Roma: tutte le strade portano al default

anche se sono profondamente contrario alla svendita di beni pubblici, è innegabile che le municipalizzate siano diventate un carrozzone per il clientelismo.
Privatizzare non le trasformerà in enti efficenti di pubblica utilità con costi e servizi decenti. Lo abbiamo già visto, ma come si fa ad esigere dai politici che usano questi carrozzoni ad invertire la rotta e farle funzionare in modo onesto e corretto nei confronti dell’utenza che paga le tasse e bollette?

  • by F. Simoncelli
March 3, 2014 | Last Update 3:13
 
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Le notizie rinfrancanti sull’economia italiana fanno il giro dei media. Tutti pronti a battere le mani davanti alle aste dei titoli di Stato, il quale piazza pattume su pattume obbligazionario nelle banche commerciali, che — sostenute dalla Banca Centrale Europea — rimangono a galla nonostante i colpi inferti dall’inclemenza del mercato. I crediti inesigibili in pancia a questi pachidermi finanziari rappresentano qualcosa d’abnorme, e continuano a crescere. (Ultima notizia su questo fronte: i crediti vantati da MPS nei confronti di Sorgenia saranno molto probabilmente trasformati in azioni.) La realtà economica e i fondamentali di mercato hanno abbandonato questa terra. La classe dirigente sta guidando una macchina a tutta velocità con una benda sugli occhi, e il contribuente siede dietro assistendo esterrefatto. Sussidiare degli zombi farà rallentare la macchina? Non credo proprio. Eppure, questa è la soluzione perseguita dalla classe dirigente ogniqualvolta le si para di fronte un problema.
 
Rimandare nel tempo le questioni irrisolte è la via maestra sulla quale s’ama «calciare il barattolo» dei debiti; finora abbiamo assistito solo a questa scena. Nient’altro. È per questo che Roma è di nuovo sull’onda delle notizie a causa della necessità di fondi per restare a galla. Alessandria è andata in defaultCaserta è andata in defaultNapoli s’avvicina inesorabilmente alla resa dei conti, e la capitale d’Italia è sotto i riflettori a causa dei buchi di bilancio. Dove sono finiti i soldi? A sussidio d’entità consumatrici di ricchezza, le quali l’hanno erosa a svantaggio del settore privato, che s’è visto tagliato fuori a causa della voracità del clientelismo politico. Il disavanzo di Roma ammonta a circa un miliardo d’euro, e i debiti che la manderebbero in default ammontano a circa 8,5 miliardi. Che cos’è successo? Quel che succede ogni volta che la pianificazione centrale ha carta bianca per agire: s’espande. Cosí è accaduto anche a Roma, dove il controllo pubblico ha raggiunto livelli incredibili.
 
 
Il «pasto gratis» è arrivato nel 2008. Quello è stato il punto di svolta con cui lo Stato ha fatto capire come saranno salvati quei pezzi fondamentali per il bacino di voti e per la fiducia nelle sue capacità curative dell’economia. È cosí che funziona: le persone non devono smettere di credere che lo Stato possa curare un’economia alla derivaLa classe dirigente sta disperatamente cercando di bendare il passeggero sul retro, dimodoché egli non veda chi farà schiantare la macchina. All’epoca, furono elargiti 12 miliardi d’euro affinché il Comune di Roma potesse rimanere in attività. Le cose sono andate avanti, il tempo è passato, e ora siamo tornati alla situazione di prima. I princípi apodittici dell’economia non possono esser cancellati per magia o con un tratto di penna. I pianificatori centrali pensano d’avere una simile onnipotenza e onniscienza, ma si sbagliano. Il fatto ch’essi siano di nuovo sull’orlo della bancarotta, e con una situazione peggiore di quella precedente, ne dimostra la fallibilità e cecità agli effetti del mercato. Ancor una volta, la «legge di Herbert Stein» si dimostrerà vera: «Quando qualcosa non può piú andare avanti, si fermerà». Rimane da vedere a che prezzo e a che intensità di dolore economico.
 
Ritardare la resa dei conti non farà che acuire queste due cose. Siamo delle Cassandre senza cuore? No: si tratta di fenomeni «auto-evidenti» che richiedono uno scotto da pagare in base agli errori commessi e che si continuano a commettere grazie a sussidi da parte del governo centrale. Si diceva che solo cosí i problemi che attanagliavano la città potevano essere risolti, e chiunque pronunciasse la parola che inizia per «D» era tacciato d’«allarmismo ingiustificato». Negare, negare, negare — finché l’evidenza dei fatti non mette in luce la completa ignoranza di dirigenti pubblici, giornalisti ed economisti mainstream. Quindi, ecco la soluzione: more of the same. Piú sussidi per sostenere un parco zombi affamato.
In questo parco, possiamo osservare una serie variegata di società inefficienti e drena-risorse. Le municipalizzate e le controllate del Comune di Roma, tra le quali la parte del leone la fanno tre società: ACEAATACAMA. La prima controlla il settore idrico ed elettrico; la seconda, quello dei trasporti; la terza, quello dei rifiuti. Tutt’e tre annoverano tra le proprie fila 31.338 dipendenti, ossia l’85% del personale di tutte le partecipate comunali (37.000 dipendenti circa). Non solo: a questi dobbiamo aggiungere i dipendenti dell’Amministrazione Pubblica, cioè altri 25.000 individui. Se sommati, sono piú del doppio di quelli totali degli stabilimenti FIAT in Italia. Infatti, è il personale il tasto dolente della voce «spese» di queste società; l’ATAC, ad esempio, conta 12.000 dipendenti. E gl’incassi da biglietti e abbonamenti finanziano solo il 45% di questa sovrabbondanza di capitale umano: la restante percentuale, la pagano i contribuenti attraverso il fisco. Negli ultimi quattr’anni, i finanziamenti ricevuti dal fisco sono stati di circa 3 miliardi d’euro — e, ciò nonostante, l’ATAC è riuscita a finire in rosso: meno 676 milioni negli ultimi quattro anni.
 
Il buco è stato ampliato dallo scandalo biglietti falsi — ma che cos’è accaduto in merito? Nulla. Tutti sono rimasti ai propri posti. Il paradosso? Gl’incriminati dovevano esser individuati da una commissione interna all’ATAC stessa e, anche se la procura ha rilasciato tre avvisi di garanzia per altrettante persone, non è accaduto nient’altro. Nel frattempo veniamo a sapere che circa il 10% del personale si dà malato ogni giorno; e nell’AMA (che conta circa 8.000 dipendenti) la percentuale è la stessa. Questa società, in un decennio, ha accumulato debiti per 1,6 miliardi, e il suo contratto costa al Comune di Roma circa 400 milioni l’anno. (E, quest’anno, dovrebbe esser aumentato a 500 milioni.) Il mercato non ha voce in capitolo, quindi le sanzioni negative imposte dalle decisioni dei consumatori vengono tolte dall’equazione, incentivando l’inefficienza e l’uso di tali società pubbliche come serbatoi di voti e parcheggi d’oro per trombati politici. I salvataggi servono proprio a finanziare questo stato di cose. Qual è stato l’obiettivo raggiunto negli anni dall’AMA? Creare una delle discariche piú inquinate e tossiche d’Italia: Malagrotta.
 
Poi c’è l’ACEA, coi suoi continui disservizi:
 
ACEA è sinonimo di problema? Se lo domandano Federconsumatori e ADUSBEF, che quotidianamente ricevono segnalazioni, reclami, richieste d’aiuto da parte di consumatori esasperati dalla Società d’Energia Elettrica che opera nel territorio laziale, nello specifico a Roma. Da qualche tempo, ai cittadini romani, ACEA, anziché fornire un servizio, offre continui disservizi. Lo confermano le migliaia di consumatori che ogni giorno si ritrovano allo Sportello per i reclami della Società.
Mancato invio delle fatture per anni, conguagli di migliaia d’euro, addebiti non dovuti, mancate letture sono solo una parte dei problemi cui la Società non è in grado di trovare una soluzione.
«La linea d’azione di quest’operatore del settore Elettrico s’avvicina ogni giorno di piú all’illegalità», scrivono le Associazioni dei consumatori, che non sono piú disposte ad accettare questa gravissima situazione e chiedono un intervento immediato e incisivo da parte dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, che metta fine a questo modo illegittimo e assurdo d’operare sul mercato, e che sia funzionale a una profonda tutela del consumatore. «L’Autorità dovrà intervenire non solo disponendo le necessarie sanzioni amministrative, ma anche ritirando la possibilità d’operare nel mercato a tutte le Aziende non in grado di svolgere correttamente questo delicato compito.»
 
Negli ultimi cinque anni, i suoi debiti sono arrivati a circa 2,5 miliardi; ma potete stare tranquilli: i vertici dell’ACEA sono stati bloccati dalla precedente amministrazione con clausole per una rescissione anzitempo fuori dal mondo.
 
Ma la storia non finisce qui: in un dossier sulle farmacie municipali romane, apprendiamo che anch’esse fanno parte del calderone in cui sono finiti soldi pubblici per tamponare falle di bilancio. Sono stati necessari 15 milioni d’euro per ripianare i debiti passati, e ce ne vogliono altri 20 per sistemare del tutto la situazione. Piú scaviamo, piú scopriamo quant’è profonda la tana del Coniglio Bianco. Soprattutto se pensiamo a una delle opere che si diceva avrebbero rivoluzionato la vita sociale e sportiva della capitale: la «Città dello sport» di Tor Vergata. Progetto partito da «soli» 120 milioni nel 2005, nel corso degli anni esso ha visto lievitare le spese, che hanno raggiunto, a oggi, i 400 milioni. L’ambizione di potervi costruire qualcosa s’è schiantata a terra dopo un susseguirsi di rinvii e stop ai lavori; ora l’opera pubblica è abbandonata a sé stessa e in pesante degrado.
 
L’elenco di sprechi e inefficienze non si fermerebbe di certo qui (all’elenco potremmo aggiungere traffico, sicurezza, abusi edilizi), ma credo che il lettore abbia un quadro completo per comprendere come Roma sia finita nella situazione finanziaria in cui langue oggi. La risposta del neonato governo Renzi non s’è fatta attendere:  al salvataggioCon quali coperture? Quelle dei contribuenti del resto d’Italia, ovviamente, concedendo ai Comuni d’alzare l’aliquota massima sulla TASI fino allo 0,8‰ (dal 2,5‰ fino al 3,3‰). Ah, certo: non dimentichiamoci dei consueti aumenti sul prezzo della benzina. Ma perché Roma è presumibilmente piú importante delle altre città d’Italia? Ce lo dice il presidente dell’Assemblea capitolina Mirko Coratti: «Un default della Capitale rischierebbe d’innescare una reazione a catena che potrebbe coinvolgere l’intera economia nazionale». E questo è uno di quegli eventi che, dal punto di vista della pianificazione centrale, devono esser evitati come la peste, perché forieri di situazioni imprevedibili (soprattutto se si considerano tutti i trucchi contabili adottati per mantenere in piedi la baracca).
 
Come s’è visto, i politici sono ancora in grado di calciare il barattolo, e continueranno a farlo finché ci riusciranno. Ciò permetterà un ulteriore accumulo d’errori e distorsioni, nonché di sprechi e clientelismo sfrenato — finché, un giorno, il barattolo diventerà troppo pesante per essere calciato. Quello sarà il giorno del default. L’effetto contagio si diffonderà a tutte le entità connesse — e oggi il sistema finanziario è interconnesso a livelli inestricabili. Basterà un piccolo evento, come il fallimento d’una città come Roma o d’una banca come MPS (a livello europeo, tenete d’occhio Barclays e Deutsche Bank), a innescare un domino di proporzioni globali nonché devastanti. A quel punto, non ci saranno trattati che fermeranno lo zio Mario dallo stampare tanti foglietti di carta colorata per mantenere disperatamente una parvenza di solvibilità.
 
Questo è l’inevitabile risultato della politica del debito. Fin dagli anni Ottanta, sono state fatte promesse che non potevano esser mantenute. Per mantenere in piedi l’illusione, sono state assunte persone (burocrati, impiegati pubblici, &c) con salari e indennità al di sopra dei livelli di mercato. La Grande Recessione ha rappresentato il punto di saturazione, oltre il quale la situazione non potrà che peggiorare. E sta accadendo proprio questo. Siamo di fronte a un periodo storico importante: il fallimento del keynesismo e delle sue politiche di spesa in disavanzo. Certo, le banche centrali possono ritardare quest’evento — ma per quanto? Prima o poi dovranno smettere d’inflazionare, altrimenti uccideranno le valute; e, se smetteranno, ci sarà una depressione. In un modo o nell’altro, il default è assicurato.
 
Ma davvero bisogna temerlo? Pensateci. Pensate a tutti quei dirigenti che hanno trovato un posto grazie ai propri agganci e non grazie alle proprie competenze. Credete che, in un libero mercato, essi avrebbero vita facile, se dovessero sottostare a ferree regole sull’efficienza? Sarebbero tollerate le loro richieste folli in cambio di prestazioni scadenti? Se il loro curriculum rappresenta il loro biglietto da visita, quanto credibili credete che possano rimanere in caso di fallimento? Gli errori si pagano, in mancanza di reti di protezione.
 
Pensate ora a tutti quegl’impiegati che per anni hanno svolto il proprio lavoro in modo onesto e caparbio. Non credete che sarebbero ricompensati, in un mondo privo di vincoli artificiali? Il loro lavoro farebbe prosperare l’azienda che li assumesse, e le loro competenze presenti nei curriculum sarebbero confermate. Chi davvero ci perde da un default? Pensateci.
 
Roma, prima o poi, si ritroverà a non poter piú pagare i conti, e s’avvicinerà a passi svelti alla bancarotta (ufficiale). Quest’evento farà sapere a tutti gli attori di mercato una cosa: «Non fidatevi delle promesse del governo». Una volta fallita, Roma potrà riprendersi? Sí. Questo significherà un’ondata di licenziamenti? Sfortunatamente, sí. Nonostante un panorama grigio, c’è speranza? Per coloro che si sono sempre dati da fare nella vita, sicuramente sí.
 
Togliete sussidi, finanziamenti e protezione agli zombi, e assisterete a una ripresa in accordo coi desiderî del mercato. È questo il modo per «creare posti di lavoro» — non attraverso fantasiose riforme partorite dalla mente contorta dei pianificatori centrali. È questo il modo per attirare risorse e permettere a una città al collasso di tornare a vivere. Prima accadrà, meglio sarà.

http://thefielder.net/03/03/2014/roma-tutte-le-strade-portano-al-default/

Roma: tutte le strade portano al defaultultima modifica: 2014-03-05T22:19:34+01:00da davi-luciano
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