Metà dell’Italia vive in crisi: 30 milioni di persone in difficoltà

Toh, il parlamento tanto solidale si è accorto del malessere. Sì, c’è voluta una “commissione” per scoprire questa amara verità. I nostri parlamentari, mica rubano lo stipendio (tra l’altro il più alto d’europa), devono “indagare” il disagio, talmente è lontano dalla loro dorata poltrona. Lo localizzano nelle periferie. Già, è solo questione del “dove” si trova una persona, mica del contesto economico generale del paese da loro amministrato con tanta sapienza, giustizia intelligenza e competenza, per questo sono tanto lautamente auto-retribuiti. Giusto per citare i successi del loro operato nel quale questo disagio “spunta” fuori all’improvviso:

– tasso di occupazione del 56% dal quale si deduce che il 44% non sia occupato e certo non perché sia più che benestante, o sicuramente non la maggior parte di tale quota

– tasso di occupazione che include anche chi ha lavorato una sola ora, nonché chi lavora per redditi ridicoli.

– pensioni che per il 39% sono sotto i mille euro

  • assenza di reddito di cittadinanza, che costringe chi è colpevole di non lavorare, (manco fossimo negli anni del boom economico) alla vita in strada o a mendicare nelle migliori delle ipotesi, al suicidio nella peggiore

Si sono accorti che il diritto ad una vita dignitosa, ad avere vitto ed alloggio non vale per gli autoctoni i quali se non pagano, che sia la banca, lo stato (tasse-Equitalia), o il locatario, c’è lo sfratto. PUNTO. Al massimo la Caritas, se ha abbastanza fondi per tutti gli incapienti. Questa regola vale anche per chi non abita in periferia, ma forse ci vorrà un’altro studio dedicato anche se qualche accenno viene fatto nel rapporto. E pensare che ci raccontano che gli italiani sono terrorizzati dalla presunta ondata fascista, come non crederci che sia il primo pensiero di ogni italiano quando si alza la mattina.

Ma a cosa si deve tanto improvviso interesse per questo disagio? Davvero è solo sincera preoccupazione per il tenore di vita delle persone? Davvero questo regime tanto parco e sollecito nel salvare le banche, improvvisamente spurga solidarietà verso chi soffre nelle periferie italiane e lo intende aiutare senza secondi fini?

Ecco che i nostri dotti sapienti cosa ti tirano fuori come strategia per abbattere il disagio:

  1. Fiscalità regionale per l’edilizia popolare, detto così, sembra nobile. Peccato che conosciamo fin troppo bene i nostri ladri. Traduzione: più tasse per la mafia del cemento e speculatori immobiliari.

2 Un ministero della periferia. Eh sì perché dicono che a causa della troppa burocrazia, “han perso la strada” per portare a termine cotanti progetti volti ad alleviare le sofferenze delle persone. Già, pare che quella burocrazia sia stata importata da Marte.

3. Delegare il “terzo settore”, la galassia di enti no profit di occuparsi degli “straccioni”, che magari sarà replicato il modello mafia capitale in scala patriottica.

Difficile da credere. In campagna elettorale, dopo le 80 euro di Renzi ai più ricchi (senza reddito niente 80 euro, peccato che chi non abbia un’entrata rappresenti proprio la fascia più povera) fa comodo promettere soldi per ungere un pò di mafia locale.

Ma chissà come ci siamo arrivati a questo dato, 30 milioni di italiani in difficoltà. Effetto meravigliosa democrazia, i suoi “danni collaterali”.

Volete mica che se le prenda tutte casa pound le periferie?

E norme contro le occupazioni abusive: perché le attuali le consentono??????


Metà dell’Italia vive in crisi: 30 milioni di persone in difficoltà
I dati della Commissione sulle periferie, geografiche ed economiche. Le proposte: fisco locale per rigenerare le aree e nuove norme contro le occupazioni abusive

Cos’è la «questione urbana»? È la sfida alla nostra convivenza democratica dei prossimi dieci anni e tocca o ferisce almeno trenta milioni di italiani. Passa, sì, per le periferie, ma non soltanto per i suburbi distanti dai centri storici: avviluppa nella sua crisi quotidiana lontananze sociali, economiche, umane. Perché questa foto del Paese è la prima evidenza prodotta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta nella sua relazione conclusiva che oggi dovrà essere votata e approvata dopo un anno di missioni in nove città metropolitane e centinaia di audizioni: «Periferia è una condizione trasversale riscontrabile anche e diffusamente in aree urbane centrali e semicentrali». Periferia è marginalità non soltanto geografica, è piuttosto uno dei frutti avvelenati di quella cultura dello scarto stigmatizzata da papa Francesco.

Periferie sono dunque Corviale a Roma o lo Zen di Palermo, falansteri fuori controllo partoriti dall’urbanistica ideologica di qualche decennio fa; ma lo sono anche i mai bonificati Quartieri Spagnoli di Napoli, appena sopra piazza Plebiscito, o la centralissima Bolognina, dove la mafia nigeriana muove la droga subappaltata dalla ‘ndrangheta o, ancora, i Caruggi di Genova, dove diecimila migranti irregolari sono invisibili per l’anagrafe ma visibilissimi per i vari racket. Periferie romane sono le voragini nel nulla appena accanto alla Breccia di Porta Pia dove, sotto i nostri occhi, sopravvivono, agonizzano e talvolta muoiono decine di macchie umane.

La platea delle sofferenze
Nelle sole 14 città metropolitane, scrive la Commissione, circa 15 milioni di cittadini abitano in aree periferiche. Se ad essi si sommano i «residenti in zone urbane a vario titolo in difficoltà, la popolazione interessata a interventi significativi in questo campo costituisce la maggior parte degli italiani». A questi italiani soprattutto, alla platea dei trenta milioni di nostri connazionali che soffrono o trattengono il fiato per paura del peggio, si rivolge il lavoro dei parlamentari coordinati dal presidente forzista Andrea Causin e dal vicepresidente democratico Roberto Morassut.

Eccola, dunque, la bozza di relazione conclusiva, che non mancherà di sollevare polemiche, perché tocca il tema di una fiscalità regionale che serva a bonificare il patrimonio abitativo pubblico; perché affronta con coraggio la necessità di tipizzare una nuova fattispecie di reato per colpire le occupazioni abusive realizzate con i sistemi del racket (in Italia sono 49 mila gli alloggi occupati senza titolo e fioriscono gang di profittatori sotto bandiere di estrema destra o di estrema sinistra); perché, infine, suggerisce una revisione del codice penale in materia di reati urbani, ipotizzando sanzioni alternative che rendano effettiva la deterrenza prevista e non sempre realizzata dai Daspo del ministro Minniti.

Ritardi decennali
Ma soprattutto, dal punto di vista politico, la relazione conclusiva assume nei suoi passaggi chiave la cadenza dell’atto d’accusa: a ritardi decennali, a un Paese che non fa mai sistema, a burocrazie confliggenti, a inerzie decisionali. Auspicando che nella legislatura che verrà, la XVIII, nasca una Bicamerale «per le città e le periferie» per proseguire il loro lavoro, i commissari di oggi dicono chiaro che così non va, che bisogna «individuare una responsabilità univoca a livello governativo», qualcuno che si prenda la briga di indicare la direzione. Potrebbe essere, scrivono, un ministro, un sottosegretario o magari un’Agenzia pubblica (una ANaP, agenzia nazionale periferie, aggiungiamo per ipotesi, sul profilo dell’Anac cantoniana, dotata di strutture e poteri d’intervento).

Dieci anni decisivi
Dai sei ai dieci anni dovrà durare, secondo i commissari, un «Programma strategico per le città italiane» che superi la logica finora seguita coi Bandi per le periferie: interventi lodevoli ma a pioggia, senza chance di invertire la tendenza al peggio. Serviranno fondi (almeno un miliardo l’anno) dall’Europa ma anche dai privati.

E dalle tasse, con la fiscalità locale «strumento di prelievo e redistribuzione sociale della rendita fondiaria» (si ricorda persino il principio costituzionale della funzione sociale della proprietà).
L’allarme è giustificato. Le principali metropoli europee si vanno allineando da anni all’Agenda Urbana dettata dall’Unione con il patto di Amsterdam del 30 maggio 2016, che prevede nelle periferie 12 assi di azione tra cui rigenerazione, infrastrutture, digitalizzazione, difesa idrogeologica, mobilità sostenibile.

Le nostre grandi città se ne allontanano. Perché dagli anni Novanta si spende troppo poco e perché la forbice della crisi ha fatto il resto. Parte della ricostruzione del Paese, scrivono i commissari, «agli albori della Repubblica fu proprio un grande programma destinato all’edilizia popolare». Sì, serve un pensiero lungo. E neppure basta. Perché oggi la rigenerazione passa anche per il ripristino della legalità, combattendo, per dire, nei campi rom roghi tossici e abbandono scolastico le cui prime vittime sono proprio i bambini rom. Nessuno può più girarsi dall’altra parte. Così la Commissione dedica un’ultima parola grata ai volontari, al terzo settore, all’universo «Re-Take». Nessuno si salva da solo. La questione urbana si risolverà coinvolgendo «l’intera opinione pubblica nazionale».

E i trenta milioni di italiani prigionieri dei loro «altrove» se la caveranno solo se avranno accanto gli altri trenta.

  di Goffredo Buccini  13 dicembre 2017 (modifica il 13 dicembre 2017 | 22:14)

http://www.corriere.it/cronache/17_dicembre_14/meta-paese-vive-crisi-90f7c086-e043-11e7-b8cc-37049f602793.shtml

Metà dell’Italia vive in crisi: 30 milioni di persone in difficoltàultima modifica: 2017-12-17T18:12:02+01:00da davi-luciano
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3 pensieri su “Metà dell’Italia vive in crisi: 30 milioni di persone in difficoltà

  1. A mio parere, si fanno errori. Sono in grado di provarlo. Scrivere a me in PM, discuterne.
    [url=http://sno.gpma.ru/index.php/forum/11—/154336-naughty-america-nau-snogpmaru#154336]belen francece desnuda se le ve la concha[/url]

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