Le tante facce del generale Mario Mori: da avversario irriducibile di Cosa Nostra a suo delegato nella trattativa: perché? (8)

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di micheleimperio  il 26 ott 14, 23:01:47 

“Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi» (intervista rilasciata da Giovanni Falcone a Saverio Lodato de L’Unità, il 10 luglio 1989 pochi giorni dopo il fallito attentato dell’Addaura). Ma poi Giovanni Falcone diviene più esplicito E aggiunge: “Coloro che volevano assassinare me sono gli stessi che hanno fatto assassinare a suo tempo il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa”. Già Carlo Alberto dalla Chiesa altro delitto spudoratamente eseguito dal segmento criminale della Sinistra politica Democristiana oggi corrente renziana del P.D. 

E’ il 3 settembre 1982, in via Isidoro Carini, alle 21.15 di sera 30 proiettili trafissero il Generale Carlo Alberto dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carrarotrucidando i loro corpi, mentre poco più indietro l’agente di scorta Domenico Russo giaceva esangue nella sua Alfetta colpito a morte dai micidiali colpi di un kalashnikov AK-47. Fu un vero e proprio massacro. Un agguato messo a punto dagli spietati killer di Cosa Nostra: Antonio Madonia, Calogero Ganci, Giuseppe Greco, detto “Scarpuzzedda” e Giuseppe Lucchese per ordine di Salvatore Riina e di tutta la cupola.Un omicidio terribile che scuote duramente tutta quella Palermo che nel generale aveva riposto la speranza di una vera lotta alla mafia. 

Strano delitto quello di Dalla Chiesa. Wilkipedia ricorda che Carlo Alberto Dalla Chiesa inizialmente si dimostrò perplesso sulla nomina a Prefetto di Palermo. Poi venne convinto dall’allora ministro degli Interni Virginio Rognoni, il quale gli promise poteri fuori dall’ordinario per contrastare la guerra tra le cosche, che insanguinava l’isola. Dalla Chiesa avrebbe avuto a disposizione l’esercito che a suon di intrusioni, perquisizioni, sequestri, arresti preventivi e quant’altro avrebbe scovato e messo in carcere latitanti e boss mafiosi indebolendo pesantemente i legami esistenti tra Cosa Nostra, lo Stato e gli altri poteri occulti. Avrebbe scoperchiato quelle sette massoniche ancora oggi presenti in Sicilia e sicuramente avrebbe ripulito il marcio che si annida all’interno delle forze dell’ordine e dei servizi segreti. 

Invece……………….invece tutto questo non arrivò mai. Quei poteri non gli furono mai dati. Anzi! Dalla Chiesa capisce subito di essere caduto in una trappola mortale orditagli da Virginio Rognoni e – ovviamente – da chi sta dietro lui. Da Palermo, dove arriva nel maggio del 1982, lamenta più volte la carenza di sostegno e di mezzi da parte dello Stato (emblematica la sua amara prolusione: “Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì”;). 

Il pentito Tommaso Buscetta afferma che sul caso Dalla Chiesa il boss Gaetano Badalamenti gli aveva espresso questo giudizio: « [Dalla Chiesa] lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui. Non aveva fatto ancora niente in Sicilia che potesse giustificare questo grande odio della Mafia contro di lui » 

Rita dalla Chiesa la figlia, ha raccontato che la strage in cui fu ucciso suo padre fu decisa a Roma e non a Palermo e che il padre non era amato all’interno del Comando Generale dell’Arma. 

Durante un’intercettazione telefonica delle forze dell’ordine a casa del dottor Giuseppe Guttadauro, capo mandamento del quartiere Brancaccio, in sostituzione dei fratelli Graviano in carcere, si sente il boss parlare con un politico ospite a casa sua dell’omicidio del generale Dalla Chiesa in questi termini:

“Salvatore…ma tu partici dall’ottantadue, invece… ma chi cazzo se ne fotteva di ammazzare a Dalla Chiesa… andiamo! parliamo chiaro!”. “E che perché glielo dovevamo fare qua questo favore…”. 

Chi aveva chiesto quindi questo favore a Cosa Nostra? 

La stessa notte della strage qualcuno si introdusse nella stanza da letto del Generale, nella sua abitazione privata di villa Pajno a Palermo, aprì la cassaforte e prese tutto il materiale riservato del generale. Materiale mai più ritrovato. Nella cassaforte – secondo i più – era conservato ancora l’originale del memoriale Moro. 

Persino Totò Riina il 29 agosto dello scorso anno, mentre passeggiava con il compagno di ora d’aria Alberto Lorusso nel carcere di Opera, racconta questo fatto indicando come responsabili del furto ambienti esterni a Cosa Nostra: “Questo Dalla Chiesa ci sono andati a trovarlo e gli hanno aperto la cassaforte e gli hanno tolto la chiave. I documenti dalla cassaforte e glieli hanno fottuti Loro – continua Riina – quando fu di questo … di Dalla Chiesa … gliel’hanno fatta, minchia, gliel’hanno aperta, gliel’hanno aperta la cassaforte … tutte cose gli hanno preso”. Quindi chi se non la sempre presente manina nera dei servizi deviati può aver fatto l’abituale lavoro sporco e pulito allo stesso tempo? D’intesa con lui, con Riina, oggi risentito per il tradimento subito dai Servizi. 

Va raccontata questa storia del memoriale Moro. 

Dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, in seguito al ritrovamento di un borsello sopra un pullman casualmente o volutamente smarrito dal brigatista rosso Lauro Azzolini i carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa riescono ad individuare un covo delle Brigate Rosse, situato a Milano in Via Monte Nevoso all’interno del quale rinvengono alcuni documenti riguardanti il rapimento di Moro ed un memoriale dello stesso Il memoriale di Moro sarebbe stato consegnato da Dalla Chiesa riservatamente a Giulio Andreotti, per via delle informazioni particolarmente riservate contenute al suo interno. 

Tra gli argomenti trattati nel memoriale, c’erano infatti: l’organizzazione Gladio, un esercito occulto (stay-behind) presente in molti paesi europei e finanziato dalla CIA, con il compito di resistere almeno 5 giorni in caso di invasione comunista, la cui esistenza è stata resa pubblica poche settimane dopo il ritrovamento del memoriale; il Piano Solo. elementi della cosiddetta strategia della tensione; Italcasse, Caltagirone 

Ma è noto ormai che quello che fu consegnato ad Andreotti non era il memoriale originale. 

Molti anni dopo, il 9 ottobre 1990 durante alcuni lavori di restauro nell’appartamento di vai Monte nevoso vennero rinvenute in un intercapedine alcune pagine manoscritte proprio di pugno da Aldo Moro e quella era la versione originale molto più estesa del testo fino allora conosciuto. 

Il memoriale fu attentamente analizzato dai magistrati della Corte di Appello di Perugia che giudicarono Giulio Andreotti per il delitto Pecorelli. Nella sentenza del 13 febbraio 2003, pp. 47-48 i Magistrati scrivono: la comparazione tra i due scritti quello del 1978 e quello originale del 1990 permette di affermare che quello rinvenuto nel 1990 contiene notizie più pregnanti ed organiche rispetto a quello del 1978. Ed invero, sul caso Italcasse nello scritto del 1978 vi è un riferimento al ruolo del debitore Caltagirone, allora vicino ad Andreotti, che tratta lui la successione del direttore generale dell’Italcasse, Nello scritto del 1990 invece si fa un maggior cenno al motivo per cui Caltagirone ha mandato politico nella nomina del direttore dell’Italcasse e, cioè, per la sistemazione della propria posizione debitoria. 

Sui rapporti tra Michele Sindona e Giulio Andreotti; mentre nello scritto del 1978 si parla quasi occasionalmente del viaggio di Giulio Andreotti negli Stati Uniti d’America, per incontrare Michele Sindona, e della nomina di Mario Barone, nello scritto del 1990 i rapporti tra Michele Sindona, Mario Barone e Giulio Andreotti vengono organicamente trattati come espressione della cinica personalità di Giulio Andreotti da Moro definito nello scritto del 1978: “un regista freddo, imperscrutabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. Giudizio completato nello scritto del 1990 quando, dopo avere unitariamente analizzato i fatti riferiti a Giulio Andreotti e avere tra questi inserito anche l’intervista in cui denunciava l’appartenenza di Guido Giannettini come agente del SID, afferma che quelli sono tutti segni di un’incredibile spregiudicatezza che deve aver caratterizzato tutta una fortunata carriera e della quale la caratteristica più singolare è che passi così frequentemente priva di qualsiasi censura o anche solo del minimo rilievo. » 

Quindi il memoriale non venne consegnato integro. Ciò è stato confermato anche dalla madre della moglie Emanuela Setti Carraro, secondo la quale la figlia le avrebbe confidato che il Generale non aveva consegnato ad Andreotti tutte le carte rinvenute, ma solo alcune e che nelle carte non consegnate vi fossero segreti di Stato estremamente gravi. Secondo alcuni commentatori della Rete il memoriale integrale venne invece consegnato al leader del partito socialista Bettino Craxi e molto informazioni sul memoriale vennero passate al direttore di OP Mino Pecorelli. 

Il giornalista Mino Pecorelli, amico di Dalla Chiesa, riceveva da questi informazioni sul memoriale Moro e anche altre informazioni compromettenti sulla D.C. Pochi giorni dopo aver pubblicato un articolo su 119 cardinali massoni presenti in Vaticano e dopo aver dichiarato di voler pubblicare integralmente il memoriale Moro sulla sua rivista Op Pecorelli venne ucciso da mani misteriose. 

Secondo la sorella del giornalista, Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva incontrato Mino Pecorelli pochi giorni prima che egli venisse ucciso ed il Generale aveva confidato al giornalista alcune importanti informazioni sul caso Moro. Secondo altri commentatori della Rete queste rivelazioni di Dalla Chiesa a Pecorelli erano funzionali agli interessi di Bettino Craxi il quale anche tramite lo stillicidio di queste rivelazioni e dunque tramite queste pressioni riuscì a ottenere per Sandro Pertini la presidenza della repubblica nel 1978 e per sé nonostante che un altro socialista fosse presidente della Repubblica la presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1983 dopo che già nel 1979 aveva dovuto rinunciare ad un precedente incarico di presidente del consiglio dei ministri conferitogli dallo stesso presidente Sandro Pertini. 

Ma la reazione dei democristiani rispetto a queste pressioni fu diversa: più tollerante e propensa all’accordo quella di Andreotti, assolutamente intransigente e sdegnata quella della Sinistra politica democristiana. 

Ora se i mancati assassini di Giovanni Falcone erano gli stessi che aveva assassinato Carlo Alberto Dalla Chiesa di uno di questi si conosce nome e cognome e indirizzo di casa. E’ Virginio Rognoni esponente di rilievo della Sinistra Politica Democristiana, oggi corrente renziana del P.D Non mandò mai i poteri che lui stesso aveva promesso e si sarebbe interessato per la prima volta della cosa solo il 5 settembre 1982 quattro mesi dopo che il generale era giunto a Palermo e due giorni dopo che Dalla Chiesa fosse assassinato. Insomma non fece in tempo! 

Ma oggi a distanza di tanti anni la morte del generale Carlo Alberto dalla Chiesa si arricchisce di un nuovo mistero. Ad essere sparite non sono state solo le carte della cassaforte della residenza privata del prefetto, ove si sospetta che fosse ancora nascosta la copia integrale del memoriale Moro, ma anche una valigetta in pelle marrone che avrebbe contenuto documenti segreti. Si parla in particolare di un rapporto di dodici pagine che alcuni carabinieri del Ros guidato da Mario Mori avrebbero rinvenuto nel covo di Totò Riina, al momento dell’arresto nel 1993 e avrebbero portato via. 

Mario Mori!!!!!!!!!!! Mario Mori!!!!!!!!!!!!!!! 

Secondo un ‘anonimo che ha riferito i fatti in quella valigetta Carlo Alberto dalla Chiesa conservava altri documenti importanti. “Proprio un ufficiale dei carabinieri in servizio a Palermo la notte della strage si preoccupa di trafugare la valigetta di pelle marrone che conteneva documenti scottanti e nomi scottanti riguardanti indagini che Dalla Chiesa stava cercando di svolgere da solo”. Su queste indagini aveva poi indagato anche Giovanni Falcone, tanto che nel maggio 1983 aveva convocato l’allora comandante generale Lorenzo Valditara proprio per interrogarlo in merito. 

L’anno scorso, dopo più di 30 anni, la valigetta è stata ritrovata nei sotterranei del tribunale di Palermo ma al suo interno non si è trovato nulla, nessun documento: era stata precedentemente svuotata. Come da copione in questi casi. E allora rivanghiamo le parole di Giovanni Falcone dopo l’attentato dell’Addaura: “Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Chi ha tentato di assassinare me aveva già assassinato il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa”. 

Logge massoniche coperte? 

Michele Imperio 8. Continua

Le tante facce del generale Mario Mori: da avversario irriducibile di Cosa Nostra a suo delegato nella trattativa: perché? (8)ultima modifica: 2014-10-27T22:41:03+01:00da davi-luciano
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