COSA HANNO IN COMUNE ZEFFIRELLI, BERLINGUER, MORSI? —— LESA MAESTA’——— E ER MEJO FICO DEL BIGONCIO (NON) RISPONDE

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MONDOCANE

DOMENICA 23 GIUGNO 2019

 Possiamo facilmente perdonare a un bambino di aver paura del buio. La vera tragedia nella vita è quando gli uomini hanno paura della luce”(Platone)

Er mejo Fico del bigoncio (non) risponde

Una premessa. A proposito della mia “lettera aperta a Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati”, molti si sono chiesti se mai Fico avrebbe replicato. I più si sono dati una risposta negativa. Hanno avuto ragione. Lettere che richiedono risposte argomentate che confermino o ribattano considerazioni, dati e fatti espressi possono essere ignorate, o perché imbarazzanti, o perché non si hanno quegli argomenti, o perché non ci si abbassa al rango del troppo poco meritevole corrispondente. Scegliete voi tra queste possibilità. Comunque una risposta, seppure indiretta, a noi tutti è arrivata dal cosiddetto “rosso” e “sinistro” del MoVimento. Ed è una conferma, se non della buonafede, che non potevo non attribuirgli in assenza di una sua ricevuta di guiderdone da George Soros, di tutti i motivi per cui Fico è gradito al consorzio monopolarista destro-sinistro, che ne intravvede l’uso come piede di porco tra posizioni divergenti nei 5 Stelle.

La risposta indiretta a chi gli spiegava quali fossero i retroscena geopolitici e propagandistici dell’assalto all’Egitto tramite Regeni e quale fosse il retroterra, diciamo, di “intelligence”, del collaboratore italiano dello squadronista della morte John Negroponte, è venuta da quanto Fico ha replicato a Mohamed Saafan, ministro del Lavoro egiziano che aveva osato affermare che quello di Giulio Regeni era “un omicidio ordinario che avrebbe potuto accadere a chiunque in qualunque Stato”. Ha alzato il ciuffo, il presidente della Camera, e ha reagito da par suo: “Queste parole sono un’offesa all’intelligenza e alla dignità dell’intero popolo italiano” (RF ha imparato da Renzusconi a rivendicare il diritto di parlare a nome di 60 milioni di italiani). “Sappiamo benissimo (lui!) che la rete degli apparati di sicurezza egiziani lo ha inghiottito. Giulio Regeni è stato ucciso già una, due, tre, quatto volte”. Roberto Fico, non solo terza carica dello Stato (ohibò!), ma anche inquirente, accusa, giuria e giudice. Difesa? Non se ne parla.

Non basterà, perché quando a Berlino si riuniranno le Commissioni Esteri e Comunitari UE, la delegazione italiana capeggiata da Fico, non mancherà di dare risalto internazionale, sia alla sentenza da lui pronunciata alla faccia di ogni divisione costituzionale dei poteri, da noi e in Egitto, sia alla battaglia perché sradicamento e accoglienza di manovalanze gestite da Ong private diventino immediatamente principio fondante della così avverantesi globalizzazione. Perseverare diabolicum.

Premessa lunghetta, ma la dovevo ai miei ottimi interlocutori.  Passiamo a quanto adombrato nel titolo. E se il meme “lesa maestà” è tra quei termini che fanno calare l’ostracismo di Google e Facebook, di tutto questo non leggerete una cippa.

Come combattere la ‘ndrangheta? Ma in processione, no?

Del Rio a Cutro

Il nuovo millennio è fausto per la ‘ndrangheta a Reggio Emilia. La provincia vanta una delle più alte densità mafiose d’Italia. Che vota compatta. La sua capitale è però ancora in Calabria, a Cutro, dove regna il clan Grande Aracri. Nel 2009 è sindaco a RE Graziano Del Rio. Afferma che la città è gemellata con Cutro per cui è giusto avventurarsi fin laggiù a prenderlo di petto quel clan. Come, partecipando alla cerimonia, messa e corteo, del Santissimo Crocifisso, annualmente celebrata in onore dei Grande Aracri. E perché mai non dovrebbe farlo? L’evento è in onore dei defunti e ai defunti non si nega nulla, tanto meno i massimi onori. Anche se quelli di Cutro, a cui Del Rio ha intitolato la più grande strada di Reggio Emilia, sono più vii che mai.

Ecco, in Italia siamo abituati così. Una celebrità muore e, che abbia fatto miracoli per l’umanità o solo per se stesso e, magari, a danno del resto, non importa: va celebrato, ingigantito, gonfiato, magnificato, pianto più che la mamma. Muori e la tua reputazione è salva, per quante tu ne abbia combinate. Non seguire questo benevolo, generoso, costume ti fa sotterrare dall’indignata accusa di lesa maestà.

Lesa Maestà: Franco Zeffirelli, regista dei santini

Prendiamo Franco Zeffirelli al quale mi uniscono tre cose e nient’altro. Uno: siamo nati a Firenze e battezzati da Arno in Battistero; due: abbiamo vissuto sulle colline di Fiesole; tre: orgogliosamente e dolorosamente abbiamo tifato Fiorentina. Il “nient’altro” è tutto il resto di Zeffirelli, il maestro, il genio, quello che ha messo in scena opere epocali, girato film capolavoro. Santo subito. Visconti, che ne condivideva il barocchismo, ma col gusto selezionato da generazioni di lignaggio abituato al bello, che allo Zeffirelli faceva difetto, lo chiamava “arredatore”. E, per umana carità, non aggiungeva “di posticce chincaglierie”. Ma diciamolo, non è solo alla morte che uno che ha fatto regie di gigantesca fuffa, film di un kitsch inguardabile, deve tanta gloria postuma. Infatti, gli è stata tributata anche in vita. Segno che a volte la santificazione è merito non solo della scomparsa dalla scena, ma anche della degenerazione estetico-etica che contrassegna certi tempi all’americana. Eppoi, non serpeggia sotto tutto questo la speranziella che, se dico tanto bene degli altri, quando sarà il turno mio magari i posteri ricambieranno……

Lesa Maestà: Berlinguer

E’ ricorso l’anniversario della morte di Enrico Berlinguer, il 35esimo. Avete sentito, percorrendo per intero ogni arco, costituzionale, extracostituzionale o arcobaleno che fosse, un pur timido, vago, pudico, accenno di critica a colui che ha fatto dei lavoratori, degli onesti, degli umiliati e sfruttati il più grande Partito Comunista d’Occidente, per poi farli arrivare in mano, via via, agli Occhetto, D’Alema, Veltroni, Bersani, Renzi, Zingaretti, ? No, non l’avete sentito, si sarebbe subito elevato l’urlo di lesa maestà. E pour cause. Come non potrebbero celebrare, esaltare, quel politico dietro alla cui altissima morale oggi possono nascondere, anzi giustificare, i propri arretramenti-tradimenti-sparimenti? Essendo lui la causa e loro gli effetti?

Perché è per la causa della liberazione dei popoli e dell’emancipazione del proletariato che Berlinguer, preso in mano il testimone di Togliatti (mentre quello di Gramsci si perdeva nella polvere) ha proseguito quella” lunga marcia attraverso le istituzioni” che ci avrebbe portato, inesorabilmente, non al lugubre e sanguinario esito della rivoluzione, bensì a quello sorridente, benevolo, inclusivo della socialdemocrazia. Quella contraffatta, però. L’arma sinistra del capitale. Con l’altosonante compromesso storico si sono stroncati decenni di lotta partigiana e civile per un assetto sociale rovesciato rispetto a tutti i capitalismi, fascisti e non. Ci si é messi d’accordo tra cervi reali ridotti a pecore e rettili cobra rimasti tali. 


Lama cacciato e chi lo ha cacciato

E quando a questi ultimi sembrava venisse a mancare il fiato, glie lo abbiamo insufflato a forza di “austerità” e di “sacrifici” Erano gli anni ’70 e c’era chi, ancora una volta, come nel ’48 dell’800, nei ’20, nei ’40 del secolo successivo, per tutto il paese faceva riecheggiare il grido di ogni giustizia: “vogliamo tutto”. I padroni, alla vigilia di una nuova salto d’epoca, dall’industriale alla tecnologica, si trovavano in affanno di accumulazione. L’austerità  di quanti stavano sotto era quella che li avrebbe facilitati. Erano anche gli anni della delazione, della repressione a fianco dello Stato delle stragi e, coerentemente, con Pinochet, quelli del Berlinguer che ci trascina tutti verso l’ombrello sotto il quale si sentiva, lui, “più sicurola Nato”. Hai voglia poi ad andare ai cancelli della Fiat, a batterti per lo Statuto dei lavoratori. Atti di contrizione. Non ti avevano giocato, te l’eri giocata. Anzi, ci avevi giocati.

Anche se una mano, una sola, l’avevamo vinta a coronamento del migliore ‘68 e ancora mi ci ringalluzzisco: la meravigliosa cacciata del tuo emulo sindacale dall’Università. E c’è chi si meraviglia se oggi stiamo al Prodi, ai D’Alema, agli Orfini, ai Calenda, agli Zingaretti, alle Serracchiani, ai Marcuzzi, ai Lotti. E, dopo Lama i Cofferati, trovati sulle liste UE di Soros, le Camusso, i Landini,  in piazza assieme alla Confindustria e a quelle degli uteri in affitto. E poi c’è chi parla di dinastie a proposito della Corea del Nord. Era già stato tutto scritto. Da Palmiro, poi da Enrico. Con Gramsci in carcere.
  

Lesa Maestà. Una che farà particolarmente piacere a Fico.

Si chiamava Mohamed Morsi, ex.presidente d’Egitto tra il 2012 e il 2013, morto d’infarto durante un’udienza in tribunale, ma per Fico e tutti i media e politici che stanno compatti, unipolarmente, sotto l’ombrello caro a Berlinguer, “assassinato dal regime Al Sisi”. Come Giulio Regeni. Destino che in quel mattatoio incomberebbe anche sui 60mila detenuti nelle orrende carceri egiziane. Detenuti “politici”, è ovvio. Magari catturati nel Sinai, dove, come braccio armato Isis della Fratellanza Musulmana, con armi fornite da Qatar e Turchia, sotto il benevolo sguardo dei nostalgici Usa di Morsi, sgozzano infedeli, bruciano villaggi, scannano poliziotti, bazookano caserme. Oppure presi con le mani ancora impastate di tritolo dopo aver fatto saltare una dozzina di chiese copte. O, ancora, messi in prigione per aver assassinato alcune delle più alte cariche della magistratura. Insomma valorosi combattenti di una guerra civile alla libica o alla siriana, e dunque “prigionieri politici”. Lasciamo perdere, sono le cose di Amnesty International e Human Rights Watch.

Ma chi era Morsi? L’unico presidente eletto democraticamente in Egitto? Mica vero. Vedi Wikipedia. Eletto dal 17%degli aventi diritto, con per unico antagonista un detrito del vecchio regime di Mubaraq, dato che tutti gli altri avevano disertato le urne. E, appena un anno dopo, spazzato via da una rivolta di massa come non si era mai vista in quel paese e alla quale i suoi hanno reagito sparando sulla folla e ammazzando centinaia di persone. Altre centinaia di oppositori li aveva fatti uccidere nelle proteste di novembre-dicembre 2012.Dopodichè il popolo ha preferito votare in massa per i militari anziché per lui. Che aveva modificato la costituzione per darsi pieni poteri sulla magistratura, per imporre la sharìa, la legge islamica che subordina e controlla ogni particella della vita umana; che aveva vietato gli scioperi, che aveva perseguitato i copti, che aveva convinto Hamas a Gaza di mettersi d’accordo con Israele. Un dittatore se ce ne’è uno. Ma caro al “manifesto”.

Morsi e Hillary Clinton

Morsi non poteva non essere salutato con entusiasmo da Obama e Clinton, visto che aveva la nazionalità statunitense, avendo lavorato negli Usa per la Nasa e godendo addirittura di un nullaosta di intelligence del Pentagono, cioè era una spia abilitata. Diventa presidente dopo che la commissione elettorale era stata minacciata di morte da suoi sostenitori armati se non lo avesse proclamato vincitore a dispetto di fantastici brogli e interventi manipolatori. Da presidente ha esaltato le imprese dei confratelli a Luxor, dove il 17 novembre 1997 furono massacrati, accoltellati, mutilati, 64 visitatori stranieri di un sito archeologico. Fece governatore di Luxor uno dei responsabili di quella strage. Ha ridotto in brandelli l’economia egiziana, ha provato a vendere al Qatar il Canale di Suez (che poi al Sisi in un anno ha raddoppiato).

Chi gli ha dedicato il necrologio più agiografico è una  vecchia conoscenza britannica dei miei giri in Medioriente, fin dal 1967, Guerra dei Sei Giorni. L’ultima volta l’ho incontrato a Baghdad, mentre si divertiva a irridere al nostro gruppo di “scudi umani” contro l’allora imminente attacco Usa. Passa per essere filopalestinese e competente sulle questioni arabe. Scrive per l’Independent ed è sicuramente in eccellenti rapporti con l’MI6, servizio segreto del Regno Unito per l’estero. Di cui, novello Lawrence d’Arabia, prova a rappresentare l’ala che cinguetta con i Fratelli musulmani e spara a palle incatenate contro i “dittatori arabi”. Quelli disobbedienti. Di Morsi ha celebrato, con la lacrima sul ciglio, l’eloquenza straordinaria, l’altissimo senso dell’onore. E, guardate, Fisk è molto anziano, ma per niente rincoglionito. Da noi ci sono tanti piccoli Robert Fisk in sedicesimo, per i quali la questione se stanno bene o male di testa non si pone nemmeno. Non c’è mezzo d’informazione italiano che non ne abbia esibito uno. Girano come tante figurine nella giostra del tirassegno. Basta vederci bene e le tiri giù.

Il vero problema nostro è che quando c’è da far strada allo straniero, tedesco, americano, Total, Exxon, BP, Shell, che sia, da noi non ce n’è per nessuno.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 18:44

COSA HANNO IN COMUNE ZEFFIRELLI, BERLINGUER, MORSI? —— LESA MAESTA’——— E ER MEJO FICO DEL BIGONCIO (NON) RISPONDEultima modifica: 2019-06-25T10:24:47+02:00da davi-luciano
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