No Tav: i guai del giornalista alla manifestazione

 TG Valle Susa

Seguire la cronaca delle manifestazioni No Tav può essere molto pericoloso per i giornalisti freelance. Un processo per Davide Falcioni.

di Daniela Giuffrida.

E’ l’estate del 2012 quando il giornalista  (cronista di Agoravox) decide di realizzare un reportage sulla protesta del movimento  e per una settimana vive fra Torino e la Val .

Il 24 agosto,  un gruppo di militanti dei centri sociali si reca a Torino, presso lo studio di progettazione della  s.r.l. società che lavora per il progetto  della Torino-Lione e il giornalista decide di unirsi a loro per vedere ciò che succede: da vero cronista, Falcioni, non è uno che se la fa raccontare, lui non “copiaincolla”, lui va sul posto, vede e racconta.

Il gruppetto di manifestanti arriva sotto la sede della Geovalsusa s.r.l., non forza porte o finestre, suona al citofono e chi risponde, apre il portone. Salgono al secondo piano, i manifestanti e affacciatisi al balcone, appendono uno striscione quindi accendono dei fumogeni. Il giornalista è presente, prende atto di quanto sta accadendo e lo racconta sul suo giornale. Il suo articolo verrà allegato agli atti del processo.

 Il 28 novembre del 2014, durante il processo ai 19 attivisti, Davide Falcioni, che non era fra gli imputati, viene chiamato a testimoniare per la difesa. Questi, prova a raccontare come la protesta, quel 24 agosto 2012, si fosse svolta in maniera pacifica. Ma il sostituto procuratore Manuela Pedrotta, prontamente lo interrompe e dispone che il giornalista venga iscritto nel registro degli indagati con le stesse accuse mosse agli “altri” manifestanti. In realtà, la versione raccontata da Falcioni sui fatti avvenuti quel giorno di agosto, contrasta con quella raccontata dalle forze dell’ordine, quindi è un complice degli attivisti? E cosa ne è del diritto di cronaca?

Il 20 febbraio del 2015, 19 di quei manifestanti, ritenuti colpevoli di violazione di domicilio aggravata dalla violenza sulle cose, vengono condannati a pene dai cinque agli otto mesi e il 17 ottobre scorso, otto mesi dopo la condanna degli attivisti e oltre due anni dopo l’accaduto, Davide Falcioni ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini dalla Procura di Torino con cui gli viene  che, nei suoi confronti, sta per essere esercitata un’azione penale, quindi ha accesso ai documenti d’indagine, in possesso del p.m., documenti che gli serviranno per predisporre la sua difesa. La sua difesa!

Dunque cosa si deve aspettare chi si appresta a far valere un diritto sancito dalla Costituzione come il diritto di espressione? Ricordiamo che l’art. 21 della Costituzione, riconosce a “tutti” il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e per far questo, così come avanzato da più parti, non è indispensabile essere iscritto ad un Ordine dei Giornalisti.

Davide Falcioni forse all’epoca dei fatti non era nemmeno pubblicista ma aveva già alle spalle un curriculum di tutto rispetto e noi vogliamo raccontarlo giusto per fugare qualsiasi dubbio in chi ritiene che il suo dichiararsi giornalista possa rappresentare una “furbata” o una “copertura” per farla franca a sue “supposte” responsabilità penali.

Falcioni ha iniziato la sua attività nel 2006, scrivendo per una rivista di viaggi che pubblicava in cartaceo, lo troviamo redattore di un giornale online (Inviato Speciale) già nel 2010, quindi passa ad “Agoravox” e dal 2013 scrive per “Fanpage”. Ma nel frattempo gira diversi documentari su temi di attualità importanti come quello girato per il Comitato referendario sull’acqua o quello sui Rom del “Casilino 900” di Roma (il più grande campo Rom abusivo d’Europa), un progetto sostenuto da Amnesty International, per realizzare il quale, Falcioni visse per un anno intero all’interno del campo. Vanta anche diverse esperienze all’estero, a metà tra attivismo e giornalismo; si reca in Vietnam, Cambogia, Argentina, per dei  reportage richiesti da riviste specializzate in viaggi.

“Sono stato tre volte in Tanzania – ci ha raccontato – facevo il muratore in un  e nel frattempo documentavo ciò che mi accadeva intorno. Feci delle mostre fotografiche e diverse pubblicazioni su riviste e giornali. Ho vissuto a lungo a Parigi: lavoravo ad Agoravox e seguivo la nascita del movimento No Tav francese, rimasto comunque debolissimo se confrontato a quello italiano”.

Gli abbiamo chiesto con che animo affronterà questa cosa, lui ci ha risposto: “guarda, io sono piuttosto sereno soprattutto perché ho trovato molta solidarietà, anche tra i colleghi (non tutti). Come ho sempre detto, a prescindere dall’esito dell’eventuale processo a mio carico, rifarei esattamente quello che ho fatto. Non mi sfugge però il problema politico generale – ha aggiunto – perché è vero che qualcuno al mio posto potrebbe tirarsi indietro. E’ ovvio che la prospettiva di affrontare spese legali ingenti preoccuperebbe chiunque e mi riferisco soprattutto ai giornalisti precari e ai freelance.”

Noi riteniamo che quanto sta accadendo a Falcioni sia quanto di più assurdo possa accadere in un paese sedicente democratico, perchè se è vero com’è vero che la collettività ha il ruolo di esercitare la sovranità popolare (art. 1 della Costituzione) e poiché il popolo è sovrano solo se è pienamente informato, senza una corretta informazione, non può esservi democrazia.

(D.G. 27.11.15)

No Tav: i guai del giornalista alla manifestazioneultima modifica: 2015-11-27T15:58:48+01:00da davi-luciano
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