L’EUROPA NON “CAMBIA VERSO” di Leonardo Mazzei

4 giugno. Una manovra da 20-25 miliardi?
 
Ieri è stata la volta dei dati dell’Istat sulla disoccupazione, i più alti mai registrati. La crisi non “cambiaverso”, e neppure l’Europa. A confermarlo, ieri l’altro, erano arrivate le “pagelle” della Commissione UE. L’Italia è rimandata a settembre, ma solo grazie ad una considerazione politica. Non si poteva dare un schiaffo troppo forte al bamboccio subito dopo un successo elettorale che ha fatto tirare un sospiro di sollievo agli eurocrati di Bruxelles.
 
Ora si discute sul reale significato delle cosiddette “raccomandazioni”. Richiedono una manovra aggiuntiva oppure no? A leggerle una cosa pare chiara: la Commissione è in scadenza, ma le regole dei trattati assolutamente no. Chi si illude su una qualche riformuccia resterà deluso assai. Certo, le “furbate” non mancheranno, a partire dal ricalcolo del Pil con la prevista inclusione delle attività criminali.
 
Come sempre lorsignori prendono tempo, sperando di salvare capra e cavoli, cioè il sistema euro ed il consenso. Operazione pressoché impossibile, come dimostrato – con la spiegabilissima eccezione italiana – dall’esito delle recenti elezioni europee.
 
Ma vediamo le famose “raccomandazioni”, che hanno il senso di tenere i singoli stati sul “retto” binario del Fiscal Compact. Nel caso italiano – in attesa dell’applicazione della regola della riduzione del debito di un 5% annuo della quota eccedente il 60% del Pil, meccanismo che scatterà dal 2016 – l’obiettivo è quello di arrivare al pareggio di bilancio, attraverso un preciso percorso di riduzione del deficit strutturale.
 
Questo obiettivo, originariamente previsto per il 2015, è stato spostato dal governo Renzi al 2016. La qual cosa non ha reso troppo felici Olli Rehn e soci. Pare, infatti, che in un primo momento la Commissione intendesse bocciare seccamente questo rinvio. Poi, così come avvenuto per altri paesi (la Francia in primo luogo), hanno prevalso considerazioni politiche. Il che non significa che l’Unione Europea abbia rinunciato ad un severo giudizio politico.
 
La Commissione è «del parere che siano necessari sforzi aggiuntivi, in particolare nel 2014, per garantire la conformità ai requisiti del patto di Stabilità e Crescita». Di che si tratta? Siccome l’aggiustamento strutturale previsto dal governo per il 2014 è di 0,2 punti percentuali, mentre le regole europee esigerebbero uno 0,7%, si tratta di 8 miliardi di euro.
Ma la Commissione non si dimentica che dopo il 2014 verrà il 2015. Anno in cui l’Italia dovrà «garantire il rispetto del requisito della riduzione del debito», completando fra l’altro «l’ambizioso piano di privatizzazioni». Richieste assai perentorie, dato che si è scritto a premessa che l’Italia è tenuta ad «assicurare attuazione piena e tempestiva» alle “raccomdazioni”.
A scanso di equivoci, giusto per ricordare chi comanda, la Commissione non si è limitata alle osservazioni tecniche e contabili, inserendo nel testo una precisa valutazione politica: «E’ importante sottolineare che rinviare il raggiungimento degli obiettivi di medio termine non pone l’Italia in una buona posizione nei confronti delle regole che ha sottoscritto e che ha inserito nella Costituzione».
 
Il suo ruolo dominante la Commissione l’ha voluto ricordare anche in un altro passaggio, laddove si vorrebbero addirittura imporre i tempi delle misure richieste. E’ questo il caso dell’attuazione della delega di riforma fiscale, che si richiede venga messa in atto entro il marzo 2015. E’ la seconda volta (era già capitato alla Slovenia) che una simile richiesta viene messa nero su bianco. Alla faccia di ogni residua sovranità nazionale e democratica.
Ma non si pensi che l’invasione di campo, del resto non nuova, si limiti alla tempistica. Dietro a tanta fretta c’è della sostanza. 
 
Sul fisco la Commissione chiede anche un ulteriore spostamento del carico fiscale dalle imposte dirette a quelle indirette, quelle cioè che sfuggono ad ogni criterio di progressività, come l’IVA, le accise, eccetera. E poi c’è ancora qualcuno che riesce a non vedere la natura classista del mostro chiamato UE…
 
Fin qui la “pagella” degli eurocrati. Ma quale sarà la conseguenza nell’immediato? Padoan giura che non vi saranno manovre aggiuntive, ma come stanno davvero le cose?
 
Vediamo cosa scrive Dino Pesole sul Sole 24 Ore del 3 giugno:
 
«A conti fatti, per rendere strutturale il bonus Irpef ed eventualmente estenderlo alla platea di contribuenti finora esclusi (pensionati, incapienti, partite Iva), onorando al tempo stesso gli impegni già inseriti nella legislazione vigente (la legge di stabilità del 2014), occorreranno non meno di 15 miliardi. Se poi si aggiungono interventi inderogabili da finanziare in corso d’opera (tra cui la Cig, le missioni internazionali) ci si avvicinerà a quota 20 miliardi. Difficile immaginare fin d’ora che per effetto dell’eventuale correzione del deficit 2014 si debba raggiungere l’astronomica cifra di 25 miliardi».
 
Avete capito bene: quasi 20 miliardi, che potrebbero salire a 25. Così, giusto per scaldarsi, in attesa della piena applicazione del Fiscal Compact. E questo in un anno di “transizione”, già segnato da un notevole aumento della pressione fiscale chiamato Tasi (tema di cui ci occuperemo in un prossimo articolo). Volendo scherzare, quante “auto blu” dovrà vendere il Bomba per far quadrare i conti? Tornando seri, quanto potrà ancora abusare di un consenso figlio di una propaganda più falsa perfino della sua presunta simpatia?
L’EUROPA NON “CAMBIA VERSO” di Leonardo Mazzeiultima modifica: 2014-06-06T23:09:01+02:00da davi-luciano
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