Termini Imerese, gli operai ancora in lotta per il loro futuro. A giugno finisce la Cig

choosy che non vogliono lavorare, con tutto il lavoro che abbonda in Italia….

28/03/2014 11:14 | LAVORO – ITALIA | Autore: fabrizio salvatori

Scendono nuovamente in piazza gli ex operai della Fiat e dell’indotto di Termini Imerese che assieme ai metalmeccanici di un’altra azienda, la Keller, si sono radunati davanti alla prefettura a Palermo, per chiedere maggiori certezze sul loro futuro. Il traffico e’ stato bloccato a intermittenza. Mentre languono le iniziative per la reindustrializzazione di Termini e si approssima, a giugno, la scadenza della cassa integrazione, i 1.200 lavatori chiedono che il prefetto faccia da tramite per una rapida riapertura del tavolo al Mise, dove decidere una proroga degli ammortizzatori sociali per altri sei mesi, fino al 31 dicembre, in assenza della quale Fiat potrebbe far partire le prime lettere di licenziamento gia’ da meta’ aprile. Una situazione analoga a quella dei 190 operai della Keller, che sono in cassa integrazione in deroga dal 5 febbraio per soli tre mesi e anche, senza un proroga, potrebbero essere licenziati. “Chiediamo la riapertura urgente di un tavolo al Mise per queste due vertenze -ha detto Roberto Mastrosimone, segretario regionale della Fiom Cgil- per la Fiat ci aspettiamo che finalmente si riapra un tavolo al Mise e coinvolgiamo la prefettura perche’ vogliamo un incontro immediato. Ci sono scadenze non prorogabili: dal 15 aprile la Fiat potrebbe avviare le procedure di licenziamento. Dobbiamo scongiurarlo e riaprire le ipotesi di rilancio industriale, soprattuto dopo le due proposte di cui si e’ parlato in questi giorni ma, per farlo, dobbiamo coinvolgere la Regione e soprattutto la Fiat”. Per gli operai della Keller, invece, sottolinea Mastrosimone, “c’e’ un problema enorme: dal 5 di febbraio sono senza sostegni al reddito e si prospetta un’attesa di altri sette mesi. E’ inconcepibile -ha concluso- chiediamo lo sblocco immediato della cassa in deroga e una sua ulteriore proroga, alla luce della proposta di interesse presentata in questa giorni dalla spagnola Talgo per gli stabilimenti di Carini”.
http://www.controlacrisi.org/notizia/Lavoro/2014/3/28/40052-termini-imerese-gli-operai-ancora-in-lotta-per-il-loro/

STATI UNITI/ Non ti è permesso di pregare: il maestro sgrida una bambina di 5 anni

libertà di culto negli Usa?
Guai, forse sarà un regalo ai salafiti e wahabiti che il gov Usa finanzia per le rivoluzioni colorate?

Redazione
sabato 29 marzo 201 4
Sta suscitando clamore un episodio accaduto in un asilo americano in Florida. E’ successo che una bambina di 5 anni, durante la pausa pranzo, ha piegato il capo e come è abituata a fare casa con i genitori, ha cominciato a dire una preghiera. Si è immediatamente avvicinato a lei un insegnante che le ha detto: non ti è permesso di pregare. La piccola non si è fatta intimidire e rispondendo come potev a, ha detto che pregare Gesù è una cosa bella. Ma l’insegnante ha continuato a intimorirla: no, non è una bella cosa. Non è finita così, perché qualche giorno dopo la bambina è stata vista pregare di nuov o prima di pranzo e di nuov o gli insegnanti l’hanno reguardita dicendole che non potev a e dovev a farlo. A questo punto il padre, Marcos Perez, ha inviato una mail ai responsabili della scuola protestando per quanto era successo e dicendo chiaramente che in America a nessuno dovrebbe essere proibito pregare. Ma da parte della scuola è stata negata ogni cosa. I coniugi Perez stanno comunque cercando di identificare gli insegnati e anche pensando di ritirare la figlia da scuola per attivare il cosiddetto “home schooling”, l’insegnamento priv ato a casa, che in America è legale e riconosciuto dallo stato
http://www.ilsussidiario.net/News/Esteri/2014/3/29/STATI-UNITI-Non-ti-e-permesso-di-pregare-il-maestro-sgrida-una-bambina-di-5-anni/print/487114/

Gerusalemme, da 3 settimane 80 mila palestinesi senza acqua

Onu, Ue, Obama e i protettori dei diritti umani che dicono? Pronti a far le guerre dove interessa, gli altri non hanno diritti umani

TERRITORI OCCUPATI – Da 3 settimane decine di migliaia di abitanti palestinesi di Gerusalemme est sono privi di acqua corrente. A lanciare l’allarme e’ l’Associazione israeliana per i diritti civili (Acri).
L’Acri denuncia che il degrado dei rioni arabi di Gerusalemme rimasti oltre la ‘Barriera di separazione’ riguarda anche scuole, raccolta dell’immondizia e trasporti pubblici.

http://italian.irib.ir/notizie/palestina-news/item/156896-gerusalemme,-da-3-settimane-80-mila-palestinesi-senza-acqua

Con l’annessione della Crimea Putin abbatte i costi del gasdotto South Stream

21venerdìmar 2014

Pubblicato da 

nervature russia

di Francesco Filini

Esiste una guerra energetica di cui i media si guardano bene dal parlare, USA e Russia si contendono la leadership di venditori di risorse energetiche all’Europa, divenuta nel corso degli anni una grande colonia per la pressoché totale dipendenza energetica, come spiega bene il Prof Auriti nel suo saggio fondamentale Il Paese dell’Utopia. Il grande problema della moneta unica è quello di operare in un mercato disorganico, dove l’approvvigionamento di petrolio passa esclusivamente attraverso il dollaro. Gli USA, i vincitori della II guerra mondiale, hanno imposto il dollaro come moneta di riserva mondialee come unica divisa per l’acquisto di petrolio, il cosiddetto petroldollaro. I paesi esportatori di petrolio aderenti all’OPEC (Iran, Irak, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Nigeria, Libia, Quatar, Kuwait, Venezuela etc..) sono obbligati a vendere barili di oro nero solo ed esclusivamente in dollari. Il dominio energetico a stelle e strisce si basa soprattutto su questo “signoraggio petrolifero“, essendo diventato l’oro nero il materiale di riserva della moneta emessa dalla Federal Reserve da quando l’oro ha cessato di esserlo nel 1971.

Vien da sé che l’intera economia americana si basa principalmente sull’esportazione e sul controllo del commercio del petrolio. Senza questo primato, senza questo domino, Washington (che fa segnare già da tempo il segno negativo sui bilanci) rischia di veder svalutata la sua moneta, con la quale ha, da oltre mezzo secolo a questa parte, inondato i mercati mondiali. Per tenere in piedi il dollaro e per evitare che questo diventi carta straccia, gli USA sono costretti a politiche espansionistiche ed imperialiste. Questa chiave di lettura è sufficiente a spiegare decenni di aggressioni in medioriente, ben mascherati dal ruolo di “salvatori del mondo” con la complicità di certa propaganda Hollywoodiana.

Questa nuova stagione di politiche espansioniste targate USA può essere facilmente spiegata dai nuovi accordi commerciali tra paesi come Cina, Giappone e Iran che scambiano petrolio in yuan o in oro (oil for gold). A cui si aggiunge la minaccia del ministro degli esteri russo (poi smentita da una nota poco convincente del Cremlino) di abbandonare il dollaro come moneta di riserva per il commercio di petrolio e commerciare greggio in cambio di beni con l’odiato Iran.

maidan

La Russia di Putin è il maggior fornitore di gas europeo, Italia e Germania – ad esempio – dipendono dal gas russo per ben il 30%. L’Ucraina è da sempre il ponte per i gasdotti della Gazprom (società pubblica della Federazione Russa) verso il Vecchio Continente, quindi un paese geopoliticamente strategico. Gli USA sanno bene che chi controlla l’Ucraina controlla il gas degli ex sovietici verso l’Europa. Ecco come si spiega l’appoggio degli agenti segreti “occidentali” ai ribelli neo-nazisti di Maidan (forse poco consapevoli di essere strumento delle politiche atlantiste).

Da qualche anno la Gazprom lavora alla costruzione di due grandi gasdotti alternativi, che possano fare a meno del passaggio di servitù ucraino: il North Stream e il South Stream (linee tratteggiate in rosso nella foto).

south

Con il plebiscito di Crimea il costosissimo progetto del South Stream (che passa per le profondità del Mar Nero) può essere modificato, facendo risparmiare parecchi rubli a Putin. Basta vedere la conformazione geofisica del fondale del Mar Nero per rendersi conto di come il passaggio del gasdotto in Crimea semplifichi enormemente la vita agli ingegneri della Gazprom (http://kungurov.livejournal.com/80884.html).

Gasdotto South StreamIl tracciato del gasdotto è modificato con il passaggio in terra Crimea, così come evidenziato dalla linea tratteggiata di colore blu)

Fondale del MAr NEro

Notare la differenza di profondità nel tratto della Crimea con quella del mare aperto

Ancora una volta Putin ha gabbato, con un colpo da vero maestro, il pupazzo della Fed Obama.

Alla luce di queste considerazioni è lecito porre la seguente domanda: chi ha un dannato e urgente bisogno di scatenare una guerra?

twitter @francescofilini
 

Bye bye, Ucraina!

ora si dirà che è la Germania che ci guadagna, dimenticando che questa è la natura dell’occidente USUROCRATICO.
I PIANI di riforme lacrime e sangue, sono imposti a chiunque sia dominato dal blocco occidentale, come accaduto in America latina, c’era il FMI e la BM a dirigere le danze del massacro sociale, all’epoca non esisteva manco la UE ma le riforme, COINCIDENZA, erano LE STESSE
polli-ducraina

Per avere accesso agli “aiuti” del FMI, una cifra oscillante tra i 14 e i 18 miliardi di dollari, pari a circa la metà di quanto necessario per evitare il fallimento secondo il ministro delle Finanze, il governo golpista ucraino approva un piano d’austerità lacrime e sangue: aumenti delle tariffe energetiche, delle accise sui beni di consumo, della tassazione diretta su redditi e pensioni, dell’Iva, nonché esuberi di personale nei settori della sicurezza e della giustizia.
In attesa di ulteriori “aiuti”, stimati in circa 10 miliardi, in arrivo dall’Unione Europea, Stati Uniti e Banca Mondiale.

RIUSCIRESTE A GUARDARE NEGLI OCCHI UN VITELLINO DICENDOGLI: “IL MIO APPETITO E’ PIU’ IMPORTANTE DELLA TUA SOFFERENZA ? ECCO PERCHÉ SONO VEGANO

Postato il Venerdì, 28 marzo
Varie
mobypitbullDI MOBY
Rolling Stone

“Il motivo per cui sono diventato vegano è semplice: amavo (e amo) gli animali”

Quando avevo appena due settimane mia madre mi fece una foto mentre facevo il bagnetto nell’appartamento al pian terreno sulla 130a strada di Harlem.
Nella foto c’ero io (un cuccioletto di appena due settimane) e chi mi guardava erano:

– il nostro cane (Jamie)
– il nostro gatto (Charlotte)
– e i nostri due topi da laboratorio (anonimi).

Io sembro felice, e anche loro. E sono abbastanza sicuro che in quel momento i neuroni del mio sistema limbico erano connessi tra di loro e avevaro deciso che gli animali erano innocui ed eccezionali. Quando diventai più grande, io e mia madre entrammo in un negozio di animali del sobborgo urbano. Il serraglio, che aveva più di 15 anni o giù di li, includeva: 4 cani, 12 gatti, circa 1000 topolini appena nati, un iguana, tre gerbilli, un criceto e un serpente.
Amavo i nostri animali. Quando uno morì mi si spezzò il cuore, piangevo inconsolabilmente a causa della morte ingiusta di qualsiasi cane, gatto, lucertola ( e così piangevo tanto per ogni animale morto).
Non voglio fare favoritismi tra tutti i miei animali, ma il mio preferito era Tucker, il gatto che avevo trovato nella discarica.

Quando avevo dieci anni stavo camminando vicino alla discarica della città e sentii alcuni “miagolii” che provenivano da una scatola. Aprii la scatola e dentro trovai tre gattini morti e uno che viveva a malapena (era cosi piccolo che aveva gli occhietti ancora chiusi).

Presi il gattino e corsi immediatamente a casa. Io e mia madre saltammo subito in macchina (beh, non proprio letteralmente) e volammo dal veterinario. Il veterinario fu comprensivo ma per niente incoraggiante. “E’ raro che un gattino riesca a vivere senza la propria mamma quando è cosi piccolo” mi disse “quindi cerca di non affezionarti troppo a lui”. Portammo Tucker a casa (gli diedi il nome mentre eravamo in macchina) consapevoli che sarebbe morto subito, e inaspettatamente il nostro bassotto George lo adottò. George divenne la mamma sostituta di Tucker, pulendolo e mantenendolo al caldo e Tucker visse per ben 18 anni.
Un giorno, quando Tucker aveva 9 anni e io 19, ero seduto con lui sotto al sole sulle scale dell’appartamento suburbano di mia madre nel Connecticut. Era tutto perfetto, il gatto, il ragazzino, il sole caldo e idilliaco….. come ho detto prima: perfetto!

Mentre ero li seduto ebbi una visione. Gran parte delle illuminazioni sono evidenti, quindi forse troverai questa visione chiara.
Ma comunque ecco l’illuminazione: seduto sui gradini pensai “Io amo questo gatto. Farei qualsiasi cosa per proteggerlo e renderlo felice e allontanarlo dai pericoli. Lui ha quattro zampe, due occhi, un cervello eccezionale ed è pieno di sentimenti. Nemmeno tra mille miliardi di anni penserei di poter far male a questo gatto. E quindi perché mangio altri animali che hanno quattro (o due) zampe, due occhi, un cervello straordinario e sono ricchi di emozioni?” e mentre ero seduto con Tucker sulle scale del sobborgo urbano nel Connecticut diventai vegetariano.

Questo avveniva nel 1985, 29 anni fa

Il motivo per cui divenni vegetariano è facile: amavo ( e amo) gli animali e non voglio essere coinvolto in niente che li faccia soffrire. Come prima cosa dissi addio al pollo e al manzo. Poi al pesce ( se hai mai passato del tempo con i pesci ti renderai conto abbastanza velocemente che loro soffrono molto quando vengono pescati, trafitti e intrappolati). Poi pensai “io non voglio contribuire alla sofferenza degli animali. Ma le condizioni delle mucche e dei polli nelle aziende, cosi come le condizioni dei produttori di uova, sono miserabili, quindi perché dovrei ancora continuare a mangiare e bere latte e uova?

Così nel 1987 ho chiuso con tutti gli animali e sono diventato vegano. Semplicemente perché così posso vivere in armonia con le mie credenze che gli animali hanno la propria vita, che hanno tutto il diritto di viverla, e non sarò di certo io a dare il contributo alla sofferenza degli animali.

Questo è successo 27 anni fa. Quindi, essendo un mostro della matematica, posso dire di essere vegano da 27 anni! Con il passare del tempo, il mio essere vegano è stato rinforzato dall’aver studiato nozioni sulla salute, il cambiamento climatico e sull’ambiente. Ho scoperto che le diete a base di carne, latticini e uova sono i più grandi responsabili dello sviluppo di diabete, problemi cardiaci e cancro nelle persone.

Ho scoperto che la produzione di carne animale era responsabile del 18% del cambiamento climatico (più di qualsiasi macchina, autobus, camion, nave e aeroplano messi insieme). Ho scoperto che produrre una libbra di fagioli di soia richiede 200 galloni di acqua, ma che produrre una libbra di carne di manzo ne richiede 1800. Ho scoperto che la causa principale della deforestazione tropicale è l’abbattimento degli alberi per creare terreni da pascolo per il bestiame.
E ho scoperto che gran parte delle malattie di origine animale (la Sars, la mucca pazza, l’aviaria..) sono un risultato dell’allevamento di animali.
Ma come fattore decisivo ho scoperto che il mangiare alimenti ricchi di grassi, una dieta a base di carne animale potrebbe portarti a una forma di impotenza (per questo non vedo ulteriori motivi per non essere vegano).

Quindi, più studiavo l’ambiente e la salute e più mi convincevo ad essere vegano.
E mi vergogno a dirlo solo adesso, ma ho avuto l’inevitabile periodo vegano in cui ero l’insofferente vegano che rimproverava i suoi amici ogni volta che loro mangiavano carne. Ma con il tempo mi sono reso conto che quando rimproveravo ai miei amici loro di certo non mangiavano meno carne, loro si innervosivano solo con me e non mi invitavano più alle loro feste. E forse, sarò anche egoista, ma io amo essere invitato alle feste dei miei amici.

Ho imparato che urlare alle persone non è il modo migliore per farti ascoltare.

Quando urlo contro qualcuno poi loro si mettono sulla difensiva e diventano contrari a qualsiasi cosa tu stia cercando di dirgli. Però ho scoperto che parlare con rispetto alle persone e condividere con loro informazioni e fatti mi permette di farmi ascoltare e addirittura considerano i motivi per cui io sono diventato un vegano.

Giusto per essere chiari: solo perché io sono vegano non ti sto dicendo che devi esserlo anche tu. Sarebbe paradossale se io rifiutassi di imporre la mia volontà agli animali però fossi contento di imporre la mia volontà agli umani.

Ti dovresti informare nel modo migliore che puoi e dovresti vivere e mangiare nel modo che per te è il migliore. Però, dal punto di vista empirico ed epidemiologico logicamente tu (e noi tutti in realtà), hai maggiori possibilità di vivere una vita lunga, felice e sana se eviti di mangiare carne, maiale, pollo, latte e uova. E in ultimo ti esorto fermamente a evitare di mangiare prodotti di animali fatti nelle aziende agricole, perché le aziende agricole trattano i loro animali in maniera orribile, e la carne e i latticini che derivano dalle aziende agricole sono riempiti di antibiotici, ormoni sintetici, batteri minacciosi per la vita ecc.

Ok, posso dirne di più, e amo dirne di più, ma credo di aver detto tutti i motivi per cui sono e rimango vegano. Concludendo, a parte la salute, i cambiamenti climatici, l’impotenza, le malattie di origine animale, il degrado ambientale, la resistenza ormonale, vi faccio questa semplice domanda: “Riuscireste a guardare negli occhi un vitellino dicendogli: “il mio appetito è più importante della tua sofferenza?”

Fonte: www.rollingstone.com

Link: http://www.rollingstone.com/culture/news/opinion-why-im-vegan-by-moby-20140318

18.03.2014

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di DANIELA PALLOTTA

2013, l’anno più violento dalla II guerra mondiale

Il 2013 è stato, insieme al 2011, l’anno che ha fatto registrare più guerre dopo la seconda guerra mondiale. È questo il dato che emerge dal “Barometro” diffuso ieri dall’istituto di Heidelberg per l’indagine sui conflitti internazionali. L’anno scorso ci sono state venti guerre, due in più rispetto al 2012, e più conflitti armati. Alle guerre in Afghanistan, Iraq, Siria e Pakistan (gli scontri nelle regioni tribali) si sono tra le altre aggiunte quelle in Mali e nella Repubblica Centroafricana. Per gli esperti dell’istituto tedesco, inoltre, gli scontri tra le forze del nuovo Governo egiziano e i Fratelli musulmani hanno raggiunto in taluni casi le caratteristiche di una guerra.
Nel suo rapporto annuale, l’istituto ha contato l’anno scorso 414 conflitti in tutto il mondo, nove in più rispetto all’anno precedente. Tra questi, 45 sono stati considerati molto violenti. Venti di questi sono stati catalogati come guerre, mentre i restanti venticinque vengono considerati guerre limitate. Lo studio divide infatti i conflitti in 5 livelli — il più grave dei quali è appunto classificato come guerra — in base a criteri come l’utilizzo della forza militare, le vittime o flussi di profughi e rifugiati. «Nel 2013 il conflitto con il maggior numero di vittime è stato quello combattuto in Siria», ha detto Peter Hachemer, presidente dell’istituto.
Ma moltissime vittime si registrano anche in altri Paesi. Come in Iraq, che ha contato mille morti nel solo mese di agosto. Un numero elevatissimo, passato in realtà sotto silenzio, visto che la guerra che si combatte nel Paese, con le violenze quotidiane tra sciiti e sunniti, non riesce a ottenere l’attenzione dei media.
Così come i tanti conflitti che insanguinano l’Africa, che in verità meriterrebbero più attenzione, non fosse altro perché la metà delle situazioni violente classificate come guerre dall’istituto di Heidelberg ha avuto luogo nella regione sub-sahariana del continente africano: solo in Sudan e nel Sud Sudan sono state registrate cinque situazioni di conflitto che hanno raggiunto il livello più preoccupante, mentre vere e proprie guerre sono state combattute, oltre che nel Mali e nella Repubblica Centroafricana, in Somalia, Nigeria e Repubblica Democratica del Congo.
Le altre guerre sono state combattute in Medio Oriente (Egitto, Siria, Yemen, Iraq e Afghanistan) e Asia (Pakistan e Filippine con gli scontri tra forze governative e gruppi secessionisti islamici). Per quanto riguarda il continente americano, l’unica Nazione presente nella lista delle situazioni più gravi è il Messico. Il rapporto si sofferma infatti sul confronto estremamente violento in atto nel Paese tra i cartelli della droga e sulla lotta delle forze di sicurezza contro il narcotraffico. Lo scorso anno il Messico ha dovuto contare più di diecimila assassinii e a rendere più grave l’emergenza ha contribuito la comparsa sulla scena nazionale delle cosiddette autodifese, gruppi armati che in talune regioni hanno combattuto sia contro i cartelli della droga che contro lo Stato.
Le situazioni di conflitto continuano ad alimentare un settore fiorente, uno dei pochi che non risente della crisi economica a livello planetario: il mercato delle armi. Secondo il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) solo nel 2012 sono stati investiti 1.750 miliardi di dollari in spese militari. Di questa cifra, ben l’8 per cento è destinata alle guerre in Medio Oriente. E anche di questo si parla poco. Troppo poco.

Fonte:http://www.tempi.it/2013-l-anno-piu-violento-dalla-seconda-guerra-mondiale

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2014/03/2013-lanno-piu-violento-dalla-seconda.html

ALESSANDRO PROFUMO (ORA A CAPO DI MPS) E FEDERICO GHIZZONI (ORA A CAPO DI UNICREDIT) ACCUSATI DI BANCAROTTA!

giovedì 27 marzo 2014
Un’inchiesta giudiziaria finora segreta riaccende la miccia dei derivati bancari, quei prodotti finanziari ad altissimo rischio che hanno dissestato i bilanci di migliaia di aziende private ed enti pubblici.

La Procura di Bari ha chiuso una delicata indagine, condotta con tecniche da antimafia, sulle cause del fallimento dell’industria Divania, che prima del crac dava lavoro a 430 operai e vendeva in mezzo mondo i suoi divani fabbricati in Puglia.

L’avviso di conclusione dell’istruttoria, notificato dalla Guardia di Finanza, chiama in causa 16 dirigenti di Unicredit, tra cui spiccano l’amministratore delegato Federico Ghizzoni e il suo predecessore Alessandro Profumo, oggi presidente del Monte dei Paschi.

Per i banchieri l’accusa-base è di bancarotta: Divania era un’azienda sana che, secondo i magistrati, fu mandata in rovina da Unicredit attraverso ben 203 derivati-trappola, «falsamente presentati come contratti a costo zero», che in realtà hanno esposto l’azienda a «rischi illimitati», concretizzatisi in «perdite accertate per oltre 15 milioni di euro», provocando così prima la chiusura della fabbrica e poi il fallimento, decretato nel giugno 2011.

Nell’atto d’accusa il pm Isabella Ginefra scrive di aver ricostruito l’intera catena di produzione dei derivati, dalle sedi centrali alle direzioni regionali. Al livello più alto, sempre secondo l’accusa, era personalmente Profumo a «elaborare, dirigere e coordinare le strategie di commercializzazione dei derivati alle aziende».

Ghizzoni invece è sotto indagine per la scelta finale di negare la restituzione a Divania dei profitti incamerati da Unicredit: a provare che ne era informato, è anche una dettagliatissima raccomandata (con ricevuta di ritorno) inviatagli il 5 aprile 2011 da Francesco Saverio Parisi, il titolare di Divania.

Nota.

La notizia,anticipata da l’Espresso.it,ha trovato conferma in ambienti giudiziari. (Ansa)
http://www.ilnord.it/c-2741_ALESSANDRO_PROFUMO_ORA_A_CAPO_DI_MPS_E_FEDERICO_GHIZZONI_ORA_A_CAPO_DI_UNICREDIT_ACCUSATI_DI_BANCAROTTA

A proposito… l’Europa non è democratica. Ma va bene così.

Ieri ho partecipato a un dibattito sull’emittente italiana RadioRadio con il professor Luciano Monti, docente di Politica Economica Europea alla LUISS. Tema: il dopo elezioni in Francia e l’euro. Bel dibattito, ben condotto, ricco di contenuti ma di facile comprensione anche per un pubblico generalista. (chi fosse interessato puô ascoltarlo qui sopra). Pur dissentendo su quasi tutto, ho apprezzato la correttezza e l’equilibrio del professor Monti.

Mi ha colpito un aspetto delle sue riflessioni. Monti più volte ha giudicato corretti miei giudizi che, come sanno i lettori di questo blog, sono solitamente precisi (ho tanti difetti ma non quello del “cerchiobottismo”). Ad esempio mi ha dato ragione quando ho detto che uno dei problemi principali dell’Unione europea è provocato dalla rete tentacolare eppure invisibile delle lobby e dei tecnici – che nella più assoluta opacità – esercitano un’influenza enorme, sproporzionata su tutti i Paesi europei. Ha concordato quando ho definito un’aberrazione concettuale il “quantitative easing”, peraltro inutile perché queste vagonate di denaro virtuale finiscono alle banche indebitate, le quali tamponano i bilanci, ma non all’economia reale.

Ho riscontrato tuttavia, i segnali di un riflesso condizionato. Il moderato, qualificato e gentilissimo professor Monti (lo è davvero, non sto ironizzando) riconosce, come capita quasi sempre con gli intellettuali organici, la validità di argomenti forti e controcorrente ma alla fine riconduce il suo ragionamento e la sua visione nel mainstream. Ad esempio: il problema non è l’euro ma questa Europa. Riconosce che certi parametri di Maastricht sono irragionevoli ma chiaramente non contempla uno dei problemi fondamentali dell’euro ovvero le innaturali rigidità della moneta unica le quali – come spiega benissimo Alberto Bagnai – rendono impossibile i meccanismi di compensazione di mercato tra economie nazionali molto diverse tra loro.

E ha affermato, come tanti che “In Europa c’è ancora un deficit democratico”. Avete mai riflettuto sul significato di questa espressione, che qualche spin doctor ha sapientemente costruito per suonare innocua? “Un deficit democratico….” cosa volete che sia? Ci sono deficit dappertutto…

Scomposta significa che “manca democrazia” ovvero che l’Europa viene governata senza il rispetto di principi sacrosanti come quello della tripartizione dei poteri, della sovranità popolare, della responsabiltà della classe politica, dell’alternanza nella trasparenza. A proposito: governata da chi veramente? E con quali fini? Domande scomode che di solito non ricevono una risposta compiuta.

Ecco questa frase “il deficit democratico” dovrebbe suscitare l’indignazione degli intellettuali e della stampa che, sia essa di destra o di sinistra, dovrebbero esercitare il proprio ruolo di cane da guardia. E invece nulla. Anzi, viene assorbita come una verità assoluta, diventa, come tanti altri, un dogma e per questo continuamente ripetuto con l’effetto di rinforzarne l’assimiliazione nelle masse.

Insomma, si banalizza un’aberrazione. E solo i liberi pensatori – di qualunque orientamento idelogico – hanno il coraggio di uscire dagli schemi. Ma sono, purtroppo, pochi.

Marcello Foa
Fonte: p://blog.ilgiornale.it/
Link: http://blog.ilgiornale.it/foa/2014/03/26/a-proposito-leuropa-non-e-democratica-ma-va-bene-cosi/
25.03.2104

Lo spirito di Versailles aleggia sull’Europa

Ha colpito, nella vicenda dell’Ucraina, l’affermazione del presidente Usa Obama secondo cui la Russia di Putin sarebbe “dalla parte sbagliata della storia”.

Stupisce intanto perché la storiografia americana posteriore alla dissoluzione dell’Urss aveva dogmaticamente quanto miopemente visto in questo evento la “fine della storia”, proprio quando invece le ragioni di essa (vale a dire le idee, i popoli, le esigenze economiche) hanno ripreso a marciare incuranti degli schemi ideologici del XX secolo.

Stupisce ancor di più perché oggi, mentre vediamo una Russia che faticosamente tenta di risorgere dalle ceneri dell’Urss, abbiamo davanti agli occhi anche il terribile spettacolo delle rovine conseguenti al modo in cui l’Occidente anglosassone ha condotto il Medio Oriente “dalla parte giusta della storia”: dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Siria al Libano, per non parlare del tragico fallimento delle cosiddette “primavere arabe”, che hanno disintegrato la Libia e riportato l’Egitto alla dittatura militare.

Ma Obama sembra dimenticare anche la situazione dei Balcani, in cui gli accordi di Dayton (1995) non hanno in realtà risolto alcuno dei problemi di convivenza e di sviluppo civile ed economico della ex-Jugoslavia, lasciando innescato nel sud-est dell’Europa un minaccioso focolaio di tensioni religiose, etniche e sociali.

Quel che stupisce infine è che sembra che in nessuna delle cancellerie europee si stia ponendo mente al fatto che, cento anni dopo lo scoppio della Grande Guerra, quanto sta avvenendo in Ucraina, esattamente come quello che è avvenuto in Medio Oriente e nei Balcani, è il risultato di uno “spirito”, potremmo dire, di un modo di concepire la storia, i popoli e il loro destino. Uno spirito che è lo “spirito di Versailles”: fu infatti la pace di Versailles (1919), alla fine appunto della Grande Guerra, a rivelare al mondo quello che si celava dietro l’apparenza dei Quattordici Punti coi quali il presidente Usa Woodrow Wilson vinse la battaglia per le coscienze contro le potenze austro-tedesche, mostrandosi quale alfiere dei diritti dei popoli in Europa.
Lo spirito di Versailles è proprio quello che ha ridisegnato la carta del Medio Oriente, dei Balcani, dell’Europa Centrale ed Orientale, incurante della storia appunto, nell’intento, dietro l’etichetta propagandistica dell'”autodeterminazione dei popoli”, di impedire l’affermarsi di una potenza egemone in Europa, di neutralizzare l’impero russo, di controllare le allora nuove fonti energetiche indispensabili a sostenere la potenza navale e commerciale dell’Occidente atlantico. L’autodeterminazione dei popoli così strumentalmente intesa, creando nazioni che sono mosaici di etnie, costringendovi minoranze ostili, tracciando confini sovente con semplici tratti di penna, è stato il criterio con cui lo “spirito di Versailles” ha posto in Europa, come da tempo riconosce senza esitazioni la stessa storiografia anglosassone, le condizioni per la Seconda Guerra mondiale, in particolare attizzando la volontà di rivalsa di una Germania che, umiliata a Versailles, accolse entusiasticamente Hitler al potere.

Negli anni del crollo del Muro di Berlino (1989), la facile ebrezza per la riunificazione tedesca (della cui spartizione troppo in fretta si dimenticarono i responsabili) e per il processo di unificazione europea (di cui raramente si ricordano le vere motivazioni, quali ad esempio affiorano nell’autobiografia di Jean Monnet) hanno lasciato in secondo piano agli occhi degli Europei quanto era avvenuto dell’Urss: là dove una classe dirigente, forgiata dal materialismo dialettico dei fondatori, e, proprio come questi indifferente a quanto dovrebbe animare gli Stati ed ancor più gli imperi, vale a dire una missione civile, culturale e spirituale, rinunciava, con un atto di incurante irresponsabilità, all’unico elemento storicamente importante della storia sovietica, la stabilizzazione dell’est europeo. Proprio là, vale a dire, dove l’Europa e l’Asia si connettono sottilmente ed inestricabilmente.

L’Ucraina è uno più evidenti esempi di cosa possa produrre lo “spirito di Versailles”, di cui sono tuttora impregnate le classi dirigenti occidentali, quand’esso viene abilmente ad amalgamarsi con la cieca indifferenza degli ultimi epigoni sovietici; quando coloro che pensano che le patrie si creino disegnando confini e facendo esercizio, più o meno autonomo, di democracy building convivono con la volontà di potenza dei capitalisti di Stato e con la smisurata ricchezza di quanti hanno creato enormi fortune personali grazie alla disgregazione dell’Urss, come la tanto celebrata Timoshenko.

Ecco allora fabbricare un Paese, l’Ucraina, che in parte è anche polacco ed in parte anche russo, nel quale si intrecciano complesse linee di faglia religiose ed etniche, alle quali da ultimo si sovrappongono interessi strategici militari e di politica energetica, vale a dire i “grandi disegni” del nostro tempo: un Paese strutturalmente in mano ad una classe dirigente che è l’erede diretta, in chiave capitalista, dei grandi boiardi ex-sovietici, un’oligarchia in cui si intrecciano affari, politica e intelligence.

Che uso potrà mai fare allora lo “spirito di Versailles” di queste classi dirigenti, dopo averle abilmente costrette, tra “rivoluzioni arancioni” e flussi energetici, ad una scelta tanto radicale quanto irrealistica fra Europa e Russia, ancora una volta strumentalmente contrapposte?
Davvero era interesse dell’Europa obbligare l’Ucraina a questa scelta, ben sapendo che la Russia non avrebbe mai e poi mai potuto rinunciare al suo essenziale balcone sul Mar Nero, la Crimea, dove si trova uno dei suoi soli cinque porti con pescaggio adeguato alle navi da guerra?
Davvero è in questione la libertà degli Ucraini, i cui dirigenti “europeisti” hanno esportato centinaia di milioni di dollari nei paradisi finanziari off-shore dell’Occidente, sottraendoli al controllo fiscale del proprio Paese, di cui pure si proclamano liberatori e patrioti?

La sola cosa concreta che lo “spirito di Versailles” può offrire all’Ucraina è l’ombrello militare della Nato, quella Nato che altro non è che l’estensione militare dei Paesi anglosassoni, la cui disastrosa condizione economico-produttiva richiederà sempre più in futuro eserciti di paesi terzi pronti a combattere conflitti per procura alle periferie dell’impero. Non certo quindi una più piena sovranità, ma l’assoggettamento a strategie sulle quali l’Ucraina difficilmente avrà modo di dire la sua.

La questione è ora di comprendere se la sfida lanciata alla Russia, non appena questa mostra di riemergere, sia pure per vie e con modalità diverse da quelle su cui l’Europa sperava, è negli interessi della pace futura. La Germania, che ha ben sperimentato nella sua carne tutti i possibili effetti dello “spirito di Versailles”, dovrebbe pertanto interrogarsi con estrema attenzione su cosa gli Stati Uniti si attendano dal confronto apertosi con la Russia di Putin. E l’Unione Europea, se fosse un’entità politica degna di questo nome, dovrebbe interrogarsi sulla compatibilità della sua esistenza autonoma con quella di una Nato schierata in armi alle sue frontiere orientali.
Cento anni sono trascorsi dallo scoppio della Grande Guerra, ma gli esiti di quel conflitto non sono stati mai realmente superati, perché lo “spirito di Versailles” non ha mai consentito una vera pace, né in Europa né altrove: non possiamo e non dobbiamo dimenticarlo.

La vera pace e la vera Europa unita infatti avrebbero potuto e potranno solo sorgere quando essa saprà unificare le sue cento Patrie, facendo delle frontiere semplici riferimenti amministrativi, dando al lavoro dei nostri popoli la forza per contrapporsi alle oligarchie della speculazione finanziaria, elevando le tre grandi anime, latina, germanica e slava, che l’hanno creata, al livello di una civiltà dell’avvenire, al servizio dei nostri popoli e di tutta quell’umanità che invoca libertà, eguaglianza e fraternità.

G. Colonna
Fonte: www.clarssa.it
27.03.2014