Giappone e nuove imposte: una strada senz’uscita?

9 settembre 2014
Le riforme economiche sono qualcosa di molto complesso, poiché — a differenza di molte scienze naturali — i loro risultati non sono visibili nel brevissimo periodo, ma richiedono tempi lunghi d’osservazione. Proprio per questo, l’economia si caratterizza per osservazioni tripartite: breve periodo, medio periodo e lungo periodo. Inoltre, ciò che accade nel breve periodo non è obbligatoriamente il risultato depotenziato del lungo, anzi molte volte i risultati sono antitetici. La conseguenza primaria di questa realtà è palesata dal «ciclo politico», cioè dal fatto che i governanti s’inoltrano in politiche eccessivamente espansive nei periodi preelettorali. Queste manovre, infatti, creano una crescita fittizia di breve periodo che attira voti favorevoli. A nessuno interessano, invece, gli effetti negativi del medio termine, poiché gli elettori hanno tipicamente una «memoria breve» e, per risolvere il dissenso, basta agire come s’è sempre fatto: politica espansiva preelettorale.
 
Nonostante non ci s’aspetti onestà intellettuale dai politici, il rifugio degli elettori dovrebbe essere costituito dalle testate giornalistiche, potenziali arbitri neutrali delle controversie ideologiche, misuratori dei risultati nel lungo termine, lontani da pantomime di basso livello. In Italia, però, molte volte anche i giornalisti si lasciano prendere da facili entusiasmi e altrettanto ingenui allarmismi. Un argomento caratteristico di questa smania da scoop è l’Abenomics, politica economica di stampo nipponico e dal gusto keynesiano. Su The Fielder, abbiamo esposto quelli che sarebbero stati i vantaggi nel breve periodo di tale riforma, ma anche i suoi potenziali danni nel medio periodo, data la situazione singolare dell’economia giapponese.
 
Ebbene, oggi l’euforia di breve termine sta svanendo, e il medio periodo, col suo bagaglio di travagli, sta iniziando a palesarsi. L’Abenomics si trova in un momento di stallo, nel quale qualsiasi mossa che il primo ministro Abe possa fare sembra condurre fatalmente a uno scaccomatto per il Giappone. Vediamo meglio che cosa sta accadendo. Lo scorso 1º aprile, per la prima volta in 17 anni, il governo nipponico ha deciso d’aumentare la tassa sui consumi dal 5% all’8%. Laratio della manovra è quella, lecita, di cercare di ridurre l’ammontare di debito pubblico del Giappone, arrivato ormai al 227% del PIL. A questa, però, s’aggiunge il piano d’iniettare 5,5 bilioni di yen (~40,2 miliardi d’euro) per contrastare gli effetti delle tasse, incrementando la spesa pubblica.
 
Gli effetti d’una manovra come questa sono diversi e di non particolare beneficio per il Giappone. Innanzitutto, come notato da Naohiko Baba, capo economista di Goldman Sachs in Giappone, un aumento delle tasse di questa portata non può avere un effetto importante sulla diminuzione del disavanzo nipponico. A ciò aggiungiamo che, al tempo della dichiarazione, non si parlava ancora della contromanovra espansiva. Inoltre, continua Baba, un Paese che si preoccupa a tal punto dell’impopolarità d’un aumento delle tasse non è in grado d’apparire credibile agl’investitori internazionali, che di conseguenza potrebbero ridurre i loro apporti di capitali privati.
 
Secondo, aumentare le tasse allorquando la ripresa economica è debole non sembra la scelta migliore. Gli effetti dell’aumento, infatti, sono già visibili nei dati dei consumi, scesi del 5,9% a giugno rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Questo shock, ovviamente, si riverbererà sulla produzione industriale e su tutta l’economia, affossando la crescita del PIL, sulla quale s’erano concentrate le speranze di riuscita dell’Abenomics. Se a ciò aggiungiamo la stabilità dei salari in Giappone, sostanzialmente fermi da anni, vediamo come l’impatto sui consumi e sulla ricchezza delle famiglie possa esser ulteriormente moltiplicato dall’introduzione della nuova imposta.
 
Terzo e ultimo problema, la situazione potrebbe aggravarsi a causa della caduta dell’attuale governo. Come notato da Bruce Einhorn su Bloomberg Businessweek, tutti i governi che hanno aumentato la tassa sui consumi in Giappone hanno avuto vita breve. Benché l’Abenomics sia dannosa nel medio-lungo periodo, la caduta del governo in una situazione come quella attuale è da evitare, se non si vuole che la fiducia internazionale cada a picco, con un conseguente aumento dei tassi d’interesse sull’insostenibile debito nipponico.
 
A questo punto, vorremmo aprire una breve parentesi critica. Il Giappone sta cercando d’attuare un «consolidamento fiscale», cioè di strutturare le proprie finanze in modo tale da raggiungere un equilibrio sostenibile del rapporto debito/PIL o, meglio, tale che la formula d’accumulazione del rapporto debito/PIL tenda a un ammontare accettabile. Una semplificazione della formula da tenere in considerazione è la seguente:
 
debitot/PILt = [(1+r)/(1+γ)]*(debitot−1/PILt−1)+dt
 
dove dt è la differenza tra spesa e tasse al tempo t. Come vediamo, il rapporto odierno dipende da tre fattori: tasso d’interesse reale, tasso di crescita del PIL reale, e rapporto debito/PIL del periodo precedente. Le leve che è possibile usare per ridurre il rapporto sono aumentare il PIL o attuare un consolidamento fiscale. Nel nostro caso, c’interessa il secondo strumento, che può a sua volta esser attuato attraverso o un incremento del prelievo fiscale (aumentare le tasse a reddito costante o aumentare il reddito a tasse costanti) o un taglio di spesa.
 
Il Giappone si sta movendo sulla strada dell’aumento del gettito fiscale, mentre la spesa aumenta per cercare di stimolare il PIL attraverso il moltiplicatore. Secondo gli studi fatti da Alesina, Favero e Giavazzi, una siffatta manovra è da considerarsi dannosa. I tre autori, studiando quale sia il miglior metodo per attuare un consolidamento, tra tagli della spesa e aumento del gettito, concludono che i primi comportano effetti recessivi piú limitati rispetto all’aumento impositivo. L’esperienza giapponese, come spiegato in precedenza, conferma le intuizioni dei tre ricercatori, e palesa come anche stavolta la strada che il Giappone sta percorrendo sia dannosa.
 
Il Giappone, dunque, si trova in una situazione di sempre maggiore difficoltà, sempre piú incastrato in una via senz’uscita. L’Abenomics, con la sua politica espansiva e di spesa pubblica, sta mostrando tutti i suoi limiti; inoltre, il consolidamento fiscale, ottimo nelle intenzioni, si muove in una direzione controproducente d’aumento dell’imposizione. Nel primo articolo che scrivemmo nel novembre 2012, riportammo una frase di Luigi Zingales, che dava al Giappone tre anni prima del default. Ora ne sono passati meno di due, e sembra che nulla stia migliorando, se non nelle iperboli temporanee dei commentatori di casa nostra.
Giappone e nuove imposte: una strada senz’uscita?ultima modifica: 2014-09-09T22:32:15+02:00da davi-luciano
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