UN MINUTO A MEZZANOTTE: COLPO DI STATO IN USA, GUERRA ALLA RUSSIA, ARMAGEDDON? ALEPPO, TRUMP, PUTIN: RETTILARI E VERMINAI. PARTE 2.

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MONDOCANE

LUNEDÌ 19 DICEMBRE 2016

(Segue da Cap.1. Dove si era parlato di rettilari atlantici e verminai italioti scatenati su di noi per accecarci, assordarci e ammutolirci,  davanti all’inaudito spettacolo della sconfitta con sputtanamento a 360 gradi subita in Siria, e non solo, da coloro che dei rettilari e verminai sono i domatori e gestori)

ULTIM’ORA  Andrey Karlov, ambasciatore russo in Turchia è stato ucciso ad Ankara da un singolo attentatore mentre stava inaugurando una mostra fotografica.

La gravissima provocazione è stata accompagnata dalle urla “Ricordati di Aleppo” e “Allah U Akbar”, tanto per indicare una paternità. Il killer, che ha agito indisturbato per diversi minuti, è stato ucciso dalla polizia. Ti pareva. E’ il sistema: non devono poter parlare, proprio perchè avrebbero moltissimo da dire. I mandanti sono i soliti, lo sanno anche i russi. Sapranno reagire?

Sulle prime si può dire:

Che la sicurezza a protezione dell’ambasciatore era nulla. Nonostante che in Occidente sia in atto uno tsunami antirusso. La mancanza di protezione al più minacciato ambasciatore del paese rivela i mandanti. E questo va imputato al regime turco e all’organizzazione Nato di cui fa parte. Ma i russi non potevano premunirsi?

Che la sequenza di provocazioni terroristiche contro la Russia si arricchisce del più grave episodio possibile sul piano diplomatico e politico, seguendo l’abbattimento del Sukhoi 24 russo nel novembre 2015.

Che l’attentato viene 24 ore dopo la liberazione totale di Aleppo e la cattura da parte dei siro-russi del manipolo di ufficiali Nato, anche americani, israeliani di altri paesi occidentali, rintanati ad Aleppo Est da dove dirigevano il mercenariato  terrorista. Cattura che ribadisce, oltre ogni dubbio, l’identità di chi manovra il terrorismo internazionale, in Medioriente e nel mondo (vedi in fondo al pezzo).

Che Mosca farebbe bene a smettere di fidarsi di Erdogan, Kerry, Onu,e concludere con costoro accordi di tregua o altro, sistematicamente traditi e volti a favore dei mercenari di Nato, Golfo e Turchia.

Che tutto il terrorismo, islamista e non, è creatura USraeliana con il concorso di alleati e vassalli e, dunque, uno che si presenta come vendicatore di Aleppo liberata è uno strumento al servizio dei mandanti del terrorismo.

Che l’assassinio arriva nel momento del diapason di una forsennata campagna anti-russa e anti-Putin che, su input principale di una Cia in piena fase eversiva, sostenuta da un Obama in vena di colpi di coda demenziali, ha fatto mobilitare i servizi segreti e i media di tutto l’Occidente con al centro l’accusa,  tanto idiota quanto assurda, che Putin avrebbe manovrato, hackerato, cospirato, per demolire Hillary e far vincere Trump, per il quale dunque si dovrebbe prospettare un’operazione di rimozione, perchè traditore della patria, prima che venga insediato. Regime change, questa volta a casa. 

L’eventualità dell’impedimento a Trump, in una forma o nell’altra, a insediarsi presidente, attraverso il voto negativo del Comitato degli Elettori o altri strumenti, rischia di provocare qualcosa di simile a una guerra civile in Usa. Occasione per le definitiva fascistizzazione del paese. I campi di internamento sono già stati allestiti dalla FEMA (Protezione Civile) in tutti i 52 Stati dell’Unione, su ordine espresso di Obama.

Ci sta precipitando addosso qualcosa di brutto. 

E così i sibili del cobra uscito dal rettilario mediatico imperiale, passati per i latrati, squittii  e grugniti del bestiario eurocoloniale, per finire tra gli ultrasuoni di lombrichi e vermi solitari brulicanti nel cortile della marca Italia (e chiedo scusa per la pigra riproposizione di queste speciste similitudini animali)  hanno invece finito con lo schiarirci la vista e stapparci le orecchie. Ora sappiamo che:

       Putin ha personalmente hackerato, via Wikileaks, i computer del Partito Democratico e di Yahoo per svergognare Hillary e far vincere The Donald, amico suo. Non c’è la minima prova, Assange ha smentito, un alto diplomatico britannico, Craig Murray, ha confermato la smentita e l’origine interna dell’intervento sulle mail del Partito Democratico e di John Podesta, direttore della campagna di Hillary e sabotatore di quella di Sanders. Ma la Cia  lo ha detto a un oscuro e anonimo sito internet, PropOrNot, di sua creazione. Questi lo ha detto al Washington Post che lo ha detto all’universo mondo. Prove? Zero. Anzi, Il Washington Post ritratta e viene dimostrata l’esistenza di una gola profonda democratica che ha fornito a Wikileaks certe sconcezze prodotte dagli altifondi del partito per bloccare il rivale di “sinistra” Sanders. Ma che fa. Con fonti impeccabili come la Cia, come dubitare?

 (Piuttosto sarà interessante scoprire come si scioglie l’enigma di una Cia che dà addosso all’infiltrato di Putin Trump, di un FBI che ha fatto sgambetto a Hillary favorita della Cia, di un complesso militar-industriale che si vede onorato di torme di generali nella nuova amministrazione, insieme, però,  a promesse di pesanti tagli agli F35 e altri suoi redditizi giocattoli, di bacetti soffiati a Mosca e di telefonate alla dinamite fatte a Taiwan e contro Pechino. Un bel casino, in attesa che il burattinaio riconduca questo ambaradan a unità strategica).

2    Fino a ieri infestavano il  Medioriente, fiere schiere di subumani recanti il logo di Isis, Al Nusra, Al Qaida e sottosigle varie e con quelli si erano fatti conoscere, in video di indubbia fattura hollywoodiana, come orrende materializzazioni di film e videogiochi dell’orrore con cui Hollywood ci educa ai culti dello Zeitgeist moderno. Di colpo, grazie all’effetto Aleppo Est come elaborato da rettili e vermi, si sono miracolosamente trasformati in civili, eroi e martiri della democrazia, esposti al genocidio per mano del mostruoso Putin e degli apprendisti stregoni Assad, Hezbollah, iracheni e iraniani.

Gazzettieri CIA, sveglia!

Tali sono la frustrazione che questo tsunami senza precedenti di menzogne, calunnie, logiche surrealiste rivela, tale è la mobilitazione contro la Russia di tutto il mobilitabile dal New York Times ai vermiciattoli del “manifesto”, che davvero c’è stavolta da temere il peggio. Hanno dato la sveglia a quei giornalisti europei che, dopo l’Ucraina e per il risentimento dei tanti padroni italiani nei confronti delle sanzioni  antirusse che colpivano più il loro business che i russi, si erano un po’ assopiti. Ma come, si beccano dalla Cia 20.000 dollari di primo ingaggio e poi dormono?

Mai dimenticarsi di Udo Ulfkotte, l’ex-editore del più autorevole quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung che, confessato di essere stato per una vita al soldo della Cia, ci ha rivelato, mai smentito, che non meno dell’80% dei giornalisti che contano nei media che contano sono a libro paga della Cia. Eseguono, in cambio di quell’ingaggio, di viaggi-premio a New York, di avanzamenti di carriera e altri benefit, quanto gli è commissionato volta per volta. Da un bel po’ di tempo a questa parte, diciamo dal fiduciario Rothschild, Eltsin, in qua, l’ordine di servizio è una robusta e martellante campagna russofobica e anti-Putin. Aprite i giornali, ascoltate la corrispondente da New York, o da fronti di guerra, seguite gli analisti nel talkshow, scorrete l’elenco degli appellanti di cui sopra, fate attenzione alla lobby talmudista e poi rileggetevi Udo Ulfkotte. E se non vi basta, considerate anche questa orgogliosa rivendicazione dell’ex-direttore della Cia William Colby: “La Cia possiede ogni giornalista di una certa importanza nei maggiori media”.
 

Anche Bergoglio è della crociata

Mi chiedo se questo vale anche per i papi. L’altro giorno, al culmine delle efferatezze dei terroristi sulla gente che scappava da Aleppo Est, dal rettilario del Vaticano è uscita un sibili diretto… ad Assad, a chi se no? La lettera del Bergoglio, già connivente con i generali della dittatura argentina, chiedeva al presidente siriano che difende il suo popolo da 6 anni di assedio del mondo, di “smetterla con la violenza, di non violare i diritti umani”. Mica a Obama l’ha mandata’sta fetecchia, mica a Erdogan, mica a re Salman… E’ la ciliegina su una torta impastata di ossa e sangue e da lui benedetta. L’aveva già fatto uguale il Ratzinger: noblesse oblige. Del resto il gesuita argentino che ha spodestato quello tedesco, si era già fatto valere per la sua irreprensibile fedeltà alla libertà e correttezza di comunicazione: Inserendosi nel pandemonio anti-libertà d’espressione (roba consueta nella Chiesa di Roma) come rappresentato dalla campagna contro le cosiddette “fake news”, ha sentenziato che è “peccato grave diffonderle, anziché educare il pubblico e certi scandali non vanno pubblicati, anche se sono veri” (sic!!!).

Tornando da Ulfkotte  il pentito tedesco ha anche raccontato come gli stessi servizi tedeschi venissero da lui a chiedergli di scrivere di Gheddafi e russi. E alla sua obiezione che non ne sapeva abbastanza, gli fornivano i materiali opportuni. Cosa pensate che succeda da noi che, come i tedeschi, abbiamo gli americani in casa a occupare basi, ministeri e servizi, con uno come Marco Minniti, testè elevato al rango di ministro degli Interni, ma che vanta una vita intera, a partire dal sodalizio con il noto Cossiga, spesa nei cunicoli di servizi segreti che a quelli Usa stanno come, per ripetere l’iniqua metafora, la vipera sta al cobra?

Sono i russi a decidere chi va nella Casa Bianca, mica la Cupola

E’ fantastica, affascinante, virtuosissima, la capacità di questi di volgere la realtà nel suo contrario. I russi hackerano gli Usa al punto da poter rovesciare gli esiti numerici di un’elezione presidenziale. Sottraggono milionate di dati, spiano, cospirano. Sa di ’ classico transfert freudiano: infatti su tutto questo ci piove come fosse Katrina. Fino a ieri, a schiarire la notte universale della privacy era stata la NSA statunitense, massima agenzia di spionaggio Usa ad essersi accomodata nei computer, tablet, smartphone e, dunque, nella vita privata di miliardi di persone, fin nelle blindatissime stanze di capi di governo o Stato come Merkel o Rousseff. Sparita, lavata con Dash, anzi da hacker russi.

Fino a ieri i russi, bene o male, ammesso a denti stretti, erano intervenuti a fiancheggiare americani, Nato e illuminati del Golfo nell’epocale lotta contro la barbarie dei tagliagole, scuoiatori, crocefiggitori, bambini giustizieri, schiavisti sessuali  jihadisti e, dal momento che ci stanno riuscendo (tra l’altro sopperendo a bombardamenti Usa, finti, su Isis e Al Qaida e, veri, su civili e infrastrutture irachene e siriane), ecco che diventano quelli che, con Assad, radono al suolo Aleppo Est, vi “bruciano vivi i bambini” (Il Fatto Quotidiano e altri) massacrano le “opposizioni”  e sterminano civili con i barili-bomba (mai visti né documentati). Civili che sarebbero 100mila nei 2,5 km quadrati  riconosciuti ancora sotto Al Nusra e Co.: la più alta densità demografica del mondo…. Prima si parlava di 100mila bambini su 250mila abitanti in Aleppo Est: la popolazione, a dispetto della catastrofe in cui vegetava, più prolifica del mondo…..Da Aleppo Est, si afferma ora, sono riusciti a mettersi in salvo 18mila e pare ne siano rimasti pochini….

Tanto bruciano, non tanto gli immaginari bambini pianti delle nostre antenne ripetitrici, detti giornalisti, quanto lo sconvolgimento geopolitico determinato dalla sconfitta dei propri surrogati, da far abbandonare all’inquilino in uscita dalla Casa Bianca ogni finzione di combattente anti-terrorismo. La riconquista di Palmira è avvenuta perché, nell’urgenza di controbattere allo smacco di Aleppo, il primo di quella portata strategica dai tempi di Saigon, a Obama è stato detto di dismettere ogni finzione. Con i gregari curdi, travestiti da Forze Democratiche Siriane, ha aperto e accompagnato il trasferimento di 5000 mercenari Isis da Mosul, riaprendo a forza di bombe la strada che le milizie popolari irachene e iraniane avevano bloccato, per Raqqa e quindi per Palmira, presieduta da appena 1000 soldati siriani. E qui qualche domanda dovranno pur porsi i russi circa intelligence, osservazione e prevenzione.

O zitti o in galera? Se la scampiamo lo dobbiamo ad Assad.

La conclusione di quanto abbiamo preso in considerazione è, in misura sempre più evidente e drammatica, la seguente: In Occidente la libertà di stampa, e più ancora l’onestà di stampa, sono state uccise. Al di là  di una sempre più grossolana e strumentale deformazione dei fatti, delle cause, degli effetti, la dimostrazione ultima di questo assunto viene da un dato incontrovertibile e che si è andato radicalizzando man mano che le difficoltà per l’Impero crescevano. La voce dell’altro, qualsiasi voce non controllata, deve essere soppressa. A partire dal bombardamento, o dalla neutralizzazione tecnica, delle centrali di comunicazione dei paesi aggrediti, in Serbia, Iraq, Libia, Siria, Iran, fino alla demonizzazione di organi d’informazione della massima affidabilità e professionalità, come RT, o Sputnik, o Press TV (Iran), o Telesur (Venezuela), perché appartenenti a Stati dichiarati nemici e dunque ontologicamente inattendibili. Una dimostrazione di insicurezza e di timore di verità altre che denota l’aleatorietà della propria, non meno di quanto la riveli la repressione dei vari cosiddetti negazionismi. Che sono quelli in cui il bue dà del cornuto all’asino.

Ultimamente si è arrivato al diapason di questa campagna di apartheid delle notizie e opinioni, di chiusura nei campi di concentramento della censura  di ogni voce non solo mediatica, ma soprattutto di rete, che non sia riconosciuta e patentata voce del padrone. In Germania e Francia sono passate norme che puniscono i diffusori di “fake news”, cioè di verità altre (si era cominciato con il carcere ai “negazionisti”). E’ di nuovo il Washington Post a lanciare la campagna contro il nemico del momento, appunto queste “Fake News”, notizie false, bufale, campagna ormai estesa all’intero armamentario mediatico occidentale, con protagonista di nuovo l’immancabile Russia, ma con obiettivo diretto e nominato i “social network”. Quelli che chiamiamo MSM (Main stream media), quelli che, con il fantoccio Powell, hanno esibito al mondo prove delle armi di distruzione di massa di Saddam, quelli che si sono inventati le bombe sul proprio popolo di Gheddafi e Assad, quelli che ci hanno rifilato l’11 settembre come lavoro di Osama bin Laden, quelli che, con appresso i chierichetti dei diritti umani,  definiscono dittatura ogni governo il cui paese vogliono sbranare e il cui popolo depredare ed eliminare, quelli del più turpe menzognificio non religioso mai esistito, quelli che il più grande masskiller nella storia dei presidenti Usa è stato “il migliore presidente dopo Washington e Lincoln”, quelli che a Kiev hanno salvato la democrazia, quelli che a Dresda (200mila morti a guerra spenta, più che a Hiroshima) hanno salvato la Germania dal nazismo..

Queste epica associazione a mentire per delinquere ha iniziato la caccia alle “fake news”, ai bugiardi annidati nella rete e ovunque si esprima anche solo un alito di dissenso,  di alterità. Ci stanno venendo a prendere tutti. Neanche un granello di sabbia deve inserirsi negli ingranaggi della guerra contro la Russia. Quella che deve mettere Trump davanti al fatto compiuto, o ce lo deve costringere (mentre lui magari pensava a staccare la Russia dalla Cina per poi fare la guerra al bersaglio più grosso)…

Da Aleppo verso il futuro, come da Stalingrado

Aleppo è liberata e il concerto umano ha ragione di levare inni alla gioia. Palmira lo sarà sicuramente, lo hanno promesso Assad e Putin e sono  le parti più affidabili. Poi dovrebbe toccare a Idlib nel nord, ai miserabili curdi delle pulizie etniche a nord est, a Deraa nel Sud. Per ricomporre la Siria libera, sovrana, socialmente equa, antimperialista e anti-sionista che abbiamo conosciuto dal momento della sua indipendenza e della liberazione dal colonialismo francese in poi. Tutto questo, però, costituisce un tale affronto a chi s’è visto strappare di mano il timone, da farci aspettare di tutto. Un tutto che dai soliti noti ci verrà presentato come l’ineluttabile necessità di salvarci dall’orso russo avviato a divorarci tutti.

Questi occhiuti cronisti, circospetti analisti, pensosi commentatori, sdegnati umanitari che appendono striscioni per Aleppo ai municipi, come già per altri falsi scopi, Giulio Regeni, le due Simone, Sakineh Ashtiani, la Shalabajeva (complice del furfante banchiere kazako  Ablyazov, inseguito per furti di milioni dalle polizie di mezzo mondo, ma qui fatto passare per dissidente)  e altri martiri inventati dell’imperialismo, si scordano  un piccolo particolare. 

Chi ha iniziato tutto questo, chi ha sconquassato la Siria e l’intero Medioriente ammazzando tra Iraq, Libia, Siria e Yemen, più di tre milioni di innocenti esseri umani? Chi ha assoldato in giro per il mondo trucidi e psicopatici arnesi della più efferata violenza e li ha lanciati contro Stati sovrani, popoli sereni e pacifici, civiltà millenarie, a compiere inenarrabili orrori per poi, nel nome della guerra al terrorismo, completare in prima persona le devastazioni e i genocidi, svuotare i paesi degli esseri sopravvissuti, perché  a quei popoli sia negato il futuro e, a forza di alluvioni umane, sia compromesso quello di paesi europei da tener sotto scacco, con l’effetto non tanto collaterale di ridurre a Stati di polizia e di mafia i paesi nati dalla resistenza antifascista? 

NATO TERRORISTA

Il deputato al parlamento siriano e presidente della Camera di Commercio di Aleppo, Fares Shehabi, ha pubblicato una prima lista, non esaustiva, degli ufficiali stranieri (Nato e Golfo) arrestati nel bunker di Aleppo Est da dove coordinavano le operazioni dei terroristi di Al Nusra e associati. Si tratta di ufficiali che hanno declinato le proprie generalità e ammesso la loro funzione. Sono stati catturati altri militari di nazionalità diverse,  britannici, tedeschi, francesi, di cui i nomi non sono stati ancora resi noti. Nessuna smentita da parte dei governi degli ufficiali arrestati. Molte conferme dai media.

Mutaz Kanoğlu — Turquie
David Scott Winer — États-Unis
David Shlomo Aram — Israël
Muhamad Tamimi — Qatar
Muhamad Ahmad Assabian — Arabie saoudite
Abd-el-Menham Fahd al Harij — Arabie saoudite
Islam Salam Ezzahran Al Hajlan — Arabie saoudite
Ahmed Ben Naoufel Al Darij — Arabie saoudite
Muhamad Hassan Al Sabihi — Arabie saoudite
Hamad Fahad Al Dousri — Arabie saoudite
Amjad Qassem Al Tiraoui — Jordanie
Qassem Saad Al Shamry — Arabie saoudite
Ayman Qassem Al Thahalbi — Arabie saoudite
Mohamed Ech-Chafihi El Idrissi — Maroc

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 19:58

ALEPPO, TRUMP, PUTIN: SI APRONO RETTILARI E VERMINAI. PARTE 1.

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MONDOCANE

DOMENICA 18 DICEMBRE 2016

 

“La Cia possiede ogni giornalista di una certa importanza nei media importanti”. (William Colby, ex-direttore della CIA)

“Fino a quando i leoni non avranno i propri storici, il racconto della caccia esalterà sempre il cacciatore”. (Proverbio africano)

“Verrà il tempo in cui un politico che abbia scatenato una guerra e promosso conflitti internazionali sarà altrettanto sicuro di finire sul banco degli imputati e magari anche nel cappio, quanto un assassino privato. Non è ragionevole che coloro i quali giocano d’azzardo con la vita delle persone, non debbano mettere a repentaglio la propria”.(H.G.Wells)

In calce una lettera di Vincenzo Brandi a Formigli di “Piazza Pulita” (La7), relativa a un suo autentico servizio alla menzogna e alla disinformazione sulla Siria nella puntata del 15 dicembre 2016, non adeguatamente contrastata da Alessandro Di Battista che, invece,  avrebbe potuto valersi dalle conoscenza e competenza del collega di partito Manlio Di Stefano.

Ultim’ora: ufficiali Nato nascosti ad Aleppo Est

Ci sono due ultim’ora che antepongo al pezzo qui sotto. Per l’ennesima volta, contravvenendo alla tregua di nuovo negoziata e sancita dall’inviato ONU, la feccia terrorista, ora assurta a martiri della rivoluzione democratica nel becero servilismo Usa-Nato-Vaticano di certe Ong italiote, ha rotto la sospensione tornando a sparare sui civili in fuga dal ridotto ancora sotto controllo Al Nusra (mascherato da Jabhat Fateh al Sham). Oltre 18mila sono intanto riusciti a raggiungere le zone liberate dove sono in corso enormi manifestazioni di giubilo popolare.

Il Consiglio di Sicurezza si è riunito a porte chiuse per occuparsi di una vera e propria deflagrazione in faccia a coloro, turchi, giordani, Nato, Usa, che si vantano di combattere le formazioni jihadiste. Le forze speciali dell’Esercito Arabo Siriano penetrate nelle zone sgomberate dai terroristi hanno catturato in un bunker diversi ufficiali europei della Nato.

Le urla scomposte che in queste ore vengono lanciate contro la Siria, Assad, la Russia e Putin, per l’immane colpa di aver difeso la civiltà e l’umanità dai rigurgiti dell’inferno,  dal menzognificio mediatico occidentale, dal gregariato politico e Ong, dagli strilloni da bassifondi dell’etica giornalistica e sociale come il talk-show de La7, l’osceno appello a Gentiloni di cui più avanti, le corrispondenze dal fronte e da New York, vorrebbero oscurare l’enormità di una sconfitta dei loro padrini. La virulenza senza precedenti di questo coro comandato a bacchetta dal direttore d’orchestra indica che costui ha in mente qualcosa di brutto, di molto brutto. Forse un segno è stato fatto dare all’eurosicaria Mogherini, quando, poche giorni fa, ha detto che, in vista di possibili giravolte di Trump, l’Europa deve adoperarsi per frantumare la Siria in tanti governatorati autonomi, lasciando al governo centrale il controllo su Damasco e poco più. Visto che con lo sbrindellato mercenariato jihadista tale obiettivo non si raggiunge, sarebbe implicito un intervento diretto. Con conseguente scontro con la Russia.

Ululati della belva ferita

Ci stupiamo tutti di fronte alla parossistica virulenza con cui quella che si definisce la “comunità internazionale”, sostanzialmente Nato, Ue, Usa e suoi clienti e vassalli, cioè coloro che si dispongono agli ordini della Cupola, ha reagito alla vittoria della Siria e dei suoi alleati ad Aleppo e all’elezione di Trump. Ma non ci sarebbe da stupirsi, dato che si tratta di reazione proporzionata all’enormità degli eventi sul piano degli equilibri di forza planetari.  Certo, la misura totalizzante del sincronismo, della sintonia e della compattezza con cui si stanno muovendo gli sguatteri mediatici di questa “comunità internazionale” (che, tra l’altro, non costituirebbe che la rappresentanza politica di un settimo dell’umanità) fa impressione soprattutto a chi ancora nutriva l’illusione che dalle nostre parti del mondo sopravvivessero brandelli di democrazia, di onestà e di libertà d’espressione non conforme.

Se si può dire che questi due avvenimenti non previsti, non pianificati e non graditi, nella madrepatria imperiale hanno spalancato la gabbia del rettilario mediatico (e si pensa a serpenti a sonagli  o boa  conscrictor come Washington Post, New York Times, BBC e affini), da noi, fatte le debite proporzioni, ci si dovrebbe ridurre a parlare di verminaio. E qui svettano lombrichi e tenie della forza dei capi del sindacato  dei giornalisti (parola grossa), compreso quello della più rinomata e autorevole emittente pubblica dell’intero globo terracqueo (UsigRai), con appresso gli anellidi di Articolo 21, quel coso fondato da Giuseppe Giulietti a difesa, ovviamente, di un’informazione plurale, onesta, competente e -. bum! – libera. E pensare che questi sedicenti sindacati, in quanto garanti della libera manifestazione del pensiero e della libertà di stampa, dovrebbero rappresentare qualsiasi legittima opinione che albergasse tra i propri iscritti. E non solo quella di chi sente suoi affini, forse maestri, gentiluomini che bruciano o annegano prigionieri,  ti educano il pupo facendogli tagliare gole, emancipano le donne mediante schiavitù sessuale… Una scandalosa violazione deontologica e statutaria che dovrebbe essere sanzionata dall’Ordine dei Giornalisti, sempre che un ente degno del nome esistesse.

Un sindacato à la carte nel bordello delle presstitute

In questo oceanico sottomondo di cialtroneria campano e prosperano, nel segno della meritocrazia come definita nei regimi della globalizzazione capitalista e, specificamente, nella sua espressione più evoluta napolitan-renziana, pisciarelli dell’informazione che, però, assurgono a cascate del Niagara quando si tratta di lubrificare con la saliva i percorsi degli elargitori di meriti. La crème de la crème di questi (FNSI, Usigrai, Art.21), che ci assicurano un’informazione rispettosa di tutte le fonti e tra esse equilibrata, come ci perviene da schermi ed edicole, si è sublimata in un appello al premier Gentiloni Silveri, conte di Filottrano, Cingoli e Macerata, come se una tale entità esistesse, perché intervenisse a salvare Aleppo dagli abominii inferti da Putin e Assad. Da questo Felice Sciosciammocca (vedi Eduardo Scarpetta), caratterista succeduto al bullo cazzaro che, però, attento ai malumori dei nostri esportatori, azzardava dei flirt con Mosca, chissà cosa si aspettano. Che mobiliti i residui Romanov all’assalto del Cremlino?

I cari colleghi di Aleppo!

Si parla di “mattanza dei civili” da parte dell’esercito regolare e, con l’inconfutabile certezza di chi ha visto con i propri occhi,  che “sono stati certamente trucidati numerosi civili  di sesso maschile, tra cui anche bambini, le donne vengono stuprate di fronte ai famigliari, alcune di loro, per sottrarsi a simili barbarie, stanno chiedendo ai propri congiunti (sentito con le proprie orecchie, ovviamente) di ucciderle”. Naturalmente nessuno di costoro ha visto o sentito una beata mazza. Anzi, l’altro nobile, il loro Conte Zio, Steffan De Mistura, inviato ONU, si è permesso di violare le coinsegne alle quali è legato, dichiarando netto netto che per tutte queste accuse non esiste al momento possibilità di verifica alcuna. Punto. Ma c’è poco da ciurlare nel manico, l’hanno visto e udito “i nostri colleghi che stanno raccogliendo queste testimonianze e che sanno di avere le ore contate”. Dove, incongruamente e disattentamente, agli appellanti sfugge  una scintilla di verità. E’  quando dicono “i nostri colleghi”.  Lo sono vostri, ragazzi, lo sono!

E sono  tutti altrettanti candidati al Pulitzer: “Aleppo Media Center”, intercambiabili con quelli della “Civil Defence”  e brulicanti tra le macerie, mentre dissotterrano bambini, incappellati da “elmetti bianchi”.  Abbiamo capito, sono quei “colleghi”  che, al pari dei loro angosciati vindici appesi all’intervento salvifico di un Gentiloni, nientemeno, bazzicano unicamente le zone occupate dai “ribelli” (“opposizione” per “il manifesto”). E con questi, come risulta da numerosi video e foto sfuggiti all’attenzione dei nostri appellanti, si mescolano quando si tratta di squartare qualche dissidente filo-Assad, o di celebrare l’avvenuta esecuzione tramite mitraglia della famigliola che, sottraendosi alla funzione assegnata di scudo umano, tenta di fuggire verso i quartieri liberati. Colleghi davvero, magari di mercenariato più che di giornalismo.

Il fatto è che la posta è troppo grossa per tenere i piedi la finzione di essere liberi informatori nelle libere democrazie occidentali. E troppo grosso è il committente di questi portatori d’acqua con le orecchie. Annidato tra Wall Street e Pentagono, si è trovato completamente spiazzato da due fatti inusitati di cui ha attribuito la paternità a un unico responsabile. La sconfitta delle proprie armate di lanzichenecchi in Siria, che tanto gli erano costate in armi, soldo, trasferimento dai quattro angoli del mondo e copertura propagandistica;  e la sconfitta nella corsa presidenziale di quella che doveva vincere perché fornitrice del migliore curriculum e delle più ampie garanzie. Con parallela vittoria della riserva in panchina di cui non si conosce bene l’affidabilità e che comunque, tra gli occupanti dei piani sotto l’attico della Cupola, sta suscitando turbolenze inopportune per la gestione dei processi in corso.

Nell’attenuarsi della potenza persuasiva della figura del “rivoluzionario democratico”, causato da una successione di sconfitte militari e sputtanamenti legati alle qualità morali, alla simbiosi con i comandi Nato e Golfo; nel logorìo della “guerra al terrorismo” per sovraesposizione, sovraestensione e sovraoperazioni terroristiche False Flag; un nuovo uomo nero urgeva. E non poteva che essere Putin, il grande e nefasto intralcio alla fin lì indisturbata marcia, su macerie di nazioni e cimiteri di popoli e classi in eccesso, della globalizzazione di un dominio unipolare e, soprattutto, unicupolare. (Segue)

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 Gentile Dott. Formigli,

La batosta ricevuta dai gruppi terroristi ad Aleppo ha scatenato un’isteria anti-Assad ed anti-russa che ha sorpreso persino me (che pensavo di non potermi meravigliare più di nulla) per la sua virulenza estrema.

Si è distinta, tra gli altri, la giornalista Rula Jebreal che durante la trasmissione da Lei condotta ha sparato con la massima faccia tosta balle e sciocchezze madornali che non possono essere ignorate.

Aleppo era fino al 2012 la città più prospera e tranquilla della Siria, ricca di industrie ed attività commerciali. Non vi era stata alcuna manifestazione antigovernativa. Nell’estate di quell’anno fecero improvvisamente irruzione in città bande jihadiste armate fino ai denti provenienti dalla Turchia. Gran parte di questi militanti non erano nemmeno siriani, ma Ceceni, Uiguri del Sinkiang cinese, turchi, turcomanni, libici, tunisini, ecc.

Alcuni quartieri furono occupati; gli abitanti che non erano fuggiti furono presi in ostaggio; fu tagliata l’erogazione dell’acqua verso i quartieri non occupati (dove vivevano i tre quarti della popolazione); tagliata l’energia elettrica; impedito per molto tempo l’arrivo di aiuti e rifornimenti finché l’esercito non riuscì a ripristinare una via d’accesso alla città.

Ogni giorno la parte della città rimasta sotto la protezione del governo e dell’esercito era bombardata a casaccio con i mortai e quei cannoni improvvisati che lanciano bombole di gas rinforzate con chiodi e rottami di ferro chiamati “cannoni dell’inferno”.

L’accerchiamento e poi lo sgombero dei terroristi (guidati da Fatah Al Sham, ex Al Nusra, cioè Al Queda) dai quartieri, da loro occupati per 4 anni, da parte dell’esercito, con l’aiuto dei Russi e dei combattenti di Hezbollah, è stata accolta con giubilo dalla grande maggioranza della popolazione che non ne poteva più e chiedeva all’esercito di intervenire con decisione.

Se ne parla nelle numerose testimonianze da parte di numerosi cittadini di Aleppo, come il vescovo cristiano maronita di Aleppo Tabji, spesso in missione qui a Roma per chiedere aiuto, o il Dott. Nabil Antaki, le cui testimonianze penso Le siano già pervenute da altre fonti. Si possono comunque consultare i siti di informazione quali www.oraprosiria, www.sibialiria, www.antidiplomatico, CIVGinforma, ecc.

Inoltre penso sia doveroso per ogni giornalista serio consultare non solo Al Jazeera, la Reuters, o l’Associated Press, ma anche l’agenzia siriana SANA, Russia Today, l’iraniana Fars o la cinese Xinua, che possono trovarsi sul sito “siria latest breaking news search 24/7” che riporta tutti i giornali e le agenzie del mondo.

Naturalmente ciò che vale per Aleppo, vale per tutta la Siria. L’unica speranza per quel martoriato paese è che tutti quegli stati che stanno conducendo una guerra per procura contro la Siria (Arabia Saudita, Qatar, Turchia, USA, UK, Francia, e ahimè anche l’Italia) smettano di interferire, ritirino le sanzioni che affamano la popolazione costringendola ad emigrare, riallaccino le relazioni diplomatiche, smettano di rifornire continuamente i cosiddetti “ribelli” con finanziamenti, armi e nuovi mercenari freschi provenienti da 90 paesi.

E si smetta anche con la favoletta delle “prime manifestazioni pacifiche” del 2011 represse, per cui sarebbe nata la rivolta armata. Le armi, i mercenari, le quinte colonne per provocare un cambio di governo violento erano già pronte da anni, come ammesso pubblicamente, ad esempio, dallo stesso comandante della NATO, gen Clarck, già nel 2006!

L’avvenire della Siria e chi la deve governare deve dipendere solo dai Siriani.

Cordialmente, Vincenzo Brandi, militante pacifista ed antimperialista con la Rete No War e la Lista No Nato.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 15:18

LA RIVOLUZIONE ERITREA SULLA STRADA DI LUMUMBA, CABRAL, SANKARA, CHE GUEVARA, GRAMSCI… Intervista con ELIAS AMARE’ per il docufilm”ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL’AFRICA”

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2016/12/la-rivoluzione-eritrea-sulla-strada-di.html

MONDOCANE

MARTEDÌ 13 DICEMBRE 2016

“In Africa, tutto ciò che è progressivo, tutto ciò che tende al progresso si dice comunista, distruttivo. Piegarsi sempre e accettare qualsiasi cosa offerta dai colonialisti. Siamo solo uomini onesti e il nostro unico obiettivo è: liberare il nostro paese, costruire una nazione libera e indipendente”. (Patrice Lumumba).

“La nostra rivoluzione è e deve essere l’azione collettiva di rivoluzionari per trasformare la realtà e migliorare concretamente la situazione delle masse del nostro Paese. La nostra rivoluzione avrà avuto successo solo se, guardando indietro, attorno e davanti a noi, potremmo dire che la gente è, grazie alla rivoluzione, un po’ più felice perché ha acqua potabile, un’alimentazione sufficiente, accesso ad un sistema sanitario ed educativo, perché vive in alloggi decenti, perché è vestita meglio, perché ha diritto al tempo libero, perché può godere di più libertà, più democrazia, più dignità”. (Thomas Sankara)

Ho avuto la fortuna di conoscere Elias Amarè prima in Italia, in occasione del congresso del movimento giovanile del Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia, l’organismo nato dal EPLF (Fronte Popolare Eritreo di Liberazione), protagonista della guerra anticoloniale e oggi al governo in Eritrea, e poi nel suo paese, nel quale ci ha accompagnato da un capo all’altro, arricchendo la nostra esperienza di studio e visiva con gli approfondimenti di uno straordinario conoscitore del presente, del passato e della rivoluzione in corso. Nel girare il nostro docufilm sull’Eritrea non avremmo potuto fare a meno delle informazioni, precisazioni, curiosità, dei suggerimenti, incontri, contatti che questo grande intellettuale rivoluzionario africano, conoscitore anche del mondo e delle cruciali questioni geopolitiche e geoeconomiche (ha vissuto a lungo negli Usa), ci ha elargito via via che toccavamo i vari aspetti sociali, culturali, ambientali, storici di questo bellissimo paese, vera avanguardia politica del continente. Il nostro docufilm, “ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL’AFRICA” non avrebbe potuto riuscire senza il fondamentale contributo di Elias. Elias è scrittore, giornalista e dirigente del Centro per la Pace nel Corno d’Africa.

 Come l’Italia si vedeva nel Corno d’Africa

Come è noto, l’area ha vissuto, dopo la colonizzazione italiana, una serie ininterrotta di scontri tra lo Stato più forte, l’Etiopia, oggi fiduciario dell’Occidente neocolonialista, e i paesi che si affacciano sulla costa strategica del Mar Rosso. La Somalia, dopo il fallimentare intervento Usa e Nato negli anni’90, è attualmente occupata da una brutale forza dell’Unione Africana sostenuta dagli Usa. Abbandonata al caos, sotto un regime fantoccio, vive una lotta di liberazione irrisolta. L’Eritrea, che domina lo stretto di Bab el Mandeb, il Golfo di Aden e l’imbocco del Mar Rosso, è l’unico Stato africano a rifiutare presenze militari Usa e di chiunque altro e a muoversi su una linea di indipendenza e giustizia sociale. Questo, e la sua collocazione su uno dei nodi geostrategici più cruciali del mondo, ambito dalle grandi potenze, le costano feroci sanzioni e costanti pressioni, aggressioni, campagne di demonizzazione.

La nostra conversazione con Elias ha avuto luogo all’ombra di un baobab, l’albero simbolo di questa parte del mondo, “albero-centro convegni”, dove anziani, giovani e, oggi, anche le donne del villaggio si uniscono per discutere e deliberare, secondo una formula di democrazia sostanziale.

F.G: Cosa fa il Centro per la Pace nel Corno d’Africa?

E.A. Conduce ricerche sull’origine dei conflitti nel Corno che, come sappiamo, è una delle regioni più turbolente dell’Africa. Organizza conferenze, seminari, gruppi di lavoro per individuare percorsi e mezzi che promuovano la pace e risolvano i conflitti.

F.G. Non pare, però, che nel Corno d’Africa esistano al momento prospettive di pace. Perché questa regione è precipitata in una successione di tensioni e conflitti?

E.A. IL Corno d’Africa è da sempre un crocevia tra Africa e Medioriente , ma anche tra Sud e Nord del mondo. Le potenze coloniali europee e poi le superpotenze hanno sempre cercato di dominare la regione. Promuovono Stati neocoloniali che stiano al loro servizio, suscitano conflitti etnici, marginalizzano popolazioni, saccheggiano territori.  Nei 50-60 anni del periodo postcoloniale questa parte dell’Africa è stata ininterrotta scena di conflitti, di cicli di guerre, con il risultato di uno spaventoso impoverimento delle popolazioni. Si tratta di una delle aree di maggiore importanza strategica  del mondo: Mar Rosso, Bab el Mandeb, l’Oceano Indiano, il Golfo Arabo-Persico. L’interesse della grandi potenze, specie di quelle imperialiste, si concentra su questa zona alla luce di una strategia di dominio globale che presume il controllo su tutte le cruciali vie di comunicazione. Senza contare che l’’Africa è tutta sotto attacco. Ai grandi predatori non sfugge che possiede circa il 50% delle risorse naturali del mondo e gran parte della sua biodiversità.

F.G. Come possono i popoli della regione reagire a un tale destino, a una così forte concentrazione di interessi con le relative potenzialità militari ed economiche?

E.A. I popoli della regione hanno lottato contro questo dominio con movimenti di liberazione nazionale. Quello eritreo è stato uno dei più vincenti. Altrove, nell’Ogaden, nella regione degli Oromo in Etiopia, ci sono stati e permangono forti movimenti di lotta. Tutt’intorno alla nostra regione c’è stata una lunga fase in cui i popoli si sono organizzati e hanno condotto lotte di liberazione nazionale contro il dominio coloniale. Il successo non è stato sempre quello sperato, ma la resistenza, in una forma o nell’altra, è stata continua negli ultimi 60 anni. Solo che ai media non è consentito riferirne.

F.G. Come giudichi la situazione della Somalia che, dal rovesciamento del despota filoamericano, Siad Barre, nel 1991, si trascina tra aggressioni e conflitti interni. Si accusa l’Eritrea di sostenere la guerriglia delle forze islamiche contro il governo installato dall’Occidente.

E.A. Purtroppo la Somalia è un esempio classico di interventismo. Dopo la caduta di Siad Barre, alla Somalia non è mai stato consentito di ricostituirsi in Stato sovrano. Si sono promossi conflitti interni e interventi stranieri, il più recente dei quali è stata l’ennesima invasione dell’Etiopia, Stato cliente degli Usa. Si tratta di un caso da manuale. Durante l’ultimo quarto di secolo alla Somalia non è stato consentito, da parte delle potenze imperialiste e dei loro surrogati nella regione, di vivere in pace. L’accusa mossa all’Eritrea è totalmente priva di fondamento. Serve a coprire gli interventi coloniali e di destabilizzazione di ben altre potenze.

F.G. Come influisce sull’Eritrea questa drammatica situazione nel Corno?

E.A. La più grande minaccia per l’Eritrea è lo Stato vassallo dell’Etiopia che viene pressato dalle potenze imperialiste a condurre una costante guerre, strisciante o aperta, contro l’Eritrea. Si usano vari pretesti. La guerra del 1998-2000 viene presentata come un conflitto sui confini, ma trascende questo nodo. I confini non possono essere pretesti per grandi guerre. L’Eritrea viene costantemente presentata come fattore di disturbo, di destabilizzazione, il che capovolge i ruoli di vittima e di aggressore. Bisogna chiedersi perché viene vittimizzata dalle grandi potenze. La risposta è perché insiste sul suo cammino politico indipendente, di autodeterminazione anche economica  che focalizza tutte la proprie risorse su uno sviluppo autonomo e non accetta i diktat dell’ortodossia liberista provenienti dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale, dall’Organizzazione Mondiale del Commercio e da altre grandi istituzioni che lavorano per l’egemonia dell’Occidente.

Considera anche che il governo di questa nazione non ruba. I dirigenti vivono una vita normale, quella dei cittadini qualsiasi. Non vedrai mai un nostro dirigente accompagnato da guardie del corpo, come succede da voi. Nessuna classe dirigente in nessuna altra nazione dell’Africa vive a questo modo. Vai dai vicini: il Primo Ministro dell’Etiopia, da poco deceduto, ha lasciato alla sua famiglia circa 8 miliardi di dollari.

Corrompere le classi dirigenti, renderle ricattabili, dipendenti, è altrettanto pericoloso dei complotti di destabilizzazione e degli interventi militari per procura. La corruzione è uno degli strumenti utilizzati dalle potenze straniere per ridurre le nazioni in schiavitù. Leader corrotti sono facili da manipolare e come regola essi fanno davvero poco per la propria gente ma tutto per la propria famiglia, le proprie clientele e per l’Impero.Le grandi potenze non vogliono che l’esempio eritreo venga replicato in Africa. Lo ripeto, l’Africa ha vaste risorse naturali. Le grandi potenze vogliono provare ad appropriarsi di queste risorse. Cosa accadrebbe se altre nazioni in Africa provassero a seguire l’esempio eritreo? Ai colonialisti di certo non converrebbe”.

F.G. Come vedi il futuro immediato e a medio termine, tenendo conto che l’Etiopia continua ad occupare territori eritrei e a minacciare nuove aggressioni, l’ultima condotta nel giugno di quest’anno?

E.A. Per oltre 25 anni l’Eritrea è riuscita a mantenere la propria indipendenza e sovranità contro soverchianti forze ostili. Già questo è un successo e una fonte di ottimismo. A dispetto di tutta questa ostilità, l’Eritrea ha rifiutato di essere dirottata, di farsi ostaggio e ha fortemente investito in significativi progressi economici e sociali, ha continuato a investire in programmi sociali decisivi, istruzione, sanità, servizi di base, infrastrutture. Ma quella schiacciante ostilità, le sanzioni, la demonizzazione che ci vengono inflitte, comportano vincoli e sfide che dobbiamo continuamente sforzarci a superare. E’ chiaro che sono intese a bloccare il nostro progresso.

F.G. Dopo la caduta della Libia di Gheddafi voi siete, insieme a pochissimi paesi africani, lo Zimbabwe, l’Algeria, forse l’Egitto, un paese, una delle  nazioni che insistono sul proprio cammino, che non si sono fatte sottomettere e non sono ancora state distrutte dalle grandi potenze, come è capitato alla Libia, alla Somalia, ai paesi del Sahel. Che cosa ti suggerisce questo?

E.A. Le grandi potenze imperialiste vogliono imporci l’isolamento. Ma non ci sono riuscite, nonostante grandi manovre politiche e propagandistiche, tipo le calunnie, le menzogne. L’Eritrea ha rotto questo isolamento e ha ora significativi rapporti di cooperazione con vari paesi che hanno apprezzato le scelte del paese e hanno compreso i benefici reciproci che se ne possono trarre. In Africa, è vero, sono pochi i paesi realmente indipendenti. Ma i popoli in Africa stanno iniziando a risvegliarsi. Dopo un trentennio di vicoli ciechi, di neocolonialismo rampante, dopo quanto è stato fatto alla Libia e alla Somalia, i popoli si pongono domande e, tra le altre cose, guardano al modello eritreo.

F.G. Un modello, un’ispirazione, come lo è stata un tempo, che so, il Vietnam?

Perché non dovremmo poter contribuire indicando una via alternativa? L’Eritrea è una nazione relativamente piccola, con risorse limitate, ma sta andando bene in termini di autosufficienza e progresso. La nostra parola d’ordine è resilienza, che significa tante cose: resistenza, autosufficienza, fiducia in se stessi, tenuta nelle difficoltà. Sono qualità che, se si diffondono, credo possano darci speranza per il futuro del continente africano. Sono convinto che questo tipo di rete tra popoli e movimenti alla fine dei conti risulterà decisivo. In fondo, quel che conta quando si parla di democrazia, è la partecipazione popolare. Non la democrazia che viene imposta dall’Occidente, ma una democrazia vera, genuina, partecipatoria. Questa si deve espandere e realizzare.

F.G. Pensi che per raggiungere questi risultati serva un sistema pluripartitico, come lo particano e lo vogliono diffondere in Occidente?

E.A. No, no, per niente. Non credo che il multipartitismo che l’Occidente vorrebbe imporre ai paesi africani sia la soluzione. Anzi, sarebbe la fine. Tocca ai popoli africani decidere che tipo di cammino democratico funzioni per loro, un modello fondato sui propri bisogni, vincoli, carenze, storia. Comunque prerequisito fondamentale per una democrazia autentica resta il processo della partecipazione popolare. E su questo punto gli esiti di molti movimenti di liberazione nazionale non sono stati soddisfacenti. Molti di questi movimenti, una volta arrivati al potere, si sono impadroniti dello Stato e si sono dimenticati dei cittadini.

F.G. Che cosa ti rende particolarmente orgoglioso di essere eritreo?

E.A. Orgoglioso? Che nonostante tutte le difficoltà incontrate non abbiamo ceduto. Non siamo diventati un altro Stato cliente postcoloniale. Siamo riusciti a mantenere la nostra indipendenza e sovranità. Questo mi rende estremamente orgoglioso. Poi, essendo la liberazione nazionale un’operazione anche culturale, come Amilcar Cabral ha sottolineato tanto tempo fa, ora abbiamo una buona base per liberare noi stessi, liberare la nostra mente per riconquistare il nostro retaggio di civiltà che era stato soppresso: le opere d’arte, la letteratura orale e scritta, le tradizioni. Il fatto che siamo riusciti a emancipare il nostro popolo dall’oppressione dei tempi coloniali. E’ una buona base su cui costruire una nuova Eritrea, un’Eritrea libera, che ha fiducia in se stessa, in pace con se stessa e col mondo.

F.G. Mi potresti nominare qualche personaggio che ha lasciato una traccia importante nella tua vita?

E.A. A citarli tutti verrebbe fuori un bel mosaico: Franz Fanon, Amilcar Cabral, Thomas Sankara, Patrice Lumumba, Hugo Chavez, Che Guevara, Fidel Castro, Evo Morales…. Un bel po’ di gente, come vedi, di cui la Terra ci è stata prodiga. E nel tuo paese un’altra grande personalità che ammiro è Antonio Gramsci. Spero di essere in grado, un giorno, di tradurre estratti dei suoi Quaderni dal Carcere  e vedere come il suo concetto di egemonia possa essere espresso nella nostra lingua e adattato alla nostra vita.

Pubblicato da Fulvio Grimaldi alle ore 20:21

Siria. Accordo Russia-Turchia sul cessate il fuoco ma Obama arma nuovo gruppo ribelle

Russia e Turchia hanno raggiunto un accordo per il cessate il fuoco in Siria. Lo annuncia l’agenzia ufficiale di Ankara, Anadolu. L’intesa, viene precisato, verrà ora sottoposta all’approvazione di Damasco e dei gruppi dell’opposizione siriana. I capi della diplomazia dei due Paesi hanno sottolineato la necessità di concordare al più presto sui “parametri pratici per porre fine alle azioni di combattimento”.
 
I capi della diplomazia russa e turca, Serghei Lavrov e Mevlut Cavusoglu, hanno sottolineato la necessità di concordare al più presto sul come “separare l’opposizione moderata dai gruppi terroristici e preparare l’incontro ad Astana su invito della leadership del Kazakistan per il lancio del soluzione politica in linea con la risoluzione del Consiglio di sicurezza 2254” si legge in una nota ufficiale.
Intanto i gruppi militari del dissolto Esercito della nuova Siria hanno annunciato la formazione di una forza militare per combattere lo Stato Islamico (Is) nel deserto siriano sotto il nome di “Maghawir Thawra “. Fonti militari hanno riferito al sito web informativo “al Dorar”, legato all’opposizione siriana, che la fazione è composta da piccoli gruppi armati che facevano parte dell’Esercito della nuova Siria. La nuova unità militare è sostenuta dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti e sarà attiva nella zona del deserto, in particolare a Palmira e a Homs.
Il governo di Damasco e la Russia temono che questi nuovi gruppi, finanziati dagli Stati Uniti con il pretesto di combattere l’ISIS, non siano altro che milizie armate create in funzione anti-Assad per protrarre a lungo la guerra in Siria. Per questa ragione, la portavoce il Ministero degli affari esteri della Federazione russa, Maria Zajarova, attraverso un comunicato pubblicato sul sito web del ministero, ha affermato che Washington, al posto di affrontare gli estremisti di ogni genere, “è impegnata nella fornitura di aiuti militari ai gruppi armati anti-governativi che molto poco si differenziano dai terroristi”.
L’esponente russa ha criticato la nuova legge sulla spesa militare che il presidente uscente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato il 23 dicembre scorso, che prevede la possibilità di fornire armi, compresi i sistemi anti-aerei portatili, ai cosiddetti “ribelli” in Siria.
28 dicembre 2016

Nicoletta non è più agli arresti domiciliari, Spataro stai sereno!

http://www.notav.info/post/nicoletta-non-e-piu-agli-arresti-domiciliari-spataro-stai-sereno/

 notav.info

post — 30 dicembre 2016 at 14:01

Con il provvedimento della Cassazione, reso operativo da oggi, Nicoletta non è più agli arresti domiciliari. Con tutto ladoperarsi del procuratore Spataro, che voleva libera Nicoletta, per sminuire la sua resistenza individuale e collettiva, sono venuti alla luce inquietanti giochi di potere sulla pelle di tutti noi.

Nicoletta da oggi non è più sottoposta agli arresti domiciliari, dai quali è sempre evasa, con la sentenza della Cassazione alla quale si erano rivolti gli avvocati notav.

Spataro stai sereno, alla fine ci pensa la lotta: del movimento e degli avvocati notav!

Ci pare sia giunto il momento, anche alla luce delle ormai frequenti esternazioni della Procura, ed in particolare del suo Capo Spataro, di cercare di ricapitolare la complicata vicenda giudiziaria di Nicoletta, caratterizzata dai maldestri e goffi tentativi dello stesso Spataro di porre grossolane pezze ad una situazione creata dai suoi sottoposti e che sta evidentemente generando non pochi imbarazzi e conflitti tra gli stessi magistrati. E’ una storia che dovrebbe interessare tutti.

Partiamo da una necessaria cronistoria:

  • All’alba del 21.6.2016 la Digos notifica ad un nutrito gruppo di militanti Notav un ordinanza applicativa di misure cautelari richieste dai pp.mm. Rinaudo e Gianoglio nei confronti di 21 persone ed emessa dal G.I.P. Ferracane nei confronti di 17 persone. 8 Notav finiscono quindi agli arresti domiciliari con divieto di comunicare con soggetti non coabitanti ed ad altre 9 persone viene imposto l’obbligo quotidiano di firma. I fatti per i quali procede la magistratura torinese sono quelli relativi alla manifestazione del 28.6.2015 quando, dopo che Questura e Prefettura ha limitato provocatoriamente il percorso del corteo allontanandolo di alcuni km dall’area del cantiere Tav, si verificano alcuni tafferugli con esplosione di artifici pirotecnici ed abbattimento di due betafence.

Il provvedimento giudiziario appare subito l’ennesimo atto vessatorio: segue all’applicazione di innumerevoli precedenti misure cautelari con il chiaro intento di indebolire il Movimento, di piegarne le ragioni alla forza della repressione e di dividerlo tra violenti e non. Le misure vengono applicate, come d’altronde quasi sempre anche precedentemente, nei confronti di soggetti incensurati; colpisce diversi ultrasettantenni; si caratterizza per il consueto sovradimensionamento dei fatti addebitati e, soprattutto, viene applicato a distanza di un anno dai fatti contestati, quando, come insegna la Cassazione e persino la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, più passa tempo dalla commissione dei supposti reati, meno senso ha applicare le misure cautelari, che già di loro dovrebbero costituire una “extrema ratio” da applicarsi esclusivamente in presenza di gravi ed impellenti ragioni.

Tutti i destinatari delle misure cautelari vengono considerati ugualmente responsabili, al di là delle rispettive e singole posizioni o condotte, di tutti gli episodi che si verificano quel giorno e tutti, egualmente, vengono additati come portatori di “elevata pericolosità”.

Subito dopo l’applicazione delle misure cautelari fa il giro dei media la vergognosa fotografia di Marisa che si reca a firmare dai Carabinieri di Susa. L’immagine di una donna canuta, che riesce a camminare solo grazie all’ausilio di un bastone induce il G.I.P. ad una immediata revoca della misura cautelare, che rimane però inalterata per gli altri due indagati a cui vengono contestate le medesime condotte.

  • La sera stessa del 21.6.2016, durante un’assemblea, alcuni dei destinatari delle misure cautelari, denunciando l’abuso di tali limitazioni, annunciano che non avrebbero rispettato le prescrizioni imposte. Nicoletta non si reca a firmare.
  • Il 3.7.2016 Luca e Giuliano vengono arrestati per evasione, essendosi sottratti agli arresti domiciliari.
  • L’8.7.2016 il Tribunale della Libertà riconosce, anche se solo in parte, l’eccessività delle misure e delle prescrizioni imposte, così revocando, per chi rimane agli arresti domiciliari, il divieto di comunicazione con soggetti non conviventi.
  • Il 18.7.2016 Luca e Giuliano vengono condannati per evasione; trascorrono due mesi in carcere ed il 2.9.2016 tornano agli arresti domiciliari, dove ancora si trovano.
  • Nicoletta il 26.7.2016 si vede notificare un’ordinanza di aggravamento della misura cautelare: poiché non era mai andata a firmare, poiché, come suggerito dalla Procura, denota “una personalità estremamente negativa”, poiché si dimostra “intollerante alle regole e totalmente priva del minimo spirito collaborativo” ed attesa la “persistenza dei gravi indizi di colpevolezza e delle esigenze cautelari”, le viene dunque imposto l’obbligo di dimora nel comune di Bussoleno con la prescrizione di non uscire di casa dalle ore 18,00 alle ore 8,00. Nicoletta persevera nel non rispettare neppure quest’ultima misura.
  • Il 2.9.2016 il G.I.P., su richiesta della Procura, aggrava ulteriormente la misura cautelare, applicando gli arresti domiciliari. Nicoletta non rispetta neppure questa ultima misura, partecipando, per contro, ad innumerevoli incontri pubblici in tutta Italia, denunciando l’attività repressiva dell’Autorità Giudiziaria torinese che, mentre indaga migliaia di attivisti Notav, immancabilmente archivia gli innumerevoli procedimenti penali aperti per le denunce sporte da manifestanti vilmente aggrediti, picchiati e molestati dalle forze dell’ordine.
  • Il 3.11.2016 Nicoletta viene arrestata all’ingresso del Palagiustizia di Torino, dove si reca per portare solidarietà ai 47 imputati in appello per lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena del 27.6.2011 e la seguente manifestazione nazionale del 3.7 dello stesso anno.
  • Giudicata per direttissima per il reato di evasione, la Procura chiede subito che, in attesa della sentenza, il Tribunale applichi un’ulteriore misura cautelare degli arresti domiciliari. Il Tribunale respinge tale richiesta e, mentre i suoi difensori ne chiedono il proscioglimento poiché la condotta non è finalizzata a sottrarsi alle autorità preposte ai controlli, ma a denunciare pubblicamente gli abusi e le storture di un sistema giudiziario tutto volto a reprimere le manifestazioni di dissenso, la Procura il 23.11.2016 ne chiede la condanna ad 8 mesi di reclusione ed il Tribunale rinvia per la sentenza al 14.12.2016.
  • Intanto, il 28.11.2016, i Sostituti Procuratori Gianoglio e Rinaudo, unitamente al Procuratore Capo Spataro chiedono al G.I.P. la revoca della misura cautelare via via aggravata e relativa ai fatti del 28.6.2015. La lunga e dettagliata istanza, dopo aver percorso le svariate tappe delle violazioni di Nicoletta, nega la sussistenza di qualsivoglia esigenza cautelare, aggiungendo che le condotte dell’evasa “non sono finalizzate a sottrarsi alla giustizia, ma a “sfidarla”….”, tanto che “per tali ragioni si deve anzi parlare di assoluta “innocuità” e – per certi versi – di non tipicità delle descritte condotte della DOSIO”. Infine – dopo una lunga disquisizione sugli effetti mediatici della disobbedienza di Nicoletta che Spataro ritiene però ininfluenti ai fini della richiesta -, escludendo di poter chiedere un aggravamento degli arresti domiciliari, con consequenziale ingresso in carcere, chiede la revoca della misura e la libertà di Nicoletta.
  • Il G.I.P. rigetta immediatamente la richiesta, suggerendo, implicitamente, la necessità, o almeno l’opportunità, di una richiesta della Procura di aggravamento della misura, e dunque, di ingresso in carcere.
  • Il 7.12.2016 il Procuratore Capo Spataro deposita invece personalmente al Tribunale della Libertà un appello con cui insiste nella richiesta di revoca della misura cautelare, ribadendo le ragioni già poste a base della richiesta al G.I.P. ed insistendo sulla ritenuta inoffensività dell’evasione. Pur rimarcandone l’irrilevanza, il Procuratore si dilunga ancora sugli effetti mediatici della condotta di Nicoletta: “appare allora evidente che proprio per porre fine a questa situazione ed impedire che la posizione e la condotta della Dosio, in quanto sottoposta a misura cautelare non ottemperata, diventino a loro volta strumento di propaganda di attività di quella parte del movimento che le pratica ed a cui ella appartiene e, addirittura, di proselitismo, la soluzione più coerente è quella di richiedere la revoca degli arresti domiciliari”.
  • Il 14.12.2016 il Tribunale condanna Nicoletta ad 8 mesi di reclusione senza la condizionale per l’evasione, evidentemente escludendo che la sua condotta, come sostenuto dalla Procura con la richiesta di revoca degli arresti domiciliari, sia effettivamente innocua ed inoffensiva.

E qui ci sta subito un commento: l’Ufficio della Procura della Repubblica è un Ufficio unico che agisce per il mezzo dei suoi vari P.M., tutti coordinati ed organizzati dal loro capo, il Procuratore Capo. Ed allora come è possibile che la medesima Procura da un lato chiede la condanna di Nicoletta per evasione e dall’altro chiede la revoca della misura a cui è seguita quella evasione perché ritiene che in fin dei conti non si tratta di una vera e propria evasione, dal momento che Nicoletta non si è di fatto sottratta ai controlli facendo sempre sapere pubblicamente (siti e fb) dove andava e cosa faceva? Ma soprattutto: com’è che Nicoletta il 21.6.2016 viene sottoposta a misura cautelare perché pericolosa e quando invece la sua evasione diventa difficilmente gestibile dalla Procura, quella pericolosità di colpo non è mai esistita e per questo Spataro chiede la revoca della misura cautelare?

Ed ancora: com’è che Nicoletta è l’unica dei vari raggiunti da misura cautelare per cui non esiste più, o – a leggere le varie istanze di revoca degli arresti domiciliari – addirittura non è mai esistito il pericolo di commissione di altri reati? Per quale ragione invece tutti gli altri suoi coindagati, magari avendo pure rispettato le misure e le restrizioni imposte, continuano ad essere così pericolosi?

Ma proseguiamo nella narrazione e vediamo poi che conclusioni trarre.

  • Il 21.12.2016 il Tribunale della Libertà rigetta l’appello del dott. Spataro e conferma gli arresti domiciliari per Nicoletta.
  • Lo stesso giorno il Tribunale di Torino recapita, a mezzo Digos, una nuova misura cautelare a 5 militanti in relazione alle proteste per i sondaggi relativi al progetto dell’elettrodotto Grand Ile-Piossasco. Il P.M. Padalino aveva chiesto l’applicazione di arresti domiciliari ed obbligo di firma per 23 attivisti; il G.I.P. concede la misura solo per 5, tra cui Nicoletta, raggiunta dal divieto di dimora nel Comune di Susa. L’ordinanza applicativa della nuova misura viene però notificata soltanto a 4 degli indagati, Nicoletta non la riceve. Perché? Perché il Procuratore Capo, evidentemente appena venuto a conoscenza della notizia (ma tra di loro non si parlano?) chiede immediatamente al G.I.P. la revoca della misura, solo per Nicoletta, ritenendo che, poiché la richiesta della Procura era stata formulata ben sei mesi prima rispetto alla decisione del G.I.P., nel frattempo il decorso del tempo ed il fatto che intanto Nicoletta non avesse commesso altri reati, ha fatto venir meno le esigenze cautelari (che in tutti i nostri casi è sempre e solamente quella del pericolo di reiterazione del reato): in sostanza il pericolo che Nicoletta commettesse altri reati, proprio in ragione di tali ultime due circostanze, non poteva più dirsi né attuale né concreto (presupposti indefettibili per l’applicazione di qualsivoglia misura cautelare). Il G.I.P. ancora una volta non è d’accordo con il Procuratore Capo e respinge la richiesta. Ma c’è di più: il P.M. titolare del fascicolo, il dott. Padalino chiede a Spataro di essere esonerato dalla gestione del fascicolo disapprovando la richiesta di revoca della misura. Spataro gli ricorda allora che i suoi poteri gli consentono scelte autonome ed anche non condivise, che decide lui chi deve gestire i fascicoli e respinge la sua richiesta. Il fascicolo resta dunque al P.M. Padalino.

Queste però sono beghe interne risibili, quello che indigna in quest’ultima vicenda, così come nella precedente, è che se le esigenze cautelari (pericolo di commissione di nuovi reati) poste a fondamento della richiesta della misura cautelare per Nicoletta fossero cessate perché negli ultimi sei mesi non avrebbe più commesso reati (cosa peraltro non vera anche solo alla luce della condanna per evasione), ma allora perché per gli altri 4 attivisti non è stata formulata analoga richiesta? Forse che hanno commesso altri reati negli ultimi sei mesi? Non ci risulta.

  • Il 28.12.2016 la Cassazione, previa ricorso dei difensori di Nicoletta e Fulvio, annulla l’originaria ordinanza applicativa delle misure cautelari per i fatti del 28.6.2016 ed il 30.12.2016 Nicoletta e Fulvio tornano liberi, venendo annullati anche tutti i successivi aggravamenti.

Le mal riuscite acrobazie della Procura e del suo Capo, con tutti i suoi strascichi mediatici e d’immagine, subiscono l’ennesimo schiaffo da opera della Cassazione.

Questo dunque quanto successo a Nicoletta e, sia pure diversamente, ai suoi numerosi coindagati. La situazione è evidentemente ancora in divenire e ne seguiremo gli sviluppi. E’ necessaria però ancora qualche ulteriore considerazione.

Come la Storia (e non solo quella del Movimento Notav) insegna, all’Autorità Giudiziaria è stata delegata l’attività di repressione del dissenso in assenza di una politica capace di rispondere nel merito alla contestazione di scelte economiche, politiche e sociali devastanti adottate da chi pretende di agire in nostro conto secondo dinamiche di rappresentanza che di democratico non hanno più nulla.

L’Autorità Giudiziaria non è mai stata capace di sottrarsi a tale inappropriata delega, trincerandosi dietro il sempre verde “noi interveniamo a fronte della commissione di reati”. Tale locuzione in realtà dimostra tutta la sua fragilità e la sua mendacità se solo si vogliono ricordare tutti quei provvedimenti dalle motivazioni imbarazzanti e vergognose che hanno chiuso i procedimenti a carico di appartenenti alle ff.oo. e che hanno palesato la chiara volontà di non perseguire chi si è macchiato di violenze odiose nei confronti di donne e uomini di qualsiasi età che si opponevano al Tav come ad altre scelte delinquenziali e criminogene. Certo, quando la Procura ha la possibilità, a differenza nostra, di scrivere su La Stampa, su La Repubblica o sul Fatto Quotidiano millantando una attività giudiziaria equa e misurata e mascherandosi dietro un operato corretto, una parte dell’opinione pubblica, magari quella più disattenta e superficiale ma ancora maggioritaria, potrà ancora nutrire quella fiducia invocata da Saluzzo (Procuratore Generale), Spataro (Procuratore della Repubblica) e Perduca (Procuratore Aggiunto) con la lettera a La Stampa del 14.7.2016. Ma chi, a qualunque titolo, frequenta le aule di giustizia sa e sperimenta sulla sua pelle gli esiti di una politica giudiziaria che risponde perfettamente a quella delega politica che abbiamo detto sopra e che non ha interesse a colpire chi dietro il Tav guadagna e specula a dispetto della volontà e della salute popolari e della tutela del territorio. E non ha nessun interesse a perseguire chi esercita violenza sui manifestanti, perché quegli agenti costituiscono il loro indispensabile braccio armato. La fiducia nella giustizia continuate dunque a chiederla a chi scientemente viene mantenuto all’oscuro di queste dinamiche; noi quella fiducia, purtroppo, l’abbiamo persa da tempo.

E d’altronde: come si può avere fiducia nella giustizia quando il più alto rappresentante della Procura torinese, pur di mettere a tacere le ragioni di Nicoletta, si perita di chiedere la revoca di misure cautelari negandone la fondatezza poco prima sostenuta per mezzo dei suoi sottoposti? Come si può avere fiducia nella giustizia quando i suoi rappresentanti, pur di togliersi di mezzo una settantenne che sta portando alla luce tutte le contraddizioni e le ingiustizie che quotidianamente vengono perpetrate nelle aule del palazzo di giustizia, si presta a piegare il diritto e le norme a discapito di coloro che, pur potendo beneficiare delle medesime attenzioni e ragioni, vengono invece ignorati e lasciati a gestire quelle stesse misure cautelari che solo per Nicoletta vengono ritenute ormai superate? Più concretamente: perché l’evasione di Nicoletta può comportare la richiesta di revoca degli arresti domiciliari e non ottiene lo stesso risultato chi invece ottempera alle prescrizioni imposte? Perché dopo sei mesi le esigenze cautelari, poste alla base dell’ultima misura cautelare imposta a 5 militanti per un sit-in, per Nicoletta sono superate e per gli altri no, quando si trovano tutti nelle medesime condizioni?

Perchè non fare invece i conti con il problema di fondo: la politica giudiziaria di aperti intenti repressivi nei confronti del Movimento Notav sta facendo acqua da tutte le parti. Quando si indagano migliaia di persone per fatti bagatellari se non inesistenti (vedi le ultime assoluzioni) mettendo in campo un apparato investigativo mastodontico e sproporzionato, quando non anche discutibile nei suoi aspetti più tecnici; quando si elargiscono a piene mani misure cautelari a soggetti incensurati anche ultrasettantenni (e il caso di Nicoletta non è l’unico) per fatti di oggettiva modestia; quando si costruiscono teoremi accusatori fantasiosi; quando si persevera, al limite del ridicolo, nel sostenere accuse di terrorismo ripetutamente smentite dalla Cassazione; quando ci si spinge a contestare reati d’opinione che ogni società civile ormai ripugna; quando si accusa di atti persecutori per poter sequestrare ed intercettare impunemente sulla scorta di evidenti vaneggiamenti, come tali poi riconosciuti dal Tribunale; quando nelle aule di giustizia si paragona il Movimento Notav alle FARC con intenti chiaramente allarmistici e denigratori; quando si sostiene la divisione del Movimento tra violenti e non violenti al di là di ogni evidenza e senza considerare il costante e pieno appoggio di tutto il Movimento a tutti i suoi indagati ed i suoi incarcerati; quando insomma si fanno carte false per distruggere, per conto terzi, un movimento popolare, senza neppure fare lo sforzo di capirlo e conoscerlo…..beh, quando tutto questo viene fatto prima o poi i nodi vengono al pettine ed, in ogni caso, il Movimento ha già vinto, forte delle sue ragioni e della debolezza di una siffatta magistratura.

E allora, cari Procuratori, vecchi e nuovi, continuate pure a scrivere sui servili quotidiani nazionali, continuate, se vi fa stare meglio, a propagandare le vostre ragioni….provate però a farlo con una maggiore onestà e limpidità e ricordate che noi non smetteremo, sia pure con i nostri più modesti ed onesti mezzi, a smentirvi laddove continuerete a smerciare per equità quella che è invece un’applicazione distorta della legge che contraddice quanto ci costringete a leggere dietro ai vostri scranni: la legge è uguale per tutti. Ci rivediamo in Tribunale nel 2017!