L’ideologia di genere: una nuova guerra tra poveri

di Simone Boscali 

Le rivendicazioni di coloro che chiedono maggiori diritti e riconoscimenti per le coppie gay e lasbiche stanno purtroppo sempre più risentendo dei pesanti condizionamenti dei gruppi che si sono infiltrati alla loro testa, quali la Open Society Institute di George Soros piuttosto che banche come la Goldman Sachs o aziende quali la Coca Cola1.

Se infatti queste rivendicazioni erano agli inizi più che ragionevoli (secondo il mio giudizio personale) come il riconoscimento giuridico della coppia, oggi la cosa è degenerata non tanto in una richiesta di diritti quanto nella pretesa che questi ultimi venissero ridotti a chi ne aveva per secoli naturalmente beneficiato, ossia alle famiglie tradizionali.

Il risultato di questa degenerazione è la creazione di un clima di diffidenza, ostilità e infine odio aperto tra gruppi di persone che, come sempre accade, non avrebbero in realtà nulla per cui contrapporsi gli uni gli altri a livello politico e sociale.

Questa pericolosa spirale è stata messa in pratica per gradi, prima con le provocazioni di pochi personaggi addomesticati o finanziati dai poteri forti (Nichi Vendola, Aldo Busi o i radicali nel caso italiano) e rilanciate da una parte della comunità omosessuale in risposta alla quale si sono poi costituiti gruppi di difesa della famiglia canonica. Il tutto in un contrapporsi crescente di posizioni sempre più radicali e incociliabili.

  Se una regia non può essere provata con certezza, essa è comunque rilevabile dai numerosi indizi già citati (il collegamento tra le personalità coinvolte e i loro criminali finanziatori) e dalla succesione dei fatti.

E’ chiaro ad esempio che esiste una profonda differenza tra la richiesta di diritto alla genitorialità per coppie dello stesso sesso (richiesta che in questo caso non condivido, ma è non di meno lecita da avanzare) e la negazione della genitorialità naturale tra un uomo e una donna. Come definire altrimenti le ultime acrobazie giuridiche che si vogliono introdurre quali la sostituzione dei termini “padre” e “madre”, giudicati discriminatori, con “genitore 1” e “genitore 2″2? Oggi gay e lesbiche non possono sostanzialmente costituirsi in coppie con figli, ma se questo non è permesso dove sta il vantaggio per queste coppie nel negare la formalità dello stesso diritto alle famiglie composte da un padre e una madre? Forse quei componenti, certamente fondamentalisti, della comunità LGBTI che vogliono avanzare queste pretese giuridiche non hanno avuto un padre e una madre? E’ come se una categoria di operai insoddisfatta del proprio salario, scioperasse non tanto per chiederne l’aumento, quanto per pretendere la riduzione degli stipendi di altri lavoratori in modo da avere “pari diritti”.

E’ del tutto evidente che di fronte a simili provocazioni la risposta che nasce da altri gruppi nella società non può che essere una risposta polemica, e non conciliante, e altrettanto radicale, quale quella delle Sentinelle in Piedi la cui scesa in campo è a sua volta un pretesto per chi non vedeva l’ora di poter lanciare l’allarme omofobia3.

E dunque, cui prodest?, come si chiedevano i giuristi dell’antica Roma all’inizio di un’inchiesta, a chi giova tutto questo?

Ricordiamo che ad ogni momento di falsa divisione creato dal sistema il sistema stesso ha avanzato un’altrettanto falsa soluzione che permettesse di ricomporre i gruppi in contrasto addomesticandoli ancor più al potere.

La falsa frattura politica destra contro sinistra è stata portata alle estreme estreme conseguenze dell’inettitudine sino a poter presentare alla stanca opinione pubblica i salvatori della patria, i “tecnici” che, liberi da ogni condizionamento politico, avrebbero risolto ogni problema rivelandosi invece amministratori delegati a servizio del sistema bancario e delle multinazionali.

La distorta gestione dei singoli stati nazionali o i loro passati conflitti hanno fatto credere che essi fossero ormai inadeguati fornendo ad ogni loro crisi l’occasione per rafforzare il sistema dei blocchi sovranazionali quali esecutori della graduale privazione di libertà politica, cosa di cui l’Unione Europea è un esempio perfetto.

L’altrettanto strumentale lotta tra il Cristianesimo cattolico-ortodosso contro l’Islam fornisce il pretesto per bollare le religioni come causa di conflitti, guerre e immobilismo culturale, proponendo come soluzione la grandiosa religione universale new age.

E dove porterà invece la triste divisione tra omosessuali ed eterosessuali, persone che in un mondo sano non avrebbero nessun motivo per fronteggiarsi così ferocemente? Sicuramente condurrà a credere che, così come le divisioni politiche, statali e religiose, anche le specificità sessuali sono roba superata, foriera di scontri e quindi da manipolare artificalmente, rendendo quindi quanto mai presentabile il fenomeno del transumanesimo (che, a scanso di facili ironie, nulla ha a che vedere col transessualismo), ossia il superamento dell’essere umano non solo nella sua versione fisica naturale a favore di elementi meccanici ma anche nell’annullamento delle differenze psico-fisiche (e spirituali?) tra maschio e femmina.

 Ma questa è la risposta ingannevole e liberticida che darebbe il sistema, mascherando da soluzione al problema quello che è invece un impoverimento e una riduzione in schiavitù. Quale è invece la risposta che dovrebbe dare chiunque ambisca alla libertà e a tutte le forme di sovranità?

Sovranità significa in primo luogo autonomia, indipendenza. E non c’è indipendenza in quella parte della comunità LGBTI che ha tralasciato la rivendicazioni di diritti a favore della negazione dei diritti altrui. Chi scende in strada a condurre una lotta che gli appare giusta e vede che al suo fianco si sono schierati mafiosi e camorristi dovrebbe interrograrsi sul motivo della loro presenza e, se continua a ritenere che la propria battaglia sia corretta, allontanarli per evitare manipolazioni del movimento cui appartiene. E’ per questo motivo che personaggi e gruppi d’élite che oggi in Italia e all’estero manipolano i gruppi d’opinione gay e lesbiche dovrebbero essere neutralizzati e questo è certamente possibile poiché ritengo che i movimenti più manipolati sono quelli più visibili a livello mediatico ma non sono sicuramente rappresentativi di tante persone omosessuali che non si riconoscono in queste battaglie distorte. A questi ultimi spetta a mio avviso l’arduo compito di farsi sentire.

Essere liberi significa invece riconoscere l’importanza della libertà altrui prima di lederla a vantaggio della propria. Una richiesta di diritti di coppia per omosessuali non può quindi ignorare il tessuto comunitario in queste coppie andranno a inserirsi, un tessuto la cui normalità (che non è un concetto discriminatorio e nemmeno gerarchico) è fatta di coppie, famiglie e genitori eterosessuali. Queste ultime persone dovranno invece imparare e insegnare ai propri figli il rispetto per ogni diversità, per l’eccezione (altro termine non discriminatorio, ma statistico), la comprensione, la condivisione delle ingiustizie subite e la lotta contro di esse in quadro giuridico adeguato.

La chiave di volta per risolvere questo conflitto, così come qualunque altro scontro sociale fittizio, è sempre questa ed è semplicissima, ossia il rifiuto della logica del divide-et-impera tra i due litiganti per concentrarsi invece sulla rimozione dei motivi di contrasto alla radice.

1 http://arcadianet.blogspot.it/2013/10/camminando-sulle-uova-dellomofobia.html

2 http://arcadianet.blogspot.it/2013/11/pillole-omogenitorialita-e-badge.html

3 http://arcadianet.blogspot.it/2014/05/di-simone-boscali-occorre-fare-un.html

http://arcadianet.blogspot.it/2015/01/lideologia-di-genere-una-nuova-guerra.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+NotizieDallarcadia+(Notizie+dall’Arcadia)

Il presidente Hollande riconosce che la Francia ha armato le milizie anti siriane che collaboravano strettamente con i terroristi dell’ISIS

di Luciano Lago

Ripubblichiamo un nostro precedente articolo (pubblicato il 23 Agosto c.a.) che mette in risalto le complicità del governo francese con i gruppi terroristi takfiri che operano in Siria, gli stessi a cui appartengono i terroristi, quelli franco algerini che si sono resi   protagonisti dell’ultimo attacco verificatosi a Parigi.

…Il leader francese Hollande ha rilasciato dichiarazioni lo scorso Giovedi (20 Agosto 2014), riconoscendo che il governo di Parigi aveva fornito le armi ai terroristi Takfiri in Siria “qualche mese fa,” ed ha inoltre sottolineato che, secondo lui, “Non dobbiamo smettere di sostenere i militanti anti-Damasco”.

Hollande , nel corso dell’intervista, ha anche invitato gli altri paesi, a partire da Stati Uniti ed Unione Europea ad aderire alla campagna e ha sostenuto che la Francia non può “fare da sola”.

In un’intervista con il giornale francese Le Monde dello stesso giorno, pubblicato successivamente, il presidente francese ha detto che la comunità internazionale deve assumersi una “grande responsabilità” per quanto riguarda le turbolenze in Siria, che si sono anche riversate nel vicino Iraq.
Egli ha anche detto che i militanti Takfiri dell’ISIL non sarebbero mai apparsi come un esercito se la crisi in Siria fosse stata messa a termine, aggiungendo che gli altri miliziani armati che operano nel paese “meritano tutto il nostro sostegno.”

La Francia è stata tra le maggiori potenze sostenitrici degli estremisti Takfiri operanti in Siria per rovesciare il governo del presidente siriano Bashar al-Assad dal marzo 2011.

Nel mese di gennaio, Hollande aveva dichiarato che circa 700 cittadini francesi risulta che abbiano preso parte alla guerra contro il governo di Damasco, aggiungendo che Parigi deve mettere in guardia i giovani contro l’arruolamento nella rete dei gruppi estremisti nel paese arabo.

Secondo alcune fonti, più di 180.000 persone sono state finora uccise e milioni di altre persone sfollate a causa della violenza alimentata da militanti occidentali-basati in Siria

Eretz Zen diffonde il video che dimostra la connessione tra lo Stato islamico (ISIS) e l’opposizione siriana

Vedi: Youtube.com/watch

Uno degli uomini chiave degli Stati Uniti in Siria, il “Syrian Army libero” (FSA) Col. Abdel Jabbar al-Okaidi, che operavano per lo più nella zona della Grande Aleppo, dichiara che era abituato ad una comunicazione quotidiana e alla collaborazione con i gruppi jihadisti estremisti dello “Stato islamico in Iraq e Levante “(ISIL) e il ramo ufficiale di al-Qaeda in Siria, Jabhat al-Nusra. Egli si riferisce a questi combattenti come” fratelli”. In un filmato dopo la cattura del ribelle Menagh, nella base aerea militare, lo stesso era anche apparso in piedi accanto a un jihadista egiziano dell’ ISIL, Abu Jandal, mentre lui e il suo gruppo lo ringraziavano per il suo contributo. E’ risaputo che gli Stati Uniti hanno inviato aiuti militare ad al-Okaidi ed agli altri del FSA durante l’ultimo paio di anni.

Nota:

Questi sono i leaders occidentali che adesso lanciano l’allarme circa l’aggressione e le atrocità commesse dagli estremisti islamici dell’ISIL in Iraq, sono gli stessi che da circa tre anni hanno armato e sostenuto i vari movimenti estremisti takfiri dei miliziani che combattevano in Siria per rovesciare il governo di Basahar al-Assad. Sono gli Hollande, i Cameron, assieme a Barak Obama, gli stessi che adesso si ergono a “paladini” nella lotta ai “barbari islamisti”. Qualcuno può dare ancora credibilità a simili personaggi?

Fonti:  Le Monde                    Syrian Free Press

http://www.controinformazione.info/il-presidente-hollande-riconosce-che-la-francia-ha-armato-le-milizie-anti-siriane-che-collaboravano-strettamente-con-i-terroristi-dellisis-2/#more-8560

In scena a Parigi la marcia degli Ipocriti, partecipano Cameron, Matteo Renzi e Netanyahu

di Luciano Lago

La reazione dei governi e dei media occidentali a quanto avvenuto questa settimana a Parigi a seguito degli attacchi terroristici e del massacro avvenuto nella redazione del giornale satirico Charlie, lascia un forte senso di ripugnanza per l’ipocrisia che ha caratterizzato tutti i commenti e le prese di posizioni ufficiali dei leaders dei governi dei vari paesi occidentali.

Tutti gli esponenti politici si sono affrettati a condannare il massacro ed hanno trasmesso il loro cordoglio per le vittime degli attacchi terroristici. Lo ha condannato energicamente anche il presidente Francois Hollande, il quale ha definito “barbari” i terroristi come i due elementi che hanno attuato l’attacco, reduci dalla Siria. Eppure era proprio lui, assieme al suo ministro degli Esteri Fabius, a definire i terroristi che combattono in Siria come “ribelli democratici”, ed era sempre lui che si era persino vantato (vedi: intervista a Le Monde) di aver fornito armi ed equipaggiamenti a quei terroristi jihaddisti per rovesciare l’odiato regime di Bashar al-Assad. Vedi: Il presidente Hollande riconosce che la Francia ha armato le milizie antisiriane che collaboravano con i terroristi dell’ISIS

Grazie a quelle armi, fornite “graziosamente” dalla Francia (assieme agli USA, al Regno Unito, all’Arabia Saudita, al Qatar ed alla Turchia) i terroristi hanno potuto disseminare morte e distruzione nelle città siriane, hanno ucciso civili, torturato, sgozzato uomini donne ed anche bambini, hanno bombardato con i mortai le abitazioni civili della popolazione siriana, le scuole, bruciato Chiese e moschee sciite, hanno sistemato autobombe imbottite di esplosivo micidiale, una delle ultime a Damasco davanti ad una scuola secondaria che ha fatto strage di bambini (39 bambini e due insegnanti). Vedi: Siria, autobomba esplode davanti ad una scuola .

Per quegli atti barbari non c’è stata alcuna condanna da parte delle autorità francesi e dal presidente Hollande, anzi i media asserviti hanno cercato di silenziare quanto avveniva in Siria nascondendo le responsabilità francesi ed occidentali, hanno continuato a parlare di “rivoluzione siriana” nascondendo il fatto che in Siria era stato infiltrato, con la complicità della Francia e degli altri paesi occidentali, un esercito di migliaia (circa 90.000 secondo le stime) mercenari jihadisti fanatici, parte dei quali venivano addestrati nei campi allestiti dagli USA, dalla Francia e dal Regno Unito in Giordania, altri nel Qatar, con istruttori americani, francesi e britannici, come documentato da molte inchieste e testimonianze.

Adesso il “vento siriano” arriva anche in Francia e sono iniziati, come ampiamente previsto, gli attentati e gli attacchi terroristici. C’erano stati gli avvertimenti anche dall’intelligence, poiché si sapeva che diverse migliaia di terroristi in Siria erano stati arruolati anche in Europa e presto sarebbero rientrati nei loro paesi, in Francia in particolare da cui oltre un migliaio di “volontari” sono andati a combattere in Siria. Persino dal governo siriano, lo stesso presidente Assad, nel 2013, aveva inviato un avvertimento all’Europa, avvisando: “badate che il terrorismo si rivolgerà anche contro i vostri paesi e l’Europa ne pagherà il prezzo”, aveva detto Assad con parole profetiche ma era stato snobbato e dileggiato dai media francesi ed italiani, che lo avevano accusato di “minacciare l’Europa”, lui che invece la metteva sull’avviso. Vedi: Siria, Assad minaccia l’Europa: pagherà se darà armi ai ribelli

Hollande aveva alzato le spalle ed aveva continuato ad inviare armi ai suoi amici “ribelli democratici”, anzi se ne era vantato come un “dovere” per la Francia sostenere i ribelli anti Assad, con la complicità di Fabius che spesso si recava ad incontrarli.

Adesso il presidente francese, grande amico dei sauditi, notoriamente sponsor e finanziatori di tutti i gruppi terroristi salafiti e wahabiti esistenti dal Medio Oriente al Caucaso, ci viene a raccontare che “bisogna lottare uniti contro il terrorismo”. Con quale faccia gli crederanno i francesi? Qualcuno dovrebbe adesso chiedergli conto della sua scellerata politica.

Anche il presidente del Consiglio Italiano, Matteo Renzi andrà a stringere la mano a questo personaggio tanto ambiguo ed ipocrita e magari si vanterà di essere stato presente a questa grande marcia contro il terrorismo dove sarà presente, oltre ad Hollande ed a Cameron, anche il leader israeliano Netanyahu, altro “campione” delle lotte al terrorismo, lui che rappresenta uno Stato come Israele che opera disinvoltamente massacri e genocidio dei palestinesi ed utilizza cinicamente il terrorismo in Siria per il proprio obiettivo di destabilizzazione del paese arabo, paese da sempre ostile al regime sionista.

Di Renzi, noi italiani non possiamo certo meravigliarci, conoscendo il suo servilismo, visto che aveva affermato (nel corso della visita del presidente USA in Italia) di aver trovato la sua ispirazione in Obama e nel suo motto “yes we can”, niente esclude che sia “ispirato” anche da Francoise Hollande e magari si senta onorato di sfilare a fianco del criminale sionista Netanyhau. Sono loro dopotutto i personaggi “che contano”.

Hollande e Cameron sono gli stessi personaggi i quali, in accordo con Obama, hanno diretto ed attuato i bombardamenti della NATO sulla Libia per abbattere Gheddafi, seminando migliaia di vittime fra la popolazione civile, che hanno portato la distruzione ed il caos in quello che era considerato dall’ONU il paese africano con il miglior indice di sviluppo umano.

Nessuno ha protestato per tutte quelle vittime, si calcolano in migliaia, nessuna marcia si è svolta per ricordarle, nessuna condanna dell’aggressione,  dopotutto non erano francesi, non erano sostenitori di Hollande, non meritano commiserazione: i libici ed i siriani sono considerati dall’Occidente atlantista quali vittime di serie B.

Se poi volesse partecipare a tale marcia anche il noto criminale di guerra Tony Blair, quello che, assieme a George Bush, era stato il responsabile di circa un milione di vittime del conflitto in Iraq, allora saremmo al completo e potremmo definire la marcia di Parigi come la marcia capeggiata dai “criminali di guerra”.

Tutta questa ipocrisia, dei politici e dei media francesi ed occidentali in genere, produce il risentimento, l’odio ed il fanatismo, da parte di chi ha subito quei crimini, non ci voleva molto a capirlo. Potevano forse pensare Hollande, Fabius e Cameron che il terrorismo non sarebbe entrato anche in Europa ? Il presidente Assad, che dirige con successo la lotta del popolo siriano contro questi terroristi, li aveva avvisati ma loro erano troppo impegnati a fare affari con gli emiri del Golfo ed ad assicurare il loro sostegno ai miliziani jihadisti.

Naturalmente tutti i media francesi ed europei adesso si stracciano le vesti per il fatto che l’attacco dei jihadisti ha avuto come obiettivo il giornale satirico Charlie Hebdo (giornale dissacrante e blasfemo) i cui redattori sono stati massacrati per le loro vignette anti islamiche.
Tutti gli esponenti dei media a gridare orgogliosamente “siamo tutti Charlie” ed a inneggiare alla libertà di stampa e di espressione.

Perfetto davvero perfetto, verrebbe da dire. Tuttavia si da il caso che proprio in Francia c’è stato l’episodio del noto comico Dieudonnè il quale, per aver osato fare della satira sugli ebrei ed aver criticato la potente lobby sionista è stato cacciato da tutti i teatri, dalle TV, i suoi spettacoli vietati, con l’accusa infamante di antisemitismo. Vedi: Il teatro di Dieudonnè: 10 cose da sapere

Allora si rende evidente anche questa manifestazione di ipocrisia: si inneggia alla libertà di poter criticare e fare battute sacrileghe anche su Maometto, sull’Islam, sul Papa e sulla Chiesa Cattolica ma, per carità, lasciare fuori la lobby ebraica di Francia ed Israele, quelli sono al di sopra di tutti non si possono criticare ed hanno fatto le leggi apposite per incriminare chiunque osi fare della satira su di loro. Tutto questo alla faccia della “libertà di espressione” nell’Occidente laico ed ispirato dal “Pensiero Unico”.

http://www.controinformazione.info/in-scena-a-parigi-la-marcia-degli-ipocriti-partecipano-cameron-matteo-renzi-e-netanyahu/#more-8617

Gli attacchi terroristici in Francia. Le implicazioni geopolitiche

gennaio 11, 2015

Umberto Pascali, Global Research, 10 gennaio 2015

  Domanda: Signor Pascali, un dramma inaudito si svolge in Francia sotto i nostri occhi. Dopo che dei presunti terroristi hanno ucciso 12 persone presso gli uffici di Charlie Hebdo, nuovi atti terroristici colpiscono la Francia. Ostaggi sono stati presi in un negozio di Parigi dopo un omicidio, due sospetti sono circondati dalla polizia francese con la prospettiva di un lungo assedio. Notizie confuse e terrificanti provengono dal terreno e dalla stampa. Uno dei sospetti del massacro di Charlie Hebdo si è consegnato alla polizia affermando di essere stato a scuola al momento della strage. I media riferiscono che gli autori sospetti della strage sono stati per diversi anni nei database del terrorismo statunitense e inglese e che quindi erano ben noti e furono anche già arrestati. Il video dei terroristi che uccidono un poliziotto di fronte all’edificio Charlie Hebdo, e la reazione di paura della popolazione civile, creano un clima di ciò che viene definito 11 settembre europeo. Cosa succede?

Pascali: Non c’è dubbio, ovviamente, siamo nel bel mezzo di una operazione terroristica. Una vera e propria operazione terroristica ha due aspetti. In primo luogo l’atto vero e proprio con persone uccise. Ma secondo, e più importante, la capacità di terrorizzare la popolazione presa di mira. Un’azione terroristica è una tattica, tattica militare si può definire, che ha per obiettivo un gruppo più grande delle vittime immediate. Il vero obiettivo, al di là degli uomini e delle donne cinicamente massacrati, spesso sotto gli occhi delle telecamere, è la popolazione. Per terrorizzare la popolazione e ricattare la leadership di un Paese. Il messaggio al governo: non sei in grado di difendere il tuo popolo, abbiamo il sopravvento, ora devi accettare le nostre condizioni! Un atto terroristico che non raggiunge, e influenza, il pubblico non raggiunge lo scopo. Lo scopo è terrorizzare tutti, terrorizzarci. Si dovrebbe esserne ben consapevoli, mantenere la calma e capire cosa realmente accade e chi fa cosa a chi. Naturalmente c’è l’elemento della non-chiarezza, della paura, del “come è potuto accadere? Come è potuto accadere nel centro di Parigi contro un evidente bersaglio del terrorismo, con dei terroristi ben noti alle agenzie d’intelligence e sicurezza di Francia, Stati Uniti e Regno Unito? Come? Quali sono le prospettive?… Nei libri di testo militari ciò è chiamato “nebbia di guerra” ed è un grande vantaggio poter provocare isteria e paralizzare l’avversario.

 Domanda: Lei dice che l’obiettivo è “terrorizzare la popolazione e ricattare il governo“. Qual è lo scopo di tutto ciò?

Pascali: Questa è la domanda cui si deve rispondere ora. La Francia ha una grande popolazione musulmana, ed è coinvolta negli attacchi militari contro Paesi e regioni arabi. Durante la presidenza di Nikolas Sarkozy ha attuato una forte politica di repressione interna, soprattutto nelle periferie delle città francesi abitate da arabi. Le misure contro il velo islamico… ecc. Eppure non c’è stato niente di paragonabile a questo. Il SIIL, organizzazione terroristica ombrello creata da uomini finanziati e addestrati dai servizi segreti occidentali per distruggere la Siria e devastare Libia, Iraq, Yemen e così via, questo fantomatico SIIL non ha mai attaccato la Francia o l’Europa. Si consideri, inoltre, che gli assassini di Charlie Hebdo erano chiaramente ben addestrati, militarmente. Avevano intelligence. Vestivano uniformi da forze speciali, non come squadre suicide fondamentaliste. Erano mascherati, il contrario di ciò che i fondamentalisti avrebbero fatto. Parlavano francese, non hanno distrutto il “materiale blasfemo” che presumibilmente dovevano distruggere, come detta il modus operandi del SIIL. Se dobbiamo credere alle prime relazioni sulla loro identità, erano cittadini francesi ben noti alle forze di sicurezza della Francia e, soprattutto, i loro nomi, dati e profili erano in un apposito elenco compilato dai servizi segreti inglesi e statunitensi. Nonostante l’apparente addestramento militare, si sono comportati come se girassero un film. Hanno messo su uno spettacolo: “Dite alla gente che siamo di al-Qaida dello Yemen“. Si muovevano lentamente, troppo lentamente, come se volessero essere visti e magari uccisi.

 Domanda: Allora perché?

Pascali: Bisogna chiedersi che cosa ha fatto la Francia per subire tale “punizione”? Non può essere una piccola tattica. Beh, il maggior cambio nella strategia del governo francese è stata la dichiarazione di Hollande sulla necessità di porre fine alle sanzioni alla Russia e di avviare un periodo di cooperazione tra Europa e Russia. Il 4 gennaio, tre giorni prima del massacro, ha avuto un inedito colloquio di due ore su Radio France Inter: “Le sanzioni devono fermarsi ora!” Ha affermato: “Se la Russia ha una crisi, non sarà necessariamente un bene per l’Europa, non sono per perseguire obiettivi facendo peggiorare le cose, penso che le sanzioni debbano fermarsi ora… Putin non vuole annettere l’Ucraina orientale. Me l’ha detto. Ciò che vuole è restare influente. Vuole che l’Ucraina non finisca nel campo della NATO“. Tra pochi giorni ci sarà l’incontro che dovrebbe porre fine alla crisi ucraina sponsorizzata dagli anglo-statunitensi, ponendo fine alla divisione artificiale tra Europa e Russia: il vertice del 15 gennaio in Kazakhstan, dove il Presidente ucraino Petro Poroshenko incontrerà Vladimir Putin assieme a Hollande e Angela Merkel. Hollande si è detto molto ottimista sul fatto che un accordo sarà raggiunto, “andrò a Astana il 15 gennaio a una condizione, che ci sia la possibilità di nuovi progressi… E penso che ci saranno!“

 Domanda: la Francia e Hollande personalmente hanno preso l’iniziativa di organizzare il riavvicinamento tra Europa e Russia…

Pascali: Esattamente. Non devo sottolineare quanto sia fondamentale il cambio del gioco su iniziativa francese. Hollande aveva già mostrato la direzione che stava prendendo con l’incontro privato e senza preavviso con Putin, lo scorso dicembre, di ritorno da una missione in Kazakhstan. Hollande, che è apparso uno dei più stretti alleati della politica liberal-imperiale di Obama/Brzezinski, ha dovuto svoltare radicalmente. Il suo partito è divenuto quasi irrilevante. La sua credibilità era al 12%, mentre i francesi si voltano verso qualsiasi alternativa che non li condanni a miseria e guerra, in particolare il Fronte Nazionale di Le Pen, che apertamente loda Putin. La crisi ucraina, con il colpo di Stato sponsorizzato dagli Stati Uniti a Kiev, il tentativo di creare una base NATO in Crimea, le feroci pressioni sui capi europei per mettersi contro i propri popoli o interessi economici e strategici, al fine dell’escalation verso una vera guerra con la Russia, tale folle piano è stato minato dalla decisione francese. E nei centri finanziari di Wall Street e della City di Londra, tale strategia bellica è considerata nientemeno che l’ultima opzione per sopravvivere. L’ultima opzione di tale sistema di saccheggi. Allora… tre giorni dopo la Francia è stata attaccata e affronta uno scenario da guerra civile…

 Domanda: Che cosa accadrà ora?

Pascali: Ora c’è una guerra in terra di Francia. L’elemento di confusione e isteria è la componente più importante della strategia. Tuttavia, non c’è molta profondità. Gli interessi fondamentali della Francia, dell’Europa, non cambieranno. Non c’è nulla che i destabilizzatori possano offrire se non miseria e guerra. Quindi sono fiducioso, la guerra lampo fallirà stavolta. Questo, ovviamente, dipende anche da ciò che il resto d’Europa farà, che l’Italia e in particolare la Germania faranno. Una volta che la Francia ha preso una posizione, chiaramente le forze razionali in Germania, quelle che chiamo il partito di Alfred Herrhausen, diverranno molto più importanti, a partire dal vicecancelliere e ministro dell’Economia Sigmar Gabriel che ha detto al Bild am Sonntag, il 4 gennaio: “Coloro che vogliono destabilizzare economicamente e politicamente la Russia, perseguono interessi completamente diversi dai nostri“. Certuni in Europa e negli Stati Uniti, vogliono distruggere la Russia, ma “ciò non è nell’interesse della Germania o dell’Europa. Vogliamo contribuire a risolvere il conflitto in Ucraina, non piegare la Russia. L’obiettivo non è mai stato spingere nel caos politico ed economico la Russia. Vogliamo contribuire a risolvere il conflitto in Ucraina, non piegare la Russia. Chi lo vuole provocherà una situazione molto più pericolosa per tutti noi in Europa”. Parlando a coloro che vogliono spingere la Germania in guerra con la Russia, Gabriel ha ricordato che la Russia è una potenza nucleare…

 Domanda: E come vede la situazione nei Balcani e in Macedonia, in questo contesto? Cosa significa tutto ciò per la Macedonia?

Pascali: Prima di tutto, i leader dei governi devono ricordarsi che lo scopo di tale operazione terrorista, o di guerra non ortodossa, è spaventare e paralizzare. Per evitare che persone responsabili prendano le decisioni giuste per il proprio popolo. Devono anche capire che tale attacco non è un segno di forza. È un segno di disperazione e debolezza. Ora minacciano tutta l’Europa, ma molto probabilmente l’Europa è già persa per loro, o meglio è già sulla via di una nuova indipendenza. In Macedonia siete fortunati ad avere uno statista come Nikola Gruevski, che ha mente strategica, coraggio morale e può trasformare le debolezze oggettive della situazione della Macedonia in punti di forza soggettiva… può attuare una politica gollista, a 360 gradi… tous azimut. Ciò ha dato alla Macedonia un ruolo molto più grande rispetto alla dimensione percepita del Paese. La Macedonia ora fa parte del grande gioco regionale nei Balcani e anche oltre. In realtà, il momento è pericoloso, ma è pericoloso perché siamo alla vigilia di una svolta storica, l’emergere di un nuovo sistema più giusto di relazioni internazionali e di progresso economico. Ciò è particolarmente vero nei Balcani.

 Domanda: Perché nei Balcani?

Pascali: Perché questa zona ha già di fatto conquistato un margine notevole di indipendenza. In realtà invertendo il processo di asservimento secolare ideato dal vecchio impero inglese: la balcanizzazione. Tale terribile parola, balcanizzazione, significa polverizzazione di un Paese in entità più piccole facilmente manipolabili e incapaci di difendersi. Fu la versione più estrema della tattica “divide et impera”. Guardate i Balcani, ciò che avevano fatto. C’era la Turchia contro la Grecia, la Macedonia e in Albania. Croazia contro Serbia, la Bosnia divisa. Il Kosovo trasformato in zona franca della NATO… Bulgaria, Romania… Turchia da un lato che doveva essere contro la Russia (un principio fondamentale della geopolitica coloniale inglese), la guerra in Siria, ecc. Ora s’inizia a vedere il contrario. Le popolazioni sottoposte a tale esperimento geopolitico dagli scienziati pazzi inglesi stanno sconfiggendo la manipolazione e la balcanizzazione. La Turchia oggi ha trovato un terreno comune con la Russia nel loro interesse. L’Ungheria si ribella alle grandi banche. La Grecia sta per eleggere Alexis Tsipras a primo ministro invertendo la vecchia politica di miseria e guerra. Ciò cambia le dinamiche in Turchia e Macedonia. Paesi che avrebbero dovuto essere le cavie delle tecniche imperiali… ora si ribellano allo scienziato pazzo. Non sono istigati e messi l’uno contro l’altro. I Balcani diventano una zona di grande sviluppo. Cina e Russia (che hanno superato il trucco geopolitico che doveva imporgli di combattersi per sempre) creano un’alleanza in collaborazione concreta con i Paesi dei Balcani. I grandi progetti infrastrutturali di cui l’Europa ha parlato, ma mai veramente iniziato, ora iniziano con gli investimenti cinesi. Un fiume di sviluppo e, quindi, pace e riconciliazione fluirà dalla Turchia a Grecia, Macedonia, Serbia. Programmi di trasporti rapidi, super-moderni e veloci (si veda ad esempio il treno Budapest-Belgrado) in Austria e nel Nord Europa. Il gasdotto dalla Russia alla Turchia è più vivo che mai… E’ quasi comprensibile (non voglio essere cinico) la reazione omicida di coloro che sono abituati a governare e a spartirsi il bottino in questa zona cruciale del mondo. Stanno perdendo al grande gioco.

 Domanda: Ma il pericolo del terrorismo…?

Pascali: Proposi qualche tempo a Grecia e Macedonia di chiedere a Vladimir Putin di mediare sulle loro differenze. Potete immaginare potenze come Cina e Russia avviare in stretta relazione mutualmente vantaggiosa con i Paesi dei Balcani. La Cina si occupa, per semplificare, del lato economico. Se s’inizia a risolvere i problemi economici e strategici, poi la questione del terrorismo, credo, sarà gestibile. Un’alleanza antiterrorismo con i Paesi eurasiatici, unitamente alla cooperazione economica, colpirà i veri centri del terrorismo. Potrebbe porre fine a tale guerra non ortodossa sanguinosa… La Macedonia è in una buona posizione per proporre agli altri Paesi la creazione di un’alleanza antiterrorismo. La cosa importante è mantenere la calma. Non fatevi impressionare dalle fiammate sanguinarie di un impero al collasso. E tagliate chirurgicamente i tentacoli terroristici…

Copyright © 2015 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

https://aurorasito.wordpress.com/2015/01/11/gli-attacchi-terroristici-in-francia-le-implicazioni-geopolitiche/

Rovigo, calciatore marocchino su Facebook: «12 sono pochi»,si scusa: sono stato frainteso

10 gennaio 2015

Il presidente della squadra lo ha allontanato, ma lui si difende: «Sono stato frainteso»

Rovigo, 10 gennaio 2015 – Un calciatore di origine marocchina che gioca in una squadra del rodigino, ha postato nel profilo Facebook dei commenti alleccidio di Parigi sostenendo che quanto avvenuto «non mi piace perché è durato poco. Quello dell’11 settembre era più bello», «12 sono pochi, poi neanche una foto con il sangue, forse muoiono di paura».

Il giovane si è poi scusato, dicendo di volersi riferire all’aspetto mediatico, ma il presidente della società lo ha allontanato dalla squadra. «Sono distante dalle posizioni dei terroristi – ha detto A.M.H. -, chi mi conosce sa bene come la penso. Mia moglie non porta il velo e mia figlia frequenta un asilo gestito dalle suore. Le mie parole sono state fraintese, mi riferivo alla risonanza mediatica che ha avuto la vicenda di Parigi, rispetto ad altri attentati terroristici, magari più gravi ma meno seguiti».

Tra le frasi postate, farcite di insulti, «Vogliamo un po’ di sangue… E quelli parlano tanto per parlare tipo Salvini che vuole qualche voto in più. Democratici del c… dove eravate quando Israele ha ammazzato in 25 giorni più di 600 bambini, siete voi i veri terroristi, siete voi che avete creato la prima guerra mondiale per soldi, la seconda guerra per soldi e adesso in Iraq, Libia, Egitto, Siria, mafiosi del c…., vaffa…. » e ancora «L’Isis è un gruppo creato in Iraq, la domanda è semplice, quando c’era Saddam presidente c’era questo gruppo?».

http://www.ilrestodelcarlino.it/rovigo/

ISIS, CIA, MOSSAD. LE SCANDALOSE VERITA’ NASCOSTE

martedì 21 ottobre 2014

PRIMA CHE COMINCIATE LA LETTURA DELL’ARTICOLO, SAPPIATE CHE SOLO LA VERITA VI RENDERA’ LIBERI…
Da pressnewsweb.it           

Foto scattate in Siria: il senatore McCain (ambasciatore ombra della Casa Bianca) con al Baghdadi e altri leader terroristi anti Assad. Come l’Isis si è impadronito del nord dell’Iraq
Nella foto, da sinistra: il portavoce dell’ISIS Abu Mosa, il leader dell’ISIS Abu Bakr Al Baghdadi, il senatore USA John McCain, il portavoce del Fronte Nusra Mohammad Nour
La pistola fumante è una foto. È stata scattata il 27 maggio 2013 a Idleb, nel nord della Siria. Ritrae Mohammad Nour, Salem Idriss, Abu Mosa, John McCain e Ibrahim al Badri. Il primo è il portavoce del Fronte al Nusra (Al Qaida in Siria). Il secondo è il capo dell’Esercito siriano libero (responsabile in Siria di raccapriccianti massacri). Il terzo è il portavoce dell’Isis, il quarto è un senatore degli Stati Uniti, nonché ex candidato alla Casa Bianca, nonché ambasciatore ombra del Dipartimento di Stato. L’ultimo è noto anche come Abu Du’a, figura nella lista dei cinque terroristi più ricercati dagli Stati Uniti (dieci milioni di dollari di ricompensa) e come nome di battaglia ha preso quello di Abu Bakr al Baghdadi, il capo dell’Esercito islamico dell’Iraq e del Levante (Isis).

Particolare importante è che al momento di quello scatto al Baghdadi già era stato iscritto (il 4 ottobre 2011) dall’FBI nella speciale lista dei terroristi ricercati del mondo, e sia l’Isis che il Fronte al Nusra erano stati inseriti dalle Nazioni Unite nella lista nera delle organizzazioni terroristiche da combattere.

Altro particolare importante, McCain non è un politico qualsiasi. Da vent’anni è a capo dell’International Republican Institute (il celeberrimo IRI), il ramo repubblicano di un’organizzazione governativa (il Ned) parallela alla Cia. L’IRI è un’agenzia inter-governativa, Il cui budget viene annualmente approvato dal Congresso, in un capitolo di bilancio che fa capo alla Segreteria di Stato. È stato McCain la mente della rivoluzione che ha detronizzato Slobodan Milosevic dalla presidenza della Serbiacolui che ha cercato più volte di rovesciare il governo di Hugo Chavez in Venezuelal’ideatore della rivoluzione arancione in Ucraina nel 2004 e di Maidan nel 2013il grande manovratore della Primavera araba e di tutte le sue rivoluzioni (Iran, Tunisia, Egitto, Libia, Siria).

La riunione durante la quale è stata pianificata l’offensiva dell’ISIS. John McCain a destra nella foto. A sinistra, cerchiato in rosso, Abu Bakr Al Baghdadi. Accanto a lui e davanti la bandiera Siriana, altri due dirigenti dell’ISIS
Popoff ha rivelato l’esistenza di documenti (resi pubblici dall’ex agente della National Security Agency Edward Snowdenche dimostrano come siano state la Cia e il Mossad ad addestrare e ad armare l’Isis. Un’operazione segreta nome in codice “Nido dei calabroni”.
«L’unica soluzione per proteggere lo Stato ebraico è quella di creare un nemico alle sue frontiere, ma indirizzarlo contro gli Stati islamici che si oppongono alla sua presenza», si legge su un documento della Cia. Al Baghdadi è stato prigioniero a Guantanamo tra il 2004 e il 2009. In quel periodo Cia e Mossad lo avrebbero reclutato per fondare un gruppo capace di attrarre jihadisti di vari Paesi in un unico luogo. E tenerli così lontani da Israele. L’obiettivo era quello di creare un esercito in grado di spodestare il presidente siriano Bashar al Assad.Nel giugno di quest’anno l’Isis (sempre supportato dagli Usa) ha tracimato nel nord dell’Iraq, sbaragliando le truppe governative irachene e massacrando musulmani sciiti, ebrei e, soprattutto, cristiani.«È stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti Assad credibile. Era formata da islamisti, da secolaristi, da gente nel mezzo. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore a cui stiamo assistendo oggi in Iraq». Ha dichiarato l’ex segretario di Stato Usa Hillary Rodham Clinton nel corso di un’intervista rilasciata a Jeffrey Goldberg del giornale web “The Atlantic”. «In un’intervista che risale allo scorso febbraio il presidente Obama mi disse: “Quando hai un esercito di professionisti che combatte contro contadini, falegnami e ingegneri che iniziano una protesta devi fare qualcosa. Purtroppo modificare l’equazione delle forze in campo è difficile, e quasi mai ci si riesce. All’epoca non capii. Oggi mi è tutto chiaro», scrive Goldberg.È stato veramente l’ennesimo fallimento della politica estera statunitense? Per dare una risposta bisogna tornare indietro e raccontare la storia dall’inizio.
La caduta del Muro di Berlino rappresentò per le grandi multinazionali (principalmente quelle statunitensi) una grande opportunità commerciale. C’era una fetta di mondo, però, che fino ad allora era rimasta impermeabile al business made in Usa e non dava alcun accenno di voler abbassare la guardia: il Medio Oriente. Quattro i Paesi chiave: l’Egitto per tutta l’area era (ed è) quello che gli Stati Uniti rappresentano per l’Occidente, la guida commerciale e dei costumi; la Libia, la Siria e l’Iraq tre potenti nazioni che avevano eretto una barriera totale all’espansionismo di Washington.Il piano era quello di rovesciare i vari regimi al potere e di instaurare sistemi di potere più sensibili al richiamo del dollaro e dei prodotti che arrivavano da oltre oceano. Un po’ ciò che avveniva già da tempo nelle monarchie del Golfo Persico.Il Paese chiave era l’Iraq e il suo sanguinario (nonché seguitissimo dalle masse arabe) leader Saddam Hussein. Come hanno dimostrato migliaia di documenti, di filmati, di testimonianze e di foto, un ottimo amico di Washington, ma troppo furbo per cadere nella trappola economica.E così nel 1990 l’ambasciatrice Usa a Baghdad convinse Saddam a invadere il Kuwait (come ha raccontato lei stessa più volte), per poi sfruttare a proprio vantaggio quell’episodio e dichiarare guerra all’Iraq (gennaio 1991).Il primo conflitto iracheno non risolse la questione. Saddam era ancora al potere. Il Paese venne messo sotto embargo per dodici anni, con la speranza che il popolo esasperato si rivoltasse. Non accadde nulla. Allora (nel marzo 2003) approfittando dell’11 settembre l’allora Amministrazione Bush invase per la seconda volta l’Iraq. Saddam venne deposto. Ma il Paese continuava a sfuggire al controllo di Washington. Troppo numerosa la fazione sciita, troppo potente il vicino Iran. Venne allora avanzata la proposta di dividere l’Iraq in tre Stati: a nord-est i curdi, a nord-ovest i sunniti, al centro e al sud gli sciiti. Ma dovettero rinunciare di fronte alla resistenza della popolazione. Tentarono di nuovo nel 2007, ma ancora una volta fallirono. Serviva una nuova strategia, utilizzando un attore non statale, un’entità come un fantomatico Esercito islamico dell’Iraq e del Levante.

Il senatore USA John McCain, il vero tessitore della politica estera criminale degli USA
Nel frattempo veniva portata avanti la strategia nel resto del Medio Oriente. Il 18 dicembre 2010 la Tunisia insorse a cacciò il corrotto presidente Ben Alì. Il 25 gennaio 2011 si sollevò l’Egitto (il presidente Hosni Mubarak venne arrestato).

Il 4 febbraio 2011 la Nato organizzò al Cairo una riunione per lanciare la “Primavera araba” in Libia e in Siria. Secondo un documento (di cui Popoff è entrato in possesso), la riunione era presieduta da John McCain. Il rapporto specificava la lista dei partecipanti libici, la cui delegazione era guidata dal numero due del governo dell’epoca, Mahmoud Jibril, il quale aveva bruscamente cambiato schieramento all’inizio della riunione per diventare il capo dell’opposizione a Gheddafi in esilio. Il rapporto cita tra i delegati francesi presenti in quell’occasione Bernard-Henry Lévy. All’incontro parteciparono molte altre personalità, tra cui una folta delegazione di siriani che vivevano all’estero.

In esito alla riunione, il misterioso account di Facebook Rivoluzione siriana 2011 lanciò l’appello a manifestare davanti al Consiglio del Popolo (il parlamento) a Damasco l’11 febbraio. Nonostante questo account ostentasse all’epoca più di quarantamila followers, soltanto una dozzina di persone risposero all’appello davanti ai flash dei fotografi e a centinaia di poliziotti. La dimostrazione si disperse pacificamente e gli scontri non iniziarono che un mese più tardi, a Deraa.

Il 16 febbraio, una manifestazione in corso a Bengasi degenerò in sparatoria. Il giorno dopo, degenerò in sparatoria una seconda manifestazione. Nello stesso momento, membri del Gruppo islamico combattente in Libia, venuti dall’Egitto e coordinati da individui incappucciati e non identificati, attaccarono simultaneamente quattro basi militari in quattro diverse città. Dopo tre giorni di combattimenti e di atrocità, i ribelli lanciarono la rivolta della Cirenaica contro la Tripolitania e contro Muhammar Gheddafi.

Il 22 febbraio dello stesso anno McCain era in Libano. Là incontrò alcuni membri della Corrente del Futuro, e li incaricò di sorvegliare il trasferimento di armi in Siria. Poi, lasciando Beirut, il senatore ispezionò il confine siriano e scelse i villaggi (specialmente Ersal) che dovevano servire come base d’appoggio ai mercenari durante la guerra che sarebbe iniziata di lì a poco.

ACCUSATI DI AVER ORDITO IL ROVESCIAMENTO DEL PRESIDENTE HOSNI MUBARAK PER CONTO DEI FRATELLI MUSSULMANI, I DUE DIPENDENTI DELL’INTERNATIONAL REPUBLICAN INSTITUTE (IRI) DEL CAIRO, JOHN TOMLASZEWSKI (SECONDO A DESTRA) E SAM LAHOOD (SECONDO A SINISTRA) SI SONO RIFUGIATI PRESSO L’AMBASCIATA DEGLI STATI UNITI. ECCOLI ACCANTO AI SENATORI JOHN MCCAIN E LINDSEY GRAHAM IN OCCASIONE DELLA RIUNIONE PREPARATORIA DELLA“PRIMAVERA ARABA” IN LIBIA E IN SIRIA. SARANNO SCAGIONATI DAL LEADER DEI FRATELLI MUSULMANI MOHAMED MORSI NON APPENA QUESTI DIVENTERÀ PRESIDENTE.

La Libia cadde come era accaduto prima alla Tunisia e all’Egitto, ma il regime di Bashar al Assad restò al suo posto. Ed ecco riapparire McCain. Era il 27 maggio 2013. Il giorno delle foto incriminanti. Il senatore dell’Arizona si recò illegalmente vicino a Idleb, in Siria, attraverso la Turchia, per incontrare alcuni leader della «opposizione armata». Il suo viaggio non fu reso pubblico che al suo ritorno a Washington dal direttore della comunicazione del suo staff Brian Rogers.

Un viaggio curioso, perché organizzato dalla Syrian Emergency Task Force, un’organizzazione diretta da un palestinese (Mouaz Moustafa) dipendente dell’Aipac, la più potente lobby ebraica negli Stati Uniti. ( Video allegato )

Ma torniamo alla nostra storia. La riunione mise in moto l’operazione “Nido dei calabroni”. Settemila jihadisti, provenienti da tutto il mondo, vennero addestrati in Turchia, altri cinquemila in Libia (sempre a spese dell’emiro del Qatar). Tutte nuove leve dell’Isis.

IN QUESTO DOCUMENTO, PUBBLICATO NEL SETTEMBRE 2013, L’AMBASCIATORE DEL QATAR A TRIPOLI INFORMA IL SUO MINISTERO CHE UN GRUPPO DI 1.800 AFRICANI È STATO ADDESTRATO ALLA JIHAD IN LIBIA. PROPONE DI INVIARLI IN TRE GRUPPI IN TURCHIA PERCHÉ SI CONGIUNGANO ALL’ISIL IN SIRIA.

L’Esercito islamico era una cosa completamente nuova, l’organizzazione capace finalmente di sparigliare le carte. A differenza dei gruppi jihadisti che avevano combattuto in Afghanistan, in Bosnia-Erzegovina e in Cecenia al seguito di Osama Bin Laden, esso non costituiva una forza collaterale, ma piuttosto un esercito a sé. A differenza dei gruppi precedenti in Iraq, in Libia e in Siria, al seguito del principe Bandar bin Sultan, essi disponevano di sofisticati servizi di comunicazione integrata che esortavano ad arruolarsi, nonché di funzionari civili, formati nelle grandi scuole occidentali, capaci di prendere in carico immediatamente l’amministrazione di un territorio.

Quest’anno due episodi che hanno portato finalmente agli eventi di questa estate e ai massacri iracheni da parte dell’Isis. L’agenzia britannica Reuters ha pubblicato un articolo nel gennaio di quest’anno in cui si legge: «Il Congresso degli Stati Uniti si è riunito segretamente per votare il finanziamento e l’armamento dei ribelli in Siria fino al 30 settembre 2014». A fine febbraio, grazie anche al lavoro di McCain, in Ucraina una sorta di colpo di Stato è andato a buon fine. Uno dei primi atti del nuovo governo è stato siglare un accordo commerciale con l’Arabia Saudita per la vendita di un ingente quantitativo di armi (anche cannoni e carri armati) alla jihad di al Baghdadi. In base al contratto le armi in questione sarebbero state a disposizione «a partire dal primo giugno 2014», per essere trasferite all’Isis in Siria, via Turchia.

Quattro giorni dopo è iniziato l’attacco congiunto dell’Iraq da parte dell’Isil e del governo regionale del Kurdistan (totalmente controllato da Washington).

L’Emirato islamico si è impadronito della parte sunnita del Paese, mentre il governo regionale del Kurdistan ha ampliato il proprio territorio di oltre il quaranta per cento. Fuggendo le atrocità degli jihadisti, le minoranze religiose hanno lasciato la zona sunnita, aprendo così la strada alla spartizione del Paese in tre.

Violando l’accordo difensivo iracheno-statunitense, il Pentagono non è intervenuto e ha permesso all’Isil di continuare la sua conquista e i suoi massacri. Un mese dopo, quando i peshmerga del governo regionale curdo si erano ritirati senza dare battaglia, e quando l’emozione dell’opinione pubblica mondiale era diventata ormai troppo forte, il presidente Barak Obama ha dato l’ordine di bombardare alcune postazioni dell’Emirato islamico. Tuttavia, secondo il generale statunitense William Mayville, direttore delle operazioni presso lo stato maggiore, «queste incursioni hanno poca probabilità di intaccare le capacità globali dell’Emirato islamico o le sue attività in altre zone dell’Iraq o della Siria. Con ogni evidenza, esse non mirano a distruggere l’esercito jihadista, ma unicamente a garantire che nessuno degli attori convolti fuoriesca dal territorio che gli è stato assegnato».

Ciò che ha realmente fermato l’avanzata dell’Isil e ha aperto un corridoio umanitario, permettendo ai civili di sfuggire al massacro, è stato l’intervento dei curdi del Pkk turco e siriano, nemici giurati della Turchia, della Nato e degli Stati Uniti.

Quel vuoto a Parigi

Nessuno a Parigi - foto 1
Nes­suno a Parigi — foto 1

Ad aprire il cor­teo a Parigi c’erano tutti i capi di stato e di governo”, dal Tale, al Talal­tro, a Quel­lal­tro, a Quel­lal­tran­cora. Neta­gnau, la Mer­chel sot­to­brac­cio a Renzie.

“Tutti uniti, i 50 capi di stato, per dire no al ter­ro­ri­smo, nel nome della libertà e della fra­tel­lanza uni­ver­sale

Et voilà. Così pure io ho fatto l’obbligatorio copiain­colla della vul­gata gene­rale, da brava mere­trice giornalistico-intellettuale quale dovrei essere.

Una rispo­sta forte, nel nome della demo­cra­zia, con­tro l’integralismo”. Fine arti­colo. Ah no, chiedo scusa: #jesui­schar­lie. Ecco, ora la mar­chetta è com­pleta e posso pas­sare alla cassa.


Pur­troppo però io non prendo sti­pendi e non seguo direttive.

Così, pub­blico anche una vista dall’alto della stessa foto­gra­fia, che non credo avremo modo di vedere altrove.

Nessuno a Parigi - foto 2

Nes­suno a Parigi — foto 2

Allar­gando la foto­gra­fia, si vedono i 50 capi di stato tutti schie­rati in prima fila per farsi il sel­fie col­let­tivo per i media, quello che appunto vedrete domani, con tutti i com­menti Buoni e Giu­sti, da parte dei Grandi Edi­to­ria­li­sti di tutti i Grandi Giornali.

Die­tro i capi di stato, NESSUNO. Cioè: una pic­cola schiera di per­sone, pro­ba­bil­mente poveri guar­da­spalle e agenti in bor­ghese che lavo­ra­vano. Poi, il VUOTO.

La gente che mani­fe­stava, dav­vero, era tenuta a distanza di qual­che cen­ti­naio di metri. I Nostri Rap­pre­sen­tanti, fra i quali spicca alla destra per chi guarda Mat­teo Renzi, colto in una sua tipica espres­sione di grande intel­li­genza, hanno fatto un po’ di metri, tutti rigo­ro­sa­mente in prima fila, nel vuoto totale, e poi tutti a casa. O in aero­porto. O a cena.

In quel vuoto, die­tro di loro, c’erano:

– Raif Badawi. Un atti­vi­sta sau­dita con­dan­nato alla galera per dieci anni per­ché la pensa diver­sa­mente. Ogni venerdì, ogni male­detto venerdì che Dio o Allah mette in terra, Raif Badawi è stato e verrà fru­stato 50 volte sulla pub­blica piazza a Jed­dah. A cura del governo dell’Arabia Sau­dita con il quale Noi, attra­verso i Nostri Rap­pre­sen­tanti, quelli schie­rati oggi, intrat­te­niamo Cor­diali Rap­porti Diplo­ma­tici. Nes­suno di costoro dice una mezza parola su Raif Badawi e le migliaia di pri­gio­nieri poli­tici trat­te­nuti o tor­tu­rati nei paesi “occi­den­tali”, quale l’Arabia Sau­dita è.

– Due­mila per­sone senza nome tru­ci­date, negli stessi giorni dei dodici di Char­lie Hebdo, in Nige­ria, a cura di altri “inte­gra­li­sti isla­mici”. Ovvia­mente, si tratta di “negri”, isla­mici pure loro, poi, e che hanno com­messo l’errore di non morire uccisi a Parigi. Ammaz­zati a uno a uno a colpi d’arma da fuoco o con i machete, uomini anziani, donne e bam­bini inse­guiti nelle strade e nella fore­sta, finiti dopo essere stati atro­ce­mente muti­lati. Ma nella lon­tana città di Baqa, nel nord-est della Nige­ria. Il bilan­cio però non è pre­ciso, per­ché decine di cada­veri restano abban­do­nati nelle strade senza che nes­suno abbia il corag­gio o la forza di sep­pel­lirli.  Poi, abi­tanti della città deva­stata sono fug­giti a bordo di pic­cole imbar­ca­zioni affron­tando le acque del lago Ciad, hanno rag­giunto iso­lotti prima che le bar­che affon­das­sero e da giorni sono privi di qua­lun­que mezzo di sus­si­stenza. Stanno morendo di fame e di stenti. L’altroieri e oggi, poi, ragaz­zine kami­kaze incon­sa­pe­voli si sono fatte sal­tare in aria negli stessi luo­ghi, con altre decine di morti. Va beh, ma non c’è il video su you­tube, e poi mica si sa se sono pro­prio morti tutti, magari sono solo 1900. Transit.

– Due gior­na­li­sti, rapiti da set­tem­bre, ammaz­zati in Libia sem­pre negli stessi giorni di Char­lie Hebdo. Ma sono tuni­sini, però. Quindi, direi, non ci inte­res­sano molto, né a noi e nep­pure ai mani­fe­stanti pari­gini. Ovvio.

Mi spiace di essere così poco con­di­vi­si­bile, e poco Unito Nella Lotta coi gover­nanti che hanno fatto oggi la loro manifestazione-selfie. Ma sto anche io, insieme ai pochi esempi sopra citati, e a molti altri, nel vuoto die­tro di loro. Me lo sen­tivo, appena ho avuto noti­zia del mas­sa­cro orri­bile di quei dodici a Parigi, che sarebbe finita così. Forse per quello, istin­ti­va­mente, ho detto che #ionon­so­no­char­lie. Cono­scendo la loro irri­ve­renza, al di là di certe vignette che face­vano e di come la pen­sa­vano su molte cose, che non con­di­vi­devo, credo che anche loro, quelli di Char­lie Hebdo, sareb­bero stati d’accordo con me: avreb­bero man­dato una sonora per­nac­chia a quelli in prima fila e si sareb­bero piaz­zati — anche loro — nel vuoto.

E magari, avreb­bero fatto que­sta vignetta:

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Prigionieri di una grande opera. Anticipazione da «La parola contraria» di Erri de Luca

post — 8 gennaio 2015 at 11:43

—  Erri De Luca, 8.1.2015

da il Manifesto – Anticipazione. Alcuni brani da «La parola contraria» di Erri de Luca, da oggi nelle librerie per Feltrinelli. La difesa preparata dallo scrittore nel processo che lo vede imputato per le sue dichiarazioni sulla necessità di bloccare i lavori in Val di Susa

08cultf01Uno scrit­tore ha in sorte una pic­cola voce pub­blica. Può usarla per fare qual­cosa di più della pro­mo­zione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il com­pito di pro­teg­gere il diritto di tutti a espri­mere la pro­pria. Tra i tutti com­prendo in prima fila i muti, gli ammu­to­liti, i dete­nuti, i dif­fa­mati da organi d’informazione, gli anal­fa­beti e chi, da nuovo resi­dente, cono­sce poco e male la lingua.

Prima di dovermi impic­ciare del mio caso, posso dire di essermi occu­pato del diritto di parola di que­sti altri.

«Ptàkh pìkha le illèm»: apri la tua bocca per il muto (Proverbi/Moshlé 31,8). Oltre a quella di comu­ni­care, è que­sta la ragione sociale di uno scrit­tore, por­ta­voce di chi è senza ascolto. Sal­man Rush­die con il suo romanzo Ver­setti sata­nici ha sca­te­nato mani­fe­sta­zioni di masse isla­mi­che con­tro una bla­sfe­mia risen­tita nel suo rac­conto. Delle per­sone sono scese in piazza e sono morte per que­sto effetto di rea­zione. Il romanzo di Goe­the I dolori del gio­vane Wer­ther sca­tenò un’ondata di sui­cidi nei gio­vani europei.

Con minori con­se­guenze, Rei­n­hold Mes­sner 25 con le sue pub­bli­ca­zioni ha atti­rato let­tori a salire in mon­ta­gna e alpi­ni­sti a ten­tare le sue imprese. Mauro Corona ha fatto venire voglia ai suoi let­tori di visi­tare Erto e la diga del Vajont. Que­sti sono casi di isti­ga­zione? O con più pro­prietà di lin­guag­gio e nes­suna con­se­guenza penale sem­pli­ce­mente sug­ge­stioni dovute al verbo ispi­rare? Se dalla parola pub­blica di uno scrit­tore seguono azioni, que­sto è un risul­tato ingo­ver­na­bile e fuori del suo controllo.

Le parole pos­sono solo que­sto, anche quando inci­tano a più impe­tuosi impe­gni:Aux armes citoyens è isti­ga­zione pre­sente nella Mar­si­gliese, inno nazio­nale fran­cese, il più bello che cono­sco. Incita alla guerra civile, a pren­dere le armi con­tro il tiranno. Fa da colonna sonora sot­tin­tesa di ogni insur­re­zione. Claude Joseph Rou­get de Lisle, autore del testo, aspetta da un paio di secoli denun­cia per istigazione.

L’utopia non è il tra­guardo ma il punto di par­tenza. Si imma­gina e si vuole rea­liz­zare un luogo che non c’è ancora.

Uno stu­pro del territorio

La Val di Susa si batte dal tempo di una gene­ra­zione per il motivo oppo­sto: per­ché il luogo ci sia ancora. Non quello imma­gi­nato da chi, pur di rea­liz­zare pro­fitto su uno dei tanti grandi lavori, è indif­fe­rente al danno pro­cu­rato alla salute pub­blica. Uto­pia, e delle peg­giori, è l’asservimento di un ter­ri­to­rio a una spe­cu­la­zione dichia­rata, per meglio abu­sare, stra­te­gica. Le per­fo­ra­zioni e la pol­ve­riz­za­zione di gia­ci­menti di amianto fanno inor­ri­dire chiun­que abbia noti­zia del gua­sto mici­diale di uno spar­gi­mento delle sue fibre tos­si­che. La mia defi­ni­zione è: stu­pro di ter­ri­to­rio. La Val di Susa si batte con­tro il disa­stro ambien­tale per scon­giu­rarlo, per non doverlo pian­gere dopo. Si tratta della più intensa e dure­vole lotta di pre­ven­zione popo­lare. Paga que­sta sua volontà con una repres­sione su scala di massa e con la mili­ta­riz­za­zione della sua vita civile.

Una grande pre­po­tenza pre­tende di schiac­ciare le ragioni e i corpi di una pic­cola val­lata. Resi­stono da una gene­ra­zione con deter­mi­na­zione com­mo­vente. Da com­mosso ho ade­rito alle loro ragioni aggiun­gendo spesso e da molti anni la mia pre­senza fisica alle loro mani­fe­sta­zioni. Il nostro paese ha biso­gno di rin­no­varsi scrol­lan­dosi di dosso i paras­siti delle cor­ru­zioni, degli inte­ressi pri­vati a danno delle pub­bli­che spese, dei pri­vi­legi. L’organismo è sano ma il suo manto è aggre­dito. In Val di Susa il corpo rea­gi­sce e osta­cola lo scavo degli acari infe­stanti, dei tarli rosic­chianti le mon­ta­gne. La resi­stenza civile pro­duce gli anti­corpi necessari.

Così pure a Lam­pe­dusa una comu­nità ha saputo rea­gire alla degra­da­zione impo­sta da leggi cri­mi­nali. Gli ordini venuti dal con­ti­nente hanno voluto strin­gere un nodo scor­soio intorno all’isola e farne terra chiusa. I Lam­pe­du­sani hanno sle­gato e fatto terra aperta.

Dare cibo, acqua, vestiti, allog­gio, pre­mura per gli amma­lati, i pri­gio­nieri, i morti: le sette opere di mise­ri­cor­dia sono state com­piute da loro, che vivono sul mare e usano leggi oppo­ste. E non sono Lam­pe­du­Santi, ma sem­pli­ce­mente Lam­pe­du­Sani. La rima nord e sud, Val di Susa e Lam­pe­dusa, riscatta oggi il titolo di cit­ta­dini da pre­po­tenze che li vogliono sudditi.

Per­ché si dia isti­ga­zione alla vio­lenza biso­gna dimo­strare la con­nes­sione diretta tra parole e azioni com­messe. In una dichia­ra­zione ripor­tata su «Left», sup­ple­mento di «l’Unità» (21 giu­gno 2014), Gae­tano Azza­riti, pro­fes­sore di Diritto costi­tu­zio­nale, afferma: «L’articolo 21 della nostra Costi­tu­zione ci per­mette la mas­sima libertà di espri­mere le nostre opi­nioni. Per que­sto i pub­blici mini­steri, in un caso come quello di De Luca, dovranno dimo­strare la con­nes­sione diretta tra le parole e l’azione… Se non si può dimo­strare un’immediata suc­ces­sione di eventi tra parole e azioni, allora il reato non esi­ste».
Isti­ga­zione alla vio­lenza: negli anni pas­sati degli auto­re­voli espo­nenti di par­titi, con largo seguito di iscritti e mili­tanti, hanno di volta in volta pub­bli­ca­mente minac­ciato il ricorso alle armi per rag­giun­gere dei loro obiet­tivi. In altre cir­co­stanze hanno annun­ciato il ricorso all’evasione fiscale di massa. Non sono stati inqui­siti dalla magi­stra­tura per il reato di istigazione.

Omis­sione di confronto

Sono d’accordo: anche se inve­stiti di auto­rità e di con­se­guente facoltà di pro­muo­vere azioni cri­mi­nose presso il largo seguito di ade­renti, hanno eser­ci­tato il loro diritto di parola. Nel mio caso la pub­blica accusa afferma che le mie parole hanno avuto un seguito di azioni. Mi attri­bui­scono un ruolo che nem­meno gli alti espo­nenti di par­tito hanno avuto.

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Non appar­tengo a nes­suna for­ma­zione poli­tica. Par­te­cipo da cit­ta­dino a mani­fe­sta­zioni che con­di­vido e per inte­resse di testi­mone. Ma la pub­blica accusa afferma che avrei influen­zato il com­por­ta­mento di per­sone e la com­mis­sione di reati.

Si è arri­vati a pro­nun­ciare que­sto ragio­na­mento: dopo le mie frasi si sono pro­dotti tali epi­sodi. E prima delle mie frasi? Manca per omis­sione il con­fronto. Dopo la fab­bri­ca­zione dei faz­zo­letti di carta le per­sone si sono sof­fiate il naso. E prima? L’argomento è di quelli messi in ridi­colo da un buon mil­len­nio e fis­sati dalla frase latina: «Post hoc, ergo prop­ter hoc»: dopo di que­sto, dun­que a causa di questo.

I pub­blici mini­steri hanno esi­bito un elenco di epi­sodi com­piuti da mili­tanti No Tav, com­pi­lato dalla Digos di Torino, acca­duti a par­tire da set­tem­bre 2013. Tutti que­sti epi­sodi sono stati riven­di­cati da ano­nimi mili­tanti No Tav che dichia­ra­vano di avere agito in soli­da­rietà con quat­tro loro mili­tanti arre­stati. Tutti gli autori degli epi­sodi di quell’elenco hanno agito per soste­nere la causa dei loro com­pa­gni. Almeno uno, uno solo, poteva aggiun­gere, magari anche in mar­gine come postilla: e poi per­ché l’ha detto De Luca sull’«Huffington Post».

I pub­blici mini­steri esi­bi­scono come dimo­stra­zione un elenco incom­pleto, privo di raf­fronto con il periodo pre­ce­dente, e che per giunta dimo­stra il con­tra­rio.
Que­gli epi­sodi non c’entrano niente con le mie frasi incri­mi­nate da loro.

Dalle mie parti, al Sud, esi­ste un altro tipo di respon­sa­bi­lità della parola. Uno augura il peg­gio a una per­sona e quella più tardi subi­sce un inci­dente. Il tale del malau­gu­rio viene rite­nuto respon­sa­bile dell’accaduto e dà così avvio alla sua fama di iettatore.

Quando in uno sta­dio del Nord Ita­lia si incita la natura invo­cando «Forza Vesu­vio» si sta isti­gando un vul­cano all’eruzione. La rea­zione da parte meri­dio­nale non è stata una denun­cia ma l’esorcismo effi­cace di una grat­ta­tina in zona pubeale. Che la linea Tav in Val di Susa possa essere sabo­tata, che possa non sbu­care dall’altra e da nes­suna parte. Che pos­sano finire i fondi pub­blici desti­nati all’affarismo di aziende col­le­gate ai par­titi. Che un governo di nor­mali capa­cità di inten­dere e volere la lasci incom­piuta, come già altri 395 (tre­cen­to­no­van­ta­cin­que) grandi lavori in Ita­lia. Che possa essere dichia­rata disa­stro ambien­tale e i suoi respon­sa­bili per­se­guiti per que­sto. La linea Tav va sabo­tata: la frase rien­tra nel diritto di malaugurio.

Mini­stri di que­sto e di altri governi hanno dichia­rato la linea Tav in Val di Susa opera stra­te­gica. Stra­te­gico è agget­tivo di ori­gine mili­tare, stra­tega era il coman­dante dell’esercito greco. L’effetto è anche mili­tare: il can­tiere della per­fo­ra­zione e la val­lata sono sotto pre­si­dio di forze armate oltre che di corpi di poli­zia e carabinieri.

Stati di emergenza

Area di inte­resse stra­te­gico vuol dire sem­pli­ce­mente area sot­tratta a dis­senso, dove non si può pro­te­stare e dove per­tanto si può usare l’esercito con fun­zione di ordine pub­blico. La defi­ni­zione di area d’interesse stra­te­gico è pom­posa ma recente. Appli­cata al can­tiere Tav di Chio­monte, con legge del 12 novem­bre 2011, è stata in pre­ce­denza inven­tata per la Regione Cam­pa­nia, allo scopo di pro­teg­gere dalle pro­te­ste civili la costru­zione di impianti di smal­ti­mento rifiuti. Si capi­sce che l’aggettivo «stra­te­gico» infi­lato nella legge del 2011 è stato preso dalla spaz­za­tura (il DL 23/5/2008 n. 90 32 attri­bui­sce qua­li­fica di «area di inte­resse stra­te­gico nazio­nale» a siti, aree, impianti con­nessi alla gestione di rifiuti).

Sono incri­mi­nato per avere espresso la neces­sità di sabo­tare un’opera stra­te­gica per lo Stato. Ma a costi­tuirsi parte civile con­tro di me è una ditta pri­vata, Ltf sas. Non dovrebbe essere lo Stato con la sua avvo­ca­tura? Lo Stato non si ritiene dan­neg­giato dalla mia insu­bor­di­na­zione con­tro l’opera così deci­siva per le sorti pub­bli­che? Si nasconde die­tro la parte civile di una qua­lun­que ditta privata?

A pro­po­sito, la ditta in que­stione non è ita­liana ma fran­cese, con sede a Cham­bery: ltf sta per Lyon Turin Fer­ro­viaire. Biz­zar­rie del destino: caso vuole che in Fran­cia non siano in vigore le nostre nor­ma­tive anti­ma­fia nell’assegnazione degli appalti. Caso vuole che per la Fran­cia la linea Lyon-Torino non sia stra­te­gica né prio­ri­ta­ria. L’entusiasmo della ditta ltf non è con­di­viso in patria.

Chiedo che sia lo Stato a costi­tuirsi parte civile con­tro di me. Mi si pro­cessa per una dichia­ra­zione con­tro un’opera solenne e stra­te­gica del nostro ter­ri­to­rio e in caso di con­danna dovrei rim­bor­sare un’azienda fran­cese anzi­ché lo Stato ita­liano? Chiedo alla pub­blica e distratta auto­rità di pro­ce­dere alla costi­tu­zione di parte civile con­tro di me. Sarò con­dan­nato per essermi oppo­sto a un’opera di Stato e non a una qua­lun­que ditta estera venuta a far danno da noi.

Impianto di videosorveglianza Tyco del cantiere di Chiomonte

La società Tyco rende noto tramite il proprio sito web di essere stata selezionata dalla Cooperativa Muratori & Cementisti (CMC) di Ravenna per la fornitura di un innovativo sistema di videosorveglianza e antintrusione integrato a protezione del cantiere “la Maddalena” di Chiomonte.

di Leonardo Capella

La società Tyco Integrated Fire & Security rende noto tramite il proprio sito web, senza però dare dati temporali, di essere stata selezionata dalla Cooperativa Muratori & Cementisti (CMC) di Ravenna per la fornitura di un innovativo sistema di videosorveglianza e antintrusione integrato a protezione del cantiere “la Maddalena” di Chiomonte.

Nell’area destinata al cantiere, Tyco ha realizzato un sistema di protezione perimetrale contro intrusioni, scavalcamento, sfondamento delle recinzioni e azioni terroristiche. Il sistema installato consiste in una rete avanzata di videosorveglianza digitale, con architettura ad anello in fibra ottica, che consente la visualizzazione, la registrazione e la trasmissione locale e remota delle immagini in alta definizione provenienti da oltre 80 telecamere IP HD modello Illustra 625 PTZ a marchio Tyco American Dynamics.

Tyco Illustra 625

Una delle versioni disponibili dell’Illustra 625 di Tyco

La Illustra 625 è una videocamera a alta definizione (1080p) con un sensore di dimensioni 1/2,8″ da 2 megapixel, estremamente veloce negli spostamenti e che è in grado di muoversi anche in posizioni precedentemente predefinite. Dispone di uno zoom ottico da venti ingrandimenti (20x), modalità diurna/notturna e vanta un elevato range  dinamico (elevata differenza fra chiari e scuri). La connessione è garantita tramite cavo Ethernet 10/100 Base-TX. Le dimensioni non sono da spycam, i moduli esterni sono di 37 cm d’altezza e di 25 cm di diametro, il peso è di 6,6kg.

Per dare conto di quale tecnologia è stata messa in campo facciamo un esempio: quando l’operatore spinge la telecamera al livello massimo di zoom, questa riduce automaticamente la velocità del pan/tilt, permettendole di seguire una persona in movimento a una distanza di 100 metri con “zoommata” massima, come se si trovasse a soli 5 metri.

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Quando le telecamere si attivano automaticamente a fronte di preset e tour programmati sugli allarmi perimetrali, si spostano per posizionarsi sull’evento specifico alla velocità di 512° al secondo. Esse inviano poi le immagini ad una serie di NVR VideoEdge (unità di registrazione) a marchio Tyco American Dynamics programmati per conservare le registrazioni per il tempo stabilito dalle autorità.

I dispositivi consentono inoltre di visualizzare su quattro video wall da 55” le immagini provenienti in tempo reale da una o più telecamere tramite il software di centralizzazione Victor Client e di trasmettere le stesse alle postazioni remote predisposte dalle autorità per il monitoraggio dell’area.

La maggior parte delle telecamere installate funzionano come sensori di antintrusione perimetrale grazie al potente software di analisi del contesto del NVR VideoEdge, che è in grado di classificare gli eventi ripresi dalle telecamere e creare indici di accesso rapido all’interno del database delle immagini registrate, in modo da rivelare non solo gli allarmi di intrusione, scavalcamento e sfondamento, ma anche eventi che a posteriori potrebbero diventare significativi.

Il software Victor Client consente infine di gestire il sistema di sicurezza in modalità matrice virtuale, localizzando gli eventi su mappe grafiche con icone dinamiche che semplificano le attività degli operatori sia nella fase di monitoraggio e controllo, sia in quella di investigazione a posteriori.

L.C. 11.01.15

Charlie Hebdo, se il fine giustifica i mezzi: contro il terrorismo la Francia sceglie la censura online

uno dei veri motivi che hanno fatto andare a segno la strage di Charlie Hebdo

http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/11/charlie-hebdo-se-il-fine-giustifica-i-mezzi-contro-il-terrorismo-la-francia-sceglie-la-censura-online/1331623/

 Non si è fatta attendere la risposta del governo di Parigi all’attentato terroristico che il 7 gennaio ha insanguinato la redazione del quotidiano satirico Charlie Hebdo e con essa tutta la Francia. A neppure ventiquattro ore dall’attentato, infatti, Parigi ha trasmesso a Bruxelles – come impone la disciplina europea della materia – lo schema di un decreto attraverso il quale il governo di Hollande intende affidare alla polizia postale francese il potere di ordinare – direttamente agli internet service provider – il blocco di interi siti internet ritenuti responsabili della pubblicazione di contenuti che istigano ad azioni terroristiche o ne fanno apologia.

Il decreto che prevede l’adozione delle stesse misure tanto in relazione alla lotta al terrorismo che in relazione a quella alla pedopornografia online, esclude l’esigenza di qualsivoglia valutazione da parte di un Giudice ed autorizza il Ministero dell’Interno e, per esso, la polizia postale a compilare direttamente una lista di indirizzi di siti internet da spedire agli internet service provider francesi, intimando a questi ultimi di bloccare il traffico dei propri utenti verso tali siti, dirottandolo verso un’apposita pagina web che li dovrà informare della natura illecita del contenuto che stavano cercando di raggiungere.

L’ordine impartito dalla polizia postale agli internet service provider dovrà essere eseguito al massimo entro 24 ore. E toccherà alla stessa polizia – ancora una volta, quindi, senza alcun filtro di carattere giudiziario – revocare l’ordine di blocco qualora risultasse che un sito internet ha sospeso la pubblicazione dei contenuti ritenuti di matrice terroristica o pedopornografica. Si tratta, nella sostanza, di una soluzione sovrapponibile a quella già utilizzata, anche nel nostro Paese, per la lotta alla pedopornografia online che, tuttavia, la Francia, vorrebbe ora allargare ad una serie di reati dichiaratamente di opinione quali sono, appunto, quelli di istigazione o apologia di atti terroristici.

E’ difficile, naturalmente, davanti alle drammatiche immagini dell’attentato del 7 gennaio scolpite nella mente di ciascuno di noi e con nella testa e nel cuore ancora forte quella sensazione mista di rabbia e terrore che è umano provare davanti a simili tragedie, trovare la forza di criticare un governo che, con straordinaria tempestività, si dichiara pronto a varare nuove norme che hanno l’obiettivo di scongiurare il ripetersi, in futuro, di episodi tanto drammatici. Si ha, infatti, la naturale tentazione di cedere al principio macchiavellico secondo il quale il fine giustifica i mezzi e non c’è, quindi, prezzo – neppure in termini di compressione di diritti e libertà fondamentali dell’uomo e del cittadino – che sia troppo caro davanti all’esigenza di bloccare il terrorismo.

Si tratta, tuttavia, di una prospettiva umanamente comprensibile ma politicamente sbagliata e non condivisibile. Non c’è paura né obiettivo che dovrebbe giustificare la rinuncia, da parte di un Paese democratico, alla tutela di una libertà fondamentale ed irrinunciabile come quella di parola, libertà che ha per naturale corollario che solo i giudici – eventualmente anche nell’ambito di procedimenti d’urgenza – possano ordinare la rimozione di contenuti dal web o il blocco del traffico diretto verso taluni contenuti. E’ – o dovrebbe essere – un principio sempre vero ma vero ancor di più quando – come nel caso in questione – all’origine di eventuali ordini di blocco vi è addirittura un presunto reato di opinione.

Non è, infatti, sempre facile – ed anzi non lo è nella più parte dei casi – distinguere l’opinione legittima, per quanto, talvolta, violenta o non condivisibile dai più, dalla manifestazione del pensiero di chi scientemente scrive o dice qualcosa con l’intento di istigare altri a commettere un atto terroristico o ne fa apologia. Tirare una linea di confine tra l’esercizio legittimo della libertà di parola e l’istigazione o l’apologia di un atto di terrorismo è un “esercizio” difficile persino per un giudice che sia chiamato ad assumerlo con i tempi ed i modi di un processo per quanto sommario.

E’ per questo che è sbagliato pensare di demandarlo ad un’autorità amministrativa come la polizia che, peraltro, ha competenze, esperienze e sensibilità ovviamente diverse da quelle di un Giudice e, comunque, non è chiamata ad assumere le sue decisioni nell’ambito di un giusto processo.

In questi termini, la risposta francese e la scelta di trasformare i providers in sceriffi del web, agli ordini delle sole forze di polizia, non convince e, anzi, preoccupa, apparendo una risposta che minaccia la libertà di parola sul web proprio in un momento nel quale il Paese rivendica, a gran voce, la libertà di parola drammaticamente e prepotentemente violata dai terroristi autori del massacro di Charlie Hebdo.

C’è da augurarsi che il tempo raffreddi le emozioni e porti consiglio al governo di Parigi e, soprattutto, che, in Italia, non ci si innamori – come troppo spesso è accaduto in passato – di una soluzione che in nome di un eccessivo e spiccio pragmatismo sacrifica diritti, garanzie e libertà che rappresentano l’infrastruttura democratica del Paese.