In Francia ci si prepara a decretare lo Stato d’assedio ed a sospendere i diritti civili dei cittadini

ma quanto è bella la democrazia del kompagno Hollande
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Puntando il dito sull’ultra destra francese, il capo dei servizi segreti di Francia, Patrick Calvar, ha avvertito sul rischio di una “guerra civile” nel Paese. Un’espressione che non era mai stata utilizzata fino ad oggi, riferisce l’Express, ma che il direttore del Dgsi ha ripetuto davanti alla Commissione d’inchiesta parlamentare sugli attentati del 13 novembre a Parigi.
 
“Siamo sull’orlo di una guerra civile”, ha precisato, confermando di fatto un’idea già espressa il 10 maggio scorso, quando aveva evocato forti rischi di “uno scontro” tra differenti movimenti estremisti in Francia. Il Paese è in uno stato di massima allerta per gli Europei di calcio, possibile obiettivo di attacchi jihadisti, dopo i sanguinosi attentati del 2015. Le forze di sicurezza, dispiegate in massa su tutto il territorio nazionale, sono impegnate anche nel difficile contrasto al tifo violento degli hooligans. A Marsiglia, dove ci sono stati gli scontri più sanguinosi tra opposte tifoserie, le forze dell’ordine si sono trovate di fronte ad alleanze inattese, con gli hooligans russi affiancati da ultras parigini e locali contro i supporter inglesi e polacchi.
A preoccupare, inoltre, sono anche le manifestazioni di protesta di queste settimane contro il progetto di riforma del lavoro. Ricordando le “violenze assolutamente inaccettabili” avvenute nel corso di molte delle manifestazioni precedenti, ieri – alla vigilia della nuova giornata di mobilitazione – il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve ha avvertito che non saranno tollerati altri episodi di violenza. “L’estremismo è in crescita in tutto il mondo e noi, i servizi interni, stiamo cercando di spostare le risorse per interessarci dell’ultra-destra in attesa di uno scontro”, ha spiegato Calvar. Con una previsione allarmistica. “Penso che (lo scontro) avrà luogo. Ancora uno o due attentati e accadrà. Spetta a noi anticiparlo e bloccare tutti quei gruppi che, in un momento o in un altro, innescano scontri tra comunità”, ha insistito.
 
D’altra parte, una fonte citata dall’Express ha confermato i rischi legati a possibili azioni dei gruppi di estrema destra. “Con l’aumento del rischio islamista, negli ultimi anni, abbiamo concentrato la nostra attenzione sui jihadisti. Dell’ultra-destra ci siamo interessati di meno”, ha commentato.
 
Fonte: Aska News
 
Nota: Sembra strano ma, nel momento in cui il governo Hollande Valls ha perso qualsiasi parvenza di consenso popolare (secondo tutti i sondaggi) crescendo l’opposizione e le proteste di piazza alle politiche neoliberiste del governo Hollande-Valls, si prospetta una possibile “strategia della tensione” in salsa francese che apporterebbe ad un drastico giro di vite da parte del Governo per soffocare le proteste.
Ci possiamo scommettere che, secondo un un copione già visto, ci saranno presto nuovi episodi di attacchi terroristici sul territorio francese che faranno da pretesto per decretare uno stato d’assedio con sospensione dei diritti, accompagnati da una martellante campagna mediatica per convincere la gente a stringersi intorno alle istituzioni per la difesa dell’”ordine democratico”.
Un clima adatto per sospendere eventuali richieste di referendum sull’adesione alla UE da parte del Front National di Marine Le Pen, cresciuta enormemente nei consensi ed indicata come il “pericolo di una deriva populista”.
 
L. Lago

Misure cautelari ai notav: tra conferme e revoche

post — 1 luglio 2016 at 19:08

DSC8076-copiaStanno giungendo le notifiche riguardo le istanze presentate durante gli interrogatori di garanzia di martedì scorso per i notav colpiti dalle misure cautelari e si suddividono in conferme, revoche e parziali alleviamenti.

Per ora sappiamo che a Marisa sono state tolte le firme, Silvano rimane ai domiciliari ma non ha più il divieto di comunicare e potrà disporre di permessi per recarsi al lavoro.

Per Fulvio e Luca sono confermati i domiciliari e per Ernesto rimangono le firme.

Giuliano, Nicoletta, Eddi e Gianluca non essendo andati all’ interrogatorio non hanno nessuna istanza dal Gip, e la prossima settimana ci sarà il riesame.
Seguiranno aggiornamenti

La Brexit segna la fine dell’era della globalizzazione

27 giugno 2016
 
Per decenni, i leader finanziari e politici hanno predicato l’inevitabilità della globalizzazione, promettendo alle nazioni che sacrificando parte della propria sovranità e facendo cadere le barriere nazionali avrebbero beneficiato di ricompense ben maggiori attraverso l’integrazione economica e la cooperazione.
 
E questo si è rivelato essere in gran parte vero.
 
Ma il voto a sorpresa della Gran Bretagna che lascia l’Unione europea segna una nuova era dopo quella della globalizzazione post seconda guerra mondiale.
Il voto è stato forse, fino ad oggi, il più grande referendum pubblico sulla globalizzazione.
 
Ora la Gran Bretagna e le altre democrazie occidentali potrebbero trovarsi di fronte a crescenti pressioni per mettere un freno all’apertura commerciale e alle politiche sull’immigrazione che sono stati i tratti distintivi della crescita mondiale.
L’era della globalizzazione è sicuramente finita“, ha dichiarato Fredrik Erixon, direttore del Centro europeo per la Politica Economica Internazionale, un think tank indipendente, con sede a Bruxelles.
 
Pochi stanno prevedendo uno scenario in cui le principali frontiere sono chiuse e il protezionismo governa la quotidianità. Tuttavia i sentimenti sottolineati dalla ribellione del popolo britannico sono ampiamente condivisi da molta altra gente nell’UE e negli Stati Uniti. I politici e gli investitori sono particolarmente preoccupati che la mossa della Gran Bretagna farà da catalizzatore per altri movimenti secessionisti nell’UE, che potrebbero modificare sostanzialmente la struttura politica ed economica che è in vigore da decenni.
 
“Con un colpo solo, l’ordine del mondo è stato capovolto in una notte, e dove il caos si ferma nessuno lo sa”, ha detto Chris Rupkey, capo economista finanziario per Mitsubishi UFG Financial Group.
 
La reazione nasce dalla crescente consapevolezza che i maggiori vincitori della globalizzazione sono stati le multinazionali, le famiglie benestanti, operai specializzati e istruiti e quelli con un facile accesso al capitale. Le famiglie più anziane della classe operaia in molte nazioni occidentali hanno invece fatto i conti con salari stagnanti, la perdita del posto di lavoro e un debito sconcertante. La disuguaglianza del reddito è peggiorata in molti degli stessi paesi che hanno abbracciato la globalizzazione.
 
Allo stesso tempo, le forze che una volta hanno azionato la globalizzazione – tecnologie avanzate, riduzione delle barriere e l’ascesa della Cina e di altre economie in via di sviluppo – sono diminuite.  Il commercio mondiale e la crescita economica sono anche rallentate negli ultimi anni.
 
Con il cosiddetto voto Brexit, l’Unione Europea, a sua volta probabilmente l’esperimento più ambizioso di globalizzazione dopo la seconda guerra mondiale, appare a rischio disfacimento.
 
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“Nel dopoguerra, con l’ombra delle guerre mondiali e dell’URSS che non è più l’Europa, i paesi sono sempre più pronti a tornare al nazionalismo“, ha detto un diplomatico europeo ai giornalisti a Washington, parlando in forma anonima.
Negli Stati Uniti, la marea antiglobalizzazione ha portato all’opposizione pubblica a offerte commerciali radicali, come ad esempio l’accordo di libero scambio nordamericano e la proposta del patto commerciale delle 12 nazioni conosciuto come la Trans-Pacific Partnership.
 
Al centro della campagna “Leave” in Gran Bretagna c’è stato il desiderio di limitare l’immigrazione e recuperare la piena sovranità in Parlamento.
 
“Entrambi questi temi sono incompatibili con un mondo che è sempre più globalizzato”, ha detto Erixon, il direttore del think tank. Egli ha aggiunto che “la dipartita della Gran Bretagna renderà l’Unione europea sempre più ripiegata su se stessa, più difensiva sulla globalizzazione”
L’Unione europea è nata dalle ceneri delle due guerre mondiali che avevano diviso il continente, e il mercato unico e l’unione politica erano cresciuti intorno a 28 membri, leader europei che hanno visto nella maggiore integrazione economica e sociale un modo per competere in un mondo sempre più in orbita attorno agli Stati Uniti e alla Cina, le due più grandi economie.
 
Ma i sentimenti anti-europei si sono acuiti a seguito della incapacità dell’Ue di rispondere in modo efficace alla crisi globale e alla crisi della zona euro, così come sulla gestione della pesante ondata migratoria dall’Europa orientale e, più recentemente, dal Medio Oriente.
C’è di più la ripresa economica ha lasciato fuori grandi segmenti della popolazione in Gran Bretagna e in altri paesi dell’UE. E questi sono diventati sempre più frustrati e l’hanno vista come una mancanza dei governi che non hanno agito in direzione dei loro bisogni.
 
“La parte davvero, davvero sorprendente del referendum Brexit e della ribellione contro la globalizzazione è che è sostenuta da un gruppo di “baby boomers” che hanno beneficiato enormemente delle società aperte”, ha detto Erixon. “Ora si stanno ribellando contro la loro stessa storia economica.”
 
In Europa e negli Stati Uniti, le proteste sono state particolarmente forti da parte dei cittadini più anziani e meno istruiti che hanno risentito della perdita del lavoro o della stagnazione del reddito. La maggior parte dei loro mezzi di sostentamento sono stati tagliati dall’automazione e dalla manodopera straniera a prezzi più bassi- due caratteristiche importanti della globalizzazione – così come le multinazionali e gli individui ricchi sono diventati sempre più ricchi.
“Questo voto [in Gran Bretagna] è stato mobilitato intorno a questioni di nazionalismo definito in termini etnici”, ha detto Robert Shapiro, presidente della società di consulenza Sonecon ed ex consigliere economico del presidente Clinton. “È sorprendente che uno dei paesi più sofisticati sia caduto per questo,” ha detto. “Questo ci dice molto sul fallimento sostanziale dell’UE.”
Il respingimento della globalizzazione pone anche una nuova domanda: Qual è l’alternativa? Finora, c’è molto di più accordo sui problemi che la globalizzazione ha creato rispetto a qualsiasi soluzione o risposta.
 
Il dolore economico diretto e immediato si farà sentire più duramente in Gran Bretagna. L’economia della nazione aveva superato la maggior parte degli altri paesi in Europa occidentale negli ultimi anni, ma nei prossimi mesi potrebbe arrivare la recessione.
Il mondo ha sempre considerato Londra come capitale finanziaria d’Europa, anche per la cultura cosmopolita e per il libero flusso dei lavoratori. Ora tutto questo potrebbe finire e Londra potrebbe diventare vittima della reazione alla globalizzazione.
 
“È chiaro che c’è un sacco di insoddisfazione là fuori”, ha detto Clyde Prestowitz, presidente dell’Istituto sulla strategia economica ed ex negoziatore per il commercio nell’amministrazione Reagan. “Quello che è stato ignorato(dalle elitè politiche ed economiche, ndr)”, ha detto, “è che per gran parte della popolazione, la globalizzazione non è stata una grande cosa.”
 

“Non lasciare mai che una crisi vada sprecata”

– World Affairs – L’Antidiplomatico
 
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Il piano post-Brexit: accelerare per un Superstato europeo
 
Sembra che gli inglesi abbiano schivato più di una pallottola con la loro decisione di lasciare l’UE.
Nei prossimi giorni, i ministri degli Esteri di Francia e Germania dovrebbero rivelare il loro piano post-Brexit:  un piano per  trasformare i paesi del continente in un superstato gigante. La proposta implica la perdita, per i singoli Stati nazionali, del diritto di avere un proprio esercito, un codice penale, un sistema di tassazione o una banca centrale, con tutti questi poteri trasferiti a Bruxelles. Secondo il Daily Express, il rapporto di nove pagine ha “indignato” alcuni leader dell’Unione europea.
I piani per ‘una più stretta dell’Unione europea’ sono un tentativo di creare un ‘superstato europeo’, come riporta il Daily Mail,
 
il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, e il suo omologo francese, Jean-Marc Ayrault ,hanno presentato una proposta di una maggiore integrazione europea basata su tre aree principali – sicurezza interna ed esterna, la crisi dei migranti, e la cooperazione economica.
 
L’Express segnala che il piano ha scatenato la furia e il panico in Polonia, un tradizionale alleato della Gran Bretagna nella lotta contro il federalismo .
L’emittente pubblica polacca riferisce che la proposta è stata presentata ieri a una riunione del gruppo di Visegrad di paesi – composto da Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia – dal ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeierggi.
Estratti del rapporto di nove pagine sono stati pubblicati mentrei leader di Germania, Francia e Italia si sono incontrati a Berlino per colloqui sulla Brexit.
Nel preambolo al testo i due ministri scrivono: .
 
“I nostri Paesi condividono un destino comune e un insieme comune di valori (??) che danno luogo a un’unione sempre più stretta tra i nostri cittadini. Lotteremo per un’unione politica in Europa e inviteremo i prossimi europei a partecipare a questa impresa. “
 
Rispondendo alla proposta, il ministro degli Esteri polacco, Witold Waszczykowski, ha dichiarato: “Questa non è una buona soluzione, naturalmente, perché dal momento in cui l’Unione europea è stata inventata molto è cambiato.
“L’umore nelle società europee è diverso. I nostri elettori non vogliono mettere l’Unione nelle mani dei tecnocrati.
“Perciò, io voglio parlare di questo, se questa è davvero la ricetta giusta in questo momento, nel contesto di una Brexit.”
Ci sono profonde divisioni all’interno dell’UE in questo momento su come procedere con il progetto alla luce del voto sulla Brexit.
Alcuni hanno messo in guardia contro il tentativo di imporre una maggiore integrazione politica, avvertendo che farlo contro la volontà dei popoli europei non farà che alimentare ulteriormente il sentimento euroscettico.
Il ministro ceco Lubomír Zaorálek ha aggiunto che i quattro membri orientali hanno espresso riserve circa la politica di sicurezza comune proposta.
Nel frattempo Lorenzo Condign, l’ex direttore generale del Tesoro, ha detto che è quasi impossibile vedere l’Europa optare per una maggiore integrazione in un momento di sconvolgimento. “Sembra difficile immaginare che il resto dell’UE serri i ranghi e si muova nella direzione di una maggiore integrazione in fretta. Semplicemente, non c’è volontà politica.
“In effetti, il rischio è esattamente il contrario – e cioè che le forze centrifughe prevarranno e renderanno l’integrazione ancora più difficile.”
 
Notizia del: 28/06/2016

”LA UE, UNO STRUMENTO DEI FORTI PER SFRUTTARE I DEBOLI”

STRAORDINARIO ARTICOLO SCRITTO DA BORIS JOHNSON
 
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Pubblichiamo integralmente l’articolo apparso in Gran Bretagna del leader del fronte del #Brexit, #Boris_Johnson. E’ la più lucida e spietata analisi della Ue delle profonde ragioni per abbandonarla al suo infausto destino, mai scritta.
 
“Alla conferenza del partito Tory dell’anno scorso ho attirato l’attenzione su di una statistica preoccupante sul modo in cui sta cambiando la nostra società. È la proporzione tra lo stipendio medio dei top manager del Ftse100 e quello del suo dipendente medio – ribadisco, medio – in azienda. Questa proporzione sembra in fase di esplosione a un ritmo straordinario, inspiegabile e francamente sospetto. Platone diceva che nessuno dovrebbe guadagnare più di cinque volte di chiunque altro.
 
Be’, Platone si sarebbe stupito dalla crescita della disuguaglianza aziendale odierna. Nel 1980 la proporzione era 1 a 25. Nel 1998 era salita a 47. Dopo 10 anni di Tony Blair e Peter Mandelson – e del loro atteggiamento “intensamente rilassato” nei confronti degli “schifosamente ricchi” – i massimi dirigenti delle grandi aziende britanniche guadagnavano 120 volte la retribuzione media dei dipendenti di basso livello.
 
Lo scorso anno la proporzione è arrivata a 130.
 
Quest’anno – stappando una bottiglia di champagne – i pezzi grossi hanno sfondato la barriera magica di 150. Il Ceo medio del Ftse100 si porta a casa 150 volte lo stipendio del suo dipendente medio – e in alcuni casi molto di più. Non usiamo mezzi termini: queste persone guadagnano così tanti più soldi degli altri nella stessa società, che volano su jet privati e costruiscono piscine sotterranee, mentre molti dei loro dipendenti non possono nemmeno permettersi di acquistare alcun tipo di casa.
 
C’è un signore là fuori che guadagna 810 volte la media dei suoi dipendenti.
 
Cosa sta succedendo? È solo avidità, o favori reciproci dei comitati di remunerazione? Non c’è dubbio che ci racconteranno, come sempre, che questi sono “i prezzi di mercato”. Ma ho notato un’altra cosa di questi uomini del Ftse100 (e ho paura che siano quasi sempre uomini): che sono sempre felicissimi di sfilare per Downing Street e dichiarare la loro eterna devozione verso la Ue. Firmano entusiasticamente lettere ai giornali, spiegando come sia fondamentale che restiamo nella Ue. Credono che la Ue faccia bene al loro business.
 
Ma come, esattamente?
 
Il mercato unico è un microcosmo di bassa crescita. E’ cronicamente affetto da un elevato tasso di disoccupazione. I paesi della Ue sono gli ultimi della fila in quanto a crescita tra i paesi dell’Ocse; ed è incredibile che ci siano 27 paesi extracomunitari che hanno goduto di una crescita più veloce delle esportazioni di merci verso la Ue della Gran Bretagna, a partire dall’avvio del mercato unico nel 1992, mentre 20 Paesi hanno fatto meglio di noi nell’esportazione di servizi.
 
Far parte della Ue non è poi così conveniente per le aziende britanniche. Perciò che cosa piace della Ue a questi pezzi grossi? Sostanzialmente due cose. 1. A loro piace l’immigrazione incontrollata, perché aiuta a mantenere bassi i salari dei lavori meno qualificati, e quindi aiuta a controllare i costi, e quindi ad 2. assicurarsi che vi sia ancora più grasso da spartirsi per quelli che comandano. Un rifornimento costante di solerti lavoratori immigrati significa non doversi preoccupare più di tanto delle competenze o delle aspirazioni o della fiducia in sé stessi dei giovani che crescono nel loro paese.
 
E in quanto clienti di Learjets e frequentatori di salotti esclusivi, essi non sono solitamente esposti alle tipiche pressioni causate dall’immigrazione su larga scala, come quelle sull’intrattenimento, sulla scuola o sugli alloggi. Ma poi c’è una ragione ancor più sottile – il fatto che l’intero sistema di regole Ue è così lontano dai cittadini e opaco, che i pezzi grossi possono volgerlo a loro vantaggio al fine di mantenere le loro posizioni oligarchiche e, tenendo lontana la competizione, spingere la propria busta paga ancora più in alto.
 
Nel loro ottimo libro “Perché le Nazioni falliscono”, Daron Acemoglu e James A. Robinson spiegano come istituzioni politiche trasparenti siano essenziali per l’innovazione e la crescita economica. Distinguono tra le società “inclusive”, dove le persone si sentono coinvolte nelle loro democrazie ed economie, e società “esclusive”, dove il sistema è sempre più manipolato da una élite per proprio esclusivo vantaggio. L’Ue sta cominciando ad assumere alcune caratteristiche delle società “esclusive”. E’ dominata da un gruppo di pochi politici internazionali, lobbisti e affaristi.
 
Queste persone si conoscono a vicenda. Essendo parti di grandi aziende, possono permettersi di assumere qualcuno per seguire le complesse regole che vengono da Bruxelles. Possono fissare appuntamenti coi responsabili delle Commissioni. Possono perfino incontrarli alle conferenze o agli eventi – il più famoso di questi è Davos. In questo senso, hanno un immenso vantaggio rispetto alla maggioranza delle aziende del paese.
 
La maggior parte delle aziende (e in effetti la maggior parte degli inglesi) non hanno alcuna idea di chi lavori per la Commissione, o di come mettersi in contatto con queste persone, e non saprebbero distinguere i loro euro-parlamentari da dei marziani. Solo il 6% delle aziende britanniche in realtà esportano in Ue, e ciò nonostante il 100% di esse deve sottostare al 100% delle leggi Ue, che si tratti di aziende piccole o grandi – un peso normativo che costa circa 600 milioni di sterline alla settimana.
 
La scorsa settimana ho visitato la Reid Steel, un’azienda britannica di successo a Christchurch, nel Dorset. Esportano acciaio per costruire ponti in Sudan, alberghi alle Mauritius, hangar di aerei in Mongolia. L’unica cosa che li frena, dicono, sono le regole Ue – generate attraverso un incomprensibile processo che coinvolge i lobbisti di grosso calibro, le grosse multinazionali e i governi di paesi stranieri. Non vedono l’ora di uscire dall’Ue, e hanno ragione. Pensano che le altre nazioni Ue stringerebbero rapidamente nuovi trattati commerciali. E che le aziende britanniche, liberate dalle catene europee, finirebbero per esportare in Europa di più anziché meno di quanto facciano ora.
 
Naturalmente, i pezzi grossi del Ftse100 firmeranno per poter rimanere in Ue: a livello personale stanno diventando sempre più ricchi – sfruttando manodopera immigrata per le loro aziende e manipolando le regole Ue a vantaggio dei grandi attori, gli unici a poterle comprendere – mentre i meno fortunati hanno invece visto una diminuzione in termini reali delle loro retribuzioni. Questa è una delle ragioni per le quali la Ue ha una bassa innovazione, bassa produttività e bassa crescita. Se volete sostenere gli imprenditori, i faticatori, gli innovatori, i lavoratori, le imprese dinamiche e fiorenti dell’Inghilterraallora votate per uscire dalla Ue il 23 giugno, e date a questi parassiti il calcio nel sedere che si meritano“.
 
Articolo titolato nel testo originale – qui tradotto – “L’Ue, uno strumento dei forti per sfruttare i deboli”. Ed è l’appello agli inglesi pubblicato anche sulla pagina Facebook dell’autore.
 
Boris Johnson attualmente è un parlamentare britannico eletto tra i conservatori. Johnson è stato anche sindaco di Londra fino a maggio 2016.

Il Movimento 5 stelle: l’ultima cartuccia dell’establishment

di Federico Dezzani – 23/06/2016
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Fonte: Federico Dezzani
Nessun attività è più inutile che versare fiume d’inchiostro sulla politica italiana, inutilità dettata da due motivi. Primo: mai come in questa fase storica è evidente che l’Italia non è soggetto, bensì oggetto dell’agone internazionale, e le scelte più rilevanti per il futuro del Paese sono prese fuori dai suoi confini. Secondo: la politica ha perso da decenni qualsiasi capacità di rinnovamento e propulsione trasformandosi, specie negli ultimi anni, in un potente freno all’uscita dalla più grave crisi economica, sociale e demografica dai tempi dell’Unità. La politica italiana si è eretta a garante dello status quo, difendendo strenuamente quegli assetti, la UE e la NATO, all’origine del collasso economico e della crescente insicurezza ai suoi confini. I governi si succedono (Berlusconi IV, Monti I, Letta I, Renzi I), il tempo passa, si schiudono nuovi scenari (il primo governo presieduto dal M5S), ma la linea di fondo non cambia.
 
Come sarà chiaro a molti cittadini della Repubblica Italiana (ma il discorso vale anche al resto dell’Occidente), il principale strumento adottato per preservare il potere è l’illusione del cambiamento, del movimento, del rinnovamento: si succedono continuamente volti, sigle, partiti, consultazioni elettorali, coll’unico obbiettivo di instillare nei cittadini l’idea che l’istituto democratico sia viva e vegeto ed un cambio di rotta possibile. Si conta sul fatto che, sfogatosi col voto, l’elettore si tranquillizzi, incassando recessione, disoccupazione, tagli allo Stato sociale, inasprimenti fiscali, fino alla successiva consultazione, e così via. Il meccanismo si è però inceppato negli ultimi anni, spingendo sempre più persone a disertare le urne: persino in un Paese come l’Italia, tradizionalmente affezionato al rito del voto in virtù della sua gloriosa storia comunale, il tasso di partecipazione si è progressivamente inabissato, fino al record negativo delle ultime elezioni amministrative. Un italiano su due non si è presentato al ballottaggio.
 
Più elementi hanno contribuito a questo dinamica: il fatto che un organismo come la Troika (UE-FMI-BCE) imponesse le stesse “riforme strutturali” a governi rossi e versi, bianchi e neri, ha alimentato in molti il sospetto che gli esecutivi fossero meri esecutori di decisioni prese altrove, indipendentemente dalla volontà elettorale. Episodi come le presidenziali austriache, “salvate” dal voto postale ed inquinate dal forte sospetto di brogli elettorali, non hanno certo giovato. È poi germogliata in molti l’idea, specialmente dopo la vittoria in Grecia di Syriza e la bocciatura referendaria delle condizioni avanzate dalla Troika, poi puntualmente attuate da Alexis Tsipras, che i partiti d’opposizione non fossero altro che strumenti per la salvaguardia dello status quo: strumenti subdoli perché, ingannando l’elettore con radicali promesse di rinnovamento, all’atto pratico agivano per la conservazione del sistema.
 
L’Italia è, insieme alla Grecia ed agli altri Paesi dell’Europa meridionale, il Paese che ha più sofferto l’eurocrisi: il 10% del PIL è andato in fumo, un quarto della base industriale si è volatilizzato, la disoccupazione reale supera il 20%, le nascite sono ai minimi dall’Unità ed i già rari giovani in fuga verso l’estero. Un risultato analogo, insomma, a quello di un prolungato periodo di bombardamenti aerei. Subentrato il 2016, il meccanismo del “falso cambiamento”, del “falso rinnovamento”, dà inconfutabili segnali di stanchezza a causa del perdurare della crisi economica: il balletto di tecnici e rottamatori, allietato dai catartici “vaffanculo” di Beppe Grillo, non incanta più.
 
Matteo Renzi, “l’ultima speranza per le élite politiche italiane” come è definito dal Financial Times nel gennaio 2015, è la figura su cui converge la pericolante classe dirigente italiana dopo le nefaste esperienze di Mario Monti ed Enrico Letta. Espressione, come Silvio Berlusconi, dell’establishment repubblicano e della destra israeliana (come denota la sua amicizia con Michael Ledeen) e di una massoneria più casareccia che internazionale (si ricordi il rispuntare dell’immarcescibile Flavio Carboni nell’affaire Banca Etruria1), il sindaco è catapultato a Palazzo Chigi con l’assenso anche degli ambienti liberal che occupano la Casa Bianca con Barack Obama, sicuri, evidentemente, di non disporre di carte migliori.
 
Scopo di Renzi è adottare le consuete politiche neoliberiste (riforma del mercato del lavoro e privatizzazioni varie) con un tocco di freschezza e giovanilismo, così da indorare pillola: i mesi che intercorrono tra l’insediamento a Palazzo Chigi (febbraio 2014) e le elezioni europee (maggio 2014) filano lisci. Poi inizia inesorabile lo stesso logoramento già sperimentato dai predecessori. L’economia non riparte, la deflazione morde, il debito pubblico aumenta, la disoccupazione non si riassorbe.
Ex-post, si può tranquillamente affermare che Renzi ed i poteri di cui è espressione già immaginassero l’esito finale: massima precedenza è data, infatti, alla riforma costituzionale abbinata ad una legge elettorale (l’Italicum) che consenta la governabilità a qualsiasi formazione politica che superi il 25% dei consensi elettorali. La volontà è quella di prepararsi allo sfaldamento dell’elettorato sotto i colpi della crisi senza fine ed è tutto, fuorché casuale, che il premier escluda in questi giorni cambiamenti all’Italicum, nonostante la secca sconfitta subita alle amministrative: l’obbiettivo dell’ex-sindaco di Firenze non è infatti quello di conquistare la maggioranza dell’elettorato (spappolato dopo anni di recessione e tensioni accumulate), ma quello di governare come primo partito di maggioranza relativa, poco importa se votato da un quarto del corpo elettorale. È il famoso Partito della Nazione che probabilmente vedrà la luce nei prossimi mesi, magari con un’altra ragione sociale.
 
Nell’operazione il premier è spalleggiato da Silvio Berlusconi, con cui sigla il famoso Patto del Nazareno (che emana “stantio odore di massoneria” secondo Ferruccio de Bortoli2, abituato invece al profumo di rose emanato dalla massoneria cosmopolita dei Mario Draghi e Mario Monti): l’accordo, formalmente rotto nel febbraio 2015 quando il governi Renzi approva a colpi di maggioranza la riforma del Senato3, è sempre valido. Per puntellare il governo, il Cavaliere cede alla risicata maggioranza di Renzi il fido Denis Verdini ed un manipolo (decisivo) di senatori: il suo interesse è, infatti, quello di occuparsi senza pensieri dell’impero Mediaset in vista della successione ai figli, lasciando che Renzi manovri indisturbato a Palazzo Chigi. L’appoggio dato al candidato Alfio Marchini alle amministrative romani, così da frantumare il centrodestra e consentire al candidato PD Roberto Giacchetti di conquistare il ballottaggio, è l’ennesima dimostrazione che il Patto del Nazareno non è mai morto.
 
Passa il tempo, l’economia non decolla, l’Italia arranca e si conferma una grande minaccia per la tenuta dell’eurozona: l’establishment liberal (quello del Financial Times e dell’Economist che a suo tempo non avevano digerito neppure Berlusconi) ritira il suo sostegno a Matteo Renzi, come si evince dagli editoriali della stampa anglosassone che criticano piuttosto ferocemente il premier dal gennaio 2016 in avanti.
 
Nasce, parallelamente, l’idea di puntare sull’ultima carta a disposizione, quella del Movimento 5 Stelle, concepito agli albori come contenitore per incanalare e castrare il malcontento, non certo come partito di governo. “Financial Times: Il Movimento 5 Stelle è maturo per il governo” si legge sul Blog di Beppe Grillo il 30 gennaio 2015. La City consiglia anche al comico genovese (67 anni ed una condanna per omicidio colposo alle spalle) di ritirasi in buon ordine (“Finacial Times: Grillo, una zavorra per i Cinque Stelle” scrive Repubblica il 16 maggio 2016), lasciando tutto in eredità al giovane e stiloso Luigi di Maio, maturità classica e qualche esame a Giurisprudenza.
 
La prima prova elettorale, decisiva in vista del referendum costituzionale di ottobre e, in prospettiva, delle prossime elezioni legislative, è piuttosto drammatica per Matteo Renzi. Dalle elezioni comunali che coinvolgono le maggiori città italiane (Napoli, Roma, Milano, Torino) emerge con chiarezza che:
 
◾il malessere economico e sociale accumulato, oltre a gonfiare l’astensionismo a livello record, frammenta ulteriormente il voto, a tutto svantaggio del partito di governo, provocando la caduta di uno storico bastione di sinistra come Torino (Renzi, che aveva precauzionalmente preso le distanze dalle amministrative, si affretta a scartare l’ipotesi del voto di protesta contro l’esecutivo);
 
◾l’embrionale Partito della Nazione non dà i risultati sperati (pessimi sono i risultati dove il PD ed i vari fuoriusciti del centrodestra si presentano alleati) ma, al contrario, si registra la dinamica per cui al ballottaggio gli elettori del centrodestra convergono verso il Movimento 5 Stelle, motivo dell’ampio margine con cui si afferma Virginia Raggi a Roma e della vittoria di Chiara Appendino a Torino.
 
Per Matteo Renzi le amministrative si chiudono così con una vera e propria debacle, trasformando l’appuntamento referendario di ottobre, considerato fino a pochi mesi fa una passeggiata di salute tanto da indurre il premier a presentarlo come plebiscito legittimante per la sua persona, in una minaccia esiziale per il governo. I motivi che rendono sempre più concreta la vittoria del “No” al referendum abbondano:
 
◾il PD, sottratta la sinistra del partito, supera di poco un quarto dell’elettorato;
 
◾la sinistra interna, capitanata da Massimo D’Alema ed ingrossata dai dirigenti come Piero Fassino bruciati alle amministrative, boicotterà certamente la campagna per il “Sì”;
 
◾l’elettorato del centrodestra, ferma restando la dinamica delle comunali, voterà anch’esso per il “No”, pur di esprimersi contro il governo Renzi;
 
◾il Movimento 5 Stelle, che avrebbe solo da guadagnare dall’abolizione del Senato elettivo abbinata all’Italicum, non può certo fare aperta campagna elettorale per la riforma dopo aver promosso i comitati a sostegno del “No”.
 
Si concretizza così lo scenario di una bocciatura referendaria della riforma costituzionale, seguita dalla caduta del governo Renzi e dalla rapida riscrittura dell’Italicum che non contempla un Senato elettivo (magari in chiave proporzionale, come più volte caldeggiato da Eugenio Scalfari che bazzica gli ambienti “illuminati”), così da traghettare il Paese a nuove elezioni entro il 2017.
 
La forza politica meglio posizionata per subentrare a Palazzo Chigi sarebbe, a quel punto, il Movimento 5 Stelle che, rotta la crisalide, si trasformerebbe in partito di governo, rivelando la sua vera natura di “stampella del potere”.
 
Non si tratterebbe più infatti del movimento folkloristico che invoca l’uscita dall’euro o grida alla dittatura della Troika, ma di quello compassato e borghese di Luigi Di Maio, di Virginia Raggi e di Chiara Appendino. Quello che secondo il Financial Times è pronto “to govern the country and challenge the centre-left government led by prime minister Matteo Renzi”4, quello che all’ambasciata d’Olanda5 fa autocritica sulle dure posizioni assunte in passato contro l’Unione Europa, quello che viaggia tra Washington, Londra e Tel Aviv per confermare lo stampo atlantico del partito già impresso da Gianroberto Casaleggio, quello “keen to distance himself from another populist party shaking Europe’s establishment, France’s far-right National Front”, attento a differenziarsi dal Front National.
 
Si tratterebbe, insomma, dell’ultima, disperata, carta giocata dall’establishment per garantire lo status quo: volti nuovi, “lotta alla corruzione” e taglio delle immunità parlamentari, mentre il Paese si deindustrializza, la società marcisce nella disoccupazione e l’inverno demografico svuota le culle.
 
Nessuna buona novità all’orizzonte? Nessuna speranza di liberarsi dal giogo dell’Unione Europea?
 
Sì, ma non è una via d’uscita delle più gloriose: risiede nella certezza che il sistema euro-atlantico, che si dibatte tra tassi a zero, deflazione strisciante e rischi sempre più concreti di una nuova recessione, è inesorabilmente votato al collasso. Collasso che i vari Monti, Letta, Renzi e Di Maio hanno il compito di procrastinare il più possibile, finendo a loro volta travolti dal rullo compressore della crisi.
 
La politica, specie quella italiana, in questa fase storica è freno. Non motore.

Borrelli (m5S): il vero problema dell’UE sono i governi nazionali

 
Pubblicato 28 giugno 2016 – 17.55. – Da Claudio Messora
 
David Borrelli, europarlamentare M5S, così twitta oggi alle 16: “L’Europa deve dotarsi di un’anima, il vero problema dell’Europa sono i governi nazionali!“.
 
borrelli
Il tweet di David Borrelli, europarlamentare M5S, oggi alle 16
 
“Il vero problema… Quando parliamo di ‘Europa’, non scarichiamo le colpe dove le colpe non ci sono. La realtà è che i 28 Paesi membri, oggi 27, non riescono a mettersi d’accordo a livello di capi di Stato. Quindi, se vogliamo sistemare l’Europa, l’unico sistema che abbiamo è che i VOSTRI leader politici comincino a mettersi d’accordo, e se non sono in grado vengano sostituiti“.
 
Notare il riferimento ai “vostri” leader politici. Un lapsus?
 
Questa dichiarazione arriva dopo la modifica di un post sul blog di Grillo, che cancella la richiesta di un referendum sulla UE e che elimina dal testo ogni riferimento all’Euro come cappio al collo di cui liberarsi (leggere obbligatoriamente questo: “M5S, Euro e UE: adesso però votate!“, e ricordarsi di questo: “Grillo: la moneta unica ci sta portando al collasso“, di soli 5 mesi fa), e arriva altresì dopo l’attestato di stima riservato pubblicamente da Mario Monti a David Borrelli, nel corso della maratone Brexit di Mentana (il video qui: “Mario Monti: conosco Borrelli e lo stimo“).
 
Nel Movimento 5 Stelle c’è una virata in senso europeista, di cui David Borrelli e Luigi Di Maio sono evidenti timonieri. Un bel cambiamento rispetto ai tempi in cui Grillo chiedeva il recupero della sovranità dal palco, o ai tempi in cui si denunciavano i poteri forti. Lo stesso programma elettorale del Movimento 5 Stelle Europa, sul quale David Borrelli si è candidato ed è stato eletto, prevedeva tra l’altro l’abolizione del Fiscal Compact, l’adozione degli Eurobond, l’abolizione del Pareggio di Bilancio e il Referendum per la permanenza dell’Euro. Qualcuno mi spieghi come sia possibile che Mario Monti attesti pubblica stima a David Borrelli, se il M5S Europa facesse realmente una battaglia puntuale su questi punti (che rappresentano i successi politici di Monti).  E qualcuno, francamente, mi spieghi come si fa a twittare che il vero problema dell’Europa sono i governi nazionali – quando l’Europa è nata per distruggerli, gli stati nazionali – senza che si sia realizzata una saldatura tra gli euroburocrati di non eletti di Bruxelles, tra i banchieri e i finanzieri cui Di Maio fa pubblico appello, e un Movimento che era nato per “mandarli tutti a casa”, specialmente i governi ombra che hanno impedito referendum, avversato le democrazie di tutta Europa, ridotto gli italiani alla fame grazie all’austerity e mandato i greci al cimitero (o ci dimentichiamo che i conti di Atene sono stati truccati grazie alla consulenza milionaria di Goldman Sachs, che si legge “Mario Monti”, e di cui all’epoca era vicepresidente Mario Draghi?).
 
Tutto questo, David Borrelli lo sa? Lo condivide? Io credo che lo sappia molto bene. Ma credo anche che, dal posto in cui si trova, francamente se ne freghi.
 
p.s. nel video, Borrelli dice anche: “Juncker?“, “Non è lì il problema. Si tratta solamente di attaccare come scusa qualcuno che non c’entra“. Ricordo tempi recenti, invece, in cui Juncker era il problema, anche per il Movimento 5 Stelle, visto che fu proprio Marco Zanni, collega di Borrelli, a presentare mozione di sfiducia nei confronti del presidente della Commissione Europeahttps://www.youtube.com/watch?v=wETwObL9SXQ

Monti: “La UE cerca solo di difenderci dagli abusi degli Stati nazionali”

 
monti3
27/06/2016
 
senza l’Europa si cessa di esistere, non possiamo più decidere dove mettere i nostri risparmi come accadeva prima, siamo costretti a genufletterci davanti a posizioni dominanti. In ultima analisi l’Europa cerca solo di difenderci dagli abusi degli Stati nazionali“.
 
«Un vero abuso di democrazia, una mossa per garantirsi solo la leadership del partito conservatore ma comunque un segnale brutto per il resto dell’Europa». Sono parole molto assurde quelle che l’ex commissario Ue ed ex premier italiano Mario Monti riserva al premier inglese David Cameron e al referendum sulla Brexit.
 
Monti parla alla riunione del Consiglio Italia-Usa sul tema “Quo vadis Europe?” davanti al Sergio Marchionne, presidente dello stesso consiglio. L’uccisione della deputata laburista Cox ha sconvolto il clima della vigilia referendaria nel Regno Unito e messo in luce in tutta la sua crudezza i problemi dei rapporti tra Londra e Bruxelles. Ma, dice Monti al Sole 24 ore,«era forse prevedibile che finisse così».
 
«Per fortuna – aggiunge – la Costituzione italiana e anche la riforma prevista non ammettono il ricorso per la ratifica dei Trattati internazionali». […]
 
Le conseguenze per l’Unione europea e per il Regno Unito saranno, secondo Monti, comunque negative, «più per loro se escono» ma «anche in caso di vittoria dei Remain in ogni modo si è dato il la ad altre operazioni analoghe perché sarà molto difficile, a quel punto, bloccare un Paese che voglia uscire dall’Unione con il precedente inglese».
 
Secondo Monti, la Commissione UE, la Bce, la Corte di Giustizia che lavorano a tempo pieno per l’Europa.
 
“senza l’Europa si cessa di esistere, non possiamo più decidere dove mettere i nostri risparmi come accadeva prima, siamo costretti a genufletterci davanti a posizioni dominanti. In ultima analisi l’Europa cerca solo di difenderci dagli abusi degli Stati nazionali».
 
Fonte: ImolaOggi