L’Italia che invecchia frena economia e conti pubblici

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L’Italia che invecchia frena economia e conti pubblici

L’Italia è il secondo Paese più anziano del mondo, preceduta solo dal Giappone per numero di cittadini con oltre 60 anni di età. L’invecchiamento nei prossimi anni avrà impatti sempre più rilevanti non solo sulle famiglie e sui conti dello Stato, ma anche sull’economia e sugli investimenti. Proprio la casa, il bene rifugio per eccellenza,  sarà al centro di tensioni sempre più forti.

Secondo l’Onu, nel 2017 nel mondo il Giappone era al primo posto con il 33,4% della popolazione con oltre 60 anni, seguito dall’Italia con il 29,4%.

Le persone con 60 anni o più passeranno da 962 milioni nel 2017 a 2,1 miliardi nel 2050: il Giappone sarà sempre primo con il 42,4%, l’Italia solo ottava con il 40,3%. Ma se 2017 la popolazione di 60 anni o più in Italia era di 17,43 milioni di persone, nel 2050 sarà di 22,2 milioni. Di questi, le donne sole saranno il 37,9% e gli uomini il 16,5%, quelli che vivranno con il solo coniuge saranno il 34,3% delle donne e il 49,5% degli uomini. L’invecchiamento procede spedito soprattutto nelle aree urbane.

Tra il 2000 e il 2015, nel mondo il numero di persone con più di 60 anni è aumentato del 68% nelle aree urbane a fronte del 25% delle aree rurali. Nel 2015, a livello mondiale il 58% degli over 60 abitava delle città rispetto al 51% del 2000. La concentrazione nelle aree urbane è ancora più alta per gli ottantenni: fatti 100 a livello mondiale, quelli che vivevano in città erano il 56% nel 2000 e nel 2015 erano il 63%.

Questo macrotrend avrà profondi effetti non solo sugli individui, ma soprattutto sulle famiglie le comunità e i governi. La domanda di assistenza domiciliare e di nuove soluzioni abitative aumenterà, mentre saliranno i costi per le pensioni, la sanità pubblica e le prestazioni assistenziali. Secondo l’analisi 2018 della Ragioneria generale dello Stato, il rapporto fra spesa pensionistica e Prodotto interno lordo è previsto in calo fino ad arrivare al 15,1% tra il 2019 e il 2021, ma nel decennio successivo sarà in graduale aumento attorno al 15,3% fra il 2024 e il 2030 per poi crescere con maggiore intensità fino al 16,2% nel 2044. Solo per effetto dell’invecchiamento, il rapporto fra spesa sanitaria pubblica e Pil crescerà invece dal 6,6% del 2017 al 7,7% del 2070.

Quanto all’impatto sociale, secondo il rapporto sulla domiciliarità presentato da Auser e Spi-Cgil il 24 luglio 2018 la famiglia svolge ancora un ruolo centrale nel lavoro di cura ma non è affatto detto che in futuro sarà in grado di sostenere l’impegno dell’assistenza agli anziani, che pesa soprattutto sulle donne. Se il tasso nazionale di occupazione femminile passera dal 48,1% attuale alla media europea del 61,5%, al lavoro di cura familiare mancherà il contributo di 2 milioni e mezzo di donne, mentre calerà il numero delle famiglie in grado di pagare i badanti. Inoltre, la precarizzazione del mercato del lavoro continua a ridurre la possibilità delle persone di farsi carico degli oneri derivanti dalle cure di cui potrebbero avere bisogno in futuro. Però in Italia tra il 2009 e il 2013 sono calati del 21,4% a meno di 150mila gli anziani che hanno usato il servizio di assistenza domiciliare.

Il fenomeno impatterà anche sulla finanza e gli investimenti: mentre durante la loro vita lavorativa gli individui tendono a investire per la pensione, quando vanno a riposo vendono azioni, obbligazioni e immobili per mantenere il proprio tenore di vita. Non si è ancora in grado di determinare se l’invecchiamento si tramuterà in una “semplice” pressione ribassista sui mercati finanziari e causerà la “stagnazione secolare” dell’economia o se farà invece scattare l’implosione di intere classi di investimenti.

Uno studio di qualche anno fa della Banca dei regolamenti internazionali su 22 Paesi stimava che l’invecchiamento farà calare ogni anno del 3% il valore degli immobili. Case, specie le seconde e soprattutto quelle di vacanza, che spesso gli anziani non sono più in condizione di gestire economicamente. Ecco perché le vendono o le svendono, come succede sempre più spesso anche ai loro eredi. Da qui la spinta di molte istituzioni a studiare progetti finanziari per consentire agli anziani che vivono in città di godere di soluzioni adatte alle loro mutate esigenze domiciliari. Ma l’invecchiamento spopola soprattutto i piccoli centri, dove le case perdono valore in modo più veloce. Un problema di difficile soluzione che ha già cambiato il volto dell’Italia rurale.

Ma gli anziani sono anche una risorsa: secondo i dati di Bankitalia rielaborati dall’Abi, al 20% della popolazione con 65 anni o più appartiene il 73% della ricchezza nazionale, pari a oltre 7,1 miliardi di euro, di cui oltre il 61% (4,3 miliardi) è investito in immobili. Secondo una recente indagine di “Itinerari previdenziali”, il loro livello di spesa privata supera i 200 miliardi l’anno, a fronte di pensioni per 202 miliardi cui si assomma l’utilizzo del patrimonio. A livello mondiale, il valore dell’economia legata agli anziani è di 15mila miliardi di dollari l’anno, di cui mille nella sola sanità.

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L’Italia che invecchia frena economia e conti pubbliciultima modifica: 2019-06-05T23:14:06+02:00da davi-luciano
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