Il sacco di Roma e il frutto amaro della deregulation

manifesto
EDITORIALE

—  Paolo Berdini, 9.12.2014


Il Campidoglio

La vicenda di Roma sta assu­mendo con­torni che rischiano di far smar­rire la gra­vità ine­dita di quanto avve­nuto. Assi­stiamo ad una serie di inter­vi­ste dei respon­sa­bili poli­tici dell’ultimo ven­ten­nio che nel ten­ta­tivo di sal­varsi dal moto di indi­gna­zione che dilaga, ten­tano di deru­bri­care lo scan­dalo a pochi mal­fat­tori o addi­rit­tura — il Foglio di Fer­rara — a pate­tici mil­lan­ta­tori all’amatriciana.

Siamo invece di fronte ad uno scan­dalo di por­tata ben mag­giore di quello di Tan­gen­to­poli degli ’90. In quel periodo si cercò di costruire un sistema di regole in grado di argi­nare il malaf­fare dif­fuso. Da quel momento l’ondata di riflusso è stata così impo­nente che non solo è riu­scita a can­cel­lare quelle leggi, ma ha demo­lito la pub­blica ammi­ni­stra­zione. La legge sull’elezione diretta dei sin­daci ha for­nito loro un potere immenso senza alcun con­trap­peso di con­trollo; le leggi Bas­sa­nini di riforma della pub­blica ammi­ni­stra­zione hanno intro­dotto uno spoil system senza con­trolli esteso ad ogni fun­zione pub­blica; la cul­tura della pri­va­tiz­za­zione ha infine impo­sto che molti ser­vizi che prima veni­vano svolti all’interno delle pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni venis­sero ester­na­liz­zati. Roma rac­co­glie i frutti amari del ven­ten­nio della deregulation.

La que­stione delle nomine

Sulla base del potere «mono­cra­tico» senza alcun con­trap­peso di legge, i sin­daci hanno potuto imporre nei comuni e nello Stato per­so­naggi impre­sen­ta­bili. Ale­manno ottiene la nomina di suoi uomini nel Cda di Fin­mec­ca­nica e — dall’altra parte — Ode­vaine viene messo a capo della strut­tura del mini­stero dell’Interno che si occupa degli immi­grati. E poi, Pan­zi­roni a capo dell’Ama e Man­cini a pre­si­dente dell’ente Eur. Quei ruoli isti­tu­zio­nali sono stati pie­gati a inte­ressi di parte senza che esi­stesse nes­sun orga­ni­smo terzo in grado di denun­ciare la discre­zio­na­lità delle nomine e degli atti con­se­guenti. Oggi la figura del con­trol­lore coin­cide con quella del con­trol­lato e que­sta pato­lo­gia va gua­rita al più pre­sto con tutta l’energia neces­sa­ria. Il fatto che siano state indi­cate per­sone di malaf­fare, infatti, aggrava sol­tanto una situa­zione isti­tu­zio­nal­mente inac­cet­ta­bile. In quei ruoli si usa denaro pub­blico; si decide la ven­dita di immo­bili pub­blici; si assume per­so­nale senza con­corso. Si sente spesso affer­mare — e Renzi è tra i primi — che «la buro­cra­zia frena lo svi­luppo del paese». In realtà la buro­cra­zia è stata can­cel­lata dallo spoil system e a capo di molte atti­vità pub­bli­che ci sono uomini che hanno l’unica qua­lità di far parte della cor­data poli­tica al momento vin­cente. E’ ora di chiu­dere que­sta fase.

La que­stione degli appalti

Ora si sente affer­mare con la solita intol­le­ra­bile reto­rica che si veri­fi­che­ranno tutte le gare d’appalto, ma anche per­sone ecce­zio­nali come Can­tone e il suo pool si are­ne­ranno di fronte allo sman­tel­la­mento legi­sla­tivo di que­sti anni. Gli appalti sotto la soglia dei 500 mila euro pos­sono essere affi­dati per legge con pro­ce­dure discre­zio­nali. Per le cifre mag­giori c’è la col­lau­data auto­strada inau­gu­rata con la Legge obiet­tivo di Berlusconi-Tremonti. Com­pleta il qua­dro la cul­tura dell’emergenza che leg­giamo nelle inter­cet­ta­zioni romane: demo­li­sco i campi di fami­glie rom per poter atti­vare la pro­ce­dura di emer­genza ed affi­dare i lavori a chi mi pare. Nes­sun appalto viene affi­dato attra­verso forme frau­do­lente: sono tutte con­formi con le regole appro­vate nel ven­ten­nio della dere­gu­la­tion. In un appalto romano, l’impresa scal­zata dalla solita azienda mala­vi­tosa fa giu­sta­mente ricorso al Tar. Con lo Sblocca Ita­lia di Renzi si tenta di limi­tare anche que­sto diritto giu­ri­dico in nome della velo­cità. Non ser­vono com­mis­sari, ser­vono nuove regole.

La cul­tura della privatizzazione

Sono venti anni che tutte le ammi­ni­stra­zioni pub­bli­che hanno pra­ti­cato l’ideologia della costru­zione di società di scopo che hanno com­por­tato la pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi pub­blici e l’aumento dei costi per la popo­la­zione. Paghiamo l’aliquota più alta di tas­sa­zione alle imprese e ai red­diti indi­vi­duali per­ché dob­biamo ancora giu­sti­fi­care un’ideologia che ha por­tato al fal­li­mento il paese. Le fun­zioni pub­bli­che devono ritor­nare nelle ammi­ni­stra­zioni e non affi­date alle imprese ami­che.
Pochi giorni fa il pre­mier Mat­teo Renzi ha lan­ciato la can­di­da­tura di Roma alle Olim­piadi del 2024, un evento che pro­durrà ine­vi­ta­bil­mente un’ulteriore over­dose di dero­ghe e discre­zio­na­lità nella capi­tale, al pari della scon­cer­tante vicenda dello sta­dio della Roma. Il plauso alla pro­po­sta è stato bipar­ti­san: dal sin­daco Marino ad un grande esperto di pro­ce­dure di deroga come Malagò. Ripe­tiamo, il solo modo per ripri­sti­nare lega­lità e mora­lità è quello della costru­zione di isti­tu­zioni di con­trollo delle azioni pub­bli­che. Gli eventi straor­di­nari e le dero­ghe ser­vono solo alla mala­vita e ad una poli­tica senza futuro.

Il sacco di Roma e il frutto amaro della deregulationultima modifica: 2014-12-10T20:46:18+01:00da davi-luciano
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