prima dei fatti di Parigi -Rivelazioni/ Quegli ufficiali francesi nella roccaforte dei terroristi a Baba Amr in Siria

8 gennaio 2015

FRF2_Afghanistan

(Alessandro Aramu)Nel 2012 la città di Baba Amr, nel distretto di Homs, venne riconquistata dall’Esercito Arabo Siriano dopo circa un anno di assedio e bombardamenti. Baba Amr era una roccaforte dei ribelli. La sua capitolazione avvenne in poche ore. C’è un fatto che nessuno ha mai potuto raccontare e che oggi, all’indomani dell’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi, acquista un nuovo significato, anche alla luce delle dichiarazioni del Presidente Hollande che ha ribadito la sua volontà di combattere il terrorismo “in ogni sua forma” e “dovunque”.

Quello che l’Eliseo non può raccontare è che all’interno della roccaforte, assieme ai ribelli, molti dei quali jihadisti, c’erano anche ufficiali della Francia, dell’Arabia Saudita e del Qatar. Quella notizia è stata tenuta nascosta per anni. Una notizia che non poteva essere rivelata all’opinione pubblica per non mettere in imbarazzo il presidente Hollande, responsabile di aver armato in Siria gruppi armati che nulla avevano a che fare con la democrazia.

Oggi, grazie alle nostre fonti presenti sul posto, possiamo dire come sono avvenute le cose in quelle ore: Baba Amr è stata letteralmente consegnata all’Esercito di Damasco in cambio del silenzio. Quegli ufficiali, tra i quali molti francesi, hanno abbandonato la Siria in dieci bus, nascosti alla vista di tutti grazie ai finestrini oscurati. Per garantire l’anonimato vennero perfino montate delle tende all’interno dei mezzi. Nessuno doveva sapere che in mezzo ai terroristi erano presenti anche gli ufficiali e i militari francesi. Nessuno doveva vedere.

Quel convoglio di dieci bus lasciò la Siria attraversando il confine con la Turchia. Poi si persero le tracce.

Quello che è successo a Parigi è terribile. Ma non sfugge a nessuno come la Francia sia responsabile di aver armato e addestrato questi finti rivoluzionari. Alcuni di questi sono partiti da Parigi alla volta della Siria per far cadere un governo che fino a quel momento aveva vissuto in pace con chiunque. Mai in alcun modo Bashar al Assad aveva attentato alla sicurezza nazionale dell’Europa, degli Stati Uniti, dei paesi del Golfo. Mai.

Il presidente siriano era rispettato a livello internazionale e considerato come uno dei più importanti attori per la stabilità del Medio Oriente. Di questa opinione era, ad esempio, l’attuale sottosegretario di stato americano John Kerry. Chi ha ucciso le 12 persone a Parigi non può essere considerato un “terrorista” in patria e, allo stesso tempo, un “ribelle democratico” in Siria. Bisogna essere onesti e avere il coraggio di dire che questa sporca guerra voluta dall’Occidente ha molte mani insanguinate. Quelle dei terroristi. E anche quelle di Hollande. Il peggior presidente della storia della repubblica francese.

Lunga vita a Charlie Hebdo. Lunga vita soprattutto a quei giornalisti che in Siria sono morti per raccontare le atrocità commesse dai terroristi, nel silenzio assoluto dei media nazionali che solo oggi parlano di libertà di stampa e di espressione. Per loro mai una copertina e neppure un titolo sul giornale.

Nous sommes Charlie Hebdo. Nous sommes aussi les journalistes tués en Syrie pour dire la vérité.

 

Marco Scibona: Intervento in Aula sul Tribunale Permanente dei Popoli

http://www.marcoscibona.it/home/?p=970

Ieri, in Aula, sono intervenuto per portare a conoscenza dei colleghi la sentenza del Tribunale Permanente dei Popoli in merito i “Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e e grandi opere – dal TAV alla realtà globale”.
Ora nel resoconto della seduta del Senato della Repubblica c’è il testo del dispositivo della sentenza.
La giusta causa Valsusina lascia un altro segno nelle istituzioni!
Speriamo che presto inizi ad incidere anche le coscienze…

538a SEDUTA PUBBLICA
RESOCONTO STENOGRAFICO
MARTEDÌ 17 NOVEMBRE 2015

SCIBONA (M5S). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
SCIBONA (M5S). Signor Presidente, visto che il mio intervento è lungo e che in Aula c’è molto bailamme, chiedo fin d’ora di poterlo pubblicare in Allegato ai Resoconti della seduta odierna.
PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza in tal senso.
SCIBONA (M5S). Desidero portare a conoscenza di questa Aula e dei cittadini che seguono i nostri lavori che, nei giorni dal 5 all’8 novembre, si è svolta a Torino e in alcune località della provincia una sessione del tribunale permanente dei popoli (TPP).
Si tratta di un tribunale spontaneo d’opinione che trae ispirazione dal tribunale Russell, si compone di esperti di diritto, scrittori ed altri intellettuali, esprime valutazioni morali rivolte all’opinione pubblica su questioni di violazione dei diritti umani e dei diritti dei popoli in tutto il Pianeta.
Secondo l’articolo 2 dello statuto, la sua attività consiste nel promuovere il rispetto universale ed effettivo dei diritti fondamentali dei popoli, determinando se tali diritti sono violati, esaminando le cause di tali violazioni e denunciando all’opinione pubblica mondiale i loro autori.
Creato a partire dalla Fondazione internazionale Lelio Basso per i diritti e la liberazione dei popoli, fondata nel 1976 e conseguente alla Dichiarazione universale dei diritti dei popoli (anche nota come Carta di Algeri), il TPP si rifà inoltre alla Dichiarazione universale dei diritti umani, alla Dichiarazione dei diritti dei popoli indigeni, ai trattati e a dichiarazioni internazionali non vincolanti. (Brusio).
AIROLA (M5S). Non si sente niente!
SCIBONA (M5S). La sessione di interesse ha avuto il titolo «Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere, dal TAV alla realtà globale» e, in data 8 novembre 2015 presso Almese, Comune della Valle di Susa, è stata data lettura pubblica del dispositivo della sentenza emessa, che io credo che possa dare a questa Aula importanti spunti di riflessione su cosa sia la democrazia e su come in questa vicenda sia stata ampiamente calpestata dallo Stato.
Il dispositivo, infatti, afferma che «considerando la Dichiarazione universale dei diritti dei popoli adottata in Algeri nel 1976 e in particolare gli articoli 7 e 10; considerando l’insieme dei trattati internazionali e degli altri strumenti di protezione dei diritti umani, inclusi i diritti economici, sociali, culturali e ambientali, così come i diritti civili e politici; considerando, in particolare, l’articolo 21 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 10 di dicembre 1948 e l’articolo 25 del Patto internazionale sui diritti civili e politici del 16 dicembre 1966, che riconoscono il diritto di tutte le persone alla partecipazione nelle questioni di interesse pubblico; considerando la Convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale, adottata in Aarhus il 25 giugno del 1998 (di cui sono membri 46 Stati, tra cui l’Italia dal 13 giugno 2001 e la Francia dall’8 luglio 2002), e approvata dall’UE con la decisione del Consiglio n. 370 del 2005 del 17 febbraio 2005 e la cui applicazione parziale a livello comunitario si è realizzata con la direttiva n. 4 del 2003 relativa all’accesso della società civile all’informazione ambientale (…)». Vedo che il microfono continua a lampeggiare.
PRESIDENTE. Concluda pure, senatore.
SCIBONA (M5S). La ringrazio, signor Presidente. Il dispositivo continua nel modo seguente: «e la direttiva n. 35 del 2003 relativa alla partecipazione del pubblico nelle procedure relative all’ambiente; considerando la direttiva 85/337/CEE del 27 giugno 1985 riguardante la valutazione dell’impatto di progetti pubblici e privati sull’ambiente, modificata con la direttiva 2011/92/UE riguardante la valutazione dell’impatto di progetti pubblici e privati sull’ambiente e la direttiva 2014/52/UE del 16 aprile 2014;… (Il microfono del senatore Scibona lampeggia ripetutamente).
Signor Presidente, può interrompermi quando vuole dal momento che lascerò agli atti il testo dell’intervento.
PRESIDENTE. Le avevamo appunto concesso del tempo supplementare. Se vuole, può almeno concludere la frase.
SCIBONA (M5S). Grazie, signor Presidente, ma mi interrompo qui e consegno la restante parte dell’intervento.

[…]

Integrazione all’intervento del senatore Scibona su argomenti non iscritti all’ordine del giorno
Considerando l’insieme di prove documentali e le testimonianze che sono state presentate in questa sessione,
ritiene che deve essere menzionato l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani, che afferma che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali per dignità e diritti. E soprattutto che “essi sono dotati di ragione e coscienza, e devono agire gli uni verso gli altri in uno spirito di fraternità”. Il concetto di fraternità, troppo spesso sostituito con quello di solidarietà, ha un valore costituzionale nel diritto francese (Preambule e articolo 2, Costituzione francese 4/10/1958) e rinvia all’idea che proprio sulla fraternità degli umani a livello mondiale e sulla sua dimensione intergenerazionale che si fonda l’imperativo della protezione dell’ambiente. È perciò importante restituire al concetto di fraternità il suo valore giuridico, come principio attivo che ispira, guida e fornisce una quadro di riferimento all’elaborazione della legge. Nella Costituzione italiana, che prevede come obbligatorio e non derogabile il compimento dei doveri di solidarietà politica, economica e sociale, il principio di fraternità è assente, ma l’esigenza della realizzazione dei doveri sopra ricordati rinvia di fatto alla nozione di fraternità, così come questa viene utilizzata nella Dichiarazione universale dei diritti umani. È questo principio fondamentale di “fraternità” che è al cuore delle rivendicazioni delle persone che si sono mobilitate contro il TAV, il grande progetto inutile.
IL TRIBUNALE
adeguandosi alle tendenze culturali e giuridiche che si vanno ormai affermando e che sono garantite dai trattati e dalle altre norme internazionali sopra richiamate, riguardanti i comportamenti in materia di costruzione di grandi opere, intese come le opere che producono importanti effetti territoriali e ambientali, elencate negli allegati alla Convenzione di Aarhus:
riconosce tra i diritti fondamentali degli individui e dei popoli, quello alla partecipazione ai procedimenti di deliberazione relativi alle stesse opere. Questo diritto, oltre a essere espressione del diritto di partecipazione degli individui e dei popoli al proprio Governo – come stabilito nella Dichiarazione universale dei diritti (articolo 21) e nel Patto sui diritti civili e politici (articolo 25) – è funzionale ai principi della democrazia e della sovranità popolare e alla garanzia dell’effettivo rispetto degli altri diritti umani, incluso il diritto all’ambiente e a condizioni vita conformi alla dignità umana degli individui e delle comunità locali coinvolte dalle opere.
Ritiene censurabili tutti quegli Stati che, in diritto e nella prassi, non aprano a forme efficaci di partecipazione – il cui modello può essere attinto alla Convenzione di Aarhus – nei procedimenti relativi alle grandi opere.
Pertanto richiede a tutti gli Stati, in Europa e nel mondo, di dotarsi delle norme e di seguire le prassi a ciò necessarie.
I casi esposti nella sessione del TPP dai rappresentanti delle comunità di Val di Susa, Notre Dame des Landes, di Londra, Birmingham e Manchester, di Rosia Montana e Corna, dei Paesi Baschi di Francia e di Spagna, di Stoccarda, di Venezia, di Firenze, della Basilicata e delle Regioni d’Italia interessate ai progetti di trivellazione, di Messina e di Niscemi, e di tutti gli altri progetti presi in considerazione, documentano un modello generalizzato di non conformità operativa a questi principi, da parte di un gran numero di governi e di enti pubblici oltre che dei committenti esecutori di grandi opere.
IL TRIBUNALE
giudica illegittima questa condotta procedurale e la denuncia davanti all’opinione pubblica mondiale e dichiara
– che in Val di Susa si sono violati i diritti fondamentali degli abitanti e delle comunità locali. Da una parte, quelli di natura procedurale, come i diritti relativi alla piena informazione sugli obiettivi, le caratteristiche, le conseguenze dei progetto della nuova linea ferroviaria tra Torino e Lione (conosciuto come TAV), previsto inizialmente nell’Accordo bilaterale tra Francia e Italia del 29 gennaio 2001; di partecipare, direttamente e attraverso i suoi rappresentanti istituzionali, nei processi decisionali relativi alla convenienza ed eventualmente, al disegno e alla costruzione del TAV; di avere accesso a vie giudiziarie efficaci per esigere i diritti sopra menzionati. Dall’altra parte si sono violati diritti fondamentali civili e politici come la libertà di opinione, espressione, manifestazione e circolazione, come conseguenze delle strategie di criminalizzazione della protesta che saranno dettagliate più avanti;
– che queste violazioni si sono realizzate tanto per commissione che per omissione. Da un lato, la omissione di uno studio serio di impatto ambientale del progetto nel suo complesso, prima della sua autorizzazione; non si è garantita una informazione completa né veritiera in tempi sufficientemente precoci alle comunità coinvolte; si sono esclusi gli individui e le comunità locali da ogni procedura effettiva di partecipazione nella deliberazione e nel controllo della realizzazione delle opere, simulando anzi procedure di partecipazione fittizie e inefficaci; non si è dato corso ai procedimenti attivati nei tribunali per far valere i diritti di accesso alla informazione e alla partecipazione nei processi decisionali. D’altra parte ci sono le violazioni che sono il prodotto di azioni deliberate e pianificate: la diffusione di informazioni contenenti falsità e manipolazione dei dati relativi alla necessità, alla utilità, all’impatto dei lavori; la simulazione di un processo partecipativo con l’istituzione dell’Osservatorio per il collegamento ferroviario Torino-Lione, che arriva ad escludere i dissidenti (decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 19 gennaio 2010), e ad annunciare un accordo inesistente, il cosiddetto Accordo di Pra Catinat del giugno 2008, utilizzato largamente nei rapporti con l’opinione pubblica e le istituzioni europee; la adozione di misure legislative aventi come obiettivo l’esclusione della partecipazione dei cittadini e delle comunità locali; la strategia di criminalizzazione della protesta con pratiche amministrative, legislative, giudiziarie, di polizia, che includono anche la persecuzione penale sproporzionata e la imposizione di multe eccessive e reiterate, l’uso sproporzionato della forza;
– che, in particolare, dichiarano abusivamente i territori attinenti alla costruzione di grandi opere “zone di interesse strategico”, con regimi speciali che modificano e interferiscono con le competenze di gestione del territorio escludendone le amministrazioni locali, con la legge n. 443 del 21 dicembre 2001, conosciuta come legge obiettivo (“Delega al Governo in materia di infrastrutture ed insediamenti produttivi strategici ed altri interventi per il rilancio delle attività produttive”), e il decreto-legge 190 del 20 agosto 2002 (“Attuazione della legge 21 dicembre 2001, n. 443, per la realizzazione delle infrastrutture e degli insediamenti produttivi strategici e di interesse nazionale”) o il decreto-legge 133, del 12 settembre 2014 (“recante misure urgenti per l’apertura dei cantieri, la realizzazione delle opere pubbliche, la digitalizzazione del Paese, la semplificazione burocratica, l’emergenza del dissesto idrogeologico e per la ripresa delle attività produttive”). Le successive modifiche della posizione governativa nella utilizzazione della legge obiettivo nel caso TAV hanno portato, sulla base di dati falsi, alla decisione della sentenza del Tribunale amministrativo del Lazio adito sul punto dalla Comunità Montana che, in una sentenza (sentenza 02372-2014 Tar Lazio 04637-2011 Reg. Ric), ha dedotto da una nota ministeriale la prova che l’opera non fosse mai uscita dalla legge obiettivo, mentre l’allegato al 7° DPEF 2010-2013, al quale si riferisce la nota ministeriale, attesta esattamente il contrario. La sentenza è irrevocabile in quanto non impugnata dalla Comunità Montana, perché la stessa è stata dichiarata estinta (commissariata) con decreto della Regione Piemonte dopo soli tre giorni dalla notifica della sentenza;
– che le centinaia di progetti qualificati come strategici possono essere assoggettati (come sta accadendo in Val Susa) al controllo di polizia e militare ed interdetti ai cittadini. Nel caso del cantiere della Maddalena di Chiomonte, da una parte l’articolo 19 della legge 12 novembre 2011, n. 183 (più nota come “legge stabilità” o finanziaria 2012) prevede, sotto la rubrica «Interventi per la realizzazione del corridoio Torino-Lione e del Tunnel del Tenda» che “le aree ed i siti del Comune di Chiomonte, individuati per l’installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione, costituiscono aree di interesse strategico nazionale”, spostando sul luogo truppe dell’esercito italiano. D’altra parte si è proceduto ad una applicazione scorretta dell’articolo 2 del Testo unico di pubblica sicurezza, ampliando in misura esagerata l’aera interessata, e convertendo in permanente un provvedimento, che poteva essere solo transitorio, attraverso successive ordinanze emerse a partire dal 22 giugno 2011 dal prefetto di Torino, che ha assegnato l’area adiacente al cantiere alle forze di polizia, vietando l’accesso, lo stazionamento dell’area, e la circolazione nelle zone limitrofe. Nella loro visita alla zona, i membri di una delegazione del TPP sono stati trattati come potenziali delinquenti. Ciò rende evidente che gli effetti sulla vita quotidiana degli abitanti sono stati enormi, tanto dal punto di vista degli ostacoli posti alle normali attività lavorative (spostamenti da o verso i propri luoghi di residenza e i luoghi di lavoro agricolo), come dal punto di vista del danno morale rappresentato dal fatto di dover continuamente esibire documenti di identificazione ed essere sottoposti all’arbitrarietà degli agenti di forza pubblica per l’autorizzazione o meno al passaggio, o dal fatto di dover essere, in tempo di pace, osservatori impotenti della occupazione delle proprie terre, da parte delle Forze armate nazionali, con una azione diretta contro cittadine e cittadini del loro stesso stato. In questo contesto sono represse, in quanto considerate questioni di sicurezza pubblica, le manifestazioni di pensiero e di riunione, e sono accusati perfino di reati di terrorismo coloro che vi prendono parte, affidando alla repressione di polizia e giudiziari problemi di rilevanza democratica e sociale;
– che le persone che si mobilitano contro il TAV, come contro l’aeroporto di Notre Dame des Landes o in altri progetti, devono essere considerate come “sentinelle che lanciano l’allarme” al constatare violazioni di diritto che possono avere un grave impatto sociale ed ambientale e che, con modalità legali, cercano di allertare le autorità in vista della cessazione di atti contrari agli interessi di tutta la società. Accademici, professionisti, amministratori pubblici, lavoratori agricoli, qualsiasi abitante possono svolgere questo ruolo. Nel diritto europeo sono molte e precise le regole e le raccomandazioni che definiscono lo statuto di questa funzione di “sentinelle che lanciano l’allarme”: queste regole sono vincolanti per i giudici dei singoli Paesi (Consiglio d’Europa, Résolution 1729 (2010) du 29 avril 2010 e Recommandation CM/Rec(2014)7 du 30 avrii 2014);
– che il ricorso alla denigrazione e alla criminalizzazione della protesta è la documentazione più evidente della inconsistenza e della mancanza di credibilità degli argomenti dei promotori delle grandi opere, che mirano a convincere le persone e le comunità colpite della bontà e dei vantaggi dei progetti. In questa attività partecipano in modo determinante i mezzi di comunicazione più diffusi, che sostituiscono con una esplicita disinformazione al servizio degli interessi dei loro proprietari e gestori, la loro funzione di servizio al diritto all’informazione;
– che l’autorizzazione per l’inizio dei lavori per il tunnel della Maddalena è particolarmente grave, in quanto decisa prescindendo: dal principio di precauzione, senza uno studio preliminare di impatto ambientale in grado di definire in modo adeguato il rischio attuale e futuro derivante dalla probabile presenza di amianto e di urano, e dall’impatto sugli equilibri idrogeologici dell’area; dal principio di prevenzione in quanto non esiste a tutt’oggi un piano definito di analisi e di trattamento del materiale che si sta estraendo. È da notare, tra l’altro, che tutto ciò ha comportato la distruzione deliberata e ingiustificabile di una necropoli datata a 4000 anni a.c., che rappresentava un elemento fondamentale del patrimonio archeologico della Regione, dimostrando in tal modo la mancanza assoluta di sensibilità sociale e culturale dei suoi autori;
– che la responsabilità di queste violazioni deve essere attribuita in primo luogo ai Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi due decenni, alle autorità pubbliche responsabili della assunzione delle decisioni e delle misure che sono state sopra denunciare, ai promotori del progetto e all’impresa responsabile della sua esecuzione TELT (Tunnel Euralpin Lion Turin);
– che la responsabilità di queste violazioni deve essere attribuita anche all’Unione europea che, con la sua omissione di risposte concrete alle denunce ripetutamente formulate dalle comunità colpite e presentate alla Commissione di petizioni del Parlamento europeo e con la accettazione acritica delle posizioni dello stato italiano, permette in consolidamento e ciò che è ancor più grave, il cofinanziamento di un’opera che si sviluppa in chiara violazione del principio di precauzione, affermato nell’articolo 191 del trattato di funzionamento dell’UE, delle direttive europee sulla valutazione di impatto ambientale dei progetti, sull’accesso alla informazione e sulla partecipazione all’adozione di decisioni riguardanti l’ambiente, distorcendo così il criterio di priorità che prevede la costruzione dei collegamenti non ancora conclusi e l’eliminazione di colli di bottiglia specialmente nelle tratte transfrontaliere secondo le corrispondenti e vigenti norme europee (Reglamento UE n° 1315/2013 del Parlamento Europeo y del Consejo, de 11 de diciembre de 2013, sobre las orientaciones de la Union para el desarrollo de la Red Transeuropea de Transporte, y Reglamento UE No 1316/2013 del Parlamento Europeo y del Consejo de 11 de diciembre de 2013 por el que se crea el Mecanismo «Conectar Europa»);
– che si sottolinea la particolare gravità e insensibilità del comportamento del coordinatore europeo del corridoio TEN-T Mediterraneo Laurence Jan Brinkhorst che ha contribuito alla diffusione informazioni non controllate e alia squalificazione della protesta delle comunità di vai di Susa ignorandone i contenuti reali, e stigmatizzandole come poco rappresentative e violente;
– che la non applicazione dei principi di cui sopra volti ad assicurare la partecipazione piena ed effettiva dei cittadini, tanto ben documentata nel caso della Val Susa, non è un caso isolato in Italia come si è avuto occasione di constatare con tutti i casi presentati nelle udienze pubbliche e come il TPP ha potuto constatare in molte altre focalizzate su citazioni extraeuropee;
– che tutto quanto è stato sottolineato, sembra dimostrare la esistenza di un modello consolidato di comportamento nella gestione dei territorio e delle dinamiche sociali ogni volta che ci si trova in uno scenario di approvazione e realizzazione delle grandi opere infrastrutturali: i Governi sono al servizio dei grandi interessi economici e finanziari, nazionali e sovranazionali e delle loro istituzioni nel disporre senza limiti né controllo dei loro territori e delle loro risorse: si ignorano totalmente le opinioni, gli argomenti, ma ancor più il sentire vivo delle popolazioni direttamente colpite. Ciò rappresenta, nel cuore dell’Europa, una minaccia estremamente grave all’essenza dello stato di diritto e del sistema democratico che deve necessariamente essere fondato sulla partecipazione e la promozione dei diritti ed il benessere, nella dignità, delle persone.
Questa sessione ha permesso al TPP di apprezzare e condividere la enorme capacità delle comunità di Val di Susa di mettere in comune la loro energia e le loro conoscenze, che sono il risultato di competenze scientifiche e tecniche e di saperi diffusi che derivano da una vita e un lavoro quotidiano con profonde radici nel territorio, e che hanno permesso di costruire una realtà conoscitiva e una narrazione coerenti, convincenti, e tali da permettere di mantenere per venticinque anni una lotta esemplare in difesa dei loro diritti fondamentali.
RACCOMANDAZIONI
Constatando che, sia nel caso del TAV Torino-Lione, che nel caso dell’aeroporto di Notre Dame des Landes e in tutti i casi esaminati in questa sessione dedicata a “Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità locali e grandi opere”, il diritto all’informazione e alla partecipazione dei cittadini, così come molti altri diritti fondamentali, sono stati violati,
IL TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI
Raccomanda, nel caso del TAV Torino-Lione, agli Stati italiano e francese, di procedere a consultazioni serie delle popolazioni interessate, e in particolare degli abitanti della Val di Susa per garantire loro la possibilità di esprimersi sulla pertinenza e la opportunità del progetto e far valere i loro diritti alla salute, all’ambiente, e alla protezione dei loro contesti di vita. Queste consultazioni dovranno realizzarsi senza omettere nessun dato tecnico sull’impatto economico, sociale e ambientale del progetto e senza manipolare o deformare l’analisi della sua utilità economica e sociale. Si dovranno esaminare tutte le possibilità senza scartare l’opzione “0”. Finché non si garantisce questa consultazione popolare, seria e completa, la realizzazione dell’opera deve essere sospesa in attesa dei suoi risultati, che devono essere in grado di garantire i diritti fondamentali dei cittadini.
Raccomanda allo Stato francese, nel caso dell’aeroporto di Notre Dame des Landes, di presentare uno studio documentato sulla opportunità e necessità del progetto e ie sue conseguenze sociali, economiche, ambientali e di sospendere la realizzazione dell’opera.
Raccomanda al Governo italiano di rivedere la legge obiettivo del dicembre 2001, che esclude totalmente le amministrazioni locali dai processi decisionali relativi al progetto, così come il decreto sblocca Italia del settembre 2014 che formalizza il principio secondo il quale non è necessario consultare le popolazioni interessate in caso di opere che trasformano il territorio.
Il controllo militare del territorio nella zona del progetto di Val di Susa costituisce un uso sproporzionato della forza. In uno Stato democratico in tempo di pace, l’esercito non può intervenire su affari interni, limitando i diritti di cittadinanza garantiti dalla Costituzione, dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dalla Convenzione europea dei diritti umani. Il TPP raccomanda di sospendere la occupazione militare della zona.
Lo Stato deve anche astenersi dal criminalizzare la protesta cittadina giustificata per l’assenza di concertazione e protetta dalla Costituzione e da molti strumenti internazionali ratificati dall’Italia. Il TPP raccomanda allo Stato di non ostacolare l’espressione della protesta sociale.
Chiede alla Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte di ispezionare la zona archeologica de la Maddalena per verificare i danni apportati ai reperti dai mezzi militari, secondo testimonianze raccolte sul luogo anche da parte dal tribunale, così da adottare i provvedimenti di salvaguardia e di ripristino necessari.
Chiede alle istituzioni europee competenti, Commissione europea e Commissione delle petizioni del Parlamento europeo di esaminare con la serietà necessaria e in modo critico i progetti presentati dalle imprese promotrice e gli Stati, prendendo in considerazione l’interesse reale delle comunità colpite e delle popolazioni in generale.
Raccomanda ai Governi di considerare l’attivazione di grandi opere solo se vagliate da procedure tecniche partecipative serie ed efficaci che ne dimostrino l’effettiva necessità nel sostituire o integrare infrastrutture esistenti di cui sia accertata l’impossibilità di migliorie significative; di dare priorità rispetto alle grandi opere a programmi vasti ed efficaci inerenti i servizi e le opere di interesse vitale e quotidiano dei cittadini, quali le opere di contrasto di fenomeni idrologici e idrogeologici e situazioni di degrado e di mancanza di manutenzione dell’edilizia e dei trasporti di pubblico interesse.
Gli Stati hanno il dovere costituzionale di proteggere i diritti dei loro cittadini. Per questo motivo devono perciò assicurare questa protezione contro le lobby economiche e finanziarie nazionali o transnazionali esaminando ogni progetto secondo i criteri definiti da vari trattati internazionali, in particolare la Convenzione di Aarhus del 25 giugno 1998 che prevede una informazione adeguata ed efficiente, la partecipazione effettiva dei cittadini durante tutto il processo di decisione e l’obbligo delle istituzioni competenti di tenere in conto in modo adeguato dei risultati derivanti dalla partecipazione dei cittadini.
Infine, il tribunale raccomanda ai movimenti sociali, alle associazioni e ai comitati che si battono o potrebbero battersi contro le violazioni degli obblighi di cui sopra in materia di grandi opere, di richiedere, col necessario vigore, secondo l’esempio di ciò che è avvenuto in Val di Susa, agli Stati e agli altri soggetti tenuti ad assicurare la partecipazione del pubblico alle procedure di deliberazione di grandi opere di praticare in concreto tali procedure fin dall’inizio di ogni attività di deliberazione e per tutta la loro durata, così come richiesto dalla Convenzione di Aarhus; nonché di sperimentare ogni legittimo strumento per costringerveli in caso di inadempimento degli obblighi suddetti, in particolare il ricorso al Comitato sull’adempimento della Convenzione di Aarhus.
COMPOSIZIONE DELLA GIURIA
Presidente:
Philippe Texier (Francia)
Magistrato onorario della Corte suprema di Cassazione francese, già membro e presidente del Comitato di diritti economici, sociali e culturali dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite
Componenti:
Umberto Allegretti (Italia)
Giurista, già docente di diritto costituzionale presso l’Università di Firenze, già direttore di “Democrazia e diritto”, studioso della democrazia partecipativa
Perfecto Andrés Ibàñez (Spagna)
Magistrato del Tribunal Supremo spagnolo e direttore della rivista “Jueces para la Democracia”
Mireille Fanon Mendès France (Francia)
Presidente della Fondazione Frantz-Fanon e componente del Gruppo di lavoro di esperti per le popolazioni afrodiscendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite
Sara Larrain (Cile)
Ecologista e politica cilena, direttrice del Programa Chììe Sustentable dal 1997
Dora Lucy Arias (Colombia)
Avvocata, componente del Consiglio direttivo del Colectivo de Abogados José Alvear Restrepo
Antoni Pigrau Sole (Spagna)
Professore di diritto internazionale pubblico presso l’Universidad Rovira y Virgili
di Tarragona, direttore dei Centro de Estudios de Derecho Ambiental de Tarragona
Roberto Schiattarella (Italia)
Economista, professore di politica economica presso l’Università di Camerino
SEGRETERIA GENERALE
Gianni Tognoni (Italia)
Simona Fraudatario (Italia)

Riciclaggio di denaro in Val Susa la Finanza denuncia imprenditori.

di Redazione.

Le indagini dei Finanzieri del Nucleo Polizia Tributaria Torino hanno scoperto una attività di riciclaggio di denaro in . Ne fanno parte due imprenditori il nome di uno di questi era già apparso durante i processi “Minotauro”, “San Giorgio” ed “Esilio”. Ora altre indagini hanno condotto i finanzieri a scoprire una attività di riciclaggio di denaro con la collaborazione di un altro imprenditore. Agli illeciti collaborava una persona condannata quale affiliata al “locale” di ’ndrangheta di Giaveno.

Gli indagati, soci di una S.r.l. di  attiva nel settore dell’edilizia, della quale sono stati amministratori, hanno utilizzato l’azienda  per favorire delle attività illecite impiegando nell’impresa 450.000 euro in contanti provenienti da attività di usura ed estorsione commessi dall’associazione mafiosa.

I Finanzieri hanno individuato e ricostruito anche un’azione di riciclaggio in relazione a 220 mila euro sempre in contanti, riconducibili alla ‘ndrangheta di Giaveno a mezzo di una gestione illecita delle macchine da Poker per evitare l’individuazione della provenienza del denaro. Le trance del denaro contante da riciclare venivano consegnate attraverso sacchetti del pane.

E’ stata quindi emessa un’ordinanza di sequestro preventivo per circa 700 mila euro tra denaro presente sui conti correnti e di immobili ubicati nel comune di Alpignano.

Tav: anticipo o ritardo? Rivalta mette in mora governo e ferrovie [conf. stampa]

giovedì, novembre 19, 2015
Tav: anticipo o ritardo? Rivalta mette in mora governo e ferrovie [conf. stampa]

L’Amministrazione Comunale di Rivalta di Torino organizza, venerdì 20 novembre 2015 alle ore 12 presso la Sala Consiliare del Municipio di via Balma 5, una conferenza stampa dal titolo:

TAV: ANTICIPO O RITARDO? RIVALTA METTE IN MORA GOVERNO E FERROVIE

Su indicazione del Commissario di Governo, le ferrovie stanno già elaborando il progetto definitivo del TAV Torino-Lione nella tratta nazionale (Avigliana, Rivoli, Rivalta, Orbassano, Grugliasco)?

Rivalta intende porre la questione al centro della discussione sulla Torino-Lione.

La conferenza stampa verterà su questo tema e saranno illustrati i dettagli delle azioni già intraprese e delle decisioni assunte dall’Amministrazione Comunale in sede di Giunta.

Alla conferenza saranno presenti:
-il Sindaco di Rivalta di Torino, Mauro Marinari;
-l’Assessore all’Ambiente, Gianna De Masi;
-l’ing. Alberto Poggio e il dott. Luca Giunti della Commissione Tecnica nominata dai Comuni contrari alla nuova linea ferroviaria Torino-Lione

Vladimir Putin contro i terroristi: “Perdonarli spetta a Dio, portarli a Lui spetta a me”

Conosciuto per la sua linea dura e forte in merito all’intervento pubblico, l’ultima asserzione del presidente russo Vladimir Putin (riportata da The Straits Times) ha fatto il giro del mondo tramite i social media. Un tweet di Remi Maalouf, giornalista di Russia Today, mette in luce la colorata frase di Putin contro il terrorismo: “Perdonarli spetta a Dio, mandarli a Lui spetta a me.”

Sulla scia degli attacchi terroristici di Parigi del 13 novembre, che hanno ucciso oltre 130 persone, Russia e Francia hanno deciso di coordinare i loro servizi militari e di sicurezza nei confronti dei militanti dello Stato islamico (ISIS) in Iraq e Siria. Putin, parlando ai suoi alti ufficiali militari, aveva giurato vendetta spietata per gli attacchi ed in effetti abbiamo visto come aerei militari dei due paesi hanno scatenato bombe sulla roccaforte ISIS di Raqqa all’inizio di questa settimana.

“E’ necessario stabilire un contatto diretto con i francesi e lavorare con loro come alleati“, ha affermato Putin con decisione. L’urgenza di questa alleanza decisamente insolita è dovuta anche alla rivelazione di martedì secondo cui l’ISIS sarebbe responsabile di aver fatto esplodere una bomba artigianale che ha causato la morte di 224 persone di un aereo passeggeri russo che sorvolava i cieli d’Egitto lo scorso 31 ottobre.

Putin ha detto che si tratta di uno dei più sanguinosi atti della storia russa moderna, giurando che lo sforzo di portare l’ISIS alla giustizia sarebbe stato implacabile.“Daremo loro la caccia in tutto il mondo, ovunque si stanno nascondendo. Li troveremo ovunque si trovino e li puniremo”, ha infine aggiunto.

Simona Vitale

Pugno duro dell’Occidente contro il terrorismo: “Gli aumenteremo il prezzo delle armi!”

 Lercio

di  il 18-11-2015

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Milano (odia: la polizia non può sparare) – Non credevo sarei riuscito a raccontare i fatti che ora vi presenterò. Si prospettava una giornata tranquilla; tutto ciò che avevo da fare era intervistare Federica Mogherini, l’alto rappresentante dell’unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, riguardo gli attentati di Parigi, e tutti i professionisti come me sanno che ci si può aspettare solo una sequela di banalità trite e ritrite da quelle conversazioni.
Ma non faccio in tempo ad assumere la mia espressione da vero giornalista prima di uscire dalla redazione, che una squadra di uomini incappucciati sfonda le nostre finestre e, armati di tutto punto, ci intimano di metterci con le spalle al muro.

Il mio primo, logico, pensiero, ovviamente, è che si tratti di estremisti islamici che vogliono colpire la libertà di stampa in Italia, orgogliosamente attestata al 73º posto.
Così, mentre il mio direttore spiega loro che il vero e unico autore dei nostri titoli è Maurizio Belpietro, che in quel momento non è in redazione perché doveva uscire a insultare dei bambini musulmani all’asilo, ma di cui può comunque fornire loro indirizzo e numero di telefono, quegli uomini mi sedano e, come scoprirò solo più tardi, mi rapiscono caricandomi di peso su un elicottero militare.

Mi risveglio in un rifugio alpino, dove trovo ad attendermi un amabile vecchietto, intento a sorseggiare una birra e a godersi lo sfondo del tramonto sulle montagne.

“Foleva federe Frau Mogherini?” mi domanda tradendo un forte accento tedesco “bene, sappia che lei non potrebbe dirvi niente, a meno che non cerchiate consigli su come tingervi i capelli. Sono io il fero responsabile della sicurezza europea”

Più sconvolto dal fatto che la Mogherini si tinga i capelli, piuttosto che non conti una cippa in Europa, vorrei però chiedere a quel signore come poteva sapere che avevo intenzione di intervistarla, dato che mi hanno rapito prima che le telefonassi. Decido tuttavia di non domandare nulla. Un po’ perché temo la sua reazione, un po’ perché sono legato e imbavagliato.

“Sappia che i fatti di Parigi ci hanno colpito fortemente” continua l’anziano signore mentre, brandendo un coltellaccio, mi si avvicina e mi libera. “Teufel! Siamo campioni del mondo e ci facciamo impalare due volte dai francesi! E, poi, ovviamente, anche l’attacco terroristico ci ha scosso. Un conto è un mercato a Beirut, un conto è Parigi, una delle città più importanti del Reich, cioè, dell’Europa!”.

Mentre mi massaggio i polsi martoriati, vorrei ribattere, ma il vecchietto sembra leggermi nel pensiero “Niente ma! – sbotta – le armi sono cose serie! Mica come i politici italiani, che cambiano bandiera a seconda di chi se li compera! Abbiamo venduto le armi ai terroristi, gli abbiamo fatto lo sconto, gli abbiamo persino regalato una paio di Luger dal valore affettivo incommensurabile, e quelli che fanno? Le usano contro di noi? Ma robe da pazzi! Saddam Hussein! Quello sì che era una persona onesta. Ha comperato armi per miliardi e non ci ha chiesto una lira di sconto, e alla fine s’è fatto pure ammazzare senza dire né ah né bah! Ah, ce ne fossero… È proprio vero: i dittatori coi baffetti sono i migliori!

“E adesso cosa contate di fare?” riesco a domandare approfittando di una lunga sorsata di birra del vecchio. “Scheiße –inveisce sbattendo il boccale sul tavolo – gli aumenteremo i prezzi. Del doppio, del triplo! Gli aumentermo pure la carta per i documenti falsi! Vedremo, poi, se faranno ancora i furbi. E l’atomica se la scordano. Almeno per cinque anni!” Vorrei domandare qualcos’altro, ma, senza che me ne renda conto, gli uomini che mi hanno rapito compiaono dal nulla e, in men che non si dica, mi ritrovo di nuovo legato. “Ja, ora è meglio che se ne vada, c’è il derby tra Corinthians e Palmeiras. Ho vissuto qualche anno in Brasile e, anche se c’erano troppi negri, defo dire che sanno giocare a calcio. Quelli sì che non si farebbero impalare due volte dai francesi!”.

Matteo Adami

Non è occidentale, l’argine più forte all’avanzata dell’isis è composto da Donne curde e musulmane

http://ilpuntod.com/2015/11/16/non-e-occidentale-largine-piu-forte-allavanzata-dellisis-e-composto-da-donne-curde-e-musulmane/
 

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C’è una sorta di disonestà intellettuale nelle parole di chi in queste ore taccia come una guerra di religione l’avanzata del terrorismo dell’Isis in occidente. Disonestà intellettuale di coloro che la guerra la vogliono fare a tutti i costi all’Islam, forti di una approssimativa conoscenza di ciò che sta realmente accadendo al di fuori dal nostro rassicurante perimetro di analisi e anteponendo in maniera abbastanza chiara la propria insofferenza verso una non meglio specificata realtà araba, alla sicurezza di tutti.

In realtà se l’occidente non perdesse il proprio tempo a combattere la propria personalissima guerra a suon di propaganda politica di fine e tradizionale fattura nei più seguiti salotti televisivi, saprebbe che esiste già un argine che da quasi due anni combatte per bloccare l’avanzata dell’Isis e che nulla ha a che vedere con la religione perché di religioni è un vero e proprio put pourri

Dentro possiamo trovarci combattenti Arabi, Assiri, Yezide, Curdi Musulmani e Cristiani che lottano uno di fianco all’altro e che hanno protetto anche i nostri confini.

Tra questi una delle frange più forti e compatte è costituita dalle Combattenti Curde. Queste donne fanno capo allo YPG (Yekîneyên Parastina Gel, letteralmente Unità per la protezione della popolazione) e vengono definite dai colleghi uomini delle vere e proprie leonesse. Abbiamo cominciato a sentire parlare di loro con l’assassinio dello Jihadista di origini veneziane, avvenuto il 3 febbraio scorso a Kobane proprio per mano di una di queste resistenti curde.

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Sul blog gestito da un giornalista che intende mantenere l’anonimato e che raccoglie le ultime notizie relativa alle battaglie che si stanno consumando in Sirya dal punto di vista dei combattenti Curdi, si legge che queste donne «Sono i migliori cecchini del battaglione perché sono molto concentrate e pazienti». Dalle lettere che ognuna di queste Guerriere posta su blog si evince tra le altre, anche la pretesa quasi vitale di un riscatto sociale e culturale del ruolo della donna nella società nonché la voglia di misurarsi sul terreno peggiore in cui non solo una donna ma  un qualsiasi essere umano avrebbe difficoltà ad abitare e solo ed esclusivamente per combattere il terrorismo.

<<Quando ho il dito sul grilletto della mia pistola >> scrive il comandante di una delle unità femminili <<penso alle donne curde, a tutte le donne del mondo e a coloro che hanno a cuore la libertà e la pace>>.

Queste Donne rappresentano la resistenza curda che da anni ormai combatte i terroristi dell’Isis e va sottolineato che la maggior parte di loro sono musulmane. Chi oggi resiste e combatte il sedicente stato islamico in larghissima parte è musulmano. Ricordiamolo quando rivolgeremo un plauso a chi scrive “bastardi Islamici”.

Ricordiamolo quando per la testa ci passerà l’illusione che la lotta dura l’abbia cominciata l’occidente solo da un pugno di mesi.

Ricordiamolo quando pretenderemo che un miliardo e mezzo di musulmani prendano pubblicamente le distanze dallo Stato Islamico, da qualcosa che di fatto non esiste, quando il loro tributo di sangue e lotta quotidiano passa in sordina solo in occidente.

Ricordiamolo quando penseremo alla Turchia di Erdogan, che è il primo e più utile interlocutore dei pasi occidentali, che queste combattenti Curde le sta letteralmente massacrando.

Ricordiamolo, perché ci sono domande che aspettando ancora delle risposte che una buona parte dell’occidente prima o poi dovrà dare, perché questo cerchio del male, di terrore e di morte si dovrà chiudere ed in questo cerchio la supremazia occidentale ha sempre occupato un posto d’onore