VELINARI E BISCHERI

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MONDOCANE

MERCOLEDÌ 15 GIUGNO 2016

Datemi qualche ora in più e proverò a dire qualcosa di non insensato sul parallelo attacco alla libera Eritrea da parte dell’esercito etiopico e della Commissione del Diritti Umani dell’ONU a Ginevra e poi sulla mega False Flag di Orlando in Florida. Per ora torniamo su Regeni e su chi ciurla nel manico.
 
Né-Nè
Nel Comitato No Guerra No Nato di cui faccio parte si è sviluppata in questi giorni una polemica da me innescata e che riguardava l’eterna questione dell’equidistanza, volgarmente né-né, per alcuni irrinunciabile valore. Questione per la prima volta scaturita ai tempi della guerra contro la Serbia, da me raccontata sotto le bombe su Belgrado, e in cui avevo definito la variegata folla di pellegrini a Sarajevo, tra disobbedienti di Casarini, rifondaroli e sinistri tutti, sedicenti nonviolenti e realtà ecclesiali varie, in quel modo: quelli del né con la Nato, né con Milosevic. Quelli puliti e intonsi alla finestra, freschi di Mastrolindo, senza macchia.
 
E’ una genia che si ripresenta in tutte le occasioni in cui tocca prendere la scomoda e compromettente decisione di schierarsi: né con i Taliban, né con Saddam, né con Gheddafi, né con Assad  e, specularmente, né con gli Usa e con la Nato. C’era stato un antecedente, né con le BR, né con lo Stato, ma era falso, non c’entra niente perché lì si negava l’adesione a due facce della stessa medaglia. Come se oggi si dicesse né con Obama, né con Al Baghdadi, né con Trump, né con Killary. Come quando il Gasparazzo di Lotta Continua giustamente decideva né con il padrone., né con il sindacato. Tautologico.
 
 
 
Il né-né si è consolidato e istituzionalizzato. Ha trasceso vecchi accostamenti a pesci in barile, cerchiobottisti, panciafichisti. Da una base di gentildonne e gentiluomini perbene che volevano restare tali e compatibili con l’ambiente in cui vivevano, si è allargato ed è cresciuto fino a vertici un tempo impensabili. Si è costituito in organizzazioni, partiti, Ong, pubblicazioni, agenzie. Per un attimo ne è diventato luminoso portavoce addirittura Berlusconi. Ricordate quando azzardava “non (più) con Gheddafi, non (ancora) con la guerra”?
 
La polemica partiva da una piccola agenzia di notizie, house organ del Partito Umanista (sì, esiste ancora) che nei suoi bollettini, tra una condanna della guerra alla Siria, una rampogna alla Nato, un rimbrotto al golpe della malavita brasiliana contro Rousseff, ti inserisce quatto quatto una sfilza di calunnie e bugie sull’Eritrea del “dittatore Afewerki”, una repulsa dell’omobofo e autoritario Putin, qualche dubbio sulla democraticità di Assad, una condivisione della rivoluzione color Cia in Iran contro il despota Ahmadinejad e, un piantarello sulla Grecia scassata, o su indigeni latinoamericani in estinzione e, sistematicamente, la riproduzione delle manovre affidate dal Dipartimento di Stato, o dalla Cia, o da Soros, a Amnesty International, Human Rights Watch, Reporters Sans Frontieres.
 
Così veniamo a sapere di Regeni “trucidato dal regime egiziano”, ma non del suo lavoro al servizio di spioni e serial killer internazionali; del Darfur, ma non delle operazioni di destabilizzazione del Sudan; di Karadzic e delle sue colpe per Srebrenica (massacro inventato e a lui attribuito); del “tiranno” Mugabe, presidente dello Zimbabwe (e dell’ultimo paese, insieme ad Algeria e Eritrea, che non ospita truppe e multinazionali Usa e latifondisti bianchi); addirittura dei poveri Tartari della Crimea, oppressi e repressi dagli “occupanti” russi……
 
 
 
Camaleonti
Di Ong e agenzie come questa sono pieni gli scaffali imperiali. Sei attirato dallo zuccherino del pacifismo, della condivisione della sorte di aggrediti, dalla condanna di guerre e tiranni e poi te ne torni a casa intossicato dal nocciolo di cianuro che alla zolletta era stata infilato da Amnesty o HRW o NED o Freedom House o Soros. Si chiama “savianismo” ed è l’evoluzione del né-né. Prende il nome da uno scrittore che se la prende, facile facile, con  il personaggetto de Luca, governatore della Campania, per poi poter impunemente iscrivere il personaggione De Magistris tra i seguaci di Hamas, intesi come i barbarici persecutori dell’amato Israele e Hugo Chaves tra i peggiori caudillos latinoamericani  Con il né-né  ti paravi il culo non stando né di qua, né di là e restavi a galla. Con il savianismo fai un passo avanti. Non stai né con la camorra, né con Hugo Chavez, ma con la camorra ti sei costruito un piedistallo dal quale, riconosciuto eroe, puoi tuonare contro Hugo Chavez o Luigi De Magistris ed essere credibile poiché sono credibili coloro che hanno un piedistallo. Come mettere su un piatto della bilancia un moscerino e sull’altro un caimano, ma la bilancia è certificata.
 
Ultimamente Il fenomeno è dilagato ed è diventato pericolosissimo. Pericoloso per chi, ammaestrato da battesimi, cresime, catechismi ed oratori, si compiace di farsi gabbare. Non dai grandi media, che si sanno e si ammettono di regime. Con un grano di sale in zucca e  l’occhio non troppo catarattizzato, di Stampa, Messaggero, Repubblica, Corsera, vari tabloid scandalistici come questi, dei Tg e degli altri media di regime, si percepisce la natura di trombette e tromboni, zufoli e organi e si vede bene chi, di spalle, dirige la musica. Di questi giornali si dà per scontata l’ottusa disonestà intellettuale, non ci si sprecano soldi, per capire dove vanno a parare basta sbirciarli in rete. Vale anche per la tivvù.
 
Poi ci sono i giornali di opposizione a seconda. Dunque farlocchi. Ma pericolosi. Più avanti leggerete come due dei più illustri si siano rivelati patetici velinari  rimasticando, ognuno in forma leggermente reinventata, la stessa velina centrale su Regeni.
 
Sono questi due giornali, strepitosamente savianei, che compro e leggo da capo a coda. Uno è il “manifesto”  che, per quanto tenuto in vita dalle pere pubblicitarie di compagni sostenitori come Enel, Eni, Telecom, Coop e, per quanto venda meno del marronaro all’angolo, insiste a rappresentare un vociante grumo di sedicente e secredente sinistra. Gli rimane, dunque, una capacità di sgambettare un bel po’ di gente illudendola di accompagnarla verso il sol dell’avvenir. L’altro è “Il Fatto Quotidiano”, che va fortissimo e ha un gruppetto di  giornalisti  di varia tendenza, ma di penna acuminata e ben condotta. Sono i due unici quotidiani da edicola che passano per essere “altro”, “contro”, “alternativi”. Infatti ci danno giù alla grande contro Berlusconi, prima, e ora contro Renzi. Poi si passa alle pagine estere e si scopre che siamo davanti a due portentosi esempi di savianismo.
 
Dicesi savianismo la conquista di un piedistallo di credibilità e fiducia nel settore sociale genericamente opposto al potere esistente attraverso la critica condivisibile alle sue più evidenti manifestazioni negative, per poi indirizzare quella fiducia e quella credibilità a sostegno delle grandi operazioni strategiche, eminentemente internazionali, quelle che poi contano davvero e decidono il destino di tutti. Abbiamo così  questi due giornali d’opposizione che conducono una fiera lotta contro, oggi come oggi, il regime Renzi e in difesa degli strati che da quel regime sono colpiti, impoveriti, esclusi, repressi. Coinvolti fino all’indignazione e all’entusiasmo nelle filippiche contro Expo, le trivelle, le spedizioni libiche, il Jobs Act, i voucher, gli stupri dei cementificatori, il ladrocinio delle Grandi Opere, Banca Etruria di papà Boschi,  passiamo dalle veementi intemerate della redazione interni, dalle cose di casa, agli esteri, dal calcetto del bar ai Mondiali. E qui giocano quelli che ti risolvono la partita, i Colombo, i Gramaglia,i Rampoldi, i Di Francesco, gli Acconcia, i Battiston, i Celada…
 
Ed è qui che si gioca la partita. Sei certo che ti hanno detto delle sacrosante verità, contro il conformismo, contro il senso comune, contro le balle del Giglio Magico. Trovi conferma dell’affidabilità del tuo comunicatore anche quando ti dice che la spedizione Nato contro la Libia ha prodotto solo disastri, magari dimenticandoti che qualche anno prima l’aveva sostenuta, se non con le bombe, con la denuncia degli “spaventosi delitti” di Muammar Gheddafi. Quindi, vasellinato da tanta autonomia giornalistica, la bevi con gusto anche quando ti rifila una società civile afghana che si sente protetta dagli occupanti Usa, o una Forza d’Intervento francese che salva il Mali dal jihadismo terrorista, o un dittatore carceriere e torturatore come Afewerki in Eritrea, o una Hillary Clinton che, comunque, è mille volte meglio di Trump, o un Pannella che stava dalla parte dei popoli oppressi e di un Dalai Lama vertice sublime di umanità, o un Regeni, per niente ambiguo collaboratore di spioni e masskiller angloamericani, anzi combattente per il riscatto degli operai schiacciati dallo stivale del Pinochet egiziano, o un Putin che sevizia le candide Pussy Riot e scatena la rediviva GPU contro gli omosessuali, o quel Kim Yong Un che fa sbranare lo zio dai cani, o la santa subito per meriti Usa San Suu Kyi, o Fratelli Musulmani che da Levante a Ponente innalzano i vessilli della democrazia sulle macerie del dispotico nazionalismo laico. Sempre allineati e coperti sotto i vessilli finto-umanitari del depistaggio, della mistificazione, dei trampolini di guerra HRW (Soros), Amnesty (Dipartimento di Stato), Reporters Sans Frontieres (Cia).
 
O, la cosa più oscena e al tempo stesso rivelatrice della sotterranea complicità con il mostro, l’avallo dato a tutti gli attentati terroristici, anche quelli più scopertamente di Stato, le più eclatanti False Flag (vi eccelle “Il manifesto”), con contemporanea criminalizzazione o ridicolizzazione degli analisti non omologati, i famigerati “complottisti”. Non ammettendo, neanche davanti a una mole inconfutabile di contestazioni, prove, testimonianze, documenti, quello che qualsiasi professionista della comunicazione dovrebbe coltivare come principio fondamentale: il dubbio.  L’unilaterale assegnazione della verità alle fonti ufficiali per nesso logico comporta la condivisione delle ragioni che i mandanti traggono dal terrorismo, dal loroterrorismo, per condurre guerre di sterminio, assassinare migliaia di persone extragiudizialmente, trasformare le proprie apparenti democrazie in Stati di polizia e in demolizione dei diritti umani veri. Con il che si rasenta il tasso di criminalità degli stessi Stati terroristi.
 
 
Ed ecco che, prendendoti per il verso dei diritti umani e della democrazia, ti hanno beccato. E non ti sei manco accorto che ingurgitavi dolci e tossici sciroppi cripto-Nato. Perché nel tuo piccolo domestico ti puoi anche permettere di sbraitare.Tanto ci sono le misure di controllo e di isolamento. E’ sulla grandi questioni, quelle che dai piani alti calano a mannaia sulle turbolenzucce dei seminterrati, che non devi sgarrare.
 
Un piedistallo d’oro umanitario, tempestato di diritti civili e GLBT, circondato dal tripudio delle genti, per farne calare le zozzerie del menzognificio imperiale. Che sono quelle che contano. Giacchè, povero bischero, puoi pure, in coro con questi scaltri velinari, abbaiare quanto vuoi contro il ciarlatano zannuto dell’Arno, sbertucciare la virago idiota che fa il ministro, scoperchiare zuppiere di mota politico-mafiosa servita per pranzo a palazzo, scoprire carogne fetecchiose in mezzo agli scranni delle istituzioni. Ma quel che conta è che, così addomesticato da tanta bella denuncia e indignazione, hai il cervello spalancato all’ingresso della cavalleria pesante: quella delle cose del mondo.
 
Due giornali, una velina
Due dimostrazioni eclatanti di questo assunto le ho trovate giorni fa nelle cronache identiche, ma differenziate nella confezione, che due giornali, che si dicono distantissimi, tanto da ignorarsi pervicacemente perché concorrenti sul medesimo bacino, hanno pubblicato sullo stesso argomento. Trattavasi con ogni evidenza di velina distribuita agli organi “amici” dalla centrale alla quale non si può dire di no. E riguardava un nervo scopertissimo del corpo imperiale: Giulio Regeni.
C’era stato un contraccolpo inaspettato e al limite della catastrofe per l’ordito imbastito tra Israele e Occidente allo scopo di far saltare l’Egitto, il suo ruolo sulla scena mediorientale e mondiale, i suoi rapporti con partner preziosi, come un’Italia affamata di energia di cui l’Egitto si è scoperto fornito in abbondanza.  Già si era riusciti a tagliare gran parte dei convenienti rifornimenti di gas russo e iraniano a Italia ed Europa (South Stream, Turkish Stream, gasdotto Iran-Siria-Mediterraneo), reimponendo l’esclusiva delle multinazionali anglosassoni e francesi. Figuriamoci se ci si poteva permettere che l’Italia approfittasse anche dell’enorme giacimento egiziano, dando essa già fastidio con i gasdotti arabi libico e algerino sotto controllo ENI. 
 
Botta fatale di Cambridge
A Cambridge il pellegrinaggio della procura di Roma, affiancata per la giusta carica mediatico-emotiva dalla famiglia Regeni, ha sbattuto contro le alte mura medievali dell’ateneo. I professori dell’augusto college si sono valsi della facoltà di non rispondere. Come mai se, come famiglia Regeni e gazzettieri di mezzo mondo giurano e spergiurano da mesi, il giovane aveva eseguito un compito assegnatogli dai suoi docenti di esplorare natura e comportamenti dei sindacati egiziani cosiddetti “indipendenti” e di questo gli fosse stato fatto pagare il fio dal “Pinochet del Cairo”? Che non fosse quella la missione? Che fosse un’altra, magari imbarazzante, magari inconfessabile? Magari quella di una struttura diversa, forse parallela, forse sinergica, forse no?
 
E’ tradizione consolidata che i servizi britannici traggono ampi rincalzi dagli istituti in cui l’élite, anche internazionale, alleva la sua classe dirigente. Ma stavolta tale dato risulta confermato da una circostanza assolutamente rilevante e rivelatrice, tanto che tutti gli apologeti di Regeni combattente e martire, e ovviamente i suoi professori di Cambridge, più o meno coinvolti, ma certamente al corrente, come anche coloro che avrebbero il dovere professionale di accertarsi e comunicare ogni dettaglio della vicenda, pervicacemente la occultano. Un mezzo grammo di buonafede, oltre a un filino di deontologia, avrebbero dovuto indurre costoro a chiedersi e a chiedere all’universo mondo che cosa mai avesse fatto Regeni, primo, nell’università del New Mexico, nota per le sue vicinanze all’intelligence Usa e, secondo e soprattutto, perché poi avesse proseguito quella formazione lavorando dal 2013 al 2014 per Oxford Analytica, una gigantesca rete di spionaggio privata con sedi a Oxford, Washington, New York e Parigi e 1.400 collaboratori nel mondo. Impresa diretta da tre allarmanti figuri che proprio per niente si conciliano con l’immagine che la voce del padrone, regolarmente ospitata anche dal “manifesto” e dal “Fatto”, i giornali “alternativi”,  ha voluto proiettare: David Young, reduce dal carcere per il Watergate di Nixon, Colin McColl, ex-capo del Mi6, l’intelligence britannica per l’estero, e John Negroponte, ricordato in Centroamerica e Iraq per i suoi squadroni della morte.
 
Da mesi il coro regeniano si affanna a fantasticare tra speculazioni e certezze apodittiche. Ultima quella di un Regeni caduto vittima di faide tra servizi di sicurezza rivali. Pian piano lo sfortunato e azzardoso giovanotto finisce sul retro del proscenio, mentre vengono proiettati sullo schermo le nefandezze del presidente egiziano, automatizzato in mandante, se non in esecutore. La lotta del governo e delle forze di sicurezza contro il terribile dilagare del terrorismo dei Fratelli Musulmani, spodestati dalla presidenza da una rivoluzione popolare, con gli inevitabili arresti e le inevitabili condanne di chi fa stragi di poliziotti, soldati e civili, diventa nella narrazione di Amnesty, manifesto, Il Fatto, una repressione di oppositori rispetto alla quale la Turchia o l’Arabia Saudita eccellono quali protagonisti dei diritti umani.
 
Ora nel pesante contraccolpo di Cambridge, nel quale il non-detto  delle autorità accademiche, intime di Regeni, diventa un colossale detto su una sceneggiatura del tutto diversa e talmente imbarazzante per i britannici da non potersi, appunto, dire. Con in più la totale assenza di smentite sull’ipotesi, tuttavia circolata, da noi e anche all’estero, del nerissimo retroterra spionistico dell’italiano e quindi della crescente credibilità dell’ipotesi che, più o meno ignaro, dai suoi padrini sia stato sacrificato per dare a una poderosa provocazione contro l’Egitto di Al Sisi (e contro i suoi rapporti economici con Italia, Russia, Cina e altri concorrenti dei capintesta Nato) la copertura di un giovane schierato con sindacati e democratici. Perfetto. Se solo da là dietro non emergesse Oxford Analytica  combinata con il ritrovamento del corpo torturato nel giorno degli accordi Cairo-Roma. Il che, insieme all’evidentissimo cui prodest derivato dalla speculazione sulla vicenda,  rade al suolo l’idea di una responsabilità del regime egiziano, solo a pensare quali sventure gliene sono venute.
 
Due personaggi in cerca d’autore
Ed ecco che in redazione arriva una velina che deve parare il colpo sia dell’eloquente riserbo di Cambridge, sia delle misteriose telefonate intercorse tra Regeni e suoi interlocutori britannici alla vigilia della scomparsa e su cui si è subito steso un chiassoso silenzio. Velina uscita dalle centrali dell’operazione Regeni come dimostrato da come l’abbiano pubblicata, ognuno manipolandola secondo la chiave ritenuta più opportuna, il Fatto e il manifesto.
 
Il nocciolo del depistaggio sta nella scoperta di intrighi e rivalità tra servizi di intelligence egiziani, con uno civile dalla parte di Al Sisi e l’altro (ce n’è anche un terzo, tra coloro che son sospesi) militare in mano ai suoi rivali. Non si può affermare, ma si implica che il secondo abbia buttato il cadavere mutilato di Regeni tra i piedi dell’odiato presidente. Dunque l’ennesima fantasticheria, stavolta intesa a rappresentare un Egitto dilaniato da forze, ovviamente tutte orripilanti, interne al  regime, con un Al Sisi debolissimo e sul punto di precipitare e, quindi, per conseguenza logica, il terrorismo sanguinario dei Fratelli Musulmani riabilitato a civile interpretazione della rivoluzione democratica del 2011. Cosa che viene utile anche per sostenere i Fratelli Musulmani libici di Al Serraj e i tagliagole e scuoiatori di neri di Misurata.
 
Il bello è vedere come il rispettivo redattore abbia colorito la velina ne Il Fatto e nel manifesto. Il Fatto Quotidiano scopre l’immancabile ma affidabilissimo “anonimo” in Turchia, dove Travaglio può permettersi di spedire un inviato che ne viene relazionato da un presunto leader dei Fratelli in esilio a Istambul, tale Amr Darrag. Nel meno abbiente manifesto, dove Chiara Cruciati  è la nuova pasionaria dei  bombardamenti su Al Sisi da parte della Fratellanza, visto che il suo fan Acconcia è passato a sostenerne la versione Nato in Libia, si fa ricorso a un meno prestigioso “anonimo”: un “attivista egiziano che per ragioni di sicurezza chiede di non essere identificato” . Comprensibile no? Mica vogliamo buttarlo tra gli zoccoli del Satana Al Sisi!
 
 
 
Anonime entrambi, le fonti dei due organi cripto-Nato, e dunque credibili. Sia quando danno per scontato che il nobile militante per gli oppressi e sfruttati Regeni sia stato liquidato dal regime, qualunque testa dell’Idra l’abbia materialmente fatto (entrambi concordano con l’attribuzione del delitto alla NS, National Security che, sentendosi scavalcata dall’intelligence dell’Esercito, si sarebbe vendicata facendo trovare accanto al corpo di Regeni – ucciso da chi? – una coperta militare. Mostruosa astuzia, non vi pare?).
Per il resto è tutto un guazzabuglio di intrighi di palazzo da far invidia a Macbeth, nel quale, con un expertise da far invidia a un Le Carré all’apice della forma, si descrive una specie di rettilario di gruppi, enti, caporioni, che di reale non hanno nulla, ma di virulenza propagandistica anti-egiziana quanto serve ai riconoscibilissimi nemici di questo ultimo grande Stato arabo unito, indipendente e perlopiù ora ricco di risorse energetiche più di tutti quelli che si affacciano sul Mediterraneo.
 
In sostanza si tratta di un tentativo per sostenere, con le solite illazioni e accuse basate su assolutamente nessuna prova, testimonianza, evidenza, i colpi di coda dello schieramento Regeni: la proposta, grottesca, di una commissione d’inchiesta parlamentare e, addirittura, la richiesta dei genitori al parlamento europeo di rompere con l’Egitto. Sullo sfondo, la solita soluzione per tutti i paesi che non marciano al passo del 4° Reich: sanzioni genocide e poi bombe. Qui c’è di sicuro un morto ammazzato. Non si sa da chi. Tutt’intorno, lungo alcuni meridiani e paralleli, sono sparsi milioni di morti ammazzati. Com’è che nessuno esige gli stessi provvedimenti contro gli assassini di costoro che, in questo caso, sono noti e confessi? Forse perché questi sono del 4° Reich? 
 
La sovrapposizione dell’anonimo turco e dell’anonimo egiziano è tale da sembrare concordata tra Travaglio e la direttrice dsel “quotidiano comunista” Norma Rangeri: Dobbiamo lanciare questa velina, tu come la metti? Io pensavo a un Fratello Musulmano scappato in Turchia, vittima di Al Sisi come Regeni… Bè, io a Istanbul non ciò nessuno, però un attivista egiziano perseguitato da Al Sisi va bene uguale….
 
I due quotidiani di cui citiamo le imprese sono pericolosi. Ti prendono per i capelli e ti trascinano con sé e contro i notabili domestici fino a pagina tot. A quel punto sei bell’e cotto e finisci fiducioso nella palude della politica estera, ti bevi secchiate di poltiglia  pensando che sia rum cubano e manco ti accorgi che i caimani ti asportano fette di cervello. L’uno vanta fuoriclasse della penna, l’altro ti seduce con l’orizzonte tracimante di “nuovi soggetti politici” che faranno rinascere la sinistra (una volta D’Alema, una Obama, una Bertinotti, una Cofferati, e poi Tsipras, Landini, Fassina, Corbyn, Sanders, … 
 
Intanto ti rifila quattro paginoni che ti raccontano un’Asia dove i cattivi veri sono i Taliban e i cinesi, un inserto redazionale (non pubblicitario) in cui mozza le gambe ai NoTriv raccontandoti quanto sia divertita e abbia imparato una scolaresca in viaggio-premio tra i pozzi dell’Eni in Basilicata (poi sigillati dal magistrato perché corpo del reato), una stroncatura per eccesso operaista del film “I, Daniel Blake” con cui Ken Loach ha trionfato a Cannes e, per contrasto, un’esaltazione della regista Cia Kathryn Bigelow e del suo spot Cia sull’Iraq “Zero Dark Thirty”, un’irrefrenabile avversione a russi, cinesi, 5Stelle e a tutti quelli che stanno sul cazzo all’imperialismo, una smodata passione per quinte colonne come curdi e Fratelli Musulmani, dire peste e corna di Trump cosìcchè ne risulti rigenerata Hillary, per finire con il sempreverde Asor Rosa che, invadendo gran parte della foliazione, insiste a ripeterci che o ci si salva con il PD e con il centrosinistra, migliore dei mondi possibili, o è la fine.
 
 

E’ la fine. Come volevasi dimostrare.

 
Pubblicato da alle ore 22:46
VELINARI E BISCHERIultima modifica: 2016-06-18T22:13:13+02:00da davi-luciano
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