Mantova, mamma licenziata: “Non so perché, ora non ho nemmeno 250 euro al mese”

eccoli i valori democratici e costituzionali tanto minacciati. Ecco come si tutelano le donne.

MANTOVA. La notizia cruda, telegrafica è da indignazione istantanea: mamma licenziata durante il congedo parentale per accudire il figlio di due anni gravemente disabile. Barbarie. Ma l’indignazione da sola non basta a raccontare la storia di Veronica, del marito Viktor, del piccolo Nikolas e della sorella Natasha. Il nodo di rabbia e sconcerto si stringe di fronte alla serenità di questa famiglia così speciale e così normale. Così tenace nella costruzione e nella difesa della sua quotidianità. «Non mi stupisco del licenziamento, l’azienda per cui ho lavorato dieci anni della mia vita è capace di queste cose» scandisce Veronica. Più disincanto che rassegnazione. No, la mamma di Nikolas non lascerà correre, si è rivolta al sindacato (la Uil) e, assistita dagli avvocati Marco Carra e Nunzia Zeida, il 13 dicembre sarà in aula, davanti al giudice del lavoro, per pretendere il reintegro.
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Succede ogni giorno. La cronaca recente è piena di mamme licenziate e lavoratori messi alla porta per cinque minuti di pausa di troppo (leggi box). È la faccia deteriore del mercato, il suo profilo più brutto e cattivo. Spietato. Il riverbero arriva fino a Castiglione Mantovano, frazione di Roverbella, dove Veronica Piras vive con la sua famiglia: l’appartamento è al piano terra, c’è una rampa azzurra e oltre l’uscio sei subito dentro casa. Nikolas è steso sopra un cuscino, la testa girata verso la tv che trasmette i cartoni animati, il corpo allacciato alle macchine da fili e tubi. Nikolas, che il 22 dicembre spegnerà tre candeline, è malato di Sma, atrofia muscolare spinale, una bestiaccia feroce che aggredisce il corpo, sfilacciando nervi e muscoli, ma non frena lo sviluppo della mente. Una malattia genetica che obbliga a un’assistenza continua.
La diagnosi arriva al terzo mese di vita di Nikolas, per sua mamma, però, i problemi cominciano quando lui è ancora in pancia. L’azienda vorrebbe spremerla finché può, come per la prima gravidanza, posticipandole il congedo obbligatorio, ma il lavoro è duro: per la società Consulmarketing, con sede a Milano, Veronica gira i supermercati delle province di Mantova, Brescia, Cremona, e spesso sconfina in Trentino. Si occupa di rilevamento prezzi per indagini di mercato, deve leggere con un terminale i codici a barre dei prodotti negli scaffali.
All’inizio, quand’era inquadrata come collaboratrice coordinata e continuativa, riusciva a portare a casa fino a 1.800 euro al mese. Poi, nel 2013, quando la Fornero cancella i cococo, viene assunta a tempo indeterminato, e la paga si asciuga a 800 euro. L’azienda vorrebbe tenerla al lavoro fino all’ultimo, ma un certificato medico attesta che la gravidanza è a rischio e Veronica può starsene a casa. Ignara che da lì a pochi mesi il mondo le franerà addosso e lei dovrà imparare a rimetterne assieme i pezzi secondo una disposizione nuova. Esauriti i cinque mesi obbligatori, la legge le consente di assistere Nikolas per altri tre anni, al 30% dello stipendio, secondo la formula del congedo parentale per i genitori di figli con grave disabilità. Calendario alla mano, Veronica è coperta fino al marzo 2018, ma lo scorso giugno le arriva un’email che brucia come uno schiaffo: la Consulmarketing la sollecita a restituire il materiale di rilevazione, come già richiesto con la lettera di licenziamento del 19 maggio.
Possibile? Eppure lei non ha mai ricevuto alcuna raccomandata o altra comunicazione. Ed è a questa anomalia che si appiglieranno i suoi legali: per legge il licenziamento deve essere scritto. Anche a voler mettere tra parentesi il risvolto etico.
«Solo un’azienda senza scrupoli e coscienza può lasciare a casa la mamma di un bambino gravemente disabile» commenta, amaro, il segretario aggiunto della Uiltucs, Daniele Grieco. «Duecentocinquanta euro al mese non ci cambiano la vita, ma sono utili – interviene il papà di Nikolas, Viktor Kuqi, 36 anni, in Italia da 20 – Il fatto è che dopo i tre anni, avremmo chiesto il congedo straordinario biennale, retribuito al 100%, e 800 euro sì che fanno la differenza». Soldi rimborsati all’azienda dall’Inps, per inciso. Altro particolare: nel 2015, di fronte all’incerta prospettiva di un cambio di datore, Viktor sceglie di lasciare il posto a Verona, ottenendo, insieme al tfr, una piccola buonuscita e un anno di mobilità. Quindi, da maggio allo scorso settembre, lavora al Consorzio di bonifica di Pozzolo, con un contratto a termine che spera di replicare.
Fin qui la cronaca. Il resto, ciò che conta, è nell’espressione di Veronica e Viktor quando raccontano delle parole della fisioterapista Chiara Mastella, coordinatrice del Servizio abilitazione precoce all’Ospedale maggiore di Milano: «Dopo la diagnosi ci disse o lasciate che la malattia si porti via Nikolas nel giro di pochi mesi, oppure v’impegnate ad accudirlo e tenerlo in vita con respiratore e sondino gastrico».
Hanno scelto la seconda soluzione, e ogni giorno s’affannano a coltivare il loro spicchio di normalità. L’asilo di Nikolas, un nuovo farmaco, la sorpresa grande di un sorriso piccolo, il coraggio di Natasha. I viaggi, il mare della Sardegna, il verde di Parco Sigurtà. Il calore della famiglia e la solidarietà del paese.
Mantova, mamma licenziata: “Non so perché, ora non ho nemmeno 250 euro al mese”ultima modifica: 2017-12-10T08:49:11+01:00da davi-luciano
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