parte di due future promesse dei Marines, passate prima per maghrebine, poi per africane e, solo alla resa dei conti con Salvini e i salviniani, per cittadini statunitensi. Lascio ad altri investigatori non condizionati, nè Nato-guidati, la disanima di un’inchiesta che più pasticciona, contradditoria, piena di buchi e ombre vastissime, è difficile confezionarla, pure in un paese di pasticci, misteri e intrighi esperto per antichissima pratica dei suoi potenti. Mettete insieme uno spacciatore evaporato, un mediatore che chiama i carabinieri a dispetto della sua identità di correo e che qualcuno qualifica di informatore, i carabinieri che spediscono una pattuglia mobile in divisa e armata che, però, poi svanisce e, successivamente due carabinieri in borghese, disarmati, che i due tossici Usa prendono per chissà chi e, in evidente dubbio sulle loro intenzioni, ne accoltellano uno a morte. Dell’altro carabiniere non s’è mai capito bene cosa avesse finito col fare. Pare che si stesse accapigliando con il secondo ragazzotto.

Trastevere e che ne hanno fatto



Tutto questo è successo a Trastevere, quartiere nel quale ho abitato una prima volta a cavallo dei ’50-’60 del secolo scorso. Artigiani, artisti, trattorie  casarecce, scuderie delle botticelle, bimbetti a giocare a Campana, bar degli amici col bianchino e col chinotto, centro sociale e culturale comunitario la scuola pubblica Giulio Romano. Una comunità affratellata da due millenni di storia, solidale, piccola malavita tra amore e coltello, i fiumaroli, le canzoni, le cene di rione in strada, lo splendore del Cinque e Seicento tutt’intorno. Gran padrona degli stabili in primis la Chiesa e quando nei ’70 iniziarono ad annusare l’incanto genuino del borgo i de-genuinizzati di Hollywood in trasferta a Cinecittà, certi papaveroni della créme letteraria e giornalistica cosmopolita che amavano proletarizzarsi tra il bollito e il Velletri di Augustarello,  arrivò anche qualche primo ratto speculatore. Il Vaticano come sempre capì l’antifona e corse coi tempi a far correre gli affitti. Inizio dello spopolamento, prima verso Marconi, poi la Magliana, poi Torre Maura, Tor Sapienza, Tor, Tor… Dopo una breve gentrificazione, la massiccia mafizzazione dei ’90 e oltre.Ogni portone barocco un locale, localino, localaccio. Puzza di impunità mafiosa da ogni vicolo. E dunque spaccio. E, dunque, la movida, tra turisti che s’illudono di stare a Trastevere e truzzi e tamarri e coatti che fanno del cimitero di una cultura millennaria territorio di scorribande tipo i due statunitensi. Trilussa piange lacrime di marmo da dietro gli sterpi che ne avvolgono la statua.

Abu Ghraib alla matriciana

Torniamo al delitto. Mi rendo conto che, non protetto dalla qualifica di cronista giudiziario, mi si possa far passare per complottista che vaneggia a fianco di terrapiattisti e negatori di verità certificate e che non devono neanche più essere sottoposte a rivisitazioni storiografica,  se non al costo di putiferi, esorcismi, esclusione dalla comunità umana. Per non correre questo rischio, oltre a esporre i fatti come riportati dai giornaloni, non esprimo valutazioni. Ma una valutazione mi sia consentita, anche se ridotta a pigolìo nel rimbombante e rintronante peana per un giovane milite dell’Arma divenuto eroe nazionale e transnazionale per aver avuto la sventura di essere baionettato da uno stronzo americano. Per quel carabiniere dispiace assai a me come a tutti, ma mi chiedo se una simile apoteosi sarebbe spettata anche a un civile benemerito per militanza ecologica, trafitto da un qualche ragazzo tirato su a cocaina, guerre per la democrazia e videogiochi a eliminazione di tutti, tipo Fortnite. Chissà. Intanto Pietro Micca si torce d’invidia.

Ma il punto più significativo di tutto questo, significativo per i tempi che corrono, è che i carabinieri, catturato e reso inoffensivo il reo nelle loro segrete stanze, violando la Costituzione, i regolamenti delle Forze dell’Ordine, gli standard di comportamento di chiunque abbia per le mani un essere vivente inerme, lo riducono a icona salviniana delle pratiche Usa tipo Guantanamo o Abu Ghraib, bendato, ammanettato, piegato in due. Cosa avrebbero voluto fargli dire? Intanto sappiamo cosa ha esternato il capo delle Forze dell’Ordine alla vista dell’abughraibino stavolta non iracheno: “Di vittime ce n’è una sola”.

Con che faccia…

Intanto qualcosa, il costrittore e il fotografo dei CC, sono riusciti a mettere in bocche della verità come il Washington Post o il New York Times: una virulenta indignazione su come, in Italia, si violentino i diritti umani e se ne ricavi modello delle istituzioni pari a quella con cui i Borgia hanno reso questo paese agli anglosassoni degno di imitazione. I due giornali, in virtù delle nostre obnubilazioni e del copia e incolla che ne fanno tutti gli altri, sono considerati gli standard aurei del giornalismo mondiale. Infatti sono quelli del Russiagate finito in coriandoli; quelli che basta che si affaccino dai loro loft per NON vedere poliziotti e sceriffi sfondare porte di case  perlopiù di neri, perlopiù di poveri, abbattere cani ringhianti, fucilare sul posto un minorenne, sempre nero perchè, schiacciato sul cofano, ha mosso un piede (si chiamano operazioni SWAT e Obama ne ha fatto la guerra agli irregolari e importuni interni). Sono quelli, che con la vista allungata dei loro inviati negli hotel a 5 stelle, ci istruiscono su come Gheddafi, Assad, Saddam. Maduro, Ortega Putin, Xi Jinping, perfino la vecchia fiduciaria Aung San Suu Kyi, sterminino inermi patrioti e democratici e come l’unica speranza nell’est del mondo sia rappresentata dal nazi-battaglione Azov all’attacco dei filorussi del Donbass.

Ecco, questo mi stava sullo stomaco e me ne sono liberato. Ora la parola al puntuale 
Mario Monforte. Una considerazione da tener presente, tanto sintetica quanto precisa.

Ho una “sensazione” non positiva della “cosa” che andiamo a vedere di condurre nella maniera migliore che ci riesca. Perché? Non perché “le cose” non siano chiare, anzi evidenti. Il M5S con questo governo è arrivato al punto di approdo. Infatti, una “caduta” può capitare, è un caso andato storto; due “cadute” pongono la domanda se sia un caso o no; tre “cadute” non sono casi, ma segnano direzione e modo d’essere. Si deve fare l’elenco? Reddito e pensione di cittadinanza (fonti di ampi consensi al M5S) condotti in modo del tutto striminzito, escludente e sottoposto a vincoli stringenti (di efficacia molto limitata); pensioni malamente affrontate (la quota 41 non muta granché la L. Fornero); investimenti ridotti al minimo (dall’ampio piano che avrebbero dovuto avere); questione Ilva “risolta” … a quella maniera; sí ai vaccini obbligatori; sí al Tap; sí al Muos; sí alle trivelle; sí infine al Tav (non solo TO-Lione, ma anche a tunnel-Foster a Firenze, per non dire del sí all’insensato aeroporto); Di Maio che dice di farsi tatuare in fronte il sí all’euro, quindi all’Ue, e – ciliegina (anzi, ciliegiona) sulla torta, il sí (decisivo) alla Von der Leyen (che accoppiata con la Lagarde alla Bce!). C’è qualcosa da commentare? 

E non basta: la pantomima del “noi 5S siamo per il no Tav, si fa la mozione …” – è inutile dire che sarà ovviamente battuta, ma questi stessi 5S non sono i “soci di maggioranza” del governo? – e la “riorganizzazione” del movimento indicata da Di Maio (qualcuno pensava che il voto on line l’avrebbe bocciata?), che, a parte l’indizione dei “facilitatori” (termine già insensato, ripreso dalle [pseudo-]scienze della [de-]formazione), è di un vuoto totale (si “riorganizza” su che, a che, perché, per fare che?), e mostra solo l’intenzione di avere un po’ di apparato di sostegno (a eletti e governanti, ma a che fine? Per quello che stanno facendo?), a mo’ di para-partiticchio. È del tutto evidente – o almeno lo dovrebbe essere – che solo andando oltre il presente punto d’approdo del M5S si può mantenere e rilanciare non il movimento cosí com’è, ma mantenere e salvaguardare il fermento di reattività e di istanze e di cambiamento che il movimento ha suscitato e intercettato (e presto poi perso e il piano è inclinato verso il basso), e rilanciare il movimento come (quello che per ora chiamo) movimento democratico popolare (che è un prosequio ma anche un oltrepassamento, che richiede di sprofondare una serie di “costrutti” del tutto inadeguati e frenanti). Questo è (o dovrebbe essere), appunto, evidente.

Ma c’è una serie di ostacoli e impedimenti: l’attitudine a proseguire cosí come si è fatto e si sta facendo; le critiche a questioni e atteggiamenti specifici, ma non al complesso; la delusione e lo sconforto di tanti, che portano a distaccarsi, o comunque a ritenere che l’impegno non abbia grandi esiti (per cui lo si fa, sí, ma …); l’idea che non si possa e non si debba uscire con forza dirompente dalle secche (e dal dirigismo) in cui si è arenato il movimento; la mancanza di adeguata e approfondita comprensione della realtà (il capitalismo come modo di produzione e il capitalismo della fase presente, i suoi organi funzionali, come l’Ue, e l’adattamento dello Stato a tale funzione, la sua tecnologia, invece assunta ed esaltata in sé e per sé, la sua ideologia operativa ossia il liberalismo); il rinvio costante a “la pratica val piú della grammatica” (ma la pratica cieca è funzionale ad altro o non serve a niente). È vero che la situazione generale, culturale, mentale, comportamentale, in Italia (e non solo, ma siamo in Italia) è molto deteriorata; però cosí ci stiamo dentro e non ci se ne tira fuori. Donde la mia sensazione non positiva – ben motivata.

Mi chiedo se almeno coloro che puntano (o punterebbero) a una gestione fattiva dell’assemblea del 4 ag. riescono a superare tali ostacoli e impedimenti, o vi soggiacciono. L’incontro di domani sera servirà a “fare il punto”. In un senso o nell’altro.

Mario Monforte

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 16:38

UNO SGUARDO LUCIDO SUI 5 STELLE – E, DI PALO IN FRASCA, UNO SGUARDO ANNEBBIATO SUI MISTERI E ORRORI DI TRASTEVEREultima modifica: 2019-07-29T23:04:15+02:00da davi-luciano
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